Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo mio saggio vorrei fare il punto di quanto emerso circa il periodo in cui queste terre furono interessate dalla dominazione Aragonese e dalla Congiura dei Baroni. La conquista del Regno di Napoli prima e poi il regno di Pietro III d’Aragona, Alfonso I d’Aragona e la ‘Congiura dei Baroni’. Di quel periodo, il periodo della dominazione Aragonese nel Regno di Napoli. Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, prendendo le mosse dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo post-Angioino, parlando di Policastro scriveva che: “Risorse gloriosa sotto il Regno dei Normanni, ma sotto i Re Angioini soggiacque a nuova disavventura, mentre bollendo le guerre tra i Re di Napoli e Sicilia nel 1320 fu assalita da Federico d’Aragona ecc…”, le cui gesta anticipavano la fine della casata Angioina e l’inizio del regno degli Aragona. Riguardo l’epoca della dominazione Aragonese nel Golfo di Policastro, i sui casali ed il suo entroterra le notizie si infittiscono e sono convinto che indagando ulteriormente sulla nostra storia avremo non poche sorprese.

(Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…)

(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.
ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA FONTI STORICHE
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 139 riferendosi alle conseguenze della Congiura de Baroni scriveva che: “Va osservato che sarebbe stato quasi impossibile avere notizie così dettagliate sui feudi e i loro feudatari senza i preziosi volumi della Cancelleria angioina e aragonese o seguire le spartizioni del XIV e XV secolo senza i due manoscritti cartacei del XVI conservati nella Biblioteca provinciale di Salerno, contenenti le trascrizioni degli scomparsi Repertori dei Quinternioni (R Q) e dei Notamenti a quei repertori (N Q) riguardanti il Principato Citeriore (21).”. Ebner, a p. 139, nella nota (21) postillava che: “(21) Si chiarisce qui, ad evitare inutili ripetizioni, che numerosi atti dell’ASN vennero distrutti (S. Paolo Belsito) dalle truppe tedesche durante l’ultimo conflitto. Pochi dell’ASS e dell’ANS. Così, delle ‘Pandette della Sommaria (fine XVI secolo – 1808: riguardano cause di cometenza della R. Camera per materie feudali fisco-baroni e liti università-fisco, uniersità-baroni e università-singoli cittadini per conti esattori fiscali, nonchè l’amministrazione diretta di quel Tribunale delle università oberate di debiti, v. a Gioi) sono andati distrutti tutti i processi dal Marzo 804 in poi. Fortunatamente esistono ancora: la ‘Taxis adohae (riguarda gli Ordini della R. Camera al Razionale Commissario del Cedolario per l’intestazione dei feudi e delle sue giurisdizioni con la tassa dell’adoa) dal 1525 al 1807, le ‘Intestazioni dei feudi’ dal 1695 al 1787 e seconda Ruota dal 1604 al 1804) ecc…”.
L’EPOCA ARAGONESE NEL GOLFO DI POLICASTRO SECONDO IL MANOSCRITTO DEL MANNELLI
Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine e la ricostruzione storiografica di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Recentemente abbiamo ottenuto la fotoriproduzione digitale delle dieci pagine contenute nel Libro II del Capitolo (Capo) XI della ‘Lucania Sconosciuta’ del Mannelli, conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli con la collocazione seguente: Ms. XVIII.24, di cui ivi pubblico integralmente il Cap. XI, che parla di Policastro Bussentino e dell’antica Bussento.

(Fig….) Luca Mannelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito (…).
La ‘Lucania Sconosciuta’, manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli

(Fig….) Luca Mannelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito (…).
Quì pubblico le dieci pagine del secondo volume (Libro II), Capo (Capitolo) XI, che raccontano e ricostruiscono alcuni eventi di storia delle nostre terre, in particolare la pagina illustrata in Fig. 2 parla di Camerota e Policastro e quelle seguenti. Le pagine che pubblichiamo (2), sono tratte dal manoscritto di Luca Mannelli, ‘La Lucania sconosciuta’, conservato alla Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, da cui abbiamo ottenuto la riproduzione dei file digitali. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) XI del Libro II del manoscritto, che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r.


(Fig….) Pagina n. 50r, tratta dal Libro II, Cap. XI del manoscritto del Mannelli (…)
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: ‘Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli – in questo primo suo studio (…), egli fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Come vedremo, il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal sig. Scipione Volpicella (…) e, di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio – in questo suo saggio, fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche. Riguardo l’epoca Aragonese nel Golfo di Policastro, il Capitolo XI del manoscritto del Mannelli, le cui notizie sono state trascritte dal Gaetani (…), nel suo ‘Notizie etc…’, a p. 33 parlando delle famiglie nobili ed importanti di Policastro, in proposito è scritto che: “Della famiglia Rostayna scrivene il Bosio (1) nel 1149 ecc…In tempi più bassi Guglielmo Rostayno di Policastro fu fatto Catapano a vita d’essa città e Mastro Mercato della fiera di essa.”. Il Gaetani, a p. 33 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Rostayna fam. Boss. pp. fol. 177.”. Il Gaetani (…) sulla scorta del Mandelli si riferiva a Giacomo Bosio (…), nel suo: ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso‘. Credo si trattasse di questo testo e di questo autore Giacomo Bosio (…) e del vol. III. Bosio nel suo vol. III ci parla di Giovan Battista Carafa, riportando alcune notizie dell’anno 1538.
Nel 1400, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano) e la Signoria dei SANSEVERINO
Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).“. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”.
Nel 1400, TOMMASO (VII) SANSEVERINO, conte di Marsico successe al padre Luigi
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone.”. Dunque, secondo la successione e secondo quanto scrive il Mazziotti, alla morte di Luigi Sanseverino, succederà il figlio Tommaso che io chiamo Tommaso VII di Sanseverino che ebbe in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figlia chiamata Diana Sanseverino. Ma purtroppo, la figlia Diana alla sua morte non potè ottenere i feudi e le contee essendo femmina. I feudi e le Contee dei Sanseverino dei Conti di Marsico furono concesse da re Alfonso I d’Aragona che le concesse allo zio Giovanni Sanseverino. Diana non potè ottenere quanto gli spettasse per successione nemmeno alla morte dello zio Giovanni che lasciò i suoi beni ai figli Luigi, Barnaba e Roberto che divenne Principe di Salerno essendo ella dichiarata decaduta per ribellione. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).“. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) ecc…”.
Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao
Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò
Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.
Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo
Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].
Nel 1408, Caterina di Monticchio moglie di Michele Arrabito, fa testamento
Riguardo la nobile famiglia degli Arabito o Arrabito (a Policastro), il canonico Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, sulla scorta dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: “Fiorì molta nobiltà in Policastro, la quale dopo l’ultima sua desolazione si ridusse ad habitare altrove, ma perchè si conosca qual fusse, e s’abbia qualche piccola notizia d’alcune poche famiglie che da questa Città trassero origine, noterò quelle notizie che mi sono abbattuto vederne. Fu nobilissima famiglia de Arrabito (1) (p. 32) di cui oltre le memorie che se ne ritrovano negli Archivii Reali, leggesi fra pergamene raccolte dal P. M. Giovan Battista Prignano il nobil sig. Francesco de Arrabito Cavaliere di Policastro nel 1359 vender certe robbe, che haveva in detta Città al nobile Giacobello di Marsico, di cui si vede in un altra cartola fusse moglie la nobile signora Bettruda di Raone (2). Evvi anco il testamento di Catarina di Montitehio moglie del nobile Michele de Arrabito fatto nell’anno 1408. Altre scritture esser mi ricordo haver lette di queste famiglie, nelle quali sempre son chiamate nobili e Cavalieri e di Policastro le persone nominatevi; ma basti accennare questo poco, poichè non ho altre notizie se sia estinta, o pure in altro luogo trasferita.”. Il Gaetani (…), a p. 32, nella sua nota (1) postillava che: “(1) De Arrabito fam.”. Il Gaetani, a p. 32, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363.”.
Nel 1414, Ladislao I, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.
Nel 1414, muore Ladislao I di Durazzo
Ma i progetti dell’ambizioso sovrano erano destinati a non realizzarsi mai. Colpito da una malattia, re Ladislao I rientrò a Napoli, dove morì il 6 agosto 1414 all’età di appena 38 anni. In molti hanno sollevato il dubbio che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali, bensì per avvelenamento, messo in atto da Firenze per liberarsi della sua minaccia. In realtà, si sa che la morte fu dovuta a una malattia infettiva dell’apparato genitale (forse alla prostata), causata dalle abitudini sessuali dissolute e promiscue[1]. Con la sua scomparsa, senza lasciare eredi, la corona di Napoli passò alla sorella Giovanna, che regnò fino alla morte, nel 1435, ultima sovrana della Casa d’Angiò di Napoli. L’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, fatto erigere dalla sorella Giovanna, ne custodisce le spoglie.
1414 – GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI
Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I°, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.
Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli
Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Nel 1418, il feudo di Policastro era posseduto da Carlo Carrafa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a pp. 539-540, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Il feudo nel 1418 era posseduto da Carlo Carrafa (14), feudo confermato da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (ducati 5000)) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, ecc…ecc…”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”.
Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria
Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….
Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”.
Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria
Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…, donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.


(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.
Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.
Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro
Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.
Nel 25 ottobre 1434, la Sentenza di condanna ai Carafa dell’Abbate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro
Nel 1435, muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo
Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.
Nel 1436, muore Luigi Sanseverino
Nel 20 luglio 1436, GIOVANNI SANSEVERINO, figlio di Luigi e fratello di Tommaso VII le Contee ed feudi concessigli da Alfonso I d’Aragona
Giovanni Sanseverino, dopo la morte del fratello primoenito Tommaso IV, figli entrambi di Luigi Sanseverino e di Caterina Sanseverino, nel 20 luglio 1436, ai tempi della contesa con Renato d’Angiò, successe nei feudi lasciati dal padre Luigi con un privilegio concessogli da re Alfonso I d’Aragona. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone. Un diploma della Regina Giovanna II stabiliva che le donne di casa Sanseverino non potessero succedere nei beni feudali quando vi fossero figli maschi della stessa prosapia. A tenore di tale disposizione, allorchè morì Tommaso Sanseverino, il re Alfonso d’Aragona con diploma del 20 luglio 1436 da Teano concesse i feudi di Marsico, di Sanseverino, le terre, ed i castelli di Agropoli e di Castellabate a Giovanni Sanseverino fratello secondogenito di Tommaso, fidando così di averlo devoto nella contesa con Renato d’Angiò. Però avendo saputo dipoi che nonostante quelle concessioni, non avea mantenuta la fede promessa, con un altro diploma del 1438 da Buccino assegnò invece a Diana i feudi lasciati dal padre di lei. Anch’essa però si rese ribelle ad Alfonso secondando Renato d’Angiò; sicchè venne dichiarata decaduta da tutti i suoi beni, quali furono devoluti alla Corona (1).”. Il Mazziotti a p. 149, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Questi fatti si desumono da un diploma di Alfonso I del dicembre 1450 pubblicato dal Ventimiglia. ‘Dif. Stor. Diplom., fol. LXVII”. Sempre il Mazziotti, nella sua nota (2) a p. 149, postillava che: “(2) Ventimiglia, ‘Il Cilento illustrato’.”. Scrive ancora il Mazziotti, nel suo cap. 6 – Periodo Aragonese – di Giovanni Sanseverino e della sua successione a p. 150 e s.: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbrai 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e conte di Nola, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa ecc…ecc……Giovanni Sanseverino conte di Marsico, barone di Rocca e vicereggente della provincia di principato, nel dicembre del successivo anno 1444 essendo gravemente imfermo fece testamento (1). Legò al figliuolo primogenito Luigi i feudi di Marsico, di Sanseverino, di S. Giorgio e di Diano, il castello di Salerno, il casale di Agropoli e la terra ed il Castello dell’Abate con l’obbligo però ‘sub pena maledictionis suae’ di pagare per quest’ultimo feudo il vescovo di Capaccio ecc… Dette a Roberto e a Barnaba, altri suoi figliuoli, la baronia della Rocca e varii feudi, su alcuni dei quali godeva l’usufrutto sua madre Caterina Sanseverino ancora vivente. Assegnò una dote di 12 mila ducati alla figliuola Sveva, e poichè in quel tempo la moglie era incinta, legò vari beni a prò del nascituro stabilendo che se fosse maschio, come infatti avvenne, dovesse avere il nome di Galeazzo. Donò sua nipote Diana, figliuola del suo fratello defunto Tommaso, una dote di ducati 12 mila con la condizione però che dovesse rinunciare ad ogni ragione su le contee di Marsico e di Sanseverino. Tra gli altri legati lasciò ducati venti alla chiesa di S. Francesco del Cilento. Diana non si contentò del legato, ed alla morte dello zio mosse in giudizio contro i cugini i quali invocarono a proprio favore il privilegio, con cui la regina Giovanna II aveva ordinato che la famiglia Sanseverino, per i beni feudali, non potessero succedere le donne quando vi fossero maschi della medesima famiglia. Il re Alfonso, attendendosi a tale privilegio, con diploma del 22 dicembre del 1450 da Torre Ottava, essendo intanto morto Luigi senza figli, confermò a favore di Roberto e degli altri due fratelli le contee di Marsico e di Sanseverino, la baronia di Rocca e i feudi di Agropoli e di Castellabate, restando per quest’ultimo però impregiudicata la lite tra il conte Roberto e la badia di Cava (1, p. 152). II La potenza di Casa Sansseverino crebbe grandemente nel regno di Ferdinando d’Aragona successo a suo padre Alfonso nel 27 Giugno 1458.”. Il Mazziotti (…) a p. 151, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Pubblicato dal Ventimiglia, DIf. Stor. Diplom., Appendice, Doc. XV, fol. LV.”. Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando del casale di Tortorella e, riferendosi a Tommaso III Sanseveino in proposito scriveva che: “Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori, successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Il Montesano si riferiva ai due fratelli Roberto e Barnaba (“Bernardino”) Sanseverino, figli del defunto Giovanni. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) ……Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”.
Nel 14 gennaio 1441, Maratea ebbe confermati tutti i privilegi precedentemente ottenuti
Riguardo i Sanseverino, lo storico locale Mons. Damiano (…), nella sua ‘Maratea nella storia e nella luce della fede’ parlando di Maratea all’epoca degli scontri tra Angioini e Aragonesi, a p. 59, in proposito scriveva che: “Maratea, sempre devota al reame di Napoli per i tanti privilegi ottenuti più ancora quelli da ottenere, era pienamente solidale al munifico governo, e non poteva in nessun modo mostrarsi irriconoscente; quindi, tutti i cittadini, forse nessuno escluso, patteggiavano per gli Angioini. Il potente Sanseverino, Conte di Lauria, per consiglio e desiderio di Alfonso d’Aragona, cinse d’assedio il Castello di Maratea, unica e popolata piazzaforte della zona che non dava segni di sottomissione e che a nessun costo avrebbe ceduto. La lotta fu ingaggiata da ambo le parti con efetti sorprendenti. La resistenza durò parecchi giorni ecc….Terminata quest’azione con risultato negativo da parte del Sanseverino, Maratea, il 14 gennaio 1441, ebbe la conferma di tutti i privilegi già precedentemente ottenuti.”.
Nel 20 novembre 1441, AMERICO SANSEVERINO definì i confini dello Stato di Laurino
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc…”. Dunque Pietro Ebner, parlando del casale di Laurino per l’anno 1345 citava un Americo Sanseverino di cui mi sono occupato nell’altro mio saggio sul periodo Angioino ed in particolare per l’anno 1345. Chi era questo Americo Sanseverino ?. Riguardo questo feudatario, Americo Sanseverino, Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto. Il Tutini, cit. , pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) ‘Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonabitacolus, Sansa’”. Dunque, in questa nota, Ebner postillava di un Americo Sanseverino che nel 1345 successe al padre, un altro Americo Sanseverino, nel possesso di alcuni casali e terre cilentane tra cui Laurino e Caselle. Infatti, Ebner scrive che questo Americo Sanseverino era “nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto”. Ebner, proseguendo il suo racconto sul casale di Laurino, citava pure (a mio parere) un diverso Americo Sanseverino. Pietro Ebner, sempre parlando del casale di Laurino, a p. 82 aggiungeva che: “Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…”. Quì però l’Ebner si riferiva ad un altro Americo Sanseverino. Ma quì forse vi è un errore di Ebner perchè questo Americo Sanseverino di cui parlo non era figlio di un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran connestabile di re Roberto d’Angiò ma doveva essere il figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino. Infatti, Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle, a p. 101, nella sua nota (128) riferendosi al passo dell’Ebner postillava che: “(128) Sbaglia Ebner (ivi) quando come pare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo per dire.”. Dunque, infatti, questo secondo Americo di cui parlo ora era figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino. Ebner parlando di Laurino cita due Americo Sanseverino. Il primo è quello del 1345 mentre, l’altro è quello che nel 1433 riceve il privilegio dal re Alfonso I d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino riconoscendo i diritti della popolazione su alcuni terreni e aggiungendone altri (30).“. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit., II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Di questo Americo Sanseverino ha parlato anche Felice Fusco (…) che lo cita in un suo saggio su Sanza e Buonabitacolo ed anche in un suo libro sulla storia di Caselle. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle, a pp. 49-50 cita Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino “che nella metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio si estendevano fino allo Stato di Lurino”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (136) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: “Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Sempre a proposito di Guglielmo Sanseverino il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Alcontrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 203 sg.).”. Dunque, riguardo il Guglielmo Sanseverino, il Fusco si riferiva all’altro Guglielmo figlio di Tommaso Sanseverino, vissuto ai tempi di Carlo d’Angiò. Detto questo, ritornando a quanto il Fusco postillasse nell’altro suo lavoro su Casaletto, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando. Il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner parla di due Americo Sanseverino: il primo è “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Il secondo Americo Sanseverino è un altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino (figlio del primo Americo) “…e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) ecc…”. Dunque, il secondo Americo Sanseverino, quello in questione che nel 27 febbraio 1433, secondo l’Ebner, e nel 1443 secondo il Fusco, fu nominato da re Alfonso d’Aragona 1° Barone del Principato Citeriore, nacque da Tommaso Sanseverino (forse Tommaso III) che ebbe un altro figlio appunto chiamato Americo. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.
Nel 27 febbraio 1433, AMERICO SANSEVERINO, 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore, duca di Laurino ed altre ‘Terre’, tra cui anche quella di ‘Casella’
Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel suo cap. 6 – Periodo Aragonese, parlando del periodo Aragonese e di Giovanni Sanseverino, a p. 150 e s.: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbraio 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e conte di Nola, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa ecc…ecc..”. Dunque, scrive il Mazziotti che Americo Sanseverino era presente alla convenzione promossa da re Alfonso I d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza.”. Pietro Ebner (…) nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento” a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo Sanseverino” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45)…..La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46).”. L’Ebner (…) a p. 610 del vol. I, di “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di Capaccio, nella sua nota (46), lo chiama “Arrigo” ed in proposito cita lo stesso pp. 78-80 del Tutini (…) postillando che: “(46) Nella colletta di Principato Citra, disposta per il trionfo di re Alfonso, Arrigo risulta il primo barone della Provincia, scrive C. Tutini, cit. pp. 78 e 80: “Comes Caputatii, Aquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Caputatium, Caselle, Trentinaria, Mons fortis, Marginariatu, Contronum, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Bonabitacolus, Sanza.”. Ebner (…), nella sua nota (46) citava Camillo Tutini (…), ovvero il suo: “Dell’origine e fundazione dè Seggi di Napoli e il libro di De Lellis etc..’ pubblicato a Napoli nel 1754. Il Tutini (…), come scrive l’Ebner che lo cita e che a pp. 78-80 in proposito, parlando dei Maestri Giustizieri nel Regno di Napoli al tempo di Roberto d’Angiò scriveva su Americo Sanseverino fosse nato da un altro Americo Commestabile di re Roberto d’Angiò “il comes Caputatii” che (possedeva): “Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”.

(Fig…) Tutini Camillo, op. cit., pp. 78-80
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (di cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre del Vallo meridionale e delle Valli del Mingardo (‘Stato di Roccagloriosa (133)) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium – Morigerati). Ecc…”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Dunque, Felice Fusco, sulla scorta di Pietro Ebner, cita l’altro Americo Sanseverino che nel 1441 aveva concesso un privilegio agli abitanti di Laurino e che nel 27 febbraio 1433 venne creato da re Alfonso I d’Aragona il 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore. Il Fusco cita l’altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino “che nella metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio si estendevano fino allo Stato di Lurino”. Il secondo Americo Sanseverino fu nominato Conte di Capaccio da Alfonso d’Aragona nel 1433. E’ di questo Americo che parlo. Felice Fusco, nella sua nota (132) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(132) ‘Li Lauri’ (Laurino) coi casali ‘Le Chiane Soprane’ (poi Piaggine), ‘Le Chiaine Sottane’ (dal 1873 Valle dell’Angelo), Fogna (dal 1931 Villa Littorio), ‘Zedalampe e Vio’ (scomparsi).”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: “Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli.”.
NEL 1442, ALFONSO I D’ARAGONA DETTO IL MAGNANIMO
Con la morte senza eredi di Giovanna II d’Angiò-Durazzo il territorio del regno di Napoli fu conteso da Renato d’Angiò, che ne rivendicava la sovranità in quanto fratello di Luigi d’Angiò, figlio adottivo della regina di Napoli Giovanna II, e Alfonso V re di Trinacria e di Sardegna e Aragona, precedente figlio adottivo poi ripudiato della stessa regina. La guerra che ne scaturì coinvolse gli interessi degli altri stati della penisola, fra cui la signoria di Milano di Filippo Maria Visconti, che intervenne dapprima in favore degli angioini (battaglia di Ponza), poi definitivamente con gli Aragonesi. Nel 1442 Alfonso V conquistò Napoli e ne assunse la corona (Alfonso I di Napoli), riunificando il territorio dell’antico Stato svevo-normanno sotto la sua reggenza con il titolo di rex Utriusque Siciliae, insediando la capitale nella città campana e imponendosi, non solo militarmente, nello scenario politico italiano. Il regno, come Stato sovrano, vide una grande fioritura intellettuale, economica e civile sia sotto le varie dinastie angioine (1282-1442), sia con la riconquista aragonese di Alfonso I (1442-1458), sia sotto il governo di un ramo cadetto della casa d’Aragona (1458-1501); allora la capitale Napoli era celebre per lo splendore della sua corte e il mecenatismo dei sovrani. Nel 1447 poi, Filippo Maria Visconti designò Alfonso erede al ducato di Milano, arricchendo formalmente il patrimonio della corona aragonese. La nobiltà della città lombarda però, temendo l’annessione al regno di Napoli, proclamò Milano libero comune e instaurando la ‘repubblica ambrosiana‘; le conseguenti rivendicazioni aragonesi e napoletane furono contrastate dalla Francia, che nel 1450 diede il sostegno politico a Francesco Sforza per impadronirsi militarmente di Milano e del ducato. L’espansionismo ottomano, che minacciava i confini del regno di Napoli, impedì ai napoletani l’intervento contro Milano, e papa Nicolò V dapprima riconobbe lo Sforza come duca di Milano, poi riuscì a coinvolgere Alfonso d’Aragona nella lega italica, un’alleanza volta a consolidare il nuovo assetto territoriale della penisola. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli.”.
NEL 1443 LA GEO-STORIA NEL GOLFO DI POLICASTRO ATTRAVERSO L’INDAGINE DEMOGRAFICA: I PRIMI CENSIMENTI FOCATICI
Nel 1443, il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’
Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”.
Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “….nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova
Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale manoscritto che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori, le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Un altro interessante ed utile documento che possiamo utilizzare per attingere notizie storiche è il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala (Consilina), Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri – supportata oltretutto dalle politiche della monarchia. Ancora, utili documenti fiscali e non per la ricostruzione storica di alcuni centri del ‘basso Cilento’, possono essere rappresentati dai ‘Quinternioni’, tratti dalle Cancellerie Angioina e Aragonese per gran parte conservati all’Archivio di Stato di Napoli e presso alcuni Archivi privati, non del tutto conosciuti e studiati.
Nel 1443, con Alfonso I d’Aragona, il primo censimento focatico della popolazione
Nel 1988 (…) e poi nel 1995, pubblicai a stampa, uno studio dal titolo “I Villaggi deserti del Cilento”, dove facevo una disamina sull’indagine demografica dei piccoli centri del basso Cilento.

(Fig…) Attanasio F., “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13 (1).
Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (…), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus’”. Ebner (…), però, sempre a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedettero fino alla fine del ‘700. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”. Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Innanzitutto occorre notare che i primi censimenti, secondo la numerazione dei ‘fuochi’ (così si denominarono i nuclei familiari fino al XVIII secolo), si ebbero fin dall’anno 1443, durante il Regno di Alfonso I d’Aragona. Essendo, però, tale indagine volta ad accertare il numero dei nuclei familiari allo scopo puramente fiscale o militare, essa non potrà fornire di certo che dati approssimativi, ma sempre utilissimi a quanti vogliono rendersi conto del cammino compiuto dall’uomo attraverso i secoli. Nel periodo della dominazione aragonese, che si protrasse per circa sessanta anni, ebbero luogo varie numerazioni. Le più importanti furono quelle rilevate negli anni 1443, 1472, e 1489.”. Mario Vassalluzzo (…), nel 1975, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, riportava un interessante ricerca sulla ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., pubblicava un interessante prospetto sui dati demografici della popolazione dei centri che vediamo elencati dal 1489 (i dati del Silvestri), del 1508, ecc…ecc…:

(Fig….) Tavola sulla popolazione dei centri costieri cilentani dal XV al XVI secolo – tratta da Mario Vassalluzzo, op. cit. (…).
Infatti, il Silvestri (…), in un suo pregevole studio sulla popolazione del Cilento in epoca Aragonese, scriveva: “I censimenti della popolazione del Regno di Napoli, attuati col sistema della numerazione dei focolari, trassero origine dalla convenzione intercorsa tra Alfonso I d’Aragona ed i baroni del parlamento del febbraio-marzo 1443. Scopo precipuo dell’indagine demografica, adottata in tal modo da circa tre secoli, fu di accertare la reale esistenza dei nuclei familiari in tutte le terre abitate per imporre ad essi l’annuo tributo di un ducato, in luogo di quanto precedentemente si riscuoteva con l’incerto sistema delle collette (…).”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 150 e s. in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbraio 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e cone del Cilento, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa e specialmente delle regie collette ed introdotta la numerazione dei fuochi che si rinnovava ogni quindici anni e durò fino al tempo dei Borboni. Nelle numerazioni si designavano ad una ad una tutte le famiglie di ciascun paese ed i componenti di esse con il loro nome, cognome ed età e la loro relazione di parentela con il capo della famiglia. La prima numerazione venne fatta per il Cilento nell’anno 1500 formandosi una tassa unica per tutta la baronia compresi Agropoli e Castellabate.”.
Nel 1443, FRANCESCO SANSEVERINO, figlio di Gaspare Sanseverino, 3° conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro
Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), e soprattutto della cronaca del Summonte (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, riferendosi al regno di re Ladislao I, in proposito scriveva che ai tempi delle lotte accanite tra Ladislao e Luigi II d’Angiò scoppiò una ribellione ed in quella occasione Ladislao nell’anno 1404, accortosi dei fatti fece imprigionare 11 ribelli dove fra essi risultava essere secondo il Summonte anche Gaspare Sanseverino che viene annoverato come Conte di Matera ma il Summonte suppone essere il Conte di Lauria e l’utile Signore di Lagonegro. Secondo il Pesce, ai tempi di Re Ladislao, nel 1403, il conte di Lauria era Gaspare Sanseverino. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Scrive sempre il Pesce (…) a p. 210 che: “Succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’utile dominio di Lagonegro.”. Sempre il Pesce (…) a p. 210, riferendosi agli avvenimenti successivi al reame di Giovanna II di Durazzo, scrive che nel 1423, la regina adottò Luigi d’Angiò avversario di Alfonso di Aragona e, “In tal guisa gli odii ed i partiti nel regno si scissero e s’infiammarono nuovamente, e poichè i Sanseverineschi eransi mostrati avversi e ribelli alla Regina, e fra essi eravi Francesco, il Conte di Lauria, costui fu pure privato dei feudi. Ebbe allora Unità di Lagonegro altro diploma di privilegi da Giovanna II in Aversa nel 4 settembre 1427, riportati così dagli storici patrii: “Che volendo essa Regina usar clemenza coi suoi fedeli e diletti vassalli ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 212, in proposito a Francesco Sanseverino scriveva che: “Stette così Lagonegro, forse per 16 anni, nel Regio Demanio, ma, in seguito, salito sul trono di Napoli nel 1442 Alfonso I, detto il Magnanimo, costui confermò, pare nel 1443, la Contea di Lauria, allo stesso Francesco Sanseverino, il quale ebbe per moglie Elisabetta Caracciolo. Tuttavia questi, riferisce il Summonte, nel 1451 si mostrò disubbidiente al Re per non aver voluto permettere che ‘si facessero certe lance (?) le quali dovevasi unire nel territorio di Lauria, onde fu sottoposto a giudizio dei suoi pari, ma non risulta che gli sia stata inflitta alcuna pena, perchè non fu privato del suo feudo, che continuò sotto la sua dipendenza e dei suoi successori, come si dirà nel capitolo seguente.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

(Fig…) Montesano Nicola (…), op. cit., p. 27
Dunque, il Montesano cita il (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, il fol. 50, (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria anche Torraca, il suo suffeudo e territorio, dunque anche Sapri ed il suo porto. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, il Montesano cita il (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, il fol. 50, (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria anche Torraca, il suo suffeudo e territorio, dunque anche Sapri ed il suo porto. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Anche in questo caso non mi ritrovo con le date e dunque la notizia intorno a Gaspare Sanseverino e suo figlio Francesco dovranno essere uleriormente indagate. Il Montesano a p. 27 (v. fig…), scrive che per Torraca è scritto: “Turturella cum casalibus (foc. CCLXXVIIII, erat unc. 14. tar. 26; est unc 4 et cum casalibus Turturelli unc. 1; sunt unc. 5), Turucha (seu) Turracha (foc. LXIII; era et est unc. 1), Cucculum (44) cum casalibus ecc…”. Il Montesano a p. 27 nella sua nota (44) postillava che: “(44) Cuccaro Vetere“. Infatti, il suffeudo di Torraca a quel tempo doveva appartenere alla Baronia di Laurito e di Cuccaro, ovvero al signore di Cuccaro Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota. Ancora non era accaduta la ‘Congiura dei Baroni’ ordita dal principe di Salerno Antonello Sanseverino contro Ferrante d’Aragona. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario ((nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni (…) a p. 138 della sua opera “Pergamene di Laurito” in Rassegna Storica Salernitana, 1951, pubblicava la Pergamena n° 15 (documento n° XX), e scriveva che: “1438, 24 ottobre, II, Rocca Gloriosa. Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte la concessione della metà del casale di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’.”. La Mazzoleni a p. 138 postillava che: “Trans. il 1454, I° gennaio (v. n. 21). Pergam. n° 15”.

(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 138
Nel dicembre 1444, Giovanni Sanseverino fa testamento a favore dei figli Luigi, Roberto futuro Principe di Salerno e Barnaba
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 150 e s.: “Giovanni Sanseverino conte di Marsico, barone di Rocca e vicereggente della provincia di principato, nel dicembre del successivo anno 1444 essendo gravemente imfermo fece testamento (1). Legò al figliuolo primogenito Luigi i feudi di Marsico, di Sanseverino, di S. Giorgio e di Diano, il castello di Salerno, il casale di Agropoli e la terra ed il Castello dell’Abate con l’obbligo però ‘sub pena maledictionis suae’ di pagare per quest’ultimo feudo il vescovo di Capaccio ecc… Dette a Roberto e a Barnaba, altri suoi figliuoli, la baronia della Rocca e varii feudi ecc..”.
Nel 1444, BARNABA SANSEVERINO, Conte di Marsico, figlio di Giovanni e fratello di Roberto Sanseverino, Principe di Salerno e la Contea di Lauria
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 150 e s.: “Giovanni Sanseverino conte di Marsico, barone di Rocca e vicereggente della provincia di principato, nel dicembre del successivo anno 1444 essendo gravemente imfermo fece testamento (1). Legò al figliuolo primogenito Luigi i feudi di Marsico, di Sanseverino, di S. Giorgio e di Diano, il castello di Salerno, il casale di Agropoli e la terra ed il Castello dell’Abate con l’obbligo però ‘sub pena maledictionis suae’ di pagare per quest’ultimo feudo il vescovo di Capaccio ecc… Dette a Roberto e a Barnaba, altri suoi figliuoli, la baronia della Rocca e varii feudi, su alcuni dei quali godeva l’usufrutto sua madre Caterina Sanseverino ancora vivente. Assegnò una dote di 12 mila ducati alla figliuola Sveva, e poichè in quel tempo la moglie era incinta, legò vari beni a prò del nascituro stabilendo che se fosse maschio, come infatti avvenne, dovesse avere il nome di Galeazzo. Donò sua nipote Diana, figliuola del suo fratello defunto Tommaso, una dote di ducati 12 mila con la condizione però che dovesse rinunciare ad ogni ragione su le contee di Marsico e di Sanseverino. Tra gli altri legati lasciò ducati venti alla chiesa di S. Francesco del Cilento. Diana non si contentò del legato, ed alla morte dello zio mosse in giudizio contro i cugini i quali invocarono a proprio favore il privilegio, con cui la regina Giovanna II aveva ordinato che la famiglia Sanseverino, per i beni feudali, non potessero succedere le donne quando vi fossero maschi della medesima famiglia. Il re Alfonso, attendendosi a tale privilegio, con diploma del 22 dicembre del 1450 da Torre Ottava, essendo intanto morto Luigi senza figli, confermò a favore di Roberto e degli altri due fratelli le contee di Marsico e di Sanseverino, la baronia di Rocca e i feudi di Agropoli e di Castellabate, restando per quest’ultimo però impregiudicata la lite tra il conte Roberto e la badia di Cava (1, p. 152). II La potenza di Casa Sanseverino crebbe grandemente nel regno di Ferdinando d’Aragona successo a suo padre Alfonso nel 27 Giugno 1458.”. Il Mazziotti (…) a p. 151, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Pubblicato dal Ventimiglia, Dif. Stor. Diplom., Appendice, Doc. XV, fol. LV.”. Da altri autori sappiamo che Venceslao Sanseverino, Conte di Lauria, diede in moglie a Barnaba Sanseverino la figlia Luisa. Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “…’Venceslao’. Costui trovandosi privo di prole maschile, e volendo far rimanere i suoi feudi nel parentado, diè in matrimonio la figlia ‘Luisa a Barnaba Sanseverino, Conte di Capaccio e fratello o nipote di Roberto, Principe di Salerno, donandole altresì la Contea di Lauria ed altri feudi, dei quali si riservò il godimento e l’usufrutto fino alla morte. A tale ecc..ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva di Luisa Sanseverino che il 7 giugno 1463: “sposa Barnabo Sanseverino, terzogenito del 10° Conte di Marsico Giovanni Sanseverino e fratello del 1° principe di Salerno Roberto; quest’ultimo successe al padre dopo la morte del primo figlio Ludovico, avvenuta in maniera prematura nel 1447. Barnabo era, come tutti i Sanseverino, uomo d’arme. Aveva partecipato nel 1460, insieme al fratello Roberto, agli scontri tra Ferrante d’Aragona (con i quali erano schierati) e i d’Angiò che cercavano di riprendersi il regno. Dopo la sconfitta subita dalle truppe aragonesi nella battaglia di Sarno, Roberto scese a patti con il Principe di Taranto, dimostrandosi propenso a passare dalla parte degli angioini. Finiti gli scontri i due fratelli Sanseverino furono processati per lesa maestà ma ottennero il perdono di Ferrante il 17 gennaio 1461. Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a p. 143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La feudalità, p. 18.”. Da Wikipedia, alla voce “Suffeudo di Lauria” leggiamo che: “Il suffeudo comprendeva l’area del monte Sirino e i territori di Lauria, Orsomarso, Laino, Castelluccio e Trecchina, tutte zone considerate marginali rispetto agli altri possedimenti dei Sanseverino. Il suffuedo di Lauria, aveva il rango di contea, titolo normalmente attribuito solo ai feudatari cosiddetti in capite con vincolo diretto al re, mentre secondo il diritto feudale il termine suffeudo indicava il beneficio di valvassori (“vassi vassorum”) dipendenti dai Vassalli. Il conte di Lauria ebbe congiunto anche il titolo di duca di Scalea. La costituzione del suffeudo di Lauria la si deve a Vinceslao Sanseverino, che era il dodicesimo conte di Lauria. Non aveva discendenza diretta maschile ma, con l’atto di donazione del 12 febbraio 1462 di Laino, concesse il suffeudo come dote a sua figlia Luisa che sposò Barnaba Sanseverino,fratello di Roberto, principe di Salerno. Venceslao poteva come feudatario in capite costituire subfeudi,mentre solo il re poteva concedere la contea al di fuori della discendenza maschile. Con il suffeudo i beni passarono alla discendenza femminile aggirando le norme che ne impedivano la successione nei feudi e portavano alla retrocessione al demanio regio ma con la scelta di uno sposo per la figlia all’interno dello stesso casato continuava la tradizione di famiglia. Barnaba, a sua volta, pur essendo cadetto venne a svolgere un ruolo molto importante nel regno di Napoli e fu uno dei capi della congiura dei baroni.“.
Nel 1445, ROBERTO SANSEVERINO, alla morte del padre successe nella contea di Marsico (IX conte di Marsico)
Da Wikipedia leggiamo che Roberto Sanseverino, principe di Salerno (1430 circa – 2 dicembre 1474). Era il figlio di Giovanni, 9º conte di Marsico, e Giovanna, entrambi appartenenti alla famiglia Sanseverino. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giovanni Sanseverino, IX conte della contea di Marsico e padre di Roberto morì nel 1445. Alla morte del padre, Roberto ne ereditò i feudi. Nella guerra tra Angioini e Aragonesi per il trono del Regno di Napoli, Roberto partecipò a fianco del Re Ferrante d’Aragona nella battaglia di Sarno: nella notte tra il 6 e 7 luglio 1460, guidato da villani pratici del luogo, salì verso i monti che sovrastano Sarno e con indicibile ferocia aggredì il nemico, piegando i soldati di Giovanni d’Angiò-Valois. Ma, attaccato sui fianchi, fu costretto a ritirarsi. Roberto, favorito dalla fortuna, benché coperto di ferite e ferito alla bocca, riuscì a riprendere la via del monte, tornò indietro, discese con i fanti verso la porta di Foce Sarno e marciò sollecito sulle tracce del Re. La battaglia fu persa ed il Re Ferrante fu costretto a fuggire, mentre Roberto scese a patti con gli Angioini. Ma, dopo il 9 dicembre, ritornò dagli Aragonesi e si recò in Calabria per contrastare gli Angioini che avevano assediato Cosenza. Dopo il successo ottenuto, ritornò in Campania e cinse d’assedio Salerno, che capitolò poco dopo la metà del mese di settembre del 1462. La città, ormai senza speranza di ricevere soccorso dagli Angioini, si arrese a Roberto che ottenne dal sovrano un indulto per la cittadinanza: il 30 gennaio del 1463 fu investito del titolo di principe di Salerno, con in più il privilegio di battere moneta, ricevuto il 27 novembre. Fu poi nominato grande ammiraglio del Regno di Napoli e, il 7 luglio 1465, al comando della flotta aragonese, fu con Alessandro Sforza uno dei vincitori della battaglia di Ischia contro Giovanni d’Angiò-Valois che aveva occupato l’isola. Nel 1470 intraprese la ricostruzione del Palazzo Sanseverino in stile rinascimentale. L’edificio era in passato appartenuto alle famiglie Caldora ed Orsini. Morì il 2 dicembre 1474. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 150-151 e s. in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “IV. Il principe Roberto, morendo nel 12 dicembre 1474, (1) lasciò il principato al figliuolo Antonello natogli dalla sua unione con Caterina Sforza, secondo ha scritto il Gatta, o Ramondina Del Balzo, secondo altri autori. Ecc…”. Il Mazziotti (…) a p….., nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ sepolto nella chiesa di S. Matteo.”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).“. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) ….A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello ecc….”. Roberto si sposò con Raimondina Orsini del Balzo († 1490), figlia di Gabriele Orsini del Balzo, duca di Venosa, e di Maria/Giovanna Caracciolo del Sole, dalla quale ebbe un figlio e due figlie: Antonello, Ginevra e Giovanna che andò in sposa a Lugi III Gesualdo.
Nel 1455, Torraca ed il suo territorio, compreso Sapri in epoca Aragonese
Secondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura dei Baroni’, a p. 39, in proposito all’epoca aragonese scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV sec., Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che venivano tassati.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova
Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori, le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Il Malamaci però, sulla scorta del Gaetani si ferma al secolo XVI quando si hanno notizie dei baroni di Torraca che acquistano il feudo o il suffeudo. Stessa cosa devo dire per Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Torraca all’epoca Aragonese non riporta significative notizie. Oltre alle notizie demografiche della popolazione di Torraca e del suo territorio per l’epoca aragonese riportate dal Mallamaci sula scorta del ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, notizie di Torraca, del suo territorio e del porto di Sapri, si hanno a partire dal 1500 in poi. Tuttavia, una notizia che riguarda il territorio saprese incluso nel suffeudo di Torraca all’epoca post-angioina e della metà del ‘400 è quella della citazione di un cimitero di fanciulli a “S. Fantino“, grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a S. Giovanni a Piro, una grancia oggi scomparsa ma che probabilmente esisteva nel territorio saprese anche grazie alla presenza del porto da cui partivano le barche per i traffici dei monaci dell’Abbazia. La citazione viene nell’art. 41 degli Statuti del 1466 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti dall’allora Abate Commendatario dell’Abbazia Teodoro Gaza nel 1466. L’articolo n° 41, forse è uno di quelli aggiunti dagli altri abbati commendatari proprio in epoca aragonese. Oltre a questa notizia di cui parlo innanzi vi è l’altra dell’anno 1481 della bolla vescovile di Gabriele Guidano che concesse la costruzione di una cappella nel teritorio saprese allora unito a quello di Torraca.
Nel 1445, Mons. Fellapane è eletto 17° vescovo della Diocesi di Policastro
Secondo la cronostassi del vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, pubblicata a Napoli nel 1831, ed in particolare nella versione pubblicata da G.G. Visconti (…), pubblicata nel 1976, a pp. 76-77-78, per il periodo storico che va sotto la dominazione Aragonese, subito dopo le vicende Angioine, in proposito venivano riportati i seguenti vescovi: “XVII. Carlo Fellapane, di Napoli, innalzato alla cattedra di Policastro nel 1445. Durante il suo episcopato la Cattedrale fu riattata ed abbellita, come risulta da una iscrizione in marmo posta sull’ingresso centrale della Cattedrale stessa:

(Fig….) Cattedrale di Policastro – facciata principale con il Portale ed il bassorilievo del ‘400
Nel 3 novembre 1449, papa Nicolò V, destituì Antonio Rocco, abate di S. Giovanni a Piro
Il 3 novembre 1449, per ordine del papa Nicolò V (1447-1455) venne destituito l’abate di quel monastero perchè “publice fornicari ac dicti monasteri delapidatorem et dissipatorem esse et multa ac varia enormia crimina perpetrare non expavit” (16). Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Reg. Vat., vol. 410, ff 222-223.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, a p. 490, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Reg. Vat., vol. 410, ff 222-223. Papa Nicolò V avendo destituito ‘Antonius Rochus de Catancano (Catanzaro ?), ‘abbas monasterij S. Johannes de Piro O. S. Bas. Policastren dioec.’ conferisce in commenda il monastero al cardinale Basilio Bessarione.”.
Nel 7 novembre 1449, papa Nicolò V (?), conferisce in commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro al Cardinale Bessarione
Il 7 novembre successivo il papa, da Napoli, conferì in commenda il predetto monastero al cardinale Bessarione di Trebisonda, vescovo di Frascati e alto protettore dell’Ordine di S. Basilio. Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Reg. Vat., vol. 410, ff 222-223. Papa Nicolò V avendo destituito ‘Antonius Rochus de Catancano (Catanzaro ?), ‘abbas monasterij S. Johannes de Piro O. S. Bas. Policastren dioec.’ conferisce in commenda il monastero al cardinale Basilio Bessarione. Il Di Luccia, p. 19, attribuì l’investitura della commenda al cardinale a papa Pio II (1458-1464) con breve del 1462; il Lipinski a papa Sisto IV (1471-1484) con breve del 1473.”.
Nel 1451, Francesco Sanseverino disobbedì al re Alfonso I d’Aragona
L’avv. Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 212, in proposito a Francesco Sanseverino all’epoca di Alfonso I d’Aragona scriveva che: “….Tuttavia questi, riferisce il Summonte, nel 1451 si mostrò disubbidiente al Re per non aver voluto permettere che ‘si facessero certe lance (?) le quali dovevasi unire nel territorio di Lauria, onde fu sottoposto a giudizio dei suoi pari, ma non risulta che gli sia stata inflitta alcuna pena, perchè non fu privato del suo feudo, che continuò sotto la sua dipendenza e dei suoi successori, come si dirà nel capitolo seguente.”.
Nel 1452, muore Francesco Sanseverino, conte di Lauria e figlio di Gaspare Sanseverino
Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, ecc…”.
Nel 1455, VENCESLAO SANSEVERINO, IV conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro
Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “A ‘Francesco Sanseverino’ successe nel 1455 nella Contea di Maratea e di Lauria, e quindi nell’utile dominio di Lagonegro, il figlio ‘Stefano’, ed a questo il figlio ‘Venceslao’.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, che aveva sposato Mita Caracciolo, figlia di Leonetto Signore di Pisciotta e di Caterina Filangieri dei Conti di Avellino. In seguito ad atto di donazione del padre Venceslao, il 12 febbraio 1462 la figlia Luisa diventa contessa di Lauria e sposa Barnabo Sanseverino, terzogenito del 10° Conte di Marsico Giovanni Sanseverino e fratello del 1° principe di Salerno Roberto; ecc..”. Da Wikipedia, alla voce “Suffeudo di Lauria” leggiamo che: “Il suffeudo comprendeva l’area del monte Sirino e i territori di Lauria, Orsomarso, Laino, Castelluccio e Trecchina, tutte zone considerate marginali rispetto agli altri possedimenti dei Sanseverino. Il suffuedo di Lauria, aveva il rango di contea, titolo normalmente attribuito solo ai feudatari cosiddetti in capite con vincolo diretto al re, mentre secondo il diritto feudale il termine suffeudo indicava il beneficio di valvassori (“vassi vassorum”) dipendenti dai Vassalli. Il conte di Lauria ebbe congiunto anche il titolo di duca di Scalea. La costituzione del suffeudo di Lauria la si deve a Vinceslao Sanseverino, che era il dodicesimo conte di Lauria. Non aveva discendenza diretta maschile ma, con l’atto di donazione del 12 febbraio 1462 di Laino, concesse il suffeudo come dote a sua figlia Luisa che sposò Barnaba Sanseverino,fratello di Roberto, principe di Salerno. Venceslao poteva come feudatario in capite costituire subfeudi,mentre solo il re poteva concedere la contea al di fuori della discendenza maschile. Con il suffeudo i beni passarono alla discendenza femminile aggirando le norme che ne impedivano la successione nei feudi e portavano alla retrocessione al demanio regio ma con la scelta di uno sposo per la figlia all’interno dello stesso casato continuava la tradizione di famiglia. Barnaba, a sua volta, pur essendo cadetto venne a svolgere un ruolo molto importante nel regno di Napoli e fu uno dei capi della congiura dei baroni.“.
Nel 12 giugno 1453, Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, donò il feudo del fratello Alfonso di Loria
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 205, parlando anche di Rivello, in proposito citava il Pesce (…) e, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).“. Il Campagna, nella sua nota (29) a p. 205, postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà, ci informa che: “Da un documento del 12 giugno 1453, citato anche dal Vanni (8), risulta che Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, aveva fatto donazione del feudo del fratello Alfonso. Fu così che i Loria entrarono nella storia della Terra di Majerà e ne determinarono le sorti per, circa, un secolo e mezzo (9).”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Dal Quinternione primo della R. Camera, fol. 264, e fol. 265, R. Assenso ad una Supplica al re Alfonso I, scritta dal notaio Pietro Bono di Maratea, “Cronica di Majerà” cit.”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (9) postillava che: “(9) La famiglia aveva tratto il predicato dal feudo di Lauria. Divenne di Loria con l’uso umanistico di latinizzare nomi, cognomi e predicati. Pare che fosse di origine normanna, messasi alle dipendenze del Principato di Salerno. Venne identificata con i De Cloirat di Normandia. Ebbe feudi che andavano da Lagonegro a Lauria, e fin sulle coste del Golfo di Policastro. Il rappresentante più illustre fu Ruggiero di Lauria, 1245-1304, eroico ammiraglio al servizio di Pietro III d’Aragona. Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”.
Nel 1454, muore Americo di Sanseverino, marito della giovane Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio e padre di Gaspare, Antonello e Guglielmo
Nel 1 gennaio 1454, MARGHERITA DI SANSEVERINO, moglie di Americo di Sanseverino 1° conte di Capaccio, madre e balia di Gaspare, Antonello e Guglielmo
Felice Fusco (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), nella sua nota (131), riguardo i successori di Americo Sanseverino scriveva che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Arrico Sanseverino, 1° conte di Capaccio e della baronia del Principato Citeriore, si era sposato con sua cugina Margherita di Sanseverino, figlia dello zio Luca di Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Sposando Margherita, Arrico ebbe così la conte di Capaccio divenendone il primo conte. Da Margherita Americo ebbe tre figli: Gaspare, Antonello e Guglielmo. Alla morte di Americo, i tre figli era ancora minorenni e sarà la madre la loro balia e tutrice. Lo si rileva dal documento pubblicato dalla Jole Mazzoleni (…). Pietro Ebner (…) nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento” a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo Sanseverino” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45)…..La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46). ….Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49). Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”. Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”.

Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”.
Secondo questo documento nel 1454, Guglielmo di Sanseverino ed i due fratelli erano ancora minorenni e sotto la tutela della madre. La Mazzoleni (…), a p. 138, in un suo saggio sulle “Pergamene di Laurito” pubblicate nella R.S.S. (…), riguardo il documento n. XXI (pergamena n° 15), in proposito scriveva che: “XXI. 1454, 1 gennaio, II, Padula. Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio, madre di Gaspare di Sanseverino, conte di Capaccio e della baronia di Laurino e Cuccaro, conferma a Giacobello di Monforte, suo suffeudatario in feudo nobile la metà del castello di Laurito già datogli da Francesco di Sanseverino nel 1438, 24 ottobre (v. n° 20) e gli rinnova l’investitura. Confermano e sottoscrivono il diploma baronale: Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, conte di Capaccio, Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio. Perg. n° 15.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45) ecc…La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46). Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio, madre e balia di Gaspare Sanseverino, conte di Capaccio e delle baronie di Laurino e di Cuccaro, confermò a Giacobello di Monforte, suo suffeudatario, il feudo nobile di Laurino concessogli da Francesco di Sanseverino il 24 ottobre 1438 (47). Nel 1422, “in castris apud Caput Aquarum” re Alfonso esaminò atti di governo (48). Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49). Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino,, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”. Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”. Da questo documento pubblicato dalla Mazzoleni e trascritto a Padula, nel 1 gennaio 1454 e sottoscritto anchedai suoi tre figli minorenni di cui ella era la baia tutrice prima che raggiungessero la maggiore età. Dunque, da questo documento si evince che al 1 gennaio 1454, Arrico di Sanseverino era già morto e sua moglie Margherita di Sanseverino era diventata la balia e la tutrice dei beni dei suoi tre figli: Gaspare, Antonello e Guglielmo. Dunque, da questo documento risulta che i pupilli Gaspare, Antonello e Guglielmo, nel 1454 erano ancora sotto la tutela della madre Margherita di Sanseverino, vedova e balia dei suoi tre figli.
Nel 1454, GASPARE SANSEVERINO, maggiorenne e dopo la reggenza della madre Margherita succede al padre Americo e diventa il 2° Conte di Capaccio e forse Conte di Lauria
Felice Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Amerigo Sanseverino era figlio di Filippo Sanseverino, Conte di Matera e di Elisabetta Sanseverino. Fu marito di Margherita Sanseverino dei Duchi di S. Marco. Appartiene al ramo dei Principi di Sanseverino di Bisignano, Sarà il 1° Conte di Capaccio. Sarà padre di Caterina Sanseverino, Antonello e Antonio, Cesare e Gaspare Sanseverino, 2° conte di Capaccio e Guglielmo Sanseverino, 3° Conte di Capaccio. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Ma quando morì Americo Sanseverino ?. Quando successe alla sua morte il figlio Gaspare che morì nell’anno 1468 ?. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Americo Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello Antonello (sposò Antonella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi.”. Riguardo Gaspare di Sanseverino, figlio di Amerigo di Sanseverino ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45) ecc…La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46). Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio, madre e balia di Gaspare Sanseverino, conte di Capaccio e delle baronie di Laurino e di Cuccaro, confermò a Giacobello di Monforte, suo suffeudatario, il feudo nobile di Laurino concessogli da Francesco di Sanseverino il 24 ottobre 1438 (47). Nel 1422, “in castris apud Caput Aquarum” re Alfonso esaminò atti di governo (48). Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49). Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino,, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”. Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”. Dunque, secondo Ebner parlando di Capaccio, Amerigo Sanseverino ebbe il feudo nel 1433 dal re Alfonso I d’Aragona e riguardo “Arrigo” nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nella colletta di Principato Citra, disposta per il trionfo di re Alfonso, Arrigo risulta il primo barone della Provincia, scrive C. Tutini, cit. pp. 78 e 80: “Comes Caputatii, Aquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Caputatium, Caselle, Trentinaria, Mons fortis, Marginariatu, Contronum, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Bonabitacolus, Sanza.”. Ebner, riguardo Arrigo Sanseverino scriveva pure che: “Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, ecc..”. Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Ma quando morì Americo Sanseverino ?. Quando successe alla sua morte il figlio Gaspare che morì nell’anno 1468 ?. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Americo Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello ecc…”. Sempre Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel suo cap. 5, parlando dei Cpano e della Baronia del Cilento, a p. 144, riferendosi ad un documento, una Sentenza del 7 luglio 1386 pronunziata in Rocca Cilento, dove è trascritto un ordine di Tommaso I di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Lo stesso documento ci informa che la Baronia in quell’anno fu invasa da un tal Amerigo de Cucarito, ed essendo stato, fra gli altri, spogliato dei suoi beni un tale Petruccio de Rayno di Vetrale, piccolo casale di Matonti, egli ricorse ai Capano ecc..”. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando. Felice Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Ma quando morì Americo Sanseverino ?. Quando successe alla sua morte il figlio Gaspare che morì nell’anno 1468 ?. Riguardo la famiglia dei Sanseverino ed in particolare di Gaspare Sanseverino, ho scritto per l’anno 1404, sulla scorta della notizia che riferisce Carlo Pesce (…). Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), e soprattutto della cronaca del Summonte (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, riferendosi al regno di re Ladislao I, in proposito scriveva che ai tempi delle lotte accanite tra Ladislao e Luigi II d’Angiò scoppiò una ribellione ed in quella occasione Ladislao nell’anno 1404, accortosi dei fatti fece imprigionare 11 ribelli dove fra essi risultava essere secondo il Summonte anche Gaspare Sanseverino che viene annoverato come Conte di Matera ma il Summonte suppone essere il Conte di Lauria e l’utile Signore di Lagonegro. Il Summonte scrisse che all’epoca furono privati tutti dei feudi e delle cariche. Scrive sempre il Pesce (…) a p. 210 che: “Succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’utile dominio di Lagonegro.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria: Ecc..”. Anche in questo caso non mi ritrovo con le date e dunque la notizia intorno a Gaspare Sanseverino e suo figlio Francesco dovranno essere uleriormente indagate.
Nel 1455, ‘Antonello de Petruciis’ acquistò Rofrano
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro scriveva che: “Come ho già detto nel 1455 il primo ministro di re Ferrante d’Aragona, Antonello de Petruciis, aveva acquistato Rofrano ecc..”.
Nel 1455-1456, Casaletto, Capizzo e Centola erano feudi posseduti da Carlo e Alfonso de Sangro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nel 1456 Casaletto, Capizzo e Centola erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro, investiti di quei feudi dopo la morte del padre Paolo (4).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (4) postillava che: “(4) Ebner, Storia cit., pp. 137 sgg., 192, 201, 207, 217 e 246. Cfr. pure nel mio saggio ‘Economia e società cit., I, p. 262.”. Dunque, Ebner scriveva che nel 1456, i feudi di Centola, Casaletto e Capizzo erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro. I fratelli de Sangro avevano ereditato i feudi dal padre Paolo di Sangro. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 137-138, parlando della Baronia di Novi ai tempi degli Aragona, in proposito scriveva che: “2. Re Alfonso continuò a mostrare la sua cordiale benevolenza nei confronti del fedele Giovanni Antonio Marzano tanto da favorire il matrimonio di Marino, figlio unico del Grande ammirato, con la propria figlia Eleonora, cui diede in dono il principato di Rossano e buona parte della Calabria. Al medesimo barone di Novi, il sovrano donò Gioi, ……Ciò fu possibile perchè la baronia di Novi, passata dai Normanni de Mànnia ai discendenti cadetti dei principi longobardi di Salerno, secondo il diritto longobardo era divisibile. In quel tempo l’antica baronia era diventata un mosaico di feudi. Capizzo, con Casaletto e Centola (a. 1455) erano posseduti da Carlo e Alfonso di Sangro, investiti del feudo di Centola e casali anzidetti per la morte del loro padre Paolo (N Q f 58 e 59). Sala e Salella (N Q f 163), come l’odierno Vallo della Lucania (N Q f 62), già posseduti dai della Ratta di Caserta……Il 28 luglio 1429 (errore di trascrizione nel R Q per 1459) re Ferrante vendette per 1500 ducati (R Q 7, f 94) a Nicola da Procida, conte di Aversa, le terre di Laurito e Vibonati (R Q f 87).”. Dunque, anche in questo scritto Ebner chiarisce che secondo i Registri ancora esistenti, quelli che non sono andati distrutti in occasione dell’ultimo conflitto mondiale, ed in particolare i Registri Aragonesi, in particolare i Notamenti ai Repertori dei Quinternioni, nel 1455, i feudi di Centola, Capizzo e Casaletto erano stati ereditati dal padre Paolo di Sangro ai figli Carlo e Alfonso di Sangro (N Q f 58 e 59). Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, nel vol. II, a p. 262 parlando di “Centola”, in proposito scriveva che: “vedi vol. II”, ma non dice nulla, forse un errore di trascrizione.
Nel 22 marzo 1458, la visita apostolica di Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos) all’Abazia di S. Giovanni a Piro, al monastero di S. Maria di Centola ed al monastero di S. Cono a Camerota

(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio).
Riguardo la visita Apostolica del 1457-58, di Atanasio Calceopoulos si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava: “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Il grande interesse del documento da poco pubblicato il quale contiene il testo completo della Visita compiuta ai monasteri basiliani di Calabria, Basilicata e Campania dall’autunno 1457 alla primavera dell’anno successivo. Atanasio Calceopoulos, allorchè ricevette da Papa Callisto III la commissione per tale Visita, era archimandata del monastero del Patirion e per assolvere all’incarico si associò l’archimandrita Macario del monastero di S. Bartolomeo di Trigonia, presso Sinopoli, ed il notaio Carlo Feadacio. I tre viaggiatori, conclusero il loro viaggio il 5 aprile 1458 nel cenobio di S. Maria di Pattano nelle vicinanze di Vallo della lucania.”. Nel corso della visita apostolica di Atanasio, si potè rilevare che: “accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Dunque, come ci narra il Breccia (…), nel 1457, Atanasio Calceopulo, eseguì una visita apostolica in tutti i monateri Basiliani ancora esistenti. Il Breccia, alla sua nota (6), postillava che: “Anche tenendo conto dell’incompletezza del resoconto citato, nel quale viene a volte omesso l’inventario dei beni di alcuni monasteri, nonché della possibilità che qualcosa sia sfuggito al suo redattore, l’impressione di un generale e drastico depauperamento è inequivocabile.”. Scrive sempre il Breccia (…), a proposito del lavoro svolto dal Menniti (…): “Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti in Italia meridionale.”. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta , Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà , Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg. Non si può certo escludere che nei settantanove anni che corrono tra l’edizione dell’Agresta e quella del Rodotà il numero dei monasteri fosse rimasto invariato: certo è tuttavia che il modo in cui quest’ultimo riprende il testo dell’Agresta, a tratti copiandolo fedelmente, non depone a favore della sua attendibilità.”. A questo punto, il Breccia, riprende il suo racconto e scrive che: “Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava: “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Riguardo il ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”. L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: “Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non vennevisitato nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano). Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (…), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola)…”. Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dunque, l’Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Come si può vedere, nel testo di Agresta, del 1681, Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno (…), da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua versione postuma pubblicata del Rodotà (…) (vedi Fig…), non viene citato il Monastero di S. Arcangelo di Celle di Bulgheria. Dunque il Monastero di S. Arcangelo a Celle di Bulgheria, forse figura solo tra quelli visitati nel 1458 dall’Archimandrita Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos), di cui abbiamo parlato. E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli). La cosa andrà ulteriormente indagata in quanto non è detto che il Monatero esistesse ancora nel 1583, in quanto a Rofrano, il Galassi (…), trovò un solo diacono, figlio di un presbiterio greco. Sappiamo dal Ronsini (…) che a Rofrano, il Galassi (…), trovò nella chiesa un’antichissima icona della Theotòkos. Tuttavia, siccome il Galassi, condusse la sua visita apostolica nel ‘basso Cilento’ solo di sicuro a Rofrano, questo sarà oggetto di ulteriore approfondimento. Il Volpi (…) ne scrive nella vertenza tra i vescovi di Capaccio e i preti di Centola, i quali rifiutarono di ricevere dal vescovo Tommaso Carafa (1639-1664) la facoltà di amministrare i sacramenti asserendo che erano tenuti a riceverla dall’abate, ordinario locale. La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), vengono confermate dunque dal Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Atanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava: “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco“. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…), D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. La visita della Commissione Apostolica ai Monasteri dell’Ordine di S. Basilio, ancora esistenti nel Mezzogiorno d’Italia, riveste un carattere di particolare rilievo ed importanza anche perchè grazie ad essa, subito dopo,molti monasteri furono Commendati, come ad esempio quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dove, nel 1462, fu istituita la Commenda affidata al Cardinale Bessarione che a sua volta lo affidò in Commenda al grande umanista Teodoro Gaza, che la tenne fino alla morte, sopraggiunta nel 1475. Riguardo questo argomento, rimando al mio saggio ivi pubblicato

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 131 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 132 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 132 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 133 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 133 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 134 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).
NEL 4 FEBBRAIO 1459, RE FERDINANDO (FERRANTE) I D’ARAGONA
Ferdinando d’Aragona, ramo di Napoli, meglio conosciuto come Ferrante I e detto anche Don Ferrando e Don Ferrante (muore nel 1494), era l’unico figlio maschio, illegittimo, di Alfonso I di Napoli, fu re di Napoli dal 1458 al 1494. La madre, Gueraldona Carlino, era una donna probabilmente di origine napoletana che nel dicembre del 1423 aveva accompagnato Alfonso al suo ritorno in Spagna. Alla morte di re Alfonso I d’Aragona (1458) divise nuovamente le corone lasciando il Regno di Napoli al suo figlio illegittimo Ferdinando (legittimato da papa Eugenio IV e nominato duca di Calabria), mentre tutti gli altri titoli della corona d’Aragona, incluso il regno di Sicilia, andarono a suo fratello Giovanni. Re Alfonso lasciò quindi un regno perfettamente inserito nelle politiche italiane. La successione del figlio Ferdinando I di Napoli, detto Don Ferrante, fu sostenuta dallo stesso Francesco Sforza. Così come stabilito dal padre, Ferdinando gli succedette sul trono di Napoli nel 1458, all’età di 35 anni; ma papa Callisto III, mal disposto nei suoi confronti, con bolla del 12 luglio dichiarò vacante il trono di Napoli non riconoscendo la successione di Ferdinando perché, a suo dire, egli non era figlio né legittimo né naturale di Alfonso V d’Aragona, ma figlio di un servitore moro. Il pontefice morì nell’agosto del 1458 senza però raggiungere il suo obiettivo; il suo successore, papa Pio II (1458-1464), invece, riconobbe come legittimo sovrano Ferdinando, il quale fu incoronato solennemente il 4 febbraio 1459 nella Cattedrale di Barletta. Malgrado ciò, il rivale Giovanni d’Angiò, approfittando del malcontento dei baroni napoletani, decise di tentare la riconquista del trono della sua dinastia, perduto dal padre, e invase Napoli. Riguardo l’epoca Aragonese ed in particolare quella di re Ferrante d’Aragona, Giuseppe Galasso (…), nel suo ‘Mezzogiorno medievale e moderno’, a pp. 141-142, in proposito scriveva che: “i sovrani di casa d’Aragona avevano, infatti, già dato un più che rilevante contributo. Alfonso il Magnanimo aveva riformato, la Vicaria ed altre istituzioni del Regno; aveva operato una radicale rifrma dell’ordinamento tributario; aveva istituito il Sacro Regio Consiglio; aveva organizzato la grande dogana pugliese delle pecore e aveva impresso così un corso nuovo, e sia pure largamente discutibile, all’economia di gran parte del Mezzogiorno. A sua volta il di lui figlio Ferrante perseguì una discontinua, ma non efficace politica di difesa delle ‘universitates’ del Regno contro gli abusi feudali, che si espresse nell’appoggio alla legislazione statutaria allora fiorita; e potè inoltre, schiacciando la famosa congiura del 1484-85, e già prima quella del 1459-64, segnare una tappa decisiva nella riduzione del peso politico del baronaggio meridionale. Ma lo stesso Alfonso aveva concesso ai baroni il ‘merum et mixtum imperium’, e nelle intricate vicende attraverso le quali si consumarono tra il 1494 ed il 1503 la crisi e la fine dell’indipendenza del Regno, i baroni avevano per via di fatto conquistato una piccola parte del potere detenuto prima della grande congiura (3).”. Il Galasso a p. 142, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per il significato del periodo aragonese nella storia della monarchia meridionale (sulla quale manca, tuttavia, un’opera ‘ad hoc’ ) sono soprattutto da tenere presenti: B. Croce, Storia del Regno di Napoli, cit., cap. I, ‘passim; E. Pontieri, Per la storia del regno di Ferrante I d’Aragona re di Napoli, Napoli, 1948; passim; ID, Alfonso I d’Aragona nel quadro della politica italiana del suo tempo, in ‘Divagazioni storiche e storiografiche, serie I, Napoli, 1960, pp. 201-310; P. Gentile, Lo stato napoletano sotto Alfonso I d’Aragona, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.s., 23 (1937), pp. 1-56 e 24 (1938), pp. 1-56; G. Cassandro, Lineamenti di diritto pubblico ecc…ecc…”.
Nel 4 aprile 1460, Roccagloriosa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Ci è pervenuta pure una notizia dell’età Aragonese (51).”. Ebner a p. 422, nella sua nota (51) postillava che: “(51) ‘Fonti aragonesi’, Napoli, 4 aprile 1460, Reg. 2 f 61 = Carucci cit., III, p. 92, n. 495: “Martinecti magistri Johannes de Rocca Gloriosa, moratoria unciarum acta et certa quantitate grano et ordei, taxata solvat tarenos tres et grana decem.”. Riguardo la nota (51), Pietro Ebner, in questo caso non si riferisce al Carucci (…) al suo vol. III del ‘Codice diplomatico salernitano del secolo XIII – Salerno dal 1282 al 1300, dove a p. 92 pubblicò il documento n. LXXV del 3 settembre 1290, Melfi che, non è il documento del 1460 che riguarda Roccagloriosa che è tratto dalla Cancelleria Aragonese.
Nel 1461, BARTOLOMEO CARRAFA ed il feudo di Policastro confermato da re Ferrante
Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e Società etc..” a p. 539 parlando di Policastro, riferendosi al feudo di Policastro ci informa che: “…..(14), feudo confermato poi da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (d. 5000) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, il quale con il consenso del sovrano associò alla contea il figlio Giovanni Antonio.”. L’Ebner a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) ‘Reepr. Quintern., ff 158-161: ‘come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro IOannae secundae f. 262. Conferma (‘cum hominubus, vaxallis iuribus’ ecc… a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quint. div. 2° p. 856).”.
Nel 1462, Teodoro Gaza è nominato abate commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – Teodoro Gaza (1462-68); ecc..”. Scrive il Tancredi (…), a p. 60 che Teodoro Gaza “Fu il grande organizzatore del Cenobio Basiliano, in fase di decadenza. Procurò ogni mezzo per ricondurre all’antico splendore.”.
Nel 12 febbraio 1462, LUISA SANSEVERINO successe al padre Venceslao nella Contea di Lauria
Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’ di Lorenzo Giustiniani, il quale nel Vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, che aveva sposato Mita Caracciolo, figlia di Leonetto Signore di Pisciotta e di Caterina Filangieri dei Conti di Avellino. In seguito ad atto di donazione del padre Venceslao, il 12 febbraio 1462 la figlia Luisa diventa contessa di Lauria ecc… Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo. Alla morte di Barnabo, avvenuta nel 1485, diventa 6° Conte di Lauria il figlio Bernardino.”.
Nel 7 giugno 1463, si sposano LUISA DI LAURIA (o Loria o Oria) e BARNABA SANSEVERINO che diventa il V conte di Lauria.
Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “…‘Venceslao’. Costui trovandosi privo di prole maschile, e volendo far rimanere i suoi feudi nel parentado, diè in matrimonio la figlia ‘Luisa a Barnaba Sanseverino, Conte di Capaccio e fratello o nipote di Roberto, Principe di Salerno, donandole altresì la Contea di Lauria ed altri feudi, dei quali si riservò il godimento e l’usufrutto fino alla morte. A tale ecc..ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, che aveva sposato Mita Caracciolo, figlia di Leonetto Signore di Pisciotta e di Caterina Filangieri dei Conti di Avellino. In seguito ad atto di donazione del padre Venceslao, il 12 febbraio 1462 la figlia Luisa diventa contessa di Lauria e sposa Barnabo Sanseverino, terzogenito del 10° Conte di Marsico Giovanni Sanseverino e fratello del 1° principe di Salerno Roberto; quest’ultimo successe al padre dopo la morte del primo figlio Ludovico, avvenuta in maniera prematura nel 1447. Barnabo era, come tutti i Sanseverino, uomo d’arme. Aveva partecipato nel 1460, insieme al fratello Roberto, agli scontri tra Ferrante d’Aragona (con i quali erano schierati) e i d’Angiò che cercavano di riprendersi il regno. Dopo la sconfitta subita dalle truppe aragonesi nella battaglia di Sarno, Roberto scese a patti con il Principe di Taranto, dimostrandosi propenso a passare dalla parte degli angioini. Finiti gli scontri i due fratelli Sanseverino furono processati per lesa maestà ma ottennero il perdono di Ferrante il 17 gennaio 1461. Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo. Alla morte di Barnabo, avvenuta nel 1485, diventa 6° Conte di Lauria il figlio Bernardino.”. Dunque, secondo il Montesano (…), il matrimonio tra Barnaba di Sanseverino e Luisa di Sanseverino, figlia di Venceslao e contessa di Lauria si celebrò il 7 giugno 1463 a Castelluccio (PZ). E’ così che Barnaba di Sanseverino divenne il V° conte di Lauria e signore id Cuccaro. Dalla loro unione nacquero Bernardino che alla sua morte , nel 1485 erediterà la conte di Lauria e Sveva di Sanseverino che all’epoca della ‘Congiura dei Baroni’ (anno 1485) sposerà Giovanni Antonio Petrucci figlio di Antonello Petrucci Segretario del re Ferrante d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a p. 143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La feudalità, p. 18.”.
Nel 1465, ANTONELLO DE PETRUCIIS acquistò da re Ferrante I d’Aragona la contea di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “…..(14), feudo confermato poi da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (d. 5000) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, il quale con il consenso del sovrano associò alla contea il figlio Giovanni Antonio. A un certo momento Antonello aggregò alla contea di Policastro anche la Baronia di Novi, per cui tutto il basso Cilento dall’Alento a policastro fu posseduto da un solo feudatario.”. L’Ebner a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) ‘Reepr. Quintern., ff 158-161: ‘come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioannae secundae f. 262. Conferma (‘cum hominubus, vaxallis iuribus’ ecc… a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quint. div. 2° p. 856).”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, parlando del Casale di Casaletto ai tempi della Congiura dei Baroni, a p. 39, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Egli aveva ricevuto la contea di Policastro dal padre Antonello, segretario del Re, la quale contea, appartenente fino ad allora ai Sanseverino, era stata concessa, mediante il pagamento di 12.000 ducati, direttamente dal re Ferrante. Successivamente, …..La contea di Policastro passò nel 1496 alla famiglia Carafa.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: “Nel 1476, però, Gioi fu venduta pure dal re al suo primo ministro Antonello de Petruciis. Ma già nel 1465 Antonello aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro La Bruca, riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro, acquistata per docimila ducati e alla quale aveva associato il figlio Giovanni Antonio (28). Nominato da re Amministratore regio di Novi, il primo ministro lo comprò sùbito con Mandia. L’acquisto è confermato da una notizia del prezioso ‘Cedolario di tesoreria’ (ASN, vol. 86 f 36) da cui risulta che Antonello preferì il pagamento rateale della somma di “setzimila ducats” (29). Anche Novi, con Gioi e Mandìa, vennero aggregati alla contea di Policastro. A premiare l’opera attiva e intelligente del suo primo segretario, l’Aragonese aveva nominato il primo figlio di Antonello conte di Carinola e consentito al secondo di associarsi al padre nella contea di Policastro.”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Vedi nell’edizione critica dei sonetti del Conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, La congiura de baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Rata di “dosmila uicento dotze ducats, un gra.”. La rata venne pagata il 15 agosto 1479 e pare fosse l’ultima. Vedi pure nei ‘Cedolari di tesoreria’ 1484-1492 sullo stipendio mensile di “Mess. Rogiero de Cucharo medico de S. Re” Ferrante, per le interessanti variazioni ecc…ecc…”. Antonello De Petruciis (questo è in realtà il cognome riportato da Tristano Caracciolo, testimone delle vicende e che ne riferisce nel 1509 nel “De varietate fortunae“) iniziò la propria carriera sotto Alfonso I, con un incarico presso la regia cancelleria al quale fu chiamato dopo essersi fatto notare durante gli anni di praticantato prestati sotto la guida del notaio Ammirato di Aversa, il quale – colpito dalla sua intelligenza e vivacità – lo aveva voluto con se e lo aveva avviato agli studi. In pochi anni il giovane di estrazione contadina, nato nelle campagne di Teano, riuscì a scalare tutti i gradini della burocrazia, ottenendo incarichi sempre più delicati e ruoli via via più prestigiosi: già nel 1459 era diventato Segretario di Re Ferrante e via via divenne Cavaliere, conservatore dei Registri di Cancelleria e del Gran Sigillo, Credenziere della Dogana, fino alla nomina – nel 1460 – a Presidente della Regia Camera della Sommaria e Luogotenente del Gran Cancelliere. A Napoli il Petrucci acquisì dalla famiglia Del Balzo il palazzo in Piazza San Domenico Maggiore a Napoli e una cappella nell’attigua chiesa. Naturalmente anche i numerosi figli beneficiarono di tali ricchezze: Francesco divenne Conte di Carinola, Giannantonio Conte di Policastro, Giambattista fu Arcivescovo di Taranto, Tommaso Agnello divenne Priore di Capua, mentre Severo e Giacomo furono Vescovi rispettivamente di Muro e Larino. Le due figlie femmine, assecondando la politica espansionistica del padre, si imparentarono con le nobili famiglie degli Orsini e dei Caracciolo. Per lo stesso motivo Giovanni Antonio aveva sposato Sveva Sanseverino, nipote del Principe di Salerno, e fu questo – probabilmente – l’inizio della catena di eventi che portò alla tragica fine della famiglia. Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, e da questo nell’anno 1348, in Gabriello, e Luciano Grimaldi, e dopo in Gio: Antonio Petrucci, figlio d’Antonello Segretario di Ferrante primo fatto da questo morire nel Mercato di Napoli come Ribelle nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro scriveva che: “Come ho già detto nel 1455 il primo ministro di re Ferrante d’Aragona, Antonello de Petruciis, aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro (v.), Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro la Bruca, riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro (57) che aveva acquistata per 12.000, alla quale poi, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio (58). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Pietro Ebner (…), riguardo i Petrucci ed il feudo di Policastro, in proposito scriveva che: “Dell’età aragone si intuiscono notizie dalla costituzione della contea di Policastro concessa da re Ferrante al suo primo ministro Antonello Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio alla contea che ormai si estendeva, in un unico complesso, da Novi oltre Policastro. Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro scriveva che: “Come ho già detto nel 1455 il primo ministro di re Ferrante d’Aragona, Antonello de Petruciis, aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro (v.), Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro la Bruca, riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro (57) che aveva acquistata per 12.000, alla quale poi, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio (58). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro “Pyxous-Policastro”, parlando dell’epoca Aragonese, in proposito a p. 515 in proposito scrivevano che: “Nel 1465 il conte Antonello Petrucci, figlio di contadini di Teano, segretario di re Ferrante, acquistò Policastro per 5.000 ducati.”.
Nel 1465, GIOVANNI ANTONIO PETRUCCI è associato dal padre nella Contea di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “…..primo ministro Antonello de Petruciis, il quale con il consenso del sovrano associò alla contea il figlio Giovanni Antonio. A un certo momento Antonello aggregò alla contea di Policastro anche la Baronia di Novi, per cui tutto il basso Cilento dall’Alento a Policastro fu posseduto da un solo feudatario.”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 38, parlando del casale di Casaletto al tempo della Congiura dei Baroni, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Egli aveva ricevuto la contea di Policastro dal padre Antonello, segretario del Re, la quale contea, appartenente fino ad allora ai Sanseverino, era stata concessa, mediante il pagamento di 12.000 ducati, direttamente dal re Ferrante. Successivamente, forse a causa anche del rapporto di parentela instauratosi con i Sanseverino (il secondogenito Giovanni Antonio aveva sposato Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e cugina del principe di Salerno Antonello) partecipò alla congiura dei baroni. Il Re, come abbiamo visto, non accettò un simile atto di fellonia (soprattutto da chi gli era stato più vicino ed aveva avuto la sua fiducia!) e giustiziò prima il figlio Giovanni Antonio e dopo il padre Antonello (giustiziato a Napoli in piazza del Mercato l’11 maggio 1487). La contea di Policastro passò nel 1496 alla famiglia Carafa.”. Dalla Treccani (….), leggiamo che Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro. – Uomo politico e poeta (n. 1456 circa – m. Napoli 1486); secondogenito di Antonello; entrò ancora giovane nella corte napoletana come consigliere e segretario regio. In relazione con i più celebri umanisti che insegnarono in quegli anni nello Studio napoletano, fu accademico pontaniano. Coinvolto nella caduta del padre, fu condannato alla decapitazione. Nella torre di San Vincenzo, dove era rinchiuso, scrisse una collana di 83 sonetti ispirati alle sue drammatiche vicende e alla sua visione della vita, pessimistica e insieme pacatamente rassegnata. Essi sono anche documento importante di quel momento di crisi della lingua in seguito al quale si afferma definitivamente, al di sopra delle parlate regionali, la koinè letteraria italiana sulla base del toscano. Giannantonio divenne Conte di Policastro. Giovanni Antonio Petrucci sposò Sveva Sanseverino, nipote del Principe di Salerno, e fu questo – probabilmente – l’inizio della catena di eventi che portò alla tragica fine della famiglia. Il padre gli cedette la contea di Policastro e gli procurò la mano di Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e nipote del principe di Salerno, proprio quando costoro ordivano la congiura contro re Ferrante. Pietro Ebner (…), riguardo i Petrucci ed il feudo di Policastro, in proposito scriveva che: “Dell’età aragone si intuiscono notizie dalla costituzione della contea di Policastro concessa da re Ferrante al suo primo ministro Antonello Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio alla contea che ormai si estendeva, in un unico complesso, da Novi oltre Policastro. Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro scriveva che: “Come ho già detto nel 1455 il primo ministro di re Ferrante d’Aragona, Antonello de Petruciis, aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro (v.), Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro la Bruca, riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro (57) che aveva acquistata per 12.000, alla quale poi, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio (58). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”.
Nel 1466, la politica di re Ferrante d’Aragona e la concessione degli ‘Statuti’ alle ‘Universitas’
Giuseppe Galasso (…), nel suo ‘Mezzogiorno medievale e moderno’, a pp. 141-142, in proposito scriveva che: “A sua volta il di lui figlio Ferrante perseguì una discontinua, ma non efficace politica di difesa delle ‘universitates’ del Regno contro gli abusi feudali, che si espresse nell’appoggio alla legislazione statutaria allora fiorita; ecc..”. Riguardo gli ‘Statuti’ concessi dai diversi feudatari ai diversi casali del Cilento, o ‘Universitas’, scaturiti dalla politica promossa da Ferrante d’Aragona, ne ha parlato Pietro Ebner (…) che li ha tutti pubblicati nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, soprattutto nel vol. I. Ebner ha pubblicato gli Statuti (inediti) di: “I. Casalicchio (Casalvelino), 422; di Novi, 465; di Rofrano, 509; già pubblicati II: di Altavilla, p. 10; di Atena, 38; di Camerota, p. 102; di Cilento, p. 124; di Diano-Teggiano, p. 156; di Laurino, p. 208; di Padula, p. 309, di Polaa, p. 362; di Roccadaspide, p. 390; di S. Giovanni a Piro, p. 408; di S. Arsenio, p. 418; di Sanza, p. 460; di Torre Orsaia, 481.”. Luigi Tancredi (…), a p. 60, parlando dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e di Teodoro Gaza, in proposito scriveva che: “….i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate…”. Gli Statuti o Capitoli, concessi, contenevano norme giuridico-amministrative che si enucleavano in articoli di legge.
Nel 7 ottobre 1466, gli Statuti ed i Capitoli di S. Giovanni a Piro redatti da Teodoro Gaza
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – Teodoro Gaza (1462-68); ecc..”. Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “…chiamato a Roma, il Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico di Policastro Francesco del Nero (20) che per ordine dell’abbate commendatario cancellò i capp. 46, 47 e 49. L’abate de Vio modificò il cap. 37, Alfonso d’Aragona sostituì il cap. 44 con il 54……Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21). Ecc..”. Luigi Tancredi (…), a p. 60, in proposito scriveva che Teodoro Gaza “Fu il grande organizzatore del Cenobio Basiliano, in fase di decadenza. Procurò ogni mezzo per ricondurre all’antico splendore. Per regolare la vita dei due enti, dettò i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate….Detti statuti del 7 ottobre 1466, Ind. XI, contenevano 49 articoli con altri 7 aggiunti dagli altri commendatori e una nota notarile, per opportune modifiche agli articoli precedenti. Esaminando questi provvedimenti di natura prettamente economica, ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 409, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ed ecco, da Di Luccia (p. 32, sgg.) la trascrizione degli statuti: Capitoli fatti, et ordinati per lo Magnifico Messer Teodoro Greco, Procuratore, e Fattore Generale in lo Monastero di S. Gio: de Piro nomine, et pro parte del Rev. Monsignore lo Cardinale Greco Commissario dello sopradetto Monasterio una con l’università dello sopradetto Casale di S. Gio: ad Piro sub anno Domini 1466, Regnante Serenissimo, et Inclito Domino Nostro D. Ferdinando Dei Gratia Rege Siciliae, Ungariae, Hierusalem, Anno 9. Feliciter. Amen. Die 7 Octobris praesentis 15 indict. scritti per mano di Bernardo Palumbo di S. Giovanni a Piro. / In primis. Cap. 1. Constituimo, ecc..ecc..”.
Nel 1466, un cimitero di fanciulli a “S. Fantino” citato nello Statuto n. 41 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti da Teodoro Gaza
Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano, la “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a piro del 1695-96” (…), citata dal Gaetani (…) e, di cui il Gaetani (…) pubblicò alcuni passi dei documenti ivi contenuti, manoscritti. Riguardo alcuni possedimenti nelle “Località Extra”, come quelli nel “Portus Saprorum” (all’epoca territorio di Torraca), come le Grangie di S. Fantino e quella di S. Nicola a Sapri – citate nell’antico documento notarile del 1695-96 (…)), venivano citate anche in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), segnala che Teodoro Gaza (…), il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (…), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza – e tolti due da Monsignor De Nigro. Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “…chiamato a Roma, il Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico di Policastro Francesco del Nero (20) che per ordine dell’abbate commendatario cancellò i capp. 46, 47 e 49. L’abate de Vio modificò il cap. 37, Alfonso d’Aragona sostituì il cap. 44 con il 54……Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21). Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Sulla visita di Atanasio Calkeopulos ho dedicato ivi un mio saggio. Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (20), postillava che: “(20) Ebner, Economia e società cit., II, p. 415 sg. Capp. 46-48. A p. 416, manca, per errore tipografico, il cap. 48: “Costituimo, che nulla persona si ponga ecc..ecc..”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Dal processo anzidetto conservato nell’Archivio della Cappella romana (f 152). Cfr. Di Luccia, p. 17 sgg.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (22), postillava che:“(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano sepelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…“. Dunque, lo statuto n. 41, parla di un cimitero a S. Fantino. Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Ma si trattava del S. Fantino di cui l’Abbazia possedeva una Grangia a Torraca (o territorio saprese)?. Era il S. Fantino di cui parla il Di Luccia (…) ?. Scrive il Tancredi (…), a p. 60 che Teodoro Gaza “Detti statuti del 7 ottobre 1466, Ind. XI, contenevano 49 articoli con altri 7 aggiunti dagli altri commendatori e una nota notarile, per opportune modifiche agli articoli precedenti. Esaminando questi provvedimenti di natura prettamente economica, ecc…”. Ecco ciò che scriveva il Tancredi sugli Statuti del Gaza da cui si evince che nel 1466, vi era un S. Fantino. A S. Giovanni a Piro, vi era una località chiamata S. Fantino, ma non è dimostrato che il S. Fantino a cui è riferito il cimitero di fanciulli citato nello statuto n. 41, sia da riferire a S. Giovanni a Piro. Se come io credo si tratti di un possedimento dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, posto nelle “località Extra”, come si evince dalla “Platea dei beni etc…” del 1695-96, siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e la Baronia ecclesiastica dell’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia (…) – risalgono al 1466 e, lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la Grancia di S. Fantino, dimostra che la grangia di S. Fantino nel territorio Saprese esisteva già nel 1466, epoca di fondazione degli Statuti redatti dall’Abbate pro-tempore Teodoro Gaza. Ma la grancia di S. Fantino a cui si riferiva lo statuto n. 41 era la Grancia di S. Fantino posta nel territorio saprese citata anche nella “Platea dei Beni e delle rendite etc..” redatta dal notaio Magliano nel 1695-96 ?. Io credo che lo Statuto n. 41, si riferisca ad una grancia dipendente dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, posta nel territorio saprese (di Torraca all’epoca) e non si riferisse alla chiesa di S. Fantino posta nella terra di S. Giovanni a Piro. Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia, parlando di S. Giovanni a Piro, nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 493 scriveva in proposito che: “Il Di Luccia (p. 479 trascrive la “Instruccione et ordinatione date a voi Donno Ieronimo Sursaya per nui Antonio Terracina Apostolico protonotario et Commendatore de l’Abbatia de S. Ianne a Piro e S. Pietro de Lycusate” per cui il predetto doveva che eseguiate le volontà testamentarie di certo Francesco di cui manca il cognome; di “far acconciare e reparare dall’Università la Ecclesia de S. Fantino“. Dunque il Di Luccia ci parla di una chiesa di S. Fantino posta nel territorio di S. Giovanni a Piro e non ci parla di una Grancia e dunque come io credo lo statuto n. 41 si riferisce alla grancia di S. Fantino posta nel territorio di Torraca (ma in realtà si tratta del territorio saprese. Di certo si ha un ulteriore documento dell’epoca degli statuti che confermerebbe una grangia nel territorio saprese. Lo studioso locale Josè Magaldi (…), nel 1928, nel suo libretto inedito ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’, che scrisse su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in proposito scriveva che: “In contrada S. Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Dunque, Josè Magaldi (…), che si occupò degli scavi archeologici a S. Croce scriveva che a ridosso della collina del vallone “Ischitello” nella contrada saprese di S. Giovanni, sorse un piccolo tempio che era appartenuto fino al 1778 al clero di Torraca e che “il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Vi era un cimitero a San Fantino? Lo Statuto n. 41 non sembra così strano se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma i defuni venivano seppelliti in una fossa comune posta sotto l’antica chiesetta di S. Giovanni che come scriveva il Magaldi (…), fino al 1778 apparteneva al clero di Torraca. Già molti anni prima, nel 1891, il dott. Nicola Gallotti (…), nel suo ‘Condizioni igienico sanitarie di Sapri’, riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, scriveva che: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica….io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che siadistante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposantodi Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria. Mia zia Maria, nata nel 1923, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della ‘Trovatella’. Ai primi del ‘900, il cimitero di Sapri, si trovava sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella’. Fino ai primi dell’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri.
Nel 1468, muore Gaspare Sanseverino
Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) ….Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Americo Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello Antonello (sposò Antonella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi.”.
Nel 1468, ANTONELLO SANSEVERINO, figlio di Amerigo successe al fratello Gaspare nella Contea di Capaccio
Da Wikipedia leggiamo che Roberto si sposò con Raimondina Orsini del Balzo († 1490), figlia di Gabriele Orsini del Balzo, duca di Venosa, e di Maria/Giovanna Caracciolo del Sole, dalla quale ebbe un figlio e due figlie: Antonello, Ginevra e Giovanna che andò in sposa a Lugi III Gesualdo. Ma chi era Americo di Sanseverino, padre di Antonello e di Gaspare ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando. Felice Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Felice Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Secondo Pietro Ebner, Americo Sanseverino, che nel 1433 fu creato conte di Capaccio da re Alfonso I d’Aragona, sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico) e da questa ebbe tre figli: Gaspare, Antonello e Guglielmo. Siccome il povero Gaspare, alla morte del padre Americo morì prestisssimo, nel 1468, gli successe il fratello Antonello che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo. Antonello Sanseverino morirà nell’anno 1476 e gli successe il fratello Guglielmo. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore….. Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni e dei titoli al fratello Antonello…..”. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, parlando di Laurino all’epoca degli Statuti (epoca Aragonese), in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello Antonello (sposò Antonella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi.”. Felice Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) ….Amerigo ….da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Stessa cosa scriveva Felice Fusco, nella sua nota (131), riguardo i successori di Americo Sanseverino ed in particolare il figlio Antonello che successe al fratello Gaspare morto nel 1468, in proposito scriveva che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico). da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Americo Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello Antonello (sposò Giovannella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi.”. Dunque, se per l’Ebner, Gaspare, figlio di Americo Sanseverino morì nell’anno 1468 dopo la morte del padre Americo Sanseverino e subito dopo la sua successione nella Contea di Capaccio, può essere che il fratello di Gaspare, figlio di Americo, successe al fratello dopo la sua morte nel 1468. Infatti Ebner scrive che Antonello Sanseverino si sposò nel 1469, l’anno dopo la sua successione nel feudo. Di Antonello Sanseverino Principe di Salerno, scriveremo innanzi per l’anno 1497 allorquando re Ferrante d’Aragona, per la sua ribellione assedierà i suoi feudi e castelli di Diano (Teggiano) e Sala Consilina. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo” Sanseverino scriveva che: “Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49). Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino,, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”. Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”. Ebner, riguardo Arrigo Sanseverino scriveva pure che: “Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, ecc..”. Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”.
Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “‘Capitànei’ (governatori) della Terra di Casella negli anni della Signoria di Americo Sanseverino e del figlio Guglielmo (145) furono vari esponenti della famiglia De Senis: Buzio de Senis, il figlio Salvatore confermato nella carica direttamente da Alfonso d’Aragona nel 1444, Bindo, Alfonso, Porzia Tolomea andata in sposa a Cono Guevara conte di Potenza (146). I Signori Sanseverino risiedevano a Capaccio, sede della Contea, e le varie ‘Terre’ erano governate in loro nome e per conto o da ‘Capitànei’ o da ‘Vicecòmiti’ Francesco Comite (147) in rappresentanza di Guglielmo Sanseverino (figlio di Americo) e della madre Margherita, conti di Capaccio. La Congiura dei Baroni del 1485 sovertì questo stato di cose nei vari feudi Guglielmo (che ormai aveva ereditato tutti i beni paterni) in quanto nei confronti dei ribelli gli Aragonesi non furono meno duri degli Svevi in séguito alla Congiura di Capaccio di quasi due secoli e mezzo prima. Teatro dello scontro ecc….Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi. Alfonso II d’Aragona nel 1494 nominò il ‘milite Valerio de Gizzis’ di Chieti governatore (‘capitàneus) di tutti i feudi (fra cui Casella) appartenuti al Conte di Capaccio (149). Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo. Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazioe del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Riguardo questa fonte, il Fusco, a p. 103, nella nota (139) postillava che: “(139) Fonti Aragonesi, a cura degli Archivisti Napoletani, Napoli, presso l’Accademia Pontaniana, 1970, VII (il volume VII è curato da Bianca Mazzoleni).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (145) postillava che: “(145) Cfr. nota 131.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (146) postillava che: “(146) Fonti Aragonesi, cit., III, p. 50, nota 116. I ‘de Senis’ governarono anche le Terre di Casalnuovo (Casalbuono) e di Campora.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (147) postillava che: “(147) I Comite erano un’antica e nobile famiglia amalfitana trasferitasi a Salerno. Nel XV sec. oltre a Tortorella essi possedevano anche Morigerati, di cui era utile Signore Matteo Comite col fratello Giovanni (negli anni 1466 – 78 Matteo svolse pratiche feneratizie nei confronti dei cittadini di Morigerati e di Sicilì e Giovanni attuò investimenti in ovini e caprini: cfr. A. Leone, Una ricerca etc…, pp. 232 e 226); ancora all’inizio del XVII sec. possedevano Sanza nella persona di Marco Còmite che costrinse l’Università ad indebitarsi per 500 ducati per far fronte alle liti giudiziarie in cui il barone l’aveva trascinata: SN, Collaterale, Provisionum, f. 50, p. 80; F. Fusco, Universale Capitulum Terrae Santiae, ovvero gli ‘Statuti municipali di Sanza, in “Euresis”, VII (1991), p. 151 e nota 31.”.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) La reintegra dei beni fu riconfermata ai Sanseverino anche da Ferdinando il Cattolico nel 1506 quando, morto Guglielmo senza eredi, rilevò la Contea di Capaccio e le altre ‘Terre’ Roberto II, figlio di Antonello (un dei maggiori artefici della Congiura de Baroni). Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.
Nel 1468, Teodoro Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico Francesco del Nero
Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “…chiamato a Roma, il Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico di Policastro Francesco del Nero (20) che per ordine dell’abbate commendatario cancellò i capp. 46, 47 e 49.”. Sulla visita di Atanasio Calkeopulos ho dedicato ivi un mio saggio. Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (20), postillava che:“(20) Ebner, Economia e società cit., II, p. 415 sg. Capp. 46-48. A p. 416, manca, per errore tipografico, il cap. 48: “Costituimo, che nulla persona si ponga ecc..ecc..”.
Nel 27 dicembre 1468, papa Paolo III nominò Abate di S. Giovanni a Piro Andrea del Nero
Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “….Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21).”. Pietro Ebner ci informa che il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21). Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Dal processo anzidetto conservato nell’Archivio della Cappella romana (f 152). Cfr. Di Luccia, p. 17 sgg.”.
Nel 1468, il re ………………ed il papa………..acconsentono al giuramento di fedeltà di S. Giovanni a Piro
Pietro Ebner (…), ci informa che Pietro Marcellino Di Luccia (…), citava dei documenti di cui uno del 1468, un documento (7) contenente il consenso del re e del papa al giuramento di fedeltà da parte dei vassalli e cittadini di S. Giovanni a Piro all’abate del locale monastero. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Dal suddetto ‘Archivio’ e processo, ff. 158 e 159.”.
Nel 1468, il cardinale Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I e l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a p. 142, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: “A premiare l’opera attiva e intelligente del suo primo segretario, l’Aragonese aveva nominato il primo figlio di Antonello conte di Carinola e consentito al secondo di associarsi al padre nella conte di Policastro. Fece anche di più. Il re ottenne dal papa, per il terzo figliuolo, Giovan Battista, l’arcivescovado di Taranto, sede resa vacante dalla rinuncia, probabilmente sollecitata, del figliolo del re, cardinale Giovanni d’Aragona. Il cardinale rinunciò anche alle commende delle badie di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano, ambedue trasferite al nuovo arcivescovo di Taranto. Si spiega così la scelta del compatrono di Pattano già patrono di Taranto, S. Cataldo: monaco irlandese e pellegrino in Terrasanta, al cui ritorno fu eletto vescovo di quella città, dove poi morì.”. Pietro Ebner scriveva che: “Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (22), postillava che:“(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: “2) Mons. Alfonso D’Aragona, Vescovo Teatino, del quale il Di Luccia non cita la data di investitura. Ritenendolo nominato dopo la morte del Bessarione, o dopo la reggenza dell’Abate del Nero, si può presumere che la sua nomina a Commendatore avvenisse o dopo la scomparsa del Cardinale (1473) o dopo la reggenza del Del Nero, iniziata nel 1468. Ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: Mons. Alfonso D’Aragona (1468-1503);”. Dunque Alfonso d’Aragona fu il secondo Abate di S. Giovanni a Piro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro scriveva che: “……Giovan Battista arcivescovo di Taranto, fu costretto a rinunciare alla diocesi (a. 1489) privandolo pure delle badie di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano che vennero concesse al bastardo suo figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. Dell’avocazione alla Corona dei beni di Antonello approfittarono i fratelli Carafa.”, i cui beni andarono tutti ai Carafa della Spina, di cui parlerò in seguito. Scrive sempre l’Ebner a p. 490, vol. II, che il Di Luccia scriveva che “Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (14), postillava che:“(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.“.
Nel 1471 al 1485, Gabriele Guidano di Lecce, vescovo della Diocesi di Policastro
Nell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni esiste un documento datato anno 1481, di cui parlerò per quell’anno e citato da Pietro Ebner (…). Pietro Ebner (…), a p. 592 del vol. II, in proposito scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Ma Pietro Ebner (…), non dice chi fosse il vescovo che nell’anno 1481 fosse a capo della cattedra Vescovile della Diocesi di Policastro. La notizia ed il documento riguarda proprio l’epoca in cui nel Golfo di Policastro diversi feudi erano in mano ai Petrucci ed è di estrema importanza per la storia di Sapri. Riguardo il vescovo della Diocesi di Policastro, a cui si riferisce un documento del 1481, di cui parlerò innanzi, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano, come del resto attesta lo stesso documento in questione e il sacerdote Giuseppe Cataldo, la cui cronostassi non coincide con quella di Ebner e soprattutto con quella del Laudisio che in quel periodo poneva Vescovo di Policastro Mons. Gabriele Altilio. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus“. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: “XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), Mons. Gabriele Guidano venne eletto nell’anno 1491 e dunque non poteva essere il vescovo della Bolla del 1481 (il documento di cui parlerò innanzi che riguarda Sapri. Io credo , invece che il Laudisio abbia confuso la data di elezione alla cattedra vescovile di Policastro di Mons. Guidano. Credo che la data riportata dal Laudisio non fosse 1491 ma fosse 1481. Infatti, padre Leone dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro, doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471, successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Se secondo la cronostassi del Laudisio (…), il vescovo della Diocesi di Policastro nel 1481 doveva essere Mons. Altilio che fu nominato vescovo nel 1471. Secondo il Laudisio, Mons. Altilio rimase Vescovo di Policastro fino alla nomina del suo successore XXI, ovvero fino all’anno 1491 quando fu eletto Mons. Gabriele Guidano. Forse il Laudisio confuse il nome di “Gabriele” Guidano con quello di Mons. Gabriele Altilio. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio.Secondo la cronostassi riferita dal Cataldo, Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro nell’8 gennaio del 1493, come si rileva da due lettere di re Ferdinando II (due lettere del 9 e del 14 gennaio 1493 e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Siccome che, l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Infatti, per l’errore del Laudisio (…), riguardo l’esatta cronostassi dei due vescovi della Diocesi, l’Altilio ed il Guidano (..) e soprattutto riguardo il documento del 1481 che interessa la storia di Sapri, ci viene incontro il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. La data dell’elezione vescovile di Altilio è rilevata anche nella lettera del Signor Abate D. Gaetano Marini del 15 novembre 1803, ove è rettificata la serie dei Vescovi di Policastro, tramandata dall’Ughelli, secondo il quale Gabriele Altilio, per confusione di nome, sta al posto di Gabriele Guidano, Vescovo di Policastro nel 18 settembre 1471.”. Dunque, in questo passo a cui il Cataldo sriferiva del Vescovo Altilio, si dice chiaramente che la cronostassi del Laudisio è errata in quanto i riferiva a quella errata dell’Ughelli.
Nel 1471, ‘Antonello de Petruciis’ acquistò anche S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, e S. Mauro La Bruca, riunendo questi feudi nella Contea di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro scriveva che: “Come ho già detto nel 1455 il primo ministro di re Ferrante d’Aragona, Antonello de Petruciis, aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro (v.), Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro la Bruca, riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro (57) che aveva acquistata per 12.000, alla quale poi, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio (58). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Alfonso Silvestri (…), nel suo saggio “La contrastata giurisdizione feudale del vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia”, a p. 281, in proposito ai Capitoli e Statuti concessi a questa città, in proposito scriveva che: “Il pacifico dominio della Terra di Torre Orsaia goduto sino ai primi anni del Cinquecento fu successivamente osteggiato dal cone di Policastro Giovanni Carafa, al quale Alfonso II con privilegio del 4 febbraio 1496 aveva concesso i beni feudali dell’infelice Giovanni Petrucci, confiscati da Ferrante d’Aragona in seguito alla Congiura dei Baroni (6).”. Il Silvestri a p. 281 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Copia autentica di questo privilegio è in A.S.N., ‘Processo della Pandetta nuovissima, fascio 2893, fascicolo 67213, carte 4-8.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: “Nel 1476, però, Gioi fu venduta pure dal re al suo primo ministro Antonello de Petruciis. Ma già nel 1465 Antonello aveva acquistato Rofrano e nel 1471 S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Bosco e S. Mauro La Bruca, riunendo tutti questi feudi nella contea di Policastro, acquistata per dodicimila ducati e alla quale aveva associato il figlio Giovanni Antonio (28).”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Vedi nell’edizione critica dei sonetti del Conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, La congiura de baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Rata di “dosmila uicento dotze ducats, un gra.”. La rata venne pagata il 15 agosto 1479 e pare fosse l’ultima. Vedi pure nei ‘Cedolari di tesoreria’ 1484-1492 sullo stipendio mensile di “Mess. Rogiero de Cucharo medico de S. Re” Ferrante, per le interessanti variazioni ecc…ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando dei casali di Torre Orsaia e di Castel Ruggiero, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis, “regius consiliarius ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisdictionis casalis Turris” (“regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac iurisdictionis casalis Turris”),…..I capitoli vennero impugnati di falso dai procuratori del conte, ma l’esame calligrafico delle firme di Antonello e del figliuolo Giovanni Antonio (confermava “que genitor hoborandus concessit”) vennero riconosciute autentiche nel 1544 dal vescovo di Muro Severo de Petruttis, superstite figliuolo di Antonello, dall’abbate Berardinetto di Franco (era stato ufficiale della cancelleria di re Ferrante e intimo del primo ministro) e pure dal pronipote Francesco M. de Petrittis Orsini che aveva ereditato, e conservava, l’archivio del ministro nella sua abitazione di Chieti (3). Ecc…Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 491-492, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Nel suddetto processo vi è pure notizia (ff 159-165) della donazione, con regio assenso, di Antonello de Petruciis, conte di Policastro, al suo terzo-genito del feudo. In essa è una dettagliata descrizione dei confini del feudo di Policastro e di quelli del monastero di S. Giovanni.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando dei casali di Torre Orsaia e di Castel Ruggiero, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Infatti, convenuti davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli nel 1524 da Giovanni Carrafa, conte di Policastro, i presuli non poterono esibire l’originale privilegio di concessione, diversamente dal conte attore che, nell’esibire il diploma di concessione della Contea (v. p. sgg.), ecc…ecc…Chiarì pure che Castel Ruggiero, su cui i vescovi vantavano il dominio, era stato fondato e fortificato da Antonello de Petrutiis e che proprio dal primo ministro di re Ferrante aveva preso il nome di “la Petruccia” (2). A loro volta i vescovi sostennero che, come confermava lo stesso diploma di concessione della contea, i Carrafa vantavano su Torre Orsaia, la sola giurisdizione criminale, esibendo i capitoli originali concessi dal de Petruttis (“regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac iurisdictionis casalis Turris”). I capitoli vennero impugnati di falso dai procuratori del conte, ma l’esame calligrafico delle firme di Antonello e del figliuolo Giovanni Antonio (confermava “que genitor hoborandus concessit”) vennero riconosciute autentiche nel 1544 dal vescovo di Muro Severo de Petruttis, superstite figliuolo di Antonello, dall’abbate Berardinetto di Franco (era stato ufficiale della cancelleria di re Ferrante e intimo del primo ministro) e pure dal pronipote Francesco M. de Petrittis Orsini che aveva ereditato, e conservava, l’archivio del ministro nella sua abitazione di Chieti (3). Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”.
Nel 18 novembre 1472, l’abbate Commendatario Giuliano della Rovere riceve da papa SISTO IV l’assenso con breve pontificio per la vendita del feudo di ROFRANO
Nel 1482 il cardinale commendatario Giuliano Della Rovere, decise di provvedere l’Abbazia di una valida difesa, costruendovi intorno massicce opere di fortificazione. Sorse così in pochi anni quel castello che dal Della Rovere prende il nome. Le opere di difesa sono costituite essenzialmente da un grosso e alto muro di cinta e da una rocca all’angolo nord-est del palazzo residenziale del cardinale commendatario. La rocca, alta oltre venti metri, è munita sul davanti di una torre semicircolare dell’altezza dei muraglioni, con l’evidente scopo di difesa. Secondo alcuni storici, nel 1476, il giureconsulto Aniello Arcamone, conte di Borrello e giureconsulto di re Alfonso I d’Aragona, acquistò il feudo di Rofrano dal Cardinale Giuliano della Rovere, ultimo abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, dipendente dall’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo e che nel 18 novembre 1472 ricevette da papa Sisto IV l’assenso con suo breve papale per alienare i beni di Rofrano. Il Cardinale della Rovere, per conto del Cardinale Bessarione, decise di vendere il feudo di Rofrano ad Aniello Arcamone per rimaneggiare il castello di Tuscolo. Il cardinale Giuliano della Rovere, era nipote di papa Sisto IV e divenne lui stesso papa col nome di Papa Giulio II. Giulio II, nato Giuliano della Rovere (Albisola, 5 dicembre 1443 – Roma, 21 febbraio 1513), è stato il 216º papa della Chiesa cattolica dal 1503 alla sua morte. Noto come “il Papa guerriero” o “il Papa terribile”, è uno dei più celebri pontefici del Rinascimento. Gli viene attribuita la fondazione dei Musei Vaticani.
Nel 1473 (per il Rocchi), nell’11 gennaio 1476 (per il Ronsini), ANIELLO ARCAMONE e nell’11 gennaio 1476 (per Antonini) e nel 15 gennaio 1476 (per l’Ebner) acquistò il feudo di ROFRANO
Secondo alcuni storici, nel 1476, il giureconsulto Aniello Arcamone, conte di Borrello e giureconsulto di re Alfonso I d’Aragona, acquistò il feudo di Rofrano dal Cardinale Giuliano della Rovere, ultimo abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, dipendente dall’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo e che nel 18 novembre 1472 ricevette da papa Sisto IV l’assenso con suo breve papale per alienare i beni di Rofrano. Il Cardinale della Rovere, per conto del Cardinale Bessarione, decise di vendere il feudo di Rofrano ad Aniello Arcamone per rimaneggiare il castello di Tuscolo. Nel marzo 1472 fu mandato ambasciatore a Sisto IV e nel giugno dello stesso anno, insieme all’arcivescovo di Salerno, Pietro Guglielmo della Rocca, ebbe incarico di presentare al papa la chinea (Bibl. Apostolica Vaticana, Cod. Ferraioli 723, pp. 491-514). La produzione del giurista si riconnette senza alcun dubbio alle cariche amministrative e giudiziarie, ricoperte principalmente, sembra, nel primo periodo della sua vita pubblica. Nel 1466 l’Arcamone figura infatti presidente della Regia Camera della Sommaria, nel 1469 è consigliere del Sacro Real Consiglio. Per quest’ultimo ufficio risulta nel 1472 stipendiato con 400 ducati annui. Nel 1474 preparò la visita a Roma di Ferdinando, del gennaio 1475. Nel settembre di tale anno ebbe speciale procura dal re per discutere col papa e coi cardinali la spedizione contro i Turchi e per promettere il contributo dell’Ungheria. E’ forse la frequentazione della corte papale che lo indusse a finanziare la costruzione del bel castello di Tuscolo e per farlo acquistò il feudo di Rofrano dall’allora nipote di papa Sisto IV, Giuliano della Rovere, abate Commendatario dell’Abbazia Tuscolana di Grottaferrata che lo possedeva. Enrica Follieri (…) in “Byzantina et Italograeca” a p. 451, in proposito al feudo di Rofrano scriveva che: “Il feudo di Rofrano, salvo la chiesa e il monastero, fu alienato dal secondo abbate Commendatario di Grottaferrata, il cardinale Giuliano della Rovere, che lo vendette, nel 1476 (101), al giurista e diplomatico napoletano Aniello Arcamone (102): ecc..ecc..”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (101) postillava che: “(101) E’ la data fornita dal Ronsini, op. cit., p. 19 (cfr. anche Ebner, ‘Economia e Società, I, p. 497); il Rocchi, ‘De Coenobio’, p. 103, data la vendita al 1473.”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (102) postillava che: “(102) Su Aniello Arcamone, coinvolto nella Congiura dei Baroni e perciò imprigionato nel 1486 (ma non messo a morte, come dice il Ronsini, op. cit., p. 20), cfr. R. Abbondanza s.v., ‘Arcamone, Aniello’, in ‘Dizionario biografico degli Italiani, III, Roma, 1961, pp. 738-739.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” a p….., sulle origini di Rofrano parlando del casale e del feudo di Rofrano scriveva che: “Nel 1476, il feudo di Rofrano, tranne la chiesa e il monastero, fu venduto al diplomatico napoletano Aniello Arcamone, …..Ecc..”. L’Ebner (…), scrivendo su Rofrano, diceva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola) e se Camillo Tutini, scriveva che Rofrano apparteneva al Conte Giacomo Gaetani. Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Per ribellione di costrui, il feudo fu avocato al fisco.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento‘, nel vol. II, a p. 433, parlando di Rofrano in proposito scriveva che: “L’Antonini, e sulla scia il Ronsini, affermano che il feudo fu alienato l’11 gennaio 1476 (8) a favore di Anello o Antonio Arcamone di Napoli. Il Ronsini afferma che nel 1477 venne acquistato, per procura (10), un orto a Rofrano in località S. Brancato o Capizzi da Antonio Arcamone di Napoli, “utile padrone della terra di Rofrano”. Dichiarato ribelle per aver partecipato alla congiura dei baroni, l’Arcamone venne arrestato (13 agosto 1486) e poi decollato con la confisca di tutti i suoi beni. Il feudo quindi, tornò alla Corona e fu concesso da re Ferrante a Stefano Roberti (11).”. Ebner a p. 433 nella sua nota (8) postillava che: “(8) Assenso con breve pontificio del 2 gennaio 1476”. Ebner a p. 433 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Ronsini, cit., p. 19, rilevava la notizia, di cui dice anche l’Antonini, da “una Cronichetta, che serve di Preanbolo ad un Privilegio con cui la nostra Chiesa fu esentata da tasse e imposizioni Curiali nel 1583”. Ebner a p. 433 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il Ronsini (p. 20) assicura dell’Istrumento ” del 1477 per notar Masello de Leo, di cui ho copia legale”. Il Ronsini dice anche di un altro istrumento (stesso notaio, 27 ottobre 1477) dal quale risultava che l’Arcamone teneva quale governatore di Rofrano il proprio fratello, Giovan Francesco, e che nel 1497 l’Arcamone teneva a Rofrano un altro governatore, Rinaldo. Ciò che è dubbio, dato che l’Arcamone era stato giustiziato.”. Infatti, Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa), a p. 18 e s. scriveva che:

(Fig…) Ronsini D.A., op. cit., p. 20
“Sotto gli Abbati Commendatari il Feudo di Rofrano nel 1476 agli 11 Gennaio fu venduto con Pontificio permesso in un Breve dè 2 Gennaio ad Anello, o Antonio Arcamone di Napoli Conte di Fondi. Così narra una Cronichetta, che serve da preambolo ad un Privilegio, con cui la nostra Chiesa fu esentata da tasse, ed imposizioni Curiali nel 1583. E’ premessa ancora con l’aggiunta delle posteriori notizie ad una rappresentanza del Clero contro il Decreto di monsignor Brancacci con cui nel 1652 provvedeva al servizio della Badiale Chiesa. Ma l’Arcamone dall’Antonini è invece chiamato Conte di Borrello. Potrà così essere intitolato solo per anticipazione; perche in Banca Figliola f. 454 si legge, che l’Arcamone nel 1466 fu fatto presidente della Camera, e solo nel 1483 fu fatto Conte di Borrello. Gli vien contrastato anche il titolo di Conte di Fondi; perchè il Conte di Fondi, il Duca di Melfi, ed il Principe di Taranto non presero le armi cogli altri Baroni nel 1485, come assicura il Muratori, contro il Re Ferrante ed intanto l’Arcamone Conte di Borrello fu arrestato, e punito cogli altri ribelli. Dal che potrebbe dedursi, che l’Arcamone non era Conte di Fondi. La difficoltà svanisce, riflettendo, che il Re Ferrante, come riferisce il Summonte, fece proditoriamente ai 13 agosto 1486 prendere l’Arcamone, e molti altri suoi cortigiani, e gli fece processare non come insorti cogli altri Baroni, ma sotto pretesto, che avessero avuto intelligenza cò Baroni ribelli. Ad alcuni fu mozzato il capo, come all’Arcamone, a tutti fu tolta roba e feudi di sommo valore. Neppure è vera la notizia dataci dall’Antonini, che l’Arcamone comprò non per conto proprio, ma per suo cognato Petrucci Conte di Policastro, il quale Petrucci ne fece prendere possesso da un Commissario del Re Ferrante. In un Istrumento del 1477 per Notar Massello De Leo, di cui ho copia legale, Tommaso Allegro di Alessio di Rofrano, Erario dell’Eccellentissimo Signore Antonio Arcamone di Napoli utile padrone della detta Terra di Rofrano compra con un’orto nel luogo detto S. Brancato, o Capizzi, che tuttor si possiede come Burgensatico dà nostri Baroni, ‘agens nomine, et pro parte dicti excellentissimi Domini, haeredum, et successorum’. In un altro Istrumento per lo stesso Notaro dè 27 Ottobre 1477 si riferisce, che l’Arcamone teneva qui in tale anno per Capitanio un suo Fratello a nome Giovan Francesco. Di questo titolo trovasi copia in un processo per l’Università di Rofrano per la buonatenenza contro il Conte di Policastro, ed un’altra nel processo ‘Pro Julia Ruffo’ (moglie di Federico Carafa) ‘et aliis creditoribus contra Federicum Carafa comitem Policastri’. Banca Figliola f. 454. Nel 1497 v’era qui per parte dello stesso Arcamone Rinaldo Longo in qualità di Governatore, come dimostrerò qui appresso. Ecc..”. Questo scriveva il Ronsini (…), riguaro l’Arcamone e la vendita del feudo di Rofrano per poi proseguire il suo racconto come vedremo sull’acquisto del feudo e la concessione a Giovanni Carafa. Dunque come vedremo appresso l’Arcamone tenne il feudo di Rofrano sino alla sua carcerazione in seguito ai fatti accaduti detti della ‘Congiura dei Baroni’ di cui fu accusato di partecipazione essendo il cognato di Antonello Petrucci. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa), a p. 21 e s. scriveva che: “Adunque il titolo per cui il Feudo di Rofrano pervenne a’ Carafa non fu la pretesa compra per procuratorem. Il feudo ricaduto alla Corte per fellonia dell’Arcamone fu consesso da Re Ferrante a Giovanni Carafa Conte di Policastro à 13 Marzo 1490 con Alberano registrato Q. 55 f. 221. Q. 58 f. 62-172. Q. 77 f. 270. Ferrante II. a. 4 Feb. 1496 confirmò la concessione ed aggiunse altre spoglie dè ribelli, come il feudo di Alfano e di Sansa. La confirmò pure il Re Federico ecc..ecc…”, come vedremo appresso. Il Gaetani (…), in un suo pregevole studio, a p. 154, alla sua nota (4)(nota 1), a proposito di Rofrano, cita un documento del canonico Giuseppe Menta (…): “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, tratto dal documento del canonico Giuseppe Menta (…). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano.
Nel 5 novembre 1473, la bolla di papa Sisto IV per S. Giovanni a Piro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 491-492, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Del 5 novembre 1473 è una pergamena di papa Sisto IV (della Rovere, 1471-1484) conservata, ancora nel ‘600, nell’Archivio “Collegii S. Basili Magni” di Roma (v. oltre), documento interessante, oltre che per la notizia dell’abate pro-tempore (Francesco), e per i motivi che portarono alla sostituzione del rito latino al rito greco, soprattutto per l’assenso al nuovo ordinamento da dare al monastero proposto dall’abate (23). Ecc…”. Ebner (…), nel vol. II, a pp. 491-492, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Sixtus IV, Servus Servorum Dei. Dilecto filio Francisco Abbati Monasterij S. Joannis de Piro Ordinis S. Basilii Policastren. Dioecesis salutem ecc…”. L’Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), trascrive l’intero documento di papa Sisto IV. Nel suo pregevole studio sui documenti e codici provenienti dai monasteri Basiliani, raccolti da un erudito francese, Montfaucon (…), Gastone Breccia (…), a p. 21, scriveva che tra i monasteri in esso citati vi è: “Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauca vidimus in monasterio S. Basilii Romae, et aliquot ex scripsimus: ex iis vero novem selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus ….” (21). Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc…(22).”. Il Breccia (…), aggiungeva a p…..: “In ogni caso, dei quattro monasteri da cui provengono i documenti editi dal Montfaucon, tre sono compresi nell’elenco dell’Agresta e non pongono quindi ulteriori problemi, mentre il quarto (S. Giovanni di Piro) era “passato l’anno 1587 (…) sotto il dominio della Insigne Cappella Sistina”: (25) è probabile quindi che il documento in questione, forse con altri dello stesso archivio, sia giunto alla casa-madre romana molto prima della raccolta del Menniti (26).”. Il Breccia, nella sua nota (26), postillava che: ” (26) Di Luccia , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) “ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Luccia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Il Codice Vaticano Latino 13118, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma, non risulta digitalizzato, pertanto non è possibile pubblicare l’immagine della bolla originale del 1457, contenuta nel codice Vaticano latino 13118. Riguardo l’antico Codice menbranaceo del ‘500, si veda: Lilla, Salvatore, 1936-2015 ‘I manoscritti vaticani greci. Lineamenti di una storia del fondo’ (Studi e testi, 415), 2004; Rita Andreina, ‘Biblioteche e requisizioni librarie a Roma in età napoleonica: cronologia e fonti romane’, (Studi e testi, 470), 2012; Breccia, Gastone, 1962- ‘Archivum basilianum. Pietro Menniti e il destino degli archivi monastici italo-greci’, In Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 1991; Lilla, Salvatore, 1936-2015, ‘Codices Vaticani graeci 2648-2661’, In Miscellanea Biblioteque. Scrive sempre il Breccia (…), a pp. 23-24 che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Giovanni di Piro (bolla del 1473, habetur originalis (31); ecc..”. Nella sua nota (31), che riguarda il documento dell’Abazia di S. Giovanni a Piro, il Breccia (…), postillava che: ” (31) È la bolla pubblicata dal Di Luccia e dal Montfaucon (cfr. infra n. 69); è sopravvissuta e fa parte della raccolta di documenti oggi conservati alla Biblioteca Vaticana (Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) riguardanti per la maggior parte il monastero del S. Giovanni di Stilo.”. Scrive sempre il Breccia (…), a p. 32 che: “Si può, a questo punto, fornire l’elenco dei documenti medievali di monasteri italo-greci conservati al S. Basilio de Urbe durante il generalato del Menniti. Due importanti manoscritti (Vat. gr. 2605 e Vat. lat. 10606) sono stati momentaneamente inclusi – per desiderio di completezza – senza che sia stata ancora provata la loro effettiva appartenenza all”archivum basilianum’, attribuzione che sarà oggetto del prossimo paragrafo. I documenti sono elencati in ordine alfabetico di provenienza. Tra parentesi vengono fornite le informazioni essenziali (data, originale o copia, greco o latino ecc.); in nota le indicazioni sulle edizioni critiche di quelli già pubblicati.”e, per quanto riguarda il documento che riguarda S. Giovanni a Piro, scrive in proposito a p. 35, dove cita il breve di Papa Sisto IV del 1473 e, scrive: “S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473) (69).”. Il Breccia (…), nelle sue note (68) e (69), postillava in proposito: “Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115-116). (69) Edizioni: 1. Di Luccia, ‘L’abbadia’ (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”.



(Fig….) Di Luccia (…), la bolla papale di Sisto IV, pp. 15-16-17


(Fig….), il breve di papa Sisto IV, pubblicato dal Montfaucon (…), pp. 431-432
Nel 12 dicembre 1474 muore il Principe Roberto Sanseverino
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 154 e s. in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “IV. Il principe Roberto, morendo nel 12 dicembre 1474, (1)”. Il Mazziotti (…) a p….., nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ sepolto nella chiesa di S. Matteo.”.
Nel 12 dicembre 1474, ANTONELLO SANSEVERINO successe al padre Roberto
Antonello Sanseverino (1474-1499), grande ammiraglio del Regno di Napoli (1477), capo della Congiura dei baroni (1485). Sposò Costanza di Montefeltro, figlia di Federico Duca di Urbino. Antonello Sanseverino (Salerno, 1458 – Senigallia, 27 gennaio 1499) è stato II principe di Salerno (dal 1474 fino alla confisca del 1486), Conte di Marsico, grande ammiraglio del Regno di Napoli (dal 1477). Fu a capo della Congiura dei baroni del 1485. Sposò nel 1480 Costanza da Montefeltro, figlia di Federico da Montefeltro, duca di Urbino. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).“. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) …..Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte.”. La notizia fu tratta da Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 150-151 e s. in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “IV. Il principe Roberto, morendo nel 12 dicembre 1474, (1) lasciò il principato al figliuolo Antonello natogli dalla sua unione con Caterina Sforza, secondo ha scritto il Gatta, o Ramondina Del Balzo, secondo altri autori. Antonello ebbe assai a malincuore che il re non gli avesse conferito, come a suo padre, l’ufficio di grande ammirante che gli diede qualche anno dopo, nel 1477, e cominciò da allora a nutrire contro il re un fiero risentimento, il quale contribuì non poco ad attirarlo nella famosa congiura ecc..”. Il Mazziotti (…) a p….., nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ sepolto nella chiesa di S. Matteo.”.
Nel luglio 1475, la bolla di papa Sisto IV che concedeva a Guglielmo Sanseverino, signore di Roccagloriosa, di riedificare il monastero di ‘S. Mercurio fuori le mura’
L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Ecc….e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti.”.

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p….
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca post Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….ecc….e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134)…”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: “Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Dunque, la notizia sulle date della successione dopo la morte del padre Tommaso (forse Tommaso III) di Sanseverino dovrebbe essere ulteriormente indagata e precisata. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Posseduto dai Sanseverino, nel 1475 Guglielmo di Sanseverino, signore di Rocca, ottenne da Sisto IV di poter riedificare il monastero entro le mura (52). Guglielmo chiese pure Curia generale dei Frati minori di Roma di poter adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura (53). Per ribellione poi di Guglielmo il feudo fu devoluto alla R. Corte. Nel 1501 re Alfonso II vendette il feudo a Giovanni B. Carafa, conte di Policastro. Dopo l’incursione di Dragut rais del 12 luglio 1552, Roccagloriosa aveva subito ecc…”. Ebner a p. 422, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Bolla: “Datum Romae apud S. Petrum anno incarnatione Domini MCCCCLXXV sept. Kal. junii..” indirizzata all’abate “monasteri S. Joannis ad Pyrum, Dioecesis Policastrensis”. Nel 1500 non vi erano più monache e le rendite della badia vennero annesse dal vescovo al seminario diocesano. ‘Contra: Agatangelo e Falco, p. 89 che affermano, invece, vi risiedessero fino al 1650 quando l’isolato venne adibito a palazzo baronale.”. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968, da cui, a pp. 34-35, parlando dei “Diversi signori del paese” attingiamo che: “Dopo i Normanni il Regno di Napoli passò ai Duchi di Svevia (1186), poi agli Angioini (1266), agli Aragonesi (1441) e alla Casa austriaco-spagnola (1503), che lo governò fino al 1700. I Sanseverino possedettero il feudo per circa un secolo, dal 1400 a quando Guglielmo, nella “congiura dei baroni”, si ribellò al re Alfonso d’Aragona e perdette i suoi diritti. Allora il feudo alla regia Camera. Ecc…”. Su Roccagloriosa, all’epoca Aragonese hanno scritto anche i due autori P. Agatangelo e il parroco Pantaleo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a pp. 44-45, sul “Nuovo Monastero di S. Mercurio”, a Roccagloriosa, scrivevano che: “Nel 1475 i signori di Roccagloriosa, Guglielmo Sanseverino, e sua madre contessa di Capaccio, rivolsero una petizione alla Santa Sede per trasferire le monache cistercensi abitanti nel monastero di S. Mercurio fuori le mura (73) e dipendenti dalla abazia di S. Giovanni a Piro, in un nuovo monastero da costruirsi dentro le mura della città, perchè le monache di S. Mercurio venivano spesso molestate dagli uomini di passaggio che pronunziavano parole e discorsi osceni. Il papa Sisto IV, con bolla del luglio dello stesso anno (74), indirizzata all’abate di S. Giovanni a Piro e al Vicario vescovile di Policastro, Mons. Roberto De Vigentiis, concedeva quanto veniva richiesto, confermando al signore del luogo il diritto di presentare la badessa e permettendo che il vecchio monastero fuori le mura fosse concesso ai Frati Minori della Regolare Osservanza. Intanto un mese prima della petizione rivolta alla Santa Sede, e precisamente il 7 giugno 1475, il conte Sanseverino e sua madre avevano anche chiesto alla Curia generale dei Frati Minori di S. Francesco in Roma di adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura per farvi entrare i frati Osservanti (75). Il nuovo monastero di S. Mercurio (detto oggi “palazzo La Quercia”) fu subito costruito e vi andarono ad abitare le monache, le quali vi stettero per circa due secoli, fino a quando vennero a mancare, verso il 1650. Allora il monastero fu adattato a palazzo dai signori D’Afflitto, i quali, come abbiamo già accennato, lasciarono il castello e vi abitarono fino al principio del secolo XIX, ecc..ecc..”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 44 nella loro nota (73) postillavano che: “(73) Il paese era circondato da mura, e per uscire c’erano le porte vigilate di notte e di giorno. Si trovano ricordate: ‘porta la terra’, ‘porta mancaniello’, ‘porta Mingardo’, porta fontanella’.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (74) postillavano che: “(74) Una copia della Bolla si trova nell’Archivio parrocchiale.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (75) postillavano che: “(75) Wadding Luca, ‘Annales Minorum’, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31. Però in questo luogo citato si dice pure: “Se sia stato poi fatto così, non mi sono potuto accertare”. Cfr. pure Antonini G., disc. VIII, p. 385, in nota.”.
Nel 1475, a Roccagloriosa, il nuovo Monastero di ‘S. Mercurio fuori le mura’ o dei ‘Padri Zoccolanti fuori le mura’
L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Ecc….e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Posseduto dai Sanseverino, nel 1475 Guglielmo di Sanseverino, signore di Rocca, ottenne da Sisto IV di poter riedificare il monastero entro le mura (52). Guglielmo chiese pure Curia generale dei Frati minori di Roma di poter adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura (53). Ecc..”. Ebner a p. 422, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Bolla: “Datum Romae apud S. Petrum anno incarnatione Domini MCCCCLXXV sept. Kal. junii..” indirizzata all’abate “monasteri S. Joannis ad Pyrum, Dioecesis Policastrensis”. Nel 1500 non vi erano più monache e le rendite della badia vennero annesse dal vescovo al seminario diocesano. ‘Contra: Agatangelo e Falco, p. 89 che affermano, invece, vi risiedessero fino al 1650 quando l’isolato venne adibito a palazzo baronale.”. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968. Su Roccagloriosa, all’epoca Aragonese hanno scritto anche i due autori P. Agatangelo e il parroco Pantaleo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a pp. 44-45, sul “Nuovo Monastero di S. Mercurio”, a Roccagloriosa, scrivevano che: “Nel 1475 i signori di Roccagloriosa, Guglielmo Sanseverino, e sua madre contessa di Capaccio, rivolsero una petizione alla Santa Sede per trasferire le monache cistercensi abitanti nel monastero di S. Mercurio fuori le mura (73) e dipendenti dalla abazia di S. Giovanni a Piro, in un nuovo monastero da costruirsi dentro le mura della città, perchè le monache di S. Mercurio venivano spesso molestate dagli uomini di passaggio che pronunziavano parole e discorsi osceni. Il papa Sisto IV, con bolla del luglio dello stesso anno (74), indirizzata all’abate di S. Giovanni a Piro e al Vicario vescovile di Policastro, Mons. Roberto De Vigentiis, concedeva quanto veniva richiesto, confermando al signore del luogo il diritto di presentare la badessa e permettendo che il vecchio monastero fuori le mura fosse concesso ai Frati Minori della Regolare Osservanza. Intanto un mese prima della petizione rivolta alla Santa Sede, e precisamente il 7 giugno 1475, il conte Sanseverino e sua madre avevano anche chiesto alla Curia generale dei Frati Minori di S. Francesco in Roma di adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura per farvi entrare i frati Osservanti (75). Il nuovo monastero di S. Mercurio (detto oggi “palazzo La Quercia”) fu subito costruito e vi andarono ad abitare le monache, le quali vi stettero per circa due secoli, fino a quando vennero a mancare, verso il 1650. Allora il monastero fu adattato a palazzo dai signori D’Afflitto, i quali, come abbiamo già accennato, lasciarono il castello e vi abitarono fino al principio del secolo XIX, ecc..ecc..”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 44 nella loro nota (73) postillavano che: “(73) Il paese era circondato da mura, e per uscire c’erano le porte vigilate di notte e di giorno. Si trovano ricordate: ‘porta la terra’, ‘porta mancaniello’, ‘porta Mingardo’, porta fontanella’.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (74) postillavano che: “(74) Una copia della Bolla si trova nell’Archivio parrocchiale.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (75) postillavano che: “(75) Wadding Luca, ‘Annales Minorum’, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31. Però in questo luogo citato si dice pure: “Se sia stato poi fatto così, non mi sono potuto accertare”. Cfr. pure Antonini G., disc. VIII, p. 385, in nota.”.
Nel 2 gennaio 1476 (Antonini), il Breve di papa Sisto IV che autorizza la vendita del Feudo di Rofrano
Di Rofrano ci parla anche il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, nel cap. VIII: “Nella Valle di Diano”, Parte III, a p. 577, ma del monastero di San Pietro al Tamusso scrive poco o niente. Ci parla del Monastero dei Cappuccini. L’Antonini (…), nel suo cap. VIII, parte II, a pp. 388-389 accenna al monastero parlando di Rofrano ed in proposito scriveva che: “Continuarono i PP. a governar la terra nel temporale, e nello spirituale fino all’anno MCDLXXVI. Allora col Pontificio permesso in un Breve dè 2 Gennaio la venderono al Conte di Borrello N. Arcamone, ma per N. Petrucci suo cognato Conte di Policastro, e questo ne fece prender possesso da un Commessario di Re Ferrante. Non ostante la vendita fatta vi restarono i Monaci, al Monastero per aver cura dello spirituale del luogo, e delle grancie dipendenti: ma il Petrucci (che poi fu decapitato come ribelle a 13 Novembre 1480.) malmenando per tutte le vie i Monaci, obligolli finalmente a partirsene, il Monistero, e sue rendite abbandonando. Quindi egli ridusse il Monistero in propria abitazione, ed usurpò anche il drtito della spiritualità, mettendovi un Prete, che l’esercitasse, siccome in appresso fecero i Baroni susseguenti, fino all’anno MDLVI. Passata la terra con Cannalonga, e Lauriana in dominio di Gio: Battista Farao, la spiritualità fu data al Vescovo di Capaccio col Breve di Gregorio XIII. nel MDLXXXIII. facendo immune il Clero da ogni tassa, imposizione, o sussidio, ch’imponer volessero i futuri Vescovi.“.

Tuttavia devo precisare che alcune notizie riportate dall’Antonini sull’argomento sono errate come ad esempio la data di acquisto da parte di Arcamone del Feudo di Rofrano che egli riporta ottobre 1476. Sulla questione ci illumina Giovanna Falcone (…) che, in ‘Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica’, a cura anche di Aromauro A., a p. 156, ci parla della “la vendita del castello di Rofrano” ed in proposito scriveva che: “Morto il Cardinale Bessarione il 18 novembre 1472, papa Sisto IV conferì la commenda al nipote cardinale Giuliano della Rovere con la bolla di collazione del 23 novembre 1472 (218). Il governo del secondo commendatario fu rivolto principalmente alla realizzazione di nuvi edifici monastici e ad opere di difesa del monastero stesso e del suo territorio che comportarono la fortificazione dell’Abbazia e la costruzione del palazzo abbaziale, ed anche l’acquisizione ed il restauro del vicino castello di Borghetto (219). Le opere realizzate dal cardinale richiesero un forte impegno finanziario e lo indussero a decidere l’alienazione, con permuta o vendita, di alcuni beni del monastero, ritenuti di minore importanza sotto il profilo territoriale ed economico. Tra le alienazioni eccellenti messe in atto da Giuliano della Rovere si distingue quella del castello di Rofrano con i diritti feudali che, però, è documentata solo in via indiretta non essendo noto lo strumento di vendita. Con lettere del datate 31 luglio 1477 papa Sisto IV sottopone a Gaspare da Teramo, prepositus ecclesiae Tridentinae in romana curia residens, un quesito giuridico (dubbium) relativo ad alcune clausole della vendita del baronato di Rofrano al nobile napoletano, ‘mile utriusque iuris doctor’ (220). Il documento non riporta ne lo stumento di vendita, di cui non conosciamo pertanto la data esatta, nè l’atto di conferma del papa, già emanato. Esso tuttavia, nella esposizione del caso, imforma che il feudo era stato venduto per 2.500 ducati d’oro di camera, che la somma era stata depositata presso il mercante fiorentino Francesco de Pogiis, romanam curiam sequens, e all’utilizzo che il papa avrebbe dovuto farne.”.

La Falcone ci informa nella sua nota (218), a p….., postillava che: “(218) AMNG, ‘Cancelleria dehli abati commendatari, Documenta, 2, cc. 123r-126v, copia autentica del 1° dicembre 1745. Una ricognizione degli atti compiuti dai primi cardinali commendatari in G. Falcone, ‘Il Monastero di S. Maria di Grottaferrata in regime di commenda (1462-1824). La giurisdizione e l’amministrazione ecc..”. Dunque, secondo Giovanna Falcone (…), il cardinale Giuliano della Rovere, secondo abate commendatario dell’Abbazia tuscolana di Grottaferrata, nominato da suo zio il papa Sisto IV, volle alinare il feudo di Rofrano a causa delle grosse spese occorrenti per rimaneggiare il castello di Tuscolo. La Falcone ci informa nella sua nota (220), che questo documento è conservato all’Archivio del Monumento Nazionale, ovvero: ‘Cancelleria degli abati commendatari’, Documenta, 2, cc. 144r- 152v; si veda pure Abbondanza R., Arcamone, Aniello, in Dizionario biografico degli Italiani, 3, 1961, pp. 738-739″.. Enrica Follieri (…) in “Byzantina et Italograeca” a p. 451, in proposito al feudo di Rofrano scriveva che: “Il feudo di Rofrano, salvo la chiesa e il monastero, fu alienato dal secondo abbate Commendatario di Grottaferrata, il cardinale Giuliano della Rovere, che lo vendette, nel 1476 (101), al giurista e diplomatico napoletano Aniello Arcamone (102): parte del ricavato fu impiegato dal cardinale nella cotruzione dell’imponente castello, tuttora esistente, a difesa dell’abbazia criptense (103).; ecc..ecc..”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (101) postillava che: “(101) E’ la data fornita dal Ronsini, op. cit., p. 19 (cfr. anche Ebner, ‘Economia e Società, I, p. 497); il Rocchi, ‘De Coenobio’, p. 103, data la vendita al 1473.”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (103) postillava che: “(103) Rocchi, ‘De Coenobio’, p. 103.”. La Follieri a p. 451 nella sua nota (104) postillava che: “(104) Su queste vicende cf. Ronsini, op. cit., pp. 20-21; Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, II, pp. 433-434.”. Questo scriveva Enrica Follieri (…), in merito all’Abbazia fino al suo trasferimento alla Grangia di Montesano e poi in seguito ai Certosini di Padula. Infatti il Antonio Rocchi (…), nel suo “De Coenobio”, a pp. 102-103-104, in proposito scriveva del cenobio di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e la sua baronia venduta dall’abbate Commendatario Giuliano Della Rovere ad Aniello Arcamone:

(Fig….) Rocchi Antonio (…), ‘De Coenobio’, pp. 102-103
Il Rocchi (…), a p. 103 scrive – come cita la Follieri (…) che: “la data di vendita è il 1473”. Infatti, il Rocchi (…) a p. 103 (vedi Fig….), scriveva “castri Rufranensis” e “Armello Arcamoni”. Il Rocchi (…) a p. 103, postillava che: “1 – Agresta, op. cit., p. 442; 2 – Cod. hist. diplomatico, ad h. an.; 3 – idem, ecc…”. Dunque il Rocchi (…), citava il testo di Apollinare Agresta (…) nel suo ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno etc…’, dove egli parla dei cenobi basiliani ovvero dei monasteri italo-greci della regola di S. Basilio, a p. 103, nella sua nota (2), in proposito al Cenobio di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, postillava che: “(1) Apollinare Agresta, op. cit., p. 442.”. Ebner scrive che il cardinale della Rovere fu il secondo Abate Commendatario “fu alienato dal secondo abbate Commendatario di Grottaferrata, il cardinale Giuliano della Rovere ecc…”, ma l’Agresta scriveva che il secondo veniva dopo il Cardinale Bessarione che morì nel 1472 e scrive che dopo di lui l’abate protettore generale di Tuscolo fu il cardinale Antonio Barbo. Il Rocchi (…), a p. 103, nella nota (1) si riferiva ad Apollinare Agresta (…) ed alla p. 442 del suo ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno etc, pubblicato a Messina nel 1681. L’opera citata è a p. 442, cap. XV “dei Cardinali Protettori e Abati Generali”, scriveva che: “Marco Antonio Barbo Cardinale, fù il secondo Protettore. E stato egli nipote di Paolo II.”. Il Rocchi (…), inoltre, a p. 103, parlando della vendita del “castri Rufranensis” ad “Armello Arcamoni”, citava anche un “2 – Codic. hist. diplom. ad h. an.”. Riguardo questo testo, il Rocchi a p. 17 nella sua nota (…) postillava che: “Codex hitorico-diplomaticus Cryptoferratensis, ad. an. 1037.” o Codice Cryptoferratense. Ma di questo antichissimo codice greco non sono riuscito a capire la sua provenienza e su cui vorrei ulteriormente indagare. Di sicuro si tratta di uno o più testi in greco posseduti dall’antichissima Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata nel tuscolano fondata da S. Nilo che da recenti studi si sa che fosse passato da Rofrano e non solo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” a p….., sulle origini di Rofrano parlando del casale e del feudo di Rofrano scriveva che: “Nel 1476, il feudo di Rofrano, tranne la chiesa e il monastero, fu venduto al diplomatico napoletano Aniello Arcamone, ecc…ecc…”. L’Ebner (…), scrivendo su Rofrano, diceva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola) e se Camillo Tutini, scriveva che Rofrano apparteneva al Conte Giacomo Gaetani. Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Ecc….”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento‘, nel vol. II, a p. 433, parlando di Rofrano in proposito scriveva che: “L’Antonini, e sulla scia il Ronsini, affermano che il feudo fu alienato l’11 gennaio 1476 (8) a favore di Anello o Antonio Arcamone di Napoli. Ecc..”. Ebner a p. 433 nella sua nota (8) postillava che: “(8) Assenso con breve pontificio del 2 gennaio 1476”. Ebner a p. 433 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Ronsini, cit., p. 19, rilevava la notizia, di cui dice anche l’Antonini, da “una Cronichetta, che serve di Preanbolo ad un Privilegio con cui la nostra Chiesa fu esentata da tasse e imposizioni Curiali nel 1583”. Ebner a p. 433 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il Ronsini (p. 20) assicura dell’Istumento ” del 1477 per notar Masello de Leo, di cui ho copia legale”.”.
Nel 1476, GUGLIELMO SANSEVERINO, 3° Conte di Capaccio successe al fratello Antonello
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Gaspare Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ecc…”. Secondo Pietro Ebner, Americo Sanseverino, che nel 1433 fu creato conte di Capaccio da re Alfonso I d’Aragona, sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico) e da questa ebbe tre figli: Gaspare, Antonello e Guglielmo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, parlando di Laurino all’epoca degli Statuti (epoca Aragonese), parlando di Gaspare Sanseverino che successe al fratello Antonello, ci parla pure di Guglielmo Sanseverino ed in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello Antonello (sposò Antonella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi. Gli successe Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 Aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Gaspare Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Dunque, dopo la morte di Antonello Sanseverino, Principe di Salerno, avvenuta nel 1469, gli successe il fratello Guglielmo. Ma, Guglielmo di Sanseverino, quando divenne 3° conte di Capaccio, quando successe nella contea al fratello Antonello morto senza eredi ?. Felice Fusco (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), nella sua nota (131), riguardo i successori di Americo Sanseverino ed in particolare il figlio Guglielmo che successe al fratello Antonello morto nel 1476, in proposito scriveva che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, se secondo Felice Fusco (…), la morte di Antonello avvenne nell’anno 1476, vien da se che Guglielmo di Sanseverino, successe al fratello Antonello dopo la sua morte avvenuta nel 1476. Ma è così ?. Dunque, secondo Pietro Ebner, Guglielmo Sanseverino successe al fratello Antonello Sanseverino, Principe di Salerno essendo lui morto senza eredi. Antonello e Guglielmo avevano partecipato alla ‘Congiura dei Baroni’ ma si era salvato solo il fratello terzogenito Guglielmo il quale, nel 1487, gli fu tolta la Contea, in un primo momento fu privato dei suoi beni come scrive sempre l’Ebner, ma il 30 ottobre 1487 venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II d’Aragona e da Ferdinando il Cattolico il 27 Aprile e 7 maggio 1506. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo” Sanseverino scriveva che: “Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49). Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”. Secondo questo documento nel 1454, Guglielmo di Sanseverino ed i due fratelli erano ancora minorenni e sotto la tutela della madre.

Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”.
Da questo documento pubblicato dalla Mazzoleni e trascritto a Roccagloriosa, nel 1 gennaio 1454 e sottoscritto anche “Confermano e sottoscrivono il diploma baronale: Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, conte di Capaccio, Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio. Perg. n° 15.”. Dunque, da questo documento risulta che i pupilli Gaspare, Antonello e Guglielmo, nel 1454 erano ancora sotto la tutela della madre Margherita di Sanseverino, vedova e balia dei suoi tre figli. Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, etc…‘, a p. 610 del vol. I, riguardo a Guglielmo scriveva pure che: “per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (49) postillava che: “(49) Lo si rileva da una lettera di re Ferrante trascritta dal Volpi p. 76 sg. e inviata a Guglielmo, conte di Capaccio, ad Antonello, principe di Salerno, a Gerolamo, principe di Bisignano, e agli ufficiali del Regno. Il re ordinò d’immettere nel possesso delle rendite del vescovado di Capaccio Lodovico Fonellet, eletto vescovo da Sisto IV.”. Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, etc…‘, a p. 610 del vol. I, riguardo a Guglielmo scriveva pure che: “Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610, vol. I, nella sua nota (50) postillava che: “(50) Con Capaccio, Altavilla, Pisciotta, Calvello, Tito, ecc.., ‘Quint., 29, f. 117 e 226.”. Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca post Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….ecc….e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134)…”. Felice Fusco, nella sua nota (132) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(132) ‘Li Lauri’ (Laurino) coi casali ‘Le Chiane Soprane’ (poi Piaggine), ‘Le Chiaine Sottane’ (dal 1873 Valle dell’Angelo), Fogna (dal 1931 Villa Littorio), ‘Zedalampe e Vio’ (scomparsi).”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in Pittari, a pp. 49-50, citando Americo Sanseverino, padre di Guglielmo, in proposito scriveva che: “…il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: “Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum‘.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Riguardo il Guglielmo Sanseverino, il Fusco si riferiva all’altro Guglielmo figlio di Tommaso Sanseverino, vissuto ai tempi di Carlo d’Angiò. Detto questo, ritornando a quanto il Fusco postillasse nell’altro suo lavoro su Casaletto, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando. Il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner parla di due Americo Sanseverino: il primo è “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Il secondo Americo Sanseverino è un altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino (figlio del primo Americo) “…e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) ecc…”. Dunque, il secondo Americo Sanseverino, quello in questione che nel 27 febbraio 1433, secondo l’Ebner, e nel 1443 secondo il Fusco, fu nominato da re Alfonso d’Aragona 1° Barone del Principato Citeriore, nacque da Tommaso Sanseverino (forse Tommaso III) che ebbe un altro figlio appunto chiamato Americo. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.
Nel 1476, muore Antonello di Sanseverino. 2° Conte di Capaccio figlio di Americo
Felice Fusco (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), nella sua nota (131), riguardo i successori di Americo Sanseverino ed in particolare il figlio Guglielmo che successe al fratello Antonello morto nel 1476, in proposito scriveva che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico). da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, se secondo Felice Fusco (…), la morte di Antonello avvenne nell’anno 1476, vien da se che Guglielmo di Sanseverino, successe al fratello Antonello dopo la sua morte avvenuta nel 1476.
Nel 1400, Tortorella all’epoca Aragonese (Americo Sanseverino e poi il figlio Guglielmo (III) Sanseverino)
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “‘Capitànei’ (governatori) della Terra di Casella negli anni della Signoria di Americo Sanseverino e del figlio Guglielmo (145) furono vari esponenti della famiglia De Senis: Buzio de Senis, il figlio Salvatore confermato nella carica direttamente da Alfonso d’Aragona nel 1444, Bindo, Alfonso, Porzia Tolomea andata in sposa a Cono Guevara conte di Potenza (146). I Signori Sanseverino risiedevano a Capaccio, sede della Contea, e le varie ‘Terre’ erano governate in loro nome e per conto o da ‘Capitànei’ o da ‘Vicecòmiti’ Francesco Comite (147) in rappresentanza di Guglielmo Sanseverino (figlio di Americo) e della madre Margherita, conti di Capaccio. La Congiura dei Baroni del 1485 sovertì questo stato di cose nei vari feudi Guglielmo (che ormai aveva ereditato tutti i beni paterni) ecc…”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (139) postillava che: “(139) Fonti Aragonesi, a cura degli Archivisti Napoletani, Napoli, presso l’Accademia Pontaniana, 1970, VII (il volume VII è curato da Bianca Mazzoleni).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (145) postillava che: “(145) Cfr. nota 131.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (146) postillava che: “(146) Fonti Aragonesi, cit., III, p. 50, nota 116. I ‘de Senis’ governarono anche le Terre di Casalnuovo (Casalbuono) e di Campora.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (147) postillava che: “(147) I Comite erano un’antica e nobile famiglia amalfitana trasferitasi a Salerno. Nel XV sec. oltre a Tortorella essi possedevano anche Morigerati, di cui era utile Signore Matteo Comite col fratello Giovanni (negli anni 1466 – 78 Matteo svolse pratiche feneratizie nei confronti dei cittadini di Morigerati e di Sicilì e Giovanni attuò investimenti in ovini e caprini: cfr. A. Leone, Una ricerca etc…, pp. 232 e 226); ancora all’inizio del XVII sec. possedevano Sanza nella persona di Marco Còmite che costrinse l’Università ad indebitarsi per 500 ducati per far fronte alle liti giudiziarie in cui il barone l’aveva trascinata: SN, Collaterale, Provisionum, f. 50, p. 80; F. Fusco, Universale Capitulum Terrae Santiae, ovvero gli ‘Statuti municipali di Sanza, in “Euresis”, VII (1991), p. 151 e nota 31.”.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”.
Dopo il 1479 (dopo il pagamento dell’ultima rata), Antonello Petrucci concede a Camerota e a Torre Orsaia gli Statuti (“I Capitoli”)
Ricordiamo che gli statuti di Camerota e di Torre Orsaia restarono inediti fino a quando li pubblicò Onofrio Pasanisi (…). Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando del casale e degli Statuti di Torre Orsaia, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”.

(Fig…) Pasanisi Onofrio, op. cit., p…..e s. (Archivio Storico e digitale Attanasio), p. 37


Pietro Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le cui firme del re,…furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”. Ebner (…), a p. 669, nella sua nota (9) postillava in proposito che: “(9) Ebner, Economia e Società, cit., II, p. 482, n. 5 “dal processo davanti alla Commissione feudale (‘Università contro l’episcopio di Policastro) risulta che, a dichiarazione del vescovado, le “pregate” ammontavano a ducati 110 annui nel 1771. Cfr pure i processi n. 2598 (vol. 441, f. 109 sg) e n. 2600 (vol. 441, f 12 t). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando dei casali di Torre Orsaia e di Castel Ruggiero, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Detta prima Torre Inferiore mentre la Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro. I vescovi bussentini, ….sostennero che, come confermava lo stesso diploma di concessione della contea, i Carrafa vantavano su Torre Orsaia, la sola giurisdizione criminale, esibendo i capitoli originali concessi dal de Petruttis (“regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac iurisdictionis casalis Turris”). I capitoli vennero impugnati di falso dai procuratori del conte, ma l’esame calligrafico delle firme di Antonello e del figliuolo Giovanni Antonio (confermava “que genitor hoborandus concessit”) vennero riconosciute autentiche nel 1544 dal vescovo di Muro Severo de Petruttis, superstite figliuolo di Antonello, dall’abbate Berardinetto di Franco (era stato ufficiale della cancelleria di re Ferrante e intimo del primo ministro) e pure dal pronipote Francesco M. de Petrittis Orsini che aveva ereditato, e conservava, l’archivio del ministro nella sua abitazione di Chieti (3). La vertenza fu conclusa da una sentenza della Real Camera (22 maggio 1563) che confermò al conte di Policastro la solo giurisdizione criminale di Torre Orsaia (f 1364). Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”. Riguardo agli Statuti di Torre Orsaia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 482, parlando dei casali di Torre Orsaia e di Castel Ruggiero, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “La sede episcopale di Torre Orsaia fu costruita dal vescovo Pagano, che il Laudisio (6) dice eletto nel 1301, probabilmente per l’epigrafe in gotico sul palazzo (” + Anno Domini millesimo tregesimo primo, indictione decima quinta, Paganus episcopus opus fieri fecit”). I registri angioini ricordano quel vescovo in due documenti del 1294. Il Pasanisi assicura che i capitoli vennero concessi da quel vescovo e trascritti solo ai tempi dell’abbate Giovanni Scorna, vicario nel 1502 del commendatario di Policastro cardinale Luigi d’Aragona (nomina papale: Alessandro VI). Nel periodo però, rileva il Laudisi, p. 42, vicario generale era G.B. Ocilogrosso e uditore generale Antonio di Sanfelice. Il napoletano Giovanni Scorna fu il venticinquesimo vescovo di Policastro (lo era nel 1561), mentre il Luigi Pirro, confuso dal Pasanisi con il precedente, ne fu il ventiseiesimo (lo era nel 1530).”.
Nel 1480, l’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano fece compilare una Platea dei beni o il catasto dei suoi beni nel Cilento
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, riferendosi a dopo la concessione del feudo a Giovanni Carafa, in proposito scriveva che: “Qualche anno dopo (1480) l’abbazia fece compilare il catasto dei suoi beni nel Cilento.”.
Nell’aprile 1481, “lo porto de Saprj” e “Sanctullus grangis de civitate Policastrj” nella bolla del vescovo Gabriele Godano o Guidano, che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire la cappella di S. Maria di Porto Salvo a Sapri
Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Dal xv secolo in poi, le notizie su Sapri si fanno sempre più documentate. Nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni è conservato un documento, ‘bolla’, del Vescovo di Policastro, del 1481, che concede a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘S. Maria di Porto salvo’ (114), di cui il Gaetani (115), affermava essere stata costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. Il Di Luccia (116), affermava che l’Abbazia di S.Giovanni a Piro, possedeva la Grancia di S.Nicola a Sapri, senza specificare però l’epoca di fondazione. In proposito, il Gaetani fa luce (63), riportando un documento del 1695 (62), il quale parla della Grancia di S. Fantino a Torraca e ne descrive limiti e confini (nel territorio saprese) e dice che doveva appartenere alla Badia di S.Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia”. Nell’‘Analisi sull’Evoluzione etc…’, op. cit., nelle mia nota (114) postillavo che: “(114) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op. cit., vol. II, p. 592.”. Nell’‘Analisi sull’Evoluzione etc…’, op. cit., nelle mia nota (115) postillavo che: “(115) Gaetani R., Gian Giacomo Palamolla, Roma, 1914, p.42; la notizia è tratta da un documento: “Visitatio Episcopi Felicei” datato 16 dic. 1629, che il Gaetani riporta integralmente.”. Nell’‘Analisi sull’Evoluzione etc…’, op. cit., nelle mia nota (116) postillavo che: “(116) Ebner P., op. cit., vol. II, p. 592, la notizia è tratta dal Di Luccia P.M., L’Abbazia di S.Giovanni a Piro, Roma, 1700.”. Nell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni esiste un documento datato anno 1481, di cui parlerò per quell’anno e citato da Pietro Ebner (…). Pietro Ebner (…), a p. 592 del vol. II, in proposito scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Ma Pietro Ebner (…), non dice chi fosse il vescovo che nell’anno 1481 fosse a capo della cattedra Vescovile della Diocesi di Policastro. La notizia ed il documento riguarda proprio l’epoca in cui nel Golfo di Policastro diversi feudi erano in mano ai Petrucci ed è di estrema importanza per la storia di Sapri. Un documento del 1481, epoca aragonese, conservato nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni (…), è stato citato da Pietro Ebner (…). Si tratta della bolla del Vescovo di Policastro che concedeva a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘Santa Maria di Porto Salvo’, di cui il Gaetani (…), affermava essere stata costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. La notizia fu da me pubblicata nel lontano 1987 in un mio scritto a stampa (1). Nel 1982, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, a p. 592, parlando di ‘Sapri’, citava il documento del 1481, in questione. Pietro Ebner (…), a p. 592 del vol. II, in proposito scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Pietro Ebner (…), postillando “I, ABC”, si riferiva ad un documento “I = inedito” e proveniente dall’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (ABC). Nella nota (1), si postillava che: “(1) Biblioteca e Archivio della Badia dal sito ufficiale dell’Abbazia”. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni risulta che l’antico documento del 1481, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. Ebner, non diceva quale fosse il vescovo di Policastro che aveva emesso la bolla nell’aprile 1481, inoltre, come Ebner stesso dice, il documento era inedito. La bolla del vescovo di Policastro, dell’Aprile 1481, citata da Ebner a p. 592, vol. II, e nella sua nota (14), non è citato dal Laudisio (…) e, neppure dal Gaetani (…), che pure riportò diverse notizie su Sapri e Torraca. Inoltre, Ebner (…), riporta la notizia così com’è senza specificare chi fosse il vescovo di Policastro. Dal sito dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, leggiamo che i documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. Dunque, la bolla del vescovo di Policastro citata da Pietro Ebner dovrebbe trovarsi nell’‘Arca Magna’. Ebner, riguardo gli antichi documenti provenienti dalla Badia di Cava de Tirreni, citava il Codice Diplomatico Cavense. Il ‘Codex diplomaticus cavensis’ (abbreviazione bibliografica CDC; in italiano: Codice diplomatico cavense, o cavese) è un progetto editoriale attivo nel campo della storia dell’Italia medievale e della Langobardia Minor, iniziato nel 1873 e proseguito con andamento irregolare. Il progetto persegue l’obiettivo della pubblicazione esaustiva dell’intero corpus diplomatico e documentario custodito nell’archivio della Badia benedettina della Santissima Trinità, situata a Cava dei Tirreni. La consistenza dell’archivio si dipana su oltre 15.000 pergamene, a partire dalla prima scrittura che risale al 792. A tale patrimonio membranaceo è da aggiungere una mole consistente di documenti su carta. Recentemente ho ricevuto il file digitale dell’antico documento del 1481, inviatomi da padre don Leone Morinelli dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, che è inedito e che pubblico per la prima volta:

(Fig….) La bolla inedita del 1481, di Gabriele Guidano, vescovo di Policastro (Archivio Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (Arca, LXXV, 98) (Archivio Storico e digitale Attanasio).
Nella bolla, leggiamo che: “Gabriel Guidanus a filiu magister Sanctullus grangis de civitate Policastrj afferunt ………………..civitatis loro lo porto de Saprj que ad prie est Riscoperta ecc..”. Il documento (…), citato da Ebner, è di estrema importanza per la storia di Sapri e del feudo di Torraca, essendo un documento datato all’anno 1481. In quell’anno, l’apprezzo di Sapri, era feudo della Baronia di Torraca. La cappella di Santa Maria di Porto Salvo, di cui parliamo in questo nostro saggio, non sappiamo quando fu costruita nel territorio Saprese che all’epoca faceva parte del feudo di Torraca che, insieme ad altri piccoli centri, faceva parte della restaurata Diocesi Paleocastrense (la rinata Diocesi di Policastro Bussentino. Ma, a chi appartenesse o dipendesse il territorio nelle campagne Sapresi, dove Mastro Santillo Grandi, poteva costruire la cappella, nel 1481 ?. A chi appartenesse o da chi dipendesse il territorio Saprese negli anni della dominazione Aragonese ?. Di sicuro il feudo di Torraca ed il porto di Sapri passarono alla famiglia Scondito ai primi del ‘500. Il Gaetani (…), un erudito locale e sacerdote di Torraca, ci informa che detta cappella “fu fatta costruire anche dal nostro Barone, con sussidi ecc…”, ma il Gaetani, faceva riferimento al documento “Visitatio Episcopi Felicei”, del 1635, dove si citava Dezio Palamolla. Dunque, secondo il documento datato 1635, non possiamo dire quale fosse il Barone di Torraca nell’anno 1481, anno in cui, secondo la ‘bolla’ del Vescovo di Policastro, fu concesso a Mastro Santillo Grandi di costruire una cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, “Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile e con il Conte di Policastro, vi furono sempre continui conflitti legali. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il Vescovo Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Il vescovo di Policastro nel 1481, assicura padre Leone dell’Abbazia Cavense, era Mons. Gabriele Guidano, che concedeva a Mastro Santillo Grandi, di costruire una “una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. Ebner, che citava il documento del 1481, faceva riferimento anche al periodo ed alla contea di Policastro concessa da Ferrante d’Aragona ad Antonello Petrucci che a sua volta la concesse al figlio Giovanni Antonio. Dunque, secondo Ebner (…), nel 1481, la contea di Policastro apparteneva ai Petrucci, e tale rimase fino al 1496, quando passò ai Carafa. Il Gaetani (…), un erudito locale e sacerdote di Torraca, ci informa che detta cappella “fu fatta costruire anche dal nostro Barone, con sussidi ecc…”, ma il Gaetani (…), faceva riferimento al documento “Visitatio Episcopi Felicei”, del 1635, dove si citava Dezio Palamolla. Dunque, secondo il documento datato 1635, non possiamo dire, quale fosse il Barone di Torraca nell’anno 1481, anno in cui, secondo una bolla del Vescovo di Policastro, fu concesso a Mastro Santillo Grandi di costruire una cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Il documento del 1481, è di estrema importanza per la storia di Sapri e di Torraca, in quanto, esistono solo pochissimi documenti, riguardanti Torraca, datati e precedenti all’anno 1481, o che riguardano un periodo antecedente a quello citato nella storia di Torraca dal Gaetani (…), che ci parla della baronia di Torraca degli ‘Scondito’, risalente al più tardi ‘1500. Come vedremo innanzi, prima del documento del 1481, citato da Ebner, vi sono alcuni documenti che come vedremo fanno risalire Torraca a Biancuccia Mercadante e al comune di Laurito, pubblicati dalla Jole Mazzoleni (…), tutti documenti sconosciuti al Gaetani (…). Infatti, come scrive il Gaetani (…), che non lo cita affatto, in proposito a Torraca, nel suo ‘La fede degli avi nostri ecc..’, nelle sue ‘Note storiche’, a p. 283, nella sua nota (24), in proposito scriveva che: “(24) Famiglia Palamolla (da G. Palamolla, pag. 19-20) del Can. Dott. Rocco Gaetani. Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dal Cedularia del grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel 1982, a p. 592, parlando di Sapri, citava la Cappella “di S. Maria al porto di Sapri”, costruita delle campagne del territorio Saprese, all’epoca facente parte del feudo e della Baronia di Torraca e, di cui il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, a p. …, scriveva che fosse voluta dal Barone di Torraca Dezio Palamolla. Lo attesta un documento del 1635, la “Visitatio Episcopi Felicei”, di cui parlerò. Il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 42-43, scriveva che:

(Fig…) “Visitatio Episcopi Felicei”, del 2 dicembre 1635, documento tratto dal Gaetani (…)
Nel 1483, Policastro è ai “Carrafa”
Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e Società etc..” a p. 539 parlando di Policastro ci informa che: “Avocato poi al fisco per fellonia dei de Petruciis, ritroviamo il feudo in possesso dei Carrafa nel 1483 (Cola Carrafa denunciando la morte del padre Andrea ne chiese il relevio-assenso nel 1491. Nel 1496 troviamo la contea concessa al benemerito patrizio napoletano Giovanni Carrafa della Spina.”.
Nel 1483, nel ‘Liber rationum’
Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.
Nel 1483, la peste (“ayro pestifero”) che colpì le Valli del Mingardo e del Bussento
Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 51-52, in proposito scriveva che: “Dopo gli anni difficili della Guerra del Vespro e i devastanti eventi naturali verificatisi intorno alla metà del XIV secolo (la carestia del 1343, la peste del 1348 con rigurgiti nel 1383, il terremoto del 1349)(140), la ‘Terra’ di ‘Casella’ aveva conosciuto non solo un incremento demografico ma anche un certo miglioramento economico, che erano poi continuati per buona parte del Quattrocento. Infatti prima della peste (ayro pestifero) degli ultimi decenni del XV secolo, che dovette colpire con particolare virulenza le Valli del Mingardo e del Bussento (141), i fuochi, che nel 1445 erano – lo si è detto – 107, nel 1461 erano saliti a 140 (142). Non solo: una certa ecc…”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (141) postillava che: “(141) Infatti dalla ‘rilevazione dei fuochi’ del 1483 risultò che per causa de male ayro pestifero’ ben venti nuclei familiari erano scomparsi a Laurito ed otto ad Alfano. Pur mancando dati per ‘Casella’, il morbo ad ogni modo dovette farsi sentire anche nella contigua Valle del Bussento (ASN, Sommaria Partium, vol. 21, c. 182; A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, ecc…”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (142) postillava che: “(142) S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli, G.B. Cappello, 1601, p. 85 ……L. Giustiniani, Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, V, Manfredi, 1797, III, p. 235.”. Sono entrambi scaricabili e consultabili su lsito di Gooogle libri.
Nel settembre 1484, a Roccagloriosa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Ci è pervenuta pure una notizia dell’età Aragonese (51).”. Ebner a p. 422, nella sua nota (51) postillava che: “(51) …..Ricordo che nell’ABC vi sono due documenti riguardanti Roccagloriosa: l’assegnazione di una vigna a Policastro “ubi dicitur S. Paolo” fatta da mastro Jacobo de Caro di Roccagloriosa per estinzione di un debito di 23 once e 6 tarì per mutuo (settembre 1484, III, LXXXVI 18) e la bolla del vescovo di Policastro al cantore della chiesa di Roccagloriosa quale rettore della cappella del beneficio e sepoltura di S. Maria de Reto (maggio 1488, VI, LXXVI 59).”.
Nel 1° maggio 1485 nasce ROBERTO II SANSEVERINO (detto “Ferrante”) l’erede di Antonello Sanseverino, Principe di Salerno
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 163 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “Antonello…..vi fu sorpreso dalla morte nel 26 febbraio 1499 dalla morte lasciando dal suo matrimonio con Costanza d’Urbino un unico figliuolo natogli nel 1° maggio 1485 e si chiamò Roberto II Sanseverino. VII. Dopo aspre contese tra Luigi XII e Ferdinando il Cattolico per il reame di Napoli, gli spaguoli sotto il comando di Consalvo il gran capitano si impadronirono di Napoli e del regno nel gennaio del 1504, nel quale anno morì in Francia il re Federigo, terminando così con lui la dinastia aragonese. Ecc…In virtù di questo patto Roberto II Sanseverino venne reintegrato in tutti i suoi beni del padre con diploma del 27 aprile 1506 (1). Ed a cementare la devozione di Roberto il nuovo re gli diede in moglie Maria d’Aragona figlia di Alfonso duca di Villermosa suo fratello naturale.”. Il Mazziotti a p. 163 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta scrive nell’opera citata pag. 459 che tale privilegio è riportato nei quinternioni della R. Camera, ‘Privilegi III’, fol. 229, quatr 13, fol. 123.”. Scrive ancora il Mazziotti (…) a p. 164, cap. 7, che: “Dalle sue nozze con Maria d’Aragona era nato un anno prima, nel 18 gennaio 1507, un figlio cui fu dato, in omaggio dello zio re di Spagna, il nome di Ferdinando. Stante la tenera età del principe la madre assunse il governo del principato, ed infatti in un diploma del 1509 è detto: “Marai de Aragonia Principissa Salserni”. Essa, ancora assai giovane, per volere del re andò ben presto sposa a Giacomo Appiano signore di Piombino, ed il fanciullo fu affidato alle cure di Bernardo Villamarino conte di Capaccio e grande ammirante del Regno, e di sua moglie Isabella de Cardona sorella di Raimondo vicerè di Napoli.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, in proposito scriveva che: “Ai primi del 1507 nacque a Roberto (II) Sanseverino l’erede che, in omaggio allo zio re di Spagna, venne chiamato Ferrante. Il 28 febbraio il re concesse a Roberto, tra l’altro, anche il diritto di tutte le tratte da Salerno a Policastro e la gabella della seta dal Sele a Policastro, di cui Roberto nominò esattore Petrino de Magnia della Baronia del Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 677, parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “Come è noto, a seguito dell’armistizio di Lione (31 gennaio 1504) alla Spagna venne assegnato il Regno di Napoli. Roberto Sanseverino, che aveva saputo destreggiarsi tra Francia e Spagna, ebbe per la morte senza eredi di Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, il consenso all’acquisto e alla divisione dei suoi beni con Bernardino Sanseverino di Bisignano, ad evitare una loro dispersione con la vendita pubblica. A Roberto toccarono, con Capaccio, Casalnuovo, Gazanello (?), la Palude (Padula), Lagonegro, Laurino, Magliano, Montesano, Ravello (Rivello), Sassano, Sasso, Tito, Tortorella, Trentinara e Verbicaro (12).”. Ebner, a p. 677, vol. II, nella nota (12) postillava che: “(12) J. Mazzoleni, Regesto delle pergamene di Castelcapuano, cit., p. 79”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni Carrafa e Carlo V nel 1523. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 40, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’, ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 40, in proposito scriveva che: “Dopo circa due mesi d’assedio, senza capitolare, il 17 dicembre 1497 Antonello, insieme a suo figlio Roberto Sanseverino conte di Marsico, alle figlie dello zio Barnabo conte di Lauria e a tutti gli altri familiari, scese a patti con le truppe di Ferdinando II d’Aragona si ritira a Senigallia“. Dunque, secondo il Montesano, Barnabo Sanseverino, conte di Lauria era lo zio di Antonello Sanseverino. Riguardo i fatti di Diano del 17 dicembre 1497 e di suo padre Antonello, Principe di Salerno ha scritto Pietro Ebner che a p. 469 nella sua nota (18) postillava che: “(18) Gatta, ‘Memorie etc..’, op. cit., p. 449.”. Costantino Gatta (…), ne parla nel suo “Memorie Topografiche-Storiche della Provincia di Lucania”, pubblicato in Napoli, presso Gennaro Muzio nel 1732 a p. 445. Il Gatta (…), prima di p. 446, ci parla della ‘Congiura dei baroni’, sulla scorta di Camillo Porzio (…) e del Mazza (…), da cui attinge diverse notizie storiche. Antonio Mazza (…), Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681.
Nel 1485, muore Barnabo Sanseverino, V conte di Lauria
Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Barnabo, avvenuta nel 1485, ecc…”. Il Montesano, a p. 41, in proposito scriveva che: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come cugino di Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “Successivamente imprigionò in Castelnuovo e mise a morte vari altri baroni, tra cui la contessa Giovanna Sanseverino ava di Antonello celebrata dal Pontano, il conte di Lauria col figlio Bernardino, Barnaba Sanseverino e Giovanni Caracciolo Duca di Melfi marito di Sveva Sanseverino figlia della detta Giovanna. Narrano le storie che gli infelici prigionieri vennero gettati in mare la notte del 25 dicembre 1491.”.
Nel 1485, Bernardino Sanseverino, figlio di Barnabo, alla morte del padre diventa il VI Conte di Lauria
Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Barnabo, avvenuta nel 1485, diventa 6° Conte di Lauria il figlio Bernardino.”, ed eredita i beni del padre Barnabo Sanseverino e della madre Luisa Sanseverino: “Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro”, oltre ai feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo. Il Montesano scrive pure a p. 41: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come cugino di Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487.”.
Nel 1486, SVEVA SANSEVERINO, figlia dei conti di Lauria Barnaba e Luisa di Sanseverino sposò Giovanni Antonio Petrucci
Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “…‘Venceslao’. Costui trovandosi privo di prole maschile, e volendo far rimanere i suoi feudi nel parentado, diè in matrimonio la figlia ‘Luisa a Barnaba Sanseverino, Conte di Capaccio e fratello o nipote di Roberto, Principe di Salerno, donandole altresì la Contea di Lauria ed altri feudi, dei quali si riservò il godimento e l’usufrutto fino alla morte. A tale ecc..ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “….e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Dunque, dal matrimonio con Luisa di Sanseverino, figlia di Venceslao e contessa di Lauria e Barnaba Sanseverino fratello di Antonello di Sanseverino Principe di Salerno, nacque Sveva di Sanseverino che andò sposa a Giovanni Antonio Petrucci che in questo modo diventa il VI° conte di Lauria. Dunque Sveva Sanseverino era nipote del Principe di Salerno, Antonello di Sanseverino. Sveva Sanseverino era figlia del Conte di Lauria e cugina del Principe di Salerno Antonello Sanseverino. Sveva di Sanseverino, contessa di Lauria sposò Giovanni Antonio Petrucci. Giovanni Antonio Petrucci sposò Sveva Sanseverino, nipote del Principe di Salerno Antonello Sanseverino. Il padre gli cedette la contea di Policastro e gli procurò la mano di Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e nipote del principe di Salerno, proprio quando costoro ordivano la congiura contro re Ferrante. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Ecc..”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 38, parlando del casale di Casaletto al tempo della Congiura dei Baroni, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Egli aveva ricevuto la contea di Policastro dal padre Antonello. Successivamente, forse a causa anche del rapporto di parentela instauratosi con i Sanseverino (il secondogenito Giovanni Antonio aveva sposato Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e cugina del principe di Salerno Antonello) ecc…”. Sveva Sanseverino era figlia di Barnabo e Luisa di Sanseverino, conti di Lauria. E’ molto probabile che Matteo Mazziotti si riferisca a questa Sveva Sanseverino quando scrive che dopo la scoperta della ‘Congiura dei Baroni, alcuni congiurati furono fatti uccidere dal re. Fra questi vi era il secondo marito di Sveva Sanseverino: il Duca i Melfi, Giovanni Caracciolo. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “Successivamente imprigionò in Castelnuovo e mise a morte vari altri baroni, tra cui la contessa Giovanna Sanseverino ava di Antonello celebrata dal Pontano, il conte di Lauria col figlio Bernardino, Barnaba Sanseverino e Giovanni Caracciolo Duca di Melfi marito di Sveva Sanseverino figlia della detta Giovanna. Narrano le storie che gli infelici prigionieri vennero gettati in mare la notte del 25 dicembre 1491.”. Ma in questo passo il Mazziotti ci parla di una Sveva Sanseverino “figlia della detta Giovanna”. A quale Giovanna si riferiva il Mazziotti ?. Il Mazziotti ci parla della “tra cui la contessa Giovanna Sanseverino ava di Antonello celebrata dal Pontano ecc..”. Dunque non si tratta della stessa Sveva Sanseverino contessa di Lauria e figlia di Barnaba e di Luisa Sanseverino. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 41, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’ ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 41, in proposito scriveva che: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come cugino di Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487. Si racconta che morì nelle segrete di Castel dell’Ovo di Napoli il giorno di Natale del 1490 e il suo corpo, chiuso in un sacco, fu gettato in mare dai carcerieri.”. Il padre di Sveva Sanseverino, Barnabo, era lo zio di Antonello di Sanseverino divenuto Principe di Salerno che il 17 dicembre 1497 fu assediato nel castello di Diano da re Ferdinando II d’Aragona, dove secondo il racconto del Gatta (…) si trovavano anche suo figlio Roberto Sanseverino e le figlie di Barnabo, tra cui Sveva. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 40, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’, ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Ebner a p. 469 nella sua nota (18) postillava che: “(18) Gatta, ‘Memorie etc..’, op. cit., p. 449.”. Costantino Gatta (…), ne parla nel suo “Memorie Topografiche-Storiche della Provincia di Lucania”, pubblicato in Napoli, presso Gennaro Muzio nel 1732 a p. 445. Il Gatta (…), prima di p. 446, ci parla della ‘Congiura dei baroni’, sulla scorta di Camillo Porzio (…) e del Mazza (…), da cui attinge diverse notizie storiche. Antonio Mazza (…), Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681. Il Montesano, a p. 40, in proposito scriveva che: “Dopo circa due mesi d’assedio, senza capitolare, il 17 dicembre 1497 Antonello, insieme a suo figlio Roberto Sanseverino conte di Marsico, alle figlie dello zio Barnabo conte di Lauria e a tutti gli altri familiari, scese a patti con le truppe di Ferdinando II d’Aragona si ritira a Senigallia”.
ANTONELLO PETRUCCI o de PETRUCIIS
Antonello Petrucci, conosciuto anche come Antonello d’Aversa (Teano, … – Napoli, 1487), è stato un barone del Regno di Napoli. L’abilità con cui mostrò di destreggiarsi nella giurisprudenza lo rese piuttosto noto, tanto da entrare nella cancelleria reale, la “scrivania regia” di Alfonso V d’Aragona, intorno alla metà del secolo. Dopo aver ricoperto molte alte cariche, divenne segretario di re Ferrante I d’Aragona, che gli conferì il titolo di barone ed altri privilegi feudali. Desideroso di approfondire i propri legami con la nobiltà del regno, fece sposare suo figlio Giovanni Antonio a Sveva Sanseverino, finché non rimase coinvolto nella cosiddetta ‘Congiura dè baroni’ nel 1485. Scoperto ed arrestato, Antonello Petrucci venne giustiziato alcuni anni dopo, ed il suo villaggio dato alle fiamme, per volere di Ferrante I. Antonello Petrucci sposò la nobildonna Elisabetta Vassallo. Da questo matrimonio nacquero 5 figli, tra cui Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro, segretario regio della corte di Napoli e accademico pontaniano, giustiziato in seguito alla congiura e Giovanni Battista Petrucci, arcivescovo di Taranto, amministratore apostolico di Teramo, Vescovo di Caserta.
Nel 1485-87, re Ferrante II d’Aragona e la ‘Congiura dè Baroni’
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 150-151 e s. in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “IV. Il principe Roberto, morendo nel 12 dicembre 1474, (1) lasciò il principato al figliuolo Antonello natogli dalla sua unione con Caterina Sforza, secondo ha scritto il Gatta, o Ramondina Del Balzo, secondo altri autori. Antonello ebbe assai a malincuore che il re non gli avesse conferito, come a suo padre, l’ufficio di grande ammirante che gli diede qualche anno dopo, nel 1477, e cominciò da allora a nutrire contro il re un fiero risentimento, il quale contribuì non poco ad attirarlo nella famosa congiura dei baroni. Ispiratori di essa furono Francesco Coppola conte di Sarno ed Antonello Petrucci, il celebre segretario di re Ferdinando, entrambi favoriti da lui con onori e con feudi. Essi erano fieramente avversati al figliuolo del re Alfonso, duca di Calabria, uomo di natura feroce ed assai mal visto dal popolo e dai baroni, dolendosi costui che il re li avesse colmati di tanti benefici e li avesse resi così potenti da essere di grave pericolo alla Corona. Il conte di Sarno ed il Petrucci, sapendo l’odio di Alfonso contro di essi e vedendosi di continuo da lui minacciati, risolsero di ribellarsi e trassero con loro Antonello, anche egli inviso al duca, ed i suoi parenti Sanseverino, cioè il principe di Bisignano, il conte di Tursi ed altri della famiglia, nonchè molti baroni del regno cui fecero credere che il duca volesse spogliarli dei loro beni.”. Il governo centralista di re Ferrante I d’Aragona portò nel 1485 a un tentativo di rivolta da parte dei baroni, tra i quali Pirro del Balzo, duca d’Andria e di Venosa, suo fratello Angilberto duca di Nardò, i Caracciolo di Melfi, Francesco Coppola, Conte di Sarno, e Antonello Sanseverino, Principe di Salerno, appoggiati da papa Innocenzo VIII. Riguardo l’epoca Aragonese ed in particolare quella di re Ferrante d’Aragona, figlio di Alfonso I d’Aragona, Giuseppe Galasso (…), nel suo ‘Mezzogiorno medievale e moderno’, a pp. 141-142, in proposito scriveva che: “….A sua volta il di lui figlio Ferrante perseguì una discontinua, ma non efficace politica di difesa delle ‘universitates’ del Regno contro gli abusi feudali, che si espresse nell’appoggio alla legislazione statutaria allora fiorita; e potè inoltre, schiacciando la famosa congiura del 1484-85, e già prima quella del 1459-64, segnare una tappa decisiva nella riduzione del peso politico del baronaggio meridionale. Ma lo stesso Alfonso aveva concesso ai baroni il ‘merum et mixtum imperium’, e nelle intricate vicende attraverso le quali si consumarono tra il 1494 ed il 1503 la crisi e la fine dell’indipendenza del Regno, i baroni avevano per via di fatto conquistato una piccola parte del potere detenuto prima della grande congiura (3).”. Il Galasso a p. 142, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per il significato del periodo aragonese nella storia della monarchia meridionale (sulla quale manca, tuttavia, un’opera ‘ad hoc’ ) sono soprattutto da tenere presenti: B. Croce, Storia del Regno di Napoli, cit., cap. I, ‘passim; E. Pontieri, Per la storia del regno di Ferrante I d’Aragona re di Napoli, Napoli, 1948; passim; ID, Alfonso I d’Aragona nel quadro della politica italiana del suo tempo, in ‘Divagazioni storiche e storiografiche, serie I, Napoli, 1960, pp. 201-310; P. Gentile, Lo stato napoletano sotto Alfonso I d’Aragona, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.s., 23 (1937), pp. 1-56 e 24 (1938), pp. 1-56; G. Cassandro, Lineamenti di diritto pubblico ecc…ecc…”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a pp. 37-38, scriveva in proposito che: “e questa situazione spesso sfocerà in diatribe che porteranno a varie congiure contro la Corona, come quella del 1245-46 contro Federico II passata alla storia come Congiura di Capaccio e soprattutto quella del 1485, la famosa ‘congiura dei baroni’ che sconvolgerà l’intero assetto politico del Regno. In quel periodo, come abbiamo visto, Casaletto faceva parte della contea di Lauria, feudo della famiglia del Principe di Salerno Antonello Sanseverino (56), il cui capostipite……I già tesi rapporti tra il re di Napoli Ferdinando I d’Aragona (conosciuto anche col nome di Ferrante) e Antonello precipitarono quando il re tentò di ridare un nuovo e più moderno assetto politico del proprio regno, ecc…ecc…i baroni capeggiati proprio da Antonello Sanseverino, non subirono passivamente questo tentativo reale di riduzione del loro potere e del loro prestigio e riuscirono a convincere il nuovo papa Innocenzo VIII, con l’avallo della Francia, ad attaccare il Regno di Napoli con l’intento di cacciare gli Aragonesi. Con l’aiuto dei Medici di Firenze e degli Sforza di Milano, il re Ferrante riuscì però ad espugnare la città de L’Aquila ecc…ecc…L’anno successivo, con la scusa delle nozze della nipote con un figlio del conte di Sarno, il re Ferrante invitò i baroni a Napoli. Il 23 agosto 1486, giunti gli invitati nella sala di Castel Nuovo per le nozze, fece chiudere le porte della sala mettendo agli arresti tutti i baroni della congiura; tra questi venne arrestato e decapitato l’11 dicembre dello stesso anno, insieme ad altri felloni, anche il conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci (59).”. Il Montesano (…) a p. 38 nella sua nota (56) postillava che: “(56) Antonello, figlio del primo Principe di Salerno, Roberto Sanseverino e di Raimondina Orsini dei duchi di Venosa, nacque nel 1458. Nel 1480 sposò Costanza, figlia di Federico di Montefeltro duca di Urbino.”. La congiura fu narrata dallo storico Camillo Porzio (…) nella sua più celebre opera, ‘La congiura dè Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I‘, pubblicato a Roma nel 1565 e, Perito E., ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro’, Bari, 1926. Il potere di Ferrante, durante la sua reggenza, rischiò seriamente di essere minacciato dalla nobiltà campana; nel 1485 tra la Basilicata e Salerno, Francesco Coppola conte di Sarno e Antonello Sanseverino principe di Salerno, con l’appoggio dello Stato Pontificio e della repubblica di Venezia, furono a capo di una rivolta con ambizioni guelfe e rivendicazioni feudali angioine contro il governo aragonese che, accentrando il potere a Napoli, minacciava la nobiltà rurale. La rivolta è conosciuta come ‘congiura dei baroni’, che venne organizzata nel castello di Malconsiglio di Miglionico e fu debellata nel 1487 grazie all’intervento di Milano e Firenze. La congiura fu ordita nel 1485 dal Principe di Salerno Antonello Sanseverino. Questi, consigliato da Antonello Petrucci, Francesco Coppola e Luigi Gesualdo da Caggiano riunì intorno a sé molte famiglie feudatarie di Signori e Baroni del Regno della fazione guelfa favorevoli agli Angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano i Caracciolo, principi di Melfi, i Gesualdo, marchesi di Caggiano, gli Orsini dei Balzo, principi di Altamura e Venosa, i Guevara, conti di Apice ed Ariano, i Senerchia, conti di Rapone e Sant’Andrea, ed i già citati Caldora. Il significato della Congiura dei Baroni, sviluppatasi tra il 1485 ed il 1486, consiste fondamentalmente, come opportunamente fu sottolineato dallo storico Ernesto Pontieri, nella resistenza opposta dai Baroni all’opera di modernizzazione dello Stato perseguita dagli Aragonesi a Napoli. La Congiura dei baroni fu un movimento rivoluzionario che si sviluppò nel XV secolo; nacque principalmente in Basilicata come reazione agli Aragonesi che si erano insediati sul trono del Regno di Napoli. Il Re Ferdinando I di Napoli (o Ferrante) aveva mirato a dissolvere il particolarismo feudale e fare del potere regio la sola leva della vita del paese. I Baroni erano organizzati in grandi dinastie abbastanza ramificate, ognuna delle quali controllava da sola più terre del Re. Gli Orsini Del Balzo, ad esempio, si vantavano di poter viaggiare da Taranto a Napoli senza mai uscire dai loro possedimenti; i Sanseverino, ora osteggiati ed ora protetti, erano titolari di feudi che dalla Calabria, attraverso quasi tutta la Basilicata, raggiungevano Salerno e lambivano Napoli; ecc…Questa ristretta classe dirigente si avvaleva dell’alleanza e del favore del Papato. Un primo duro scontro tra i Baroni ed il Re Ferrante si era già verificato nella lunga guerra combattuta all’interno del Regno dal 1459 al 1464. Il Re aveva allora ottenuto l’aiuto di molti capitani italiani, ai quali si era aggiunto un contingente di 1000 fanti e 700 cavalieri approdati dall’Oltremare adriatico e guidati da Giorgio Castriota Scandenberg, l’eroe nazionale albanese in cerca di nuove patrie per il suo popolo disperso dai Turchi. Sia i Petrucci che il Coppola, benché appartenenti alla borghesia emergente, furono tra gli uomini chiave della congiura, ed anzi i primi ad essere scoperti e giustiziati: come ciò sia potuto accadere, non è ancora del tutto chiaro. Alla vigilia della congiura, i Baroni di più antica origine avevano molte ragioni per essere preoccupati del proprio destino: il Re li aveva piegati; nuovi ceti in ascesa premevano alle loro spalle; le Università si davano Statuti propri o si affrancavano dai vecchi pesi feudali. Per porre in qualche modo rimedio a tutto ciò, era necessario consultarsi, e la prima occasione fu fornita, nel 1485, dal matrimonio celebrato a Melfi tra Troiano II Caracciolo, figlio del Duca di quella città, e la figliola del Conte di Capaccio, della famiglia dei Sanseverino. Il più allarmato apparve allora Pietro Guevara, Marchese del Vasto. Il Guevara, racconta il Porzio, considerava addirittura una sciocchezza fuori misura non tentare nemmeno di opporsi alla prospettiva della ventilata successione al trono del Duca di Calabria Alfonso II d’Aragona, figlio primogenito di Re Ferrante, che per parte sua non perdeva occasione per ostentare apertamente ed arrogantemente la propria ostilità ai Baroni. Forse essi stessi non avevano dimenticato che si trattava di quello stesso Alfonso che, appena quattordicenne, era stato significativamente inviato dal padre insieme alle truppe regie contro di loro in Calabria nella guerra del 1459-1464, per sottolineare allora che la lotta ai Baroni non era da annoverarsi tra gli obiettivi episodici e passeggeri nella politica dell’intera dinastia aragonese; ed Alfonso era cresciuto fedele a quella indicazione paterna, tanto da girare spavaldamente a cavallo, con un’ascia e con una scopa ben in vista, arnesi entrambi utili, a suo stesso dire, per liberare il Regno dai Baroni!. Occorreva dunque perciò almeno scongiurare che Alfonso divenisse un giorno Re di Napoli. La congiura fu ordita nel 1485 dal Principe di Salerno Antonello Sanseverino. Questi, consigliato da Antonello Petrucci, Francesco Coppola e Luigi Gesualdo da Caggiano riunì intorno a sé molte famiglie feudatarie di Signori e Baroni del Regno della fazione guelfa favorevoli agli Angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano i Caracciolo, principi di Melfi, i Gesualdo, marchesi di Caggiano, gli Orsini del Balzo, principi di Altamura e Venosa, i Guevara, conti di Apice ed Ariano, i Senerchia, conti di Rapone, ed i già citati Caldora. Il Re, scoperta la congiura, dopo un’alleanza con la Repubblica di Firenze ed il Ducato di Milano, punì pesantemente i suoi avversari dando loro la caccia ad ognuno di loro. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, parlando di Ruggiero di Lauria e della famiglia dei Loria e dell’omonima Contea, in proposito scriveva che: “Il feudo di Ajeta ritornò, successivamente, ai Loria, fino a quando Tommaso ne fu estromesso, 1496, da Ferdinando II o Ferrandino, re di Napoli per la seconda volta (7 luglio 1495-7 ottobre 1496), dopo la partenza di Carlo VIII. Pare che Tommaso di Loria, avesse partecipato alla congiura dei Baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Ecc..ecc..”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II del 15 agosto 1496. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Gaspare Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Della Congiura dei Baroni, ci ha parlato Melchiorre Ferraiolo (…), nella sua “Cronaca della Napoli Aragonese, 1498 – 1503” di Melchiorre Ferraiolo (MS M.0801, fol. 095r della Morgan Library di New York). Trai personaggi citati spicca la figura del Barone Antonello Petrucci in quanto, al momento dei fatti, era una delle figure più influenti del regno, poiché ricopriva la carica di Segretario del Re. Un altro autore che ci ha parlato della Congiura dei Baroni è Joampiero Leostello nelle “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, ripubblicato a cura del Principe Gaetano Filangieri nel 1883, quando racconta del ritorno di Alfonso II dalla campagna contro i baroni ribelli.
Nel 23 agosto 1486, i Petrucci (Antonello e Giovanni Antonio, Conti di Policastro e Francesco, vengono fatti arrestare dal re Ferrante I d’Aragona per il sospetto della loro partecipazione alla Congiura dei Baroni
I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro “Pyxous-Policastro”, parlando dell’epoca Aragonese, in proposito a p. 515 in proposito scrivevano che: “Nel 1465 il conte Antonello Petrucci, figlio di contadini di Teano, segretario di re Ferrante, acquistò Policastro per 5.000 ducati. Suo figlio, Giovanni Antonio, prese le parti dei baroni cospirati contro Ferrante nel 1485-86, e aprì le porte della città ai fanti del principe di Salerno. Scoperta la congiura, i Petrucci furono vinti e puniti dal Re che, in seguito all’inventario del commissario Battista de Vena, demanializzò Policastro, per poi rivenderla nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (51).”. I due studiosi a p. 515, nella nota (81) postillavano che: “(81) Per queste notizie vedi: E. Perito, ‘La congiura dè baroni e il conte di Policastro, Bari, Laterza, 1926.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “A un certo momento Antonello aggregò alla contea di Policastro anche la Baronia di Novi, per cui tutto il basso Cilento dall’Alento a policastro fu posseduto da un solo feudatario.”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: “Come è noto, bastò allo “spiegato punitore dei baroni ribelli”, scrive il Croce, il semplice sospetto che Antonello avesse potuto partecipare all’ultima congiura (30) dei baroni per ordinare l’arresto dell’infelice ministro e sostituirlo con l’elegante poeta latino Giovanni Pontano. Con fredda ferocia Ferrante fece decapitare Antonello (piazza del mercato, venerdì 11 maggio 1487) dopo aver fatto orribilmente seviziare i figliuoli e non potendo eliminare l’arcivescovo di Taranto lo costrinse a rinunciare a quella sede (a. 1489) privandolo anche delle badie di S. Giovanni a piro e S. Maria di Pattano, trasferire poi al figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. A seguito della congiura, …..re Ferrante fece arrestare nello stesso Castelnuovo il suo primo Ministro con altri congiurati (32). Questi erano stati appena tradotti nelle segrete del castello che il re, senza attendere la condanna, già scontata, trasmise gli ordini per l’immediato sequestro e confisca dei beni dei congiurati, che furono furono subito messi in vendita. Il 31 agosto, infatti, fu emesso il bando “super venditione banorum domini Antonelli de Petruciis” (33). Il 29 settembre il re ordinò di far risultare come sua donazione fatta da Antonello e dal figliuolo Giovannantonio a Rionero di Marzano di “Novi”. Qui, come a Policastro e Rofrano, ogni cosa venne messa sotto sequestro (34). Ecc..”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Vedi nell’edizione critica dei sonetti del Conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, La congiura de baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Rata di “dosmila uicento dotze ducats, un gra.”. La rata venne pagata il 15 agosto 1479 e pare fosse l’ultima. Vedi pure nei ‘Cedolari di tesoreria’ 1484-1492 sullo stipendio mensile di “Mess. Rogiero de Cucharo medico de S. Re” Ferrante, per le interessanti variazioni ecc…ecc…”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La fudalità, p. 18.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (32) postillava che: “(32) L’arresto fu effettuato nella sera del 23 agosto 1486, nel corso dei festeggiamenti a Corte per le nozze della nipote del re con un figlio del conte di Sarno. Con questo, vennero arrestati i due figli, Aniello Arcamone, conte di Borrello, Giovanni Pai e con Antonello la moglie Elisabetta Vassallo, morta poi in carcere. I due figli, Francesco conte di Carinola fu arrestato appunto a Carinola e Giovannantonio, conte di Policastro, a Torre del Greco mentre “fuggiva in Policastro“. Tra i baroni locali che presero parte alla congiura, oltre a Barnaba Sanseverino, Alfonso della Gonessa, signore di Campora, Marino e Pietro d’Alemanna, signori di Castelnuovo, Aniello Arcamone, signore di Rofrano e conte di Fondi. Vedi “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, di Joampiero Leostello (in Filangieri, Documenti, I, Napoli, 1883) a dicembre 1486: “Dei Xj decembris fu scartato lo conte di carinola et tagliata la testa al conte di policastro suo frate al mercato”. Francesco de Petruciis era stato l’animatore della congiura.”. Ebner a p. 143, citava il Croce (…). Benedetto Croce (…), nella sua “Storia del Regno di Napoli”, parlando dei baroni Napoletani, a p. 2, riguardo i Petrucci leggiamo che: “,….nell’ultima congiura i due fratelli Petrucci, conte di Carinola e conte di Policastro, avevano in bocca l’aforisma che “fin che lo Re haverà guerra et travagli noi staremo bene et securi et in prosperitate” (3). Gli accordi tra loro erano tutti di vantaggi personali; e al duca di Melfi, per esempio, offerivano terre, pingui parentati, uno dei sette grandi Uffizi del Regno, ecc…”. Croce, a p. 72, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Processi, ed. cit., p. XCVI.”. Infatti, nel 2018, Nicola Montesano (…), sulla scorta di Ebner (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a pp. 37-38, parlando della Congiura dei Baroni e del casale di Casaletto, ripete che: “L’anno successivo, con la scusa delle nozze della nipote con un figlio del conte di Sarno, il re Ferrante invitò i baroni a Napoli. Il 23 agosto 1486, giunti gli invitati nella sala di Castel Nuovo per le nozze, fece chiudere le porte della sala mettendo agli arresti tutti i baroni della congiura; tra questi venne arrestato e decapitato l’11 dicembre dello stesso anno, insieme ad altri felloni, anche il conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci (59).”. Il Montesano (…) a p. 38 nella sua nota (56) postillava che: “(56) Antonello, figlio del primo Principe di Salerno, Roberto Sanseverino e di Raimondina Orsini dei duchi di Venosa, nacque nel 1458. Nel 1480 sposò Costanza, figlia di Federico di Montefeltro duca di Urbino.” Anche in questo caso, il Montesano (…) a p. 39 nella sua nota (59) postillava che: “(59) Egli aveva ricevuto la contea di Policastro dal padre Antonello, segretario del Re, la quale contea, appartenente fino ad allora ai Sanseverino, era stata concessa, mediante il pagamento di 12.000 ducati, direttamente dal re Ferrante. Successivamente, forse a causa anche del rapporto di parentela instauratosi con i Sanseverino (il secondogenito Giovanni Antonio aveva sposato Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e cugina del principe di Salerno Antonello) partecipò alla congiura dei baroni. Il Re, come abbiamo visto, non accettò un simile atto di fellonia (soprattutto da chi gli era stato più vicino ed aveva avuto la sua fiducia!) e giustiziò prima il figlio Giovanni Antonio e dopo il padre Antonello (giustiziato a Napoli in piazza del Mercato l’11 maggio 1487). La contea di Policastro passò nel 1496 alla famiglia Carafa.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro, riguardo la ‘Congiura dè Baroni’ e dei Petrucci, in proposito scriveva che: “….Ma quando re Ferrante ebbe il sospetto che Antonello fosse partecipe della congiura dei baroni, ne ordinò l’arresto, ecc…ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, parlando di ‘Policastro‘, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedettero fino alla fine del ‘700. Il documento dell’aprile del 1481 del vescovo Guidano, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni, è di qualche anno prima (a. 1485), in cui i Petrucci parteciparono alla ‘Congiura dei baroni’ e, persero la contea di Policastro. Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci…. ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, parlando di Tommaso di Loria e dell’omonima Contea, in proposito scriveva che: “Pare che Tommaso di Loria, avesse partecipato alla congiura dei Baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Ecc…ecc..”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Tra i luoghi più legati alla vicenda si annoverano la cittadina di Lacedonia: nella (ora distrutta) chiesa di Sant’Antonio l’11 settembre 1486 i baroni giurarono di cacciare dal Regno gli Aragonesi. Inoltre nei castelli di Diano (oggi conosciuto come Castello Macchiaroli a Teggiano), di Melfi e di Miglionico (quest’ultimo chiamato il Castello del Malconsiglio proprio per aver ospitato nel 1485 la Congiura dei Baroni) avvennero i più importanti raduni fra i ribelli.
Nel 4 novembre 1486, la Sentenza di condanna a morte per i Petrucci
Nel suo “La Baronia del Cilento”, Matteo Mazziotti, a p. 158, in proposito scriveva che: “Nel di 4 novembre dello stesso anno venne letta agli imputati la sentenza che condannava il conte di Sarno, il segretario Petrucci ed i due figli di questo alla morte ed alla perdita di tutti i loro beni; e la sentenza venne eseguita con grande apparato e crudeltà.”.
Nell’11 dicembre 1486, re Ferrante I d’Aragona fa decapitare Giovanni Antonio Petrucci
Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a pp. 37-38, parlando della Congiura dei Baroni, in proposito scriveva che: “Il 23 agosto 1486, giunti gli invitati nella sala di Castel Nuovo per le nozze, fece chiudere le porte della sala mettendo agli arresti tutti i baroni della congiura; tra questi venne arrestato e decapitato l’11 dicembre dello stesso anno, insieme ad altri felloni, anche il conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci (59).”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 39, parlando di Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro, dopo la Congiura dei Baroni, nella sua nota (59) postillava che: “(59) ….partecipò alla congiura dei baroni. Il Re, come abbiamo visto, non accettò un simile atto di fellonia (soprattutto da chi gli era stato più vicino ed aveva avuto la sua fiducia!) e giustiziò prima il figlio Giovanni Antonio ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: “Con fredda ferocia Ferrante fece decapitare Antonello (piazza del mercato, venerdì 11 maggio 1487) dopo aver fatto orribilmente seviziare i figliuoli ecc….”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (32) postillava che: “(32) L’arresto fu effettuato nella sera del 23 agosto 1486, nel corso dei festeggiamenti a Corte per le nozze della nipote del re con un figlio del conte di Sarno. Con questo, vennero arrestati i due figli, Aniello Arcamone, conte di Borrello, Giovanni Pai e con Antonello la moglie Elisabetta Vassallo, morta poi in carcere. I due figli, Francesco conte di Carinola fu arrestato appunto a Carinola e Giovannantonio, conte di Policastro, a Torre del Greco mentre “fuggiva in Policastro……Vedi “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, di Joampiero Leostello (in Filangieri, Documenti, I, Napoli, 1883) a dicembre 1486: “Dei Xj decembris fu scartato lo conte di carinola et tagliata la testa al conte di policastro suo frate al mercato”. Francesco de Petruciis era stato l’animatore della congiura.”.
Nel 1486, il re Ferrante d’Aragona sostituì Antonello Petrucci, suo Segretario con il poeta Giovanni Pontano
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro, riguardo la ‘Congiura dè Baroni e dei Petrucci, in proposito scriveva che: “….Ma quando re Ferrante ebbe il sospetto che Antonello fosse partecipe della congiura dei baroni, ne ordinò l’arresto, sostitendolo nell’ufficio con l’elegante poeta latino Giovanni Pontano.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Fu per gran parte della sua vita al servizio dei sovrani aragonesi, prima a Napoli, presso la corte di Ferrante I d’Aragona, e, successivamente (1466-1486), al seguito del principe ereditario Alfonso Duca di Calabria futuro effimero re come Alfonso II di Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: “Come è noto, bastò allo “spiegato punitore dei baroni ribelli”, scrive il Croce, il semplice sospetto che Antonello avesse potuto partecipare all’ultima congiura (30) dei baroni per ordinare l’arresto dell’infelice ministro e sostituirlo con l’elegante poeta latino Giovanni Pontano.”.
Nell’11 maggio 1487, Antonello Petrucci, conte di Policastro fu fatto decapitare da re Ferrante d’Aragona nella piazza del Mercato a Napoli
Il Re Ferrante II d’Aragona, scoperta la congiura, dopo un’alleanza con la Repubblica di Firenze ed il Ducato di Milano, punì pesantemente i suoi avversari dando loro la caccia ad ognuno di loro. Sia i Petrucci che il Coppola, benché appartenenti alla borghesia emergente, furono tra gli uomini chiave della congiura, ed anzi i primi ad essere scoperti e giustiziati: come ciò sia potuto accadere, non è ancora del tutto chiaro. La definitiva conclusione di questo movimento si ebbe nel 1487 nel Castel Nuovo di Napoli. Nella Sala dei Baroni furono infatti arrestati ed uccisi gli ultimi esponenti della congiura contro la corte aragonese. Fu lo stesso Ferrante d’Aragona che invitò nella sala i Baroni, con la scusa di celebrare le nozze della nipote. In realtà questa era una trappola: i Baroni furono arrestati e messi a morte. La congiura fu narrata dallo storico Camillo Porzio (…) nella sua più celebre opera, ‘La congiura dei Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I‘. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro, riguardo la ‘Congiura dè Baroni e dei Petrucci, in proposito scriveva che: “….Ma quando re Ferrante……Non contento di aver fatto decapitare il ministro (piazza del Mercato, l’11 maggio 1487), il re fece torturare i figliuoli, obbligando l’ultimo figlio di Antonello, Giovan Battista arcivescovo di Taranto, a rinunciare alla diocesi (a. 1489) privandolo pure delle badie di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano che vennero concesse al bastardo suo figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. Dell’avocazione alla Corona dei beni di Antonello approfittarono i fratelli Carafa.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Ebner (…), però, sempre a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. La notizia della decapitazione di Antonello Petrucci, conte di Policastro, nella piazza del Mercato di Napoli, nel 1487, citata da Pietro Ebner non collima con quanto scriveva in proposito Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e, a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, e da questo nell’anno 1348, in Gabriello, e Luciano Grimaldi, e dopo in Gio: Antonio Petrucci, figlio d’Antonello Segretario di Ferrante primo fatto da questo morire nel Mercato di Napoli come Ribelle nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Il Di Luccia (…), scrive chiaramente che la decapitazione di Antonello Petrucci avvenne nell’anno 1496, e riporta la notizia sulla scorta del Summonte (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, lo scriveva nel suo, ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, e lo faceva sulla scorta di Giovanni Antonio Summonte (…), nel suo vol. IV (tomo), del suo Dell’historia della Città e Regno di Napoli’, di cui posseggo l’edizione pubblicata a Napoli nel 1602 per i tipi di Gio Jacomo Carlino. La congiura fu narrata dallo storico Camillo Porzio (…) nella sua più celebre opera, ‘La congiura dei Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I‘ e, Enrico Perito (…) e la sua ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro’, Bari, 1926. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Riguardo la ‘Congiura dei Baroni’ e la fine dei Petrucci ha scritto Melchiorre Ferraiolo (…), “Cronaca della Napoli Aragonese, 1498 – 1503” è un manoscritto (MS M.0801, fol. 095r della Morgan Library di New York), della fine del 1500, dove si racconta la fine dei Petrucci, testo poi in seguito rivisto da Riccardo Filangieri di Candida (…), Una cronaca napoletana figurata del Quattrocento, Accademia di architettura, lettere e belle arti, L’Arte tipografica, Napoli, 1956. Un altro autore che ci ha parlato della Congiura dei Baroni è Joampiero Leostello nelle “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, ripubblicato a cura del Principe Gaetano Filangieri nel 1883, quando racconta del ritorno di Alfonso II dalla campagna contro i baroni ribelli. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: “Con fredda ferocia Ferrante fece decapitare Antonello (piazza del mercato, venerdì 11 maggio 1487) dopo aver fatto orribilmente seviziare i figliuoli ecc…ecc…Vedi “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, di Joampiero Leostello (in Filangieri, Documenti, I, Napoli, 1883) a dicembre 1486: “Dei Xj decembris fu scartato lo conte di carinola et tagliata la testa al conte di policastro suo frate al mercato”. Francesco de Petruciis era stato l’animatore della congiura.”.
Nel 4 luglio 1487, la confisca dei beni ai Petrucci e ad altri congiurati
Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro “Pyxous-Policastro”, parlando dell’epoca Aragonese, in proposito a p. 515 in proposito scrivevano che: “Scoperta la congiura, i Petrucci furono vinti e puniti dal Re che, in seguito all’inventario del commissario Battista de Vena, demanializzò Policastro, per poi rivenderla nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (51).”. I due studiosi a p. 515, nella nota (81) postillavano che: “(81) Per queste notizie vedi: E. Perito, ‘La congiura dè baroni e il conte di Policastro, Bari, Laterza, 1926.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: “Con fredda ferocia Ferrante….e non potendo eliminare l’arcivescovo di Taranto lo costrinse a rinunciare a quella sede (a. 1489) privandolo anche delle badie di S. Giovanni a piro e S. Maria di Pattano, trasferire poi al figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. A seguito della congiura, …..re Ferrante fece arrestare nello stesso Castelnuovo il suo primo Ministro con altri congiurati (32). Questi erano stati appena tradotti nelle segrete del castello che il re, senza attendere la condanna, già scontata, trasmise gli ordini per l’immediato sequestro e confisca dei beni dei congiurati, che furono furono subito messi in vendita. Il 31 agosto, infatti, fu emesso il bando “super venditione banorum domini Antonelli de Petruciis” (33). Il 29 settembre il re ordinò di far risultare come sua donazione fatta da Antonello e dal figliuolo Giovannantonio a Rionero di Marzano di “Novi”. Qui, come a Policastro e Rofrano, ogni cosa venne messa sotto sequestro (34). Ecc..”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Vedi nell’edizione critica dei sonetti del Conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, La congiura de baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Ebner (…), a p. 142, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Rata di “dosmila uicento dotze ducats, un gra.”. La rata venne pagata il 15 agosto 1479 e pare fosse l’ultima. Vedi pure nei ‘Cedolari di tesoreria’ 1484-1492 sullo stipendio mensile di “Mess. Rogiero de Cucharo medico de S. Re” Ferrante, per le interessanti variazioni ecc…ecc…”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La fudalità, p. 18.”. Ebner (…), a p. 144, nella sua nota (33) postillava che: “(33) ASN. Curie della Sommaria, vol. 18 f 367; vedi pure L. Volpicella, ‘Confisca e vendita dei beni di A. Petrucci e F. Coppola, “Archivio stor. napolet.”, XV, p. 647 sgg.”. Ebner (…), a p. 144, nella sua nota (34) postillava che: “(34) ASN, ‘Privilegi della Sommaria’, vol. 36, f 25 e vol. 18, f 347.”. Ebner (…), a p. 144, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Ibidem, vol. 19 f 114, 19 settembre 1486.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 41, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’ ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 41, in proposito scriveva che: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come cugino di Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487.”. Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “Successivamente imprigionò in Castelnuovo e mise a morte vari altri baroni, tra cui la contessa Giovanna Sanseverino ava di Antonello celebrata dal Pontano, il conte di Lauria col figlio Bernardino, Barnaba Sanseverino e Giovanni Caracciolo Duca di Melfi marito di Sveva Sanseverino figlia della detta Giovanna. Narrano le storie che gli infelici prigionieri vennero gettati in mare la notte del 25 dicembre 1491.”. Pietro Ebner (…), sulla scorta del Ronsini (…), scriveva dell’Arcamone, cognato di Antonello Petrucci. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento‘, nel vol. II, a p. 433, parlando di Rofrano in proposito scriveva che: “Dichiarato ribelle per aver partecipato alla congiura dei baroni, l’Arcamone venne arrestato (13 agosto 1486) e poi decollato con la confisca di tutti i suoi beni. Il feudo quindi, tornò alla Corona e fu concesso da re Ferrante a Stefano Roberti (11).”. Ebner a p. 433 nella sua nota (8) postillava che: “(8) Assenso con breve pontificio del 2 gennaio 1476”. Ebner a p. 433 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Ronsini, cit., p. 19, rilevava la notizia, di cui dice anche l’Antonini, da “una Cronichetta, che serve di Preanbolo ad un Privilegio con cui la nostra Chiesa fu esentata da tasse e imposizioni Curiali nel 1583”. Ebner a p. 433 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il Ronsini (p. 20) assicura dell’Istrumento ” del 1477 per notar Masello de Leo, di cui ho copia legale”. Il Ronsini dice anche di un altro istrumento (stesso notaio, 27 ottobre 1477) dal quale risultava che l’Arcamone teneva quale governatore di Rofrano il proprio fratello, Giovan Francesco, e che nel 1497 l’Arcamone teneva a Rofrano un altro governatore, Rinaldo. Ciò che è dubbio, dato che l’Arcamone era stato giustiziato.”. Infatti, Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa), che, a p. 20 e s. scriveva che: “Gli vien contrastato anche il titolo di Conte di Fondi; perchè il Conte di Fondi, il Duca di Melfi, ed il Principe di Taranto non presero le armi cogli altri Baroni nel 1485, come assicura il Muratori, contro il Re Ferrante ed intanto l’Arcamone Conte di Borrello fu arrestato, e punito cogli altri ribelli. Dal che potrebbe dedursi, che l’Arcamone non era Conte di Fondi. La difficoltà svanisce, riflettendo, che il Re Ferrante, come riferisce il Summonte, fece proditoriamente ai 13 agosto 1486 prendere l’Arcamone, e molti altri suoi cortigiani, e gli fece processare non come insorti cogli altri Baroni, ma sotto pretesto, che avessero avuto intelligenza cò Baroni ribelli. Ad alcuni fu mozzato il capo, come all’Arcamone, a tutti fu tolta roba e feudi di sommo valore. Neppure è vera la notizia dataci dall’Antonini, che l’Arcamone comprò non per conto proprio, ma per suo cognato Petrucci Conte di Policastro, il quale Petrucci ne fece prendere possesso da un Commissario del Re Ferrante. In un Istrumento del 1477 per Notar Massello De Leo, di cui ho copia legale, Tommaso Allegro di Alessio di Rofrano, Erario dell’Eccellentissimo Signore Antonio Arcamone di Napoli utile padrone della detta Terra di Rofrano compra con un’orto nel luogo detto S. Brancato, o Capizzi, che tuttor si possiede come Burgensatico dà nostri Baroni, ‘agens nomine, et pro parte dicti excellentissimi Domini, haeredum, et successorum’. In un altro Istrumento per lo stesso Notaro dè 27 Ottobre 1477 si riferisce, che l’Arcamone teneva qui in tale anno per Capitanio un suo Fratello a nome Giovan Francesco. Di questo titolo trovasi copia in un processo per l’Università di Rofrano per la buonatenenza contro il Conte di Policastro, ed un’altra nel processo ‘Pro Julia Ruffo’ (moglie di Federico Carafa) ‘et aliis creditoribus contra Federicum Carafa comitem Policastri’. Banca Figliola f. 454. Nel 1497 v’era qui per parte dello stesso Arcamone Rinaldo Longo in qualità di Governatore, come dimostrerò qui appresso. Adunque il titolo per cui il Feudo di Rofrano pervenne a’ Carafa non fu la pretesa compra per procuratorem. Il feudo ricaduto alla Corte per fellonia dell’Arcamone fu consesso da Re Ferrante a Giovanni Carafa Conte di Policastro à 13 Marzo 1490 con Alberano registrato Q. 55 f. 221. Q. 58 f. 62-172. Q. 77 f. 270. Ferrante II. a. 4 Feb. 1496 confirmò la concessione ed aggiunse altre spoglie dè ribelli, come il feudo di Alfano e di Sansa. La confirmò pure il Re Federico ecc..ecc…Ma in quei torbidi tempi il possesso del Feudo non fu tranquillo. Ho già accennata la congiura dè Baroni contro Ferrante, e la barbara vendetta, che questi prese nel 1486 dè suoi cortigiani. Peggio trattò nell”87 i congiurati dopo che aveva loro accordato piena perdonanza. Ecc…ecc…Ma in quei torbidi tempi il possesso del Feudo non fu tranquillo. Ho già accennata la congiura dè Baroni contro Ferrante, e la barbara vendetta, che questi prese nel 1486 dè suoi cortigiani. Peggio trattò nell”87 i congiurati dopo che aveva loro accordato piena perdonanza.”. Questo scriveva il Ronsini (…), riguardo l’Arcamone e la vendita del feudo di Rofrano. Comunque, non condannato né assolto, l’Arcamone restò nella prigione di Castel Nuovo fino al febbraio 1495, allorché venne liberato da re Ferrandino che si allontanava da Napoli davanti ai Francesi. Tutti i beni dell’Arcamone erano stati confiscati. Oltre alla contea calabra, aveva perduto il feudo di Gioi nel Cilento, che aveva acquistato dal Conte di Terranova nel 1480; la torre di Francolise e un terreno nel Mazzone di Capua donatogli da Rinaldo Brancaccio. L’Arcamone sopravvisse ancora a lungo, fino al 1510, anno in cui morì ultimo degli Arcamone del sedile di Montagna. Fu sepolto nella chiesa di S. Lorenzo. Il suo èpitaffio fu dettato dal genero Annibale da Capua, conte di Altavilla, che aveva sposato Lucrezia, nata dal matrimonio dell’Arcamone con Cassandra Scannasorice. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”.
Nel 1487, a Guglielmo (III) Sanseverino gli venne avocata la Contea di Lauria per aver partecipato alla Congiura dei Baroni
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II del 15 agosto 1496. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Gaspare Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi. Alfonso II d’Aragona nel 1494 nominò il ‘milite Valerio de Gizzis’ di Chieti governatore (‘capitàneus) di tutti i feudi (fra cui Casella) appartenuti al Conte di Capaccio (149). Ecc…”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”.
Nel 1487, FERDINANDO I D’ARAGONA
Da Wikipedia leggiamo che Ferdinando di Trastámara, detto el d’Antequera o Ferdinando il Giusto, Fernando in spagnolo e aragonese, Ferran in catalano (Medina del Campo, 2 novembre 1380 – Igualada, 2 aprile 1416), è stato un principe della casa reale di Castiglia che divenne re di Aragona, Valencia, Sardegna, Maiorca e Sicilia, re titolare di Corsica, Conte di Barcellona e delle contee catalane, dal 1412 al 1416. Fu capostipite della famiglia reale Trastámara d’Aragona. Nel 1412 Ferdinando, anche per l’appoggio dell’antipapa Benedetto XIII, fu designato come successore di Martino il Vecchio e il 28 giugno, divenne Ferdinando I d’Aragona, re di Aragona, di Valencia, di Maiorca, Conte di Barcellona e delle contee catalane; lasciò la Castiglia e prese possesso dei regni della corona d’Aragona; mentre il 21 novembre 1412, Benedetto XIII lo investì del titolo di re di Sicilia, di Sardegna e di re titolare di Corsica.
Nel 1487, Ferdinando I d’Aragona confermò gli Statuti alle Università
Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito alla ‘Congiura dei Baroni’ scriveva che: “VI. Ferdinando I d’Aragona confermò nel 1487 gli statuti ed i capitoli della baronia del Cilento già decretati dai suoi predecessori. Da questi capitoli, su cui hanno scritto G.C. Del Mercato e F.A. Ventimiglia, si traggono notizie importanti su l’ordinamento della baronia in quel tempo.”. Anche Felice Fusco (….), nel suo “Caselle etc.”, riguardo gli Statuti concessi alle Università in quel periodo, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Ferdinando I d’Aragona rese il suo Regno un momento importante per le libertà comunali. Il re stesso concesse statuti alle città demaniali e sanzionò con il suo placet quelli concessi dai baroni. In ciò si scorge non solo una tendenza verso una maggiore uniformità nel governo municipale, ma anche la crescita di una aristocrazia urbana favorita dal re come contrappeso alla nobiltà feudale. Lecce offre a questo proposito un esempio molto istruttivo: gli statuti del 1479 stabilivano la parità in Consiglio fra gli artigiani e gli esponenti più alti della società, anche se relegavano i primi nelle cariche municipali minori. La predilezione per la condizione demaniale era talmente consolidata da far affermare all’ambasciatore fiorentino nel novembre 1485 che molte città “desiderano piutosto essere in domanio che sotto Signori per i tristi tractamenti che hanno da loro”. All’interno di queste Comunità urbane gli ebrei in particolare avevano motivo di apprezzare la protezione loro accordata sull’esempio di Alfonso, protezione che li metteva in grado di svolgere una notevole attività come artigiani e piccoli commercianti in Puglia e Calabria.
Nel maggio 1488, a Roccagloriosa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Ci è pervenuta pure una notizia dell’età Aragonese (51).”. Ebner a p. 422, nella sua nota (51) postillava che: “(51) ….Ricordo che nell’ABC vi sono due documenti riguardanti Roccagloriosa: ecc…e la bolla del vescovo di Policastro al cantore della chiesa di Roccagloriosa quale rettore della cappella del beneficio e sepoltura di S. Maria de Reto (maggio 1488, VI, LXXVI 59).”.
Nel 1489, re Ferrante I d’Aragona avocò a se la giurisdizione di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e nominò Abate il figlio Giovanni d’Aragona
Re Ferdinando I d’Aragona ebbe inoltre un gran numero di figli illegittimi, tra cui Alfonso d’Aragona, Principe della Galilea, poi Vescovo di Chieti (la cui confema non arriverà mai dalla Santa Sede) e che il padre, re Ferrante I, dopo la ‘Congiura dè Baroni’ ed i fatti rilevati nella visita Apostolica di Attanasio Calkeopoulos, nel 1458 nell’Abbazia di Pattano, nel 1489, obbligherà il secondo figlio di Antonello Petrucci, Giovanni Battista Petrucci, Arcivescovo di Taranto a rinunciare alla Diocesi di Policastro e all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, nominando Abbate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano, uno dei suoi figli illeggittimi. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 71, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’ e della visita di Atanasio Calkeopoulos, riferendosi al monastero di S. Maria di Pattano, in proposito scriveva che: “Con la soppressione del monastero, l’amministrazione di esso venne data da Paolo III a Giovanni d’Aragona, figlio di re Ferrante, poi promosso cardinale. Da questi la commenda passò al figliuolo del primo ministro del re, l’arcivescovo di Taranto Giovanni Battista Petrucci, cui si deve l’introduzione a Pattano del culto di S. Cataldo, patrono di Taranto ecc…”. Ebner (…), a p. 72 del vol. I, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…”. Questo documento parla pure di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 491, parlando di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di papa Paolo III (21). Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 491 nella sua nota (22) postillava che: “(22) Ebner, Storia, cit. p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla Santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 164, parla dell’Abbazia di S. Maria di Pattano. Scrive sempre l’Ebner a p. 490, vol. II, che il Di Luccia scriveva che “Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (14), postillava che:“(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (57) postillava che: “(57) Antonello ‘regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac jurisditionis casalis Turris’.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, p. 340, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Cfr. l’edizione critica dei sonetti del conte Giovanni Antonio de Petruciis in E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926, pp. 27 sgg., 53 sgg. e 126 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro, riguardo la ‘Congiura dè Baroni’ ed i Petrucci, riferendosi al re Ferrante d’Aragona e la sua spietata ritorsione contro i Petrucci e gli altri congiurati, in proposito scriveva che: “….Ma quando re Ferrante ebbe il sospetto che Antonello fosse partecipe della congiura dei baroni, …….obbligando l’ultimo figlio di Antonello, Giovan Battista arcivescovo di Taranto, a rinunciare alla diocesi (a. 1489) privandolo pure delle badie di S. Giovanni a Piro e di S. Maria di Pattano che vennero concesse al bastardo suo figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. Ecc…” i cui beni andarono tutti ai Carafa della Spina, di cui parlerò in seguito. Antonello Petrucci sposò la nobildonna Elisabetta Vassallo. Da questo matrimonio nacquero 5 figli, tra cui Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro, segretario regio della corte di Napoli e accademico pontaniano, giustiziato in seguito alla congiura e Giovanni Battista Petrucci, arcivescovo di Taranto, vescovo di Madito, amministratore apostolico di Teramo,Vescovo di Caserta. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: Mons. Alfonso D’Aragona (1468-1503);”. Dunque Alfonso d’Aragona fu il secondo Abate di S. Giovanni a Piro. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: ” 2) Mons. Alfonso D’Aragona, Vescovo Teatino, del quale il Di Luccia non cita la data di investitura. Ritenendolo nominato dopo la morte del Bessarione, o dopo la reggenza dell’Abate del Nero, si può presumere che la sua nomina a Commendatore avvenisse o dopo la scomparsa del Cardinale (1473) o dopo la reggenza del Del Nero, iniziata nel 1468. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a pp. 142-143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, in proposito scriveva che: “Con fredda ferocia Ferrante….non potendo eliminare l’arcivescovo di Taranto lo costrinse a rinunciare a quella sede (a. 1489) privandolo anche delle badie di S. Giovanni a piro e S. Maria di Pattano, trasferire poi al figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499.”.
Nel 1489, Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e figlio di re Ferrante, si reca a Policastro con l’architetto Giuliano Fiorentino ed è ricevuto dal vescovo Almensa
Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seuito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Infatti, nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso I d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 158-159, in proposito scriveva che: “Verso la fine del ‘400 il duca di Calabria (64) stabilì di visitare i casali del litorale cilentano, anche per rendersi conto dei bisogni delle locali popolazioni. Il I° ottobre 1487 partì da Salerno e, dopo aver visitato Eboli, Agropoli e Cilento (“Die Vj se partì da agropoli et anno a lo celento et stecte un di//Die Viiij se partì da lo celento et anno lorino”), deviò per Laurino e Diano, dove giunse il 9. Tornò poi ad Agropoli il 7 gennaio 1489 ripartendone l’8 per “rocca de celento”, da dove si avviò per Acquavella riposando nella casa dei signori di Sangro. Recatosi poi a Camerota proseguì per Policastro, dove fu ricevuto dal vescovo, il napoletano Gerolamo Almensa (1485-1493) suo confessore, dal clero e dal popolo. Ecc..”. Ebner, a p. 158, nella nota (64) postillava che: “(64) Effemeridi cit., sui ricevimenti ad Agropoli (etc…), ad Acquavella in casa del “Magnifico Gismondo de Sanguigno” (tutti i cavalli erano stati mandati a Casalicchio), a pisciotta e a Policastro”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”.



(Fig…) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. I, pp. 193-194
Questo documento parla pure di Policastro e di Maratea. Inoltre Ebner (…), dice di vedere nel vol. II, quando parlando di Policastro, scrive “quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 340, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Va ricordato ce nel tardo ‘400 il castello di Policastro venne ricostruito su disegno di Giuliano Fiorentino.”. Sempre l’Ebner (…), nel suo vol. II, di ‘Chiesa etc…‘, a p. 345, parlando di Policastro e del suo castello segnala che l’Alfano (…), scriveva che: “L’Alfano (81) l’ubica alle falde di una collina con alla sommità un castello mezzo diruto “elevato da Jacopo Sanseverino, figlio de conte di Potenza nel 1393 (…) si crede Bussento, detta Bisso, e Bissunte ecc…”. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa. Il Laudisio (…) a p….. della sua “Synopsi etc…“, ci dice di Girolamo Almensa che: “XXI. Girolamo Almensa, di Napoli, frate dell’Ordine dei Predicatori, nominato vescovo di Policastro nel 1485.”. Dunque, Girolamo Almensa successe al vescovo Gabriele Altilio. Ebner però scriveva che il vescovo Girolamo Almensa era “suo confessore” di Alfonso d’Aragona ma il Laudisio (…), a p. 77 (vedi Visconti), parlando del Vescovo Gabriele Altilio, in proposito scriveva che egli: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio di Alfonso II d’Aragona, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Le date e la notizia tratta dal Laudisio, cioè la cronostassi che il Laudisio riporta non sempre collima con le notizie storiche. Infatti, riguardo il vescovo Altilio che il Laudisio dice essere stato nominato vescovo di Policastro nel 1471, il sacerdote Giuseppe Cataldo scriveva essere salito alla cattedra vescovile nell’anno 1493 ed è più plausibile come data essendo stato il precettore di Ferrandino. Riguardo al vescovo Almensa di Napoli, che secondo il Laudisio divenne vescovo di Policastro nel 1485, potrebbe trovarsi con la data del documento pubbblicato dal Leostello che riguardava la visita di Alfonso duca di Calabria a Policastro nel 1489. La cronostassi del Laudisio (…), però non si trova con l’altro documento del 1481, di cui ho già parlato e che riguarda il vescovo di Policastro Gabriele Guidano che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire una chiesa a Sapri. Infatti, il Laudisio (…), nella sua cronostassi scrive che il vescovo Gabriele Guidano: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Come può essere possibile che secondo il Laudisio e forse pure per Ladvocat (…), il Guidano viene nominato dopo l’Almensa ovvero nell’anno 1491 se compare sul documento del 1481. Errore di stampa e di trascrizione ?. Del resto vi sono delle diverse conostassi come ad esempio ciò che riferisce lo stesso Cataldo.
Il manoscritto di Leostello Joampiero pubblicato da Gaetano Filangieri Principe di Satriano ed i viaggi nel Cilento del Duca Alfonso di Calabria
Sappiamo che il Duca di Calabria fece ristrutturare la chiesa di S. Pietro a Majella. Infatti, da wikipedia leggiamo che: “Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani.“. Riguardo sempre il Duca di Calabria, il futuro re di Napoli Federico I d’Aragona, sappiamo pure che era l’epoca dei Petrucci, conti di Policastro di cui si parla nello stesso manoscritto. Nel manoscritto del Leostello (…), pubblicato dal Filangieri (…), vol. I, a pp 193-194-195, si parla di Camerota, Pisciotta e Policastro dove il Duca, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona si recò in viaggio per ispezionare le batterie dopo la nota ‘Congiura dei Baroni’. Lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino. Il Mosca (…), nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” ci parla anche di alcuni pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese. Il Mosca (…), anche sulla scorta del Filangieri (…), in proposito a pp. 48-49 scriveva che: “Chi, per primo, ci dà notizie dei prodotti, in questa arte nobilissima, della Patria nostra è il famoso manoscritto “Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria” che faceva parte della Biblioteca Reale Napoletana e che venuto insieme ad altri innumerevoli nelle mani di Carlo VIII fu portato in Francia, ed ora trovasi a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Il manoscritto delle Effemeridi è cartaceo in folio, alto 31 centimetri e largo 21, ed ha 295 carte numerate, scritte in carattre corsivo del XV secolo, ecc….Sembra della stessa mano di chi compose il libro, se non che in certi luoghi è più grande e più tondo e rileva una mano diversa, l’intestazione seguente con la quale comincia il giornale: “Registro dove saranno collocati tucti progressi dell’Illustrissimo et Excellentissimo Signor Duca de Calabria Capitano generale de la Sanctissima et Serenissima Liga: ecc…”. Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. Tramite le Effemeridi, l’opera principale del L., si possono ricostruire i suoi movimenti tra il 1484 e il 1491. Il 14 settembre le truppe napoletane tornarono verso il Regno aragonese e impegnarono, una volta penetrate il 1° ottobre negli Abruzzi, i nobili aderenti alla cosiddetta congiura dei baroni (4 ottobre – 26 novembre). Piegata la resistenza, il duca con i suoi entrò trionfalmente, il 26 dicembre, a Napoli. Occasionalmente, in questo periodo, il L. ebbe anche la funzione di maggiordomo del duca, come nel caso della cena che Alfonso offrì agli ambasciatori papali il 10 luglio 1487 nella propria residenza napoletana a Castel Capuano. Il L. accompagnò Alfonso in altri numerosi viaggi tra il 2 ott. 1487 e il 21 genn. 1491 (Cilento, Puglia, Calabria, dintorni di Napoli). Dal 22 gennaio il duca risiedette a Napoli presso il re Ferdinando I a Castelnuovo almeno fino al 6 febbr. 1491, data conclusiva nel racconto delle Effemeridi. Questo manoscritto fu pubblicato proprio da Gaetano Filangieri. Si tratta del manoscritto di Leostello Giampiero Volterrano (…), ‘Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883, vol. I. Il manoscritto di Joampiero Leostello (…), è importante per la datazione di questo pavimento anche perchè a mio avviso oltre a riferire fatti e produzioni dell’epoca Aragonese, trattando del Duca di Calabria, potrebbe rappresentare un anello di congiunzione con il probabile esecutore dell’opera in questione, Dimera di Sapri. Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), da una lista di giorni nefasti per le guerre e la giustizia e da una serie di distici elegiaci in lode del duca, assumono dunque importanza soprattutto come documento sulle abitudini del duca e della corte aragonese, ma anche come prezioso serbatoio di informazioni sull’architettura e sulla storia dell’arte a Napoli. Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883 appaiono quindi come una sorta di cronaca-giornale, nella quale il L. aveva l’incarico di riportare tutti i fatti che riguardavano il duca Alfonso almeno per il periodo compreso tra il 22 maggio 1484 e il 6 febbr. 1491. Per far questo, il L. doveva vivere a stretto contatto giornaliero con Alfonso, sentendosi in dovere anzi di segnalare quando le notizie gli venivano di seconda mano. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seguito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso I d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Dunque, il Leostello parla del viaggio del Duca di Calabria Alfondo d’Aragona che intraprese nell’anno 1487. Si trata di Alfonso d’Aragona ? E’ lo stesso Duca di Calabria a cui si riferisce il Gaetano Filangieri quando parla delle ristrutturazioni che subì la chiesa di S. Pietro a Majella ?. Alfonso d’Aragona che visitò Policastro e a cui si riferisce il testo manoscritto delle Effereidi del Leostello publicato dal Filangieri è il primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Nel basso Cilento la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò nella famosa congiura dei Baroni (1485). Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata. Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme. Infatti, della notizia ci parlava Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa.
Nel 25 dicembre 1490-1491 (?), la morte di Bernardino Sanseverino, conte di Lauria
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “Successivamente imprigionò in Castelnuovo e mise a morte vari altri baroni, tra cui la contessa Giovanna Sanseverino ava di Antonello celebrata dal Pontano, il conte di Lauria col figlio Bernardino, Barnaba Sanseverino e Giovanni Caracciolo Duca di Melfi marito di Sveva Sanseverino figlia della detta Giovanna. Narrano le storie che gli infelici prigionieri vennero gettati in mare la notte del 25 dicembre 1491.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 41, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’ ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 41, in proposito scriveva che: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come cugino di Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487. Si racconta che morì nelle segrete di Castel dell’Ovo di Napoli il giorno di Natale del 1490 e il suo corpo, chiuso in un sacco, fu gettato in mare dai carcerieri.”.
Nel 1 luglio 1490, Giovanni Carafa diventa signore di Rofrano e Mannia
Giovanni Carafa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496), compra Roccagloriosa nel 1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512.
Nel 1491, Policastro è a Giovanni Carrafa della Spina
Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e Società etc..” a p. 539 parlando di Policastro ci informa che: “Avocato poi al fisco per fellonia dei de Petruciis, ritroviamo il feudo in possesso dei Carrafa nel 1483 (Cola Carrafa denunciando la morte del padre Andrea ne chiese il relevio-assenso nel 1491.”.
Nell’8 gennaio 1493, Mons. Altilio viene eletto Vescovo di Policastro
Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio.Secondo la cronostassi riferita dal Cataldo, Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro nell’8 gennaio del 1493, come si rileva da due lettere di re Ferdinando II (due lettere del 9 e del 14 gennaio 1493 e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. Riguardo Mons. Altilio, Vescovo della Diocesi di Policastro, che lui dice essere eletto nell’8 gennaio 1493, Mons Laudisio (…), nella sua “Synopsi etc…”, a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Il Laudisio (…), a p. 76 (vedi Visconti), in proposito al vescovo di Policastro Gabriele Altilio, scriveva che, successe al suo predecessore Enrico Languardo, di Palermo, vescovo di Policastro nel 1467: “XX. Gabriele Altilio, lucano. L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471……Egli, grazie alla sua perizia, musicò i canti delle scritture. L’abbate Ladvocat, bibliotecario e dottore della Sorbona, lo cita anche come uno dei più illustri poeti del secolo XV.”.
NEL 25 gennaio 1494, ALFONSO II D’ARAGONA (ALFONSO D’ARAGONA FIGLIO DI RE FERRANTE I D’ARAGONA)
Alfonso II d’Aragona, ramo di Napoli (Napoli, 4 novembre 1448 – Messina, 18 dicembre 1485), fu duca di Calabria e poi re di Napoli per circa un anno, dal 25 gennaio 1494 al 23 gennaio 1495. Primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Ferrante morì il 28 gennaio del 1494. Sul trono gli succedette il figlio Alfonso II di Napoli. Alfonso, terrorizzato da una serie di cattivi presagi, come strani incubi notturni (forse attribuibili al ricordo delle sue vittime), il 23 gennaio 1495 abdicò in favore di suo figlio Ferdinando e fuggì in Sicilia, dove si rinchiuse in un monastero, mentre Carlo VIII entrava nel Regno raggiungendo Napoli il 22 febbraio 1495. Alfonso II morì a Messina alcuni mesi dopo, ovvero il 18 dicembre 1495. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 158-159, in proposito scriveva che: “Malvisto da tutti, anzi odiato da tutti, il duca di Calabria, salito al trono (Alfonso II) dopo la morte del padre (a. 1494), abdicò a favore del figlio Ferdinando II (25 gennaio 1495). L’avvicinarsi di Carlo VIII e la certezza di non potergli resistere indussero il nuovo re a rifugiarsi a Ischia. Carlo, entrato trionfale a Napoli (9 febbraio 1495) se ne allontanò nel maggio successivo (insurrezione popolare). Ferdinando potè così rioccupare (7 luglio) la città, dove morì (ottobre 1496). Gli successe lo zio Federico, principe di Altamura, che fu coronato nel 1496. Etc..”.
Nel 23 gennaio 1495, re Alfonso II d’Aragona abdicò in favore del figlio Ferdinando II (detto Ferrandino)
Da Wikipedia leggiamo che re Ferrante morì il 28 gennaio del 1494. Sul trono gli succedette il figlio Alfonso II di Napoli, che a sua volta abdicherà molto presto in favore del proprio figlio Ferdinando II (detto Ferrandino) a causa dell’invasione tanto temuta da Ferrante di Carlo VIII di Francia, che nel 1494 calò in Italia. Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 40, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’ ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nel 1494 Ferrante morì e gli successe il debole figlio Alfonso II. Antonello capì che era il tempo di agire e, ….riuscì a convincere il re di Francia Carlo VIII a scendere in armi a Napoli.”.
Nel 22 febbraio 1495, Carlo VIII entrava a Napoli
Carlo VIII invase l’Italia nel settembre del 1494. Carlo VIII di Francia scese in Italia a sconvolgere il delicato equilibrio politico che le città della penisola avevano raggiunto negli anni precedenti. L’occasione riguardò direttamente il regno di Napoli: Carlo VIII vantava una lontana parentela con gli angioini re di Napoli (la nonna paterna era figlia del Luigi II che tentò di sottrarre il trono partenopeo a Carlo II di Durazzo e a Ladislao I), sufficiente per poter rivendicare il titolo regale. Con la Francia si schierò anche il ducato di Milano: Ludovico Sforza, detto il Moro, aveva spodestato gli eredi legittimi del ducato Gian Galeazzo Sforza e sua moglie Isabella d’Aragona, figlia di Alfonso II d’Aragona, sposi nel matrimonio con cui Milano aveva suggellato l’alleanza con la corona aragonese. Il nuovo duca di Milano non si oppose a Carlo VIII, il quale si diresse contro il regno aragonese; evitando la resistenza di Firenze, il re francese occupò in tredici giorni la Campania e poco dopo entrò in Napoli: tutte le province si sottomisero al nuovo sovrano d’oltralpe, salvo che le città di Gaeta, Tropea, Amantea e Reggio. La sua fallimentare discesa in Italia nel 1494 inaugurò le cosiddette guerre d’Italia (definite “orrende” da Macchiavelli). Discese in Italia il 3 settembre 1494 con un esercito di circa 30 000 effettivi dei quali 8 000 erano mercenari svizzeri, dotato di un’artiglieria moderna. Venne accolto festosamente dai duchi di Savoia. Il suo esercito si accampò ad Asti, dove Carlo VIII ricevette l’omaggio dei suoi sostenitori: Margarita dè Solari fanciulla di undici anni (nel 1495 gli dedicherà Les Louanges du Mariage) alloggiando nel Palazzo del padre in Asti ne ascolterà le odi. Il 22 febbraio occupò Napoli praticamente senza combattere: il re Ferdinando II, detto Ferrandino, era già fuggito con tutta la corte in vista di una futura resistenza. Incoronato re di Napoli, vi stette fino a maggio quando il popolo e le armate napoletane, al grido di “ferro! ferro!”, nuovamente rinvigorite sotto le insegne aragonesi del giovane re Ferrandino, riuscirono a scacciare i francesi dal Regno. Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 160 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “VII. Secondando le vive premure di Antonello Sanseverino e del principe di Bisignano il re di Francia Carlo VIII venne in Italia su la fine del 1494 quando a Ferrdinando I era successo il figliuolo Alfonso II già Duca di Calabria. Questi sapendosi molto inviso nel regno, all’approssimarsi del re Carlo cui si erano resi gli Abruzzi, rinunziò al trono a beneficio di suo figlio Ferdinando II nel 25 gennaio del 1495. Costui, scorgendo di non poter resistere all’invasione specialmente perchè gli si ribellavano i nobili ed il popolo, abbandonò la capitale recandosi nell’isola di Ischia. Il re Carlo nel 1° febbraio del 1495 entrò trionfalmente in Napoli accolto da grandi feste ed in breve tempo ebbe a suo favore tutte le provincie. Nel 17 maggio dello stsso anno egli, a compensare Antonello Sanseverino che gli era stato devoto e fido compagno nell’impresa, lo reintegrò in tutti i suoi beni, donandogli ecc…“.
Nel 17 maggio 1495, Carlo VIII reintegrò Antonello di Sanseverino, figlio di Roberto I Sanseverino in tutti i suoi beni
Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 160 in proposito al Periodo Aragonese e riferendosi alla venuta di Carlo VIII scriveva che: “VII…..Nel 17 maggio dello stesso anno egli, a compensare Antonello Sanseverino che gli era stato devoto e fido compagno nell’impresa, lo reintegrò in tutti i suoi beni, donandogli novellamente il principato della città di Salerno, le contee di Marsico e di S. Severino, e molti altri feudi tra cui la baronia del Cilento con i suoi Casali di Acquavella, Porcili, Guarrazzano, il territorio di Terricello, i casali di Omignano, ecc… e la terra di Agropoli (1).”. Dunque, secondo il Mazziotti, nel 17 maggio 1495, Carlo VIII, reintegrò Antonello di Sanseverino in tutti i suoi beni. Il Mazziotti, a p. 160 postillava nella sua nota (1) che: “(1) Questo diploma è stato pubblicato dal Gatta nell’opera citata, parte 3°, cap. 2°, pag. 276.”.
Nel maggio 1495, Carlo VIII lascia il Regno di Napoli e ritorna in Francia
Incoronato re di Napoli, vi stette fino a maggio quando il popolo e le armate napoletane, al grido di “ferro! ferro!”, nuovamente rinvigorite sotto le insegne aragonesi del giovane re Ferrandino, riuscirono a scacciare i francesi dal Regno. Riguardo il periodo di permanenza del re di Francia Carlo VIII nel Regno di Napoli devo segnalare una carta geografica e corografica da me ritrovata e conservata ancora presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…), la più antica e dettagliata finora conosciuta del Regno di Napoli.
La carta d’epoca aragonese, da me rinvenuta all’ASN

(Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…)
Credo che la carta in questione, di cui parlo in un altro mio saggio ivi, da me rinvenuta all’ASN, sia proprio una delle carte trafugate da Carlo VIII, dal Regno di Napoli e poi in seguito portate in Francia e scoperte nel XVIII secolo dall’abate Galiani, anche se, il Valerio (….), nel suo recente saggio – non conoscendo la carta da noi rintracciata all’ASN, scriveva in proposito: “Cerchiamo ora d’individuare una possibile datazione delle mappe ricostruendone la storia. Direi che si può iniziare a sgombrare il campo dall’ipotesi che le carte siano state portate a Parigi da Carlo VIII e, ciò, non certo per il fatto che le pergamene che ci interessano siano per il Petrucci delle mere copie, che del resto ben potrebbero esser state eseguite nel regno di Francia a salvaguardia dei documenti originali, quanto invece per la presenza, in esse o tra di esse, di materiale certamente successivo alla venuta in Italia di Carlo VIII (1494-95).”. Infatti, come ho già scritto, il Valerio e il La Greca (…), hanno pubblicato le carte che sono conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi che rassomigliano molto ma che credo essere le copie fatte redigere da Ferdinando Galiani ai temi del Tanucci. In questo studio, pubblico e parlo della carta corografica del ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘ (Fig….)(…), manoscritta e a colori, di autore anonimo e non datata e da me rintracciata e scoperta verso gli ultimi anni ’70 e, fatta riprodurre il 16 maggio 1981 (Fig. …), all’Archivio di Stato di Napoli, dove si trova a tutt’oggi custodita. La carta in questione, conservata all’Archivio di Stato di Napoli, di cui, possediamo la fotoriproduzione digitale tratta dall’originale, recentemente (nel 2015) pervenutaci dall’ASN, dove essa è conservata, sul retro della riproduzione da me richiesta ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli (Fig…..), è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981, “Raccolta Piante e disegni” della Sezione ‘Diplomatico-Politica’. In questo studio, pubblico il particolare tratto dalla carta in questione che, riguarda solo la porzione del Golfo di Policastro dalla costa e l’entroterra Saprese fino ai promontori oltre il Monte Bulgheria (Fig. 1) (2), il cui originale a colori è molto più grande. Si tratta di una carta corografica, manoscritta, disegnata e dipinta a colori, di autore ignoto e non datata. Nel 2008, i due studiosi, Fernando La Greca e Vladimiro Valerio (…), in un loro studio ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, pubblicarono alcune carte tratte e conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia. I due studiosi, non citarono la nostra carta e, sebbene abbiano rivelato i retroscena e le origini di queste carte, forse anche della nostra, non la citarono, scrivendo alcune inesattezze (…). Recentemente abbiamo chiesto all’ASN, sulla segnatura e collocazione di questa carta da noi rintracciata nel 1981 e dall’ASN, ci è pervenuta la seguente risposta dal funzionario Dr. Palmieri: “Gent.le Prof. Attanasio, in risposta alla sua email datata 30 gennaio u.s., pervenuta allo scrivente in data 5 febbraio 2018, si comunica che la scheda riporta: “Campo all’isola di S. Giovanni: pianta topografica fatta riprodurre dall’Abate Galiano dall’ originale francese. (sec. XVIII, 1756 ?) – Biblioteca Nazionale di Parigi.“. Infatti, sulla ricevuta rilasciataci il 16 maggio 1981 e, illustrata nell’immagine, postillai ed annotai ciò che era stato scritto a mano sul retro dallo stesso Archivista. Sul retro era scritto: “‘1756’ ?, sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. La carta corografica da noi pubblicata, riguarda il territorio del Principato Citra, del Regno borbonico delle Due Sicilie che, corrispondeva all’attuale Provincia di Salerno. La carta manoscritta e a colori, è una delle prime carte corografiche moderne – anteriore ad esempio, quella dell’ex Vescovo di Pozzuoli Fra Paolino Minorita, della metà del XIII secolo. La carta manoscritta in questione, anche se più recente rispetto ai portolani del XIII sec. che pure annoverano Sapri, costituisce un’importante testimonianza del passato per Sapri e per il ‘basso Cilento’. La carta, che nel ‘700, gli fu data la segnatura di ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, è di estrema importanza per la storia di Sapri e per tutto il Cilento, per le numerosissime informazioni riportate come ad esempio i tantissimi toponimi (nomi di luogo), i fiumi e le montagne citate. In questa carta corografica (Fig….), vengono indicati i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si conoscevano. Da un’analisi più accurata sul file digitale della sua fotoriproduzione tratta dall’originale ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli, dove essa è conservata (Fig….)(…), si possono notare particolari inediti e notizie interessantissime sui toponimi e sulla storia locale. In essa, all’altezza del Golfo di Policastro, tra Sapri e Torraca, tra i tantissimi toponimi e nomi di luoghi che essa cita, figura la scritta: “Bibo ad Siccam odie ruin.” (Fig….) (….), di cui si rimanda allo studio ivi pubblicato: “La ‘Bibo ad Siccam’ citata da Cicerone”. Essa riveste una particolare fonte per la toponomastica e per la geografia e corografia storica per i nomi dei luoghi (….). Sull’antichità di questa carta, come abbiamo già cercato di dimostrare, rinviamo anche ad altri nostri studi, come “La Torre Angioina del Buondormire”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. La carta in questione è inedita e sconosciuta agli studiosi. Su questa carta si è scritto poco o niente. Poco si conosce dell’origine di questa carta e della sua probabile datazione. Dall’esame de visu del file digitale inviatoci recentemente dall’ASN, si evince che molti toponimi locali, citati nella carta in questione (Fig. 1), dimostrano l’antichità di questa carta. Nessun’altra carta geografica, nautica o corografica conosciuta, riporta una ricchezza di informazioni e di dati così come in questa. Abbiamo esaminato uno dei tanti toponimi citati come ad esempio il toponimo di “Petrasia” (posto tra Villammare e Sapri) che, non solo non viene mai citato in tantissime carte di epoche anteriori e di cui abbiamo quì pubblicato e già parlato, ma il toponimo di ‘Petrasia’, lo troviamo nel ‘Libro del Re Ruggero’, che è un testo geografico scritto in arabo e risale al XI-XII secolo (…), ovvero d’epoca ancora più anteriore della carta in questione. Sulla datazione di questa carta, o della sua probabile epoca di stesura e delineazione, possiamo dire che sappiamo di alcune carte delineate a Napoli, durante l’epoca Aragonese ma poi scomparse, di cui parleremo. La carta da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, somiglia moltissimo ad alcune carte oggi conservate nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, che solo recentemente, nel 2008, sono state studiate e pubblicate da due studiosi Ferdinando La Greca e Vladimiro Valerio (…). I due studiosi, dopo 27 anni dal rinvenimento della nostra carta, hanno ottenuto dalla Biblioteca Nazionale di Francia (BNF), alcune carte, di cui quelle contraddistinte con T 3.3 e T 3.4, “Cilento” (….), che somigliano alla nostra. Confrontando le due carte del “Cilento”, contraddistinte con T 3.3 e T 3.4 (….), rintracciate alla BNF, dal Valerio (…), con la nostra conservata all’ASN, si vede che la somiglianza è notevole. Somigliano soprattutto i caratteri utilizzati per i numerosi toponimi e nomi dei luoghi, valli, monti e valli. Tuttavia, al di là delle somiglianze con le carte conservate alla BNF, la nostra carta (Fig….), è di sicuro una carta delineata a Napoli e, appartenuta alla corona d’Aragona. Le carte pubblicate dai due studiosi (7), conservate a Parigi, sono simili a quella da noi scoperta a Napoli (Fig….)(…), ma non le stesse. Sul retro della riproduzione in b/n fu annotato: “‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.” (Fig….). Sappiamo che le carte conservate a Parigi alla BNF e, pubblicate da La Greca e Valerio (…), furono fatte copiare da Ferdinando Galiani per ordine del Ministro borbonico Tanucci. Sappiamo che alcune copie fatte eseguire dal Galiani a Parigi, furono portate a Napoli. E’ molto probabile che l’origine della carta conservata all’ASN, sia proprio questa. La carta da noi scoperta, sul retro riporta la data del 1756. Infatti, proprio in quell’anno, il Galiani si recò a Parigi per rintracciare le antiche carte d’età aragonese che erano state trafugate da Napoli e portate in Francia da Carlo VIII, quale bottino di guerra. Le mappe geografiche d’epoca Aragonese, conservate all’Archivio di Stato Napoletano, sono citate in un saggio di Valerio (…) che scrive: “Il numero delle pergamene ritrovate e quello delle relative copie, nonché quanto di quel materiale sia stato spedito e sia effettivamente giunto a Napoli, non sono del tutto chiari, riscontrandosi nella corrispondenza del Galiani alcune contraddizioni. È tuttavia possibile tentare di ristabilire la consistenza numerica della scoperta e di ricostruirne la sequenza cronologica. Nella piú volte citata lettera al Tanucci del 6 aprile ’67, quella in cui annuncia il ritrovamento delle pergamene, il Galiani afferma da un canto di averne «viste solo tre o quattro», ma soggiunge dall’altro che gli «dicono esservene una ventina». (46). Nella successiva lettera del 18 maggio, egli scrive d’aver «finora […] ripescate dieci pergamene» ritraenti «la Basilicata e la Calabria ulteriore». 47 Riferendosi sempre alle dieci pergamene, il 1º giugno fa riferimento altresí a «una bellissima carta d’Ischia», 48 che con ogni probabilità è la pergamena ritrovata nel fondo dell’Archivio farnesiano di Napoli. (49). Il 1º settembre scrive invece che «le carte geografiche da me scoperte qui sono tutte ricopiate, meno una decina», (50) 44. Lo Iuliano («Cartapecore aragonesi»…, cit., pp. 50 s.) anticipar agion per cui tra il giugno e il settembre ungi XII e Ferd.º il Cattolico), disegnata in cinquantasei pergamene che tutte si uniscono insieme senza lacuna, senza intervallo. (64). “. La domanda che mi pongo è la seguente: la nostra carta, rinvenuta all’ASN, è una copia delle carte Parigine o piuttosto come io credo potrebbe essere ipotizzabile che questa carta, al contrario sia proprio una delle carte originali d’epoca Aragonese e trafugate da Carlo VIII in Francia ?. Dell’autore di queste copie, eseguite a Parigi, nulla si conosce, come pure della vicenda delle copie fatte eseguire dal Galiani a Parigi, è controversa. Nulla esclude che la carta conservata all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 1), sia una delle carte originali trafugate a Parigi da Carlo VIII. Dall’esame de visu della nostra carta, notiamo notevoli differenze con quelle delle carte Parigine, trafugate da Carlo VIII. La nostra carta, rispetto a quelle parigine, ci sembra molto più ricca di informazioni e più antica. A noi sembra che la nostra carta non sia una copia delle Parigine ma al contrario crediamo fosse una di quelle carte originarie appartenute alla corte Aragonese e poi trafugate in Francia da Carlo VIII. La nostra carta, rivela dei toponimi che denotano a nostro avviso una maggiore autenticità e antichità rispetto alle carte conservate in Francia. Credo che il Galiani, abbia lasciato delle copie al Museo Parigino ed abbia sottratto alcune carte originali quelle originali. Credo che il Galiani, fece credere di aver fatto eseguire delle copie ma in realtà, egli ha sottratto alcune carte per sostituirle con delle copie. Credo che questa ipotesi non si possa del tutto escludere. La fattura della carta da noi rintracciata a Napoli e conservata all’Archivio di Stato di Napoli, ed i caratteri utilizzati per la scrittura dei tantissimi luoghi e toponimi ivi indicati ci fanno ritenere che la carta in questione denoti un’origine molto più antica delle stesse carte conservate in Francia. Io credo che la carta conservata oggi all’ASN, fosse una delle carte originali appartenute alla corte Aragonese (XV secolo) e che al contrario, fù sostituita dal Galiani con una riproduzione da lui commissionata all’uopo per trarre in inganno i bibliotecari del Museo Parigino. La carta in questione da noi rintracciata a Napoli, che riporta la data del 1756, non è una copia di una carta molto più antica, appartenuta alla corona d’Aragona del Regno di Napoli, poi trafugata da Carlo VIII che la portò in Francia e oggi custodite presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi. Credo che la carta da noi rinvenuta all’ASN, sia proprio una delle carte trafugate da Carlo VIII, dal Regno di Napoli e poi in seguito portate in Francia e scoperte nel XVIII secolo dall’abate Galiani, anche se, il Valerio (…), nel suo recente saggio – non conoscendo la carta da noi rintracciata all’ASN, scriveva in proposito: “Cerchiamo ora d’individuare una possibile datazione delle mappe ricostruendone la storia. Direi che si può iniziare a sgombrare il campo dall’ipotesi che le carte siano state portate a Parigi da Carlo VIII e, ciò, non certo per il fatto che le pergamene che ci interessano siano per il Petrucci delle mere copie, che del resto ben potrebbero esser state eseguite nel regno di Francia a salvaguardia dei documenti originali, quanto invece per la presenza, in esse o tra di esse, di materiale certamente successivo alla venuta in Italia di Carlo VIII (1494-95).”. Sulle antiche mappe esistenti all’ASN, sempre dal Valerio (…), nel suo recente saggio del 2016, apprendiamo che nel 1986-87 – quindi sette anni dopo il nostro rinvenimento: “quattro pergamene di contenuto geografico furono ritrovate nel 1986-87 da M. Martullo Arpago, direttrice pro tempore dell’Archivio di Stato di Napoli, durante una ricognizione dei fondi geocartografici dello stesso Archivio (74), e mi furono mostrate durante la schedatura, finalizzata alla realizzazione della mostra e del catalogo ecc..” (…). Fra le quattro carte o mappe su pergamena, citate da Valerio e scoperte nel 1987 dalla Martullo (…), non c’è quella del ‘Cilento’ da me rintracciata e di cui si tratta. Sempre il Valerio (…), ragionando sulle mappe ritrovate dal Galiani in Francia, così conclude: “Si può oggi asserire come un dato di fatto che tra l’ultimo quarto del Quattrocento e i primi decennî del Cinquecento un imponente lavoro di ricognizione topografica e di determinazioni astronomiche sia stato portato avanti dalla corte aragonese di Napoli e continuato, o semplicemente aggiornato, dal governo vicereale spagnolo. (…). Non è plausibile che le mappe ritrovate dal Galiani in Francia, dislocate tra Parigi e la Lorena, siano state realizzate in un breve arco temporale. Il disegno in scala topografica pressoché costante di un territorio vasto e morfologicamente complesso come il Mezzogiorno d’Italia comporta anni, se non decennî, non meno di lavoro sul territorio che di elaborazioni a tavolino. (…). Per comprendere la complessità delle operazioni e le molteplici competenze necessarie per il suo compimento, basti pensare alle osservazioni astronomiche di latitudine (…) al disegno accurato e miniaturizzato dei centri abitati maggiori, alle modalità di rilevamento e di trattamento del paesaggio sia dal punto di vista antropico che storico. (120)”.
Nel 1496 (per il Di Luccia), il re Ferrante fece decapitare Antonello Petrucci
Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, e da questo nell’anno 1348, in Gabriello, e Luciano Grimaldi, e dopo in Gio: Antonio Petrucci, figlio d’Antonello Segretario di Ferrante primo fatto da questo morire nel Mercato di Napoli come Ribelle nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina e scrive che Antonello Petrucci, segretario di re Ferrante I d’Aragona fu fatto decapitare a Napoli nell’anno 1496 mentre Pietro Ebner sulla scorta del Porzio scrive che Antonello decapitato nel 1487.
Nel 1495-97, ottobre 1496, Tommaso Loria fu estromesso dal feudo di Ajeta dal re Ferdinando II o Ferrandino
Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, parlando di Ruggiero di Lauria e della famiglia dei Loria e dell’omonima Contea, in proposito scriveva che: “Il feudo di Ajeta ritornò, successivamente, ai Loria, fino a quando Tommaso ne fu estromesso, 1496, da Ferdinando II o Ferrandino, re di Napoli per la seconda volta (7 luglio 1495-7 ottobre 1496), dopo la partenza di Carlo VIII. Pare che Tommaso di Loria, avesse partecipato alla congiura dei Baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Per questo motivo la Terra di Ajeta fu donata, per benemerenze, a Giovanni de Montibus.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”.
Nel 1496, re Ferrante d’Aragona devolve Casalnuovo ad Antonio de Cardone e la toglie a Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio per la congiura de’ Baroni
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 635-636, in proposito scriveva che: “Nei ‘Quinternioni’ (4) si legge che “in anno 1496 lo detto Castello sive Casale di Casali nuovo si possedeva per Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, per ribellione del quale re Federico donò detta terra di Casalnuovo a D. Ant. de Cardone insieme con la terra di Rivello”. Ebner, a p. 636, nella nota (4) postillava che: “(4) Quint., 1, f. 277.”. Ebner, a p. 636 scriveva pure che: “I Quinternioni ci informano dei diversi passaggi feudali. Nel ‘500, e fino al 1508, ne era signore Antonio di Cardona. Ecc…”.
Nel 1496, Caselle e Tortorella dopo la Congiura dei Baroni
Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “La Congiura dei Baroni del 1485 sovertì questo stato di cose nei vari feudi Guglielmo (che ormai aveva ereditato tutti i beni paterni) in quanto nei confronti dei ribelli gli Aragonesi non furono meno duri degli Svevi in séguito alla Congiura di Capaccio di quasi due secoli e mezzo prima. Teatro dello scontro ecc….Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi. Alfonso II d’Aragona nel 1494 nominò il ‘milite Valerio de Gizzis’ di Chieti governatore (‘capitàneus) di tutti i feudi (fra cui Casella) appartenuti al Conte di Capaccio (149). Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo. Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Riguardo questa fonte, il Fusco, a p. 103, nella nota (139) postillava che: “(139) Fonti Aragonesi, a cura degli Archivisti Napoletani, Napoli, presso l’Accademia Pontaniana, 1970, VII (il volume VII è curato da Bianca Mazzoleni).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (145) postillava che: “(145) Cfr. nota 131.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (146) postillava che: “(146) Fonti Aragonesi, cit., III, p. 50, nota 116. I ‘de Senis’ governarono anche le Terre di Casalnuovo (Casalbuono) e di Campora.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.
Nel 1497, Guglielmo (III) Sanseverino, conte di Capaccio, a Rofrano
Il sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, a p. 22, in proposito scriveva che: “Ora un episodio di sì lunga tragedia trovo in un processo intitolato: ‘Laurae Monteporte cum Matthaeo Pacone’ in Banca Figliola. Vi figuran testimonii i Rofranesi Notar Giovanni D’Alessio, D. Bartolomeo De Leo, Giov. Paolo Losinno, e Notar Nardo Antonio De Leo. Dalle loro deposizioni a pag. 578, 579, 580, 582, e 583 si attingono queste notizie – Nel mese di Luglio 1497, quando si aspettava Re Federico all’assedio di Diano, dov’era il Principe di Salerno Antonello confederato con Guglielmo Conte di Capaccio, questi, il Conte, dimorava in Rofrano da padrone, vi si divertiva alla caccia, vi teneva Giulio Di Lucca di Sanza per Govdernatore ed Officiale: il Di Lucca aveva fatto carcerare Rinaldo Longo Governatore per parte di Antonio Arcamone: aveva seco cento fanti, il soldo e foraggio a carico di Rofrano, ben s’intende, col braccio de’ quali pose parteggiante degli Aragonesi. Rofrano, preda del più forte, al veder sullo sdrucciolo i Sanseverino, ed udir le minacce che il Conte di Policastro lo darebbe in balia dell’esercito Regio, decise di rendersi al Carafa, ed il Sindaco cogli Eletti andarono a prestargli l’ubbidienza. Partito da Diano il campo, il Conte venne tra vassalli e li ‘compose’, cioè, multò in ducati 400, di cui rimborsò la maggior parte, condonò il resto. Quante sofferenze del popolo mentre i tre si disputavano il Feudo ! Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio, insorto sotto la bandiera del Papa supremo Signore del Regno non riconosceva le concessioni Aragonesi. Carafa Conte di Policastro riponeva in queste il suo dritto. Arcamone prima cortigiano degli Aragonesi, e poi sospetto di complicità co’ loro nemici, riceveva colpi dall’uno e dall’altro.”.
Nel 25 ottobre 1498, re Federico I d’Aragona, smembrò la Contea di Lauria e diede le Terre di Tortorella, Battaglia e Casaletto a Giovanni Andrea Caracciolo
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, effettuò un vero e proprio smembramento della Contea di Lauria suddividendola in tanti piccoli feudi che furono messi all’asta e ceduti alla nuova nobiltà di toga. Come documentato nei Quinternioni conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Lib. III°, al foglio 169 e Lib VII°, foglio 159, in data 25 ottobre 1498 il re conferì “le Terre di Tortorella con i casali di Libonati, Casaletto e Battaglia” al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, etc….”. Dunque, su concessione di re Federico I d’Aragona, in seguito ai fatti della Congiura de Baroni, il casale di Vibonati, che all’epoca veniva chiamato Libonati, venne devoluto, insieme a Casaletto e Battaglia al patrizio napoletano Giovanni Antonio Caracciolo. Infatti, in seguito alla Congiura dei Baroni, re Federico I d’Aragona, che aveva assediato i Sanseverino a Teggiano, suddivise la Contea di Lauria appartenuta a Bernardino Sanseverino, ultimo conte di Lauria.
L’INDAGINE GEO-STORICA ATTRAVERSO LO STUDIO CARTOGRAFICO
Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Per la ricostruzione storica delle nostre terre e dei nostri luoghi nel periodo medievale, dai primordi fino al XVI secolo in poi, la documentazione sulle fonti storiche sono molto scarse. Delle poche fonti e documentazione a noi pervenutaci, la cartografia medievale, e con essa le carte nautiche e portolani antichi, rappresentano delle valide testimonianze per la toponomastica dell’epoca. Attraverso la toponomastica medievale, che figura sulle carte antiche, possiamo suffragare alcune ipotesi sull’esistenza o meno di alcuni centri antichi. Come è noto, la cartografia (le carte geografiche), manoscritte dell’antichità, possono fornire un valido contributo alla storiografia ed alla toponomastica dei luoghi in quanto, attraverso una serie di informazioni in essa contenute si può risalire all’epoca, alle origini di un luogo nell’antichità e quindi alla sua presenza, come ad esempio il toponimo di un luogo nell’antichità o la sua approssimativa ubicazione. L’antica cartografia manoscritta rimane una valida testimonianza del passato dei luoghi e della geografia più in generale. E’ attraverso alcune antiche carte geografiche e/o portolani o carte nautiche medievali, in cui figura l’originanario toponimo di Sapri, che possiamo affermare con sufficiente certezza che questo centro, sia pur scalo marittimo di minore importanza (non figura mai in rosso), sia stato conosciuto nell’antichità. La scoperta del toponimo ‘Sapri’, in alcune carte medievali manoscritte, testimonia e prova l’esistenza documentata di un approdo o un porto conosciuto dal nome di ‘Sapri’ nel XVI sec. Il toponimo di Sapri si ritrova, talvolta modificato in ‘Sapra’ o ‘Safri’ tra i centri costieri annoverati in molte carte nautiche e portolani del XIII e XIV secolo. Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Aragonese, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “La cartografia medioevale, e con essa le carte nautiche e portolani antichi, rappresentano delle valide testimonianze per la toponomastica dell’epoca. Attraverso la toponomastica medioevale, che figura sulle carte antiche, possiamo suffragare alcune ipotesi sull’esistenza o meno di alcuni centri antichi. E’ attraverso alcune antiche carte geografiche e portolani medioevali, in cui figura il toponimo di Sapri, che possiamo affermare con sufficiente certezza che questo centro, sia pur scalo marittimo di minore importanza (non figura mai in rosso), sia stato conosciuto nell’antichità. Il toponimo di Sapri si ritrova, talvolta modificato in ‘Sapra’ o ‘Safri’ tra i centri costieri annoverati in molte carte nautiche e portolani del XIII e XIV secolo. L’insigne studioso di toponomastica e cartografia antica Roberto Almagià, nel suo “Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali “(83), faceva notare come il toponimo di Sapri, insieme a Policastro (Panicastro), Palinuro (Palinudo) e Maratea (Maratia), figurano tra le località costiere di alcune carte geografiche e nautiche medioevali. Nell’interessante prospetto (84), leggiamo che Sapri risulta annoverato…..Sapri, figura anche sul “Portolano del Mediterraneo”, di Guglielmo Soleri, del 1385 circa (fig. 26) (100); figura pure sulla carta nautica del cartografo Mecia de Viladestes, del 1413 (fig.27)(101). Sempre al di sotto del toponimo di Policastro (in rosso), troviamo Sapri nella carta nautica di Gabriel de Vallsecha, del 1447 (fig. 28) (102) e nella carta nautica anonima, del 1510 circa (fig. 29) (103). Nel secolo XV, Sapri figura in quattro portolani conservati presso la Biblioteca Apostolica Vaticana e le cui immagini che riproduciamo sono state tutte tratte dal testo di Roberto Almagià (104). Queste carte, nella sequeza sono: la carta nautica (fig. 30), con elementi corografici, eseguita probabilmente nel laboratorio di Fra Mauro a S. Michele di Murano (1450 circa); l’Altante nautico (fig. 31), di Grazioso Benincasa (Venezia 1471), (Codice Vaticano Latino 9016); la carta nautica (fig. 32), di Iehuda ben Zara (Alessandria d’Egitto, 1497); la carta nautica di Grazioso Benincasa (fig. 33) (Ancona, 1508). Sapri, figura anche in un Planisfero anonimo, probabilmente eseguito in Italia (1530 circa), che non ho potuto riprodurre (104). Sapri, figura anche in alcune carte di derivazione tolemaica cioè elaborate sulla base della “Geografia” di Tolomeo, ed in particolare, tra le località costiere della ‘carta moderna d’Italia’, del 1450, di Enrico Martello (fig. 34) (105); e nella ‘Tabula moderna de Italia’, nel Codice Urbano latino 273, contenente le “Septe giornate della Geographia” di Francesco Berlinghieri (Firenze, 1482) (fig. 35) (104). Nella carta nautica di Battista Becario, del 1435, si legge chiaramente una “Scidro” (fig. 3) (34). Il Cesarino (106), riferisce che nella Biblioteca Centrale di Roma “è conservata una carta geografica del 1455 che, tra le località costiere d’Europa, annovera anche Sapri “. Sapri figura sulla carta geografica della “Novella Italia” di Pietro del Massajo, del 1456 (fig. 36) (107). Sapri, è chiaramente visibile sulla ‘carta d’Italia’, (1477-1480) nel “rifacimento in versi della ‘geografia’ di Tolomeo: ‘Geografia in terza rima’, curata da Francesco Berlinghieri (fig. 37) (108); nella ‘Italia novella’ (1477-1480), nell’edizione bolognese della ‘Geografia’ di Taddeo Crivelli, (fig. 38) (109), Sapri è chiaramente visibile nella carta nautica dell'”Italia (fig. 39), di Battista Agnese, del XVI sec. (1550), tratta dall’Atlante portolanico, conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (110). Sapri figura anche nella carta “Regni Neapolitani” (fig. 40) di Pirro Ligorio, del 1557, e riprodotta da Abramo Ortellio, nel “Teatrum Orbis Terrarum”, il primo Atlante riprodotto a stampa (111). Infine, Sapri si vede vicino ad un fiume e a Policastro, nella carta (fig. 41), tratta dall’Atlante del Mediterraneo”, di Chalat Ambrosin, del 1610 (113).”. Alcune di queste carte nautiche in cui figura il porto di Sapri o il piccolo scalo marittimo di Sapri, sono elencate nel prospetto che Roberto Almagià (…), pubblicò nel suo ‘Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali’, capitolo tratto dal suo ‘Monumenta Italia Cartographica’, che pubblicò nel lontano 1929. A p. 68, del testo citato in “Appendice” possiamo leggere:

(Fig….) Prospetto tratto da Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in ‘Monumenta Italia Cartographica’, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, p. 68.
Nel 1420, ‘Safra’ e ‘Saffri’ ed altri centri costieri nella carta corografica dell’Isolario del Buontelmonti
Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie ed alcune carte geografiche o corografiche trovate e su cui figurano i toponimi dei nostri luoghi. Sempre a caccia di nuovi ed interessanti documenti, recentemente il mio Archivio ha acquisito l’unica carta geografica dell’Italia (Fig. 1), annessa ad un esemplare molto raro del ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti, conservato alla Biblioteca Statale di Berlino, che recentemente su cortese interessamento del Prof. Everardus Overgaauw, ci ha fornito la fotoriproduzione digitale tratte dall’originale (fol. 62v e 63r = Aufn. 132 + 133), in cui viene rappresentata tutta la peinisola dell’Italia con le due Isole della Sicilia e della Sardegna, che quì pubblichiamo.

(Fig. 1) L’Italia, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonte, del 1420 (prima metà del secolo XV), contenuto nel Codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale ((Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino. L’immagine è tratta da Lago (4).

(Fig. 1) L’Italia (fol. 62v), contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonte, del 1420 (prima metà del secolo XV), contenuto nel Codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale ((Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino, dove è conservato e da dove è pervenuto il file tratto dall’originale su gentile loro concessione.
La carta dell’Italia contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi’ del Buontelmonti
L’interessantissima carta dell’Italia, manoscritta e dipinta a colori, della prima metà del XV secolo, allegata all’esemplare del ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti (5), che scrisse nel 1420, è una delle primissime carte corografiche dell’Italia, dove all’altezza del nostro Sapri, cita il toponimo di ‘Scalea’ (Fig. 1) (1).
(Fig. 2) L’Italia, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonte, del 1420 (prima metà del secolo XV), contenuto nel Codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale ((Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino.
L’Isolario, ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti
Cristoforo Buontelmonti, dopo essersi recato in tantissime località della Grecia e del Mediterraneo (5) e, dopo aver girato e peregrinato per i luoghi dell’Egeo, Rodi, Creta, Cipro, l’Ellesponto, Costantinopoli, culla della civiltà greca, ha scritto e conosciamo due sue ope- re storico-geografiche, la Descriptio insulae Cretae, inviata nel 1417 a Firenze a Niccolo Niccoli e il ‘Liber insularum Archipelagi cum pictura’, dedicato a al cardinale Giordano Orsini nel 1420. Il Liber insularum.., conobbe quattro rielaborazioni, quella definitiva redatta a Costantinopoli nel 1430 (la prima è perduta). L’opera ebbe da subito una grande fortuna –sopravvive infatti in numerosi esemplari manoscritti sia nelle biblioteche italiane che europee; venne inoltre ripresa negli isolari manoscritti e a stampa di fine Quattrocento e del Cinquecento, quali gli Isolari illustrati di Henricus Martellus, di Bartolomeo de li Sonetti e di Giovanni Bordone – fonda il genere degli isolari, uno dei piu significativi linguaggi rinascimentali di rappresentazione dello spazio; un linguaggio che conbinava e fondeva le forme simboliche della cartografia nautica, della corografia storico-descrittiva con il linguaggio storico-letterario proprio degli itinerari. L‘Isolario del Buontelmonti, è stato scoperto dal fiorentino Poggio Bracciolini che lo pubblicò in un codice latino. Esiste un’altro esemplare dell’Isolario del Buontelmonti che è proprio quello ritrovato da Poggio Bracciolini e si trova presso la Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze (…) (Fig. 2), che pare portasse solo le carte delle isole ma non quella che quì pubblichiamo (Fig. 1-2-4), citata e pubblicata da Luciano Lago (4) e che è contenuta nel codice Hamilton 108 (5), conservato alla Biblioteca Statale di Berlino, che recentemente su cortese interessamento del Prof. Everardus Overgaauw, ci ha fornito la fotoriproduzione digitale tratte dall’originale (fol. 62v e 63r = Aufn. 132 + 133), in cui viene rappresentata tutta la peinisola dell’Italia con le due Isole della Sicilia e della Sardegna, che quì pubblichiamo su gentile autorizzazione della Biblioteca Statale ‘Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek’ di Berlino, che la conserva nel Codice Hamilton 108. Esiste anche un’altra versione del l’”Isolario” del Buontelmonti, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana, ovvero il codice Barb. Latino 270.

(Fig. 3) l’Isolario ‘Liber insularum Archipelagi cum pictura’, del 1420, di Cristoforo Buontelmonti (5), che contiene la carta manoscritta a colori della Fig. 1.
La carta d’Italia del 1420 (Fig. 1)(1), annessa all’Isolario del Buontelmonti (5).

(Fig. 1) L’Italia, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonte, del 1420 (prima metà del secolo XV), contenuto nel Codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale ((Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino.

(Fig. 2) Particolare delle coste dell’Italia meridionale nella carta contenuta nel Codice Hamilton 108 (5), contenente l’Isolario di Cristoforo Buontelmonti, del 1420 (prima metà del secolo XV), tratta dall’Italia di Fig. 1.
Luciano Lago (4), scriveva in proposito: “Tav. V – La carta d’Italia che appartiene ad un codice della Biblioteca Nazionale di Berlino (Hamilton, mm. 108), contiene il testo del noto Isolario di Cristoforo Buontelmonti in redazione abbreviata. Appartiene alla prima metà del secolo XV. Le caratteristiche incisioni semilunari del contorno e la nomenclatura costiera (rispetto alla quale quella delle regioni interne è scarsissima) denunciano senz’altro la derivazione da carte nautiche, anzi la stessa inquadratura della carta, con l’intero Adriatico e la costa settentrionale dell’Africa è quella di una carta nautica. Ma il disegno che ha servito di modello (diretto o indiretto) – aggiunge l’Almagià (1929) – “doveva essere molto arcaico, come attestano alcuni particolari, per esempio la esageratissima sporgenza di Ancona, la forma tozza della Calabria, ecc..che anche nei più antichi prodotti della cartografia nautica a noi pervenuti sono molto più attenuati. Si noti anche la strozzatura della Penisola tra i Golfi di Policastro e di Manfredonia e si noti che la parte migliore della carta è ancora il disegno delle coste liguri…”.

(Fig. 4) Particolare delle coste dell’Italia meridionale in una carta contenuta nel Codice Hamilton 108 (5), contenente l’Isolario di Cristoforo Buontelmonti, del 1420 (prima metà del secolo XV), tratta e pubblicata dal testo di Lago (4) e di Fig. 1, conservata a Berlino.
Scalea o Porto di Sapri ?
L’interessantissima carta corografica dell’Italia, manoscritta e dipinta a colori, della prima metà del XV secolo, è inserita nel Codice Hamilton 108 che contiene Isolario o ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti, che lo scrisse nel 1420, che quì pubblichiamo (Figg. 1-2-3-4 quella tratta dal testo di Luciano Lago). La carta dell’Italia, illustrata nell’immagine di Figg. 1-2-3, è tratta dall‘Isolario o ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (Fig. 2), di Cristoforo Buontelmonti, del 1420, contenuto nel codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale ‘Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek’ di Berlino, a cui recentemente abbiamo chiesto la riproduzione digitale dell’originale ed ottenuto su interessamento del Prof. Everardus Overgaauw, e che pubblichiamo. La carta corografica dell’Italia, in qestione (l’originale misura 30,5 x 32,5), insieme all‘Isolario ‘Liber insularum Archipelagi cum pictura’ di Cristoforo Buontelmonti (5), è stata pubblicata da Almagià (4), e da Luciano Lago (4). Tuttavia, questa carta andrebbe ulteriormente indagata. Non è stato possibile esaminare de visu questa meravigliosa carta geografica dei primi del ‘400, ma dall’analisi dell’ingrandimento della riproduzione digitale (Fig. 4), si può leggere all’altezza di Sapri un toponimo scritto ‘Scalea’. Dal particolare ingrandito delle nostre coste (Fig. 4), si può vedere che tra i toponimi citati lungo le nostre coste da Salerno in giù, tra un ‘Panicastro’ (Policastro), e ‘Malicia’ (Maratea), figura il toponimo di ‘Scalea’. Il toponimo di ‘Scalea’, è citato due volte. Infatti, l’altro toponimo di ‘Scalea’ è citato per la seconda volta dopo ‘Tim’ (che dovrebbe corrispondere all’Isolotto di Dino a Praja a Mare) e di S. Nicola, che dovrebbe corrispondere al toponimo di S. Nicola Arcella sulle coste della Calabria Tirrenica. Quindi – ed è questa la stranezza – che all’altezza di Sapri, troviamo citato il toponimo (il primo) di Scalea. Il primo toponimo di ‘Scalea’ citato, corrisponde al porto di Scalea che doveva essere la baia di Sapri. Certo è che questo primo toponimo di SCALEA, citato, non è lo ‘Scalea’ della Calabria Tirrenica, che è citato poco più giù. Inoltre, bisogna dire che la S di Scalea, si ripete una seconda volta con la sua parte bassa prolungata, tanto che si legge SCALSA. Può anche essere che l’autore anonimo che ha delineato la carta corografica in questione, abbia confuso SCALEA con SCIDRA. All’altezza del Golfo di Policastro della costa tirrenica d’Italia, oltre ai toponimi interessanti di c. de Licosa (Capo di Licosa), Palamia o Palamida (Palinuro), Foresta (? forse Bosco, che ricorre spesso in alcune carte del tempo), Panicastro (Policastro), sotto Policastro o ‘Panicastro’, io leggo il toponimo di Scalea. Dopo ‘Scalea’, leggiamo i toponimi di Malicia (Maratea) e Tim ( Isola di Dino), per poi arrivare ad un secondo Scalea (Scalea). Io credo che il primo toponimo di ‘Scalea’ citato, corrisponda al Porto di Scalea che all’epoca doveva essere considerato la baia naturale di Sapri. Scalea e Policastro, a quell’epoca, costituivano due porti di solito segnati con il colore rosso perche erano entrambi porti franchi, in quanto essi erano particolarmente impegnati nelle operazione belliche della Guerra del Vespro Siciliano, ovvero nella guerra che vi fu cruenta proprio sulle nostre coste tra le due casate, quella Aragonese che voleva conquistare il Regno di Napoli e strapparlo agli Angioini di Carlo II d’Angiò.
La Carta del Mediterraneo contenuta nell’”Isolario” del Buontelmonti, esemplare conservato alla Bibliotteca Medicea-Laurenziana di Firenze
In questa Carta del Mediterraneo (6), illustrata nelle immagini che seguono di Figg. 5-6-7, figura il toponimo di ‘Saffri’, tra i luoghi o i porti e gli scali marittimi del litorale Tirrenico dell’Italia meridionale. Si tratta di una carta geografica contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Codice Plut. XXIX, 25 (Plut. 29.25), pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze, e citata da Luciano Lago (4), op. cit., Tav. VII, dopo pag. 185 e s. Questa carta, fu pubblicata dall’Almagià, op. cit. (3), Tav. X. bis, ed è quella contenuta nell’Isolario, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, XXIX, 25 della seconda metà del secolo XV.

(Fig. 5) La ‘Carta del Mediterraneo’, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Plut. 29.25, pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze.

(Fig. 6) Particolare della ‘Carta del Mediterraneo’, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Plut. 29.25, pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze.

(Fig. 7) Particolare della ‘Carta del Mediterraneo’, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Plut. 29.25, pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze.
La Carta del Mediterraneo contenuta nell’”Isolario” del Buontelmonti, esemplare conservato alla Bibliotteca Medicea-Laurenziana di Firenze

(Fig. 8) La carta corografica dell’Italia meridionale contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze (collocato: II.II.312, pag. c. IIv), citata e pubblicata da Luciano Lago, op. cit. (4), dopo pagina 185 e s., Tav. VI. Anche in questa carta – tratta dal testo di Lago, ritroviamo citato il toponimo di Sapri. Non abbiamo potuto esaminare de visu la carta tratta dall’orinale dell’Isolario del Buontelmonti conservato lla Laurenziana (altro esemplare rispetto al Plut. XXIX, 25), ma dall’immagine pubblicata dal Lago si legge chiaramente il toponimo di Sapri.
Nel XV secolo, il toponimo di Sapri in alcune carte, trasformato in ‘Saperi’
Nel corso delle nostre ricerche, recentemente abbiamo trovato ben due carte geografiche manoscritte che citano il toponimo di Sapri come ‘Saperi’. Si tratta di due carte del XV secolo. Una è la carta nautica o portolano che abbraccia il mare Mediterraneo di Alber- tin de Virga del 1409 (Fig. 1) e l’altra è la carta dell’Italia detta ‘Carta Novella’, realizzata da Enrico Martello nel 1482 (Figg. 2-3). Nel primo caso si tratta di un porto o di uno scalo portuale, trattandosi di un portolano o carta nautica, mentre l’altra carta, quella del Mar- tello, cita un villaggio o luogo conosciuto. E’ interessante notare che in ambedue le carte, dove Sapri figura con il toponimo di ‘Saperi’, è la chiara testimonianza che il luogo di Sa- pri fosse conosciuto nel XV secolo. E’ probabile che a queste due carte ve ne saranno ag- giunte delle nuove in quanto crediamo non essere le sole a citare il toponimo di Saperi. Luigi Tancredi (4), in un suo scritto riporta la notizia che, secondo lo storico Apollonio Rodio (5), parlava di un toponimo greco ‘Saprini’, simile a ‘Saperi’. Tancredi, dice in pro- posito che “non ci sono notizie che lo confermino”. Il ‘Sapereis’ di Apolonio Rodio, potreb- be spiegare la citazione del toponimo Saperi su alcune carte nautiche.
La carta nautica di Albertin de Virga del 1420 (2).

(Fig. 1) Portolano del “Mediterraneo e Mar Nero“, di Albertin de Virga, del 1409 (1).
Albertin de Virga o Albertinus de Virga, era un cartografo veneziano che intorno ai primi decenni del XV secolo, ha redatto e disegnato delle carte nautiche o portolani di ottima fattura. Tra queste, vi è quella intitolata “Mediterraneo e Mar Nero” del 1409 (inizi XV se- colo), probabilmente redatta per la Repubblica di Venezia, che cita il toponimo di Saperi (Fig. 1) (2). E’ un foglio di pergamena manoscritto colorato e miniato, 680 x 430 mm., con- servata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. L’immagine (Fig. 1) che pubblichiamo è tratta da De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin (2).
Saperi‘, nella Carta Novella’, dell’Italia, realizzata a Firenze nel 1482 da Enrico Martello (4).
Un’altra carta, dove viene citato il toponimo di Sapri trasformato in ‘Saperi’ è quella a cura dell’Ignoto Berlingheriano (anonimo), annessa alla stampa della prima ‘Carta Novella’, dell’Italia (Carta moderna dell’Italia), realizzata a Firenze nel 1482 da Enrico Martello ed inserita quale tavola moderna nel Codice Latino MAGLIABECANO XIII.6, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze (4) (Figg. 2 e 3). In questa carta manoscritta del XV secolo, si vede scritto il toponimo di Sapri, riportato con il toponimo di ‘Saperi’ (4).

(Fig. 2) Carta dell’Italia, di Ignoto Berlingheriano (anonimo), annessa alla stampa della prima ‘Carta Novella’, dell’Italia (Carta moderna dell’Italia), realizzata a Firenze da Enrico Martello nel 1482 (3).


(Fig. 2 e 3) Particolare della carta manoscritta, a cura dell’Ignoto Berlingheriano (anonimo), annessa alla stampa della prima ‘Carta Novella’, dell’Italia (Carta moderna dell’Italia), realizzata a Firenze da Enrico Martello nel 1482 (3). In essa si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri, trasformato in Saperi (3).
Nel 1456, Sapri nella carta d’Italia del Massajo
Un altro disegnatore di manoscritti del ‘Geographia’ fu il pittore fiorentino Pietro del Massaio. L’assistente tecnico di Donnus Nicolaus Germanus, che lavorava a Firenze come cosmografo (e forse stampatore) che, nel 1466, presentò in visione a Borso d’Este, duca di Ferrara, il manoscritto di un Geographia. Il manoscritto è tuttora conservato nella Biblio- teca D’Este a Modena. Pietro del Massajo, assistente e disegnatore del Nicolò Germanico era l’artista che disegnava le mappe secondo le indicazioni del cosmografo Nicolò Ger- manico, i cui testi invece erano scritti da Hugo Comminelli, un noto miniaturista origina- rio di Mezières sulla Mosella. Della scuola del Massaio, che si ispira, tra altri, al Codice Laurent. XXX.1, con riferimento sia alla tavola tolemaica, sia alla tavola nuova è l”Italia Novella’ di Pietro del Massajo annessa al codice latino 4802 della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo del 1450, dipinta a colori dal Massajo nel 1456 (Fig. 1), su pergamena e conservata insieme al codice latino nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Questa carta è citata anche dall’Almagià (3). In essa si vedono chiaramente riportati i toponimi di ‘Palamida’ (Palinuro), ‘Policastro’ e Sapri (1) (Fig. 1). L”Italia Novella’ di Pietro del Massajo, forse del 1450, è una carta manoscritta dipinta a colori. L’originale misura circa cm. 75 x 53. Purtroppo, il toponimo di Sapri è eroso ma guardando de visu la carta, il toponimo vi è citato.

(Fig. 1) L’”Italia Novella”, carta manoscritta e dipinta a colori dal fiorentino Pietro del Massajo, del 1456, annessa al Codice Latino 4802 della Geografia di Tolomeo (1), conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia (1-2)

(Fig. 1) L’”Italia Novella”, carta di Pietro del Massajo – particolare delle nostre coste, dove si vede chiaramente riportati i toponimi di ‘Palamida’ (Palinuro), ‘Policastro’ (scritto in rosso perchè più importante o porto franco) e Sapri (1-2).
(Fig. 3) Codice Parigino Latino 4802 della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo di Jacobus Angelus, non datato, forse delineato nel 1456 e conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia Parigi.
Il Codice della Cosmographia di Tolomeo di Jacopo Angelo alla BNF
Della versione della ‘Geographia’ di Tolomeo del Germanico, del 1466 e disegnata dal fiorentino Pietro del Massajo, si conoscono diversi manoscritti e, divenne la base per le mappe della prima edizione a stampa del ‘Geographia’, fatta a Bologna nel 1477. Ci sono giunti tre manoscritti firmati dai due uomini, datati 1469, 1472 e il terzo senza data. Il terzo senza data è proprio il n. 4802, conservato alla Biblioteca Nazinale di Francia da cui abbiamo tratto l’immagine di Fig. 1 (1). Un altro manoscritto anonimo è così somigliante a questi tre che è stato da molti attribuito a Pietro del Massaio. Il Codice Parigino Latino 4802 della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo è un codice latino di Jacobus Angelus, non datato, forse delineato nel 1456 e conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia Parigi, consultabile sul sito: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8454687p/f261.planchecontact. Da questo codice, che contiene le carte dipinte, attribuite a Pietro Massajo, abbiamo tratto l’”Italia Novella”, forse delineata nel 1456 (Fig. 1). L’Almagià (3), sciveva in proposito: “Di questo Codice della Geografia di Tolomeo, sappiamo che era appartenuto alla Biblioteca di Alfonso V di Napoli.”.
L’altra carta del Massajo contenuta nel Codice Vaticano Urbinate Latino 277
![Urb.lat.277_0267_fa_0125r.[01.xx.0000]_s](https://i0.wp.com/saprirovinata.com/wp-content/uploads/2017/05/urb-lat-277_0267_fa_0125r-01-xx-0000_s.jpg?resize=620%2C490&ssl=1)
(Fig. 5) Italia Novella di Pietro del Massajo, forse del 1456, contenuta nel Codice Vaticano Urbinate Latino 277, della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana, consultabile con la segnatura: Urb.lat.277.
![Urb.lat.277_0267_fa_0125r.[01.xx.0000]_m](https://i0.wp.com/saprirovinata.com/wp-content/uploads/2017/05/urb-lat-277_0267_fa_0125r-01-xx-0000_m.jpg?resize=567%2C339&ssl=1)
(Fig. 7) Particolare ingrandito delle nostre coste
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(…) Vitale Giuliana, “Sul segretario regio al servizio degli Aragonesi di Napoli”, in Studi storici, n. 2, aprile-giugno 2008, pp. 293-321.
(…) Natella Pasquale Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M. Firenze, Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s. (Archivio Storico Attanasio)
(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Tutini Camillo, Dell’origine e fundazione dè Seggi di Napoli e il libro di De Lellis etc..’, ed. Gessari, Napoli, 1754 (Archivio Storico e digitale Attanasio)
(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 × 65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.
(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(….) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 200 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, ed. di Storia e Letteratura Italiana, 1973, Roma, 1973 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.
(…) Leostello Joampiero “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, pubblicato in Filangieri Gaetano (principe), nel suo ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, Napoli, 1883, vol. I (Archivion Attanasio)
(…) Riguardo Alfonso d’Aragona, figlio di Ferdinando I d’Aragona, il Borsari in Treccani riportava la seguente bibliografia: Fonti e Bibl.: Cronaca di Napoli di Notar Giacomo, a cura di P. Garzilli, Napoli 1845, pp. 125, 165, 172; Joampiero Leostello, Effemeridi delle cose fatte er il Duca di Calabria (1484–1491), a cura di G.Filangieri Napoli 1883, pp. 151-153, 161-162, 165, 171, 177, 220, 238; N. Barone, Le cedole di tesoreria dell’Archivio di Stato di Napoli dall’anno 1460 al 1504,in Arch. stor. per le prov. napol., IX(1884), pp. 634, 635; Regis Ferdinandi Primi Instructionum Liber (10 maggio 1486-10 maggio 1488), a cura di L. Volpicella, Napoli 1916, nn. XXI, XXXV, XLIV, LXIIL LXXIII e pp. 264-265; B. Croce, Giovanni Cosentino, in Aneddoti di varia letteratura, 2 ediz., I, Bari 1953. pp. 95-96, 101.
(…) Bosio Giacomo, ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso’, Napoli, 1600; si veda vol. III, fol. 177 (Archivio Storico e digitale Attanasio)
(….) Filangieri Gaetano (principe), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, Napoli, 1883, vol. I (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda vol. I, p. 223 e p. 236, dai seguenti titoli: il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), p. 400 e 401 (Archivio Storico Attanasio – copia digitale. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito). Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il vol. III ha il seguente titolo: ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Il vol. IV ha il seguente titolo: ‘Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV’, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.
(…) Del Mercato Pier Francesco, Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Alfano Giuseppe Maria, Istorica descrizione del Regno di Napoli”, ed. Manfredi, 1795
(…) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: “La contrastata giurisdizione feudale del vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia”, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, n. 27, pp. 279 e sgg. in ‘Documenti’, Nuova serie, n. 27, XIV, 1, giugno 1997, fasc. 27 (annata LVII dalla fondazione), ripubblicata da Pietro La Veglia editore (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e sgg.. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)
(…) Santoro G., Le Torri costiere della Campania, stà in ‘Napoli Nobilissima’, anno 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro G., L’Economia della Provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio (1862-1962), Salerno, 1966; si veda pure: Santoro G., ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi immagini, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Vassalluzzo Mario, ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amm.va, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un esemplare che gli fu mostrato da Scipione Volpicella. Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”. In particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (2), riportandone solo l’intestazione (Archivio Attanasio).
(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.
(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906, ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 2000; si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, ristampa a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento Salerno, 2000.
(…) Franciosa L., Il Cilento, ed. ‘Ipocratica’, Serie II, n. 1, Salerno
(…) Cassese Leopoldo, La statistica ecc.., stà in ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, Salerno (Archivio Storico Attanasio)
(…) Ferraiolo Melchiorre, “Cronaca della Napoli Aragonese, 1498 – 1503” è un manoscritto (MS M.0801, fol. 095r della Morgan Library di New York), della fine del 1500, dove si racconta la fine dei Petrucci. Riccardo Filangieri di Candida, Una cronaca napoletana figurata del Quattrocento, Accademia di architettura, lettere e belle arti, L’Arte tipografica, Napoli, 1956; si veda pure: Ferraiolo, Cronaca, edizione critica a cura di Rosario Coluccia, Firenze, Accademia della Crusca, 1987; Nicola Vacca, Sull’autore della “Cronaca napoletana figurata del Quattrocento”, in Atti della Accademia Pontaniana, nuova serie, IX (1959-60), p. 113 ss.; Olga Casale, Nota a un’edizione della cronaca napoletana del Ferraiolo, «Annali della Facoltà di Magistero dell’Università degli Studi di Lecce, vol. II, 1972-73, pp. 3–31
(…) Marzolla B., Atlante corografico storico-statistico del Regno delle due Sicilie, Napoli
(…) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli
(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Bosio Giacomo, ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso’
(…) Fazello Tommaso, ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560, si veda cap. IX (Archivio Storico e digitale Attanasio)
(…) Amari Michele, La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure Amari Michele, La Guerra del Vespro Siciliano, ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, 1947 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Minieri-Riccio, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s. (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore, per il ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, si veda pure: C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181.
(…) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

(…) Perito Enrico, ‘La congiura dei baroni e il Conte di Policastro, Bari, 1926 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Porzio Camillo, La congivra dè Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I, Roma, 1565 (Archivio Storico e digitale Attanasio); si veda pure l’edizione: “La Congiura dè Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando Primo e gli altri scritti” a cura di Ernesto Pontieri, edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1958 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Gatta Costantino, Memorie Topografiche-Storiche della Provincia di Lucania, Napoli, presso Gennaro Muzio nel 1732, vedi p. 445
(…) Galasso Giuseppe (…), nel suo ‘Mezzogiorno medievale e moderno’, ed. Einaudi, Torino, 1965 (Archivio Storico Attanasio); si veda pp. 141-142,
(…) Croce Benedetto, Storia del Regno di Napoli, (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. I
(….) Pontieri Ernesto, Per la storia del regno di Ferrante I d’Aragona re di Napoli, Napoli, 1948; passim; ID, Alfonso I d’Aragona nel quadro della politica italiana del suo tempo, in ‘Divagazioni storiche e storiografiche’, serie I, Napoli, 1960, pp. 201-310
(….) Gentile P., Lo stato napoletano sotto Alfonso I d’Aragona, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.s., 23 (1937), pp. 1-56 e 24 (1938), pp. 1-56;
(…) Cassandro G., Lineamenti di diritto pubblico ecc...

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s. (Archivio Storico Attanasio); segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure l’opera di Mazzoleni Jole, ‘Gli atti perduti della cancelleria angioina’, parte I, vol. I, a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1939; si veda pure J. Mazzoleni, ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974, p. 36.
(…) Mazzoleni Bianca (a cura di) Gli atti perduti della Cancelleria Angioina transuntati da Carlo de Lellis pubblicati sotto la direzione di Riccardo Filangieri, in ‘R. Istituto Storico Italiano Per il Medioe Evo, Regesta Chartarum Italiae’, parte I, Il Regno di Carlo I, vol. I (a cura di Mazzoleni Bianca), Roma, 1939.

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, la cui datazione potrebbe risalire a molto prima del ‘600. Scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto (…), in ‘Pixus-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, credeva che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371 (anno 1601-1700). Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (13). Si veda pure Padiglione C. (14), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (4), op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano I, è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit. (6), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v.
I Quinternioni feudali del Regno di Napoli
(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.
(…) Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (Archivio Storico e Digitale Attanasio)
(…) Cozzetto Fausto, Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Mercati Giovanni, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo, (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p…. (Archivio Storico Attanasio).
(…) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli.
(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, ‘Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).
(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, ‘Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.
(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479
(…) Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.
(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore: Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.
(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia, Unione Grafica, Lugio, 1997 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Campanile Filiberto, Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, (Archivio storico e digitale Attanasio), si veda a p. 50 (citato da Ebner) cita Giovanni Carrafa e Carlo V e si veda p. 185 sulla famiglia Sanseverino
(…) Azzarà G., I Sanseverino nella storia d’Italia, nella rivista “Studi Meridionali”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335
(….) Del Giudice Pasquale, Gli Statuti inediti del Cilento, in Atti della Reale Accademia di Napoli, vol. XXXIII, Napoli, 1901

(…) Agatangelo P. e Romaniello Pantaleo, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, 1968 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Wadding Lucas, Annales Minorum, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31; Wadding, Lucas, Annales Minorum seu trium Ordinum sancti Francisci, T. IV- VII. Quaracchi, 1931. — , Scriptores Ordinis Minorum, Roma, 1780
(…) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri Alfonso, Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Mazza Antonio, Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681 (Archivio Storico Attanasio)
(…) De Lellis Carlo, Supplemento a Napoli Sacra di D. Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli, 1654 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure:
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De Lellis, Carlo <fl. 1663-1671>
Caserta : Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893
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di Carlo De Lellis per i Notamenti e repertori della Cancelleria Angioina si veda pure ‘Notamenta ex registris Caroli II: Roberti et Caroli ducis Calabriae’ (ms. del XVII sec.). Napoli: Archivio di Stato di Napoli, vol. III, IV e IV bis.
(…) De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, pag. 193 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, ed. e-book, e a stampa, ed. Universitarie Romane, Roma, 2009 (Archivio Storico e digitale Attanasio)
(…) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, Napoli, 2018, ed. e-book (Archivio Storico Attanasio)
Per la Bibliografia su Ruggiero di Lauria

(…) Palmieri Nicola, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri, Lauria, (PZ), Tipografia editrice F.lli Rossi, ed. 1898 e 1914 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Zurita Girolamo, Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Caggese Romolo, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, vedi vol. I, pp. 442-443; vedi vol. II, p. 191- 554; dello stesso autore si veda: Caggese Roberto, L’Alto Medioevo, ed. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1937 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Summonte G. A., Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli, 1675, tomo II, pp. 294; si veda vol. III, p. 270 e sgg., edizione Gio Jacomo Carlino, Napoli, 1602 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Scotti…., Syllabus membranorum ad Regiae Siciliae Archivum pertinientium, Napoli, ed. …., 1814, vol. III, p. 3 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Del Giudice Giuseppe, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II d’Angiò – dal 1265 al 1309, Napoli, 1863 (Archivio Storico Attanasio), dove il Del Giudice pubblicava il testo dello Scotti e poi dell’Aprea
(…) Lomonaco Vincenzo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, Napoli, ed……, 1858 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Pontieri Ernesto, Un Capitano della Guerra del Vespro, stà in ‘ASCL’, I; idem ‘Ricerche sulla crisi della Monarchia siciliana nel secolo XIII’, Napoli, 1958
(….) Augurio Francesco e Musella Silvana, Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo, ed. Associazione Mediterraneo, Lauria, 2000 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Muntaner R., Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot, Firenze, 1844 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Parisio Prospero, Topografia di Calabria, ed. …..
(…) Visalli V., Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche, Messina, 1900
(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, ed. Loesher, 1889 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Scarlata M., Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo 1972;
(…) H. Finke, Acta aragonensia, Berlino, 1908;
(…) Pucci Michelangelo, Tortora – Natura Storia Cultura, ed. Zaccara, Lagonegro (PZ), 2017 (Archivio Storico Attanasio)
(…) AA.VV., ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255
(…) Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora, ed. Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, nuova edizione Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52
(…) Manco C., Scalea prima e dopo, Scalea, 1969
(…) Vincenti Pietro, Teatro degli uomini illustri che furono protonotari del Regno di Napoli, Napoli, Gio Battista Sttile, 1607 (Archivio Storico e digitale Attanasio)
(….) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana, ed. Lighnthing Source UK Ltd, 2016 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Pacichelli Giovan Battista, Il Regno di Napoli in Prospettiva, Napoli, ed.
(…) Mons. Damiano D., Maratea nella storia e nella luce della fede, ed. Missioni O.M.I., Roma (Archivio Storico Attanasio)
(…) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651 (Archivio storico e digitale Attanasio)
(…) Bolvito G.B., Variarum rerum, mss (1585) ed. Società di Storia Patria, Roma
(…) Vincenzio N., Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III
(…) Moscati R., Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.
(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, a cura di Raffaele Ferdinando Marino, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fusco Felice, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in “Euresis”, VIII (1992); ‘Capitulationes et Pacta Terrae Rofrani, ovvero gli antichi Statuti municipali di Rofrano, ivi, XI (1995); si veda pure dello stesso autore: Fusco Felice, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Filangieri Riccardo, Introduzione, in Gli atti perduti della cancelleria angioina transuntati da Carlo De Lellis, pubblicati sotto la direzione di Idem, parte I, vol. I («Regesta chartarum Italiae»), Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1939, pp. VII-LII; Idem, Programma di ricostruzione dell’archivio della Cancelleria Angioina, in «Notizie degli Archivi di Stato», VIII (1948), pp. 36-38; Idem, Prefazione, in I registri della cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di Idem, Napoli, Accademia Pontaniana, 1950, pp. V-XII; Idem, Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane compilati da Carlo De Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII (1927), ora in Idem, Scritti di paleografia e diplomatica, di archivistica e di erudizione, Roma, Ministero dell’interno 1970, pp. 173-200; Jole Mazzoleni, Storia della ricostruzione della cancelleria angioina, Napoli, Accademia Pontaniana, 1987; Stefano Palmieri, Degli archivi napolitani. Storia e tradizione, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 250 sgg.
(…) Leostello Giampiero Volterrano, Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, vol. I, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883 (Archivio Attanasio). Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), oppure Codice Italiano già 9996.
(…) Filangieri Gaetano principe di Satriano, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, vol. I, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883 (Archivio Attanasio)
(….) Riguardo la citazione di Gaetani (…) delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano (o Prignani), di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi e che furono poi pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’, forse raccolte e pubblicate dal Fortunato nell’inedito ‘Codice diplomatico potentino’, costituito da 55 documenti che dal 1178, giungono al 1500, forse pubblicati nel testo ‘Badie, Feudi e Baroni della Valle di ..‘, poi in seguito pubblicate dal Pedio (…). Invece forse si tratta di Prignani Giovan Battista (…), ‘Memorie storiche della città di Salerno’, forse un manoscritto. Manoscritto; 1601-1657 data stimata (codice donato alla Biblioteca Angelica nel 1657). ‘Delle famiglie di Salerno’. Tomo primo (1r). Delle famiglie di Salerno. Tomo secondo (1r del ms. 276); il tomo primo è nel ms. 276. Si veda: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152. G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in ““Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]. M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]. G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80).
(…) Pecori G., ‘Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms.’, Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47)
(…) Bruno I., Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino)
(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio).
(…) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.
(…) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio). Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.
(….) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (..), a p. 154, alla nota 4 (nota 1). Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.

(…) De Micco Consigliere – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Aromando G. – Falcone Giovanna, Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G., L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004, mensile di cultura, edito dal Centro Culturale Studi Storici, Eboli, 1996-2008, anno I-XIII, nn. 1-145.
(…) Sacco Antonio, La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada, 4 voll…, Roma, Tipografai dell’Unione, 1914-1430 (ristampa anastatica con premessa di Vittorio Bracco, Salerno, Tipografia Boccia, 1982) (Archivio Storico Attanasio)
(…) Carlone Carmine, I regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400) a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Carlone Carmine, Regesti delle pergamene di Tegiano (1197-1499), a cura di A. Didier, presentazione di Giuseppe Vitolo, 1988, ed. Carlone, 1988 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Rocchi Antonio, De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Agresta Apollinare, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno etc…, Messina, 1681
(…) Ronsini Domenicantonio, ‘Cenni storici sul Comune di Rofrano, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa) (Archivio Attanasio)
Bibliografia sulle carte di Cristoforo Buontelmonti
(…) Cristoforo Buondelmonti nato nel 1386 da una potente famiglia fiorentina, che aveva forti legami con il Levante, si formò con ogni probabilità alla scuola di Guarino ed era legato alla cerchia umanistica di Niccolo Niccoli, con il quale condivise l’interesse per la geografia. Lasciata Firenze, nel 1414 si recò a Rodi, per riscoprire le tracce della antica e civiltà greca e per oltre sedici anni percorse tutte le isole, le città, i monasteri del mare Egeo, Creta, Cipro, l’Ellesponto, Costantinopoli. Frutto di queste lunghe peregrinazioni nella culla della civiltà greca sono due opere storico-geografiche, la Descriptio insulae Cretae, inviata nel 1417 a Firenze a Niccolo Niccoli e il ‘Liber insularum Archipelagi cum pictura’, dedicato a al cardinale Giordano Orsini nel 1420. Il ‘Liber insularum’ conobbe quattro rielaborazioni, quella definitiva redatta a Costantinopoli nel 1430 (la prima è perduta). L’opera ebbe da subito una grande fortuna – sopravvive infatti in numerosi esemplari manoscritti sia nelle biblioteche italiane che europee; venne inoltre ripresa negli isolari manoscritti e a stampa di fine Quattrocento e del Cinquecento, quali gli Isolari illustrati di Henricus Martellus, di Bartolomeo de li Sonetti e di Giovanni Bordone – fonda il genere degli isolari, uno dei piu significativi linguaggi rinascimentali di rappresentazione dello spazio; un linguaggio che conbinava e fondeva le forme simboliche della cartografia nautica, della corografia storico-descrittiva con il linguaggio storico-letterario proprio degli itinerari.
(1) (Fig. 1-4-9) La carta corografica della penisola Italiana e delle due Isole della Sicilia e Sardegna, contenuta in un esemplare del ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti (che lo compose nel 1420), annesso al codice berlinese Hamilton 108 (5), conservato alla Biblioteca Statale (Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di di Berlino, che è l’unico esemplare che contiene la carta dell’Italia in questione (Figg. 1-3). Si tratta di una carta manoscritta a colori, di autore anonimo, annessa al libro di Buontelmonti (5). L’unica carta dell’Italia (Figg. 1-3-4) è cotenuta nell’esemplare berlinese. La carta in questione è stata pubblicata da Luciano Lago, op. cit. (4), dopo pag. 185 e s. Tav. V ed è stata pubblicata anche da Almagià R., op. cit. (3), Tav. VII, 1). Recentemente, abbiamo ottenuto su cortese interessamento del conservato alla Biblioteca Statale di Berlino, che recentemente su cortese interessamento del Prof. Everardus Overgaauw, ci ha fornito la fotoriproduzione digitale tratte dall’originale (fol. 62v e 63r = Aufn. 132 + 133), in cui viene rappresentata tutta la peinisola dell’Italia con le due Isole della Sicilia e della Sardegna, che quì pubblichiamo su gentile autorizzazione della Biblioteca Statale ‘Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek’ di Berlino, che la conserva nel Codice Hamilton 108.

(Fig. 9) Isole: Sardegna e Sicilia (fol. 63r) della carta corografica dell’Italia, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonte, del 1420 (prima metà del secolo XV), contenuto nel Codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale ((Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino, dove è conservato e da dove è pervenuto il file tratto dall’originale.
(2) (Fig. 8) La carta corografica dell’Italia meridionale contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze (collocato: II.II.312, pag. c. IIv), e citata e pubblicata da Luciano Lago, op. cit. (4), dopo pagina 185 e s., Tav. VI.
(3) Almagià R., Monumenta Italiae Cartographica, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore. , Tav. VII, 1). Almagià, pubblicò anche altre due carte dell’Isolario del Buontelmonti, Tav. X. bis, che sono quelle contenute nell’Isolario, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, XXIX, 25 della seconda metà del secolo XV.
(4) Lago L., Imago Mundi et Italiae – la versione del mondo e la scoperta dell’Italia nella cartografia antica (secoli X-XVI), con contributi di L. Gambi, M. Milanesi, L.Rombai, per la mostra di Cartografia storica allestita dall’Università degli Studi di Trieste, ed. La Mongolfiera, Trieste, 1994: Tav. V, stà nel cap.: ‘Le prime carte corografiche moderne dell’Italia’.

(Fig. 9) Esemplare del ‘Liber Insularim Archipelagi cum pictura’, di Buontelmonti, conservato alla Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze

(Fig. 10) Esemplare del ‘Liber Insularim Archipelagi cum pictura’, di Buontelmonti, conservato alla Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze
(5) (Fig. 2) L‘Isolario o ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti, del 1420, è contenuto nel codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale (Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino; si veda il testo con prefazione di Ludovico de Sinner, Helvetia, Berna, Lipsia et Barolini, 1824, Lightning Source UK Ltd, Milton Keynes UK; la versione Berlinese è l’unica che contiene la carta dell’Italia in questione (Figg. 1-3). Il codice Hamilton 108,ha la seguente collocazione: Ms. Ham. 108. Ricordiamo che il Codice Hamilton, conservato a Berlino, è di notevole interesse. L‘’Isolario’ del Buontelmonti, è stato scoperto dal fiorentino Poggio Bracciolini che lo pubblicò in un codice latino e, possono essere scaricate dal sito: https://www.bl.uk/catalogues/illuminatedmanuscripts/Results.asp, ma esistono altre versioni dello stesso codice scoperto da Poggio Bracciolini nel…..Esiste il codice Latino, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, che riporta la segnatura Plut. 29-25 (Figg. 9-10-11). L’Almagià (3), pubblicò anche altre due carte dell’Isolario del Buontelmonti, Tav. X. bis, che sono quelle contenute nell’Isolario, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, XXIX, 25 (collocazione: Plut.29.25), della seconda metà del secolo XV. Esiste anche una versione conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana, ovvero il codice Barb. Latino 270. Si veda in particolare il testo “Desciption des iles de l’Archipel par Christophe Buontelmonti – version grecque par un anonyme” di Emile Legrand, Paris, ed. Ernest Leroux, 1897; si veda pure: Campana A., ‘Da codici del Buontelmonti’, estratto da “Silloge Bizantina” in onore di Silvio Giuseppe Mercati, Roma, 1957.

(Fig. 11) Esemplare del ‘Liber Insularim Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti, il Plut. XXIX, 25, conservato alla Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze (5).
(6) (Figg. 5-6-7) La ‘Carta del Mediterraneo’, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Codice Plut. XXIX, 25 (Plut. 29.25), pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze, e citata da Luciano Lago (4), op. cit., Tav. VII, dopo pag. 185 e s. Questa carta, fu pubblicata dall’Almagià, op. cit. (3), Tav. X. bis, ed è quella contenuta nell’Isolario, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, XXIX, 25 della seconda metà del secolo XV.
(Fig. 8) La carta corografica dell’Italia meridionale contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (5), di Cristoforo Buontelmonti, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze (collocato: II.II.312, pag. c. IIv), citata e pubblicata da Luciano Lago, op. cit. (4), dopo pagina 185 e s., Tav. VI. Anche in questa carta – tratta dal testo di Lago, ritroviamo citato il toponimo di Sapri. Non abbiamo potuto esaminare de visu la carta tratta dall’orinale dell’Isolario del Buontelmonti conservato lla Laurenziana (altro esemplare rispetto al Plut. XXIX, 25), ma dall’immagine pubblicata dal Lago si legge chiaramente il toponimo di Sapri.
(2) (Fig. 1) Carta nautica “Mediterraneo e Mar Nero” di Albertinus de Virga, del 1409. E’ un foglio di pergamena manoscritto colorato e miniato, 680 x 430 mm. , conservata alla Bi- blioteca Nazionale di Parigi, Cartes et Plans, Rés. Ge D 7900, che pubblichiamo, è tratta dal testo di De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, Tav. 11 e commenti alle tavole, pp. 199-200.
(3) (Figg. 2 e 3) La ‘Carta Novella’ d’Italia (Carta moderna dell’Italia), manoscritta, a cura dell’Ignoto Berlingheriano (anonimo), annessa alla stampa della prima ‘Carta Novella’, dell’Italia (Carta moderna dell’Italia), realizzata a Firenze nel 1482 da Enrico Martello (XV secolo), ed inserita quale tavola moderna nel Codice latino MAGLIABECANO XIII.6, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. In questa carta si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri viene riportato come ‘Saperi’. Questa carta è stata pubblicata da Borri A., op. cit. (4), CM6, p. 15 e dall’ Almagià R., Monumenta Italia Cartographica, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. X.
(4) Tancredi Luigi, Sapri, giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 19 (Archivio Storico Attanasio)
(5) Apollonio Rodio, 2, 395
Note bibliografiche sulla Carta di Pietro Massajo
(1) (Fig. 1) L”Italia Novella’ di Pietro del Massajo del 1450, dipinta a colori. L’originale misura circa cm. 75 x 53. Questa carta e l’immagine sono tratte dall’Almagià (3), Tav. IX, 1), dove si vedono chiaramente riportati i toponimi di ‘Palamida’ (Palinuro), ‘Policastro’ e Sapri. Questa carta è stata citata dall’Almagià (3), Tav. IX, 1). L’immagine della Fig. 1, è la pagina 127r del Codice (2) ed è tratta dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8454687p/f261.planchecontact. Questa carta ed altre del Massajo, sono annesse al Codice Parigino Latino 4802 della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo (2).
(2) (Fig. 3-4) Codice Parigino Latino 4802 della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo di Jacobus Angelus, non datato, forse delineato nel 1456 e conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia Parigi, consultabile sul sito: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8454687p/f261.planchecontact. L’Almagià (3), sciveva in proposito: “Di questo Codice della Geografia di Tolomeo, sappiamo che era appartenuto alla Biblioteca di Alfonso V di Napoli.”.
(4) (Fig. 6) Codice Vaticano Urbinate Latino 277, della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana, consultabile con la segnatura: Urb. lat. 277. Ptolomaei Claudii cosmographia, tabulae topographicae nonnullarum urbium, Veterani Friderici hexametri Sec. XV med. 2)
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2rv: Iacopo d’Angelo da Scarperia, sec. XV Iacobi Angeli Florentini praefatio in cosmographiam Ptolemaei Alexandrini ex graeco in latinum traducta ad Alexandrum V [in codice: “III”] summum pontificem Sec. XV med
(3) Almagià R., Monumenta Italia Cartographica, ed. I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. IX, 1)
