
(Fig…..) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82), il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (25-26-27)
Lo studio della toponomastica attraverso le antiche carte geografiche manoscritte
Come è noto, la cartografia e le carte geografiche manoscritte dell’antichità, possono fornire un valido contributo alla storiografia dei luoghi e dei toponimi, alla toponomastica, in quanto attraverso una serie di informazioni in essa contenute si può risalire all’età o alla presenza di un luogo, come ad esempio il suo toponimo nell’antichità o la sua approssimativa ubicazione. L’antica cartografia manoscritta rimane una valida testimonianza del passato dei luoghi e della geografia più in generale. Le carte geografiche manoscritte nella antichità sono quelle inserite in alcuni Codici manoscritti, di origine greca, i Codici greci manoscritti, rintracciati nel lontano Oriente dove essi erano stati compilati e trascritti, che a volte contenevano allegati di notevole importanza come mappe o carte geografiche manoscritte (1). Moltissimi di questi Codici, come quello del geografo alessandrino Claudio Tolomeo, erano sconosciuti allo stesso mondo latino che non li aveva mai copiati. Molti di questi codici greci furono rintracciati e riportati nel mondo latino ed occidentale solo agli albori del Rinascimento. Moltissimi dei Codici latini manoscritti come i Codex miniati da monaci amanuensi, forse derivati da antichi codici di origine più antica e greca, sono andati perduti e non sono stati mai del tutto rintracciati. Si sono persi irrimediabilmente alcuni Codici latini come ad esempio parte dell’opera di Sesto Giulio Frontino è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Si conservano due sue opere: il De aquaeductu urbis Romae e gli Stratagemata. Questi ultimi sono in realtà commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di Stratagemmi militari. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Come pure il testo originario della Geografia di Strabone. Si sono salvate ed a noi giunte opere di autori latini trascritti poi nei Codex miniati come ad esempio la ‘Mappa Mundi’ in ‘Historia naturalis’ di Plinio il Vecchio, una raccolta di 37 libri sui fatti e i fenomeni del mondo, ristampato a Firenze nel 1465. Nuovi elementi si aggiunsero nel corso del primo decennio del 1400 quando il testo della ‘Geographia’ di Claudio Tolomeo, con la sua mappa del Planisfero e le altre 26 carte regionali, tra cui le due dell’Italia, venne portato in Italia da Costantinopoli e tradotto in latino. Alle carte geografiche manoscritte e più antiche conosciute, contenute in alcuni codici greci manoscritti, abbiamo dedicato un nostro studio dal titolo: “Sapri nelle carte d’Italia annesse ai più antichi codici manoscritti conosciuti.”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Queste carte miniate, di cui quì presentiamo alcune più significative (Figg. 5-6-7), sono annesse ai più antichi codici greci conosciuti e giunte fino a noi. Esse sono quasi tutte copie o rielaborazioni medievali di carte di origine Tolemaica, a cui si rifecero geografi dell’antichità come Strabone, Frontino e Pomponio Mela.

(Fig. 6) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco (28)

(Fig. 7) Particolare delle coste meridionali dell’Italia tratto dalla Tav. VI della carta dell’Italia nel Codice greco ‘Vidobonensis Historia’ (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (29). L’immagine è tratta dal Borri (30).
Nella carta nautica di Battista Becario, del 1435, si legge chiaramente un “Scidro (Fig. 1) (16). ‘Scidro’, figura sulla carta nautica ( o portolano) dell’“Italia” di Battista Becario, del 1426-35 (16) (Fig. 1)
PROTOSTORIA ED POCA PRECOLONIALE
La fascia costiera di Sapri, dalla protostoria all’epoca romana
Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia. Nell’Aprile del 1995, consegnai a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“. Nello studio, raccoglievo e citavo tutti i miei precedenti studi fatti sulla zona di Sapri, i documenti e le testimonianze del passato che da anni erano stati oggetto dei miei studi. Nella Relazione, a p. 7, parlando di alcuni rinvenimenti riferibili ad un’epoca precedente a quella romana, citavo le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, che in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche nel Golfo di Policastro (…) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella mia nota (7), postillavo che: “(7) Fiammenghi C.A., Maffettone R., ‘Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro’, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36.”. Continuando il mio racconto in proposito scrivevo che: “La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze.”. Continuando il mio racconto, citavo ciò che in proposito scriveva l’archeologa Giovanna Greco (…) e scrivevo che significativo in proposito è quanto scriveva a p. 18, dell’op. cit: “; ed infine, estremamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (22) i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte (23).”. Giovanna Greco, a p. 18, nella sua nota (22), postillava che: “(22) W. Johannowsky, Atti, XXII, CSMG, Taranto, 1982, p. 422.”. Johannowski, citato dalla Greco, si riferiva ai ritrovamenti fatti in località Madonna dei Cordici. La Greco (…), nella nota (23), postillava che: “(23) Il modello di “colonizzazione indigena della costa” proposto per la prima volta da E. Greco va sfumato ed articolato in quel più complesso fenomeno di incontro-scontro tra le diverse realtà cantonali indigene e quella greco-coloniale dove la possibilità di una comune gravitazione tirrenica consente la partecipazione alle grandi vie di traffico commerciale marittimo ed all’interno, con il controllo dei valichi, forme di contratatto e grado di intensità di traformazioni di volta in volta differenti ed articolati.”. A p. 7, continuavo il mio racconto e parlando di ‘Scidro’, citando l’Archeologa Giovanna Greco (…), in proposito scrivevo che ella, in un suo scritto, sosteneva che: “Il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (…). Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (…). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…). “. Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, nello stesso testo, a p. 38, in proposito ai rinvenimenti nell’area scrivevano che: “I rinvenimenti di ceramica a vernice nera della fine del V sec. a. C. da Vibonati (loc. S. Lucia), Tortorella (loc. Reggiano), Torraca (loc. Madonna dei Cordici) e Sapri stessa (loc. S. Croce), sono già da correlare ad una trasformazione dell’assetto territoriale legata al fenomeno della “sannitizzazione”.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: “Molti autori dell’antichità greca e romana hanno scritto dell’esistenza di Policastro definendolo con un nome ben preciso: Pixunte (greco) e Buxentum (latino). Secondo un’interpretazione di origine naturalistica il significato di questo nome, identico nelle due lingue perchè sorto dalla stessa radice “πυξ”, deriverebbe dal “bosso” (Buxus sempervirens), arbusto sempreverde delle Buxacee, dal legno giallo e duro, ideale per i lavori di tornio. Questa pianta cresceva rigogliosa nella zona di Policastro al tempo della sua fondazione tanto da lasciare il suo nome (Bussento) al fiume e alla città.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “Montuosa Lucania dice Cassiodoro; ‘Montuosa et horrida’ l’ha definita nel 500 il Magini nel suo commento a Tolomeo. Alla natura montuosa ed aspra del paese, atto alle insidie e alla guerriglia, allude Livio in più di un punto della sua opera. Lucillo e Silio Italico accennano genericamente alle montagne lucane, mentre Sallustio, più specificamente, ricorda i ‘juga Eburina’, che corriponderebbero, secondo il Racioppi, ai monti dell’alta valle del Sele (1). Orosio fa menzione dei monti, da cui si avanza, protendendosi al mare, il Capo Palinuro (2), nei quali si possono riconoscere genericamente i monti del Cilento, a meno che non vogliamo identificarli con la montagna del Bulgheria.”. Il Magaldi, a p. 15, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Racioppi, o. c., I, p. 528”. Il Magaldi, a p. 15, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Lucillo, VI, 6; Sallustio, III, 67; Livio, IX, 17, 17; XXV, 16, 18; XXVII, 26, 7 seg.; Silio Italico, VIII, 569; Orosio, IV, 9, 11; Cassiodoro, Variae, XI, 39 (tutti brani che saranno riferiti distesamente in seguito).”. Il Magaldi citava Lucillo che in Treccani on-line sarebbe stato grammatico greco (sec. 1º d. C.), di Tarra in Creta, scrisse un commento alle Argonautiche di Apollonio Rodio e compilò una raccolta di proverbî giuntaci attraverso il rifacimento di Zenobio. Sallustio è autore di importanti opere storiche, tramandate per tradizione diretta dai codici medioevali: le due monografie, il De Catilinae coniuratione e il Bellum Iugurthinum, composte e pubblicate negli anni fra il 43 e il 40 a.C., e le Historiae, di cui restano numerosi frammenti, iniziate intorno al 39 a.C. e rimaste incompiute, che forse dovevano fungere da allaccio tra le due monografie. Sono state attribuite allo scrittore di Amiternum anche diverse opere considerate oggi apocrife: due Epistulae ad Caesarem senem de re publica, in cui l’autore rivolge a Cesare consigli sul buon governo, e l’Invectiva in Ciceronem, un violento attacco a Cicerone, accusato per la condanna a morte dei catilinari. Entrambe sono probabilmente esercizi scolastici di età posteriore. Il Magaldi postillava di Orosio, libro VI, 9, 11. Da Wikipedia leggiamo che Paolo Orosio (in latino: Paulus Orosius; Braga, 380 circa – 420 circa) è stato un presbitero, storico e apologeta romano. Discepolo e collaboratore di Agostino d’Ippona, su invito di questi redasse gli Historiarum adversus paganos libri septem (“Sette libri delle storie contro i pagani”) che dovevano servire da complemento storiografico a La città di Dio (De civitate Dei) del suo maestro. Le Historiarum adversus paganos libri septem (“I sette libri di storie contro i pagani”) o Historiae adversus paganos (tradotto come Le storie contro i pagani) sono un’opera storiografica di Paolo Orosio, scritta negli anni 417 e 418 (2). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 258 e ssg. parlando di “Paestum”, in proposito scriveva che: “Già in tempi antichissimi la pianura del Sele era stata toccata da genti egeo-anatoliche, come mostra la necropoli del Gaudo (a m. 1500 a nord delle mura: civiltà del Gaudo). In seguito alla foce di quel fiume si insediò parte di quei spericolati marinai-mercanti egei che, incuranti di pericoli, disagi e avversità, si erano spinti fin nel Lazio e nell’Etruria (1), a cercarvi, per l’esaurirsi del mare, l’insostituibile ferro. Furono essi che alla foce del Silaro innalzarono un tempio, poi tanto famoso, dedicandolo, com’era costume, alla divinità patria: Hera Argiva (2). A circa 600 m. dal mare, e su una terrazza utilizzata fin dall’età eneolitica (3) perché dominante l’ampia distesa del mare e la vasta circostante palude, viveva uno sparuto nucleo di indigeni (‘Pai-Pais-Paistòs’), con i quali i sopraggiunti rapidamente si fusero (4). Etc…”. Ebner, a p. 258, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pugliese Carratelli, Relazione I Convegno internazionale di Taranto 1961, “Atti”, Napoli, 1962, p. 140″. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera. Sull”Heraion alla Foce del Sele’, oltre il fondamentale saggio degli scopritori P. Zancani Montuoro e U. Zanotti Bianco, Roma, 1941, v. pure M. Napoli, Le metope arcaiche di Foce Sele, Bari, 1963 e del 1981 l’intelligente chiaro saggio di D. Sorrentino, Heraion di Foce Sele, il tempio maggiore e relativi problemi, Salerno, 1981.”. Ebner, a p. 259, nella nota (3) postillava: “(3) Scrive M. Napoli (Paestum, Novara, 1987, p. 3) che “ad oriente della Basilicata si sono rinvenuti manufatti che vanno dall’età paleolitica sino all’età del bronzo, mentre a sud della stessa Basilicata, non lungi dalle mura etc…, resti di un centro abitato preistorico”.”. P.S., credo che il Napoli, non si riferisca alla Basilicata ma alla Basilica di Paestum.
LE FONTI:
Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Le notizie sulla colonizzazione e la storia politica delle città greche d’Occidente ci sono tramandate dagli storici antichi: Erodoto e Tucidide, vissuti nel V sec. a.C., ai quali si aggiungono i frammenti pervenuti delle opere di Antioco di Siracusa e di Eforo di Cuma. Altri storici originari dell’Occidente (Filisto di Siracusa, Lico di Reggio, Timeo di Tauromenio) scrissero nel IV sec. a.C., ma anche di questi non ci è giunto molto. Più tarde sono le opere di Diodoro di Siracusa, di Dionigi di Alicarnasso e del geografo Strabone e le digressioni degli storici dell’età imperiale, come Livio, Plinio, Pausania, Giustino, fino a Stefano di Bisanzio. I rinvenimenti archeologici hanno permesso di confermare o precisare i dati ricavabili dalle fonti letterarie. Le prime colonie d’Occidente vennero fondate dai Greci dell’Eubea, in punti strategici per gli scambi commerciali. Eretriesi e Calcidesi impiantarono, intorno al 760 a.C., l’insediamento di Pithecusa nell’Isola di Ischia, interpretato come un emporio, che intratteneva rapporti commerciali con l’Etruria, le genti italiche e il Mediterraneo orientale.”.
Il “FIUME SAPRI”, ricordato da Leandro Alberti, Ferrario, Merula, Collenuccio, Antonini e Lacava
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII”, dopo aver parlato di Scalea, a pp. 446-447 parlando del fiume Lao, in proposito scriveva che: “I meno accorti nel nono secolo credettero, che, ‘l fiume, che passa per Lauria, fosse il Lao; e perciò così la chiamarono, quasi ‘Laus rivus’. A tempi vicini Leandro Alberti, non avendo affatto veduto questi luoghi, scrive che ‘l fiume Sapri (che mai non fu al mondo) divide Laino, e la Lucania da Bruzj; poi lo chiama Lao, e quindi taccia ‘Strabone’ e ‘Tolomeo’ di aver quì allogato questo fiume: ‘quando’ (dice) ‘in queste contrade (vedete che altra confusione) non si trova altro che il fiume Melfe’. Egli peraltro copiò questa torta, e non vera sentenza dal ‘Collenuccio’, nel lib. 1 della ‘Storia del Regno di Napoli’, dove scrisse: “Continua poi la Lucania per una gran parte, detta oggi Basilicata, dal Silaro fino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao.”. L’Antonini, in proposito già, a p. 446 aveva scritto “I meno accorti nel nono secolo credettero, che, ‘l fiume, che passa per Lauria, fosse il Lao; e perciò così la chiamarono, quasi ‘Laus rivus’.”. L’Antonini non sbagliava quando diceva che gli storici antichi del IX secolo sbagliavano perchè credevano che il fiume “Lao”, cioè il fiume che chiamarono “Laus rivus” fosse il fiume che passava per Lauria. Infatti il fiume che passa vicino Lauria è il fiume Noce, che sfocia nelle vicinanze della marina di Castrocucco. Infatti, Leandro Alberti (…..), nel suo “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine et le Signorie delle Città et delle Castella”, Bologna, 1550, a pp. 198-199 parla della Basilicata e dei nostri luoghi e, a p. 201, riferendosi all’attuale fiume Lao (che pare in antichità fosse detto fiume Mercure) e di Laino Castello (che egli chiama “Faino cast.”), in proposito scriveva che: “Poscia più avanti si dimostra Faino cast. col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria. Imperò che il Borgo è di quà dal detto fiume nella Basilicata, & il Cast. di là, nella Calabria. Esce questo fiume vicino a Vincinello, Cast. della Basilicata & scedendo fra gli alti, e strani balci di queste montagne verso ‘l Mezzogiorno & partendo la Basilicata dalla Calabria al fine sbocca nel mar Tirreno. Ella è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida alcun caso si vede. Credo sia questo Laino il Cast. Lauo, nomato da Pli. & similmente esso fiume sia il Lauo, pur da quello membrato, per la vicinità d’amendui insieme, & altresì per la conformità del nome Lauo, et Laino avenga che dica il corrotto testo di Plinio. Saus. Et nomeno credo sia da quel Tolomeo addimandato Laus, & da Strabone Talauus, & Lauus perchè in questi luoghi non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato. Etc…”.


Quella dell’Alberti è una notizia molto interessante che andrebbe ulteriormente indagata. Quella dell’Alberti è una notizia molto interessante che andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, l’Alberti, a p. 201 scriveva che: “Poscia più avanti si dimostra Faino cast. col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria.”. Dunque, l’Alberti scriveva che il “fiume Sapri” divide i due borghi medievali di Laino Castello e Laino Borgo e dice pure che questo fiume, che chiama “Sapri” divideva, la Lucania, ovvero la Basilicata dei suoi tempi dai Bruzi, ovvero la Calabria dei suoi tempi. Dunque, l’Alberti si riferiva all’attuale fiume Lao che sfocia nel mare Tirreno. L’Antonini cita pure il Collenuccio (….) e la sua “Storia del Regno di Napoli”, vol. I dove scrisse dei confini della Basilicata che va dal fiume Silaro “Continua poi la Lucania per una gran parte, detta oggi Basilicata, dal Silaro fino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao.”. Il Colenuccio scriveva che il “fiume Sapri” anticamente era chiamato “fiume Lao”. La notizia tratta dall’Antonini merita ulteriori approfondimenti. Dunque, l’Antonini cita Leandro Alberti. Interessante è ciò che scrisse Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., ecc…”. Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 444-445 parlando del fiume Lao, di Laino ecc.., in proposito scriveva che: “Gli antichi lo chiamavano indifferentemente ‘Lao’, o ‘Talao’; e vuò credere che il primiero nome fu ‘Talao’, datogli da uno degli Argonauti (I), degerato poi in ‘Lao’ colla detrazione della prima sillaba. Tolomeo chiamollo Lao, facendolo confine delle due regioni. ‘Stefano’ (I) per l’autorità di Apollodoro disselo anche Lao: ‘Laus Urbs Lucaniae authore Apollodoro de orbe terrae lib. 2. a Lao amne’. ….”. Sempre l’Antonini, a p. 445, nella nota (I) postillava che: “'(I) Carlo Stefano, nel suo ‘Lessico Geografico’ ha malamente corrotto questo luogo di Stefano, perchè disse ‘Laus Urbes Laconiae; a Lao fluvio dicta. GENTILE LAINOS STEPHANO. Sin quì potrebbe chiedersi error della stampa etc…”. Il Lacava, a p. 35, nella nota (1) postillava: “(1) Il Negro nel 7° comment. della Geografia chiamollo col nome di fiume Lucano. Leandro Alberti col nome di fiume di Sapri, e dice: è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida per alcun caso si vede. Il Merola scrive del pari che le sue acque sieno sempre chiare: aquas habet perpetua claras, adeo ut nullo unquam casu turbentur. Lo stesso disse il Ferrario.“. L’Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII”, dopo aver parlato di Scalea, a p. 447 parlando del fiume Lao, in proposito scriveva che: “Mario Negro nel 7° commento della Geogr. chiamalo coll’antico, e col medesimo nome di Laino, ma gli dà anche l’altro di Lucano. “Postea Lucanus amnis in mare vadit, Laino modo nomine, in quò ager Lucanus finis. Merola e il Ferrario scrivono di questo fiume: che mai non abbia le sue acque torbide: “Nun quam turbari ajuno”, ma essa è una bella favoletta, avendolo io veduto, anche dastà torbido quando avea piovuto. Il Citato Merola nella sua Geografia, ebbe giustissime notizie del fiume, e della terra; etc…”. Filippo Ferrario (….), nel suo “Novum Lexicon Geographicum etc…” (ed. del 1677), nel suo indice dei nomi dei luoghi scriveva: “Sapri, Sapris oppidulum, et fluvius Lucaniae, stiis Laus etc…”. Infatti, il Ferrario, a p. 159, alla voce “Sapris” scriveva: “Sapra palus, id est, putris, in Isthmo Tauticae Chersonesi, teste Strabone, Vide Byce.”, e ancora: “Sapris, oppidum Lucaniae eam fluvio cognomine; oppidum ‘Libonati’, & fluvius ‘Sapri’; inter Buxentum ad occidentem & Laum ad ortum, ac inter Policastrum urbem 6. & Maratheam oppidum in ortum 22 milles pass. Unde sinus Sapricus, Golfo di Policastro.”, che tradotto è: “Sapris, cittadina della Lucania che prende il nome dal fiume; il paese di ‘Libonati’ e il fiume ‘Sapri’; tra Buxentum a ovest e Laum a est, e tra la città di Policastro 6. e la città di Maratea a est passano 22 miglia. Da qui il Golfo di Policastro.”. Dunque, il Ferrario scriveva che il paese si chiamava “Libonati e il fiume si chiamava “Sapri”. Il Ferrario, a p. 159 aggiungeva che: “(Sapsas, locus circa Ioardanem fluvium, quem D. Ioannis Babtistae habitationes suisse credidit Sophronius. Huius vocis videtur quoque meminisse Stephanus.)”, che tradotto è: “Sapsas, un luogo vicino al fiume Giordano, che Sofronio credeva fosse stata la dimora di Giovanni Battista. Anche Stefano sembra ricordare questa voce.”. Per “Stefano”, il Ferrario intende Stefano di Bisanzio. Il Ferrario ricorda che il toponimo (simile) “Sapsas” indicava un luogo vicino al fiume Giordano, dove, secondo Sofronio, vi era la casa di Giovanni Battista. Da Wikipedia leggiamo che San Giovanni, detto il Battista (in ebraico יוחנן המטביל? (Yohanan Hamathvil); in greco Ιωάννης ο Πρόδρομος?, “Giovanni il Precursore”; in greco antico: Ἰωάννης ὁ βαπτίζων?; in latino: Ioannes Baptista; Ain Karem, fine I secolo a.C. – Macheronte, tra il 29 e il 32 d.C.), è stato un asceta proveniente da una famiglia storica sacerdotale ebraica. Nel martirologio romano è l’unico santo di cui si celebra non solo la morte, ma anche la nascita. Giovanni andò a vivere nel deserto, conducendo una vita di penitenza e di preghiera, secondo la tradizione ebraica del voto di nazireato: “Giovanni portava un vestito di peli di dromedario e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico” (Vangelo secondo Marco 1, 6). Nel 1745 (edizione Gessari, I Ediz.), il barone di San Biase, Giuseppe Antonini (….), a p. 431, in proposito scriveva che: “….e come non si trova, che altri avesse mai parlato di Sapri, perciò Guglielmo Goesio scrisse: “cuius alibi factam nescio mentionem. ‘Paolo Merola’ pensò, che il ‘Laos’ di ‘Strabone’ fosse Sapri, senza considerare, che in Sapri non è fiume di sorta alcuna, siccome ‘Strabone dice essere vicino Lao, anzi che ha il nome stesso; e senza vedere la distanza di tante miglia, ch’è fra l’uno, e l’altro luogo.”. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio. L’Antonini, a p. 431, nella nota (1) postillava che: “(1) Il testè nominato Erodoto nel lib. I lo stesso ci disse di Crati, e Strabone di Sibari, fiumi ambidue da quelli, che di simil nome erano in Grecia, nominati.”. Il Lacava, a p. 35, nella nota (1) postillava: “(1) Il Merola scrive del pari che le sue acque sieno sempre chiare: aquas habet perpetua claras, adeo ut nullo unquam casu turbentur.”. Il Lacava, parlando del fiume Lao si riferiva a Paolo Merula (….)(Merulae Paullus), ed al suo “Cosmographiae generalis libri tres, item Geographiae particularis libri quatuor” (Amsterdam 1605, con numerose ristampe), opera di vasto disegno, rimasta tuttavia incompleta, perché la parte descrittiva non comprende che l’Italia. Tuttavia, sia nel testo del 1605 e negli altri, il Merula scrive di Policastro a p. 1161, in proposito ai centri della “Lucania” scriveva che: “Ad Lauria….Eosdem inter Montes ‘Lusillum’ est, quo ‘Silva Lusillina’. Sequitur ‘Lainum’ Oppidum cum Suburbiis, quae ab ipso opido, Lucansque a Brutiis dividit ‘Sapris’ fluvius, Antiquis Laus, de quo alibi. ‘Lainum’, ‘Laus’ Plinio, Λαος Herodoto & Apollodoro apud Stephanum, cui Το Εθνικον Λαινος: Λαος Straboni Lib. VI ωολιςεχατη τζδ Λευκανιδ ωv, Lucanicarum ultima. Ad Lucaniam pertinet Pars Itinerit, quod Antoninos Mediolano ducit ad Columnam, id est Trajectum Siciliae, etc…”. Il Merula scriveva che: “Tra gli stessi monti si trova il ‘Lusillum’, ovvero la ‘Foresta di Lusillina’. Il ‘Lainus’ segue la città con il suo suburbio, che divide dall’abitato stesso, ed i Lucani dai Brutii, il fiume ‘Sapris’, l’antico Laus, di cui altrove.“. Dunque, il Merula scriveva che il “fiume Sapri” divide le due Provincie di Calabria (Bruzi) e Basilicata (Lucania). Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 68 e ssg. parlando degli antichi popoli della Basilicata ed in particolare degli Enotri, in proposito scriveva: “I nomi dei fiumi sono quelli che più resistono alle mutazioni delle genti rivierasche, nel corso dei tempi. Il nome del fiume Siri o Sinno, del Serrante, del Sarmento, del Sera-potamo, del Sauro, della Sciàura o Sora, del Silaro o Sele che scorrono per la regione lucana, quello di Esaro, che ripete due volte presso Sibari e Crotone, rampollano manifestamente dalle radici sanscrite “sar” ire e fluere; “sol e sel” ire (onde “salila” e “sara” acqua) e “snu” fluo…”. Dunque, il Racioppi ravvisava l’importanza dei toponimi locali dei fiumi, che essi avevano nell’antichità per conoscere le origini dei luoghi che essi attraversano con il loro corso antico. Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 444-445 parlando del fiume Lao, di Laino ecc.., in proposito scriveva che: “Gli antichi lo chiamavano indifferentemente ‘Lao’, o ‘Talao’; e vuò credere che il primiero nome fu ‘Talao’, datogli da uno degli Argonauti (I), degerato poi in ‘Lao’ colla detrazione della prima sillaba. Tolomeo chiamollo Lao, facendolo confine delle due regioni. ‘Stefano’ (I) per l’autorità di Apollodoro disselo anche Lao: ‘Laus Urbs Lucaniae authore Apollodoro de orbe terrae lib. 2. a Lao amne’. ….”. Sempre l’Antonini, a p. 445, nella nota (I) postillava che: “'(I) Carlo Stefano, nel suo ‘Lessico Geografico’ ha malamente corrotto questo luogo di Stefano, perchè disse ‘Laus Urbes Laconiae; a Lao fluvio dicta. GENTILE LAINOS STEPHANO. Sin quì potrebbe chiedersi error della stampa etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 125 e ssg., in proposito scriveva che: “Similmente la menzione che ne fa Stefano di Bizantino deve intendersi solo come un ricordo. Lao è detta esplicitamente città della Lucania da Strabone (VI, 252-3) e da Stefano Bizantino, che dipende da un passo di Apollodoro. Implicitamente doveva essere stata creduta tale da Antioco di Siracusa (fram. 6°; cfr. Strab. VI, 254), e da Plinio (l. c. ), che consideravano il fiume Lao come il confine settentrionale, il primo dell’Italia, il secondo del Bruzio, da questo lato.”. Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891, a p. 35 riferendosi al fiume Lao, in proposito scriveva che: “E Stefano Bizantino sull’autorità di Apollodoro disse di aver dato il nome alla città di Lao: Laos urbs Lucaniae, Auctore Apollodoro….A Lao amne (1).”. Sempre il Lacava (…), a p. 38, in proposito a Lao scriveva: “Stefano Bizantino, nel suo dizionario, de Urbibus, scrisse: Laos, urbs Lucaniae, de qua Apollodorus lib. 2 de Terra, sic dicta a Lao fluvio, gentile Lainus. Questi i testi antichi etc…”. Domenico Marincola (….), nel suo “Di Terina e di Lao – città Italiote de’ Bruzii – studi di…”, a p. 74, parlando di Lao, in proposito scriveva che: “Ma un patrio scrittore, censurata questa spiegazione, credette, che la detta denominazione debba derivarsi dall’umidità del suo sito, osservando i diversi siti pantanosi, che sono nei luoghi circostanti a quello ove essa sorgeva, e il suo nome di ‘lau’ o ‘lagu’ o ‘lao’ di alcuni di essi, nel dialeto calabrese, somiglianti alla voce greca λακκος, che ha il significato di pantanoso (3). Ma io; ricordando che Apollodoro scrisse, di avere questa città tolto il suo nome dal fiume omonimo, presso cui sorgeva, avendo di sopra riferito la omonimia della nostra città con la città della Laconia, e col fiume dell’Epiro, come pure quella del nome del suo popolo con i Laini della Peonia nella Tessalia, etc…”. In questo passaggio, il Marincola, accenna ad Apollodoro (….). Il Mariconda ricorda che: “….ricordando che Apollodoro scrisse, di avere questa città tolto il suo nome dal fiume omonimo, presso cui sorgeva, etc…”. Il Marincola (…), a p. 74, nella nota (3) postillava: “(3) Pagano, Dissertazione intorno a Lao, § I; vedi Atti dell’Accademia cosentina, vol. I, p. 341.”. Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891, a p. 35 riferendosi al fiume Lao, in proposito scriveva che: “E Stefano Bizantino sull’autorità di Apollodoro disse di aver dato il nome alla città di Lao: Laos urbs Lucaniae, Auctore Apollodoro….A Lao amne (1).”. Dunque, il Lacava cita Stefano di Bisanzio che, nella sua opera “de Urbibus” riporta notizie su Lao traendole dal libro 2 della “Terra” di Apollodoro: “..de qua Apollodorus lib. 2 de Terra, sic dicta a Lao fluvio, etc..”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Lao, a p. 83 e ssg., in proposito scriveva che: “Sicchè nello stesso Strabone il simbolo del ‘dragone’ è riferito come di ragione a fiume, che, s’egli non riconosce per il fiume per il fiume Laos, lascia supporre che il nome di ‘dragone’ (fiume) perdendo il suo primitivo significato abbia contribuito in quei di Lao, coll’andare del tempo, a formare d’un simbolo naturale un compagno di Ulisse, come Palinuro, che vuo dire ‘promontorio’, si formò pure un compagno d’Enea. Del resto, anche i Greci ad indicare il corso de’ fiumi usarono la parola ερπειν (s-erpein), e molti esempi possono dimostrare come nell’antichità il nome di ‘dracone’ sia stato simbolo de’ fiumi in generale, e nome particolare di qualcuno d’essi.”. Il Dito, a p. 84-85 e ssg., ci parla dell’oracolo, del mito del Dracone Laio di cui parla Strabone ed in proposito scriveva che: “Il nome del ‘Dragone’ nel nostro caso è il ‘genius loci’ ed un simbolo del fiume; è la denominazione del fiume stesso nel suo significato generico di fiume;…..In questo però il fiume ha l’appellativo di ‘laios’ che non si può spiegare – di Lao – , essendo esso l’aggettivo di λαας, pietra e perciò, pietroso, attributo che bene è appropriato al fiume, dal lungo e variato corso (49 chilometri) in confronto degli altri fiumi della regione, e scorrente tra rocce e balze.”. Da Wikipedia leggiamo che Apollodoro di Atene, figlio di Asclepiade (in greco antico: Ἀπολλόδωρος ὁ Ἀθηναῖος?; 180 a.C. circa – Atene, 120-110 a.C.), è stato uno storico, grammatico e lessicografo greco antico. Le opere attribuite ad Apollodoro sono tutte perdute nella loro interezza, eccezion fatta per 356 frammenti, dai quali si evince che aveva composto lavori di erudizione storico-cronografica. E’ per questo motivo che la notizia dell’Alberti, sebbene destasse qualche dubbio, resta molto interessante. L’Alberti, a p. 201 scriveva che dal borgo di Laino Castello, un paese della Calabria, non molto distante dalla costa e da Scalea, nasceva il “fiume Sapri” e dice che questo fiume: “Poscia più avanti si dimostra Faino cast. col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria.“. L’Alberti spiega che il “fiume Sapri” divide il casale di “Laino borgo”, che cade in Basilicata ed il casale di “Laino castello” che invece si trova dall’altra parte del fiume e che cade in Calabria. Inoltre, l’Alberti spiega che il “fiume Sapri” “esce” (nasce) nei pressi di Viggianello (che egli chiama “Vincinello”), scende dalla Basilicata e va a sfociare nel mare Tirreno. Qui però devo precisare che a mio avviso, l’Alberti, si riferisce proprio all’attuale fiume Lao. Si potrebbe pensare che l’Alberti abbia confuso il fiume Lao con l’attuale fiume Noce, ma siccome egli a p. 199 parla del fiume “Cocco” che corrisponde al fiume Noce (e che sfocia nei pressi della marina di Castrocucco), non può non essere il fiume Lao, quello che egli chiama “fiume Sapri”. L’Alberti, però, è vero che non si riferisse al fiume Lao, ed è vero, come scrive l’Antonini che avesse fatto confusione. Lo dimostra il fatto che egli aveva già parlato del fiume Lao nelle pagini precedenti. L’Alberti, a p. 198 e ssg., in proposito al confine tra la Basilicata e la Calabria, ovvero tra la Lucania ed il Bruzio, in proposito scriveva: “Credo che questo fosse Melfi castello, da gli antichi castello, dal qual’è nominato il fiume che corre sotto esso Molfe in vece di Molfe, descritto da Plinio. Dicono alcuni esser questo fiume quel ch’è discosto da Policastro da due miglia, et quell’altro esser il Lauo, hora Cocco addimandato, ch’è lontano da questo Melfi da 30 miglia (come scrive Pietro Razzano) il qual Lauo è termine della Lucania, come io dissi. Vero è, che soggiunge detto Razzano parere à lui essere in contrario le parole di Strabone, dicendo che dopo Pissunto, ui è il Golfo Talauo, col fiume Talauo, et l’ultima città della Lucania poco dal mar discosto già colonia dei Sibariti; et che erano 400 stadij, overo 50 miglia fra Elea, o Velia, et questa città. Et che questi tali pensano fosse l’antedetta città, ove hora si vede la nobile città di Policastro. Il che se vero fosse, nò sarebbe il fiume Talavo, del qual ne fa menzione Strab. et quivi sarebbe il termine di Lucania. Cociosia cosa che secondo Strabone Plinio et Tolomeo il detto fiume Talauo, ò sia Lauo, partisce la Lucania da i Brutij, hora Calabria detta. Et così non si annoverebbe Policastro nella Lucania, ma nè Brutij. Etc…”.

Mi chiedo però come mai l’Alberti facesse tanta confusione e dicesse che il fiume, che chiama “Sapri” passasse fra i due borghi di Laino ?. Si riferiva forse all’attuale fiume Noce e non al fiume Lao ?. Mi chiedo se egli avesse confuso il fiume Noce con il fiume Lao. Non saprei, ma posso dire che nella confusione dei nomi egli dice pure dell’attuale fiume Noce perchè accenna al fiume Cocco. L’Alberti scriveva di questo fiume, che chiama “Sapri” e che dividesse i due borghi di Laino, essere un fiume “Ella è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida alcun caso si vede.”. L’Alberti, a p. 201, ci dice pure che del fiume Lao parlò anche Plinio il Vecchio. Riguardo a Plinio il Vecchio (….) ed il suo “Naturalis Historia”, il Lacava a p. 46, in proposito scriveva che gli scrittori del passato sbagliavano ad ubicare Lao a Laino in quanto si basavano su una errata interpretazione di Plinio. Egli scrive che Plinio parla di Lao come di una città marittima, e quindi non può essere Laino. Riguardo Laino e ciò che aveva scritto Plinio il Vecchio (….), sul suo “Naturalis Historia”, Leandro Alberti (…..), nel suo “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine et le Signorie delle Città et delle Castella”, a p. 201, in proposito scriveva che: “Credo sia questo Laino il Cast. Lauo, nomato da Pli. & similmente esso fiume sia il Lauo, pur da quello membrato, per la vicinità d’amendui insieme, & altresì per la conformità del nome Lauo, et Laino avenga che dica il corrotto testo di Plinio. Saus. Etc..“. Sui passi di Plinio il Vecchio, Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891, a p. 35 riferendosi al fiume Lao, in proposito scriveva che: “Plinio (III, 10, 2). Laus amnis…ab eo Brutium littus….” e, sempre il Lacava (….), a p. 38, in proposito scriveva che: “Plinio il naturalista diceva: “Oppidum Helia. Quae nunc Velia. Promontorium Palinurum; a quo sinu recedente traiectus ad columnam Rhegium m. p. Proximum autem huic flumen Melpes, Oppidum Buxentum; graece Pyxus: Laus amnis: fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium litius III.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 125 parlando della colonia magno-greca di Lao, in proposito scriveva che: “Al principio dell’Impero aveva dovuto toccare il culmine della decadenza, perchè così ricorda Plinio nella introduzione alla sua Storia Naturale: “Oppidum Buxentum, graece Pyxus, Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine ecc..(v. l. più volte c. sopra)”. Questo nome ricorre negli itinerari, ma storpiato: così in quello di Peuntingero ha la forma di ‘Lavinium’, e perfino ‘Laminium’ in quello del Ravennate.”. Infatti, i Lacava, a p. 38, in proposito scriveva di Stefano Bizantino e scriveva: “Stefano Bizantino nel suo dizionario, de Urbibus, scrisse: Laos, urbs Lucaniae, de qua Apollodorus lib. 2 de Terra, sic dicta a Lao fluvio, gentile Lainus.”. Dunque, anche Stefano di Bisanzio accenna al fiume Lao e fa riferimento a Laino. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 128 parlando della colonia magno-greca di Lao, in proposito scriveva che: “La città di Lao non poteva corrispondere alla moderna Laino, come credevano Cluverio, Barrio, Marafioti, Fiore, Zavarroni ed altri, perchè questa sorge non poco lontana dal mare, etc…”. Dunque, Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891, a p. 46 riferendosi allla città scomparsa di Lao, in proposito scriveva che: “Tutti questi scrittori nell’ubicare Lao in Laino si poggiano sulla falsa interpretazione del passo di Plinio, ritenendo che per la somiglianza del nome, l’antica Lao sia l’attuale Laino. La loro opinione è manifestamente errata, perchè Plinio, parla di Lao come città posta sulla spiaggia del mare, mentre l’attuale Laino ne è discosto per circa 30 chilometri.“. Ora, alla luce di ciò che abbiamo scritto, mi chiedo se esista una relazione tra queste notizie intorno al fiume Lao, che passa per Laino ed il “fiume Sapri” citato e forse confuso dall’Alberti nel 1550. L’Alberti, a p. 198 cita più volte l’opera geografica di Pietro Razzano (….) (Pietro Ransano, umanista palermitano). Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII” parlando di Laino, a p. 448 e del fiume Lao, in proposito scriveva che: “Il Signor Gatta, parendogli forse, che Lao fosse malamente detto, ha voluto aggiungervi un V, e chimarlo Lavo, ingannato peraltro da Leandro Alberti, che pure (I) così inettamente chiamollo.“. L’Antonini, a p. 448, nella nota (1) postillava: “(I) Altri pretendono, che si chiami Lao corrottamente per un Lago grandissimo, che colà stato fosse. Etc…”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 1743 pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 28 e ssg. nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Il fiume ‘Lavo’, termine da molti Geografi assegnato a questa Provincia di Lucania con quella de’ Bruzj, benche al dire di ‘Strabone’ s’estendesse fino alla Cirella, che ora è compresa fra detti Bruzj: Ed a tempo de’ Normandi dilatavasi fino alla Terra della Scalea, che pur’ora è annoverata ne’ Bruzj, come scrisse Goffredo Malaterra. Nasce detto Fiume dalle contrade del famoso Monte Apollino, nelle cui vicinanze, e nella terra di Viggianello, e scorrendo verso mezo giorno depone le sue acque nel mar Tirreno fra la Scalea, e Cirella. Intorno al Fiume Siri, e del menzionato Lavo si ricovrarono i Sibariti scampati dalle rovine della loro Città, ed in questi luoghi ove aveano avuto l’Imperio si ritirarono per sfuggire l’odio implacabile de’ Crotoniesi loro Nemici, e vi popularono una Terra, che dal detto Fiume ‘Lavo’ si disse ‘Laino’, e ‘Strabone’ (a), facendo memoria di detti Sibariti esprime esser fra i Lucani ricovrati, e l’istesso confirma Gio: Giovane (b).”. Il Gatta, a p. 29, nella nota (b) postillava che: “(b) Gio: Giovane de varia Tarantinorum fortuna: Sibaritae a Crotoniatis subacti ad Lucanorum non durissimam servitutem sunt tracti.”. Il Monte “Apollino” è il monte Pollino in Calabria. Si tratta di un testo di Giovanni Giovine o Iuvene (…), ed il suo “De antiquitate, et de Varia Tarentinorum fortuna” edito a Napoli, nel 1589. Il testo è dedicato al Cardinale di Lauria Brancati. Il Iuvene, ci racconta dell’episodio della guerra dei Tarantini contro i Lucani e della battaglia di Lao. Il Gatta, non conoscendo questi luoghi ci parla del fiume Lao che forse anticamente veniva detto “Lavo” come scrisse Leandro Alberti. Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891, a p. 49 riferendosi al fiume Lao, in proposito scriveva che: “Il Canonico Leopoldo Pagano da Diamante, scrisse: …..Vi fu un fiume, un golfo ed una città col nome di Lao o Laio, non già Talao o Lavo o Laide; il fiume Lao è lo stesso che il fiume Laino, Mercuri, o fiume della Scalea: e il seno di Lao è il Golfo di Policastro.”. Biagio Cappelli (….), ha parlato molto di quell’area geografica nella Calabria settentrionale a confine con la Basilicata e, dovendo parlare della regione ascetica dell’antico “Mercurion” ha detto pure alcuni riferimenti geografici della Valle del fiume Lao. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 262 e ssg., in proposito scriveva che: “….la confluenza del fiume Argentino con il Mercure-Lao (2), quasi ai confini attuali della Calabria settentrionale.“. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (1) postillava: “(1) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia, auctore ORESTE patriarca Hierosolimitani (…edidit et adnotationibus illustrant I. Cozza-Luzi), Romae, MDCCCXCIII, p. 138, n. 0.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (2) postillava: “(2) V. in questo volume: Voci del Mercurion e Il Mercurion. E’ strano come assai di recente A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi proenienti dall’archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 1971, Città del Vaticano, 1958, p. 528, erroneamente situi Mercurion “nella valle del Crati”. Ivi ancora a pag. 484: la località Caricchio non si trova sita nel territorio di Morano Calabro, bensì in quello di Mormanno.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 313, nella nota (56) postillava che: “A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 197), Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9. E’ per lo meno strano come nel ricchissimo indice di questo volume (p. 528), il Pratesi, dopo tanti studi al riguardo, (v. in questo volume ‘Il Mercurion’), erroneamente situi il Mercurion nella valle del Crati; tanto più strano perchè il documento del 1065 da lui edito specifica che il monastero di S. Pietro, ricordato, ed altri erano situati “in valle que Mercuri nuncupatur”. Ora anche se attualmente il fiume Lao non è più detto Mercurion o Mercuri per tutto il suo corso, come nel medioevo, mantiene sempre la sua denominazione ufficiale di Mercure almeno nel suo primo tratto: e cioè dalle sue sorgenti fino allo scalo ferroviario di Laino Borgo (v. Carta d’Italia del T.C.I. al 25.000).”. Ma se il Lacava chiariva molto bene la questione intorno al fiume Lao, mi chiedo come mai l’Alberti scrivesse “fiume Sapri” ?. Salvatore Di Lello (….), nel suo saggio “In Lucania oltre Paestum: antico e natura etc..”, a p….., ci parla di Leandro Alberti ed in proposito scriveva: “…le più significative pagine sulla Lucania sono quelle della Descrittione di Leandro Alberti che visitò la regione nel 1526. Nell’opera, «la miglior sintesi cinquecentesca della geografia descrittiva o corografica umanistica» (11), l’autore cita Strabone (12) per delimitare la «Basilicata sesta regione della Italia» (13) tra i fiumi Sele e Lao. Proprio il Silarus, avvertiva Alberti, marcava un limite oltre il quale si entrava in una terra remota: «cominciando dunque al detto fiume, e camminando verso l’Oriente, entrasi in una molto pericolosa selva, detta il bosco di Eboli […]. Ritornando altresì à dietro al Selo, e salendo a man sinistra dell’antidetta via vedesi Polla, e passato due miglia Conturso, etc…”. A quali cartografi, nel 1550, l’Alberti si riferiva ? Da dove nasce la notizia secondo cui il fiume Lao venne da lui chiamato “fiume Sapri” ?. Da Wikipedia leggiamo che l’opera più importante dell’Alberti, dedicata ai sovrani francesi Enrico II e Caterina de’ Medici, è senz’altro la Descrittione di tutta Italia, pubblicata a Bologna nel 1550. Ad essa seguirono in ottanta anni altre dieci edizioni a Venezia e due traduzioni latine a Colonia: nell’edizione veneziana del 1561 si aggiungono per la prima volta le Isole pertinenti ad essa, mentre quella del 1568 è arricchita dalle incisioni di sette carte geografiche. Opera di geografia e di storia, ricalca in gran parte la Italia illustrata di Flavio Biondo, ampliandola e migliorandola nell’esposizione e nella citazione delle fonti, ma mostrando scarso spirito critico, attenendosi egli «ai dati dei geografi antichi o, per la parte storico-antiquaria, ad autori moderni di dubbia attendibilità come Raffaele Volterrano o Annio da Viterbo: e solo quando vengono a mancare testi precedenti ricorre a elementi di più diretta esperienza […] parimenti nella critica storica preferisce riferire insieme le differenti versioni, anche di tempi e di valore molto diversi, senza prendere posizione”. Tuttavia, non riesco a capire l’origine della notizia sul fiume Sapri citata dall’Alberti. Esaminando alcuni scritti di alcuni autori, ci si imbatte nell’altro fiume, il fiume Sinni, molto conosciuto in antichità, di cui un suo affluente passa per Lauria. L’Alberti citando il “fiume Sapri” e, riferendosi al fiume Lao, nei pressi di Laino Borgo e di Laino Castello, (quindi non alla confluenza del fiume Lao con il fiume Argentino che si trova verso Orsomarso, che oggi si trova nel Parco della Valle del fiume Argentino), si riferiva al fiume Lao, che in atichità veniva detto “fiume Mercure”. Da Wikipedia leggiamo che il Lao è un breve fiume a corso perenne del versante tirrenico della Calabria. Nasce in Basilicata con il nome di Mercure. Prende il nome dall’antica colonia greca di Laos, polis della Magna Grecia. Nell’antichità il fiume era chiamato Laus (o Laos, Λαός in greco); era uno dei fiumi che segnava il confine tra i lucani e i bruzi. L’altro era il Chratis (Crati) nella parte terminale della foce, ma soprattutto lungo il corso del suo affluente Sybaris (Coscile), che nasce nel massiccio del Pollino, relativamente vicino alle sorgenti del Lao. Sboccava nel Sinus Laus (golfo di Policastro), nel Inferum mare. Il fiume Lao, come si può vedere dalla vista satellitare, nasce nei pressi di Laino e sfocia nei pressi di Scalea. Oggi il fiume che attraversa Laino borgo, un comune del Cosentino in Calabria e non molto distante da Scalea e dalla costa Tirrenica, viene chiamato Lao. Guardando l’immagine satellitale di google maps si vede che da Laino Borgo passa il fiume Lao che va a sfociare nel mar Tirreno a Scalea nei pressi di S. Maria del Cedro. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, vol. II, a p. 87, in proposito scriveva che: “Siris, amnis, detto anche Heraclium, Senicus e Semnum; oggidì Sinni. Ha questo fiume la sorgente nel monte Papa del Sirino, si dirige verso il sud-est, attraversa i territori di Latronico, Episcopia, Francavilla ecc..Raccoglie esso per via sulla sua dritta il ‘Cogliandrino’ il ‘Freddo’ ed il ‘Rubio originati anch’essi dal Sirino, ed il ‘Sarmento’; solo tributario ed influente sulla manca vi sbocca il ‘Serapotamo’ che è l’antico ‘Syrapus Lucaniae’ etc…”. Il Bozza ci parla del fiumerello “…il ‘Serapotamo’ che è l’antico ‘Syrapus Lucaniae’ etc…”, che sarebbe un s”…solo tributario ed influente sulla manca vi sbocca..”…, nel fiume oggi detto Sinni. E’ molto probabile che il fiume Sapri citato dall’Alberti fosse proprio questo antico fiume detto in antichità ‘Syrapus Lucaniae’. Secondo il Bozza questo affluente del fiume Sinni, chiamato nell’antichità “Sirapo Lucano”, più recentemente è chiamato “Serapotamo”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979), a p. 54, in proposito scriveva che: “Sembra invece che il nome Scidro s’avvicini molto di più al nome di Papa-Sidero, nome, come si vede, formato da due elementi, dalla parola greco-bizantina ‘papa’ (vecchio, antico), mentre l’altro è la trasformazione dello Σκιδρον d’Erodoto in ‘Shidro’, ‘Sidero’.”. Dunque, Oreste Dito, a p. 54 voleva che la parola “Sidero” derivasse dalla trasformazione del toponimo di “…Σκιδρον d’Erodoto”, ovvero del toonimo “Sipron” citato da Erodoto, nel toponimo “‘Shidro’, ‘Sidero’.”. Sul toponimo “Serapotamo”, nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, a p. 8, in proposito scrivevo che: Il Cesarino (…), faceva notare come “infatti, il Cesarino (33), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte), e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.”. Il Cesarino, sulla scorta del Battisti, sull’aggettivo “sapròs” sosteneva che: “deriva dal greco ed il significato vuol dire “putrido”, “putrefatto”, “marcio”.”. Nella mia Relazione per il PRG. di Sapri, nella nota (33) postillavo: “(33) Cesarino Felice, Sapri archeologica, stà in “I Corsivi”, Marzo, 1987, n. 3, p. 5.”. Aggiungo che, non solo a Sapri esistono nomi di luoghi o contrade che presentano una radice simile. Ad esempio segnaliamo che a Bosco, in alcune mappe figura una contrada ed una strada chiamata ‘Scifro’. Da Wikipedia leggiamo che Il torrente Serrapòtamo è il principale affluente di destra del fiume Mingardo. Il suo percorso, lungo circa 10 chilometri, è interamente nella provincia di Salerno. Nasce dal monte Antilia nel comune di Montano Antilia e confluisce nel Mingardo presso San Severino, frazione del comune di Centola. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Lao, a p. 85, in proposito scriveva che: “Spiegato l’oracolo, si spiega pure il nome di ‘Laos’; perchè l’alfa è lunga per contrazione da λαας, che nel genitivo fa λααoς e contratto λαας, genitivo di materia, che lascia supporre un sostantivo (‘potamòs’ o ‘dracon’) prendendo esso stesso, ne’ tempi posteriori, forza di nome particolare del fiume, da cui, come dice Apollodoro, prese nome la città.”.
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lettera di D. Matteo Egizio al Sig. Langlet Du Fresnoy”, del 1750, a p. 70, in proposito scriveva che: “Alla pag. 164. ‘Sinus Lacus’. Golfo di Policastro; Bisogna leggere ‘Sinus Laus’ che prende il suo nome dal fiume ‘Lao’ oggi ‘Sapri’, che limita la Lucania dalla parte del mar Tirreno. Non si dubita che questi siano abbagli dello stampatore.”. Dunque, l’Antonini, nel 1750 scriveva che: “Sinus Laus’ che prende il suo nome dal fiume ‘Lao’ oggi ‘Sapri’, etc..”, ovvero scriveva che, il fiume Lao, nel 1750 era detto fiume “Sapri”. Nello stesso testo, nella lettera dell’Antonini a sig. Egizio, a p. 135, è scritto delle osservazioni alla Geografia dell’abate Langlet Dufresnoy. Si tratta di Langlet Dufresnoy Nicolas, e la sua “Geografia de’ fanciulli, ovvero metodo breve di geografia etc..”, pubblicato a Venezia nel 1807.
SCIDRO, probabili ipotesi sul suo etimo
Del toponimo di “Scidro” hanno parlato diversi storici, i quali, alcuni più, alcuni meno hanno cercato le sue origini. Talvolta si è cercato l’origine del suo toponimo, altri hanno scritto……Il primo in assoluto che ci ha parlato di SCIDRO è L’Antonini, il quale citava Lico Reggino e Stefano di Bisanzio. In seguito ha parlato di Scidro, Nicola Corcia, Domenico Romanelli ecc…Recentemente gli studi del Magaldi, del Battisti, del Campagna, ed infine del Cesarino gettano nuova luce sulle origini dell’oscuro toponimo. Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“, nel vol. I, il quale, a p. 523, in proposito scriveva che: “di Scidro….E’ probabile che fosse sul golfo della stessa Lao: ma dovè essere abbandonata in ben remoti tempi, se non ha lasciato di sé nessun altro ricordo, che il nome delle carte dell’antico scrittore che fu detto il padre della storia, e di là nella magra compilazione di Stefano Bizantino.”. L’archeologo Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s. v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Vedendo la voce Σκιδρος (“Skidros”), in Stefano di Bisanzio (….), ed in particolare nel testo di Thomas de Pinedo (….) ed il suo “Stephanus – de Urbibus quem primus” (Amsterdam), 17…., e le sue osservazioni sull’opera di Johann Friedrich Gronov, latinizzato Gronovius a, p. 607, in proposito scriveva che: “ΣΚΙΔΡΟΣ (77), πονις Ιταλιας. Το εθνικον Σκιδρανος, ως Λυκο ον τω πξι Αλεξανδρu”, che significa: “SKIDROS, una città d’Italia. Gli Skidranos nazionali, come in Lyko di Alessandria.”. Il de Pinedo (….), sempre a p. 607, a fianco trascriveva il significato della frase scritta in greco e la traduceva in latino: “SCIDRUS urbs Italiae. Gentile, Scidranus, ut Lycus in de Alexandro.”. Il de Pinedo (….), a p. 607, nella nota (77) postillava che: “Σκιδυρο, πολις ‘Ιταλιας.) Scidrus, urbs Italiae. Memoratur Herodoto lib. 6. c. 21. Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε χαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι. i. e. Milesiis autem in unc modum à Persis affectis, Sybarita, qui urbe sua exacti Laon e Scidron incolebant, gratiam parem non rependerunt, urbe privati.”. Augusto Meineke (….), nel suo “Fragmenta comicorum Graecorum“, a p. 575, in proposito scriveva che: “Σκιδρος, πολις ‘Ιταλιας. το εθνικον Σκιδρανος, ως Λυκος εν τψ περι Αλεξανδρου.”, che tradotto è: “Skidros, una città in Italia. gli Skidranos nazionali, come Lykos in tps attorno ad Alessandro”. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), di “Scidro”, in proposito scriveva che: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…”. Le parole eloquenti del Battisti sulle origini del toponimo, che egli giudica pre-italico, ovvero preesistente alla colonizzazione magno-greca, mi ha fatto sorgere una serie di interrogativi. Se esisteva questo antico centro, che, Erodoto dava per una colonia sul Tirreno della città magno greca di Sibari, doveva esserci anche un eponimo, un fondatore della città. E, come tutte le città magno greche di cui hanno parlato gli antichi, da Erodoto, Tucidite a Strabone, mi risultava molto strano che non vi fosse scritto nulla a riguardo. Mi sembrava strano che studiosi del calibro di Ettore Pais e di Emanuele Ciaceri non avessero scritto nulla su una delle tre colonie di Sibari, dove Erodoto dice che vi si rifugiarono i Sibariti scampati alla distruzione della loro città nel 510 a.C.. E mi sembra strano che la vicinanza di Scidro alla città di Pixus o Pixunte, colonia di Siri, non avesse avuto una storia di cui parlare se non le poche parole di Stefano di Bisanzio. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 110 e ssg. parlando degli antichi popoli della Basilicata ed in particolare degli Enotri, in proposito scriveva: “Nel secolo VI si svolge la colonizzazione della penisola lucano-bruzia, e si propaga a Lao, a Scidro, a Posidonia, ad Elea, a Terina, ad Ipponio ed altre. Queste sono le date cronologiche, che diremo uffiziali, delle colonie ora indicate. Ma è lecito supporre che precedettero ad esse approdi o stazioni, o fattorie, o tentativi di stabilimenti temporanei da parte di gente che, più che coloni legalmente staccatisi dalla madre patria, erano forse banditi, o pirati e filibustieri od altro genere avventurieri poco o punto onorevoli.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 68 e ssg. parlando degli antichi popoli della Basilicata ed in particolare degli Enotri, in proposito scriveva: “I nomi dei fiumi sono quelli che più resistono alle mutazioni delle genti rivierasche, nel corso dei tempi. Il nome del fiume Siri o Sinno, del Serrante, del Sarmento, del Sera-potamo, del Sauro, della Sciàura o Sora, del Silaro o Sele che scorrono per la regione lucana, quello di Esaro, che ripete due volte presso Sibari e Crotone, rampollano manifestamente dalle radici sanscrite “sar” ire e fluere; “sol e sel” ire (onde “salila” e “sara” acqua) e “snu” fluo….Dalle antichissime e già da remoti tempi scomparse città prelucane di Scidro e di Lagaria, questa si può attaccare al sanscrito “nagara” urbs; e Scidro al tema “cidra” cavitas o caverna; ed avrebbe l’origine stessa ed il valore dei tanti odierni paesi, Grottole, Grotaglie e simili. Ad identica origine si può riferire Crotone, e propriamente da “garta” caverna. Se il primitivo significato della vetusta Lagaria è ‘urbs’, quello dell’antico Grumentum è ‘pagus’, dal tema di “grama” (1). “. Il Racioppi scriveva: “Dalle antichissime e già da remoti tempi scomparse città prelucane di Scidro…..si può attaccare al sanscrito….al tema “cidra” cavitas o caverna.”. Dunque, è interessante che il Racioppi, nel parlare dell’origine di alcuni toponimi come quello di “Scidro” l’abbia legato al tema della cavità carsica del fiume “caverna” etc…Il Racioppi parlando delle origini del toponimo di Scidro credeva che la parola derivi dal tema “sanscrito” di: “…”cidra” cavitas o caverna”. Il Racioppi, a p. 69, nella nota (1) postillava che: “(1) E’ ben noto il passaggio della vocale a in o ed u, nelle parole latine o greche derivate, o, se vuolsi, integralmente equivalenti del sanscrito. Per es.: apas – opus; dam – domo; naktam – nox, noctis; vac – sermo, vox: naman – nomen; vidava – vidua, etc..”. Il Racioppi, a p. 112 parlando di Sibari, in proposito scriveva che: “I suoi primi coloni vennero dal Peloponneso; i più da città dell’Acaia; ed altri, con essi, da Trezene dell’Argolide. Il nucleo, per numero o per importanza, maggiore uscì dalle città di Ege, di Bura e di Elice, in Acaia. Presso di Ege scorreva il fiume Crati (oggi Akrata) e presso di Bura era la fonte detta Sibari (2); due nomi che i nuovi coloni riprodussero, nel paese enotrio nuovamente occupato, ai due fiumi che fluivano da presso alla nuova città. Da Elice, che fu la capitale religiosa degli Achei, veniva l’Oikista, che era a capo di tutta la gente che fondava e popolava Sibari. Il suo nome è incerto; benché si trovi detto ‘Iselikeus’ nelle carte di Strabone (3). E deriva da queste origini, anche il tipo delle sue monete (4) che è il toro rivolgente il capo all’indietro, e che per la città fondata da Elicei addiventa un’arme parlante.”. Il Racioppi, a p. 112, nella nota (4) postillava: “(4) Il significato della strana posa del toro sibaritico fu felice intuizione di un dotto archeologo napoletano, Giulio Minervini. “Il toro, egli scriveva, è il tipo numismatico degli Achei di Sibari. I tori di frequente sono detti dai poeti ελιχη (Odissea. A. 92), e tra le varie spiegazioni di questa parola è anche quella della flessibilità (Hesych., ad v. ελιξ ). Bene dunque conveniva al toro retrospiciente di Sibari l’epiteto di ελιξ.”. Sempre il Racioppi (….), nel cap. IX parlando delle colonie elleniche sul Tirreno, vol. I, a pp. 171-172 e ssg., in proposito scriveva che: “Di Lao, di Scidro, di Pixo, di Molpa si sa quasi nulla: nulla addittura di Palinuro e Fistelia e Platea e Sicione, se pure queste due ultime furono davvero in Italia. Sursero tutte, o quasi tutte, dai coloni delle spiaggie joniche, dopo la fondazione di Sibari, nel corso del secolo VII e VI a.C. Ma è probabile che già prima fossero stazioni di genti anti-elleniche. Nel golfo posidoniate erano già le isole Enotridi, onde è giusto argomento che tutta la spiaggia di contro fosse dominata dagli Enotri; e nelle poche rovine di Velia, a giudizio di un dotto archeologo de’ nostri giorni, sono ancora visibili le vestigia di costruzioni più antiche e diverse dai sistemi delle costruzioni elleniche. E se il significato del nome di Scidro fosse tale quale a noi parve e fu chiarito più innanzi, essa si riattaccherebbe a genti e tempi anteriori all’ellenismo della Magna Grecia. Non altrimenti per Lao, le cui origini altri volle derivare dai popoli Laini della Peonia presso lo Strimone (1); e pertanto sarebbero dalle più antiche colonizzazioni di popoli Enotri o più specialmente dei Conii.”. Il passaggio del Racioppi, a me sembra oltremodo molto interessante. Infatti, il Racioppi parlando di “Scidro” scriveva che: “E se il significato del nome di Scidro fosse tale quale a noi parve e fu chiarito più innanzi, essa si riattaccherebbe a genti e tempi anteriori all’ellenismo della Magna Grecia.”. Il Racioppi, sulla scorta del Corcia (…), che a sua volta citava l’Antonini, spiegava che come la parola “Scidro” “Non altrimenti per Lao, le cui origini altri volle derivare dai popoli Laini della Peonia presso lo Strimone (1); e pertanto sarebbero dalle più antiche colonizzazioni di popoli Enotri o più specialmente dei Conii.”. Il Racioppi, a p. 172, nella nota (1) postillava: “(1) Corcia, Op. cit., III, pag. 68.”. Dunque, il Racioppi, sulla scorta del Corcia scriveva che alcuni storici hanno voluto far derivare le origini di Lao dai popoli Laini della “Peonia presso lo Strimone (1)”. Cosa intendeva il Racioppi quando scriveva che alcuni storici vollero far derivare la colonia di Lao “..dai popoli Laini della Peonia presso lo Strimone (1)” ?. Cos’è lo “Strimone” ?. Da Wikipedia leggiamo che per “Strimone” s’intende il fiume Struma (in bulgaro Струма?, Struma; in greco Στρυμόνας?, Strymónas; in turco Karasu, traducibile come “acqua nera”) è lo Strimone degli antichi, un fiume della regione bulgara chiamata Macedonia, che scorre in Bulgaria ed in Grecia. Da Wikipedia leggiamo che i Peoni erano un antico popolo indoeuropeo stanziato nella regione che da loro prese il nome di Peonia, corrispondente alla valle del fiume Assio/Vardar. Erano divisi in numerose tribù e parlavano la lingua peonia, della quale scarse sono le attestazioni. Le fonti classiche solitamente considerano i Peoni distinti dai vicini Traci, Macedoni, Greci o Illiri, e le scarse testimonianze della loro lingua sembrano confermare tale diversità, tanto da farli considerare un ramo autonomo della grande famiglia indoeuropea. Poiché sono citati nell’Iliade omerica come alleati di Troia, la loro presenza nell’area greca deve risalire almeno all’epoca micenea (1500 a.C.). Popolo di modeste dimensioni, subì a lungo la pressione dei più potenti vicini Traci e Macedoni, ai quali al tempo di Alessandro Magno fornì contingenti militari (fanteria e cavalleria). I Peoni sono presenti nella mitologia greca. Oltre a essere citati da Omero nell’Iliade quali alleati di Troia, il mito mette in relazione il popolo con l’eroe Peone (Παίων), eponimo della stirpe. Il Racioppi, a p. 172, nella nota (1) postillava: “(1) Corcia, Op. cit., III, pag. 68”. Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 64 e ssg parlando del “promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” parlando di Scidro e riferendosi all’Antonini, in proposito scriveva che: “Dopo 3 miglia in circa al sud-est di ‘Bussento’ fu ‘Scidro’, città antichissima della regione, ed anteriore, io credo, non all’occupazione de’ Lucani, ma delle stesse colonie elleniche. Il nome ricorda una città omonima dell’Ematia, o della ‘Macedonia’ (3), i cui primi abitatori furono i ‘Pelasgi’ (4), e ad altri popoli con cui questi non so perciò attribuirne la fondazione primitiva. Fiorente era questa città nella LXVII Olimpiade, poichè i ‘Sibariti’ vi si rifugiavano dopo la rovina della loro patria (5), avvenuta nel 510 a.C., che fu il terzo anno dell’Olimpiade stessa.”.

Il Corcia, a p. 64, nella nota (3) postillava: “(3) Theag. ap. Steph. Byz. v. Σκυδρα. Cfr. Plin. H.N. IV, 17, 1.”. Il Corcia, a p. 64, nella nota (4) postillava: “(4) Justin. VII, 1”. Il Corcia, a p. 64, nella nota (5) postillava: “(5) Herodot., VI, 21”. Delle origini Pelasgiche dei popoli che arrivarono a popolare le nostre coste, Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, a pp. 67-68, in proposito scrivendo di Lao scriveva che: “..ma che fosse di un origine più remota della potenza de’ Sibariti e fondata da ‘Pelasgi’ insieme e da ‘Epiroti’, più che l’omonimia del fiume Laus dell’Enotria e del fiume Lous dell’Epiro notata da un ch. archeologo (8), il da a credere che il nome del suo popolo, che fa risovvenire i Laini della Peonia presso lo ‘Strimone’ nella Tessaglia (1), sino alla cui sponda Eschilo estendeva il dominio del favoloso Pelasgo, nota personificazione dei popoli stessi che abitavano fin presso ‘Dodona’ sulla costa marittima (2). L’eroo, del quale presso la città vencravasi Dracone, uno dei favolosi compagni di Ulisse, ci ricorda ancora gli Epiroti col lor nume archegete, ed il tipo inoltre dei didracmi incusi della città, il toro a volto umano, accenna del pari alla primitiva fondazione di essa per opera de’ Dodonei. Poichè una colonia di Achei ripopolò Sibari dopo che venne da Crotoniati abbattuta, nella maggior parte di questi achei, un noto nummologo ha veduto i fondatori di Lao, discendenti di quelli una volta stabiliti a ‘Las’ nella ‘Laconia’ (4), ma a seguire l’analogia de’ nomi, meno dubbia mi sembra quella co’ Laini della Tessaglia, percchè in fatti altre città della costa furono egualmente fondate dai Pelasgi.”. Il Corcia, a p. 67, nella nota (8) postillava: “(8) Jannelli, Vet. Osc. Inscr., p. 25”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) Thucid., II, 96; cfr. Steph. Byz., v. Λαινος”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (2) postillava: “(2) AEschil., Suppl., 253 sqq.”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (3) postillava: “(3) Strab. VI, p. 263.”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Millingen, Consid., p. 50”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (5) postillava: “(5) Magnan, Lucan. Numism. Tab. VI, p. 5, Ignarra, De Pal. Neap. p. 250”. Il Corcia, a p. 68, in proposito scriveva pure: “Poichè una colonia di Achei ripopolò Sibari dopo che venne da Crotoniati abbattuta, nella maggior parte di questi achei, un noto nummologo ha veduto i fondatori di Lao, discendenti di quelli una volta stabiliti a ‘Las’ nella ‘Laconia’ (4), ma a seguire l’analogia de’ nomi, meno dubbia mi sembra quella co’ Laini della Tessaglia, perchè in fatti altre città della costa furono egualmente fondate dai Pelasgi.”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Millingen, Consid., p. 50”. Dell’origine di coloni attici ha scritto il Millingen. Il Millingen (….), nel suo “Consideration etc…”, a p. 50, in proposito scriveva che: “Secondo la testimonianza di Erodoto confermata da vari autori, questa città fu fondata da una colonia achene inviata da Sibari, ma non si conoscono il tempo e le circostanze in cui avvennero. Il suo nome, tuttavia, fa ritenere che la maggior parte dei coloni che vi si stabilirono dovessero essere discendenti di questi Achei un tempo stabilitisi a Las in Laconia (2)”. Il Millingen, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Strabo, Lib. VIII, p. 263”. Il Corcia, a p. 64 riferendosi alla voce ed al toponimo di “Skidra” scriveva che: “Il suo nome ricorda una città omonima dell’Ematia, o della Macedonia (3), etc…”. Il Corcia, a p. 64, nella nota (3) postillava: “(3) Theag. ap. Steph. Byz. v. Σκιδρα – Cfr. Plinio, II H. N. IV, 17, 1″. Il Corcia, a p. 65, nella nota (5) postillava: “(5) Senza avvertire questa falsa lezione, anche il Grimaldi (Annali, t. I, p. 136) poneva ‘Sipron’ nell’odierna Sapri.”. Dunque, il Corcia postillava di “Theag.” riferendosi a “Teagene”, di cui, alcuni frammenti si trovano in Stefano Bizantino, si veda la voce “Σκιδρα” (Skidra). Io credo che il Corcia si riferisca all’opera di Teagine di Reggio che, da Wikipedia leggiamo che Teagene di Reggio (in greco antico: Θεαγένης?, Theaghénēs; Rhegion, … – …; fl. 529 a.C.-522 a.C.) è stato un filologo e grammatico greco antico e il primo critico letterario della storia. Fu, inoltre, il primo critico ed esegeta di Omero di cui pubblicò l’Iliade. A Teagene, di cui non si hanno ulteriori notizie certe, si deve l’opera critica Della poesia, della stirpe e dell’epoca in cui Omero fiorì. Il Corcia, parlando dell’antica città Macedone di “Skidra” o Scydra, si riferiva al corpus frammentario di Teagene (FGrHist 774), contenuti nell’opera d’epoca bizantina di Stefano di Bisanzio (….). Alcuni storici hanno fornito prove per confermare la paternità di Teagene della Storia della Caria (Καρικά) citata da Stefano di Bisanzio (cfr. FGrHist 774 F 16). Inoltre riafferma l’identificazione dello storico con l’oscuro Teogene, autore di un’opera su Egina (Περὶ Αἰγίνης: cfr. FGrHist 300). Vedendo la voce Σκιδρα (“Skidra”), in Stefano di Bisanzio (….), ed in particolare nel testo di Thomas de Pinedo (….), il suo “Stephanus – de Urbibus quem primus” (Amsterdam), a p. 609, in proposito scriveva che: “ΣΚΥΔΡΑ (91), Μακεδονικη πολις, ως Θεαγζυης εν Μακεδονικη. Το εθνικον, Σκυδραι”, ovvero che: “SKYDRA (91), città macedone, come Theagenes in Macedonia. La nazionale, Skydrai.”. Il de Pinedo (….), a p. 609, nella nota (91) postillava che: “91 Σκιδρα, Μακεςδονικη πολις) Scydra, Macedonica urbs. Memoratur Ptolemaeo lib. 3, c. 13. inter Emathiae Macedoniae regionis civitates. Plinio lib. 4, c. 10.”, che significa: “Skydra, una città macedone. È menzionato nel libro di Tolomeo 3, c. 13. tra le città della regione macedone dell’Emathia.”. Dunque, Stefano Bizantino scriveva che il toponimo di “Skidra” sia stato citato nelle carte della “Geografia” di Tolomeo. Questo scriveva della città di “Scydra” Stefano di Bisanzio. Dunque, città della Emazia in Macedonia. Da Wikipedia leggiamo che l’unità periferica dell’Emazia (in greco Περιφερειακή ενότητα Ημαθίας?) è una delle sette unità periferiche in cui è divisa la periferia della Macedonia Centrale. Il capoluogo è la città di Veria. Confina con l’unità periferica di Pieria a sud, con quella di Kozani ad ovest, con quella di Pella a nord e con quella di Salonicco a nordest. Da Wikipedia leggiamo che Skydra (in greco Σκύδρα?), in passato nota anche come Vertekop, è un comune della Grecia situato nella periferia della Macedonia Centrale (unità periferica di Pella). Sempre da Wikipedia leggiamo che anticamente “Skydra” era una città della regione storica della “Bottiea”. Sempre da Wikipedia leggiamo che la Bottiea o Bottiaea o Bottia (in greco antico: Βοττιαία?, Bottiáia) è un’antica regione della Macedonia meridionale che si estende a nord del tratto finale del fiume Aliacmone. La regione è delimitata a nord e nord-ovest dai monti Voras, a est dal fiume Axios, a ovest dai monti Vérmion, a sud dall’Aliacmone e dal Mar Egeo. Le antiche città della Bottiaea erano Vergina (prima capitale della Macedonia), Aloros, Pella (seconda capitale della Macedonia), Edessa, Mieza, Atalanta, Calindea, Gortynia, Kyrros, Skydra, Ichnae e Berea (detta anche Veria o Veroia). La regione era abitata da un popolo di origine incerta, i Bottiei, che in epoca arcaica furono espulsi dai macedoni ed andarono a stabilirsi in Bottika, nella regione della Calcidica occidentale. Ricordiamo che attualmente nella Penisola Calcidica di Cassandra, vi è la città di “Paliouri”, il cui toponimo somiglia molto a quello di Palinuro. Il Corcia scriveva che la città di “Schidra”, che ricorderebbe il nome dell’altra città di “Scidro”, una città dell’Ematia o della Macedonia, fu abitata dai primi popoli dei Pelasgi (4). Il Corcia, a p. 64, vol. III, in proposito alla città di “Skidra”: “Il suo nome ricorda una città omonima dell’Ematia, o della Macedonia (3), i cui primi abitatori furono i Pelasgi (4) e da altri popoli che a questi non so perciò attribuirne la fondazione primitiva.”. Il Corcia, a p. 64, vol. III, nella nota (4) postillava: “(4) Justin., VII, 1.”. Delle origini e delle popolazioni dell’Attica ha detto Giulio Giannelli (…), che, nel suo “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Bemporad, Firenze, 1963 (ristampa), a p. 256, in proposito scriveva che: “Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alle foci del Crati: di lì i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Scidro (1).”. Il Giannelli, a p. 256, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perché non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Siritide, p. 119 sg.; Beloch, I (2), I, 238; Byvanck, p 108.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, a pp. 67-68, in proposito scriveva di “Scidro” che: “…ma a seguire l’analogia de’ nomi, meno dubbia mi sembra quella co’ Laini della Tessaglia, percchè in fatti altre città della costa furono egualmente fondate dai Pelasgi.”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (5) postillava: “(5) Magnan, Lucan. Numism. Tab. VI, p. 5, Ignarra, De Pal. Neap. p. 250”. Si tratta di P. Dominico Magnan (….) e del suo “Lucania numismatica – seu Lucaniae populorum etc…”, (1775) che, a p. 5, nella Tav. VI espone l’origine Tessala dei popoli Laini. Sulle origini di “Scidro” si possono fare dei paralleli con le origini dell’altra città sul Tirreno, Lao. Non che le sue origini siano le stesse, questo non lo sapremo mai ma, si potrebbero fare degli interessanti accostamenti anche perchè, le origini di Scidro non sono state sufficientemente indagate ma su Lao abbiamo maggiori notizie. Da Wikipedia leggiamo che i Tessali erano un popolo che abitava l’antica Grecia (moderna Tessaglia). Si sa che, in tempi antichissimi, furono spinti verso Epiro e poi fuori dalla Grecia per opera di altri popoli greci (Dori, Eoli, Macedoni) e così giunsero in Italia (per esempio la località Riva dei Tessali di Castellaneta nella Provincia di Taranto). Secondo un mito, Ravenna è stata fondata proprio dai Tessali. Dal documento del geografo Strabone capiamo che i Tessali lasciano Ravenna agli Umbri (popolazione presente anche all’epoca di Strabone). Da Wikipedia leggiamo che col nome di Pelàsgi (in greco antico: Πελασγοί?, Pelasgói, singolare Πελασγός, Pelasgós) gli antichi greci dell’età classica indicavano il complesso delle popolazioni preelleniche della Grecia, generalmente considerate autoctone e antenate dei Greci stessi ma, all’epoca, ormai estinte e delle quali, peraltro, riportavano vicende confuse e contrastanti. In generale, con Pelasgi si intendevano più ampiamente tutti gli abitanti indigeni della regione del Mar Egeo e le loro culture, “un termine completo per qualsiasi popolo antico, primitivo e presumibilmente indigeno del mondo greco”. Durante il periodo classico, enclavi di popolazioni chiamate con questo nome sopravvissero in diverse località della Grecia continentale, Creta, e di altre regioni dell’Egeo. Le popolazioni identificate come “pelasgiche” parlavano una lingua o lingue che al tempo i Greci identificarono come “barbariche”, sebbene alcuni scrittori antichi descrivano comunque i Pelasgi come Greci. Il Corcia, a p. 65 scriveva pure di “Scidro” che: “Antonini…..Se non chè, affermandosi per costante tradizione che il nome di Sapri non fosse che un’alterazione di ‘Sybaris’, che le imponevano quello della desolata patria.”. Infatti, l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, del 1745, a p. 430, in proposito scriveva di Sapri e diceva che: “Abitavan dunque Sibariti, ed in Lao ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto esser detto anche ‘Sybaris’ dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente poi fu detto Sapri.”. L’Antonini, a p. 430, nella nota (3) postillava: “(3) Circa quindeci milia lontano da Sapri abbiamo un simile esempio anche Greco; cioè, che altri dall’abbandonato paese abbian dato il nome al nuovo, che son passati a fondare, o ad abitare. Egli è tre miglia sopra Maratea, …Trecchina…”. Dunque, l’Antonini scriveva che i Sibariti, scampati alla distruzione della loro città, secondo Erodoto abitarono le due città di Lao e di “Sipro”. Infatti, Francesco Antonio Grimaldi (….), nel suo “Annali del Regno di Napoli”, vol. I, a p. 136, in proposito scriveva: “Le Città ed i luoghi appartenenti alla Lucania sono i seguenti: …etc…Tanlanna, e Scidro, forse alle vicinanze della Scalea….Sipron: Sapro. Pyxus, poi Buxentum, vicino al promontorio di Palinuro, dove si dice la Molpa: fu edificata da Regini come al suo luogo diremo.”. L’Antonini scrive che la città non si chiamava “Scidro” ma “Sidro” e aggiunge che: “..che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto esser detto anche ‘Sybaris’ dal nome dell’abbandonata (3) patria.”. Dunque, secondo l’Antonini, il nome o il toponimo dell’antica città di Sipron sarebbe stato “Sybaris”, il nome dell’antica patria dei rifugiati greci. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32) Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Infatti, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), a p….., in proposito scriveva che: “Nel settore toponomastico ciò crea differenze piuttosto profonde fra le due regioni. A Posidonia e Bussento la grecità durò quasi esattamente due secoli (meno a Bussento, distrutta da Sibari, a Scidro ed a Lao, circa un secolo).”. Il Battisti parlando di “Scidro”, a p. 37 (p. 273), in proposito scriveva che: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri che ha certamente una storia preromana, etc…”. Il Battisti, a p. 37, scriveva ancora che: ” – S. Marina sopra Policastro sembra corrispondere, come sito, all’antico ‘Buxentum’ distrutto già dai Sibariti; attualmente il su nome vicinale è “Capo degli Infreschi”. Sembra che Sapri o corrisponde o sia molto vicino all’antico ‘Skidros’ e quindi il nome dovrà essere preso in esame.”. Il Battisti, a p. 47 e ssg., in proposito scriveva: “Passando alla documentazione diretta di toponimi usati qui dai Romani, si collocheranno fra parentesi quadre i nomi di luogo delle località già ricordate. Precedono i toponimi di centri abitati, seguono gli idronimi e gli oronimi. a) I CENTRI ABITATI. Ce qui uno scoglio pericoloso da superare: nomi di località antiche sono riferiti a città o comuni moderni senza la certezza che l’antica denominazione realmente corrisponda. Ad esempio: se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Σκίδρος di Erodoto e di Stefano Bizantino, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome, anche se scrittori locali ci dicono che Scidrus passò nel 273 alla « lega di Roma ». Caso analogo ci si presentò nel binomio Buxentum-Policastro (che in origine era una località abitata presso Buxentum e ne ereditò la sede episcopale nel V secolo). Incerta la posizione di Blandae che fu conquistata dai Romani nel 214 e deve essere stata una città costiera nei pressi di Maratèa; secondo il Nissen, II, 899 dovrebbe essere cercata sul colle di Piarella. Il Geografo Ravennate colloca fra Blandæ e Buxentum una città ‘Cessernia’ che dunque potrebbe esser cercata tanto a Sapri quanto a Lauria.”. Il Battisti, nell’analizzare i diversi nomi dei centri dell’antica Lucania e del Cilento, a p. 53 e ssg., in proposito scriveva: “Scidrus; K. I 129, Nissen, II 129; etnico Σκώρανός; probabile colonia di Sibari, anteriore al 510, di poco posteriore a Lao, vicina a Sapri; mancano dirette notizie sulla conquista lucana, come mancano per Bussento, mentre la vicina Lao passò in mano italica nel 390 a. Cr.; K I 129; Nissen, II 898. Il conguaglio coll’attuale Papasìdero ad occ. di Mormanno è archeologicamente improbabile. Omofonia parziale con Scido di Palmi.”. Il Battisti, a p. 55 (p. 291), scriveva pure che: “Molto più alla mano è però la derivazione dell’agg. greco σαπρός 1 putrido ’ ‘ marcio cfr. σήπω ‘ imputridisco ’, con riferimento alla presenza di paludi. Sarebbe dunque un caso analogo a quello di Balsa, città della Lusitania che, secondo Plinio, era circondata da vaste paludi (n. h., IV, 116), da confrontare col basco baltsa ‘ pantano ’, o della città campana Φιστελία e con leggenda osca Fistenìs (osco fistelu} che ha suggerito all’Alessio, Panorama ecc., p. 96, l’idea che la città debba essere ricercata « in una zona acquitrinosa caratterizzata da vegetazione palustre», tanto da far supporre che le « rovine della città siano state inghiottite dal fango ». Omofoni due idronimi (Σα/πρά λίμνη nella Misia e presso Bykae). Caso parallelo è pure quello di Cròpana, campagna presso Camerota, da κόρπανον « sterco », ma qui si tratterà di un appellativo dialettale d’origine bizantina eguale a cròpana « terreno concimato ad addiacci », Rohlfs, Dizion., dial, tre Calabrie, I, 237.”. Questo oscuro toponimo, di assonanza ed origine fortemente incerta, è però anche correlato e più assimilabilea quello di ‘Sapròs’ (…). Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, a p. 8, in proposito scrivevo che: Il Cesarino (…), faceva notare come “infatti, il Cesarino (33), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte), e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.”. Il Cesarino, sulla scorta del Battisti, sull’aggettivo “sapròs” sosteneva che: “deriva dal greco ed il significato vuol dire “putrido”, “putrefatto”, “marcio”.”. Nella mia Relazione per il PRG. di Sapri, nella nota (33) postillavo: “(33) Cesarino Felice, Sapri archeologica, stà in “I Corsivi”, Marzo, 1987, n. 3, p. 5.”. Aggiungo che, non solo a Sapri esistono nomi di luoghi o contrade che presentano una radice simile. Ad esempio segnaliamo che a Bosco, in alcune mappe figura una contrada ed una strada chiamata ‘Scifro’. La notizia e la vicinanza del toponimo ‘Scifro’, proprio a Bosco e non lontano da Acquavena, dovrebbe essere ulteriormente indagata in quanto in epoca Longobarda, queste contrade furono frequentate da monaci iconoduli che avevano grancie e possedimenti anche nel territorio saprese e da popolazioni bulgare di cui parleremo a proposito di un antichissimo documento Normanno dell’anno 1097, in cui figura un ‘Scido’ (Fig….). Certo è che l’attenta analisi delle fonti che fece l’Antonini, sulla questione del toponimo, della sua origine e della sua radice greca, deve essere ulteriormente indagata. Di Scido si sa poco e soprattutto si conosce attraverso pochi scritti pervenutici attraverso copie spurie e malandate. L’indagine cartografica, dovrebbe venirci incontro ed andrebbe ulteriormente approfondita ed indagata. Nella zona esistono pure diversi corsi d’acqua affluenti di fiumi un pò più grandi come ad esempio lo “Sciarapotimo” non molto distante dal monte Bulgheria, o lo “Serapotimo”, come scriveva il Racioppi, la cui etimologia rimanda al greco antico. Un altro toponimo è “Scialandro”. Carolus Stephanus (….), nel suo “Dictionarium historicum, geographicum, poeticum etc…”, a p. 1788, alla voce “Scidro” riportava la frase di Stefano di Bisanzio (….), ovvero “SCIDRUS urbs Italiae. Gentile, Sidranus, Stephanus.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 71 e ssg. parlando degli antichi popoli della Basilicata ed in particolare dei Fenici, in proposito scriveva: “E a questa Emesa di Siria ed alla Temesa di Cipro stesso ci rimanderebbe la Temesa del Bruzio, con le sue miniere di rame (4), sì antiche, che erano già esauste ai tempi di Strabone. Anche Terina e Lao, prossime a Temesa, possono per certi rispetti far risalire a stabilimenti punici le origini loro anteriori agli Elleni, che le riferivano ai compagni di Ulisse (1).”. Il Racioppi, a p. 72, nella nota (1) postillava: “(1)…Per la città greco-lucana di Laos non ometterò un altro raffronto. Alcune sue monete hanno da un lato l’impronta di una o due colombe, e dall’altro il capo di una donna velato, con leggenda greca. Le monete di Erice, antichissima e nota sede de’ Feniti in Sicilia, hanno anch’esse il tipo della colomba; etc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, sulla scorta del Fulco (…) in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44).”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Un altro storico che ha riassunto la storia del toponimo è Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “I miseri avanzi de’ Sibariti, che potettero scampare dal ferro de’ Crotoniati, non ebbero altro asilo, dove potersi ritirare, che a Scidro, ed a Lao. Noi dobbiamo questa notizia ad Erodoto (I): ‘Sibaritae urbe exuti Aaov Laum, Σχιδρον Scidrum in ora Tyrreni incoluerunt’. E’ cosa molto singolare, come il Mazzocchi (2) potette inferire da queste parole, che i Sibariti edificarono Lao, e Scidro per abitarvi. Una truppa di fuggitivi, e di miserabili, che non ha dove posare sicuro il piede per un nemico, che ne cerca la totale distruzione, potè forse pensare a fondar città ? Ad altri poi è piaciuto dire, che durante la floridezza Sibaritica furono inviate colonie ad abitare Scidro, e Lao. Tra costoro è il sig. Micali (3). Ma questo sentimento è tutto contrario ad Erodoto, il quale non dice altro, che ‘Sibaritae urbe exuti’, cioè, che in tempo delle loro ruine, e non prima, fossero passati a quella città, dalle quali furono ricevuti. Etc…”. Il Romanelli, a p. 376, parte III, nella nota (3) postillava: “(3) Micali, Part. II, cap. 8 in Note”. Il Romanelli, dopo aver spiegato le sue ragioni circa le origini più antiche di “Scidro” e di “Lao”, spiegando che i Sibariti fuggitivi e disperati, dopo la distruzione della loro città e che secondo Erodoto andarono ad abitare a Scidro e a Lao, non potevano fondarle loro queste due città ma è più logico, egli spiega che queste due città sul mare Tirreno fossero già prospere per accogliere i miseri fuggitivi di Sibari. A questo pensiero, il Romanelli associa pure la città di “Pesto” e sempre a p. 376 dice che: “E’ molto probabile altronde, che i Sibariti s’impadronissero di Pesto, cui diedero il nome di Posidonia, molto prima della loro caduta. Ci attesta Strabone, ch’essi lo presero con le armi alla mano, ciocchè non può convenire ad un popolo, che fugge dalla ruina della sua patria senz’armi, e senza ricchezze. Si conferma dalla gran somiglianza, che ripassa tra le monete di Sibari, e quelle di Posidonia, che ci danno idea dello stato florido dell’uno, e dell’altro popolo nel medesimo tempo, perchè marcate co’ medesimi tipi, e cogli stessi caratteri, cioè VM in quelle di Sibari, e TOM in quelle di Posidonia.”.


Riguardo il Mazzocchi, Lao e Scidro, Domenico Romanelli (….), a p. 75 (v. edizione del La Greca), nella nota (1) postillava: “(1) La fondazione di Posidonia fatta da’ Sibariti fu l’oggetto del ‘Collettaneo pro Mazzocchiano, di cui nel cap. II, si diè tutta la cura di rilevarne l’epoca precisa. Egli si appoggiò alla venuta degli Ateniesi per rifrabbricare nel sito della distrutta Sibari altra città col nome di Turio. Questa nuova fondazione fu fissata da Erodoto, che venne co’ novelli cloni ad abitarvi, nel’anno prmo dell’Olimpiade LXXIV. Lo confermò con Plinio, che nel libro XII cap. 4 riportò all’anno di Roma CCCX le greche storie scritte da Erodoto in Turio, che corrisponde all’anno 443 prima dell’era cristiana. In questo tempo gli avanzi de’ miseri Sibariti eran già passati a fondar Posidonia, Scidro e Lao. Fu questa la prima conclusione del Mazzocchi. Noi però crediamo, che queste città esistevano già prima dell’emigrazione Sibaritica, ed invece di essere fondate da’ Sibariti, come crede il Mazzocchi, che avessero piuttosto dato loro ricetto. Erodoto nel libro VI (VI, 21), che somministrò a lui l’argomento, non dise altro, che ‘Sibaritae urbe exuti Laum, et Scidrum incolebant’. Erano dunque queste due città colonie ad essi appartenenti, e non città da essi fondate. In quanto a Pesto abbiamo già veduto, che dovettero i Sibariti, per divenire padroni, assaltarla con mano armata, e dove poi non fecere altro, che un muro verso mare, secondo Strabone, e ne cambiarono il nome in Posidonia.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979), a p. 54, in proposito scriveva che: “Identificarla in Sapri, sol per una lezione sbagliata d’un codice, non c’è da pensare; solamente qualche nome può richiamarci ad un ‘Scidranum’ da cui Cedraro o Cetraro; però esso più verosimilmente si può riscontrare in ‘Citarium’, il Citerium’ che Stefano Bizantino, sulla fede d’Ecateo Milesio, ricorda come città enotrica. Sembra invece che il nome Scidro s’avvicini molto di più al nome di Papa-Sidero, nome, come si vede, formato da due elementi, dalla parola greco-bizantina ‘papa’ (vecchio, antico), mentre l’altro è la trasformazione dello Σκιδρον d’Erodoto in ‘Shidro’, ‘Sidero’. Il comparire di questo borgo nel periodo bizantino, ricordando l’antica città ivi esistita, città che per la sua posizione mediterranea e per la sua pochissima importanza, doveva sfuggire agli occhi degli storici, è una conferma della nostra ipotesi. Essa trovavasi a metà strada sulla via che da Sibari portava a Laos, e come il moderno villaggio di Papa-Sidero, con Scidro era resa forte dalla stessa natura del luogo che la rendeva la chiave di Laos (I). Così si spiegano le parole di Diodoro, e l’imprudenza di cui taccia i Turiesi cade considerando la posizione di Scidro; perchè essi, padroni dello sbocco sul Coscile e di questa fortezza, ben possono spingersi ad un’azione comune co’ Reggini su Laos.”.
Marco Giuniano Giustino (Justini)
Marco Giuniano Giustino (….), che riscrisse un’opera di Pompeo Trogo (….), le Historiae Philippicae (Storie filippiche) in 44 libri, una vera e propria storia universale, che andava dalle antichissime vicende di Babilonia fino ai tempi dell’autore. Ne possediamo solo dei frammenti e i prologi (ossia i sommari dei singoli libri), ma ci resta un compendio, l’Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi, fatto nel II o III secolo da Marco Giuniano Giustino, che aveva estratto i principali punti dell’opera di Trogo e li aveva collegati tra loro, ricavandone 250 capitoli. Da Wikipedia leggiamo: Marco Giuniano Giustino (in latino: Marcus Iunianius (o Iunianus) Iustinus; … – …; fl. II-III secolo) è stato uno storico romano dell’epoca degli Antonini. Di Giustino ci resta l’Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi, ossia il riassunto – non sappiamo quanto rispondente all’originale in percentuale di testo conservato – dell’opera dello storico narbonese d’età augustea. In effetti, Giustino resta fedele al proposito espresso nella Praefatio di estrapolare quanto non risultasse utile: eliminati i discorsi diretti, tipici della storiografia, e le digressioni troppo ampie, l’epitome di Giustino conserva lo scheletro della narrazione. L’opera, interessante più per la parte aneddotica che per quella storica, spesso disordinata ed erronea, ebbe larghissima diffusione nella tarda romanità. Essa risulta un ottimo esempio di epitome anche a livello stilistico, perché “nella forma e nella sostanza vi è la diseguaglianza propria di chi a volte si tiene vicino alla fonte, a volte se ne allontana così da compendiare intere pagine in brevi parole”. Un’altra tradizione sopravvissuta è che grandi parti della Grecia erano state pelasgiche prima di essere ellenizzate. Sulle origini Pelasgiche di questi centri sul Tirreno è interessante ciò che scriveva il Corcia su Lao.
Nel VI sec. a.C., il ‘Periplo’, opera di Pseudo Scylace
Leggendo Wikipedia il Periplo di Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῶν ἐκτὸς τῶν Ἡρακλέους στηλῶν, Periplo esterno alle colonne di Eracle) è un antico periplo, risalente alla fine del VI secolo a.C., di cui resta una copia o un’epitome successiva databile al IV secolo a.C., o Periplo dello Pseudo-Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῆς θαλάσσης τῆς οἰκουμένης Εὐρώπης καὶ Ἀσίας καὶ Λιβύης, Periplo dell’ecumene marittima di Europa, Asia e Libia). Molti ritengono, tuttavia, che il nome di Scilace sia piuttosto un richiamo pseudoepigrafo all’autorità di Erodoto, il quale cita uno Scilace di Carianda: navigatore greco già al servizio del Re dei Re di Persia Dario I in qualità di esploratore del basso corso dell’Indo e della costa vicina alla sua foce. Scilace fa una circumnavigazione in senso orario del mar Mediterraneo e del mar Nero, partendo dall’Iberia e terminando in Africa occidentale, oltre le colonne d’Ercole. La parte africana deriva chiaramente dal Periplus di Annone il Navigatore. Ne resta un manoscritto, quello di Pithou. Il Periplo di Scilace fu pubblicato la prima volta ad Augusta nel 1600 da David Höschel, assieme ad altre opere cartografiche greche minori. Ad Amsterdam il Periplo venne ripubblicato dal Vossius, nel 1639; poi da Hudson nel suo Geographi Graeci minores. A Parigi fu ripubblicato nel 1826 da Gail; a Berlino lo ristampò nel 1831 R.H. Klausen. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, parlando delle fonti, a p. 24, in proposito scriveva che: “…del Periplo, di autore ignoto, anche se va sotto il nome di Scylace, databile al IV secolo, ma con notizie in gran parte risalenti al V secolo, abbiamo frammenti con notizie di numerose città greche della costa dell’Italia meridionale.”. Dunque, per il Napoli, l’opera “Periplo” è attribuita ad un autore ignoto che va sotto il nome di “Scylace”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 43-44, in proposito scriveva che: “….cosidetto “Periplo”, un manuale dal carattere più tecnico-nautico che etnografico con un’arida descrizione delle coste dell’Italia e della Sicilia, scritto essenzialmente ad uso dei navigatori, attribuito a torto a Scillace di Carianda vissuto nel IV sec. a.C.. L’opera risale appunto alla prima metà del IV, ma, almeno per la sua fonte, utilizza dati più antichi (62); etc…”. La Catalano, a p. 43, nella nota (61) postillava che: “(61) PSEUDO-SCYL., Perip. par. 12: η δε Λευχανια εστιν αχτη; il suo periplo risulta di sei nycthemeriae e comprende le seguenti città greche: Posidonia, Elea, Laos, (colonia di Turi), Pandosia, Plateeis, Terina, Ipponio, Mesma e Regio, di cui è ricordato anche il promontorio.”. La Catalano, a p. 44, nella nota (62) postillava che: “(62) Cfr. J. Berard, La Magna Grecia, Torino, 1963, p. 28, n. 64”.
Nel VI sec. a.C., il ‘Periplo’, opera di Pseudo Scylace (a cui si rifà Erodoto, l’autore più antico che cita la colonia magno greca di Scidro)
Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a p. 168 parlando delle coste Tirreniche, in proposito scriveva che: “Lo Pseudo Scylace (Peripl., 2) ricorda lungo queste coste, dopo Poseidonia e Velia, le città greche di Laos, fondazione di Turi, Pandosia, Platea, Terina, Ipponio, Medma, e quindi il promontorio e la città di Reggio; Pomponio Mela (‘De Chorograf., II, 69), ricorda Buxento, Blanda ecc…”. Dunque, Mario Napoli scriveva che la colonia magno-greca sul Tirreno, Sibaritica, di Lao viene ricordata dal geografo Pseudo Scylace. La notizia, che potreppe riguardare solo Lao, secondo Ettore Pais riguarda anche la città scomparsa di “Scidro”, ovvero secondo il Pais (….), nella sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, dove l’autore a p. 247, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio. Il testo dei codici Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ si può semplicemente correggere Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι, e senza aggiungervi ‘Elea’, la colonia focese, come piace a C. Muller, ad l. G.G. M. I, p. 20. Sulle monete di Lao del VI sec. v. Head, op. cit., p. 61.”. Ettore Pais (…), riguardo il periplo di Scylace postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, etc…”, aggiungendo che “su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio.”. Dunque, sulla colonia Sibaritica di Scidro, colonia magno greca fondata sulle coste del mare Tirreno, ha scritto solo Erodoto ma, esiste un collegamento storico con il geografo Pseudo Scylace perchè pare che a questo geografo fosse uno pseudonimo dello stesso Erodoto. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 43-44, in proposito scriveva che: “Con il termine ‘Leukania’ lo Pseudo Scillace indica una regione che va dalla foce del fiume Silaro, sul mar Tirreno, fino a Turi, sul mar Ionio nome che rispecchia la situazione cronologica riferibile al periodo tra la fine del V secolo a.C., quando ha inizio la sottomissione dei Greci da parte dei Lucani, e la metà del IV quando i Bretii impongono appunto il loro predominio alla regione che risulta una penisola (61). Queste notizie vengono attinte dal cosidetto “Periplo”, etc….conosce pertanto i Lucani nell’Italia meridionale (par. 12 e 14) a sud dei Sanniti ed accanto agli Japigi, sul mar Tirreno e sul mar Ionio, riflettendo una situazione cronologicamente anteriore alla data della separazione dell’elemento bruzio da quello lucano. Tali indicazioni non divergono molto da quelle fornite dal racconto di Strabone. Etc…”. La Catalano, a p. 43, nella nota (61) postillava che: “(61) PSEUDO-SCYL., Perip. par. 12: η δε Λευχανια εστιν αχτη; il suo periplo risulta di sei nycthemeriae e comprende le seguenti città greche: Posidonia, Elea, Laos, (colonia di Turi), Pandosia, Plateeis, Terina, Ipponio, Mesma e Regio, di cui è ricordato anche il promontorio. L’elenco delle fonti per la descrizione della Lucania, associata con quella del Bruzio è tracciato da C. Turano, Le conoscenze geografiche del Bruzio nell’antichità classica, in “Klearchos”, XVII, 1975, pp. 35-47 passim”. La Catalano, a p. 44, nella nota (62) postillava che: “(62) Cfr. J. Berard, La Magna Grecia, Torino, 1963, p. 28, n. 64”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VI “Caduta di Posidonia, Lao e Pixunte”, a pp. 404 e sgg., in proposito scriveva che: “Quando sia avvenuta la decisiva vittoria dei Lucani su Posidonia, non è detto. E non può avere valore risolutivo la circostanza, che nel Periplo di Scillace la città fa già parte della Lucania (2), dal momento che lo stesso Periplo appartiene nel suo insieme alla metà del IV secolo, per quanto in qualche punto risalga anche ad Ecateo e, senza dubbio, contenga un nucleo che si può collocare nella metà del sec. V (3).”. Il Ciaceri, a p. 406, nella nota (2) postillava: “(2) Ps. Scyl. § 12.”.
Nel V sec. a.C., Erodoto di Alicarnasso o di Thurii, nelle sue Storie ci parla di SCIDRO
Da Wikipedia leggiamo che Erodoto, detto di Alicarnasso o di Thurii (in greco antico: Ἡρόδοτος, Hēródotos, pronuncia: [hɛːródotos]; Alicarnasso, 484 a.C. – Thurii, circa 425 a.C.), è stato uno storico greco antico. Fu considerato da Cicerone come il «padre della storia». Nella sua opera, ispirata a quella dei logografi (in particolare Ecateo di Mileto), egli cerca di individuare le cause che hanno portato alla guerra fra le poleis unite della Grecia e l’Impero persiano, ponendosi in una prospettiva storica, utilizzando l’inchiesta e diffidando degli incerti resoconti dei suoi predecessori. Erodoto viaggiò e visitò gran parte del Mediterraneo, in particolar modo l’Egitto dove, affascinato da quella civiltà, rimase per quattro mesi. I viaggi gli avrebbero fornito materiali utili destinati alla stesura della sua opera (le Storie). Della misteriosa ed antichissima ed in seguito scomparsa colonia greca ‘Scidro’, ci dà notizia Erodoto nel VI Libro delle Storie. Secondo Wikipedia Erodoto nel V libro delle città ioniche guidate da Aristagora insorgono contro il dominio di Dario I e di seguito la ribellione viene sostenuta in Ellade dai politici Milziade e Aristide i quali formano un esercito oplita. La battaglia si svolge nel 490 a.C. a Maratona e l’esercito greco, di gran lunga inferiore di numero a quello nemico, riesce a sconfiggere Dario. La vittoria la si deve all’unione delle polis Sparta e Atene e al coraggio degli uomini ellenici. Non molti anni dopo il figlio di Dario Serse riprende il progetto espansionistico del padre e assalta alcune città ioniche come Mileto (libro VII). Ora veramente l’intera Grecia è minacciata e tutte le polis, dopo il sacrificio dello spartano Leonida alle Termopili, si uniscono politicamente e militarmente per fronteggiare il copioso esercito di Serse. Nel Libro VI delle sue “Storie”, egli racconta che, nel 510 a.C., qui ed a Lao vi trovarono rifugio i profughi dell’allora fiorente colonia greca Sibari, distrutta poi dalla rivale città dio Crotone. Nel Libro VI delle Storie Erodoto narra che i Sibariti privati della loro città andarono ad abitare nelle colonie Lao e Scidro. Il Libro VI (Erato), che si conclude la vicenda della rivolta ionica e si preparano gli sviluppi successivi che condurranno alla spedizione di Dario contro la Grecia. Erodoto si serve dell’espansione persiana nel Chersoneso per poter introdurre la storia di Milziade (34-41), il vincitore della battaglia di Maratona, descritta in questo libro. Dopo il fallito tentativo di Mardonio, che perde la flotta in un naufragio (45-45; 492 a.C.), Erodoto passa a descrivere la spedizione di Dario contro la Grecia. Prendendo spunto dalla sottomissione di Egina al re di Persia, viene introdotta una lunga sezione di storia greca (49-93), in cui è dato grande risalto alle vicende dei re spartani. Segue la dettagliata descrizione dello svolgimento della spedizione persiana e della sconfitta di Maratona (490 a.C.). Nella conclusione del VI libro Erodoto torna a Milziade, del quale vengono raccontate le ultime vicende (la fallita spedizione contro Paro, il processo e la morte) e, presentando gli argomenti addotti in difesa di Milziade, narra la presa di Lemno (137-140). Erodoto, (….) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron incolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. L’opera storiografica di Erodoto, le Storie (Ἱστορίαι), è divisa in 9 libri, secondo una divisione operata dai grammatici alessandrini. Le citazioni di Erodoto in opere successive sono numerosissime, sia per quel che riguarda i contenuti, sia per quel che riguarda il suo stile. Dionigi di Alicarnasso fu un grande estimatore del suo stile, mentre Plutarco scrisse un intero trattato contro di lui, il De Herodoti malignitate, anche se nelle sue opere utilizza abbondantemente l’opera di Erodoto. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, parlando delle fonti, a p. 24, in proposito scriveva che: “Tra i due grandi storici greci del quinto secolo, Erodoto e Tucidite, il primo, che viaggiò in Magna Grecia e che fu tra i coloni ateniesi fondatori della città di Thurii, è più ricco di notizie, essendo gli interessi di Tucidite più legati alla Sicilia. E’ in Erodoto, ad esempio, l’ampio racconto della fondazione di Velia, tema quest’ultimo già trattato in una perduta opera di Senofane di Colofone la quale, però, secondo alcuni critici non sarebbe maii stata scritta.”.
Nel 510 a.C., il toponimo di “SIPRON” citato da Erodoto di Alicarnasso, nelle sue “Le Storie”, lib. VI
L’archeologo Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, ed. Eurodes, a p. 181, in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σκιδρος, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c, d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Mario Napoli questo dice di Scidro e fa alcune considerazioni e ipotesi sulla sua probabile ubicazione dell’antica città, che, tuttavia pone a Belvedere Marittimo sulla scorta del Beloch. Il Napoli, dunque riportava l’episodio di Erodoto dove scrive: “..ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, etc..” ed, aggiunge, “…e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto”. Qual’è l’episodio raccontato da Erodoto, in cui ci ricorda l’esistenza, nell’anno 510 a.C., della città, oggi scomparsa di Scidro ?. Il Napoli, lo riferisce a p. 177 quando parlando della città di Laos scriveva che: “Questi i dati forniti da Strabone su questa colonia di Sibari, ove gran parte dei Sibariti, profughi dopo la distruzione della loro città, si rifugiarono (Herod. VI, 21).”. Dunque, il Napoli ci ricorda che lo storico Erodoto di Alicarnasso (….), parlò della città di “Scidro” nel suo libro VI delle sue “Storie”, passo 21, quando egli ci parla dei profughi Sibariti che dovettero rifugiarsi in un altro luogo, essendo stata conquistata, nell’anno 510 a.C. la città di Sibari da parte dei Crotoniati, episodio di cui abbiamo già detto parlando della distruzione della colonia magno-greca di Sibari. Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: “Erodoto, (24) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i Sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Ecc…”. Orazio Campagna (….), nel suo “Miti e Storia da Laos a Skidros – etc…” (ed. Brenner, 1993), a p. 13, nella nota (1) postillava che: “(1) Dal riferimento di ERODOTO, Le Storie, VI, 21, trad. A.I. D’Accinni, in Erodoto e Tucidite, a. c. di G. Pugliese Carratelli, Sansoni, Ed. Sansoni, Firenze, 1971, pag. 279, si desume che i Sibariti, distrutta la loro città dai Crotoniati, “abitavano” Lao e Scidro, nuclei preesistenti al 511-510 a.C. Etc..”. Sempre il Campagna, a p. 13, nella nota (1), riferendosi al brano di Erodoto, nel Libro VI postillava che: “(1)….Il brano dice testualmente: “Ai Milesi che tali mali soffrivano per opera dei Persiani non poterono dare una adeguata dimostrazione di affetto i Sibariti, i quali, privati della loro città, abitavano Lao e Scidro. Infatti quando Sibari era stata conquistata dai Crotoniati tutti i milesi adulti si erano raso il capo e si erano imposte grandi manifestazioni di lutto, poiché le due città erano unite fra loro da vincoli di ospitalità più di qualunque altra città che io conosca.”.”. William Beloe (….), nel suo “Herodotus, translated from the Greek etc…”, al passo 21 del Libro VI delle “Storie” di Erodoto, a p. 286, in proposito scriveva (tradotto in inglese dal greco): “XXI. The Milesians, on suffering these calamities from the Persians, did not meet with that return from the people of Sybarus, who dad been driven from Laon and Scidron, which they might justly have expected. When Sybaris was taken by the Crotoniati, the Milesians had shaved their heads (3), and discovered every testimony of sorrow: for betwixt these two cities a mos strict and uncommon hospitality (4) prevailed. The Athenians acte very differently. The destruction of Miletus affected them with the liveliest etc…”, che tradotto è: “XXI. I Milesi, subendo queste calamità da parte dei Persiani, non incontrarono quel ritorno dei Sibari, che erano stati cacciati da Laon e Scidron, come avrebbero potuto giustamente aspettarsi. Quando Sibari fu presa dai Crotoniati, i Milesi si erano rasati il capo (3), e scoprirono ogni testimonianza di dolore: poiché tra queste due città prevaleva un’ospitalità più severa e insolita (4). Gli Ateniesi si comportano in modo molto diverso. La distruzione di Mileto li colpì nel modo più vivo etc…”. Il Beloe, a p. 286, nella nota (3) postillava che: “(3) Shaved their heads.) – Consult Deuteronomy, chap. xxi, vers. 12, 13, from whence it seems that to shave the head was one instance of exhibiting sorrow among the ancient Jews . – T.”. Il Beloe, a p. 286, nella nota (4) postillava che: “(4) Hopitality. – As there is noting in the manners of modern times which at all resembles the ancient customs respecting ‘hospitality’, it may be pleasing to many etc…”. Dunque, riepilogando, passi del Campagna e del Beloe, Erodoto scriveva che i profughi Sibariti, che distrutta la loro città (Sibari), andarono ad abitare le due città di Laon e di Scidron, non seppero dare dimostrazione di affetto e di riconoscenza ai Milesi che avevano subito la stessa distruzione dai Persiani. Dice Erodoto che, allorquando i Milesi subirono la distruzione del loro popolo da parte dei Persiani, i Sibariti non seppero dare prova di dolore e così non seppero ricambiare ai Milesi lo stesso dolore che i Milesi ebbero, rasandosi il capo, quando Sibari fu distrutta nell’anno 510 a.C. dai Crotoniati ed i pochi profughi dovettero fuggire a Lao e a Scidro. L’opera storiografica di Erodoto, le Storie (Ἱστορίαι), è divisa in 9 libri, secondo una divisione operata dai grammatici alessandrini. Egli scrive dei Milesi e dei Sibariti e cita Scidro e Lao, nel Libro VI. Nel V libro delle città ioniche guidate da Aristagora insorgono contro il dominio di Dario I e di seguito la ribellione viene sostenuta in Ellade dai politici Milziade e Aristide i quali formano un esercito oplita. La battaglia si svolge nel 490 a.C. a Maratona e l’esercito greco, di gran lunga inferiore di numero a quello nemico, riesce a sconfiggere Dario. La vittoria la si deve all’unione delle polis Sparta e Atene e al coraggio degli uomini ellenici. Non molti anni dopo il figlio di Dario Serse riprende il progetto espansionistico del padre e assalta alcune città ioniche come Mileto (libro VII). Ora veramente l’intera Grecia è minacciata e tutte le polis, dopo il sacrificio dello spartano Leonida alle Termopili, si uniscono politicamente e militarmente per fronteggiare il copioso esercito di Serse. Da Wikipedia leggiamo che nel 499 a.C. il tiranno fiduciario dei Persiani, Aristagora di Mileto, si ribellò al potere persiano, esortando alla rivolta tutto il mondo ionico d’Asia Minore. La rivolta ionica fallì e i Greci d’Asia furono sconfitti nella battaglia di Lade. La città fu distrutta e saccheggiata dai Persiani: l’evento suscitò enorme scalpore e commozione in Grecia. Dal punto di vista di Erodoto questa fu la causa delle successive guerre persiane. Della misteriosa ed antichissima ed in seguito scomparsa colonia greca di ‘Scidro’, ci dà notizia Erodoto nel VI Libro delle Storie. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron’ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Già nel 1745, il barone di San Biase, Giuseppe Antonini (….), a p. 430 così scriveva in proposito alla colonia Sibaritica di Scidro e, riferendosi ai “secondi”, ovvero ai Sibariti fuggiti e scampati alla distruzione della loro città, in proposito scriveva che: “Appresso pochissimi degl’antichi trovo di esso fatta menzione. Uno di questi fu ‘Erodoto’, l’altro ‘Frontino’.”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini, a p. 430, parte III, e riferendosi ai profughi Sibariti dopo la distruzione della loro città scriveva che: “Dei secondi, il già citato Erodoto nel libro 6, narrando i travagli che Milesj da’ Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino ce’ il dice: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exhibuerunt’.”. Abitavan dunque Sibariti, ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto essere detto anche ‘Sybaris’, dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente poi fu detto Sapri”. L’Antonini, a p. 430, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’ ha fatto credere all’Olstenio, che sia più tosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anco appresso Stefano si legge ΣΚΙΔΡΘC, παλις Ιταλιας. Το εθγιχον, Σχιδρανος Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò ‘Sapri’ (Subaris-Subaron-Sipron-Sapron )”. Dunque, l’Antonini scrive che Erodoto: “…nel libro 6, narrando i travagli che Milesj da’ Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata…”, in proposito scriveva che: (dalla traduzione di un codice medievale dal greco al latino): “Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exhibuerunt’.”, che tradotto significa che: “I Sibariti, che erano fuggiti dalla loro città, abitarono Laon e Sipron (2). Poiché i Sibariti, dopo essere stati saccheggiati dai Crotoniati, tutti i Milesi, i giovani si rasarono il capo per mostrare il loro dolore e fecero mostra di lutto.“. Dunque, l’Antonini ricorda il “Sipron” di Erodoto. Dunque, l’Antonini, citava L’Olstenio e Stefano di Bisanzio. Erodoto, nel libro VI delle sue “Storie”, parlando della guerra Persiana, dei Milesi e dei Sibariti, citava il centro pre-ellenico o italico di “Sipron”. L’Antonini, nella sua “Lucania” è stato uno dei primi a segnalare che di Scidro, città sulla costa Tirrenica ai tempi della distruzione della città magno-greca di Sibari, ne avesse parlato Erodoto di Alicarnasso nelle sue “Storie”. Antonini scriveva che in alcuni codici medievali delle “Storie” di Erodoto è raccontato in latino che: “….Erodoto nel libro 6, narrando i travagli che Milesj da’ Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino ce’ il dice: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exhibuerunt’.”. Abitavan dunque Sibariti, ed in Lao, ed in Sipro, etc…”. Antonini postillava: “(2) Il trovarsi in alcuni esemplari scritto Scidron e non Sipron, etc…”. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Sipron), altri tradussero ‘Scidron’ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Vedendo la voce Σκιδρος (“Skidros”), in Stefano di Bisanzio (….), ed in particolare nel testo di Thomas de Pinedo (….) ed il suo “Stephanus – de Urbibus quem primus” (Amsterdam), 17…., e le sue osservazioni sull’opera di Johann Friedrich Gronov, latinizzato Gronovius a p. 607, nella nota (77) postillava che: “Σκιδυρο, πολις ‘Ιταλιας.) Scidrus, urbs Italiae. Memoratur Herodoto lib. 6. c. 21. Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε xαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι. i. e. Milesiis autem in unc modum à Persis affectis, Sybarita, qui urbe sua exacti Laon e Scidron incolebant, gratiam parem non rependerunt, urbe privati.”. Nel 1600, Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, nella sua “Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (….), a p. 1262 del Libro IIII, parlando di “LAVM opidum et flumen”, in proposito scriveva che: “Herodotvs, lib. VI: ‘Παθxσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περθεων, σγκ απεδοσαν τζω ομοιζω Συβαριπγ, οι Λαον τε xαι Σκιδρον οικεον, της πολιφ απεςερημψοι’. Id est: ‘Milesiis in hunc modum à Persis adfectis, gratiam parem non reddiderunt Sybaritae, qui urbe sua exacti, Laum et Scidium incolebant’.”, che tradotto in italiano è: “I Sibariti, che erano stati cacciati dalla loro città e andarono ad abitare Lao e Scidio, non ricambiarono il favore ai Milesi che erano stati cacciati dalla Persia.”. Dunque, il Cluverio, riportando la frase di Erodoto, quando parlava dei Sibariti e dei Milesi, leggeva che il luogo dove scamparono i Sibariti era “SKIDRON” che traduce “SCIDIUM” o “SCIDO”.

(Figg…..) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, Libro III, p. 1263 (…)
Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 e ssg parlando del “promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” parlando di Scidro, in proposito scriveva pure che: “…nè prima di quel celebre archeologo ne determinava maglio la posizione l’Holstein, il quale situatala a Cetraro, all’oriente del fiume Lao o Laino (4), senza considerare ch’esser doveva una città marittima, al pari dell’altra città vicina, anche colonia de’ Sibariti. Etc…”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (4) postillava che: “(4) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 288”. L’Olstenio (…), nelle sue “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”, ovvero al testo del 1666 ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii’, un testo di geografia storica che rivede l’altro testo di Cluverio: “Italia Antiqua”, a p. 288, in proposito scriveva che: “Pag. 1262. lin. 31. Sybaritae, et c. Laum et Scidrum incolebant) Scidrum quoque ad idem mare fuisse exstimo, forte ubi nunc est Citrano.”, che tradotto significa: “Sibariti e c. (Abitavano Laum e Scidrum) Stimo che anche Scidrum fosse sullo stesso mare, forse dove ora è Citrano.”. Dunque, L’Olstenio traduceva il termine greco di “Σκιδρον“, in latino “SCIDRUM”.

L’Antonini, a p. 430, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’ ha fatto credere all’Olstenio, che sia più tosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anco appresso Stefano si legge ΣΚΙΔΡΘC, παλις Ιταλιας. Το εθγιχον, Σχιδρανος Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. In seguito alle sue dissertazioni, in seguito al 1745 ed all’ultima sua edizione (del nipote) del 1795, l’Antonini ricevette diverse critiche su queste notizie. Alcuni gli diedero torto, come è il caso di Nicola Corcia mentre altri, come è il caso di Domenico Romanelli, gli diede ragione. Il Corcia credeva sbagliasse l’Antonini in quanto egli dice che il toponimo di “Sipro” scritto in alcune edizioni di Erodoto non fosse corretto e diceva che il toponimo corretto a cui si riferiva Erodoto è “Scidro”. Inoltre criticava l’Antonini perchè credeva che la città di “Sipro” fosse a Sapri. Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 e ssg parlando del “promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” parlando di Scidro, in proposito scriveva pure che: “21. Scidro (Σκιδρος, Scridrus)…..Perciò con più di verosimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nell’odierno porto di Sapri, tuttochè vi credesse l’antica città di ‘Sipro’, ingannato dalla falsa lezione di alcune edizioni di Erodoto, in cui leggesi Σιπρον, in vece di Σκιδρον (5). Se non che, affermandosi per costante tradizione che il nome di ‘Sapri’ non fosse che un’alterazione di ‘Sybaris’, egli sembra che ‘Scidro’ ritenesse il suo nome sino all’arrivo de’ Sibariti, che le imponevano quello della desolata patria.”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (5) postillava: “(5) Senza avvertire questa falsa lezione, anche il Grimaldi (Annali, t. I, p. 136) poneva ‘Sipron’ nell’odierna Sapri.”. Infatti, Francescoantonio Grimaldi (….), nel suo “Annali del Regno di Napoli”, vol. I, a p. 136, in proposito scriveva: “Le Città ed i luoghi appartenenti alla Lucania sono i seguenti: …etc…Tanlanna, e SCIDRO, forse alle vicinanze della Scalea….SIPRON: Sapro. LAVS: anche nei confini della Lucania. Etc..“. Il Corcia (…), nel cap. III, a p. 64-65-66, nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III. Il Corcia a p. 64, nella nota (6) postillava che: “(6) Συβαριτας, οι Λαον τε χαι Σχιδρον, της πολιος απεςερημενοι…”, che tradotto significa: “(6) Sybaritas, Laon te hai Schidron, la sua polio deserta”. Inoltre, il Corcia, a p. 65, in proposito scriveva pure che: “Perciò con più di verisimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nell’odierno porto di Sapri, tuttochè vi credesse l’antica città di ‘Sipro’, ingannato dalla falsa edizione di alcune edizioni di Erodoto, in cui leggesi Σιπρον invece di Σχιδρον (5).”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (5) postillava: “(5) Senza avvertire questa falsa lezione, anche il Grimaldi (Annali, tomo I, p. 136) poneva Sipro nell’odierna Sapri.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “I miseri avanzi de’ Sibariti, che potettero scampare dal ferro de’ Crotoniati, non ebbero altro asilo, dove potersi ritirare, che a Scidro, ed a Lao. Noi dobbiamo questa notizia ad Erodoto (I): ‘Sibaritae urbe exuti Aaov Laum, Σχιδρον Scidrum in ora Tyrreni incoluerunt’. E’ cosa molto singolare, come il Mazzocchi (2) potette inferire da queste parole, che i Sibariti edificarono Lao, e Scidro per abitarvi. Una truppa di fuggitivi, e di miserabili, che non ha dove posare sicuro il piede per un nemico, che ne cerca la totale distruzione, potè forse pensare a fondar città ? Ad altri poi è piaciuto dire, che durante la floridezza Sibaritica furono inviate colonie ad abitare Scidro, e Lao. Tra costoro è il sig. Micali (3). Ma questo sentimento è tutto contrario ad Erodoto, il quale non dice altro, che ‘Sibaritae urbe exuti’, cioè, che in tempo delle loro ruine, e non prima, fossero passati a quella città, dalle quali furono ricevuti. Etc…”.

Il Romanelli, a p. 376, parte III, nella nota (3) postillava: “(3) Micali, Part. II, cap. 8 in Note”. Il Romanelli, dopo aver spiegato le sue ragioni circa le origini più antiche di “Scidro” e di “Lao”, spiegando che i Sibariti fuggitivi e disperati, dopo la distruzione della loro città e che secondo Erodoto andarono ad abitare a Scidro e a Lao, non potevano fondarle loro queste due città ma è più logico, egli spiega che queste due città sul mare Tirreno fossero già prospere per accogliere i miseri fuggitivi di Sibari. A questo pensiero, il Romanelli associa pure la città di “Pesto” e sempre a p. 376 dice che: “E’ molto probabile altronde, che i Sibariti s’impadronissero di Pesto, cui diedero il nome di Posidonia, molto prima della loro caduta. Ci attesta Strabone, ch’essi lo presero con le armi alla mano, ciocchè non può convenire ad un popolo, che fugge dalla ruina della sua patria senz’armi, e senza ricchezze. Si conferma dalla gran somiglianza, che ripassa tra le monete di Sibari, e quelle di Posidonia, che ci danno idea dello stato florido dell’uno, e dell’altro popolo nel medesimo tempo, perchè marcate co’ medesimi tipi, e cogli stessi caratteri, cioè VM in quelle di Sibari, e TOM in quelle di Posidonia.”. Il Romanelli, a p. 376, parte III, nella nota (2) postillava: “(2) Mazoch., Collecti., I, Not. 7.”. Il Corcia, a p. 65, in proposito a Scidro scriveva pure che: “Senza investigarne veramente il sito, sospettava il Mazocchi che sorgesse nelle vicinanze della città di Lao (3).”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (3) postillava: “(3) Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. p. 502, n. 7”. Si tratta di Alessio Simmaco Mazzocchi (….) e le sue “Le due tavole Eracleesi”. Si tratta di Alexii Symmachi Mazochii (….), e del suo “…………….”, di cui il Maiuri ha detto: “………………..”. Riguardo il Mazzocchi, Lao e Scidro, Domenico Romanelli (….), a p. 75 (v. edizione del La Greca), nella nota (1) postillava: “(1) La fondazione di Posidonia fatta da’ Sibariti fu l’oggetto del ‘Collettaneo pro Mazzocchiano, di cui nel cap. II, si diè tutta la cura di rilevarne l’epoca precisa. Egli si appoggiò alla venuta degli Ateniesi per rifrabbricare nel sito della distrutta Sibari altra città col nome di Turio. Questa nuova fondazione fu vista da Erodoto, che venne co’ novelli coloni ad abitarvi, nel’anno prmo dell’Olimpiade LXXIV. Lo confermò con Plinio, che nel libro XII cap. 4 riportò all’anno di Roma CCCX le greche storie scritte da Eodoto in Turio, che corrisponde all’anno 443 prima dell’era cristiana. In questo tempo gli avanzi de’ miseri Sibariti eran già passati a fondar Posidonia, Scidro e Lao. Fu questa la prima conclusione del Mazzocchi. Noi però crediamo, che queste città esistevano già prima dell’emigrazione Sibaritica, ed invece di essere fondate da’ Sibariti, come crede il Mazzocchi, che avessero piuttosto dato loro ricetto. Erodoto nel libro VI (VI, 21), che somministrò a lui l’argomento, non dise altro, che ‘Sibaritae urbe exuti Laum, et Scidrum incolebant’. Erano dunque queste due città colonie ad essi appartenenti, e non città da essi fondate. In quanto a Pesto abbiamo già veduto, che dovettero i Sibariti, per divenire padroni, assaltarla con mano armata, e dove poi non fecere altro, che un muro verso mare, secondo Strabone, e ne cambiarono il nome in Posidonia.”. Dunque, il Romanelli trascriveva la frase di Erodoto: “Sibaritae urbe exuti Aaov Laum, et Σkιδρον Scidrum in ora Tyrrheni incoluerunt’, che tradotto è: a che: “I Sibariti espulsi abitarono la città di Lao, e di Skidron (Scidrum) sulla riva del Tirreno.”. Il Romanelli, a p. 376, parte III, nella nota (3) postillava: “(3) Micali, Part. II, cap. 8 in Note”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a p. 27 e ssg., in proposito scriveva che: “L’unica fonte per stabilire, con molta approssimazione, l’epoca della distruzione di Sibari è Erodoto, il quale (VI, 21) dice che, nel tempo della presa di Mileto da parte dei Persiani (494), quei di Sibari non godevano miglior sorte, poichè, vinti dai Crotoniati, avevan dovuto ricoverarsi nelle colonie di Lao e Scidro, e che Sibari stessa era stata rasa al suolo dai Crotoniati. Dice inoltre che l’annunzio della caduta di Sibari fu appreso con grande cordoglio da quei di Mileto, i quali tutti, dai fanciulli ai vecchi, si rasero il capo, in segno di lutto; rimprovera ai Laini di non aver fatto altrettanto, dopo la caduta di Mileto. Etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dell’amicizia con quei di Mileto fa altresì testimonianza Erodoto (l.c.), quando dice che essi presero il lutto nell’apprendere la calamità toccata all’amica Sibari.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “….la città di Scidro; che insieme a Lao accordò ospitalità ai miseri Sibariti, come racconta Erodoto (VI, 21): “Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε χαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι.“. Però non è facile stabilire il sito di Scidro, nominata due volte sole, da Erodoto e da Stefano….”. La frase tratta dal libro VI delle “Storie” di Erodoto da Alicarnasso, riportata dal Galli: “Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε χαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι.” tradotta dal greco antico è: “E i Milesi soffrirono a causa dei Persiani, e non ebbero la solidarietà dei Sibariti che spogliato dei loro averi si rifugiarono a Lao e a Chidron.”. Nella traduzione del termine Σχιδρον, tradotto è “Scidron”. Oreste Dito (….), che nel suo “Notizie di Storia Antica di Roma per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 88 parlando di Lao, in proposito scriveva che: “Erodoto ricorda che à Milesii che soffrirono da parte dei Persiani, non corrisposero i Sibariti, che, espulsi dalla loro città, abitavano Laos e Skidro. Etc..”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica di Roma per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 71 parlando di Buxentum, in proposito scriveva che: “Molti scrittori, dietro la lezione sbagliata d’un testo d’Erodoto, vollero porre a Sapri la ‘Scidro’ d’Erodoto (la lez. era ‘Sipron’); ecc…”. Dunque, alcuni hanno letto in Erodoto “SIPRON” altri invece hanno letto SKIDROS. Riguardo la citazione di Erodoto (….), nel 1894, a Palermo fu ristampato il testo di Ettore Pais (….), “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, dove l’autore a pp. 246-247 cita le città di Lao e Scidro, a p. 247 postillando di “Scidro” nella sua nota (1) postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, su Lao v. Herodt. l.c.; Strab. VI, p. 253; C; etc…”, poi aggiunge postillando: “cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio. Il testo dei codici Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ si può semplicemente correggere Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι, e senza aggiungervi ‘Elea’, la colonia focese, come piace a C. Muller, ad l. G.G. M. I, p. 20. Sulle monete di Lao del VI sec. v. Head, op. cit., p. 61.”. Il Pais postillava che il testo dei codici: “Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ”, che tradotto è “Mi sono perso Yai Hai ‘Elaa Thurion ap”, si può correggere in “Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι”, che tradotto è: “Poseidonia è un popolo della colonia di Turi”. Dunque, nella sua nota (1) a p. 247 il Pais (…) citava i corretti riferimenti di rimando al racconto di Erodoto (….), in cui egli accennava alla colonia Sibaritica di Scidro. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo II: “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ….Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c..”. Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“, nel vol. I, il quale, a p. 523, in proposito scriveva che: “Chi indicò la odierna Sapri come corrispondente all’antica Scidro, fu tratto in errore dall’errata lezione di Sipron per Scidro in una edizione di Erodoto. E’ probabile che fosse sul golfo della stessa Lao: ma dovè essere abbandonata in ben remoti tempi, se non ha lasciato di sé nessun altro ricordo, che il nome delle carte dell’antico scrittore che fu detto il padre della storia, e di là nella magra compilazione di Stefano Bizantino.”. L’archeologo Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s. v. Σκιδρος, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Mario Napoli, aveva già detto in precedenza di Scidro, quando nel testo a p. 177, in proposito scriveva che: “Laos e Scidro. Più a sud di Pixus è il fiume e la città di Lao, ultima città della Lucania tirrenica, posta in posizione poco elevata sul mare, a 400 stadi da Elea. Questi i dati forniti da Strabone su questa colonia di Sibari, ove gran parte dei Sibariti, profughi dopo la distruzione della loro città si rifugiarono (Herod. VI, 21).”. In questo passaggio, il Napoli parlando della città di Laos ci ricorda il racconto di Erodoto di Alicarnasso, il quale è il primo a citare la città tirrenica di Scidro ed il quale, ci raccontava dove andarono a rifugiarsi i Sibariti scampati alla distruzione della loro città da parte dei Crotoniati. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), a p. 47 e ssg., in proposito scriveva: “….a) I CENTRI ABITATI. Ce qui uno scoglio pericoloso da superare: nomi di località antiche sono riferiti a città o comuni moderni senza la certezza che l’antica denominazione realmente corrisponda. Ad esempio: se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Σκίδρος di Erodoto e di Stefano Bizantino, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome, anche se scrittori locali ci dicono che Scidrus passò nel 273 alla « lega di Roma ».”. Maria Cecilia Parra (…), nella sua monografia su “Scidro”, in: Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, n°18, 2010, a p. 467, in proposito scriveva che: “Σκιδρος (etn. Σκιδανοι). Sito non identificato……In Erodoto (6, 21) ha costituito chiave di lettura determinante il duplice valore di οικεω che ha indotto a fare di Scidro sia un centro già esistente in cui i Sibariti si sarebbero rifugiati dopo la distruttiva sconfitta subita nel 510 a.C. da parte dei Crotoniati, sia una fondazione sibarita ex novo conseguente al medesimo evento. Ed altrettanto determinante a livello interpretativo è stato il fatto che nel medesimo passo erodoteo Scidro fosse associata a Lao come oggetto di quell’ «abitare /fondare», cosa che ha indotto per lo più a modellare la storia di Scidro su quella della «sorella gemella» (così in Donzelli C 1996) – solo un po’ meglio nota dalle fonti storiche ed archeologiche, ma non certo per le fasi iniziali dell’insediamento.”. Riguardo il testo citato dalla Parra (….), si tratta di Claudio Donzelli (….), e del suo “Magna Grecia di Calabria. Guida ai siti archeologici e ai musei calabresi”, Roma 1996, 11. Sulla Treccani on-line, alla voce “Sibari” vi è un saggio di Zancani-Montuoro (….), tratto dalla Enciclopedia dell’Arte, dove è scritto di Sibari che: “Certo Sibari sboccò e s’impiantò solidamente sulle coste tirreniche: fondò Lao (v.) presso la foce del fiume, che ne porta ancora il nome (Strab., VI, 253 e Ps. Scyl., 12; lezioni dei codici emendate), ed Erodoto (VI, 21) assicura che proprio a Lao ed a Scidro (forse nella baia di Sapri) si rifugiarono molti dei sopravvissuti alla catastrofe finale. La maggior parte dei superstiti si trasferì a Posidonia (v. paestum), ch’è stata considerata una filiazione di Sibari, ma che piuttosto andò stringendo con questa rapporti sempre più intimi dopo la scomparsa di Siri fino ad unirsi in sinecismo con i rappresentanti della metropoli sullo Ionio quando questa fu distrutta. Etc…”. James Millingen (…), nel suo “Considérations sur la numismatique de l’ancienne Italie principalement sous le rapport de Monumens historiques et philologiques, éditeur Jos. Molini, 1844, a p. 50, in proposito al passo di Erodoto scriveva che: “Nous avons peu de reinsegnemens sur l’histoire de cette ville. Hérodote porte un temoignage honorable de la reconnaissange de ses abitans envers les Sybarites leurs fondateurs, apres la destruction de Sybaris (4). Etc…“. che tradotto è: “Erodoto rende onorevole testimonianza della gratitudine dei suoi abitanti verso i Sibariti, loro fondatori, dopo la distruzione di Sibari (4). Etc..“. Il Millingen a p. 50, nella nota (4) postillava che: “(4) Lib. VI, cap. 21 – voyez, p. 11”. Infatti, il Millingen, a p. 11, in proposito scriveva che le monete: “..offrent les types nouveaux, qui temoignent la reconnaissange des Sybarites envers leurs colonies Posidonia et Laos, ou ils furent recus avec tant d’hospitalité, et où ils sejournerent jusqu’au tems de leur retablissement (1).”, che tradotto è: le monete di Posidonia “...offrono le nuove tipologie, che testimoniano la gratitudine dei Sibariti verso le loro colonie Posidonia e Laos, dove furono accolti con tanta ospitalità, e dove rimasero fino al momento della loro ricostituzione (1).”. Il Millingen, a p. 11, nella nota (1) postillava: “(1) Herodotus, lib. VI, cap. 145″. Il Millingen postilla del libro VI, e del cap. 145, in Erodoto, e dice che secondo Erodoto i profughi Sibariti, rimasero a Posidonia e a Lao fino alla ricostruzione della loro città che nell’anno 510 a.C. era stata distrutta.Il Millingen scriveva che a Posidonia e a Lao, non parla di Scidro, i Sibariti profughi, restarono fino alla ricostruzione della loro città. Eppure Erodoto citava come città ospitanti anche Scidro. Il Millingen ci parla solo di Posidonia e di Lao, città ospitanti dei profughi Sibariti, ed escludeva o meglio non aggiungeva Scidro, a causa del fatto che noi abbiamo solo monete di Lao e di Posidonia confederate con Sibari e con abbiamo altrettante testimonianza di monete confederate da Scidro. Scidro non ha mai battuto moneta, ma ciò non può essere un motivo per escluderla dalle città che ospitarono i profughi Sibariti. Se Erodoto raccoglie testimonianza che a Scidro andarono a rifugiarsi i profughi Sibariti, il fatto che non vi siano monete confederate non può escludere che molti di questi profughi restarono anche a Scidro. Certo è che Scidro, nel 510 a.C. esisteva.
Il Corcia, a p. 65, nella nota (1) postillava: “(1) Suid. v. Λυκος “. Il Corcia, a p. 65, nella nota (2) postillava: “(2) Steph. Byz. v. Σκιδρος “. Il Corcia, a p. 65, in proposito a Scidro scriveva pure che: “Senza investigarne veramente il sito, sospettava il Mazocchi che sorgesse nelle vicinanze della città di Lao (3).”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (3) postillava: “(3) Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. p. 502, n. 7”. Si tratta di Alessio Simmaco Mazzocchi (….) e le sue “Le due tavole Eracleesi”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (4) postillava: “(4) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 288”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (5) postillava: “(5) Senza avvertire questa falsa lezione, anche il Grimaldi (‘Annali’, t. I, p. 136) poneva Sipro nell’odierna Sapri”.
SAPRI, probabili ipotesi sul suo etimo
Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), di “Scidro”, a p. 37 (p. 273), in proposito scriveva che: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri che ha certamente una storia preromana, mentre ‘Sanza’, si connetterà quasi certamente (ma non so in che modo) coi ‘Sontini’ lucani della lista Pliniana…..cfr. Rohlfs, op. cit., 449 (ma non sò se è riferito a Sapri).”. Sempre il Battisti, a p. 37, scriveva ancora che: ” – S. Marina sopra Policastro sembra corrispondere, come sito, all’antico ‘Buxentum’ distrutto già dai Sibariti; attualmente il su nome vicinale è “Capo degli Infreschi”. Sembra che Sapri o corrisponde o sia molto vicino all’antico ‘Skidros’ e quindi il nome dovrà essere preso in esame.”. Il Battisti, a pp. 43-44, in proposito alle città elleniche scriveva che: “Il nome di Bulgheria non può essere interpretato che come un vero e proprio stanziamento di Bulgari venuti in Italia come alleati dei Longobardi e di essi, stanziati nel ducato di Benevento, al quale apparteneva il Cilento, Paolo Diacono ci avverte che « linguae tarnen propriae usum minime amiserunt ». Secondo lo stesso storico le sedi concesse erano nel ducato di Benevento e il duca Grimoaldo avrebbe loro assegnato « loca que usque ad ilium tempus deserta erant: Sepinus, Bovianus et Isernia ». Le due ultime sedi sono nella provincia di Campobasso (Bojano, Isernia). Sepinus colla variante Sepianum, non è rintracciabile. Se quest’ultimo nome di luogo fosse un errore per Saprinus, ci troveremo nel golfo di Policastro. L’ipotesi meno azzardata è quella che o altri Bulgari, alleati dei Longobardi, abbiano avuto come assegnazione la zona che prese il nome dagli immigrati, oppure che uno dei tre gruppi indicati da Paolo. Diacono abbia successivamente ottenuto uno spostamento di sede.”. Il Battisti, a p. 47 e ssg., in proposito scriveva: “Passando alla documentazione diretta di toponimi usati qui dai Romani, si collocheranno fra parentesi quadre i nomi di luogo delle località già ricordate. Precedono i toponimi di centri abitati, seguono gli idronimi e gli oronimi. a) I CENTRI ABITATI….In latino non esiste questo nome, anche se scrittori locali ci dicono che Scidrus passò nel 273 alla « lega di Roma ». Caso analogo ci si presentò nel binomio Buxentum-Policastro (che in origine era una località abitata presso Buxentum e ne ereditò la sede episcopale nel V secolo). Incerta la posizione di Blandae che fu conquistata dai Romani nel 214 e deve essere stata una città costiera nei pressi di Maratèa; secondo il Nissen, II, 899 dovrebbe essere cercata sul colle di Piarella. Il Geografo Ravennate colloca fra Blandæ e Buxentum una città ‘Cessernia’ che dunque potrebbe esser cercata tanto a Sapri quanto a Lauria.”. Il Battisti, nell’analizzare i diversi nomi dei centri dell’antica Lucania e del Cilento, a p. 53 e ssg., in proposito scriveva: “S A P R I ; non fu ritrovato un nome latino, ma il centro fu certamente abitato in epoca romana. Il porto di Sapri fu staccato dal comune di Torraca nel 1810; nel 1614 faceva 127 abitanti; fu feudo prima dei conti di Policastro, poi dal 1541 dei Pamolla. Il nome ritorna forse in Saponara (Potenza), località sorta dopo la distruzione di Grumento (a. 975) e in Sappo {Munulio) pr. Terranova di Palmi (Calabria). Omofoni nel tema gli idronimi Sapius, il Savio, e Sapis fiume della Gallia Cispadana; confr. Battisti, Sostrati e parastrati pp. 30, 35, 126; in etrusco (Chiusi) sapini (cfr. Sapina presso Poggibonsi), sapnal, sapu, sapusa, Schulze, Z.G.L.E., p. 222 e particolarmente Saprinius CIL (cfr. Trombetti, Saggio p. 57), a meno che non indichi direttamente la provenienza da Sapri. È possibile che esista un qualche rapporto non soltanto omofonico con Saepinum nel cuore del vecchio Sannio, su cui si veda A, Maiuri, Dall’Egeo al Tirreno, 1962, pp. 271-285. – Sapri è noto per la sua iscrizione sulla transumananza delle pecore {de ge- “nere oviarico transeundo}, lo scavo « sembrò destinato ad illuminare la politica agraria ed economica di Roma nel cuore d’una regione montana e silvestre ». Vi corrisponde la moderna Altilia. Non riesco a trovare o nel Cilento o nelle vicinanze una località Sapere che è documentata nel 1489 come luogo di provenienza d’un certo Nicolò, a Castellabate; cfr. A. Silvestri, op. cit., p. 13. Suppongo che si tratti d’una variante per l’attuale Sapi. Umbra era la tribus Sappinia\ cfr. in zona etrusca Safinius, CIL, XII, 1516 che lo Schulze, Z.G.L.E. p. 223 avvicina a Sabernius (Benevento) e indirettamente a Sabinius. Sembrerebbe con ciò che un tema SAP non sia estraneo all’onomastica e toponomastica prelatina d’Italia. In questo caso il pensiero corre involontariamente a sappus, il cui diminutivo sappinus « abete » è in latino un relitto del sostrato. Se questo, come ammettono, seguendo G. Meyer, il Pokorny e lo Jockel, tanto il Lat. Etym. Wörterb. (8), p. 479, quanto il Rom. Etym. Wörterb 1. nro 7592, fosse d’origine gallica, l’accostamento qui tentato cadrebbe. Ma contestano con valide ragioni la provenienza celtica il Bertoldi, Questioni ecc., 1938, p. 230, J. Hubschmid, Vox Romanica XI (1950) p. 125 e Sard. Studien, p. 98 sg. e il von Wartburg, Franz. Etym. Wörterb. XI (1962), p. 216 e vi vedono una voce del sostrato mediterraneo. Siccome nell’Italia meridionale, compreso il Cilento, la voce per indicare una varietà del pino si può ricostruire nella forma zappinu e Zapino, come toponimo, è documentato nella Puglia nel 1012 {Zapinu), mentre manca ogni traccia di sappino, la difficoltà di immettere in questa serie Sapri non può non essere rilevata. Per lo stesso motivo non è inficiato un confronto con altro fitonimo paleomediterraneo che indica una qualità di quercia (rovere), dato dallo spagnolo e port, cbaparro, arag. tsaparro, basco saparra e zaparra, berbero ta-zaf-t (per altre lingue africane cfr. Hubschmid, op. cit. p. 13) « quercus ilex », voce dunque limitata alle due opposte sponde del Mediterrano occidentale. Il confronto fra il sinonimo aesculum e il basco eskur « quercia », berbero asyjr, rispettivamente άσζρα in Esichio (città della Beozia, patria di Esiodo) ci permetterebbe di cogliere una formante in -r- che troverebbe la sua corrispondenza in Sapri inteso come « rovereto ». Molto più alla mano è però la derivazione dell’agg. greco σαπρός 1 putrido ’ ‘ marcio cfr. σήπω ‘ imputridisco ’, con riferimento alla presenza di paludi. Sarebbe dunque un caso analogo a quello di Balsa, città della Lusitania che, secondo Plinio, era circondata da vaste paludi (n. h., IV, 116), da confrontare col basco baltsa ‘ pantano ’, o della città campana Φιστελία e con leggenda osca Fistenìs (osco fistelu} che ha suggerito all’Alessio, Panorama ecc., p. 96, l’idea che la città debba essere ricercata « in una zona acquitrinosa caratterizzata da vegetazione palustre», tanto da far supporre che le « rovine della città siano state inghiottite dal fango ». Omofoni due idronimi (Σα/πρά λίμνη nella Misia e presso Bykae). Caso parallelo è pure quello di Cròpana, campagna presso Camerota, da κόρπανον « sterco », ma qui si tratterà di un appellativo dialettale d’origine bizantina eguale a cròpana « terreno concimato ad addiacci », Rohlfs, Dizion., dial, tre Calabrie, I, 237. Naturalmente va scartata l’inveterata opinione che il nome possa ripetere quello della madrepatria della colonia Sybaris, G. Antonini, Lucania, 1745. Il derivato Vicus Saprinus che la storiografia locale vorrebbe far risalire al periodo repubblicato è invece molto più recente; forse la documentazione più antica è il De coloniis di Sesto Giulio Frontini.”. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), di “Scidro”, a p. 53 (p. 273), in proposito scriveva che: “Non riesco a trovare o nel Cilento o nelle vicinanze una località Sapere che è documentata nel 1489 come luogo di provenienza d’un certo Nicolò, a Castellabate; cfr. A. Silvestri, op. cit., p. 13. Suppongo che si tratti d’una variante per l’attuale Sapi.”. Nel 1956, Alfonso Silvestri (….), nel suo “La popolazione del Cilento nel 1489”, nel documento che riguardava il censimento focatica della popolazione di “Castellabate” fatto eseguire da Alfonso I d’Aragona nel 1489, “Numeratio focolariorum Castri Abbatis et Rocce Cilenti cum Casalibus” (1489)”, ed in particolare la “Numeratio terre Castri Abbatis cum casalibus”, a p. 13, in proposito scriveva: “Nicolo de Sapere, annorum 30, habet uxorem Margaritum, caret filijs. Mortui, et nihil de eis reperitur.”, ovvero che: “Nicolò di Sapere, 30 anni, ha moglie Margarita, senza figli. Sono morti e di loro non si è più trovato nulla.”. Il de non sta per patronimico ma sta per “di” ovvero Nicola di Sapere, ovvero un luogo, un toponimo. Il Silvestri, a p. 280, nell’Indice delle Famiglie, scriveva: “Sapere (de) Castri Abbatis, 13″. Il Battisti si chiedeva “Non riesco a trovare o nel Cilento o nelle vicinanze una località Sapere”, ovvero egli non trovava nel Cilento questo luogo di provenienza di Nicolo. Il Battisti, a p….., in proposito scriveva che: “Nel settore toponomastico ciò crea differenze piuttosto profonde fra le due regioni. A Posidonia e Bussento la grecità durò quasi esattamente due secoli (meno a Bussento, distrutta da Sibari, a Scidro ed a Lao, circa un secolo).”. Il Battisti, a p. 301, in proposito scriveva che: “b) GLI IDRONIMI…Mancano corsi d’acqua di una certa importanza nell’interno del Cilento e lungo la costa tirrena. Vi sono piccole ma alle volte travolgenti fiumare a corso ripido e breve. L’unico che abbia un certo rilievo è l’Alento, Alyntos, Alex, Hales, che Cicerone chiamava « nobilem amnem » ed aveva un corso di 40 Km.;…..etc….In questi idronimi è facile riconoscere tipi di derivazione molto diffusi nella nostra Penisola e particolarmente nella Lucania e nel Bruttium…….È indubbiamente dovuto all’incrocio di un elemento in -r- e di una desinenza aggettivale in -n-‘> per il primo si vedano SHants, Tanager (Krähe, op. cit., II, 150), Scidrus, Landro, Lambro, v. s., e probabilmente Solofrone-Solofra.”. Sempre il Battisti, a p. 306, in proposito ai Lucani scriveva: “All’avvento dei Lucani nelle loro sedi nel Cilento, sappiamo esattamente che i centri costieri di Lao, Scidro e Pixente già dai primi decenni del IV secolo « erano città lucane di nome, di usi e di costumi », il che, in parole povere, ci dice che l’occupazione lucana del Cilento può essere ascritta al secolo precedente. Fra il Cilento e Pesto, nell’occupazione lucana, vi sarebbero dunque quasi due secoli di distanza. Le vie preistoriche che solcano l’Appennino possono giustificare questo divario nel tempo che permise di anticipare l’occupazione nella piana di Paestum di fronte al Cilento. Ma è assolutamente inammissibile — e risulta anche da questa ricerca — che il Cilento non sia stato abitato prima dell’avvento dei Lucani, per quanto tale zona sia povera di risorse. Ci sono fra il Vallo di Diano e il bacino del Noce, che per Lagonero arriva a Sapri, e anche nell’interno del Cilento, attraverso Teggiano e Laurino dei collegamenti di montagna che, discendendo lungo le fiumare, portano alla costa tirrenica. Se queste permisero ai predecessori dei Lucani di raggiungere anche la sponda cilentana, non c’è un motivo per negare la stessa possibilità ai Lucani. Ricordiamoci che qui, dal primo paleolitico in poi, non sono stati riscontrati iati archeologici. Non ritengo che l’analisi toponomastica permetta altra stratografia, all’infuori della segnalazione di una possibile, ma modesta penetrazione etrusca ed una ben più palese affermazione di strati preistorici mediterranei preindeuropei. Questa penetrazione però nella toponomastica del Cilento non ha un volto: sappiamo soltanto che fra un periodo paleo-mediterraneo e quello lucano c’è un lungo intermezzo « italico ». Esistono dunque « penombre italiche » che dipendono fondamentalmente da due cause. I toponimi sono pervenuti al latino attraverso successivi adattamenti allo strato linguistico lucano, hanno perciò perduto, almeno in parte, la loro forma originaria. Il latino ha poi adattato alla sua fonetica quella lucana precedente. Rifare questo processo di adattamento è forse possibile, almeno in parte, attraverso un esame monografico dei singoli toponimi. Può darsi che ulteriori scavi, di cui abbiamo vivo bisogno, contribuiscano ad un processo di chiarificazione. Parve a chi scrive che un’esposizione globale dei nomi di luogo di una zona appartata e geograficamente definibile come il Cilento potesse servire quale primo orientamento. Questo studio non ha infatti altro scopo che quello di segnalare problemi che archeologi e linguisti dovranno affrontare, ognuno coi propri mezzi.”.
La leggenda di SCIDRO, eroe eponimo della colonia magno-greca, che fondò l’omonima città e che sposò Siri, figlia del re Morgete, la lega Achea ed i buoni rapporti di Siri con Sibari
Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 110 e ssg. parlando degli antichi popoli della Basilicata ed in particolare degli Enotri, in proposito scriveva: “Giacchè le colonie dei tempi storici e progrediti erano consacrate dall’oracolo precedente e favorevole della Pizia, ed avevano a condottiero legale l’oikistos od ecista, che era il capo, il giudice, e il legislatore designato dalla madre patria. Egli, come tutti i fondatori degli Stati, era in vita venerato come un eroe, e, dopo morte, proseguito degli onori eroici dai coloni. Da queste solenni consuetudini elleniche dei tempi storici derivò il concetto che fece dai coloni italioti riataccare la fondazione prima delle loro città agli eroi, popolarmente famosi, del ciclo troiano; e Cremisa e Petilia sono state fondate da Filottete, Metaponto da Nestore o da Epeo, Salento da Idomeneo, etc….Ricorrendo alla fonte eroica comune alle genti elleniche, attribuivano alla loro città origini gloriose, grazie al fondatore di essa, e nel nome dell’eroe fondatore attingevano quel battesimo di legittimità, che per la mancanza di un ‘oikista’ noto era difettiva alla città come alla famiglia venuta su senza gli auspicii e i riti delle giuste nozze.”. Il Racioppi parlando di Lao e delle sue origini, a p. 194 ci parla dell’eroe eponimo e, in proposito scriveva che: “Lao…ma la parola ha radici più antiche, al di là dell’idioma dei coloni ellenici. La feconda immaginativa di questi popoli artisti, a spiegare i nomi dei luoghi che erano sede dei loro stabilimenti, faceva sbocciar dal seno dello stesso nome topografico la persona di un eroe, di un semidio, di un fondatore della città; etc…”. Dunque, il Racioppi spiegava che laddove vi è un’antica città di probabile fondazione coloniale magno-greca vi è un fondatore, un eroe, un ecista. Ho cercato di indagare sull’origine del toponimo Scidro ed ho trovato l’interessante citazione di Emanuele Ciaceri (….). Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, nel 1940, a p. 274, in proposito scriveva di Scidro che: “Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (5).”. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Il Ciaceri, ripete lo stesso concetto, vol. I, a p. 285 (vedi ristampa del ed. Pancallo, 2004), dove in proposito scriveva pure che: a che: “dal momento che da quella posizione e da quella alleanza Sibari si vedeva tagliata la via di comunicazione, per Lao e Scidro, con Posidonia e quindi con le coste dell’Etruria (1). Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (2).”. Il Ciaceri aggiunge pure che “..la supposizione”, derivi e potrebbe trovare conferma nella leggenda “secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”. Il Ciaceri scriveva pure che la lega Achea, l’alleanza che avrebbero stretto Siris e Pixunte avrebbe avuto anche influenza sulla vicina colonia greca di Scidro, nonostante questa fosse una colonia della città greca di Sibari sullo Ionio. Il Ciaceri, a p. 285, nella nota (2) postillava: “(2) v. s. a p. 139 n. 2.”. Infatti, il Ciaceri, vol. I, a p. 139, in proposito scriveva pure che: “Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. In questo passaggio interessante in cui il Ciaceri ci parla di Scidro, non molto distante dalla colonia Siritide di Pixunte e, parlando degli scambi commerciali che avvenivano tra le due potenti città Ioniche di Siris (alleatasi con Pixunte) e di Sibari, con la sua colonia sul Tirreno di Scidro, a p. 139 (nella ristampa anastatica del 2004), nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. Etc…”. Il Ciaceri, vol. I, a p. 139, nella nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo etc…”. Il Ciaceri, postillava che nell’Etymologico Magno (….), alla voce “Siris” è scritto che essa (Siris) è ricordata come la figlia del re Morgete e sposa di “Scindo”. Ma, il Ciaceri postilla ancora che, nell’Etymologico Magno, il nome di Scindo, potrebbe essere letto “Scidro”. Infatti, nell’Etymologicon Magnvm (….), di Fererici Sylburgii, ed. Lipsia, del 1816, a p. 647, alla voce Σιρις è scritto: “Σιρις, πολις Ιταλζας, η προτερον ουτω κκλουμενη, ειτα Πολιειειον. Σιρις δε ωνομασται ατο Σιριδος θυγατρος Μοργητος του Σικελιας βασιλεως, γυναικος τε Σκινδου η απο Σιριδος μιας των Νηρηιδων η απο παραρρεοντος αυτη ποταμου”, che tradotto significa: “Siris, una donna italianissima, la prima non era donna, era Poliion. Siris non prende il nome da Siris, figlia di Morgitus, re di Sicilia, moglie di Scindu, o da Siris, una delle Nereidi, o da un fiume che scorre.”. Dunque, l’Etymologicon Magno ricorda Siri come la figlia di re Morgete, il re eponimo del popolo dei Morgeti e moglie di “Scindo”, ove è scritto Σκινδου. Il Ciaceri, però si chiede se al posto di Scindo “..si dovesse leggere Σχìδρου”, ovvero si dovesse leggere Scidro, la Siri, figlia di Morgete sarebbe la sposa di Scidro. Dunque, il Ciaceri, sulla scorta del Pais, si chiede che, se, l’Etymologico Magno si dovesse leggere diversamente, il marito della Morgete Siri sarebbe Scidro. Il Ciaceri, però, p. 139 (nella ristampa anastatica del 2004), nella sua nota (2) postillava che: “(2) …E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer, Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Il Ciaceri aggiunge alla sua postilla il dubbio che aveva rispetto a ciò che aveva scritto l’archeologo tedesco Maximilian Mayer, italianizzato in Massimiliano Mayer (Prenzlau, 30 agosto 1856 – Lipsia, 1939) che scrisse l’opera Apulien vor und während der Hellenisierung, Lipsia, 1914 , dove, a “p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Nella ristampa anastatica dello stesso testo del Ciaceri del 1924 (forse la I edizione), la stessa notizia ci è data nello stesso Cap. IX, a p. 285, ma la nota cambia perchè ivi è la nota (2)(non la nota 5). Nella sua nota (2), il Ciaceri postillava che: “(2) v. s. a p. 139 n. 2.”. Dunque, è la stessa nota e ci dice che egli ne parla a pag. 139 del vol. I. E’ qui che il Ciaceri chiarisce meglio il suo pensiero scrivendo che nel racconto Etymologicum Magnum, che poi vedremo meglio, si legge Scindo e, non “Scidro”. Il Ciaceri citava il Pais. Il Ciaceri, sulla scorta del Pais scrive che in questo testo alla parola Σìρις , è ricordata “Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo”. Ciaceri scrive che nel testo medievale dell’Etymologicum Magno, il termine di Scindo si dovrebbe leggere diversamente. Infatti, il Ciaceri postillò dell’origine di Siri, sulla scorta di Ettore Pais (….), il quale, nel suo “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, vol. I, nella nota (4) di p. 225, dove postillava che: “(4) Che Siris fosse fondata da Colofoni, dicevano Timeo ed Aristotele apd Athen. XII, p. 523 d. I coloni, da Strabone, l. c. sono semplicemente detti Ioni; v. Licofrone v. 989; (Aristot.) ‘de mirab. ausc.’ 106, p. 840 Bkk., ove il testo è assai corrotto sicchè ove si legge Πλειον va letto Πολιειον, e dove si dice che i Troiani vi avevano fondato una città detta Σιγειον va letto Σιριν, cfr. Steph. Byz. s.v. Πολίειον πόλις Ιταλίας ή πρότερον Σίρις καλουμένη. τὸ ἐθνικὸν Πολιειεύς ὡς τοῦ Σίγειον τὸ Σιγειεύς (cfr. s.v. Σιρις; v. anche Etym. Magn. s.v. ἀπὸ Πόλιθος ἐμπόρου ἢ ὅτι ᾿Αθηνᾶς πολιάδος ἱερὸν ἐν αὐτῇ ἐστι. Di questo simulacro di Atene parlano Strabone, l. c.; Iustin. XX, 2, 4, cfr. ‘Sch. Vet. ad Lycophr.’, v. 984. Aristotile e Timeo asserivano che prima dei Colofoni a Siris erano giunti Troiani, ma è chiaro che questa leggenda ha un’origine perfettamente uguale a quella dell’origine lida dei Tirreni. In altri termini i Colofoni Ioni identificarono gli indigeni Còni con i Troiani. Il mito di Calcante localizzato a Siris, v. Lycophr. v. 978 sqq., come ha giustamente veduto il Geffcken, ‘Timaios Geographie des Westens’ ( Berlin 1892 ) p. 14 si spiega con la colonizzazione dei Colofoni . Il mito infatti in origine è colofonio. Nell’Etym. Magn. s. v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου. Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s. p. 5 , n. 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito. Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461, o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz. s. v. Mɛtañóvτtov, la ragione va cercata, come vedremo, nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Il Pais, a p. 225, nella nota (4) postillava che, nell’Etymologico Magno, si legge che il nome di Siri derivò dalla città: “(4) ….ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου.”, ovvero il nome della città di Siris derivò da: “(4) …da Siris figlia di Morgetus re di Sicilia, moglie di Scindu”. Però, il Pais (….), nel vol. I, la nota n. 4 di p. 225 aggiunge pure che: “(4)…Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s. p. 5, n. 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito.”. Dunque, è il Pais che, nel 1889, notò che se, nell’Etimologico Magno, sul nome di “Siris” si dovrebbe leggere “Scidro” anzicché Scindo, sicché ci vuol dire che, la figlia del re Morgete, Siris era moglie di Scidro, eroe eponimo della città preellenica sul Tirreno. Dunque, stando al Pais, nell’Etymologico Magno (….), il nome “Siri” della città di “Siri” derivò dal suo eponimo, ovvero derivò dal fatto che “Siri”, figlia del re Morgete, aveva sposato “Scidro”. Il Pais, siccome nell’Etymologico Magno è scritto Σκίνδου, ovvero “Skindu”, egli crede si debba leggere Σχιδρου “Schidro” (Scidro). Dunque, il Pais, a pp. 5-6 parla dei Morgeti e di Scidro. Il Pais postillava che: “Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s. p. 5, n. 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito”…., ovvero che il Pais, nella nota (4) di p. 225 postillava che, egli credeva che nel testo, invece di leggere “Scindo” Σχìνδου….., si dovesse leggere “Scidro” Σχìδρου. Infatti, Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, nel 1940, a p. 139 della ristampa anastatica del 2004, nella nota (2) postillava: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), etc…”. , ovvero scriveva che secondo il Pais (….), invece di leggere “Scindo” Σχìνδου….., si dovesse leggere “Scidro” Σχìδρου. Già in precedenza, il Pais si era espresso sulla questione. Infatti, il Pais, nella nota (4) a p. 225 postillava: “(4)….Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s. p. 5 , n. 1”. Infatti, il Pais (….), nella nota n. 1 di pp. 5-6 postillava che: “(1) Per lo stesso motivo dallo Scoliasta di Teocrito IV, 32, è detto che Crotone figlio di Aiace ἐν Σικελίᾳ ἔκτισε Κρότωνα e nel l’Etimologico Magno ad. v. Σιρις 714, 3 è detto che la città italiana di Sirio si chiamava ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως, γυναικός τε Σχ Σχιχου, ove non si allude, secondo me, ai Morgeti di Sicilia ma a quelli d’Italia.”. Dunque, in questo passaggio, il Pais spiega il suo pensiero sui Morgeti e scrive che nel passo dell’Etymologico Magno, alla voce “Siris” (714, 3), è scritto che la città di Siri si chiamava “ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως, γυναικός τε Σχ Σχιχου”, ovvero: “da Siris figlia di Morgitus re di Sicilia, moglie di Schidrus”. Ritornando alla questione che noi interessa. Chi era Scidro, l’eroe eponimo che fondò la città scomparsa di Scidro, colonia magno greca di Sibari e posta sul mar Tirreno. Dunque, secondo il Ciaceri vi era la leggenda di Siri, figlia del re Morgete (il re dei Morgeti, popolazione italiota) che avrebbe sposato Scidro. “Siri”, figlia del re Morgete, avrebbe sposato “Scidro” che lui chiama “eroe eponimo”. Cos’è un eroe eponimo ?. Da Wikipedia leggiamo che L’eponimo (dal greco ἐπώνυμος, composto di ἐπί, «sopra», e ὄνομα, «nome») è un personaggio, sia esso reale o fittizio, che dà il suo nome a una città, un luogo geografico, una dinastia, un periodo storico, un movimento artistico, un oggetto o altro. Il termine viene spesso utilizzato per indicare il personaggio, in genere mitico, a cui si attribuiva la fondazione di una città o di una stirpe. Poteva altresì indicare la divinità protettrice: per esempio Atena protettrice della città greca di Atene. Dunque, il Ciaceri, ci ricorda la “leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”. Il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….), che vedremo in seguito, ci parla della leggenda del re Morgete e di sua figlia Siri che aveva sposato “Sidro”. Il Ciaceri intendeva dire che “Scidro” sarebbe stato l’eroe eponimo in quanto egli sarebbe stato un personaggio (in questo caso, secondo la leggenda, sarebbe stato il marito di Siri, figlia del re Morgete) che diede il suo nome a una città, un luogo geografico, ovvero diede il suo nome alla sua città omonima di “Scidro”. In questo caso, l’eroe eponimo del Golfo di Policastro, sarebbe Scidro, il quale, secondo la leggenda sarebbe stato sposato con Siri, figli del re Morgete e, dunque, col suo eponimo si è chiamata la piccola colonia sibarita e magno-greca di Scidro sul Tirreno. Dunque, il Ciacieri accenna alla leggenda, o antico racconto dell’unione di Siri, figli di Morgete, re dei Morgeti e di Scidro “l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”, dunque, Scidro il fondatore della colonia sibaritica di Scidro. Il Ciaceri, dunque, sulla scorta del Pais, ci ricorda della tradizione sui Morgeti e sugli scritti di Antioco di Siracusa che aveva scritto sulla città di Siri. In particolare, restando sempre ai Morgeti ed ad Antioco, il Ciaceri, a p. 43 scriveva: “La tradizione secondo la quale scriveva Antioco siracusano, gli assegnava come re eponimo Italo, così come faceva appellare gli Ausoni da Ausone, i Morgeti da Morgete ed i Siculi da Siculo, etc…”. Inoltre, il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “, dove è scritto che “Σιρις”, il suo significato è: “Siri”. Il Ciaceri scriveva che secondo una tradizione, per esempio quelle ricordata dall’Etymologico Magno (….), la città di Siri era figlia del re Morgete, del popolo dei Morgeti. La figlia del re Morgete si chiamava Siri e secondo la tradizione Siri aveva sposato Scidro. Il Ciaceri ci ricorda pure che “Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari“. Il Ciaceri scriveva che l’alleanza (“Lega Achea”). Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (2) parlando del re Morgete e di sua figlia Siri che andò sposa a Scidro (o Scindo ?) riteneva probabile che “…si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro”. Già a p. 274, il Ciaceri aveva scritto che questa leggenda risalisse all’epoca in cui: “…Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, etc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II – le popolazioni d’Italia”, nel 1940, a pp. 42-43 parlando del popolo degli Enotri, in proposito scriveva di Scidro: “….questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori Greci è ricordata come la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, ….onde l’una e l’altra finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata etc…, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali, coe di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma a dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che poi venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “, dove è scritto che “Σιρις”, il suo significato è: “Siri”. Il Ciaceri, a p. 42, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Ed. Meyer, Gesch. d. Alt., II, p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella nota (3) postillava: “(3) Antioch. apd. Dyonis. H, I, 12 = fr. 3.”. Il Ciaceri, a p. 42, nella nota (4) postillava: “(4) Antioch., l. c., = fr. 3”. Il Ciaceri, vol. I, a p. 43 scriveva che: “…la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Sempre il Ciaceri, a p. 274 ci ricorda che: “….la supposizione….troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – etc… (5).”. Il Ciaceri, vol. I (ristampa del 2004, ed. Pancallo), a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “, dove è scritto che “Σιρις”, il suo significato è: “Siri”. Il Ciaceri, vol. I, a p. 139, nella nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo etc…”. Dunque, per l’Etymologico Magno (….), Siri era la figlia del re Morgete ed inoltre era la sposa di Scindo o Scidro, come ipotizzano il Pais ed il Ciaceri. Ma, oltre alla tradizione sulle origini di Siri narrata da Antioco di Siracusa, vi è anche un’altra tradizione sulle origini di Siris che fu bene esposta da Giulio Giannelli. Il Ciaceri scriveva su Metaponto, marito di Siri che sarebbe stata la quarta sua moglie. Il Ciaceri, a p. 135, in proposito scriveva che: “Traendo motivo (1) dalla ricostruzione del dramma euripideo intorno a Melanippe, fatta in base alla scoperta di un nuovo frammento (2), nel quale Metaponto sarebbe stato indicato come re di Icaria, r cioè di un demo d’Attica, ed ove era ricordata Siri, che prima moglie di Metaponto, da lui respinta, si sarebbe recata nel luogo in cui sorse la città che da lei prese nome (3), si veniva a rilevare che stando al dramma stesso la città di Siri era considerata quale colonia di Metaponto, mentre queta era ritenuta fondata da un eroe dell’Attica; onde si avrebbe avuta la spiegazione delle parole di Erodoto circa quella pretesa Ateniese,…….Secondo la leggenda già sviluppata, Siri sarebbe stata pertanto fondata dai Metapontini; e con ciò si accorderebbe la notizia di Antioco, etc…”. Il Ciaceri, a p. 138, in proposito scriveva pure: “…alla ricostruzione, in vero molto fantastica, che s’è fatta del dramma euripideo intorno a Melanippe, per cui si è creduto poter leggere “rex Icariae” invece di “rex Italiae” in un passo corrottto delle favole di Igino (1).”. Giulio Giannelli (….), come vedremo in seguito, a p. 83, nella nota (7) postillava che: “(7) Cfr. Pais, Ricerche stor., p. 109, n. I. Altri pensa che la leggenda che faceva di Siris la moglie di Metaponto – della quale si valse Euripide nella sua tragedia – sia nata per il fatto di essere stata Siri fondata da Metaponto (Beloch, I(2), 2, 240; cfr. Willamowitz, Heracles, I(2), p. 10, n. 22; vedi però Meyer, IV, § 397 nota).”. Dunque, il Giannelli, sulla scorta del Pais, riporta la notizia di “Siris” moglie di Metaponto tratta dalla tragedia di Euripide “Melanippe he desmotis”. Dunque, secondo il Pais, citato dal Giannelli, alcuni scrittori pensavano che la leggenda che faceva di Siri la moglie di Metaponto, se ne valse Euripide (….) nella sua tragedia. Euripide scrisse che la città di Siri sia stata fondata dalla città magno greca sullo Ionio di Metaponto. Sul nome e l’origine della città di Siri e l’eventuale legame con i Morgeti, con Scidro, marito della figlia del re Morgete, Siri, ha scritto Giulio Giannelli che, elencava le tre diverse versioni del mito che sottasta alla città di Metaponto. Il Giannelli scrive che nella tragedia di Euripide: “Ivi si narrava come Teano, moglie di Metaponto, avesse salvato Eolo e Beoto, figli di Melanippe e Posidone, che erano stati esposti. Sorta più tardi gelosia fra i due gemelli e i figli di Teano, questi vengono trucidati e la madre, per dolore, si uccide. Quindi Melanippe sposa Metaponto, il quale adotta Eolo e Beoto, da cui prenderanno poi nome le due regioni dell’Eolide e della Beozia (1).”. Sulla questione e sulla leggenda, il Pais scrive di Karl Julius Beloch (….). Infatti, il Giannelli, a p. 99 parlando di Siri, in proposito scriveva: “la teoria del Beloch che, escludendo la partecipazione dei Colofonii alla colonizzazione di Siri, fa risalire l’origine della città all’espansione dei Metapontini nella valle dell’Aciris.”. L’opera citata dal Giannelli è Ettore Pais (….) e, la sua “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia Antica”, p. 109. Infatti, il Pais, nell’opera citata, a p. 109, nella nota (1) postillava: “(1) Siris è detta figlia di Metaponto, Schol. in Dion. Perieg. v. 461, o è addirittura confusa con Metaponto, v. Stephano Byzantino, s.v. in Μεtatovtiov. Il che forse si spiega con la conquista che Metaponto fece di Siris.”. Si tratta di Dionigi d’Alessandria. In Wikipedia leggiamo che Dionigi il Periegeta o Dionisio il Periegeta (in greco antico: Διονύσιος ὁ Περιηγητής, Dionýsios ho Periēghētés; Alessandria d’Egitto, 55 d.C. circa – dopo il 115 d.C.) è stato un poeta greco antico. Dionigi il Periegeta fu un poeta didascalico, di cui abbiamo varie biografie. Quello che è meglio rappresentata nella tradizione manoscritta è la Vita Parisina, conservata dai più antichi testimoni, in cui viene indicato come figlio di Dionisio o Dioneː questa Vita è stata tradotta in latino da Pomponio Leto. La Vita Chisiana, poi, è la più dettagliata e risale almeno al IV sec. Suda, infine, pone l’attività di Dionigi sotto il regno di Nerone. Si crede, a partire dall’Ottocento, che avesse scritto intorno al 124 una Periegesi della Terra, poemetto in 1187 esametri di gusto tardoellenistico. Ma vediamo ora cosa scrisse il Giannelli sul mito di “Siri” e Metaponto. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Bemporad, Firenze, 1963 (ristampa), a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “La tradizione che faceva nascere Beoto e Metaponto, prese sempre maggior vigore, ma prevalse nella forma in cui ci è conservata da Diodoro Siculo, dove Melanippe è fatta invece moglie di Hippotes e madre di Arne: questa, rimasta incinta per opera di Posidone, fu affidata dal padre a Metaponto, allora suo ospite (2), il quale la portò nell’anonima città italica, ov’essa dava alla luce Eolo e Beoto. Questi, adottati da Metaponto e fatti adulti, s’impadronirono del governo della città e uccisero Autolide, la moglie di Metaponto, gelosa di Arne. In seguito a tali fatti, Eolo e Beoto con Arne e molti amici abbandonarono Metaponto: Eolo si recò a Lipari, Beoto invece in Beozia insieme alla madre. Etc..”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Bemporad, Firenze, 1963 (ristampa), a p. 83 e ssg., in proposito scriveva che: “A Metaponto era poi localizzato il culto di Arne, o meglio la saga della nascita di Eolo e Beoto: abbiamo veduto infatti che, in una prima redazione della leggenda, madre de’ due fanciulli è fatta Melanippe, che diviene poi sposa di Metaponto; in una seconda redazione, la madre è invece Arne: mentre padre resta sempre Posidone, padre adottivo Metaponto. Di Metaponto conosciamo così due mogli, Teano (nella prima redazione) e Autolite (nella seconda), uccisa dai figli adottivi dell’eroe: un terzo nome di moglie sarebbe quello di Melanippe, che Metaponto avrebbe sposata dopo la morte di Teano; e se ne potrebbe aggiungere ancora un quarto: Siris (6).”. Dunque, in questo passaggio, il Giannelli parlando dei miti sorti sull’origine di Metaponto scrive che, secondo alcune leggende, conosciamo un quarto nome di moglie di Metaponto, che è Siri. Un primo nome di moglie di Metaponto è Teano, un secondo nome di moglie è Autolide, un terzo nome di moglie è Melanippe, ed il quarto nome di moglie è Siri. Dunque, in questo passaggio, il Giannelli parlando di Metaponto e dei sui miti ci dice che secondo una tradizione, Siris fu la quarta moglie di Metaponto o “Metabo”, il quale, secondo la tradizione ebbe per mogli “Teano” (prima redazione), “Autolide” (seconda redazione), “Melanippe”, terzo nome di moglie e “Siris”, quarto nome di moglie. ll Giannelli aggiungeva che: “Ma si capisce che la ragione di quest’ultima parentela è da ricercarsi nella vicinanza delle due città, e nel dominio che Metaponto esercitò su Siri, dopo la vittoria riportata su di essa dalla prima confederazione degli Achei italioti (7).”. Il Giannelli, a p. 83, nella nota (6) postillava: “(6) Oltre al citato scolio a Dionisio Perieg., vedi Athen., XII, p. 523 d = Eurip., ‘fragm.’ 496, MAUCK: “ωνομασθη δη Σιρις ως μεν Τιμαιος φησι χαι Ευριπιδης εν Δησμωτιδι (η) Μεναλιππη απο γυναιχος τινος Σιριδος.”; Cfr. Steph. Byz., s. v. Μεταποντιον”. Il cui significato è: “(6) Menalippe si chiamava Siride, poiché Timeo era la moglie di Euripide in Desmotide, dalla moglie di Siride.“. Il Pais, nella nota (4) postilla che egli credeva questo: “(4)…. e le ragioni le dirò in seguito”. Infatti, egli aggiunge che: “(4)…..Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s. v. Mɛtañóvτtov, la ragione va cercata, come vedremo, nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Dunque, cercherò di analizzare questo passaggio del Pais, in seguito. Inoltre, il Pais, nella nota (4), a p. 225 postillava pure che: “(4) Steph. Byz. s.v. Πολίειον πόλις Ιταλίας ή πρότερον Σίρις καλουμένη. τὸ ἐθνικὸν Πολιειεύς ὡς τοῦ Σίγειον τὸ Σιγειεύς.”. Inoltre, il Pais, nella nota (4) a p. 225 postillava pure che: “(4)….Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461, o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz. s. v. Mɛtañóvτtov, la ragione va cercata, come vedremo, nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Dunque, il Pais postillava pure che nello Scholiasta (….), in “Dionisio Perieg.” (vedi p. 461), “Siri” è detta figlia di Metaponto. Infatti, il Giannelli, di cui parlerò in seguito, a p. 83, nella nota (6) postillava: “(6) Oltre al citato scolio a Dionisio Perieg., vedi Athen., XII, p. 523 d = Eurip., ‘fragm.’ 496, MAUCK: “ωνομασθη δη Σιρις ως μεν Τιμαιος φησι χαι Ευριπιδης εν Δησμωτιδι (η) Μεναλιππη απο γυναιχος τινος Σιριδος.”. Si tratta di “Dionigi il Periegeta” (….) ed il Giannelli (…) scrive che l’opera si trova in “Athen., XII, p. 523 d = Eurip., ‘fragm.’ 496″, ovvero si trova nell’opera di Ateneo di Neucrati e in Euripide. Ettore Pais (….) e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, vol. I, a p. 308-309, in proposito scriveva che: “Vedemmo come oltre un secolo innanzi i Colofoni si fossero fissati sulle sponde dell’Ionio a Siris (4), e non è casuale che fra i Siriti ed i Greci, che abitavano le coste vicine a Velia, si siano di buon’ora iniziate relazioni commerciali simili a quelle che esistevano fra Velia e la calcidica ionia Reggio (5).”. Dunque, il Pais ci dice delle buone relazioni commerciali sorte tra i Colofoni di Siris, i Siriti di Siri sullo Ionio, la sua alleata Pixunte sul mare Tirreno, e forse pure Scidro, con la Ionia e Focese Velia e Reggio. Il Pais, a p. 309, nella nota (4) postillava: “(4) V. sopra p. 225.”. Il Pais, a p. 309, nella nota (5) postillava: “(5) V. s. p. 307 e in seguito nel cap. VI”. Purtroppo, il capitolo VI non è in questo testo, ma si trova nel vol. II che non riesco a trovare ma credo che il Pais ci voglia parlare della colonia Siritica di Pixunte, non molto distante da Velia e che, sia stata ripopolata da Micito di Reggio, proprio per le ragioni commerciali dette e di cui ho parlato in altri miei saggi. I rapporti commerciali instaurati tra la focese Velia con la Calcidica Ionia città di Reggio, molto probabilmente interessarono anche le due colonie Sibaritiche di Scidro e Lao. Il Pais, a p. 307, in proposito scriveva che: “Risulta ad ogni modo e da ambedue le narrazioni che i Focesi ripararono a Velia. La notizia erodotea, che i Reggini accolsero benevolmente i Focesi reduci da Cirno e da Alaia, è poi confermata da una antichissima moneta di Velia la quale attesta l’alleanza di costei con Reggio (1). Ciò prova pertanto come fra gli Ioni-Calcidesi di Reggio e gli Ioni di Focea corressero buone relazioni e come i primi non dovessero vedere di mal occhio gli arditi e fortunati viaggi dei secondi in Occidente.”. Il Pais, a p. 309, nella nota (4) postillava: “(4) V. sopra p. 225.”, ma abbiamo già visto ciò che scriveva a p. 225 il Pais sullo stanziamento dei Colofoni che fondarono Siri. Il Pais, a p. 225, in proposito scriveva che: “I nuovi coloni giungevano dalla ionica Colofone; causa del loro arrivo sarebbe stato il desiderio di sottrarsi alla signoria ed alle vessazioni dei re della Lidia (4). Al tempo della fondazione della colonia di Siris, o almeno poco dopo, Siris venne visitata dal poeta ionio-pario Archiloco, il quale, allorchè più tardi partecipò alla colonizzazione di Tasos, malcontento della nuova sede che paragonava …., rimpiangeva il bel tempo in cui aveva vissuto a Siris (1). Archiloco infatti era coetaneo del re lido Gige e sappiamo che da questo re venne conquistata Colofone. Sicchè i Colofoni avrebbero fondata Siris verso la metà del secolo VII, ossia un paio di generazioni dopo il tempo in cui, secondo la cronologia tradizionale, sarebbero sorte Taranto e Sibari (2). Siris, …..si collegò di buon’ora con Pyxus, una colonia posta sulle coste del Tirreno e divenne quindi una temibile rivale delle città achee di Sibari, di Metaponto e di Crotone, le quali strettesi in alleanza l’assalirono e la distrussero (3).”. Il Pais, a p. 226, nella nota (3) postillava: “(3) Sulla ricchezza e mollezza dei Colofoni di Siris v. Timeo e Aristot. l. c.; sulla lega con Pyxus vedi lo statere del VI secolo, Head, op. cit., p. 69; sulla lega delle città Achee, Iust. XX, 2, 3.”. Il richiamo all’Etymologicum Magno e a Esichio lo troviamo in Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), di “Scidro”, a p. 53 (p……), in proposito scriveva che: “Il confronto fra il sinonimo aesculum e il basco eskur « quercia », berbero asyjr, rispettivamente άσζρα in Esichio (città della Beozia, patria di Esiodo) ci permetterebbe di cogliere una formante in -r- che troverebbe la sua corrispondenza in Sapri inteso come « rovereto ».”.
Esichio di Alesandria ed il suo Etymologicum Magnum
Sulla Treccani on-line si legge che una redazione del lessico di Apollonio più completa di quella, assai abbreviata, che ci è pervenuta, fu utilizzata dai lessicografi bizantini (p. es. da Esichio, dall’autore dell’Etymologicum magnum, ecc.), che così possono talvolta esser adoperati per l’integrazione del testo di Apollonio stesso. Infatti, in Wikipedia leggiamo che Esichio di Alessandria (in greco antico: Ἡσύχιος ὁ Ἀλεξανδρεύς?, Hēsýchios ho Alexandréus; Alessandria d’Egitto, … – …; fl. V secolo) è stato un grammatico greco antico. L’opera di Esichio, un glossario intitolato “Συναγωγὴ Πασῶν Λέξεων κατὰ Στοιχεῖον” (Synagōgē Pasōn Lexeōn kata Stoicheion, Collezione alfabetica di tutte le parole), sopravvive in un manoscritto assai corrotto del XV secolo, che è conservato nella Biblioteca Marciana a Venezia. La prima edizione a stampa fu curata da Marco Musuro, sulla base dell’unico manoscritto su citato, presso la tipografia di Aldo Manuzio a Venezia nel 1514 (ristampata nel 1520 e 1521 con leggere revisioni). Una prima edizione moderna fu curata da Moritz Schmidt, in 5 volumi pubblicati tra il 1858 ed il 1868. L’edizione critica fu iniziata nel 1913 da Kurt Latte che, sotto il patrocinio dell’Accademia danese di Copenaghen, pubblicò il primo volume (Α–Δ) nel 1953; il secondo (Ε–Ο) fu pubblicato postumo nel 1966 e da allora il progetto è stato proseguito da Peter Allan Hansen, che pubblicò i restanti volumi nel 2005 (Π–Σ) e nel 2009 (Τ–Ω). In una lettera prefatoria, Esichio afferma che il suo glossario è basato su quello di Diogeniano, a sua volta estratto da un’opera precedente di Panfilo di Alessandria, ma ha usato anche analoghe opere di Aristarco, Apione, Eliodoro, Ameria e altri. Il Lessico contiene approssimativamente 51.000 voci, ordinate alfabeticamente. Si tratta di una copiosa lista di parole, forme ed espressioni strane, con una spiegazione del loro significato e spesso con un riferimento all’autore che le ha usate o alla regione della Grecia dove erano più comuni. L’opera è di grande importanza per gli studiosi; nella ricostruzione del testo degli autori classici in generale, e particolarmente di scrittori come Eschilo e Teocrito, che usavano molte parole rare. Per questo, la sua importanza può difficilmente venire sopravvalutata. Esichio è fonte importante non solo per la lingua greca, ma anche per il tracio e l’antico macedone e per ricostruire il proto-indoeuropeo. Inoltre, le spiegazioni di Esichio di molti epiteti ed espressioni rivelano anche molti fatti importanti riguardo alla religione e alla società degli antichi. Il Ciaceri, cita Ettore Pais (…) ed il suo “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, p. 225, n. 4. Il Ciaceri postillava: “(2) Se nell’Etym. Magn.”, intendeva l’antico testo di cui leggiamo in Wikipedia l’Etymologicum Magnum (in greco antico: Ἐτυμολογικὸν Μέγα; talvolta abbreviato in EM) è il titolo di un lessico compilato a Costantinopoli da uno sconosciuto lessicografo intorno al 1150. L’EM si basa in gran parte su lessicografie, su opere di grammatica e di retorica: in particolare l’Etymologicum Genuinum e l’Etymologicum Gudianum. Tra le altre fonti vi sono: l’Etnica di Stefano di Bisanzio, l’Epitome di Diogeniano, il cosiddetto Lexicon Αἱμωδεῖν, l’Ἀπορίαι καὶ λύσεις di Eulogio, gli Epimerismi in Psalmos di Giorgio Cherobosco, l’Etymologicon di Orione di Tebe e una collezione di scoli. Il compilatore dell’Etymologicum Magnum non assume le caratteristiche di un mero copista, piuttosto di un sapiente “riorganizzatore”, in grado di modificare anche le proprie fonti, così da creare un lavoro nuovo e personale. L’editio princeps fu pubblicata da Zaccaria Calliergi e da Nikolaos Vlastos sotto la direzione di Anna Notaras a Venezia nel 1499. La più recente edizione dell’Etymologicum Magnum risale al 1848 ed è stata curata dal grecista Thomas Gaisford. In fase di preparazione vi è una nuova edizione a cura di F. Lasserre e N. Livadaras, chiamata Etymologicum Magnum Auctum.
Nel III sec. a.C., una fonte: Apollonio Rodio
Da Wikipedia leggiamo che Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta greco antico. Dunque, Apollonio scriveva nel III sec. a. C.. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta egizio del periodo tolemaico. All’età di circa 30 anni fu nominato bibliotecario della Biblioteca di Alessandria dal re Tolomeo II Filadelfo, succedendo a Zenodoto. Contemporaneamente ebbe l’incarico dell’educazione del figlio di Tolomeo II Filadelfo, il futuro Tolomeo III Evergéte. Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche, vedi sotto). Trasferitosi a Rodi, visse sull’isola fino alla sua morte occorsa intorno al 215; per via di questa vicenda fu soprannominato “Rodio”. Apollonio fu autore del poema epico “Le Argonautiche” che narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Le Argonautiche (in greco antico: Τὰ Ἀργοναυτικά) è un poema epico in greco antico scritto da Apollonio Rodio nel III secolo a.C.. Unico poema di età Ellenistica sopravvissuto, esso racconta il mitico viaggio di Giasone e degli Argonauti per recuperare il Vello d’oro nella remota Colchide. Le loro eroiche avventure e la relazione di Giasone con la pericolosa Medea, principessa e maga colchiana, erano già ampiamente note al pubblico Ellenistico, permettendo così ad Apollonio di superare la semplice narrazione, per presentare un’esposizione che aderisca ed enfatizzi i valori dei suoi tempi – l’età della grande Biblioteca di Alessandria – mentre la sua epica incorpora la sua ricerca nei campi della geografia, dell’etnografia, delle religioni comparate, della letteratura omerica. Comunque, il suo principale contributo alla tradizione epica risiede nell’evoluzione dell’amore tra l’eroe e l’eroina: egli sembra esser stato il primo poeta epico a studiare la «patologia d’amore». Le Argonautiche ebbero un profondo impatto sulla poesia latina: tradotte da Varrone Atacino e imitate da Valerio Flacco, influenzarono Catullo e Ovidio, e indicarono a Virgilio un modello per il suo poema romano, l’Eneide. Su wikipedia alla voce di Apollonio Rodio è scritto che: “Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche, vedi sotto)”. Dunque, wikipedia cita il “lessico bizantino Suda o Suidas” e secondo questo testo Apollonio, esiliato a Rodi dove i suoi concittadini diedero scarsa considerazione alla sua opera “Le Argonautiche”. Su Giasone, eroe degli Argonauti, ha scritto anche l’Antonini. L’Antonini è il primo a dirci del viaggio degli Argonauti e di Giasone raccontato da Apollodoro nella sua opera “Biblioteca”. Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 444-445 parlando del fiume Lao, di Laino ecc.., in proposito scriveva che: “Gli antichi lo chiamavano indifferentemente ‘Lao’, o ‘Talao’; e vuò credere che il primiero nome fu ‘Talao’, datogli da uno degli Argonauti (I), degerato poi in ‘Lao’ colla detrazione della prima sillaba. Etc..”. L’Antonini, a p. 444, nella nota (I) postillava che: “'(I) Apollonio sul principio del lib. 2 dell’Argonautica fa di quest’Eroe menzione così in latino ‘……ad quem properavit Castor Atque Biantides Talaus ingens. Apollodoro nel lib. I della Biblioteca anco dice che Talao fu figlio di Biante. Etc…”. Sempre l’Antonini, a p. 445, nella nota (I) postillava che: “'(I) Carlo Stefano, nel suo ‘Lessico Geografico’ ha malamente corrotto questo luogo di Stefano, perchè disse ‘Laus Urbes Laconiae; a Lao fluvio dicta. GENTILE LAINOS STEPHANO. Sin quì potrebbe chiedersi error della stampa etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 125 e ssg., in proposito scriveva che: “Similmente la menzione che ne fa Stefano di Bizantino deve intendersi solo come un ricordo. Lao è detta esplicitamente città della Lucania da Strabone (VI, 252-3) e da Stefano Bizantino, che dipende da un passo di Apollodoro. Implicitamente doveva essere stata creduta tale da Antioco di Siracusa (fram. 6°; cfr. Strab. VI, 254), e da Plinio (l. c. ), che consideravano il fiume Lao come il confine settentrionale, il primo dell’Italia, il secondo del Bruzio, da questo lato.”. Da Wikipedia leggiamo che Talao Talao (in greco antico: Ταλαός? Talaòs) è un personaggio della mitologia greca, uno dei re di Argo, figlio di Però e di Biante. Infatti, l’Antonini, a p. 444, nella nota (I) postillava che: “(1)…..Apollodoro nel lib. I della Biblioteca anco dice che Talao fu figlio di Biante…..Che se gli Argonauti per questi lidi passarono, siccome lungamente s’è dimostrato, e come Igino ragionando di Bute, nella favola 14 disse; non ha dell’inverisimile, che uno di essi avesse al fiume, ed al luogo suo nome dato. Etc…”. Secondo Apollonio Rodio partecipò alla spedizione degli argonauti ma nel mito non vi sono tracce significanti del suo ruolo in quelle avventure. In Wikipedia, la nota (3) postillava: “(3) Apollonio Rodio, Le Argonautiche, 2. 118″. Degli Argonauti parlò anche Valerio Flacco (….). Infatti, l’Antonini, a p. 444, nella nota (I) postillava che: “'(I)….‘Valerio Flacco, dello stesso ancor fece parola, siccome un poco più chiaro ‘Pindaro in Nemea’ così tradotto ‘& ab Argis Ductores nondum erant Talaii Filii, lue hac violenter oppressi’. Che se gli Argonauti per questi lidi passarono, siccome lungamente s’è dimostrato, e come Igino ragionando di Bute, nella favola 14 disse; non ha dell’inverisimile, che uno di essi avesse al fiume, ed al luogo suo nome dato. Da altra banda però sappiamo, che simile denominazioni sono mere imposture.”. L’Antonini scriveva che degli Argonauti ha parlato anche Pindaro in Nemea (….), che sarebbe Pindaro (in greco antico: Πίνδαρος?, Píndaros; Cinocefale, 518 a.C. circa – Argo, 438 a.C. circa) è stato un poeta greco antico, tra i maggiori esponenti della lirica corale. In Wikipedia leggiamo la postilla della nota (11) Pindaro di Nemea (…), l’opera “Nemea”. L’Antonini, a p. 444, nella nota (1) ci dice pure di Igino: “..e come Igino ragionando di Bute, nella favola 14 disse; non ha dell’inverisimile, che uno di essi avesse al fiume, ed al luogo suo nome dato.”. Gli Argonauti (in greco antico: Ἀργοναῦται?, Argonáutai) furono un mitologico gruppo di circa 50 eroi che, sotto la guida di Giasone, diede vita a una delle più note e affascinanti narrazioni della mitologia greca: l’avventuroso viaggio a bordo della nave Argo, che li condurrà nelle ostili terre della Colchide alla riconquista del vello d’oro. Gli eroi erano accorsi alla chiamata degli araldi inviati in tutta la Grecia per organizzare la spedizione che Pelia, re di Iolco, aveva imposto a Giasone, figlio di suo fratello Esone. Pelia, infatti, era diventato re di Iolco dopo avere usurpato il trono a suo fratello Esone, legittimo erede al trono, da lui fatto imprigionare insieme al resto della famiglia. Giasone accettò l’insidiosa richiesta alla sola condizione che, in caso di successo, Pelia avrebbe liberato i suoi cari. Giasone continuò il suo viaggio, fino a raggiungere l’isola delle Sirene. Gli Argonauti poterono udire il loro canto, ma la fatale melodia fu vinta da un suono ancora più dolce, quello della lira di Orfeo. Il solo Bute, incantato comunque dalle Sirene, non riuscì a resistere e cercò di raggiungerle gettandosi a mare. La sua morte sarebbe stata certa se Afrodite, obbedendo a un capriccio, non lo avesse salvato e portato con sé.
Nel III sec. a.C., il termine etnico “SAPRORUM” che Orazio Campagna crede derivi dalla tribù asiatica dei “SAPIRI” citata da Apollonio Rodio
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, sulla scorta del Fulco (…) in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44). Anche se il porto offriva enormi possibilità commerciali, nel corso dei secoli, i “Sapri” non ebbero vita facile, e per movimenti sismici, e per incursioni dal mare. Al periodo greco-romano, a cui sono ascrivibili i resti presso “S. Croce” (45), seguirono lunghe pause di silenzio.”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Il Campagna, a p. 253, nella sua nota (45), postillava che: “(45) Fra i reperti, resti di moli e costruzioni sommerse, una tomba monumentale con pietra funeraria, su cui è inciso l’epitaffio di Lucio Sempronio Prisco e delle anime dei trapassati, in G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit., S. Loppel, Sapri Archeologica (ricerche subacquee) in “Mondo Archeologico”, n. 7, 1976.”. Dunque, Orazio Campagna, parlando di Sapri scrive questo passo interessante dicendo che il “Portus” di Sapri: “veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Questo passaggio sulla trubù dei “Sapiri” una tribù di provenienza asiatica menzionata – secondo il Campagna – da Apollonio Rodio (…), bisognerà indagare ulteriormente. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Sulla citazione di Apollo Rodio (…), del Campagna (…), è cosa da interessante e da ulteriormente approfondire ed indagare. Non so da dove nasca la citazione del Campagna, circa ciò che scriveva Apollonio Rodio (…), forse nella sua opera “Le Argonautiche”, un poema epico in cui si narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Preciso che il Campagna, a p. 45, pone la colonia sibaritica di “Scidro”, non a Sapri, ma verso Diamante in Calabria. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta egizio del periodo tolemaico. Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche). Trasferitosi a Rodi, visse sull’isola fino alla sua morte occorsa intorno al 215; per via di questa vicenda fu soprannominato “Rodio”. La celebrità di Apollonio non è dovuta soltanto alle “Argonautiche”, ma anche al più celebre episodio della sua biografia: la violenta polemica letteraria che ebbe, fra il 246 a.C. e il 240 a.C. con il suo maestro Callimaco. Callimaco affermò che l’unico requisito della poesia era l’essenzialità lirica e per questo condannò tutta l’epica antica per la sua incapacità di mantenere una continuità di tono e di ispirazione. Nelle pagine precedenti, il Campagna non approfondisce il discorso sui “Sapiri”, “tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Come pure non approfondisce affatto ciò che scriveva Apollo Rodio (…), nel suo Libro II, a p. 395, dove scrive: Σαπειρες, il cui significato dal greco antico dovrebbe corrispondere a “Sapeires”, se non erro e non “Saprorum”, termine latinizzato. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta greco antico. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44).”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Nelle pagine precedenti, il Campagna non approfondisce il discorso sui “Sapiri”, “tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Come pure non approfondisce affatto ciò che scriveva Apollo Rodio (…), nel suo Libro II, a p. 395, dove scrive: Σαπειρες, il cui significato dal greco antico dovrebbe corrispndere a “Sapeires”, se non erro e non “Saprorum”, termine latinizzato. Sulla citazione di Apollo Rodio (…), del Campagna (…), è cosa da interessante e da ulteriormente approfondire ed indagare.
Nel 192 d.C. (II sec. d.C.), Ateneo di Neucrati
Ateneo, nel II sec. d.C. (verso l’anno 194 d.C.) scrisse l’opera I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) dove pare che avesse parlato delle mollezze dei Sibariti, caratteristica per le quali, la città, fu sempre nota fin dall’antichità. Da Wikipedia leggiamo che l’opera I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati. Da Wikipedia leggiamo che Ateneo di Naucrati (in greco antico: Ἀθήναιος Nαυκρατίτης o Nαυκράτιος, trasl. Athḕnaios Naukratítēs o Naukrátios; Naucrati, … – dopo il 192) è stato uno scrittore egizio di lingua greca, attivo nell’età imperiale. Ateneo scrisse – come egli stesso afferma – almeno due opere che non ci sono giunte: un commento sul pesce thratta, citato dai comici attici, e una Storia dei re di Siria. L’unica sua opera giunta a noi è la miscellanea Δειπνοσοφισταί (I Deipnosofisti o I dotti a banchetto), redatta in quindici libri. Dei primi tre libri dell’opera (oltre a parti dei libri XI e XV), perduti, è sopravvissuta solo una epitome, che consente di avere idea dell’inizio dell’opera. I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati. Giulio Giannelli (….), a p. 102 scriveva di Ateneo che egli: “attingendo a Filarco (= F.H.G., I, n. 45)”. Il Giannelli, si riferiva all’opera di Filarco, a cui attinse Ateneo che è contenuta nell’opera “Fragmenta Historicorum Graecorum”, vol. I. I Fragmenta historicorum Graecorum (spesso indicati in sigla, FHG) sono una raccolta in cinque volumi di frammenti da fonti greche antiche, pubblicata dal filologo tedesco Karl Wilhelm Ludwig Müller (1813-1894) tra il 1841 e il 1872 per i tipi dell’editore Ambroise Firmin Didot. Le fonti raccolte spaziano dal VI secolo a.C. al VII secolo d.C. e gli autori citati sono più di seicento. Di ogni frammento è presentata una traduzione o un compendio in latino. Ad eccezione del primo volume, gli autori sono ordinati cronologicamente e i frammenti sono numerati in sequenza. Su quest’opera di Müller sono in gran parte fondati i sedici volumi intitolati Die Fragmente der griechischen Historiker, del filologo tedesco Felix Jacoby (1876-1959).
Nel 192 d.C. (II sec. d.C.), ‘SCIDRO’ e BUXENTUM sono ricordate da Ateneo di Neucrati
Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: “L’altra colonia di Sibari, ove si sarebbero rifugiati i sibariti dopo il 510, è Scidro, ma il noto storico antico Strabone non ne fa cenno nella sua Geografia (20), e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (21), con ricordi di Lico di Reggio (storico del III secolo a.C.) ed in Ateneo (22)….etc….”. Nella mia Relazione, nelle mie note postillavo che: “(22) Ateneo, XII, 523, c, d, che si rifà a Timeo ed Aristotele. Etc…”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924, nell’edizione riveduta del 1963, parlando di Sibari-Turii, a p. 102, in proposito scriveva che: “Athen., XII, p. 518 C. sgg. L’autore s’intrattiene alquanto a parlare dei Sibariti, dei loro costumi, dei loro rapporti coi Crotoniati e, attingendo a Filarco (= F.H.G., I, n. 45), ricorda a questo proposito (521 E) che, essendo venuta a Sibari da Crotone un’ambascieria di trenta legati, i Sibariti tutti li uccisero, freggiandone per dippiù i cadaveri. Ciò risvegliò l’ira della divinità: ………….etc….E seguì la distruzione della città per parte dei Crotoniati. Ateneo aggiunge (XII 521 F) un’altra notizia che dice derivargli da Eraclide Pontico (= F.G.H., II, n. 199b): etc…”. Il Giannelli riferisce di Ateneo che riferisce notizie su Sibari tratte da Eraclide Pontico. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. L’archeologo Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, ed. Eurodes, a p. 181, in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σκιδρος, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c, d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Dunque, il Napoli ci ricorda che “Scidro” è ricordato in “..ed in Ateneo (XII, 523 c, d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Il Napoli scriveva che la colonia dei Sibariti, sorta probabilmente solo dopo la caduta di Sibari, del ‘510 a.C., si fa cenno in Erodoto (….) e, nel passo precedente a p. 177, il Napoli dice che Erodoto ci parla di Scidro nella sua opera “(Herod. VI, 21)”. Secondo Mario Napoli, si fa cenno della colonia di “Scidro” “…ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. A quale autore e opera si riferiva Mario Napoli ?. L’archeologo Mario Napoli, nella sua opera “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 181 scriveva che la colonia Sibaritica di “Scidro”, oltre ad essere stata citata nel Libro VI delle “Storie” di Erodoto (…) fu citata anche “in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Riguardo l’interessante citazione dello scrittore “greco” ?. A quale scrittore dell’antichità si riferiva il Napoli ?. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo capitolo “SKIDROS” del suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” a p. 93 in proposito scriveva che: “Degli infelici abitanti parla una sola riga: dice che essi (i sopravvissuti) si rifugiarono a ‘Laos’ e a ‘Skidros’ (2).”. Il Tancredi, a p. 93, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Idem. Cfr. Ateneo, ‘Dipnosofisti’, XII, 523.”, che, sebbene non dica l’opera dei “Deipnosofisti” è la stessa citazione che postillava il Napoli. Dunque, le notizie su Scidro, tratte dal citato Ateneo o Atheneus di Neucrati riguardano la colonia Magno-Greca di Sibari che fu distrutta dai Crotoniati nel 510 a.C.. Ateneo, nel II sec. d.C. (verso l’anno 194 d.C.) scrisse l’opera I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) dove pare che avesse parlato delle mollezze dei Sibariti, caratteristica per le quali, la città, fu sempre nota fin dall’antichità. Da Wikipedia leggiamo che l’opera I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati.
Nel VIII sec. a.C., il Battisti si chiedeva quali i popoli che occupavano queste terre prima dei colonizzatori greci ?
Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), di “Scidro”, a p. …. (p. 306), in proposito scriveva che: “All’avvento dei Lucani nelle loro sedi nel Cilento, sappiamo esattamente che i centri costieri di Lao, Scidro e Pixente già dai primi decenni del IV secolo « erano città lucane di nome, di usi e di costumi », il che, in parole povere, ci dice che l’occupazione lucana del Cilento può essere ascritta al secolo precedente. Fra il Cilento e Pesto, nell’occupazione lucana, vi sarebbero dunque quasi due secoli di distanza. Le vie preistoriche che solcano l’Appennino possono giustificare questo divario nel tempo che permise di anticipare l’occupazione nella piana di Paestum di fronte al Cilento. Ma è assolutamente inammissibile — e risulta anche da questa ricerca — che il Cilento non sia stato abitato prima dell’avvento dei Lucani, per quanto tale zona sia povera di risorse. Ci sono fra il Vallo di Diano e il bacino del Noce, che per Lagonero arriva a Sapri, e anche nell’interno del Cilento, attraverso Teggiano e Laurino dei collegamenti di montagna che, discendendo lungo le fiumare, portano alla costa tirrenica. Se queste permisero ai predecessori dei Lucani di raggiungere anche la sponda cilentana, non c’è un motivo per negare la stessa possibilità ai Lucani. Ricordiamoci che qui, dal primo paleolitico in poi, non sono stati riscontrati iati archeologici. Non ritengo che l’analisi toponomastica permetta altra stratografia, all’infuori della segnalazione di una possibile, ma modesta penetrazione etrusca ed una ben più palese affermazione di strati preistorici mediterranei preindeuropei. Questa penetrazione però nella toponomastica del Cilento non ha un volto: sappiamo soltanto che fra un periodo paleo-mediterraneo e quello lucano c’è un lungo intermezzo « italico ». Esistono dunque « penombre italiche » che dipendono fondamentalmente da due cause. I toponimi sono pervenuti al latino attraverso successivi adattamenti allo strato linguistico lucano, hanno perciò perduto, almeno in parte, la loro forma originaria. Il latino ha poi adattato alla sua fonetica quella lucana precedente. Rifare questo processo di adattamento è forse possibile, almeno in parte, attraverso un esame monografico dei singoli toponimi. Può darsi che ulteriori scavi, di cui abbiamo vivo bisogno, contribuiscano ad un processo di chiarificazione. Parve a chi scrive che un’esposizione globale dei nomi di luogo di una zona appartata e geograficamente definibile come il Cilento potesse servire quale primo orientamento. Questo studio non ha infatti altro scopo che quello di segnalare problemi che archeologi e linguisti dovranno affrontare, ognuno coi propri mezzi.”.
Nel 1232, la concessione di Federico II al Monastero di SS. Elia di Carbone
Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 263 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad ogni modo non vi è alcun dubbio che il fiume attualmente denominato Sinni, che nasce dai monti del Lagonegrese, corrisponda a quello dell’agografia di S. Saba. Poichè se il classico nome di questo fiume, assai importante nell’antichità e nel medioevo per la sua navigabilità (28), tanto da obbligare il monastero del Carbone a tenervi una chiatta da trasbordo (29), era quello di Siris, come è ricordato nel canto di Archiloco (30), è certo che esso in età ellenistica prese la denominazione di Sinis (31) per essere poi, in età roana, ricordato nella Tabula Peuntingeriana nella stazione stradale Ad Semnum (32); da cui poi derivano la forma medioevale già incontrata e l’attuale. Etc…”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (28) postillava: “(28) Strab., V., 264; L’Italia descritta nel “Libro del re Ruggiero” compilato da Edrisi, cit., p. 74.”. In questo caso il Cappelli si riferisce al testo del geografo arabo Edrisi ed a Michele Amari. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (29) postillava: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 142.”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (30) postillava: “(30) Cfr. i versi di Archiloco in P. Zancani Montuoro, Siri-Sirino-Pixunte, in “Archivio Storico per la Cal. e la Luc.”, XVIII, (1949), p. 1, n. 1.”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (31) postillava: “(31) E. Ciaceri, La Alessandra di Licofrone, testo, traduzione e note, Catania, 1901, v. 982.”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (32) postillava: “(32) F. Lenormant, La Grande Grèce, Paris, 1881, I, 201.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Il fiume Sinni era conosciuto dagli antichi col nome di Siris, che vuolsi originato dalla radice sanscrita ‘sar’, che significa ‘fluere’, scorrere, (1) e pare che abbia dato il nome alla città di ‘Siri’, che sorgeva presso le sue foci, onde lo storico greco Ateneo lasciò scritto: ‘dicta est autem Siris, ut Archilocus auctor est, a flumine’, e ciò par vero per ragione etimologica (2). Il geografo Strabone descrive il Sinni, come navigabile al par dell’Agri: ‘duo amnes sunt navigabiles, Aciris et Siris’; ma ciò non pare verosimile perchè il letto del Sinni, come quello dell’Agri, è estesissimo, e le sponde dell’uno e dell’altro sono lontane fra di loro, in molte parti, anche di qualche chilometro, etc…on sufragano l’asserzione di Strabone. Nè vale in contrario il decreto di Federico II, col quale, si concedeva, nel 1232, al rinomato Monastero Basiliano di S. Elia di Carbone, fra gli altri privilegi, la facoltà di tenere nel Sinni una barca capace di 10 cavalli. Avendo consultato quel documento, riportato da Paolo Emilio Santoro nella ‘Storia del Monastero di Carbone’, ho potuto rilevare che quella barca serviva ‘citra et trans flumen’, era, cioè, una specie di chiatta, pel passaggio del fiume, il quale scorreva assai più gonfio. Quello che è certo si è che deliziose ed amene erano le sponde del Siris, descritte da Ateneo, il quale riporta da Archiloco i seguenti versi: “Nullius amoenus locus est, nec optabilis. Nec amabilis ut is, quem Siris amnis circumfluit”.”. Il Pesce, si riferiva al testo di Paolo Emilio Santorio (…), del 1601, e del suo ‘Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’. Il Pesce, a p. 142, nella nota (1) postillava: “(1) H(1) Vedia la Storia del Racioppi, Vol. I, pag. 68: “Il nome del fiume Si-“ris, o Sinni, del Sarmento, del Serapotamo, del Sauro ecc.. rampolla manifestamente dalla radice sanscrita ‘sar’, ire, fluere.”.”. Infatti, Marcello Spena (….), nella sua II edizione del suo “Paolo Emilio Santoro – arcivescovo di Urbino – Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio”, a pp. 36 e ssg., dopo aver parlato di Enrico VI e di Costanza, passa a parlare di Federico II, ed in proposito scriveva che: “nondimeno Bartolomeo archimandrita del Monastero di Carbone fu presso di lui in grande onore, intimo nella regia, e decorato di amplissimo privilegio etc….”Fridericus Dei gratia romanorum imperador semper Augustus, Hierusalem et Siciliae rex – Quam sit etc….”. E’ con questo privilegio che Federico II di Svevia concede al Monastero di SS. Elia di Carbone ed al suo archimandrita, Bartolomeo, il privilegio di trasportare derrate “..la facoltà di tenere nel Sinni una barca capace di 10 cavalli.….quella barca serviva ‘citra et trans flumen’, era, cioè, una specie di chiatta, pel passaggio del fiume, il quale scorreva assai più gonfio.“, come scrisse il Pesce. Il documento dimostra come i monaci Basiliani delle regioni ascetiche dei monasteri del basso Cilento, del “Mercurion” e del “Latinianon” si siano attrezzati per il trasporto via fiume e via mare di merci che spesso commerciavano finanche con la Palestina.
Nel X secolo, egumeni e monaci si imbarcavano al porto di Sapri o di Maratea
Ritornando alla notizia riferitaci da Orazio Campagna, tratta dal Giovanelli (…), andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui, stando alle parole del Campagna, che era prassi fra igumeni e monaci basiliani dell’Archimandritato Carbonense, di recarsi in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, e che essi partivano dai porti di Sapri e di Maratea. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 256, riferisce un interessante notizia e, scriveva in proposito che: “Per i consueti pellegrinaggi presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, una prassi per il basiliano, igumeni e monaci dell’archimandritato carbonense si imbarcavano dal porto di Maratea o da quello di Sapri (61).”. Il Campagna (…), nella sua nota (61), a p. 256, postillava che: “(61) J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit; G. Giovanelli, ‘S. Nilo di Rossano’, op. cit.”. E’ una notizia che ci lascia un pò perplessi ma estremamente interessante. Dunque, il Campagna, sulla scorta del Cozza-Luzi (…) e del Giovanelli (…), sosteneva che dal porto di Sapri e di Maratea, si imbarcavano igumeni e monaci dell’archimandritato Carbonenense, per recarsi in visita e pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Sempre il Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 86, parlando di S. Saba, in proposito scriveva che: “Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che gli altri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli, 1963.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Il Campagna (…), nelle sue note bibliografiche, citava i due testi del Cozza-Luzi (…) e, quello di padre Germano Giovanelli (…), su S. Nilo da Rossano. Si tratta del testo di Germano Giovanelli (…) ‘Vita di san Nilo di Rossano : fondatore e patrono di Grottaferrata’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol….. (1966), pp……Credo che il Giovanelli (…), traesse la notizia, dall’opera agiografica della ‘Vita’ dei due Santi fratelli, S. Saba e S. Macario, i quali, si fermarono nella zona del Lagonegrese e dei quali si parla proprio nell’opera agiografica dedicata ai due santi, l’opera del patriarca di Gerusalemm Oreste: ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, il cui manoscritto fu pubblicato dal sacerdote Cozza-Luzi (…). Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Giuseppe Cozza – Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’:

(Fig…) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ed. Cozza-Luzi (…), p. 41
ENOTRI
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significativo appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”. Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 274 e ssg., nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale; e di codeste vestigia ci siamo via via occupati di proposito nel corso del nostro lavoro. Qui possiamo che riassumere e coordinare il già detto. Il popolo Illirico che, col nome comprensivo di Iapigio, occupava, intorno al 700 a.C., tutta la regione ad oriente del Bradano ecc…3. Ma ecco che, a sud di Crotone le cose cambiano nuovamente aspetto e si ripete uno stato di fatto quasi identico a quello da noi osservato sulle coste apule e salentine. Dopo la fondazione di Crotone, sembra che i coloni greci non vogliano spingersi più a sud, nel Bruzio. Ecc…Chi era dunque codesti barbari, fieri avversari dei Greci, dai quali del resto profondamente differivano per costumi e per istituzioni ? Le poche fonti che ricordano gli abitanti di quell’estremo lembo della penisola, li chiamano Siculi (Thuc. VI, 2, 4; Polyb., XII 5, 10; Polyaen., XII 6) o Itali, ed ascrivono loro origine enotrica (Ant. apd. Dionys. Halic. I 12); e i moderni studiosi non credono si debba negare del tutto fede a queste notizie, e ammettono in generale che la gente enotrica (di stirpe della Lucania e del Bruzio (Mayer, II 494; Pais, p. 34 sgg.; De Sanctis, I 98. 108) che, oltrepassato lo stretto di Messina, avevano dato anche alla Sicilia la sua popolazione italica (Pais, p. 49. 390; Busolt, I(2) 405; Orsi, Saggi Beloch (Roma 1910), p. 155 sgg.: alquanto diversamente Mayer, Apulien, p. 329 sgg.)(1). Noi per altro, studiando le vestigia che questa gente ha lasciato della sua civiltà fra i coloni greci venuti ad abitare nel Bruzio meridionale, vi abbiamo sorpreso elementi che contrastano notevolmente con quanto conosciamo della cultura degli ario-italici ecc…Di fronte a ciò, non resta che ammettere che le popolazioni enotriche, venute a stabilirsi nell’estremità sud-occidentale dell’Italia, abbiano ivi appreso a praticare istituzioni e costumanze proprie delle genti pre-arie che abitavano quella regione (2). Sulla stirpe di questo popolo pre-italico del Bruzio meridionale è inutile per noi indagare; giacchè la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 3 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, in proposito scriveva che: “Questa contrada d’Italia, che per avviso di Pomponio Mela (b), e di Strabone (c), estendevano il loro Imperio dal Promontorio di Minerva fino a Metaponto alle sponde del mar Ionio, fu felicemente negli antichi Secoli dagli Enotrj dominata, Popoli che traevano l’origine dall’Arcadia: Vennero costoro sotto la condotta di Enotro ultimo figlio di Licaone Re di quel Regno, il quale non per desio di gloria, ma per ambizione di signoria, su ben corredate navi qui si condusse, come per testimonio di Pausania (a), ed occupando alla prima questa Regione estese in appresso il suo dominio in molti luoghi d’Italia, che dall’Imperio di tal principe nominossi Enotria, discacciandone gli antichi abitatori detti Sicoli, ed Aborigeni, gente d’incognita origine, senza legge, ed all’intutto selvaggia, come avvisarono Alicarnasseo (b), Sallustio (c), e Cajo Sempronio (d). Ma la felicità degli Enotrj, che cinquecento-cinquanta anni prima delle Trojane sventure avean quivi per più Secoli tranquillamente regnato, venne disturbata da’ Sanniti, Gente feroce, e guerriera, che condotti sotto le bandiere di Lucio lor Capitano, …..che ora avanti Lucani chiameremo etc…”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (a) postillava: “(a) Paus. “Natt minimus Aenotrus, pecunia, et viris a fratre Nyctimo acceptis in Italiam transmigravit, a quo fuit Terra de Regis nomine Aenotria vocitata, atque haec prima a Graecis Colonia deducta.”.”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (b) postillava: “(b) Halicarnas. Primi omnium meoriae mandatum Barbari quidem fuerunt, Gens indigna, Siculi dicti, multa quoque Italiae loca obtinentes, quorum non pauca, nec obscura monumenta usque ad haec tempora permanserunt.”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (c) postillava: “(c) Salust. in Catilin. Genus hominum agreste, fine legibus, fine imperio, liberum atque solotum.”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (d) postillava: “(d) Cajo Sempronio nella descrizione d’Italia, parlando di questa Regione espresse: Primieramente la tennero gli Ausoni, indi gli Aborigeni Greci, dopo Enotro Arcade, da quali chiamavasi Magna Grecia, e ‘l medesimo; da Velia a Silare fiume abitavano i Lucani da Lucio de’ Sanniti Principe nominati.”. Il Gatta, a p. 4, nella nota (a) postillava: “(a) Strab. al lib. 6 facendo parola della giurisdizione degli Enotri esprime: Chones, et Aenotri loca ipsa colebant, cum autem res Sannitica eo magnitudinis venisset, ut et Chonos, et Aenotrios ejecissent, Lucanos eam in partem Samnites Colonos deduxerunt. Qual conquista è facile avvenisse prima della Olimpiade XLVIII. imperocchè presso Laerzio vi è memoria che insegnando Pitagora in Metaponto, i Lucani frequentavano la di lui scuola: Adibant illum disciplina, studiorumque caussa Lucani.”. Da Wikipedia leggiamo che l’Arcadia (in greco antico: Ἀρκαδία?, Arkadía) è una regione storica dell’antica Grecia, corrispondente al Peloponneso centrale e avente come capitale Tripoli. Prende il nome da Arcade, personaggio mitologico. Dunque, secondo il Gatta, gli Enotri, ed il re Enotrio proveniva dal Peloponneso. Il Gatta scriveva che gli Enotri furono conquistati dai Sanniti (che chiama anche Lucani). I Lucani sopraffassero le città magno-greche della costa Tirrenica e Ionica. Secondo il Gatta, gli Enotri provenienti dalla Grecia conquistarono le popolazioni dei Siculi. Essi vennero in Italia, ivi condotto da Enotro, ultimo figlio del re Licaone. Da Wikipedia leggiamo che Licaone (in greco antico: Λυκάων?, Lykáōn) è un personaggio della mitologia greca. Fu sovrano dell’Arcadia e fu ritenuto in quasi tutte le versioni del mito come un uomo empio. Licaone fu padre ditantissimi figli tra cui l’ultimo Enotro. Enotro (in greco antico: Οἴνωτρος?, Oínotros) è un personaggio della mitologia greca. Si trasferi nel sud dell’Italia e divenne eponimo dell’Enotria (1). Fu il più giovane dei figli di Licaone ed insoddisfatto a causa della divisione del Peloponneso tra i suoi cinquanta fratelli, chiese al fratello Nittimo uomini e denaro e si trasferì nel sud dell’Italia assieme al fratello Peucezio. Secondo le tradizioni greca e romana, questa fu la prima spedizione dalla Grecia per fondare una colonia ed avvenne molto prima della guerra di Troia ed il successivo viaggio di Enea. È considerato l’eponimo di Oenotria (in greco: Οἰνωτρία), dando il suo nome alle zone meridionali della penisola italiana ed agli Enotri. La nota (1) postilla di (EN) Pausania il Periegeta, Periegesi della Grecia, VIII, 3.5. e, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 9.11 (LacusCurtius). Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 9, nella nota (2), in proposito scriveva che: “(2) Informa Dionisio (I, 12, I) che Enotro, occupate le coste occidentali d’Italia, avesse elevato centri piccoli e fortificati sempre tra i monti.”. Alfonso Mele (…), invece cita lo scrittore Antioco di Siracusa. Dionigi di Alicarnasso basandosi sullo scritto di Antioco. Figlio di Senofane, è stato il primo storico della Sicilia greca, e secondo diversi storici fu anche il primo storico dell’Occidente greco. Scrisse in dialetto ionico. Gli si attribuiscono le prime opere che raccontano le vicende fondative e leggendarie della Sicilia e dell’Italia, a noi note unicamente in quanto citate da autori posteriori. È opinione diffusa e accettata il considerare che lo storico ateniese Tucidide, nello scrivere le più antiche notizie relative alle fondazioni della Sicilia nella sua Guerra del Peloponneso, abbia attinto alle opere di Antioco. Alfonso Mele (….), nel suo “Le popolazioni dell’Arcaia Itaìa”, a p. 167, in proposito scriveva: “Archaia Italìa era stata secondo Antioco (1) e Strabone (2), l’Oinotrìa, a partire dal Sele e fino al Bradano: Enotri, dunque, gli abitanti. L’insieme di queste popolazioni è stato già da noi preso in considerazione nei due volumi Il mondo enotrio tra VI e V secolo a.C. (3) Tornare sul tema oggi obbliga a tener conto di quanto la ricerca archeologica è venuta ancora a precisare e del dibattito che ne è seguito sul valore da attribuire alle varie fonti e all’insieme della documentazione oggi disponibile.”. Il Mele, a p. 167, nella nota (1) postillava: “Antioc., FGrHist 555, frr. 2, 6, 9”. Il Mele, a p. 169, in proposito scriveva: “Gli Enotri, nella documentazione che ne è rimasta, rappresentano quella parte del mondo italico connessa col racconto della nascita e della storia delle colonie elleniche della Magna Grecia, tramontata quest’ultima tra la fine del VI e la prima metà del V sec. a.C., con l’emergere delle popolazioni osche, Campani, Sanniti, Lucani, Brettii (11). Sul loro conto il conforto delle fonti archeologiche, epigrafiche e numismatiche, letterarie non manca del tutto e rende comunque conto della percezione di tali realtà che le varie città greche, a contatto con quei contesti, dovevano per forza possedere. L’Oinotrìa, secondo Antioco, comprendeva tutto un insieme di popolazioni, distribuite nello spazio che andava dal fiume Sele e da Poseidonia fino a Metaponto e al golfo di Taranto (12); esse erano, dunque, quelle incontrate, al momento del loro insediamento in Italia meridionale, dagli Achei così come dai Locresi e dai Calcidesi di Reggio. La loro presenza in quest’area è confermata nella Lucania, per Elea, nella Calabria tirrenica e nel Reggino, sulla costa ionica, per tutto lo spazio dalla Locride e dalla Crotoniatide fino alla Sibaritide, alla Siritide e al Metapontino. L’area è quella dell’antica Italìa, intesa come terra di Oinotroi e, quindi, corrispondente all’Oinotrìa (13). Al suo interno appaiono, nello stesso Antioco, articolazioni, come Ausoni, Siculi, Morgeti e Choni: è chiaro, dunque, che Oinotrìa è una definizione comprensiva di diverse realtà locali, le quali tutte confluivano nell’unica definizione di Enotri (14). Su questa stessa linea si muove anche Aristotele che nello spazio dell’Oinotrìa-Italìa colloca, da un lato, Ausoni/Opici, dall’altro, Choni (15). Indizio primo di questa articolazione è l’archeologia dell’Italia così come queste stesse fonti, Antioco e Aristotele, la ricostruiscono. L’Oinotrìa resa Italìa da Italo, si limitò dapprima alla Brettia meridionale, la punta dello stivale, fino all’altezza dell’istmo tra i due golfi Napetino/Lametino e Scilletico (16); a questo primo nucleo se ne aggiunse un secondo, la Chone o Chonia (17), costituito dalla paralia a N del golfo Scilletico e fino a Metaponto. Questa seconda Italìa, pure opera di Italo, una volta che, secondo Antioco, le sia stata sottratta Taranto (18), in quanto comprendente il più delle colonie greche d’Italia, coincideva con la cd. Megale Hellas (19) ed era perciò nel suo insieme il prevalente e vero oggetto dell’interesse dello storico siracusano (20). Un’ulteriore espansione si era poi verificata ad opera del successore di Italo, Morgete, presso cui da Roma era venuto anche Sikelos: il confine dell’Italìa si era allora esteso dal Sele al Bradano, lungo l’istmo, dal golfo di Poseidonia a quello di Taranto (21). Quest’Oinotrìa-Italìa, stratificata, dunque, già nella sua versione originaria, si disarticola ulteriormente se rapportata alle altre, coeve o posteriori, notizie delle altre fonti. Un primo problema è quello posto dagli Ausoni. Antioco ignora il problema, distinguendo all’interno del blocco enotrio, accanto a Italietes, la creatura originata da Italo, solo Morgeti, Siculi e Choni (22). Ma a S di Laos e, dunque, all’interno della seconda Italìa enotria (23), Temesa restava enotria per gli scoliasti odissaici, mentre per gli Achei era fondazione degli Ausoni (24). Etc…”.
LA NECROPOLI DI ROCCAGLORIOSA
Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Fu la studiosa transalpina Juliette de la Geniere che per prima, oltre trent’anni or sono, effettuò una prima ricognizione di tutta la zona alla ricerca di antichi abitati indigeni databili dal VI al V secolo a.C. (3). Lungo l’antico percorso carovaniero che in epoca arcaica unica il sudovest del Vallo di Diano col Tirreno meridionale la ricercatrice francese riconobbe il sito di tre probabili abitati indigeni di notevole funzione strategica: di Sontia nell’alta Valle del Bussento, del monte San Michele (a sud di Caselle) nel medio corso, di Roccagloriosa nell’ultimo tratto. La groppa di Sanza apparve alla studiosa come “il luogo più favorevole”(4) per un insediamento a guardia del trivio carovaniero (a sudovest dell’abitato, infatti, la carovaniera proveniente dal Vallo meridionale attraverso la piana del Lago subiva un’importante diramazione: piegava a sud per Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum, ad ovest per Molpa e Palinuro attraverso Rofrano Vetere e lungo il corso del Faraone/Mingardo)(5); del secondo abitato dopo quello di Sontia, che, secondo la de La Geniere, doveva sorgere sul monte San Michele “dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri”, furono rinvenuti molti frammenti di tegole d’epoca ellenistica (6); del terzo, infine, precisato sulla cresta rocciosa, lunga due chilometri da nord a sud, tra gli attuali paesi di Castel Ruggero e Roccagloriosa” (7), la studiosa raccolse pezzi di tegole antiche e frammenti di vasi a vernice nera risalenti alla fine del VI o al principio del V sec. a.C., ed altri ancora d’epoca ellenistica. Se questa è la situazione, in epoca arcaica il centro indigeno del San Michele costituì allora il primo nucleo abitato della zona, anteriore sia al centro lucano di ‘Laurelli’ sia, ovviamente, a quello medioevale dell’attuale Caselle in Pittari. Probabile testimonianza dell’abitato arcaico sono alcuni nuraghi in miniatura – sfuggiti all’indagine della studiosa transalpina – che – sorgono sulla sommità del San Michele: tumuli di pietre grezze riproducenti ambienti angusti in cui, forse, si seppelivano i defunti in posizione rannicchiata. Bel tre villaggi, dunque, tutti in posizione strategica, a difesa d’un perscorso carovaniero non lungo ma certo vitale per la sopravvivenza delle popolazioni dell’entroterra bussentino e del Vallo di Diano. Da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum le carovane risalivano il corso del Bussento attuando la prima tappa a Roccagloriosa (il centro che, secondo Mario Napoli, era il più accreditato non solo per difendere l’ingresso della Valle del Mingardo e del Bussento ma anche per essere centro di raccolta e di scambio delle merci )(8), dove trovavano un’importante diramazione: procedevano verso nord lungo il corso del Faraone in direzione di Rofrano Vetere e della Croce di Pruno (passaggio obbligato per immettersi nella Valle del Calore)(9), piegava ad est verso la confluenza dello Sciarapotamo (ξηροποταμòσ, xeropotamòs, fiume secco) e di Vallone Grande nel Bussento risorto sotto Morigerati. Questo secondo percorso nel primo tratto doveva essere controllato e difeso dall’abitato del San Michele. E’ probabile ad ogni modo chea sudovest dell’attuale Caselle, più o meno all’altezza della contrada Laurelli, il tratturo subisse un’altra diramazione: piegasse ad est per salire sul San Michele, proseguisse vero nord in direzione della contrada Caporra e del passo della Decollata per immettersi facilmente nell’agro di Sontia (10). All’ultimo abitato situato a monte della Valle del Bussento si arrivva anche risalendo il corso del fiume: a norovest del San Michele, infatti, il tratturo scendeva alle falde della groppa sopra la quale sorge Caselle (versante orientale) e attraverso le contrade Mènnola, San Nicola (o Taverna), Campi e Forche, Cicirieddo, Santo Caselle, Iomàra, Sant’Aliéno, Terreno Jòdice saliva verso quella denominata Tonniello, donde entrava nell’agro di Sontia attraversando in successione quelle di Farnetàni, Ponte Nuovo, Tempe d’Agro, Petràro, senza seguire il tracciato attuale della Statale 517 (11). La carovaniera che da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum si snodava lungo il corso del Bussento verso il Vallo, antica via del sale, difesa dai centri indigeni menzionati, dovette essere attiva sin dalla fine dell’VIII sec. a.C., quando la città di Sibari sullo Ionio cominciò a monopolizzare il commercio dei centri indigeni della costa tirrenica.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (3) postillava: “(3) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati antichi in Lucania, in “Atti e Memorie della Società Magna Grecia”, V (1964), pp. 129-140″. Il Fusco, a p. 78, nella nota (4) postillava: “(4) Ivi, p. 136”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (5) postillava: “(5) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, op. cit., p. 182 seg.; Capitulationes et Pacta etc.., cit., p. 163”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (6) postillava: “(6) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati etc., op. cit., p. 136. Così la studiosa anotò la ricognizione: “il monte S. Michele, dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri, mi parve il più adatto per un abitato: ed infatti nel salirne il pendio ho visto quasi ovunque frammenti di tegole antiche, nessuna però anteriore all’età ellenistica. La parte superiore è un pianoro spoglio dove affiora la roccia calcarea profondamente erosa. Negl’interstizi dei massi crescono solo ciuffi di lentischi e di piante spinose; in qualche punto tuttavia un pò di terra è rimasta nel cavo della roccia ed è là che ho raccolto alcuni minuscoli frammenti di vasi ellenistici a vernice nera. Esplorando il resto della montagna verso S-O, ho trovato a più riprese pezzi di tegole antiche, tutte ellenistiche o romane. Sul sentiero, che conduce alla collina della Serra, a sud della precedente, ho trovato un piccolo frammento di vaso d’impasto, di una tecnica usata nel VII sec. a.C.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (7) postillava: “(7) Ivi.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (8) postillava: “(8) M. Napoli, Le Genti non greche della Magna Grecia, in “Atti dell’XI Convegno di Studi sulla Magna Grecia”, Taranto, 1971, p. 402: “A Rocca Gloriosa doveva affluire il materiale della costa (Pixus) e dallinterno, e qui operarsi lo scambi, la permuta, la vendita.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc.., vit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (10) postillava: “(10) Idem, Quando la storia etc.., cit., p. 186”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (11) postillava: “(11) Ivi, p. 185. Sempre alle falde orientali del colle sopra il quale sorge l’abitato di Caselle forse s’apriva un secondo tratturo che, superato il Bussento, si inoltrava verso oriente nella Valle della Bacùta in direzione del Fortino di Casaletto Spartano e della Valle del Noce.”. Da Wikipedia leggiamo che sulla collina denominata “Le Chiaie” sono stati ritrovati reperti databili all’età del Bronzo (II millennio a.C.). Testimonianze più importanti risalgono all’età del ferro (VIII-VI secolo a.C.), in cui nella zona si sviluppò un insediamento stagionale. A partire dal V secolo a.C. si sviluppò un abitato, formato da case a pianta rettangolare allungata, posate su uno zoccolo di pietra. Dal IV al III secolo a.C. si costituisce un perimetro difensivo dell’abitato, cioè una cinta muraria costruita con blocchi di calcare, che lascia all’esterno la necropoli. All’interno della cittadina così fortificata le abitazioni si dispongono in isolati rettangolari. Su un frammento di tavola bronzea rinvenuto durante gli scavi archeologici, databile al IV-III secolo a.C., è stato ritrovato uno statuto riguardante l’ordinamento istituzionali civile dell’antica cittadina, testimoniando quindi una notevole complessità della vita civile e amministrativa del popolo dei Lucani. Nel I secolo a.C., i superstiti alla distruzione di Orbitania eressero un nuovo insediamento, non lontano dal primo, su uno costone di roccia chiamato Armo. L’insediamento si chiamò Patrìzia, l’odierna Rocchetta, cittadina che visse fino al IV secolo d.C.. Riguardo Roccagloriosa, nel 1968 ha scritto Padre Agatangelo Romaniello (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 7 e sgg., in proposito scriveva che: “La sua storia millenaria ha origini tuttora avvolte nel mistero: in parte però si chiarifica alla luce dei popoli enotri e lucani vissuti nella zona almeno dal VI sec. a.C.. Prima di esporre le origini antiche, invitiamo il lettore di questa storia a prendere visione della ‘prima piccola storia del paese’ scolpita sulla pietra oltre un secolo fa dal canonico D. Gerardo Lombardi di Roccagloriosa, e riportata sulla terza pagina di copertina. Quella pietra si trova murata all’inizio del paese, venendo dal cimitero: è il più breve compendio di quanto dice la tradizione: che Roccagloriosa etc…Questa prima breve storia sostanziata di tradizione afferma che il paese in origine era collocato nella zona di S. Giacomo (dove attualmente si trova il cimitero). A parte che anche in quella zona bisognerebbe effettuare sondaggi di scavi e constatare la credenza tradizionale, è certo che oggi il popolo continua a chiamare quella zona “Fieste”; e molto probabilmente, quando anche nella località mingardo-busentina dominava politicamente ed economicamente la grande Sibari, quell’insediamento originario di Fieste – se esisteva – venne distrutto realmente dai Crotoniati nell’anno 510 a.C.. I primi storici, che parlarono di una città antica e sepolta dietro i Capitinali ricordata dalle tradizioni locali in Roccagloriosa, furono Lorenzo Giustiniani e Nicola Corcia (5). Nel 1964 Juliette de La Genière, in seguito ad una ricognizione locale effettuata personalmente, aveva sottolineato la potenziale importanza archeologica del sito e la sua posizione strategica sulle valli del Mingardo e del Bussento, collegata agevolmente con gli insediamenti costieri (7). Finalmente negli anni ’70 e ’80 sono iniziati e portati avanti – sia pure molto lentamente – gli scavi che hanno già dato risultati molto lusinghieri. Alcuni primi sondaggi effettuati nel 1971 da Mario Napoli, nell’ambito di un’esplorazione preliminare e superficiale della zona, avevano messo in luce alcuni tratti centrali di una cinta muraria ed un complesso di strutture su un pianoro all’esterno della parte centrale della cinta stessa, circa 150 metri ad ovest di essa (8). Etc…I principali risultati ipotetici degli scavi effettuati fino ad oggi potrebbero essere i seguenti: a) Risultano chiare tracce di insediamento primitivo dell’età del ferro. questo sia in località Carpineto (dove e stata esaminata la zona con magnetometro a protoni) e sia in altre località etc…..Prima della colonizzazione greca le popolazioni indigene tra il Sele -Mare Ionio – Stretto di Messina erano prevalentemente Enotri, di origine sannita o molto affini ai Sanniti (16). Vivevano miseramente di agricoltura e allevamento, erano esposti alle sopraffazioni etc…”. Il Romaniello, a p. 16, in diverse note postillava di: “(16) C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40. La presenza degli Enotri nella zona mingardo-bussentina è attestata anche dagli scavi di Palinuro con vasi datati al VII sec. a.C. (Cfr. A. Busignani, Il regno degli Enotri in tutt’Italia, Campania, II, Firenze-Novara 1962, p. 639.”. Si tratta di Alberto Busignani. Il Romaniello, a p. 10, nella nota (5) postillava: “(5) L. Giustiniani, Dizionario geografico – ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, voce “Roccagloriosa”. N. Corcia, Storia delle Due Sicilie, Napoli, 1847. “Roccagloriosa…., e tra questo paese e Castelruggero, rimangono i ruderi di una ignota città antica, ricordata appena da un patrio geografo (Giustiniani) meritevole delle ricerche degli archeologi”.”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 56 scriveva che: “ROCCHETTA, casale di ‘Roccagloriosa’. Si vuole surto dalla distruzione di un antico paese, ch’era nelle sue vicinanze, ove a distanza di circa un miglio verso oriente ne mostrano tuttavia i suoi avanzi. Non si può accettare qual nome avesse però avuto il suddetto paese, nè tampoco l’epoca in cui venne a mancare. Se deesi prestar credenza all’Antonini (I), egli dice quando i Saraceni vennero in Lucania tra i luoghi che occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli; val quanto dice di essere stato esistente nel secolo IX: ma donde mai l’Antonini prese una tale notizia nominando la figlia, e non la madre ?. Egli è certo che Rocchetta surse nel territorio di Roccagloriosa, che ha qualche antichità, e la stessa denominazione di ‘Rocchetta’, indica essere stata posteriormente edificata. Si potrebbe soltanto credere che quelli della Rocca, si seppero così ben chiudere, e difendere, da non fare occupare il loro paese da essi ‘Saraceni’.”. Il Giustiniani a p. 56, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Part. 1 Disc. 8, p. 130. Ed. 1785”. Dunque secondo il barone Giuseppe Antonini (….), e la sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 130 e s. sosteneva che i Saraceni vennero in Lucania, essi “occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli;”. Agatangelo Romaniello (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 18-19 e sgg., in proposito scriveva che: “Abbiamo già ipotizzato il nome dell’insediamento distrutto dai Crotoniati (di cui parla la ‘prima piccola storia’): “Fieste”. Invece il primo insediamento italico-enotro alle pendici dei Capitenali, che raccolse i superstiti di Fieste, riteniamo che avesse potuto avere il nome di Fistelia (nuova Fieste o piccola Fieste o gente di Fieste). Oggi il popolo chiama quella zoan “Ostritani” o “Li Stritani”, e la via che porta in quei terreni è chiamata “Fistelle” e “Finestelle”: parole derivate e distorte dal parlare dialettale e dal tempo. Né va sottaciuta la tradizione attestante che nel passato in quella zona furono trovate delle monete antiche riportanti brevi scritte osche con la immagine del bue a volto umano, del delfino con la spiga d’orzo, e della donna con i capelli sparsi. Su qualcuna di tali monete si leggeva in lettere greche la parola “Fistelia”, e su qualche altra le lettere iniziali della stessa parola “Fist” o “Ist”. Riteniamo pure che anche il secondo insediamento, quello Lucano, secondo l’ipotesi precedente, conservasse la stessa denominazione di Fistelìa. L’espressione Città di Leo ci sembra piuttosto recente, e trova il suo fondamento nel fatto che quella zona – a metà strada fra Rocchetta e Castelruggero – è denominata “Pantano di Leo” (Leo doveva essere forse un capo-tribù del primo insediamento). Infine, siccome la tradizione riporta per l’insediamento lucano anche le denominazioni di “Oppidum Lucanum” e”Orbitania”, riteniamo che esse siano invalse quando Roma diede la cittadinanza romana ai Lucani ed i centri abitati di questi divennero “praefecturae” ove i funzionari romani esercitavano i poteri giurisdizionali al posto dei magistrati enotri e lucani.”.
Nel IV-III sec. a.C., il frammento di tavola bronzea di lingua Osca a Roccagloriosa
Da Wikipedia, alla voce “Roccagloriosa” apprendiamo che su un frammento di tavola bronzea rinvenuto durante gli scavi archeologici, databile al IV-III secolo a.C., è stato ritrovato uno statuto riguardante l’ordinamento istituzionali civile dell’antica cittadina, testimoniando quindi una notevole complessità della vita civile e amministrativa del popolo dei Lucani (5). La nota (5) postillava del testo di Maurizio Gualtieri (….), il suo “Roccagloriosa: i Lucani sul golfo di Policastro, 3ª ed., Lombardi editore”.
MORGETI
Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania”, nel Discorso X, parte II, ci parla di Morigerati. Antonini, a pp. 414-415, in proposito scriveva che: “Più sopra verso le colline, circa cinque miglia dal mar lontano, trovansi due altri luoghi chiamati Sicilì, e Morigerati, sede un tempo dè Morgeti (I), e dè Sicoli, che conservano nel nome la gloria dè loro antenati (2), siccome nella prima parte di quest’opera da noi fu detto. ‘Samuel Bochart’ nel ‘Chanaam’ al cap. 39. nega quello, che dice Tucidite di esser ancor Sicoli in Italia a suo tempo, e vien così a negare quanto scrive ‘Alicarnasseo’, cioè che duravano finalmente a’ suoi giorni molte vestigia dè medesimi. Che se fosse Bochart avesse saputo trovarsi tuttavia questo monumento di cotal gente, l’avvrebbe approvato, non come conghiettura dipendente da qualche Ebraica, o Fenicia parola, ma come incontrastabil verità. Altra parte di essi era già passata nell’Isola (poi da medesimi detta Sicilia), ed occupato i terreni abbandonati dà Sicani per lo fuoco dell’Etna, lunga guerra vi fecero, sinonchè furono dalle due nazioni stabiliti i confini, siccome dal lib. 5 di Diodoro si vede……Tre miglia sotto alli Morigerati nel luogo detto li Zirzi, e sei lontano da Policastro, sbocca il fiume che ingrottasi vicino Casella, ecc…ecc..”. Dunque, riguardo il popolo dei Morgeti, l’Antonini cita Diodoro Siculo. Dunque, l’Antonini scriveva a proposito di Sicilì e di Morigerati che ha detto dei popoli Siculi e Morgeti nella prima parte della sua ‘Lucania’. L’Antonini, a p. 414, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Sino a pochi anni addietro, questo paese era di rito Greco, e ‘l suo protettore è S. Demetrio della Chiesa Greca. Nell’Archivio della Cattedrale di Policastro viddi diversi registri di dimissioni fatte da quel Vescovo à Preti de’ Morgerati di rito Greco, specialmente due nel 1592, ed una del 1608.”. L’Antonini a p. 414, nella sua nota (2) postillava che: “(2) I moltissimi, e ragguardevoli avanzi di fabbriche laterizie, che veggonsi oggi giorno all’incontro Morgerati di là dal fiume, che cala da Tortorella nel luogo detto Romanù, e che sono di rimotissimi secoli, fanno più vera, e stabiliscono la nostra sentenza: eppure a questa evidenza non si arrende l’Abbate Troilo, che anzi meco ragionando, pretende allogare i Morgeti vicino Matera, ecc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v . s . p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου 10 credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Da Wikipedia, alla voce “Morgete” leggiamo che Morgete fu successore di Re Italo/Italos, il quale governò l’antica Italia (1), sino a quando il suo regno non fu invaso dai Bruzi (2). La prima menzione di Morgete/Morgetes si trova nei frammenti di Antioco di Siracusa. In seguito ne parla Tucidide descrivendolo come figlio di re Italo (3). Dopo la morte del padre, Morgete ne ereditò dunque il potere. E così come Italo aveva chiamato il suo regno “Italia”, a sua volta Morgete chiamò il proprio “Morgetia”. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo (4), con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che ne sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma (dalla quale venne esiliato) e giunto nella Morgetia, terra degli Enotri. In Calabria, si sarebbe stanziato nell’entroterra, le opere di Proclo, Plinio, Strabone, narrano dell’antico popolo dei Morgeti, e di re Morgete, che secondo le leggende locali avrebbe fondato il castello di San Giorgio Morgeto (edificato nel IX – X secolo), e Altanum. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. I Morgeti (in greco antico: Μόργητες, in latino: Morgētes) furono un antico popolo, che faceva parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche” che occuparono le aree estreme meridionali della penisola italiana e parte della Sicilia. I Morgeti facevano parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche”, che occuparono le aree della Calabria ionica e tirrenica. Secondo alcuni storici si tratterebbe di uno dei tre rami in cui si distinsero gli Enotri (Itali, Morgeti, Siculi). Per altri, invece, furono popoli italici che furono scacciati dalle loro terre dagli Enotri, rifugiandosi poi in Sicilia. Altri ancora, li identificano tra coloro che, tra gli Itali, alla morte del re Italo/Italos accettarono suo figlio Morgete/Morgetes quale suo successore, prendendone il nome. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma. Queste informazioni sono state dedotte analizzando le fonte antiche, in particolare quanto riferito da Antioco di Siracusa. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dalla Treccani on-line leggiamo che i Morgeti era un’antica popolazione italica, scomparsa in età storica, ma ricordata dallo storico siciliano Antioco (in Strabone, VI, 257, 270, e in Dionigi d’Alicarnasso, I, 12) Come abitante un tempo, insieme coi Siculi, quella regione del Bruzio nella quale più tardi sorse Reggio: Siculi e Morgeti sarebbero poi stati cacciati dal Bruzio per mano degli Enotrî e sarebbero passati ad abitare in Sicilia, dove la città di Morganzia ricordava ancora il loro nome. La prima menzione di Morgete/Morgetes si trova nei frammenti di Antioco di Siracusa. In seguito ne parla Tucidide descrivendolo come figlio di re Italo. Dalla Treccani apprendiamo che la nozione geografica di Italia, nella più antica tradizione classica, è sottoposta a oscillazioni. Per Ecateo di Mileto, alla fine del VI sec. a.C., era la regione nella quale i Greci avevano fondato molte colonie costiere, sullo Ionio e sul Tirreno (frr. 89-94 Nenci), ma in cui erano incluse anche Capua e l’isola di Capri (frr. 70-71 Nenci). Per i Greci di Occidente della seconda metà del V sec. a.C. e, in particolare per lo storico Antioco di Siracusa (in Strab., VI, 1, 4), l’Italia era una regione originariamente compresa fra lo Stretto e l’istmo calabro, ma i re che vi si sarebbero succeduti, tutti appartenenti a un orizzonte cronologico precedente la guerra di Troia, avrebbero ampliato tali confini, a cominciare dall’eponimo Italo, di stirpe enotria, cui venivano attribuite funzioni civilizzatrici (Arist., Pol., VII, 10, 5 = 1329 b), il quale avrebbe esteso il territorio fino alla foce del Lao e a Metaponto. Con i re successivi, Morgete e Siculo, l’Italia si sarebbe ampliata fino al golfo di Posidonia sul Tirreno e a Taranto sullo Ionio (FGrHist, 555 F 5), ma le popolazioni derivate da essi, Morgeti e Siculi, sarebbero state poi cacciate in Sicilia dagli Enotri (Strab., VI, 1, 6), ethnos originario degli Itali, e dagli Opici, abitanti della Campania (Thuc., VI, 4, 2). Dionigi di Alicarnasso. Lo stesso Antioco, probabilmente, riferiva anche che codesti Morgeti, durante la loro permanenza nell’Italia meridionale, avevano, sotto il loro re (eponimo) Morgete, esteso il loro territorio sino alla regione dove poi fu fondata Taranto. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dopo la morte del padre, Morgete ne ereditò dunque il potere. E così come Italo aveva chiamato il suo regno “Italia”, a sua volta Morgete chiamò il proprio “Morgetia”. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che ne sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma (dalla quale venne esiliato) e giunto nella Morgetia, terra degli Enotri. In Calabria, si sarebbe stanziato nell’entroterra, le opere di Proclo, Plinio, Strabone, narrano dell’antico popolo dei Morgeti, e di re Morgete, che secondo le leggende locali avrebbe fondato il castello di San Giorgio Morgeto (edificato nel IX – X secolo). In Sicilia, si sarebbe stanziato nell’entroterra, allontanando i Sicani, fondando nel X secolo a.C. – tra le altre– la città di Morgantina (Morganthion). Difficile è ormai determinare quanto di attendibile vi sia nella tradizione raccolta da Antioco: il nome dei Morgeti sembra però affiorare più volte nella toponomastica, anche moderna, così della regione apula (Morgia, le Murgie) come della Sicilia orientale; sì da far pensare che questi nomi rappresentino il ricordo del popolo dei Morgeti, che Antioco considera come una stirpe enotrica e che si potrebbero pertanto identificare con gli stessi Enotrî (v.), e, in Sicilia, coi Protosiculi della regione orientale dell’isola (M. Mayer). Bibl.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Torino 1907, p. 108 segg.; E. Pais, Italia antica, II, Bologna 1922, p. 24; M. Mayer, Die Morgeten, in Klio, XXI (1927), pp. 288-312. Dionigi di Alicarnasso basandosi sullo scritto di Antioco, afferma l’esistenza di una terza Roma antecedente alla fondazione del discentente di Enea, Romolo, e anche alla presenza di Evandro sul Palatino. Una terza Roma — che per antichità sarebbe quindi la prima — dalla quale discenderebbe l’eroe Sikelo. In Calabria, si sarebbero stanziati nell’entroterra. Nel 1595 Abramo Ortelio pubblicò una carta storica del regno dei Morgeti, inserendo Altanum, Medema e Emporum Medeme. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione riveduta del 1963, ed. Sansoni, Firenze, nell’Indice generale, a p. 297, in proposito scriveva che: “Sirio, moglie di Metabos – Metapontos, 83”. Infatti, la leggenda di Siri e di Morgete si connette con la storia di Metaponto che conquistò l’altra colonia magno-greca di Siris.
Nel VII sec. a.C., il viaggio di Giasone e degli Argonauti e la fondazione del santuario di Hera Argiva verso la foce del fiume Sele
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 258 e ssg. parlando di “Paestum”, in proposito scriveva che: “Già in tempi antichissimi la pianura del Sele era stata toccata da genti egeo-anatoliche, come mostra la necropoli del Gudo (a m. 1500 a nord delle mura: civiltà del Gaudo). In seguito alla foce di quel fiume si insediò parte di quei spericolati marinai-mercanti egei che, incuranti di pericoli, disagi e avversità, si erano spinti fin nel Lazio e nell’Etruria (1), a cercarvi, per l’esaurirsi del mare, l’insostituibile ferro. Furono essi che alla foce del Silaro innalzarono un tempio, poi tanto famoso, dedicandolo, com’era costume, alla divinità patria: Hera Argiva (2). Etc…”. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera. Sull”Heraion alla Foce del Sele’, oltre il fondamentale saggio degli scopritori P. Zancani Montuoro e U. Zanotti Bianco, Roma, 1941, v. pure M. Napoli, Le metope arcaiche di Foce Sele, Bari, 1963 e del 1981 l’intelligente chiaro saggio di D. Sorrentino, Heraion di Foce Sele, il tempio maggiore e relativi problemi, Salerno, 1981.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Posidonia”, a p. 133 e ssg, in proposito scriveva che: “La localizzazione della saga di Eracle nel territorio di Posidonia – dove l’eroe argivo si sarebbe fermato nel viaggio di ritorno dalla spedizione pè buoi di Gerone – può ascriversi agli stessi Trezenii fondatori della città; o, più probabilmente, tenuto conto della data presumibilmente tarda di codesta localizzazione, dovrà riguardarsi come un’irradazione della leggenda di Eracle dalla Campania, dove la saga dell’eroe fu portata dalla corrente migratoria calcidese (1).”. Il Giannelli, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) A proposito delle origini di Posidonia e dei legami che la univano alle origini di Sibari, torna qui in acconcio far menzione dell’epigrafe recentemente scoperta ad Olimpia e pubblicata da E. Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). L’iscrizione – databile alla metà del VI sec. a.C., – ci conserva il testo di un trattato di amicizia concluso dai Sibariti e dai loro aleati con un altro popolo, designato col nome – a noi finora ignoto – di ‘Serdaioi’. Sulla identificazione di questo popolo si è già discusso assai e, credo si continuerà a discutere: le diverse ipotesi avanzate dagli studiosi sono lucidamente esposte e commentate da P. Zancani-Montuoro nell’articolo ‘Sibari e Serdei’, pubblicato in “Rendic. Acc. Naz. Lincei” classe sc. morali, sez. VIII, vol. XVII, fasc. 1-2 (1962). A noi interessa qui il fatto che, come garanti della fedeltà dei Sibariti al patto stretto coi Serdei, vengono chiamati “Zeus, Apollo e gli altri dèi, e la città di Posidonia”: ciò che indica la potenza raggiunta dalla città sul Tirreno e la sua piena autonomia dai Sibariti, ma al tempo stesso lo strettissimo legame che la univa a Sibari, e non indebolisce per nulla, anzi rafforza (contrariamente a quanto ritiene la Zancani-Montuoro) la tesi della derivazione di Posidonia da Sibari, così come è stata esposta nel testo.”. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera.”. Da Wikipedia leggiamo che Giasone (pronuncia: Giasóne o Giàsone, in greco antico: Ἰάσων?, Iásōn) è una figura della mitologia greca. Figlio di Esone, re di Iolco, e di Alcimede, fu sposo della maga Medea. È noto per essere stato a capo della spedizione degli Argonauti, finalizzata alla conquista del vello d’oro. Volendo riconquistare il trono di Iolco usurpato al padre Esone dal fratellastro Pelia, Giasone dovrà andare alla conquista del vello d’oro, la pelle dell’ariete dorato che si trova nella Colchide presso il re Eeta, a capo di un gruppo di eroi, gli Argonauti, che formano l’equipaggio della nave Argo. Grazie all’aiuto della maga Medea, figlia di Eeta, riuscirà nell’impresa e, dopo le molte peripezie che caratterizzeranno tutto il viaggio, tornerà a Iolco per reclamare il trono che fu del padre. Morirà trovandosi sulla stessa Argo, ormai fatiscente, a causa di un suo cedimento. Sebbene alcuni degli episodi della storia di Giasone risalgano a vecchie leggende, l’opera principale legata a tale personaggio è il poema epico Le Argonautiche di Apollonio Rodio, scritto ad Alessandria nel III secolo a.C. Un’altra Argonautica è stata scritta in latino da Gaio Valerio Flacco nel I d.C. ed è composta da otto volumi. Il poema si interrompe bruscamente con la richiesta di Medea di accompagnare Giasone nel suo viaggio di ritorno. Non è noto se una parte del poema epico sia andato perduto o se non sia mai stato finito. Una terza versione è l’Argonautica Orphica, che evidenzia il ruolo di Orfeo nella storia. Apollonio fu autore del poema epico “Le Argonautiche” che narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Le Argonautiche (in greco antico: Τὰ Ἀργοναυτικά) è un poema epico in greco antico scritto da Apollonio Rodio nel III secolo a.C.. Unico poema di Età Ellenistica sopravvissuto, esso racconta il mitico viaggio di Giasone e degli Argonauti per recuperare il Vello d’oro nella remota Colchide. Le loro eroiche avventure e la relazione di Giasone con la pericolosa Medea, principessa e maga colchiana, erano già ampiamente note al pubblico Ellenistico, permettendo così ad Apollonio di superare la semplice narrazione, per presentare un’esposizione che aderisca ed enfatizzi i valori dei suoi tempi – l’età della grande Biblioteca di Alessandria – mentre la sua epica incorpora la sua ricerca nei campi della geografia, dell’etnografia, delle religioni comparate, della letteratura omerica. Comunque, il suo principale contributo alla tradizione epica risiede nell’evoluzione dell’amore tra l’eroe e l’eroina: egli sembra esser stato il primo poeta epico a studiare la «patologia d’amore». Le Argonautiche ebbero un profondo impatto sulla poesia latina: tradotte da Varrone Atacino e imitate da Valerio Flacco, influenzarono Catullo e Ovidio, e indicarono a Virgilio un modello per il suo poema romano, l’Eneide. Pietro Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera.”. Infatti, Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove ricalca l’itinerario del racconto di Strabone, a p. 130 e ssg., in proposito scriveva: “Il Sinus Paestanus. Superato il capo Athenaion, si entra nel golfo di Salerno, un tempo chiamato Poseidoniate e poi Pestano. Narra Strabone: “Dopo la foce del Silaris la Lucania e il santuario di Hera Argiva, fondazione di Giasone, e vicino, a 50 stadi, Poseidonia. Di là, chi naviga il golfo vede l’isola di Laeucosia, poco distante dal continente, che prende il nome da una delle Sirene qui caduta, dopo che esse si precipitarono, secondo il mito, nell’abisso. Di fronte all’isola, opposto alle Sirenusse, è il promontorio che forma il sinus paestanus” (VI, 1, 1). In chiusura del libro quinto Strabone descrive l’ultimo tratto della costa della Campania, dalle Sirenusse al Silaris, …ricorda solo l’Heraion alla foce del Sele, e non fa più parola di Poseidonia., se non per dirci che è a cinquanta stadi dal celebre santuario. Non crediamo, pertanto, assolutamente necessario spostare agli inizi del sesto libro il passo relativo a Paestum, come propone qualche editore.”. Sul viaggio degli Argonauti, il Napoli, a p. 138, in proposito scriveva pure che: “…, sulla suggestione di alcune osservazioni del Bérard. Egli, infatti, accogliendo pienamente la presenza degli Aminei sulle rive del golfo di Poseidonia, ricorda che, teste Aristotele (ap. Serv. ad Georg. II, 97, fr. 495, Rose), gli Aminei erano originari della Tessalia, da dove avrebbero importata la “vite aminea”, e quindi ricollega la presenza dei tessali Aminei alla leggenda degli Argonauti, leggenda di origine tessala, i quali avrebbero fondato il santuario di Hera alle foci del Sele. Strabone è l’unico autore antico a ricordare che il santuario fu fondato da Giasone, e pertanto dagli Argonauti, ma il ricordo degli Argonauti sul Tirreno, e anche in altre fonti letterarie e già lo stesso Strabone nel primo libro aveva ricordata la presenza di tracce degli Argonauti nel golfo poseidoniate…..Un santuario di Hera Argiva, pertanto, da ricollegarsi, non alla più famosa Argo, quella peloponnesiaca, ma ad Argo della Tessalia, di quella Tessalia così collegata alla leggenda degli Argonauti della Hera Tessala, la quale, come è opportunamente sottolineato dal Bérard, nell’Odissea (XII, 72) già appare come la protettrice degli Argonauti, ed alla quale, se è da identificarsi con la Hera Pelasgide ricordata da Apollonio Rodio (I, 14, et Sc., ad loc.), Giasone avrebbe innalzato un altare sulle rive del Bosforo. Lo stesso Bérard, a riprova della origine tessala della legenda sulla presenza degli Argonauti nel Tirreno, ricorda che Licofrone narra, con quella oscurità che è propria di questo poeta, come Ercole abbia cacciati i Centauri dalla Tessalia, e questi morirono nelle isole delle Sirene (Licofr., V, 670; scol. ad loc.), mito che riappare, sia pure con sfumature diverse, in Tolomeo Efestio (Nov. Hist. V): a queste notizie mitiche si affiancherebbero le numerose metope con rappresentazioni di centauri rinvenute all’Heraion di Foce Sele.”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 30 e ssg. nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Il Fiume ‘Selo’ detto da Latini ‘Silarus’, che irriga la parte Occidentale di questa Provincia, ..è celebre per essere menzionato da nobili Scrittori, che ivi osservarono il famoso Tempio di Giunone Argiva, fabbricatogli da Giasone (a), celebre non men per la sua superstizione….etc…”. Il Gatta, a p. 31, nella nota (a) postillava che: “(a) Strabone Geogr. lib. 6. in princ. Plin. lib. 3 cap. 5. citati dal Signor D.Anton.-Francesco Gori uno de’ più elevati Ingegni Fiorentini, il cui nome sempre coronato etc…., nel Vol. II del suo elaboratissimo Museo Etrusco fol. 81. Junio Argiva, et dove parla di detto Tempio.”. Si tratta di Gori Antonio Francesco, “Storia antiquaria Etrusca etc…”, del 1749.
Nel X sec. d.C., una fonte: Suda
La Suda o Suida (greco: Σοῦδα o Σουίδα) è un lessico e un’enciclopedia storica bizantina del X secolo. Il lessico contiene 30.000 voci, tratte da molte fonti antiche andate perdute, ordinate alfabeticamente e attinenti a molte discipline: geografia, storia, letteratura, filosofia, scienze, grammatica, usi e costumi. Fondamentale per la conoscenza dell’antica storia letteraria greca, conserva preziose notizie su opere andate perdute o conservate parzialmenteː tra le sue fonti sono poeti antichi (Omero, Sofocle, Aristofane ecc.), ed eruditi (Esichio di Mileto, Arpocrazione, Costantino Porfirogenito ecc.), attinti attraverso commenti e antologie. La parte che tratta della storia della letteratura classica è, in effetti, spesso l’unica fonte a nostra disposizione sugli autori e le opere e, con i Deipnosophistai, le opere di Plutarco, Diogene Laerzio e la Biblioteca di Fozio costituisce la spina dorsale degli studi sull’universo dei classici greci. Conservato in diversi manoscritti medievali, il lessico è stato più volte pubblicato dalla fine del XIV secolo nelle tradizionali edizioni accademiche cartacee, di cui la più recente è quella di Ada Adler. Devo pure precisare che il Campagna, a p. 45, pone la colonia sibaritica di “Scidro”, non a Sapri, ma verso Diamante in Calabria.
Nel VII-VI sec. a.C., l’insediamento “Lucano” al Timpone di Sapri
Riguardo gli antichi insediamenti d’epoche passate presenti nell’area Saprese, andrebbe ulteriormente e meglio indagata la notizia citata dallo studioso Domenico Di Lascio (…), nel suo ‘Dal Sele al Lao – le vie Romane del Lagonegrese’, dove a p. 121, parlando di Sapri, citava una notizia tratta dalla studiosa Paola Bottini (…), in ‘Archeologia, Arte e Storia alle sorgenti del Lao’, ed in proposito scriveva che: “In località “Timpone” è venuto alla luce un sito antropico risalente al VII-VI secolo a. C. simile a quello trovato in prossimità della foce del Busento nei pressi di Policastro Bussentino (CAS95).”. Il Di Lascio (…), a p. 62, spiegava il significato di GAS, scrivendo che: “I dati emersi della ricerca Archeologica vengono analizzati e tratti dalle seguenti opere: CAS – (Castelluccio), P. Bottini, Archeologia Arte e Storia alle sorgenti del Lao.”. In effetti, il testo della Bottini si trova nel Catalogo della mostra a Castelluccio (PZ) che fu curato da Paola Bottini e la prefazione di Dinu Adamesteanu. Paola Bottini ed altri autori, hanno parlato approfonditamente degli insediamenti e dei recenti ritrovamenti archeologici negli Atti del Convegno che si tenne a Taranto nel 1990 e pubblicati in AA.VV. (…), ‘A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988′, a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. Nel testo citato, a p. 17, la studiosa Giovanna Greco, in proposito scriveva che: “Un recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase tardo arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro (16) subcolonia sibarita dove, secondo Erodoto, si rifugiarono i Sibariti dopo la distruzione della propria città (Her. VI, 21).”. Nello stesso testo, da p. 34 e sgg., nella ricognizione dei ritrovamenti nel territorio saprese, le studiose Fiammenghi e Maffettone (…), non citano nulla di quanto affermato dal Di Lascio (…), sulla scorta della Bottini (…), ma citano alcuni significativi ritrovamenti fatti in località ‘Canale’ e ‘Giammarone’. In particolare io credo che la Bottini (…), si riferisca all’insediamento “stagionale” ritrovato in località “Carnale”, a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. In particolare la Bottini (…), in questo testo, pubblicò “La ricerca Archeologica nell’area del Lagonegrese”, dove però la Bottini, connette i ritrovamenti in località “Colla”, nel territorio di Rivello, con i porti Velini ecc..
Nel VII sec. a.C., l’insediamento arcaico in località Carnale a Sapri
Nel 1998, nella mia Relazione per l’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “Le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro (6) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella ‘grotta Cartolano’, il Gruppo Archeologico di Sapri segnalava la presenza di testimonianze genericamente riferibili all’età del Bronzo. (8). Nella ‘grotta Mezzanotte’, ubicata sulla costa ad est di Sapri, vi si conserva un giacimento paleolitico dello spessore di m. 5 caratterizzato da livelli contenenti industria litica di tipo musteriano (9). In località Chiappaliscia, nei pressi della ‘Torre Mezzanotte’, a poca distanza dalla scogliera, in corrispondenza di un riparo sotto roccia, (‘Riparo Smaldone’ dal nome dello scopritore), si conserva un giacimento paleolitico contenente livelli con industria litica di tipo musteriano (10).”. Tuttavia, sia pure attraverso la semplice lettura dei dati di superficie, si moltiplicano le evidenze che consentono di rilevare una presenza nel corso dell’età del Bronzo articolata prevalentemente in due distinte fasce di occupazione. L’una, in corrispondenza del litorale,è attestata in grotte e su alcune dominante il mare ( è il caso della Grotta del Noglio, di quella della ‘Cala dei morti’, e della Grotta Grande, lungo la costa tra Marina di Camerota e Scario e quella Cartolano a Sapri), l’altra si disloca in prossimità della costa presso aree ricche di sorgenti e corsi d’acqua (come nel caso delle testimonianze della Valle del Mangano, presso Scario e della ‘Carnale’, presso Sapri). La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze. Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti occatamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (17) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec.a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (18) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizza no forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Nella Relazione a mia firma, nelle mie note postillavo che: “(6) Cesarino Felice, Un probabile stanziamento preromano in Sapri, stà in ” G.A.S, L’attività archeologica nel Golfo di Policastro”, Sapri, 1976, p. 8. (7) – Fiammenghi C.A., Maffettone R.,” Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro”, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36. (8) – Carbone G. et Alii, “Ricerche preistoriche nel Golfo di Policastro”, stà in “Atti I Convegno gruppi archeologici dell’Italia Meridionale”, Prato Sannita, 1986, p. 94. (9) Gambassini P. et Alii, “Notiziario”, stà in “Rivista Scienze Preistoriche”, XXXVI, 1-2, 1981, p. 313. (10) ibidem. (11) Per il problema della colonizzazione “indigena della costa” si veda più recentemente Greco Emanuela, “Laos I, Scavi a Marcellina”, 1973-1985, Taranto, – 1989, p. 46. (12) Fiammenghi C.A., Maffettone R., op. cit., p. 38. (13) Carbone C., op. cit., Viareggio 1989. (14) Zancani Montuori P., “Siri Sirino, Pixunte”, stà in “Archivio storico Calabria e Lucania”, 1949. (15) Vedi “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro – I”, AA.VV., 1976. (16) Napoli Mario, Civiltà della Magna Grecia, Eurodes, p. 181. (17) Greco Emanuela, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982-1988″, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17. (18) Johannowsky Walter, Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422.”. In questi studi e pubblicazioni ritroviamo i risultati di anni di ricerca del Gruppo Archeologico del Golfo di Policastro, dei suoi componenti tutti che hanno contribuito a restituire ulteriore luce ai ritrovamenti di manufatti e nuovi insediamenti, ormai caduti nell’oblio e nell’incuria. Angelo Gentile (….), nel 2001, nel suo “Morigerati”, nell’Introduzione al testo, a p. 12, in proposito scriveva che: “Interessanti, per il presente lavoro, i resti dell’insediamento in località Carnale a 2,5 km ad est di Sapri, tra il vallone del Franco e la stradina della Carnale (7). La zona, infatti, era un punto obbligato per chi volesse raggiungere la Valle del Noce e quindi recarsi sulla costa ionica: non dimentichiamo che è stata ipotizzata, da più parti, l’esistenza di una strada che metteva in comunicazione le poleis Pixous e Siris, frequentata sia in età greca che romana, evidentemente su percorsi già conosciuti o praticati. Grazie a questi rinvenimenti, che gli esperti fanno risalire a 1400-1200 anni a.C., possiamo anticipare la percorrenza e il controllo della via di comunicazione Golfo di Policastro-Golfo di Taranto, o per lo meno il passaggio di genti nomadi, per l’attività predominante, la pastorizia, che vivevano nella zona del Siris e la vallata del fiume Noce, tenuto anche conto dei ricchi pascoli che costituiscono le valli tra il Monte Coccovello Serralunga, Cocuzzo, Pannello, Juncolo e l’abbondanza delle acque per l’abbeveraggio del bestiame. Questi insediamenti si differenziano da quelli costieri, citati, per la presenza di numerosi gruppi, non i solati, dediti all’allevamento del bestiame, mentre gli insediamenti costieri predilivano, tra le attività di sostentamento, la pesca e la raccolta di molluschi affiancata dalla produzione e lo scambio di manufatti. La fase finale del Bronzo (XI-X secolo a.C.) è tutt’ora in fase di studio ecc…Ugualmente poco conosciuta, per il Golfo di Policastro, l’età del Ferro, per la quale bisognerà attendere il VI sec. a.C., in piena colonizzazione greca, per avere testimonianze certe, quali la fondazione di Pyxous che utilizza monete in comunione con Siris, ecc..”. Gentile, a p. 26, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Battista Ezio., citato, pag. 272.”. Il Gentile, a p. 26, nella sua nota (1) postillava che: “(1) FI. Battista E.., Su un insediamento dell’età del bronzo in località Sapri, Preistoria d’Italia, Atti del 2° Convegno naz.le di Preistoria e Protostoria, Pescia, 6-7-8 dic. 1980.”. Il Gentile, a p. 26, nella sua nota (7) postillava dell’insediamento di cui aveva relazionato il Battisti e scrive che: “(7) Si sviluppa per un fronte di 500 metri ed una profondità di alcune centinaia di metri. L’insieme presenta i caratteri del castelliere, infatti parte da una quota di 120 metri per arrivare a quota 170. Questo insediamento “si sviluppò verso la fine dell’età del Bronzo, quando si diffuse nell’Italia centro-meridionale la cultura sub-appenninica. La tipica situazione topografica, su alture isolate e la disposizione a catena in modo da controllare ampi settori, e dominare vie di facilitazione e valichi, è riscontrabile anche nel nostro caso dove altre alture a castelliere sono presenti nei dintorni.”. I rinvenimenti constano in frammenti di ceramica a due tipi d’impasto, per i grossi contenitori decorazione plastica, per i piccoli puntiforme. La presenza di fornelli in terracotta, il rinvenimento di un pane di arenaria, forse un macinello per il grano, la varietà e la quantità dei reperti, la loro dislocazione su vasta area fanno presupporre la esistenza di uno stanziamento a cielo aperto dell’età del bronzo, ad economia agricola-pastorale.”.

(Fig…..) Sapri, località “Carnale” soprale colline del Timpone lungo la statale che porta a S. Costantino di Rivello
Nel 560 a.C., il popolo dei SIRINI, la città di SIRINO e Siruci (oggi Seluci), gente dei LUCANI
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: “Di seguito si proporrà un breve excursus sulle città più importanti. Siri La città di Siri sorgeva nella regione nord occidentale dell’arco del golfo di Taranto, tra la foce del fiume omonimo (Sinni) e quella dell’Akiris (attuale Angri), in una vasta e fertile pianura chiamata Siritide, in una posizione favorevole ai rapporti sia con le popolazioni della Lucania sia con quelle dell’area tirrenica. Alcune fonti ne assegnano la fondazione ad un gruppo di profughi di Troia; altre testimonianze indicano come città madre la ionica Colofone, da cui si sarebbe allontanato un gruppo di esuli all’epoca dell’invasione di Gige, re della Lidia (ca. 675 a.C.). In seguito la regione risulta abitata dai Coni, popolazione di stirpe enotrica. I Sirini avanzarono ad ovest lungo la valle del Sinni fino al lago e al monte Sirino, presso Lagonegro; fondarono Siruci, (oggi Seluce frazione di Lauria) e si spinsero sino al mar Tirreno, nel nostro golfo. Pixus, se proprio non fu fondata, fu da essi colonizzata e scelta come scalo marittimo e commerciale. La floridezza e la ricchezza di Siri, suscitarono l’invidia ma, soprattutto, la preoccupazione delle vicine città achee di Metaponto, Sibari e Crotone; queste ultime, infatti, non tardarono a porsi contro di essa e la espugnarono dopo il 550 a.C.”. Nel 1743, Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino Gatta (…), pubblicò postumo ‘La Lucania illustrata’ del padre nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania etc..’, per i tipi della Stamperia Muziana. Egli corregge alcuni errori della precedente edizione del padre ed in proposito a Lagonegro a pp. 307-308 scriveva che: “Stà egli situato quasi nel mezzo dè smisurati Monti ‘Alburno e Sereno’, quello su le sponde del ‘Tanagro’ e ‘Silare’, questo su l’alpestre Valli ove era l’antico ‘Nerulo’ oggi detto ‘Lagonegro’; dè quali alti, precipitosi, aspri e sassosi Monti, e delle loro strabocchevoli Balze, forse favella ‘Livio (a), quando esprime che se Alessandro il Macedone avesse in questi luoghi dirizzato il corso delle sue armi, quivi con perpetua ignominia eclissato avrebbe le sue glorie, per esser quelli luoghi inaccessibili e malgevoli per condurvi uno esercito effeminato e molle, qual fu quello dè Greci sotto la condotta del gran Macedone.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie les Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata…….Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. Etc…”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello…..Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 108, in proposito scriveva che: “Head, p. 83 = B. M.C., “It.”, p. 283. Stateri incusi, coniati poco dopo la metà del VI secolo, col tipo sibarita del toro stante, voltato a guardare indietro. Le due leggende portano scritta, in alfabeto acheo arcaico, la parola Σιρινος sul D), e la parola Πυξοες sul R.). Queste monete, interpretate un tempo come monete di alleanza di Siris e dello stabilimento sibarita di Pixunte (2), sono ormai generalmente riconosciute come monete di alleanza di Pixunte con la vicina città di Sirinos, ricordata anche da Plinio (N.H., III 10, 28) nella sua descrizione della Lucania (3).”. Giannelli, a p. 108, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la prima edizione di questo volume, p. 113, e J. Perret, Siris, p. 21 sgg.”. Giannelli, a p. 108, nella nota (3) postillava che: “(3) Il merito di tale interpretazione va a P. Zancani-Montuoro, Siris-Sirino-Pixunte, in “Arch. Stor. Cal. Luc.”, XVIII (1949); cfr. “Rev. Arch.”, 1950, I, p. 185 sgg.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “In prosieguo, nel secolo VIII avanti l’era volgare, quivi approdarono le prime colonie Elleniche, che fondarono fiorenti e rinomate città sulle spiagge del Ionio: Sibari, Turii, Siri, Eraclea, Pandosia e Metaponto; e sulle rive del Tirreno: Posidonia, Velia, Palinuro, Molpa, Pixo e Lao, onde la regione fu denominata nobilmente Magna Grecia…….e ricordare che altri popoli, degni di nota nella storia cittadina, furono i popoli Sirini, o figli dell’antica Siri, la bella città italiota che fior’ alla destra del Sinni fra Novasiri e Rotondella, e che vuolsi fondata da alcuni profughi Troiani. Già s’è riferito nel cap. XV che la città di Siri abbia preso il nome dal fiume Siris o Sinni, e che l’etimologia originaria di questo sia derivata dalla radice snscrita, sar, fluere, scorrere. Quando poi la città di Siri nel secolo V a. C. fu vinta e distrutta dai Tarantini, gli abitatori, cacciati dal loro territorio detto Siritide, furono costretti ad emigrare, e risalendo il corso del fiume Siri, o Sinni, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell”Ellade aveva loro negato…..e dal nome della madre patria furono detti Popoli Sirini, e diedero, alla loro volta, il nome al monte Sirino, attorno a cui avevano preso stanza. D’essi fa pure menzione Plinio noverandoli fra gli undici popoli Lucani. A tal proposito scrive il Corcia nella Storia delle due Sicilie (Vol. III, p. 310): “Poichè di Siri appena rimanevano le rovine ai tempi di Plinio, i Popoli Sirini, di cui parla il geografo e che dal fiume stesso si nominarono, nei primi tempi dell’Impero sono da supporre nella parte superiore del suo corso, dove forse abitarono spicciolati in villaggi, come rimane tuttavia l’antico suo nome al monte Sirino sopra di Lagonegro, nella cui parte orientale ha le fonti”.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che era una città dell’Italia antica, di cui si è argomentato l’esistenza, mettendo in relazione la leggenda ΣΙΡΙΝΟΣ delle monete incuse generalmente attribuite a Siri sullo Ionio (v. siri), con i Sirini, menzionati da Plinio (Nat. hist., iii, 15, 97) fra i popoli della Lucania interna, e col toponimo ancora vivo per tutto il massiccio appenninico, che culmina nel Monte del Papa ed a Lagonegro (Potenza) sulle sue pendici occidentali. Si è proposto di identificarla nei ruderi di un vasto abitato sopra uno sperone roccioso, che dai contrafforti del Sirino si protende nella valle di Lauria presso Rivello e ch’è ancora chiamato “La Città”. Popolata presumibilmente da indigeni, fu in rapporti con Siri per la diretta via del fiume omonimo (oggi Sinni) ed alla caduta di questa (560 a. C. circa) si trovò nel territorio dominato da Sibari. Gli stateri d’argento, emessi nella seconda metà del VI sec. in alleanza con Pixunte (v.), mostrano chiaramente l’influsso sibaritico così nel tipo del toro retrospicente, come nel peso. Questi caratteri achei e quelli cronologici delle monete mal si conciliano con le tradizioni ioniche e con la precoce fine di Siri, la cui distanza ne fa per giunta un’alleata poco probabile di Pixunte. Per la sua posizione sulla principale via (che fu poi la Popilia o l’Annia) verso il settentrione e sulla diramazione verso la vicina baia sul Tirreno, “La Città” dové prosperare fino ad età tarda: lo provano i resti tuttora visibili e, meglio, l’abbondante materiale scoperto e disperso nei secoli scorsi. Statuette di bronzo, difficilmente apprezzabili per la corrosione, e monete si recuperano anche oggi, più spesso trascinati a valle dalle acque. Ma soltanto cauti e metodici scavi potranno accertare se l’ipotesi del nome risponde al vero e restituire i documenti della civiltà fiorita in quest’area. Bibl.: Per l’identificazione di S.: P. Zancani Montuoro, in Arch. Stor. Calabria e Lucania, XVIII, 1949, p. 11 ss. Per le monete: J. Perret, Siris, Parigi 1941, p. 21 ss.; L. Breglia, in Annali Ist. It. Numism., I, 1954, p. i ss. Per i rinvenimenti: G. Antonini, La Lucania, Napoli 1795-77, p. 442; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, p. 372; M. Lacava, Del sito di Blanda, Lao ecc., Napoli 1891, p. 20; Not. Scavi, 1952, p. 50 ss.
Nell’VIII sec. a.C., la fondazione di SIRI, colonia magno-greca sullo Ionio
Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione postuma del 1963, ed. Sansoni, nelle “Conclusioni”, a p. 252, in proposito scriveva che: “d) Quello ch’io pensi sulle genti greche che vennero per prime a colonizzare la Siritide, l’ho già esposto nelle pagine precedenti, scrivendo di Metaponto: poichè questa città, venne gradualmente, dalla fine del VI alla metà del V secolo, in possesso del territorio di Siri e di Lagaria, etc…”. Il Giannelli, a p. 252, scriveva: “Ai Focesi che vennero ad occupare la Siritide, si congiunsero probabilmente coloni dell’Elide, in possesso del culto dei Nelidi; mentre genti beotiche si fermavano a Metaponto.”. Sempre il Giannelli, a p. 252 scriveva che: “I Focesi di Siri divennero presto assai potenti; tanto da rappresentare un serio pericolo per la finitima Metaponto, che cercò un sostegno nel protettorato di Sibari, mentre i Focesi si confidavano nell’appoggio di Taranto. Ma, approfittando probabilmente delle difficoltà dei Terentini nelle loro relazioni con gli indigeni, i Metapontini coi Sibariti attaccarono Siri: …Siri fu presa e distrutta (circa 530-525 a.C.), parte della sua popolazione trasportata a Metaponto, etc…”. Infatti, il Giannelli, a p. 96 parlando di Siri, in proposito scriveva: “Credo pertanto che, nel periodo più antico della colonizzazione greca in Occidente, emigranti focesi abbiano occupato, togliendolo ai Coni, il territorio ove sorsero le città di Lagaria e di Siri. Contro lo stato focese vennero a guerra, nella seconda metà del VI secolo, le tre maggiori delle cosiddette città achee: dopo la loro vittoria, Siri passò in possesso di Metaponto, Lagaria fu invece assegnata a Sibari e, dopo la distruzione di questa a Crotone.”. Il Giannelli, a p…., aveva già scritto delle origini di Siri scrivendo che: “Da Licofrone….ricaviamo che gli Achei assalirono e distrussero gli Ioni allora in possesso della città e del culto di Atena. Strabone riporta invece, benchè a malincuore, la tradizione secondo la quale i Troiani stessi, dopo aver conquistato quella città ai Coni, vi avevano istituito il culto del loro Palladio: da essa poi i Troiani sarebbero stati scacciati da invasori Ioni, gli autori della strage sacrilega, che la città conquistata avrebbero chiamata Polieion. Finalmente Giustino etc…Ravvicinando fra loro queste versioni, insieme al racconto dello ps. Aristot. (‘De mirab. ausc., 106) e a un frammento di Timeo (apd. Athen., XII 523 D), è possibile ricostruire la narrazione delle vicende di Siri, quale doveva leggersi in Timeo da cui più o meno direttamente dipendono gli storici suddetti (1). Secondo Timeo adunque, la città era stata prima dei Coni, l’avevano quindi occupata i Troiani, poscia eran sopravvenuti gli Ioni (Colofonii), che vi s’eran mantenuti finché la lega delle città achee non s’era definitivamente resa padrona di Siris-Polieion…..In questa serie di nomi di popoli conquistatori di Siri, due sono, secondo il mio parere, del tutto leggendari: e sono quelli dei Troiani e degli Ioni. Che gli abitanti indigeni (i Coni) fossero chiamati Troiani da un popolo che sopraggiungeva a conquistare etc…Ci resta da rintracciare quale fosse la gente che occupò l’antica città conia, portandovi il culto di Atena, e che dové più tardi cedere alla potenza degli Achei collegati…..Vedemmo anche come Focesi dovessero essere stati coloro che erano ivi giunti in possesso della saga di Epeo; e abbiamo poi anche indicato come, insieme al mito focese di Epeo, sia arrivata a Metaponto la leggenda dei Pilii fondatori della città….E si spiega infine la leggenda (raccolta da Eforo) della fondazione di Metaponto da parte dei Focesi di Crisa, guidati da Duilio: giacché anche codesta tradizione doveva essere di quelle che si trasferirono a Metaponto, dopo che questa fu venuta in possesso della focese Siritide (4).”. L’origine focese, in epoca della colonizzazione Magno-greca, di Siri potrebbe gettare nuova luce sulle origini dei centri, ad esempio di Elea e di Pixunte, collegata ai centri, che oggi chiamiamo Enotri, come Laurelli a Casaletto e Roccagloriosa. Potrebbe esistere una correlazione tra la popolazione indigena sulla parte Ionica dei Coni con quella locale delle nostre zone, ovvero i popoli Sirini, che, in epoca coloniale appartenne alla Siritide ?. Sappiamo ad esempio che le origini di Elea sono da ascrivere ai Focesi. Notiamo anche un’analogia con la parola greca di “Polieion”, che somiglia a Palinuro, il quale era sicuramente un centro pre-ellenico, il cui porto veniva a trovarsi quale scalo per i commerci delle popolazioni indigene. Un antico legame con le origini di Siri, per esempio esiste con la città di Velia che, insieme a Metaponto furono le maggiori alleate di Agatocle, tiranno Siracusano. Il Giannelli, a p. 67 parlando dei miti e delle monete di Metaponto, in proposito scriveva: “Su di una di queste monete (B. M. C., p. 257, n. 145) è incisa una leggenda in lettere puniche corrispondenti al greco ‘Soteria’. Un altro studioso di numismatica (3), dopo aver dimostrato, con gli elementi offerti dalle monete, che il dominio di Agatocle nella Magna Grecia dové essere assai più disteso di quanto non ce lo rappresentano i ricordi storici, propone di attribuire la moneta suddetta al momento in cui i Bruzi insorsero contro il tiranno, con l’aiuto evidentemente dei Cartaginesi. I quali avrebbero approfittato del momento per attaccare ed espugnare le due più potenti alleate di Agatocle: Metaponto e Velia.”. Un’altra riprova del legame che aveva questa area con la città di Siri ed i miti che ivi si svilupparono è il racconto su “Siris” che ci fa il Giannelli. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Bemporad, Firenze, 1963 (ristampa), a p. 83 e ssg., in proposito scriveva che: “A Metaponto era poi localizzato il culto di Arne, o meglio la saga della nascita di Eolo e Beoto: abbiamo veduto infatti che, in una prima redazione della leggenda, madre de’ due fanciulli è fatta Melanippe, che diviene poi sposa di Metaponto; in una seconda redazione, la madre è invece Arne: mentre padre resta sempre Posidone, padre adottivo Metaponto. Di Metaponto conosciamo così due mogli, Teano (nella prima redazione) e Autolite (nella seconda), uccisa dai figli adottivi dell’eroe: un terzo nome di moglie sarebbe quello di Melanippe, che Metaponto avrebbe sposata dopo la morte di Teano; e se ne potrebbe aggiungere ancora un quarto: Siris (6). Ma si capisce che la ragione di quest’ultima parentela è da ricercarsi nella vicinanza delle due città, e nel dominio che Metaponto esercitò su Siri, dopo la vittoria riportata su di essa dalla prima confederazione degli Achei italioti (7).”. Dunque, in questo passaggio, il Giannelli parlando di Metaponto e dei sui miti ci dice che secondo una tradizione, Siris fu la quarta moglie di Metaponto o “Metabo”, il quale, secondo la tradizione ebbe per mogli “Teano” (prima redazione), “Autolide” (seconda redazione), “Melanippe”, terzo nome di moglie e “Siris”, quarto nome di moglie. Il Giannelli, a p. 83, nella nota (6) postillava: “(6) Oltre al citato scolio a Dionisio Perieg., vedi Athen., XII, p. 523 d = Eurip., ‘fragm.’ 496, MAUCK: “ωνομασθη δη Σιρις ως μεν Τιμαιος φησι χαι Ευριπιδης εν Δησμωτιδι (η) Μεναλιππη απο γυναιχος τινος Σιριδος.”; Cfr. Steph. Byz., s. v. Μεταποντιον”. Il cui significato è: “(6) Menalippe si chiamava Siride, poiché Timeo era la moglie di Euripide in Desmotide, dalla moglie di Siride.“. Il Giannelli, a p. 81, in proposito scriveva che: “Un’antica leggenda raccontava che Melanippe aveva partorito Beoto in casa di Metabo, l’eroe eponimo di Metaponto, la quale si chiamava prima Metabo. Questa saga la conosciamo solo indirettamente da Strabone, il quale ricorda come Antioco ne facesse menzione per combatterla, citando a sostegno della sua tesi un verso del poeta Asio. Un’informazione diretta la troviamo però in Euripide, la cui tragedia ‘Melanippe he desmotis’ svolgeva appunto la stessa leggenda, con qualche liee variante, com’è possibile ricostruirla dai frammenti che ce ne restano. Etc…”. Giannelli, a p. 83, nella nota (7) postillava che: “(7) Cfr. Pais, Ricerche stor., p. 109, n. I. Altri pensa che la leggenda che faceva di Siris la moglie di Metaponto – della quale si valse Euripide nella sua tragedia – sia nata per il fatto di essere stata Siri fondata da Metaponto (Beloch, I(2), 2, 240; cfr. Willamowitz, Heracles, I(2), p. 10, n. 22; vedi però Meyer, IV, § 397 nota).”. Dunque, il Giannelli, sulla scorta del Pais, riporta la notizia di “Siris” moglie di Metaponto tratta dalla tragedia di Euripide “Melanippe he desmotis”. Il Giannelli scrive che nella tragedia di Euripide: “Ivi si narrava come Teano, moglie di Metaponto, avesse salvato Eolo e Beoto, figli di Melanippe e Posidone, che erano stati esposti. Sorta più tardi gelosia fra i due gemelli e i figli di Teano, questi vengono trucidati e la madre, per dolore, si uccide. Quindi Melanippe sposa Metaponto, il quale adotta Eolo e Beoto, da cui prenderanno poi nome le due regioni dell’Eolide e della Beozia (1).”. Il Giannelli, a p. 81 proseguendo il suo ragionamento dice che: “La tradizione che faceva nascere Beoto e Metaponto, prese sempre maggior vigore, ma prevalse nella forma in cui ci è conservata da Diodoro Siculo, dove Melanippe è fatta invece moglie di Hippotes e madre di Arne: questa, rimasta incinta per opera di Posidone, fu affidata dal padre a Metaponto, allora suo ospite (2), il quale la portò nell’anonima città italica, ov’essa dava alla luce Eolo e Beoto. Questi, adottati da Metaponto e fatti adulti, s’impadronirono del governo della città e uccisero Autolide, la moglie di Metaponto, gelosa di Arne. In seguito a tali fatti, Eolo e Beoto con Arne e molti amici abbandonarono Metaponto: Eolo si recò a Lipari, Beoto invece in Beozia insieme alla madre. Etc..”. Su questo mito ho ragionato in un altro mio saggio, quello che ci parla dell’eroe eponimo di “Scidro”, il quale aveva sposato “Siri” altra figlia di Morgete. Emanuele Ciaceri, però parlandoci degli antichi popoli Italici degli Enotri e dei Morgeti riporta un’altra tradizione. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a p. 43 parlando del popolo degli Enotri, in proposito scriveva di Scidro che: “Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “, dove è scritto che “Σιρις”, il suo significato è: “Siri”.
Nel 720 a.C., la fondazione di SIBARI, colonia magno-greca sullo Ionio
Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “I Calcidesi di Eubea furono probabilmente i primi a entrare in Sicilia e nell’Italia meridionale; e ad essi presto seguirono le stirpi doriche e acaiche del Peloponneso. E mentre i Cancidesi d’Eubea fondavano Cuma, da cui avevano origine Napoli e Pozzuoli, e, insieme coi Messeni, Reggio, e i Dori Taranto e Metaponto, gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2) e in fondo all’ampio golfo Posidonia, detta dagli Etruschi ‘Petan’ o ‘Pesitan’, da cui i Romani trassero Paestum. Nè erano soltanto queste le città o i borghi fondati dai Greci sul territorio salernitano, poichè Palinuro, più che il leggendario pilota di Enea (3), dovè essere un villaggio greco, come può rilevarsi dall’onomastica παλιν – contro e ορος – monte; Sapri è forse l’antica ‘Scidro’ o ‘Sidron’, ampliata dai Sibariti, quando vi si rifugiarono, dopo la distruzione della loro patria; nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’alltro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1). Così tutta la costa dal golfo di Policastro a quella di Salerno fu colonizzata dai Greci, e davanti ad essi gl’indigeni non bene armati da poter opporre una forte resistenza, si ritirarono nell’interno (2).”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a p. 28 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma se si può sabilire il tempo della distruzione di Sibari, quando fu essa fondata ? Eusebio, nella sua Cronaca, pone la fondazione di Sibari contemporanea a quella di Crotone, cioè nell’Ol. XVIII, ma è un tempo non ben definito, mentre S. Gerolamo assegna quest’ultima all’Ol. XVII, 4 (709), e Dionigi di Alicarnasso all’Ol. XVII, 3 (710). Ma se questa contempraneità non si può accettare come assoluta, tuttavia essa deve essere molto vicina al vero. Tutte le città, fondate da genti peloponnesiache sulla costa del Ionio in Italia, nacquero a poca distanza di tempo l’una dall’altra. Cosicchè bisogna ammettere per tutte la fine del sec. 8°. Per Sibari poi se non si può precisare l’anno, senza ricorrere a certi calcoli convenzionali, troppo pericolosi nella cronologia antica, bisogna convenire però che la nostra Sibari stette in piedi circa due secoli, anno più anno meno; tempo sufficiente a raggiungere quel grado di sviluppo, al quale era giunta allorchè venne abbattuta. Nè si opporrebe a ciò la notizia data da Strabone (VI, 262-3), che il fondatore di Sibari sarebbe stato aiutato dal fondatore di Siracusa, Archia…..Il gruppo delle colonie Achee e quello delle città doriche, di Italia e di Sicilia, costituirono i nuclei principali della emigrazione greca, durante l’8° sec. Pare accertato che la gente, che fondò Sibari, fosse achea, potendosi dimostrare con l’omonimia, insieme e con la tradizione storica, per tre quarti, attinge vigore dalla omonimia medesima…..Lo Ps. Aristotele (Pol. VII, 10) e Strabone (VI, 264), credevano che Filottete fosse approdato tanto presso Crotone, che presso Sibari e Siri, e avesse fondato queste città (cfr. Schol. Iuvenal. VI, 296). Ma se questa leggenda non dice nulla di nuovo e di sicuro intorno all’origine della città, tuttavia mostra una certa relazione e affinità tra Crotone e Sibari, che traeva origine dai rapporti etnici. Non bisogna però credere che i coloni di Sibari fossero solamente achei. ad essi spettava l’iniziativa e magari la preponderanza. Lo Ps. Aristotele (Pol. V, 3) dice che gli Achei colonizzarono Sibari insieme con i Trezeni (cfr. Solino 36, 9); poi, essendo gli Achei cresciuti di numero, scacciarono, o uccisero i Trezeni, e rimasero soli padroni della città. Fu in seguito a questa impresa scellerata che i Sibariti incominciarono ad essere considerati universalmente come crudeli. Malgrado questa notizia precisa intorno ai Trezeni di Sibari, si sono tirati in ballo anche elementi dori. In un passo di Solino poi (36, 13) è detto che la città di Posidonia sarebbe stata colonizzata dai Dori. Io non credo che bisogna accordare molta fede a questa notizia isolata; tuttavia, essendo Posidonia una colonia di Sibari, si spiega come la leggenda dei Dori fosse comune ad entrambe. Il Pais studia questo problema, nella sua Storia della Sic. e della M. Grec., al capitolo intorno ai Trezene, colonia di Marsiglia, ma non credo che sia riuscito a risolverlo completamente. intanto, senza più indugiarci in cotali notizie incerte, che non possono risolvere la questione, diciamo più tosto che, fossero stati Dori o no, assieme agli Achei, che fondarono Sibari, vi dovettero essere elementi di altra razza, che aiutarono l’impresa. Se questi altri elementi siano approdati insieme agli Achei, ovvero che siano giunti in seguito, quando la città era stata fondata, non si può dire in nessuna maniera. Però non posso ammettere che la città di Posidonia sia stata fondata dalla gente non achea, scacciata violentemente da Sibari, perchè, essendo questa la più settentrionale delle sue colonie, deve supporre l’esistenza di Lao e Scidro, mentre questa rivoluzione interna di Sibari, se vi fu, dovette avvenire dopo non molti anni dacchè essa era in piedi in un tempo assolutamente anteriore a quello, in cui si pensò di colonizzare la costa occidentale della Lucania.”. Da Wikipedia leggiamo che Trezene (in greco Τροιζήν) era un’antica città greca dell’Argolide orientale. Fu il punto di transito tra le popolazioni doriche e quelle attiche. Circa all’inizio del I millennio a.C. fu occupata dai Dori, mantenendo tuttavia la sua indipendenza. Nel 720 a.C. partecipò assieme ad alcuni coloni Achei alla fondazione di Sibari in Magna Grecia. Circa trentacinque anni dopo Focea venne conquistata dai persiani. I Focesi si rifugiarono nella colonia di Alalia in Corsica, ma ormai la regione non aveva più spazio per un ulteriore polo dirigenziale, e fu la guerra: Etruschi e Cartaginesi li affrontarono nella battaglia navale di Alalia (535 a.C.). I Focesi vinsero, ma riportarono danni così gravi alle loro navi che preferirono trasferirsi a Elea. Lo storico e geografo greco Strabone, nella sua Geografia, parla della città di Elea-Velia, specificando che i Focei, suoi fondatori, la chiamarono inizialmente ῾Υέλη (Huélē), nome che però dopo alcune variazioni divenne per i grecofoni Elea. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro e con un altro alle foci del Silaro, al quale tenne subito dietro (alla fine del VII o al principio del VI secolo: cfr. Beloch, I, 2, 229 sg.; Dunbabin, p. 25 sg.) la fondazione di Posidonia, per parte dei Trezenii. E per questo non è escluso che Sibari sia stata fondata quando ancora i Beoto-Focesi non avevano occupato il territorio fra il Basento e il Bradano e la fertile Siritide; ma la distanza di tempo non poté essere, grande; perché i Corinzi-Corciresi, che mossero verso l’Italia probabilmente negli stessi anni in cui Corcira diveniva una colonia di Corinto (e cioè verso la metà dell’VIII secolo: cfr. Beloch, I (2) 2, 230) o poco dopo, non avrebbero scelto a loro sede la parte estrema del Bruzio “abitabile”, se le coste del golfo di Taranto non fossero state già tutte occupate. Concludendo, per questo primo gruppo di città, potremmo fissare questa probabile cronologia: per Taranto e Sibari, la prima metà dell’VIII secolo; per Metaponto e Siri, la metà, circa, del secolo stesso; per Crotone, il 750, o i primi decenni della seconda metà del secolo. Per altro, ….Sibari può essere stata fondata non solo prima di Siri e di Metaponto ma anche prima di Taranto. Subito dopo la fondazione di Crotone, e cioè durante la seconda metà dell’VIII secolo, si stabilirono sulle coste orientali della Sicilia i Calcidesi e i Corinzi: i Calcidesi deducevano tosto altre colonie sulle coste campane, prima fase di Cuma. Per l’origine greca di queste città, i recenti trovamenti archeologici indicano gli ultimi anni dell’VIII secolo e i primi del VII; e viene fatto di pensare che non solo per ragioni di opportunità commerciale abbiano i Calcidesi scelto il golfo di Napoli, bensì anche perché le coste lucane dovevano ormai essere ipotecate dall’espansione dei Sibariti e dei Siriti e costellate dei loro stabilimenti commerciali, fra i quali forse già comparivano le città di Lao, di Scidro, di Pixunte. Nudo di colonie greche restava tuttavia il Bruzio meridionale, ad eccezione dell’estrema punta, sulla quale i Calcidesi avevano stabilito, di fronte a Zancle, la città di Reggio.”. Sempre il Giannelli, a p. 305 scriveva pure che: “i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’un pò dei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Scidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Su Wikipedia leggiamo che la fonte letteraria principale sulla fondazione di Poseidonia è costituita da un passo di Strabone, che la mette in relazione con la polis di Sibari. L’interpretazione di questo passo è stata lungamente discussa dagli studiosi. Sulla base delle evidenze archeologiche raccolte finora, l’ipotesi più valida sembra essere quella secondo cui la fondazione della colonia sarebbe avvenuta in due tempi: al primo impianto, consistente nella costruzione di una fortificazione (“teichos”) lungo la costa, sarebbe seguito l’arrivo in massa dei coloni e la fondazione vera e propria (“oikesis”) della città. In base ai dati archeologici si può tentare una ricostruzione del quadro che portò alla nascita della città, verso la metà del VII secolo a.C., la città di Sibari iniziò a fondare una serie di sub-colonie lungo la costa tirrenica, con funzioni commerciali: tra esse si annoverano Laos ed uno scalo, il più settentrionale, presso la foce del Sele, dove venne fondato un santuario dedicato ad Hera, con valenza probabilmente emporica. I Sibariti giunsero nella piana del Sele tramite vie interne che la collegavano al Mare Ionio. Grazie ad un intenso traffico commerciale che avveniva sia per mare – entrando in contatto con il mondo greco, etrusco e latino – sia via terra – commerciando con le popolazioni locali della piana e con quelle italiche nelle vallate interne – nella seconda metà del VII secolo a.C. si sviluppò velocemente l’insediamento che poi dovette dar luogo a Poseidonia, evento accelerato certamente anche da un preciso progetto di inurbamento. Una necropoli, scoperta nel 1969 subito al di fuori delle mura della città, contenente esclusivamente vasi greci di fattura corinzia, attesta che la polis doveva essere in vita già intorno all’anno 625 a.C.. Un’altra circostanza che ci riguarda più da vicino e che è collegata con la deduzione della colonia di Sibari è quella di cui ci parla lo stesso Galli, che a p. 53, ci parla degli attriti che molto probabilmente si vennero a creare con i Sirini ed in particolare con la colonia di Pyxus: “Siri aveva dedotta forse una colonia sul Tirreno, nell’attuale golfo di Policastro, Pyxus; certo aveva con questa città stretta una lega monetaria, come si rileva dal doppio nome impresso sulle monete. (Σιρινος Πυξοες). Quando i Sibariti spinsero il loro dominio da questo lato, fondandovi le colonie di Lao, Scidro e Posidonia, dovetero trovarsi necessariamente a contatto con quei di Pyxus, che si videro stretti tra colonie sibarite. La tradizione storica non dice nulla, se Sibari ebbe a combattere prima con Pyxus e poi con Siri; certo è però che Pyxus non compare più dopo la distruzione di Siri, tranne quando fu ripopolata dai Reggini, nei primi del sec. 5°. Ciò fa supporre naturalmente che essa avesse subito la medesima sorte della sua alleata. E’ difficile però stabilire, se la guerra incominciò prima con Siri, ovvero con Pyxus. Io credo che la distruzione di quella seguì, e fu conseguenza della caduta di Pyxus; ed ecco perchè. Ammesso come dimostrato che le colonie sibarite del Tirreno siano state dedotte prima del 510 (sconfitta di Sibari), e non fondate da quelli che riuscirono a scampare da questa rovina, ne viene di conseguenza che esse precedettero anche la distruzione di Siri (530), e che specialmente le colonie di Lao e Posidonia, delle quali ci rimangono notizie sicure, non furono dedotte nel territorio di Pyxus, già abbattuta. Se così non fosse stato, non si capirebbe come, in un ventennio solo, città poste sulla riva opposta alla metropoli fossero potute crescere in potenza a tal punto da offrire sicuro asilo ai fuggiaschi di Sibari, e garentirli da possibili aggressioni Crotoniate. Da tutto ciò appare che i prodomi della guerra dovettero maturarsi sulla riva del Tirreno, dove coloni di Sibari si trovarono a contatto, e cercarono di allargarsi a danno dell’alleata di Siri. Questo ragionamento esclude anche che Pyxus fosse invece colonia di Sibari, come crede il Prof. Tropea (St. dei Luc., p. 168), altrimenti non so perchè avrebbe dovuto scomparire proprio in quel tempo che fu distrutta Siri.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: “Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trezene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia pare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno.”.
Le vie Istimiche, le vie di comunicazione tra il mare Ionio ed il Tirreno
Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Il movimento migratorio dei Greci verso l’Italia meridionale e la Sicilia sarà cominciato probabilmente verso la metà dell’VIII secolo…”. Dunque, a partire dalle fondazioni delle città magno-greche sul mare Ionio, come ad esempio le due città di Siris e di Sibari, si ebbe un notevole movimento di genti greche che dallo Ionio tracciarono delle vie di comunicazioni che li collegassero alle sponde ed alle città amiche poste sulle coste del mare Tirreno e poter svolgere le loro fiorenti attività commerciali con la vicina Etruria. infatti, il Giannelli, a p. 340, in proposito scriveva pure che: “Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro etc…”. Sempre il Giannelli, a p. 305 scriveva pure che: “i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’un pò dei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: “Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trezene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia pare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto…..Gli Etruschi riuscirono bensì a conquistare molte città della Campania, ma non s’impadronirono di quelle sulla costa degli Enotri che venne poi assoggettata dai Lucani e dai limitrofi Bretti.“. Il Pais, a p. 258, in proposito scriveva pure che: “I Milesi importavano in Sibari vasi, vesti e preziosi prodotti dell’Oriente e ne esportavano materie prime. Per mezzo della città amica inviavano le loro mercanzie a Laos, a Skidros, a Posidonia, colonie dei Sibariti, e, come abbiamo già notato, ve le ritiravano i Tirreni signori appunto del paese limitofo a posidonia. Gli Etruschi consegnavano in cambio fra l’altro metalli, rame, stagno ed il ferro dell’Elba, che fu poi sottoposta alla vicina Populonia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VIII “Civiltà Italiota e civiltà Etrusca”, a pp. 478-479, in proposito scriveva che: “Sul primo punto, concernente l’Etruria, la congettura potrà apparire ben fondata ove si consideri che già nel VI secolo a.C. gli Etruschi, mentre svolgevano la loro influenza sul Lazio, estendendosi sulla Campania fin verso il golfo di Salerno non lungi da Posidonia, venivano a trovarsi in contatto con l’impero Sibarita, quando con Sibari erano legati dalle strette relazioni commerciali, che rapidamente creavano fra i due ricchi e potenti Stati quelle analogie d’una vita di splendore e di lusso per le quali poi si rimproverava ai Sibariti di prediligere, fra tutti i popoli stranieri, gli Ioni e gli Etruschi (3). Per quanto, come osservammo, i Sibariti esercitavano più che altro un commercio in transito, trasportando per via interna dall’Ionio al Tirreno le merci provenienti per opera dei Milesi dall’Oriente, e, viceversa sull’Ionio, quelle che per mezzo dei suoi coloni di Posidonia, di Lao e di Scidro venivano dall’Etruria, è ovvio che….”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 62-63 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad ogni modo resta sempre l’incognita della via che avrebbero tenuto questi aiuti, grandi o piccoli: non per mare, perchè, per le condizioni nautiche di allora, i navigli dovevano costeggiare la terra, che per lungo tratto, sia dalla parte del Ionio, che del Tirreno, era in possesso dei nemici; resta l’ipotesi più ammissibile, che essi cioè abbiano seguito la stessa strada delle carovane, che trasportavano le mercanzie da Sibari a Lao, vale a dire attraverso il passo di Campotenese. Ma anche questo cammino, per quanto breve, non doveva essere molto agevole per le forse che si fossero recate a Sibari, perchè gli indigeni, che furono molti ad insorgere dopo la sconfitta, e a recuperare il loro territorio, avevano ostacolato in mille modi i movimenti di queste truppe.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a p. 139 parlando di Pixunte e della lega Achea, in proposito scriveva che: “…alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Etc…”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 268, in proposito scriveva che: “Gli scavi archeologici del 1939, eseguiti dal compianto amico P. C. Sestieri (5) su tutta l’altura di S. Paolo che sovrasta l’abitato,……Ceramica che presenta netti caratteri d’identità con queli della Peucezia, con quella di Sala Consilina e Atena Lucana, per cui sarebbe da riconsiderare l’affermazione di Dionigi (I, 11 sgg.) sulla venuta di enotri e peucezi dall’Arcadia e da ammettere che proprio da Palinuro partisse una delle carovaniere per la Valle di Diano. Carovane che trasportavano ceramica locale e ceramica ionica che alla vicina Pixous (Bussento), Policastro) giungeva per la via istimica da Siris e la ceramica ionica e attica a mezzo dei mercanti focei. Manufatti che venivano scambiati con il grano della ferace Valle del Tanagro, di quel lago pleistocenico svuotatosi in epoca storica. Grano che anche dopo la caduta di Sibari (a. 510 a.C.,) i focei di Velia (10) continuarono a trasportare ad Atene che ne acquistava sempre in maggiori quantità.”. Ebner, a p. 268, nella nota (5) postillava: “(5) P. C. Sestieri, Scoperte archeologiche in provincia di Salerno, “Bollettino d’Arte”, Roma, 1940, n. IV (estratto).”. Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Fu la studiosa transalpina Juliette de la Geniere che per prima, oltre trent’anni or sono, effettuò una prima ricognizione di tutta la zona alla ricerca di antichi abitati indigeni databili dal VI al V secolo a.C. (3). Lungo l’antico percorso carovaniero che in epoca arcaica univa il sudovest del Vallo di Diano col Tirreno meridionale la ricercatrice francese riconobbe il sito di tre probabili abitati indigeni di notevole funzione strategica: di Sontia nell’alta Valle del Bussento, del monte San Michele (a sud di Caselle) nel medio corso, di Roccagloriosa nell’ultimo tratto. La groppa di Sanza apparve alla studiosa come “il luogo più favorevole”(4) per un insediamento a guardia del trivio carovaniero (a sudovest dell’abitato, infatti, la carovaniera proveniente dal Vallo meridionale attraverso la piana del Lago subiva un’importante diramazione: piegava a sud per Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum, ad ovest per Molpa e Palinuro attraverso Rofrano Vetere e lungo il corso del Faraone/Mingardo)(5); del secondo abitato dopo quello di Sontia, che, secondo la de La Geniere, doveva sorgere sul monte San Michele “dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri”, furono rinvenuti molti frammenti di tegole d’epoca ellenistica (6); del terzo, infine, precisato sulla cresta rocciosa, lunga due chilometri da nord a sud, tra gli attuali paesi di Castel Ruggero e Roccagloriosa” (7), la studiosa raccolse pezzi di tegole antiche e frammenti di vasi a vernice nera risalenti alla fine del VI o al principio del V sec. a.C., ed altri ancora d’epoca ellenistica. Se questa è la situazione, in epoca arcaica il centro indigeno del San Michele costituì allora il primo nucleo abitato della zona, anteriore sia al centro lucano di ‘Laurelli’ sia, ovviamente, a quello medioevale dell’attuale Caselle in Pittari. Probabile testimonianza dell’abitato arcaico sono alcuni nuraghi in miniatura – sfuggiti all’indagine della studiosa transalpina – che – sorgono sulla sommità del San Michele: tumuli di pietre grezze riproducenti ambienti angusti in cui, forse, si seppelivano i defunti in posizione rannicchiata. Bel tre villaggi, dunque, tutti in posizione strategica, a difesa d’un perscorso carovaniero non lungo ma certo vitale per la sopravvivenza delle popolazioni dell’entroterra bussentino e del Vallo di Diano. Da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum le carovane risalivano il corso del Bussento attuando la prima tappa a Roccagloriosa (il centro che, secondo Mario Napoli, era il più accreditato non solo per difendere l’ingresso della Valle del Mingardo e del Bussento ma anche per essere centro di raccolta e di scambio delle merci )(8), dove trovavano un’importante diramazione: procedevano verso nord lungo il corso del Faraone in direzione di Rofrano Vetere e della Croce di Pruno (passaggio obbligato per immettersi nella Valle del Calore)(9), piegava ad est verso la confluenza dello Sciarapotamo (ξηροποταμòσ, xeropotamòs, fiume secco) e di Vallone Grande nel Bussento risorto sotto Morigerati. Questo secondo percorso nel primo tratto doveva essere controllato e difeso dall’abitato del San Michele. E’ probabile ad ogni modo chea sudovest dell’attuale Caselle, più o meno all’altezza della contrada Laurelli, il tratturo subisse un’altra diramazione: piegasse ad est per salire sul San Michele, proseguisse vero nord in direzione della contrada Caporra e del passo della Decollata per immettersi facilmente nell’agro di Sontia (10). All’ultimo abitato situato a monte della Valle del Bussento si arrivva anche risalendo il corso del fiume: a norovest del San Michele, infatti, il tratturo scendeva alle falde della groppa sopra la quale sorge Caselle (versante orientale) e attraverso le contrade Mènnola, San Nicola (o Taverna), Campi e Forche, Cicirieddo, Santo Caselle, Iomàra, Sant’Aliéno, Terreno Jòdice saliva verso quella denominata Tonniello, donde entrava nell’agro di Sontia attraversando in successione quelle di Farnetàni, Ponte Nuovo, Tempe d’Agro, Petràro, senza seguire il tracciato attuale della Statale 517 (11). La carovaniera che da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum si snodava lungo il corso del Bussento verso il Vallo, antica via del sale, difesa dai centri indigeni menzionati, dovette essere attiva sin dalla fine dell’VIII sec. a.C., quando la città di Sibari sullo Ionio cominciò a monopolizzare il commercio dei centri indigeni della costa tirrenica.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (3) postillava: “(3) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati antichi in Lucania, in “Atti e Memorie della Società Magna Grecia”, V (1964), pp. 129-140″. Il Fusco, a p. 78, nella nota (4) postillava: “(4) Ivi, p. 136”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (5) postillava: “(5) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, op. cit., p. 182 seg.; Capitulationes et Pacta etc.., cit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc.., vit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (10) postillava: “(10) Idem, Quando la storia etc.., cit., p. 186”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (11) postillava: “(11) Ivi, p. 185. Sempre alle falde orientali del colle sopra il quale sorge l’abitato di Caselle forse s’apriva un secondo tratturo che, superato il Bussento, si inoltrava verso oriente nella Valle della Bacùta in direzione del Fortino di Casaletto Spartano e della Valle del Noce.”. Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Vie di Magna Grecia”, in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 61, in proposito scriveva che: “Quando venne proposto lo studio delle vie, quale tema del 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia, era ovvio che si avesse presente la ricognizione e possibilmente l’esatta identificazione delle vie istmiche, delle vie cioè che dovevano servire a stabilire comunicazioni e traffici fra il versante ionico e il versante tirrenico, e soprattutto fra le città metropoli sullo Jonio e le loro filiali o federate o indipendenti, in funzione di scali marittimi, sul Tirreno…..il lavoro da fare, in un terreno così tormentato, qual’è quello della Calabria e della Lucania, era quello di una ricognizione aerea e di una ricognizione pedonale che riprendesse il filo delle vecchie vie mulattiere, degli antichi valichi etc…Bisognava insomma riprendere la tradizione dei viaggiatori inglesi del primo Ottocento etc…”, a p. 63, egli scriveva pure che: “Non era agevole per Sibari aprirsi un varco verso il Tirreno; la chiusa e serrata catena dei monti di Paola a ponente e l’alta muraglia del Pollino a nord con la sua vetta a 2200 metri, venivano a costituire due barriere invalicabili, e poichè il Tirreno non offriva in quel settore, al pari dello Jonio, alcun porto naturale, si trattava di scegliere l’estuario di quei fiumi che si prestassero a scalo marittimo. Estuario e scalo eccezionalmente favorevoli offriva il Lao, il primo grande corso d’acqua, il più ricco di affluenti a nord dell’altopiano del Pollino: seguivano dopo altri minori corsi d’acqua di carattere più torrentizio, il Pixùs con l’omonima città, antico scalo di Siris e della Siritide, il fiume Alento porto della città di Elea e il Silaros (Sele) nella piana di Posidonia…..il fiume Lao dovè costituire il primo importante scalo marittimo di Sibari; da ciò la fondazione di quella colonia tirrena che le fonti rivendicano concordemente a Sibari e che veniva ad essere la città di confine tra la Lucania e il Bruzio…..”. Il Maiuri, a p. 66, continuando il suo racconto scriveva: “E’ opinione corrente che la via del commercio sibaritico, fin dalla sua prima prospera espansione e dai contatti e dagli scambi con il commercio etrusco, avvenisse per via carovaniera sulla prima balza del Pollino a traverso l’altipiano di Campotenese fino a raggiungere il corso del Lao e di là ridiscende il fiume fino al grande estuario e al suo emporio fluviale e marittimo: per raggiungere l’altopiano di Campotenese, prima della strozzatura che lo chiude verso l’attuale scoscesa via della ‘Dirupata’ per Castrovillari, si risaliva il corso dell’antico Sybaris (Coscile) che fa capo all’antico e odierno paese di Morano, da cui ha inizio il vero e proprio altopiano. Ma era indubbiamente una ia lunga e disagevole….Il calcolo quindi che fa il Lenormant che un carro o una bestia someggiata potesse compiere in due giorni il percorso da Sibari a Lao passando per Camptenese, non può essere certo applicato a un grosso commercio carovaniero qual’era quello di Sibari e alla natura dei suoi prodotti d’esportazione. A ciò s’aggiunga che la via carovaniera di terra poneva Sibari, nella prima metà del VI secolo, a contatto con lo sbocco della via carovaniera di Siris verso il corso del Bussento (‘Pixùs’), contatto che, fino a quando Siris esercitò il suo florido commercio di concorrenza, Sibari, dovè evitare cercando di raggiungere Lao con una via più diretta e indipendente. Tale via era offerta dalla valle dell’Esaro che conduce agevolmente con il suo corso e le sue sorgenti al valico di Belvedere e alla sua rada. Etc..”. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a pp. 172 e ssg., in proposito scriveva: “Se prescindiamo da questi miti e tradizioni che ci parlano di età più lontane, ci resta da constatare che lungo le coste per lo più sui primi colli verso i monti, o sui passi più interni delle vie naturali che congiungono lo Ionio al Tirreno, si documenta la presenza di nuclei abitati, noti in particolare da necropoli, presenti ancor prima dell’intervento greco, sì da lasciar pensare (e sarebbe più difficile ipotizzare l’opposto) che non solo le coste erano abitate da popolazioni indigene, ma che quest’ultime conoscevano quelle vie tra Ionio e Tirreno attraverso le quali, vedremo meglio in seguito, passeranno i Greci per vitalizzare con nuovi fermenti i commerci lungo le rotte del Tirreno……Note le vie istmiche in età precoloniale, …si deve concludere, e non v’è difficoltà per raccogliere la conclusione, che la presenza greca sul Jonio conosce sempre e contemporaneamente il Tirreno, frequentato a brevissima distanza di tempo dalla fondazione della colonia sullo Jonio.”. Il Napoli, a p. 176 scriveva di Pixunte: “Posta allo sbocco di una via istmica, Pixunte dovette svolgere un ruolo di notevole importanza per i rapporti commerciali con l’interno e, attraverso Siris, con il mare Jonio; una verso Siris, l’altra verso il Vallo di Diano, per cui crediamo che sia questa, a differenza di quella meno identificabile e certo più difficile, di Palinuro, la strada del commercio calcidese con Sala Consilina. Ciò potrebbe spiegare il tentativo tardo di Micito di riconquistare questa testa di ponte; e ciò spiega anche, come vedremo meglio in seguito, la nota moneta Sirinos-Pyxoes che, ad onta di altra spiegazione, crediamo sia sempre da vedersi come moneta di Siris e di Pixunte, databile ad età successiva alla caduta di Sibari, nel tentativo di rivitalizzare vecchie vie commerciali. Città enotria, Pixunte svolge questo compito di emporio per lo meno già dal settimo secolo, e dovette essere scalo aperto per il commercio calcidese, posto sotto l’egida di Reggio, e di quello di Siris; caduta questa città, affermatasi la potenza di Sibari, con i suoi scali sul Tirreno, Pixus dovette avere un momento di recessione, pur continuando ad esercitare le funzioni di emporio aperto, per iprendere un momento di vitalità, in una con le aspirazioni di ripresa di Siris, dopo la distruzione di Sibari. In tutta la politica economica del Tirreno il tentativo fu di breve durata, che si erano nel frattempo determinate nuove situazioni. L’epicentro dei commerci, che in Lucania si fanno con gli inizi del quinto secolo sempre più marittimi e meno terrestri, per la pressione nell’interno dei Lucani, l’epicentro, si diceva, si sposta, più a nord, e precisamente a Velia.”.
Nel VII sec. a.C., PYXUS, PYXOUS, PIXUNTE, città Italiota sul Tirreno alleata di Siris, città magno-greca
Pixous (successivamente latinizzato in Buxentum) è un antico centro abitato della Magna Grecia che costituiva una città portuale aperta verso il sinus terinaeus. Secondo l’opinione prevalente degli studiosi, Pixous sorgeva su una piccola altura (m 80 s.l.m.) sulla sinistra idrografica del fiume Bussento. Il suo nome deriva dalla presenza di piante di bosso (gr. pyxós, lat. buxus) che vi crescono tuttora in abbondanza. Il sito dell’antica Pyxous coincide con quello dell’attuale Policastro Bussentino. Il centro storico della medievale Policastrum, insiste infatti, in maniera visibile, su più antiche emergenze in opera pseudo-poligonale, oggi conservate per un’altezza variabile da circa 3 a circa 6 m. La storia della città si basa solo su notizie occasionali ed episodiche tramandate dalla tradizione storiografica greca e romana: sia Strabone (Geografia, VI.1) sia Diodoro Siculo (Bibliotheca historica, XI.59), riconducono la sua fondazione a Micito (Mikythos, Μίκυϑος), tiranno di Rhegion, nel 471/70 a.C. (o 467 a.C.). La colonia reggina dovette avere una vita breve. Secondo il racconto di Strabone, infatti, la città sarebbe stata abbandonata dai coloni poco dopo la sua fondazione. Una tradizione storiografica fa risalire la fondazione della città al VI secolo a.C. (tale tradizione è rispecchiata anche nella Princeton Encyclopedia of Classical Sites). Secondo questa tesi, il centro, in quel periodo, doveva dipendere dalla colonia magnogreca di Sibari, al pari della non lontana Paestum. Lo mostrerebbe infatti una monetazione di tipo sibaritico, sulla quale è riportata anche il nome di Siris, anch’essa, al pari di Sibari, sul golfo di Taranto, sul litorale ionico. Questa notizia di una fondazione precoce si riconcilierebbe con le notizie fornite da Strabone e Diodoro solo supponendo che quella dovuta al tiranno Micito fosse una rifondazione dopo un collasso della città dovuto alla caduta di Sibari, nel 510 a.C.. Tuttavia, scavi compiuti nei tardi anni ’70, hanno restituito l’intera cronologia dalla fondazione di Micilo, ma non hanno restituito alcun reperto del periodo precedente. Se ne deduce una conferma della tradizione storiografica riportata da Strabone e una smentita dell’ipotesi di una fondazione sibarita al VI secolo a.C.. Segue infatti un lungo periodo di silenzio delle fonti, per interrompere il quale bisogna aspettare la dominazione romana: Livio (Ab Urbe condita libri, XXXII, 29.4 tramanda che, nel 194 a.C., vi fu dedotta la colonia maritima di Buxentum, che beneficiò di un rafforzamento pochi anni dopo, nel 186 a.C.. Grazie alle citazioni dei geografi, sappiamo che l’insediamento era sicuramente attivo in età imperiale. L’evidenza epigrafica rivela inoltre che, in ètà imperiale, la città era eretta a municipium, amministrato da duoviri, nel quale si annoveravano un foro e un macellum. Sempre da fonti epigrafiche si sa che il municipio era assegnato alla tribus Pomptina. In epoca Bizantina, in base a notizie fornite da Stefano di Bisanzio, si sa che il centro rimase attivo anche in epoca bizantina: alla dominazione di Bisanzio si deve il nome di Palaiokastron, e la fortificazione sommitale che residuano tutt’oggi nel castello medievale. Scavi condotti negli anni 2010-2012, sotto la direzione dell’archeologa Elena Santoro, hanno iniziato a portare alla luce gli strati archeologici di epoca Romana. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “L’unica sicura colonia greca attestata dalle fonti per il Golfo di Policastro è Pissunte, in greco Pyxous, la romana Buxentum, oggi Policastro Bussentino (21). Il nome è ripreso da una pianta abbondante in questi luoghi, il bosso, in greco pyxos, in latino buxus, da cui Buxentum. La pianta, con molteplici e importanti usi (22) nel mondo antico, si trova raramente allostato spontaneo, ma nel Cilento “cresce nelle zone più interne, sulle sponde del fiume Bussento, soprattutto nei pressi di Caselle in Pittari e alle falde meridionali del Cervati” (23). Appare probabile che la coltivazione e il commercio di tale pianta sia stata una delle fonti della ricchezza del territorio bussentino nell’antichità. In epoca romana si indicò con buxus la pianta, e con buxum la materia lignea usata per le varie lavorazioni (24). Secondo Plinio il Vecchio, “Il legno di bosso è fra i più pregiati (…); pregevole per una certa qual silenziosità, per la robustezza e il colore giallo chiaro. L’albero vero e proprio si usa anche nell’allestimento dei giardini. Ve ne sono tre specie (…); la terza specie, infine, è detta nostrana, di origine selvatica, credo, ma ingentilita dalla coltivazione. (…) pianta sempreverde, si presta bene ad assumere forme svariate con la potatura. (…) Il bosso predilige le zone fredde ed esposte al sole; al fuoco oppone la stessa resistenza del ferro” (25)”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Su Pyxous / Buxentum vd. NATELLA – PEDUTO 1973; EBNER 1982, II, pp. 330-346; JOHANNOWSKY 1992; GALLO 1996”. Il La Greca, a pp. 21-22, nella nota (22) postillava che: “(22) Il bosso è una pianta sempreverde delle buxacee, alta da 2 a 4 m, molto longeva (vive fino a 600 anni), con parecchi usi, attestati dalle fonti antiche. Nel giardinaggio era usato per creare e modellare siepi, ad es. “scrivendo” a grandi lettere i nomi dei proprietari. In medicina era usato per le proprietà della corteccia e delle foglie (diuretiche, depurative, antisettiche, febbrifughe, sudorifere); ma la prudenza è opportuna, in quanto contiene anche alcaloidi. Si usava poi come sostituto del luppolo nella birra. Il legno è molto denso e pesante, resiste al fuoco, ai tarli, addirittura affonda nell’acqua, ed è indeformabile; veniva usato per lavori di ebanisteria, destinati a durare: strumenti musicali e di altro genere, attrezzi da cucina, armi, piccoli mobili, cassette portatili ad es. per medicamenti, meccanismi vari, modelli geometrici e plastici architettonici, tavolette cerate per scrivere e modelli di lettere ed altri oggetti di studio a scuola, anelli. Vd. BONI – PARRI 1977, p. 125”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (23) postillava che: “(23) DE SANTIS – LA PALOMENTA 2008, p. 52”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (24) postillava che: “(24) Flavio Caper, De ortographia, p. 100”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (25) postillava che: “(25) Plinio il Vecchio, Nat. hist., XVI, 28, 70-71 (traduz. di F. Lechi)”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: “Dall’etimologia greca …………. e latina buxus, derivarono i nomi di Pixus, Pituntia, Pixunte, Pissunte e Bussento. La cittadina affonda le radici della sua storia millenaria nelle ceneri di remote civiltà scomparse, a cominciare da quelle dei primi indigeni italici, Ausòni, Enotri, Pelasgi, Siculi, fino ai Greci e ai Romani. La più antica fondazione potrebbe risalire intorno al VI secolo a.C., come si rileva da antiche medaglie recanti i nomi coniati di Pixus (Pyxous) e di Siris (….).”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), etc..“. Il Carucci, a p. 45, nella nota (1) postillava: “(1) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a. C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriore al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Il movimento migratorio dei Greci verso l’Italia meridionale e la Sicilia sarà cominciato probabilmente verso la metà dell’VIII secolo…Cominciando pertando dalle prime quattro città principali – Taranto, Metaponto, Siri e Sibari – le troviamo disposte dalla tradizione, per la data di fondazione, in quest’ordine: Metaponto (773 a.C.), Sibari (708), Taranto (706)(1). In realtà le ricerche….Siri sarebbe infatti sorta alla metà del VII secolo, ecc….Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro e con un altro alle foci del Silaro, al quale tenne subito dietro (alla fine del VII o al principio del VI secolo: cfr. Beloch I, 2, 229 sg.), la fondazione di Posidonia, per parte dei Trezenii.”. Giannelli, ci parla di “Scidro” anche a p. 305, dove in proposito scriveva che: “Non è per altro escluso che la ktisis di Sibari abbia preceduto di qualche tempo quella di Siri e che i coloni Sibariti abbiano avuto buone ragioni per lasciare addietro il lungo tratto di costa lucana fra Taranto e le bocche del Crati, per venire a stabilirsi alla base della penisola del Bruzio…..ma, fra le genti che vennero a stabilirsi a Sibari erano in buon numero, a lato degli Achei, come abbian veduto, i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’unpodei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio. Intanto i Trezenii di Sibari si spingevano anche più a nord e, alle foci del Silaro, ponevano un altro stabilimento: che siano stati in particolar modo, i Trezenii sibariti i fondatori di esso, sembra indicarlo il culto di Hera Argiva, da loro ivi localizzato. Di lì a poco, tutte le genti trezenie di Sibari, lasciavano la loro sede primitiva e, non lungi da quello stabilimento, fondavano – una vera e presto florida – città, Posidonia.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 294-295 e sgg e, riferendosi a Reggio, in proposito scriveva che: ” Nella regione situata nel golfo Lametino (S. Eufemia) si trovava Terina, colonia dei Crotoniati. Terina, al pari di Ipponio, fu tra le prime città Greche che verso il 356 a.C. vennero in potere dei Bretti, che i Latini dissero poi Bruzzi. A settentrione di Terina era Temesa; gli antichi discutevano se fosse quella ricordata nell’Odissea; …..Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Etc..”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…”.
Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “L’alleanza di Regio e di Taranto”, a pp. 35 e ssg., in proposito scriveva che: “Diodoro dice che Micito εχτισε Πυξουντα ed ha ragione, se vuol dire che Micito vi fondò una colonia Regina, ma ha torto, se vuol dirci che Buxento fu allora fondata per la prima volta. Noi possediamo uno statere d’argento incuso, che qui sotto riproduciamo, che appartiene alla metà del secolo VI e che mostra come Pyxus fosse in relazioni di alleanza e di amicizia con Siris, la città ionica fondata dai Colofoni, posta sulle sponde del fiume omonimo nel golfo Tarantino (1). Le due città gareggiavano adunque con Sibari, che risalendo la valle del Coscile trasportava le merci milesie sul mar Tirreno nelle due colonie di Lao e di Scidro, ove venivano invece sbarcate quelle degli Etruschi, che per la stessa via giungevano a Sibari, d’onde alla lor volta erano caricate per l’Oriente (2), e gareggiavano anche con Crotone che di buon’ora si impadronì per lo stesso fine di Terina e di Tempsa sul mar Tirreno. Noi sappiamo che le tre città Achee di Metaponto, Sibari e Crotone mossero guerra alla Ionica Siris e che la presero (verso la metà del secolo VI)(3). Non v’è dubbio alcuno sulla causa, che indusse gli Achei a infierire contro Siris. Era pura e semplice rivalità commerciale e politica. In aiuto di Siris si era mossa Locri e forse Regio. Certo ambedue queste città vennero, poco dopo la distruzione di Siris, attaccate da Crotone. La ionico-calcidica Regio aveva forse favorita la ionica Siris ai danni delle achee Sibari, Crotone e Metaponto (1). Etc…”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “VI – Le origini di Siris d’Italia”, a pp. 107 e ssg., in proposito scriveva che: “E se, come gli antichi stateri di Siris paiono dimostrare, in questa colonia Jonia era penetrato l’elemento acheo, non v’è ragione di pensare che la guerra contro i Sibariti fosse determinata da sole ragioni di nomen ossia di stirpe. La vera ragione della guerra, ed in questo mi piace trovarmi di accordo con il Beloch, è rivelata appunto da tali stateri di Siris, che nel rovescio rivelano l’alleanza politica con la città di Pyxous. Pyxous era città Achea ? Fu forse l’alleanza con essa al pari di quella con i Sibariti a valersi già sopra ricordata che determinò soprattutto i Siriti a valersi delle monete comuni ai due Stati dell’alfabeto e della misura monetaria achea ? Oppure Pyxous, la posteriore Buxentum dei Romani, era una fondazione dei Siriti ? Noi non abiamo elementi sufficienti per rispondere a simili quesiti. Solo constatiamo che verso il 530-510 a.C., i due termini cronologici in cui tali monete cadono, le due città erano tra loro alleate così come alleate erano Crotone e Temesa, Sibari e Posidonia. E’ merito del Lenormant l’avere accentuato meglio di ogni altro tutta l’importanza politica rivelata ta tali leghe monetarie tra le città Italiote situate sulle coste dell’Jonio e poste sul mar Tirreno. Da tali monete unite ai passi degli antichi autori appare manifesto che si esistevano attive rivalità commerciali sia fra le città Jonie Calcidiche ed Achee sia fra quest’ultime.”. Il Pais, a p. 36, nella nota (2) postillava: “(2) Lenormant, La Grande Gréce, I, p. 263 sgg.; Busolt, Griesch. Gesch., I, p. 256.”.
Nel 560 a.C., PIXUNTE e SIRIS (?) o la città di SIRINO, la lega Achea e le monete con la leggenda “SIRINO-PIXUS”
Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: “I due termini fondamentali della questione stanno invece nella tradizione letteraria riguardante l’origine della città e nella documentazione delle monete. Devesi, anzi, cominciare dal prendere in esame questo secondo punto, il quale è più interessante in quanto concerne un dato di fatto. Poichè, infatti, stateri d’argento di Siri, di circa l’anno 560 a.C. (4) che portano il nome suo con quello della città di Pixunte, della costa occidentale, non solo sono per ogni rispetto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari, ma hanno in caratteri achei la leggenda Σιρινος, s’è chiesto a ragione come mai ciò avvenisse in una città di stirpe ionica. E la risposta è stata suggerita dalla constatazione che in quel tempo v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento detti incusi, che attesta l’esistenza della cosiddetta lega achea, della quale appunto faceva parte Siri in quanto sarebbe stata di già soggiogata dalla potente Sibari, con questo di più e di singolare che Siri e Pixunte nel seno della lega stessa avevano un’alleanza più stretta e più particolare, del genere di quelle che ci risulta esservi state fra Metaponto e Posidonia, Sibari e Crotone, Crotone e Pandosia, Crotone e Temesa: alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 138, nella nota (4) postillava che: “(4) v. Head (2) p. 83”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Sempre il Ciaceri, a p. 140 aggiungeva che: “E v’è anche da pensare che ad un tentativo di riscossa da parte di Siri, per sottrarsi a codesta forma di egemonia, si dovesse poi l’origine del conflitto con le città achee, le quali avrebbero finito con l’assaltarla e distruggerla. Tutto ciò, infine, varrebbe a spiegare come mai Siri per quanto città ionica avesse monete di tipo e caratteri achei. Nè, d’altra parte il fatto ch’essa era ancora fiorente intorno al 560, come viene attestato dalle monete, e che finiva di esistere prima del 510 a.C., come si deduce dal sapere che intorno a questo anno era distrutta Sibari, etc…”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, in proposito scriveva che: “Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”.

(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”.

(Fig…) Da Romanelli (…), p. 98: statere (moneta del tempo, incusa) di Pyxoes e Sirinos, il bue con le due epigrafi
Riguardo le bellissime monete, tra le poche testimonianze rimasteci di quel tempo, Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 98 (vedi ristampa a cura di La Greca), in proposito scriveva che: “La moneta incusa col tipo del bue rilevato da una parte, e collepigrafe ΓV+ΟΕΜ, cioè ‘Pyxoes’, e dall’altra la cavità del medesimo bue coll’epigrafe retrograda ΜΟΗΞqsΜ, cioè ‘Sirinos’ (vedi Tav. II, n. 6). Si argomenta da queste epigrafi una federazione, che ripassava tra Bussento, e Siri, siccome da un altra moneta si argomenta altra federazione tra Crotone, e Pandosia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi;……Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…”. Ettore Pais (…), nel 1925, nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 295 e sgg e sgg riferendosi a Pixunte, in proposito scriveva che: “Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata.“. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 294-295 e sgg e, riferendosi a Reggio, in proposito scriveva che: “Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295)….Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. Etc…”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo III: “Federazioni italiote”, a p. 414 e ssg., in proposito scriveva che: “Già dai tempi di Pitagora gli Achei d’Italia ebbero comune un sistema di unità ponderale e monetaria; di ciò troviamo conferma durante il V secolo negli stateri incusi di Sibari, degli Aminei, di Crotone e di Metaponto. Analoghi stateri di Siris e di Pixus e di altre città, che come ‘PAL….e MOL….’ non è dato di identificare, mostrano che la confederazione maggiore delle città Achee fu preceduta o tosto seguita da altre minori. La lega Achea decadde in seguito alle guerre fratricide fra Crotone e Sibari, e si sciolse al tempo dell’anarchia che tenne dietro alla cacciata dei Pitagorici; le singole città vennero funestate da incendii ed assassinii.”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “L’alleanza di Regio e di Taranto”, a pp. 35 e ssg., in proposito scriveva che: “Noi possediamo uno statere d’argento incuso, che qui sotto riproduciamo, che appartiene alla metà del secolo VI e che mostra come Pyxus fosse in relazioni di alleanza e di amicizia con Siris, la città ionica fondata dai Colofoni, posta sulle sponde del fiume omonimo nel golfo Tarantino (1). Le due città gareggiavano adunque con Sibari, che risalendo la valle del Coscile trasportava le merci milesie sul mar Tirreno nelle due colonie di Lao e di Scidro, ove venivano invece sbarcate quelle degli Etruschi, che per la stessa via giungevano a Sibari, d’onde alla lor volta erano caricate per l’Oriente (2), e gareggiavano anche con Crotone che di buon’ora si impadronì per lo stesso fine di Terina e di Tempsa sul mar Tirreno.“. Il Pais, a p. 36, nella nota (1) postillava: “(1) Head, Hist. Num., p. 69; Garrucci, Le monete dell’Italia antica, II, p. 145, tav. 108, n. 1, 3. Su questo statere da un lato si legge (retrigrado) Σιρινος (Sirino), dall’altro Πυξοες (Pyxoes). Sul significato di questa moneta v. oltre la memoria su Siris.”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “VI – Le origini di Siris d’Italia”, a pp. 102 e ssg., in proposito scriveva che: “Può pensarsi che fra il 572 ed il 511 a.C. Siris dopo essere stata conquistata dagli Achei e trasformata in una città dello loro razza sia stata posteriormente distrutta. Oppure che le monete con carattere acheo appartengano ad una città che, pure usando l’alfabeto degli Stati vicini, era di stirpe diversa. La prima ipotesi non si può assolutamente escludere. Le città Achee in lotta con i vicini dopo la vittoria contro i popoli esterni si laceravano in guerre intestine. L’achea Crotone, dopo la guerra contro i Siriti, attaccò Sibari sebbene fosse achea. Nulla, stando al materiale di cui disponiamo, esclude in modo assoluto che i metapontini, i primi e più direttament interessati alla guerra contro la limotrofa Siris (come tali sono ricordati anche nel testo di Justino), avessero dapprima fatta loro colonia la città di Siris e che più tardi questa fosse soggiaciuta per effetto della gelosia delle vicine e potenti città Achee. Anzicchè abbandonarci all’ipotesi che è tanto facile sostenere quanto combattere, preferiamo quindi accettare la seconda versione. Ci domandiamo perciò come mai Siris, pure essendo città Jonia, usò caratteri di tipo acheo. E di questo fenomeno, che appare abbastanza strano ove sia considerato solo in sè stesso, possiam dare spiegazione sufficiente quando il problema lo si consideri non solo dal lato epigrafico e numismatico, ma anche da quello economico e politico. Siris era città Jonia, è vero…..(p. 104) E solo mediante una stretta alleanza fra Sybaris e Siris si spiega la perfetta somiglianza del testo delle monete incuse delle due città. Tale somiglianza infatti, fatta eccezione solo per le monete degli Aminei di cui abbiamo discorso in una precedente memoria, è superiore a tutte quelle che esistono fra le monete delle altre città Achee. Daltra parte quando parliamo di città Achee, Doriche, Joniche nella Magna Grecia e nella Sicilia, non possiamo pensare assolutamente pensare a città abitate da razze pure, non mescolate con altri elementi.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggi e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo etc…”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (2) postillava: “(2) Lenormant, Grande Grèce. I, 207: “Pyxus fondée en 471, cinquante ans environ après l’epoque où avait cessé la fabbrication des espèces incuses.”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (3) postillava: “(3) Πυξεων, Buxentum. FABRETTI, Glossar. Ital. ad v. Buxent.”. Riguardo queste monete ha scritto anche Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 108, in proposito scriveva che: “Head, p. 83 = B. M.C., “It.”, p. 283. Stateri incusi, coniati poco dopo la metà del VI secolo, col tipo sibarita del toro stante, voltato a guardare indietro. Le due leggende portano scritta, in alfabeto acheo arcaico, la parola Σιρινος sul D), e la parola Πυξοες sul R.). Queste monete, interpretate un tempo come monete di alleanza di Siris e dello stabilimento sibarita di Pixunte (2), sono ormai generalmente riconosciute come monete di alleanza di Pixunte con la vicina città di Sirinos, ricordata anche da Plinio (N.H., III 10, 28) nella sua descrizione della Lucania (3).”. Giannelli, a p. 108, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la prima edizione di questo volume, p. 113, e J. Perret, Siris, p. 21 sgg.”. Giannelli, a p. 108, nella nota (3) postillava che: “(3) Il merito di tale interpretazione va a P. Zancani-Montuoro, Siris-Sirino-Pixunte, in “Arch. Stor. Cal. Luc.”, XVIII (1949); cfr. “Rev. Arch.”, 1950, I, p. 185 sgg.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “….una lega monetaria, come Posidonia, e come Pyxus con Siri.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 52 e ssg., in proposito scriveva che: “Nè deve fare meraviglia se queste relazioni di amicizia si convertirono, in seguito in lotte sanguinose, perchè è naturale che dalla pace nasce la potenza, da questa l’ambizione e quindi la guerra. L’Head, ela sua”Historia Numorum” (p. 44-61 e sgg.), basandosi sui tipi identici e sul peso delle monete, ha creduto, non a torto, che vi fosse stata una lega monetaria achea, alla quale avrebbero aderito Sibari, Crotone, Metaponto, Caulonia, Lao e poi Taranto. Non so solo spiegarmi come in tale lega possa essere entrata Taranto, che non aveva origini achee. Questa lega suppone smembrata la Siritide, perchè essa, in tutti i casi, dovette essere fatta in quel ventennio, che va dalla distruzione di Siri alla caduta di Sibari (530-510). Difatti Siri non ebbe altra lega monetaria, se non con Pyxus; quindi sarebbe strano pensare che essa, posta fra Metaponto e Sibari, non avesse aderito alla lega achea, alla quale, stando all’Head, si sarebbe unita perfino Taranto. L’opinione dell’Head, relativa a questa lega, ha grande valore per stabilire un altro fatto, la coesistenza cioè di Sibari, e della sua colonia Lao; coesistenza che si può dimostrare, come farò, anche diversamente. Invece la lega intorno al santuario di Zeus……della quale parla Polibio, in un passo etc….Siri aveva dedotta forse una colonia sul Tirreno, nell’attuale golfo di Policastro, Pyxus; certo aveva con questa città stretta una lega monetaria, come si rileva dal doppio nome impresso sulle monete. (Σιρινος Πυξοες).”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 55, in proposito scriveva che: “Di monete se ne hanno colla denominazione di Poseidonia dal 550 al 400 a.C., e di Paestum dal 300 all’89. Si hanno monete di Velia del 500 al 200 a.C. e c’è la celebre moneta Siris-Pixos, che rimonta al IV secolo a.C. (2).”. Il Carucci, a p. 55, nella nota (2) postillava: “(2) Garrucci, Le mon. dell’Ital. antica, tav. 108. 1-3”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53 e ssg., in proposito scriveva che: “Siri aveva dedotta forse una colonia sul Tirreno, nell’attuale golfo di Policastro, Pyxus; certo aveva con questa città stretta una lega monetaria, come rileva dal doppio nome impresso sulle monete. (Σιρινος Πυξος). Quando i Sibariti spinsero il loro dominio da questo lato, fondandovi le colonie Lao, Scidro e Posidonia, dovettero trovarsi necesariamente a contatto con quei di Pyxus, che si videro stretti tra colonie sibarite. La tradizione storica non dice nulla, se Sibari ebbe a conbattere prima con Pyxus e poi con Siri; certo è però che Pyxus non compare più dopo la distruzione di Siri, tranne quando fu ripopolata dai Reggini, nei primi del secolo 5°. Etc…”.
Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 45, in proposito scriveva che: “…veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a.C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriormente al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Dunque, il Carucci, fa notare che contrariamente a quanto scriveva Diodoro Siculo, ovvero che Pixus (che egli chiama Pixos), fosse stata fondata da Micito di Reggio nel V secolo, si può retrogradare la fondazione o l’esistenza di questa città sul mare Tirreno grazie alla moneta con la leggenda Sirino-Pixoes” che, invece risale ad un secolo prima, al VI sec. a.C..
Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a pp. 176 parlando di Pixunte, in proposito scriveva: “Ciò potrebbe spiegare il tentativo tardo di Micito di riconquistare questa testa di ponte; e ciò spiega anche, come vedremo meglio in seguito, la nota moneta Sirinos-Pyxoes che, ad onta di altra spiegazione, crediamo sia sempre da vedersi come moneta di Siris e di Pixunte, databile ad età successiva alla caduta di Sibari, nel tentativo di rivitalizzare vecchie vie commerciali.”.
Ettore Pais (….) e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, vol. I, a p. 225, in proposito scriveva che: “Siris, …..si collegò di buon’ora con Pyxus, una colonia posta sulle coste del Tirreno e divenne quindi una temibile rivale delle città achee di Sibari, di Metaponto e di Crotone, le quali strettesi in alleanza l’assalirono e la distrussero (3).”. Il Pais, a p. 226, nella nota (3) postillava: “(3) Sulla ricchezza e mollezza dei Colofoni di Siris v. Timeo e Aristot. l. c.; sulla lega con Pyxus vedi lo statere del VI secolo, Head, op. cit., p. 69; sulla lega delle città Achee, Iust. XX, 2, 3.”.
Nel 540 sec. a.C., il popolo scomparso dei SERDAIOI o SERDEI o SARDI, popolo pre-italico preesistente alla fondazione delle città magno-greche
Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Posidonia”, a p. 133 e ssg, in proposito scriveva che: “La localizzazione della saga di Eracle nel territorio di Posidonia – dove l’eroe argivo si sarebbe fermato nel viaggio di ritorno dalla spedizione pè buoi di Gerone – può ascriversi agli stessi Trezenii fondatori della città; o, più probabilmente, tenuto conto della data presumibilmente tarda di codesta localizzazione, dovrà riguardarsi come un’irradazione della leggenda di Eracle dalla Campania, dove la saga dell’eroe fu portata dalla corrente migratoria calcidese (1).”. Il Giannelli, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) A proposito delle origini di Posidonia e dei legami che la univano alle origini di Sibari, torna qui in acconcio far menzione dell’epigrafe recentemente scoperta ad Olimpia e pubblicata da E. Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). L’iscrizione – databile alla metà del VI sec. a.C., – ci conserva il testo di un trattato di amicizia concluso dai Sibariti e dai loro aleati con un altro popolo, designato col nome – a noi finora ignoto – di ‘Serdaioi’. Sulla identificazione di questo popolo si è già discusso assai e, credo si continuerà a discutere: le diverse ipotesi avanzate dagli studiosi sono lucidamente esposte e commentate da P. Zancani-Montuoro nell’articolo ‘Sibari e Serdei’, pubblicato in “Rendic. Acc. Naz. Lincei” classe sc. morali, sez. VIII, vol. XVII, fasc. 1-2 (1962). A noi interessa qui il fatto che, come garanti della fedeltà dei Sibariti al patto stretto coi Serdei, vengono chiamati “Zeus, Apollo e gli altri dèi, e la città di Posidonia”: ciò che indica la potenza raggiunta dalla città sul Tirreno e la sua piena autonomia dai Sibariti, ma al tempo stesso lo strettissimo legame che la univa a Sibari, e non indebolisce per nulla, anzi rafforza (contrariamente a quanto ritiene la Zancani-Montuoro) la tesi della derivazione di Posidonia da Sibari, così come è stata esposta nel testo.”. Sempre il Giannelli, a p. 278, nelle sue “Conclusioni”, in prposito a questo antico popolo scriveva che: “E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parechi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai Lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo – a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Da Wikipedia, alla voce “Sardi” leggiamo che l’etnonimo “S(a)rd” appartiene al substrato linguistico preindoeuropeo (o secondo altri indoeuropeo), e potrebbe derivare dagli Iberi che si stabilirono sull’isola. La più antica testimonianza scritta dell’etnonimo è riportata sulla Stele di Nora, dove la parola Šrdn (Shardan) testimonia la sua esistenza originale nel momento in cui i mercanti fenici arrivarono per la prima volta nelle coste sarde. Secondo il Timeo, uno dei dialoghi di Platone, la Sardegna e i suoi abitanti, “Sardonioi” o “Sardianoi” (Σαρδονιοί or Σαρδιανοί), furono soprannominati così da “Sardò” (Σαρδώ), una leggendaria donna lidia di Sardi (Σάρδεις), nella regione occidentale dell’Anatolia (attuale Turchia). Altri autori, come Pausania e Sallustio, indicano invece che i Sardi discendono da un antenato mitologico, un figlio Libico di Ercole o Makeris (dal berbero imɣur “allevare”) riverito come Sardus Pater Babai (“Padre Sardo” o “Padre dei Sardi”), che diede all’isola il suo nome. È stato anche affermato che gli antichi Sardi nuragici fossero associati anche con gli Shardana (šrdn in egiziano), uno dei Popoli del Mare. L’etnonimo fu romanizzato nella forma singolare maschile e femminile in sardus e sarda. Bibliografia: E.KUNZE, Olympia Bericht VII, Berlin 1961, 207–210; H.BENGTSON, Die Staatsverträge des Altertums, II, München – Berlin 1962, no. 120; M.GUARDUCCI, Osservazioni sul trattato fra Sibari e i Serdaioi, RAL 17, 1962, 199-210; P.ZANCANI MONTUORO, Sibariti e Serdei, RAL 17, 1962, 11-18; S. CALDERONE, Identificati i Serdaioi, Helikon 2, 1962, 633-258;S.CALDERONE, Identificati i Serdaioi, Helikon 3, 1963, 219-258;J. SEIBERT, Metropolis und Apoikie. Historische Beiträge zur Geschichte ihrer gegenseitigen Beziehungen, Würzburg 1963, 94-96;J.ROBERT – L.ROBERT, REG 75, 1963, 137-138 no. 106; REG 79, 1966, 380-381 no. 210; G. PUGLIESE CARRATELLI, Greci d’Asia in Occidente fra il secolo VII e il VI, PP 21, 1966, 155-165 [= ID., Scritti sul mondo antico, Napoli 1976, 307-319];SEG 22, 1967, no. 336;M.BURZACHECHI, Gli studi di epigrafia greca relativi alla Magna Grecia dal 1952 al 1967, in: Acts of the 5th Congress of Greek and Latin Epigraphy, 18th-23rd September 1967, Oxford 1971, 125-134;R.MEIGGS – D.M.LEWIS, A Selection of Greek Historical Inscriptions to the end of the fifth century B.C., I, Oxford 1969, 18-19, no. 10 (trad. inglese).
LAO, LAOS, fiume e colonia magno-greca
Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Vie di Magna Grecia”, in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a pp. 63-64, in proposito scriveva che: “….il Lao, il primo grande corso d’acqua, il più ricco di affluenti a nord dell’altopiano del Pollino: seguivano dopo altri minori corsi d’acqua di carattere più torrentizio, il Pixùs con l’omonima città, antico scalo di Siris e della Siritide, il fiume Alento porto della città di Elea e il Silaros (Sele) nella piana di Posidonia…..il fiume Lao dovè costituire il primo importante scalo marittimo di Sibari; da ciò la fondazione di quella colonia tirrena che le fonti rivendicano concordemente a Sibari e che veniva ad essere la città di confine tra la Lucania e il Bruzio. Di Lao ci è conservato il nome della città nel nome del fiume (Λαος χολπος χαι ποταμος πολις, dice Strabone 210), e nella toponomastica locale che si coglie risalendo il corso del fiume: capo Talao, S. Domenico Talao, e Laino borgo e Laino castello. Non dovrebbe essere difficile ritrovare il sito della città che, sempre a detta di Strabone (ibid.) si trovava μιχρον υπερ της θαλασσης. Ma nessuno scavo sistematico vi è stato finora intrapreso e il suo territorio, soprattutto nei sobborghi di Scalèa (Fischia) nei borghi di Laino e di S. Gada, è stato soltanto oggetto di scavi di fortuna, il cui materiale, venne in parte raccolto da una benemerita famiglia del luogo…..etc…Lucio Cappelli negli ‘Annali civili del Regno di Napoli del 1858 con un cenno storico su Tebe lucana e Lao, e, dopo di esso, perdurando la dimenticanza dell’archeologia ufficiale su una zona di tanto singolare interesse (e stupisce che perfino il Lenormant non ne faccia cenno nel suo documentatissimo viaggio, ‘A’ traverrs l’Apulie et la Luanie’), dobbiamo citare a titolo d’onore l’eccellente opuscolo, anche se non in tutto attendibile, di Michele La Cava, il benemerito esploratore della Lucania: ‘Del sito di Blande, Lao e Tebe lucana, pubblicato a Napoli nel 1891 a spese dell’autore e dedicato al patriarca dell’archeologia napoletana: Giulio De Petra. Le scoperte nell’alta valle del Lao s’intensificarono in occasione della della costruzione del tronco ferroviario Lagonegro-Castrovillari etc…Ma se su Lao siamo sufficientemente documentati, non altrettanto lo siamo per Scidro etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 123-124 e ssg., in proposito scriveva che: “LAO. La notizia più antica che si ha intorno a questa città è quella di Erodoto, testè riportata. Lao dovette stare sempre in buone relazioni con la metropoli, quantunque bisogna pensare che essa si governasse da sè direttamente, perchè con Sibari aveva stretto una lega monetaria, come Posidonia, e come Pyxus con Siri. E’ da supporre quindi che la metropoli stesse in continui e diretti rapporti con le sue colonie, fin dalla loro origine; che prestasse a queste il tipo della monetazione e il suo appoggio politico. La moneta di confederazione con Lao è la 11° della collezione sibarita nell’opera del Garrucci. E’ di argento, col toro androposopo ripetuto sulle due facce, però in uso dei due tipi in rilievo il toro è retrospiciente; ma sempre barbato. Sibari in questa moneta pone per tipo di Lao una ghianda col calice, il quale simbolo, che è forse del prodotto del luogo, ha un confronto costante nella ghianda posta a modo di esergo nella monetazione locale. Quella tra posidonia e Sibari (v. Head, cap. Lucania), non ammessa dal Garrucci, porta chiaramente la leggenda VM e MOII (col II arcaico, che non si può riprodurre fedelmente per mancanza di caratteri). Lao però diede un grande sviluppo alla sua monetazione, indice sicuro di florido commercio; e non mancò di aderire alla lega achea, come risulta dal tipo delle monete (Head, op. cit., pag. 44-61 e sgg.). Nella monetazione di Lao e in quella di Posidonia bisogna distinguere due periodi: il primo, quello delle monete incuse e di argento, arriva fino al principio del sec. 5°; le monete di argento tuttavia continuarono ad essere battute ancora, fino a quado quelle città caddero sotto il dominio dei Lucani (Ol. XCVII, 3=382 a.C.); nel secondo periodo furono battute monete di bronzo solamente, nelle quali Lao cambiò i suoi tipi, e, con l’epigrafe etnica in Greco, inscrisse, in sigla, il nome del magistrato. Nelle monete incuse di Lao la leggenda, per metà retrograda, è ΛAFINOM (anche questo A è arcaico, ma non posso riprodurlo per la stessa ragione) quindi dovevano scrivere ΛAFOM il nome della città e del fiume, e l’etnico ΛAFIOM al pari di ΛAFINOM. In quelle a doppio rilievo si legge ΛAZNOM, ovvero MONZAΛ. Queste monete sono, insieme alla notizia di Erodoto, i documenti più antichi della città. Dopo quell’accenno, per una trentina di anni, non si sa più nulla di Lao; ed è da supporre che abbia continuato ad esercitare il suo commercio, vivendo indipendente e ricca.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 125 e ssg., in proposito scriveva che: “Similmente la menzione che ne fa Stefano di Bizantino deve intendersi solo come un ricordo. Lao è detta esplicitamente città della Lucania da Strabone (VI, 252-3) e da Stefano Bizantino, che dipende da un passo di Apollodoro. Implicitamente doveva essere stata creduta tale da Antioco di Siracusa (fram. 6°; cfr. Strab. VI, 254), e da Plinio (l. c. ), che consideravano il fiume Lao come il confine settentrionale, il primo dell’Italia, il secondo del Bruzio, da questo lato.”. Il Galli, a p. 126, in proposito scriveva che: “Anche Strabone del resto, più sotto, dice che la prima città de Bruzi, dopo Lao, è Temesa, saltando Cirella, della quale parla in questo luogo medesimo: quest’ultima, trovandosi al di qua del Lao, come le distanze fra essa e le città vicine, ci costringono ad ammettere che davvero doveva sorgere in territorio lucano. Quindi si può dire senz’altro che i Sibariti dedussero tutte le loro colonie, delle quali rimangono notizie sicure, senza esagerarne il numero come ha fatto il Tropea (Storia dei Lucani, p. 168), sulla costa lucana esclusivamente, la quale cadde tutta in loro potere, dal Silaro al Lao. Insieme alla città, le fonti menzionano un fiume ed un golfo del medesimo nome; e Strabone, che fornisce la maggiore copia di notizie al riguardo, dice che “dopo Palinuro è Pyxus (Lat. Buxentum). Poi segue il golfo, la città di Lao, ultima della Lucania, poco discosta dal mare, colonia di Sibari, distante da Velia 400 stadi (km. 74 circa) ecc..”. Poi aggiunge che vicino a Lao è il sacello di Dracone, compagno di Ulisse”. Plinio, come si è visto, menzioa un fiume e una città Lao. ….Se si considera che tra il seno Pestano, a Nord, e quello Vibonese, a Sud, su tutto questo tratto di costa non ve n’è un altro, all’infuori di quello di Policastro, al quale conviene esattamente il nome di golfo; trovandosi poi la città di Lao vicina al mare, tra Vibona e Pesto, è evidente che al golfo di Policastro doveva corrispondere l’antico ‘Laus sinus’. Inoltre tutta la regione intorno all’odierno golfo di Policastro è ricca di torrenti e burroni, più o meno asciutti di estete, ma non ha altri fiumi propriamente detti, fatta eccezione del Bussento, a Nord, e del Lao, a Sud, che segnano quasi i limiti estremi dell’apertura; quindi non potendosi pensare al primo, troppo lontano da Cirella, ….il secondo ha bene appropriato il suo nome originario, Lao. Sulla sponda destra di questo fiume dunque bisogna cercare le tracce dell’antica colonia sibarita. Essa, come lasciò scritto Strabone, doveva trovarsi sulla riva del fiume, e poco distante dal mare. La sua posizione, in prossimità di un fiume omonimo, richiama perfettamente quella della metropoli, anch’essa sulla sponda destra del Sibari, e non troppo lontana dallo Ionio.”. Il Galli, nelle prossime pagine discorse della posizione e ubicazione della città-colonia magno-greca, che tuttavia non è stata mai ben individuata. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 305 e ssg., in proposito scriveva che: “Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Etc..”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Bywanck, p. 108.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che fu antica colonia greca dell’Italia meridionale, fondata; intorno al 600 a. C., dai Sibariti sulla costa tirrenica della Lucania meridionale: la località è da ricercarsi probabilmente in prossimità dell’odierna Scalea, presso la foce del fiume Lao o Laino. Lao fu presto fiorente; nel 510 a. C., quando Sibari fu distrutta, i suoi cittadini profughi trovarono rifugio a Lao e a Scidro; e di qui presero le mosse i varî tentativi di ricostruzione della distrutta città. Lao fu una delle prime città della Magna Grecia che soggiacquero all’impeto delle stirpi osche prementi dall’interno della penisola verso il mare: verso il 400 a. C. doveva già essere caduta in mano dei Lucani. Nel 389, quei di Turi tentarono di riconquistarla; ma nel territorio stesso della città il loro esercito subì da parte di quello lucano una tremenda disfatta. Nel sito di Lao sorse più tardi la stazione romana di Lavinium, nel cui nome si riflette forse quello preellenico della città. Bibl.: M. La Cava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1819; G. Gioia, Memorie storiche sopra Lainos, Napoli 1883; D. Marincola-Pistoia, Di Terina e di Lao, Catanzaro 1886; E. Pais, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, Torino 1894; G. Giannelli, Culti e miti della Magna Grecia, Firenze 1924, p. 300 segg.; id., La Magna Grecia da Pitagora a Pirro, Milano 1928, pp. 65-71; E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, I, 2ª ed., Roma 1928, p. 270 segg.; II, ivi 1927, pp. 396, 420; E. Galli, in Not scavi, 1932, p. 323 segg.
James Millingen (…), nel suo “Considérations sur la numismatique de l’ancienne Italie principalement sous le rapport de Monumens historiques et philologiques, éditeur Jos. Molini, 1844, a p. 50, in proposito al passo di Erodoto, parlando di Sibari scriveva che: “Suivant le témoignage d’Herodotus (1), confirmé par divers auteurs anciens, cette vill fut fondée par une colonie Acheenne envoyee de Sybaris, mais l’epoque et les circostances qui y donnerent lieu, sont inconnues. Son nom, cependant, donne motif de croire, que la plupart des colons qui s’y établirent, devaient etre des descendans de ces Acheens une fois etablis a Laus en Laconie (2), et qui s’y maintinrent apres l’invasion de Héraclides, jusqu’à c’è qu’ ils en furent expulses par les Lacedemoniens sous le regne de Polydorus (3). Nous avons peu de reinsegnemens sur l’histoire de cette ville. Hérodote porte un temoignage honorable de la reconnaissange de ses abitans envers les Sybarites leurs fondateurs, apres la destruction de Sybaris (4). Il paraitrait d’apres Diodore de Sicile (5), que Laos fut une des premieres villes qui tomberent au pouvoir des Lucaniens (6) et que etc…“. che tradotto è: “Secondo la testimonianza di Erodoto (1), confermata da vari autori antichi, questa città fu fondata da una colonia achea inviata da Sibari, ma non si conoscono il tempo e le circostanze che ne diedero origine. Il suo nome, tuttavia, fa credere che la maggior parte dei coloni che vi si stabilirono dovessero essere discendenti di questi Achei stabilitisi un tempo a Laus in Laconia (2), e che vi rimasero dopo l’invasione di Eraclide, finché non furono espulsi da gli Spartani sotto il regno di Polidoro (3). Abbiamo poche informazioni sulla storia di questa città. Erodoto rende onorevole testimonianza della gratitudine dei suoi abitanti verso i Sibariti, loro fondatori, dopo la distruzione di Sibari (4). Sembrerebbe secondo Diodoro di Sicilia (5), che Laos fu una delle prime città a cadere in potere dei Lucani (6) e che etc…”. Il Millingen a p. 50, nella nota (4) postillava che: “(4) Lib. VI, cap. 21 – voyez, p. 11”.
Francescoantonio Grimaldi (….), nel suo “Annali del Regno di Napoli”, vol. I, a p. 136, in proposito scriveva: “Le Città ed i luoghi appartenenti alla Lucania sono i seguenti: …etc…Tanlanna, e SCIDRO, forse alle vicinanze della Scalea….SIPRON: Sapro. LAVS: anche nei confini della Lucania. il Barrio dice che era dove è ora la Scalea: ma il Cluverio lo crede dove è Laino, ciocchè non conviene colla descrizione di Strabone…..PYXUS: poi Buxentum, vicino al promontorio di Palinuro, dove si dice la Molpa: fu edificata da Regini come al suo luogo diremo.”.
I diversi toponimi attribuiti a Sapri nei secoli: Scidro, Scidron, Città d’Avenia, Bibo ab Sicam, Ceserma, Vicum Saprinum (a. 72 d.C.), Scido (1079), Saprà, Safri, Saperi, Portu (a. 1079), Terram Saprorum, Portus Saprorum, Porto di Sapri e Sapri

(Fig…..) Battista Becario, carta nautica, 1435 (….), in cui figura il toponimo di Scridro – Carta nautica di Battista Becario,del 1435, conservata alla Biblioteca Palatina di Parma e pubblicata in Almagià Roberto (….), op. cit., tav. 3, 3
SCIDRO
Nel 720 a.C., Dori-Trezenii o Achei i fondatori di Lao e di Scidro, colonie magno-greche sul mar Tirreno ?
Come è stato detto, alla fondazione della colonia magno-greca di Sibari, sul mare Ionio hanno partecipato gli Achei e i Trezenii. I Trezenii furono poi, in seguito scacciati dai Sibariti. E’ probabile che le due colonie di Lao e di Scidro, colonie magno greche sul mare Tirreno, dove, nel 510 a.C., i Sibariti si rifugiarono in seguito alla distruzione della loro città da parte dei Crotoniati, è probabile che esistessero, insieme alla vicina Pixunte (odierna Policastro e colonia alleata di Siris), già molto tempo prima che arrivassero gli Achei a fondare la colonia di Sibari. Non vi sono studi in proposito ma vi sono evidenze che i Trezenii avessero fondato la colonia a Tresino, sulla costa non molto distante da Agropoli ed avessero partecipato alla fondazione di Poseidonia (l’attuale Paestum). Non vi sono studi sulle origini di Scidro. Meglio documentata è invece l’origine della colonia di Lao. Scidro e Lao erano di sicuro nella cosiddetta “Sibaritide”, ovvero nell’area d’influenza di Sibari, lo sappiamo perchè è in queste due colonie, dicono le fonti, si rifugiarono i Sibariti. Ma non è mai stato chiarito se le due colonie sul mare Tirreno, Lao e Scidro, come pure Poseidonia fossero già preesistenti alla fondazione di Sibari sullo Ionio. Da Wikipedia leggiamo che Trezene (in greco Τροιζήν) era un’antica città greca dell’Argolide orientale. Fu il punto di transito tra le popolazioni doriche e quelle attiche. Circa all’inizio del I millennio a.C. fu occupata dai Dori, mantenendo tuttavia la sua indipendenza. Nel 720 a.C. partecipò assieme ad alcuni coloni Achei alla fondazione di Sibari in Magna Grecia. Circa trentacinque anni dopo Focea venne conquistata dai persiani. I Focesi si rifugiarono nella colonia di Alalia in Corsica, ma ormai la regione non aveva più spazio per un ulteriore polo dirigenziale, e fu la guerra: Etruschi e Cartaginesi li affrontarono nella battaglia navale di Alalia (535 a.C.). I Focesi vinsero, ma riportarono danni così gravi alle loro navi che preferirono trasferirsi a Elea. Lo storico e geografo greco Strabone, nella sua Geografia, parla della città di Elea-Velia, specificando che i Focei, suoi fondatori, la chiamarono inizialmente ῾Υέλη (Huélē), nome che però dopo alcune variazioni divenne per i grecofoni Elea. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro etc…”. Sempre il Giannelli, a p. 305 scriveva pure che: “…i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’un pò dei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1).”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Infatti, il Giannelli citava Edoardo Galli (….), che nel suo “Per la Sibaritide – Studio topografico e storico”, a p….., in proposito scriveva che: “Ammesso come dimostrato che le colonie sibarite del Tirreno siano state dedotte prima del 510 (sconfitta di Sibari), e non fondate da quelli che riuscirono a scampare da questa rovina, ne viene di conseguenza che esse precedettero anche la distruzione di Siri (530), e che specialmente le colonie di Lao e Posidonia, delle quali ci rimangono notizie sicure, non furono dedotte nel territorio di Pyxus, già abbattuta. Se così non fosse stato, non si capirebbe come, in un ventennio solo, città poste sulla riva opposta alla metropoli fossero potute crescere in potenza a tal punto da offrire sicuro asilo ai fuggiaschi di Sibari, e garentirli da possibili aggressioni Crotoniate.“. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 117 e ssg., in proposito scriveva che: “Nessuno autore parla di proposito intorno a queste imprese coloniali di Sibari, e nemmeno si sa il tempo in cui esse incominciarono; talchè siamo costretti, come al solito, di raccogliere scarse notizie qua e là, veri ruderi di tradizioni, ordinarle, vagliarle e confortarle con gli avanzi archeologici di quelle nobilissime città.”. Il Galli, a pp. 118-119, in proposito scriveva pure che: “La deduzione di queste colonie, come in parte ho detto, dovette incominciare anteriormente alla guerra e alla caduta di Siri; mentre la conquista della valle del Crati doveva risalire ai primi tempi della fondazione di Sibari. Infatti due argomenti possono sussidiare la mia supposizione: cioè la lega monetaria fra Sibari e due delle sue colonie; la tutela che queste poterono accordare ai fuggiaschi Sibariti, dopo la loro sconfitta. Se si considera che dalla caduta di Siri alla sconfitta di Sibari intercede una ventina di anni appena, bisogna venire alla conclusione che quelle città, per essere giunte a quel grado di sviluppo, dovevano essere state fondate da un pezzo.”, il Galli, dunque afferma che la fondazione delle due colonie di Lao e di Scidro doveva essere avvenuta da molto tempo prima la caduta di Siri. Infatti, il Galli, a pp. 118-119 aggiunge: “Nella seconda parte di questo studio ho espresso il dubbio che la cagione della guerra con Siri fosse derivata appunto da questa colonizazione, cioè per i naturali attriti tra le colonie di Sibari e Pyxus, colonia di Siri, a danno della quale le prime cercavano di allargarsi su questo lido. Se si considera poi che Lao, posta proprio sul confine del Bruzio, era la più meridionale di quelle colonie, facendo astrazione etc…, bisogna ammettere che essa fosse stata la prima in ordine di tempo, e che quindi Posidonia, la più settentrionale, fosse stata l’ultima delle fondate.”. Dunque, il Galli scriveva che la colonia magno-greca di Lao dovette essere la prima in ordine di tempo. Il Galli scriveva che: “La deduzione di queste colonie, come in parte ho detto, dovette incominciare anteriormente alla guerra e alla caduta di Siri; etc…”, poi proseguendo aggiunge: “Ora, calcolando approssimativamente il tempo necessario all’affermazione e allo sviluppo di ognuna, si può azzardare il giudizio che Posidonia, la quale certamente coniò monete insieme a Sibari in quei venti anni, che passarono tra la caduta di Siri e la vittoria dei Crotoniati del 510, e della quale si sa che nel 530 vi si rifugiarono i Focesi provenienti dalla Corsica, tenendo anche conto che l’uso di imporre alle città nomi di divinità incomincia intorno, o poco prima di questo tempo, avesse potuto precedere di poco la caduta di Siri; mentre la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almento 15 o 20 anni innanzi. Con ciò non voglio dire che i Sibariti avessero fondato ex novo Posidonia, ma intendo parlare solo del loro stabilimento in essa.”. Dunque, il Galli ragionando sulla fondazione delle due colonie di Lao e di Scidro scriveva che “..la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almento 15 o 20 anni innanzi.”…., ovvero scriveva che la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almeno 15 o 20 anni prima della fondazione di Posidonia. Però, sia il Galli ed il Giannelli, pur riconoscendo la probabile preesistenza delle due colonie, vicine all’antica Pixunte, alleata di Siri, non hanno detto nulla sull’eponimo delle due città e sul popolo che ivi arrivò per fondarle. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: “Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trezene.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a p. 28 e ssg., in proposito scriveva che: “Non bisogna però credere che i coloni di Sibari fossero solamente achei. ad essi spettava l’iniziativa e magari la preponderanza. Lo Ps. Aristotele (Pol. V, 3) dice che gli Achei colonizzarono Sibari insieme con i Trezeni (cfr. Solino 36, 9); poi, essendo gli Achei cresciuti di numero, scacciarono, o uccisero i Trezeni, e rimasero soli padroni della città. Fu in seguito a questa impresa scellerata che i Sibariti incominciarono ad essere considerati universalmente come crudeli. Malgrado questa notizia precisa intorno ai Trezeni di Sibari, si sono tirati in ballo anche elementi dori. In un passo di Solino poi (36, 13) è detto che la città di Posidonia sarebbe stata colonizzata dai Dori. Io non credo che bisogna accordare molta fede a questa notizia isolata; tuttavia, essendo Posidonia una colonia di Sibari, si spiega come la leggenda dei Dori fosse comune ad entrambe. Il Pais studia questo problema, nella sua Storia della Sic. e della M. Grec., al capitolo intorno ai Trezene, colonia di Marsiglia, ma non credo che sia riuscito a risolverlo completamente. Intanto, senza più indugiarci in cotali notizie incerte, che non possono risolvere la questione, diciamo più tosto che, fossero stati Dori o no, assieme agli Achei, che fondarono Sibari, vi dovettero essere elementi di altra razza, che aiutarono l’impresa. Se questi altri elementi siano approdati insieme agli Achei, ovvero che siano giunti in seguito, quando la città era stata fondata, non si può dire in nessuna maniera. Però non posso ammettere che la città di Posidonia sia stata fondata dalla gente non achea, scacciata violentemente da Sibari, perchè, essendo questa la più settentrionale delle sue colonie, deve supporre l’esistenza di Lao e Scidro, mentre questa rivoluzione interna di Sibari, se vi fu, dovette avvenire dopo non molti anni dacchè essa era in piedi in un tempo assolutamente anteriore a quello, in cui si pensò di colonizzare la costa occidentale della Lucania.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 11, in proposito scriveva che: “Sappiamo da un passo di Stefano di Bisanzio e da un altro di Eustazio dell’esistenza, oltre alla Trezene dell’Argolide, di una Trezene situata in Italia, nella regione “massaliota”(2). A rigor di logica “massaliota” dovrebbe riferirsi a Marsiglia, l’antica ‘Massalia’, ma poichè questa non è in Italia né vi è mai ritenuta inclusa in antico, si è creduto di poter identificare tale regioe con quella ‘lato sensu’ di Elea, considerato che sia Massalia che Elea erano di fondazione focese, anzi il Pseudo-Scimno scriveva, non si sa con quanta verità, che la seconda era una colonia fondata dai Focesi e dai Massalioti dopo la distruzione di Focea da parte dei Persiani (3). Scartata l’ipotesi che Trezene possa essere stato un appellativo di Poseidonia, perché sostenibile solo ricorrendo ad un falso sillogismo (4), e stabilito che si deve cercare di localizzare il centro in rapporto al territorio eleate, va innanzitutto rilevato che la zona di Punta Tresino era, almeno nel IV sec. a. C., sotto la diretta influenza di Elea (come attestano, tra l’altro, alcune monete della città rinvenute nella tomba dipinta di contrada Vecchia, nell’entroterra di Tresino), se non addirittura apparteneva territorialmente alla colonia focese (5).”. Il Cantalupo, a p. 11, nella nota (2) postillava: “(2) Carace, apud Stefano di Bisanzio, alla voce Τροιζην, F.H.G., III, fr. 55, p. 645: ……………”. Il Cantalupo, a p. 11, nella nota (3) postillava: “(3) Pseudo-Scimno, vv. 247-49 (= 250-52).”. Il Cantalupo, a p. 11, nella nota (4) postillava: “(4) L’identificazione della Trezene italica con Posidonia è sostenuta, ad es. da J. Berard (La Magna Grecia, Storia delle colonie greche dell’Italia meridionale, P.B.E., 1964, p. 209), il quale, rilevando come gli antichi credevano che la Trezene peloponnesiaca avesse portato un tempo il nome di Posidonia, stabilisce che la Posidonia-Paestum di fondazione trezenia potesse essere indicata col nome di Trezene, quasi che i termini Poseidonia-Trezene fossero di necessità reciproci. Tale identificazione è respinta invece da T. J. Dumbabin (The Western Greeks, Oxford, 1948, n. 1. p. 25) e dalla Zancani (P. Zancani Montuoro / U. Zanotti Bianco, Heraion alla foce del Sele, Roma, 1954).”. Il Cantalupo, a p. 11, nella nota (5) postillava: “(5) V. G. Vallet, La cité et son territoire, in Atti VII Conv. Studi M. Grecia, Taranto, 1967, p. 136; cfr. ibidem art. M. Napoli, pp. 228 sgg…Sul problema anche A. Bottini /E. Greco, Tomba a camera dale territorio pestano, in Dialoghi di Archeologia, vol. VIII / 2, 1974-75, pp. 232 e 268”. Il Cantalupo, a p. 12, in proposito scriveva che: “I Trezeni, popolazione di origine peloponnesiaca e di stirpe dorica, avevano preso parte alla fondazione di Sibari insieme agli Achei, ma da quest’ultimi erano stati cacciati dalla città dopo non molto tempo. Essi si recarono allora, secondo la ricostruzione dei fatti proposta per primo da R. Rochette, nella Piana del Sele (2), e nel corso della seconda metà del VII sec. a.C. si insediarono nella località che le genti pregreche chiamavano Paestum, dando ad essa il nome di ‘poseidonia’ e consacrandola così al dio mare, oggetto di particolare venerazione nella loro patria di origine, Trezene nell’Argolide. Soltanto il grammatico Solino, epitomatore del III sec. d.C., ci ha tramandato il ricordo dell’origine “dorica” della città (3), origine disconosciuta a dispetto di questa esplicita testimonianza, e data unicamente come “partecipazione” dell’elemento trezenio alla fondazione di Poseidonia, da taluni di quegli studiosi, e sono i più, che vedono nella colonizzazione greca di Paestum l’azione preponderante se non esclusiva dei Sibariti, la cui presenza a Poseidonia, del resto, può essere attestata con certezza solo negli anni che vanno dal 510 a.C. (distruzione di Sibari) alla fine del V secolo (invasione dei Lucani). Invece la presenza dei Dori nella prima fase di vita della colonia è indirettamente documentata dalle sue prima emissioni monetali, rimontanti a circa la metà del VI sec. a.C., per le quali fu adottato il sistema ponderale calcidese, non quello acheo in uso a Sibari (4). I Sibariti giunsero nel golfo di Poseidonia in un secondo momento, sulla scia dei Trezeni, seguendo verosimilmente le vie commerciali che mettevano in comunicazione il Sele con le valli dell’Ofanto e del Basento, a cui risalivano i traffici terrestri delle città sui mari Adraitico e Ionio. Stanziandosi, sul finire del VII secolo, prima alla foce del Sele, che costituiva allora un importante scalo commerciale, vi portarono il culto di Hera Argiva, originario, a quanto pare, di Argo nella Tessalia. Esso si sovrappose qui al culto indigeno di una dea della fecondità (la ‘Potnia’ mediterranea ?), sicché, immediatamente accolto anche a Poseidonia dagli stessi Trezeni, determinò sulla sinistra del Sele il fiorire di un santuario, celebrato poi da Strabone e da Plinio, i quali, ricordandone le mitiche origini, connesse ai viaggi di Giasone e degli Argonauti, ci danno la testimonianza della sua remota antichità, di molto precedente l’arrivo dei Greci nel VII secolo. I Sibariti stanziati al Sele, in una fase successiva, probabilmente durante il terzo quarto del VI secolo a.C., costrinsero i Trezeni a sgombrare Poseidonia etc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 13, nella nota (1) postillava: “(1) L’instaurarsi della supremazia sibaritica a Poseidonia consolidò nell’area della città il culto di Hera, pertanto i grandi templi urbani ignorarono l’originario culto trezenio di Poseidone e la dea della fecondità ebbe dedicati due edifici sacri, l’uno elevato nel 550 circa, l’altro nel 450 a.C., ( i cosiddetti Basilica e tempio di Nettuno). Scomparve così, a partire dalla metà del VI secolo circa, fino all’età romana, qualsiasi traccia del culto del dio del mare; solo sulle monete rimase la sua immagine, divenuta l’emblema “parlante” della città (v. n. 2, p. 23)…..l’Amasiota dice: “I Sibariti fondarono le mura…”, etc…”. Il Cantalupo, a p. 23, nella nota (2) postillava: “(2) Se si considera che sulle monete di Poseidonia Poseidone non compare come semplice ‘parasemon’, od emblema della città, ma piuttosto come “immagine parlante”, atta cioè a far individuare la polis garante dell’emissione monetale…., come si può rilevare dalle “immagini parlanti” di Focea, Side, Melo, etc…Se è chiaro, solo ammettendo che Poseidonia fu fondata dai Trezeni e che trezenie furono le sue prime emissioni monetali, si può ricomporre l’originario, coerente ed equilibrato rapporto tra fondatori, divinità eponima, nome della città, impronta monetale e sistema ponderale. Ed è altrettanto chiara che a Poseidonia verosimilmente vi fu, entro gli stretti limiti di questa, “prima fase” greca, un culto o un’area culturale riservata al dio del mare; essi scomparvero poi, o furono cancellati con preciso intento politico, dall’affermarsi della supremazia dei Sibariti nella Piana del Sele. Dai nuovi venuti fu incentivato esclusivamente il culto di Hera….I Sibariti, in verità conservarono solo ciò che o non poteva cancellarsi etc…I Trezeni, infatti, durante la loro abbastanza lunga permanenza a Poseidonia, avevano intessuto traffici e commerci con le popolazioni locali e, principalmente, con gli Etruschi, presenti sulla riva destra del Sele, ed erano riusciti anche, qualche tempo prima di essere scacciati dalla città, a disciplinare quegli scambi, immettendo sul mercato gli stateri incusi con l’effige di Poseidone, fra i primi della Campania, e conquistando loro una vasta area di circolazione. I Sibariti, nel sovrapporsi in questa stessa area ai Trezeni, intorno alla metà del VI sec. a.C., epoca che più o meno coincise e con i lavori di costruzione del primo tempio urbano (la cosiddetta Basilica, che fu pertanto dedicato ad Hera) e con le prime fasi della monetazione incusa, dovettero rendersi conto che per un più agevole acquisto di quel mercato conveniva non variare la moneta in esso affermatasi; pertanto continuarono le emissioni con l’impronta ed il sistema ponderale introdotto dai Trezeni, sistema variato poi solo nei primi decenni del V secolo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 258 e ssg. parlando di “Paestum”, in proposito scriveva che: “Già in tempi antichissimi la pianura del Sele era stata toccata da genti egeo-anatoliche, come mostra la necropoli del Gaudo (a m. 1500 a nord delle mura: civiltà del Gaudo). In seguito alla foce di quel fiume si insediò parte di quei spericolati marinai-mercanti egei che, incuranti di pericoli, disagi e avversità, si erano spinti fin nel Lazio e nell’Etruria (1), a cercarvi, per l’esaurirsi del mare, l’insostituibile ferro. Furono essi che alla foce del Silaro innalzarono un tempio, poi tanto famoso, dedicandolo, com’era costume, alla divinità patria: Hera Argiva (2). A circa 600 m. dal mare, e su una terrazza utilizzata fin dall’età eneolitica (3) perché dominante l’ampia distesa del mare e la vasta circostante palude, viveva uno sparuto nucleo di indigeni (‘Pai-Pais-Paistòs’), con i quali i sopraggiunti rapidamente si fusero (4). Per le scarse notizie pervenuteci varie sono tuttora le ipotesi sull’evoluzione dell’abitato della città: e cioè se per il sopraggiungere di altre genti rodio argoliche, di soli sibariti, o per l’arrivo di quel gruppo di Trezeni che Aristotele (5) ricorda espulso da Sibari, per cui questa ne pagava il misfatto con una tra le più memorabili distruzioni di tutti i tempi (6). Nella pianura pestana continuarono ad affluire genti di Sibari che aveva compreso l’importanza di Poseidonia, quale testa di ponte della longitudinale arteria maestra interna Jonio-Tirreno, strada che aveva costituito per le immancabili attività commerciali che si sarebbero sviluppate verso il Lazio e l’Etruria. Certo è che i rapporti tra le due città furono sempre più stretti se nel 511-510 a.C., a seguito della diaspora sibaritica, per la perduta guerra contro Crotone, le accoglienze ai profughi non si limitarono a sterili per quanto apprezzabili manifestazioni affettive: la città delle rose due volte fiorenti nell’anno fece di più (10). Posidonia rivoluzionò addirittura il suo sistema monetale etc…”. Ebner, a p. 258, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pugliese Carratelli, Relazione I Convegno internazionale di Taranto 1961, “Atti”, Napoli, 1962, p. 140″. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera. Sull”Heraion alla Foce del Sele’, oltre il fondamentale saggio degli scopritori P. Zancani Montuoro e U. Zanotti Bianco, Roma, 1941, v. pure M. Napoli, Le metope arcaiche di Foce Sele, Bari, 1963 e del 1981 l’intelligente chiaro saggio di D. Sorrentino, Heraion di Foce Sele, il tempio maggiore e relativi problemi, Salerno, 1981.”. Ebner, a p. 259, nella nota (3) postillava: “(3) Scrive M. Napoli (Paestum, Novara, 1987, p. 3) che “ad oriente della Basilicata si sono rinvenuti manufatti che vanno dall’età paleolitica sino all’età del bronzo, mentre a sud della stessa Basilicata, non lungi dalle mura etc…, resti di un centro abitato preistorico”.”. E’ probabile che qui vi è un errore perchè non è Basilicata ma Napoli si riferisce alla Basilica di Paestum. Ebner, a p. 259, nella nota (4) postillava: “(4) Ebner, La monetazione di Poseidonia- Paestum. Note preliminari, “Ente per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno”, pubbl. XIV, Salerno, 1964, p. 8. Cfr. pure E. Pozzi, Ripostigli di monete greche rinvenute a Paestum, “Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica”, vol. 9-11, Roma 1962-64.”. Ebner, a p. 259, nella nota (5) postillava: “(5) Aristotele, Polit., V, 210, p. 1303 a.”. Ebner, a p. 259, nella nota (6) postillava: “(6) Strabone, VI, 263; Erodoto, V, 45.”. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove ricalca l’itinerario del racconto di Strabone, a pp. 140 e ssg., in proposito scriveva: “Sulla fondazione di Paestum abbiamo la notizia di Strabone, che, per quanto documentata con acute esegesi, dice, che i primi Greci, stanziatisi alle foci del Sele, etc….Purtuttavia la questione no è così semplice come può apparire a prima vista. Infatti, il grammatico Solino (che scrive nel III secolo a.C.) afferma che Posidonia fu fondata dai Dori, per cui Raoul Rochette ha cercato di salvare la testimonianza di Solino, ricordando che, secondo Aristotele (Polit., V, 2, 10), Sibari fu originariamente abitata non solo da Achei, ma anche da Dori-Trezeni; successivamente i primi cacciarono via dalla città i secondi, i quali si sarebbero, pertanto, portati sul Tirreno fondando Poseidonia: sarebbero così salve sia le testimonianze di Strabone e dello Pseudo Scimno, sulla fondazione sibaritica,si quela di Solino sulla fondazione ad opera dei Dori. L’ipotesi della fondazione Poseidonia ad opera dei Trezeni diSibari, semprerebbe trovare elemento di riprova il fatto che la città di Trezene in Grecia un tempo si sarebbe chiamata Poseidonia ed era sacra al dio Poseidon, e nel ricordo in Stefano di Bisanzio (s.v. ………..) e in Eustazio (ad Il., II, 561) di una Trezene nella regione massaliota d’Italia, regione massaliota che potrebbe corrispondere proprio alla Lucania tirrenica, dati i rapporti Velia-Massalia e Velia-Paestum. La spiegazione di Raoul Rochette trova ancora validi difensori, anche accaniti oppositori. Una difesa, sia pure con diversa spiegazione, è stata di recente avanzata (Sestieri), secondo la quale, i Trezeni, lasciando Sibari si sarebbero attestati poco più a sud di Poseidonia, sui pendii marini dei monti cilentani, non lungi da Agropoli (monte e punta Tresino)…..Che ai Trezeni debba risalire la fondazione di Poseidonia non trova consenziente chi (Zancani Montuoro) osserva che “l’arrivo dei Trezeni-Sibariti non può datarsi prima del (sesto) secolo, poichè Aristotele riferisce il sopruso commesso dagli Achei per presentarlo, moralisticamente, come causa della rovina del 510 e ciò prova che i due fatti erano vicini e non separati da un secolare intervallo di gloria e di espansione”; e ciò, naturalmente, considerando che Poseidonia deve essere fondata intorno all’anno 600 a.C.. La stessa studiosa avanza una nuova ipotesi, cioè che i Sibariti si sarebbero portati a Poseidonia solo dopo la distruzione di Sibari nel 510 a.C., e la città avrebbe tratto nuovo vigore ed impulso dalla presenza dei Sibariti profughi della loro patria, offuscando il ricordo degli antichi fondatori della città, i quali sarebbero greci di lontane origini tessalo-beote che, dopo aver fondato l’Heraion di Foce Sele avrebbero scelto per loro dimora il più favorevole sito di Poseidonia. (p. 143). Lasciamo da parte, per ora, la questione della cronologia di Sibari, e consideriamo la soluzione proposta da Raoul Rochette a proposito dei Dori, che egli identifica con i Trezeni di Sibari: la soluzione può apparire ottima, ma, a nostro parere, indipendentemente dalle obiezioni non deterinanti della Zancani Montuoro, lascia un pò perplessi e non convince appieno etc…”.
Nel VII sec. a.C., Scidro, come Pixus, le cui origini forse dei Messeni stanziatisi a Reggio
Nulla si conosce sulle origini della coloniania di Scidro posta sul mar Tirreno e, ormai si sa per certo che essa ospitò, insieme a Lao e a Poseidonia, i profughi della colonia magno-greca di Sibari, che si trovava sullo Ionio. Molti studiosi dicono che essa entrò a far parte dell’area d’influenza di Sibari, nella cosiddetta “Sibaritide”, quando la colonia magno-greca sullo Ionio di Siri fu sconfitta da Sibari, nel 540 a.C.. Dunque, è molto probabile che Scidro esistesse già molto tempo prima della caduta di Siri nel 540 a.C. e che essa facesse parte, insieme a Pixus dell’area d’influenza di Siri, ovvero facesse parte della “Siritide”. Cmunque sia, non si conoscono le vere origini di Scidro, di Lao, di Poseidonia, di Elea, di Palinuro e di altre città citate dagli antichi. Non conosciamo le popolazioni che la abitarono, non conosciamo gli eponimi, i loro fondatori, come non conosciamo l’origine dei toponimi. Per ragionare sulle oriini di queste città e sui loro fondatori, sull’epoca di fondazione, ecc…, dobbiamo ragionare su alcune cose e fare alcune riflessioni. Non è facile stabilire alcune cose. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “I Calcidesi di Eubea furono probabilmente i primi a entrare in Sicilia e nell’Italia meridionale; e ad essi presto seguirono le stirpi doriche e acaiche del Peloponneso. E mentre i Cancidesi d’Eubea fondavano Cuma, da cui avevano origine Napoli e Pozzuoli, e, insieme coi Messeni, Reggio, e i Dori Taranto e Metaponto, gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2) e in fondo all’ampio golfo Posidonia, detta dagli Etruschi ‘Petan’ o ‘Pesitan’, da cui i Romani trassero Paestum. Etc…”. Dunque, il Carucci scriveva che i Calcidesi di Eubea, probabilmente furono i primi a stabilirsi nelle nostre contrade. Essi provenivano dalla regione dell’Eubea che,……Il Carucci scriveva che ai Calcidesi di Eubea, insieme coi Messeni di Reggio,….“…veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a.C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriormente al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Dunque, il Carucci, fa notare che contrariamente a quanto scriveva Diodoro Siculo, ovvero che Pixus (che egli chiama Pixos), fosse stata fondata da Micito di Reggio nel V secolo, si può retrogradare la fondazione o l’esistenza di questa città sul mare Tirreno grazie alla moneta con la leggenda Sirino-Pixoes” che, invece risale ad un secolo prima, al VI sec. a.C.. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove ricalca l’itinerario del racconto di Strabone, a pp. 172 e ssg., in proposito scriveva: “Se prescindiamo da questi miti e tradizioni che ci parlano di età più lontane, ci resta da constatare che lungo le coste per lo più sui primi colli verso i monti, o sui passi più interni delle vie naturali che congiungono lo Ionio al Tirreno, si documenta la presenza di nuclei abitati, noti in particolare da necropoli, presenti ancor prima dell’intervento greco, sì da lasciar pensare (e sarebbe più difficile ipotizzare l’opposto) che non solo le coste erano abitate da popolazioni indigene, ma che quest’ultime conoscevano quelle vie tra Ionio e Tirreno attraverso le quali, vedremo meglio in seguito, passeranno i Greci per vitalizzare con nuovi fermenti i commerci lungo le rotte del Tirreno. Ma quando e in quali circostanze la presenza greca si fa determinante nel Tirreno inferiore, nel senso cioè che non si limiti più ad avere dei semplici contatti e rapporti con le popolazioni indigene, rapporti che già in pieno settimo secolo devono essere stati intensi e pacifici, ma si creano dei veri e propri capisaldi e delle colonie ?. Si consideri che, ove si tolga il caso di per sè dubbio di Metauro, secondo la notizia di Solino, le città calcidesi, ed in particolare pertanto Reggio e Messina, le città cioè dello stretto, non sembrano avere avuto partecipazione attiva alla colonizzazione del basso Tirreno, forse perchè paghe dell’azione svolta con il controllo dello stretto, come sembra documentato dalla ceramica calcidese (che giustamente il Vallet ritiene produzione di Reggio) ritrovata sia sulla costa che in località interne (Sala Consilina) in comunicazione con i mercati costieri…..Note le vie istmiche in età precoloniale, …si deve concludere, e non v’è difficoltà per raccogliere la conclusione, che la presenza greca sul Jonio conosce sempre e contemporaneamente il Tirreno, frequentato a brevissima distanza di tempo dalla fondazione della colonia sullo Jonio. Ciò non significa “fondazione”, è evidente: la fondazione delle subcolonie, elevare a subcolonie quei luoghi indigeni già da tempo ormai frequentati, è un fatto politico, è il desiderio di voler affermare e sancire un diritto a coste già di fatto possedute sul Tirreno, e ciò avverrà piuttosto durante il sesto secolo….La distruzione di Siris interferì direttamente sulle vicende del Tirreno, a sud di Velia, avendo avuto Siris interessi diretti in ques’area, ma interferì anche indirettamente, perchè Sibari ne ricavò vantaggi notevoli. C’è ancora da chiedersi, se tutto ciò ha avuto riflessi condizionanti sulle sorti di Poseidonia e sulla fondazione di Velia, la quale veniva a porsi su questi mari con l’interessato beneplacito di Reggio.”. Il Napoli, a p. 176 scriveva di Pixunte: “Posta allo sbocco di una via istmica, Pixunte dovette svolgere un ruolo di notevole importanza per i rapporti commerciali con l’interno e, attraverso Siris, con il mare Jonio; una verso Siris, l’altra verso il Vallo di Diano, per cui crediamo che sia questa, a differenza di quella meno identificabile e certo più difficile, di Palinuro, la strada del commercio calcidese con Sala Consilina. Ciò potrebbe spiegare il tentativo tardo di Micito di riconquistare questa testa di ponte; e ciò spiega anche, come vedremo meglio in seguito, la nota moneta Sirinos-Pyxoes che, ad onta di altra spiegazione, crediamo sia sempre da vedersi come moneta di Siris e di Pixunte, databile ad età successiva alla caduta di Sibari, nel tentativo di rivitalizzare vecchie vie commerciali. Città enotria, Pixunte svolge questo compito di emporio per lo meno già dal settimo secolo, e dovette essere scalo aperto per il commercio calcidese, posto sotto l’egida di Reggio, e di quello di Siris; caduta questa città, affermatasi la potenza di Sibari, con i suoi scali sul Tirreno, Pixus dovette avere un momento di recessione, pur continuando ad esercitare le funzioni di emporio aperto, per iprendere un momento di vitalità, in una con le aspirazioni di ripresa di Siris, dopo la distruzione di Sibari. In tutta la politica economica del Tirreno il tentativo fu di breve durata, che si erano nel frattempo determinate nuove situazioni. L’epicentro dei commerci, che in Lucania si fanno con gli inizi del quinto secolo sempre più marittimi e meno terrestri, per la pressione nell’interno dei Lucani, l’epicentro, si diceva, si sposta, più a nord, e precisamente a Velia.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 282 e ssg., in proposito scriveva che: “Subito dopo la fondazione di Crotone, e cioè durante la seconda metà dell’VIII secolo, si stabilirono sulle coste orientali della Sicilia i Calcidesi e i Corinzi: i Calcidesi deducevano tosto altre colonie sulle coste campane, prima fase di Cuma. Per l’origine greca di queste città, i recenti trovamenti archeologici indicano gli ultimi anni dell’VIII secolo e i primi del VII; e viene fatto di pensare che non solo per ragioni di opportunità commerciale abbiano i Calcidesi scelto il golfo di Napoli, bensì anche perché le coste lucane dovevano ormai essere ipotecate dall’espansione dei Sibariti e dei Siriti e costellate dei loro stabilimenti commerciali, fra i quali forse già comparivano le città di Lao, di Scidro, di Pixunte. Nudo di colonie greche restava tuttavia il Bruzio meridionale, ad eccezione dell’estrema punta, sulla quale i Calcidesi avevano stabilito, di fronte a Zancle, la città di Reggio.”. Dunque, in questo ultimo passaggio, il Giannelli ritiene che, ai tempi della fondazione di Crotone, ovvero tempo prima che fossero state fondate Sibari e Siri, i due centri, che egli chiama “stabilimenti commerciali di Sibari e di Siri”, di Lao e di Scidro e Pixunte già esistevano. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando del Sinus Laus, a pp. 67 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando Reggio non potette più nell’Ionio svolgere come una volta la sua attività, stretta com’era tra’ Siracusani e i Locresi, cercò di guadagnare nel Tirreno quel posto che non aveva potuto ottenere sull’altro mare.”. Il Dito, a p. 48, in proposito scriveva: “I Reggini che avevano aiutati i Focesi nella fondazione di Velia, rinovellarono con Micito la distrutta Pyxus ed entrarono in relazione co’ Tarentini, etc…”.
Nel 510 a.C., Scidro e Lao, antiche città furono fondate dai profughi Sibariti o già preesistenti ?
Dalla Treccani on-line leggiamo che Lao fu antica colonia greca dell’Italia meridionale, fondata; intorno al 600 a. C., dai Sibariti sulla costa tirrenica della Lucania meridionale: la località è da ricercarsi probabilmente in prossimità dell’odierna Scalea, presso la foce del fiume Lao o Laino. Lao fu presto fiorente; nel 510 a. C., quando Sibari fu distrutta, i suoi cittadini profughi trovarono rifugio a Lao e a Scidro; e di qui presero le mosse i varî tentativi di ricostruzione della distrutta città. Lao fu una delle prime città della Magna Grecia che soggiacquero all’impeto delle stirpi osche prementi dall’interno della penisola verso il mare: verso il 400 a. C. doveva già essere caduta in mano dei Lucani. Nel 389, quei di Turi tentarono di riconquistarla; ma nel territorio stesso della città il loro esercito subì da parte di quello lucano una tremenda disfatta. Nel sito di Lao sorse più tardi la stazione romana di Lavinium, nel cui nome si riflette forse quello preellenico della città. Bibl.: M. La Cava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1819; G. Gioia, Memorie storiche sopra Lainos, Napoli 1883; D. Marincola-Pistoia, Di Terina e di Lao, Catanzaro 1886; E. Pais, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, Torino 1894; G. Giannelli, Culti e miti della Magna Grecia, Firenze 1924, p. 300 segg.; id., La Magna Grecia da Pitagora a Pirro, Milano 1928, pp. 65-71; E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, I, 2ª ed., Roma 1928, p. 270 segg.; II, ivi 1927, pp. 396, 420; E. Galli, in Not scavi, 1932, p. 323 sgg.. Maria Cecilia Parra (…), nella sua monografia su “Scidro”, in: Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, n°18, 2010, a p. 467, in proposito scriveva che: “Σκιδρος (etn. Σκιδανοι). Sito non identificato. Fonti letterarie: Toponomastica, topografia : Hdt., 6, 21 (Sibariti profughi a Lao e S. dopo la distruzione della città da parte dei Crotoniati); Steph. Byz., s.v. Σκιδρος (Scidro città dell’Italià); Lycos ap. Steph. Byz. s.v. Σκιδρος = FGrHist, 570 F 2 (etnico). Mancano fonti epigrafiche e numismatiche riferibili al sito. La mancanza di tracce archeologiche riferibili al sito, che a tutt’oggi permane, ha fatto sì che la ricerca relativa a Scidro sia da sempre motata intorno alle testimonianze letterarie, purtroppo anch’esse limitate. In Erodoto (6, 21) ha costituito chiave di lettura determinante il duplice valore di οικεω che ha indotto a fare di Scidro sia un centro già esistente in cui i Sibariti si sarebbero rifugiati dopo la distruttiva sconfitta subita nel 510 a.C. da parte dei Crotoniati, sia una fondazione sibarita ex novo conseguente al medesimo evento. Ed altrettanto determinante a livello interpretativo è stato il fatto che nel medesimo passo erodoteo Scidro fosse associata a Lao come oggetto di quell’ «abitare /fondare», cosa che ha indotto per lo più a modellare la storia di Scidro su quella della «sorella gemella» (così in Donzelli C 1996) – solo un po’ meglio nota dalle fonti storiche ed archeologiche, ma non certo per le fasi iniziali dell’insediamento.”. Riguardo il testo citato dalla Parra (….), si tratta di Claudio Donzelli (….), e del suo “Magna Grecia di Calabria – Guida ai siti archeologici e ai musei calabresi etc..”, Roma 1996. Il Donzelli, a p. 11 parlando di Laos, in proposito scriveva che: “Notizie storiche. Erodoto c’informa che qui e nella gemella colonia di ‘Skydros’ (Belvedere Marittimo ?) si rifugiarono i Sibariti dopo la distruzione della loro città nel 510 a.C. ad opera dei Crotoniati.”. Dunque, il Donzelli riteneva che la città di Skydros fosse la sorella gemella della colonia di Laos. Maria Cecilia Parra (…), nella sua monografia su “Scidro”, in: Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, n°18, 2010, a p. 467, in proposito scriveva che: “Prevalente per lunga data il filone interpretativo che ha voluto vedere Scidro (insieme con Lao) esistente prima del 510 a.C., sostenuto già da Lenormant (C 1881), da Galli (C 1907; C 1929) e da Ciaceri (C 1924), consolidato da Dunbabin, da Bérard e da Napoli (Dunbabin C 1948; Bérard C 1963; Napoli C 1969) e poi ancora seguito in tempi recenti, ma sempre con varie «sfumature interpretative» (cf. ad es. Guzzo C 1978; De Sensi Sestito C 1987; Vallet C 1991; La Torre C 1991; C 1993; Guzzo C 1998): per lo più si è ritenuto che S. e Lao siano stati già dalla fine del VII o dagli inizi del VI see. a.C. scali commerciali o posti fortificati sibariti, divenuti poi vere e proprie entità urbane dopo l’arrivo degli esuli dalla città distrutta dai Crotoniati, ovvero anche soltanto «… semplic(i) castell(i) o luog(hi) fortificat(i) che non giunse(ro) mai ad avere una esistenza propria politica» (Ciaceri C 1924; cf. Bérard C 1963), o piuttosto «…insediamenti di riferimento e di raccolta delle attività produttive …» piuttosto che «…abitati organizzati …» (Guzzo C 1987; C 1989). I risultati delle indagini topografiche ed archeologiche più recenti hanno comunque indotto a ritenere che si sia trattato di centri dislocati in un ambito territoriale occupato da comunità indigene non ostili, identificate anche in via d’ipotesi (Greco C 1990; cf. La Torre C 1991; C 19992) con i Serdaioi alleati di Sibari della celebre iscrizione di Olimpia (SEG XXII, nr. 336), il cui nome è stato riferito ad una popolazione italica, della Sicilia ovvero della Sardegna. Sarebbero stati dunque i Serdaioi – secondo l’ipotesi di Greco (C 1990) – a consentire ai Sibariti sconfitti dai Crotoniati di stanziarsi a Scidro ed a Lao, siti loro familiari perché già praticati assiduamente in termini commerciali, cedendo loro una porzione di territorio già occupata da comunità enotrie. Il secondo filone interpretativo vorrebbe vedere invece in S. e Lao centri fondati dopo la distruzione di Sibari, come effetto di essa (Greco C 1992; C 1993; Greco-La Torre C 1999; La Torre C 1991; C 19992) ma cf. già Will (C 1973) e Gras (C 1987): le indagini archeologiche sopra citate hanno infatti dimostrato non solo che fino alla fine del VI see. a.C. piccoli villaggi indigeni controllarono la costa tra i fiumi Noce e Lao, per scomparire dopo il 510 a.C.; ma anche che non ci fu commercio vero e proprio attraverso l’istmo calabro-lucano, ma solo «percorsi di contatto» tra Sibari ed il mondo indigeno. Elementi, questi, che sembrano negare validità alla ricostruzione tradizionale secondo cui Sibari stabilì scali commerciali prima del 510 a.C. per trasformarli poi in «città-rifugio» di esuli: tesi che «pecca di modernismo nell’attribuire ad una città antica un’espansione politica verso il Tirreno nel quadro di una visione dell’economia che risulta anacronistica per l’età arcaica» (Greco-La Torre C 1999). Non si deve dimenticare che in questa «oscillazione» interpretativa delle fasi iniziali di vita di Scidro e Lao ha esercitato una certa forza anche la datazionedegli incusi, emessi dalla seconda, che recano il tipo del toro sibarita e sono riconducibili al sistema ponderale acheo-sibaritico: già ritenuti coniazioni della metà del VI see. a.C., sono stati poi ricondotti agli anni intorno al 510 a.C. o anche post 500 a.C., ritenendole cioè emissioni della (nuova) comunità politica dei Sibariti rifugiati sul Tirreno (a Lao ed a Scidro). Si deve inoltre sottolineare il fatto che la cronologia alta di forme insediative a Scidro (come a Lao) è stata determinata dall’applicazione alla Magna Grecia (per cui cf. già Lenormant C 1881) della «legge degli istmi attraversati» di V. Bérard (Les Phéniciens et l’Odyssée, Paris 1927), quella legge secondo cui tali «subcolonie sibaritiche» tirreniche sarebbero dovute ubicarsi al termine di vie transistmiche terrestri che da Sibari – cerniera del commercio tra la Ionia e l’Etruria e/o la Sardegna – avrebbero collegato lo Ionio al Tirreno: tra i più forti sostenitori di tale interpretazione dobbiamo ricordare Maiuri (C 1963, cui si affianca con decisione Napoli (C 1969), il quale identificò in S. un primo deposito di merci arrivate dallo Ionio per via terrestre lungo il fiume Esaro, che successivamente sarebbero state portate via mare o via terra a Lao «dove avveniva l’incontro e lo scambio con le navi etnische». Ma la ricerca archeologica – a partire da quella di Vallet relativa all’area dello Stretto (C 1958) – ha progressivamente condotto verso una revisione dei dati (fin da Guzzo C 1976), dimostrando che tali «vie» furono piuttosto soltanto dei percorsi di penetrazione per scambi di merci e di materie prime tra Greci ed indigeni, mentre il commercio vero e proprio si svolgeva esclusivamente per mare (sul discusso problema cf. in sintesi La Torre (C 19992) e Schnapp (C 1999): «superate» così le vie trasistmiche, la cronologia bassa di centri tirrenici quali Scidro e Lao ha trovato forte sollecitazione, sostenuta sempre più dai recenti dati archeologici relativi all’alto Tirreno cosentino. Può dirsi dunque ormai superata l’ipotesi che lo stanziamento sibarita sul Tirreno coincida con un’estensione transistmica della chora, dal momento che l’interno resta in mano agli indigeni. Unica altra notizia che le fonti ci hanno conservato di S. è quella riferita da Lieo di Reggio, che secondo la testimonianza di Stefano ne citava l’etnico parlando della spedizione di Alessandro il Molosso: la città doveva essere dunque ancora in vita nella seconda metà del IV see. a.C., mentre resta una semplice ipotesi una sua fine precoce dedotta dalla mancata citazione del toponimo negli itinerari (Galli C 1907). Invero numerosi, quanto di lunga tradizione, i tentativi di definire l’ubicazione di S., che peraltro resta ancora del tutto imprecisata e che per giunta è stata fatta oscillare in un lungo tratto della costa tirrenica compreso tra Sapri e Cetraro: indeterminatezza la cui causa prima è la mancanza di ogni qualsivoglia supporto di traccia archeologica riconducibile al sito. Tale assenza assoluta di documentazione materiale è stata letta sia come indizio di una vita stentata di questo insediamento, dove i Sibariti avrebbero vissuto più con problemi di sussistenza che non con intenti di ricostruire l’impero perduto, favorendo così l’espansione di Poseidonia e dei Focei (cf. già Galli C 1907 e Guzzo C 1983; C 1989); ovvero la si è ritenuta indizio di un’ubicazione – secondo il modello insediativo proprio anche della madrepatria – in un sito di pianura interessato da grande accumulo di detriti di riporto fluviale, vale a dire in corrispondenza della foce di un fiume navigabile dove era stato stabilito un originario nucleo emporico e portuale (La Torre C 1993). A Sapri l’ubicava il Lenormant (C 1881) seguito anche da Nissen (C 1902); contra Ciaceri (C 1924) e Maiuri (C 1963); in particolare, il Lacava individuò quali possibili tracce archeologiche di Scidro alcuni resti di un «recinto poligonale» detto le «Rovine delle Camerelle» posto all’estremità N del porto moderno di Sapri (Lacava C 1891).”. La Parra citava il testo di Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891. Infatti, Michele Lacava, a p. 16, in proposito scriveva che: “Carlo Troia, nelle annotazioni alla lettera che papa Gregorio scriveva a Felice. Vescovo di Agropoli’ così si esprime: “Blandana. – Città situata non in Bevedere dei Bruzii, ma sulle stesse Acropolitane spiagge. Nè mancano coloro, i quali scrivono essere stata Blanda e non Velia quella, che oggi chiamasi Castellammare della Bruca; Ma i più s’accordano a collocarla nell’odierno Porto di Sapri”.”. Ma, il Lacava non scriveva nulla di tutto ciò. Solo in un altro passaggio, il Lacava citava Sapri. Il Lacava, a p. 35 riferendosi al fiume Lao, nella nota (1) postillava: “(1) Il Negro nel 7° comment. della Geografia chiamollo col nome di fiume Lucano. Leandro Alberti col nome di fiume di Sapri, e dice: è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida per alcun caso si vede.”. Fu invece il Galli che scrisse sul «recinto poligonale» detto le «Rovine delle Camerelle», citato dalla Parra. Infatti, Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 121 e ssg., in proposito scriveva che: “Io so di qualcuno (Michele Lacava, che si occupò in tutta la sua vita, con molta diligenza, di gravi questioni archeologiche) che voleva assegnare come sito di Scidro un recinto poligonale antico detto le ‘Rovine delle Camerelle’, sull’estremità settentrionale del moderno porto di Sapri. La cosa potrebbe avere qualche fondamento, ma non credo che si possa assegnare il sito si una antica città, basandosi solamente su pochi avanzi di antiche costruzioni chi sa di che tempo, su di una costa che fu, nel passato, occupata non solo da grandi centri di abitazione, ma anche da molte fattorie. Nè credo che il Lacava adducesse ragioni molto positive per sostenere la sua tesi, quantunque io non abbia ancora potuto leggere la sua rarissima monografia intorno a questo argomento.”, ma ripeto che, questo passo non lo leggo nel testo di Lacava. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 117 e ssg., in proposito scriveva che: “Un’altra condizione vitale allo sviluppo di Sibari era di raggiungere la sponda del Tirreno, stabilire ivi colonie, e così potere trafficare in Occidente, mentre il commercio col bacino orientale del Mediterraneo era esrcitato direttamente dalla metropoli. La conquista della valle del Crati aveva condotto i Sibariti nel cuore del Bruzio; ecc….quando i Sibariti spingersi all’opposto mare da questo lato, vi arrivavano per un’altra via naturale, più a Nord, vale a dire attraversando l’Appennino al colle di Campotenese, che pare fatto a posta per mettere in comunicazione i due versanti. Da questa parte non eranvi città considerevoli, che avessero potuto ostacolare l’espansione; e anche la resistenza degli indigeni, non garantita sufficientemente dall’asprezza del terreno, poteva essere con facilità evitata. Inoltre, in questa maniera essi si avvicinarono, e poterono stringere patti e relazioni commerciali con le ricche popolazioni dell’Italia centrale, rimasta quasi fino allora fuori del raggio dell’influenza delle colonie della Magna Grecia e della Sicilia; etc..Nessuno autore parla di proposito intorno a queste imprese coloniali di Sibari, e nemmeno si sa il tempo in cui esse incominciarono; talchè siamo costretti, come al solito, di raccogliere scarse notizie qua e là, veri ruderi di tradizioni, ordinarle, vagliarle e confortarle con gli avanzi archeologici di quelle nobilissime città. La deduzione di queste colonie, come in parte ho detto, dovette incominciare anteriormente alla guerra e alla caduta di Siri; mentre la conquista della valle del Crati doveva risalire ai primi tempi della fondazione di Sibari. Infatti due argomenti possono sussidiare la mia supposizione: cioè la lega monetaria fra Sibari e due delle sue colonie; la tutela che queste poterono accordare ai fuggiaschi Sibariti, dopo la loro sconfitta. Se si considera che dalla caduta di Siri alla sconfitta di Sibari intercede una ventina di anni appena, bisogna venire alla conclusione che quelle città, per essere giunte a quel grado di sviluppo, dovevano essere state fondate da un pezzo. Nella seconda parte di questo studio ho espresso il dubbio che la cagione della guerra con Siri fosse derivata appunto da questa colonizazione, cioè per i naturali attriti tra le colonie di Sibari e Pyxus, colonia di Siri, a danno della quale le prime cercavano di allargarsi su questo lido. Se si considera poi che Lao, posta proprio sul confine del Bruzio, era la più meridionale di quelle colonie, facendo astrazione etc…, bisogna ammettere che essa fosse stata la prima in ordine di tempo, e che quindi Posidonia, la più settentrionale, fosse atata l’ultima delle fondate. Ora, calcolando approssimativamente il tempo necessario all’affermazione e allo sviluppo di ognuna, si può azzardare il giudizio che Posidonia, la quale certamente coniò monete insieme a Sibari in quei venti anni, che passarono tra la caduta di Siri e la vittoria dei Crotoniati del 510, e della quale si sa che nel 530 vi si rifugiarono i Focesi provenienti dalla Corsica, tenendo anche conto che l’uso di imporre alle città nomi di divinità incomincia intorno, o poco prima di questo tempo, avesse potuto precedere di poco la caduta di Siri; mentre la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almento 15 o 20 anni innanzi. Con ciò non voglio dire che i Sibariti avessero fondato ex novo Posidonia, ma intendo parlare solo del loro stabilimento in essa. Sibari dovette necessariamente, almeno nei primi anni, offrire protezione ai propri coloni per mezzo di una flotta in quelle acque, etc…(p. 120) Anche la via di terra dovevano battere mercanzie, che, giunte a Sibari dall’Oriente, dovevano essere inviate alle popolazioni della Campania e dell’Etruria. Sicchè Lao veniva ad essere un emporio importantissimo, una grande succursale di Sibari, sul Tirreno, in relazioni continue e dirette con questa. Le altre, poste più a Nord, erano come altrettante stazioni intermedie di approdo alle navi, che da Lao si recavano sulle coste dell’Italia centrale, e viceversa; però esse, a poco a poco, dovettero esercitare il commercio per proprio conto, e, sfruttando le terre ubertose della Lucania, poste sotto la loro immediata dipendenza, poterono in breve svilupparsi, ed affermare la loro autonomia. Gli autori antichi nominano tre colonie di Sibari sul Tirreno: Lao, Scidro, Posidonia, tutte sulla costa lucana, anche Lao, come vedremo. Fra Posidonia, della quale rimangono copiosissime rovine, e Lao, della quale è facile rintracciare il sito, doveva sorgere la città di Scidro; che insieme a Lao accordò ospitalità ai miseri Sibariti, come racconta Erodoto (VI, 21): “Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε χαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι“. Però non è facile stabilire il sito di Scidro, nominata due volte sole, da Erodoto e da Stefano Bizantino, che riporta un passo di Lycos di Reggio. Essa doveva bensì essere colonia di Sibari, e di certa importanza per aver potuto accordare ospitalità e protezione ai cittadini della metropoli, dopo la loro sconfitta; ma non ebbe forse mai l’importanza e la grandezza di Lao e Posidonia, altrimenti sarebbe rimasta qualche altra notizia intorno alla sua esistenza e qualche rudero. Essa dovette scomparire prestissimo, prima della conquista romana di questa parte d’Italia, perchè non compare nè fra le colonie, nè fra i municipi romani, e nemmeno degli itinerari. Ignote restano altresì le cause della sua precoce decadenza. Io so di qualcuno (Michele Lacava, che si occupò in tutta la sua vita, con molta diligenza, di gravi questioni archeologiche) che voleva assegnare come sito di Scidro un recinto poligonale antico detto le ‘Rovine delle Camerelle’, sull’estremità settentrionale del moderno porto di Sapri. La cosa potrebbe avere qualche fondamento, ma non credo che si possa assegnare il sito si una antica città, basandosi solament su pochi avanzi di antiche costruzioni chi sa di che tempo, su di una costa che fu, nel passato, occupata non solo da grandi centri di abitazione, ma anche da molte fattorie. Nè credo che il Lacava adducesse ragioni molto positive per sostenere la sua tesi, quantunque io non abbia ancora potuto leggere la sua rarissima monografia intorno a questo argomento. Scidro non dovette salire ad un alto grado di sviluppo, perchè non coniò mai monete per proprio conto, infatti non se ne conosce nessuna: il ritrovamento di monete qualche volta può spargere luce su intricate questioni topografiche e storiche. Il terreno presso la Punta del Fortino, dove sono le ‘Rovine delle Camerelle’, è sufficientemente spazioso per avere potuto contenere una città di 4 o 5000 abitanti; però questa circostanza non decide nulla, e ci vuole ben altro per arrivare ad un risultato concreto. Anzi io inclino a credere, stando alle distanze date dagli itinerari, che il recinto antico di Sapri appartenesse più tosto all’antica stazione di Blanda, salita nei bassi tempi a qualche importanza; mentre Scidro si potrebbe pensare ad un altro luogo sparso di rottami, di tracce di muri e di altri avanzi di antichità, più a Sud, a 4 km. dal mare, nel territorio ‘Piarelli’, presso ‘Monte Paleocastro’. Questo sito presenta gli stessi caratteri di Lao, che era alquanto discosta dal mare; ma non vi insisto, perchè non si possono addurre prove decisive. Scidro potrebbe essere stata trasformata, in seguito, in un borgo lucano. Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovesse essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide. Si può aggiungere solo che Scidro probabilmente poteva essere ancora in piedi al principio del sec. 3° a.C., per la notizia che ne dà Stefano Bizantino, attingendo da Lycos di Reggio (cfr. fram. 1°): “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου“. Se la mancanza di materiale mi costringe al silenzio su questo argomento, la esuberanza di rovine e di notizie intorno alla più settentrionale delle colonie di Sibari, Posidonia, mi fa tacere per un’altra ragione. Etc…Così i Sibariti si erano resi padroni di tutta la costa lucana di questo versante, dal Lao al Silaro, per una lunghezza di 650 stadi (Strabone VI, 252-3) = Km. 120 circa. Ma lasciamo le questioni posidoniate, per ritornare al confine settentrionale del Bruzio, dove era stata dedotta la prima colonia dei Sibariti, la quale visse lungamente, e mostrò, nella sua storia e nelle monete, di essere stata degna discendente di Sibari. Etc…”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg., riferendosi alla città greca e Ionica di Sibari in proposito scriveva che: “Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 294-295 e sgg e, riferendosi a Reggio, in proposito scriveva che: “Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Etc..”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: “Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trezene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia pare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto…..Gli Etruschi riuscirono bensì a conquistare molte città della Campania, ma non s’impadronirono di quelle sulla costa degli Enotri che venne poi assoggettata dai Lucani e dai limitrofi Bretti.“. Il Pais, a p. 258, in proposito scriveva pure che: “I Milesi importavano in Sibari vasi, vesti e preziosi prodotti dell’Oriente e ne esportavano materie prime. Per mezzo della città amica inviavano le loro mercanzie a Laos, a Skidros, a Posidonia, colonie dei Sibariti, e, come abbiamo già notato, ve le ritiravano i Tirreni signori appunto del paese limitofo a posidonia. Gli Etruschi consegnavano in cambio fra l’altro metalli, rame, stagno ed il ferro dell’Elba, che fu poi sottoposta alla vicina Populonia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: “Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Vie di Magna Grecia”, in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 65, in proposito scriveva che: “….Ma se su Lao siamo sufficientemente documentati, non altrettanto lo siamo per Scidro che viene dalle fonti associato a Lao tanto nella espansione coloniale della maggiore fortuna di Sibari, quanto nelle dolorose vicende dei profughi che, dopo la distruzione, a Lao, Scidro e Posidonia trovarono rifugio. Di Scidro (‘Skidros’) non si conosce alcun dato topografico, né dalla omonimia di un corso d’acqua che lo lambisse, né delle sopravvivenze toponomastiche dei luoghi. Lo si è dai più identificato con Sapri senza specifiche ragioni né di scoperte né di appropriate condizioni geofisiche del luogo, poiché nè la baia né l’area del centro abitato hanno rivelato finora la minima traccia di rovine o di sepolcri greci; inoltre la vicinanza a Pixùs e al suo fiume omonimo farebbe escludere la presenza di un altro scalo a Sapri, priva di un importante corso d’acqua, sia nel periodo della rivalità fra Sibari e Siri, sia nel periodo seguito alla distruzione di Siri e della incontrastata egemonia di Sibari. E ancor meno verosimile è l’ipotesi, seguita pur da qualche serio studioso (Ciaceri, Bywanck), che vede in Papasidero, nel pittoresco paese che sbarra il corso del Lao nel punto della sua rocciosa strozzatura (figg. 1-2), il luogo di Scidro, supponendo che quello schietto toponimo bizantino sia una popolare corruzione dell’antico nome di SKIDROS. Più legittime sono invece le ipotesi di coloro che collocano Scidro a sud di Lao lungo la costa occidentale di quel che possiamo considerare territorio della Sibaritide, a Cetraro o a Belvedere marittimo; ed io, dopo la ricognizione sul luogo, compiuta con uno dei più esperti conoscitori del territorio della Sibaritide, Ermanno Candido (1) ho tratto il convincimento che, potendo il commercio sibaritico giovarsi vantaggiosamente di uno scalo marittimo intermedio per raggiungere Lao, si dovesse quello scalo ritrovare lungo la costa occidentale e che ad esso corrispondesse Skidros in funzione secondaria e complementare di Laos: tale scalo per maggiore comodità e brevità di accesso corrisponde precisamente alla rada di Belvedere marittimo. Etc…”. Il Maiuri, a p. 68, in proposito scriveva pure che: “Contro la nostra ipotesi della via istmica dell’Esaro e dell’identificazione di Belvedere marittimo con Skidros a preferenza di quella di Castrovillari-Morano-Campotenese, si opporrà il fatto che nella valle dell’Esaro e a Belvedere non affiorino o, comunque, non siano stati segnalati ruderi antichi. Ma, in luogo di ruderi, abbiamo qualcosa i più e di meglio da presentare a favore dell’importanza archeologica di quella zona: una preziosa testimonianza epigrafica, il più prezioso, anzi il solo finora documento epigrafico che possa ricollegarsi alla più antica storia della Sibaritidee che, etc…”. Orazio Campagna (….), nel suo “Miti e Storia da Laos a Skidros – etc…” (ed. Brenner, 1993), a p. 11 parlando di Laos e di Skidros, in proposito scriveva che: “Laos e Skidros, città magno-greche menzionate da Erodoto (1), sono state ubicate dagli storici a breve distanza l’una dall’altra, sulla costa dell’alta Calabria tirrenica. Ci è noto il sito della prima; ignoriamo, almeno ufficialmente, quello della seconda. Quasi marittima Laos, per Strabone “poco elevata sul mare”(3); città-fortezza Skidros, su territorio montuoso e tormentato, naturalmente atto alla difesa. L’agglomerato sorse, dunque, per esigenze difensive, e su di una via istmica Jonio-Tirreno, etc…”. Il Campagna, a p. 14, nella nota (4) postillava che: “Skidros…..Vi transitò Alessandro il Molosso, dopo una sosta a Skidros, nel 330 a.C., in Lico di Reggio, F.H.G., II, fr. l. presso Stefano di Bisanzio.”. Un altro storico che ha riassunto la storia del toponimo è Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “I miseri avanzi de’ Sibariti, che potettero scampare dal ferro de’ Crotoniati, non ebbero altro asilo, dove potersi ritirare, che a Scidro, ed a Lao. Noi dobbiamo questa notizia ad Erodoto (I): ‘Sibaritae urbe exuti Aaov Laum, Σχιδρον Scidrum in ora Tyrreni incoluerunt’. E’ cosa molto singolare, come il Mazzocchi (2) potette inferire da queste parole, che i Sibariti edificarono Lao, e Scidro per abitarvi. Una truppa di fuggitivi, e di miserabili, che non ha dove posare sicuro il piede per un nemico, che ne cerca la totale distruzione, potè forse pensare a fondar città ? Ad altri poi è piaciuto dire, che durante la floridezza Sibaritica furono inviate colonie ad abitare Scidro, e Lao. Tra costoro è il sig. Micali (3). Ma questo sentimento è tutto contrario ad Erodoto, il quale non dice altro, che ‘Sibaritae urbe exuti’, cioè, che in tempo delle loro ruine, e non prima, fossero passati a quella città, dalle quali furono ricevuti. Etc…”. Il Romanelli, a p. 376, parte III, nella nota (3) postillava: “(3) Micali, Part. II, cap. 8 in Note”. Il Romanelli, dopo aver spiegato le sue ragioni circa le origini più antiche di “Scidro” e di “Lao”, spiegando che i Sibariti fuggitivi e disperati, dopo la distruzione della loro città e che secondo Erodoto andarono ad abitare a Scidro e a Lao, non potevano fondarle loro queste due città ma è più logico, egli spiega che queste due città sul mare Tirreno fossero già prospere per accogliere i miseri fuggitivi di Sibari. A questo pensiero, il Romanelli associa pure la città di “Pesto” e sempre a p. 376 dice che: “E’ molto probabile altronde, che i Sibariti s’impadronissero di Pesto, cui diedero il nome di Posidonia, molto prima della loro caduta. Ci attesta Strabone, ch’essi lo presero con le armi alla mano, ciocchè non può convenire ad un popolo, che fugge dalla ruina della sua patria senz’armi, e senza ricchezze. Si conferma dalla gran somiglianza, che ripassa tra le monete di Sibari, e quelle di Posidonia, che ci danno idea dello stato florido dell’uno, e dell’altro popolo nel medesimo tempo, perchè marcate co’ medesimi tipi, e cogli stessi caratteri, cioè VM in quelle di Sibari, e TOM in quelle di Posidonia.”.


Su “Pesto”, conquistata dai Sibariti e chiamata da loro “Posidonia” e, le teorie del Mazzocchi, ha scritto Domenico Romanelli (….), a p. 75 (v. edizione del La Greca), nella nota (1) postillava: “(1) La fondazione di Posidonia fatta da’ Sibariti fu l’oggetto del ‘Collettaneo pro Mazzocchiano, di cui nel cap. II, si diè tutta la cura di rilevarne l’epoca precisa. Egli si appoggiò alla venuta degli Ateniesi per rifrabbricare nel sito della distrutta Sibari altra città col nome di Turio. Questa nuova fondazione fu fissata da Erodoto, che venne co’ novelli cloni ad abitarvi, nel’anno primo dell’Olimpiade LXXIV. Lo confermò con Plinio, che nel libro XII cap. 4 riportò all’anno di Roma CCCX le greche storie scritte da Erodoto in Turio, che corrisponde all’anno 443 prima dell’era cristiana. In questo tempo gli avanzi de’ miseri Sibariti eran già passati a fondar Posidonia, Scidro e Lao. Fu questa la prima conclusione del Mazzocchi. Noi però crediamo, che queste città esistevano già prima dell’emigrazione Sibaritica, ed invece di essere fondate da’ Sibariti, come crede il Mazzocchi, che avessero piuttosto dato loro ricetto. Erodoto nel libro VI (VI, 21), che somministrò a lui l’argomento, non disse altro, che ‘Sibaritae urbe exuti Laum, et Scidrum incolebant’. Erano dunque queste due città colonie ad essi appartenenti, e non città da essi fondate. In quanto a Pesto abbiamo già veduto, che dovettero i Sibariti, per divenire padroni, assaltarla con mano armata, e dove poi non fecere altro, che un muro verso mare, secondo Strabone, e ne cambiarono il nome in Posidonia.”. Dunque, il Romanelli credeva che le tre città di Scidro, Lao e Posidonia, solo in seguito diventarono colonie della colonia magno-greca di Sibari. Ma, esse erano preesistenti alla venuta delle popolazione elleniche che si trasferirono sullo Jonio e che fondarono città o colonie come Sibari, Siris, Crotone ecc..Il Romanelli credeva che il nome originario dell’attuale Paestum fosse “Pesto” che fu trasformato dai Sibariti in “Posidonia”, in seguito alla sua conquista avvenuta con la forza, secondo la testimonianza di …………. Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 e ssg parlando del “promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” parlando di Scidro, in proposito scriveva pure che: “Fiorente era questa città nella LXVII Olimpiade, poichè i Sibariti vi si rifugiarono dopo la rovina della loro patria (5), avvenuta nel 510 a.C. che fu il terzo anno dell’Olimpiade stessa. E’ però che molti scrittori non hanno dubitato che fosse colonia di que’ popoli potentissimi, e comechè ciò non si possa veramente sostenere coll’autorità di Erodoto, il quale ricorda solo i ‘Sibariti, che, scacciati dalla loro città, abitavano Scidro e Lao’ (6), è probabile nondimeno che una colonia vi avessero stabilito nel tempo della loro floridezza, come nell’altra città detta. Senza ammettere strette relazioni anteriori, dir non si saprebbe perchè nelle due città si fossero rifuggiti i ‘Sibariti’, i quali con gli antichi abitatori cedevano in processo di tempo all’invasione de’ Lucani. Ma, in fuori di queste, ignote sono tutte le altre memorie di ‘Scidro’, etc….Se non che, affermandosi per costante tradizione che il nome di ‘Sapri’ non fosse che un’alterazione di ‘Sybaris’, egli sembra che ‘Scidro’ ritenesse il suo nome sino all’arrivo de’ Sibariti, che le imponevano quello della desolata patria.”.

Il Corcia, a p. 65, nella nota (1) postillava: “(1) Suid. v. Λυκος “. Il Corcia, a p. 65, nella nota (2) postillava: “(2) Steph. Byz. v. Σκιδρος “. Il Corcia, a p. 65, in proposito a Scidro scriveva pure che: “Senza investigarne veramente il sito, sospettava il Mazocchi che sorgesse nelle vicinanze della città di Lao (3).”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (3) postillava: “(3) Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. p. 502, n. 7”. Si tratta di Alessio Simmaco Mazzocchi (….) e le sue “Le due tavole Eracleesi”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (4) postillava: “(4) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 288”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (5) postillava: “(5) Senza avvertire questa falsa lezione, anche il Grimaldi (‘Annali’, t. I, p. 136) poneva Sipro nell’odierna Sapri”.
Nel IV sec. a.C., SCIDRO, durante la battaglia di Lao tra Turi contro i Lucani, forse era un castello fortificato, come dal racconto di Diodoro Siculo
Diodoro Siculo (….), ci ha racontato della battaglia dei Lucani che attaccarono i Greci di Turi che vennero sbaragliati a Laos, nell’anno 390 a.C.. “La battaglia di Laos”. Da Wikipedia apprendiamo che Turi, all’inizio del IV sec. faceva parte della Lega italiota assieme ad altre città per combattere la pressione fatta dai Lucani. Per tutto il secolo riuscì a resistere alle incursioni. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 125 e ssg., in proposito scriveva che: “Non si può stabilire con sicurezza se Lao riconoscesse supremazia della colonia ateniese di Turio subentrata virtualmente nel possesso della Sibaritide, dopo la prima metà del sec. 5°. Quello che si può affermare delle relazioni dei Turini con quei di Lao è, che i primi, venuti a conflitto con i Lucani, vollero combatterli anche nelle loro sedi, e si spinsero fino a Lao; ma quivi, come racconta Diodoro (XIV, 101-3), toccarono una sonora sconfitta (391 a.C.). Il Dito ci informa che Diodoro Siculo ci parla della battaglia di Lao, nel Libro XIV (14°) la Bibliotheca historica, una storia universale dalle origini del mondo alle campagne di Cesare in Gallia e in Britannia. Composta da 40 libri, suddivisi successivamente in pentadi e decadi. L’opera non si è conservata integralmente. A noi sono giunti completi, oltre ad alcuni, anche i libri XI-XX (dal 480 e dai diadochi al 301 a.C.). Possiamo tuttavia trarre alcuni dati sull’opera e ricostruirne l’impianto, grazie ai numerosi estratti di epoca medievale (contenuti negli scritti di Fozio e Costantino Porfirogenito) e ai numerosi frammenti che ne rimangono. Oreste Dito (….), nell’opera di Diodoro individua “Scidro” come un “castello fortificato”. .., che fu conquistato dai Turini ai Lucani prima che avvenisse la battaglia di Lao. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VII “I Turini contro i Lucani – La battaglia di Lao”, a p. 428, in proposito scriveva che: “I Lucani ripararono nelle terre ch’erano già di loro possesso ed i Turini con impeto andarono loro dietro, riuscendo ad impadronirsi d’un castello, o forse magazzeno militare, dal quale ricavarono largo bottino. Fu questa quasi l’esca che li trasse a rovina; poichè, inorgogliti del primo successo, con grande disprezzo del nemico si posero ad inseguirlo attraversando tutta quella catena di montagne che poi discende verso il Tirreno, al fine di conquistare la ricca città di Lao di cui già eran padroni i Lucani stessi (1).”. Il Ciaceri, a p. 428, nella nota (1) postillava: “(1) I mss. di Diod. XIV 101, 3 λαον χαι πολιν. Fu il Reiske a leggere Λαον πολιν, lez. seguita dal Niebuhr, Roem. Gesch. p. 96 e dal Grote History of Greece, XI, p. 12, ed oggi concordemente accettata dagli ultimi editori dello storico siciliano (v. ad es. Vogel, ad l.). Non seguendola od ignorandola, il Lenormant, La Grande-Grece, I p. 310 poneva la battaglia nelle vicinanze di Lagaria sull’Ionio, presso l’odierna Rocca Imperiale.”. Dunque, il Ciaceri ci fa notare che nel racconto di Diodoro Siculo, i greci di Turi, che erano in guerra contro i Lucani, conquistarono un “castello” Lucano. Doveva essere un avamposto fortificato dei Lucani nel territorio non molto distante dal mare e dalla città magno-greca di Lao, dove subito dopo si ebbe la battaglia vera e propria contro le forse Lucane. I Turini furono sbaragliati dai Lucani che, probabilmente già controlavano i centri di Roccagloriosa e di Scidro sul versante Tirrenico. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Lao e della battaglia lì tenuta dai Lucani contro i Greci, accenna a Scidro e, a pp. 52 e ssg., in proposito scriveva che: “Però la guerra si presenta ben distinta nelle parole di Diodoro, in due periodi, e se nel primo periodo lo storico può realmente rappresentare l’agitato muoversi di que’ di Thurii, nel secondo periodo, invece, dall’espugnazione d’un castello nel territorio dei Lucani alla battaglia nel piano di Laos, dovette correre del tempo, che Diodoro non dice, e che dovette permettere a’ Turiesi e a Lucani d’invocare l’aiuto degli alleati e cambiare le condizioni dei belligeranti. Diodoro non ci ricorda il nome della fortezza fin dove l’influenza de’ Turiesi erasi spinta prima di questa guerra, nè i critici si son curati di saperlo. Ha influito a ciò anche il dubbio sul nome della città, se Laos od altra, dubbio che, non tenendo in conto particolari topografici offerti da Diodoro, e che corrispondono alla realtà, ha fatto s’ che siano dimenticati o travisati. Nella regione in cui Diodoro ricorda il Castello sorsero nell’antichità ‘Muranum o Interamna’, nell’attuale Morano, importante stazione stradale etc…Neanche Nerulo (fra Castelluccio e Rotonda), perchè molto lontano dalla via di Laos e troppo addentro nel dominio de’ Lucani. La fortezza, come dalle parole di Diodoro, doveva trovarsi nella regione dell’attuale Murano e il fiume Laos. La città che in essa potette sorgere lascia de’ dubbi, stante la deficienza assoluta di vestigi antichi. Vi si potrebbe collocare Numistro o quella tale Tebe Lucana, ma accampandole nel vuoto. Più naturale invece mi sembra collocarvi Scidro. Veramente questa di Scidro è una quistione lasciata lì da parecchio, per la sua pochissima importanza. In Scidro si ritirarono parte de’ Sibariti, che furono costretti a cercare un rifugio, distrutta la loro città, e l’unico accenno in Erodoto, è così generale che nulla si può azzardare. Identificarla in Sapri, sol per una lezione sbagliata d’un codice, non c’è da pensare; solamente qualche nome può spingerci a delle ipotesi. Il nome di Cetraro può richiamarci ad uun ‘Scidranum’ da cui Cedraro o Cetraro; però esso più verosimilmente si può riscontrare in Citarium, il Citerium che Stefano Bizantino, sulla fede d’Ecateo Milesio, ricorda come città enotrica. Sembra invece che il nome Scidro s’avvicini molto di più al nome di Papa-Sidero, nome, come si vede, formato da due elementi, dalla parola greco-bizantina ‘papa’ (vecchio antico), mentre l’altro è la trasformazione dello Σχιδρον d’Erodoto in ‘Shidro’, ‘Sidero’. Il ricomparire di questo borgo nel periodo bizantino, ricordando l’antica città ivi esistita, città che per la sua posizione mediterranea e per la sua pochissima importanza, doveva sfuggire agli occhi degli storici, è una conferma della nostra ipotesi. Essa trovavasi a metà sulla via che da Sibari portava a Laos, e come il moderno villaggio di Papa-Sidero, così Scidro era resa forte dalla stessa natura del luogo che la rendeva la chiave di Laos (1). Così si spiegano le parole di Diodoro, e l’imprudenza di cui taccia i Turiesi cade considerando la posizione di Scidro; solo perchè essi, padroni dello sbocco sul Coscile e di questa fortezza, ben possono spingersi ad un’azione comune co’ Reggini su Laos. La via che da Sibari portava a Laos faceva sosta a Scidro, incominciando da questa fortezza a percorrere balze e gole di monti, che s’arrestano formando una corona al piano di Laos, dall’attuale capo Scalea all’isola di Cirella. Precisa, sotto questo rispetto la descrizione di Diodoro. Il piano poi è atto ad una battaglia, non certo però nelle proporzioni esagerate di Diodoro. Strabone, aggiunge, ch’essa avvenne presso l’eroo di Dracone. In seguito vedremo l’errore in cui è caduto Strabone etc…”. L’analisi di Oreste Dito, che egli fa del passo di Diodoro Siculo è molto interessante. Peccato che il Dito individui Scidro a Papasidero e Laos non si capisce bene dove. Il Dito, a p. 52, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Lacava, sul sito di Blanda, Lao, Tebe Lucana, p. 75.”.
Nel VII sec. a.C., le colonie della città magno-greca di Sibari: Pyxous, Pixunte, Scidro e Lao, prima dell’avvento dei Lucani
Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il toponimo di Scidro, la cui matrice è di origine greca, è riferito ad una colonia della Magna Grecia, sorta e fondata da profughi di un’altra colonia della Magna Grecia: Sibari. Sybaris (Sibari), colonia greca sulla costa ionica fra i fiumi Crati e l’omonimo fiume Sibari, celebre per la sua ricchezza e raffinatezza e per il suo ciclo di vita altrettanto splendido che breve, la sua prosperità, i rapporti con paesi lontani e la fine precoce e violenta (511- 510 a.C.), hanno reso leggendaria Sibari già nel mondo antico. Nel 510 a.C., dopo una guerra durata 70 giorni, i Crotoniati che con 10.000 uomini presidiarono un perimetro di 50 stadi (circa 9 km), guidati dal pluri-campione olimpico Milone, e dopo avere deviato uno dei fiumi conquistarono la città e la sommersero. Nel 444-443 a.C. ci fu la fondazione panellenica di Thurii, dal nome di una fonte nelle vicinanze. In seguito Thurii fu assoggettata dai Lucani. La città perse importanza e nel 193 a.C. i Romani vi dedussero una colonia, cui diedero nome Copia. Nell’84 a.C. fu trasformata in municipio e in periodo imperiale, tra il I e il III secolo d.C., si sviluppò nuovamente. Nel corso del V e del VI secolo iniziò a decadere per l’impaludamento della zona. Un secolo dopo l’area era completamente abbandonata. Ecco ciò che scriveva Strabone (…) nel suo libro IV della sua “Geografia”: “Segue nell’ordine, a distanza di duecento stadi, Sibari, fondata dagli Achei; è tra due fiumi, il Crathis e il Sybaris. Il suo fondatore fu Is of Helice.1 Nei primi tempi questa città era così superiore nella sua fortuna che governava su quattro tribù nelle vicinanze, aveva venticinque città sottomesse, fece la campagna contro i Crotoniati con trecentomila uomini e i suoi abitanti solo sul Crathis riempivano completamente un circuito di cinquanta stadi. Tuttavia, per la lussuria e per l’insolenza furono privati di tutta la loro felicità dai Crotoniati entro settanta giorni; poiché, presa la città, questi la condussero sopra il fiume e la sommerse. In seguito, i superstiti, solo pochi, si radunarono e ne fecero di nuovo la loro dimora, ma col tempo anche questi furono distrutti dagli Ateniesi e da altri Greci, i quali, pur essendo venuti lì per vivere con loro, ne concepirono un tale disprezzo che non solo li uccisero, ma spostarono la città in un altro luogo vicino e la chiamarono Thurii, da una sorgente con quel nome. Ora il fiume Sibari fa timidi i cavalli che ne bevono, e perciò tutti gli armenti ne sono tenuti lontani; mentre il Crathis rende gialli o bianchi i capelli delle persone che vi si bagnano, e inoltre cura molte afflizioni. Ora dopo che i Thurii ebbero lungamente prosperato, furono ridotti in schiavitù dai Leucani, e quando furono portati via dai Leucani dai Tarantini, si rifugiarono a Roma, e i Romani inviarono coloni per integrarli, poiché la loro popolazione era ridotto, e ha cambiato il nome della città in Copiae.”. Dunque Strabone non cita la colonia Sibarita di Scidro. Ma come ho già detto in precedenza ne ha parlato Erodoto (….), nel suo Libro VI delle sue “Storie”. Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: “L’archeologa Giovanna Greco, in un suo scritto sostiene che “il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.”(19). Sybaris (Sibari), colonia greca sulla costa ionica fra i fiumi Crati e l’omonimo Sibari, celebre per la sua ricchezza e raffinatezza e per il suo ciclo di vita altrettanto splendido che breve. La prosperità, i rapporti con paesi lontani e la fine precoce e violenta (511-510 a.C.) hanno reso leggendaria Sibari già nel mondo antico. Ce ne parla Strabone (VI, 263), il quale tra le altre cose ci riferisce che si impiantò solidamente sulle coste tirreniche fondando tre città: Poseidonia (l’attuale Paestum), Pyxus (l’attuale Policastro) e Lao. Sibari, subì una tremenda distruzione da parte dei crotoniati. L’altra colonia di Sibari, ove si sarebbero rifugiati i sibariti dopo il 510, è Scidro, ma il noto storico antico Strabone non ne fa cenno nella sua Geografia (20), e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (21), con ricordi di Lico di Reggio (storico del III secolo a.C.) ed in Ateneo (22). Strabone (23), così dice: “Dopo Palinuro, il porto e il fiume di Pyxus; unico, infatti, è il nome di tutti e tre. La popolò Micito di Reggio, il signore di Messene in Sicilia, ma gli abitanti andarono via di nuovo, tranne pochi. Dopo Pyxus un’altro golfo e il fiume e la città di Laos, ultima tra le città lucane, poco elevata sul mare colonia di Sibari a 400 stadi da Elea.”. Erodoto, (24) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Di Skidros, eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lyco di Reggio, riferita da Stefano di Bisanzio, dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus.”: Il Berard (25) afferma: “di Scidro, salvo questo particolare, non sappiamo nulla: ne ignoriamo completamente la storia, ma pare che sia sempre restata una piccola borgata, di scarsa importanza forse una semplice base fortificata. La si vuole di solito localizzare a Sapri, nelle immediate vicinanze di ‘Pissunte’: localizzazione non troppo assurda, se Pissunte nel sec. VI non fu una postazione sirita, ma per ora nessuna scoperta archeologica l’ha confermato.”. Secondo il Corcia (26), “Scidro sarebbe una città antichissima non molto discosta dal Bussento e di origine pelasgica”, ma tali origini non sono provate. Il Nissen (27) e il Ciaceri (28), collocano Scidro non lontano da Pixunte (l’odierna Policastro). Il Ciaceri sostiene: “trovarono i sibariti di Laos un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro, la quale più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse ad avere un’esistenza politica propria”: Gli archeologi Maiuri (29) e Napoli (30), in assenza di dati topografici certi, negarono la localizzazione di Scidro con Sapri, mentre invece senza valide prove la collocarono a Belvedere marittimo in Calabria. Una forte tradizione locale vuole Scidro localizzata a Sapri, forse sulla scorta dell’Antonini e di alcuni storici eruditi locali come il Gallotti (31). In particolare, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini, credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò “Sapri” (Subaris-Subaron-Sipron-Sapron). Il Corcia, in proposito, affermava che l’Antonini sbagliasse a leggere Erodoto il quale parlava di Sipron e non di Skidron. Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, il Battisti (32) diceva, tra l’altro: “consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (33), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Scidro figura sulla carta nautica della nautica dell'”Italia” di Battista Becario, del 1435 (34).”. Nella mia Relazione, nelle mie note postillavo che: “(18) Johannowsky Walter, Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422. (19) Greco Emanuele, op. cit., p. 17. (20) Lepore Ettore,”Elea e l’eredità di Sibari”, stà in P. d. P., 1966, p. 265 s. Napoli Mario, Civiltà della Magna Grecia, ed. Eurodes, p. 181. (21) Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678. (22) Ateneo, XII, 523, c ,d, che si rifà a Timeo ed Aristotele. (23) Strabone, Geografia, (I sec.a.C.), Libro VI, 1. (24) Erodoto, libro VI, 21. (25) Berard J., La Magna Grecia – Storia delle colonie greche dell’Italia meridionale, Einaudi, Torino, 1963, p. 150. (26) Corcia Nicola, Storia delle due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789. (27) Nissen Heinrich, Italianische Landeskunde, Berlino, I-II (28). Ciaceri Emanuele, Storia della Magna Grecia, Roma, 1932, vol. II, p. 273. (29) Maiuri Amedeo, Passeggiate in Magna Grecia, stà in “II Congresso sulla Magna Grecia”, Taranto, 1963. (30) Napoli Mario, op. cit., pp. 181, 182. (31) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, 1899. (32) Battisti Carlo, Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964. (33) Cesarino Felice, Sapri archeologica, stà in “I Corsivi”, Marzo, 1987, n.3, p. 5.”. Secondo Nicola Corcia (…): “Scidro sarebbe una città antichissima non molto discosta dal Bussento e di origine pelasgica” ma, tali origini non sono provate. Il Nissen (…) e il Ciaceri (…), collocano Scidro non lontano da Pixunte (l’odierna Policastro). Il Ciaceri sostiene: “trovarono i sibariti di Laos un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro, la quale più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse ad avere un’esistenza politica propria”. Il Corcia, in proposito, affermava che l’Antonini sbagliasse a leggere Erodoto il quale parlava di Sipron e non di Skidron. Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, il Battisti (…) diceva, tra l’altro: “consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. L’archeologo Mario Napoli (…), in un suo studio, scriveva in proposito: ” L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Exidqos, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c,d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron’ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Erodoto, (6) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “ Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant “ ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron‘ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro (a Scidro) e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Di ‘Skidros’, eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lyco di Reggio, riferita da Stefano di Bisanzio, dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus “. In particolare, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (17), credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò ‘Sapri’ (Subaris-Subaron-Sipron-Sapron )”. In particolare, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (17), credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò ‘Sapri’ (Subaris-Subaron-Sipron-Sapron )”. L’Antonini (17), dopo aver riportato il passo nel libro 6 di Erodoto, scriveva in proposito: “Abitavan dunque Sibariti ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto essere detto anche Sybaris dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente fu detto Sapri.”. Gli archeologi Amedeo Maiuri (11) e Mario Napoli (lo scopritore di Elea l’attuale Velia) (12), ritenevano che “in assenza di dati topografici certi”, negavano la localizzazione di ‘Scidro’ con Sapri, mentre invece senza valide prove la collocarono a Belvedere marittimo in Calabria. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Fu certamente un piccolo centro, forse solo un emporio fortificato, ma non sappiamo dove sorgesse: sono state proposte alcune località, e particolarmente Sapri (Nissen), una località a sud di Lao (Beloch) o non lungi da Pixunte (Ciaceri), a Papasidero (Byvanck) o più opportunamente alla estremità di una via istimica, a Belvedere Marittimo, dove sfocia la valle dell’Esaro, o nella zona del Cetrano, ove sfocia la valle del Fellone (Bérard). Certamente non doveva trovarsi lì dove oggi è Sapri, nè in altra non precisata località presso Pixunte, se, come crediamo, Pixunte sia da collegarsi con Siris, e le monete di Pixunte e Siri siano da datarsi in data successiva al 510 avanti Cristo. Crediamo più logivo porre Scidro a sud di Lao, e forse proprio allo sbocco della valle dell’Esaro, cioè a Belvedere Marittimo.“. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Il Napoli (….), a p….., nelle sue note scriveva che a p. 181, riguardo la citazione del Nissen scriveva che: “J. Nissen, op. cit., II, p. 898)”. Nella sua nota il Napoli riporta un J. Nissen ma a me pare vi fosse un errore perche si tratta di Heinrich Nissen (….). Dunque, vi è un evidente errore. Riguardo invece la citazione del Ciaceri (…) che pure avanzava una ipotesi interessante postillava che: “(E. Ciaceri, I, pag. 273)”. Riguardo l’opera del Nissen a cui si riferiva Mario Napoli, si tratta di Heinrich Nissen (….). Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 37, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Nissen, o. c., II, p. 898.”. Il Magaldi (…), a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Riguardo il Ciaceri, citato da Mario Napoli si tratta di Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, voll. I-II-III. Emanuele Ciaceri (…), nel suo, ‘Storia della Magna Grecia’ pubblicato nel 1940, nel suo vol. I, a p. 264, sulla fine di Sibari, in proposito così scriveva che: “Così tragicamente chiudeva la sua vita la grande e ricca città di Sibari. I suoi cittadini superstiti riparavano (in parte almeno) a Lao e a Scidro, colonie sibarite, (1), donde poi doven fare vari tentativi di ricostruzione della loro patria, anche dopo che fu fondata Turio, la quale doveva essere la legittima erede.”. Il Ciaceri (…), a p. 264, vol. I, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Herodot. VI-21”. Emanuele Ciaceri, nel 1940, forse è uno dei pochi che ha scritto sulle tre colonie dei Sibariti. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a pp. 272-273 in proposito scriveva che: “Trovarono i Sibariti di Lao un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro ( Σχιδρος ), la quale, più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse mai ad avere una esistenza propria politica; onde di essa manca ogni traccia di monete e non è neanche ricordata dagli scrittori latini (3). Niente oggi puossi affermare circa il tempo in cui Scidro ebbe origine, nè riguardo il suo vero sito; chè la notizia più antica che abbiamo di Erodoto (l.c.), secondo cui a Scidro, come pure a Lao, sarebbero riparati i Sibariti superstiti alla catastrofe della loro patria (a. 510), nulla aggiunge a quanto v’è naturalmente da supporre che, sia sorta al tempo della potenza di Sibari e che quindi la sua origine non sia stata di molto posteriore a quella di Lao. Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV. (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) e della bontà dell’opinione prevalsa fra i moderni, secondo la quale è stata posta ove oggi è Sapri, (4) si dubita assai oggigiorno. Che però giacesse a sud di Lao, (5) non è per niente dimostrato; e molto meno si vede la ragione di collocarla a mezza strada della vallata superiore del fiume Lao, ove si tolga la supposta omofonia del nome di Scidro con quello odierno della località di “Papasidero” (6). V’è piuttosto, a nostro credere, ragione di giudicare che non si trovasse molto lontana da Pixunte. Pixunte, in greco ecc…”. Dunque, come ci informa correttamente l’archeologo Mario Napoli, il Ciaceri voleva che Scidro si trovasse non lontano da Pixunte. Il Ciaceri, nel riferirsi a Pixunte intendeva la città di Pyxous, che dovrebbe corrispondere ad un luogo ben fortificato vicinissimo all’odierna Policastro Bussentino. Il Ciaceri, a p. 272, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herodot. VI 21; Steph. B.: Σχιδρος, χολις ‘Ιταλιας. Di Scidro si occupò Oreste Dito, Notizie di storia antica (Roma, 1892).”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postilava che: “(1) Beloch, Gesch. I(2) 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F.H.G., II, p. 370″. Dunque, Emanuele Ciaceri (…) citava Oreste Dito (….), che nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 54-55, nel suo capitolo “La battaglia di Laos (390 av. C.)”, leggiamo che: “Più naturale invece mi sembra collocarvi Scidro. Veramente questa di Scidro è una quistione lasciata lì da parecchio, per la sua pochissima importanza. In Scidro si ritirarono parte dè Sibariti, che furono costretti a cercarsi un rifugio, distrutta la loro città, e l’unico accenno d’Erodoto, è così generale che nulla si può azzardare. Identificarla in Sapri, sol per una lezione sbagliata d’un codice, non c’è da pensare; solamente qualche nome può spingersi a delle ipotesi. Il nome di Cetraro può richiamarci ad un ‘Scidranum’ da cui Cedraro o Cetraro; però esso più verosimilmente si può riscontrare in ‘Citarium’, il ‘Citerium’ che Stefano Bizantino, sulla fede d’Ecateo Milesio, ricorda come città enotrica. Sembra invece che il nome Scidro s’avvicini molto di più al nome di Papa-Sidero, nome, come si vede, formato da due elementi, dalla parola greco-bizantina ‘papa’ (vecchio, antico), mentre l’altro è la trasformazione dello Σχιδρος d’Erodoto in ‘Shidro’, Sidero. Il comparire di questo borgo nel periodo bizantino, ricordando l’antica città ivi esistita, città che per la sua posizione mediterranea e per la sua pochissima importanza, doveva sfuggire agli occhi degli storici, è una conferma della nostra ipotesi. Essa trovavasi a metà sulla via che da Sibari portava a Laos, e come il moderno villaggio di Papa-Sidero, così Scidro era reso forte dalla stessa natura del luogo che la rendeva la chiave di Laos (1). Così si spiegano le parole di Diodoro, e l’imprudenza di cui taccia i Turiesi cade considerando la posizione di Scidro; perchè così padroni dello sbocco sul Coscile e di questa fortezza, ben possono spingersi ad un’azione comune cò Reggini su Laos. La via che da Sibari portava a Laos faceva sosta a Scidro, incominciando da questa fortezza a percorrere al piano di Laos, dall’attuale capo Scalea all’isola di Cirella. Precisa, sotto questo rispetto la descrizione di Diodoro. Il piano poi è atto ad una battaglia, non certo però nelle proporzioni esagerate di Diodoro. Strabone aggiunge presso l’eroo di Dracone. In seguito vedremo poi l’errore in cui è caduto Strabone per l’importanza da dare a queste sue parole. I Greci, senza speranza di ritirata, si rifugiarono parte sovra un’altura presso il mare (forse Cerilli, o il piano di Batum o Mercuri); parte s’affidarono alla liberalità di Leptine che s’ebbe favore presso i Greci contribuì a rompere l’alleanza trà Lucani e il fratello Dionisio. Ecc…”. Dunque, Oreste Dito così spiegava la sua tesi in merito alla posizione di Lao, della battaglia di Lao e della posizione sconosciuta di Scidro sua vicina. Oreste Dito, a suo dire analizza i versi di Diodoro Siculo e di Strabone che ci raccontano della battaglia dei Lucani contro la colonia sibaritica di Lao, avvenuta nell’anno 390 a.C..: “Questa battaglia che tanto importanza ebbe nelle vicende politiche delle popolazioni italiche, che d’allora, sotto il comando d’un Lucio presero quella personalità storica e politica dè tempi avvenire. Avvenne nel 390 av. C., data accettata in generale dagli storici moderni; Diodoro veramente la ricorda nella stessa olimpiade in cui i Romani divisero il territorio di Veio (393) e portarono la guerra agli Equi, a Veliterni; ecc..”. Sempre il Dito (…), a p. 52, in proposito scriveva che: “Così Diodoro (XVI, 18) confermato, per altro, da Strabone, che parlando di Laos accenna al fatto.”. Oreste Dito (…), a pp. 34-35, parlando della città greca di Siris sciveva che: “Città enotra, forte delle relazioni con gli Enotri, essa potette dominare incontrastata, contribuendo, come ricorda malamente Strabone alla distruzione di Metaponto; inoltre, essa facilmente potette estendere il suo dominio fino a Pyxous sul Tirreno prima che fossero aperte le vie di Laos e di Posidonia, escogitando così quel sistema di scambi commerciali per le vie di terra, sistema che tanta importanza ebbe nello sviluppo delle città dell’Ionio. Però queste stesse ragioni, che favorirono l’esistenza di Siri, generarono quella gelosia, che assolutamente doveva esser prodotta dal cozzo d’interessi, che mettevano Sibari di fronte a Siri in una regione comune, qual era quella degli Enotri. Se Siri, salendo il corso del fiume omonimo (Sinno), aveva un facile sbocco a Pyxus; anche Sibari, seguendo la via tracciata dal fiume Sibari (Coscile), aveva aperto, a traverso le foreste degli Enotri, quella via che passando per Campo-Tenese e toccando Scidro (vedi in prosieguo) faceva capo a Laos. Un’altra via da Campo-Tenese (Muranum) continuando per la regione, dove poi sorse Nerulo, sottoposta all’influenza degli Enotri-Sirini, e per la valle del Tanagra, conduceva a Posidonia; sicchè gl’interessi delle due città venivano a svolgersi nella medesima regione, di cui Sibari voleva il possesso assoluto e che ottenne facendo una politica del tutto italica.”. Il Dito in questo passaggio parla delle vie istimiche, degli itinerari che i greci delle città sullo Ionio percorrevano per arrivare sulle coste del mar Tirreno, toccare le colonie siritiche di Pyxous e quelle Sibaritiche di Scidro e di Lao per commerciare e raggiungere la colonia greca di Posidonia da dove partivano gli scambi commerciali con l’Etruria. Ma non mi trovo con alcune conclusioni del Dito che a me sembra ponga Scidro all’interno e non sul mare. Dito, a p. 34, scriveva che: “Se Sibari erasi resa potente nel commercio, non aveva dimenticato che in gran parte tale potenza era dovuta agli Enotri stessi. Laos doveva la sua importanza a tali relazioni, e Scidro era stata fondata a metà via tra le due città; la via che conduceva a Posidonia attraversava il territorio dè Sirini, e forte di tale posizione facile divenne il compito d’assoggettare Siri.”. Riguardo il posizionamento di Scidro, il Dito (….), partendo dal La Cava (…), “sul sito di Blanda, Lao, Tebe Lucana”, analizza pure le parole di Erodoto. Ma l’ipotesi di Dito, sebbene avesse dei fondamenti logici, rimane molto contraddittoria. Il Dito, analizzando ciò che scriveva Diodoro Siculo sulla battaglia, ipotizza luoghi e fatti non ancora del tutto chiariti. Oreste Dito (…), a p. 59 parlando delle due colonie di Pyxus e di Laos, in proposito scriveva che: “La posizione di queste città era garantita dalla stessa natura, e i due luoghi, i migliori della costa, dovettero essere sicuro rifugio à primi navigatori. Laos, fra l’isola di Cirella e il porto di S Nicola Arcella, e Pyxus fra i due porti di Scario e di Sapri, erano due stazioni di fermata per la navigazione di cabotaggio dei Tirreni, e offrivano lo sbocco più facile e naturale à Greci di Sibari.”. Emanuele Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Riguardo l’opera del Corcia citata dal Ciaceri, si tratta di Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 e ssg parlando del “promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” parlando di Scidro, in proposito scriveva che: “tempo all’invasione dè Lucani. Ma di fuori di queste, ignote sono tutte le altre memorie di Scidro, che conservava certamente Lico di Reggio nella sua storia della Sicilia, giacchè coll’autorità di questo storico, coetaneo di Demetrio Falereo (1), parlava di ‘Scidro’ Stefano Bizantino (2). Senza investigare veramente il sito, sospettava il Mazocchi che sorgesse nelle vicinanze di ‘Lao’ (3); nè prima di quel celebre archeologo ne determinava meglio la posizione l’Holstein, il quale situava ‘Cetraro’, all’oriente del fiume ‘Lao’ o ‘Laino’ (4), senza considerare ch’esser doveva una città marittima, al pari dell’altra città vicina, anche colonia dè ‘Sibariti’. Perciò con più di verisimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nell’odierno porto di ‘Sapri’, tuttochè vi credesse l’antica città di ‘Sipro’, ingannato dalla falsa lezione di alcune edizioni di Erodoto, in cui leggesi Σχιπον invece che Σχιδρος (5). Se non chè, affermandosi per costante tradizione che il nome di Sapri non fosse che un’alterazione di ‘Sybaris’, egli sembra che ‘Scidro’ ritenesse il suo nome sino all’arrivo dè Sibariti, che le imponevano quello della desolata patria.”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Suida, v. Λνχος”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Steph. Byz., v. Σχιδρος.”. Emanuele Ciaceri (…), però a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(7) Plinio, n.h., III, 72: ‘Oppidum Buxentum Graeciae Pyxus’. E ‘Buxentum’ hanno gli scrittori latini. Ma una vera forma latina del nome non c’è stata tramandata. Πνξονς troviamo in Strab. VI 253; Diodoro, XI, 59 e Steph. B.., il quale ultimo erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia. In Ptolom. III, 1, 18 si ha Βονξεντον “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Nissen, It. Landesk, II, p. 898.”. Il Caiaceri, a p. 273, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Beloch, Griech. Gesch., l. c. “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Byvanck, op. cit., p. 109, n. 3., il quale, secondo noi a torto, ripetendo a quanto pare l’interpretazione di scrittore locale, afferma: “hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus”.”. Infatti, il Byvanck (…), nel…….. nel suo “De Magnae Graeciae Historia Antiquissima”, a p. 109 così scriveva: “Scidrs 3) castellum in media via sita esse videtur, quo loco nunc ‘Papasidero’ est in valle Lai superiore. Colonia erat Sybaritarum qui post Sybarim eversam Laum et Scidrum fugissent 4).“. Il Byvanck (…), a p. 109, nella sua nota (3) postillava che: “(3) (Scridrus)(Latine non memoratur), Graece Σχιδρος, hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus; – cfr. tab. mil. 220-221, – O. Dito, Notizie di Storia antica, Roma, 1892. – Alii non recte Scidrum ‘Sapri’ hodiernum esse contendunt.”. Sempre il Byvanck, a p. 109, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Her. 6, 21; Steph. Byz. s.v., qui Lycum laudat εν τψ περι ‘Αλεξανδρον saeculo IV igitur urbs exstabat.”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, nel 1940, nel suo vol. I, a pp. 273-274-275, parlando di “Pixunte”, in proposito scriveva altre cose interessanti anche su Scidro e diceva che: “Pixunte in greco Πνξομς, e presso gli scrittori latini ‘Buxentum (7) da cui traeva il golfo (G. di Policastro). giaceva sulla sponda sinistra dell’omonimo fiume, e cioè sul colle ad esso soprastante ove oggi è “Policastro di Bussento” (1) Non è detto che essa fosse colonia della ionica Siri; ma per affermarlo ne hanno dato argomento e l’osservazione che giaceva sul mare Tirreno, per così dire, dirimpetto a lei, e il fatto che già intorno all’a. 560 esistevano magnifici stateri di Siri sui quali leggevasi da un lato Σιριος, e dall’altro Πνξοες (2). La circostanza, che codesti stateri sono del tutto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari ed hanno in caratteri achei la leggenda Σιριος, troverebbe spiegazione in ciò che allora v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento incusi attestante l’esistenza della cosiddetta lega achea; che, come dicemmo, ionica era la città di Siri (3). E’ indubitato che nella posizione di Pixunte e nella sua alleanza con Siri devono ricercarsi le ragioni delle gelosie e della rivalità dei potenti Sibariti verso la città ionica, che prima costrinsero a riconoscere la loro egemonia e poi attaccarono e distrussero, dal momento che da quella posizione e da quella alleanza essi si vedevan tagliata la via di comunicazione per Lao e Scidro, con Posidonia e quindi con le coste dell’Etruria (4). Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (5). E in tal caso si giungerebbe facilmente alla conclusione che la colonia di Scidro doveva trovarsi, come noi riteniamo, non molto lungi da Pixunte.”. Il Ciaceri, nel suo vol. I, a p. 275 continua il suo racconto su Pixunte e ci parla di Micito di Reggio ecc…Il Ciaceri (…), a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(7) Plinio, n.h., III, 72: ‘Oppidum Buxentum Graeciae Pyxus’. E ‘Buxentum’ hanno gli scrittori latini. Ma una vera forma latina del nome non c’è stata tramandata. Πνξονς troviamo in Strab. VI 253; Diodoro, XI, 59 e Steph. B.., il quale ultimo erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia. In Ptolom. III, 1, 18 si ha Βονξεντον “. Il Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Sarebbe stata presso la foce del Bussento, a due km. ad ovest dell’odierna Policastro; v. L. PONELLE, Melag. d’archeol., 1907, p. 270 sgg.; Byvanck, op. cit., p. 106, n. 7.”. Riguardo la citazione del Ciaceri del Ponelle L., in una nota si postillava che: “Pixous era una sorta di statio lungo una via che da Sibari , per Siri , arrivava al Tirreno e di qui a Paestum : L. Ponnelle , Le commerce de la première Sybaris . Sybaris et Siris rivales commerciales in “ Mélanges d’Archéologie ..”, ovvero il saggio di Ponelle è contenuto in “Mélanges d’Archeologie et d’Historie”, XXVII ( 1907 ) , III – IV , pp . 243-276. Infatti, L. Ponelle (….), a p. 270 parlando della rivalità commerciale tra Sibari e Siris cita anche Pixunte e scriveva che:

Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) v. Garrucci, II, p. 145, tav. CVIII, n. 1, 3; HEAD2, P. 83 SG.”. Il Carucci a p. 274, nella sua nota 3) postillava che: “(3) v. sopra a p. 134 sg.”. Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. LENORMANT, I, p. 263 sgg., p. 275; BUSOLT, Griech. Gesch., I°, p. 412; PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Dunque, facciamo il punto della situazione. Il Ciaceri a p. 274, in proposito scriveva di SCIDRO che: “Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (5).”. Continuando a riflettere su ciò che scriveva il Ciaceri, vorrei ritornare sulla questione dei rapporti commerciali della colonia greca di Scidrus. Il Ciaceri, a p. 274 scrivendo dei rapporti della colonia Siritica di Pixunte (Pissunte) scriveva che: “E’ indubitato che nella posizione di Pixunte e nella sua alleanza con Siri devono ricercarsi le ragioni delle gelosie e della rivalità dei potenti Sibariti verso la città ionica, che prima costrinsero a riconoscere la loro egemonia e poi attaccarono e distrussero, dal momento che da quella posizione e da quella alleanza essi si vedevan tagliata la via di comunicazione per Lao e Scidro, con Posidonia e quindi con le coste dell’Etruria (4).”. Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. LENORMANT, I, p. 263 sgg., p. 275; BUSOLT, Griech. Gesch., I°, p. 412; PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Infatti, Francois Lenormant (….), nel suo vol. I, della sua “La Grande-Grèce”, a p. 263 scriveva dei rapporti della colonia vicina di Posidonia e gli Etruschi (i Tirreni) che venivano a prendere le merci per portarle al Nord d’Italia. Le merci che provenivano dalla Grecia, da Mileto venivano trasportate dalla potente Sibari e da Siris, poste sullo Ionio, attraverso la via Istimica interna arrivavano a Lao e a Scidro e poi anche a Pixunte.

Il Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri citava l’altra opera del Pais ma io possesso la “Storia dell’Italia Antica” del Pais. Infatti, nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, in proposito scriveva che: “Gli Etruschi raggiunsero poi la Campania. Apprendiamo da Dionigi di Alicarnasso che nel 524 a. C. in compagnia di molti popoli barbari, come Umbri e Dauni, tentarono di conquistare la città greca di Cuma. Ma i Cumani ricacciarono ecc…Da vari dati si ricava che alcune città della Campania furono soggiogate o fondate dagli Etruschi…..E’ bensì vero che verso la metà del V secolo i Sanniti si sovrapposero agli Etruschi nella Campania;…..Gli Etruschi occuparono il paese degli Oschi fino a Marcina posta non lungi da Salerno. Anche l'”ager Picentinus” limitrofo al Silaro venne in loro potere; il fiume che ivi scorre si chiama anche oggi Tusciano. Gli Etruschi non oltrepassarono tuttavia, per quel che pare, la foce del Silaro, ove era la colonia greca di Posidonia (Pesto). Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trizene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia appare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”, e poi a p. 205 scriveva che: “Comprendiamo che attraverso il commercio dei Sibariti giungevano svariati prodotti dell’Asia. Soprattutto i Milesi diffondevano merci preziose, etc…”. Il Pais, a p. 358, vol. I, nelle sue note al Libro II postillava che: “p. 205. Le mie osservazioni sulle relazioni commerciali dei Sibariti, dei Milesi e degli Etruschi, sull’estensione della potenza Etrusca ecc.., esposi e documentai in miei libri precedenti, (Storia della Magna Grecia; Italia Antica). Ivi ho raccolto e discusso testi e materiali antichi.”. Dunque il Pais scriveva che le due colonie greche di Lao e di Skidro, la potente colonia di Sibari, posta sullo Ionio, commerciava le merci provenienti dalla Grecia e dai Milesi attraverso le due sue colonie alleate di Lao e Scidro, dai cui porti le merci venivano trasportate a Posidonia da dove venivano acquistate dagli Etruschi. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione……Le vicende di queste due città s’intrecciano. Sibari, alla confluenza dell’omonimo fiume Crati, era in amena regione costituita da ampia vallata. A settentrione sovrastava solenne il monte Pollino (2270 m.) le cui falde erano coperte di boschi, ecc…Erodoto diceva che non vi erano state altre città legate da vincoli così cordiali. Quando verso il 510 a.C. Sibari fu distrutta, i Milesi si rasero per il dolore il capo; ma Erodoto aggiunge che i coloni Sibariti a Skidros ed a Laos situate sulle coste opposte del mar Tirreno non mostrarono altrettanto dolore, allorchè Mileto nel 494 a. C. fu presa dai Persiani. I Milesi importavano in Sibari vasi, vesti e preziosi prodotti dell’Oriente e ne esportavano materie prime. Per mezzo della cittàà amica inviavano le loro mercanzie a Laos, a Skidros, a Posidonia, colonie dei Sibariti, e, come abbiamo già notato, ve le ritiravao i Tirreni signori appunto del paese limitrofo a Posidonia. Gli Etruschi consegnavano in cambio fra l’altro metalli, rame, stagno ed il ferro dell’Elba, che fu poi sottoposta alla vicina Populonia. I Sibariti furono sconfitti e dopo settanta giorni di assedio la loro città fu presa. I Crotoniati la distrussero e, stando alla tradizione, fecero passare su di essa il corso del fiume Crati……(a p. 271, cap. VII) Scacciati dai Crotoniati, i Sibariti cercarono rifugio presso le loro colonie di Laos e di Skidros sulle opposte coste del Tirreno; ma ve li perseguitarono i loro tenaci nemici finchè Ierone di Siracusa mandò in difesa dei fuggiaschi il fratello Polizelo. La perenne inimicizia dei Crotoniati, od il timore dei popoli Sabellici, e particolarmente dei Lucani i quali già invadevano il suolo della Magna Grecia e si spingevano sino ale coste del mare, indussero gli abitanti ecc…La nuova Sibari fu fondata ove, secondo il responso, nasceva la fonte Thuria. Ecc…Uomini illustri furono inviati a stabilirsi nella nuova città. Fra essi fu Erodoto, che ivi scrisse parte della sua opera e fu perciò anche designato col nome di Thurios. La SIBARI preellenica prese allora, per distinguersi dalla terza Sibari, il nome di Thurii. Ecc….(p. 281, cp. VII) La distruzione di Sibari tornò a beneficio dell’achea Crotone. (p. 284) S’intende che dopo la distruzione di Sibari i Crotoniati non sentissero più ritegno nella loro sete d’Impero. Allo stesso modo che non si trattennero di perseguitare i fuggiaschi Sibariti, che avevano cercato riparo sulle coste del Tirreno nelle colonie di Laos e di SKIDROS, essi mossero arditamente guerra ai Locresi, traendo ragione o pretesto della circostanza che costoro avevano già per il passato inviato aiuti agli abitanti della ionica Siris. Avvenne allora la battaglia della Sagra, celebrata da Stesicoro detto Imera, ecc…..(p. 294) Nella regione situata nel golfo Lamentino (S. Eufemia) si trovava Terina ecc…Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche. Rispetto a PYXOUS apprendiamo che più tardi (nel 471 a. C.) l’arcade Micito, tutore dei figli di Anassilao di Regio, vi condusse una colonia. Regio mirava da un lato a seguire la secolare politica di ostilità contro i pirati Tirreni, dall’altro, avendo relazioni nell’Ionio, cercava controbilanciare, anzi render vana, la concorrenza delle città Achee. Raggiungendo da Buxentum i monti che sovrastano a Sapri e discendendo poi verso le coste dello Ionio nella Siritide, Regio, divenuta signore di Pyxous, si collegava con Taranto invisa agli Achei di Metaponto, di Sibari e di Crotone.“. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “A 9 km. oltre il fiume Bussento, nel posto dove oggi è Sapri, si vuole da alcuni allogare ‘Scidrus’, che da altri si colloca a Papasidero, oppure la stazione ‘Cesernia’ della strada litorale ionica (1). Continuando a scendere lungo la costa, si oltrepassa Maratea e si raggiunge la foce del Noce che, prima di sboccare, lasciava a sinistra ‘Blanda’. Poco dopo l’isoletta Dino, ricca di grotte, fronteggia da vicino la costiera. Proseguendo si incontra, poco dopo, Scalea, che sembra fosse il porto di Lao (2). Ecc..”. Il Magaldi, a p. 37, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste identificazioni topografiche si riparlerà nel c. VIII.”. Dunque, il Magaldi ci parla di Sapri cap. VII che si trova nel suo vol. II della sua “Lucania Romana”. Il Magaldi, a p. 37, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Nissen, o. c., II, p. 898.”. Riguardo l’opera del Nissen, citato dal Magaldi, si tratta di Heinrich. Nissen (…). Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Dunque, in Hinrich Nissen, vol. I a p. 534 leggiamo che: “…….
L’archeologo Jean Berard (7) affermava: “di Scidro, salvo questo particolare, non sappiamo nulla: ne ignoriamo completamente la storia, ma pare che sia sempre restata una piccola borgata, di scarsa importanza forse una semplice base fortificata. La si vuole di solito localizzare a Sapri, nelle immediate vicinanze di ‘Pissunte’: localizzazione non troppo assurda, se Pissunte nel sec. VI, non fu una postazione sirita, ma per ora nessuna scoperta archeologica l’ha confermato.”.
L’archeologa Giovanna Greco, in un suo scritto sostiene che, “Il recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico, sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica, ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (1). Il Nissen (9) e il Ciaceri (10), collocano Scidro non lontano da Pixunte (l’odierna Policastro). Il Ciaceri sostiene : “trovarono i sibariti di Laos un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro, la quale più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse ad avere un’esistenza politica propria”. Una forte tradizione locale vuole Scidro localizzata a Sapri, forse sulla scorta dell’Antonini e di alcuni storici eruditi locali come il Gallotti (13). Secondo il Corcia (8): “Scidro sarebbe una città antichissima non molto discosta dal Bussento e di origine pelasgica”. Il Barone di San Biase, Giuseppe Antonini (….), così scriveva in proposito alla colonia Sibaritica di Scidro: “Appresso pochissimi degli antichi trovo di esso fatta menzione. Uno di questi fu Erodoto, l’altro Frontino. Quello che solo ci da lumi di esserci stato, ma anche da chi abitato: Questo ci fa sapere verso i suoi tempi qual fosse. Allor che i Crotoniati distrussero Sibari al tempo di Dario Istaspe (1), circa l’Olimpiade LXV, siccome molti scrivono, i Sibariti all’eccidio avanzati, per vaj luoghi si dispersero: altri andarono in Posidonia, siccome sopra si è detto, altri ad abitar Lao o Talao, città degli Argonauti edificata, ed altri vennero diciotto miglia più ad occidente a Sapri. De primi che andarono in Posidonia ci diede notizia Strabone. Dei secondi, il già citato Erodoto nel libro 6, narrando i travagli che i Milesi, da Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino ce’ il dice: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exbibuerunt’. Abitavan dunque Sibariti ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto essere detto anche Sybaris, dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente poi fu detto Sapri”. L’Antonini, a p. 430, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’ ha fatto credere all’Olstenio, che sia più tosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anco appresso Stefano si legge ΣΚΙΔΡΘC, παλις Ιταλιας. Το εθγιχον, Σχιδρανος Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Nella sua nota (3) dice: “(3) Circa quindici miglia lontano da Sapri abbiamo un simile esempio anche Greco; cioè che altri dall’abbandonato paese abbian dato il nome al nuovo, che son passati a fondare, o ad abitare. Egli è tre miglia sopra Maratea tra quelle colline, ed è chiamato Trecchina. Questo luogo fu fondato dai Greci che tenevano le montagne vicino le Termopile, chiamate anche Trechina, come si può da Erodoto, da Pausania, e da altri autori vedere. L’abbandonarono durante la Guerra Peloponnesiaca.”. L‘Antonini nella sua nota (2) di pagina 429, a proposito del ‘Sipron’, citato nel passo di Erodoto, scriveva: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’, ha fatto credere all’Olstenio che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano (3), si legge: “Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro atraverso per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno di cui parla il Pais e che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Sempre riguardo la colonia sibaritica di Scidro vorrei segnalare che Giulio Giannelli (….), nel 1924, nel suo “Culti e miti della Magna Grecia – contributo alla storia più antica delle colonie greche dell’Occidente”, a pp. 138-139 (Appendice III) parlando di Sibari e della sua monetazione, in proposito scriveva che: “Non si può fare a meno di pensare alla tradizione della Ktisis di Sibari, conservataci da Aristotele (2), la quale faceva arrivare sulle sponde dell’Ionio, insieme agli Achei, anche un nucleo di coloni Trezenii, che dovettero poi sloggiare da Sibari; ed è felice ipotesi quella secondo la quale propro questi Trezenii sarebbero i fondatori della colonia alle bocche del Silaro, ove probabilmente già i Sibariti avevano uno stabilimento commerciale (3). A sostegno di questa teoria viene appunto la testimonianza delle monete, della grande diffusione del culto di Posidone in quella città e dell’onore in cui questo dio era ivi tenuto (1). ecc…ecc…Sulle monete del secondo periodo, esibendi anch’esse la figura del dio di Trezene, troviamo però sul retro, il tipo del toro sibarita: è il portato dell’emigrazione a Posidonia dei fuggiaschi di Sibari, i quali evidentemente, oltre che a Lao e a Scidro (4), dovettero trovar rifugio anche in questa città (5). Il significato fluviale del toro, che già ci apparve manifesto sui coni^ di Sibari, permane sulle monete Posidoniati: cambia però il fiume simbolizzato dalla figura taurina. Non è più il Crati, bensì il Silaro, un fiume che i coloni di Posidonia già verosimilmente veneravano ecc…”. Il Giannelli, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Così vuole la tradizione; le fonti in Byvanck, p. 126, n. 2”, in cui il Byvanck ci parla della monetazione di Sibari. Il Byvanck parla di Scidro a pp. 108-109. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 79 parlando della conquista della lucana Pesto da parte di Alessandro il Molosso e l’itinerario da egli seguito, in proposito scriveva che: “S’impone ora la domanda relativa all’itinerario seguito dalle sue truppe per raggiungere Paestum. Alcuni studiosi pensano, sulla scia del Beloch, che il re abbia attraversato tutto il territorio lucano penetrando poi nella pianura pestana, altri ritengono che vi sia giunto per mare (77). Una terza ipotesi, avanzata da Pareti, si fonda sulla possibilità di una marcia da Turì al Tirreno, rimontando per Scidro verso Paestum con l’intento di liberare le città costiere di Laos, Pyxus ed Elea; dello stesso parere è C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78). In effetti questa soluzione avrebbe permesso all’Epirota un viaggio celere e sicuro rispetto a quello che l’avrebbe portato dallo Ionio al territorio poseidoniate attraverso la valle del Basento, di Serra e poi il Tito, il Platano ed il Sele (79).”. La Catalano, a p. 79, nella nota (75) postillava che: “(75) C.A. Giannelli, art. cit., p. 12 n. 35”. La Catalano qui si riferisce al testo di C. A. Giannelli (….), “L’intervento di Archidamo e di Alessandro il Molosso in Magna Grecia”, in “Critica storica”, VIII, 1969. Vi è pure un altro testo molto interessante che ci parla di Scidro, di Lao e di Alessandro il Molosso. Si tratta di Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924. La Catalano, a p. 79, nella nota (76) postillava che: “(76) Per l’itinerario del Molosso v. E. Lepore, Incontri di economie e di civiltà, in “Atti II Conv. St. sulla Magna Grecia”, cit., p. 219″. La Catalano, a p. 79, nella nota (77) postillava: “(79) C.A. Giannelli, art. cit., p. 16, definisce “più convincente” l’ipotesi del Pareti.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Il movimento migratorio dei Greci verso l’Italia meridionale e la Sicilia sarà cominciato probabilmente verso la metà dell’VIII secolo…Cominciando pertando dalle prime quattro città principali – Taranto, Metaponto, Siri e Sibari – le troviamo disposte dalla tradizione, per la data di fondazione, in quest’ordine: Metaponto (773 a.C.), Sibari (708), Taranto (706)(1). In realtà le ricerche….Siri sarebbe infatti sorta alla metà del VII secolo, ecc….Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro e con un altro alle foci del Silaro, al quale tenne subito dietro (alla fine del VII o al principio del VI secolo: cfr. Beloch I, 2, 229 sg.), la fondazione di Posidonia, per parte dei Trezenii.”. Giannelli, ci parla di “Scidro” anche a p. 305, dove in proposito scriveva che: “Non è per altro escluso che la ktisis di Sibari abbia preceduto di qualche tempo quella di Siri e che i coloni Sibariti abbiano avuto buone ragioni per lasciare addietro il lungo tratto di costa lucana fra Taranto e le bocche del Crati, per venire a stabilirsi alla base della penisola del Bruzio…..ma, fra le genti che vennero a stabilirsi a Sibari erano in buon numero, a lato degli Achei, come abbian veduto, i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’unpodei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio. Intanto i Trezenii di Sibari si spingevano anche più a nord e, alle foci del Silaro, ponevano un altro stabilimento: che siano stati in particolar modo, i Trezenii sibariti i fondatori di esso, sembra indicarlo il culto di Hera Argiva, da loro ivi localizzato. Di lì a poco, tutte le genti trezenie di Sibari, lasciavano la loro sede primitiva e, non lungi da quello stabilimento, fondavano – una vera e presto florida – città, Posidonia.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Firenze, 1963, nelle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 282 e ssg. riferendosi alla città di Cuma, in proposito scriveva che: “Per l’origine greca di questa città, i recenti ritrovamenti archeologici indicano gli ultimi anni dell’VIII secolo e i primi del VII; e viene fatto di pensare che non solo per ragioni di opportunità commerciale abbiano i Calcidesi scelto il golfo di Napoli, bensì anche perché le coste lucane dovevano ormai essere ipotecate dall’espansione dei Sibariti e dei Siriti e costellate dei loro stabilimenti commerciali, fra i quali forse già comparivano le città di Lao, di Scidro, di Pixunte. Nudo di colonie greche restava tuttavia il Bruzio meridionale, ad eccezione dell’estrema punta, sulla quale i Calcidesi avevano stabilito, di fronte a Zancle, la città di Reggio.”.
Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 117 e ssg., in proposito scriveva che: “Un’altra condizione vitale allo sviluppo di Sibari era di raggiungere la sponda del Tirreno, stabilire ivi colonie, e così potere trafficare in Occidente, mentre il commercio col bacino orientale del Mediterraneo era esercitato direttamente dalla metropoli. La conquista della valle del Crati aveva condotto i Sibariti nel cuore del Bruzio; ….ecc…quando i Sibariti spingersi all’opposto mare da questo lato, vi arrivavano per un’altra via naturale, più a Nord, vale a dire attraversando l’Appennino al colle di Campotenese, che pare fatto a posta per mettere in comunicazione i due versanti. Da questa parte non eranvi città considerevoli, che avessero potuto ostacolare l’espansione; e anche la resistenza degli indigeni, non garantita sufficientemente dall’asprezza del terreno, poteva essere con facilità evitata. Inoltre, in questa maniera essi si avvicinarono, e poterono stringere patti e relazioni commerciali con le ricche popolazioni dell’Italia centrale, rimasta quasi fino allora fuori del raggio dell’influenza delle colonie della Magna Grecia e della Sicilia; etc..Nessuno autore parla di proposito intorno a queste imprese coloniali di Sibari, e nemmeno si sa il tempo in cui esse incominciarono; talchè siamo costretti, come al solito, di raccogliere scarse notizie qua e là, veri ruderi di tradizioni, ordinarle, vagliarle e confortarle con gli avanzi archeologici di quelle nobilissime città. La deduzione di queste colonie, come in parte ho detto, dovette incominciare anteriormente alla guerra e alla caduta di Siri; mentre la conquista della valle del Crati doveva risalire ai primi tempi della fondazione di Sibari. Infatti due argomenti possono sussidiare la mia supposizione: cioè la lega monetaria fra Sibari e due delle sue colonie; la tutela che queste poterono accordare ai fuggiaschi Sibariti, dopo la loro sconfitta. Se si considera che dalla caduta di Siri alla sconfitta di Sibari intercede una ventina di anni appena, bisogna venire alla conclusione che quelle città, per essere giunte a quel grado di sviluppo, dovevano essere state fondate da un pezzo. Nella seconda parte di questo studio ho espresso il dubbio che la cagione della guerra con Siri fosse derivata appunto da questa colonizazione, cioè per i naturali attriti tra le colonie di Sibari e Pyxus, colonia di Siri, a danno della quale le prime cercavano di allargarsi su questo lido. Se si considera poi che Lao, posta proprio sul confine del Bruzio, era la più meridionale di quelle colonie, facendo astrazione etc…, bisogna ammettere che essa fosse stata la prima in ordine di tempo, e che quindi Posidonia, la più settentrionale, fosse atata l’ultima delle fondate. Ora, calcolando approssimativamente il tempo necessario all’affermazione e allo sviluppo di ognuna, si può azzardare il giudizio che Posidonia, la quale certamente coniò monete insieme a Sibari in quei venti anni, che passarono tra la caduta di Siri e la vittoria dei Crotoniati del 510, e della quale si sa che nel 530 vi si rifugiarono i Focesi provenienti dalla Corsica, tenendo anche conto che l’uso di imporre alle città nomi di divinità incomincia intorno, o poco prima di questo tempo, avesse potuto precedere di poco la caduta di Siri; mentre la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almento 15 o 20 anni innanzi. Con ciò non voglio dire che i Sibariti avessero fondato ex novo Posidonia, ma intendo parlare solo del loro stabilimento in essa. Sibari dovette necessariamente, almeno nei primi anni, offrire protezione ai propri coloni per mezzo di una flotta in quelle acque, etc…(p. 120) Anche la via di terra dovevano battere mercanzie, che, giunte a Sibari dall’Oriente, dovevano essere inviate alle popolazioni della Campania e dell’Etruria. Sicchè Lao veniva ad essere un emporio importantissimo, una grande succursale di Sibari, sul Tirreno, in relazioni continue e dirette con questa. Le altre, poste più a Nord, erano come altrettante stazioni intermedie di approdo alle navi, che da Lao si recavano sulle coste dell’Italia centrale, e viceversa; però esse, a poco a poco, dovettero esercitare il commercio per proprio conto, e, sfruttando le terre ubertose della Lucania, poste sotto la loro immediata dipendenza, poterono in breve svilupparsi, ed affermare la loro autonomia. Gli autori antichi nominano tre colonie di Sibari sul Tirreno: Lao, Scidro, Posidonia, tutte sulla costa lucana, anche Lao, come vedremo. Fra Posidonia, della quale rimangono copiosissime rovine, e Lao, della quale è facile rintracciare il sito, doveva sorgere la città di Scidro; che insieme a Lao accordò ospitalità ai miseri Sibariti, come racconta Erodoto (VI, 21): “Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε χαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι “. Però non è facile stabilire il sito di Scidro, nominata due volte sole, da Erodoto e da Stefano Bizantino, che riporta un passo di Lycos di Reggio. Essa doveva bensì essere colonia di Sibari, e di certa importanza per aver potuto accordare ospitalità e protezione ai cittadini della metropoli, dopo la loro sconfitta; ma non ebbe forse mai l’importanza e la grandezza di Lao e Posidonia, altrimenti sarebbe rimasta qualche altra notizia intorno alla sua esistenza e qualche rudero. Essa dovette scomparire prestissimo, prima della conquista romana di questa parte d’Italia, perchè non compare nè fra le colonie, nè fra i municipi romani, e nemmeno degli itinerari. Ignote restano altresì le cause della sua precoce decadenza. Io so di qualcuno (Michele Lacava, che si occupò in tutta la sua vita, con molta diligenza, di gravi questioni archeologiche) che voleva assegnare come sito di Sidro un recinto poligonale antico detto le ‘Rovine delle Camerelle’, sull’estremità settentrionale del moderno porto di Sapri. La cosa potrebbe avere qualche fondamento, ma non credo che si possa assegnare il sito si una antica città, basandosi solament su pochi avanzi di antiche costruzioni chi sa di che tempo, su di una costa che fu, nel passato, occupata non solo da grandi centri di abitazione, ma anche da molte fattorie. Nè credo che il Lacava adducesse ragioni molto positive per sostenere la sua tesi, quantunque io non abbia ancora potuto leggere la sua rarissima monografia intorno a questo argomento. Scidro non dovette salire ad un alto grado di sviluppo, perchè non coniò mai monete per proprio conto, infatti non se ne conosce nessuna: il ritrovamento di monete qualche volta può spargere luce su intricate questioni topografiche e storiche. Il terreno presso la Punta del Fortino, dove sono le ‘Rovine delle Camerelle’, è sufficientemente spazioso per avere potuto contenere una città di 4 o 5000 abitanti; però questa circostanza non decide nulla, e ci vuole ben altro per arrivare ad un risultato concreto. Anzi io inclino a credere, stando alle distanze date dagli itinerari, che il recinto antico di Sapri appartenesse più tosto all’antica stazione di Blanda, salita nei bassi tempi a qualche importanza; mentre Scidro si potrebbe pensare ad un altro luogo sparso di rottami, di tracce di muri e di altri avanzi di antichità, più a Sud, a 4 km. dal mare, nel territorio ‘Piarelli’, presso ‘Monte Paleocastro’. Questo sito presenta gli stessi caratteri di Lao, che era alquanto discosta dal mare; ma non vi insisto, perchè non si possono addurre prove decisive. Scidro potrebbe essere stata trasformata, in seguito, in un borgo lucano. Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovesse essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide. Si può aggiungere solo che Scidro probabilmente poteva essere ancora in piedi al principio del sec. 3° a.C., per la notizia che ne dà Stefano Bizantino, attingendo da Lycos di Reggio (cfr. fram. 1°): “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου“. Se la mancanza di materiale mi costringe al silenzio su questo argomento, la esuberanza di rovine e di notizie intorno alla più settentrionale delle colonie di Sibari, Posidonia, mi fa tacere per un’altra ragione. Etc…Così i Sibariti si erano resi padroni di tutta la costa lucana di questo versante, dal Lao al Silaro, per una lunghezza di 650 stadi (Strabone VI, 252-3) = Km. 120 circa. Ma lasciamo le questioni posidoniate, per ritornare al confine settentrionale del Bruzio, dove era stata dedotta la prima colonia dei Sibariti, la quale visse lungamente, e mostrò, nella sua storia e nelle monete, di essere stata degna discendente di Sibari. Etc…”.
Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a p. 127, riferendosi alla città di Lao, in proposito scriveva che: “Quindi si può dire senz’altro che i Sibariti dedussero tutte le loro colonie, delle quali rimangono notizie sicure, senza esagerarne il numero come ha fatto il Tropea (Storia dei Lucani, p. 168), sulla costa lucana esclusivamente, la quale cadde tutta in loro potere, dal Silaro al Lao.”.
Scidro, colonia di Sibari
Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, consegnai a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“. Nello studio, raccoglievo e citavo tutti i miei precedenti studi fatti sulla zona di Sapri, e continuando il mio racconto, in proposito alla colonia di Scidro, scrivevo che Sybaris (Sibari), colonia greca sulla costa ionica fra i fiumi Crati e l’omonimo Sibari, celebre per la sua ricchezza e raffinatezza e per il suo ciclo di vita altrettanto splendido che breve. La prosperità, i rapporti con paesi lontani e la fine precoce e violenta (511-510 a.C.) hanno reso leggendaria Sibari già nel mondo antico. Ne parlava Strabone (VI, 263), il quale tra le altre cose ci riferisce che si impiantò solidamente sulle coste tirreniche fondando tre città: Poseidonia (l’attuale Paestum), Pyxus (l’attuale Policastro) e Lao. Sibari, subì una tremenda distruzione da parte dei crotoniati. L’altra colonia di Sibari, ove si sarebbero rifugiati i sibariti dopo il 510, è Scidro, ma il noto storico antico Strabone non ne fa cenno nella sua Geografia (….), e ne abbiamo ricordo solo nell’episosodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (…), con ricordi di Lico di Reggio (storico del III secolo a.C.) ed in Ateneo (…). Gli archeologi Amedeo Maiuri (…) e Mario Napoli (…), in assenza di dati topografici certi, negarono la localizzazione di Scidro con Sapri, mentre invece senza valide prove la collocarono a Belvedere marittimo in Calabria. Una forte tradizione locale vuole Scidro localizzata a Sapri, forse sulla scorta dell’Antonini e di alcuni storici eruditi locali come il Gallotti (…). In particolare, il barone di S.Biase, Giuseppe Antonini, credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò “Sapri” (Subaris-Subaron-Sipron-Sapron). Di Sibari e delle sue colonie fondate sul Tirreno, ne parla il geografo greco Strabone (VI, 263) il quale, tra le altre cose, ci riferisce che si impiantò solidamente sulle coste tirreniche, fondando tre città: Poseidonia ( l’attuale Paestum), Pyxus (l’attuale Policastro) e, Lao. Strabone (…), così dice: “Dopo Palinuro, il porto e il fiume di Pyxus; unico, infatti, è il nome di tutti e tre. La popolò Micito di Reggio, il signore di Messene in Sicilia, ma gli abitanti andarono via di nuovo, tranne pochi. Dopo Pyxus un’altro golfo e il fiume e la città di Laos, ultima tra le città lucane, poco elevata sul mare colonia di Sibari a 400 stadi da Elea.”. Sibari, subì una tremenda distruzione da parte dei crotoniati. Strabone (….), scriveva: “Dopo Palinuro, il porto e il fiume di Pyxus; unico, infatti, è il nome di tutti e tre. La popolò Micito di Reggio, il signore di Messene in Sicilia, ma gli abitanti andarono via di nuovo, tranne pochi. Dopo Pyxus un’altro golfo e il fiume e la città di Laos, ultima tra le città lucane, poco elevata sul marecolonia di Sibari a 400 stadi da Elea.“. L’altra colonia di Sibari, ove si sarebbero rifugiati i sibariti dopo il 510, è Scidro, ma il noto storico e geografo Strabone, non ne fa cenno nella sua Geografia (…) ma, ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (…), con ricordi di Lico di Reggio (storico del III secolo a.C.) ed in Ateneo (…). L’archeologo Mario Napoli (…), in un suo studio, scriveva in proposito: ” L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Exidqos, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c,d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron’ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Il Berard (…) afferma: “di Scidro, salvo questo particolare, non sappiamo nulla: ne ignoriamo completamente la storia, ma pare che sia sempre restata una piccola borgata, di scarsa importanza forse una semplice base fortificata. La si vuole di solito localizzare a Sapri, nelle immediate vicinanze di ‘Pissunte’: localizzazione non troppo assurda, se Pissunte nel sec. VI non fu una postazione sirita, ma per ora nessuna scoperta archeologica l’ha confermato.”. Nel 2014, è apparso sul web lo studio “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, di Antonio Scarfone (…), che ha aggiunto chiacchiere alle tante chiacchiere già dette sulla stele marmorea. Scarfone, sulla scorta del Johannowsky (…) e, di La Greca (…), nel suo recente saggio “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, pubblicato sul sito dell’ISPRA, p. 448 parlando di Sapri citava il La Greca (…), e nella sua nota (3), postillava che: “D’invidiabile ubicazione geografica l’antica baia era certamente sito strategico e porto naturale sicuro, luogo bonificato dai Greci nel V secolo a.C. L’insediamento litoraneo diventerà un attivo scalo commmerciale e porto naturale sicuro, luogo bonificato dai Greci nel V sec. a.C.”. Da cosa Scarfone desumesse che nel V sec. a. C., fosse luogo bonificato dai Greci, non ci è dato sapere. Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana” (che il Cesarino riteneva essere la massima autorità nel campo), a p. 95 parlando di Alessandro il Molosso e delle guerre dei Tarantini contro i Lucani, in proposito scriveva che dopo la conquista di Pesto da parte di Alessandro il Molosso scrive che nel suo itinerario toccò la città di “Scidro” “pasando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani;” e, scriveva pure che queste città, compreso Scidro erano non molto distanti da Pesto e si trovavano come Pesto e Velia avrebbe “rasentato il litorale tirrenico”. Il Magaldi, a p. 95, nella sua nota (2) postillava che: “(2) F. Lenormant, La Grande-Grèce. Paysages et histoire, vol. I, Parigi, 1881, p. 40”. Il Magaldi a p. 95, nella sua nota 839 postillava che: “(3) Cfr. Ciaceri, o. c., III, p. 11. L’itinerario terrestre è sostenuto anche dal Beloch, Griechische Geschchte, Strasburgo, 1887, vol. II, p. 594, nonchè dal Racioppi, o. c., I, p. 322.”. Il Magaldi, a p. 95, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. Ciaceri, o.c., III, p. 11. Il Ciaceri ricostruisce questo itinerario dalla notizia contenuta in Stefano Bizantino, sotto la voce “Scidro”, che questa città era ricordata dallo storico reggino Lico a proposito delle imprese di Alessandro. Senonchè la stessa notizia è servita al Pais, La spedizione, ecc…, cit., p. 170 seg. per sostenere che il Molosso pervenne a Pesto per via mare. Sul probabile sito di Scidro si dirà in seguito.”. Dunque, il Magaldi cita Emanuele Ciaceri, riferendosi alla sua opera “Storia della Magna Grecia”. Il Magaldi si riferiva al tomo III della prima edizione del Ciaceri. Nella seconda edizione che io posseggo, pubblicata nel 1940, il Ciaceri cita più volte Scidro. Il Magaldi scrive che il Ciaceri parlava dell’itinerario seguito da Alessandro il Molosso per arrivare e vincere la città di “Pesto” (l’antica Poseidonia e l’attuale Paestum), sulla scorta del racconto di Lico di Reggio di cui Stefano di Bisanzio riportò alcuni passaggi. Il Magaldi scrive che Stefano di Bisanzio parla di questa “notizia” quando Stefano scrive “sotto la voce “Scidro”. Giacomo Racioppi (….), nel suo vol. I del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” parla di Alessandro il Molosso nel suo cap. XV, a p. 322 e, riferendosi alla battaglia di Posidonia prima della battaglia di Pandosia dove il Molosso trovò la morte, in proposito scriveva che: “Lo sviluppo delle operazioni guerresche del Molosso si protrasse nella bassa Italia per circa otto anni ecc….I Lucani trassero dalla loro parte i Sanniti ecc…e gli uni eserciti loro vennero a giornata con le falangi di Alessandro nelle campagne intorno a Posidonia. In questa città, che egli già aveva preso ai Lucani, si trovava con l’esercito il re; onde è dato arguire che avesse attraversata, se non tutta sottomessa, la regione interna lucana, dal mar Ionio al Tirreno (1). Nella battaglia di Posidonia furono vinti i Lucani-Sanniti (2); e il Molosso potè spingere l’esercito suo, per la più corta via della spiaggia tirrena, verso le terre poste oltre il fiume Lao, che erano ancora in dominio dei Lucani, poichè Cosenza era ancora una loro città.”. Poi in seguito dirò. Il sacerdote Luigi Tancredi, nel suo “Le Civiltà sepolte nel Golfo di Policastro” a proposito a p. 93 scriveva che: “Il Ciaceri dice: “Trovarono i Sibariti di Laos un punto di appoggio nell’altra colonia di ‘Scidro’ (Skidros), la quale, più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse ad avere un’esistenza politica propria” (3).”. Il Ciaceri a p. 94, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ciaceri E., op. cit, p. 272.”. Molto probabilmente il Tancredi si riferiva al vol. I del testo di Emanuele Ciaceri a p. 272. Il Ciaceri non diceva proprio queste parole. Il Ciaceri su ‘Scidro‘, a p. 306 (Libro II, cap. III), in proposito scriveva che: “Si narrava. è vero, di Sibari che i Crotoniati l’avevan sommersa sotto le acque del Crati, facendone deviare il corso, e che i suoi abitanti erano riparati nelle colonie sibarite di Lao e di Scidro (2); ma, a parte l’inverisimiglianza, giusto notammo, del movimento del corso del fiume, non è concepibile che tutta la popolazione della grande città trovasse stanze in quelle due colonie, che in tal caso avrebbero avuto uno straordinario incremento, mentre, per quanto si sa, l’una, Lao, rimase una cittadina e l’altra, Scidro, quale fu sempre, una borgata od un semplice castello, il cui nome era destinato a scomparire presto dalle memorie storiche.”. Il Ciaceri a p. 306 (v. II ediz.), nella sua nota (2) postillava che: “(2) Strab. VI 263; Herodot. VI 21”. Dunque per il Ciaceri Scidro ancora esisteva nel ‘334 a.C, anche se egli lo pone come un “semplice scalo commerciale” e scriveva pure che: “Scidro, quale fu sempre, una borgata od un semplice castello, il cui nome era destinato a scomparire presto dalle memorie storiche.”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo vol. II della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 335 scriveva che: “Posidonia sempre forte e sana nella sua posizione di grande città, come attestano le sue belle monete che giungono sino alla fine del secolo (1) e nelle quali ecc…Altrettanto, certo, non poteva dirsi per Lao e di Scidro; l’una, cittadina, che ancora rivela nelle sue monete una certa prosperità (3), è destinata a perdere ogni importanza commerciale, e l’altra, ch’era una semplice fattoria o castello, scompare da questo momento ogni memoria. V’è motivo intanto di ritenere che la catastrofe dell’armata Etrusca, egualmente che la distruzione di Sibari, abbia giovato al riattivamento della via commerciale ionico-calcidica sul Tirreno e che ciò sia tornato a vantaggio anche della città di Velia; la quale serviva di scalo alle navi che partendo da Marsiglia trafficavano con i paesi dell’Oriente ionico.”. Il Ciaceri a p. 335, nella sua nota (3) postillava: “(3) Head 2, p. 74 (a. 500-450)”. Il Ciaceri scriveva di Scidro che: “e l’altra, ch’era una semplice fattoria o castello, scompare da questo momento ogni memoria.”. Il Ciaceri si riferiva al testo di Head V., ‘Historia nummorum’, 2° ed., Oxford, 1911. Dunque, secondo il Ciaceri, la colonia sibaritica di ‘Scidro’, tra il 500 ed il 450 a.C., perde “scompare da questo momento ogni memoria”. Emanuele Ciaceri, nel vol. II (II edizione), Libro II, cap. VI, a p. 404 “Per il possesso della Siritide”, del suo “Storia della Magna Grecia”, in proposito scriveva che: “Senonchè i Lucani, che nella parte superiore della regione percorrevano i Sanniti, i quali alla loro volta erano penetrati in Campania, sviluppando una forte pressione sulle coste discendenti giù dalla foce del Sele, minacciando Poseidonia, Velia, Pixunte e Lao. Nulla sappiamo delle vicende di una lotta che dovette esser lunga ed assai aspra, stante la vigoria della grande città del Sele, all’infuori della notizia che ci porge lo storico antico, secondo cui avevano i Lucani avevano superato in guerra i Poseidoniati ed i loro alleati, ne occuparono le città: (1) dalle quali si ricava che avevano fatto causa comune con Posidonia le città che poi furono sottomesse, e cioè Lao e Pixunte.”. Il Ciaceri a p. 405 in proposito scriveva che: “Forse intervennero in aiuto dei Posidoniati i Sibariti del Traente, memori delle vecchie prove d’amicizia avute dai confratelli del Tirreno, essendo da supporre, come già notammo, che i superstiti Sibariti dopo la catastrofe della loro patria (a. 510) avessero trovato asilo non solo a Lao e a Scidro, giusto ricordava la tradizione erodotea, ma anche a Posidonia, e che questa appresso avesse sorretto il tentativo degli stessi Sibariti di ricostruire la città (1). Non v’è d’altro lato, da dubitare che oltre Pixunte, anche la ionica Velia, pur non avendo communanza d’origine con la grande città achea, si schierasse dalla sua parte, in modo da venirsi a formare un fronte unico contro gli invasori, lungo la costa che dal Golfo di Salerno va a quello di Policastro. Quando sia avvenuta la decisiva vittoria dei Lucani su Posidonia non è detto. E non può avere valore risolutivo la circostanza che nel Periplo di Scilace la città fa già parte della Lucania (2), dal momento che lo stesso Periplo appartiene nel suo insieme alla metà del IV secolo, ecc…che si può collocare nella metà del sec. V (3).”. Ciaceri a p. 406 scriveva che: “Cadeva Posidonia nel dominio delle genti che ne alterarono presto i caratteri di civiltà ecc….All’occupazione della grande città di Sele tenne tosto dietro quella delle minori. Pixunte e Lao, a non tener conto di Scidro, forse semplice scalo commerciale, il cui nome già da tempo sembra fosse scomparso dalle memorie storiche; ma non fu occupata Velia. Ma l’indipendenza di Velia non mutava per nulla lo stato generale delle cose; che i Lucani avevano già ampio accesso al mare dopo essersi impadroniti d’una regione, ecc…Chi avrebbe potuto ormai impedire loro di raggiungere per via interna sul golfo di Taranto, ecc..Forse le città dello Ionio non si resero allora vero conto del pericolo che sarebbe venuto a sè stesse dalla caduta di Posidonia, e conseguentemente di Lao; e non si mossero in loro aiuto. Sorgeva Turio nel tempo in cui si affacciava il pericolo lucano, e la nuova città si metteva tosto in guerra con Taranto e con Crotone; e poco apresso la vecchia amicizia con Locri e Reggio ecc…”. Dunque, Emanuele Ciaceri parlando della guerra di Alessandro il Molosso contro la città di Posidonia (“Pesto”), riguardo “Scidro” scriveva che: “All’occupazione della grande città di Sele tenne tosto dietro quella delle minori. Pixunte e Lao, a non tener conto di Scidro, forse semplice scalo commerciale, il cui nome già da tempo sembra fosse scomparso dalle memorie storiche; ecc..”. Il Ciaceri (….) su ‘Scidro’ scriveva un altro passo interessante. La città di Scidro, l’antica colonia Sibaritica citata da Erodoto esisteva nel III sec. a.C. Era più o meno il periodo in cui sorgeva la città di Turio, che risorgeva dall’antica Sibari sempre sulle sponde dello Ionio. Nel 1894, a Palermo fu ristampato il testo di Ettore Pais (….), “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, dove l’autore a pp. 246-247 cita le città di Lao e Scidro. Il Pais, a p. 246 in proposito scriveva che: “I Sibariti non si mostrarono da meno dei loro vicini. Allorquando verso il 510 a.C. la città loro venne distrutta, stando ad una notizia riferita da fonte autorevole, i Sibariti dominavano su quattro popoli e su venticinque città (2). Sulle sponde del Tirreno, non lungi dal fiume Silaro, al confine della Campania, Sibari fondò la città di Posidonia. Di essa le più antiche memorie non risalgono al di là del secolo VI; ecc…Non molto dopo il tempo in cui sorse Posidonia, e forse prima, a giudicarlo dalla posizione geografica, dovettero sorgere Lao e Scidro, le due colonie di Sibari, ove i cittadini di costei ripararono allorchè la loro città verso il 510 a.C. venne distrutta dai Crotoniati. Certo Lao esisteva sino dalla metà del secolo VI (1)(p. 247) e forse verso gli stessi tempi, i Metapontini si resero padroni della regione in cui sorse Lagaria, che al pari di Metaponto si credeva fondata dal focese Epeo (1).”.
Il Pais, a p. 247, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, su Lao v. Herodt. l.c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio. Il testo dei codici Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ si può semplicemente correggere Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι, e senza aggiungervi ‘Elea’, la colonia focese, come piace a C. Muller, ad l. G.G. M. I, p. 20. Sulle monete di Lao del VI sec. v. Head, op. cit., p. 61.”. Riguardo il testo citato dal Pais (….) di “v. Head, op. cit., p. 61.”credo che si riferisca al testo di Head V., Historia mummorum, 2° edizione, Oxford, 1911. Il testo di Pais Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι significa che: “Colonie di Poseidonia e Laos Thurion”. Dunque, il Pais riguardo la città scomparsa di Scidro postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21.”, ovvero secondo il Pais l’unico che parlasse di Scidro era Erodoto nel suo libro VI, cap. 21. Il Pais, sulla scorta di un passo di Erodoto scrive che le due colonie di Lao e di Scidro non erano molto lontane da Posidonia. Il Pais scrive che i Sibariti, dopo la distruzione della loro città che era sul mare Ionio, nel ‘510 a. C. ripararono e fondarono la città di ‘Scidro’, forse proprio nello stesso periodo in cui andarono a riparare a Posidonia e sempre nello stesso periodo andarono a riparare nella città di Lao che secondo lui già esisteva. Dunque, il Pais cita Erodoto e cita Strabone.
Biagio Cappelli (…), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Strabone è stato un noto geografo. Strabone (in greco antico: Στράβων, Strábōn; in latino: Strabo; Amasea, ante 60 a.C. – Amasea ?, tra il 21 e il 24 d.C.) è stato un geografo, storico e filosofo greco antico. La ‘Geografia‘ (Γεωγραφικά) in 17 libri inizia con un’introduzione, nei libri I e II, in cui Strabone vuole dimostrare che Eratostene ha avuto torto a invalidare l’opera di Omero dal punto di vista geografico. I libri dal III al X descrivono l’Europa, e più in particolare la Grecia antica (libri VIII-X), mentre i libri dall’XI al XVI descrivono l’Asia Minore e il libro XVII si occupa dell’Africa (Egitto e Libia). Se la sua opera, che è il trattato geografico più ampio dell’antichità, riprende talvolta testi di diversi secoli più antichi del suo, tuttavia la sua conoscenza del diritto romano applicato nelle varie città ne fa una fonte essenziale per la conoscenza dell’inizio della romanizzazione in Gallia e nella Penisola iberica, che mostra, soprattutto nei libri III e IV, come a seguito dell’acculturazione graduale delle popolazioni, si stesse sviluppando in queste regioni una nuova, specifica cultura. A differenza della geografia tolemaica, improntata su uno studio ed una analisi più rigidamente matematiche, la Geografia di Strabone presenta un impianto più storico-antropologico. Strabone ci parla del promontorio di Palinuro nel libro VI della sua “Geographia”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’. Il testo di Strabone (…)(Strabonis), lo troviamo “volgarizzato” (come scriveva il Gaetani (…), ovvero tradotto dal greco, in Francesco Ambrosoli (…), nel suo ‘Collane degli antichi storici greci volgarizzati‘, su Strabone, vedi vol. III, pp. 93-94-95. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Fu certamente un piccolo centro, forse solo un emporio fortificato, ma non sappiamo dove sorgesse: sono state proposte alcune località, e particolarmente Sapri (Nissen), una località a sud di Lao (Beloch) o non lungi da Pixunte (Ciaceri), a Papasidero (Byvanck) o più opportunamente alla estremità di una via istimica, a Belvedere Marittimo, dove sfocia la valle dell’Esaro, o nella zona di Cetraro, ove sfocia la valle del Fellone (Bérard). Certamente non doveva trovarsi lì dove oggi è Sapri, nè in altra non precisata località presso Pixunte, se, come crediamo, Pixunte sia da collegarsi con Siris, e le monete di Pixunte e Siri siano da datarsi dopo il 510 avanti Cristo. Crediamo più logico porre Scidro a sud di Lao, e forse proprio allo sbocco della valle dell’Esaro, cioè a Belvedere Marittimo.”. Riguardo il Byvanck il Napoli si riferiva all’opera di Byvanck A. W., ‘de Magnae greciae historia antiquissima’. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scidro. Il Napoli scriveva che questa colonia dei Sibariti, sorta probabilmente solo dopo la caduta di Sibari, del ‘510 a.C., si fa cenno in Erodoto (….) e, nel passo precedente a p. 177, il Napoli dice che Erodoto ci parla di Scidro nella sua opera “(Herod. VI, 21)”. Secondo Mario Napoli, si fa cenno della colonia di “Scidro” “(Σχιδρος) , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Dunque, cerchiamo di vedere e di approfondire questo passo di Mario Napoli. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, nella sua opera “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 181 scriveva che la colonia Sibaritica di “Scidro”, oltre ad essere stata citata nel Libro VI delle “Storie” di Erodoto (…) fu citata anche “in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Il Berard (7) affermava: “di Scidro, salvo questo particolare, non sappiamo nulla: ne ignoriamo completamente la storia, ma pare che sia sempre restata una piccola borgata, di scarsa importanza forse una semplice base fortificata. La si vuole di solito localizzare a Sapri, nelle immediate vicinanze di ‘Pissunte’: localizzazione non troppo assurda, se Pissunte nel sec. VI, non fu una postazione sirita, ma per ora nessuna scoperta archeologica l’ha confermato.” . L’archeologa Giovanna Greco, in un suo scritto sostiene che, “Il recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico, sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica, ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (1). Il Nissen (9) e il Ciaceri (10), collocano Scidro non lontano da Pixunte (l’odierna Policastro). Il Ciaceri sostiene : “trovarono i sibariti di Laos un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro, la quale più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse ad avere un’esistenza politica propria”.
Sulla Treccani on-line, alla voce “Sibari” vi è un saggio di Zancani-Montuoro (….), tratto dalla Enciclopedia dell’Arte, dove è scritto di Sibari che: “Quali siano stati i limiti del territorio posseduto o controllato da S., quali nuove città abbia fondato e quali vie abbia percorso tànto nell’estendere il suo dominio quanto nel diffondere i suoi prodotti e le mercanzie, che importava dal Mediterraneo orientale, sono argomenti sempre discussi sulla scorta dei testi e non chiariti dalle recenti indagini archeologiche. Certo S. sboccò e s’impiantò solidamente sulle coste tirreniche: fondò Lao (v.) presso la foce del fiume, che ne porta ancora il nome (Strab., VI, 253 e Ps. Scyl., 12; lezioni dei codici emendate), ed Erodoto (VI, 21) assicura che proprio a Lao ed a Scidro (forse nella baia di Sapri) si rifugiarono molti dei sopravvissuti alla catastrofe finale. La maggior parte dei superstiti si trasferì a Posidonia (v. paestum), ch’è stata considerata una filiazione di S., ma che piuttosto andò stringendo con questa rapporti sempre più intimi dopo la scomparsa di Siri fino ad unirsi in sinecismo con i rappresentanti della metropoli sullo Ionio quando questa fu distrutta. Circa l’influsso su altri paesi meridionali, come Temesa o Pandosia, non identificati finora, e circa le vie di comunicazione verso gli sbocchi sulla costa e verso il N si possono solo formulare labili ipotesi: gli scavi degli ultimi anni nel Vallo di Diano hanno anzi screditato la convinzione più diffusa che vi passassero le grandi correnti di traffico, dimostrando la quasi assoluta mancanza di oggetti greci nei corredi funerarî fino allo scorcio del VI sec. a. C. Al contrario in stretta relazione con S. e certo da lei dipendente per le importazioni dal Peloponneso e dalla Ionia asiatica fu Lagaria, se questa è da riconoscersi nella città sul Timpone a Macchiabate (nel comune di Francavilla Marittima), dominante la piana sibaritica dagli estremi contrafforti del Pollino e non ancora esplorata: i trovamenti casuali intanto ne provano il largo sviluppo e la lunga vita e suggeriscono l’ipotesi di un centro indigeno ellenizzato già nella prima metà del VII sec., forse dalla vicina S., comunque a lei sopravvissuto oppure risorto più tardi a nuova vita. Ancora più vicino ed in più stretta dipendenza da S. era la collinetta di San Mauro al S nella piana, da cui provengono resti di rivestimenti architettonici fittili d’un tempietto arcaico e vasetti corinzi della stipe, oltre a frammenti di ceramica più tarda e di sculture in marmo ora nel museo di Cosenza.”. Sulla Treccani on-line, alla voce “Paestum” vi è un saggio di Zancani-Montuoro (….), tratto dalla Enciclopedia dell’Arte, dove è scritto di “Posidonia”, colonia magno-greca, che: “Certo la Posidonia greca preesisteva all’eventuale arrivo dei Trezeni-Sibariti, che non può datarsi prima della metà del secolo, poiché Aristotele riferisce il sopruso commesso dagli Achei per presentarlo, moralisticamente, come causa della rovina nel 510 e con ciò prova che i due fatti erano vicini e non separati da un secolare intervallo di gloria e d’espansione. Una nuova ipotesi (P. Zancani Montuoro) è che i Sibariti abbiano occupato Posidonia solo dopo il 510, offuscando con la celebrità del loro nome quello dei primi coloni, da ravvisarsi nei navigatori, che approdarono alla foce del Sele almeno nella prima metà del VII sec. e che la tradizione chiama Argonauti. Gente forse di lontana origine tessalo-beota, che dopo aver toccato terra per volontà di Hera, alla dea consacrò il luogo dello sbarco da lei prescelto (v. sele, heraion alla foce del) e si scelse poi per dimorare il sito più adatto una decina di chilometri a S del fiume. Di ciò sarebbero indizi la maggiore antichità del santuario come la sua distanza dall’abitato e la diffusione in questo del culto di Hera, ma specialmente le fasi di sviluppo della città e i caratteri della sua monetazione. Anzi che subire dopo il 510 un contraccolpo per la scomparsa di Sibari, come sarebbe stato da aspettarsi in una colonia subordinata alle sorti della metropoli, Posidonia fiorisce e si rinnova con opere che dimostrano l’afflusso di ricchezze e di uno spirito animatore. Anzi che seguire nella coniazione il tipo e il sistema ponderale in uso a Sibari, sia pure per abbandonarli con l’acquisto dell’autonomia, fa esattamente il contrario: all’inizio del V sec. sostituisce ai vecchi incusi con la sola figura di Posidone i due conî a rilievo col toro sibaritico contrapposto all’emblema parlante suo proprio, mentre aumenta il peso dello statere e lo fraziona secondo il sistema acheo. Un’altra prova del trasferimento in massa dei Sibariti dopo il 510 sarebbe da riconoscere nell’ipogeo scoperto nel 1954 e spesso definito tempietto, ma ch’è piuttosto il cenotafio di un eroe e per il suo posto nella città, la cronologia e la ricchezza del corredo potrebbe essere precisamente lo heròon dell’ecista di Sibari, ricostruito dai profughi nella nuova sede per richiamare lo spirito del mitico progenitore ed averlo ancora propizio nel futuro. Del resto tutti concordano nell’attribuire ai Posidoniati una parte nella fondazione della seconda Sibari cinquantott’anni dopo la rovina. Ma il problema delle origini è di particolare interesse per risalire alle fonti delle forme d’arte, che appaiono nella Posidonia del VI sec., mentre sono ancora ignote così Sibari come la ionica Siri e non si hanno che vaghe nozioni di Taranto e Metaponto nell’età più antica.”. Sulla Treccani on-line, alla voce “Sibari sul Traente” vi è un saggio di Giulio Giannelli (….), tratto dalla Enciclopedia dell’Arte, dove è scritto che: “Colonia greca della Magna Grecia, fondata intorno alla metà del sec. V a. C. sul fiume Traente (od. Trionto, poco a sud-est del Crati, nella Sila), dai discendenti degli antichi Sibariti. Distrutta Sibari, non tutti i superstiti abitanti si rifugiarono a Lao e a Scidro: una parte di essi rimase nella distrutta città, tentando più volte, d’intesa coi loro compatrioti di Lao, di Scidro e di Posidonia, di farla risorgere dalle rovine. A questi tentativi si oppose sempre Crotone: finché, in seguito all’indebolimento politico di questa città, successo alla cacciata dei pitagorici, la ricostruzione di Sibari avvenne per iniziativa di Pericle e con l’intervento di coloni di varie parti della Grecia (445 a. C.). Presto però si verificarono contrasti fra i Sibariti e i nuovi coloni ateniesi e peloponnesiaci: i Sibariti, cacciati a forza dalla loro non ancora risorta città, andarono allora a fondarne una nuova sul vicino fiume Traente; e chiamarono anche questa Sibari (444 a. C.). Da parte loro, anche gli altri coloni cercarono un sito più adatto al sorgere della nuova città, che fu appunto Turî.”.
L’epigrafe con caratteri greci pubblicata dall’Antonini nel 1745 trovate e viste in località Fortino a Sapri, forse provenienti dalla città d’Avenia come dice lui dalla città di Vibona
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a pp. 434-435, in proposito scriveva che: “Verso l’imboccatura del porto dal lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa altri stanze simili a quelle, che sono nel lato occidentale, le quali potevano essere magazzini, o altra spezie d’officine alla marina appartenenti; e poi intorno intorno al porto veggonsi sott’acqua, ed al lido grandi ruine di larghissime muraglie; sicurissimo indubitato segno, che sulla riva del mare, e poco entro terra i Cittadini abitassero. Dico ciò, anche perchè non ho trovato fra quelle vicine vigne vestigia alcuno di antica cosa: e dimandato a quei Contadini, se zappando avessero mai trovato sotto terra qualche considerabile fabbrica, molti mi dissero d’avervi pochissime cose scoverto. Solamente al di sopra la Torre del lato occidentale trovai due pezzi di colonna d’ordinarissimo granito, e pochi passi dentro una vigna opposta un pezzo considerabile di fabbrica, ed un frammento di marmo, in cui eran rimaste le solo poche greche lettere dell’intera Iscrizione, che contener doveva nella maniera quì posta:
ΘΕΟΙΣΑΠ…..
…..ΟΙΗΣΕΝ……
……ΜΟΥ…..ΔΟΙ….Ρ…..
…..ΕΥΤΥΧΟC……
Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 65, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Il porto di Sapri è per gran tratto pieno di fabbriche occupate dal mare; ma più di tutte quelle rovine (6) dimostra il luogo abitato da’ Greci la seguente mutila epigrafe: ….etc…”. Nicola Corcia, a p. 65, nella nota (6) postillava che: “(6) Antonini, Lucania, t. I, p. 431 segg.”.

Nel 575-565 a.C., la distruzione di Siri
Da Wikipedia leggiamo che Siri (Σῖρις in greco) era un’antica città della Magna Grecia, in Lucania, nata sulla riva sinistra del fiume Sinni, vicino alla foce, nei pressi dell’attuale Nova Siri. Siri ebbe un territorio ricco e fertile, la Siritide, sul quale, secondo la tradizione, si stanziarono dapprima esuli troiani intorno al XII secolo a.C. e poi coloni provenienti da Colofone, città della Ionia (costa centro-occidentale dell’attuale Turchia), nel 675 a.C. circa. La città venne fondata, verosimilmente da coloni focesi, indicativamente a cavallo tra l’VIII e il VII secolo a.C. nei pressi della foce del fiume Siri, l’attuale Sinni. La floridezza e la ricchezza della colonia, acquisite nel corso dei decenni, suscitarono “l’invidia”, ma soprattutto la preoccupazione delle vicine città achee di Metapontum (attuale Metaponto), Sybaris (attuale Sibari) e Kroton (l’attuale Crotone) che vedevano espandersi il potere economico di una colonia ionia. Alleatesi, le tre città invasero la Siritide e sconfissero intorno al 570-565 a.C. Siris che decadde, continuando la sua esistenza sotto l’influenza di Sibari e Metaponto. Gli esuli si rifugiarono probabilmente sulla vicina altura di Pandosia (attuale Anglona), sulle alture delle attuali Montalbano Jonico e Tursi. Un secolo e mezzo dopo a circa 5 km (24 stadi) venne fondata una colonia congiunta di tarentini e turioti, con il nome Eraclea. Di Siri restò solo il porto che da allora venne utilizzato da Eraclea. Secondo alcune recenti interpretazioni storico-archeologiche, Siri si trovava nello stesso territorio di Eraclea. Infatti, secondo queste recenti interpretazioni, la fondazione di Eraclea (Magna Grecia) avvenne nei pressi dello stesso abitato della florida e ricca Siri. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione postuma del 1963, ed. Sansoni, nelle “Conclusioni”, a p. 252, in proposito scriveva che: “I Focesi di Siri divennero presto assai potenti; tanto da rappresentare un serio pericolo per la finitima Metaponto, che cercò un sostegno nel protettorato di Sibari, mentre i Focesi si confidavano nell’appoggio di Taranto. Ma, approfittando probabilmente delle difficoltà dei Terentini nelle loro relazioni con gli indigeni, i Metapontini coi Sibariti attaccarono Siri: …Siri fu presa e distrutta (circa 530-525 a.C.), parte della sua popolazione trasportata a Metaponto, etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53-54 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma se l’ambizione di maggior dominio, e forse anche la necessità di potersi muover più liberamente sulla riva dello Ionio furono le cause remote, che spinsero i Sibariti a questa impresa quale potette essere la causa cocasionale della guerra ?. Siri aveva dedotta forse una colonia sul Tirreno, nell’attuale golfo di Policastro, Pyxus; certo aveva con questa città stretta una lega monetaria, come si rileva dal doppio nome impresso sulle monete. (Σιρινος Πυξοες).”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53 e ssg., in proposito scriveva che: “Dell’aiuto prestato ai Sibariti parla Giustino (XX, 2,3,10), il quale, come si vedrà, narra anche le vicende di questa guerra……la distruzione di Siri (530),…..Avvenne quindi quello che avviene sempre, quando il debole si trova a lottare col forte. Lo stato di Siri, non grande, fu invaso dal Sud dai Sibariti, dal Nord dai Metapontini; Siri fu sconfitta e distrutta dalle fondamenta; buona parte del territorio fu occupata dai Sibariti, un’altra dovette spettare ai Metapontini, che avranno chiesto una ricompensa per i servigi prestati…..Le vicende, più o meno leggendarie, della quale sono narrate da Giustino (XX, 2, 3, 10). Anche per la caduta di Siri si dissero le stesse ragioni della caduta di Sibari. Timeo infatti (fram. 62°) dice che i Sirini erano lussuriosi quando i Sibariti, e, come uesti, portavano ricchissime vesti; spendevano ogni loro cura nell’abbigliarsi ecc..Giustino poi racconta che gli alleati contro Siri furono puniti con una fiera pestilenza; ma credo opportuno riportare tutto il brano di questo autore.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di Micito a Pixo etc…”.
Nel 575 a.C., Pyxus, Scidro e Lao dopo la distruzione di Siri
Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando i Sibariti spinsero il loro dominio da questo lato, fondandovi le colonie di Lao, Scidro e Posidonia, dovettero trovarsi necessariamente a contatto con quei di Pyxus, che si videro stretti tra colonie sibarite. La tradizione storica non dice nulla, se Sibari ebbe a combattere prima con Pyxus e poi con Siri; certo è però che Pyxus non compare più dopo la distruzione di Siri, tranne quando fu ripopolata dai Reggini, nei primi del sec. 5°. Ciò fa supporre naturalmente che essa avesse subito la medesima sorte della sua alleata. E’ difficile però stabilire, se la guerr incominciò prima con Siri, ovvero con Pyxus. Io credo che la distruzione di quella seguì, e fu conseguenza della caduta di Pyxus; ed ecco perchè. Ammesso come dimostrato che le colonie sibarite del Tirreno siano state dedotte prima del 510 (sconfitta di Sibari), e non fondate da quelli che riuscirono a scampare da questa rovina, ne viene di conseguenza che esse precedettero anche la distruzione di Siri (530), e che specialmente le colonie di Lao e Posidonia, delle quali ci rimangono notizie sicure, non furono dedotte nel teritorio di Pyxus, già abbattuta. Se così non fosse stato, non si capirebbe come, in un ventennio solo, città poste sulla riva opposta alla metropoli fossero potute crescere in potenza a tal punto da offrire sicuro asilo ai fuggiaschi di Sibari, e garentirli da possibili aggressioni Crotoniate. Da tutto ciò appare che i prodomi della guerra dovettero maturarsi sulla riva del Tirreno, dove coloni di Sibari si trovarono a contatto, e cercarono di allargarsi a danno dell’alleata di Siri. Questo ragionamento esclude anche che Pyxus fosse invece colonia di Sibari, come crede il Prof. Tropea (St. dei Luc., p. 168), altrimenti non so perchè avrebbe dovuto scomparire proprio in quel tempo che fu distrutta Siri. Ingaggiata cos’ una guerra, che nel nostro tempo si direbbe coloniale, l’eco non tardò a farsi sentire sulla riva dello Ionio, dove i due stati, protettori ripettivamente dei belligeranti erano finitimi, e gelosi l’uno dell’altro. Siri fu sconfitta e distrutta dalle fondamenta; buona parte del territorio fu occupata dai Sibariti, un’altra dovette spettare ai Metapontini, che avranno chiesto una ricompensa per i servigi prestati. Il territorio di Pyxus facilmente fu compreso in quello delle colonie sibarite, e del possesso della feracissima regione del Siri, località da Archiloco (fram. 10°, ed. Zambaldi), rimase, più tardi, un’eredità di contese fra Turini e Tarantini. Se queste ragioni che ho esposto, relative all’origine della guerra con Siri, non coincidono con la verità degli avvenimenti, che nessuno potrà mai controllare, sono tuttavia rispondenti agli effetti di quella guerra con Siri, non coincidono con la verità degli avvenimenti, che nessuno potrà mai controllare, sono tuttavia rispondenti agli effetti di quella guerra. Le vicende, più o meno leggendarie, della quale sono narrate da Giustino (XX, 2, 3, 10). Anche per la caduta di Siri si dissero le stese ragioni della caduta di Sibari. Timeo infatti (fram. 62°) dice che i Sirini erano lussuriosi quanto i Sibariti, e, come questi, portavano ricchissime vesti; spendevano ogni loro cura nell’abbigliarsi ecc…Giustino poi racconta che gli alleati contro Siri furono puniti con una fiera pestilenza; ma non credo opportuno riportare il brano di questo autore…..(p. 57). La conquista della Siritide aveva notevolmente aumentata la potenza di Sibari, e aveva fatto comprendere ai suoi alleati che simile sorte sarebbe toccata da un momento all’altro anche a loro. Io non so quanta fede si possa accordare al passo di Giustino (XX, 3), secondo il quale i Sibariti, i Crotoniati e i Metapontini divisavano di cacciare tutti gli altri Greci dell’Italia, per impadronirsi delle loro città; certo è però che anche gli antichi sapevano che l’appetito viene mangiando, e che non era lecito fidarsi troppo dell’alleanza del vincitore. Dell’amicizia con Crotone fa fede anche una moneta……Sibari, dopo la vittoria sui Sirini, la quale pare che non avesse fruttato nulla ai Crotoniati, poteva esercitare indisturbata la sua egemonia sui popoli dell’interno della Lucania e del Bruzio, e gravare sullo stato di Metaponto e di Crotone. Gli scrittori antichi parlano di questa potenza di Sibari rapidamente raggiunta, dando al riguardo delle cifre che, non potendosi controllare, debbono ritenersi come esagerate……(pp. 58-59) Così sommando insieme Pandosia, città degli indigeni, e quella pure indigena, di cui si scoprì la necropoli alla Torre del Modillo sulla sinistra del Crati, della quale però si ignora il nome, con Lao, Scidro, Posidonia, e forse Cirella, e Siri e Pyxus, non si arriva che ad 8 città appena..”.
Nel ‘510 a.C., Sibari, la colonia magno-greca sullo Jonio fu distrutta dai Crotoniati
Da Wikipedia leggiamo che nel 510 a.C., dopo una guerra durata 70 giorni, i Crotoniati che con 100 000 uomini, guidati dal pluri-campione olimpico Milone sconfissero nella battaglia di Nika l’esercito sibarita, e dopo aver deviato uno dei fiumi conquistarono la città e la sommersero. Già nel 1745, il barone di San Biase, Giuseppe Antonini (….), a p. 430 così scriveva in proposito scriveva: “Allor che i Crotoniati distrussero Sibari al tempo di Dario Istaspe (1), circa l’Olimpiade LXV, etc…”. Già nel 1745, il barone di San Biase, Giuseppe Antonini (….), a p. 430 così scriveva in proposito alla colonia Sibaritica di Scidro e, riferendosi ad Erodoto, in proposito scriveva che: “Allor che i Crotoniati distrussero Sibari al tempo di Dario Istaspe (1), circa l’Olimpiade LXV, etc…”. Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 e ssg parlando del “promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” parlando di Scidro e riferendosi all’Antonini, in proposito scriveva che: “Fiorente era questa città nella LXVII Olimpiade, poichè i ‘Sibariti’ vi si rifugiavano dopo la rovina della loro patria (5), avvenuta nel 510 a.C., che fu il terzo anno dell’Olimpiade stessa.”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (5) postillava: “(5) Herodot., VI, 21”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a p. 27 e ssg., in proposito scriveva che: “L’unica fonte per stabilire, con molta approssimazione, l’epoca della distruzione di Sibari è Erodoto, il quale (VI, 21) dice che, nel tempo della presa di Mileto da parte dei Persiani (494), quei di Sibari non godevano miglior sorte, poichè, vinti dai Crotoniati, avevan dovuto ricoverarsi nelle colonie di Lao e Scidro, e che Sibari stessa era stata rasa al suolo dai Crotoniati. Dice inoltre che l’annunzio della caduta di Sibari fu appreso con grande cordoglio da quei di Mileto, i quali tutti, dai fanciulli ai vecchi, si rasero il capo, in segno di lutto; rimprovera ai Laini di non aver fatto altrettanto, dopo la caduta di Mileto. Questa data ha una conferma in ciò che racconta Diodoro del ristabilimento dei Sibariti nella loro città, dopo 58 anni dacchè ne erano stati scacciati, cioè nel 453-2, donde furono di nuovo respinti dai Crotoniati, cinque anni dopo (447-6), e della fondazione di Turio (XI, 90, 3: XII, 10; cfr. IX, 23). Così con sicurezza può fissarsi un ‘terminus ante quem’ con il racconto di Erodoto, riconfermato dalle parole di Diodoro. Ma se si può sabilire il tempo della distruzione di Sibari, quando fu essa fondata ? Eusebio, nella sua Cronaca etc…”.
Nel ‘510 a.C., la distruzione di Sibari in Erodoto, e la fuga dei superstiti a Scidro, a Lao e a Posidonia
Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: “Erodoto, (24) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Ecc…”. Della misteriosa ed antichissima città di ‘Scidro’, ci dà notizia Erodoto nel VI Libro delle Storie. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Sipron), altri tradussero ‘Scidron’ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron’ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. L’archeologo Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s. v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Mario Napoli, aveva già detto in precedenza di Scidro, quando nel testo a p. 177, in proposito scriveva che: “Laos e Scidro. Più a sd di Pixus è il fiume e la città di Lao, ultima città della Lucania tirrenica, posta in posizione poco elevata sul mare, a 400 stadi da Elea. Questi i dati forniti da Strabone su questa colonia di Sibari, ove gran parte dei Sibariti, profughi dopo la distruzione della loro città si rifugiarono (Herod. VI, 21).”. In questo passaggio, il Napoli parlando della città di Laos ci ricorda il racconto di Erodoto di Alicarnasso, il quale è il primo a citare la città tirrenica di Scidro ed il quale, ci raccontava dove andarono a rifugiarsi i Sibariti scampati alla distruzione della loro città da parte dei Crotoniati. Erodoto parlò di Scidro e di Lao raccontando delle tragiche conseguenze della distruzione di Sibari. L’archeologo Mario Napoli ci ricorda che attraverso il racconto di Erodoto di Alicarnasso veniamo a sapere che in seguito alla distruzione di Sibari nell’anno 510 a.C., i profughi sibariti si rifugiarono sulle coste del Tirreno ed andarono nelle loro due colonie: Scidro e Lao. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510 a.C. Egli racconta che, nel 510 a.C., a Scidro ed a Lao vi trovarono rifugio i profughi dell’allora fiorente colonia greca Sibari, distrutta poi dalla rivale città dio Crotone. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Il Napoli scriveva che questa colonia dei Sibariti, sorta probabilmente solo dopo la caduta di Sibari, del ‘510 a.C., si fa cenno in Erodoto (….) e, nel passo precedente a p. 177, il Napoli dice che Erodoto ci parla di Scidro nella sua opera “(Herod. VI, 21)”. Già nel 1745, il barone di San Biase, Giuseppe Antonini (….), a p. 430 così scriveva in proposito alla colonia Sibaritica di Scidro: “Appresso pochissimi degli antichi trovo di esso fatta menzione. Uno di questi fu Erodoto, l’altro Frontino. Quello che solo ci da lumi di esserci stato, ma anche da chi abitato: Questo ci fa sapere verso i suoi tempi qual fosse. Allor che i Crotoniati distrussero Sibari al tempo di Dario Istaspe (1), circa l’Olimpiade LXV, siccome molti scrivono, i Sibariti all’eccidio avanzati, per varj luoghi si dispersero: altri andarono in Posidonia, siccome sopra si è detto, altri ad abitar Lao o Talao, città degli Argonauti edificata, ed altri vennero dieciotto miglia più ad occidente a Sapri. De primi che andarono in Posidonia ci diede notizia Strabone…etc…” e, poi, riferendosi “ai secondi”, ovvero i Sibariti scampati che andarono ad abitare Lao e Scidro, aggiunge il passo di Erodoto scrivendo che: “Dei secondi, il già citato Erodoto nel libro 6, narrando i travagli che Milesj da’ Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino ce’ il dice: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exhibuerunt’.”. Abitavan dunque Sibariti, ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto essere detto anche Sybaris, dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente poi fu detto Sapri.“. Vediamo le note dell’Antonini (…). La nota (1), riguarda una sua dissertazione sulla datazione. La nota (2), ci pare più interessante in quanto egli scrive: “(2) Il trovarsi in alcuni esemplari scritto Scidron e non Sipron, ha fatto credere all’Olstenio, che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano, si legge: EKIAPOC, polis Italias, …….Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Nella sua nota (3) dice: “(3) Circa quindici miglia lontano da Sapri abbiamo un simile esempio anche Greco; cioè che altri dall’abbandonato paese abbian dato il nome al nuovo, che son passati a fondare, o ad abitare. Egli è tre miglia sopra Maratea tra quelle colline, ed è chiamato Trecchina. Questo luogo fu fondato dai Greci che tenevano le montagne vicino le Termopile, chiamate anche Trechina, come si può da Erodoto, da Pausania, e da altri autori vedere. L’abbandonarono durante la Guerra Peloponnesiaca.”. L‘Antonini nella sua nota (2) di pagina 429, a proposito del ‘Sipron’, citato nel passo di Erodoto, scriveva: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’, ha fatto credere all’Olstenio che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano (3), si legge: “Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Orazio Campagna (….), nel suo “Miti e Storia da Laos a Skidros – etc…” (ed. Brenner, 1993), a p. 13, nella nota (1) postillava che: “Dal riferimento di ERODOTO, Le Storie, VI, 21, trad. A.I. D’Accinni, in Erodoto e Tucidite, a. c. di G. Pugliese Carratelli, Sansoni, Ed. Sansoni, Firenze, 1971, pag. 279, si desume che i Sibariti, distrutta la loro città dai Crotoniati, “abitavano” Lao e Scidro, nuclei preesistenti al 511-510 a.C. Il brano dice testualmente: “Ai Milesi che tali mali soffrivano per opera dei Persiani non poterono dare una adeguata dimostrazione di affetto i Sibariti, i quali, privati della loro città, abitavano Lao e Scidro. Infatti quando Sibari era stata conquistata dai Crotoniati tutti i milesi adulti si erano raso il capo e si erano imposte grandi manifestazioni di lutto, poiché le due città erano unite fra loro da vincoli di ospitalità più di qualunque altra città che io conosca.”.”. L’Antonini, a p. 430, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’ ha fatto credere all’Olstenio, che sia più tosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anco appresso Stefano si legge ΣΚΙΔΡΘC, παλις Ιταλιας. Το εθγιχον, Σχιδρανος Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò ‘Sapri’ (Subaris-Subaron-Sipron-Sapron )”. Dunque, l’Antonini, ricordava una frase di Erodoto: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exbibuerunt’, che tradotto significa che: “Queste parole non restituirono un uguale favore ai Milesi, che avevano sofferto dal popolo dei Persiani, i Sibariti, che, dopo aver spogliato la città, abitarono Laon, Sipron; …”. Infatti, da Wikipedia leggiamo che nel 499 a.C. il tiranno fiduciario dei Persiani, Aristagora di Mileto, si ribellò al potere persiano, esortando alla rivolta tutto il mondo ionico d’Asia Minore. La rivolta ionica fallì e i Greci d’Asia furono sconfitti nella battaglia di Lade. La città fu distrutta e saccheggiata dai Persiani: l’evento suscitò enorme scalpore e commozione in Grecia. Dal punto di vista di Erodoto questa fu la causa delle successive guerre persiane. Dunque, l’Antonini ricorda il “Sipron” di Erodoto. Dunque, l’Antonini, citava L’Olstenio e Stefano di Bisanzio. Erodoto, nel libro VI delle sue “Storie”, parlando della guerra Persiana, dei Milesi e dei Sibariti, citava il centro pre-ellenico o italico di “Sipron”. Maria Cecilia Parra (…), nella sua monografia su “Scidro”, in: Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, n°18, 2010, a p. 467, in proposito scriveva che: “Σκιδρος (etn. Σκιδανοι). Sito non identificato. Fonti letterarie: Toponomastica, topografia : Hdt., 6, 21 (Sibariti profughi a Lao e Scidro dopo la distruzione della città da parte dei Crotoniati); Steph. Byz., s.v. Σκιδρος (Scidro città dell’Italia); Lycos ap. Steph. Byz. s.v. Σκιδρος = FGrHist, 570 F 2 (etnico). Mancano fonti epigrafiche e numismatiche riferibili al sito. La mancanza di tracce archeologiche riferibili al sito, che a tutt’oggi permane, ha fatto sì che la ricerca relativa a Scidro sia da sempre motata intorno alle testimonianze letterarie, purtroppo anch’esse limitate. In Erodoto (6, 21) ha costituito chiave di lettura determinante il duplice valore di οικεω che ha indotto a fare di Scidro sia un centro già esistente in cui i Sibariti si sarebbero rifugiati dopo la distruttiva sconfitta subita nel 510 a.C. da parte dei Crotoniati, sia una fondazione sibarita ex novo conseguente al medesimo evento. Ed altrettanto determinante a livello interpretativo è stato il fatto che nel medesimo passo erodoteo Scidro fosse associata a Lao come oggetto di quell’ «abitare /fondare», cosa che ha indotto per lo più a modellare la storia di Scidro su quella della «sorella gemella» (così in Donzelli C 1996) – solo un po’ meglio nota dalle fonti storiche ed archeologiche, ma non certo per le fasi iniziali dell’insediamento.”. Riguardo il testo citato dalla Parra (….), si tratta di Claudio Donzelli (….), e del suo “Magna Grecia di Calabria. Guida ai siti archeologici e ai musei calabresi”, Roma 1996, 11. Oreste Dito (….), che nel suo “Notizie di Storia Antica di Roma per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 88 parlando di Lao, in proposito scriveva che: “La distruzione di Sibari ci fa conoscere negli storici l’esistenza di Laos. Erodoto ricorda che à Milesii che soffrirono da parte dei Persiani, non corrisposero i Sibariti, che, espulsi dalla loro città, abitavano Laos e Skidro. Imperocchè essendo stata presa Sibari dai Crotoniati, i milesii tutti in età vigorosa si rasero i loro capi e fecero gran lutto ecc…”. Dunque, anche Oreste Dito, sulla scorta di Ettore Pais (…) ci segnala il racconto di Erodoto, lo storico greco ci racconta della disfatta di Sibari da parte dei Crotoniati. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica di Roma per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 71 parlando di Buxentum, in proposito scriveva che: “Molti scrittori, dietro la lezione sbagliata d’un testo d’Erodoto, vollero porre a Sapri la ‘Scidro’ d’Erodoto (la lez. era ‘Sipron’); ecc…”. Dunque, alcuni hanno letto in Erodoto “SIPRON” altri invece hanno letto SKIDROS. Nicola Corcia (…), in proposito, affermava che l’Antonini sbagliasse a leggere Erodoto il quale parlava di Sipron e non di Skidron. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, a pp. 64-65, in proposito scriveva di “Scidro” che: “21. Scidro (Σκιδρος, Scridrus)…..Perciò con più di verosimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nell’odierno porto di Sapri, tuttochè vi credesse l’antica città di ‘Sipro’, ingannato dalla falsa lezione di alcune edizioni di Erodoto, in cui leggesi Σιπρον, in vece di Σκιδρον (5). Se non che, affermandosi per costante tradizione che il nome di ‘Sapri’ non fosse che un’alterazione di ‘Sybaris’, egli sembra che ‘Scidro’ ritenesse il suo nome sino all’arrivo de’ Sibariti, che le imponevano quello della desolata patria.”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (5) postillava: “(5) Senza avvertire questa falsa lezione, anche il Grimaldi (Annali, t. I, p. 136) poneva ‘Sipron’ nell’odierna Sapri.”. Infatti, Francescoantonio Grimaldi (….), nel suo “Annali del Regno di Napoli”, vol. I, a p. 136, in proposito scriveva: “Le Città ed i luoghi appartenenti alla Lucania sono i seguenti: …etc…Tanlanna, e SCIDRO, forse alle vicinanze della Scalea….SIPRON: Sapro. LAVS: anche nei confini della Lucania. il Barrio dice che era dove è ora la Scalea: ma il Cluverio lo crede dove è Laino, ciocchè non conviene colla descrizione di Strabone…..PYXUS: poi Buxentum, vicino al promontorio di Palinuro, dove si dice la Molpa: fu edificata da Regini come al suo luogo diremo.”. Il Corcia (…), nel cap. III, a p. 64-65-66, nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “21. Scidro (Σχιδρον, Scidrus)…..popoli potentissimi, e comechè ciò non si possa veramente sostenere coll’autorità di Erodoto, il quale ricorda solo i Sibariti, che, scacciati dalla loro città, abitavano Scidro e Lao (6), etc…”. Il Corcia a p. 64, nella nota (6) postillava che: “(6) Συβαριτας, οι Λαον τε χαι Σχιδρον, της πολιος απεςερημενοι…”, che tradotto significa: “(6) Sybaritas, Laon te hai Schidron, la sua polio deserta”. Inoltre, il Corcia, a p. 65, in proposito scriveva pure che: “Perciò con più di verisimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nell’odierno porto di Sapri, tuttochè vi credesse l’antica città di ‘Sipro’, ingannato dalla falsa edizione di alcune edizioni di Erodoto, in cui leggesi Σιπρον invece di Σχιδρον (5).”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (5) postillava: “(5) Senza avvertire questa falsa lezione, anche il Grimaldi (Annali, tomo I, p. 136) poneva Sipro nell’odierna Sapri.”. Il Corcia credeva sbagliasse l’Antonini in quanto egli dice che il toponimo di “Sipro” scritto in alcune edizioni di Erodoto non fosse corretto e diceva che il toponimo corretto a cui si riferiva Erodoto è “Scidro”. Inoltre criticava l’Antonini perchè credeva che la città di Sipro fosse a Sapri. Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 e ssg parlando del “promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” parlando di Scidro e riferendosi all’Antonini, in proposito scriveva che: “Perciò con più di verosimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nell’odierno porto di Sapri, tuttochè vi credesse l’antica città di ‘Sipro’, ingannato dalla falsa lezione di alcune edizioni di Erodoto, in cui leggesi Σιπρον, in vece di Σκιδρον (5).”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (5) postillava: “(5) Senza avvertire questa falsa lezione, anche il Grimaldi (Annali, t. I, p. 136) poneva Sipro nell’odierna Sapri.”. Infatti, Francescoantonio Grimaldi (….), nel suo “Annali del Regno di Napoli”, vol. I, a p. 136, in proposito scriveva: “Le Città ed i luoghi appartenenti alla Lucania sono i seguenti: …etc…Tanlanna, e Scidro, forse alle vicinanze della Scalea….Sipron: Sapro. Pyxus, poi Buxentum, vicino al promontorio di Palinuro, dove si dice la Molpa: fu edificata da Regini come al suo luogo diremo.”.


Vedendo la voce Σκιδρος (“Skidros”), in Stefano di Bisanzio (….), ed in particolare nel testo di Thomas de Pinedo (….) ed il suo “Stephanus – de Urbibus quem primus” (Amsterdam), 17…., e le sue osservazioni sull’opera di Johann Friedrich Gronov, latinizzato Gronovius a p. 607, nella nota (77) postillava che: “Σκιδυρο, πολις ‘Ιταλιας.) Scidrus, urbs Italiae. Memoratur Herodoto lib. 6. c. 21. Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε χαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι. i. e. Milesiis autem in unc modum à Persis affectis, Sybarita, qui urbe sua exacti Laon e Scidron incolebant, gratiam parem non rependerunt, urbe privati.”. Il Corcia credeva sbagliasse l’Antonini in quanto egli dice che il toponimo di “Sipro” scritto in alcune edizioni di Erodoto non fosse corretto e diceva che il toponimo corretto a cui si riferiva Erodoto è “Scidro”. Inoltre criticava l’Antonini perchè credeva che la città di Sipro fosse a Sapri. Emanuele Ciaceri (…), nel suo, ‘Storia della Magna Grecia’ pubblicato nel 1940, a p. 264, sulla fine di Sibari, in proposito così scriveva che: “Così tragicamente chiudeva la sua vita la grande e ricca città di Sibari. I suoi cittadini superstiti riparavano (in parte almeno) a Lao e a Scidro, colonie sibarite, (1), donde poi doven fare vari tentativi di ricostruzione della loro patria, anche dopo che fu fondata Turio, la quale doveva essere la legittima erede.”. Il Ciaceri (…), a p. 264, vol. I, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Herodot. VI-21”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a p. 27 e ssg., in proposito scriveva che: “L’unica fonte per stabilire, con molta approssimazione, l’epoca della distruzione di Sibari è Erodoto, il quale (VI, 21) dice che, nel tempo della presa di Mileto da parte dei Persiani (494), quei di Sibari non godevano miglior sorte, poichè, vinti dai Crotoniati, avevan dovuto ricoverarsi nelle colonie di Lao e Scidro, e che Sibari stessa era stata rasa al suolo dai Crotoniati. Dice inoltre che l’annunzio della caduta di Sibari fu appreso con grande cordoglio da quei di Mileto, i quali tutti, dai fanciulli ai vecchi, si rasero il capo, in segno di lutto; rimprovera ai Laini di non aver fatto altrettanto, dopo la caduta di Mileto. Questa data ha una conferma in ciò che racconta Diodoro del ristabilimento dei Sibariti nella loro città, dopo 58 anni dacchè ne erano stati scacciati, cioè nel 453-2, donde furono di nuovo respinti dai Crotoniati, cinque anni dopo (447-6), e della fondazione di Turio (XI, 90, 3: XII, 10; cfr. IX, 23). Così con sicurezza può fissarsi un ‘terminus ante quem’ con il racconto di Erodoto, riconfermato dalle parole di Diodoro. Ma se si può sabilire il tempo della distruzione di Sibari, quando fu essa fondata ? Eusebio, nella sua Cronaca etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dell’amicizia con quei di Mileto fa altresì testimonianza Erodoto (l.c.), quando dice che essi presero il lutto nell’apprendere la calamità toccata all’amica Sibari.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…i Crotoniati naturalmente la saccheggiarono, e vi dovettero arrecare grandissimi danni; però, come ho cercato di dimostrare, non mi pare ammissibile che l’abbiano fatta sommergere dal Crati.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a p. 127, riferendosi alla città di Lao, in proposito scriveva che: “Quindi si può dire senz’altro che i Sibariti dedussero tutte le loro colonie, delle quali rimangono notizie sicure, senza esagerarne il numero come ha fatto il Tropea (Storia dei Lucani, p. 168), sulla costa lucana esclusivamente, la quale cadde tutta in loro potere, dal Silaro al Lao.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 62-63 e ssg., in proposito scriveva che: “Prima di tutto io non credo che le colonie di Sibari, sul Tirreno, abbiano inviato molti soccorsi alla metropoli, perchè, in tal caso, si sarebbero esposte al pericolo di uno sbarco crotoniata; in secondo luogo, qualora avessero potuto e voluto inviare molti soccorsi, non ne avrebbero avuto il tempo, perchè la guerra fu rapida. Ad ogni modo resta sempre l’incognita della via che avrebbero tenuto questi aiuti, grandi o piccoli: non per mare, perchè, per le condizioni nautiche di allora, i navigli dovevano costeggiare la terra, che per lungo tratto, sia dalla parte del Ionio, che del Tirreno, era in possesso dei nemici; resta l’ipotesi più ammissibile, che essi cioè abbiano seguito la stessa strada delle carovane, che trasportavano le mercanzie da Sibari a Lao, vale a dire attraverso il passo di Campotenese. Ma anche questo cammino, per quanto breve, non doveva essere molto agevole per le forse che si fossero recate a Sibari, perchè gli indigeni, che furono molti ad insorgere dopo la sconfitta, e a recuperare il loro territorio, avevano ostacolato in mille modi i movimenti di queste truppe.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Fra Posidonia, della quale rimangono copiosissime rovine, e Lao, della quale è facile rintracciare il sito, doveva sorgere la città di Scidro; che insieme a Lao accordò ospitalità ai miseri Sibariti, come racconta Erodoto (VI, 21): “Παθουσι δε ταυσα Μιλησιοισι προς Περσεων ουκ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε και Σκιδρον οικεον της πολιος απεστερημενοι”, che tradotto è: “I Milesi e i Persiani non marciarono contro i Persiani, né conquistarono le simili Sybaritae, e il popolo e Scydron furono privati dei loro possedimenti.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924, nell’edizione riveduta del 1963, parlando di Sibari-Turii, a p. 102, in proposito scriveva che: “Athen., XII, p. 518 C. sgg. L’autore s’intrattiene alquanto a parlare dei Sibariti, dei loro costumi, dei loro rapporti coi Crotoniati e, attingendo a Filarco (= F.H.G., I, n. 45), ricorda a questo proposito (521 E) che, essendo venuta a Sibari da Crotone un’ambascieria di trenta legati, i Sibariti tutti li uccisero, freggiandone per dippiù i cadaveri. Ciò risvegliò l’ira della divinità: ………….etc….E seguì la distruzione della città per parte dei Crotoniati. Ateneo aggiunge (XII 521 F) un’altra notizia che dice derivargli da Eraclide Pontico (= F.G.H., II, n. 199b): etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 140 e ssg., in proposito scriveva che: “…avvenimenti e alla fondazione di Turio si trovano copiose in Diodoro. Egli ci informa (XI, 90, 3) che “i Sibariti, sotto la condotta di Tessalo (il quale diventa plurale più oltre, come si vedrà), dopo 58 anni dalla distruzione della loro città, cioè nel tempo in cui era arconte Lysicrate (Ol. LXXXI,4 = 453-2 a.C.) fondarono una nuova Sibari nel luogo stesso della prima”. Questo avvenimento, che in nessun modo può mettersi in dubbio, conferma la mia opinione, che Sibari non fosse stata nel 510 a.C. distrutta dalle fondamenta, e che i concittadini sconfitti e rifugiatisi nelle colonie di Lao e Scidro, o i discendenti di quelli, dopo 58 anni, la rioccuparono per breve tempo, poichè lo stesso Diodoro racconta che “5 anni dopo ne furono scacciati dai Crotoniati” cioè nel tempo in cui era arconte Filisco (Ol. LXXXIII, 1 = 448-7 a.C.).”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “Strabone (l.c.) racconta che Turio fu ridotta in servitù dai Lucani; ma grandi danni non dovette subire, perchè, in seguito, fu come il quartier generale di Alessandro il Molosso.”. Un altro studioso che ha riassunto la storia del toponimo è Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “I miseri avanzi de’ Sibariti, che potettero scampare dal ferro de’ Crotoniati, non ebbero altro asilo, dove potersi ritirare, che a Scidro, ed a Lao. Noi dobbiamo questa notizia ad Erodoto (I): ‘Sibaritae urbe exuti Aaov Laum, Σχιδρον Scidrum in ora Tyrreni incoluerunt’. E’ cosa molto singolare, come il Mazzocchi (2) potette inferire da queste parole, che i Sibariti edificarono Lao, e Scidro per abitarvi. Una truppa di fuggitivi, e di miserabili, che non ha dove posare sicuro il piede per un nemico, che ne cerca la totale distruzione, potè forse pensare a fondar città ? Ad altri poi è piaciuto dire, che durante la floridezza Sibaritica furono inviate colonie ad abitare Scidro, e Lao. Tra costoro è il sig. Micali (3). Ma questo sentimento è tutto contrario ad Erodoto, il quale non dice altro, che ‘Sibaritae urbe exuti’, cioè, che in tempo delle loro ruine, e non prima, fossero passati a quella città, dalle quali furono ricevuti.”.


Il Romanelli, a p. 376, parte III, nella nota (2) postillava: “(2) Mazoch., Collecti., I, Not. 7.”. Il Corcia, a p. 65, in proposito a Scidro scriveva pure che: “Senza investigarne veramente il sito, sospettava il Mazocchi che sorgesse nelle vicinanze della città di Lao (3).”. Il Corcia, a p. 65, nella nota (3) postillava: “(3) Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. p. 502, n. 7”. Si tratta di Alessio Simmaco Mazzocchi (….) e le sue “Le due tavole Eracleesi”. Si tratta di Alexii Symmachi Mazochii (….), e del suo “…………….”, di cui il Maiuri ha detto: “………………..”. Dunque, il Romanelli trascriveva la frase di Erodoto: “Sibaritae urbe exuti Aaov Laum, et Σkιδρον Scidrum in ora Tyrrheni incoluerunt’, che tradotto è: a che: “I Sibariti espulsi abitarono la città di Lao, e di Skidron (Scidrum) sulla riva del Tirreno.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli autori antichi nominano tre colonie di Sibari sul Tirreno: Lao, Scidro, Posidonia, tutte sulla costa lucana, anche Lao, come vedremo. Fra Posidonia, della quale rimangono copiosissime rovine, e Lao, della quale è facile rintracciare il sito, doveva sorgere la città di Scidro; che insieme a Lao accordò ospitalità ai miseri Sibariti, come racconta Erodoto (VI, 21): “Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε χαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι “. Però non è facile stabilire il sito di Scidro, nominata due volte sole, da Erodoto e da Stefano Bizantino, che riporta un passo di Lycos di Reggio. Ecc..”. Dunque, secondo il Galli (….), Erodoto nel suo Libro VI, 21 della sua Storia, riguardo il seguito della distruzione di Sibari da parte dei Crotoniati, in proposito scriveva che: “Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε χαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι “, che tradotto è: “(Ma i Milesi soffrirono a causa dei Persiani e non conquistarono i simili Sybaritai, il popolo di Scidron, suo alleato, fu privato dei loro possedimenti.”. Nella traduzione del termine Σχιδρον, tradotto è “Scidron”. Riguardo la citazione di Erodoto (….), nel 1894, a Palermo fu ristampato il testo di Ettore Pais (….), “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, dove l’autore a pp. 246-247 cita le città di Lao e Scidro e a pp. 246-247, in proposito scriveva che: “Non molto dopo il tempo in cui sorse Posidonia, e forse prima, a giudicarlo dalla posizione geografica, dovettero sorgere Lao e Scidro, le due colonie di Sibari, ove i cittadini di costei ripararono allorchè la loro città verso il 510 a.C. venne distrutta dai Crotoniati. Certo Lao esisteva sino dalla metà del secolo VI (1) etc…”. Il Pais, a p. 247 postillando di “Scidro” nella sua nota (1) postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, su Lao v. Herodt. l.c.; Strab. VI, p. 253; C; etc…”, poi aggiunge in postilla: “cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio. Il testo dei codici Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ si può semplicemente correggere Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι, e senza aggiungervi ‘Elea’, la colonia focese, come piace a C. Muller, ad l. G.G. M. I, p. 20. Sulle monete di Lao del VI sec. v. Head, op. cit., p. 61.”. Il Pais postillava che il testo dei codici: “Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ”, che tradotto è “Mi sono perso Yai Hai ‘Elaa Thurion ap”, si può correggere in “Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι”, che tradotto è “Poseidonia è un popolo della colonia Thurian”. Dunque, nella sua nota (1) a p. 247 il Pais (…) citava i corretti riferimenti di rimando al racconto di Erodoto (….), in cui egli accennava alla colonia Sibaritica di Scidro. Su questi fatti ha scritto anche Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“, nel vol. I, il quale, a p. 523, in proposito scriveva che: “Ma tutto è ignoto della città di Scidro: né monete, né titoli epigrafici, né notizie altra se non questa, che fu probabilmente colonia di Sibariti. Chi indicò la odierna Sapri come corrispondente all’antica Scidro, fu tratto in errore dall’errata lezione di Sipron per Scidro in una edizione di Erodoto. E’ probabile che fosse sul golfo della stessa Lao: ma dovè essere abbandonata in ben remoti tempi, se non ha lasciato di sé nessun altro ricordo, che il nome delle carte dell’antico scrittore che fu detto il padre della storia, e di là nella magra compilazione di Stefano Bizantino.”. James Millingen (…), nel suo “Considérations sur la numismatique de l’ancienne Italie principalement sous le rapport de Monumens historiques et philologiques, éditeur Jos. Molini, 1844, a p. 50, in proposito al passo di Erodoto scriveva che: “Nous avons peu de reinsegnemens sur l’histoire de cette ville. Hérodote porte un temoignage honorable de la reconnaissange de ses abitans envers les Sybarites leurs fondateurs, apres la destruction de Sybaris (4). Etc…“. che tradotto è: “Erodoto rende onorevole testimonianza della gratitudine dei suoi abitanti verso i Sibariti, loro fondatori, dopo la distruzione di Sibari (4). Etc..“. Il Millingen a p. 50, nella nota (4) postillava che: “(4) Lib. VI, cap. 21 – voyez, p. 11”. Infatti, il Millingen, a p. 11, in proposito scriveva che le monete: “..offrent les types nouveaux, qui temoignent la reconnaissange des Sybarites envers leurs colonies Posidonia et Laos, ou ils furent recus avec tant d’hospitalité, et où ils sejournerent jusqu’au tems de leur retablissement (1).”, che tradotto è: le monete di Posidonia “...offrono le nuove tipologie, che testimoniano la gratitudine dei Sibariti verso le loro colonie Posidonia e Laos, dove furono accolti con tanta ospitalità, e dove rimasero fino al momento della loro ricostituzione (1).”. Il Millingen, a p. 11, nella nota (1) postillava: “(1) Herodotus, lib. VI, cap. 145″. Il Millingen postilla del libro VI, e del cap. 145, in Erodoto, e dice che secondo Erodoto i profughi Sibariti, rimasero a Posidonia e a Lao fino alla ricostruzione della loro città che nell’anno 510 a.C. era stata distrutta.Il Millingen scriveva che a Posidonia e a Lao, non parla di Scidro, i Sibariti profughi, restarono fino alla ricostruzione della loro città. Eppure Erodoto citava come città ospitanti anche Scidro. Il Millingen ci parla solo di Posidonia e di Lao, città ospitanti dei profughi Sibariti, ed escludeva o meglio non aggiungeva Scidro, a causa del fatto che noi abbiamo solo monete di Lao e di Posidonia confederate con Sibari e con abbiamo altrettante testimonianza di monete confederate da Scidro. Scidro non ha mai battuto moneta, ma ciò non può essere un motivo per escluderla dalle città che ospitarono i profughi Sibariti. Se Erodoto raccoglie testimonianza che a Scidro andarono a rifugiarsi i profughi Sibariti, il fatto che non vi siano monete confederate non può escludere che molti di questi profughi restarono anche a Scidro. Certo è che Scidro, nel 510 a.C. esisteva.
Nel ‘510 a.C., i Crotoniati assoggettarono Lao, Scidro e Pyxus
Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 264, in proposito scriveva che: “La guerra con Sibari e l’annichilimento della rivale segna l’inizio dell’egemonia di Crotone nella Magna Grecia (510 a.C.). si estesero, a nord, a comprendere tutto il territorio della distrutta Sibari fino alla Siritide, restando però indipendenti gli stabilimenti sibariti di Lao e Scidro sul Tirreno. Cadde invece in potere dei Crotoniati la città di PANDOSIA, nella valle del Crati, non lungi dall’odierna Cosenza (1); una città che Strabone (VI, 256) dice di essere stata la capitale degli Enotri e che alcuno (Beloch, I (2), I, 237) pensa essere stata colonizzata dai Sibariti prima che dai Crotoniati (2).”. Dunque, in questo passaggio, il Giannelli dice chiaramente che, in seguito alla distruzione di Sibari, la potenza di Crotone si estese ma dice pure “restando però indipendenti gli stabilimenti sibariti di Lao e Scidro sul Tirreno.”. Il Giannelli, a p. 264, nella nota (1) postillava: “(1) Nissen, II, 993; Galli, Per la Sibaritide, p. 77 sgg.; Busolt, I (2) 402; Pais, Ricerche…., p. 65.”. Il Giannelli, a p. 265, in proposito scriveva pure: “Così, alla potenza di Sibari, che era stata, durante il VI secolo, la più grande e popolosa città greca d’Occidente del Mediterraneo – sottentrava quella di Crotone, che dominava tutta la Magna Grecia dai confini di Metaponto allo stretto di Messina (eccettuati soltanto i territori di Reggio, Locri, Lao e Scidro) e faceva riconoscere la propria autorità anche sulle coste orientali della Sicilia (monete d’alleanza Crotone-Zancle, posteriori al 460 a.C.: Head, p. 95)(2).”. Il Giannelli, a p. 265, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi, per la storia di Crotone, anche l’art. del PHILIPP in R. E., XI 2020 sgg., e il mio studio ‘La Magna Grecia da Pitagora a Pirro, p. I sgg.”. Dunque, il Giannelli scriveva anche in questo ultimo passaggio che Crotone, dopo la distruzione di Sibari: “..dominava tutta la Magna Grecia dai confini di Metaponto allo stretto di Messina (eccettuati soltanto i territori di Reggio, Locri, Lao e Scidro), etc..”. Dunque, secondo il Giannelli, Lao e Scidro, in seguito alla caduta di Sibari restarono indipendenti da Crotone. A questo riguardo, Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “I pochi scampati alla strage si rifugiarono come ho detto più volte, nelle colonie di Lao e Scidro. I Crotoniati si appropriarono di buona parte del territorio; il resto, forse la parte che era stata loro tolta, rientrò nel dominio degli indigeni, generando poi quella confederazione Lucana, alla quale dovrò alludere anche più oltre. I vincitori estesero la loro influenza nella fertile valle del Crati, una volta dominata dai Sibariti, e strinsero una lega monetaria con la bruzua Pandosia. Erodoto, come si è visto, parla delle manifestazioni di dolore che fecero i cittadini di Mileto, nell’apprendere la sventura di Sibari. Plinio poi (St. N. VII, 22) accenna alla rapidità con cui si divulgò la sconfitta di Sibari…..I crotoniati stessi, per quanto potenti e vittoriosi, non riuscirono mai ad affermarsi durevolmente sul territorio conquistato col proprio sangue, perchè gli scampati Sibariti fecero più di un tentativo per riconquistarlo; e, anche senza riuscirvi, crearono delle noie ai Crotoniati, che non erano mai sicuri di averli debellati completamente. Alla fine intervenne una potenza straniera (mi si passi l’espressione), alla quale i Crotoniati dovettero inchinarsi, e riconoscere ad una nuova città, da essa promossa, quasi tutti gli antichi diritti, che spettavano ai Sibariti. Maggiori vantaggi ne trassero invece gli indigeni, che avevano lungamente dovuto sottostare alla dominazione straniera. Essi non aspettavano occasione migliore per ribellarsi.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Firenze, 1963, a p. 257, in proposito scriveva che: “I Sibariti superstiti della guerra e della strage trovarono scampo nelle loro colonie: a Lao, a Scidro, a Posidonia stessa. Cinquantott’anni dopo, alcuni di essi tentarono di ritornare alla loro antica patria e riprendervi stanza: ma il tentativo, benché appoggiato da Posidonia (1), non riuscì, e i Crotoniati li sloggiarono dopo cinque anni (453-448: Diod., XII 10)(2): allora i Sibariti, ai quali non poteva sfuggire l’ognor crescente debolezza dei Crotoniati, vollero ritentare la prova, e invitarono Spartani ed Ateniesi ad essere loro alleati nel tentativo (Diod., XII, 10,3); Atene si mise a capo dell’impresa e sorse così, sotto la sua direzione, la città panellenica di Turii (444-3 a.C.). Nella nuova colonia i Sibariti non poterono restare, perché gli altri Greci non vollero loro riconoscere quella posizione di privilegio nella quale avevano sperato. Si ritirarono allora e fondarono, sulle rive del fiume Traente, una terza Sibari, che durò fin quando non la distrussero i Bruzi (Diod., XII, 22)(3).”. Giannelli, a p. 257, nella nota (1) postillava che: “(1) Forse anche Lao; cfr. Grose, “Numism. Chron.”, 1915, p. 189″.
Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 1743 pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 28 e ssg. nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Intorno al Fiume ‘Siri’, e del menzionato ‘Lavo’ si ricovrarono i Sibariti scampati dalle rovine della loro Città, ed in questi luoghi ove aveano avuto l’Imperio si ritirarono per sfuggire l’odio implacabile de’ Crotoniesi loro Nemici, e vi popularono una Terra, che dal detto Fiume ‘Lavo’ si disse ‘Laino’, e ‘Strabone’ (a), facendo memoria di detti Sibariti esprime esser fra i Lucani ricovrati, e l’istesso confirma Gio: Giovane (b).”. Il Gatta, a p. 29, nella nota (b) postillava che: “(b) Gio: Giovane de varia Tarantinorum fortuna: Sibaritae a Crotoniatis subacti ad Lucanorum non durissimam servitutem sunt tracti.”. Si tratta di un testo di Giovanni Giovine o Iuvene (…), ed il suo “De antiquitate, et de Varia Tarentinorum fortuna” edito a Napoli, nel 1589. Il testo è dedicato al Cardinale di Lauria Brancati. Lo Iuvene (…), ci racconta dell’episodio della guerra dei Tarantini contro i Lucani e della battaglia di Lao. Lo Iuvine (….) scriveva: “Sibaritae a Crotoniatis subacti ad Lucanorum non durissimam servitutem sunt tracti.”, che tradotto significa: “I Sibariti, sottomessi dai Crotoniati, furono sottoposti alla servitù non molto severa dei Lucani.”.
Nel 480 a.C., Crotone organizzò una spedizione militare contro Lao e Scidro
Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Crotone, dopo la vittoria sui Sibariti, che era subentrata nelle relazioni con qualcuna delle città indigene della valle del Crati, non credo che facesse tentativi per attrarre nella sua sfera politica le colonie sibarite, perchè nel 480 organizzò una spedizione militare contro quei fuggiaschi che avevano riparato in esse. Etc…”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, e. 1925, vol. I, Libro II, cap. VI, nel suo “Le vicende di Thurii”, a pp. 271 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Scacciati dai Crotoniati, i Sibariti cercarono rifugio presso le loro colonie di Laos e di Skidros sulle opposte coste del Tirreno; ma ve li perseguitarono i loro tenaci nemici finchè Ierone di Siracusa mandò in difesa dei fuggiaschi il fratello Polizelo. Qualche anno dopo, verso il 453 a.C., i Sibariti, ritornati nel patrio suolo, fondarono una nuova città, che ebbe circa sei anni di vita.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “L’impero di Crotone, Vicende di Locri, di Regio, di Pyxous, di Velia, e di Posidonia”, a pp. 284 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “S’intende che dopo la distruzione di Sibari i Crotoniati non sentissero più ritegno nella loro sete d’impero. Allo stesso modo che non si trattennero dal perseguitare i fuggiaschi Sibariti, che avevano cercato riparo sulle coste del Tirreno nelle colonie di Laos e di Skidros, essi mossero arditamente guerra ai Locresi, traendo ragione o pretesto dalla circostanza che costoro avevano già per il passato inviato aiuti agli abitanti della ionica Siris. Avvenne allora la battaglia della Sagra, celebrata da Stesicoro, detto di Imera, etc…”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, vol. II, a p. 91, in proposito scriveva che: “La sventura perseguitò accanitamente i superstiti Sibariti giacchè 58 anni dopo, avendo riedificata coi Tessali parte della città, quando già cominciavano a prosperare, dopo sei anni anni furono espulsi dai Crotoniati ed i loro edifizii nuovamenti distrutti. Finalmente fu riedificata col concorso degli Achei nel 446, e dandole nome Turio; ma poco dopo venuti a lite i Sibariti e gli altri Greci e contendendo della precedenza, furono i primi la maggior parte uccisi. Laonde fuggendo, giunti al fiume Triunti patirono nuova strage da’ Lucani, e solo pochi poterono riparare alle colonie di Lao, Scidro, Culonia e Posidonia.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Crotone, dopo la vittoria sui Sibariti, che era subentrata nelle relazioni con qualcuna delle città indigene della valle del Crati, non credo che facesse tentativi per attrarre nella sua sfera politica le colonie sibarite, perchè nel 480 organizzò una spedizione militare contro quei fuggiaschi che avevano riparato in esse. Questi si rivolsero a Ierone di Siracusa, il quale obbligò i Crotoniati a desistere dagli assalti. Diodoro che, come si è visto e come vedremo, fornisce molte notizie intorno ai ripetuti tentativi di quei Sibariti per rioccupare i loro antichi domini, non parla affatto di aiuti, che quei di Lao pur dovettero fornire, direttamente o indirettamente, ai loro ospiti. Certo è che quei tentativi furono possibili, ed ebbero qualche risultato, solo dopo l’intervento di Ierone, e quando in Crotone si iniziava la reazione contro i Pitagorici. Non si può stabilire con sicurezza se Lao riconoscesse supremazia della colonia ateniese di Turio subentrata virtualmente nel possesso della Sibaritide, dopo la prima metà del sec. 5°. Quello che si può affermare delle relazioni dei Turini con quei di Lao è, che i primi, venuti a conflitto con i Lucani, vollero combatterli anche nelle loro sedi, e si spinsero fino a Lao; ma quivi, come racconta Diodoro (XIV, 101-3), toccarono una sonora sconfitta (391 a.C.).”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 139 e ssg., in proposito scriveva che: “Era naturale che i Sibariti, ricoveratisi nelle proprie colonie, dopo essere stati vinti dai Crotoniati, facessero più di un tentativo per riavere le loro antiche terre, spinti in questo da un ricordo di grandezza, che mal potevasi compensare con le accoglienze e gli aiuti, per quanto fraterni, che avevano ricevuto dai cittadini di Lao e di Scidro. Questi tentativi dovettero incominciare a maturarsi da quegli stessi Sibariti scampati alla strage, perchè si è visto che, una trentina di anni dopo la caduta di Sibari, i Crotoniati organizzarono una spedizione militare contro le sue colonie; impresa che non potette attuarsi per l’intervento di Ierone di Siracusa. Diodoro (XI, 48, 3) racconta a questo proposito che Ierone, succeduto a Gelone nel governo di Siracusa, volendosi sbarazzare del fratello Polizelo, etc…”.
Nel 476 a.C., Polizelo, su ordine di suo fratello, Ierone di Siracusa viene in soccorso di Lao, Scidro minacciati da Crotone
Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VI, nel suo “Le vicende di Thurii”, a pp. 271 e sgg., in proposito scriveva che: “Scacciati dai Crotoniati, i Sibariti cercarono rifugio presso le loro colonie di Laos e di Skidros sulle opposte coste del Tirreno; ma ve li perseguitarono i loro tenaci nemici finchè Ierone di Siracusa mandò in difesa dei fuggiaschi il fratello Polizelo. Qualche anno dopo, verso il 453 a.C., i Sibariti, ritornati nel patrio suolo, fondarono una nuova città, che ebbe circa sei anni di Vita. La perenne inimicizia dei Crotoniati, od il timore dei popoli Sabellici, e particolarmente dei Lucani i quali già invadevano il suolo della Magna Grecia e si spingevano sino alle coste del mare, indussero gli abitanti della nuova Sibari a rivolgersi per aiuto agli Spartani ed agli Ateniesi.”. Ettore Pais (…), nel 1933-XI, nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio Romano”, vol. II, II edizione, in Appendice: “Tavola cronologica” , per l’anno 510 a.C., a p. 951, in proposito scriveva che: “Verso il 476 a.C. Hierone…invia il fratello Polizelo in aiuto dei Sibariti di Laos e di Skidros, minacciati dai Crotoniati.”. Dunque, in questo breve passaggio, il Pais scrive chiaramente che Ierone, tiranno di Siracusa inviò suo fratello Polizelo, il quale su suo ordine riconquistò le due colonie sibarite di Lao e Scidro che dopo la distruzione di Sibari erano minacciate continuamente dallo Stato di Crotone. Questa notizia è un’altra delle poche su Lao e su Scidro che evidentemente, dopo la distruzione di Sibari da parte dei Crotoniati, i quali, evidentemente controllavano non del tutto anche la nostra zona, minacciavano le due colonie magno-greche dove si erano rifugiati parte degli scampati al massacro della distruzione della loro città di Sibari. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel: “Ierone e gli Etruschi”, a p. 34 e ssg., in proposito scriveva che: “L’animo impaziente di Anassilao, umiliato dalla sconfitta di Imera e dalla cacciata del suocero per opera di Terone, cercava rivalsa. Da lui e dal figlio Leofrone vennero minacce ai vicini Locresi, vecchi amici di Siracusa.”. Sempre il Pais, a p. 34 aggiungeva il fatto: “Alla sua volta Crotone premeva gli avanzi dei Sibariti, che avevano trovato riparo a Laos e a Skidros sulle coste del Tirreno e che sino da allora (verso il 476 a.C.) tentarono forse ricostruire la loro città di cui si fa nuova menzione qualche decennio dopo. Ierone intervenne, salvò i Sibariti ed i Locresi; Polizelo suo fratello ebbe ordine di muovere contro i Crotoniati.”. Ed in questo passaggio, il Pais è più chiaro sull’episodio e riferendosi sempre al tiranno di Siracusa Ierone scriveva che: “Polizelo suo fratello ebbe ordine di muovere contro i Crotoniati.”. Dunque, secondo il Pais, il fratello di Ierone, Polizelo, ebbe l’ordine di recarsi in aiuto delle due città magno-greche di Lao e di Scidro. Il Pais aggiunge pure che, subito dopo, “Polizelo, temendo che ques’impresa desse occasione al fratello di tessergli insidie, riparò ad Agrigento presso il suocero Terone. Non siamo esattamente informati su queste vicende. E’ chiaro però Ierone che cercò esercitare influenza politica anche a Crotone, e che vi trovò resistenza.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel: “Note al capitolo III”, a p. 499, in proposito scriveva che: “p. 34 sgg. Sulle rivalità e gelosie esistenti fra i membri delle famiglie dei Dinomenidi e degli Emmenidi abbiamo notizie in Diodoro e negli scolii di Pindaro. E’ probabile che ierone avesse accordato a Polizelo la signoria di Gela, allo che Gelone l’aveva già affidata a Ierone. Con questa ipotesi si accorda l’iscrizione dell’auriga di Delfi. Probabilmente Polizelo, inviato a combattere i Crotoniati, ebbe timore che nella sua assenza Ierone ripigliasse per sè Gela. Polizelo, che aveva sposato in seconde nozze Damareta, figlia di Terone di Agrigento, traeva profitto dalle rivalità fra il suocero ed il fratello per rendersi del tutto indipendente odaccrescere il suo Stato.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nell’Indice, alla voce “Polizelo”, in proposito scriveva che: “Polizelo, fratello di Gerone siracusano II 134 sg.”. Dunque, Emanuele Ciaceri, nel vol. II, Libro II, a p. 321 e sgg., in proposito scriveva che: “Assumeva subito l’atteggiamento di principe forte e generoso, sempre pronto a muovere in aiuto dei superstiti Sibariti, i quali mentre tentavano di far risorgere l’abbattuta città (aiutati naturalmente dai loro fratelli che, giusto dicemmo, erano riparati nelle colonie sibarite di Lao e di Scidro) si videro stretti d’assedio dai Crotoniati, accolse l’invito disponendo che un esercito non indifferente si ponesse in marcia al comando del fratello Polizelo, a quanto pare anche calcolando d’aver trovato l’occasione per potersi sbarazzare di quest’ultimo verso cui avrebbe nutrito geloso rancore (a. 477)(2). Non conosciamo quale seguito avesse la spedizione, dal momento che ce n’è rimasta memoria in due tradizioni opposte: secondo l’una, fattosi sospettoso Polizelo si sarebbe rifiutato d’accettare l’incarico, mentre, stando all’altra, egli avrebbe condotto felicemente a termine l’impresa (3). E non pare, in verità, che ci sia stata una vera azione militare; che già in questo tempo era troppo forte Crotone per lasciarsi facilmente intimidire da un intervento straniero. Forse trattavasi di una semplice spedizione dimostrativa compiuta allo scopo che si addivenisse ad una intesa, nel senso che i Crotoniati tralasciassero d’opprimere i poveri Sibariti e questi alla loro volta abbandonassero il proposito d’una vera ricostruzione della città. E’ sembra che così sia avvenuto di fatto, non essendosi per allora, a quanto ci consta, ricostruita la nuova Sibari. Ma lo sdegno dei Crotoniati dovette prorompere in pubblica manifestazione alla notizia d’un intervento siracusano, se veramente, come riteniamo, abbatterono allora la statua dell’atleta Astilo (già proclamatosi solennemente cittadino di Siracusa.”. Il Ciaceri, a p. 321, nella nota (2) postillava: “(2) v. Diodoro, XI 48, 4, il quale, accennando al fatto quando parla del conflitto fra i due fratelli, lo pone insieme con questo nell’a. 476, mentre esso risale all’anno precedente, come appare dallo svolgimento stesso degli avvenimenti.”. Il Ciaceri, a p. 321, nella nota (3) postillava: “(3) La prima tradizione in Diod. XI 48, 5; la seconda in Tim. apd DIDYM. in Schol. PIND. ol. II 29 = fr. 90 M. I p. 214. Probabilmente fonte comune di Diodoro e di Didimo era Timeo, il quale avrebbe esposto entrambe le tradizioni non sapendo a quale delle due dovesse dare la preferenza.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. V “L’indebolimento dello Stato Crotoniata”, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Era nell’interesse dei Crotoniati perpetuare questo stato di cose; ed era quindi naturale ch’essi stabilissero d’opporsi in tutti i modi acchè si facesse risorgere a novella vita la temuta rivale. Ma era ugualmente ovvio che a codesta resurrezione pensanssero non solo quelli ch’erano rimasti a Sibari, ma anche gli altri ch’erano riparati a Lao e a Scidro (e cioè in piccole colonie, le quali specialmente dopo l’indebolimento della potenza etrusca, prodotto dalla battaglia di Cuma, vivevano in assai penose condizioni), donde naturalmente speravano poter raggiungere la vecchia patria. Nè occorre rilevare che cotale aspirazione dovessero favorire quei di Posidonia, i quali avrebbero potuto calcolare di riattivare così un giorno le antiche vie commerciali che attraverso la penisola ponevano in comunicazione le coste del Tirreno con quelle dell’Ionio. Da tutto ciò aveva inizio e svolgimento una serie di tentativi di ricostruzione della città, fatti dai Sibariti e costantemente rintuzzati con spirito di prepotente persecuzione da parte dei Crotoniati. Dal poco che ci è dato rintracciare nell’antica tradizione sappiamo, infatti, che tentarono i Sibariti di ribellarsi all’imposizione di Crotone, ma non trovarono aiuti nelle città vicine. Quando pensarono di poter porre in effetto il loro disegno, dovettero all’intervento di Gerone siracusano d’esser liberati dalle strette delle truppe crotoniate che minacciavano di opprimerli (a. 476)(1). E non v’è dubbio che qui si sia trattato di veri abitanti di Sibari, e non dei Sibariti di Lao e di Scidro, come generalmente han creduto gli storici odierni (1), non essendo verosimile non solo che, ove si fosse realmente parlato di quelle due cittadine, la fonte antica non avrebbe fatto il nome, ma, ancor più, che i Crotoniati si fossero condotti sino al golfo di Policastro per perseguitare gli odiati nemici. Grazie all’intervento del principe siracusano restarono i Sibariti nella loro sede; e fuvvi un giorno, oltre vent’anni dopo, in cui parve che sarebbero riusciti, al fine, a raggiungere l’intento, cominciarono a ricostruire la città e cercando di cingerla con forti mura. Narravasi, infatti, che 58 anni dopo la distruzione della città (a. 510) questa era stata riedificata con l’aiuto di Tessalo o dei Tessali, i quali avrebbero all’uopo riuniti tutti i superstiti Sibariti (a. 453); senonchè 5 anni dopo i Sibariti stessi vennero cacciati dal luogo dai Crotoniati (a. 448)(2).”. Il Ciaceri, a p. 338, nella nota (1) postillava: “(1) Diod. XI 48, 4”. Il Ciaceri, a p. 339, nella nota (1) postillava: “(1) Busolt, Griech. Gesch. II(2) p. 798; Beloch, Griech. Gesch. II(2) 1 p. 73; Pais, Ricerche di storia e di geogr. I, p. 271; Philipp in Pauly-W-K r.e. XI 2024”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 139 e ssg., in proposito scriveva che: “Diodoro (XI, 48, 3) racconta a questo proposito che Ierone, succeduto a Gelone nel governo di Siracusa, volendosi sbarazzare del fratello Polizelo, che godeva molte simpatie presso i Siracusani, lo mandò, con numeroso esercito, a difendere i Sibariti, sperando che sarebbe rimasto ucciso dai Crotoniati; ma Polizelo, saputo la cosa, si rifugiò presso Terone di Agrigento, e si apparecchiò a muovere contro il fratello. Malgrado questo episodio, pare che l’intervento di Ierone fosse tornato ugualmente efficace. Non si potrebbe trovare il movente questa risoluzione dei Crotoniati, se non si pensasse alle pressioni e alle noie che ad essi dovevano giungere perennemente da quelle città.”. Da Wikipedia leggiamo che Ierone di Siracusa, Geróne o Ieróne (in greco antico: Ἱέρων?, Hièrōn) (… – Aitna, 467 o 466 a.C.), è stato tiranno di Gela dal 485 o 484 a.C., al 478 o 477 a.C. e, successivamente, tiranno di Siracusa, fino alla morte. Figlio secondogenito di Dinomene di Gela, Gerone è noto per essere stato un abile mecenate: portò infatti alla corte aretusea alcuni tra i più grandi letterati in auge a quel tempo, tra i quali Pindaro ed Eschilo. L’episodio può essere datato tra il 477 e il 476 a.C., un anno prima che Anassilao morisse. Il tiranno di Reggio cerca di avvantaggiarsi della conflittualità interna ai Dinomenidi e di concludere vittoriosamente l’antico contrasto con i Locresi, attaccando con le forze di Messana, governata da suo figlio Leofrone, e con le proprie. Per Gerone è sufficiente inviare il cognato Cromio per far desistere Anassilao dall’intento, il che è indicativo di quanto fosse potente Siracusa. La riconoscenza dei Locresi verso Gerone è ricordata da Pindaro (Pyth. 2, 18-20). È probabile che a stretto giro Locri e Siracusa siglino un trattato di symmachia. Ma l’interventismo siracusano in Magna Grecia non si esaurisce qui. In questa fase è Crotone la maggiore potenza di Magna Grecia, ma il centro è afflitto da un conflitto interno, relativo alla divisione della chora di Sibari. I Sibariti chiedono aiuto a Siracusa e questa sollecita le loro istanze separatiste contro Crotone. Al contempo, la polis aretusea seconda Locri contro Temesa. È possibile che in questo sforzo in Magna Grecia Siracusa possa contare sull’appoggio di Poseidonia, come sembrano suggerire le emissioni monetali di Poseidonia in questo periodo: sembra infatti che la colonia di Sibari in questo periodo passi da un accordo commerciale con Elea ad un circuito riferibile a Siracusa. Nel 474 o nel 473 a.C., Gerone entra in guerra a fianco dei Cumani contro gli Etruschi, probabilmente Etruschi campani che razziavano le poleis della Magna Grecia, come sembrano indicare la conquista delle Isole Eolie, i saccheggi operati contro Cuma, le fortificazioni edificate da Anassilao. Cuma chiede aiuto a Siracusa e Gerone riporta una grande vittoria, nella battaglia di Cuma. Il tiranno siracusano ha anche agio di installare una guarnigione a Pitecussa, che però, anche a motivo di attività eruttive, non dura a lungo. Dopo la difesa di Locri, l’aiuto ai Sibariti e la lotta ai Crotoniati, la battaglia per Cuma rappresenta il culmine dell’attività di Gerone all’estero, che si qualifica soprattutto per l’interesse per l’area tirrenica. Non è però facile indicare la misura del successo di queste ambizioni siracusane, anche perché Siracusa non impone i propri tipi monetali, né cerca di strappare tributi alle terre controllate, né, a quanto pare, sospende i rapporti commerciali con gli Etruschi. La politica siracusana nel Tirreno trova un appoggio in Micito, reggente per conto dei figli di Anassilao, il quale fonda Pissunte, probabilmente contro Elea, e si allea con Taranto in chiave anticrotoniate. Ma la sconfitta di Taranto per mano degli Iapigi provoca la caduta di Micito, sollecitata dallo stesso Gerone.
Nel 474 a.C., Scidro, Lao e Pixunte, dopo la battaglia di Cuma contro gli Etruschi
Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. IV “La Sicilia e la Magna Grecia – Posidonia, Velia e l’Etruria”, a pp. 334-335, riferendosi a dopo la battaglia di Cuma in cui gli Etruschi furono vinti e cacciati, in proposito scriveva che: “L’indebolimento della potenza etrusca veniva a creare un nuovo stato di cose per Posidonia, la quale, mentre sottraendosi a quello influsso riprendeva liberamente il carattere genuino di città italiota, perdeva i vantaggi commerciali che fin allora aveva ricavati dalle relazioni con l’Etruria. Tornavano allora i Posidoniati a svolgere lo sguardo verso le coste dell’Ionio, proprio nel tempo in cui i Reggini in grazia all’alleanza con Taranto stabilivano una colonia a Pixunte; e calcolavano, sebbene invano, sulla resurrezione della città di Sibari. Non rimasero essi estranei, come vedremo, ai tentativi compiuti dai superstiti Sibariti, per quanto Erodoto sia detto soltanto che questi eran riparati a Lao e Scidro. E da codeste vicende, che guardate dal lato commerciale appaiono assai burrascose, usciva tuttavia Posidonia sempre forte e sana nella sua posizione di grande città, come attestano le sue belle monete che giungono sino alla fine del secolo (1) e nelle quali sono anche ricordate le feste o gichi che si celebravano sulle coste del Silaro (2). Altrettanto, certo, non poteva dirsi per Lao e di Scidro; l’una, cittadina, che ancora rivela nelle sue monete una certa prosperità (3), è destinata a perdere ogni importanza commerciale; e dall’altra, che era una semplce fattoria o castello, scompare da questo momento ogni memoria. V’è motivo intanto di ritenere che la catastrofe dell’armata etrusca, egualmente che la distruzione di Sibari, abbia giovato al riattivamento della via commerciale ionico-calcidica sul Tirreno e che ciò sia tornato a vantaggio anche della città di Velia; la quale serviva di scalo alle navi che partendo da Marsiglia trafficavano con i paesi dell’Oriente ionico. Troppo lontana per cadere sotto l’egemonia od influenza di Crotone (4), continuò Velia a vivere floridamente anche in questo tempo, cioè nella prima metà del sec. V, come dimostrano le sue belle didramme che recano l’impronta del leone di Marsiglia e di Focea (5); e retta fu sempre dalla costituzione di Parmenide, contro cui poi riuscì vittoriosa la tirannide”. Il Ciaceri, a p. 335, nella nota (3) postillava: “(3) Head (2), p. 74 (a. 500-450).”. Il Ciaceri, a p. 335, nella nota (4) postillava: “(4) Non pare, in vero, che la legg. YAI della moneta crotoniate (Babelon, Traitè II 1 1458), voglia indicare il nome di Velia.”. Il Ciaceri, a p. 335, nella nota (5) postillava: “(5) Head (2) p. 89 (a. 500-450).”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, riferendosi a dopo la distruzione di Sibari e della battaglia di Cuma, in cui ci fu la disfatta degli Etruschi che, fino a quel tempo avevano dominato sugli scambi commerciali con i Sibariti di Posidonia, di Lao e di Scidro, egli sostiene che: “Altrettanto, certo, non poteva dirsi per Lao e di Scidro; l’una, cittadina, che ancora rivela nelle sue monete una certa prosperità (3), è destinata a perdere ogni importanza commerciale; e dall’altra, che era una semplice fattoria o castello, scompare da questo momento ogni memoria.”. Il Caiaceri sosteneva che a differenza di Posidonia, solo Lao rimase una città in vita mentre Scidro “che era una semplice fattoria o castello, scompare da questo momento ogni memoria.”. L’ipotesi del Ciaceri secondo cui, dopo la disfatta degli Etruschi a Cuma non rimase memoria di Scidro è opinabile e lo dimostra l’intervento di Ierone di Siracusa e di suo fratello Polizelo che, qualche anno prima (a. 476) fu inviato, come vedremo proprio nelle due colonie magno-greche di Lao e di Scidro per difenderle dai Crotoniati nel 476 a.C. Da Wikipedia leggiamo che dopo questa battaglia ne seguirono altre due vittoriose per i Cumani, una prima accanto ai Latini nella Battaglia di Aricia contro gli Etruschi, ed una seconda nel 474 a.C. al fianco dei Siracusani i quali avevano inviato la loro flotta sempre contro gli Etruschi, riuscendo definitivamente a cacciarli dalla Campania. Scontro ricordato come battaglia di Cuma.
Nel 446 a.C. (Ciaceri), 447-6 (Galli), la distruzione di Turi sul Traente ed i superstiti si rifugiarono a Lao e a Scidro
Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. V “L’indebolimento dello Stato Crotoniata”, a p. 356, in proposito scriveva che: “Così era ormai a chiudersi la storia delle vicende dei Sibariti, svoltasi lungo il corso del sec. V; onde, a voler concludere intorno ad essa, si potrebbe dire che dopo la vecchia grande Sibari – ove prima (a. 476) gli abitanti, circondati e pressati dalle truppe crotoniati, avevano ripreso respiro in grazie dell’intervento di Gerone siracusano, e dopo, insieme coi fratelli esuli di Lao e di Scidro e con l’aiuto dei Posidoniati (a. 453) avevan fatto un tentativo di ricostruzione della città, che forse parve riuscito, ma ch’ebbe breve durata – fuvvi la nuova Sibari (a. 447), un pò più all’interno e non lungi dal Crati, che presto diventò la città di Turio, ed infine la Sibari del Traente, più in giù e verso i confini del territorio crotoniata (dopo 444/3).”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, vol. II, a p. 91, in proposito scriveva che: “Finalmente fu riedificata col concorso degli Achei nel 446, e dandole nome Turio; ma poco dopo venuti a lite i Sibariti e gli altri Greci e contendendo della precedenza, furono i primi la maggior parte uccisi. Laonde fuggendo, giunti al fiume Triunti patirono nuova strage da’ Lucani, e solo pochi poterono riparare alle colonie di Lao, Scidro, Culonia e Posidonia.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, e. 1925, vol. I, Libro II, cap. VI, nel suo “Le vicende di Thurii”, a pp. 271 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Qualche anno dopo, verso il 453 a.C., i Sibariti, ritornati nel patrio suolo, fondarono una nuova città, che ebbe circa sei anni di vita.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 140 e ssg., in proposito scriveva che: “In seguito, i tentativi fatti più dai discendenti dei cittadini scacciati da Sibari, anzicchè da questi ultimi direttamente, ebbero miglior risultato; quantunque essi non si poterono mantenere durevolmente nel sito della loro metropoli, e, cacciati anche da Turio, che consideravasi come l’erede e la continuatrice di Sibari, dopo un ultimo sforzo per restare in quella regione, furono finalmente o trucidati, o dispersi dalle popolazioni indigene. Notizie intorno a questi avvenimenti e alla fondazione di Turio si trovano copiose in Diodoro. Egli ci informa (XI, 90, 3) che “i Sibariti, sotto la condotta di Tessalo (il quale diventa plurale più oltre, come si vedrà), dopo 58 anni dalla distruzione della loro città, cioè nel tempo in cui era arconte Lysicrate (Ol. LXXXI,4 = 453-2 a.C.) fondarono una nuova Sibari nel luogo stesso della prima”. Questo avvenimento, che in nessun modo può mettersi in dubbio, conferma la mia opinione, che Sibari non fosse stata nel 510 a.C. distrutta dalle fondamenta, e che i concittadini sconfitti e rifugiatisi nelle colonie di Lao e Scidro, o i discendenti di quelli, dopo 58 anni, la rioccuparono per breve tempo, poichè lo stesso Diodoro racconta che “5 anni dopo ne furono scacciati dai Crotoniati” cioè nel tempo in cui era arconte Filisco (Ol. LXXXIII, 1 = 448-7 a.C.). Questo medesimo avvenimento è ripetuto da Diodoro in un altro passo (XII, 10,2) con la differenza che quivi parla non di Tessalo, ma di alcuni Tessali etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a p. 27 e ssg., riferendosi all’anno 510 a.C., data della distruzione di Sibari, secondo Erodoto e Strabone, 58 anni dopo fu ricostruita Sybaris con Turio ed in proposito scriveva che: “Questa data ha una conferma in ciò che racconta Diodoro del ristabilimento dei Sibariti nella loro città, dopo 58 anni dacchè ne erano stati scacciati, cioè nel 453-2, donde furono di nuovo respinti dai Crotoniati, cinque anni dopo (447-6), e della fondazione di Turio (XI, 90, 3: XII, 10; cfr. IX, 23). Così con sicurezza può fissarsi un ‘terminus ante quem’ con il racconto di Erodoto, riconfermato dalle parole di Diodoro.”.
LAOS e LAINO
Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 7 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Le città più antiche e più vicine al sito di Luria, che avessero coniate monete proprie furono Laino ed Hipponium (o Vibo ad Siccam) sul mare della Lucania occidentale, la quale ultima si ebbe per distintivo sulle monete di argento una prua di nave. Dopo il periodo delle piccole repubbliche della Magna Grecia si eclissò Laino, in seguito a sconvolgimenti politici e tellurici ed emerse Blanda, città ricordata da Livio, la quale fin dai primi secoli dell’Era Cristiana divenne città vescovile. Laus o Λαινων venne detta così perchè sulle monete antiche di essa si rinviene una testa di donna rappresentante la ninfa Laina del fiume Lao, come sulle monete di Velia si rinviene la testa di Pallade galeata che rappresenta la Dea degli abitanti di essa Ελιτων. La parola Λαινων infatti dinota il genitivo plurale degli abitanti di Lao. Ekkel nel catalogo del Museo Vindebonense descrive una medaglia che riporta da un lato l’efige di un’aquila che guarda un teschio di bove e dall’altro lato una testa di giovine donna con l’iscrizione greca Λαινων. Domenico Sestini asserisce lo stesso di un’altra moneta osservata a Napoli molti anni or sono. Un’altra moneta dell’antica Lao, detta poi Laino, si trova nella Pinacoteca di Tochon a Parigi, sulla quale da un lato si legge la sillaba Λα abbreviatura di Λαινων. La ninfa dunque chiamavasi Laina. Come Velia anche Lao ebbe la sua importanza. Essa fu edificata dagli Enotri ed Ausonii. Strabone la designa poco lontano dal mare “Amnis Laus et item urbs Lucanorum extrema, paulum supra mare.”, quindi non poteva essere l’odierna Laino che dista quindici miglia dal mare. Non v’è dubbio che l’odierna Laino fu colonia dell’antico Laino sorta dopo la distruzione della madre patria ed ebbe un castello inespugnabile di cui ancora se ne conoscono gli avanzi. Lo storico Nicola Leoni a p. 200 della sua Magna Grecia dice che presso Laino le acque del fiume si formarono un lago, perchè impedite da un gioco alpino e che, sopravvenuta qualche catastrofe, il lago si prosciugò poichè le acque ebbero libero corso. Frate Elia D’Amato nella sua Antologia Calabra stampata a Napoli nel 1725 dice che Linum oppidum ab Auxoniis conditum et ab Denotriis, super eiusdem nominis amnem intus e montibus in Salvatoris nostri morte conscissis, emanatum, Calabriam a Lucania discriminantem, cuius oppidani, teste Plinio, lib. 3, coreis soleisque concinuando, opera navant. Dunque il fiume Lao, proveniente dalle sorgenti del monte Mauro, presso l’odierno Viggianello, formava nel suo corso un lago e propriamente presso l’attuale Laino e poi proseguiva fino al mare. Un terremoto avvenuto nella morte del Redentore aprì il gioco alpino che ostacolava il corso delle acque e queste ebbero libero corso fino alla foce presso l’antica Laus. Quel che avveniva nei dipressi del castello di Laino dovè avvenire anche nel bacino del Noce (chiamato anticamente flumen Batum) ove anche si formava un lago, come ben osserva il senatore Di Lorenzo e come dimostrano le pietre rotonde che si trovano sotto il terreno scistoso dell’abitato di Rivello, nonchè sotto l’altipiano di Nemoli che volge a Trecchina. Un terremoto dovè aprire il varco alle acque del lago che nel suo corso formava il fiume Bato, oggi Noce, sotto Parruta. Che vi sia stato un terribile terremoto in questi luoghi è certo. Una mostruosa fenditura, profondissima causata da esso si nota tuttora al di là del castello di Maratea dalla parte che guarda il villaggio di Massa.”.
Il Curzio scrive che frate De Amato Elia (….), nella sua “Pantopologia calabra”, nel 1725 scriveva di Lao che: ‘’Lao, città fondata dagli Ausoni e dai Enotri, sul fiume omonimo, uscì dai monti dell’interno alla morte del nostro Salvatore, dividendo la Calabria dalla Lucania, i cui concittadini, secondo la testimonianza di Plinio, lib. 3, concordando coi cori e coi soli, apparecchiano i lavori.”.
MARATEA e TRECCHINA
Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 7 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……A tre miglia sopra Maratea si trova Trecchina. Questo paese, dice il barone Antonini nella sua Lucania, fu fondato dai Greci che occupavano la montagna vicino le Termopili, chiamata anche Trecchina come si può apprendere da Erodoto, da Pausania e da altri autori. Essi l’abbandonarono nella guerra del Peloponneso e, ricorsi ai Tarentini, ottennero da questi l’occupazione di queste contrade, somiglianti a quelle che Erodoto descrive al libro 7.° pel varco vicino della così detta Colla di Maratea. Maratea fu fondata da una colonia Fenicia di Marathos città della Fenicia dirimpetto all’isola di Arado citata da Plutarco e Quinzio Curzio. Detta colonia, approdata prima all’isola da essi detta di Marate, vedendo ristretti i confini dell’isola, formò un’altra colonia che si stabilì nel sito ove oggi risiede Maratea, detta così appunto perchè fondata dai Maratei.”.
Diodoro Siculo parla di Micito di Reggio e di Pixos
Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 45, nella nota (1) postillava: “(1) …..Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. Etc…”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 45, in proposito scriveva che: “…veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a.C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriormente al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Dunque, il Carucci, fa notare che contrariamente a quanto scriveva Diodoro Siculo, ovvero che Pixus (che egli chiama Pixos), fosse stata fondata da Micito di Reggio nel V secolo, si può retrogradare la fondazione o l’esistenza di questa città sul mare Tirreno grazie alla moneta con la leggenda Sirino-Pixoes” che, invece risale ad un secolo prima, al VI sec. a.C….Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a p. 140 e ssg., in proposito scriveva che: “Notizie intorno a questi avvenimeni e alla fondazione di Turio si trovano copiose in Diodoro. Egli ci informa (XI, 90, 3) che “i Sibariti, sotto la condotta di Tessalo (il quale diventa plurale più oltre, come si vedrà), dopo 58 anni dalla distruzione della loro città, cioè nel tempo in cui era arconte Lysicrate (Ol. LXXXI, 4 = 453-2 a.C.) fondarono una nuova Sibari nel luogo stesso della prima”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: “Lo storico greco Diodoro Siculo, nella sua Bibliotheca Historica datava la fondazione di Pixunte ad opera di Micito al tempo della Olimpiade LXXVII, quando Atene era governata da Prassiergo: “Athenis summum gerente magistratum Praxiergo, in Italia Mycithus Rhegii, et Zancles Princeps, urbem condidit Theuxunta.” Trad.: “Essendo al governo d’Atene Prassiergo, Micito signore in Italia di Reggio e di Zancle, edificò Teusonta città.”.“. Da Wikipedia leggiamo che Diodoro Siculo (in greco antico: Διόδωρος Σικελιώτης?, Diódōros Sikeliṑtēs; Agyrium, 90 a.C. circa – 27 a.C. circa) è stato uno storico siceliota, autore di una monumentale storia universale, la Bibliotheca historica. Diodoro stesso informa di aver dedicato trent’anni della propria vita (quindi all’incirca dal 60 a poco prima del 30 a.C.) alla realizzazione della sua Biblioteca, durante i quali compì numerosi e pericolosi viaggi in Europa e in Asia, utili alle sue ricerche. Diodoro presenta la sua opera, la Bibliotheca historica, come una storia universale dalle origini del mondo alle campagne di Cesare in Gallia e in Britannia. Era composta da 40 libri, suddivisi successivamente in pentadi e decadi. L’opera non si è conservata integralmente. A noi sono giunti completi i primi 5 libri (sull’Egitto [libro I], sulla Mesopotamia, sull’India, sulla Scizia e sull’Arabia [II], sull’Africa settentrionale [III], sulla Grecia [IV] e sull’Europa [V]) e i libri XI-XX (dal 480 e dai diadochi al 301 a.C.). Possiamo tuttavia trarre alcuni dati sull’opera e ricostruirne l’impianto, grazie ai numerosi estratti di epoca medievale (contenuti negli scritti di Fozio e Costantino Porfirogenito) e ai numerosi frammenti che ne rimangono.
Pyxous e Pixunte (Pissunte) e Micito di Reggio in Macrobio e in Strabone
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 3, in proposito scriveva che: “Macrobio descrive la singolare e proba personalità di Micito: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum Tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est. Is tutelam sancte gessit: imperiumque tam clementer obtinuit, ut Regini a servo regi non dedignarentur. Perductis deinde in aetatem pueris, et bona, et imperium tradidit: ipse parvo viatico sumpto profectus est, et Olympiae cum summa tranquillitate consenuit.”. Trad.: “Anassilao messeno, che fondò Messina in Sicilia, fu tiranno di Reggio. Egli, allorchè lasciò i figliuoli piccini, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela, e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del re. Quando i fanciulli ebbero raggiunto l’età, affidò loro il supremo comando ed i beni; ed egli raccolte le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò ad Olimpia.”. Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio, Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasciò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: “Micito fu un uomo politico di grande lungimiranza, e seppe adattare il suo governo alle circostanze del tempo: egli spinse il suo sguardo molto più in là dei suoi stessi Reggini: capì che un’alleanza con Taranto gli si presentava come il miglior modo per garantire a Reggio e alle restanti colonie calcidesi della Campania, il transito diretto dei commerci fra l’Oriente e l’Occidente. Come trattato di unione fra Reggio e Taranto, dunque, Micito fondò nel 471 a.C. la colonia reggina chiamata Πυξουσ o Pissunte sul mar Tirreno, collegata col golfo di Taranto attraverso la valle del Siris. In questo modo le merci giunte a Taranto, venivano sbarcate alla foce del fiume e, risalendo la valle, giungevano presso Πυξουσ con un breve cammino senza il pericolo di incontrare navi nemiche. Di ciò scrisse Strabone: Μετα δε Παιλνουρον Πυξους ακρα και λιμην και ποταμος εν γαρ των τριων ονομα ωκισε δε Μικυθος, ο Μεσσηνησ αρχων της εν Σικελια, παλιν δ απηραν οι ιδρυθεντες πλην ολιγων. Μετα δε Πυξουντα Ταλος κολτος και ποταμος [Ταλαος] και Λαος ποταμος ο διοριζων την Λευκανιαν απο της Βρεττιας και πολις, εσχατη των Λευκανιδων, μιρον υπερ της θαλαττης, αποικος Συβαριτων, εις ην απο Ελης σταδιοι τετρακοσιοι, la cui traduzione è: “Post Palinurum Pixus (Latini Buxentum vocant) arx eodemque nomine portus et flumen: duxit eo coloniam Micithus Messanae in Sicilia princeps: sed qui eo habitatum venerant paucis exceptis inde discesserunt. Post Buxentum est Laus sinus, et fluvius Laus, et urbs Lucanorum ultima, paululum supra mare, Sjbaritarum colonia, a Velia distans stadiis CCCC.”, la cui traduzione in italiano è: “Dopo Palinuro c’è Pixunte (i Latini la chiamano Bussento), fortezza, porto e fiume dallo stesso nome; ivi Micito, sovrano di Messina in Sicilia, fondò una colonia, ma quelli che erano venuti ad abitarvi, eccettuati pochi, se ne andarono. Dopo Bussento, c’è il golfo di Laos, il fiume e la città più lontana dei Lucani (il fiume Laos separa la Lucania dal Bruzio), un po’ sopra il mare, colonia dei Sibariti, distante da Velia 400 stadi.”.
Nel 471 a. C. (V sec. a.C.), PYXUS, colonia magno-greca ripopolata da Micito di Reggio
Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, nel 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: “Strabone (23), così dice: “Dopo Palinuro, il porto e il fiume di Pyxus; unico, infatti, è il nome di tutti e tre. La popolò Micito di Reggio, il signore di Messene in Sicilia, ma gli abitanti andarono via di nuovo, tranne pochi. Dopo Pyxus un’altro golfo e il fiume e la città di Laos, ultima tra le città lucane, poco elevata sul mare colonia di Sibari a 400 stadi da Elea.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53 e ssg., in proposito scriveva che: “La tradizione storica non dice nulla, se Sibari ebbe a combattere prima con Pyxus e poi con Siri; certo è però che Pyxus non compare più dopo la distruzione di Siri, tranne quando fu ripopolata dai Reggini, nei primi del sec. 5°.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “E mentre i Cancidesi d’Eubea fondavano Cuma, da cui avevano origine Napoli e Pozzuoli, e, insieme coi Messeni, Reggio, e i Dori Taranto e Metaponto, gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), etc…”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (1) postillava: “(1) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a. C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriore al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 45, in proposito scriveva che: “…veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a.C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriormente al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Dunque, il Carucci, fa notare che contrariamente a quanto scriveva Diodoro Siculo, ovvero che Pixus (che egli chiama Pixos), fosse stata fondata da Micito di Reggio nel V secolo, si può retrogradare la fondazione o l’esistenza di questa città sul mare Tirreno grazie alla moneta con la leggenda Sirino-Pixoes” che, invece risale ad un secolo prima, al VI sec. a.C…Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel: “Note al capitolo III”, a p. 498-499 e ssg., in proposito scriveva che: “p. 29 sgg. Per la storia di Anassilao di Regio, dei suoi figli e del tutore Micito disponiamo purtroppo di assai scarse notizie. Da Erodoto VII 157 sgg. apprendiamo le cause che lo indussero ad allearsi con i Cartaginesi al tempo della battaglia d’Imera. Egli parla pure di Micito. Diodoro è il solo a parlare della colonizzazione di Pyxous. Pausania e Iustino parlano di Micito come di un servo. Essi o la loro fonte hanno frainteso, come bene osservata il Beloch, il significato della parola oiketes dato da Erodoto. Micito doveva essere un congiunto di Anassilao.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nel 1745, nella sua “La Lucania”, nella parte II, a p. 374, parlando di Pyxus, in proposito scriveva che: “Su questa città col nome di ‘Pyxus’ edificata da Micito Signor di Reggio, e di Messina l’anno secondo dell’Olimpiade LXXVII. (I), essendo Arconte in Atene Passiergo; anno notabile, per essere in esso stato Temistocle dalla patria bandito. Ecco come di sua fondazione ‘Diod. Sicol.’ nel lib. XI. ragiona: “Athenis summum gerente Migistratum Praxiergo, in Italia Mycithus Rhegii, & Zancles Princeps, urben condidit Thexunta”. Altri pretendono, che leger si debba ‘Pyxunta’, che sarebbe il più vicino a ‘Pyxus’; e Strabone disse di questa: “Condidit Mycithus Messanae in Sicilia Princeps”. Appresso Tolomeo nella Tavola VI di Europa trovasi chiamata col nome di ‘Pyxus’, che’l traduttor chiama in latino ‘Buxentum’; el P. Arduino’ nel 3. di Plinio disse, che Pixus sia Policastro (2). Due luoghi in Stefano Bizantino si leggono, ove di ‘Pyxus’ si fa menzione, ambidue erronei. In uno si dice: “Pyxus urbs iciliae” (quando è in Italia) opus Mianthi”, in cambio di dir ‘Micythi’; osservazione quest’ultima già prima fatta dall’eruditissimo ‘Salmasio’. Nell’altro leggesi: “Pyxus urbs in mediterraneo Oenotrorum, gentile Pyxus”; ed in questo altamente ingannossi, situandolo fra terra, quando era al mare, ecc…”. Riguardo Pyxous colonia di Micito di Reggio, ha scritto Ettore Pais. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 295-296 e sgg e, riferendosi a Pyxous, in proposito scriveva che: “Rispetto a PYXOUS apprendiamo che più tardi (nel 471 a. C.) l’arcade Micito, tutore dei figli di Anassilao di Regio, vi condusse una colonia. Regio mirava da un lato a seguire la secolare politica di ostilità contro i pirati Tirreni, dall’altro, avendo relazioni nell’Ionio, cercava controbilanciare, anzi render vana, la concorrenza delle città Achee. Raggiungendo da Buxentum i monti che sovrastano a Sapri e discendendo poi verso le coste dello Ionio nella Siritide, Regio, divenuta signore di Pyxous, si collegava con Taranto invisa agli Achei di Metaponto, di Sibari e di Crotone. Nel 473 a.C. al tempo della guerra contro i Iapigi, milizie Regine, percorrendo probabilmente codesta via, avevano già recato aiuto ai Tarantini. Tuttavia i disegni politici di Micito, che per accorgimento di Ierone di Siracusa fu allontanato dal governo di Regio e dalla tutela dei figli di Anassilao, non ebbero durata e fortuna.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo: II “Ierone e gli Etruschi”, a pp. 36-37 e ssg., in proposito scriveva che: “Ierone avrebbe certamente tentato di impadronirsi della stessa Regio, se Anassilao, che frattanto con lui si era imparentato, non avesse provveduto all’eredità politica dei suoi figli affidandoli ad un prudente familiare, all’arcade Micito fedele e sagace tutore. Scomparso dopo diciotto anni di governo il dominatore della città Italiota che anche con il possesso di Messana custodiva lo Stretto, Ierone continuatore della politica di espansione siracusana inaugurata da Ippocrate era naturalmente spinto ad intervenire. Stretta fra Ipponio e Locri, Regio non aveva grande libertà di movimento, ma Micito fondando la colonia di Pyxus (Buxentum presso la moderna Policastro) tentò romperee codesta cerchia (verso il 471 a.C.). Certo è ad ogni modo che Ierone colse ogni occasione per affermare l’influenza siracusana fra gli Italioti. Approfittando dell’inesperienza dei figli di Anassilao suoi cognati, che invitati a Siracusa copriva di onori, riusciva a destare diffidenza e desiderio di indipendenza di governo verso il fidato tutore Micito di Tegea (verso il 467 a.C.). Questi, cercando rafforzare la posizione di Regio in Italia, aveva stretto alleanza con Taranto assalita dagli Iapigi. La stessa colonia di Pyxus da lui fondata nel 471 a.C., mirava forse a facilitare le relazioni con Taranto attraverso la valle di Siris. Senonchè la guerra del 473 era riuscita infausta per i Tarantini ed i loro alleati. In seguito agli intrighi di Ierone, Micito, dopo aver dimostrata l’onoratezza del suo governo, tornava in patria e lasciava il governo di Regio in mano di due giovani incapaci. S’intende quindi perchè la colonia regina di Buxentum fondata da Micito non ebbe lunga durata.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi; chè, del resto, la notizia di Diodoro che Micito, tutore dei figli di Anassilao e come tale reggente di Reggio e di Zancle, nell’anno secondo dell’Olimpiade 77°, e cioè l’a. 471 a. C., fondò la colonia di Pixunte, devesi intendere nel senso che vi portasse coloni reggini e non che allora quella avesse vita per la prima volta. Ciò ha poi anche il significato che Pixunte allora era di già spopolata o abbandonata: il che farebbe pensare che, caduta Siris, non sorte migliore essa abbia avuto, prima che venisse a termine il sec. VI. Nè lunga durata ebbe la nuova colonia; che sembra abbia cessato di vivere appena il potente Micito, per istigazione di Ierone siracusano fu costretto a lasciare Reggio e a riparare a Tegea in Arcadia (1). Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Emanuele Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Riguardo l’opera del Corcia citata dal Ciaceri, si tratta di Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a pp. 61-62 e ssg parlando del “promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento”, in proposito scriveva che: “Su questo porto, anzichè nella stessa città di ‘Pissunto’ o ‘Bussento’, io credo si stanziasse nel 2° anno dell’Olimpiade LXXVII (471 a. C.) la colonia speditavi da Micito, il quale pè figliuoli di Anassilao reggeva le città di ‘Reggio e Messene. Di questa colonia parlano Diodoro Siculo e Strabone, e sappiamo dal geografo, che dopo breve tempo abbandonava il luogo (1), per unirsi forse agli abitatori di qualche altra città vicina.”. Il Corcia, a p. 62, del vol. III, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Diodoro Siculo, XI, 59, 4; Strabone, VI, p. 253.”. Dunque, Nicola Corcia citava l’opera di Diodoro Siculo (…) e Strabone. Diodoro Siculo (in greco antico: Διόδωρος Σικελιώτης, Diódōros Sikeliṑtēs; Agyrium, 90 a.C. circa – 27 a.C. circa) è stato uno storico siceliota, autore di una monumentale storia universale, la Bibliotheca historica. Il testo di Diodoro Siculo si può scaricare gratis sul sito della BEIC. Dunque, Diodoro Siculo, nel suo “Bibliotheca historica”, cap. XI, 59, 4, ci parla del passaggio di Micito di Reggio. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 68-69 parlando di Reggio e di Pyxus, in proposito scriveva che: “Micito non resistette dal continuare la sua politica contro Ierone, e mentre questi colonizzava le isole di fronte al Miseno, egli rinovellava l’antica Pyxus (77, 2; 471 av. C.). Lo scopo di tale rinovellamento era chiaro; i Reggini, già alleati di Velia e forse anche di Posidonia, avrebbero avuto in Pyxus un punto avanzato a guardia del Tirreno; non solo, ma riaperta l’antica via mediterranea che faceva capo a Siri, si sarebbero facilitate le comunicazioni e gli scambi commerciali con Siri e con Tarento tra l’Ionio ed il Tirreno.”. Dunque, in questo passaggio Oreste Dito ci parla di Pyxus, che non chiama più Pyxous. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “La città di Pyxous fu fondata, secondo un rapido accenno di Diodoro Siculo (26), nel 471 a.C.: mentre ad Atene cadeva in disgrazia e veniva espulso Temistocle, l’artefice della vittoria contro i Persiani, “In Italia Micito, signore di Reggio e di Zancle (Messina), fondò la città di Pissunte”. La fondazione non era casuale, ma rientrava nei progetti dei tiranni di Reggio, prima Anassilao, morto nel 476, e poi Micito, reggente a nome dei figli minori di Anassilao (27): la politica reggina mirava ad un’espansione verso nord, nella Magna Grecia, in alleanza con Taranto e a spese delle popolazioni indigene, in concorrenza con Siracusa. Ma solo due anni prima, nel 473, Reggio e Taranto erano state duramente sconfitte dagli Iapigi, popolo indigeno della Puglia, ed i soli caduti reggini ammontarono a tremila (28). Evidentemente la fondazione di Pyxous rispondeva alla medesima politica di espansione, ma questa volta sul Tirreno, in un’area che doveva sembrare allora più tranquilla, abitata dagli indigeni Enotri (29), che già avevano assorbito molti elementi della cultura greca; l’area inoltre era controllata dai Focei di Elea, città da considerarsi amica di Reggio, come la vicina Poseidonia (30). Tutti questi elementi facevano sperare in un rapido sviluppo della nuova città. Il verbo usato da Diodoro (ektise) è stato interpretato non con il significato di “fondare”, ma con quello di “occupare” pacificamente una città preesistente. È possibile peraltro che i coloni di Micito si siano insediati in una località già indicata con il nome Pyxous e già abitata in precedenza, da popolazioni greche o indigene gravitanti nell’area una volta controllata da Sibari. Una ulteriore conferma è stata vista in due voci del lessico di Stefano Bizantino (31): “Pyxis, città degli Enotri nell’interno, riportata da Ecateo nella descrizione dell’Europa; l’etnico è Pyxios. Pyxous, città della Sicilia, fondazione di Micito; il colono è detto Pyxountios”. L’erudito bizantino qui pone Pissunte erroneamente in Sicilia, ma la citazione del fondatore Micito ci assicura che si sta parlando della città fondata nel 471. Il riferimento doppio, accanto ad un’altra Pyxous o Pyxis nel territorio degli Enotri, ripresa dall’antico scrittore Ecateo di Mileto vissuto nella seconda metà del VI secolo a.C., viene interpretato come il ricordo dell’antica città pre-esistente ai coloni di Micito e rientrante nella sfera d’influenza di Sibari. Dunque, la caduta di Sibari ad opera di Crotone, alla fine del VI secolo, fece sì che vaste aree dell’Italia meridionale una volta soggette ai Sibariti fossero contese fra le principali città della Magna Grecia. Di qui l’iniziativa di Micito nel Golfo di Policastro, ad occupare o ripopolare una città forse già abbandonata. La colonia di Pyxous, come afferma esplicitamente il geografo Strabone descrivendo le coste dell’Italia meridionale, ebbe scarsa fortuna (32): “Dopo Palinuro seguono un promontorio, un porto ed un fiume, che hanno tutti e tre lo stesso nome, Pyxous. Micito, reggente di Messina in Sicilia, vi inviò una colonia, ma quelli che vi si stabilirono allora, tranne pochi, presto l’abbandonarono”. La città dunque fu quasi subito abbandonata dai coloni, e vi rimasero solo in pochi. Si è ritenuto che la zona sia stata occupata dai Lucani verso la fine del V secolo, costringendo gli abitanti alla fuga. In effetti, nelle fonti antiche non si parla più di questa città, che però è continuata, come vedremo, dalla romana Bussento. Una recente interpretazione di due iscrizioni identiche, alla base della calotta di un elmo di tipo corinzio, e su un gambale, rinvenuti ad Olimpia, datati a fine VI – metà V secolo a.C., e dedicati dai Reggini per una vittoria militare, sembra chiarire questa vicenda: si tratta di una dedica per una vittoria dei Reggini sugli Eleati. Evidentemente la fondazione di Pissunte guastò i rapporti fra Reggio ed Elea, e si venne alle armi; in un primo tempo ebbero la meglio i Reggini, ma col tempo prevalsero gli Eleati, forse alleandosi con le popolazioni indigene (stanziate a Roccagloriosa), e i Reggini furono costretti ad andarsene (33). Il brano di Strabone più sopra riportato tuttavia indica il sito solo con il suo nome greco. Ai suoi tempi (Strabone scrive all’epoca di Augusto) Pyxous era il nome di un fiume, l’odierno Bussento, e di un promontorio, probabilmente l’odierna Punta degli Infreschi. Infine, curiosamente, questo nome non è dato ad una città, ma ad un porto (limèn), che doveva trovarsi sulla riva sinistra del Bussento presso l’antica foce. Seguendo Strabone, la città di Pyxous sembrerebbe essere città diversa, infine ridotta ad un semplice porto, mentre la romana Buxentum appare in epoca augustea, come si dirà, quale città di una certa floridezza.”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (26) postillava che: “(26) Diodoro, XI; 59, 4”. Il La Greca, a p. 22, nella nota (27) postillava che: “(27) Diodoro, XI; 48, 2”. Il La Greca, a p. 22, nella nota (28) postillava che: “(28) Diodoro, XI, 52; Erodoto, VII, 170, 3; Aristotele, Polit., 1303a.”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (29) postillava che: “(29) Vd. Erodoto, I, 167 per gli Enotri nella zona di Elea”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (30) postillava che: “(30) Vd. Erodoto, I, 166-167”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (31) postillava che: “(31) Stefano Bizantino, Ethnica, ad vv. Pyxis / Pyxous”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (32) postillava che: “(32) Strabone, VI, 1, 1.”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (33) postillava che: “(33) Vd. CORDIANO 1995”. Il La Greca, si riferiva al testo di ” G. CORDIANO, Contributo allo studio della fondazione e della storia della polis di Pissunte nel V sec. a.C. (per una rilettura di SEG XXIV 303), “Quaderni Urbinati di Cultura Classica”, 1995, n.s., 49, pp. 111-123″. Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 367, in proposito scriveva che: “..oggi ritiene solamente quello di Molpa: dico dopo i primi tempi, perchè l’antico suo nome fu quello di Bussento, come dirassi. Cluverio già citato nel 4. dell’Italia Antica fa di alcuni di questi nomi menzione; ma ci aggiunge tali cose (sia con buona pace di lui che han bisogno di esser corrette da chi è pratico dè luoghi, e il mostreremo da quì a poco facendo parola di Bussento.”. Sempre il barone Giuseppe Antonini (…) ed il nipote Mazzarella Farao, nella parte II, a p. 367, del Discorso VII, in proposito alla città scomparsa di Molpa, scriveva che ne parlava anche il monaco di S. Mercurio, e dopo aggiunge che: “….ma io mi contenterò meglio confessare di non sapere l’origine di cotal nome, che prenderlo da favole, o da storie niente quì confacenti; tanto più che ‘l nome di Molpa l’è venuto dopodicchè andò in dimenticanza l’antico verace di Bussento.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 92, in proposito scriveva che: “Altra più speciosa opinione ci presentò l’Antonini (1), dopo di aver censurato il Cluverio, e qualche altro. Questo autore credette assolutamente, che ‘Pyxus’ città fosse nel sito della distrutta città di Molpa, di cui abbiam parlato ecc..”. L’Antonini (…), disconoscendo ciò che affermavano il Cluverio (…) e, l’Olstenio (…), che indicavano la colonia sibaritica di ‘Pyxous’ e poi Buxenum nell’attuale Policastro, credeva che ‘Bussento’ fosse nel luogo della Molpa. Il Cluverio (…), verrà censurato dall’Antonini, per alcuni suoi errori. Filippo Cluverio (…), ci parla della Molpa, nella sua “Italia antiqua”, lib. IV, cap. 14. Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Buxentum’. Ciò che scrive il Cluverio su Bussento a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg….). Ciò che scrisse Filippo Cluverio (…), fu rivisto dall’Olstenio (…), nelle sue “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”, del 16…..

(Figg….) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (…)
Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, dopo aver discorso sul fiume Bussento e dopo aver più volte contraddetto l’Antonini (….), che credeva essere il fiume Mingardo, in proposito scriveva che: “Passiamo alla città. Tanto il Cluverio, che l’Olstenio di sopra citati fissarono la città di ‘Pyxus’, o ‘Buxentum’ in Policastro nel seno Lao, e sei miglia lontano dal promontorio. Attestò il secondo, che dopo le riflessioni suggeritegli dal vescovo di Policastro, uomo assai dotto, non trovò motivo di dubitare tanto del sito della città in Policastro, che nel promontorio a capo ‘Lanfresco’. Noi aggiungiamo, che nel 1069 dal bel noto Alfano arcivescovo di Salerno si diè notizia di una lettera citata dall’Antonini al clero di Policastro, che per ordine del papa avea già restituita la sede ‘Bussentina’ in persona del monaco Pappacarbone….Dall’Antonini si prese questa lettera in senso contrario, e ne tirò contraria conseguenza, che noi non abbiamo potuto affatto comprendere. Lo stesso autore volendo escludere Policastro dalla gloria di essere succeduta a ‘Buxentum’ aggiunse che qui d’intorno non si veggono quei campi promessi da Annibale à suoi, secondo la testimonianza di Silio (1): “Sive Laurens tibi Sigaeo sulcata colono Arridet tellus, seu sunt Buxentia cordi rura magis”. Ma noi non saremo così stolti, che crederem veramente ad un poeta il quale poteva inventare campi fertili dovunque gli piaceva. Oltrechè campi fertili sono ancora intorno a Policastro, ed in tutto il contado. Finalmente la parola Buxentia fu letta ‘Bysantia’, e ‘Bysacia’ dà commentatori, e dal Cluverio, onde nemmeno è sicuro, che Silio parlasse di ‘Buxentum’. Ma ruderi di antichità non esistono in Policastro….Il p. Mannelli, che adotto (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro vari ruderi di antichità, che non si videro dall’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3),…..” e poi aggiunge che: “Bussento, fu una delle città ‘italiote’ detta dà Greci Πνξονς , ed addolcito dà Romani in ‘Buxentum’. Diodoro parlò della sua fondazione (1) fatta da Micito principe di Reggio, e di Zancle, che ripose nell’anno secondo dell’olimpiade LXXVII, ossia 471 avanti l’era volgare: ‘Mycithus Rhegii, et Zancles princeps urbem condidit Theuxunta, che da Cluverio fu letto saggiamente …………..’Pyxunta’. Strabone però invece della fondazione parlò migliormente di una colonia, che da Reggio vi mandò Micito, quantunque i coloni non vi volessero restare: “Post Palinurum est Pyxus….eo habitatores induxit Mycithus Messanae Siculae princeps, qui rursus inde commigrarunt.”. Non fu dunque Micito il fondatore di Bussento. Infatti da Stefano si diè questo vanto à nostri antichissimi Enotrj: ‘Pyxis ……….urbs Oenotrorum, gentile Pyxius’. Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”. Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, doveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza.”. Riguardo la città di Laos, il Russo, a p. 49, in proposito specificava che: “Sembra invece accertato che, presso la foce del Lao, poco più a sud di Scalea, era la città magno-greca di Laos, colonia di Sibari e importantissimo emporio commerciale sul Tirreno. Questa città sopravvisse alla metropoli; ma con la conquista romana decadde e fu sostituita da ‘Lavinium Bruttiorum’, che era a 16 miglia da Blanda e ad 8 da Cirella. Il suo sito è stato recentemente identificato in contrada “Marcellina”, nei pressi della stazione ferroviaria di Verbicaro-Orsomarso (44).”. Il Russo, a p. 49, nella nota (44) postillava che: “(44) O. Dito, Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Bruzi, Roma, 1882, u. 78 ss.; E. Galli, Livinium Bruttiorum, in “Notizie di Scavi”, VIII, S. VI, f. 7-9, pp. 328-363; B. Cappelli, Gli Statuti di Laino, in A.S.C.L., I., 405-410; Dito, La Calabria, 167-168″. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “L’alleanza di Regio e di Taranto”, a pp. 35 e ssg., in proposito scriveva che: “Regio era signora dello Stretto, Taranto, dell’unico buon porto su tali coste, che era in pari tempo il più vicino alla Grecia ed all’Oriente (2). Un loro accordo e nuoceva alla concorrenza di tutte le altre città Italiote ed era destinato a paralizzare Siracusa, ormai invadente e che penetrava arditamente nel mar Tirreno ove, come dicemmo testè, le città Calcidiche, e fra queste prime Regio e Cuma, avevano e per molto tempo esrcitato un’egemonia. Appunto perchè Micito cercava di tener fronte a Siracusa, nell’anno secondo dell’Olimpiade 77 = 471 a.C. fondò una colonia regina a Pyxus ossia a Buxento (Policastro) sulla spiaggia del Tirreno (Diod. XI 59). Ed è questa colonia di Pyxus che ci dà forse la chiave dell’alleanza tra Taranto e Regio e del passo controverso, intorno al quale disputiamo. Diodoro dice che Micito εχτισε Πυξουντα ed ha ragione, se vuol dire che Micito vi fondò una colonia Regina, ma ha torto, se vuol dirci che Buxento fu allora fondata per la prima volta. Noi possediamo uno statere d’argento incuso, che qui sotto riproduciamo, che appartiene alla metà del secolo VI e che mostra come Pyxus fosse in relazioni di alleanza e di amicizia con Siris, la città ionica fondata dai Colofoni, posta sulle sponde del fiume omonimo nel golfo Tarantino (1). Le due città gareggiavano adunque con Sibari, che risalendo la valle del Coscile trasportava le merci milesie sul mar Tirreno nelle due colonie di Lao e di Scidro, ove venivano invece sbarcate quelle degli Etruschi, che per la stessa via giungevano a Sibari, d’onde alla lor volta erano caricate per l’Oriente (2), e gareggiavano anche con Crotone che di buon’ora si impadronì per lo stesso fine di Terina e di Tempsa sul mar Tirreno. Noi sappiamo che le tre città Achee di Metaponto, Sibari e Crotone mossero guerra alla Ionica Siris e che la presero (verso la metà del secolo VI)(3). Non v’è dubbio alcuno sulla causa, che indusse gli Achei a infierire contro Siris. Era pura e semplice rivalità commerciale e politica. In aiuto di Siris si era mossa Locri e forse Regio. Certo ambedue queste città vennero, poco dopo la distruzione di Siris, attaccate da Crotone. La ionico-calcidica Regio aveva forse favorita la ionica Siris ai danni delle achee Sibari, Crotone e Metaponto (1). Se i fatti testè ricordati mettiamo in relazione con la lega fra Regio e Taranto del 473 e con la fondazione di Pyxus nel 471, ricaveremo chiaramente come Micito intendeva fare d’accordo con Taranto una concorrenza, o diremo meglio voleva opporre un argine a Siracusa ed in parte forse ad Agrigento, che tendevano ormai a soppiantare le altre città Italiote e Siciliote nelle relazioni commerciali internazionali (2)…..(p. 37-38). Le merci, che approdavano a Taranto, venivano sbarcate alla foce del Siris (oggi Sinni) e, risalendo la valle di esso, giungevano a breve distanza dalla costa, nel luogo in cui si trovava Pyxus. Si risparmiava un assai lungo tragitto lungo le spiagge dell’Ionio e del Tirreno, si evitava lo stretto di Messina, e per un cammino breve le merci, senza il pericolo di essere intercettate da navi nemiche, venivano sbarcate a poca distanza dalla Campania, ove erano Cuma e le altre colonie Calcidiche, ad es. Neapolis.”. Il Pais, a p. 36, nella nota (1) postillava: “(1) Head, Hist. Num., p. 69; Garrucci, Le monete dell’Italia antica, II, p. 145, tav. 108, n. 1, 3. Su questo statere da un lato si legge (retrigrado) Σιρινος (Sirino), dall’altro Πυξοες (Pyxoes). Sul significato di questa moneta v. oltre la memoria su Siris.”. Il Pais, a p. 36, nella nota (2) postillava: “(2) Lenormant, La Grande Gréce, I, p. 263 sgg.; Busolt, Griesch. Gesch., I, p. 256.”. Il Pais, a p. 37, nella nota (2) postillava: “(2) Non ha affatto compreso il significato della colonia reggina di Pyxus il RATHGEBER Grossgriechenland und Pythagoras. (Gotha 1866) p. 188 sg. il quale crede che venisse fondata al fine di tenere a freno l’ambizione che i Crotoniati fossero nemici dei Regini, ma del pari essi erano nemici di Jerone e di Siracusa verso il 476 a.C. (v. Diod. XI, 48; Sch. Pind. Ol., II, 29); i Tirreni poi erano stati fieramente battuti nel 474 e non erano certo in grado nel 471 di molestare i Sicelioti. Delle loro scorrerie vien fatta menzione solo nel 453 (v. Diodoro XI, 88).”. Sempre il Pais, a p. 40, in proposito a Pyxus scriveva che: “Come è noto l’Enotria e la Chonia prima delle invasioni sannitiche erano diventate paesi ellenici (1). La valle del Siris era in potere dei Greci dal secolo VI almeno. Non vi è improbabile che Regio possedesse un castello in quel punto della valle che segnava il suo confine, o diremo meglio quello della sua colonia di Pyxus.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggi e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo non fu altrimenti che di gente che si aggiunse alla prima già esistente; la quale era di stirpe greca altresì, se riteniamo per certo che dalla abbondanza dell’albero del bosso venne il greco nome del paese (3). Roma vi dedusse una colonia di trecento famiglie, nel 560 della città etc…”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (2) postillava: “(2) Lenormant, Grande Grèce. I, 207: “Pyxus fondée en 471, cinquante ans environ après l’epoque où avait cessé la fabbrication des espèces incuses.”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (3) postillava: “(3) Πυξεων, Buxentum. FABRETTI, Glossar. Ital. ad v. Buxent.”. Padre Agatangelo Romaniello (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 13 e sgg., in proposito scriveva che: “…..b) Risulta certo un secondo insediamento (di Micìtei e Lucani) con un periodo di notevole prosperità, specialmente durante il IV sec. a.C.. c) Si congettura come datazione terminale di questo insediamento lucano, il II o il I sec. a.C.. Etc…nel 570 a.C., Siri venne distrutta da Sibari – Pixus, restata sola, riuscì a mantenersi in equilibrio politico e commerciale perchè si prestò volentieri come scalo tirrenico della colonia di Sibari. Però ebbe un secondo colpo quasi fatale quando i Crotoniati distrussero Sibari ed estesero la guerra a tutte le città fedeli a quella colonia (510 a.C.). Pixus continuò a sopravvivere perchè il suo porto era molto utile anche ai Crotoniati, nonostante che avesse ospitato i fuggiaschi sibariti con il loro re Lao. Dopo pochi anni arrivò nella colonia di Pixus, in diverse ondate (476-467 a.C.) la colonia di Micìto, re di Reggio e Messina, con lo scopo di ricolonizzare e dare ancora floridezza a Pixus (13). Micito sottomise gli Skaioti (insediamento della vicina Scario) e li costrinse ad aiutarlo nella ricostruzione di Pixus (14): però la colonia micìtea dovette arrendersi ed allontanarsi per impossibilità di sviluppo dell’insediamento, a causa della povertà del suolo e principalmente per il mutato clima politico minacciato seriamente dai lucani che proprio allora si espandevano per la Campania e la Calabria (15). Etc…”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (13) postillava che: “(13) Strabone, Gheograpficon Pempton, trad. di F. Lasserre, Paris, 1967, Lib. VI, c. 252.”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (14) postillava: “(14) Ibidem, 253.”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (15) postillava: “(15) C. Carucci, La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40….”. Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Distrutta Sibari nel 510 a.C. e scomparsi i centri indigeni costieri (12), furono i prodotti greci a risalire il corso del Bussento. Fra il VI e V secolo, infatti, risulta attivo l’interesse di Ρηγον (Rhèghion, latino Rhegium) per Πυξουοσ (Pyxùs) allo scopo di accentrare i commerci fra la costa tirrenica e l’entroterra bussentino (13). Infatti nella celebre tomba principesca rinvenuta alla fine del secolo scorso (1896) in proprietà Boezio a Sala Consilina e databile agli ultimi anni del VI sec. a.C. furono trovati molti vasi calcidesi provenienti da Ρηγον (Rhèghion) e penetrati nel vallo di Diano attraverso la Valle del Bussento (14). Non solo: alcune emissioni monetali della fine del VI sec. a. C con scritta ΣΟ (SO = Sontia ?) sono risultate col taglio “secondo il piede ponderale in uso a Rhegium” (15). Dalla costa quindi affluivano verso l’interno manufatti in genere scambiati col grano della valle del Tanagro (16).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (12) postillava che: “(12) Cfr. E. Greco, Problemi topografici del Vallo di Diano tra il VI e IV sec. a.C., in AA.VV., Storia del Vallo di Diano, Salerno, Laveglia, 1981, I, p. 134; Angela Greco Pontrandolfo, I Lucani, Milano, Longanesi, 1982, p. 87. Tra VII e VI sec. a.C., gli indigeni del Vallo discesero il corso del Mingardo e del Bussento, e da Palinuro (dove i corredi tombali dell’abitato ercaico del VI sec. a.C. sono risultati identici a quelli della necropoli di Sala Consilina) a Scalea fondarono vari centri costieri.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (13) postillava che: “(13) E. Pais, Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano, Torino, UTET, 1933, p. 257. Ancora nel V sec. a.C. Ρηγον (Rhèghion) mostrava interesse per Πυξουοσ (Pyxùs): nel 471 Micito, reggente di Ρηγον e tutore dei figli minorenni del defunto tiranno Anassilao, dedusse coloni a Πυξουοσ per ripopolarla (Diodoro, XI, 59).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (15) postillava che: “(15) E. Greco, Problemi topografici etc.., op. cit., p. 136; N. Parise, Struttura e Funzione della monetazione arcaica in Magna Grecia, in “Atti del XII Convegno di Taranto 1972″, Napoli, 1973, p. 105 ss.; F. Fusco, Quando la storia tace etc…, cit., p. 187”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (16) postillava: “(16) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1982, II, p. 268.”. Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 19 e sgg., in proposito scriveva che: “La sannitizzazione (lucanizzazione) delle Valli del Bussento e del Mingardo, come tutta l’Enotria (1), avvenne tra il V e IV sec. a.C. Il vuoto “politico” creatosi con la scomparsa dell'”impero” di Sibari (510 a.C.)(2) dovette favorire la penetrazione delle genti sannitiche originarie dell’Appennino Centrale (3). Procedendo dall’interno verso la costa, i Lucani sottomisero (a volte si fusero) gli abitati indigeni enotri e costrinsero i coloni greci a limitare il loro espansionismo alla fascia costiera (4). Popolo di guerrieri e di pastori più che di agricoltori (5), essi nelle due valli fluvial anzidette ebbero la loro “capitale” sul costone dei Capitenali (Roccagloriosa) e tutt’intorno una serie di insediamenti minori (pagi): Laurelli (ad ovest di Caselle in P.)(6), Rofrano Vetere (7), Torraca (8) (località Madonna dei Cordici), Tortorella, Morigerati (9), Pyxus (10), tutti abitati enotri “lucanizzati. Il ‘frurion (abitato fortificato) dei Capitenali è ben testimoniato: gli scavi effettuati dal 1976 al 1982 in varie località hanno restituito resti di mura, edifici, strade, tombe a camera, corredi di lusso, vasi di bronzo di provenienza etrusco-campana e ceramica di provenienza metapontina, officine, iscrizioni di lingua osca (la lingua dei Lucani)(11); etc…I Lucani quindi occuparono prima di tutto i punti nevralgici della zona, in pratica gli abitati enotri che controllavano le vie di comunicazione, di conseguenza, necessariamente, quello di ‘Sontia’ etc…”. Questa del Fusco a me sembra una congettura non del tutto esatta. In primo luogo, i centri furono Enotri fino all’espansione delle colonie magno-greche e non dopo. I nostri centri ebbero si origini Enotrie, le popolazioni erano Enotrie ma restarono tali molte di quelle dei centri interni, mentre invece, in seguito all’espansione Siritica e Sibaritica, i centri come costieri come Pyxus, Palinuro e Scidro furono sicuramente greci. Il Fusco spiega la sua teoria a p. 35, nella nota (4) postillando: “(4) Strabone (Geogr., IV, 253) parla di lunghe lotte tra coloni greci e “barbari”, ché tali apparivano ai greci gli abitanti dell’interno. Certamente i nuovi arrivati preoccupavano non poco le colonie italiote della costa tirrenica e ionica, tanto che queste ben presto crearono leghe italiote difensive. Taranto, guida di una di queste leghe sullo Ionio, chiese addirittura aiuto al re dell’Epiro, Alessandro il Molosso (zio di Alessandro Magno), che nel 335 a.C. arrivò nell’Italia meridionale e combattè contro i Lucani accanto ai coloni greci. Per molto tempo le cinte fortificate “ciclopiche” (di cui restano tracce) delle antiche città del Vallo (Atina, Consilinum, Tegianum) e della Val d’Agri, lucane prima che romane, sono state collegate all’arrivo del re epirota. L’ipotesi per esser vera presupporrebbe – come notò Emanuele Greco nel lontano 1981 (‘Problemi topografici del Vallo di Diano’, ecc…, cit., p. 143) – una realtà politico – militare unitaria da parte dei Lucani, che essi non ebbero.”. Il Fusco dimentica che “essi”, riferendosi alle colonie magno-greche della costa che chiesero aiuto al Molosso, “non ebbero” una solida confederazione come quella lucana, in quel periodo, ovvero, nel V sec. a.C., quando cioè accadde che esse si erano di molto indebolite a causa della scomparsa di Siris e di Sibari, le quali, invece dominavano incontrastate i ommerci ed anche queste nostre popolazioni ad esse alleate fino al V sec. a.C. Queste nostre popolazioni erano state sì Enotrie ma erano piccolissimi centri insignificanti che iniziarono ad avere una loro importanza politica e commerciale solo dopo l’espansione delle colonie magno-greche dello Ionio che quì stabilirono i loro capisaldi e alleati sul Tirreno. I Lucani, subentrarono solo dopo la caduta di Sibari e la nascita di Thuri, la seconda Sibari. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Pyxus, a pp. 67 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando Reggio non potette più nell’Ionio svolgere come una volta la sua attività, stretta com’era tra’ Siracusani e i Locresi, cercò di guadagnare nel Tirreno quel posto che non aveva potuto ottenere sull’altro mare. Tale politica la mise però in aperta rottura contro i Tirreni, non solo, ma anche contro i Siracusani, ed Anassilao ne’ suoi 18 anni di regno non mirò ad altro che a sbarazzarsi d’essi. Impadronitisi con un colpo di mano di Zancle, aiutato da quegli stessi Milesii e Samii che Scita, tiranno della città, aveva invitato, e’ fece lega co’ Cartaginesi contro i Siracusani e gli Agrigentini (1). Per opporsi poi a’ Tirreni ed alla loro pirateria nello stretto, costruì un muro a barriera contro di essi sull’Itmo Scilleo (2). etc…Chi l’inaugurava era Micito, a cui, morto Anassilao (ol. 76, l, 476 av. C.), era stato affidato il governo di Reggio col patto però che avesse a restituirlo a’ figli del morto, quando fossero giunti in età matura. Micito, con una politica accorta, come aveva cercato nell’Ionio l’alleanza della città che per la sua posizione era sicura da qualsiasi attacco, cercava anche nel Tirreno di salvaguardare quel mare e lo stretto dal dominio dei Siracusani…..Le discordie nate per il risorgimento di Sibari (per cui i Sibariti speravano aiuto in Ierone, aiuto che venne meno per la fezione di Polizelo, fratello del tiranno) influironose nel medesimo anno della disfatta de’ Tirreni, i Messapi e gli Iapigi insorgessero contro Tarento, che non valse, sebbene aoiutata da Reggio, a rattenerli. Ciò parve scotesse la lega tra Reggio e Tarento e gli effetti sua politica contro Ierone, e mentre questi colonizzava le isole di fronte al Miseno, egli rinovellava l’antica Pyxus (77, 2; 471 av. C.). Lo scopo di tale rinovellamento era chiaro; i Reggini, già alleati di Velia e forse anche di Posidonia, avrebbero avuto in Pyxus un punto avanzato a guardia del Tirreno; non solo, ma riaperta l’antica via mediterranea che faceva capo a Siri, si sarebbero facilitate le comunicazioni e gli scambi commerciali con Siri e con Terento tra l’Ionio ed il Tirreno. Reggio così forse si sarebbe messa a capo della difesa dei greco-italici, ben munita, ben governata, se i maneggi di Ierone non avessero contribuito a strozzare sul nascere la politica di Micito. Chiamati a sè, con ricchi doni, i figli di Anassilao, li persuase a sbarazzarsi di Micito. Questi diede chiarissimo conto di tutto, di modo che chiunque fu presente ebbe ad essere meravigliato di tanta sua giustizia. Pentitisi i pupilli tentarono, invano, di far rimanere Micito, che, accompagnato dal favore del popolo e tolto piccolo viatico si ritirò a Tegea nell’Arcadia dove passò non senza lode il resto della sua vita (1).”.
La “città d’Avenia”, città etrusca
Sulla scorta di questa notizia, Luigi Tancredi (Tancredi Luigi, Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280), nel pubblicare il documento notarile (22) al posto di “Velia”, riporta “Avenia“, p. 23 e, successivamente il Guzzo, “Da Velia a Sapri, Itinerario costiero tra mito e storia”, ed. Palumbo, Cava dei Tirreni, 1978, p. 220), affermavano, che tra i rioni di Santa Croce e della Marinella sarebbe sorta “Avenia” di origine etrusca. Il Guzzo così si esprimeva: “Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un triste giorno colpita da un terribile sisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti.“. Sulle probabili origini Etrusche di Sapri ha scritto Ettore Pais. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, in proposito scriveva che: “Gli Etruschi raggiunsero poi la Campania. Apprendiamo da Dionigi di Alicarnasso che nel 524 a. C. in compagnia di molti popoli barbari, come Umbri e Dauni, tentarono di conquistare la città greca di Cuma. Ma i Cumani ricacciarono ecc…Da vari dati si ricava che alcune città della Campania furono soggiogate o fondate dagli Etruschi…..E’ bensì vero che verso la metà del V secolo i Sanniti si sovrapposero agli Etruschi nella Campania;…..Gli Etruschi occuparono il paese degli Oschi fino a Marcina posta non lungi da Salerno. Anche l'”ager Picentinus” limitrofo al Silaro venne in loro potere; il fiume che ivi scorre si chiama anche oggi Tusciano. Gli Etruschi non oltrepassarono tuttavia, per quel che pare, la foce del Silaro, ove era la colonia greca di Posidonia (Pesto). Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trizene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia appare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”, e poi a p. 205 scriveva che: “Comprendiamo che attraverso il commercio dei Sibariti giungevano svariati prodotti dell’Asia. Soprattutto i Milesi diffondevano merci preziose, etc…”. Il Pais, a p. 358, vol. I, nelle sue note al Libro II postillava che: “p. 205. Le mie osservazioni sulle relazioni commerciali dei Sibariti, dei Milesi e degli Etruschi, sull’estensione della potenza Etrusca ecc.., esposi e documentai in miei libri precedenti, (Storia della Magna Grecia; Italia Antica). Ivi ho raccolto e discusso testi e materiali antichi.”.
Un’antica città sepolta nelle campagne della fascia costiera tra Sapri e Vibonati
Dell’esistenza d’una città antichissima nel sito attuale di Sapri è dimostrata da alcuni rinvenimenti oltre che da alcune fonti. Secondo alcuni, nel luogo detto ‘Marina di Torraca‘, o ‘Porto Saprorum’ o Sapri, sarebbe sorta in tempi remoti un grande centro popolato. Dell’ esistenza di un’antica città scomparsa, ne parlano gli anziani del luogo che, attraverso la tradizione orale popolare si crede e si vuole che, in seguito ad un violento maremoto, fosse stata inghiottita la celebre ‘città d’Avenia‘. Fu allora, a seguito di questo violento cataclisma, che il nome mutò in Saprì ( si aprì ) e poi in Sapri. Intorno alla città scomparsa d’Avenia o ‘città d’Avenia’, rimandiamo allo studio ivi pubblicato: ‘La città d’Avenia ed il maremoto che l’inghiottì’. Riguardo l’eventuale localizzazione di una città d’epoca pre-romana a Sapri o nel suo entroterra, lo studioso Fernando La Greca (…), scriveva in proposito: “Il territorio di Torraca presenta scarse testimonianze archeologiche per l’epoca greco-romana, ma soltanto perchè non sono stati mai effettuati scavi sistematici. La scarsezza di fonti certe e di documentazione certa non danno conforto all’attestazione del sito di Sapri.”. Bisognerebbe ulteriormente indagare sulle affermazioni di alcuni eruditi del ‘600 e del ‘700 che la credevano localizzata nell’entroterra saprese. Riguardo il toponimo di ‘Avenia’ o di ‘città d’Avenia‘, non è stato ancora precisato il sito, si sa solo che, questo era il nome di un antica famiglia romana. Andrebbero ulteriormente indagati i toponimi di “Avenia“, o “città d’Avenia” e quello di ‘Bibo ad Sicam‘. Nello studio già pubblicato, scrivevo: “Sappiamo di resti antichi, forse di una antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca.” e, pubblicavo una carta (Fig….), dove si vede segnato un toponimo interessantissimo per la ricostruzione storica di Sapri e delle sue origini. Nella carta (Fig….)(…), il luogo, figura con il toponimo di ‘Bibo ad Sicam odie rui.‘ ed esso viene scritto proprio nell’ entroterra saprese. Lo studioso locale, Josè Magaldi (…), nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione delle opere e lavori che portavano a compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’. Il Magaldi (…), riprendendo alcuni passi del Gallotti (…), disserta fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri ed in proposito alla città d’Avenia di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare, scriveva: “La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani”. Il Magaldi, poi prosegue il racconto scrivendo: “Un viottolo vicinale attraversava quella zona e metteva in comunicazione Sapri con i paesi circonvicini ed occidentali tra i quali il più importante tra i quali Vibonati colonia dell’antica Vibone dell’Antonini.“. Ciò che segnala il Magaldi (…) – anche sulla scorta del Gallotti (…) e, della tradizione orale popolare di Sapri che credeva esservi stata un’antica città – scomparsa – sulle colline della contrada saprese di S. Martino – oggi ricadente nel Comune di Torraca – è di estrema importanza per la ricostruzione storica delle origini di Sapri. Il Tancredi (…), sulla scorta dell’Antonini, così si esprimeva: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore, filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò a ‘Saprinus’ e di quì scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Oltre a Plutarco, di Vibone parlò anche Tito Livio e poi ancora Cicerone che, scappando dall’Imperatore Ottaviano e scrivendo al suo amico Attico, riferiva che da Velia in barca raggiunse ‘Vibone ad Sicam’. L’Antonini credeva che l’antica ‘Vibone’ di cui parlava Cicerone, avesse un porto lontano un miglio e mezzo dalla odierna Vibonati, detta nella carta di Fig. 1, “Bibo nova”, ed il porto fosse quello di Sapri. A sostegno di questa tesi, l’Antonini (…), cita lo scrittore greco Plutarco, che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri, tra cui quella di Marco Tullio Cicerone. Antonini, dice che Plutarco, nella sua: “Vita di questo Oratore” (parlava della vita di Cicerone), scriveva che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).“. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse a Vibonati, cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quae vocantur Ithacesiae, Ulyssis specula” e, sulla base di ciò detto, l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. Lo studioso Giulio Schmiedt (…), nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…), (Fig…), lo Schmiedt (…), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato ‘Vibo ad Sicam’ che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (…), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. Antonio Scarfone, nel 2014, nel suo saggio apparso sul web lo studio “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta del Guzzo (…) e del Tancredi (…), a p. 449, citava la città di Avenia, di cui parla la nostra tradizione orale e, in proposito scriveva che: “Una ulteriore ipotesi lega Sapri ad un grande centro etrusco, ‘Avenia’, per il cui importante e strategico possesso si scatenò una furiosa quanto vana lotta tra Etruschi e Romani. Narra una locale leggenda (6)(TANCREDI, 1985) che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvvisorimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti anche ad una conseguente ingressione marina, si sarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa in seguito asciugata e poi bonificata.”. Sempre a p. 449, Antonio Scarfone (…), nella sua nota (7), traendo la notizia dal Tancredi (…) che, nel 1985, nella sua ‘Sapri, giovane e antica’, a p. 353 ne riportava il passo su ‘Avenia’, citava la ‘Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’, redatta da notaio Domenico Magliano (…), inedita e da me pubblicata ivi nel mio saggio: “La Platea dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, dove pubblicavo il documento inedito citato dal Tancredi. Nel documento del 1656-57, redatto dal notaio Domenico Magliano, parlando dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel territorio saprese e della sua Grangia di S. Fantino, citava la città di Avenia.
Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a pp. 65-66, che parlando di ‘Scidro’, in proposito scriveva pure che: “Molti sepolcri ancora si scoprivano tra’ prossimi vigneti, ma appena ne rimanevano queste due lapide: “D. M. T. PALPII. IVCVNDI VIX. AN. XI. M. VIII M. PALPIVS. BASSVS ET. LARTIA. MVSSIDIANA PARENT. MOESTISS.”, e a p. 66 aggiungeva che: “Notabile nella prima di queste iscrizioni è il prenome di ‘Lartia’, il quale, corrispondente a ‘domina’, si legge in molti titoli sepolcrali etruschi, nè so se s’incontra in altre epigrafi latine: certo è che i due titoli dimostrano il luogo abitato ne’ tempi romani; ma che la città fosse abbandonata o distrutta innanzi ai primi tempi dell’Impero si può raccogliere dal non essere ricordata nè da Strabone nè da’ geografi posteriori.”.

Il Tancredi (…), scriveva in proposito: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (…). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimae in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare.”. Il Tancredi aggiunge in proposito: ” E’ certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Lo studioso in proposito così si esprimeva: “Poco valida è l’intepretazione ‘Saprì’, cioè si aprì: la terra si sarebbe aperta ed avrebbe inghiottito, appunto per evento sismico, il primitivo agglomerato (1)”. Il Tancredi (…), poi rimanda alla sua nota (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il documento a cui rimanda il Tancredi (…) – da cui probabilmente trae queste notizie sulle origini dell’antica città di ‘Avenia’, è l’antico documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…). Poi il Tancredi (…), continua il suo racconto sulla città d’Avenia sempre sulla scorta dell’antico documento (…) del 1595-96. Ma il Gaetani (…), che pubblicò alcuni passi del documento del Notaio Magliano, non parla di ‘Avenia’ ma parla della città di ‘Velia’, mentre invece il Tancredi (…) che, nel pubblicare il documento notarile al posto di “Velia“, riporta “Avenia“ (…). Nel 1906, il sacerdote Rocco Gaetani (…), in un suo pregevole studio sulla storia di Torraca e del territorio Saprese, sulla scorta del Di Luccia (…), parlando dell’antica Cappella di San Fantino nel territorio Saprese, cita la città di ‘Velia’, citata in un antico documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…), redatto dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 e, conservato all’Archivio Diocesano di Policastro e a cui abbiamo dedicato uno studio ivi pubblicato e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti (Fig….)(…). Il Tancredi (…), nel pubblicare la trascrizione di un antico documento notarile del Notaio Magliano, parlando della Cappella di S. Fantino e del Porto di Sapri, al posto di “Velia“, riporta “Avenia“ (…). Il Tancredi (…), scriveva in proposito: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare.”. Il Tancredi aggiunge in proposito: ” E’ certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Recentemente, Antonio Scarfone (…), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (…) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì il monte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.“. Ma, come vedremo, la notizia dell’antica città scomparsa di ‘Avenia’, non deriva dal documento notarile del Magliano dell’anno 1695-95, ma è una esclusiva illazione del Tancredi (…) che, sulla scorta della tradizione popolare orale – di cui parleremo e che tramanda l’esistenza di una antichissima ‘città di Avenia’, trasformava ‘Velia’ (è il termine citato nel documento Notarile del Magliano), in ‘Avenia’.

(Fig….) Pag. …. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Torraca
Nel 27 a.C., (I sec. a.C.), una fonte: Tito Livio, la nostra zona in “Ad Urbe condita libri”
Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio (in latino: Titus Livius; Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore della Ab Urbe condita, una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C. Iniziata nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto probabile che l’opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C. I libri furono successivamente divisi in decadi (gruppi di 10 libri) che avrebbero dovuto coincidere con determinati periodi storici. Dell’intera opera ci è pervenuta solo una piccola parte, per un totale di 35 libri, cioè quelli dall’I al X e dal XXI al XLV (la prima, la terza, la quarta decade e cinque libri della quinta). Gli altri sono conosciuti solo tramite frammenti e riassunti (“Periochae”). I libri che si sono conservati descrivono in particolare la storia dei primi secoli di Roma dalla fondazione fino al 293 a.C., fine delle guerre sannitiche, la seconda guerra punica, la conquista della Gallia cisalpina, della Grecia, della Macedonia e di una parte dell’Asia Minore. L’ultimo avvenimento importante che si trova è relativo al trionfo di Lucio Emilio Paolo a Pidna.
Nel 330 a.C., i LUCANI
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: “La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i Lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32″. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…). “. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie les Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19). “. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”. Parlando del toponimo “Scidro”, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” scriveva che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana….Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…”. Dunque, il Battisti, riguardo il toponimo di “Scidro” scriveva che detto toponimo non solo era “pre-italiano” ma è probabile che il toponimo “Scidros” possa essere un toponimo “traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32) Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Sul periodo pre-lucano vi sono delle evidenze archeologiche ed altro. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), in proposito scriveva che: “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, in proposito scriveva che: “Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); etc…”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a p. 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: “La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Etc…”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….) dice che le piccole città italiote di Pissunte, Scidro e Lao, “da lungo tempo eran state occupate dai Lucani”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Dunque, Pixunte, poi in seguito Bussento, Scidro e Lao erano già città soggette ai Lucani. Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Distrutta Sibari nel 510 a.C. e scomparsi i centri indigeni costieri (12), furono i prodotti greci a risalire il corso del Bussento. Fra il VI e V secolo, infatti, risulta attivo l’interesse di Ρηγον (Rhèghion, latino Rhegium) per Πυξουοσ (Pyxùs) allo scopo di accentrare i commerci fra la costa tirrenica e l’entroterra bussentino (13). Infatti nella celebre tomba principesca rinvenuta alla fine del secolo scorso (1896) in proprietà Boezio a Sala Consilina e databile agli ultimi anni del VI sec. a.C. furono trovati molti vasi calcidesi provenienti da Ρηγον (Rhèghion) e penetrati nel vallo di Diano attraverso la Valle del Bussento (14). Non solo: alcune emissioni monetali della fine del VI sec. a. C con scritta ΣΟ (SO = Sontia ?) sono risultate col taglio “secondo il piede ponderale in uso a Rhegium” (15). Dalla costa quindi affluivano verso l’interno manufatti in genere scambiati col grano della valle del Tanagro (16).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (12) postillava che: “(12) Cfr. E. Greco, Problemi topografici del Vallo di Diano tra il VI e IV sec. a.C., in AA.VV., Storia del Vallo di Diano, Salerno, Laveglia, 1981, I, p. 134; Angela Greco Pontrandolfo, I Lucani, Milano, Longanesi, 1982, p. 87. Tra VII e VI sec. a.C., gli indigeni del Vallo discesero il corso del Mingardo e del Bussento, e da Palinuro (dove i corredi tombali dell’abitato ercaico del VI sec. a.C. sono risultati identici a quelli della necropoli di Sala Consilina) a Scalea fondarono vari centri costieri.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (13) postillava che: “(13) E. Pais, Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano, Torino, UTET, 1933, p. 257. Ancora nel V sec. a.C. Ρηγον (Rhèghion) mostrava interesse per Πυξουοσ (Pyxùs): nel 471 Micito, reggente di Ρηγον e tutore dei figli minorenni del defunto tiranno Anassilao, dedusse coloni a Πυξουοσ per ripopolarla (Diodoro, XI, 59).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (15) postillava che: “(15) E. Greco, Problemi topografici etc.., op. cit., p. 136; N. Parise, Struttura e Funzione della monetazione arcaica in Magna Grecia, in “Atti del XII Convegno di Taranto 1972″, Napoli, 1973, p. 105 ss.; F. Fusco, Quando la storia tace etc…, cit., p. 187”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (16) postillava: “(16) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1982, II, p. 268.”. Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 19 e sgg., in proposito scriveva che: “La sannitizzazione (lucanizzazione) delle Valli del Bussento e del Mingardo, come tutta l’Enotria (1), avvenne tra il V e IV sec. a.C. Il vuoto “politico” creatosi con la scomparsa dell'”impero” di Sibari (510 a.C.)(2) dovette favorire la penetrazione delle genti sannitiche originarie dell’Appennino Centrale (3). Procedendo dall’interno verso la costa, i Lucani sottomisero (a volte si fusero) gli abitati indigeni enotri e costrinsero i coloni greci a limitare il loro espansionismo alla fascia costiera (4). Popolo di guerrieri e di pastori più che di agricoltori (5), essi nelle due valli fluvial anzidette ebbero la loro “capitale” sul costone dei Capitenali (Roccagloriosa) e tutt’intorno una serie di insediamenti minori (pagi): Laurelli (ad ovest di Caselle in P.)(6), Rofrano Vetere (7), Torraca (8) (località Madonna dei Cordici), Tortorella, Morigerati (9), Pyxus (10), tutti abitati enotri “lucanizzati. Il ‘frurion (abitato fortificato) dei Capitenali è ben testimoniato: gli scavi effettuati dal 1976 al 1982 in varie località hanno restituito resti di mura, edifici, strade, tombe a camera, corredi di lusso, vasi di bronzo di provenienza etrusco-campana e ceramica di provenienza metapontina, officine, iscrizioni di lingua osca (la lingua dei Lucani)(11); etc…I Lucani quindi occuparono prima di tutto i punti nevralgici della zona, in pratica gli abitati enotri che controllavano le vie di comunicazione, di conseguenza, necessariamente, quello di ‘Sontia’ etc…”. Questa del Fusco a me sembra una congettura non del tutto esatta. In primo luogo, i centri furono Enotri fino all’espansione delle colonie magno-greche e non dopo. I nostri centri ebbero si origini Enotrie, le popolazioni erano Enotrie ma restarono tali molte di quelle dei centri interni, mentre invece, in seguito all’espansione Siritica e Sibaritica, i centri come costieri come Pyxus, Palinuro e Scidro furono sicuramente greci. Il Fusco spiega la sua teoria a p. 35, nella nota (4) postillando: “(4) Strabone (Geogr., IV, 253) parla di lunghe lotte tra coloni greci e “barbari”, ché tali apparivano ai greci gli abitanti dell’interno. Certamente i nuovi arrivati preoccupavano non poco le colonie italiote della costa tirrenica e ionica, tanto che queste ben presto crearono leghe italiote difensive. Taranto, guida di una di queste leghe sullo Ionio, chiese addirittura aiuto al re dell’Epiro, Alessandro il Molosso (zio di Alessandro Magno), che nel 335 a.C. arrivò nell’Italia meridionale e combattè contro i Lucani accanto ai coloni greci. Per molto tempo le cinte fortificate “ciclopiche” (di cui restano tracce) delle antiche città del Vallo (Atina, Consilinum, Tegianum) e della Val d’Agri, lucane prima che romane, sono state collegate all’arrivo del re epirota. L’ipotesi per esser vera presupporrebbe – come notò Emanuele Greco nel lontano 1981 (‘Problemi topografici del Vallo di Diano’, ecc…, cit., p. 143) – una realtà politico – militare unitaria da parte dei Lucani, che essi non ebbero.”. Il Fusco dimentica che “essi”, riferendosi alle colonie magno-greche della costa che chiesero aiuto al Molosso, “non ebbero” una solida confederazione come quella lucana, in quel periodo, ovvero, nel V sec. a.C., quando cioè accadde che esse si erano di molto indebolite a causa della scomparsa di Siris e di Sibari, le quali, invece dominavano incontrastate i ommerci ed anche queste nostre popolazioni ad esse alleate fino al V sec. a.C. Queste nostre popolazioni erano state sì Enotrie ma erano piccolissimi centri insignificanti che iniziarono ad avere una loro importanza politica e commerciale solo dopo l’espansione delle colonie magno-greche dello Ionio che quì stabilirono i loro capisaldi e alleati sul Tirreno. I Lucani, subentrarono solo dopo la caduta di Sibari e la nascita di Thuri, la seconda Sibari. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 268, in proposito scriveva che: “Gli scavi archeologici del 1939, eseguiti dal compianto amico P. C. Sestieri (5) su tutta l’altura di S. Paolo che sovrasta l’abitato, misero a luce mura di fortificazioni e, nella sabbia delle dune, tombe a fossa senza traccia di copertura con orientamento dei depositi est-ovest e perciò forse non rituali. Ma vi si rinvennero pure sepolture a pozzo (disposizione circolare dei corredi) e uno a cassa (tegoloni). Più numerose le prime e ricche di vasi (in media 30 in ogni tomba) indigeni (6), ionici (7) e attici (8) insieme a oggetti di ferro e di bronzo (9). Ceramica che presenta netti caratteri d’identità con queli della Peucezia, con quella di Sala Consilina e Atena Lucana, per cui sarebbe da riconsiderare l’affermazione di Dionigi (I, 11 sgg.) sulla venuta di enotri e peucezi dall’Arcadia e da ammettere che proprio da Palinuro partisse una delle carovaniere per la Valle di Diano. Carovane che trasportavano ceramica locale e ceramica ionica che alla vicina Pixous (Bussento), Policastro) giungeva per la via istimica da Siris e la ceramica ionica e attica a mezzo dei mercanti focei. Manufatti che venivano scambiati con il grano della ferace Valle del Tanagro, di quel lago pleistocenico svuotatosi in epoca storica. Grano che anche dopo la caduta di Sibari (a. 510 a.C.,) i focei di Velia (10) continuarono a trasportare ad Atene che ne acquistava sempre in maggiori quantità.”. Ebner, a p. 268, nella nota (5) postillava: “(5) P. C. Sestieri, Scoperte archeologiche in provincia di Salerno, “Bollettino d’Arte”, Roma, 1940, n. IV (estratto).”. Ebner, a p. 268, nella nota (6) postillava: “(6) Vasi grezzi con decorazioni geometriche rosse e nere, ma anche di plastica applicata, brocche a tre manici e tre colli a bocca tribolata posti intorno a un falso collo a bocciuolo, anfore, coppette e, tra le forme d’imitazione, olmechasi a bocca tribolata, kalathoi, calcei repandi e crateri a colonnette di tipo calcidese.”. Ebner, a p. 268, nella nota (7) postillava: “(7) Vasi ionici con decorazioni a fasce, coppe milesie, ecc..”. Ebner, a p. 268, nella nota (8) postillava: “(8) Vasi attici a figure nere (lekytoi, skyphoi, kotyloi, kilites) con animali anche fantastici, ma di disegno scadente. Crateri a colonnette e kylites a occhioni con gorgoneion.”. Ebner, a p. 268, nella nota (9)postillava: “(9) Tra gli oggetti di ferro soprattutto armi, e cioè punte di frecce, grattuge, colini, anelli e fibule ad arco semplice e a doppio anello; un solo orecchino circolare d’argento.”. Ebner, a p. 269, nella nota (10) postillava: “(10) R. Neuman e B. Neutsch (Palinuro, “Ergebnisse der Ausgrabungen”, vol. II e II, 1957-1960) rinvennero a Palinuro, oltre i caratteristici mattoni velini con bolli greci, anche monete di Velia del 350-280 a.C.”. Ebner, a p. 269, nella nota (11) postillava: “(11) Sul cippo colà rinvenuto, v. M. Guarducci, Cippo iscritto a Palinuro, “Apollo”, Salerno, 1962; v. pure H. Schaefer, Peculiarità e caratteri della colonizzazione greca nell’Italia meridionale, “Apollo”, Salerno, 1962, p. 3 sgg.”. Da Wikipedia leggiamo che Paestum, fino al 1926 Pesto, è un’antica città della Magna Grecia, chiamata dai Greci Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i Romani, il nome di Paestum. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandone il nome in Paistom. A parte sporadici riferimenti nelle fonti, non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché non dovette trattarsi di una conquista repentina. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio nella non distante Neapolis), dove vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina, fino a prevalere e a sostituirsi nel potere politico della città. Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di vasi dipinti (talora firmati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Pittore di Afrodite), con sepolture copiosamente affrescate e preziosi corredi tombali. Tale ricchezza doveva derivare in larga misura dalla fertilità della piana del Sele, ma anche dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità, parte cospicua di quei commerci instauratisi durante il periodo precedente. Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleuterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche.
SANNITI e LUCANI
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…). “. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 4 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, in proposito scriveva che: “Le prime conquiste di questa feroce nazione furono verso l’occidental parte occupando alla prima la Città di Pesto, Colonia un tempo de’ Sibariti, indi voltando le vittoriose bandiere verso la Città di Velia, Colonia de’ Focesi, non ebbero forza da espugnarla, ma fatta co’ Cittadini amichevol pace la lasciarono libera, e colle proprie leggi: marchiando indi il diloro Esercito nelle contrade oltre Bussento, indi s’avvennero alle Milizie degli Enotrj, che colle diloro maggiori forze tentavano mantenere il diloro Imperio, ma quivi per loro sciagura incontrarono la rovina, essendo remasti sconfitti dal valore de’ Sanniti, che dopo tal vittoria s’insignorirono del loro Regno, come espresse Strabone (a)….Stabilirono il loro Regno li Sanniti, che da ora avanti Lucani chiameremo, e Lucania questa Regione da loro occupata, si governarono etc…”. Dunque, il Gatta scrive che i Lucani conquistarono tutta la regione degli Enotri dopo la conquista di Posiadonia, che in mano a loro si chiamò Pesto. Il Gatta, a p. 4, nella nota (a) postillava: “(a) Strab. al lib. 6 facendo parola della giurisdizione degli Enotri esprime: “Chones, et Aenotri loca ipsa colebant, cum autem res Sannitica eo magnitudinis venisset, ut et Chonos, et Aenotrios ejecissent, Lucanos eam in partem Samnites Colonos deduxerunt”. Qual conquista è facile avvenisse prima della Olimpiade XLVIII. imperocchè presso Laerzio vi è memoria che insegnando Pitagora in metaponto, i Lucani frequentavano la di lui scuola: Adibant illum disciplina, studiorumque caussa Lucani.”. Il Gatta, a p. 5, nella nota (a) postillava: “(a) Strabone al lib. 6. Cumque Graeci utrumque simul litus ad fretum usque tenerent inter Graecos, et Barbaros diutinum constatum est Bellum: ‘E il medesim dell’istesso lib. Hoc autem tempore (lo che fu in tempo d’Augusto in cui egli viveva) praeter Tarentum, Regiumque et Neapolim omnes in Barbaros transisse mores obvenit, et alia sub Lucanorum, alia sub Brutiorum ditione teneri. Avertedosi che Strabone, chiama Barbare tutte quelle nazioni, che non erano Greche, fra quali egli era.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli“, parlando di Alessandro il Molosso, a p. 325 e ssg., in proposito scriveva che: “Per conseguire la piena sommessione dei Lucani egli si propose di coglierli alle spalle. Allo stesso modo che agli Apuli o Iapigi aveva contrapposto l’amicizia con i soprastanti Peucezi (1), provvide a stringere alleanza con i Romani, che da pochi anni (verso il 342 a.C.) avevano messo piede nella Campania e che erano in guerra contro i Sanniti (2).”.
Nel 391-390 a. C., nel racconto di Diodoro Siculo, a Laos, i Lucani sconfissero Turi, e Laos diventò Lucana
Da Wikipedia leggiamo Lao fu una delle prime città della Magna Grecia che soggiacquero all’impeto delle stirpi osche prementi dall’interno della penisola verso il mare: verso il 400 a. C. doveva già essere caduta in mano dei Lucani. Nel 389, quei di Turi tentarono di riconquistarla; ma nel territorio stesso della città il loro esercito subì da parte di quello lucano una tremenda disfatta. Nel sito di Lao sorse più tardi la stazione romana di Lavinium, nel cui nome si riflette forse quello preellenico della città. Sempre da Wikipedia leggiamo che nel 389 a.C., i Lucani, alleati di Dionisio il Vecchio tiranno di Siracusa che cercava di imporre il suo predominio sulle città della Magna Grecia, mossero guerra contro le polis nemiche di Siracusa. Questo scatenò la reazione di Thurii, potente città sorta sulle ceneri di Sibari, che, senza attendere l’aiuto di altre città della Lega sorta proprio per difendersi dai Lucani, cercò di riconquistare la sua antica colonia, Laos, subendo una disastrosa sconfitta ed evitando lo sterminio dei prigionieri solo grazie all’intervento del siracusano Leptine. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 125 e ssg., in proposito scriveva che: “Non si può stabilire con sicurezza se Lao riconoscesse supremazia della colonia ateniese di Turio subentrata virtualmente nel possesso della Sibaritide, dopo la prima metà del sec. 5°. Quello che si può affermare delle relazioni dei Turini con quei di Lao è, che i primi, venuti a conflitto con i Lucani, vollero combatterli anche nelle loro sedi, e si spinsero fino a Lao; ma quivi, come racconta Diodoro (XIV, 101-3), toccarono una sonora sconfitta (391 a.C.). Dopo tale rovescio io penso che dovette essere inventato il famoso oracolo relativo alla molta gente che sarebbe perita presso il tempio di Dracone (Strabone VI, 252-3), così da potere i vinti giustificare, con la scusa del fato, un poco la loro sconfitta, dovuta, in parte, all’ambiguo responso. Non credo però che i Turini dovettero ricevere, in questa occasione, grandi aiuti da quei di Lao, altrimenti questa città, in sfogo all’odio nemico, sarebbe stata certamente esposta a molti pericoli e rappresaglie. I Lucani infatti, non fecero altro, che estendere la loro egemonia su di essa, che, ciò nonostante, dovette continuare a godere di una certa libertà. Seguitò certo a battere moneta, sebbene di bronzo, col proprio nome e con quello del magistrato, in sigla. Inoltre, non è da far meraviglia, che, anche sotto la dominazione lucana, continuasse a usare il proprio dialetto greco, …..Da indi in poi però dovette a poco a poco decadere, non essendo più menzionata nelle fonti per avvenimenti notevoli. Lao non ebbe in seguito più rinomanza, nè vita; non è ricordata come sede vescovile, o per altro di notevole. Tuttavia Strabone ne parla come di città ancora esistente al suo tempo: ma pare che egli prendesse il passo relativo a Lao, da una fonte anteriore. Similmente la menzione che ne fa Stefano di Bizantino deve intendersi solo come un ricordo. Lao è detta esplicitamente città della Lucania da Strabone (VI, 252-3) e da Stefano Bizantino, che dipende da un passo di Apollodoro. Implicitamente doveva essere stata creduta tale da Antioco di Siracusa (fram. 6°; cfr. Strab. VI, 254), e da Plinio (l. c. ), che consideravano il fiume Lao come il confine settentrionale, il primo dell’Italia, il secondo del Bruzio, da questo lato.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a pp. 155-156 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando si determinò il movimento dei Lucani contro le città greche, anche la nostra Turio si trovò in conflitto con essi, e abbiamo visto come andasse a finire la vertenza, quando si è parlato della sconfitta presso la città di Lao (391-90). Ma ormai nessuno ostacolo poteva più sbarrare la strada agli indigeni d’Italia nel loro movimento ostile ai Greci, sicchè i Lucani poterono spingersi al Sud, traversare senza opposizione evidente da parte di Turio, la vale del Crati e la Sila, e unirsi alle popolazioni dell’interno della Sibaritide e della Crotoniate. Strabone (l. c.) racconta che Turio fu ridotta in servitù dai lucani; ma grandi danni non dovette subire, etc…”. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. V parlando dei “I Lucani”, a p. 128, in proposito scriveva che: “Ma col secolo V le incursioni disorganizzate cominciarono a trasformarsi nella ordinata minaccia di uno stato unitario, ed è in lotta con Turii che, presso Polieno (39), compare per la prima volta il nome dei Lucani; è contro di essi infatti che Turii chiama in aiuto Cleandrida. Si imponeva così la necessità di una lega. Questa che appare composta dapprima di Sibari sul Traente, Crotone, Caulonia, quindi anche di Elea e Metaponto, era tanto più necessaria nel momento in cui non solo i Lucani ma anche Dionisio il vecchio, tiranno di Siracusa, andava diventando minaccioso, secondo Diodoro (XIV, 90-91), col tentato assalto di Reggio nel 393. Ma non è detto quale di questi pericoli abbia dato la spinta decisiva. Sempre secondo Diodoro, l’anno 390, Dionisio, essendo stato duramente sconfitto e messo in fuga nel suo tentativo di assalire Reggio, strinse alleanza con i Lucani (c. 100). E quando gli alleati, imbaldanziti dalla vittoria su Dionisio, si preparono a venire in soccorso dei Turini contro i Lucani, Dionisio spedisce delle navi in aiuto di questi. Sicuri dell’aiuto, i Turini si danno alla caccia dei predoni Lucani, i quali lentamente si ritirano, sempre inseguiti. Facendo una ricca preda, attraversarono tutta la zona montuosa ed arrivarono presso Lao sulla riva tirrena. Ma qui si videro circondati dai Lucani che, in posizioni dominanti, avevano raccolto un esercito doppio (c. 101). La maggior parte dei Greci fu uccisa; molti dei superstiti si buttarono in acqua, dirigendosi verso le navi che essi credevano di Reggio ed erano invece quelle di Leptine, il fratello di Dionisio. Questi usò clemenza e si interpose perchè i Lucani s’accordassero di un modico prezzo di riscatto e facessero la pace. Etc…”. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. V parlando dei “I Lucani”, a pp. 126 e 127, in proposito scriveva che: “Scidro e Pixunte furono conquistate senza che ce ne sia rimasta notizia, Lao nel 390.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo II: “Dionisio I, Regio ed i Lucani”, a pp. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “Di fronte alle minaccie dei Lucani, le città Achee s’erano più strettamente unite tra loro sotto la protezione di Zeus Homarios. …ma i Thurini attaccati verso il 390 a.C. dai Lucani, avendo un esercito di quindici mila fanti e di quattro mila cavalieri, si credettero forti abbastanza per resistere da soli. I Lucani disponevano però di doppie forze. Circondarono l’esercito dei Thurini sulle colline che dominavano la pianura di Laos presso le coste del mare Tirreno con il proposito di non dare quartiere ai nemici. Gran parte delle forse dei Thurini furono distrutte; i superstiti cercarono invano salvezza fuggendo verso la marina. In questo momento comparve la flotta siracusana; gl’Italioti supposero fossero di soccorso; sperarono di trovare in essa salvezza e furono invece fatti prigionieri. Leptine, etc…Dionisio gli tolse allora il comando della flotta e l’affidò all’altro suo fratello Tearide. Etc…”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VII “I Turini contro i Lucani – La battaglia di Lao”, a p. 428, in proposito scriveva che: “I Lucani ripararono nelle terre ch’erano già di loro possesso ed i Turini con impeto andarono loro dietro, riuscendo ad impadronirsi d’un castello, o forse magazzeno militare, dal quale ricavarono largo bottino. Fu questa quasi l’esca che li trasse a rovina; poichè, inorgogliti del primo successo, con grande disprezzo del nemico si posero ad inseguirlo attraversando tutta quella catena di montagne che poi discende verso il Tirreno, al fine di conquistare la ricca città di Lao di cui già eran padroni i Lucani stessi (1). I quali, dopo averli attirati attraverso gole aspre ed anguste in località impervia, li chiusero in un piano dominato da colli alti e scoscesi togliendo loro ogni speranza di ritirata. Affacciandosi dalle cime dei colli in gran numero, incussero vero terrore; che già avevano sotto le loro bandiere più di 30 mila fanti e non meno di 4 mila cavalieri. Scesi al piano diedero battaglia; e gli Italioti, schiacciati anche dal numero, furono fatti a pezzi: oltre 10 mila caddero al suolo……(p. 429) Ora non v’è dubbio che in tutta questa narrazione, del resto, assai chiara per ciò che si riferisce alla spedizione militare, oscuri sono il punto concernente la presenza della squadra siracusana sulla costa del Tirreno (2), nelle vicinanze di Lao, e la condotta dell’ammiraglio Leptine.”. Il Ciaceri, a p. 428, nella nota (1) postillava: “(1) I mss. di Diod. XIV 101, 3 λαον χαι πολιν. Fu il Reiske a leggere Λαον πολιν, lez. seguita dal Niebuhr, Roem. Gesch. p. 96 e dal Grote History of Greece, XI, p. 12, ed oggi concordemente accettata dagli ultimi editori dello storico siciliano (v. ad es. Vogel, ad l.). Non seguendola od ignorandola, il Lenormant, La Grande-Grece, I p. 310 poneva la battaglia nelle vicinanze di Lagaria sull’Ionio, presso l’odierna Rocca Imperiale.”. Il Ciaceri, a p. 429, nella nota (2) postillava: “(2) Diod. XIV 102, 2: ην δε ο στολος ο προσπλεων Λιονυσιου του τυραννυ, χαι ναυαρχος υπηρχεν αυτφ Λεπτινης ο αδελφος, απεσταλμενος τοις Λευχανοις επι Βοηθειαν.”. Giulio Giannelli, sulla Treccani-on line scriveva che: “Lao fu una delle prime città della Magna Grecia che soggiacquero all’impeto delle stirpi osche prementi dall’interno della penisola verso il mare: verso il 400 a. C. doveva già essere caduta in mano dei Lucani. Nel 389, quei di Turi tentarono di riconquistarla; ma nel territorio stesso della città il loro esercito subì da parte di quello lucano una tremenda disfatta. Nel sito di Lao sorse più tardi la stazione romana di Lavinium, nel cui nome si riflette forse quello preellenico della città.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Lao e della battaglia lì tenuta dai Lucani contro i Greci, accenna a Scidro e, a pp. 52-53-54, in proposito scriveva che: “Però la guerra si presenta ben distinta nelle parole di Diodoro, in due periodi, e se nel primo periodo lo storico può realmente rappresentare l’agitato muoversi di que’ di Thurii, nel secondo periodo, invece, dall’espugnazione d’un castello nel territorio dei Lucani alla battaglia nel piano di Laos, dovette correre del tempo, che Diodoro non dice, e che dovette permettere a’ Turiesi e a Lucani d’invocare l’aiuto degli alleati e cambiare le condizioni dei belligeranti. Diodoro non ci ricorda il nome della fortezza fin dove l’influenza de’ Turiesi erasi spinta prima di questa guerra, nè i critici si son curati di saperlo. Ha influito a ciò anche il dubbio sul nome della città, se Laos od altra, dubbio che, non tenendo in conto particolari topografici offerti da Diodoro, e che corrispondono alla realtà, ha fatto s’ che siano dimenticati o travisati. Nella regione in cui Diodoro ricorda il Castello sorsero nell’antichità ‘Muranum o Interamna’,nel’attuale Morano, importante stazione stradale etc…Neanche Nerulo (fra Castelluccio e Rotonda), perchè molto lontano dalla via di Laos e troppo addentro nel dominio de’ Lucani. La fortezza, come dalle parole di Diodoro, doveva trovarsi nella regione dell’attuale Murano e il fiume Laos. La città che in essa potette sorgere lascia de’ dubbi, stante la deficienza assoluta di vestigi antichi. Vi si potrebbe colllocare Numistro o quella tale Tebe Lucana, ma accampandole nel vuoto. Più naturale invece mi sembra collocarvi Scidro. Veramente questa di Scidro è una quistione lasciata l’ da parecchio, per la sua pochissima importanza. In Scidro si ritirarono parte de’ Sibariti, che furono costretti a cercare un rifugio, distrutta la loro città, e l’unico accenno in Erodoto, è così generale che nulla si può azzardare. Identificarla in Sapri, sol per una lezione sbagliata d’un codice, non c’è da pensare; solamente qualche nome può spingerci a delle ipotesi. Il nome di Cetraro può richiamarci ad uun ‘Scidranum’ da cui Cedraro o Cetraro; però esso più verosimilmente si può riscontrare in Citarium, il Citerium che Stefano Bizantino, sulla fede d’Ecateo Milesio, ricorda come città enotrica. Sembra invece che il nome Scidro s’avvicini molto di più al nome di Papa-Sidero, nome, come si vede, formato da due elementi, dalla parola greco-bizantina ‘papa’ (vecchio antico), mentre l’altro è la trasformazione dello Σχιδρον d’Erodoto in ‘Shidro’, ‘Sidero’. Il ricomparire di questo borgo nel periodo bizantino, ricordando l’antica città ivi esistita, città che per la sua posizione mediterranea e per la sua pochissima importanza, doveva sfuggire agli occhi degli storici, è una conferma della nostra ipotesi. Essa trovavasi a metà sulla via che da Sibari portava a Laos, e come il moderno villaggio di Papa-Sidero, così Scidro era resa forte dalla stessa natura del luogo che la rendeva la chiave di Laos (1). Così si spiegano le parole di Diodoro, e l’imprudenza di cui taccia i Turiesi cade considerando la posizione di Scidro; solo perchè essi, padroni dello sbocco sul Coscile e di questa fortezza, ben possono spingersi ad un’azione comune co’ Reggini su Laos. La via che da Sibari portava a Laos faceva sosta a Scidro, incominciando da questa fortezza a percorrere balze e gole di monti, che s’arrestano formando una corona al piano di Laos, dall’attuale capo Scalea all’isola di Cirella. Precisa, sotto questo rispetto la descrizione di Diodoro. Il piano poi è atto ad una battaglia, non certo però nelle proporzioni esagerate di Diodoro. Strabone, aggiunge, ch’essa avvenne presso l’eroo di Dracone. In seguito vedremo l’errore in cui è caduto Strabone per l’importanza da dare a queste sue parole. I Greci, senza speranza di ritirata, si rifugiarono parte sovra un’altura presso il mare (forse Cerilli, o il pago di Batum o Mercuri); parte s’affidarono alla liberalità di Leptine che s’ebbe favore presso i Greci contribuì a rompere l’alleanza tra’ Lucani e il fratello Dionisio.”. Il Dito, a p. 54, nella nota (1) postillava contro l’ipotesi del Lacava (….). Il Dito, a pp. 54, nella nota (1) riferendosi al Lacava postillava che la battaglia di Laos del 390 a.C., avvenne a Scidro o a Laos e rinnegando l’ipotesi del Lacava che voleva essere tra Laino e Castelluccio collocava Laos in contrada S. Gada. Il Dito scriveva che: “Dimenticando le notizie di Diodoro e di Strabone, …a quali difficoltà sarebbero andati incontro i poveri Greci nella ricerca d’un mare. Del resto, la probabilità d’una Laos mediterranea, mi permetta l’egregio Lacava, è accampata in aria e sovra ipotesi sbagliate.”. Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891, a p. 75 chiedendosi della “Tebe Lucana”, in proposito scriveva che: “Riguardo agli eventi di Lao, siamo inclinati a credere che la grande disfatta che i Lucani diedero agl’Italioti, fosse avvenuta presso questa Lao e non nella marittima. Questa Lao si trova in punto eminentemente strategico, e chi nei tempi antichi voleva dalla Bruzia passare nella Lucania e viceversa, …deve passare per questo luogo. Per questo luogo transitavano i Romani e dopo di essi i barbari; per questo luogo gli Aragonesi in guerra cogli Angioini….Adunque è probabile che i lucani in questo luogo avessero disfatto i Greci. Un esercito Lucano ed un altro Italiota, alle sponde del Tirreno verso Scalea, mi parrebbe un non senso.”. L’analisi di Oreste Dito, che egli fa del passo di Diodoro Siculo è molto interessante. Diodoro Siculo ci ha racontato della battaglia dei Lucani che attaccarono i Greci di Laos, nell’anno 390 a.C.. “La Battaglia di Laos”. Il Dito, però, individua “Scidro” come un “castello fortificato”. .., che fu conquistato dai Turini ai Lucani prima che avvenisse la battaglia di Lao.
Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 293, in proposito scriveva: “Diodoro….Ma questo primo e favorvole successo riuscì loro a disastro, quando con impudente consiglio s’impigliarono in certe gole di monti precipitevoli, all’intento di impadronirsi della fiorente città di Lao (3).”. Il Racioppi, a p. 283, nella nota 3 pstillava: “(3) Di qua apparirebbe che i Lucani fossero, già prma del 390, padroni di Lao. – Ma non debbo etc….”. Il Racioppi da racconto di Diodoro Siculo si pone il dubbio che i Lucani erano da tempo in possesso di Lao.
Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 294, nella nota (2) postillava che: “Io non posso dir altro se non che nel testo di Diodoro è un’anfibologia: ma non si potrebbe accettare, come indubitato, che lo stanziamento della flotta di Leptine e lo scioglimento ultimo del dramma da parte di costui avvenisse nel mar Tirreno, al golfo di Lao. Se i Lucani cominciarono con operare contro Turii, che è sullo Jonio, e se Dionigi mandò la sua flotta col Leptine “in aiuto dei Lucani” come afferma Diodoro, gli è assurdo il credere, che la flotta fosse stata mandata altrove, che non sia n. l. mar Jonio, là dove sedeva Turii. Per trovarla nel mare di Lao, nel Tirreno, bisogna non ritenere, come è dato, il racconto di Diodoro; e in tal caso manca ogni base al fatto e al racconto….Deve inoltre, e giustamente, supporsi che i Turini, sbandati e fuggitivi, avessero preso la via verso il versante Jonio, piuttostochè verso il Tirreno; perchè sul versante Jonio era Turii. – Anche il Vannucci dice “la grande sconfitta” avvenuta presso Lao; e intende, senza dubbio, del mare o golfo di Lao (Storia d’Ital., lib. III, cap. 3, 369).”.
Mario Napoli, nel suo “La civiltà della Magna Grecia”, ed. Eurodes, a p. 178, dopo aver parlato di Laos e del racconto di Strabone, in proposito scriveva che: “Del resto solo intendendo che l’heroon di Draconte è su di un’isola si comprende appieno quanto ancora dice Strabone, posto in correlazione con il racconto che dello stesso episodio ci narra Diodoro (XIV, 101 ss.). Dice, infatti Strabone: “per il quale (l’heoon) gli italioti ebbero questo oracolo: molta gente perirà un giorno presso Draconte di Laos. E, infatti, ingannati dall’oracolo, dopo aver combattuto contro Laos, i Greci d’Italia subirono una cattiva sorte da parte dei Lucani”. Si riferisce ad un famoso episodio dello scontro tra i Turini e i Lucani durante la lega italiota (389 a.C.), allorché i Turini sconfitti e sterminati dai Lucani, si gettarono in mare a nuoto, vedendo arrivare navi, che credevano reggine, ed erano invece al comando del fratello di Dionisio di Siracusa Leptine, che raccolse i Turini e li salvò (eran più di mille).”.
Nel 390 a. C., Laos e, il mito, l’oracolo e l’eroo o sacello di Draconte Lao
Da Wikipedia leggiamo che Lao fu una delle prime città della Magna Grecia che soggiacquero all’impeto delle stirpi osche prementi dall’interno della penisola verso il mare: verso il 400 a. C. doveva già essere caduta in mano dei Lucani. Nel 389, quei di Turi tentarono di riconquistarla; ma nel territorio stesso della città il loro esercito subì da parte di quello lucano una tremenda disfatta. Nel sito di Lao sorse più tardi la stazione romana di Lavinium, nel cui nome si riflette forse quello preellenico della città. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Lao e della battaglia lì tenuta dai Lucani contro i Greci, a pp. 52-53-54, in proposito scriveva che: “Strabone, aggiunge, ch’essa avvenne presso l’eroo di Dracone. In seguito vedremo l’errore in cui è caduto Strabone per l’importanza da dare a queste sue parole. Etc…”. Oreste Dito (….), a p. 82 e ssg., ci parla dell’oracolo, del mito del Dracone Laio di cui parla Strabone ed in proposito scriveva che: “La migliore etimologia, se etimologia può dedursi con sicurezza, è a noi offerta dalla stessa antichità, che, per bocca di Strabone, la tramanda avvolta nelle pieghe dell’oracolo che si riferisce alla battaglia del 390 a.C., e ricordando il ‘dracone laio’, di cui Strabone e la fantasia popolare fecero un compagno di Ulisse, innalzandogli anche un eroo. L’oracolo dice: – λαιον αμφι ορ εκοντα πολυν ποτε λαον ολεισθαι – e cioè “Presso il ‘dracone laio (fiume pietroso) molta gente sarà per perire”. La cattiva interpretazione di queste parole, e specialmente di λαιον αμφι ορ εκοντα, data da Strabone, è una ragione per ammettere la esistenza dell’oracolo stesso, che i moderni però tradussero ed interpretarono secondo l’errore di Strabone (1). Ma però se la buona fede di Strabone fu sorpresa da quest’oracolo, pure egli stesso offre materia a spiegarlo.”. Il Dito, a p. 83, nella nota (1) postillava: “(1) In generale esso è rappresentato dagli scrittori come il compagno di Ulisse. Il Racioppi, deriva il nome dal sanscrito: Durga, locus difficilis accessu et impervius, ed altresì ‘arx’.”. Il Dito, a p. 84-85, in proposito scriveva che: “Il nome del ‘Dragone’ nel nostro caso è il ‘genius loci’ ed un simbolo del fiume; è la denominazione del fiume stesso nel suo significato generico di fiume; la sua trasformazione in compagno di Ulisse è segno certo della sua antichità, riferentesi allle prime relazioni de’ Greci cogli Italici, quando il nome generale ha forza di nome speciale. Nello oracolo esso ha proprio il significato di fiume, e l’oracolo stesso servì a risvegliare o anche, può darsi, a formare quel mito che trasse in inganno Strabone. Nessun indizio di questo mito apparisce nelle monete e tale mancanza fa supporre ch’esso si sia formato posteriormente all’oracolo. In questo però il fiume ha l’appellativo di ‘laios’ che non si può spiegare – di Lao – , essendo esso l’aggettivo di λαας, pietra e perciò, pietroso, attributo che bene è appropriato al fiume, dal lungo e variato corso (49 chilometri) in confronto degli altri fiumi della regione, e scorrente tra rocce e balze.. Spiegato l’oracolo, si spiega pure il nome di ‘Laos’; perchè l’alfa è lunga per contrazione da λαας, che nel genitivo fa λααoς e contratto λαας etc….”. Il Dito, a p. 83 e ssg., in proposito scriveva che: “Sicchè nello stesso Strabone il simbolo del ‘dragone’ è riferito come di ragione a fiume, che, s’egli non riconosce per il fiume per il fiume Laos, lascia supporre che il nome di ‘dragone’ (fiume) perdendo il suo primitivo significato abbia contribuito in quei di Lao, coll’andare del tempo, a formare d’un simbolo naturale un compagno di Ulisse, come Palinuro, che vuo dire ‘promontorio’, si formò pure un compagno d’Enea. Del resto, anche i Greci ad indicare il corso de’ fiumi usarono la parola ερπειν (s-erpein), e molti esempi possono dimostrare come nell’antichità il nome di ‘dracone’ sia stato simbolo de’ fiumi in generale, e nome particolare di qualcuno d’essi.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 194, in proposito scriveva: “Era presso l’antica Lao un eroo, o monumento consacrato a Dragone che dissero compagno di Ulisse; non altrimenti che presso Terina era un altro eroo consacrato a Polite, anche esso uno dei navigatori odisseici pel mar Tirreno. Dragone poichè fu proseguito di culto eroico dai popoli di Lao, vuol dire che era ritenuto come l’Oichista legale della primitiva colonia laina di gente ellenica. Ma la parola ha radici più antiche, al di là dell’idioma dei coloni ellenici….Così similmente da locali nomi topografici trassero vita, sepoltura e culto Dragone (1) sul Lao, e Polite presso Terina, compagni di Ulisse, che non fu l’eroe della vinta città di Troia, ma il remigatore fortunoso di mari lontani e prima inesplorati. Lao fu tra le prime città italiote, delle coste tirrene, occupate dai lucani, verso il 390 a.C. come si dirà (2); e quivi presso essi vinsero sui Greci una battaglia, che sia per le grandi perdite, sia per le conseguenze politiche che ne derivarono, divenne famosa agli italioti, se potè dare materia ai postumi oracoli, che la tradizione popolare ripeteva fino ai tempi di Strabone (3).”. Il Racioppi, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) ‘Durga’, in sanscrito, è ‘locus difficilis accessu et impervius’; ed altresì ‘arx’.”. Il Racioppi, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi al capitolo XIII”. Il Racioppi, a p. 194, nella nota (3) postillava: “(3) Strab. VI, 388.”. Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891, a p. 40 e ssg., in proposito scriveva che: “Del Romanelli riportiamo ancora quel che egli dice dell”Eroo di Dragone: “Presso la città ed il fiume, ma più dal lato della città, ci fè ricordo l’antichità di un tempietto, dove si vedeva un dragone (parola emblematica) in cui fu cambiato uno de’ compagni di Ulisse. Vi fu un’antico oracolo per gl’Itali rammentato da Strabone, dal quale dicevasi, che ‘un giorno nel luogo detto Dragone Lao sarebbe per perire molta gente’. Or i Greci, che approdarono in Italia (aggiunge il geografo) prendendo in lor favore le parole dell’oracolo, raccolto l’esercito, diedero un attacco a’ Lucani, ma invece di superarli, restarono essi tutti disfatti, e così furono da quell’oracolo delusi: ‘sic ab isto decepti sunt oraculo’. Or il senso dell’oracolo era in cotai termini concepito: Λαιον αμφι Δρακονταπολυν ποτε λαον ολεισθαι cioè: Qua Draco Lajus, est, multum popoli periturum, che sarebbero lo stesso di dire, ‘Dove esiste il Dracone Lao, ivi perirà molta gente’, o come interpretò il Minervino, prendendo quel Drago per simbolo del gonfiamento: dove scorre il gonfio Lao, ivi perirà molta gente”. “Ma il sig. du Theil nelle note a Strabone in questo luogo ha fatto ben riflettere che la parola Λαιον può spiegarsi per pietroso, e la parola Λαοσ per popolo, onde l’oracolo dubbioso, ed incerto, si servì di questo equivoco cioè: “Un giorno presso il dragone pietroso (Lajon).” “Perirà un immenso popolo (Laos)”. Il Lajon adunque va spiegato pietra, in cui si finse, che un compagno di Ulisse fosse cambiato, e per Laos s’intende il popolo che colà dappresso vi doveva perire”. Corcia…..”L’eroo presso la città nel quale veneravasi Dracone, uno de’ favolosi compagni di Ulisse, ci ricorda ancora gli Epiroti col lor nume archegete, ed il tipo inoltre dei didracmi incusi della città, il toro a volto umano, accenna del pari alla primitiva fondazione di essa per opera dei Dodonei”. “. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, vol. II, a p. 82, in proposito scriveva che: “Sacellum Draconis. – Era questo Eroo, o Sacello di Dracone edificato in vicinanza della città di Lao sulla dritta del fiume di questo nome, ed era Dracone uno dei compagni di Ulisse. In prossimità di questo Sacello, vinsero i Lucani una grande battaglia contro i Posidoniati ed i loro alleati abitatori delle altre città Elleniche sulla spiaggia Tirrenica, e tutti li sottomisero.”. Dunque, in questo passaggio il Bozza non parla dei Turini ma parlando della battaglia di Lao dice che i Lucani sconfissero i Posidoniati ed i loro alleati delle spiagge Tirreniche che, erano Scidro e Lao (non lo dice ma erano queste le città Elleniche sulle spiagge Tirreniche). Sempre il Bozza, a p. 84, vol. II, in proposito scrivendo di Scidrus scriveva che: “Scidrus (…….. ) oppidum…..Alleata de’ Posidoniati, cadde Scidro in potere dei Lucani con Pesto e le altre città greche sul Tirreno, dopo che la battaglia guadagnata contro di essi al Sacello di Dracone.”. In questo passaggio, il Bozza è chiaro quando dice che Scidro era una città alleata di Posidonia. La notizia sorprende perchè la battaglia di Pesto e la battaglia di Lao (a. 390 a.C.) accadde quando Sibari, da cui Scidro, Posidonia e Lao, colonie magno-greche sul Tirreno erano state alleate di Sibari, ma questo era avvenuto nel 510 a.C.. Il Bozza dice che Posidonia, con Scidro e Lao erano alleate di Posidonia nel ……..a.C. e pure nel 390 a.C..In secondo luogo, la battaglia di Lao fu condotta dai Turini non da Posidonia. Può essere che Turi fosse alleata di Posidonia ma essa era già da tempo caduta in mano dei Lucani nella battaglia di Pesto e così era stato anche per Scidro. Da Wikipedia leggiamo che Ulisse (o Odisseo, dal greco Ὀδυσσεύς, Odysseús), originario di Itaca, è uno degli eroi achei descritti e narrati da Omero nell’Iliade. Fra questi vi erano Dracone e Polite. Sulla Treccani on-line leggiamo che Lao fu occupata dai Lucani alla fine del V secolo. Nel 389 a. C. gli alleati italioti tentarono di ricacciare i barbari dalla regione, ma subirono una sanguinosa disfatta sui monti del retroterra ed i superstiti, raggiunto il litorale, si lanciarono in mare, illudendosi di trovare salvezza sulle navi, che il tiranno Dionigi di Siracusa aveva mandato per appoggiare i Lucani (Diod., xiv, 101, 5). Strabone aggiunge che un oracolo aveva predetto la strage intorno al monumento commemorativo di Draconte. Ma non sappiamo dove sorgesse questo heròon di un compagno di Ulisse e nemmeno della città si è identificato con certezza il sito. Polite era uno dei compagni di viaggio di Ulisse trasformati in porci dalla maga Circe, e poi, grazie all’intervento di Ulisse stesso, ad essere ritrasformato in uomo. Come narra l’Odissea, fu proprio Polite ad incitare i compagni a varcare le mura della casa di Circe a sentirla cantare. In seguito, dopo la presa di Ilio, vagabondava per le città dell’Italia meridionale, e giunti a Temesa, sembra che fu proprio Polite, ubriaco, a violentare una giovane vergine del posto. Gli abitanti, inferociti, lo lapidarono e Ulisse se ne andò e proseguì il viaggio. Il demone dell’uomo lapidato cominciò, per vendetta, ad uccidere gli abitanti del villaggio che, su consiglio della Pizia, costruirono al demone un luogo ove, ogni anno, portavano in sacrificio la vergine più bella del paese per placare la sua furia. Ciò accadde finché Eutimo il pugilatore non passò da quelle parti, sfidò il demone, che aveva preso il nome di Alibante ed era terribilmente nero e tremendo in tutto il suo aspetto, lo batté e lo cacciò in mare per sempre.
Un’altra tradizione sopravvissuta è che grandi parti della Grecia erano state pelasgiche prima di essere ellenizzate. Sulle origini Pelasgiche di questi centri sul Tirreno è interessante ciò che scriveva il Corcia su Lao. Infatti, Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, a pp. 67-68, in proposito scriveva di “Scidro” che: “..ma che fosse di un origine più remota della potenza de’ Sibariti e fondata da ‘Pelasgi’ insieme e da ‘Epiroti’, più che l’omonimia del fiume Laus dell’Enotria e del fiume Lous dell’Epiro notata da un ch. archeologo (8), il da a credere che il nome del suo popolo, che fa risovvenire i Laini della Peonia presso lo ‘Strimone’ nella Tessaglia (1), sino alla cui sponda Eschilo estendeva il dominio del favoloso Pelasgo, nota personificazione dei popoli stessi che abitavano fin presso ‘Dodona’ sulla costa marittima (2). L’eroo, del quale presso la città vencravasi Dracone, uno dei favolosi compagni di Ulisse, ci ricorda ancora gli Epiroti col lor nume archegete, ed il tipo inoltre dei didracmi incusi della città, il toro a volto umano, accenna del pari alla primitiva fondazione di essa per opera de’ Dodonei. Poichè una colonia di Achei ripopolò Sibari dopo che venne da Crotoniati abbattuta, nella maggior parte di questi achei, un noto nummologo ha veduto i fondatori di Lao, discendenti di quelli una volta stabiliti a ‘Las’ nella ‘Laconia’ (4), ma a seguire l’analogia de’ nomi, meno dubbia mi sembra quella co’ Laini della Tessaglia, percchè in fatti altre città della costa furono egualmente fondate dai Pelasgi.”. Il Corcia, a p. 67, nella nota (8) postillava: “(8) Jannelli, Vet. Osc. Inscr., p. 25”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) Thucid., II, 96; cfr. Steph. Byz., v. Λαινος”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (2) postillava: “(2) AEschil., Suppl., 253 sqq.”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (3) postillava: “(3) Strab. VI, p. 263.”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Millingen, Consid., p. 50”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (5) postillava: “(5) Magnan, Lucan. Numism. Tab. VI, p. 5, Ignarra, De Pal. Neap. p. 250”. Il Corcia, a p. 68, in proposito scriveva pure: “Poichè una colonia di Achei ripopolò Sibari dopo che venne da Crotoniati abbattuta, nella maggior parte di questi achei, un noto nummologo ha veduto i fondatori di Lao, discendenti di quelli una volta stabiliti a ‘Las’ nella ‘Laconia’ (4), ma a seguire l’analogia de’ nomi, meno dubbia mi sembra quella co’ Laini della Tessaglia, perchè in fatti altre città della costa furono egualmente fondate dai Pelasgi.”. Il Corcia, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Millingen, Consid., p. 50”. Dell’origine di coloni attici ha scritto il Millingen. Il Millingen (….), nel suo “Consideration etc…”, a p. 50, in proposito scriveva che: “Secondo la testimonianza di Erodoto confermata da vari autori, questa città fu fondata da una colonia achene inviata da Sibari, ma non si conoscono il tempo e le circostanze in cui avvennero. Il suo nome, tuttavia, fa ritenere che la maggior parte dei coloni che vi si stabilirono dovessero essere discendenti di questi Achei un tempo stabilitisi a Las in Laconia (2)”. Il Millingen, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Strabo, Lib. VIII, p. 263”. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, ed. Eurodes, a p. 177, parlando di Laos e del racconto di Strabone, in proposito scriveva che: “Un dato potrebbe essere offerto dal ricordo che a breve distanza da Laos sorgeva l’heroon di Draconte; ma ove è esso fosse con precisione non ci è noto, ed è stato vanamente cercato. Eppure se leggiamo attentamente Strabone, potremo, crediamo, aggiungere un dato estremamente utile. Come abbiamo già ricordato la tecnica continuamente adottata da Strabone, nella stesura del suo lavoro, è di parlare prima della costa, ricordando fiumi e città, e concludere il discorso spesso dando la lunghezza del tratto esaminato, e dopo ricordare le isole poste di fronte a quel tratto di costa. Lo dichiara esplicitamente egli stesso (VI, 1, 15) e di fatto lo fa sempre, etc..“. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, ed. Eurodes, a p. 178, in proposito scriveva che: “Veniamo ora a Laos: ecco le precise parole di Strabone: “dopo Pyxus un altro golfo e il fiume e la città di Laos, ultima tra le città lucane, poco elevata sul mare, colonia di Sibari, a 400 stadi da Elea. Tutta la costa della Lucania è lunga 650 stadi. A breve distanza vi è l’heroon di Draconte”. In questo giro di frasi, in tutto il contesto dell’opera strabonianna, è assolutamente inequivocabile che l’heroon di Draconte è un’isola. Pochissimi chilometri più a sud delle foci del fiume Laos, v’è un isolotto, poco più di uno scoglio, l’isola di Cirella: qui era l’heroon di Draconte, qui piuttosto che a Scalea sul promontorio di Talao, un tempo un’isola. Non abbiamo alcun dubbio sulla identificazione, né ci stupisce che Strabone non dica esplicitamente che si tratti di una isola, ciò spiegandosi con il fatto all’autore doveva apparire implicito dal suo discorso, non solo, ma, principalmente perché la cosa doveva essere di molto comune conoscenza. Del resto solo intendendo che l’heroon di Draconte è su di un’isola si comprende appieno quanto ancora dice Strabone, posto in correlazione con il racconto che dello stesso episodio ci narra Diodoro (XIV, 101 ss.). Dice, infatti Strabone: “per il quale (l’heoon) gli italioti ebbero questo oracolo: molta gente perirà un giorno presso Draconte di Laos. E, infatti, ingannati dall’oracolo, dopo aver combattuto contro Laos, i Greci d’Italia subirono una cattiva sorte da parte dei Lucani”. Si riferisce ad un famoso episodio dello scontro tra i Turini e i Lucani durante la lega italiota (389 a.C.), allorché i Turini sconfitti e sterminati dai Lucani, si gettarono in mare a nuoto, vedendo arrivare navi, che credevano reggine, ed erano invece al comando del fratello di Dionisio di Siracusa Leptine, che raccolse i Turini e li salvò (eran più di mille).”.
Nel 388 a. C., la città di Hipponion, poi Vibona fu distrutta dal tiranno di Siracusa, Dionisio I
Da Wikipedia leggiamo che nel 389 a.C., i Lucani, alleati di Dionisio il Vecchio tiranno di Siracusa che cercava di imporre il suo predominio sulle città della Magna Grecia, mossero guerra contro le polis nemiche di Siracusa. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 4 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, a p. 7 scriveva pure che: “Vissero i Lucani dopo stabilito il loro Regno tranquillamente fino al secondo Anno dell’Olimpiade centesima quinta, quando fu la loro felicità disturbata dalle armi di Dionigi Re di Cicilia, il quale simulando di dare aiuto alle Colonie Greche, e difenderle dalle incursioni de’ Lucani…fece guerra, come avvisò Strabone (c)…la pace co’ Lucani, alla fine partissi. Liberatisi i Lucani da tal guerra straniera fuori d’ogni aspertazione si videro turbato il sereno della loro felicità da una guerra intestina recatagli da Bifolchi, ed altra gente selvagia lor serva, lor che avvenne nel primo dell’Olimpiade centesima sesta, e negli anni di Roma CCCXCV. nel consolato di M. Pompilio Lenate, Cn. Canlio, come avvisa Carlo Sigonio (a). La di cui origine al dire di Lucio Florio, e di Giustino (b) fu di tal giusa: etc…”. Il Gatta, a p. 7, nella nota (c) postillava: “(c) Strabone lib. 6. re autem vera, ut communem Graecorum invicem concordiam dissolveret, et securius interiores suo redderet Imperio.”. Il Gatta, a p. 8, nella nota (a) postillava: “(a) Sigonio de antiquo Jure Italiae cap. 12. Primum in his Regionibus apparuisse homines agrestes, et fugitivos, atque propterea domestica ejus lingua Brutios appellatos.”. Il Gatta si riferiva al testo di Carlo Sigonio (….), Carolus Sigonii (….). Da Wikipedia leggiamo che Carlo Sigonio (Modena, 1520 circa – presso Modena, 28 agosto 1584) è stato uno storico italiano di espressione latina. Tra i primi studiosi a dedicarsi alla storia medievale, Sigonio è considerato «il vero scopritore del Medioevo, quello che lo aperse agli studi e ne accennò la strada.». Sigonio, nel 1560 pubblicò De antiquo jure Romanorum, Italiae, provinciarum, citato dal Gatta. Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 62 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “Nel 388 a. C. il tiranno di Siracusa, Dionisio il Vecchio, distrusse la città di Hipponion ed il nome scomparve (8). Pochi anni dopo, nel 379 i Cartaginesi ricostruirono la città ed appare il nome di Vibona, in greco Viponion (9). Per quasi due secoli la città esiste sotto questo nome finchè, nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10). Non è l’unica di questo nome. Ancora oggi esiste ‘Valencia’ in Spagna, ‘Valence’, in Francia ecc..Per distinguere questa Valentia dalle altre, si trascina insieme al nuovo nome anche quello vecchio, e quindi abbiamo “Vibo Valentia” a partire dal 194 a.C. (11). Durante il governo romano decade la città, come tutta la Magna Grecia, dall’antico splendore. Ecc…”. Il Tancredi nella sua nota (8) postillava che: “(8) Diodoro Siculo, op. cit., XIV, 107”. Il Tancredi nella sua nota (9) postillava che: “(9) Diodoro Siculo, op. cit., XVI, 15”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Il Tancredi nella sua nota (11) postillava che: “(11) Tito Livio, op. cit.”. Sempre il Tancredi (….), a p. 65, in proposito scriveva pure: “La forza distruttrice di Valentia è l’uomo Dionisio che distrugge Hipponion la quale rinasce ben differente dalla prima, come “Viponeia”, finchè, ridotta agli estremi, va vivificata dai Romani con l’invio di 400 coloni (18) e di nuovo Federico II deve ricostruire sulle tracce della scomparsa, o malridotta città, la nuova Monteleone.”. Stando alle fonti nel IV secolo Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, dopo avere vinto la Confederazione italiota e conquistato e consegnato agli alleati Locresi le città di Crotone, Skylletion e Kaulonia, distrugge anche Hipponion nel 388, ne deporta gli abitanti in massa a Siracusa, e consegna così il suo territorio ai Locresi, diventati sostenitori e fedeli alleati nell’opera di conquista dell’intero territorio calabrese. La storia d’Hipponion fino al 389 a.C. è avvolta nel mistero: si sa con certezza che fu città greca, colonia di Locri, che fu sotto il dominio di Siracusa con Dionigi il Vecchio, sotto Alessandro d’Epiro, di Agatocle, dei Bretti, cui la sottrassero i Romani verso la fine della seconda guerra punica, istallandovi una Colonia, nel 192, col nome di Vibo Valentia. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso”, a pp. 143-144 e ssg., in proposito scriveva che: “Alessandro si impadronì di tale regione. E a questo medesimo risutato conducono nel fatto le monete di Hipponium, pur conquistata nel 356 dai Bretti. In tal monete appare il culto di Zeus Olimpio, che vengono dai numismatici attribuite al tempo di Alessandro (2).”. Il Pais, a p. 142, nella nota (2) postillava: “(2) Head, Hist. num., p. 82”.
Nel V-IV sec. a.C., i Lucani egemonizzarono Lao, Scidro, Pixus, Roccagloriosa e Laurelli a Caselle in Pittari
Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a p. 121 e ssg., in proposito scriveva che: “Scidro potrebbe essere stata trasformata, in seguito, in un borgo lucano. Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovette essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide.”. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. V parlando dei “I Lucani”, a pp. 126 e 127, in proposito scriveva che: “Ma prima della fine del secolo V l’espansione italica registra un’altra importante affermazione, la costituzione di un’altra federazione, quella dei Lucani, che dalle sorgenti del Sele e del Bradano si spinsero nel territorio degli Enotri, verso la Calabria e verso Taranto, su una superficie di 14.500 km2. Sulle coste occidentali la loro avanzata è stata rapida. L’antica Posidonia con la fiorente civiltà alle foci del Sele (38), si trasforma ancora nel IV secolo nell’antica Pesto, non solo politicamente ma negli usi e nella lingua, e il periplo dello Pseudo Scilace qualifica le coste come già lucane. Scidro e Pixunte furono conquistate senza che ce ne sia rimasta notizia, Lao nel 390. La sola Elea era riuscita, come Napoli, a conservarsi indipendente. Le colonie greche avevano una lunga tradizione di lotte con gli abitanti dell’interno, continuamente attratti dalle coste più fertili e ricche. Etc…”. Devoto, a p. 127, nella nota (38) postillava che: “(38) v. “Not. sc.”, 1937, pp. 206-354, a cura di P. Zancani-Montuoro e Umberto Zanotti Bianco”. Ettore Pais, nel suo “Storia critica di Roma”, vol. IV, a p. 322 e ssg., in proposito scriveva che: “Verso il 346 a.C., Taranto chiedeva aiuto contro i Lucani, e Sparta le inviava il suo re Archidamo, che per aver parteggiato per i Focesi superati da Filippo di Macedonia nella “guerra Sacra”; trovava opportuno recarsi con una mano di mercenari prima a Creta ed approdava in seguito sulle coste dell’Italia (2)….Nè più fortunati erano i disegni di re Archidamo che pochi anni dopo il suo arrivo cadeva combattendo contro gli indigeni Italici nemici di Taranto (2 agosto 338)(4). La sua morte accrebbe l’audacia delle stirpi Sabelliche etc…”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana” (che il Cesarino riteneva essere la massima autorità nel campo), a p. 95 parlando di Alessandro il Molosso e delle guerre dei Tarantini contro i Lucani, in proposito scriveva che: “Dopo la vittoria di Pesto Alessandro sarebbe ritornato sul Jonio seguendo questo itinerario. Dapprima avrebbe rasentato il litorale tirrenico passando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani; da Lao sarebbe risalito alle sorgenti del Laino (p. 30); etc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che “le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani”, ovvero, dopo la caduta di Sibari, è molto probabile che i piccoli centri costieri sul Tirreno, come le piccole città di Pixunte, Lao e Scidro fossero state assoggettate ai Crotoniati ed in seguito cadute sotto l’egemonia dei Lucani. Padre Agatangelo Romaniello (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 13 e sgg., in proposito scriveva che: “…..b) Risulta certo un secondo insediamento (di Micìtei e Lucani) con un periodo di notevole prosperità, specialmente durante il IV sec. a.C. c) Si congettura come datazione terminale di questo insediamento lucano, il II o il I sec. a.C..d) Le notizie più abbondanti e certe, riguardanti l’insediamento lucano, emergono specialmente dall’esame delle aree di necropoli, dai vari tipi di sepoltura e dai corredi tombali. e) Risulta che il pianoro immediato alla Porta Centrale fu abitato da un insediamento più evoluto ed organizzato, preoccupato principalmente della difesa dell’area con abitazioni rurali ad ampio lastricato del IV/III sec. a.C. f) Invece nel territorio più periferico sorgevano probabii fattorie con piccole aree di necropoli ed aree di approvvigionamenti: c’era, quindi, un paesaggio agrario con attività agricola mista all’allevamento, come in altre analoge aree lucane. g) Risulta pure la rilevante capacità dei Lucani nel sapere utilizzare con lo sviluppo di un allevamento razionale e di una agricoltura diversificata e organizzata per mercati regionali. h) In assenza di notizie più precise concernenti la situazione di Pixus e Palinuro nel V e IV sec. a.C., i dati emergenti da questi scavi sono molto utili per il quadro storico generale di tutta l’area interna del golfo di Policastro dal V sec. a.C alla romanizzazione. Infine, si può congetturare che il comprensorio alle spalle dei Capitenali doveva essere un punto di confluenza di stra-tratturi colleganti la zona con le regioni periferiche (vallo di Diano, valle del Mingardo, valle del Bussento e rispettiva zona marina). Ed era, almeno negli obiettivi prefissi dei Micìtei e dei Lucani che costituivano, una fortezza (alle spalle di Pixus ?), un φρουριον simile a quello di Moio della Civitella che è il classico fortino dei lucani nel sec. IV a.C. (11).”. Il Romaniello, a p. 14, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. Peduto, Natella, o.c., pp. 486 ss.; E. Greco, il φρουροιν di Moio della Civitella, in “Rivista di Studi Salernitani”, n. 3 (1969), pp. 389-396. “La distanza che separa Velia da Moio (Km. 34) è maggiore di quella tra Policastro e Rocchetta di Roccagloriosa (Km. 15 circa), ove sulla dorrsale del monte Capitinali, nel luogo che si chiama città di Leo, sono i resti della predetta fortificazione. Intesa, per il passato, sede effettiva di pixus, si è dimostrata in realtà un pianoro degradante calcareo, in cui gli elementi topografici per sommi capi identificabili, rivelano ciò che un dì era un recinto latamente rettangolare, che nella sua massima estensione doveva arrivare a circa un Km., con resti di murazione isodomica” (Ivi).”. Padre Agatangelo Romaniello (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 17-18 e sgg., in proposito scriveva che: “…..però la colonia micìtea dovette arrendersi ed allontanarsi per impossibilità di sviluppo dell’insediamento, a causa della povertà del suolo e principalmente per il mutato clima politico minacciato seriamente dai lucani che proprio allora si espandevano per la Campania e la Calabria (15)…..Dopo la colonizzazione greca vennero i Lucani, tribù provenienti dall’Appennino centrale, in prevalenza pastori di pecore, capre, buoi e maiali, molto rigidi ed austeri nei costumi e nell’educazione; non avevano una lingua propria, ma mescolavano l’osco alla lingua greca già esistente. Si sovrapposero ai popoli indigeni e si diffusero nell’Italia meridionale lungo gli itinerari comuni, al controllo delle valli scavate dai corsi d’acqua….etc…Nel IV sec. a.C., i loro insediamenti apparivano difesi da strutture murarie poderose, spesso in tecnica isodomica di matrice greca (17). Etc…Arrivarono anche nella zona mingardo-bussentina, e scelsero come sede la postaione strategica fra le valli (18), sul falsopiano protetto naturalmente a oriente e mezzogiorno dal monte Capitinali e collegato con gli insediamenti costieri. Difatti, a termine del falsopiano, partiva una via a gradini (“La Scala”) di pietra lavorata che saliva fino al punto più sormontabile del colle, donde scendeva poi verso la zona sottostante, e portava facilmente alla costa marina (19). Questo nuovo popolo incrementò l’attività agricola (nel terreno ricco di acqua), la pastorizia ed iniziò il commercio. Strinse amicizia con la vicina pixus, con Scidro (Sapri), Palinuro, Molpa, Leucosia, Posidonia, Salerno, e perfino Napoli e Roma. In modo particolare era interessato alla città di Pixus, molto omoda per il commercio di importazione e di esportazione. Intanto la postazione strategica scelta dai Lucani era valido osservatorio contro le scorrerie della costa, fortino di difesa, sicuro centro-deposito dei prodotti commerciali specialmente del vallo di Diano in attesa di richiesta e delle partenze – via mare – per le destinazioni vicine e lontane. In loco dovevano esservi ‘tesorieri’ ai quali era consentito di rilasciare somme di denaro ai corrieri muniti unicamente di fio. La postazione era a guardia di Pixus e delle carovaniere che vi giungevano e ne partivano: aveva a sud-est i Capitinali che si vedevano salendo da Pixus, ma dal mare nulla si poteva scorgere dell’insediamento nascosto. Sul massiccio era fissato probabilmente un posto di segnalazione da cui si poteva annunciare sia a Pixus che agli altri insediamenti costieri ogni movimento dell’interno. Il IV secolo segnò il massimo splendore dei Lucani alleati con Pixus !“. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (15) postillava: “(15) C. Carucci, La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40….”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (16) postillava che: “(16) C. Carucci, op. cit., ivi”. Il Romaniello, a p. 17, nella nota (17) postillava: “(17) Modo di disporre i blocchi parallelepipedi uguali, in filari regolari, in modo che i giunti verticali risultino alternati. Tale specie di muratura fu usata dalla Grecia classica e poi fu portata anche nella Magnogrecia.”. Il Romaniello, a p. 17, nella nota (18) postillava: “(18) Molto probabilmente i Micitei, durante il breve periodo di tempo trascorso a Pixus, avevano pensato di assicurare le spalle della colonia con quella solida città fortificata.”. Il Romaniello, a p. 18, nella nota (19) postillava: “(19) Questa via, costruita dagli italioti e poi resa più comoda dai Micìtei, era diretta al golfo di Policastro. Nei secoli dopo Cristo continuò ad essere trafficata come unico sentiero di uscita dall’entroterra al golfo di Policastro, e sulle carte geografiche più antiche veniva indicata “strada delle università di Rocca e Policastro”. Oggi è inghiottita dalla macchia ed è scomparsa nell’oblio.”. Agatangelo Romaniello (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 18-19 e sgg., in proposito scriveva che: “Abbiamo già ipotizzato il nome dell’insediamento distrutto dai Crotoniati (di cui parla la ‘prima piccola storia’): “Fieste”. Invece il primo insediamento italico-enotro alle pendici dei Capitenali, che raccolse i superstiti di Fieste, riteniamo che avesse potuto avere il nome di Fistelia (nuova Fieste o piccola Fieste o gente di Fieste). Oggi il popolo chiama quella zoan “Ostritani” o “Li Stritani”, e la via che porta in quei terreni è chiamata “Fistelle” e “Finestelle”: parole derivate e distorte dal parlare dialettale e dal tempo. Né va sottaciuta la tradizione attestante che nel passato in quella zona furono trovate delle monete antiche riportanti brevi scritte osche con la immagine del bue a volto umano, del delfino con la spiga d’orzo, e della donna con i capelli sparsi. Su qualcuna di tali monete si leggeva in lettere greche la parola “Fistelia”, e su qualche altra le lettere iniziali della stessa parola “Fist” o “Ist”. Riteniamo pure che anche il secondo insediamento, quello lucano, secondo l’ipotesi precedente, conservasse la stessa denominazione di Fistelìa. L’espressione Città di Leo ci sembra piuttosto recente, e trova il suo fondamento nel fatto che quella zona – a metà strada fra Rocchetta e Castelruggero – è denominata “Pantano di Leo” (Leo doveva essere forse un capo-tribù del primo insediamento). Infine, siccome la tradizione riporta per l’insediamento lucano anche le denominazioni di “Oppidum Lucanum” e”Orbitania”, riteniamo che esse siano invalse quando Roma diede la cittadinanza romana ai Lucani ed i centri abitati di questi divennero “praefecturae” ove i funzionari romani esercitavano i poteri giurisdizionali al posto dei magistrati enotri e lucani.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VI “Caduta di Posidonia, Lao e Pixunte”, a pp. 404 e sgg., in proposito scriveva che: “Senonchè i Lucani, che nella parte superiore della regione precorrevano i Sanniti, i quali alla loro volta erano penetrati in Campania, sviluppavano una forte pressione sulle coste discendenti giù dalla foce del Sele, minacciando Posidonia, Velia, Pixunte e Lao. Nulla sappiamo delle vicende di una lotta che dovette esser lunga ed assai aspra, stante la vigoria della grande città del Sele, all’infuori della notizia che ci porge lo storico antico, secondo cui i Lucani superato in guerra i Posidoniati ed i loro alleati, ne occuparono le città (1): dalle quali si ricava che avevano fatto causa comune con Posidonia le città che poi furono sottomesse, e cioè Lao e Pixunte. Ed era naturale che specialmente Posidonia e Lao sostenessero scambievolmente le loro sorti, a prescindere dalla memoria del comune passato, per il fatto che Lao rappresentasse la vera porta d’entrata della via che conduceva a Turio, su cui puntava l’irruzione lucana. Forse intervennero in aiuto dei Posidoniati i Sibariti del Traente, memori delle vecchie prove d’amicizia avute dai confratelli del Tirreno, essendo da supporre, come già notammo, che i superstiti Sibariti dopo la catastrofe della loro patria (a. 510) avessero trovato asilo non solo a Lao e a Scidro, giusto ricordava la tradizione erodotea, ma anche a Posidonia e che questa appresso avesse sorretto il tentativo degli stessi Sibariti di ricostruire la città (1). Non v’è, d’altro lato, da dubitare che oltre a Pixunte, anche la ionica Velia, pur non avendo comunanza d’origine con la grande città achea, si schierasse dalla sua parte, in modo da venirsi a formare un fronte unico contro gli invasori, lungo la costa che dal golfo di Salerno va a quello di Policastro. Quando sia avvenuta la decisiva vittoria dei Lucani su Posidonia, non è detto. E non può avere valore risolutivo la circostanza, che nel Periplo di Scillace la città fa già parte della Lucania (2), dal momento che lo stesso Periplo appartiene nel suo insieme alla metà del IV secolo, per quanto in qualche punto risalga anche ad Ecateo e, senza dubbio, contenga un nucleo che si può collocare nella metà del sec. V (3). Solo, dovendosi ammettere che Posidonia venisse occupata ancora prima di Lao, che già avanti l’a. 390 era nelle mani dei Lucani, dalle quali proprio allora cercò strapparla l’esercito di Turio (4), è lecito ritenere che tanto l’una quanto l’altra nella lotta fossero soggiaciute intorno al 400, e verosimilmente anche prima…..(p. 406) Cadeva Posidonia……All’occupazione della grande città del Sele tenne tosto dietro quella delle minori, Pixunte e Lao, a non tener conto di Scidro, forse semplice scalo commerciale, il cui nome già da tempo sembra fosse scomparso dalle memorie storiche; ma non fu occupata Velia.”. Sempre il Ciaceri, a p. 421, in proposito scriveva che: “Sembra che proprio in questi anni si facesse sentire di più la pressione delle popolazioni lucane sulle città della Magna Grecia. Ed è da ritenere che appunto in questo tempo, e cioè dopo che s’era assistito alla caduta di Posidonia, Lao e Pixunte nelle mani dei Lucani, si rafforzasse la nuova cosiddetta Laega achea e che ampliandosi essa prendesse il nome di Italiota.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Pyxus, a pp. 68 e ssg., riferendosi al seguito della partenza di Micito da Reggio, in proposito scriveva che: “Pyxus, come dice Strabone, fu abbandonata da’ nuovi coloni di lì a poco; forse v’influì l’aere pestifero o le poche comodità del luogo. Noi però non dobbiamo dimenticare ch’essa per la sua posizione era la città più a contatto di quelli che furon i Lucani, che mal volentieri dovevano vedere occupato da’ Reggini un luogo che ad essi apparteneva…..Padroni di Laos rimangono colla cacciata de’ Reggini anche padroni di Pyxus, la quale, però, minciò a decadere, pur rimanendo un punto strategico ed una stazione d’ancoraggio ne’ tempi posteriori.”.
Nel ‘356 a.C., i Bretti o Bruzzi
Da Wikipedia leggiamo che questa situazione non era tuttavia destinata a perdurare. Per prima cosa mutò l’atteggiamento di Siracusa che, da alleata dei Lucani, divenne loro ostile; inoltre scoppiò una violenta rivolta servile che provocò una lunga guerra civile che avrebbe indebolito notevolmente la potenza lucana. Secondo Strabone la rivolta provocata da Dione di Siracusa, fu causata dall’avere i Lucani armato i loro servi dediti alla pastorizia per sostenere le numerose guerre. La rivolta di quelli che i Lucani chiamarono Bretti (“ribelli” in osco, corrispondenti ai Bruzi) provocò l’etnogenesi di un nuovo popolo, che si consolidò intorno a Cosentia e sui monti della Sila, privando i Lucani del territorio a sud della linea Laos-Thurii. Interrotta ogni possibilità di espansione verso sud dalla nascita dei Bretti (i Bruzi dei Romani), i Lucani diressero le loro attenzioni verso lo Ionio, entrando in collisione con la principale potenza dell’area: Taranto. I Tarantini per reggere l’urto dei Lucani sul loro territorio e mantenere la posizione di predominio nello Ionio settentrionale dovettero ricorrere all’aiuto della madrepatria, Sparta. Il primo a soccorrere Taranto fu Archidamo III, re di Sparta che, nel 338 a.C., avrebbe trovato la morte sotto le mura di Manduria, combattendo i Messapi. Da Wikipedia leggiamo che i Bruzi (in latino: Brettii o Bruttii) erano un antico popolo di stirpe italica che abitò la Calabria che, in epoche successive, fu la parte meridionale della Regio III augustea Lucania et Bruttii. Il nome della civiltà deriva dalla guerriera Brettia che secondo molti storici contemporanei è la prima donna guerriera occidentale che ha guidato 500 giovani guerrieri ribelli contro i Greci (da qui “Bretti” o Bruzi). Nel frattempo, da popolo ormai libero, le tribù dei Bruzi si coalizzarono in una lega, ed eressero a loro capitale una città, non è dato di sapere se fondata ex novo o preesistente, e che chiamarono Consentia (l’attuale Cosenza), nome che suggellava proprio il “consenso” delle varie tribù. Finita la fase nomade di questo popolo, in meno di un secolo, i Bretti si costituirono in numerosi piccoli villaggi distanti pochi chilometri l’uno dall’altro, intervallati da roccaforti chiamate oppida, nuclei urbani fortificati, nelle quali si riunivano le classi sociali più elevate (guerrieri, magistrati e, si pensa, sacerdoti) per prendere decisioni per la gestione e la difesa dei villaggi limitrofi. Venne battuta moneta, e il tessuto sociale iniziò a prendere forma con il consolidamento delle classi sociali. La più importante era quella dei guerrieri. Iniziarono le mire espansionistiche, e i Bruzi riuscirono ad ottenere importanti successi sia a sud che a nord del loro territorio fino ad impattare ad oriente e ad occidente con le polis della Magna Grecia. Oltre ad un sistema di monetazione proprio, i Bruzzi di lingua osca, ma definiti dagli antichi popolo bilingue per la familiarità che avevano anche col greco appreso negli assidui contatti col mondo italiota, avevano anche adottato formalmente una scrittura basata appunto sull’alfabeto dorico di tipo acheo. Oltre Consentia, le principali città erano (in latino, lingua che ricalcava i nomi originali[senza fonte]): Pandosia (città di cui ancora oggi si cercano le tracce e che forse doveva sorgere fra gli attuali comuni di Castrolibero, Mendicino, Marano Principato e Marano Marchesato sul Crati o presso l’attuale Acri sul Mucone), Aufugum (l’attuale Montalto Uffugo), Argentanum, Clampetia, Bergae, Besidiae l’attuale Bisignano ed Ocriculum. La cosiddetta confederazione dei Bruzi. Per la fase che precede l’occupazione romana della regione nell’età ellenistica la ricerca archeologica ha permesso di individuare una sessantina di centri indigeni nella Calabria, di cui quindici risultano fortificati. Tra la metà del IV e la metà del III secolo a.C., i Bruzi attaccarono e conquistarono diverse città magno-greche, (tra cui, sul versante tirreno Themesa e Terina, Hipponion (l’attuale Vibo Valentia), e su quello ionico addirittura la mitica Sybaris. Le polis magno-greche riuscirono a respingerli solo per un breve periodo dopo l’alleanza con Dionisio. I Greci d’Italia quindi tentarono di resistere per l’ultima volta, invocando l’aiuto di Alessandro il Molosso, re d’Epiro e zio di Alessandro Magno, ma anch’esso venne sconfitto dai Bruzi perdendo la vita proprio alle porte di Pandosia (331 a.C.). Al principio del III secolo a.C. il lungo assedio dei Brettii a danno delle superstiti città libere di Crotone, Locri e Reggio, comportò che le città magno-greche dovettero pagare ai Brettii pesanti tributi per assicurarsi un territorio da coltivare in sicurezza, almeno per garantire l’alimentazione alla popolazione. In questa fase vennero a svilupparsi gli insediamenti collinari della Brettia ionica, tra Thurii e Crotone, secondo il modello vicano-paganico, ossia di un territorio (pagus) fittamente disseminato da fattorie rurali, la cui base economica era incentrata sullo sfruttamento delle risorse agro-silvo-pastorali e che utilizzava dei villaggi (vicus) come centro servizi per il mercato, le funzioni religiose e le assemblee. Alcuni dei vici erano fortificati con cinta muraria per accogliere gli abitanti in caso di emergenza, e fra questi la ricerca archeologica del XIX sec. ha consentito di identificare i vici di Castiglione di Paludi, Cerasello e Muraglie a Pietrapaola, Pruija a Terravecchia, il tempio di Apollo Aleo a Cirò, che venne rivitalizzato ed ampliato, Petelia (Strongoli) la metropolis dei Lucani ricordata da Strabone (VI, 1, 3 C254). Ecco, non conosciamo e forse dovrebbe essere ulteriormente indagato quel periodo per capire se nei risvolti di quelle guerre abbia avuto un ruolo la piccola città magno-greca di Skidros. Da Wikipedia sulla città di Terina leggiamo che La città di Terina fu fondata, probabilmente sul sito di un preesistente insediamento greco, nella prima metà del V secolo a.C. dai Crotoniati, dopo la vittoria di Crotone su Sibari del 510 a.C. Tra il V e il IV secolo a.C. Terina entrò a far parte della Lega Italiota con lo scopo di sottrarsi alla sempre più crescente pressione dei Lucani trovandosi costretta però ad entrare nell’area egemonica dei Siracusani per tutelarsi dalla sempre maggiore aggressività lucana. Dopo il 356 a.C. Terina venne conquistata dai Brettii. La conquista ad opera della popolazione italica però non sembra aver inciso sulla floridezza della città che, come testimoniato anche dalla sua monetazione, continuò anche sotto la dominazione bruzia. Questa fu interrotta qualche decennio dopo dalla liberazione ad opera di Alessandro il Molosso che, durante la sua campagna in Italia, liberò Terina ed altre città greche dal dominio delle popolazioni italiche. Alla morte del Molosso però (330 a.C.) la città cadde nuovamente sotto il dominio bruzio fino all’inizio del III secolo a.C. quando insieme alla madrepatria Crotone e alla vicina Ipponio fu conquistata del tiranno e re di Siracusa Agatocle. Morto Agatocle la città finì nuovamente sotto il dominio dei Bretii. Forse la stessa sorte subì la città italiota di Skidros.
Nel ‘356 a.C., i Bretti o Bruzzi conquistarono Terina e di Skidros
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 4, in proposito scriveva che: “La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 598, in proposito scriveva che: “Non siamo esattamente informati circa l’anno preciso in cui i Bretti, staccatisi dai Lucani, vennero a riaffermare la loro confederazione etnica, se ne parla una volta solo incidentalmente per il tempo di Dionisio il Vecchio, mentre anche per gli anni precedenti al principio di lui è fatta più esplicita menzione dell’attività dei Lucani. I Bretti sono ricordati nel 356 ossia per il tempo in cui Dione, partito dal Peloponneso, mosse guerra a Dionisio ed eccitò contro i Lucani. Sarebbe interessante stabilire i relativi rapporti fra i Lucani e Bretti negli anni successivi, ma i dati superstiti non ci permettono spingere oltre lo sguardo. L’anarchia in cui si trovarono quasi tutte le città della Sicilia e d’Italia dette occasione anche ai Bretti di affermarsi e non è improbabile che alla loro azione per gli anni precedenti si accenni da Platone allorchè parla dei gravi danni che alle città Italiote venne dall’opera dei servi. Verso il 356, se stiamo a Diodoro, i Bretti s’impadronirono di Terina, di Hipponio e di altre località e d’allora in poi diventarono elemento politico che ebbe parte notevole nelle vicissitudini che s’intrecciano con i regni di Agatocle e di Pirro.”. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 598, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti dette prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande.”. Il Pais, a p. 598, vol. II scriveva pure che: “Nel IV secolo i Bretti esercitarono parte preponderante sulla storia della Magna Grecia, ove politicamente per qualche tempo, ereditarono in parte quell’influenza che il passato vi avevano esercitato le colonie Greche. In codesta età, per quel che sembra, va fissata la notizia che i Bretti distrussero la terza Sibari che sulle sponde del Traeis (Trionto) era stata fondata dai vecchi Sibariti, perseguitata dai Thurini.”. Ettore Pais, nel suo “Storia critica di Roma”, vol. IV, a p. 326, in proposito scriveva che: “Trasportato per mare un esercito sulle coste del Tirreno e sbarcatolo a Posidonia a sud del Silaro (a Paestum dei Lucani), s’incamminò per quella valle del Tanagro che attraversando la Lucania conduce alla regione dei Bruzi (3). La popolazione indigena dei Bruzi, che nella seconda metà del secolo V, era stata per un poco assoggettata dai Lucani, da qualche decennio si era emancipata. Strettasi in potente federazione, che aveva per sede Pandosia nella valle interna del Crathis, antica reggia delle popolazioni Enotriche, si era accinta a conquistare le sottoposte città Elleniche. Terina per la prima era venuta in loro potere nel 356, e nel coso della loro conquista s’insignorirono di Eiponion già colonia di Locri (Vibo) e poi di Thurii.”. Il Pais, a p. 326, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. VIII 17, 9; cfr. con Lyc. Rheg. apud Step. Byz., s.v. Σκιδρος; cfr. le mie Ricer. Stor. geogr., p. 143.”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso”, a pp. 143-144 e ssg., in proposito scriveva che: “Alessandro si collegò, come dicemmo, con l’achea Metaponto e con l’attica Turio, ambo nemiche di Taranto (1); e noi ci attenderemmo a questo punto menzione dei Crotoniati, dei Locresi, dei Reggini e delle altre città greche delle Calabrie, che a partire dal 356 circa a.C. erano cadute in mano dei bretti. La notizia della presa di Terina, dato che nel passo di Livio più volte discusso si accenni realmente a lei, mostrerebbe che Alessandro si impadronì di tale regione. E a questo medesimo risutato conducono nel fatto le monete di Hipponium, pur conquistatanel 356 dai Bretti. In tal monete appare il culto di Zeus Olimpio, che vengono dai numismatici attribuite al tempo di Alessandro (2). Dal complesso però delle scarse informazioni che noi abbiamo su questo periodo parrebbe doversi ricavare che le città del Bruzio erano turbate da continue lotte intestine determinate dall’elemento greco in opposizione a quello bruzio, che a partire appunto dal 356 a.C. le aveva conquistate (3).”. Il Pais, a p. 142, nella nota (1) postillava: “(1) Iustin., XII, 2, 12”. Il Pais, a p. 142, nella nota (2) postillava: “(2) Head, Hist. num., p. 82”. Il Pais, a p. 142, nella nota (3) postillava: “(3) Diod. XVI 15, 2.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, cap. I: “Bruzzi, Lucani e Messapi”, a p. 2 e sgg., in proposito scriveva che: “Il pericolo lucano si faceva sentire sempre più. E c’è narrato che avvantaggiandosi della ribellione del popolo siracusano, diretta da Dione, per cui Dionisio II era costretto a fuggire per la prima volta da Siracisa (a. 356), la gente dei Bretti o Bruzzi staccatasi dal popolo lucano veniva a formare una confederazione propria con capitale Cosenzia: celermente avrebbero essi conquistato non solo Pandosia e Temesa, ma anche Terina, Ipponio e Turio, sì da estendere poi, a nord, il loro dominio sulla linea che da Turio, nell’Ionio, giungeva a Cerilli (Cirella) nel Tirreno, poco giù dalla foce del Lao (2). Lasciando da parte la questione dell’origine e del significato del nome di Bretti, su cui favoleggiavano in vario modo gli antichi (1) e che sembra esistesse già molto prima del 356, se era noto ad Aristofane (2) (si da far ritenere che indigeno fosse il nucleo della loro popolazione, alla quale si sarebbero sovrapposti elementi lucani), indubitato è che presto essi giunsero sin presso Turio e non lungi da Lao.”. Il Ciaceri, a p. 2, nella nota (2) postillava: “(2) Diod. XV 15; Strab. VI 255 sqq.; cfr. Iustin. XXII 1”. Il Ciaceri, a p. 3, nella nota (1) postillava: “(1) Gli antichi s’occuparono più volte del significato del nome Βρεττιοι ‘Bruttii’. Forse in lingua osca sonava come ‘servi fuggitivi’ (Diod. l.c., Strab. l.c.), per cui si narrava che in origine essi erano stati servi dei Lucani e che dopo s’erano fatti indipenenti. Trattasi d’una leggenda etimologica, che ritorna sotto altra forma in seguito quando i servi che accompagnano i magistrati romani nelle province son detti bruttiani: sarebbero stati, questi, i Bruzzi, che fedeli fino all’ultimo ad Annibale dopo per punizione di Roma etc…”. Il Ciaceri, a p. 3, in proposito scriveva pure che: “E, invero, concepibile che in primo tempo, impadronitisi di città interne, quali Pandosia e Temesa (6), occupassero sulla costa anche Terina affacciandosi sul golfo di S. Eufemia, se già di circa mezzo secolo la conquista lucana di Posidonia, Pissunte e Lao aveva aperto alle invasioni la via costiera che da nord scendeva verso sud; etc…”. Il Ciaceri, a p. 5, in proposito scriveva pure che: “Il pericolo diventava tanto più grande in quanto i Bruzzi, i quali dalla tradizione letteraria sono rappresentati come ribelli al popolo dei Lucani, in realtà erano naturalmente portati ad agire in pieno accordo con essi, che non avevano di già indugiato a muovere in guerra contro Taranto (a. 346)(4). E con Bruzzi e Lucani ora cooperavano anche gli Iapigi Messapi ribellandosi all’egemonia di Taranto; onde i popoli invasori venivano a formare un fronte unico, che dal retroterra della penisola Salentina si estendeva sino al Bruzzio inferiore.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 278, nel cap. “Conclusioni – I culti e i miti delle singole colonie etc..”, parlando degli Enotri, in proposito scriveva che: “E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Dunque, il Giannelli scriveva e si chiedeva se i primi Italici o pre-italici “…non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, ….”, ovvero quell’antico popolo dei Bruzi che: “…parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani”, “…sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli riconosceva che i Bruzi, dopo essere stati sopraffatti dai Lucani, riuscirono con la loro forza a conquistare molte città magno-greche che ancora non erano state sopraffatte dai Lucani. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII Bericht uber die Ausgrabungen in Olympia. Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo – a noi finora ignoto – dei Serdaioi. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Il Giannelli, dunque postillava nella nota (1) del popolo ignoto dei Serdaioi, che secondo lui non può essere quello dei Bruzi. Infatti, il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava sul popolo ignoto dei “Serdaioi”: “(1) Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”.”. Dunque, il Giannelli postilla e conclude sul popolo dei Brezi e dei Serdaioi che: “(1) ….In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Dunque, il Giannelli ipotizzava e si chiedeva se le prime popolazioni Italiche che abitarono, non siano stati proporio i Bruzi che il Pais chiamava “Bretti”. Il Giannelli però, nella nota (1) di p. 282 cita il popolo dei “Serdaioi” del patto stipulato con Posidonia. Dunque, ai tempi della spedizione in Italia di Alessandro il Molosso, Skidros o Scidro doveva esistere già da tempo e molto probabilmente, come la città Italiota di Terina, fu assoggettata ai Bretti che l’avevano conquistata. Dunque, il Pais scriveva che la città Italiota di Skidros esisteva ai tempi della spedizione di Alessandro il Molosso e che egli la tolse ai “Bretti”, insieme alla città di Terina. Il Pais sosteneva che Scidro fosse una città dei Bretti o da loro assoggettata. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 601, in proposito scriveva che: “Proteggendo Thurii, Metaponto ed altre città Italiote, di cui non è esplicitamente fatto il nome, Alessandro il Molosso si ingaggiava a difenderle contro i Lucani ed i vicini Bretti. Erano costoro, come dicemmo, tra loro nemici, l’interesse comune li associava contro l’Epirota, il quale tolse loro alcune località che avevano occupato, Terina, Skidro e forse Hipponio.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. II, nel capitolo VI “Le imprese di Alessandro il Molosso”, a pp. 272-273, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti aveva dato prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande……. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani,……Ben presto però Alessandro si accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occupata da quelle genti forti e selvagge;…Etc…”.
LAURELLI a Caselle in Pittari
Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “Lucani e Romani nella Valle del Bussento. II Pagus di Laurelli”, a p. 31 e sgg., in proposito scriveva che: “L’importante abitato arcaico del San Michele dovette sopravvivere fin quando all’espansione indigena verso la costa del VII-VI sec. a.C. (17) fece seguito la ‘sannitizzazione’ (18) del V-VI sec. – La presenza dell’èthnos lucano infatti è ben documentata in contrada Laurelli (19), a sudovest dell’attuale abitato e a destra del ‘Vallone Grande’, sul versante meridionale del Centaurino. Qui sorse il secondo abitato della zona, certamente lucano, che potrebbe ricalcare però un precedente stanziamento greco (o indigeno)(20) dato che la contrada era attraversata dalla carovaniera che proprio in quel punto – lo si è detto – subiva una diramazione. Gli scavi di Laurelli, iniziati negli anni Ottanta e proseguiti negli anni Novanta, hanno meso in luce un’area di notevole interesse archeologico. Già negli anni Trenta l’insegnante Andrea Giudice aveva documentato materiali di superficie che avevano stupito i contadini della zona: frammenti di laterizi e di vasi fittili, qualche statuina di bronzo, anse di anfore, monete romane della fine della Repubblica e d’epoca imperiale, una vasca da bagno d’età romana scavata nella roccia d’una casetta rustica e via dicendo (21). Ad ogni modo solo gli scavi condotti da Warner Johannowsky nei primi anni Ottanta permettevano, in parte, di portare alla luce l’imponente necropoli d’un abitato lucano: tombe a camera in blocchi di tufo rettangolari, in generale ben conservate, tutte databili al VI-III sec. a.C., la più grande delle quali è profonda circa tre metri ed è preceduta da un lungo δρομοσ (dromos, corridoio d’accesso). Sepolcreto, dunque, non ancora l’abitato, che pure è venuto alla luce, almeno in parte, grazie all’intervento della Soprintendenza Archeologica di Salerno in questi primi anni novanta. Infatti, l’espianto d’un secolare uliveto della contrada (per questo, oltre che Laurelli, detta anche Lovito/Luvito < l’oliveto), pur causando danni notevoli, ha rimosso “elementi murali e materiali ceramici antichi” che, grazie a un primo saggio di scavi regolari, si sono rivelati come i primi indizi dell’abitato vero e proprio “a pianta rettangolare allungata”, “articolato in almeno tre ambienti di cui quello centrale verosimilmente destinato a cucina”(22). Dall’esame dei materiali rinvenùtivi (fra l’altro diciotto monete d’argento ed una di bronzo “tutte di zeca magno-greca”)(22) la struttura, in origine molto più ampia come lasciano intuire altri indizi delle fondazioni, è databile, come le tombe, al IV-IIII sec. a.C. e richiama quelle analoghe del non lontano abitato lucano del monte Capitenale (Roccagloriosa). Ad ogni modo altre strutture d’abitazione sono risultate di “diversa tipologia costruttiva” (22) (ad esempio il lato di un ambiente è costruito a scacchiera), tanto da richiamare tecniche invalse nella chrora (teritorio) di Velia (22). La presenza lucana, sufficientemente documentata in tutta l’area (da Sontia (23) a Laurelli, da Roccagloriosa (24) a Torraca (25)), mostra come nella zona Mingardo/bussentina tutti i centri indigeni e greci nel V-IV sec. a.C. fossero stati ormai sottomessi o ripopolati (26). In particolare nell’Enotria (27) meridionale suscitra interesse l’abitato sorto sul monte Capitenale (Roccagloriosa), messo in luce dagli scavi eseguiti φρουρτον (frurion, piazzaforte) bensì vera e propria comunità agricola e pastorale con “una fitta rete di fattorie e annesse aree di necropoli”(28). L’importante insediamento, il più grande finora venuto alla luce nella zona mingardo/bussentina, fa pensare ad una sua probabile supremazia (longa manus) su quello non lontano di ‘laurelli (29), che quindi dovette essere semplicemente un suo pagus (borgo). Con la romanizzazione, iniziata sul finire del III sec. a.C., il villaggio di Laurelli non dovette scomparire. Le tombe romane (30) venute alla luce nei primi anni Novanta lasciano intuire infatti che l’abitato fu semplicemente ripopolato. L’ipotesi appare tanto più verosimile quando si pensi che l’antico tratturo, che da Πυξουσ (Pyxus)/Buxentum saliva per Laurelli verso il valico di Sontia, nella seconda metà del II sec. a.C. dovette mutarsi in un ‘ràmulus’ (braccio) dell’Annia per facilitare e alimentare mercati fiorenti tra fascia costiera e zone interne. Buxentum (31) infatti fu colonia romana già nel 197 a.C. (32) e in età augustea si dotò di un macellum (33) (mercato delle carni) per accogliere le carni del copioso bestiame del Vallo (in particolare suine e bovine) e la selvaggina del Cervaro e del Centaurino. E se dal Vallo affluivano le carni, da Buxentum salivano verso l’interno il pesce e il vino (34), le idee e i sentimenti religiosi (35). Il pagus (borgo) di Laurelli dovette costituire un nodo d’una certa rilevanza nel sistema viario fra costa e interno. Ritrovamenti fortuti (36) avvenuti in contrada Càravo (molti cocci di tegole per la copertura delle case e delle tombe e vari ‘pesi’ in forma di piramide tronca per i telai), ad est di Caselle, evidenziano d’altra parte come la presenza romana (testimoniata anche da un probabile statio – lungo la sosta – in località Taverna, a nordest dell’attuale abitato) fosse sufficientemente distribuita sul territorio casellese.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (17) postillava che: “(17) E. Greco, Problemi topografici etc., cit., p. 134”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (18) postillava che: “(18) M. Gualtieri, Roccagloriosa – Un antico centro lucano sul Golfo di Policastro, Siracusa, Ediprint, 1990, p. 22. Dire Sanniti è dire Lucani, ché quest’ultimi “si ritenevano coloni sanniti” (G. De Sanctis, Storia dei Romani, Firenze, La Nuova Italia, 1980, I, p. 107).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (19) postillava che: “(19) La contrada è facilmente raggiungibile in automobile. Chi percorra la superstrada Bussentina può utilizzare l’uscita per Caselle e scender poi nel vallone sottostante”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (20) postillava che: “(20) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 185. Il funzionario di zona della Soprintendenza Archeologica di Salerno, dottoressa Antonella Fiammenghi, così conclude una sua Relazione scientifica sugli scavi: “Gli indizi di fasi precedenti (scil.: a quella lucana), documentate da una serie di blocchi reimpiegati nelle strutture, che presentano evidenti segni di anatyrossis, comincia comunque a delinearsi meglio in seguito ad un saggio stratigrafico che ha messo in luce un tratto di muro diversamente orientato (scil.: rispetto a quelli d’età lucana), su cui si impostano i muri superiori”. (Copia della Relazione, gentilmente inviatami dalla Dottoressa Fiammenghi, è parte rilevante della documentazione raccolta dallo scrivente.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (21) postillava che: “(21) A. Giudice, Breve Monografia etc., cit., p. 14 seg.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (22) postillava che: “(22) A. Fiammenghi, Relazio scientifica sugli scavi di Laurelli, cit. passim; G. L. Mangieri, Velia: problemi di circolazione monetaria, in Rassegna Storica Salernitana”, 2 (1993), p. 13 seg.: “….un inedito tesoretto rinvenuto il 21 settembre a Caselle in Pittari, in località Laurelli, …dove esisteva un centro indigeno. Ivi sono stati rinvenuti 19 esemplari di cui 17 leggibili; si tratta di 12 monete in AR(GENTO)) di Taranto, 1 AR di Kotron, 3 AR di Eraclea, ed un bronzo velino. Il materiale doveva essere conservato in uno skyphos rinvenuto frantumato nei pressi e con tracce di bruciature presenti anche sulle monete. Queste si datano fra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C. Anzi le datazioni delle monete più recenti di Taranto, Eraclea e Croton sono coincidenti ed indicano nell’anno 270 a.C. il termine ultimo dell’interramento. Si desume che un incendio possa essere stata la causa della distruzione, con conseguente abbandono, del sito”.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (23) postillava che: “(23) F. Fusco, Quando la storia etc…, cit. p. 187 seg.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) Cfr. in particolar modo il saggio citato alla nota 18.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) W. Johannowsky, Risultati e problemi della ricerca archeologica nel Salernitano, in “Rassegna Storica Salernitana”, I (1984), p. 59.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “I Calcidesi di Eubea furono probabilmente i primi a entrare in Sicilia e nell’Italia meridionale; e ad essi presto seguirono le stirpi doriche e acaiche del Peloponneso. E mentre i Cancidesi d’Eubea fondavano Cuma, da cui avevano origine Napoli e Pozzuoli, e, insieme coi Messeni, Reggio, e i Dori Taranto e Metaponto, gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2) e in fondo all’ampio golfo Posidonia, detta dagli Etruschi ‘Petan’ o ‘Pesitan’, da cui i Romani trassero Paestum. Nè erano soltanto queste le città o i borghi fondati dai Greci sul territorio salernitano, poichè Palinuro, più che il leggendario pilota di Enea (3), dovè essere un villaggio greco, come può rilevarsi dall’onomastica παλιν – contro e ορος – monte; Sapri è forse l’antica ‘Scidro’ o ‘Sidron’, ampliata dai Sibariti, quando vi si rifugiarono, dopo la distruzione della loro patria; nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’altro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1). Così tutta la costa dal golfo di Policastro a quella di Salerno fu colonizzata dai Greci, e davanti ad essi gl’indigeni non bene armati da poter opporre una forte resistenza, si ritirarono nell’interno (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (1) postillava: “(1) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a. C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriore al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava che: “(2) Strabon. Geogr. VI, 252: “di quì (da Pesto) come volgi il corso, v’è un altro seno vicino, e in questo una città che i fondatori Focesi chiamarono Γελη, altri Ελλην, da una certa fonte, e che ai nostri tempi chiamarono Ελεχv” Cfr. Dito Oreste, Velia, colonia focese, Contributo alla storia della Magna Grecia, Loescher, 1891. Quanto ad un altra opinione intorno alla fondazione di Velia, V. a cap. II, in nota.”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (3) postillava che: “(3) Vergil….Aeneis, lib. VI, n. 381: “Aeternuumque locus Palinuri nomen habebit.”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (4) postillava che: “(4) Plin. N. H., III, 7; etc..Dionigi di Alicarnasso, Antichità romana, (ed. Kiessling e Prou, Parigi 1886), al lib. I dice che Leucosia era cugina di Enea e morì nell’isolotto che è di rimpetto alla punta detta oggi di Licosa.”. Il Carucci, a p. 46, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Champault, op. cit., cerca di determinare le terre toccate da Ulisse nella sua perigrinazione e dimostra che la spiaggia delle Sirene deve ricercarsi presso Punta Licosa e non nelle isolette Sirenuse presso la punta della Campanella. Nè è scarsa di valore la denominazione di un luogo presso Licosa – Teresino – che, anche nella tradizione popolare, significa ‘tre sirene’.”. Il Carucci, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Champault, Pheniciens et Grecs en Italie d’auprès l’Odyssée, Paris, Leoroux, 1896.”.
Nel V-IV sec. a.C., l’insediamento “Lucano” al Timpone di Sapri
Riguardo gli antichi insediamenti d’epoche passate presenti nell’area Saprese, andrebbe ulteriormente e meglio indagata la notizia citata dallo studioso Domenico Di Lascio (…), nel suo ‘Dal Sele al Lao – le vie Romane del Lagonegrese’, dove a p. 121, parlando di Sapri, citava una notizia tratta dalla studiosa Paola Bottini (…), in ‘Archeologia, Arte e Storia alle sorgenti del Lao’, ed in proposito scriveva che: “In località “Timpone” è venuto alla luce un sito antropico risalente al VII-VI secolo a. C. simile a quello trovato in prossimità della foce del Bussento nei pressi di Policastro Bussentino (CAS95).”. Il Di Lascio (…), a p. 62, spiegava il significato di GAS, scrivendo che: “I dati emersi della ricerca Archeologica vengono analizzati e tratti dalle seguenti opere: CAS – (Castelluccio), P. Bottini, Archeologia Arte e Storia alle sorgenti del Lao.”. In effetti, il testo della Bottini si trova nel Catalogo della mostra a Castelluccio (PZ) che fu curato da Paola Bottini e la prefazione di Dinu Adamesteanu. Paola Bottini ed altri autori, hanno parlato approfonditamente degli insediamenti e dei recenti ritrovamenti archeologici negli Atti del Convegno che si tenne a Taranto nel 1990 e pubblicati in AA.VV. (…), ‘A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988′, a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. Nel testo citato, a p. 17, la studiosa Giovanna Greco, in proposito scriveva che: “Un recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase tardo arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro (16) subcolonia sibarita dove, secondo Erodoto, si rifugiarono i Sibariti dopo la distruzione della propria città (Her. VI, 21).”. Nello stesso testo, da p. 34 e sgg., nella ricognizione dei ritrovamenti nel territorio saprese, le studiose Fiammenghi e Maffettone (…), non citano nulla di quanto affermato dal Di Lascio (…), sulla scorta della Bottini (…), ma citano alcuni significativi ritrovamenti fatti in località ‘Canale’ e ‘Giammarone’. In particolare io credo che la Bottini (…), si riferisca all’insediamento “stagionale” ritrovato in località “Carnale”, a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. In particolare la Bottini (…), in questo testo, pubblicò “La ricerca Archeologica nell’area del Lagonegrese”, dove però la Bottini, connette i ritrovamenti in località “Colla”, nel territorio di Rivello, con i porti Velini ecc….Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città colonia di Scidro e Pixunte (38).“. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava: “(37) Johannowsky, 1983a”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (38) postillava: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18.”. Si tratta del testo di “(38) GRECO G. 1990b = G. GRECO, Dall’Alento al Mingardo, in A SUD DI VELIA 1990″.
Nel III sec. a.C., Stefano di Bisanzio, sulla scorta di Apollodoro cita Pyxus
Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a pp. 9-10, cap. I, parlando del fiume Bussento, in proposito scriveva che: “Che dunque si è pensato della topografia del Bussento ?. Son diverse le sentenze. Il Bizantino nel suo Libro delle città credette un Bussento nell’Enotria ed un altro nella Sicilia fondato da Mianto (2). Carlo Stefano nel suo Dizionario – Storico – Geografico – Politico diè vita agli errori del Bizantino ed aggiunse di più essere il Bussento un paese nel seno di Posidonia, ed un paee nella Lucania ‘ad Laum Fluvium’ (3). Il Volaterrano nei ‘Commentari delle città’ lo stabilì fra Squillace e Metaponto etc…”. Il Gaetani (….), a p….., nella nota (2) postillava che: “(2) Πυξις πολις εν μεσογεια των Οινωτριων, το εθνιχον , Πυζιος. Πυξους πολις Σικελιας κτισμα Μιανθον”.

Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, parlando di Pyxus, in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa Città nella Lucania da altri Antichi, e particolarmente da Velleio, Pomponio Mela, e Tolomeo. Stefano Bizantino disse sia Città di Sicilia Πυξους πολις Σικελιας (2), e ne fu notato da Casanbono (3) il quale pensò amendarlo riponendo ‘Πυξους πολις Ιταλιας’; poca ragione anzi nulla egli si ebbe havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto per le ragioni e autorità che altrove furono apportate.”. Il Gaetani scriveva che in Stefano di Bisanzio (….), o Stefano Bizantino, è scritto che la città di “Pyxus” è: “Πυξους πολις Σικελιας”, ovvero che “Pyxus è città della Sicilia”. Il Gaetani, a p. 17, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Stefano de Urbibus”. Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto del Mandelli chiamava Stefano Bizantino “Stefano de Urbibus”. Il Gaetani si riferisce al testo di Stefano di Bisanzio (….), e del suo “de Urbibus” (Sulle città). Il Gaetani, a p. 17, nella nota (3) postillava: “(3) Nella pp. lib. 1 c. 3.”. Il Gaetani, riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.“. Clara Bencivenga – Trillimich (40), nel suo “Pyxous – Buxentum”, a p……, sulla scorta del Gaetani (…..) a proposito di Bussento o “Buxentum” (ora Policastro Bussentino) scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (….), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (….).”. La Trillimich (….) ed il Gaetani (….) si riferivano all’opera di “(3) Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678.” che è la stessa opera a cui si riferiva il La Greca parlando del “Lessico” di Stefano Bizantino. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, i vescovi Rustico e per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.” e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. La Trillmich (…), dunque sulla scorta del Gaetani (…), citava Stefano Bizantino (…): “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.”.
Nel ‘342 a.C., i Lucani
Da Wikipedia leggiamo che nel 343 a.C. la colonia spartana di Taranto chiese aiuto a Sparta nella guerra contro le popolazioni italiche, soprattutto contro i Messapi e i Lucani. Nel 342 a.C. Archidamo arrivò in Italia con una flotta e un esercito e combatté contro tali popolazioni, ma nel 338 a.C. trovò la morte in battaglia, secondo Plutarco sotto le mura della città di Mendonion (forse l’odierna Manduria). Secondo Diodoro Siculo, invece, il re perì in uno scontro con i Lucani nello stesso momento in cui, in Grecia, si combatteva la celebre Battaglia di Cheronea. Sempre da Wikipedia leggiamo che i Lucani all’inizio del IV secolo a.C. si espansero verso sud-ovest, nell’attuale Calabria, dove vennero in conflitto con i Greci della Magna Grecia, in particolare con Siracusa che riuscì a dividere i Lucani e a sbarrare loro il passo. L’espansionismo del popolo italico si volse allora verso est, dove si scontrò con Taranto. Poco sappiamo dei rapporti dei Lucani con le popolazioni preesistenti dell’interno chiamate dai Greci Enotri (Itali, Morgeti, Siculi). Al contrario sappiamo che le relazioni con le colonie greche furono decisamente conflittuali. Conquistata alla fine del V secolo a.C. Poseidonia, che i Lucani chiamarono “Paistom” (la Paestum dei Romani), ben presto caddero sotto il loro potere tutte le città della costa tirrenica fino a Laos, con la sola eccezione di Velia. I Lucani estesero in tal modo il loro predominio su tutta l’attuale Calabria interna a nord dell’istmo.
Nel ‘334 a.C., il MOLOSSO o ALESSANDRO D’EPIRO
Alessandro I d’Epiro, detto il Molosso (362 a.C. circa – Pandosia, 330 a.C. circa), è stato re d’Epiro e zio materno di Alessandro Magno. Venuto in Italia nel 335 a.C. per soccorrere la città magno-greca di Taranto, Alessandro I, entrò in conflitto con i Lucani, i Bruzi, gli Iapigi e i Sanniti, nel tentativo di creare uno stato unitario nel Meridione d’Italia. Pur riuscendo a conquistare con i Tarentini le città di Brentesion, Siponto, Heraclea, Cosentia e Paestum, tuttavia il suo progetto non si realizzò, venendo sconfitto in battaglia e ucciso a tradimento da un lucano a Pandosia (Lucania) o a Pandosia Bruzia nel 330 a.C. Secondo una certa critica storiografica moderna ‘il Molosso’ sarebbe venuto in Italia con l’intendo di conquistare l’Italia stessa, la Sicilia e l’Africa. Questo obbiettivo avrebbe completato il progetto del nipote e cognato, Alessandro Magno, che in quello stesso anno era intento a conquistare l’Asia. Questa interpretazione trova appoggio anche in antichi autori, come ad esempio Giustino (…). Marco Giuniano Giustino (….), nella sua opera, Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi, XII, 21. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 598, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti dette prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re d’Epiro, zio di Alessandro il Grande. Morto lo spartano Archidamo III a Mandonio (338) i Tarantini si volsero per aiuto al principe Molosso divenuto Alessandro cinque o sei anni innanzi, re di Epiro. Personaggio autorevole per vittorie conseguite sulgli Illiri e per il parentado che lo avvinceva al re di Macedonia, fratello di Olympia, moglie di Filippo I di Macedonia, del quale aveva sposato la figlia Cleopatra era allo stesso tempo zio e cognato di Alessandro Magno.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli“, parlando di Alessandro il Molosso, a p. 325 e ssg., in proposito scriveva che: “Per conseguire la piena sommessione dei Lucani egli si propose di coglierli alle spalle. Allo stesso modo che agli Apuli o Iapigi aveva contrapposto l’amicizia con i soprastanti Peucezi (1), provvide a stringere alleanza con i Romani, che da pochi anni (verso il 342 a.C.) avevano messo piede nella Campania e che erano in guerra contro i Sanniti (2).”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero – Alessandro, re d’Epiro, in Italia”, a pp. 9- 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: “Poteva, infati, sembrar strano agli antichi stessi che il Molosso, il quale aveva avuto trono ed ingrandimento di regno da parte di Filippo il Macedone, che ne aveva sposato la sorella Olimpia e che alla sua volta gli aveva dato in moglie la figlia Cleopatra, non prendesse parte alla guerra a favore della Macedonia e, dopo, invece di seguire il nepote nella spedizione in Asia, se ne venisse a tentare sue imprese in Italia (2). Educato alla scuola di Filippo di Macedonia, Alessandro d’Epiro, uomo di guerra di singolare valore ed ambizioso, volendo emulare il giovane nipote concepiva il disegno di crearsi un vasto principato in Italia con il semplice pretesto di venire in aiuto dei Tarantini.”. Da Wikipedia, riguardo la città magnogreca di Posidonia leggiamo che una breve parentesi fu aperta nel 332 a.C., quando Alessandro il Molosso, re dell’Epiro – giunto in Italia su richiesta di Taranto in difesa contro Bruzi e Lucani – dopo aver riconquistato Eraclea, Thurii, Cosentia, giunse a Paistom. Qui si scontrò con i Lucani, sconfiggendoli e costringendoli a cedergli degli ostaggi. Ma il sogno del Molosso di conquistare l’Italia meridionale ebbe breve durata: la parentesi si chiuse nel 331 a.C., con la sua morte in battaglia presso Pandosia. Paistom ritornò così sotto il dominio lucano. Dalla Treccani on-line, alla voce su “Alessandro il Molosso” leggiamo che frattanto Taranto, la principale città greca dell’Italia meridionale, vedendo sé e i proprî alleati minacciati dai progressi continui degl’indigeni d’Italia e in particolare dei Lucani e degli Iapigi (Messapî). Chiamò al soccorso prima il re di Sparta Archidamo, poi, caduto questo nella battaglia di Manduria (338), il re dei Molossi. Archidamo era venuto soltanto per soccorrere i Greci d’Italia; A., che passò in Italia a un dipresso quando il suo parente e alleato di Macedonia passava in Asia, mirava, come più tardi Pirro, a fondarsi un impero nella penisola italiana. Egli riportò successi notevolissimi. Si avanzò nell’Apulia fin presso Arpi, e riuscì ad occupare il porto di Arpi, Siponto, alleandosi poi con le stirpi iapigie contro il potente nemico che le minacciava da nord-ovest, i Sanniti. Contro Sanniti e Lucani collegati ai suoi danni, forse sperando di ricuperare all’ellenismo Posidonia, già caduta in mano degl’indigeni, si avanzò fino al Silaro (Sele) ed ivi li vinse in battaglia. Ci viene detto, e non vi è ragione per dubitarne, che egli avesse stretto alleanza coi Romani, i quali avevano poco prima vinto la cosiddetta prima guerra sannitica, e che appunto allora con la guerra latina rinsaldavano il loro predominio nel Lazio e nella Campania. Ma a questo punto, impensieriti dai successi di A., i Tarentini defezionarono; sicché A. non poté più contare che sugli Epiroti, le città greche di Turi e di Metaponto, i fuorusciti lucani e qualche tribù indigena. Era troppo poco per resistere a popoli numerosi e guerrieri come Sanniti, Lucani e Bruzî. Così nel 331-330, mentre egli prendeva i suoi quartieri d’inverno presso Pandosia, nell’alta valle del Crati non lontano da Coscenza, assalito di sorpresa dai Lucani e dai Bruzî, favoriti dalle piogge, che, avendo rigonfiato i torrenti, impedirono ai varî reparti epiroti di prestarsi scambievolmente man forte, fu battuto e nella ritirata ucciso. Il cadavere, riscattato dagli alleati, fu sepolto in Epiro. Con lui crollò il sogno epirota d’impero in Occidente, che fu ripreso assai più tardi, in contingenze mutate e molto meno favorevoli, da Pirro. A. lasciò una figlia, Cadmea, e un figlio, Neottolomeo II, minorenne, che cominciò a regnare sotto la tutela della zia Olimpiade. La vedova, Cleopatra, tornò invece in Macedonia. Nell’insieme gli elementi che possediamo sono troppo scarsi per giudicare intorno alla personalità di Alessandro. Non gli mancarono certamente ambizione, audacia, valore. Se a queste doti si accompagnassero prudenza e perizia non possiamo giudicare. Certo il cattivo successo del suo tentativo, dovuto in grandissima parte all’insanabile spirito particolaristico dei Greci d’Italia, fu grave d’effetti nella storia delle colonie italiote.
Lico di Reggio (in Stefano di Bisanzio) cita Scidro, nella sua opera su Alessandro il Molosso
Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio. – Storico greco (attivo tra la fine del IV e gli inizî del III sec. a. C.), autore di alcune opere, di cui possediamo frammenti, sulla Libia, sulla Sicilia, sulle imprese di Alessandro d’Epiro in Italia. Della sua opera letteraria ci sono pervenuti solo alcuni frammenti sulla Sicilia, Sulla Libia e Su Alessandro. Fu avversario di Demetrio Falereo, forse durante la sua permanenza in Egitto. L. fu tra le fonti principali di Timeo e di Licofrone. L’opera di Lico di Reggio è contenuta in opera più tarda scritta da Stefano Bizantino.

Il passo di Lico di Reggio (…) è contenuto in un testo di Stefano di Bisanzio o Stefano Bizantino. Stefano di Bisanzio, conosciuto anche come Stefano Bizantino (in greco antico: Στέφανος Βυζάντιος; VI secolo – …) è stato un geografo bizantino, autore di un importante dizionario geografico intitolato Etnica (Ἐθνικά) in 50 o 60 volumi. Stefano utilizza come fonti principali i geografi dell’antichità, quali Tolomeo, Strabone e Pausania, i grammatici e i commentari a Omero. La sua conoscenza della geografia è nondimeno approssimativa e le sue etimologie sono confuse. Il lavoro è di enorme valore per le informazioni di carattere geografico, mitologico e religioso che fornisce sull’antica Grecia. Del dizionario sopravvivono scarsi frammenti ma ne esiste un’epitome compilata da un certo Ermolao. Ermolao dedica la sua epitome a Giustiniano; se sia il primo o il secondo imperatore di questo nome è incerto, ma sembra probabile che Stefano visse nella prima parte del VI secolo sotto Giustiniano I. I frammenti iniziali rimasti dell’opera originale (alcuni dei quali contengono lunghe citazione di autori classici e molti interessanti dettagli storici e topografici) sono Contenuti nel De administrando imperio di Costantino Porfirogenito, capitolo 23 (la voce Ίβηρίαι δύο) e nel De thematibus, ii. 10 (un rapporto sulla Sicilia); gli ultimi includono un passaggio del poeta comico Alessi sulle Sette maggiori isole. Un altro frammento importante, che va dalla voce Δύμη alla fine del Δ, esiste in un manoscritto della biblioteca Seguerian. Costantino Porfirogenito fu comunque l’ultimo a consultare l’opera completa, la Suda e Eustazio di Tessalonica usano già il compendio. La versione moderna standard è quella di Augustus Meineke (1849), e di recente è stata pubblicata una nuova edizione critica dell’intera opera a cura di Margarethe Billerbeck (già Università di Friburgo) per il Corpus fontium historiae Byzantinae (2006-2017, V voll.). Per convenzione, i riferimenti si riferiscono alle pagine dell’edizione Meineke. La prima edizione moderna fu pubblicata dalla stamperia aldina nel 1502. Infatti, lo storico e geografo Stefano di Bisanzio scriveva nel VI secolo a.C.., forse quando questa provincia della ex Lucania Romana apparteneva alla Sicilia Bizantina. Infatti, il racconto di Stefano di Bisanzio risale all’epoca dell’occupazione bizantina dell’Italia Meridionale, prima dell’avvento dei Longobardi e quindi il racconto di Stefano Bizantino è da porsi in epoca alto medioevale. Πυξις πολις εν μεσογεια των Οινωτριων, το εθνιχον, Πυξουος πολις Σιχελιας χτισμα Μιανθου. Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“, nel vol. I, il quale, a p. 523, in proposito scriveva che: “di Scidro….E’ probabile che fosse sul golfo della stessa Lao: ma dovè essere abbandonata in ben remoti tempi, se non ha lasciato di sé nessun altro ricordo, che il nome delle carte dell’antico scrittore che fu detto il padre della storia, e di là nella magra compilazione di Stefano Bizantino.”. L’archeologo Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s. v. Σκιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Riguardo la figura di Lico di Reggio, ha scritto Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, ritorna sulla figura di Lico di Reggio (…) ed in proposito scriveva che: “Continuò intanto nella Magna Grecia e sopravvisse alla conquista romana la prosa letteraria e scientifica, tanto che per ciò che riguarda la storiografia e la medicina possiamo comprendere quest’ultima fase di civiltà fra i nomi di Lico reggino ed Eraclide di Taranto. Visse Lico reggino nella seconda metà del sec. IV giungendo a toccare i primi decenni della metà del secolo successivo. Il punto fondamentale per la determinazione approssimativa di questi termini cronologici sta nel fatto che, fra le altre cose, egli scrisse un libro ‘Intorno ad Alessandro’ e a lui stesso lo dedicò (4). E da escludere che si trattasse di Alessandro Magno perchè, a prescindere dell’ipotesi inconsistente, messa innanzi da qualcuno dei critici moderni, che nell’occasione in cui anche ambasciatori Bruzzi, Lucani ed Etruschi si sarebbero recati a rendere omaggio al Macedone in Babilonia (l’anno prima che fosse colpito dalla morte (a. 324)(1)(p. 299) gli avrebbe inviato Lico un suo scritto riguardante l’Occidente (2), incomprensibile riuscirebbe che ciò egli facesse con un libro in cui, a giudicare dai due frammenti soprammenzionati, ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); il quale, come vedremo, era avanzato prima da Brindisi sino ad Arpi nella Daunia, a sud della regione dei Frentani ov’è appunto la città di Larino (fr. 2) ed aveva compiuto, dopo, una spedizione per via interna da Metaponto sino a Pesto per prendere alle spalle i Lucani e Sanniti, donde quindi aveva fatto ritorno ad Eraclea verisimilmente lungo la via littoranea del Tirreno, ove, fra le altre, sorgeva la cittadina di Scidro (fr. 1), colonia di Sibari (4). All’epirota poteva riuscire caro l’omaggio di un libro, in cui eran poste in luce le sue azioni militari e che doveva essere un lavoro giovanile dell’autore; il quale, se allora non aveva toccati i trent’anni, doveva esser nato prima del 360 (e cioè poco prima dello storico Timeo, che, come oggi ritiensi, attingeva dopo alle sue opere (5), per cui ben poteva adottare, come figlio, il poeta Licofrone (6), che nasceva intorno al 330-325, e sessantenne, cioè dopo il 296, poteva infine trovarsi con Demetrio Falareo in Alessandria, seppure l’incontro non era avvenuto anteriormente in Atene (1)(p. 300). Trascorse, ad ogni modo, lo storico Lico l’ultimo periodo di sua vita in Egitto e morì molto vecchio, se giunse a parlare dei suoi scritti (fr. 15) del re Tolomeo Filadelfo, che salì al trono l’a. 285. Nonostante che gli scarsissimi frammenti sino a noi pervenuti (in tutto 15) contengano notizie di valore insignificante su città e popolazioni, devesi ritenere che le sue opere dal punto di vista storico-geografico fossero giudicate molto interessanti, se da Agatarchide di Cnido egli era posto accanto e prima di Timeo per la conoscenza dell’Occidente (2). Ecc..”. Ecco ciò che scriveva su Lico reggino il grande Ciaceri. Il Ciaceri, riferendosi al libro di Lico reggino “Intorno ad Alessandro”, nella sua nota (2) a p. 299, postillava che: “(2) v. LAQUEUR in R. E. XIII 2, 2406 sg.”. Inoltre il Ciaceri a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 272 scriveva che: “…di Scidro…; onde di essa manca ogni traccia di monete e non è neanche ricordata dagli scrittori latini (3).”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herodot. VI 21; Steph. B.: Σχιδρος, χολις ‘Ιταλιας. Di Scidro si occupò Oreste Dito, Notizie di storia antica (Roma, 1892).”. Si tratta del testo di Oreste Dito (…), e del suo “Notizie di Storia antica di Roma per servire d’introduzione alla storia dei Brezzii” (si veda anche la ristampa ed. Brenner). Sempre il Caceri, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) e della bontà dell’opinione prevalsa fra i moderni, secondo la quale è stata posta ove oggi è Sapri, (4) si dubita assai oggigiorno. Ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Il Ciaceri trascrive il passo di Lico di Reggio (…)(contenuto nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio), in cui Lico cita e racconta di Scidro. Secondo il Caceri, lo storico reggino Lico di Reggio, citava la colonia Sibaritica di Scidro allorquando racconta della spedizione di Alessandro il Molosso. Il Ciaceri dice che si trattava del re di Epiro. Sulla scorta di storici del ‘900 come Emanuele Ciaceri, gli storici moderni hanno ripetuto la stessa notizia. Faccio cenno di alcuni autori che hanno citato Lico di Reggio parlando dell’antica città di Pixunte. L‘Antonini nella sua nota (2) di pagina 429, a proposito del ‘Sipron’, citato nel passo di Erodoto, scriveva: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’, ha fatto credere all’Olstenio che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano (3), si legge: “Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Nissen, It. Landesk, II, p. 898.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Beloch, Griech. Gesch., l. c. “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Byvanck, op. cit., p. 109, n. 3., il quale, secondo noi a torto, ripetendo a quanto pare l’interpretazione di scrittore locale, afferma: “hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus”.”. Infatti, il Byvanck (…), nel…….. nel suo “De Magnae Graeciae Historia Antiquissima”, a p. 109 così scriveva: “Scidrs (3) castellum in media via sita esse videtur, quo loco nunc ‘Papasidero’ est in valle Lai superiore. Colonia erat Sybaritarum qui post Sybarim eversam Laum et Scidrum fugissent 4).“. Il Byvanck (…), a p. 109, nella sua nota (3) postillava che: “(3) (Scridrus)(Latine non memoratur), Graece Σκιδρος, hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus; – cfr. tab. mil. 220-221, – O. Dito, Notizie di Storia antica, Roma, 1892. – Alii non recte Scidrum ‘Sapri’ hodiernum esse contendunt.”. Sempre il Byvanck, a p. 109, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Her. 6, 21; Steph. Byz. s.v., qui Lycum laudat εν τψ περι ‘Αλεξανδρον saeculo IV igitur urbs exstabat.”. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sbaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. E quì il Ciaceri menziona lo storico reggino Lico di Reggio (….). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370”.
Nel IV secolo d.C., lo storico Lico di Reggio in “Lessico Geografico” di Stefano di Bisanzio cita “Scidro”
Di ‘Skidros’, eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lyco di Reggio, riferita da Stefano di Bisanzio, dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima del 330 a.C.: ” Scidrus urbs italiae, gentile scidranus “. Come vedremo, la colonia Sibaritica di Scidro verrà citata più volte dallo storico reggino Lico di Reggio (…). Alcuni autori citano lo storico reggino Lico di Reggio (…), che citava sia l’antica colonia sibaritica di Scidro e l’altra di Pixunte (attuale Policastro Bussentino). Già nel 1745, il barone di San Biase, Giuseppe Antonini (….), a p. 430 così scriveva in proposito alla colonia Sibaritica di Scidro e, riferendosi ai “secondi”, ovvero ai Sibariti fuggiti e scampati alla distruzione della loro città, in proposito scriveva che: “Dei secondi, il già citato Erodoto nel libro 6, narrando i travagli che Milesj da’ Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino ce’ il dice: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exhibuerunt’.”.”. L’Antonini, a p. 430, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’ ha fatto credere all’Olstenio, che sia più tosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anco appresso Stefano si legge ΣΚΙΔΡΘC, παλις Ιταλιας. Το εθγιχον, Σχιδρανος Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Dunque, l’Antonini postillava che in Stefano di Bisanzio o Bizantino si leggeva: “ΣΚΙΔΡΘC, παλις Ιταλιας. Το εθγιχον, Σχιδρανος Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Come vedremo la frase riportata da Stefano di Bisanzio è tratta da un frammento di Lico di Reggio. Orazio Campagna (….), nel suo “Miti e Storia da Laos a Skidros – etc…” (ed. Brenner, 1993), a p. 14, nella nota (4) postillava che: “Skidros…..Vi transitò Alessandro il Molosso, dopo una sosta a Skidros, nel 330 a.C., in Lico di Reggio, F.H.G., II, fr. l. presso Stefano di Bisanzio.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Però non è facile stabilire il sito di Scidro, nominata due volte sole, da Erodoto e da Stefano Bizantino, che riporta un passo di Lycos di Reggio……Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovesse essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide. Si può aggiungere solo che Scidro probabilmente poteva essere ancora in piedi al principio del sec. 3° a.C., per la notizia che ne dà Stefano Bizantino, attingendo da Lycos di Reggio (cfr. fram. 1°): “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου “, che tradotto è: “Scidros, una città in Italia. L’etnia Schidranos, come Lykos in Peri ‘Alexandrou.”, ovvero che Scidro è una città in Italia e la sua etnia (il suo popolo) è “Scidranos” (gli Scidrani), come è scritto in Lico di Reggio. Il passo si trova nell’opera “Etnika” di Stefano Bizantino o di Bisanzio, quando ci parla di Alessandro il Molosso. Ettore Pais (….), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia Antica”, ed. S.T.E.N., 1908, nel cap. “X- La Spedizione di Alessandro il Molosso”, a p. 143 parlando di Alessandro il Molosso o d’Epiro, in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno che da un passo di uno storico pressocchè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie, e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Il Pais, a p. 143, nella nota (1) postillava: eva che: “(1) Beloch, Griech. Geschichte, II, p. 594.”. Il Pais, a p. 143, nella nota (2) postillava: “(2) Liv. VIII, 17, 9: “ceterum Sannites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo popoli adversus regem rexensionem a Pesto facientem signis conlatis pugnaverunt eo certamine superior Alexander, incertum qua fide culturus si perinde cetera processissent, pacem cum Romanis fecit”; etc…”. Il Pais, sempre nella nota (2) a p. 143 aggiunge la postilla che: “LYC. apd STEPH. BYZ. s.v. Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος, εν τω περι ‘Αλεξανδροο. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie des Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Dunque, Ettore Pais (….), a p. 143, nella nota (2) postillava: “(2) LYC. apd STEPH. BYZ. s.v. Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος, εν τω περι ‘Αλεξανδροο.”, che tradotto è: “Schidros, una città in Italia, di etnia Schidrinos, come Lychos, nella zona di Alexandrou”, ovvero che: “Scidro è una città in Italia, la cui etnia è quella dei “Scidrani”, come scrive Lico di Reggio parlando di Alessandro il Molosso e della sua impresa in Italia. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo II: “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Sannites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo popoli adversus regem rexensionem a Pesto facientem signis conlatis pugnaverunt eo certamine superior Alexander, incertum qua fide culturus si perinde cetera processissent, pacem cum Romanis fecit”; Lyc. apud Steph. Byz. s.v. “Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος, εν τω περι ‘Αλεξανδροο.”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie des Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Riguardo la figura di Lico di Reggio, ha scritto Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) e della bontà dell’opinione prevalsa fra i moderni, secondo la quale è stata posta ove oggi è Sapri, (4) si dubita assai oggigiorno. Ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σκιδρος: – το εθνιχον Σκιδρανος, ως Λιχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, il Ciaceri scriveva che in Lyco di Reggio (…)(in Stefano di Bisanzio, fr. 1, in F.H.G., II, p. 370), alla voce: “Σχιδρος” troviamo scritto che: “Σκιδρος : – το εθνιχον Σκιδρανος, ως Λιχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον“, che tradotto è: “Skidros: – l’etnico Skidranos, come Lichos in tf peri ‘Alexandron.“, ovvero che l’etnico di Skidros è Schidranos, come scrive Lyco di Reggio nella sua opera “Etnika”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : etc… = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, il Ciaceri si riferisce all’opera “Fragmenta historicum graecorum”, vol. II, in cui viene riportato il passo di Stefano di Bisanzio tratto da Lico Reggino. Il Muller (….), in “Fragmenta historicorum Graecarum”, vol. II, a p. 370, in proposito scriveva che: “(ΠΕΡΙ ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΥ . )..1.. Stephan. Βyz. : Σκίδρος, πόλις Ἰταλίας. Τὸ ἐθνικὸν Σκιδρανός , ὡς Λύκος ἐν τῷ Περὶ Ἀλεξάνδρου. Urbis. Lycus Rheginus….1. (De Rebus Alexandre Epirotae ?)….Scidrus, urbs Italiae. Gentile Scidrianus, uti est apud Lycum in libro De Alexandro.”, che tradotto è: “Scidrus, una città d’Italia. Gentile Scidrianus, come lo usa Lico nel libro De Alexander”, ovvero che Scidro è una città italiana e l’etnico è “Scidrianus” come scrive Lico Reggino nel suo libro su Alessandro il Molosso. Dunque, Lyco di Reggio (in Stefano di Bisanzio), questa città dell’Italia, la chiama Σκίδρος e, i suoi abitanti li chiama “Scidriani” Σκιδρανός. I Fragmenta historicorum Graecorum (spesso indicati in sigla, FHG) sono una raccolta in cinque volumi di frammenti da fonti greche antiche, pubblicata dal filologo tedesco Karl Wilhelm Ludwig Müller (1813-1894) tra il 1841 e il 1872 per i tipi dell’editore Ambroise Firmin Didot. Le fonti raccolte spaziano dal VI secolo a.C. al VII secolo d.C. e gli autori citati sono più di seicento. Di ogni frammento è presentata una traduzione o un compendio in latino. Ad eccezione del primo volume, gli autori sono ordinati cronologicamente e i frammenti sono numerati in sequenza. Su quest’opera di Müller sono in gran parte fondati i sedici volumi intitolati Die Fragmente der griechischen Historiker, del filologo tedesco Felix Jacoby (1876-1959). Il Ciaceri trascrive il passo di Lico di Reggio (…)(contenuto nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio), in cui Lico cita e racconta di Scidro. Secondo il Caceri, lo storico reggino Lico di Reggio, citava la colonia Sibaritica di Scidro allorquando racconta della spedizione di Alessandro il Molosso. Il Ciaceri dice che si trattava del re di Epiro. Sulla scorta di storici del ‘900 come Emanuele Ciaceri, gli storici moderni hanno ripetuto la stessa notizia. Faccio cenno di alcuni autori che hanno citato Lico di Reggio parlando dell’antica città di Pixunte. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Nissen, It. Landesk, II, p. 898.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Beloch, Griech. Gesch., l. c. “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Byvanck, op. cit., p. 109, n. 3., il quale, secondo noi a torto, ripetendo a quanto pare l’interpretazione di scrittore locale, afferma: “hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus”.”. Infatti, il Byvanck (…), nel…….. nel suo “De Magnae Graeciae Historia Antiquissima”, a p. 109 così scriveva: “Scidrs 3) castellum in media via sita esse videtur, quo loco nunc ‘Papasidero’ est in valle Lai superiore. Colonia erat Sybaritarum qui post Sybarim eversam Laum et Scidrum fugissent 4).“. Il Byvanck (…), a p. 109, nella sua nota (3) postillava che: “(3) (Scridrus)(Latine non memoratur), Graece Σχιδρος, hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus; – cfr. tab. mil. 220-221, – O. Dito, Notizie di Storia antica, Roma, 1892. – Alii non recte Scidrum ‘Sapri’ hodiernum esse contendunt.”. Si tratta del testo di Oreste Dito (…), e del suo “Notizie di Storia antica di Roma per servire d’introduzione alla storia dei Brezzii” (si veda anche la ristampa ed. Brenner). Sempre il Byvanck, a p. 109, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Her. 6, 21; Steph. Byz. s.v., qui Lycum laudat εν τψ περι ‘Αλεξανδρον saeculo IV igitur urbs exstabat.”. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sibaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. E quì il Ciaceri menziona lo storico reggino Lico di Reggio (…). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος, εν τω περι ‘Αλεξανδροο. = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Però non è facile stabilire il sito di Scidro, nominata due volte sole, da Erodoto e da Stefano Bizantino, che riporta un passo di Lycos di Reggio……Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovesse essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide. Si può aggiungere solo che Scidro probabilmente poteva essere ancora in piedi al principio del sec. 3° a.C., per la notizia che ne dà Stefano Bizantino, attingendo da Lycos di Reggio (cfr. fram. 1°): “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου “. Dunque, il Galli, riferisce il passo di Lyco di Reggio (….), in Stefano di Bisanzio: “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου “, che tradotto è: “Skidros, una città d’Italia. L’etnia Schdranos, come Lychos in Ethnica, su ‘Alexandrou”. Fernando La Greca (33), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ scriveva in proposito: “L’ubicazione di Scidro è stata molto discussa. Nelle fonti antiche vi è solo un altro brano che riguarda Scidro, nel lessico di Stefano Bizantino, dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (3). In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] “a Sapri, le ceramiche di fine VI secolo trovate alle falde della collina del Timpone sembrano confermare l’ipotesi di coloro che localizzano qui una città greca arcaica, subcolonia dei Sibariti, di nome Scidro (Skidròs).”. Dunque, Fernando La Greca (33) scriveva che l’unica fonte o citazione di una “Scidro” è un brano del “lessico” di Stefano Bizantino, “….dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ecc…” e, dove: “si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.”. Dunque, il La Greca scriveva che nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio o Bizantino si narra del passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso, condottiero che fu chiamato dalla città di Taranto per sconfiggere i Sanniti nel ‘334 a.C.. Di Alessandro il Molosso parlerò dopo. Innanzitutto, come abbiamo già detto, oltre ad Erodoto (…), ci parla della colonia Sibaritica di Scidro, posta sulle coste del Tirreno e non lontana da Pixunte, lo storico Lico di Reggio. Il La Greca, riguardo “Scidro” scriveva pure che: “ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (3)”. Il La Greca (….), nella sua nota (….) postillava di “(3) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.”. Dunque, il La Greca parla anche sulla scorta di Costantino Gatta e cita anche lo storico Lico Di Reggio. Il La Greca scriveva che “ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro”, ovvero scriveva che Lico di Reggio, nella sua opera su Alessandro il Molosso, Ethnika, la città di “Scidro” veniva chiamata da Lico di Reggio “Skidronos”. Un altro studioso che ha riassunto la storia del toponimo è Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “Della medesima città di Scidro fece parola Stefano Bizzantino: ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro’. Il geografo ricavò questa notizia da Lico di Reggio scrittore di storie, e padre adottivo del poeta Licofrone.”. Dunque, il Romanelli chiarisce il passaggio di La Greca citando Stefano di Bisanzio che scriveva nel suo ‘Lessico Geografico’ di “Scidro”: “ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro'” che tradotto significa: “ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus è una città d’Italia, una famiglia chiamata Scidranus, come Lycus nell’opera di Alessandro”. Dunque Stefano dice chiaramente che la storia del passaggio di Alessandro il Molosso la trasse dallo storico Lico di Reggio. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sibaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. Qui, il Ciaceri citava lo storico reggino Lico di Reggio (…). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, il Ciaceri scriveva che in Lyco di Reggio (…)(in Stefano di Bisanzio, fr. 1, in F.H.G., II, p. 370), alla voce: “Σχιδρος” troviamo scritto che: “το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον”, che tradotto è: “Schidros: – l’etnia Schidranos, come Lnchos in tf peri ‘Alexandron”. Su questi fatti ha scritto anche Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“. Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 parlando di Scidro, in proposito scriveva che: “tempo all’invasione dè Lucani. Ma di fuori di queste, ignote sono tutte le altre memorie di Scidro, che conservava certamente Lico di Reggio nella sua storia della Sicilia, giacchè coll’autorità di questo storico, coetaneo di Demetrio Falereo (1), parlava di ‘Scidro’ Stefano Bizantino (2).”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Suida, v. Λνχος”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Steph. Byz., v. Σχιδρος.”. A questo proposito faccio notare che Emanuele Ciaceri, però a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(7) Plinio, n.h., III, 72: ‘Oppidum Buxentum Graeciae Pyxus’. E ‘Buxentum’ hanno gli scrittori latini. Ma una vera forma latina del nome non c’è stata tramandata. Πνξονς troviamo in Strab. VI 253; Diodoro, XI, 59 e Steph. B.., il quale ultimo erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia. In Ptolom. III, 1, 18 si ha Βονξεντον “. Ovvero, il Ciaceri, faceva notare che Stefano Bizantino “erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “Della medesima città di Scidro fece parola Stefano Bizzantino: ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro’. Il geografo ricavò questa notizia da Lico di Reggio scrittore di storie, e padre adottivo del poeta Licofrone.”.
Nel ‘334 a.C. (?) (IV sec. a.C.), Alessandro il Molosso si fermò con la sua flotta nel porto di “Scidro” per poi arrivare a Paestum e combattere i Sanniti
Di ‘Skidros’, eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lyco di Reggio, riferita da Stefano di Bisanzio, dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus”. Orazio Campagna (….), nel suo “Miti e Storia da Laos a Skidros – etc…” (ed. Brenner, 1993), a p. 14, nella nota (4) postillava che: “Skidros…..Vi transitò Alessandro il Molosso, dopo una sosta a Skidros, nel 330 a.C., in Lico di Reggio, F.H.G., II, fr. l. presso Stefano di Bisanzio.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo VI: “L’impresa di Alessandro il Molosso – Sua morte e preponderanza dei Bretti”, a pp. 271-272 e ssg., in proposito scriveva che: “Avemmo già occasione di ricordare l’esito infelice dell’impresa di Archidamo, re di Sparta, che, giunto in aiuto di Taranto, aveva lasciato la vita a Mandonio, combattendo contro i Lucani (338) ed accennammo del pari a quelle di Alessandro il Molosso. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani, di giorno in giorno si rendevano più pericolose all’elemento italiota. Alessandro il Molosso, al quale Taranto si rivolgeva, era principe ambizioso e di gran valore ed accettò l’invito con la speranza di fondare un grande impero in Occidente. Nello stesso anno suo nipote Alessandro il Grande muoveva alla conquista dell’impero Persiano, egli si volgeva in Italia, sapendo di avere impresa in apparenza meno gloriosa di quella del nipote, in realtà assai più difficile ed aspra. Giunto però a Taranto, il principe Molosso non potè sottrarsi alla sorte, comune di tutti i capitani invitati da quella città, d’inimicarsi con gli abitanti non abituati alla disciplina ed alle fatiche della guerra. Meditò dapprima, ed in parte raggiunse, il disegno di dominare l’ampia regione delle Puglie sino ai confini del Gargano; fece alleanza con i Peucezi e conquistò ad esempio Siponto. Ma, guardandosi dai Tarantini, fece fulcro della sua potenza la città di Thuri, loro nemica, minacciata dai Bretti e, per vendicarsi di Taranto, trasportò nel territorio di Thuri la sede dell’assemblea degli Italioti. Ben preso però Alessandro i accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occuata da quelle genti forti e selvagge; ed allora concepì l’ardito disegno di assalirli alle spalle, trasportando parte delle sue forze per mare presso le foci del Silaro, partendo dai confini di Pesto, discendendo le valli, che penetrarono nel cuore del paese dei Bretti e raggiungono le coste dell’Ionio. Si assicurò l’alleanza dei Romani, i quali da settentrione premevano le varie stirpi Sannitiche e, togliendo ai Bretti la speranza di ricevere aiuto a settentrione da altri stirpi Sabelliche, sperò sorprenderli negli ultimi recessi della valle del Crati, ove erano Pandosia e Cosenzia. Il disegno non riuscì. I Bretti si difesero disperatamente presso il fiume Acheronte e nel passare la riviera il re d’Epiro venne ucciso da un esule Lucano. La sua morte avvenuta verso il 331-330 a.C. segnò la fine della potenza di Thuri ed un periodo di incontrastata superiorità per i Bretti (verso il 330 a.C.).”. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 601, in proposito scriveva che: “Proteggendo Thurii, Metaponto ed altre città Italiote, di cui non è esplicitamente fatto il nome, Alessandro il Molosso si ingaggiava a difenderle contro i Lucani ed i vicini Bretti. Erano costoro, come dicemmo, tra loro nemici, l’interesse comune li associava contro l’Epirota, il quale tolse loro alcune località che avevano occupato, Terina, Skidro e forse Hipponio. Si accorse però che a questi popoli giungevano nuovi aiuti alle spalle, ossia dai Sanniti dei quali i Lucani in fondo non erano che un ramo. Meditò allora un ardito piano di guerra: prendere gli invasori alle spalle e fece, come punto di partenza della nuova campagna, Posidonia (Pesto), alle foci del Silaro. Quale fosse la via da lui tenuta per raggiungere Pesto non ci è indicata. La circostanza che egli risalì l’Appennino, partendo da Pesto e che in seguito sconfisse i Lucani e Sanniti che si erano uniti, dà luogo alla supposizione che egli si fosse condotto a Pesto per mare, per es., da una di quelle località delle coste del Tirreno, come Terina, che egli aveva conquistato, oppure da Skidros, ricordata anche a proposito delle sue imprese. Nulla sappiamo del pari sulla via del trionfale ritorno, se per il valico ov’è Potenza si sia ricondotto sulle coste dell’Ionio o se invee abbia percorso la valle del Tanager (oggi Tanagro) e si sia inoltrato per quella strada ove nell’età dei Gracchi i Romani munirono la via Popilia, quella stessa che più tardi fu seguita dal goto Alarico.”. Dunque, in questo interessante passaggio, il Pais ci da tre notizie interessanti sulla città Italiota di Scidro, che egli chiama “Skidro” e poi anche “Skidros”. Il Pais dice che Alessandro il Molosso, muovendo contro i Lucani, gli: ” tolse loro alcune località che avevano occupato, Terina, Skidro e forse Hipponio”. Dice pure che poer andare a conquistare Pesto, l’antica città Magno-greca di Posidonia, Alessandro risalì per mare partendo dal porto di: “una di quelle località delle coste del Tirreno, come Terina, che egli aveva conquistato, oppure da Skidros, ricordata anche a proposito delle sue imprese”. Infatti scrive pure che Skidro è ricordata da Lico di Reggio anche per le imprese del Molosso. Dunque, il Pais, sulla scorta del racconto di Lico di Reggio tramandatoci da Stefano di Bisanzio troviamo altre notizie sulla città Italiota di Scidro. Infatti, il Pais, a p. 608, vol. II, nella nota (9) postillava: “(9) Per le interne condizioni della Calabria e dell’Italia meridionale nell’età romana v. quanto ho detto nella mia ‘Storia Interna i Roma’ (Torino 1931), p. 146 sgg.”. Pais, a p. 608, vol. II, nella nota (10) postillava: “(10) Su Alessandro il Molosso v. Lycos in F.H.G. II p. 271 M.; Diod. XVI 72 sqq.; 91; Iust. VIII 6; XII 2; Trog. Pomp. Prolog. 8; Liv. VIII 17; 24; Plut. de fort. Rom. 13; Arist. fr. Rose n. 614; Strab. VI pag. 256; 280 C; Ael. apd. Suid. s. v. Tovov. La data dell’arrivo in Italia (334-333) si ricava dalla cronologia del papiro I di Oxyrhyncos. Che egli fosse già in Italia nel 333 ha ricavato giustamente Beloch Grich. Gesch., III, I, 3 ed. pag. 598 n. I, da Arr. Anab. III 6, 7. La sua morte era ricordata da Aesch. in Ktes. 342 etc…”. Dunque, il Pais scriveva che la città Italiota di Skidros esisteva ai tempi della spedizione di Alessandro il Molosso e che egli la tolse ai “Bretti”, insieme alla città di Terina. Dunque, il Pais sosteneva che Scidro fosse una città dei Bretti o da loro assoggettata. Da Wikipedia sulla città di Terina leggiamo che La città di Terina fu fondata, probabilmente sul sito di un preesistente insediamento greco, nella prima metà del V secolo a.C. dai Crotoniati, dopo la vittoria di Crotone su Sibari del 510 a.C. Tra il V e il IV secolo a.C. Terina entrò a far parte della Lega Italiota con lo scopo di sottrarsi alla sempre più crescente pressione dei Lucani trovandosi costretta però ad entrare nell’area egemonica dei Siracusani per tutelarsi dalla sempre maggiore aggressività lucana. Dopo il 356 a.C. Terina venne conquistata dai Brettii. La conquista ad opera della popolazione italica però non sembra aver inciso sulla floridezza della città che, come testimoniato anche dalla sua monetazione, continuò anche sotto la dominazione bruzia. Questa fu interrotta qualche decennio dopo dalla liberazione ad opera di Alessandro il Molosso che, durante la sua campagna in Italia, liberò Terina ed altre città greche dal dominio delle popolazioni italiche. Alla morte del Molosso però (330 a.C.) la città cadde nuovamente sotto il dominio bruzio fino all’inizio del III secolo a.C. quando insieme alla madrepatria Crotone e alla vicina Ipponio fu conquistata del tiranno e re di Siracusa Agatocle. Morto Agatocle la città finì nuovamente sotto il dominio dei Bretii. Forse la stessa sorte subì la città italiota di Skidros. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol. II, nel capitolo: “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie les Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”.

Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo: II “Sorgere della federazione dei Bretti”, a pp. 224-225 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa un decennio dopo, i Brutti sostenevano lotta ben più aspra contro Alessandro il Molosso, re di Epiro, chiamato dai Tarantini a proseguire l’opera di Archidamo, re di Sparta, caduto nel 338 a.C. a Mandonio, combattendo contro i Lucani. Alessandro si rivolse dapprima contro questa medesima stirpe; in seguito, abbandonati i Tarantini e accolto l’invito dei Thurini loro nemici, egli sperò infrangere la potenza dei feroci Brutti, assalendoli alle spalle. Trasportate per mare parte delle sue forze nella regione di Pesto, seguendo probabilmente quella stessa via che tanti secoli dopo fu battuta dal goto Alarico, penetava nel fondo della valle del Crati, ove erano Pandosia e Cosenza; ma trafitto a tradimento da un fuoruscito Lucano, lasciava la vita nelle acque del fiume Acheronte (verso il 331 a.C.). Svanivano il sogno dei re ed i disegni dei Thurini che con il braccio di lui, ecc…”. Fernando La Greca (….), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ scriveva in proposito: “Nelle fonti antiche vi è solo un altro brano che riguarda Scidro, nel lessico di Stefano Bizantino, ……come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (…). In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] ““. Dunque, il La Greca scriveva che Stefano di Bisanzio (….), nel suo “Lessico Geografico” scrivendo sulla scorta di un racconto di Lico di Reggio (….) cita “Scidro” perchè cita un brano tratto da Lico di Reggio (….), il quale narrò il passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso. Il La Greca scriveva che Alessandro il Molosso, nell’anno ‘334 a. C. (IV sec.), a.C., fu chiamato dai Tarantini di Sicilia per vincere i Sanniti che volevano conquistare la città. Alessandro il Molosso giunse in Italia con una flotta di navi e dopo essersi fermato a Scidro “e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.”. Dunque, il La Greca, dalla “notizia” tratta da Stefano Bizantino deduceva che nel ‘334 a.C., “Scidro”. La “notizia” riportata da Stefano Bizantino (….) fu a sua volta tratta dall’opera su Alessandro il Molosso che scrisse lo storico reggino Lico di Reggio (…). Lico di Reggio fu nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua ‘Alessandra’. Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio. – Storico greco (attivo tra la fine del 4º e gli inizî del 3º sec. a. C.), autore di alcune opere, di cui possediamo frammenti, sulla Libia, sulla Sicilia, sulle imprese di Alessandro d’Epiro in Italia. Fu avversario di Demetrio Falereo, forse durante la sua permanenza in Egitto. Lico fu tra le fonti principali di Timeo e di Licofrone. L’Alessandra (in greco antico: Ἀλεξάνδρα) è un poema in trimetri giambici, che narra le profezie dell’eponima figlia di Priamo, Alessandra (ma meglio nota come Cassandra, Κασσάνδρα), sulla distruzione di Troia e sulle sue conseguenze. Il lessico di Suda ha attribuito l’opera al poeta della Pleiade Licofrone di Calcide, facendola risalire al III secolo a.C.. Ma nel “Lessico geografico”, Stefano Bizantino si riferisce direttamente all’opera di Lico di Reggio. Su Lico di Reggio ha scritto W. Spoerri, Lykos von Rhegion, in Der Kleine Pauly, vol. 3, col. 818. Angelo Bozza (….), nella sua “La Lucania – Studi Storici-Archeologici”, vol. I, a p. 169, nel suo “3. Guerra contro Alessandro re d’Epiro”, a p. 173 scrive: “riportiamo i fatti di Alessandro il Molosso, da Livio VIII, 3, 17, 24, Giustino, XII, 2, XVII, 3, XXVIII, I. ‘Strabone’ VI, 51. ‘Orosio’, III, 11, 18. ‘Plutarco’ de fort. rom.; e ‘Pausania’, ed altri incidentemente.”. Il Bozza non cita mai Lico di Reggio e Stefano di Bisanzio. Tuttavia il Bozza, forse sulla scorta del Racioppi, riferendosi a dopo alcune battaglie di Alessandro il Molosso contro i Lucani e Sanniti prima e contro i Lucani soli dopo, in seguito alla morte di Alessandro, in proposito scriveva che: “Ma altrettanto grande fu il frutto della vittoria; dappoi che i ‘Lucani’ ripresero ‘Pesto’ e ‘Turio’ con le altre città greche dello Ionio, e sul ‘Tirreno’, eccetto forse la sola ‘Velia’; ed i ‘Bruzii’ riacquistarono pur essi ‘Terina’ e le altre città perdute, e pel terrore delle armi potessero stendersi ed occupar tutto fino allo stretto, eccetto ‘Reggio’, Locri e Crotone. Laonde può dirsi che la rovina di Alessandro segna l’epoca nella quale i due popoli raggiunsero il massimo culmine nella loro potenza, avendo quasicchè dato termine alla liberazione e riconquista dell”Enotria’ degli ‘Elleni’ ecc….eccc..Storici e Cronologi, non sono di accordo sulla venuta e dimora di Alessandro in Italia. Livio lo stabilisce dal 414-429 di Roma (340-325 a.C.) cioè di 14 anni di dimora. I Cronologi gli danno appena 11 anni di regno ecc…”. Tuttavia in ciò che scrive il Bozza non si legge nulla dello sbarco nel porto di Scidro. Questi fatti accadono prima della guerra contro Pirro. Su questi fatti ha scritto anche Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“. Giacomo Racioppi (….), nel suo vol. I del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” parla di Alessandro il Molosso nel suo cap. XV, a p. 322 e, riferendosi alla battaglia di Posidonia prima della battaglia di Pandosia dove il Molosso trovò la morte, in proposito scriveva che: “Lo sviluppo delle operazioni guerresche del Molosso si protrasse nella bassa Italia per circa otto anni ecc….I Lucani trassero dalla loro parte i Sanniti ecc…e gli uni eserciti loro vennero a giornata con le falangi di Alessandro nelle campagne intorno a Posidonia. In questa città, che egli già aveva preso ai Lucani, si trovava con l’esercito il re; onde è dato arguire che avesse attraversata, se non tutta sottomessa, la regione interna lucana, dal mar Ionio al Tirreno (1). Nella battaglia di Posidonia furono vinti i Lucani-Sanniti (2); e il Molosso potè spingere l’esercito suo, per la più corta via della spiaggia tirrena, verso le terre poste oltre il fiume Lao, che erano ancora in dominio dei Lucani, poichè Cosenza era ancora una loro città.”. Il Racioppi, nel vol. I, a p. 322, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lenormant (Grande Grèce, I, p. 40) fa che l’esercito del Molosso, partendo dalla regione tarantina, circuisa per mare tutta la penisola; e sbarcato a Posidonia, vinca sui lucano-Sanniti. Ma io non veggo la ragione di questo lungo periplo; nè so quali antichi autori egli segua. E’ forza notare, che le narrazioni storiche in quella sua opera, per tanti riguardi pregevolissima, procedono, sì, spedite, ma tra rinfagottamenti e raffazzonature di fantasia.”.
Nel ‘334 a.C. (IV sec. a.C.), Alessandro il Molosso raggiunse e conquistò Posidonia e, nel viaggio di ritorno si fermò con la sua flotta nel porto di “Scidro” per proseguire attraverso i monti ed arrivare ad Eraclea sullo Ionio
Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana” (che il Cesarino riteneva essere la massima autorità nel campo), a pp. 94-95 parlando di Alessandro il Molosso e delle guerre dei Tarantini contro i Lucani, in proposito scriveva che: “Il Molosso, messo il piede in Italia, provvide a stringere in un fascio le forze che poteva opporre al nemico. A lui si aggiunsero, come alleati, oltre i Tarantini, i Peucezii e le città di Metaponto e di Turio. Anche con i Romani egli fece lega (5). Dalla parte opposta erano schierati contro di lui Bruzii, Lucani (6) e Sanniti….L’epirota ottenne, sulle prime, una serie di successi; ai Lucani tolse Eraclea, ai Bruzi Terina, e la capitale loro stess, Cosenza (1). Ciò nonostante, i nemici, trinceratisi nell’interno montuoso del paese, tornavano, sempre più insistenti, all’attacco, riforniti di nuove forze dai vicini Sanniti. Dopo qualche tempo Alessandro comprese che, per sanare il male, bisognava stroncarlo alla radice, e spuntò dritto al cuore della resistenza nemica, a Pesto. Come sia arrivato a Pesto è questione molto dibattuta. Secondo l’opinione di alcuni studiosi, egli vi si sarebbe recato per via di mare, attraverso un lungo giro (2); secondo altri, egli avrebbe seguito l’itinerario terrestre risalendo, verisimimilmente, da Metaponto la valle del Casuento, passando sotto Potenza, di qui raggiungendo la valle del Tanagro e seguendo, quindi, il corso del Silaro (3). Presso Pesto avvenne una grande battaglia (a. 332 ?), nella quale i collegati Lucani e Sanniti furono sconfitti (4). Dopo la vittoria di Pesto Alessandro sarebbe ritornato sul Jonio seguendo questo itinerario. Dapprima avrebbe rasentato il litorale tirrenico passando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani; da Lao sarebbe risalito alle sorgenti del Laino (p. 30); di qui si sarebbe immesso nella valle del Sinni (p. 20), e avrebbe infine raggiunto Eraclea (5). Secondo altri, Alessandro “ridiscese verso sud per prendere alle spalle i fuggiaschi Lucani, percorrendo la valle del Tanagro, la via più tardi scelta da Alarico, che doveva riuscire ad ambedue parimenti funesta” (1 – p. 96).”. Da questo passaggio del Magaldi, intanto si evince che lla citata “Scidro” “pasando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani;” e, scriveva pure che queste città, compreso Scidro erano non molto distanti da Pesto e si trovavano come Pesto e Velia avrebbe “rasentato il litorale tirrenico”. Il Magaldi, a p. 95, nella sua nota (2) postillava che: “(2) F. Lenormant, La Grande-Grèce. Paysages et histoire, vol. I, Parigi, 1881, p. 40”. Il Magaldi a p. 95, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Ciaceri, o. c., III, p. 11. L’itinerario terrestre è sostenuto anche dal Beloch, Griechische Geschchte, Strasburgo, 1887, vol. II, p. 594, nonchè dal Racioppi, o. c., I, p. 322.”. ll Magaldi, a p. 95, in proposito scriveva che: “Dopo la vittoria di Pesto Alessandro sarebbe ritornato sul Jonio seguendo questo itinerario. Dapprima avrebbe rasentato il litorale tirrenico passando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani; da Lao sarebbe risalito alle sorgenti del Laino (p. 30); di qui si sarebbe immesso nella valle del Sinni (p. 20), e avrebbe infine raggiunto Eraclea (5).”. Dunque, come vedremo in nota, il Magaldi, sulla scorta di Emanuele Ciaceri, ed io aggiungo del Pais, scriveva che, Alessandro il Molosso, dopo aver conseguito, nel 332 a.C., una schiacciante vittoria sui Lucani a Pesto, sarebbe ritornato sulle coste del mar Ionio seguendo un itinerario costiero fino a Lao, ovvero, scrive il Magaldi, che il Molosso si allontanò con le sue truppe da Pesto, “rasentato il litorale tirrenico passando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani;”, quindi probabilmente seguendo un itinerario marittimo giunse a Pixunte, a Scidro ed infine a Lao che erano città Lucane, come del resto Pesto. Il Magaldi, a p. 95, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Ciaceri, o. c., III, p. 11. Il Ciaceri ricostruisce questo itinerario dalla notizia contenuta in Stefano Bizantino, sotto la voce “Scidro”, che questa città era ricordata dallo storico reggino Lico a proposito delle imprese di Alessandro. Senonchè la stessa notizia è servita al Pais, La Spedizione, ecc…., cit., p. 170 seg. per sostenere che il Molosso pervenne a Pesto per via di mare. Sul probabile sito di Scidro si dirà in seguito.”. Il Magaldi, nella nota (5) citava Ettore Pais (….), e la sua opera “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia. Nota letta alla R. Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, dal socio ordinario residente Ettore Pais.”. Il Magaldi citava l’opera di Emanuele Ciaceri (….), il vol. III della sua “Storia della Magna Grecia”, ma a p. 11. Infatti, Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, vol. III, (ed. del 1932), a p. 11, ci parla della spedizione di Alessandro il Molosso ed, in proposito scriveva che: “Lucani e Sanniti, prima ch’egli scendesse al piano, gli andarono incontro ma furono battuti; onde v’è da supporre che sia entrato a Pesto (2). La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la littoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo le sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea.”. Dunque, il Ciaceri ci parla dell’itinerario che Alessandro il Molosso seguì prima di far ritorno ad Eraclea sulle coste dello Ionio. Il Ciaceri scriveva che il Molosso, da Pesto fece ritorno passando per Pissunte, per Scidro ed infine a Lao, che erano da lungo tempo città dei Lucani, ora vinti a Pesto e, a Pissunte, Scidro e Lao fece “dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote”. Il Ciaceri, nel vol. III, a p. 11, nella nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (STEPH. B. s.v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”.
Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, di cosa si tratta ?. A cosa si riferiva il Ciaceri quando scriveva della “spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV” ?. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 299 riferendosi allo storico Lico di Reggio (….) ci dice di Alessandro il Molosso ed in proposito scriveva che: “fra le altre cose, egli scrisse un libro ‘Intorno ad Alessandro’….ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); il quale, come vedremo, era avanzato prima da Brindisi sino ad Arpi nella Daunia, a sud della regione dei Frentani ov’è appunto la città di Larino (fr. 2) ed aveva compiuto, dopo, una spedizione per via interna da Metaponto sino a Pesto per prendere alle spalle i Lucani e Sanniti, donde quindi aveva fatto ritorno ad Eraclea verisimilmente lungo la via littoranea del Tirreno, ove, fra le altre, sorgeva la cittadina di Scidro (fr. 1), colonia di Sibari (4). Ecc..”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Fernando La Greca (33), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ riferendosi all’opera di Lico di Reggio su Alessandro il Molosso “Etnika” scriveva che: “In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] “a Sapri, le ceramiche di fine VI secolo trovate alle falde della collina del Timpone sembrano confermare l’ipotesi di coloro che localizzano qui una città greca arcaica, subcolonia dei Sibariti, di nome Scidro (Skidròs).”. Fernando La Greca (33) scriveva che l’unica fonte o citazione di una “Scidro” è un brano del “lessico” di Stefano Bizantino, “….dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ecc…” e, dove: “si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.”. Il La Greca, riguardo “Scidro” scriveva pure che: “ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (3). Il La Greca (….), nella sua nota (….) postillava di “(3) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.”. Il La Greca scriveva che nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio o Bizantino (….), viene riportata l’opera di Lico di Reggio, “Etnika”, in cui si narra del passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso, condottiero che fu chiamato dalla città di Taranto per sconfiggere i Sanniti nel ‘334 a.C.. e cita l’opera di Costantino Gatta (…). Dunque, il La Greca scriveva che Stefano di Bisanzio (….), nel suo “Lessico Geografico” riportava un libro di Lico di Reggio che citava “Scidro” dove lo storico reggino narrò il passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso. Il La Greca scriveva che Alessandro il Molosso, nell’anno ‘334 a. C. (IV sec.), a.C., fu chiamato dai Tarantini di Sicilia per vincere i Sanniti che volevano conquistare la città. Alessandro il Molosso giunse in Italia con una flotta di navi e dopo essersi fermato a Scidro “e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.”. Dunque, secondo la notizia riportata dal La Greca, egli deduceva che “Scidro” avesse un porto nell’anno ‘334 a.C..Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. II, nel capitolo VI “Le imprese di Alessandro il Molosso”, a pp. 272-273, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti aveva dato prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande……. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani,…….Alessandro il Molosso, al quale Taranto si rivolgeva, era principe ambizioso e di gran valore ed accettò l’invito con la speranza di fondare un grande impero in Occidente. Nello stesso anno in cui suo nipote Alessandro il Grande muoveva alla conquista dell’impero Persiano, egli si volgeva in Italia, sapendo di avere impresa, …..Giunto però a Taranto, il principe Molosso……Ma, guastatosi coi Tarantini, fece fulcro della sua potenza la città di Thuri, loro nemica (dei Tarantini), minacciata dai Bretti e, per vendicarsi di Taranto, trasportò nel territorio di Thuri la sede dell’assemblea degli Italioti. Ben presto però Alessandro si accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occupata da quelle genti forti e selvagge; ed allora concepì l’ardito disegno di assalirli alle spalle, trasportando parte delle sue forze per mare presso alle foci del Silaro, partendo dai confini di Pesto, discendendo le valli, che penetrano nel cuore del paese dei Bretti e raggiungono le coste dell’Ionio…..Il disegno non riuscì. I Bretti si difesero disperatamente presso il fiume Acheronte e nel passare la riviera il re d’Epiro venne ucciso da un esule Lucano. La sua morte avvenuta verso il 331-330 a.C. segnò la fine della potenza di Thuri ed un periodo di incontrastata superiorità per i Bretti (verso il 330 a.C.).”. Dunque come abbiamo visto il Pais non dice nulla circa le notizie di un passaggio di Alessandro a Scidro e a Pixunte. Ettore Pais (…), però scrisse in proposito il libro ‘La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia. Nota’, Napoli, Stab. Tip. della R. Università, 1902. Dunque come abbiamo visto il Pais non dice nulla circa le notizie di un passaggio di Alessandro a Scidro e a Pixunte. Ettore Pais (…), però scrisse in proposito il libro ‘La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia. Nota’, Napoli, Stab. Tip. della R. Università, 1902. Il Pais, nel suo “Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli” dedica un capitolo alla questione intitolato “IL TESTO DI LIVIO ( VIII 24 , 4 ) RELATIVO ALLE GESTA DI ALESSANDRO IL MOLOSSO IN ITALIA” . Dunque, è Tito Livio (….) che ci racconta della spedizione di Alessandro il Molosso contro i Lucani alleati dei Brezii. Il Pais, a p. 516, nelle sue note al testo riguardo la p. 223 sgg. postillava che: “p. 223 sgg. Intorno alle imprese di Alessandro il Molosso v. la mia memoria edita nell’Italia Antica vol. II, p. 163 sg. ove raccolgo tutto il materiale relativo a questo periodo.”. Da qualche parte ho letto che fu Giustino a fornire alcune utili informazioni che ci riguardano. Infatti, il Pais, nelle sue note al vol. II, postillava che: “p. 255 sgg. Intorno al sorgere dei Brutti porgono dati assai brevi e incompiuti, Diod. XVI, 15, Strab. VI, P. 255 C., Iustino XXIII, I, il quale insiste sulla loro ‘feritas che ‘diu terribilis finitimis fuit’. Degno di nota è anche il passo di Livio XXIV, 3, 12 ove i Crotoniati ecc..”. Infatti, Ettore Pais, nella sua “Italia Antica”, vol. II, a p. 164, in proposito scriveva che: “Ne è abbastanza chiara da qual fonte originaria derivi il racconto drammatico, che dalla fine di quel principe ci è conservato il Livio (1).”. Il Pais, a p. 164, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Livio, VIII, 3; 17; 24; cfr. Iustino, XII, 2, 12. Strab., VI, p. 256 C.; 280 C.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo populi adversus regem exensionem a Paesto facientem signis conlatis pugnaverunt eo certamine superior Alexander, incertum qua fide culturus si perinde cetera processissent, pacem cum Romanis fecit”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος εν τω περι ‘Αλεξανδροο.”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie des Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”.

Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso”, a pp. 143-144 e ssg., in proposito scriveva che: “Risalendo il territorio metapontino per la valle del Bradano, Alessandro, avrebbe potuto attraversare tutto quanto il territorio dei Lucani e ferire nel cuore del loro impero i più vigorosi tra i suoi nemici meridionali. Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno che un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Il Pais, a p. 143, nella nota (1) postillava: “(1) Beloch, griech. Geschichte, II, p. 594.”. Il Pais, a p. 143, nella nota (2) postillava: “(2) Liv. III, 17, 9: “ceterum Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo populi adversus regem exensionem a Paesto facientem signis conlatis pugnaverunt eo certamine superior Alexander, incertum qua fide culturus si perinde cetera processissent, pacem cum Romanis fecit”; Lyc. Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος εν τω περι ‘Αλεξανδροο.”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie des Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Dunque, il Pais conferma il percorso per via mare, che Alessandro il Molosso con il suo esercito fece per arrivare a Paestum (Pesto lucana) ed il passaggio da Laos e da Scidro. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a pp. 8- 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: “Chiesero, in fine, aiuto ad Alessandro il Molosso, re di Epiro; il quale accettando l’invito, con entusiasmo si affrettò a fare preparativi si da porsi presto in viaggio con 15 vascelli da guerra e numerosi navi cariche di truppe e di cavalli (2). Con quali propositi egli veniva in Italia (a. 334/3)?…..(p. 10) Alessandro comprese che per porre termine alla lotta era necessario fermare quella perenne fiumana di uomini alle sue sorgenti (5); e per questo egli decise di attuare una spedizione verso nord lungo l’interno del paese, sì da giungere a Pesto, l’antica Posidonia, che rappresentava, per così dire, la testa di ponte della potenza lucana, come un tempo l’era stata, in senso inverso, per lo Stato di Sibari (1)(p. 11). Quale via abbia tenuto, non è deto; ma puossi congettuarare che risalendo da Metaponto il corso del Casuento (Basento) e passando sotto Potenza raggiungesse le sorgenti del Tanagro, lungo il quale poi penetrava nella vallata del Silaro. Così avrebbe preso il nemico alle spalle. Lucani e Sanniti, prima ch’egli scendesse al piano, gli andarono incontro ma furono battuti; onde v’è da supporre che sia entrato a Pesto (2). La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Le basi del suo principato eran ormai gettate; e Lucani e Bruzzi si vedevan costretti a consegnargli numerosi ostaggi, ch’egli inviava in Epiro, mentre gli esuli provenienti dalla loro parte venivano a formare intorno a lui un corpo di guardia (4). E poichè i Romani assoggettarono il Lazio e posto piede in Campania diventarono finitimi dei Sanniti, era naturale che contro il comune nemico stringessero rapporti d’amicizia e di alleanza con il valoroso re (5).”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Non è ammissibile che si recasse per via di mare fino a Pesto, secondo la congettura del LENORMANT, La Grande-Grèce I p. 40 (vedi anche NIESE, Gesch. der griech. u. maked. Staaten I p. 476), seguita dal Pais, op. cit., p. 143.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella nota (5) postillava che: “(5) Iustin. XII, 2, 12: cum – Romanis foedus amicitiamque fecit.”. E’ proprio in questa postilla che il Ciaceri chiarisce la questione del percorso che fece il Molosso. Il Ciaceri non ammette il percorso enunciato dal Lenormant e dal Pais. Infatti, secondo Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande-Grèce”, vol. I, p. 40 scriveva che il Molosso si recò a Pesto per mare. Francois Lenormant (….), nel suo vol. I, della sua “La Grande-Grèce”, a p. 40 scriveva che: “…….

Sull’ingresso e la conquista di Posidonia di Alessandro il Molosso, il Ciaceri a p. 11, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Liv. VIII, 17, 9: “ceterum Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo populi adversus regem escensionem a Pesto facientem signis conlatis pugnaverunt.”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”.E’ poprio in questa postilla che il Ciaceri chiarisce ulteriormente la sua teoria (differente dal Lenormant), sull’itinerario militare del Molosso. Il Ciaceri scrive che proprio la citazione di Scidro, che fece Lico di Reggio, dice il Ciaceri che starebbe a dimostrare che il Molosso toccò le spiagge di Scidro nel viaggio di ritorno per via mare da Pesto. Secondo il Ciaceri, fu da Scidro che il Molosso risalì con le sue truppe le vie interne per arrivare a Eraclea sullo Ionio. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 299, ritorna sulla figura di Lico di Reggio (…) e cita di nuovo l’impresa del Molosso e Scidro, scrivendo che: “gli avrebbe inviato Lico un suo scritto riguardante l’Occidente (2), incomprensibile riuscirebbe che ciò egli facesse con un libro in cui, a giudicare dai due frammenti soprammenzionati, ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Ecc..”. Il Ciaceri, riferendosi al libro di Lico reggino “Intorno ad Alessandro”, nella sua nota (2) a p. 299, postillava che: “(2) v. LAQUEUR in R. E. XIII 2, 2406 sg.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a pp. 155-156 e ssg., in proposito scriveva che: “Strabone (l. c.) racconta che Turio fu ridotta in servitù dai Lucani; ma grandi danni non dovette subire, perchè, in seguito, fu come il quartier generale di Alessandro di Epiro, durante le sue operazioni in questa parte d’Italia….Si è visto come Alessandro di Epiro aveva fatto di Turio, la base delle sue ultime e sventurate imprese; Giustino anzi aggiunge (XII, 2, 15) che (il suo cadavere ebbe onorata sepoltura in questa città”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 79, in proposito scriveva che: “….L’accenno alla spedizione sul versante tirrenico compare soltanto nel testo liviano, mentre sia Strabone che Trogo/Giustino la ignorano. Accettata l’attendibilità della notizia (75), rimane da stabilire se quest’intervento sia stato preceduto dalle imprese nel territorio bruzio. E’ plausibile pensare che solo dopo le operazioni vittoriose nel Bruzio, con la conquista d’importanti centri tra cui la stessa Cosentia (Liv., VIII 24,4), egli abbia potuto spingersi verso il litorale tirrenico per cercare di sconfiggere la resistenza lucana (76). S’impone ora la domanda relativa all’itinerario seguito dalle sue truppe per raggiungere Paestum. Alcuni studiosi pensano, sulla scia del Beloch, che il re abbia attraversato tutto il territorio lucano penetrando poi nella pianura pestana, altri ritengono che vi sia giunto per mare (77). Una terza ipotesi, avanzata da Pareti, si fonda sulla possibilità di una marcia da Turì al Tirreno, rimontando per Scidro verso Paestum con l’intento di liberare le città costiere di Laos, Pyxus ed Elea; dello stesso parere è C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78). In effetti questa soluzione avrebbe permesso all’Epirota un viaggio celere e sicuro rispetto a quello che l’avrebbe portato dallo Ionio al territorio poseidoniate attraverso la valle del Basento, di Serra e poi il Tito, il Platano ed il Sele (79).”. La Catalano, a p. 79, nella nota (75) postillava che: “(75) C.A. Giannelli, art. cit., p. 12 n. 35”. La Catalano qui si riferisce al testo di C. A. Giannelli (….), “L’intervento di Archidamo e di Alessandro il Molosso in Magna Grecia”, in “Critica storica”, VIII, 1969. Vi è pure un altro testo molto interessante che ci parla di Scidro, di Lao e di Alessandro il Molosso. Si tratta di Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924. La Catalano, nel testo citato, a p. 18, in proposito scriveva che: “Alla base della tradizione raccolta da Giustino, epitomatore di Pompeo Trogo…”. Dunque, la Catalano, si riferisce all’opera di Giustino (….) e, da Wikipedia leggiamo: Marco Giuniano Giustino (in latino: Marcus Iunianius (o Iunianus) Iustinus; … – …; fl. II-III secolo) è stato uno storico romano dell’epoca degli Antonini. Di Giustino ci resta l’Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi, ossia il riassunto – non sappiamo quanto rispondente all’originale in percentuale di testo conservato – dell’opera dello storico narbonese d’età augustea. In effetti, Giustino resta fedele al proposito espresso nella Praefatio di estrapolare quanto non risultasse utile: eliminati i discorsi diretti, tipici della storiografia, e le digressioni troppo ampie, l’epitome di Giustino conserva lo scheletro della narrazione. L’opera, interessante più per la parte aneddotica che per quella storica, spesso disordinata ed erronea, ebbe larghissima diffusione nella tarda romanità. Essa risulta un ottimo esempio di epitome anche a livello stilistico, perché “nella forma e nella sostanza vi è la diseguaglianza propria di chi a volte si tiene vicino alla fonte, a volte se ne allontana così da compendiare intere pagine in brevi parole”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 79, in proposito scriveva che: “S’impone ora la domanda relativa all’itinerario seguito dalle sue truppe per raggiungere Paestum. Alcuni studiosi pensano, sulla scia del Beloch, che il re abbia attraversato tutto il territorio lucano penetrando poi nella pianura pestana, altri ritengono che vi sia giunto per mare (77). Una terza ipotesi, avanzata da Pareti, si fonda sulla possibilità di una marcia da Turì al Tirreno, rimontando per Scidro verso Paestum con l’intento di liberare le città costiere di Laos, Pyxus ed Elea; dello stesso parere è C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78). In effetti questa soluzione avrebbe permesso all’Epirota un viaggio celere e sicuro rispetto a quello che l’avrebbe portato dallo Ionio al territorio poseidoniate attraverso la valle del Basento, di Serra e poi il Tito, il Platano ed il Sele (79).”. Dunque, la Catalano parlando dell’itinerario che seguì l’esercito di Alessandro il Molosso che si recò con il suo esercito a conquistare la già lucana Pesto, elenca le diverse ipotesi fatte ed in proposito scriveva: “…C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78)”, ipotesi che in ogni caso presupponevano l’esistenza della città di “Scidro” da cui probabilmente il Molosso part’ con la sua flotta. La Catalano, a p. 79, nella nota (77) postillava: “(78) C.A. Giannelli, art. cit., p. 16, definisce “più convincente” l’ipotesi del Pareti.”. La Catalano, a p. 79, nella nota (77) postillava che: “(77) Per l’elenco delle diverse ipotesi v. M. Liberanome, art. cit., p. 91, n. 1″. La Catalano, a p. 79, nell nota (77) si riferisce al testo (v. a p. 57, nota (17)), di Manfredo Liberanome (…) ed il suo “Alessandro il Molosso e i Sanniti”, in “Atti Accad. Scienze Torino”, CIV, 1969-70, p. 91, n. 1. Infatti, Manfredo Liberanome (….), nel suo saggio “Alessandro il Molosso e i Sanniti”, a p. 88 e sgg., in proposito scriveva che: “Il re d’Epiro, infatti, dopo una serie di operazioni compiute in Apulia, fin verso il Gargano, non tanto per difendere i tarentini, quanto per avere le più ampie possibilità di comunicazione con l’Epiro indipendentemente da Taranto ed una base per le future operazioni (I), aveva stipulato un accordo con i Pediculi o Peucezi (2), evidentemente in funzione antisannita, ed aveva tolto ai Lucani alcuni centri che essi avevano conquistato (3).”. Dunque, il Liberanome, in proposito scriveva che, Alessandro il Molosso: “aveva tolto ai Lucani alcuni centri che essi avevano conquistato (3).”. Il Liberanome, a pp. 89-90, nella nota (3) postillava che: “(3) Credo che le operazioni di Alessandro contro i Lucani (e i Bruzi) si siano svolte in due tempi, separati dalla spedizione a Paestum e dalla battaglia avvenuta presso quella città (forse vicino al Silaro che segnava il confine con la Campania). Alla prima fase operativa appartiene la conquista di Eraclea, di Terina, di Cosenza (Liv. VIII 24, 4), di Scidro (v. Steph. Byz., s.v.) citata da Lico di Regio (Muller, F.H.G., II, p. 370 e Jacoby, F. Gr. Hist., II B, p. 525) l’unico, per quanto ci consta, che narrasse le imprese di Alessandro.”. Il Liberanome, dopo aver postillato di Scidro e delle notizie riguardo Scidro contenute in Lico di Regio e riportate da Stefano di Bisanzio, postillava ancora su altri centri conquistati ai Lucani da Alessandro il Molosso, come ad esempio, Terina e Cosenza che fu tolta ai Bruzi. Sempre il Liberanome, a p. 90, nella nota (3) postillava: “(3)….Certo la situazione impose al re tempi e movimenti affrettati, per cui non è pensabile, ad es., che egli avesse costruito le mura di Potentia lucana (v. M. Napoli, La Grande Grecia, cit., p. 207). Sull’itinerario di Alessandro v. anche E. Lepore, Incontri di economie e di civiltà, in ‘Vie della Magna Grecia’ (Atti del II Convegno di Studi sulla M. G.), Napoli, 1963, p. 219.”. Infatti, la Catalano, sulla scorta del Liberanonome, a p. 79, nella nota (76) postillava che: “(76) Per l’itinerario del Molosso v. E. Lepore, Incontri di economie e di civiltà, in “Atti II Conv. St. sulla Magna Grecia”, cit., p. 219″. Riguardo la postilla della nota (76), Ettore Lepore (….), in “Atti del II Convegno di Studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto etc…” (in “Vie della Magna Grecia” – AA.VV.), in “Documentazione e bibliografia”, a p. 219 egli scriveva che: “Per Alessandro il Molosso, il suo itinerario e i rapporti con Roma, cfr. sopratutto Iust. XII, 2, 5-11; Liv. VIII, 3, 6; 17, 9; 24, l ss. e spec. 17, 9-10 (Iust., XII, 2, 12); a quest’opera va oggi datato anche il trattato tra Roma e Taranto etc…”. Dunque, dopo aver citato una tesi insostenibile di Mario Napoli, che altrove abbiamo visto ciò che scrisse e dice di Scidro, il Liberanome, sull’itinerario di Alessandro il Molosso cita il testo di Lepore. Sempre il Liberanome, a p. 91, in proposito scriveva che: “Probabilmente per far cessare tale aiuto e per affermare, anche nei confronti di Roma, la propria presenza sulla costa tirrenica, lontana dal primo teatro delle sue operazioni, Alessandro si portò a Paestum con la flotta, preferendo – credo – questa soluzione, che gli offriva il duplice vantaggio della maggiore celerità e della maggior sicurezza, a quella di una lunga e difficile marcia in un territorio che egli doveva sapere ostile (I), e, poco distante da quella città, si scontrò vittoriosamente con le forze che i Lucani ed i Sanniti gli avevano posto di fronte.”. Il Liberanome, a p. 91, nella nota (I) postillava: “(I) Il passo di Livio (VIII, 17, 9: regem escensionem a Pesto facientem) è ambiguo ed ha reso discordi i moderni, tra i quali alcuni ritengono che Alessandro sia giunto per via di terra (ad es. Beloch, Gr. Gesch., III (2), I, p. 598, n. I; Ciaceri, op. cit., III, p. 11, n. I; Wuilleumier, Tarente, cit., p. 86; Pareti, Storia di Roma, cit., I, p. 521) altri per via di mare (ad es., Lenormant, La Grande-Grèce, I, Paris, 1881, p. 40; Pais, Stor. Crit. di Roma, IV, p. 326; Honingmann, in R. E., XIII, col. 1545 s.v. Lucani; M. Sordi, Roma e i Sanniti, cit., p. 31). Propendo per questa seconda ipotesi. L’esistenza della flotta di Alessandro è attestata da Aristotele, frg 614 (Rose).”. Il testo di Pierre Wuilleumier, ed il suo “Tarento, des origines à la conquete romaine”, 1939. Ettore Pais, nel suo “Storia critica di Roma”, vol. IV, a p. 326, in proposito scriveva che: “Trasportato per mare un esercito sulle coste del Tirreno e sbarcatolo a Posidonia a sud del Silaro (a Paestum dei Lucani), s’incamminò per quella valle del Tanagro che attraversando la Lucania conduce alla regione dei Bruzi (3). La popolazione indigena dei Bruzi, che nella seconda metà del secolo V, era stata per un poco assoggettata dai Lucani, da qualche decennio si era emancipata. Strettasi in potente federazione, che aveva per sede Pandosia nella valle interna del Crathis, antica reggia delle popolazioni Enotriche, si era accinta a conquistare le sottoposte città Elleniche. Terina per la prima era venuta in loro potere nel 356, e nel coso della loro conquista s’insignorirono di Eiponion già colonia di Locri (Vibo) e poi di Thurii.”. Il Pais, a p. 326, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. VIII 17, 9; cfr. con Lyc. Rheg. apud Step. Byz., s.v. Σκιδρος; cfr. le mie Ricer. Stor. geogr., p. 143.”, che ho già riportato.
Nel 333 a.C., Vibonati, colonia dei Fenici scampati alla distruzione di Tiro
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia”, a p. 158, in proposito scriveva che: “Bosio, nelle sue “Note alla VII Epistola ad Attico di Cicerone”, lasciò intendere che Vibonati, nel IV secolo a.C., fosse colonia dei Fenici, definendola “Vibo oppidum Thuriorum”. La notizia, anche se non confermata può essere ritenuta di una certa attendibilità. Difatti, Alessandro il Grande, una volta sconfitto Dario III nella grande battaglia di Isso (333 a.C.) volendo completare la conquista dei paesi costieri del Mediterraneo, invase la Fenicia e, dopo un lungo assedio, prese e distrusse, in quello stesso anno, la famosa e fiorentissima città di Tiro (12).”. Il Guzzo, a p. 158, nella nota (12) postillava: “(12) U. Nicolini, Storia Orientale e Greca – Torino – Utet, 1960, pag. 282”. Ugo Nicolini (….), nel suo “Storia Orientale e Greca”, nel cap. V dedicato alla “Storia dei Fenici”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Fu poi conquistata da Ciro, re dei Persiani, e infine da Alessandro Magno, il quale la sottomise nel 332, dopo aver assediata e distrutta Tiro, che si difese a lungo con grande ardimento.”. Il Nicolini, a p. 282 ci parla di Dario III che fuggì verso l’interno dell’Asia abbandonando la famiglia ma ovviamente non dice nulla di Vibone o Vibonati come afferma il Guzzo. Da Wikipedia leggiamo che i Fenici, dopo la battaglia di Isso contro Dario III, una volta ricostruita Sidone nel 345 a.C., poiché fondamentale base strategica, si arrende spontaneamente insieme ad Arado e Biblo all’arrivo di Alessandro. Tiro si oppone e viene cinta d’assedio: il conquistatore unisce l’isola alla terraferma e conquista la città, che tuttavia mostra in seguito una ripresa. La cultura greca, già nota dai commerci, presenta un’accelerazione dell’ellenizzazione: gli influssi artistici e le assimilazioni divine evidenziano un’interazione fra le due culture (Bonnet)[non chiaro], e un fatto lento e con ritorni (Moscati).[non chiaro] Dal I secolo a.C. si osserva l’intervento di Roma, che nel 64 a.C. istituisce la provincia di Siria, comprendendo le città fenicie. Il periodo sarà economicamente benefico, arricchito dallo splendore delle città di Tiro e Beirut. Il Guzzo continuando il suo racconto, in proposito scriveva ancora che: “I Fenici scampati alla devastazione ed all’eccidio della loro capitale, fuggirono, con le loro agilissime navi, per le coste occidentali del Mediterraneo, rifugiandosi in vari paesi. Alcuni di essi sbarcarono nel Sinus Vibonensis e attratti dalla fertilità dei campi, dalla rigogliosa vegetazione dei boschi circostanti e dalla grande ricettività del litorale che molto somigliava a quello dell’abbandonata patria, vi si stabilirono e vi fondarono alcune colonie. Una di esse dovette essere Vibone, e tae avvenimento sembra essere confermato dal nome che ancora oggi il rione più alto di Vibonati porta di “Tirone”, da Tiro appunto. Ma i Fenici non trovarono disabitate queste terre. Etc…”.Dunque, il Guzzo riporta una notizia di Bosio (….), che, secondo lui: “…nelle sue “Note alla VII Epistola ad Attico di Cicerone”, lasciò intendere che Vibonati, nel IV secolo a.C., fosse colonia dei Fenici, definendola “Vibo oppidum Thuriorum”.”. Intanto bisogna chiarire se questa fosse una notizia di Bosio o si trattasse di una notizia dataci da Cicerone nelle sue “Epistole ad Attico”. Cicerone, nelle sue lettere all’amico Attico, scrisse che in diverse occasioni si era fermato ad “Hipponem”. Sempre parlando di questa località, nel Bruzio e non distante da Reggio Calabria, Cicerone riportò delle notizie storiche riguardanti le origini di quei luoghi, delle poplazioni che ivi si femarono probabilmente già prima dell’VIII secolo a.C.. Ma Cicderone si riferiva alla Hipponium. Da Wikipedia leggiamo che Vibo Valentia, già Monteleone fino al 1863 e Monteleone di Calabria dal 1863 al 1928. Corrisponde all’antica Hipponion (Ἱππώνιον), importante città della Magna Grecia su cui sorse poi la colonia romana di Valentia. Tuttavia, è vero che sulle lettere di Cicerone vi sono delle distanze che non tornano e molti pensano che la Hipponion citata da Cicerone non fosse la colonia romana di Valentia ma si trattasse della “Vibone Lucana” che poi sarebbe Sapri. La questione è stata da me trattata quando parlo di Cicerone e delle sue lettere e dei riferimenti al “Fundus Siccae”.
Nel 317 a.C., Nerulum durante la seconda guerra Sannitica
Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 181 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Era l’anno 317 a.C., ed essendo spirata la tregua di due anni stabilita coi Sanniti e coi loro confederati, i due nuovi Consoli Giunnio Bubulco ed Emilio Bardula si diressero contro la Puglia. Dopo averla domata, Giunnio irruppe nella Lucania, s’impadronì d’Acerenza, o, secondo altri, Florentia, ed, indi, essendo giunto repentinamente l’altro Console Emilio – il quale era rimasto momentaneamente nella Puglia per assicurare i nuovi acquisti – Nerulo fu preso per forza. Quell’impresa è così rapidamente descritta da Tito Livio nel libro IX n. 20 delle Storie: ‘Apulia perdomita – nam Acherontia (altri leggono Ferento) valido oppido, Junius potitus erat – in Lucanos perrectum. Inde, repentino adventu Aemilii Consulis, Nerulum vi captum (1). Se dunque, secondo la narazione Liviana, i due Consoli Romani, dopo avere espugnato quell’altra Città, percorsero per la prima volta trionfalmente buona parte della Lucania, e si diressero ‘viribus anitis contro Nerulo, quasi per ferire nel cuore la forte nazione Lucana, è facile argomentare che Nerulum, vi captum, fosse di considerevole importanza, e, per essere stato espugnato a viva forza dalle legioni romane, sorgesse in sito ben fortificato, come si può supporre sulla rupe di Lagonegro, meglio che negli altri luoghi indicati da coloro, che vorrebbero altrove collocare Nerulo. Anche il Corcia ritiene ciò nl vol. III pag. 71 della Storia: “Poichè, nel 436 di Roma, la città di Nerulo veniva presa con la forza dal Console Emilio Barbula nella seconda guerra Sannitica, non è dubbio che fu una città fortificata, della quale, del resto, non rimase altra ricordanza nella storia”. Ci vuole che siano andati dispersi i libri della seconda Deca di Livio, nei quali si parlava più diffusamente delle cose e delle guerre lucane, poichè, forse, in essi si sarebbero trovate maggiori notizie di Nerulo, il cui nome non appare in quel glorioso periodo storico.”. Il Pesce, a p. 182, nella sua nota (1) postillava: “(1) Il Prof. Ettore Pais, nella sua Storia Critica di Roma durante i primi cinque secoli, vol. I: I opina che l’ignoto Nerulo, espugnato dai Consoli Bubulco e Barbula, sia diverso da Nerulo sulla via Popilia, che egli dice a nord di Turio, i quale era sito nell’opposto versante del Jonio, vicino Sibari. Ma questa congettura non ha fondamento, perchè nessun altro Nerulo esisteva nella Lucania; e non deve far meraviglia se gli eserciti romani, dopo occupata Acerenza o Forenza, percorrendo la via Erculea, che congiungeva quella plaga Venosina col nostro Nerulo, giungessero repentino adventu ad espugnare anche questo.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ecc..”, a p. 22, in proposito scriveva pure che: “la prima volta che i Lucani sono ricordati con sicurezza durante la guerra è all’a. 317 e non come alleati dei Romani, i quali invece, affermata la loro posizione in Apulia e conquistata Ferento, nel territorio di Venosa al confine lucano, si volsero contro i Lucani impadronendosi della città di Nerulo (1).”. Il Ciaceri, a p. 22, vol. III, nella nota (1) postillava: “(1) Liv. IX 20, 9: Che il Nerulum liviano sia da far corrispondere all’odierna località di Rotonda, nella parte meridionale della Lucania e proprio fra le sorgenti del lao e del Siri (Nissen It. Landesk. II p. 905), non par verosimile.”.
Nel 274 a.C. (III sec. a.C.), SCIDROS passò alla lega di Roma
Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, a p….. riferivo che il Battisti (32) parlando di Sapri e di Scidro aveva scritto che: “In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma.”. Nella mia nota (32) postillavo che: “(32) Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), di “Scidro”, a p. 37 (p. 273), in proposito scriveva che: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri che ha certamente una storia preromana, mentre ‘Sanza’, si connetterà quasi certamente (ma non so in che modo) coi ‘Sontini’ lucani della lista Pliniana…..cfr. Rohlfs, op. cit., 449 (ma non sò se è riferito a Sapri).”. Il Battisti, a p. 47 e ssg., in proposito scriveva: “Passando alla documentazione diretta di toponimi usati qui dai Romani, si collocheranno fra parentesi quadre i nomi di luogo delle località già ricordate. Precedono i toponimi di centri abitati, seguono gli idronimi e gli oronimi. a) I CENTRI ABITATI….In latino non esiste questo nome, anche se scrittori locali ci dicono che Scidrus passò nel 273 alla « lega di Roma ». Caso analogo ci si presentò nel binomio Buxentum-Policastro (che in origine era una località abitata presso Buxentum e ne ereditò la sede episcopale nel V secolo). Incerta la posizione di Blandae che fu conquistata dai Romani nel 214 e deve essere stata una città costiera nei pressi di Maratèa; secondo il Nissen, II, 899 dovrebbe essere cercata sul colle di Piarella. Il Geografo Ravennate colloca fra Blandæ e Buxentum una città ‘Cessernia’ che dunque potrebbe esser cercata tanto a Sapri quanto a Lauria.”. Il Battisti, nell’analizzare i diversi nomi dei centri dell’antica Lucania e del Cilento, a p. 53 e ssg., in proposito scriveva: “S A P R I ; non fu ritrovato un nome latino, ma il centro fu certamente abitato in epoca romana. Etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“. Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 23 e sgg., in proposito scriveva che: “La romanizzazione della Lucania avvenne nella prima metà del III sec. a. C., dopo le guerre (280 – 275 a.C.) contro Pirro, re dell’Epiro, chiamato in aiuto da Taranto (24) contro Roma, la quale ad ogni modo già con le guerre sannitiche (343 – 290 a.C.) si era impadronita della Campania centrosettentrionale. Con la fondazione d’una colonia latina a Poseidonia (ribattezzata Paestum)(25) nel 273 a.C. il dominio di Roma risultò ormai stabilito. La mancanza di unità politicomilitare all’interno della Confederazione lucana (26) etc…La presenza dei vincitori determinò, in un primo tempo, misure dure nei confronti dei vinti. Le mura “ciclopiche” furono abbattute, il territorio occupato, gli abitanti dei pagi costretti a fuggire. In tutto il Cilento meridionale e nel Vallo di Diano si riscontrano indizi di un processo di devitalizzazione del territorio. Si tenga conto, d’altra parte, che anche la guerra annibalica coi suoi guasti coinvolse, seppure indirettamente, le aree anzidette. Negli ultimi anni della Seconda guerra Punica (218 – 212 a.C.) infatti, prima e dopo la battaglia di Canne (216 a.C.), la fascia costiera si schierò coi Romani e quella interna fu soggetta alle scorrerie di Annibale (28). Un brano di Silio Italico ricorda i giovani bussentini (‘Buxentia pubes’) che affrontarono i Cartaginesi semplicemente con robuste clave non levigate (‘irrasae robora clavae’)(29); e Livio scrive che ‘Volcei’ (Buccino) prima accolse tra le sue mura un presidio cartaginese, poi lo consegnò (209 a.C.) al console romano Quinto Flavio Flacco (30). Già negli anni della prima guerra punica (264 – 241 a.C.) i Cartaginesi avevano tormentato, con le loro incursioni, la fascia costiera, con lo scopo di tenere in apprensione le truppe romane che agivano nell’interno (31). Lo stesso Annibale nel 261 – 260 aveva saccheggiato i centri del litorale tirrenico (32). Per questo motivo Roma nel 197 a.C. stabilì di fondare una colonia a Pyxous (propositivo che si atuò nel 194 a.C.), con lo scopo di disporre di una base di controllo costiero ai margini dell’area lucana. Fu allora che ‘Pyxous’ fu battezzata ‘Buxentum’ (33).”.
Nel 216 a.C. (III sec. a.C.), Annibale nel basso Cilento e nel Vallo di Diano ?
Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 23 e sgg., in proposito scriveva che: “Negli ultimi anni della Seconda guerra Punica (218 – 212 a.C.) infatti, prima e dopo la battaglia di Canne (216 a.C.), la fascia costiera si schierò coi Romani e quella interna fu soggetta alle scorrerie di Annibale (28). Etc….Già negli anni della prima guerra punica (264 – 241 a.C.) i Cartaginesi avevano tormentato, con le loro incursioni, la fascia costiera, con lo scopo di tenere in apprensione le truppe romane che agivano nell’interno (31). Lo stesso Annibale nel 261 – 260 aveva saccheggiato i centri del litorale tirrenico (32). Per questo motivo Roma nel 197 a.C. stabilì di fondare una colonia a Pyxous (propositivo che si atuò nel 194 a.C.), con lo scopo di disporre di una base di controllo costiero ai margini dell’area lucana. Fu allora che ‘Pyxous’ fu battezzata ‘Buxentum’ (33).”. Fusco, a p. 40, nella nota (28) postillava: “(28) Cfr. A. Capano: I lucani. Un profilo sintetico tra storia e archeologia, in Ann. St. di Princ. C., 1 – 2, 2005, p. 86AA. VV.: Archeologia e territorio. Ricognizioni, scavi e ricerche nel Cilento, Agropoli, Ediz. dell’Alento, 1992, p. 32 sg. Cfr. Livio, XXII, 61, 11 – 12. Sulla (probabile) presenza di Annibale nella Lucania occidentale, quindi nel Cilento meridionale e Vallo di Diano, cfr. ancora Livio, XXV, 19, 6 – 17.”. Fusco, a p. 40, nella nota (31) postillava: “(31) Polibio, I, 56; Livio XXV, 51″. Fusco, a p. 40, nella nota (32) postillava: “(32) Ivi. Zonara, 8, 10. Oltre a Paestum solo Elea – Velia, tra le città costiere, fu di supporto ai Romani con la sua flotta.”. Fusco, a p. 40, nella nota (33) postillava: “(33) Cfr. cap. I, n. 29; cap. II, n. 10. I Romani si limitarono a tradurre nella loro lingua il termine greco: da Pyxous (toponimo attestato da Strabone, VI, 253; Diodoro, XI, 59; Stefano Bizantino) a Buxentum (Tolomeo, III, 1, 18), come dire dall’etimo greco (pyxos = bosso) a quello latino (buxus), finitimi di pari significato (Plin., Nat. Hist., III, 72: oppidum Buxentum Graece Pyxus). Da un fitonimo (nome di pianta) quindi derivò il nome del fiume e quello dell’abitato. Scrive il naturalista plinio il Vecchio (Nat. Hist., XVI, 28, 70 – 71): “Il legno di bosso è fra i più pregiati …..pregevole per una certa robustezza e il colore giallo chiaro. L’albero vero e proprio si usa anche nell’allestimento dei giardini. Ve ne sono tre specie….; la terza specie è detta nostrana, di origine selvatica, ma ingentilita dalla coltivazione…Pianta sempre verde, si presta bene ad assumere forme svariate con la potatura…Il bosso predilige le zone fredde ed esposte al sole; al fuoco oppone la stessaresistenza del ferro”. Gli antichi col termine buxus indicavano la pianta, con ‘buxum’ la materia lignea usata per vaie lavorazioni.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 5, in proposito scriveva che: “La storia di Bussento si intreccia con un importante evento del passato: la battaglia di Canne. Essa fu la più grande battaglia della seconda guerra punica, combattuta tra Romani e Cartaginesi. Si svolse il 2 agosto del 216 a.C. e fu vinta dai Cartaginesi comandati da Annibale. In questo scontro perirono circa 50.000 Romani, tra i quali lo stesso console Lucio Emilio Paolo e, la maggior parte di quelli che sopravvissero, quasi tutti feriti, fu fatta prigioniera. Prima della battaglia Annibale, parlando ai suoi soldati, promise loro, qualora avessero riportato vittoria sui Romani, a libera scelta, le fertili pianure italiche: sia il suolo di Laurento se fosse loro piaciuto, sia il terreno di Bussento se fosse stato di loro gradimento. Prima della colonizzazione romana, Bussento si mosse contro Annibale: la retroguardia del suo esercito fu attaccata dai bussentini, alleati di Roma che, armati di mazze e forche, riuscirono ad allontanare i nemici dal proprio abitato. Di questo scrisse Silio Italico nel suo Poema sulla II guerra Punica: “…falcatos enses, et quae Buxentia pubes aptabat dextris irrasae robora clavae.” Trad.: “…i giovani di Bussento erano armati di spade a forma di falce e di bastoni nodosi di rovere.” Silio Italico ammira il verdeggiante scenario della guerra punica, nel quale eccellono le lussureggianti valli bussentine rigogliose di messi, di vigneti e di frutteti: Seu Laurens tibi Sigaeo sulcata colono arridet tellus; seu sunt Buxentia cordi rura magis, centum Cereri fruticantia culmis electos optare dabo inter praelia campos. Trad.: “(Annibale promise ai suoi soldati) sia il suolo di Laurento, se fosse loro piaciuto perché era arato dal colono Sigeo; sia il terreno di Bussento, se fosse di maggior gradimento perché germogliante di centinaia di piante e di folte biade in onore di Cerere, campi scelti fra le battaglie.”. Ma Annibale fu sconfitto a Zama (202 a.C.), così il premio desiderato e sognato restò ai romani!”.
Nel 214 a.C. (III sec. a.C.), Tito Livio e il “SAPRIPORTO” ai tempi della 2° guerra Punica contro Annibale
Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio racconta della sconfitta della quadra romana di Dezio Quinzio mentre scortava un convoglio di grano dalla Sicilia a Taranto. Forse riguardo una citazione del “Sapriporto” di cui parla Livio è in Luca Holstenio citato dal Laudisio. Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. Tito Livio ci parla di una battaglia navale avvenuta a Sapriporto nel corso della 2° guerra Punica o contro Annibale. La cosa strana è il nome di questo specchio di golfo chiamato da Livio “Sapriporto” in quanto si trattava di un toponimo che indica un luogo a 15 miglia dalla città di Taranto, dove appunto si svolse la battaglia navale tra le forse cartaginesi di Annibale e quelle Romane. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, nell’indice generale, alla voce “Sapriporto”, a p. 345, in proposito scriveva:“Sapriporto, battaglia navale fra Tarantini e Romani, III 175 sg.”. Infatti, il Ciaceri, a pp. 175-176 del vol. III, in proposito scriveva che:“Vero è che in quei giorni le cose non erano andate bene per i Tarentini che, uscita dalla città a foraggiare in numero di alcune migliaia s’eran visti improvvisamente assaliti dalle milizie romane di presidio, lasciate fuori dalla roca da M. Livio, e, mentre eran sparsi e vaganti per la campagna, sbaragliati e posti in fuga; (2) ma intorno allo stesso tempo eran riusciti a far partire sul mare la sconfitta ad una squadra romana che scortava un carico di grano proveniente dalla Sicilia e destinato al presidio di Taranto. Era stato affidato l’incarico della scorta a Decio Quinzio, noto per i suoi atti di valore, il quale era arrivato ad avere sotto il suo comando circa venti navi, dopo che 12 ne aveva ottenute dal contributo delle città di Pesto, Velia e Reggio. Partitosi il convoglio da Reggio, la squadra andava a vele lungo le coste del Bruzzio, non immaginando il Romano di dover combattere; ma nelle vicinanze di Crotone e di Sibari rinforzava le navi di remiganti e, tenuto conto della grandezza di esse, veniva ad avere una flotta ottimamente provveduta ed armata. Tranquillamente proseguirono attraverso il grande golfo, ma quando furono giunti a circa quindici miglia da Taranto, presso Sapriporto, da lontano videro venirsi incontro una squadra tarentina di egual numero di navi al comando di Democare; etc…nella romana stava lo stesso Quinzio, nella tarantina Nicone, sommamente odiato dai Romani in quanto era stato egli, come sappiamo, uno dei capi della fazione che aveva dato la città ad Annibale……A leggere oggi la descrizione che lo storico antico ci ha lasciato di questa battaglia, verrebbe fatto di pensare che nell’animo dei Tarentini etc…”. Il Ciaceri, a p. 175, nella nota (2) postillava: ” (2) Liv. XXVI, 39, 20-23″. Il Ciaceri, a p. 176, nella nota (1) postillava: ” (1) Liv. XXVI, 39, 1-19″. Pietro Ebner dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 590 e 591 parlando di Sapri e riferendosi al Laudisio, dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Riguardo la citazione di Tito Livio (…), Pietro Ebner (…), a p. 591 nella sua nota (13) parlando di Sapri e di ‘Scidro’, in proposito postillava che: ” (13)……Innanzi tutto Sapri non ha nulla a che vedere con il Sapriporto di Livio, XXVI, 39, 1-19 che scrive della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 591 postillava che: “(12) Blanda, stazione XVI nella Tavola Peuntingeriana’ tra Vibona ‘Valentia’ e Salernum’ ha scritto anche M. Lacava, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana. Ecc..”. Pietro Ebner (…) dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Dunque Ebner parlando di Sapri e di ‘Scidro’ citava il “Sapriportico” citato da Tito Livio e scrive che Tito Livio (…) nel libro 26 (XXVI), 39, 1-19 parlava “della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara.”. Felice Grippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, a p. 15, in proposito scriveva che: “Tito Livio, nel Libro XXXIX della sua ‘Storia’, che nel 211, durante la seconda guerra punica, nel corso di un tentativo di liberazione della guarnigione romana assediata a Taranto dai Cartaginesi, la flotta romana subì una dura sconfitta nelle “vicinanze di Sapriponte”. Scrisse esattamente “ad Sapripontem”. Il prefisso “Sapri”, pertanto, doveva essere un nome di luogo ben conosciuto se il più insigne storico dell’antichità lo introdusse nei suoi Annali, scritti nel 27. Livio precisò che “Sapripontem” distava da Taranto circa 15 miglia. Poichè la flotta romana proveniva dalla zona dell’attuale Reggio Calabria, ne consegue che “Sapripontem” dovrebbe essere localizzabile intorno a Marina di Gioiosa Ionica. Però in quella zona – ed in tutto l’arco costiero percorso dalla flotta romana – non si rintracciano, oggi, località che anche solo lontanamente possano essere accostate al suono “Sapri”.”. Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio racconta della sconfitta della quadra romana di Dezio Quinzio mentre scortava un convoglio di grano dalla Sicilia a Taranto. Forse riguardo una citazione del “Sapriporto” di cui parla Livio è in Luca Holstenio citato dal Laudisio. Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. L’Ebner dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “VII. Il porto di Satiro (ad Liv. XXVI, 39, 6)”, a pp. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “Livio, dove parla dei Romani racchiusi insieme a M. Livio nella rocca di Taranto (210 a.C.) e delle vettovaglie che a costoro recava D. Quinzio, partito da Regio con 20 navi e che aveva costeggiato le sponde di Crotone e di Sibari (o meglio di Turio), dice: “huic ab Regio profectae classi Democrates cum pari navium Tarentinarum numero quindecim milia ferme ab urbe ad Sacriportem obvius fuit” (1). Nacque battaglia; delle navi romane alcune furono sommerse, altre fuggirono e divennero preda dei Metapontini e dei Turini, alcune infine, fra quelle che racavano i viveri, vennero qua e là spinte in alto mare dai venti. Dove era questa località “ad Sacriportem” ? Per quanto è a mia cognizione, nessuno è riuscito a determinarla, e per es., il Weissenborn, ad l., si liita a dire: “der Ort ist nicht weiter bekannt”, aggiungendo l’inutile osservazione: “nichmit Sacriportus il Latium zu verwechseln”. Io sospetto che il nome sia corrotto, e che in luogo di “ad Sacriportem” vada letto presso a poco: “ad Satyri portum”. Il Pais, a p. 111, nella nota (1) postillava: “(1) Livio, XXVI 39, 6, dice ‘Sybaris’ in luogo di Thurii allo stesso modo che Varrone d. r. r. I 44, 2, parlando del territorio di Thurii dice: “in Italia in Subaritano”, cfr. anche Steph. Byz. s. vv. Θουριοι et Συβαρις.”. Dunque, intanto vi è da dire che il Pais citando il passo di Livio, non traduce come altri il “ad Sacriportem”, ma lo chiama “ad Sacriportem” Dove era questa località “ad Sacriportem” ? , che egli ritiene un termine o un toponimo “corrotto”, ovvero egli riteneva che Livio non avesse scritto così ma è probabile che fosse sbagliato lo scritto di qualche codice da cui si attinse il testo originale di Tito Livio (….). Inoltre, il Pais, a p. 112 avanda delle ipotesi sulle origini del toponimo liviano. Egli, a p. 112 scriveva pure che: “Già nel vecchio χρησμος, riferito ad Antioco, a proposito della fondazione di Taranto, si dice: ‘Σατυριον τοι εδωχα Ταραντα τε πιονα δημον’ (1) e Satirio, da altri autori, è detto essere il nome del luogo dove gli Spartani fondarono Taranto (2). Etc..”. Il Pais, a p. 112, nella nota (1) postillava: “(1) Antioch., ap. Strab. VI p. 279 C.”. La seconda guerra punica (chiamata anche, fin dall’antichità, guerra annibalica) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Europa (per sedici anni) e successivamente in Africa. La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che intendevano recuperare la potenza militare e l’influenza politica perduta dopo la sconfitta subita nella prima guerra punica; è stata considerata anche dagli storici antichi il conflitto armato più importante dell’antichità per il numero delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, soprattutto per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell’intero mondo mediterraneo. Evento decisivo per la guerra in Italia fu la conquista di Taranto (213-212 a.C.). Annibale, con l’aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine. Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo in persona marciò su Taranto e la riconquistò, grazie anche all’aiuto dell’esercito proveniente dalla Sicilia, che era sbarcato a Brundisium, e a un tradimento, prima che il Cartaginese potesse arrivare in suo soccorso; i Romani si comportarono brutalmente e 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Asdrubale condusse con abilità la marcia del suo esercito verso l’Italia; dopo avere attraversato senza grandi difficoltà i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina agli inizi del 207 a.C. con 20.000 armati, dove poté rafforzare il suo esercito con mercenari galli (per un totale ora di 30.000 armati), ma perse tempo prezioso assediando inutilmente Placentia; la situazione di Roma appariva molto grave, il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale, mentre l’altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio, ma il condottiero cartaginese riuscì a muovere verso l’Apulia, respingendo i Romani nella battaglia di Grumento, e con una marcia laterale raggiunse prima Venosa e poi Canosa, dove si fermò attendendo notizie sui piani del fratello Asdrubale. Scullard aggiunge che con quattro legioni di fronte (Claudio Nerone) e due alle sue spalle a Taranto, Annibale non poteva avanzare oltre Canosa senza correre seri pericoli.
Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma notizie più interessanti fornisce lo storico Tito Livio (14) (59 a.C. – 17 d.C.) nel rievocare le imprese compiute dal console Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica (219-201 a.C.): “Fabius………………………………………” “Fabio mosse in territorio sannita a devastare i campi e a piegare con la forza delle armi le città che erano passate dalla parte dei Cartaginesi. Il territorio dei Sanniti di Caudio fu devastato in modo disastroso: i campi furono incendiati per vasto tratto, si fece gran bottino di bestiame e d’uomini. Furon conquistate con la forza le città fortificate Compulteria, Telesia (presso i Caudini), quindi Compsa (degli Irpini), Fagifulae e Orbitanium; fra le città lucane fu espugnata Blanda, tra quelle apule Aecae. In queste città furon fatti prigionieri o uccisi 25.000 nemici e ne furono presi 370 che s’eran dati alla fuga. Costoro, mandati a Roma dal console, furono tutti fustigati a sangue alla presenza del popolo e precipitati da una rupe. Queste le imprese compiute da Q. Fabio nello spazio di pochi giorni”. Questo dice il Fulco traducendo Tito Livio. Il Fulco a p. 16 scriveva ancora che: “Dalla testimonianza di Livio – valutata nel contesto di tutto il XXIV libro – si desume: 1) che Blanda era centro lucano di primaria importanza se viene citata tra le città che nella seconda guerra punica si schierarono dalla parte di Annibale; 2) che nel 214 a.C. fu espugnata da unità del Console Quinto Fabio Massimo, lo stesso che aveva conquistato Taranto (15), per essersi alleata con i Cartaginesi al fine di contrastare l’espansione romana nell’Italia meridionale; 3) che anche i Blandani subirono la sorte degli abitanti di altre città lucane, espugnate per non aver rispettato gli accordi sanciti nell’alleanza con Roma stipulata nel 298 a.C. (16). Blanda è inoltre citata da Claudio Tolomeo (17), cosmografo del II sec. d.C., come città lucana nel seguente ordine: Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum, ed è considerata città mediterranea della Lucania. Ciò s’accorda con la testimonianza di Livio e non contrasta con quella di Pompeo Mela, che la vuole città rivierasca.”.
Nel 209 a.C. (III sec. a.C.), i fratelli VIBIO e PACCIO, i più nobili e possidenti del Bruzio chiesero la resa ai Romani alle stesse condizioni dei Lucani
Sui personaggi citati da Cicerone, personaggi che lo ospitarono nel suo peregrinare sulle ville della costa, tra cui questo “Vibio” è “Vibio” sul quale Emanuele Ciaceri è categorico. Il Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, nell’indice generale, alla voce “Vibio”, a p. 350, in proposito scriveva:“Vibio, nobile lucano, III, p. 179”. Infatti, il Ciaceri, a p. 179 del vol. III, in proposito scriveva che:“Ma mentre Marcello nelle Puglie chiudeva ad Annibale la linea Venosa-Canusio, il console Fulvio assolveva brillantemente il suo compito di riprendere la Lucania, ove si vedeva consegnare i presidi cartaginesi da genti che egli accoglieva con spirito di clemenza e con dolcezza di modi (2), tanto da dover fare meraviglia che così comportasse il fiero punitore dei Campani; ma in tal guisa egli non faceva che seguire la politica blanda suggeritagli dal comandante supremo, Fabio, il quale notoriamente era solito farne uso, per cui di lui si narrarono al proposito varie cose (3). E di siffatto calcolo non tardarono a vedersi i buoni risultati; chè anche nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania si manifestava la tendenza d’arrendersi ai Romani, come dimostrò la condotta dei fratelli Vibio e Paccio, i più nobili del paese, che vennero dal console dichiarando di volersi dare ai Romani agli stessi patti, che i Lucani (4). Intanto Fabio, etc…”. Il Ciaceri, a p. 179, vol. III, nella nota (4) postillava che:“(4) Liv. XXVII, 15, 3”. Dunque, in questo passo, il Ciaceri parlando della guerra contro Annibale e della conquista della Lucania da parte dei consoli Romani e, sulla scorta del racconto di Tito Livio (….), cita i due fratelli Lucani, “Vibio e Paccio”, di cui egli dice essere “fratelli Vibio e Paccio, i più nobili del paese, che vennero dal console dichiarando di volersi dare ai Romani agli stessi patti, che i Lucani (4)”. Dunque, secondo il Ciaceri, Vibio e Paccio erano due fratelli Lucani apartenenti ad una famiglia di nobili e possidenti della Lucania. Secondo il Ciaceri, Vibio fu uno dei primi ad arrendersi al console Romano Fulvio ……….. consegnandogli gran parte delle guarnigioni e presidi cartaginesi “nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania si manifestava la tendenza d’arrendersi ai Romani”. Dunque, questa è una delle notizie che abbiamo del “Vibio” di cui ci parla Cicerone nelle sue Epistole, e di cui abbiamo conferma in Plutarco (….), come vedremo. La sua villa, o il “fundus Siccae” era a “Vibone Lucana”, la città scomparsa che si estendeva lungo le pendici delle colline di Sapri fino ai Cordici, che è nel comune di Torraca ma molto vicina a Sapri e, fino al cimitero di Vibonati ?. Questo nobile lucano chiamato “Vibio” o “Vibius” era colui che ospitò Cicerone ?. Intanto, la località da cui Cicerone scriveva le sue lettere, non era Vibo Valentia ma doveva trattarsi di una località non molto distante da “Nares Lucana”. Il Ciaceri parlando dei nobili e possidenti fratelli lucani “Vibio e Paccio” è molto chiaro e scriveva sulla scorta di Tito Livio essere un fondo o proprietà “nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania“. Dunque, non si trattava della parte finale della Calabria ma della porzione di territorio che corrisponde al basso Cilento, ovvero la parte di territorio al confine tra la Calabria e la Lucania. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. XI parlando della “II guerra Punica”, a p. 271, in proposito scriveva che: “Fra i Lucani, dopo molte guerriglie, vien ricordata l’imboscata ai Campi Veteres (Vietri di Potenza), in cui il capo del partito romano in Lucania, certo Flavo, decisosi a passare al partito cartaginese, aveva attirato il proconsole Tiberio Gracco, riuscendo a farlo uccidere nel 212 (XXV, 16). La resa dei Lucani, degli Irpini e dei Volcentani, è riferita da Livio al 209; essa viene accettata a condizioni assai favorevoli. Alle stesse condizioni offrono di arrendersi anche i Bruzi, che mandano due fratelli Vibio e Paccio di nome (XXVII, 15). Ma la pacificazione definitiva degli Italici sotto il regno romano non appare sicura se non nei due anni più tardi, nel 207, con la battaglia del Metauro, nella quale i rinforzi attesi da Annibale vengono arrestati in modo sangiunoso, e il loro comandante Asdrubale rimase ucciso.”. Dunque, Devoto riferisce, sulla scorta di Tito Livio riferisce che in occasione della fine della II guerra Punica, i due fratelli Vibio e Paccio furono inviati dai Bruzi ad arrendersi ai Romani passando da Annibale ai Romani, non più comandati dal proconsole Tiberio Gracco che era stato ucciso in battaglia.
Nel 132 a.C., la costruzione della via Popilia (o via Annia ?)
Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla). Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 150 e ssg. in “Appendice”: il “Lapis Pollae”, in proposito scriveva che: “L’epigrafe, molto nota, ha polarizzato l’attenzione dei commentatori sui vari problemi d’interpretazione storica sollevati dall’esame delle notizie che riporta……Caduta l’identificazione con M. Aquilio Gallo, console del 101 a.C. (4), e quella proposta dal Nissen con M. Popilio Lenate, censore nel 159 a.C. (5), l’attribuzione più diffusa è quella relativa al console del 132 a.C., P. Popilio Lenate, collega di P. Rupilio e noto avversario dei Gracchi (6). Quest’identificazione è stata sostenuta dal Mommsen….etc…L’identificazione avanzata dal Bracco con T. Annius Luscus, console nel 153 a.C., (10), poggia su tre dati: il primo è un frammento delle storie di Sallustio (Hist., III, 98 ed. Maurenbrecher) che, descrive la ritirata di Spartaco etc…il terzo è costituito da due dediche a Caracalla dei funzionari del ‘cursus pubblicus’ (12). Un’ulteriore conferma è data dalle due iscrizioni di Roma che citano una via Annia accanto alle note arterie della rete stradale meridionale, l’Appia e la Traiana, il cui ‘cursus pubblicus’ è affidato a funzionari raggruppati in distretti amministrativi territoriali (16); ciò a dimostrazione che l’Annia deve essere stata la terza arteria del Mezzogiorno italico e quindi da identificare con la ‘Regio-Capuam’ che attraversava la Lucania ed il Bruzio (17). La concordanza dei documenti epigrafici e di quello letterario sallustiano, secondo il Bracco, a favore dell’attribuzione del nome di Annio alla strada e al forum, nonché dell’identificazione con un ‘Annius’ del personaggio dell’epigrafe in questione e precisamente con T. Annio Lusco. Etc…”. La Catalano, a p. 156, nella nota (18) postillava che: “(18) V. Bracco, Della via Popilia (che non fu mai Popilia), in “Studi lucani e meridionali”, VI, Galatina, 1978, pp. 16-17.”. La Catalano, sulla via Popilia o Annia, a p. 155, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. A. Ferrua, La via romana delle Calabrie Annia e non Popilia ?”, in “Arch. Stor. Cal. e Luc.”, XXIV, 2, 1955, p. 238.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 71 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “Dopo Buxentum, in fondo al porto natuale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’ (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da Nerulo per Caesariana costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’….Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il mar Tirreno coll’Ionio (2).”. Il Dito, a p. 71, nella nota (1) postillava: “(1) Il porto di Sapri etc…, V. Corcia, III, p. 65”. Il Dito, a p. 71, nella nota (2) postillava: “(2) Ho cercato di rilevare lo sviluppo stradale secondo le notizie degli Itinerari.”. Il Dito, a p. 72, in proposito scriveva: “La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). In questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘Geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”.
Nel 15 o 22 d.C. (I sec. d.C.), Strabone geografo e la colonia di Sibari nella sua “Geografia” non cita ‘SCIDRO’
Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Biagio Cappelli (…), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Sulla descrizione di alcuni nostri luoghi di cui, Strabone ha parlato, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo bailiano ai confini calabro-lucani”, a p. 192, in proposito così scriveva che: “Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo ecc…ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro, dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39).”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Strabone è stato un noto geografo. Ecco ciò che scriveva Strabone (…) nel suo libro IV della sua “Geografia”: “Segue nell’ordine, a distanza di duecento stadi, Sibari, fondata dagli Achei; è tra due fiumi, il Crathis e il Sybaris. Il suo fondatore fu Is of Helice. Nei primi tempi questa città era così superiore nella sua fortuna che governava su quattro tribù nelle vicinanze, aveva venticinque città sottomesse, fece la campagna contro i Crotoniati con trecentomila uomini e i suoi abitanti solo sul Crathis riempivano completamente un circuito di cinquanta stadi. Tuttavia, per la lussuria e per l’insolenza furono privati di tutta la loro felicità dai Crotoniati entro settanta giorni; poiché, presa la città, questi la condussero sopra il fiume e la sommerse. In seguito, i superstiti, solo pochi, si radunarono e ne fecero di nuovo la loro dimora, ma col tempo anche questi furono distrutti dagli Ateniesi e da altri Greci, i quali, pur essendo venuti lì per vivere con loro, ne concepirono un tale disprezzo che non solo li uccisero, ma spostarono la città in un altro luogo vicino e la chiamarono Thurii, da una sorgente con quel nome. Ora il fiume Sibari fa timidi i cavalli che ne bevono, e perciò tutti gli armenti ne sono tenuti lontani; mentre il Crathis rende gialli o bianchi i capelli delle persone che vi si bagnano, e inoltre cura molte afflizioni. Ora dopo che i Thurii ebbero lungamente prosperato, furono ridotti in schiavitù dai Leucani, e quando furono portati via dai Leucani dai Tarantini, si rifugiarono a Roma, e i Romani inviarono coloni per integrarli, poiché la loro popolazione era ridotto, e ha cambiato il nome della città in Copiae.”. Dunque Strabone non cita la colonia Sibarita di Scidro. Strabone (in greco antico: Στράβων, Strábōn; in latino: Strabo; Amasea, ante 60 a.C. – Amasea ?, tra il 21 e il 24 d.C.) è stato un geografo, storico e filosofo greco antico. La ‘Geografia‘ (Γεωγραφικά) in 17 libri inizia con un’introduzione, nei libri I e II, in cui Strabone vuole dimostrare che Eratostene ha avuto torto a invalidare l’opera di Omero dal punto di vista geografico. I libri dal III al X descrivono l’Europa, e più in particolare la Grecia antica (libri VIII-X), mentre i libri dall’XI al XVI descrivono l’Asia Minore e il libro XVII si occupa dell’Africa (Egitto e Libia). Se la sua opera, che è il trattato geografico più ampio dell’antichità, riprende talvolta testi di diversi secoli più antichi del suo, tuttavia la sua conoscenza del diritto romano applicato nelle varie città ne fa una fonte essenziale per la conoscenza dell’inizio della romanizzazione in Gallia e nella Penisola iberica, che mostra, soprattutto nei libri III e IV, come a seguito dell’acculturazione graduale delle popolazioni, si stesse sviluppando in queste regioni una nuova, specifica cultura. A differenza della geografia tolemaica, improntata su uno studio ed una analisi più rigidamente matematiche, la Geografia di Strabone presenta un impianto più storico-antropologico. Strabone ci parla del promontorio di Palinuro nel libro VI della sua “Geographia”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’. Il testo di Strabone (…)(Strabonis), lo troviamo “volgarizzato” (come scriveva il Gaetani (…), ovvero tradotto dal greco, in Francesco Ambrosoli (…), nel suo ‘Collane degli antichi storici greci volgarizzati‘, su Strabone, vedi vol. III, pp. 93-94-95. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 44-45, riferendosi alle indicazioni geografiche fornite dal Periplo di Pseudo Silace, in proposito scriveva che: “Tali indicazioni non divergono molto da quelle fornite dal racconto di Strabone. Questi descrive le coste della Lucania a partire dal VI libro della sua Γεωγραφια, dando in apertura il limite settentrionale della regione: Μετα δε το στομα του Σιλαριδος Λευχανια (63). La descrizione segue con la rapida menzione del santuario di Hera Argiva, dell’isola Leucosia, di Hyele-Elea e il ricordo delle lotte sostenute dai suoi abitanti contro Lucani e Poseidoniati; infine, dopo aver citato Pyxus e Laos, dà la misura in stadì, 650 per l’esattezza, della ‘paralìa’ tirrenica. Il geografo elenca le stesse città greche nominate dallo Pseudo Scilace, ma non parla di Sidro che, insieme con Pyxus, non compare neppure nel “Periplo”. Risulta pertanto evidente la corrispondenza cronologica tra il dato straboniano e quello fornito dal manuale nautico (64). Anche per Strabone “la Lucania è il territorio posto tra la costa del Tirreno e quella del mar Siculo (= Ionio), sul tratto che da un lato va al Silaros (=Sele) a Laos, dall’altro da Metaponto a Turì; dalla parte del continente essa si estende dal territorio dei Sanniti fino all’istmo che va da Turì a Cerillae, presso Laos: quest’ultimo è largo 300 stadi” (65). Queste notizie dettate dalla fonte probabilmente timaica non contrastano con quelle adottate dallo stesso Strabone che mostra di conoscere in grandi linee la topografia delle coste, ma sembra ignorare quella dell’entroterra. Per il litorale tirrenico, infatti, nomina i centri di Posidonia, Elea, Pyxus e Laos etc…”. La Catalano, a p. 44, nella nota (63) postillava che: “(63) Strabon., VI 1,1, p. 252; per il confine settentrionale lungo il Sele cfr. E. Lepore, in “Diz. Epigr. Ant. Rom.”, cit., v. s. Lucania, p. 1884.”. La Catalano, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “(64) Strab., VI 1,1, pp. 252-253; cfr. F. Lasserre, Laos et Talaos (Strabon VI 1,1,), in “PdP” XVIII, 1963, pp. 355-364 per la frontiera tra Lucania e la regione Bruzia; cfr. anche V. Panebianco, Laos, Lavinion, Mercurion etc…”. La Catalano, a p. 45, nella nota (65) postillava che: “(65) Strab., VI 1,4, p. 255”.
Nel 43 d.C. (I sec. d.C.), POMPONIO MELA parla di Buxentum, Blanda e Ceserma
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania -Discorsi”, parlando di Maratea a pp. 438-439, in proposito scriveva di Barrio (…) e di Pomponio Mela (…). Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “‘Pomponio Mela’ al ‘lib. 2. cap. 2.’ ce l’ha detto: ‘Temesa’, Clampetia, Blanda, Buxentum, Velia, Plinio’, siccome sopra si disse, la mette nel golfo Vibonense, il quali indubbiamente finisce alla punta della Cirella, onde non può essere Belvedere, ch’è è più in là, e fuor di esso:….”. Il geografo latino Pomponio Mela (39), secondo il Cluverio (35), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca ci parla del geografo latino Pomponio Mela (….) e della sua opera geografica intitolata “De chorogr……….”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ripetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla Γεωγραφια di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De chorographia (“Descrizione dei luoghi”), Cosmographia (“Descrizione del mondo”) o anche De situ orbis (“La posizione della terra”). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo delle Colonne d’Ercole, subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’Ecumene, cioè dei luoghi abitati, in particolare quelli lungo le coste, mentre tratta più sommariamente i territori interni. Pomponio Mela è uno dei più antichi scrittori che parla della Cina. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.
Nel ’77 d.C. (I sec. d.C.), Plinio il Vecchio, nel libro 3°, cap. 5°, il “SINUS VIBONENSIS” (il golfo Vibonese)
Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione della “Lucania” del 1745 (ed. Gessari), a p. 423 scriveva che: “….e che così sia, sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3. Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il golfo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto. Quando Cicerone dopo la morte di Cesare ecc…”.

Dunque, l’Antonini cita Plinio (…) ed il suo cap. 5 del Libro 3 della sua “Naturalis Historia”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: “Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Plinio il Vecchio: Proximum autem huic flumen Melphes et oppidum Buxentum, graece Pixus: Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus. Trad.: “Qui vicino (Palinuro) c’è il fiume di Molpe (Mingardo) e la città di Bussento, la greca Pixunte: indi il fiume Lao; vi fu anche la città dallo stesso nome. Da questo luogo comincia la costiera dei Bruzii.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla ………… di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Caio Plinio Secondo, conosciuto come “Plinio il Vecchio” (in latino: Gaius Plinius Secundus; Como, 23 – Stabia, 25 agosto o 25 ottobre 79), è stato uno scrittore, naturalista, filosofo naturalista, comandante militare e governatore provinciale romano. Plinio fu un uomo caratterizzato da un’insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti. Tra queste opere si ricordano: il De iaculatione equestri; il De vita Pomponii Secundi, biografia in due libri del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; i Bellorum Germaniae libri XX; gli Studiosi libri III, manuale sulla formazione dell’oratore; i Dubii sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli A fine Aufidii Bassi libri XXXI, sulla storia dell’Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso. L’unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia; una vasta enciclopedia in 37 volumi che tratta di geografia, antropologia, zoologia, botanica, medicina, mineralogia, lavorazione dei metalli e storia dell’arte. L’opera enciclopedica è il risultato di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi di più di 500 autori. Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità. La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci è testimone il nipote-figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l’eruzione del Vesuvio del 79. Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano. La Naturalis historia, come detto, fu pubblicata nell’anno 77; già nel titolo l’opera si presenta come ricerca di carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione. Il primo libro fu completato dal nipote Plinio il Giovane dopo la morte dello zio e contiene la dedica a Tito, il sommario dei libri successivi ed un elenco delle fonti per ciascun libro. L’enciclopedia tratta svariati temi, dal generale al particolare: dopo la descrizione dell’universo (II libro), si passa a geografia ed etnografia del Bacino del Mediterraneo (III-VI libro), per poi trattare di antropologia (VII libro) e zoologia (VIII-XI libro). Antonini scriveva che Plinio il Vecchio (….) nel 77 d.C. “…Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il glofo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto.”. Dunque, Antonini sulla scorta di Plinio scriveva che egli cita il “Sinus Vibonensis” e, seguendo il ragionamento di Antonini che postilla sulla cronologia dei luoghi citati, egli pone il “Sinus” (il Golfo) “Vibonensis” tra il promontorio di Tortora fino ad arrivare a quello di Palinuro, ovvero ciò che oggi chiamiamo Golfo di Policastro. Scriveva Antonini: “e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia”. Dunque secondo l’Antonini l’ipotesi che si trattasse di “Vibo Valentia” non è plausibile vista la sua enorme distanza dagli altri luoghi che Plinio pone cronologicamente vicini ed in successione tra loro. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Plinio il Vecchio fa rientrare Buxentum nel Sinus Vibonensis, dove si trovano le “isole Itacesie” proprio di fronte a Vibo (contra Vibonem) (65), ma pone Hippo, chiamato Vibo Valentia, solo dopo molte altre città verso sud, e nel golfo di Terina (sinus ingens Terinaeus)(66). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (65) postillava: “(65) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 7, 85”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (66) postillava: “(66) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72-73”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C…….La contemporanea descrizione di Plinio il Vecchio ricorda per la Lucania, dopo Palinuro, il fiume Melpes (Lambro), la città fortificata di Bussento (oppidum Buxentum), corrispondente alla greca Pissunte (Graeciae Pyxus), quindi il fiume Lao, presso il quale vi fu un oppidum con lo stesso nome; di qui inizia il litorale del Bruzio, con la città fortificata di Blanda (80). Nel II secolo d.C. il geografo Claudio Tolomeo pone Boùxenton in Lucania tra Velia e la costa del Bruzio (81). Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Va ricordato anche l’accenno agli ottimi vini lucani fatto da Plinio, con riferimento ai vini della zona di Turi, di Grumento e di Lagaria, usati anche come specialità medicinali (83). La produzione romana di vino sembra continuare una specializzazione di questo territorio già attestata in epoca greca e lucana (84).”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (80) postillava che: “(80) 80 Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72. Vd. FUSCO 1992.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (83) postillava che: “(83) Plinio il Vecchio, Nat. hist., XIV, 6, 69.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (84) postillava che: “(84) GUALTIERI 2003, p. 159; vd. VANDEMERSCH 1994.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.
Nel ’77 d.C., Lao città Lucana ai tempi di Plinio il Vecchio e di Strabone
Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 125-126 e ssg., riferendosi alla città di Lao, in proposito scriveva che: “Al principio dell’Impero aveva dovuto toccare il culmine della decadenza, perchè così la ricorda Plinio nella introduzione alla sua Storia Naturale: “Oppidum Buxentum, graece Pyxus, Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine ecc… (v. l. più volte c. sopra)”. Questo nome ricorre negli itinerari, ma storpiato: così in quello di Peuntingero ha la forma ‘Lavinium’, e perfino ‘Laminium’ in quello del Ravennate. Il che vuol dire che aveva dovuto perdere affatto l’antica importanza, ed esisteva forse solo come tappa, o stazione, sulla via marittima, da Salerno a Temesa. Lao non ebbe in seguito più rinomanza, nè vita; non è ricordata come sede vescovile, o per altro di notevole. Tuttavia Strabone ne parla come di città anora esistente al suo tempo: ma pare che egli prendesse il passo relativo a Lao da una fonte anteriore. Similmente la menzione che ne fa Stefano Bizantino deve intendersi solo come un ricordo. La è detta esplicitamente città della Lucania da Strabone (VI, 252-3) e da Stefano Bizantino, che dipende da un passo di Apollodoro. Implicitamente doveva essere stata creduta tale da Antioco di Siracusa (fram. 6°; cfr. Str. VI, 254) e da Plinio (l. c.), che consideravano il fiume Lao come il confine settentrionale, il primo dell’Italia, il secondo del Bruzio, da questo lato.”.
Nel II sec. d.C., CLAUDIO TOLOMEO e Boùxenton e Blanda, nella tav. VI d’Europa della ‘Geographia’ di Tolomeo
Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988, a pp. 703-704, in proposito scriveva che: “In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), etc…”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel II secolo d.C. il geografo Claudio Tolomeo pone Boùxenton in Lucania tra Velia e la costa del Bruzio (81). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. La notizia è tratta dal barone Giuseppe Antonini (…) che, nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “Tolomeo’ alla ‘tavola VI d’Europa, sebben la faccia mediterranea, dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ecc..”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Tolomeo’ alla ‘tavola VI d’Europa, sebben la faccia mediterranea, dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ecc..”.

(Fig….) Antonini (…), p. 439
Il grande geografo alessandrino, Claudio Tolomeo, nella sua Geografia (3), pone la città di Blanda nell’interno della Lucania, nelle vicinanze di Potentia (Potenza). Scrive il Romanelli (25): “la descrizione che ne fa Tolomeo (3), quantunque l’avesse riposto tra le città mediterranee, perchè non toccava la riva del mare: Lucanorum, mediterraneae Ulci, Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum.”. In altri studi abbiamo parlato delle carte geografiche dette tolemaiche perchè copiate dall’opera geografica del geografo alessandrino, come ad esempio quella che quì pubblichiamo (Fig. 4)(34), conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli ed attribuita al cartografo Nicolò Germanico. Questa carta è bellissima ed interessantissima per i toponimi ivi contenuti. In essa leggiamo i toponimi di Velie (Velia) e Brixentu (Policastro) e Blanda. In seguito, nel XV secolo, si ebbero le prime pubblicazioni a stampa della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, dette ‘Cosmographia’, dove alcuni abili monaci copisti e miniaturisti copiarono alcune carte redatte dal geografo alessandrino come ad esempio quella di Fig. 4, conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sulla Geografia di Tolomeo, trascritta e tradotta dal greco in latino (Fig. 3).

(Fig. 4) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (34)

(Fig. 4) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (34)
Riguardo l’antica città di Blanda, lo studioso Michele Lacava (29), ci riporta dei passi del manoscritto del Mandelli (19) che criticava l’ipotesi di Camillo Pellegrino (38) che fu il primo ad identificare la città perduta con Maratea: « Di tal opinione fu quel raro ingegno dei nostri tempi Camillo Pellegrino, il quale nella Tavola in piano del Ducato di Benevento segnolla in questo sito: Blanda, nunc Maratea (…) Parvemi ciò inverosimile, poiché dicendoci Livio, Blanda fosse città mediterranea della Lucania, e Tolomeo espressamente poi annoverandola tra i luoghi fra terra di essa provincia, non mi sembra potersi in questo tratto marittimo situare. ……Tolomeo in vero riconosce Blanda fra terra, ma quella Tavola di Pirro Ligorio è Maratea giù e Maratea suso, che sarebbe la Blanda mediterranea.”. (19). Anticamente la Lucania comprendeva un vasto territorio che si estendeva da Paestum a Potenza, passando ovviamente per il Vallo. Non per nulla, due paesi della provincia di Salerno, molto distanti tra loro, si chiamano Vallo della Lucania e Atena Lucana. Ebbene, proprio da un paese dell’antico territorio lucano, Diano, detto oggi Teggiano, venne, nella seconda metà del Seicento, la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: “Anche Claudio Tolomeo, astronomo, matematico e geografo, nato e vissuto in Egitto, nella “Tavola VI dell’Europa”, scriveva: Λευκανων ομοιος παρα το Τυρρηνικον πελαγος Σιλαρου ποταμου εκβολαι, Παιστον, Ουελια, Βουξεντον, Βριτιων ομοιως παρα του Τυρρηνικον πελαλαγος, Λαου ποταμου εκβολαι. “Lucanorun similiter juxta Tyrrhenum pelagus. Silari fluminis ostia: Paestum, Velia, Buxentum, Brutiorum similiter juxta Tyrrhenum pelagus, Lai fluminis ostia.”. Trad.: “(La terra) dei Lucani è presso il mar Tirreno. L’ingresso è del fiume Sele: Pesto, Velia, Bussento; similmente la terra ei Bruzii è presso il mar Tirreno, l’ingresso è del fiume Lao.”.”.

(Fig. 4) Particolare delle nostre coste nella Carta dell’Italia contenuta nel Codice Vaticano Urbinate Greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo.
La Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

(Fig. 5) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (9).

(Fig. 6) Carta d’Italia annessa al Codice Vaticano latino 5698, manoscritto, il più antico Codice latino conosciuto. Immagine tratta dal Mazzetti (…)
Guido da Pisa, nella sua “Geographica” parla di Blanda
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Etc…”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Da Wikipedia leggiamo che Guido da Pisa (Pisa, … – XII secolo) è stato un geografo italiano. Diverse fonti citano un Guido compilatore di testi storici e geografici. Nella raccolta che costituisce il codice Vaticanus latinus 11.564 della Biblioteca apostolica Vaticana, egli unì le Chronica maiora di Isidoro di Siviglia con le Historiae adversus paganos di Paolo Orosio, aggiungendo (c. 184 recto) la notizia di un terremoto avvenuto a Pisa nel 1117. Un’altra compilazione, contenuta nel codice Egerton 818 della British Library di Londra, comprende le Collectanea rerum memorabilium di Gaio Giulio Solino e il De septem miraculis mundi del venerabile Beda, e si conclude con sei esametri nei quali Guido si presenta come autore della raccolta: «Me Guido collegit studiose» (c. 52 recto). L’opera più nota di Guido è la Geographica, in quattro libri: il primo libro, composto da brani tratti dalla Cosmographia dell’Anonimo ravennate, dall’Historia Longobardorum di Paolo Diacono e dalle Collectanea di Solino, descrive i territori dei quali si componeva l’Impero romano; il secondo libro descrive brevemente l’antica società romana, seguendo le Etymologiae di Isidoro di Siviglia, il terzo tratta della geografia, seguendo ancora l’Anonimo ravennate, e il quarto libro descrive la guerra di Troia secondo il De excidio Troiae historia di Darete Frigio e le gesta di Alessandro Magno dello Pseudo-Callistene. Il nome dell’autore è presente sia nel prologo – «ego Guido inductus pro scientia mea» – che alla fine dell’opera – «Ex quibus haec Guido documenta decora reliquit» – menzionando anche l’anno in cui fu scritta l’opera: «anno ab incarnatione eius millesimo centesimo XIX». L’opera è contenuta nel codice Bruxellensis 3897-3919 della Bibliothèque Royale di Bruxelles; parzialmente nel Florentinus Riccardianus 881, nel Mediolanensis Ambrosianus R 114, nel Romanus Sessorianus 286 della Biblioteca nazionale di Roma, e nel Caesareus CCCXXXIII, Endlicheri 3.190 di Vienna.
Nel III sec. d.C., “CESERMAE” (Sapri ?) nell’Itinerario Antonino
Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Altri studiosi precedenti prendono in considerazione l’Itinerario Antonino (uno stradario del III secolo in forma di testo) e molte altre rielaborazioni di una carta stradale antica dell’impero romano. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Pyxus, a pp. 69 e ssg., riferendosi al seguito della partenza di Micito da Reggio, in proposito scriveva che: “Ma nel 185 av. C. Buxentum e Sipontum erano già state abbandonate e a popolarle furono eletti i soliti triumviri ‘coloniae deducendae’. Però la nuova colonia non ebbe quell’importanza che i Romani ne speravano; essa rimase fuori il movimento stradale acquistando invece maggiore importanza il luogo dove in prosieguo sorse ‘Caesariana’ (Sapri).”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 71-72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “Dopo Buxentum, in fondo al porto natuale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’ (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da Nerulo per Caesariana costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’. Molti scrittori, dietro la lezione sbagliata d’un testo d’Erodoto, vollero porre a Sapri la ‘Scidro’ d’Erodoto (la lez. era ‘Sipro’); ma la stessa situazione e i pochi vestigi antichi (‘le Camerelle’) che non vanno oltre l’epoca iperiale attestano la sua iportanza come stazione navale a cui faceva capo il commercio per l’interno. Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il mar Tirreno coll’Ionio (2).”. Il Dito, a p. 71, nella nota (1) postillava: “(1) Il porto di Sapri etc…, V. Corcia, III, p. 65”. Il Dito, a p. 71, nella nota (2) postillava: “(2) Ho cercato di rilevare lo sviluppo stradale secondo le notizie degli Itinerari.”. Il Dito, a p. 72, in proposito scriveva: “La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). In questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘Geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”.
A Rivello o a Sapri, CESARIANA per il Racioppi
Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. I, a pp. 476-477 riferendosi alla stazione di “ad Tanarum” citata nell’Itinerario Antonino, in proposito scriveva che: ” ….( o come in altro codice) ‘Canarum’. Questa stazione era, a mio avviso, presso alla fiumana che anche oggi è detta “Sammaro” accosto al paese odierno di Sacco; dessa è uno dei corsi originarii del Calore; e da questa stazione ‘ad Samarum’ giungeva a Marrcelliana, che indubbiamente era nello estremo superiore orientale del bacino o pianoro di Tegiano; e da Marcelliana piegava a destra per a Cesariana (non ancora di sicuro allogata) sia a Rivello, sia a Sapri o Acqua-fredda (1). Forse il tronco della strada per la valle del Calore a Marcelliana sostituì la strada per la valle del Tanagro a Marcelliana e Nerulo, sia perchè parve di più breve e diretto percorso, sia per le ricorrenti inondazioni della pianura Pollana.”.
Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino”
Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”. Da Wikipedia leggiamo che l’Itinerarium Antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’altro. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano.[senza fonte] L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo.
Nel VII sec. d.C., Blanda e Cesernia nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate
Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, ….In questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘Geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.
Nel VII sec. d.C., Blanda e Cesernia nella Tabula Peuntingheriana
La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare. La Tavola o Tabula Peutingheriana (da Peuntinger, il nome del suo scopritore) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Cesariana, a pp. 71-72, in proposito scriveva che: “Dopo Buxentum, in fondo al porto natuale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’ (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da Nerulo per Caesariana costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’….La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). In questa essa si trova tra Pesto e Blanda, etc…”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Tra l’odierna Maratea e Tortora sorgeva Blanda, ricordata da Livio come sopra ho detto. Da qualche poco erudito scrittore del Medio Evo la si voleva designare come sorta presso l’odierna Belvedere calabra. Niente è più assurdo di tutto ciò. Basta dare uno sguardo alla Tavola Peuntingeriana per accertarsi di ciò, quant’anche non si volesse prestar fede a Livio che la chiama città Lucana. Mi direte forse, che cosìè mai questa Tavola Peuntingeriana? Essa prese il nome da Corrado Peutinger, nato ad Auusta nel 1465, celebre erudito ed archeologo, il quale diede impulso alle indagini archeologiche in Germania e salvò molti manoscritti. Scovrì a Spira nel 1500 la detta tavola Peuntingeriana che designava le strade militari dell’Impero Romano. L’originale di questa tavola fu data dal principe Eugenio alla Bibliotea di Vienna. Per comporendere l’importanza di questa tavola occorre una breve disgressione. Quando Teodosio il grande (il più degno Imperatore del Basso Impero) ebbe vinti gli usurpatori dell’impero di Valentiniano, rimase solo nell’Impero Romano e prima di morire volle dividere il medesimo impero ai figli. Risiedendo egli a Costantinopoli e dovendo per ben due volte tornare in Italia per sistemare l’impero di occidente, del quale era rimasto assoluto padrone, fece incidere a Costantinopoli la tavola suddetta acciocchè, conducendo l’esercito d’Oriente attraverso il Meridione d’Italia, per recarsi a Milano, avesse una idea precisa della strada militare e delle borgate e colonie militari che avrebbe attraversate anche per fornirsi di nuovi soldati. Da questa tavola risulta preciso il sito di Blanda, cioè ad sexdecim millia passuum a flumine Laino, come nota anche benissimo lo storico Ughellio.”.
Via S. Paolo sulle colline di Sapri

(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati
Mia zia, Maria Attanasio raccontava che sua nonna Teresa Eboli (la “vava”), gli diceva che andava con sua madre a pregare nella Cappella di Santa Maria di Porto Salvo, sita nelle contrade sopra le colline di Sapri, nei pressi della Madonna dei Cordici e poco dopo l’attuale locale chiamato “le Capannelle”. In quei luoghi, vi era anticamente una chiesetta intitolata a “Santa Maria di Porto Salvo”. Mia zia Maria, racconta che, molte famiglie Sapresi, si recavano a piedi, a far visita alla Madonna di Porto Salvo, una statuetta lignea di cui si sono perse le tracce, per farsi benedire. Oggi, di quella cappella si sono perse le tracce e sono rimati in piedi i suoi ruderi. Proprio in quelle contrade, oltre ai ruderi della chiesetta di Santa Maria di Porto Salvo che vediamo illustrati nell’immagine, vi è anche una strada interpoderale e sterrata, sulle mappe chiamata “via San Paolo”. Questa contrada è stata sempre nel territorio della Baronia di Torraca, prima Universitas Aragonese e poi infine Comune, ma come si può ben vedere nell’immagine del satellite essa è posta non molto distante dalla costa di Sapri, con la sua ampia baia. Nei pressi di queste collinette vi è il Santuario dedicato a Santa Maria dei Cordici e il Seminario vescovile di ‘Pietradama’ che, Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p. 248 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani): “…guardando in alto, vedo il colossale e incompleto Seminario di Pietradama, che spaventò il dittatore d’Italia nelle acque di Sapri.”. Oggi, guardando le mappe, la località è chiamata “Torrette Tempe”. Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio Saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza del locale le ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, molto vicina alla contrada dei ‘Cordici’ , è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (…), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri , oggi nominata Li Bonati…” (…). Scipione Mazzella Napolitano, forse sulla scorta di altri che lo precedettero, affermava che il luogo di Sapri nel 1568, fosse nominato ‘Li Bonati’. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig. 1, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘, cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, forse l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ vescovile ‘Fanuele’. Infatti nella carta in questione il luogo viene proprio posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di inportanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano certamente in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce in epoca romana, attraverso gli acquedotto che scendono al Porto di Sapri. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità Sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti, in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità che hanno permesso lo scempio edilizio di proprietari stupidi ed ignoranti. Non si capisce per quale motivo le residenze dei Carabinieri di Sapri, fossero state costruite in località S. Martino, in un area scarsamente urbanizzata e distante dal locale centro abitato. Le evidenze e le notizie delle non scarse testimonianze archeologiche in quell’area, fanno ritenere ad un piano criminoso tendente ad occultare invece che valorizzare.
SCIDO
Recentemente ho ivi pubblicato uno studio su un antico documento Normanno dell’anno 1079, in cui viene citato una ‘Scido’. Il documento (21), unico per la nostra storia, pubblicato dal Trinchera nel 1865 (20), è un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio saprese – in cui si fa riferimento a ‘Scido’ (Fig. 2). Il Cappelli (19), che cita il documento, dice in proposito: “…un documento, forse degli inizi del secolo XII (21), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ed all’altra di S. Ciriaca.” (20).


(Fig. 2) Pag. 81 del documento (21), pubblicato dal Trinchera (20)
Stando all’antico documento del XII secolo, pubblicato dal Trinchera (20), il monaco Mi-lano Sergio, abitante in Vibonati, aveva ricevuto da Odo Marchese (Oddone Bonmarchis), il permesso – Sigillum factum – di costruire un monastero intorno alle predetta chiesetta campestre dedicata a S. Fantino a ‘Scido’ – e, di cui – dice il Cappelli (19) – rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. L’antico documento Normanno (21), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. L’antico documento parla della Cappella di S. Fantino a Scido, ovvero, secondo l’antico documento Normanno del 1079, a ‘Scido’, si doveva costruire un monastero intorno alla Chiesa di S. Phantini (S. Fantino), a Scido. La citazione di un monastero da costruire a ‘Scido’ – il documento chiama il luogo ‘Scido’ – è interessante per la presenza del toponimo ed anche per la sua probabile ubicazione. Infatti, il toponimo citato di Scido, dovrebbe indicare un luogo vicino al possedimento normanno di Policastro e, non Vibonati, visto che il monaco citato Milano Sergio era di Vibonati. Il toponimo citato di ‘Scido’, dovrebbe essere ubicato nel territorio tra Vibonati e Sapri. La ‘Scido’ citata, è sicuramente un luogo vicino Policastro e vicino Vibonati o Bonati. Non ci sono motivi per non ritenere la ‘Scido’ citata nell’antico documento (21), non fosse Sapri. Se la notizia di un toponimo Scido, ubicato nel territorio saprese, fosse confermata, l’antico documento membranaceo (21), attesterebbe che il toponimo di Sapri, nel XI secolo, corrisponderebbe a quello di Scido. Ad onor del vero, bisogna dire che in Calabria, esiste una località chiamata Scido, ma è anche vero che nel nostro territorio, all’epoca della dominazione Normanna, vi erano diverse chiese dedicate al culto di S. Fantino. La presenza di S. Fantino è attestata dagli studi come il Cappelli (19) che racconta di una frequentazione del Santo nelle nostre zone. Il Cappelli (19), sulla scorta del Trinchera (20) a proposito della Cappella – e forse della Grancia – di S. Fantino, che secondo il Di Luccia (23), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, scriveva: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (20), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (21), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ed all’altra di S. Ciriaca.” (26). L’antico documento Normanno dell’anno 1079, ci riporta di molti secoli indietro nella ricostruzione storica e per la localizzazione dell’antica cappella e la Grancia di S. Fantino. L’antico documento (21) pubblicato da Trinchera (20), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. Dunque, l’antico documento parla della S. Fantino di ‘Scido’. A parte la citazione di ‘Scido’ – il documento chiama il luogo ‘Scido’. Inoltre, alcuni documenti che riguardano la Badia di S. Giovanni a Piro, attestano la presenza di una Grancia di S. Fantino nel territorio saprese, a cui si rimanda ad un altro nostro studio ivi pubblicato: ‘Le Grancie di S. Nicola e di S. Fantino a Sapri’. Infatti, la Badia di S. Giovanni a Piro, nel XI secolo, possedeva nel territorio saprese dei beni e delle Grancie.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(1) Greco Emanuele, Dall’Alento al Mingardo, stà in ‘A Sud di Velia- I- ricognizioni e ricerche,
1982-1988’, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17.
(2) Lepore E., “Elea e l’eredità di Sibari“, stà in P.dP , 1966, p. 265 s.
(3) Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678.
(4) Ateneo, XII, 523, c, d.
(5) Strabone, Geografia, (I sec. a. C.), Libro VI, 1.
(6) Erodoto, libro VI, 21.
(7) Berard Jean, La Magna Grecia – Storia delle colonie greche dell’Italia meri dionale, Einaudi, Torino, 1963, p. 150.
(8) Corcia Nicola, Storia delle due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789, Napoli, Tip. Virgilio, 1847, Tomo III, pp. 64-65.
(9) Nissen, Italianische Landeskunde, Berlino,
(10) Ciaceri Emanuele, Storia della Magna Grecia, Roma, 1932, p. 273.
(11) Maiuri Amedeo, Passeggiate in Magna Grecia, stà in ‘II Congresso sulla Magna Grecia’, Taranto, 1963.
(12) Napoli Mario, Civiltà della Magna Grecia, Eurodes, p. 181, e vedi pp. 181, 182

(13) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tipografia Giuseppe Golia, 1899
(14) Battisti Carlo, Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in ‘Studi Etruschi’, vol. XXXII, Firenze, 1964.
(15) Cesarino Felice, Sapri archeologica, stà in “I Corsivi”, Marzo, 1987, n. 3, p. 5.
(16) (Fig. 1) Carta nautica o portolano di Battista Becario, del 1435, conservata alla Biblioteca Palatina di Parma. La carta di Becario è stata pubblicata anche dall’Almagià R., ‘Monumenta Italia cartographica‘, Firenze, I.G.M., Firenze, 1929, tav. III, 3, conservata alla Biblioteca Statale di Baviera, Monaco di Baviera, Germania.
(17) Antonini Giuseppe, La Lucania, ed. Tomberli, Napoli, 1795, disc. XI, vol. II, p. 428-429; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.
(18) La Greca Fernando, L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana, Agropoli, 2010, pp. 19-25.
(19) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P. P., op. cit., pp. 8; 3 (5. Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Il Cappelli, nella la nota (21), scrive: Trinchera Francesco (20), p. 80.

(20) Trinchera Francesco, Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri.
(21) (Fig. 2) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato citato dal Cappelli (19), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (20), pp. 80-81-82. Il Trinchera (20), trae l’antico documento da: ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8. Il Trinchera (20), nella sua nota al testo, a p. XXV, parlando del docu- mento ““Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se sub-scrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decur-rebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”, e alla nota (3) dice: “Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”. L’antico documento membranaceo, scritto in greco, è stato tradotto in latino e pubblicato nel 1865 dal Trinchera (20)
(22) (Fig. 4) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (4) e dal Cataldo. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (23) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta, che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Cataldo, nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Fig. 4), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig. 4), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca – o nel territorio saprese.
(23) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.
(24) Gaetani Rocco, Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, p. 42, ristampa anastatica a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, Casalvelino, 2014; si veda pure: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, pp. 151, 152, 153, 154. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.
(25) Almagià Roberto, Monumenta Italia Cartographica, ed. I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore.
(26) (Fig. ) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (11). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (25), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (11).
(27) (Fig….) Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.
(28) (Fig. 6) Particolare delle nostre coste nella carte 66r dell’Italia annessa al codice greco ‘Conventi Soppressi 626′, conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana e Palatina di Firenze
(29) (Fig. 7) Le immagini, riguardano la Tav. VI della Carta manoscritta annessa al Codice greco “Vindobonensis Historia” o VINDHIST, (Codex Vindobonensis) (Vind-Hist), realizzato nel 1454 circa e, conservato presso la Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna. Questa carta è stata pubblicata da Borri A., op. cit. (30), CM1, p. 11.
(30) Borri Andrea, L’Italia nell’antica cartografia, 1477-1799, ed. Priuli e Verlucca, Torino, 1999.
(31) Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38
(32) Johannowsky Walter, Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983 b; si veda pure dello stesso autore: ‘Le Ville romane dell’età imperiale‘, stà in: Itinerari turistico culturali in Campania, n. 3, Società Editrice Napoletana, pp. 116, Napoli (Archivio Attanasio)
(33) La Greca Fernando, L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana, Agropoli, 2010, pp. 19-25
(34) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti.


(35) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore: Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.
(36) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA

(…) Romanelli Domenico, ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli dell’Abbate Domenico Romanelli’, Napoli, Stamperia Reale, 1815, vol. I, parte III, p. 376; si vedap pure la ristampa curata da Ferdinando La Greca, ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2000 (Archivio Attanasio)
(…) Lenormant Francois, ‘A Travers l’Apulie et la Lucaine’; si veda pure dello stesso autore: La Grande-Grèce – Paysage et Historie par Francois Lenormant, ed. Brenner, Cosenza, 1961 (Archivio Attanasio)
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)

(Fig….) AA.VV., L’attività archeologica nel Golfo di Policastro n. 2 a cura del G.A.S., Sapri, 1978

(Fig…..) AA.VV., L’attività archeologica nel Golfo di Policastro n. 2 a cura del G.A.S., Sapri, 1978 (Archivio Attanasio)

(Fig….) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199.
(…) Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone

(…) Cluverio Filippo, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

(…) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria. Il geografo latino Pomponio Mela (…), secondo il Cluverio (…), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.