Dal 1245 al 1271, Manfredi, Corradino ed i Lancia, ultimi Svevi nelle nostre terre

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Sono convinto che indagando ulteriormente sulla nostra storia avremo non poche sorprese. Per condurre un’approfondita analisi ed indagine geo-storica del nostro territorio ci verrà utile indagare attraverso lo studio dei documenti d’Archivio. Mi auguro che questo saggio possa indurre altri ad approfondire ulteriormente i diversi aspetti affrontati.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig. 2) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…)

Incipit

In questo saggio vorrei fare il punto di quanto emerso ed alcune notizie storiche del periodo successivo alla morte di Federico II di Svevia, la corsa alla sua successione nel Regno di Sicilia di cui facevano parte le nostre terre. In particolare un episodio che riguarda Tortorella e Torraca nella Contea di Riccardo di Lauria ai tempi di Corradino di Svevia prima della sua disfatta a Tagliacozzo allorquando perse la battaglia contro l’esercito di Carlo I d’Angiò. Dopo la morte dello zio Manfredi, nel 1266, Corradino di Svevia ultimo degli Hohenstaufen scese in Italia e rinfocolò le istanze degli ex feudatari Svevi e ghibellini, alcuni dei quali imparentati con la potente famiglia dei Lancia e che si opponevano all’ascesa di Carlo I d’Angiò che nel frattempo era stato nominato dal papa. L’episodio ed alcune interessanti notizie provengono dallo stesso re Carlo I d’Angiò in una sua lettera indirizzata al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana. La lettera citata da Pietro Ebner, era già stata pubblicata da Minieri-Riccio che l’aveva tratta dalla Cancelleria Angioina. I documenti ci parlano dei “proditores” ribelli Bartolomeo e Andree de Torraca e di altri che accolsero l’armata di Corradino a Tortorella.

Nel 1239-1240, le Fonti per l’epoca Federiciana: ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240’

Dal sito dell’Archivio di Stato di Napoli, alla voce sulla Ricostruzione dei Registri della Cancelleri Angioina’, epoca Federiciana leggiamo che: Dalla seconda metà del XVI secolo, lo studio dell’archivio della Cancelleria Sveva (l’unico registro superstite di Federico II per gli anni 1239-1240) e della Cancelleria Angioina (all’epoca ancora ricco di scritture, soprattutto per i regni di Carlo I, Carlo II e Roberto) ha prodotto spogli e lavori archivistici sistematici come i repertori e i notamenti: – il repertorio dell’unico registro di cancelleria di Federico II dell’anno 1239-1240, opera degli archivisti Vincenti/Sicola e Chiarito; – i 4 volumi (originariamente 11) di notamenti di Carlo de Lellis; – i 13 volumi di repertori dell’archivista Pietro Vincenti (1610-1614); – gli 8 volumi di supplementi ai precedenti repertori compilati dall’archivista Sigismondo Sicola (1673-1710); – i 2 repertori di Carlo Borrelli, l’indice delle famiglie e delle città del Grifo e i due volumi di Onofrio Sicola (1710) contenenti l’index monasterium; – i 18 volumi di Michelangelo Chiarito (1759-1763). Sopravvissuti alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, oggi possono essere consultati in digitale presso le postazione della sala studio. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Leggiamo dalla Treccani on-line che: CANCELLERIA, REGISTRO DELLA (1239-1240). – Conservato fino al 1943 come unico cimelio superstite della cancelleria di Federico II, il registro degli anni 1239-1240 andò distrutto nel rogo del deposito antiaereo che era stato istituito in una villa dell’entroterra campano (Villa Montesano in S. Paolo Belsito, presso Nola), dove, a partire dal dicembre 1942, si era provveduto a trasferire i fondi più antichi del “Grande Archivio” di Napoli, nel timore che potessero subire danni durante eventuali bombardamenti e cannoneggiamenti della città. Nell’incendio, appiccato deliberatamente, per rappresaglia, il 30 settembre di quell’anno per ordine del comando tedesco del luogo, pienamente consapevole dell’importanza del materiale che vi era stato depositato, andarono bruciate tutte le serie più preziose dell’Archivio napoletano, compreso il ricchissimo archivio della cancelleria angioina. Del registro di Federico II del 1239-1240, l’unico della cancelleria sveva che fosse noto alla storiografia, rimanevano tuttavia le riproduzioni fotografiche (nove pellicole conservate oggi nell’archivio dell’Istituto Storico Germanico di Roma), la trascrizione pubblicata nel 1786 dall’archivista napoletano Gaetano Carcani (…) in appendice alla sua edizione del Liber Augustalis e quella, dattiloscritta, realizzata a metà degli anni Venti del Novecento da Eduard Sthamer e in seguito parzialmente riveduta da Wilhelm Heupel. Del Gaetano Carcani, la sua opera è “Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae”, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola,  che si possono scaricare gratuitamente dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola Sigismondo, voll. II, ovvero Sicola Sigismondo, Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Reale Zecca allora superstiti; onde il Sicola Siismondo del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Michele Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da Michele Chiarito (…) che raccolse  i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVIIpubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di Michelangelo Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito Michelangelo, Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Per Scandone si veda F. Scandone, Notizie biografiche di rimatoridella scuolasiciliana’. In Scandone Francesco, Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Rimanevano inoltre notizie e repertori, trascrizioni, copie ed excerpta: lacerti di una tradizione più antica e in origine sicuramente ben più ricca, testimoni tutti del grande interesse che il registro aveva suscitato negli eruditi napoletani del Seicento e del Settecento, i quali, animati da curiosità di tipo prettamente antiquario e genealogico, furono i primi a sfogliarlo e leggerlo, vedendo in esso una sorta di grande contenitore dal quale attingere una enorme quantità di notizie sulle antiche famiglie del Regno. Una tradizione nel complesso ricca, anche se piuttosto singolare, che ha consentito di ricostruire la storia e la fisionomia del registro, e da ultimo di stabilirne e pubblicarne il testo. Per lungo tempo unico e prezioso cimelio conosciuto e conservato della cancelleria federiciana, il registro di Federico II andò distrutto, com’è noto, nel rogo che è passato alla storia come uno dei più gravi disastri archivistici dell’ultimo secolo, appiccato alla fine del settembre 1943 dalle truppe tedesche in ritirata dal meridione d’Italia al deposito dove erano stati trasferiti per motivi di sicurezza i fondi più antichi e preziosi del Grande Archivio di Napoli. A sessant’anni dalla sua distruzione e dopo vicende editoriali protrattesi per un circa un ottantennio, vede la luce l’edizione del registro, condotta sulla base delle riproduzioni fotografiche, di estratti e copie erudite, di precedenti trascrizioni. Il registro, strettamente riservato agli affari del Regno (vi erano cioè registrate soltanto le lettere che la corte inviava ai funzionari provinciali per comunicare le misure prese in merito alla gestione del regno), era frammentario fin dalla sua prima apparsa sulla scena delle fonti archivistiche napoletane, alla fine del Cinquecento, ed abbracciava solo un breve arco cronologico, che andava dai primi giorni di ottobre 1239 agli inizi di maggio 1240. Tuttavia l’elevato numero di lettere registrate (quasi milleduecento) e l’ampio ventaglio di argomenti trattativi ne fanno una fonte di eccezionale importanza per la storia del regno di Sicilia nei mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX. L’edizione è stata condotta adattando le tecniche ormai comunemente accolte per la pubblicazione dei documenti latini alle peculiarità di questo particolare tipo di fonte, dando ampio spazio, soprattutto, ai regesti e alle parti introduttive, là dove si ricostruisce l’iter di formazione delle lettere (per questo è stata introdotta una breve sezione dove compaiono i nomi del personale di cancelleria coinvolto nella loro produzione) e si evidenziano i nessi di vario genere che legano missive accomunate da una comune origine (prodotte cioè a seguito di uno stesso ordine). Inoltre si è tenuto massimo conto della struttura del registro e del suo carattere di unicità e insieme di coerenza e uniformità che lo contraddistingue, carattere che è stato mantenuto ed evidenziato al meglio, non solo conservando l’ordine col quale le registrazioni si susseguono al suo interno, ma anche, ad esempio, adottando caratteri diversi per le registrazioni e le note (coeve o posteriori) che le incorniciano, attribuendo un numero d’ordine a ciascuna registrazione indipendentemente dal fatto che fosse relativa a una o più lettere e considerando quindi come unità minima documentaria la registrazione in quanto tale, accorpando sotto un unico regesto le sequenze di lettere registrate “a catena”, ovvero le similes spedite nella stessa forma a diversi destinatari. Nell’introduzione (pp. IX-CIII), oltre alle consuete note relative alla storia del registro ed alle modalità di trasmissione del testo, si affronta in particolare il tema della sua funzionalità, che viene analizzata e vista attraverso una particolare lente, quella delle forme, ossia del modo in cui il registro era stato pensato e costruito e degli accorgimenti redazionali che erano stati adottati per ottenere non tanto un contenitore di documenti, quanto uno strumento di lavoro realizzato in cancelleria per la cancelleria e per la corte, improntato in funzione della massima visibilità e dell’immediata reperibilità della notizia, al fine di facilitarne la consultazione per poter ricostruire in qualsiasi momento lo stato di ciascuna questione della quale la corte si era occupata tramite la corrispondenza scritta.

I LANCIA (“LANZA”)

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II Sanseverino costretto dunque alla fuga in Francia, fu accolto, assieme alla madre e ad altri congiunti, dall’esule papa Innocenzo IV. Per tale ragione i beni della stirpe furono requisiti dalla corona e poi ceduti a nobili fedeli: la contea di Marsico passò prima a Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento e San Severino furono ceduti ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia.

Nel 1239, Federico II di Svevia conferma i feudi di Ajeta e Tortora a GILBERTO CIFONE

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, Orazio Campagna scriveva che il feudo di Aieta arrivò ai Loria, dopo gli Scullando, “ai quali era passata da una de Giffone (103).”. Secondo il Campagna, il feudo di Aieta passò ai Loria da una donna appartenente alla famiglia dei “de Giffone”. Chi era questa donna appartanente alla famiglia dei “Giffone”, vecchi feudatari di Aieta, subentrati ai Scullando ?. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei luoghi della Calabria – vol. I da A-B”, a p. 21 alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Dunque, il Valente scriveva che il feudo di Aieta, dagli Scullando passò a GILBERTO GIFFONE, aggiungendo che il feudo di Aieta “una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Il Valente non dice chi fosse questa feudataria dei “GIFFONE”, figlia ed erede di GILBERTO GIFFONE e, che sposò qualche personaggio dei Loria. Chi erano questi feudatari ?. In primo luogo se il feudo arriva a Riccardo di Lauria in epoca Sveva, quale era l’epoca in cui dominavano i “de Cifone”. I Ciffone o Giffone dominavano la valle ed anche il paese di Tortora in epoca Sveva, ma erano feudatari di Tortora e Aieta fin dai tempi Normanni. Nel 1239, il feudo di Tortora fu confermato da Federico II di Svevia a “Gilberto Gifone”. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg., parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del secolo XI il territorio tortorese divenne un feudo dei Normanni, che, appunto, chiamavano ‘Terre’ i loro feudi. Normana era sicuramente la famiglia Cifone, un cui componente, GILIBERTO CIFONE, era signore di Tortora nell’ultimo periodo della dominazione normanna. Il feudo di Tortora doveva essere stato della famiglia Cifone fin dall’inizio della dominazione normanna, se è vero, come sembra che Giliberto avesse ereditato il feudo dagli avi. Dopo Giliberto lo ereditò il figlio RINALDO, che viene citato nei primi documenti feudali (vedi il successivo periodo svevo).”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: “A Tortora il passaggio dei poteri dai Normanni agli Svevi non fu nemmeno avvertito, in quanto i Cifone continuarono a conservare il feudo. Nei documenti feudali infatti risulta che nel 1239 Federico II confermò nel feudo Gilberto Cifone. Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era Rinaldo, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Il Pucci scriveva che i Cifone conservarono il feudo di Ajeta anche in epoca Sveva. Essi dominarono la zona di Tortora e di Ajeta dal periodo Normanno a quello Svevo. Il Pucci (…) cita ancora il Gilberto Cifone a p. 85 scrivendo che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria. Ecc…”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci (…), ci parla di un certo Gilberto Cifone. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora”, ‘Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Per una distrettuazione del territorio in età normanna e poi sveva si rimanda a F. PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, in Storia della Basilicata. 2. Il Medioevo, a cura di C.D. FONSECA, Roma-Bari, Editori Laterza, 2006, pp. 86-124.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “Difatti, l’intero territorio in cui si circoscrivono la nascita ed i possedimenti di Ruggero indicati en passant come ventiquattro castelli dal Muntaner – e segnatamente quello più settentrionale, coincidente, oggi, con il cosiddetto Lagonegrese (59) – sconta lacune documentarie significative soprattutto per quanto riguarda i secoli centrali del Medioevo. Pertanto non stupisce come anche la pregevolissima Storia della Basilicata. 2. L’Età Medievale, pubblicata qualche anno fa dall’editore Laterza e curata da Cosimo Damiano Fonseca, non possa più di tanto indugiare su quelle terre situate a contermine con la Calabria settentrionale e coincidenti, in età normanna, in massima parte con i domini della signoria lucana dei Chiaromonte (60). Queste terre non entrarono a far parte del Catalogus Baronum (61) per il fatto di riferirsi, il Catalogus, solamente al Ducato di Puglia e al Principato di Capua, e le seconde – comprese nel pur longevo distretto di Val Sinni –, in sostanza, al territorio calabrese.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, nelle sue note (59-60-61) postillava che: “(59) Le difficoltà relative a questo territorio tuttavia non concernono solamente il Medioevo. Non meno problematiche sono le indagini in Età Moderna. Cfr., da ultimo, V. CAPODIFERRO, Il Lagonegrese borbonico. Note economiche sulla situazione preunitaria, «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», LXXIV, 2007, Roma, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, pp. 189-229. (60) Sui distretti feudali lucani e della Basilicata, si rimanda ancora a PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, p. 103, ma si veda anche S. POLLASTRI, La féodalité de la région de Matera, pp. 129-158. (61) Catalogus Baronum, a cura di E. JAMISON, Roma, ISIME, 1972 (Fonti per la Storia d’Italia, 101*). Sul Catalogus, oltre allo studio preliminare premesso dalla Jamison, si vedano EAD., Additional Work by E. Jamison on the “Catalogus Baronum”, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoniano (e da ora BISIMEAM)», 83, 1971, pp. 1-63 e Commentario, a cura di E. CUOZZO, Roma, ISIME, 1984 (Fonti per la Storia d’Italia, 101**). Cfr., altresì, E. MAZZARESE FARDELLA, Il contributo di Evelyn Jamison agli studi sui Normanni d’Italia e di Sicilia, «BISIMEAM», 83, 1971, pp. 65-78.”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Sui Cifone di Aieta ha scritto pure Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Sui Cifone di Aieta ha scritto pure Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Infatti, come vedremo innanzi (anno 1239), Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Ed infatti, al tempo di Federico II, Tortora era feudo di Giliberto Cifone, a cui fu dato in custodia tramite il giustiziere della Valle del Crati e di Terra di Giordana, ecc…”.

Nel 12……, Riccardo di Lauria al tempo di Federico II di Svevia

Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, il Campagna scriveva che la Terra di Aieta e di Lauria ebbero come signore e feudatario un Riccardo di Lauria. Il Campagna aggiunge pure che dopo la morte di Riccardo di Lauria, il feudo fu ereditato dal figlio che aveva lo stesso nome. Dunque, secondo il Campagna, vi erano due Riccardo di Lauria. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Antica famiglia che trasse il predicato dalla contea di Lauria. “Loria” è forma umanistica dello stesso predicato. La famiglia pare abbia avuto per capostipite un de Clojrat, omonimo d’una Terra di Normandia. Si ignora se fu uno dei quaranta cavalieri venuti nel Mezzogiorno d’Italia al servizio di Guaimario di Salerno o se sia venuto con gli Altavilla. Ebbero feudi che andavano da Lauria a Lagonegro, e, sul Tirreno, lungo le coste della Calabria, della Basilicata e della Campania (C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 21, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’.

Nel 12….. (?), Riccardo di Lauria (figlio di Gibel de Loria) si unisce in prime nozze con Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco (figlia di Rinaldo)

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (131) postillava che: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Dunque, secondo Rosanna Lamboglia (….), i documenti ci riportano a due Riccardo di Lauria e a due matrimoni, con una “Paliana di Castrocucco”. Il primo Riccardo di cui si parla nei documenti è un Riccardo che in età sveva aveva sposato una certa “Paliana Pascale di Castrocucco”. Inoltre, i documenti angioini ci parlano di un “Riccardo di Lauria” che nel 1277 ha sposato una “Paliana o Palliana di Castrocucco”, figlia del Giustiziere di Basiliaca “Podiolo”. Sul “Riccardo di Lauria” d’epoca Sveva, la Lamboglia scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi.”. Dunque, la Lamboglia scrive che questo Riccardo di Lauria visse al tempo di Federico II di Svevia e che ad un certo punto sposò in prime nozze con la nobile Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia che gli portò in dote i feudi di Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra che appartenevano al padre di lei, Podiolo, giustiziere di Basilicata al tempo di Federico II. Dalla prima moglie Palliana di Castrocucco, Riccardo di Lauria ebbe una figlia. Augurio e Musella scrivono che la figlia si chiamava “Beatrice”, mentre su Wikipedia leggiamo che Riccardo ebbe “Costanza di Lauria”. Augurio e Musella (….), a p. 24-25, in proposito scrivevano che: “Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:

  • Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
  • Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
    • una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
    • Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.

I Lancia nelle nostre terre

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa la resistenza di alcuni feudatari delle nostre terre che pattegiarono per gli ultimi regnanti della casa Sveva. Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1266. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “I feudi posseduti dai Sanseverino e tra gli altri la baronia di Rocca passarono alla corona ma ad essa restarono per breve tempo a causa dei mutamenti che sopravvennero nel regno e di cui farò breve cenno. Quattro anni dopo la strage di Capaccio, nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo. Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori. In un parlamento tenuto a Barletta nel febbraio del 1256 lo nominò conte del principato di Salerno e Gran Maresciallo del Regno di Sicilia ed elevati gradi e feudi ebbero i congiunti di lui (2). Indubbiamente con il principato di Salerno conseguì anche la baronia del Cilento. L’Antonini afferma che Galvano Lancia costruì il castello di Rocca (1) il quale invece, come già ho detto, esisteva parecchi secoli prima e forse fu da lui soltanto ingrandito e restaurato. VI. Della signoria del Lancia nel Cilento non sono rimasti avvenimenti degni di nota: egli occupava i più alti uffici dello Stato, rappresentò una parte importantissima delle vicende dell’epoca e ovette anche per la sua devozione a Manfredi subire grandi traversie. L’imperatore Corrado venuto nel Regno nel giugno del 1252 prese ad avversare fieramente Manfredi, geloso della grande popolarità che questi aveva acquistato. Gli tolse i feudi donati a lui dal padre e cominciò a perseguitare i più devoti amici. Ordinò che Galvano e Federico Lancia e Bonifacio d’Anglano zio del principe uscissero dal Reame con tutti i loro congiunti (2). Essi si rifugiarono a Costantinopoli, presso Costanza d’Altavilla sorella di Manfredi, la quale aveva sposato l’imperatore greco: ma furono espulsi anche di là per volontà di Corrado, e non potendo tornare nel regno che alla morte di esso avvenuta a Lavello nel maggio del 1254 (3) in cui furono reintegrati nei loro beni. La potenza dei Lancia rifiorì un’altra volta avendo Manfredi tenuto novellamente il regno in nome di suo nipote Corradino che era in tenera età. In questo tempo Manfredi venuto in dissenso con papa Innocenzo, specialmente percè dagli uomini del principe era stato ucciso un barone devoto al papa, inviò ad esso, allora infermo a Teano, come suoi ambasciatori il conte Galvano Lancia e Riccardo Filangieri. Essi gli chiesero di ammettere il principe, con assicurarne la persona, a scusarsi con lui, ma il papa non volle fare alcuna promessa. Galvano Lancia ecc.. e fra questi la scomunica anche a Galvano Lancia (1). VII. Le ire del pontefice contro Manfredi erano vivamente attizzate dai fuoriusciti napoletani, tra i quali Ruggiero Sanseverino che, comunque giovanissimo ancora, per le sue doti e per la nobile famiglia da cui veniva era considerato come loro capo. Contro gli svevi lo spingevano il desiderio di recuperare gli antichi beni degli avi e l’amaro ricordo della truce strage dei suoi, dalla quale si era meravigliosamente salvato. Qundo Manfredi precedentemente, nell’anno 1253, si era presentato al papa Innocenzo per sottometterglisi, il pontefice aveva notato che Ruggiero Sanseverino e gli altri fuoriusciti del Regno allorchè incontravano Manfredi non si levavano il cappello (2). Al nuovo pontefice  Alessandro IV si presentarono nel 1255 Ruggiero Sanseverino con suo zio Guaimario, Pandolfo di Fasanella ed altri a nome di tutti i fuoriusciti napoletani per invocarne l’aiuto al ritorno del Regno. Ruggiero ebbe parte importante negli avvenimenti dell’epoca spronando continuamente il papa Alessandro ed id il successore di lui, Clemente IV, fino all’impresa di Carlo I d’Angiò nell’anno 1265. VIII. Allorchè Carlo I, coronoto re di Roma nel 6 gennaio del seguente anno, volse le sue armi contro Manfredi, questi aveva posto a custodia del fiume Garigliano per impedirne il passo, in due punti diversi, Giordano Lancia ed il Conte di Caserta suo cognato. E’ noto che costui per errore, o per tradimento contro Manfredi, ecc….si venne a fiera battaglia, nella quale ebbero gran parte il conte Galvano Lancia, che comandava 1200 cavalli, ed il conte Giordano che ne aveva mille. Nelle schiere di re Carlo combatterono Ruggiero Sanseverino e Pandolfo di Fasanella. Ecc…Il Conte Giordano e suo fratello Bartolomeo furono chiusi nel Castello di Luco (2) e dipoi mandati in un carcere ove il primo di essi miseramente morì (3) mentre è ignota la fine dell’altro. Anche i fratelli Galvano e Federico Lancia vennero fatti prigionieri, ma a preghiera di Bartolomeo Pignatelli arcivescovo di Cosenza, fu loro restituita la libertà. Recatisi a Roma, ebbero liete accoglienze dal senatore Enrico Castiglia; di che si dolse il papa Clemente in una lettera del 16 novembre 1267 (1). Andarono poi in Germania a sollecitare il giovane Corradino a venire in Italia e a riacquistare il regno. I fratelli Lancia seguirono Corradino di Svevia quando questi, incitato dalle vive premure dei fuoriusciti napoletani e dalla parte ghibellina, con forte esercito ed accompagnato da gran numero di baroni, venne in Italia nell’inverno del 1267. All’annunzio della sua venuta, molte città della Puglia e della Basilicata insorsero innalzando l’acquila Sveva. A reprimere la rivolta il re Carlo, inviò Ruggiero Sanseverino come suo capitano generale movendo quindi contro gli Svevi (1). Nello scontro dei due eserciti, avvenuto nel 24 agosto 1268 presso Tagliacozzo, Galvano Lancia, che aveva il comando di una terza parte delle forze fece grandi pruove di valore al pari degli altri capi: però le schiere di Corradino furono vinte. L’infelice principe riuscì a fugire insieme con il fido Galvano, con un figlio di lui a nome Galeotto e con il duca d’Austria. Indossati abiti da villici cercarono di avviarsi verso il mare, con la speranza di imbarcarsi. Giunti al castello di Astura, ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca’: Giannone, lib. 18, pag. 581.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Parte 2°, discorso 3°, pag. 261.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca pub. da Gius. Del Re’, p. 117.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell’”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, pag. 131, Giannone, vol. 3°, pag. 361 e 366; ‘Arch. St.. nap., vol. 17, pag. 269.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il Summonte, vol. 2°, pag. 365, riferisce ciò dal Villani.”. Il Mazziotti (…), a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Del Giudice, ‘La famiglia di re Manfredi’, pag. 216.”. Il Mazziotti (…), a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, citato dal Giannone, vol. 4°, Lib. 19 pag. 39.”. Il Mazziotti (…), a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 51; Summonte, vol. 4°, pag. 26.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Giudice, ‘Cod. dipl., vol. 2°, parte 1°, pag. 198, pubblica una lettera di Carlo I d’Angiò del 12 settembre 1268 che annunzia l’arresto di essi.”.

Manfredi I Lancia, i figli Giordano e Bianca Lancia, madre di Bianca Lancia sposa di Federico II

Da Wikipedia leggiamo che Manfredo Lancia o Lanza, detto anche Lanza Marques o Marques lanz o Marquis de Busca o Marquis Manfred Lancia (1140 circa – post 1214) è stato marchese di Busca e un trovatore occitano. Manfredo era il figlio maggiore di Guglielmo, secondo figlio di Bonifacio del Vasto, di un ramo della famiglia Aleramici. Ereditò parte del Contado di Loreto, tra Tanaro e Belbo, dai suoi zii Bonifacio di Cortemiglia e Ottone Boverio. Successivamente la divise col fratello Berengario e altri parenti. Inizialmente mantenne il castello di Busca, ma poi lo lasciò a Berengario in modo da stabilire la sua sede a Dogliani. Nel 1160 lui e Berengario ricoprivano cariche pubbliche a Moretta. Nel 1168 vendette una terra nei pressi di Dogliani, i primi segni di difficoltà finanziarie, e il 30 agosto del 1187 vendette Dogliani per 1150 lire a Manfredo II di Saluzzo. Nel 1180 ricomprò i diritti su Busca. Sostenne un debito di 1033 lire genovesi per l’acquisto dei diritti della città di Alba posseduta in Loreto. Nel 1191 vendette alcuni terreni boschivi nei pressi di Cortemiglia. Infine, il 19 marzo del 1197, facendo uso di donazioni concesse dall’imperatore Enrico VI, riusciva a pagare 700 delle 1033 lire che doveva per Alba. Il 30 settembre del 1195 Manfredo vendette i diritti di alcuni pedaggi a Santa Maria di Pogliola. Nel 1192 Manfredo, avuta Asti, muoveva guerra contro Bonifacio I di Monferrato. Nel 1194 Asti vendette i suoi diritti in Loreto a Bonifacio. Il 3 novembre del 1196 vendette tutte le sue terre possedute in Lombardia a Bonifacio e divenne suo vassallo; gli venne concesso il titolo di Conte di Loreto. Tra i suoi vassalli c’erano le famiglie di Agliano, Laerio e Canelli, probabilmente parenti per parte materna. Il suo secondo figlio, Giordano, Iordanus de Lança, avuto nel 1218, prese il cognome “di Agliano”. Nel 1198 i nemici di Bonifacio — Asti, Alessandria e Vercelli — invadevano la contea di Loreto, conquistando la cittadina di Castagnole e facendo prigioniero Manfredo. Venne riscattato in cambio della città di Costigliole. Nel 1206 insieme al suo signore, adesso Guglielmo VI di Monferrato, formalmente cedette Castagnole ad Asti insieme alla contea di Loreto in cambio di 4000 lire astigiani. Manfredo morì dopo il 1214. Oltre a suo figlio Giordano e al suo successore, Manfredo II, ebbe una figlia, Bianca, madre di Bianca Lancia, a sua volta madre di Manfredi di Sicilia. Dunque, Manfredi I Lancia ebbe tre figli: Giordano, Manfredi (II) e Bianca Lancia. Dall’unione di Bianca Lancia (figlia di Manfredi I Lancia) con Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato), nacque Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori.”.

Manfredi II Lancia, zio di Bianca Lancia, madre di Manfredi di Svevia

Da Wikipedia leggiamo che Manfredo II Lancia o Lança (1185/1195 – Asti, 1257o 1258) è stato marchese di Busca, figlio primogenito di Manfredi I; fu vicario imperiale e fedele seguace di Federico II. Da Wikipedia leggiamo che Manfredi I Lancia ebbe tre figli: Giordano, Manfredi (II) e Bianca Lancia. Dall’unione di Bianca Lancia (figlia di Manfredi I Lancia) con Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato), nacque Bianca Lancia, la futura sposa di Federico II e madre di Manfredi. Dunque, Manfredi II Lancia era fratello di Bianca Lancia che aveva sposato Bonifacio I d’Agliano e quindi fu lo zio di Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia. Nel 1216 Mainfredus Lancia è già nunzio di Federico II in Piemonte e successivamente lo seguì nel Meridione d’Italia. Intorno al 1230 è uno dei suoi fedeli più vicini, nel periodo in cui dalla relazione dell’imperatore con Bianca Lancia, nipote dello stesso Manfredo, nacquero Costanza e Manfredi, destinato a diventare re di Sicilia. Accompagnò Federico II anche nella sua spedizione in Germania del 1235, in seguito alla quale ebbe l’incarico di scortare in Puglia il ribelle figlio dell’imperatore, Enrico re di Germania. Nel 1238 Manfredo assunse la carica di vicario generale dell’Impero. Fu poi nominato per molti anni podestà di Alessandria. Negli anni seguenti alternò azioni diplomatiche a interventi militari spesso tesi a riportare l’autorità imperiale sui Comuni che tentavano di ribellarsi (Alessandria, Vercelli, Brescia, Piacenza, Crema, Milano), ma talvolta finalizzati a consolidare il proprio controllo sulle terre feudali di famiglia nel Piemonte meridionale. Nell’estate del 1245 papa Innocenzo IV scomunicò Manfredo, insieme a Federico II e a re Enzo. Alla morte dell’imperatore (19 dicembre 1250), Manfredo sfuggì ai guelfi di Lodi e si trasferì in Piemonte. Quando giunse in Italia Corrado IV, legittimo erede di Federico, Manfredo cercò di rinnovare il patto di fedeltà, ma gli fu preferito Oberto Pelavicino; questa scelta e il duro trattamento che l’imperatore riservò ai Lanza di Sicilia, lo indussero nel 1252 a passare spregiudicatamente nel partito guelfo. Così il 1º gennaio 1253 egli accettò la carica di podestà e capitano di guerra del Comune di Milano e poi di Novara. Alla morte di Corrado IV (maggio 1254), si impegnò militarmente a difendere i suoi possessi in Piemonte: ma fu attaccato nel settembre del 1257 dai pavesi, dagli alessandrini e dal marchese di Monferrato e fu probabilmente ferito a morte in occasione di questo scontro, perché successivamente il suo nome scompare dalle fonti (nell’agosto del 1259 Isolda è documentata figlia del defunto marchese Lancia). Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “Problematico invece è il legame di Bella con il ‘clan’ dei Lancia per via dei rapporti non sempre definiti di quest’ultimi (35), e per il quale occorre necessariamente risalire almeno a Bianca, amante dell’imperatore Federico II, sposata pare poi in punto di morte, e madre dell'”illeggittimo” Manfredi, secondo una ben attestata tradizione archivistica (36), prima ancora che da una ‘vulgata’ letteraria, diffusa da Dante in poi. Bianca era infatti legata al ‘clan’ dei Lancia per via materna – nella fattispecie, Manfredi I Lancia (il Vecchio) ne fu il nonno e Manfredi II Lancia lo zio (37) – e derivava il secondo cognome – d’Agliano nel primo decennio del XIII secolo; tra il 1226 ed il 1230, poi passò con la madre e con tutti i parenti piemontesi nel Regno di Sicilia a seguito del rapporto che ormai legava Manfredi II Lancia all’Imperatore (38). Bella seguiva di una generazione ed era ancora legata al ‘clan’ Lancia – sembrerebbe – mediante uno dei rami cadetti – i Lancia de Amicis – la cui vicinanza alla casa sveva era già da lungo corso determinata, se un suo fratello pare essere stato Ruggero de Amicis, vale a dire uno dei più fedeli burocrati al servizio di Federico II e nondimeno, successivamente da questi esiliato insieme ad un suo consanguineo, Guglielmo: tanto il primo, quanto il secondo sarebbero stati discendenti di un conte de Amico, cantato da Guglielmo di Puglia (39) come compagno del Guiscardo e di Ruggero d’Altavilla, e capostipite di una longeva e vigorosa dinastia feudale, cui afferivano non solo i discendenti di Guglielmo de Amicis, ma anche i conti di Giovinazzo (40).”. La Lamboglia, a pp. 26-27, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Pispisa, Il Regno di Manfredi. Proposte di interpretazione, Messina, Sicania, 1991, p. 13. Il doppio cognome Lancia-d’Agliano, col quale sovente è indicata Bianca da un lato, e i dati non sempre coincidenti dei cronisti dall’altro hanno dato luogo a non pochi equivoci circa la genealogia dell’amante dell’Imperatore Federico; nondimeno, su questo tema si veda, ora, la disamina di  N. Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, in Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia, Atti del Convegno (Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990), a cura di R. Bordone, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1992, pp. 55-80.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (36) postillava: “(36) In proposito, denunciano già una lettera di papa Urbano IV del 26 aprile 1262 e il pronunciamento di papa Clemente IV del 18 novembre 1266, entrambi citati in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, pp. 55-56”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (37) postillava che: “(37) Sui Lancia piemontesi, si rinvia al vecchio e ancor valido studio di C. Mekel, Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana dell’epoca sveva, Torino, E. Loescher, 1886; ma si vedano da ultimo, gli atti del recente convegno Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990, Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia (supra).”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (38) postillava che: “(38) Per le discrepanze tra le genealogie relative a Bianca, cfr. in proposito, i due alberi genealogici ancora in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, p. 80. Sulla figura di Bianca, si veda altresì la successiva voce di R. Bordone (a cura di), Bianca Lancia, in Enciclopedia Fridericiana (EF), Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002, 3 voll., vol. I, pp. 174-176.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Tale genealogia è stata ricostruita, per altro contesto ed altre circostanze da Sciascia, Le donne e i cavalier, pp. 44-45. Sul ceppo dei de Amicis, si rinvia ancora a Ead, Nome e memoria: i de Amicis dalla conquista normanna al Vespro, pp. 615-622.”.

Manfredi II Lancia di Asti ed i figli Galvano Lancia e Federico Lancia

Da Wikipedia leggiamo che i Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia ed un Conte Giordano grande personaggio di quei tempi, detto di Agliano e che forse era anche fratello dei Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori.”.

Nel 1225, Bianca Lancia, sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi

Da Wikipedia leggiamo che a partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero:

  • Costanza (1230-1307), imperatrice bizantina;
  • Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266);

forse

  • Violante (1233-1264) moglie di Riccardo Sanseverino conte di Caserta.

Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: “….un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Dunque, il Mazziotti citava il testo di Carlo Merkel (….), ed il suo “Manfredi I e Manfredi II Lancia – contributo alla storia politica e letteraria nell’epoca sveva”, pubblicato a Torino nel 1886. Un altro testo che ci parla di Manfredi e delle sue origini è quello di Michele Cianciulli (….), ed il suo “Re Manfredi e la tradizione della sua tomba in Montevergine etc….”, pubblicato a Milano per i tipi di Mosca, nel 1951. Cianciulli, a p. 16, in proposito scriveva che: “Figlio naturale di Federico II e di Bianca dei marchesi Lancia, la bella vedova, figlia di Bonifazio Guttuario, Castellano di Angliano, presso Asti, egli nacque sullo scorcio del 1232 (1).”. Dunque, Cianciulli scrive che Bianca Lancia era figlia di Bonifacio Bottuario, castellano di Anglano, un paese vicino Asti. Il Cianciulli parla di una “bella vedova”. Dunque, il Cianciulli dice di Bianca Lancia che era la bella vedova dei Marchesi Lancia, figlia di “Bonifazio Guttuario” che era il castellano di “Angliano”, un paese presso Asti in Piemonte. Secondo le discordi fonti del tempo, Bianca apparteneva alla nobile famiglia aleramica dei Lancia da parte di madre; forse era figlia di Bonifacio I d’Agliano, conte di Agliano, conte di Mineo e signore di Paternò, e di una Bianca Lancia (figlia del marchese piemontese Manfredi I Lancia). Il genealogista seicentesco Filadelfo Mugnos la vorrebbe, invece, figlia di Corrado Lancia dei duchi di Baviera, conte di Fondi, grande figura della storia medioevale europea, e sorella di Galvano Lancia, signore di Brolo e barone di Longi, capostipite di tutti i Lanza di Sicilia. Forse il suo vero nome era Beatrice. Il Cianciulli, a p. 17, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il matrimonio tra Federico e Bianca Lancia fu concluso nel 1232. Da questo matrimonio nacquero Manfredi e Costanza, la quale, nel 1247 andò sposa all’Imperatore di Nicea.”. Il Cianciulli, a p. 17 scriveva che: “Figlio di teneri amori (3), era adorno di ogni grazia di natura ed era bello come un terrestre arcangelo”. Da Wikipedia leggiamo che i Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Bianca Lancia, sarà l’ultima amante prima e sposa dopo di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacque Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia. Da Wikipedia leggiamo che Bianca Lancia, meglio Bianca d’Agliano (Agliano Terme, 1210 circa – Gioia del Colle, 1248 circa), è stata l’ultima moglie dell’imperatore Federico II di Svevia, che egli forse sposò in articulo mortis. Dalla loro relazione nacquero tre figli, tra cui Manfredi. Sono frutto di ipotesi congetturali sia il nome Bianca sia la verosimile appartenenza ai Lancia. Bianca Lancia nacque, probabilmente, in Italia meridionale. La Cronaca di Salimbene de Adam accenna ad un matrimonio segreto con Federico II e il cronista Matteo Paris riferisce che (di certo dopo il 1247), gravemente malata (o simulandosi tale), Bianca supplicò il sovrano di sposarla in articulo mortis, per la salvezza dell’anima e per il futuro dei figli. A questa unione Federico avrebbe acconsentito. È estremamente probabile che Bianca sia premorta al marito (attorno al 1248), in quanto ancora l’anno prima Manfredi era indicato come “Manfredus Lancea” (non era ancora stato legittimato), mentre nel testamento paterno del 1250 compare tra i destinatari dell’Honor Montis Sancti Angeli, tradizionale dote delle regine, e assegnato evidentemente a Bianca all’atto del matrimonio compiuto sul letto di morte pochi mesi prima. Essendo già morta l’imperatrice Isabella d’Inghilterra (1241), Bianca era stata investita infatti del feudo dell’ex fortilizio bizantino di Monte Sant’Angelo, l’Honor Montis Sancti Angeli appunto, comprensivo delle città di Vieste e Siponto e in dotazione a tutte le regine di Sicilia per volontà di re Guglielmo II di Sicilia. Una leggenda vuole che presso il castello di Monte Sant’Angelo Bianca fosse stata tenuta prigioniera della gelosia dell’imperatore. Stessa storia è tramandata a proposito della rocca di Gioia del Colle, dove sarebbe stata rinchiusa dall’imperatore per aver commesso adulterio. Bianca potrebbe aver vissuto in giovane età fra le mura del castello dei Lancia a Brolo e poi molto probabilmente nel maniero di Paternò e forse in quello di Gioia del Colle. La storia d’amore tra Bianca Lancia e l’imperatore Federico II viene raccontata nel romanzo di Laura Mancinelli Gli occhi dell’imperatore. La Mancinelli segue però la versione della Cronica di fra Salimbene da Parma, secondo il quale il matrimonio avvenne poco prima della morte dell’imperatore, alla fine del 1250. Da Wikipedia, alla voce Manfredi leggiamo che era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca Lancia d’Agliano (3) sposata poco prima della sua morte, dall’imperatore rimasto vedovo di Isabella d’Inghilterra, e quindi pienamente legittimato, malgrado la Curia romana disconoscesse quel vincolo matrimoniale, mossa com’era dal suo profondo odio per la casa di Hohenstaufen. Wikipedia, alla nota (3) postillava che: “(3) la maternità di Bianca appare non unanimemente accettata; Federico potrebbe aver concepito Manfredi con un’altra donna, e poi aver legittimato l’erede sposando la Lancia – probabilmente nel 1248 – in articulo mortis, anche se la Curia non riconobbe mai questa legittimazione”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Bianca Lancia era figlia di Bonifacio Lancia d’Agliano, divenne l’amante dell’imperatore Federico II, cui diede un figlio, Manfredi, e una figlia, Costanza, che sposò Giovanni III Ducas Vatatze, imperatore d’Oriente (o di Nicea). Federico, rimasto vedovo di Isabella d’Inghilterra, la sposò (1246), e ne legittimò i figli. Sul blog “Stupormundi.it” di Alberto Gentile leggiamo che Bianca Lancia, fu l’unica donna che riuscì a conquistare veramente il difficile cuore di Federico. I due si conobbero tra 1225 e 1230, fu subito un reciproco colpo di fulmine. Bianca apparteneva alla nobile famiglia dei Lancia da parte di madre; forse era figlia di Bonifacio I d’Agliano conte di Agliano e di una Bianca Lancia (figlia del marchese piemontese Manfredi I Lancia). Le notizie relative all’incontro tra i due sono discordanti. Secondo alcuni autori i Lancia e i d’Agliano, nobili famiglie ghibelline del Piemonte, dopo l’ascesa dei Liberi Comuni, si sarebbero trasferiti nel Regno di Sicilia al seguito della corte sveva in cerca di miglio fortuna. Quindi alcuni ritengono che Federico e Bianca possono essersi incontrati a Lagopesole o a Brolo nei pressi di Messina. Per altri autori pare che Federico abbia incontrato Bianca ad Agliano nel corso di un giro di ricognizione delle città imperiali del nord della penisola. L’imperatore, invaghitosi della bella ragazza volle portarla con sé al seguito dello zio di lei, Manfredi, marchese di Monferrato. Quindi secondo queste fonti le famiglie Lancia e d’Agliano si sarebbero trasferite al sud dopo l’incontro tra i due.

Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “Problematico invece è il legame di Bella con il ‘clan’ dei Lancia per via dei rapporti non sempre definiti di quest’ultimi (35), e per il quale occorre necessariamente risalire almeno a Bianca, amante dell’imperatore Federico II, sposata pare poi in punto di morte, e madre dell'”illeggittimo” Manfredi, secondo una ben attestata tradizione archivistica (36), prima ancora che da una ‘vulgata’ letteraria, diffusa da Dante in poi. Bianca era infatti legata al ‘clan’ dei Lancia per via materna – nella fattispecie, Manfredi I Lancia (il Vecchio) ne fu il nonno e Manfredi II Lancia lo zio (37) – e derivava il secondo cognome – d’Agliano nel primo decennio del XIII secolo; tra il 1226 ed il 1230, poi passò con la madre e con tutti i parenti piemontesi nel Regno di Sicilia a seguito del rapporto che ormai legava Manfredi II Lancia all’Imperatore (38). Bella seguiva di una generazione ed era ancora legata al ‘clan’ Lancia – sembrerebbe – mediante uno dei rami cadetti – i Lancia de Amicis – la cui vicinanza alla casa sveva era già da lungo corso determinata, se un suo fratello pare essere stato Ruggero de Amicis, vale a dire uno dei più fedeli burocrati al servizio di Federico II e nondimeno, successivamente da questi esiliato insieme ad un suo consanguineo, Guglielmo: tanto il primo, quanto il secondo sarebbero stati discendenti di un conte de Amico, cantato da Guglielmo di Puglia (39) come compagno del Guiscardo e di Ruggero d’Altavilla, e capostipite di una longeva e vigorosa dinastia feudale, cui afferivano non solo i discendenti di Guglielmo de Amicis, ma anche i conti di Giovinazzo (40).”. La Lamboglia, a pp. 26-27, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Pispisa, Il Regno di Manfredi. Proposte di interpretazione, Messina, Sicania, 1991, p. 13. Il doppio cognome Lancia-d’Agliano, col quale sovente è indicata Bianca da un lato, e i dati non sempre coincidenti dei cronisti dall’altro hanno dato luogo a non pochi equivoci circa la genealogia dell’amante dell’Imperatore Federico; nondimeno, su questo tema si veda, ora, la disamina di  N. Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, in Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia, Atti del Convegno (Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990), a cura di R. Bordone, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1992, pp. 55-80.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (36) postillava: “(36) In proposito, denunciano già una lettera di papa Urbano IV del 26 aprile 1262 e il pronunciamento di papa Clemente IV del 18 novembre 1266, entrambi citati in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, pp. 55-56”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (37) postillava che: “(37) Sui Lancia piemontesi, si rinvia al vecchio e ancor valido studio di C. Mekel, Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana dell’epoca sveva, Torino, E. Loescher, 1886; ma si vedano da ultimo, gli atti del recente convegno Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990, Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia (supra).”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (38) postillava che: “(38) Per le discrepanze tra le genealogie relative a Bianca, cfr. in proposito, i due alberi genealogici ancora in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, p. 80. Sulla figura di Bianca, si veda altresì la successiva voce di R. Bordone (a cura di), Bianca Lancia, in Enciclopedia Fridericiana (EF), Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002, 3 voll., vol. I, pp. 174-176.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Tale genealogia è stata ricostruita, per altro contesto ed altre circostanze da Sciascia, Le donne e i cavalier, pp. 44-45. Sul ceppo dei de Amicis, si rinvia ancora a Ead, Nome e memoria: i de Amicis dalla conquista normanna al Vespro, pp. 615-622.”.

Nel 12…., Isabella (“Donna Bella”) Amico (o de’ Amicis), o “Bella Amico” o “d’Amichi” detta “Bella Lancia” sposa di Riccardo di Lauria e madre di Ruggero di Lauria, zia di Bianca Lancia

Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia era nipote di Isabella (Donna Bella) Amico. Isabella Amico o “Donna Bella” Lanza sposò in seconde nozze il conte di Lauria, Riccardo di Lauria o di “Loria” e, dalla loro unione nacque il grende ammiraglio Ruggiero di Lauria. Isabella Amico, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacquero Costanza e Manfredi di Svevia. Chi era Isabella Amico ?. Abbiamo visto chi fosse Bianca Lancia e le sue origini Aleramiche. Abbiamo visto che Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia era figlia di Bianca Lancia era la nipote di Manfredi II Lancia, fratello della madre Bianca Lancia che fu sposa di Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato). Dunque, Manfredi II Lancia era lo zio della futura sposa di Federico II di Svevia. Sappiamo che Isabella Amico o “Donna bella” Amico, che in seconde nozze andò sposa a Riccardo di Lauria era la zia di Bianca Lancia. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hohenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Dunque, donna Isabella Lancia era sorella di Guglielmo Amico. Guglielmo Amico (1194 circa – Messina, …) è stato un diplomatico italiano, al servizio dell’imperatore Federico II. Guglielmo nasce intorno al 1194; non è dato sapere se sia figlio di Ruggiero Amico, poeta della Scuola Siciliana, mentre è certo che diverrà in seguito zio di Ruggiero di Lauria. Sappiamo pure che nel 1266 la dinastia sveva viveva momenti difficili culminati, due anni più tardi, nella decapitazione del sedicenne sovrano Corradino per volontà di Carlo I d’Angiò e Ruggero di Lauria insieme alla madre “Donna Bella”, insieme ad altri esuli siciliani si rifugiò a Barcellona alla corte della regina Costanza, consorte dell’infante e futuro re d’Aragona Pietro III, nonché figlia di Manfredi e cugina di Corradino. Donna bella o Isabella Amico, zia di Bianca Lancia, in Sicilia, al tempo di re Manfredi è stata la nutrice di Costanza Hoenstaufen. Michele Cianciulli (….), ed il suo “Re Manfredi e la tradizione della sua tomba in Montevergine etc….”, pubblicato a Milano per i tipi di Mosca, nel 1951. Cianciulli, a p. 16, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Da questo matrimonio, concluso nel 1247, nacque Costanza, la “bella figlia”, che, per essere andata sposa a Pietro III d’Aragona, fu la “genitrice de lamor di Cicilia e d’Aragona””. Il Cianciulli scriveva che nel 1247, dal matrimonio di Manfredi con Beatrice di Savoia nasce Costanza Hoenstaufen che poi andò sposa a Pietro III d’Aragona. Costanza andò sposa a Pietro III d’Aragona. Costanza II di Sicilia, anche Costanza di Svevia, o ancora Costanza di Hohenstaufen, e Costanza d’Aragona (Catania, 1249 – Barcellona, 9 aprile 1302), figlia del re di Sicilia Manfredi di Hohestaufen (figlio naturale dell’imperatore Federico II) e di Beatrice di Savoia, fu moglie di Pietro III e regina consorte di Aragona (1276-1285). Dunque, Donna Isabella Amico fu la nutrice di Costanza, figlia di Manfredi di Svevia, quando nacque nel 1249. Questa “Bella Amico”, era figlia di Guglielmo Amico. Sotto gli Svevi il territorio venne attribuito a Guglielmo Amico, che rimase in carica fino a quando Federico II di Svevia non morì e Ficarra gli fu tolto. La sua vedova, Macalda di Scaletta (1240 ca.-1308 ca.), e il secondo marito Alaimo da Lentini, protagonista dei Vespri siciliani, divennero i nuovi proprietari. La spregiudicata baronessa ebbe gravi contrasti con la Corona di Aragona per il possesso di questo feudo.  Caduti in disgrazia, Macalda e Alaimo persero il feudo, che fu assegnato a Ruggero di Lauria, erede di Guglielmo Amico. Ruggero era il comandante in capo della flotta del Regno di Sicilia e vinse alcune battaglie contro gli angioini. Ciò non impedì al re di confiscargli i beni, tra cui Ficarra, che venne assegnata al nobile Ugo Lancia di Brolo padre di Blasco Lancia e già Signore di Mongiolino, Galati e Longi, che già rivendicava in detta terra di Ficarra un oliveto in contrada San Mauro. Dunque, Riccardo di Lauria, al tempo di Manfredi, sposando “Bella Amico”, oltre ai suoi vasti possedimenti Lucani, divenne barone di Ficarra, un paese sui Nebrodi in provincia di Messina. Paola Bottini, nella presentazione al testo, in proposito scriveva che: “Ruggiero……adolescente e già orfano del padre Riccardo, caduto con Manfredi di Svevia nella battaglia di Benevento. Vi giunge al seguito di Costanza, figlia del sovrano ucciso ed erede al trono di Sicilia (della quale era fratello di latte, dato che sua madre, Bella Lancia, ne era la nutrice), ecc…”. Dunque, nel testo è la Bottini che la chiama “Bella Lancia”. Ancora la Bottini, a p. 14, in proposito scriveva che: “Dai registri della corte aragonese emerge l’alta considerazione di cui godeva donna Bella, che ricopriva un ruolo tutt’altro che secondario (cui forse non è estraneo, oltre al suo rapporto con Costanza, il legame di ruolo che si riflette sul posto occupato dei suoi parenti maschi, ugualmente ospiti della casa d’Aragona.”. Su Bella Amico, sposa di Riccardo, i due studiosi Augurio e Musella, a pp. 25-26 scrivevano che: “Dopo questo tragico evento il destino di Ruggiero s’intrecciò più fittamente con quello dei membri superstiti della casa sveva. Costanza di Svevia (28), figlia di Manfredi ed erede al trono di Sicilia, aveva sposato il 13 giugno 1262 Pietro d’Aragona (29), figlio di Giacomo I re d’Aragona…..Costanza, orfana di madre, con il padre unito in seconde nozze a Elena d’Epiro, aveva circa tredici anni quando giunse alla corte di Giacomo ed è naturale che, essendo così giovane, non venisse separata dai familiari che l’avevano accompagnata nella nuova terra. Nell’Archivio Real de la Corona de Aragòn in Barcellona sono conservati, insieme ai registri delle spese di corte, molti documenti politici e privati dell’infante Pietro (31). In questi, con una certa frequenza, troviamo il nome di Bella Lancia, nutrice di Costanza e madre di Ruggiero: “aveva (Bella) educato la detta reina ed era venuta con lei in Catalogna; ed era savia, onesta e buona donna. E stette là per tutto il tempo che visse la reina (32)”. Sotto ogni riguardo Bella ebbe una posizione di preferenza: a lei erano affidati i gioielli della regina, con ogni probabilità amministrava la Cassa di Costanza e pare che fosse consultata in tutte le faccende di corte più importanti. Bella riceveva in compenso regali preziosi, pellicce, perle, piume, per se e per sua figlia Margherita nonchè rendite cospicue da parte dell’infante. Bella viene indicata nei Libri di Conti col titolo di “Madonna”, termine impiegato per tutte le donne nobili italiane a corte, mentre per quelle catalane si usava premettere il termine “Na” al nome.”. Dunque, Bella Amico, dopo essersi sposata in seconde nozze con Riccardo di Lauria, si trasferì alla corte catalana e spagnola degli Aragona di re Giacomo I d’Aragona, in occasione del matrimonio di Costanza di Svevia (figlia di Manfredi) con Pietro I d’Aragona, il 13 giugno 1262. Costanza era giovanissima, aveva 13 anni e portò con se in Spagna anche la sua nutrice Bella Amico che, nel 1249 aveva sposato Riccardo di Lauria e che nel frattempo aveva avuto Ruggiero di Lauria, nel 17 gennaio 1250. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo di Lauria era il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, (1) fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. In Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Vito Amico, Dizionario topografico della Sicilia (tradotto dal latino ed annotato da Gioacchino Dimarzo), Tipografia P. Morvillo, Palermo, 1855, p. 448″. Dunque, in questo passaggio Wikipedia accenna al legame dei “Amico” con i Lancia e le origini di “Isabella Lancia”. In questo passaggio si scrive che Riccardo era il padre di una zia acquisita di Mandredi di Svevia, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca Lancia (sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia). Dunque, Bianca Lancia, madre di Manfredi e sposa di Federico II di Svevia, secondo questo passaggio era sorella di Corrado Lancia che era sposato con una zia acquisita di Manfredi. Chi era questa zia acquisita di Manfredi ? Chi era Corrado Lancia ?. Corrado Lancia era fratello di Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia e di Costanza. Inoltre su Wikipidia troviamo che Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi”. Dunque, Corrado Lancia era fratello di Bianca Lancia, madre di Manfredi e “Bella Amico” era la zia di Bianca Lancia e di Corrado Lancia. Da Wikipedia leggiamo che Corrado I Lancia (… – Capo d’Orlando, 4 luglio 1299) è stato un politico e militare italiano del XIII secolo. Fu primo conte di Caltanissetta. Corrado Lancia, discendente della famiglia Lancia di origine piemontese, fu figlio di Federico e fratello di Manfredi Lancia. Fu sposato con Berengaria de Santa Fede, dalla quale ebbe due figli, Federico e Blasco. Visse in Catalogna fin dalla prima giovinezza, dove fece gli studi. Fu nominato ammiraglio del regno di Valencia nel 1278 dal re Pietro III di Aragona. Dalla Treccani on-line leggiamo che Federico Lancia, era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Durante il regno di Manfredi il L. mise insieme cospicue proprietà e ricchezze, per quanto inferiori a quelle del fratello Galvano; esse si concentravano soprattutto nel territorio calabrese ma giungevano a comprendere anche la città di Messina. Oltre alla giurisdizione sulla contea di Squillace, egli estese il suo potere per mezzo di amministratori a lui devoti, ma soprattutto ricorrendo a espropri a danno degli oppositori del regime: si impossessò del casale Cristo, posto nella piana di San Martino, già appartenente ai Ruffo; ebbe i beni di Raimondo di Oppido distribuiti in numerose località e quelli di Ruggero de Rao in Anoia; a questi si aggiunsero i possessi immobiliari in Messina, città nella quale dal 1250 al 1263 ebbe l’appoggio della sua parente Beatrice Lancia, badessa di S. Maria Monialium, fiera oppositrice dei domenicani nonostante gli ammonimenti di Alessandro IV nel 1259 e di Urbano IV nel 1263. Risulta evidente la capacità del L. di creare fedeltà e consenso nei luoghi sottoposti alla sua influenza attraverso la distribuzione di privilegi a clientele di milites e di borgesi; seppe inoltre impegnarsi in redditizie intraprese economiche come la costruzione del grande fondaco dei Veneziani a Messina, che rendeva ogni anno più di 50 once d’oro, e nell’organizzare allevamenti in Calabria di mandrie di buoi e cavalli e di greggi di pecore. Tra le sue realizzazioni si conta anche la costruzione di una villanova nell’attuale Torriana presso Reggio Calabria, avvenuta negli anni in cui era vicario generale nella regione. Leggendo il Kantarowicz e cercando la voce “Bella Amico”, ho trovato il nome di “Bella de’ Amicis”. Leggendo sulla Treccani on-line alla voce “Ruggero de’ Amicis” è scritto che: “Un Guglielmo, “comes de Amico” e signore di Ficarra, è ricordato dal cronista messinese Bartolomeo da Neocastro come esule da Messina al tempo degli Svevi e primo marito di Macalda, la quale dopo la sua morte si risposò con Alaimo da Lentini, il noto protagonista del Vespro e capitano di Messina al tempo della “communitas” (Historia Sicula, in Rer. Ital. Script., 2 ed., XIII, 3, a cura di G. Paladino, p. 67). Guglielmo era inoltre zio di Ruggiero di Lauria, il famoso ammiraglio al servizio degli Aragonesi, e quindi fratello della madre di questo, Bella, la nutrice di Costanza di Svevia, futura regina d’Aragona e di Sicilia. Il Lauria infatti riottenne il feudo di Ficarra, di cui si era appropriata Macalda dopo la morte di Guglielmo, dopo la conquista aragonese della Sicilia. Un Orlando De Amicis negli anni 1262-65 fu invece zecchiere di Messina (I registri della Cancelleria angioina, II, p. 90). Quali fossero i rapporti di parentela tra questi membri della famiglia e il D. non è possibile stabilire. Guglielmo comunque, come il D. stesso, era coinvolto, insieme con il padre Amico, nella congiura del 1246 contro l’imperatore Federico II (cfr. Les registres d’Innocent IV, n. 4033).” Leggendo sulla Treccani on-line alla voce “Ruggero de’ Amicis” apprendiamo che: “nel marzo del 1246, partecipò alla congiura contro Federico II manovrata da Innocenzo IV che vedeva coinvolti vari baroni e alti funzionari del Regno come il poeta Giacomo della Morra e Andrea di Cicala, capitano e maestro giustiziere, insieme con il D. nel 1239-40. I motivi per tale partecipazione non sono noti, ma vanno ricercati probabilmente nei legami famigliari che lo univano con altri ribelli. Due donne della sua famiglia erano infatti sposate con due dei congiurati: Mabilia De Amicis con Ruggiero di Bisaccio, Bella De Amicis (non è chiaro se è da identificarsi con la già ricordata madre di Ruggiero di Lauria) con Guglielmo di Montemarano.“. Infatti, il Kantarowicz, a p. 742, nelle sue note al testo postillava che: “Tuttavia, la partecipazione di questi calabresi alla grande congiura si fa probabile per altri motivi – anzitutto quella di Ruggero de Amicis. Due donne dei de Amicis erano già spose dei congiurati del 1246: Mabilia di Ruggero da Bisaccio e Bella di Guglielmo di Monte Marano. Che il primo, signore di Castel Labello (Bella, a sud di S. Fede, a so di Melfi) e di altre terre nelle vicinanze di Melfi, abbia partecipato alla congiura, non vi è il minimo dubbio; perchè suo figlio Riccardo vene riammesso al godimento dei propri beni da Carlo d’Angiò, che un altro Riccardo, il padre di Ruggero da Bisaccio, aveva perduto in seguito alla congiura del ’46 (2). Se pure già da questo si sia portati a concludere per la sua partecipazione anche alla rivolta, la cosa si fa certa quando si consideri che Ruggero da Bisaccio morì già nel 1248 e che la sua baronia fu restituita alla vedova di lui, Mabilia, da papa Innocenzo IV (3). Anche Bella fu reintegrata nell’estate del ’48, sempre dal papa, nel godimento dei beni del defunto marito Guglielmo di Montemarano; (4) il che dimostra che anche questi aveva pagato con la vita la sua partecipazione alla congiura.”. Dunque, il Kantorowicz li chiama “le due mogli di casa de Amicis”. Il Kantorowicz, a p. 742, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Capasso, Histor. diplom., p. 348.”. Il Kantorowicz, a p. 742, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Berger, 4035”. Il Kantorowicz, per “Berger” intendeva il testo di Elie Berger (….), il suo “Les registres d’Innocent IV”, in Biblioth. des écoles francaises d’Athènes et de Rome, Parigi, 1884. Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 15, in proposito scriveva che: “Qui, il Lauria era giunto insieme alla madre Bella Lancia d’Amichi o de Amicis (3), nel lontano 1262, in occasione delle nozze dell’infante Pietro con Costanza, figlia di Manfredi, re di Sicilia (4). Effettivamente, nei ‘Registri’ dell’Infante, successivi al 1262 – in particolare, nei libri di conto di quest’ultimo -, i nomi di Bella e di Ruggero risultano ricorrenti insieme a quelli di altri personaggi e cavalieri, non esclusivamente Siciliani, quanto piuttosto catalano-aragonesi, che formano il seguito sia di Costanza (5), sia di Pietro (6).”. La Lamboglia, a p. 15, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bella è diminutivo di Isabella, per quanto la donna venga costantemente indicata nella documentazione unicamente come “Bella”. Il cognome “DAMICHI” si trova in un diploma dell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona (e, da ora, ACA), Real Cancilleria (e da ora, RC) Reg. 19, f. 75 v. Sul ceppo dei De Amicis, si vedano L. Sciascia, Le donne e icavalier, gli affanni e gli agi. Famiglia e potere in Sicilia tra il XII e XIV secolo, Messina, Sicania, 1993, pag. 44 e EAD, Nome e memoria: i de Amicis, dalla conquista normanna al Vespro, in ‘Puer Apuliae’, mélanges offerts a Jean-Marie Marten, Edites par E. Cuozzo – V. Déroche – A. Peters Custot – V. Prigent, Paris, ACHCByz, 2008 (Monographie, Centre de Recerche d’Histoire et Civilitations de Byzance, 30), 2 vols., vol. 2, pp. 615-622.”. Riguardo la citazione di “EAD”, la Lamboglia si riferiva a EAD – Encoded Archival Description risale al Berkeley Finding Aids Project (BFAP), avviato nel 1993, presso la Berkeley University in California. La Lamboglia, a p. 2 postillava: “(4) Sul matrimonio tra Pietro e Costanza, si vedano L. PUGLISI, Le nozze di Costanza di Sicilia e Pietro II d’Aragona, «Archivio Storico Siciliano», III.10, 1959, pp. 199-214; D. GIRONA LAGOSTERA, Mullerament de l’Infant En Pere de Catalunya ab Madona Costança de Sicilia, Barcelona 1920, utile soprattutto per l’ampia appendice diplomatica che accompagna il saggio e, da ultimo, M. BRANTL, Studienzum Urkunden- und Kanzleiwesen König Manfreds von Sizilien (1250) 1258-1266, Inaugural Dissertation zu Erlangung des Doktorgrades der Philosophie an der Ludwig-Maximilians-Universität, München 1994, doc. 344, p. 397. (5) Su Bella, si vedano ad esempio ACA, RC, Reg. 17, f. 113r; Reg. 18, f. 72r (ma sul folio segnato 36v per via di una numerazione invertita); Reg. 28, ff. 85v, 108r – 109r, 112v – 114r, 189r; Reg. 29, ff. 1r, 169r, ff. 188r – 188v [ma trascritto anche nella recente riedizione di F. SOLDEVILA, Pere el Gran. Primera part: el Infant, a cura de M.T. FERRER MALLOL, Barcelona, Institut d’Estudis Catalans, 1995 (Memòries de la Secció històrico-arqueòlogica, LXVIII/1) doc. 25, p. 455], 189r; Reg. 30, ff. 6v, 7v, 10v, 71v, 104v; Reg. 31, ff. 35v, 58r e 58r bis; Reg. 32, ff. 23v, 92r, 94r – 95r, 97v; Reg. 33, ff. 19v, 35r. (6) Relativamente a Ruggero valgano esemplarmente le seguenti menzioni in ACA, RC, Reg. 33, ff. 8v, 20r, 53r-53v (parzialmente trascritto in SOLDEVILA, Pere el Gran. Primera part: el Infant, p. 291n), 62v; Reg. 34, f. 1r, 5v, 7r-7v, 36r, 52r, 64v, 66r, 83r, ma oltre a quelle qui indicate chi scrive ha individuato altre settanta referenze di questo tipo comprese nei Regg. 33-37. (7) A. KIESEWETTER (a cura di), Lauria, Ruggero di, in Dizionario biografico degli Italiani (e da ora DBI), 64, 2005, pp. 98-103. (8) Si rimanda, per tutti i riferimenti bibliografici del caso, a R. LAMBOGLIA ecc..”. Dunque, la Lamboglia cita il cognome di Isabella Lancia che negli Archivi della Corona d’Aragona a Barcellona è detta “Bella”. La Lamboglia scriveva che ella si chiamava “Bella Lancia d’Amichi o de Amicis (3)”, e nella sua nota (3) postillava: “Il cognome “DAMICHI” si trova in un diploma dell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona (e, da ora, ACA), Real Cancilleria (e da ora, RC) Reg. 19, f. 75 v.”. Sempre su Bella Lancia, la Lamboglia, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “Problematico invece è il legame di Bella con il ‘clan’ dei Lancia per via dei rapporti non sempre definiti di quest’ultimi (35), e per il quale occorre necessariamente risalire almeno a Bianca, amante dell’imperatore Federico II, sposata pare poi in punto di morte, e madre dell'”illeggittimo” Manfredi, secondo una ben attestata tradizione archivistica (36), prima ancora che da una ‘vulgata’ letteraria, diffusa da Dante in poi. Bianca era infatti legata al ‘clan’ dei Lancia per via materna – nella fattispecie, Manfredi I Lancia (il Vecchio) ne fu il nonno e Manfredi II Lancia lo zio (37) – e derivava il secondo cognome – d’Agliano nel primo decennio del XIII secolo; tra il 1226 ed il 1230, poi passò con la madre e con tutti i parenti piemontesi nel Regno di Sicilia a seguito del rapporto che ormai legava Manfredi II Lancia all’Imperatore (38). Bella seguiva di una generazione ed era ancora legata al ‘clan’ Lancia – sembrerebbe – mediante uno dei rami cadetti – i Lancia de Amicis – la cui vicinanza alla casa sveva era già da lungo corso determinata, se un suo fratello pare essere stato Ruggero de Amicis, vale a dire uno dei più fedeli burocrati al servizio di Federico II e nondimeno, successivamente da questi esiliato insieme ad un suo consanguineo, Guglielmo: tanto il primo, quanto il secondo sarebbero stati discendenti di un conte de Amico, cantato da Guglielmo di Puglia (39) come compagno del Guiscardo e di Ruggero d’Altavilla, e capostipite di una longeva e vigorosa dinastia feudale, cui afferivano non solo i discendenti di Guglielmo de Amicis, ma anche i conti di Giovinazzo (40).”. La Lamboglia, a p. 26, nella sua nota (35) postillava che: “N. Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, in Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia, Atti del Convegno (Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990), a cura di R. Bordone, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1992, pp. 55-80.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (36) postillava: “(36) In proposito, denunciano già una lettera di papa Urbano IV del 26 aprile 1262 e il pronunciamento di papa Clemente IV del 18 novembre 1266, entrambi citati in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, pp. 55-56”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (37) postillava che: “(37) Sui Lancia piemontesi, si rinvia al vecchio e ancor valido studio di C. Mekel, Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana dell’epoca sveva, Torino, E. Loescher, 1886; ma si vedano da ultimo, gli atti del recente convegno Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990, Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia (supra).”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (38) postillava che: “(38) Per le discrepanze tra le genealogie relative a Bianca, cfr. in proposito, i due alberi genealogici ancora in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, p. 80. Sulla figura di Bianca, si veda altresì la successiva voce di R. Bordone (a cura di), Bianca Lancia, in Enciclopedia Fridericiana (EF), Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002, 3 voll., vol. I, pp. 174-176.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Tale genealogia è stata ricostruita, per altro contesto ed altre circostanze da Sciascia, Le donne e i cavalier, pp. 44-45. Sul ceppo dei de Amicis, si rinvia ancora a Ead, Nome e memoria: i de Amicis dalla conquista normanna al Vespro, pp. 615-622.”.

Nel 1229, dopo la V Crociata, Federico II di Svevia ed i Lancia nelle nostre terre

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi. Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che ai tempi di Federico II di Svevia, Torraca apparteneva alla Baronia del Cilento che “toccò” ai Lancia, di cui una grande esponente fu la madre di re Manfredi, Bianca Lancia. La sorella di Bianca Lancia, sposò Riccardo di Lauria, padre dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”.

Nel 1232 nasce a Benevento Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia e Bianca Lancia

Di Manfredi leggiamo su Wikipidia che: “Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Sveviao Manfredi di Sicilia(Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia.Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino di Svevia dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258.”. Da Wikipedia leggiamo che a partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero:

  • Costanza (1230-1307), imperatrice bizantina;
  • Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266);

Manfredi nacque e visse la sua fanciullezza a Venosa in Basilicata. Era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca dei conti Lancia e Signori di Longi dei Duchi di Baviera. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: “….un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Dunque, il Mazziotti citava il testo di Merkel (….), ed il suo “Manfredi I e Manfredi II Lancia – contributo alla storia politica e letteraria nell’epoca sveva”, pubblicato a Torino nel 1886. Un’altro testo che ci parla di Manfredi e delle sue origini è quello di Michele Cianciulli (….), ed il suo “Re Manfredi e la tradizione della sua tomba in Montevergine etc….”, pubblicato a Milano per i tipi di Mosca, nel 1951. Cianciulli, a p….., in proposito scriveva che: “Figlio naturale di Federico II e di Bianca dei marchesi Lancia, la bella vedova, figlia di Bonifazio Guttuario, Castellano di Angliano, presso Asti, egli nacque sullo scorcio del 1232 (1).”. Il Cianciulli, a p. 17, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il matrimonio tra Federico e Bianca Lancia fu concluso nel 1232. Da questo matrimonio nacquero Manfredi e Costanza, la quale, nel 1247 andò sposa all’Imperatore di Nicea.”. Il Cianciulli, a p. 17 scriveva che: “Figlio di teneri amori (3), era adorno di ogni grazia di natura ed era bello come un terrestre arcangelo”. Dunque, il Cianciulli dice di Bianca Lancia che era la bella vedova dei Marchesi Lancia, figlia di “Bonifazio Guttuario” che era il castellano di “Angliano”, un paese presso Asti in Piemonte. Suo padre, l’imperatore Federico II morì il 13 dicembre 1250 e lasciò a Manfredi il Principato di Taranto con altri feudi minori; gli affidò inoltre la luogotenenza in Italia, in particolare quella del regno di Sicilia, finché non fosse giunto l’erede legittimo, il fratellastro di Manfredi, Corrado IV, che in quel momento era impegnato in Germania. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, ecc…”. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266). Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia.

Nel 1250, Federico II di Svevia muore a Ferentino, e si apre la successione al trono del Regno di Sicilia

Federico II cadde vittima di una grave patologia addominale, forse dovuta a malattie trascurate, durante un soggiorno in Fiorentino di Puglia; secondo Guido Bonatti, invece, sarebbe stato avvelenato. Egli, difatti, qualche tempo prima aveva scoperto un complotto, in cui fu coinvolto lo stesso medico di corte. Le sue condizioni apparvero immediatamente di tale gravità che si rinunciò a portarlo nel più fornito Palatium di Lucera e la corte dovette riparare nella domus di Fiorentino, un borgo fortificato nell’agro dell’odierna Torremaggiore, non lontano dalla sede imperiale di Foggia. Pandolfo Collenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 60, parlando della morte di Federico II di Svevia, in proposito scriveva che: “Lasciò erede universale nel Regno di Napoli, et in tutto l’Imperio di Roma, suo figlio Corrado Re d’Alemagna. Ad Enrico, minor figliuolo ancora legittimo, lasciò il Regno di Sicilia: oltra il Faro, il qual però havesse a tenere secondo la volontà di Corrado predetto, et lasciolli centomila once d’oro. ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, ecc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Federico II d’Hohenstaufen e i suoi tempi (1194-1250) Appunti dalle lezioni del Corso di Storia Medioevale etc…”, a p. 275 così scriveva della fine di Federico II di Svevia: “Il 7 dicembre, “in die sabbati”, Federico aveva dettato il suo testamento, e le sue disposizioni circa l’ordine della successione erano le seguenti: erede del trono era il figlio Corrado, re di Germania, nato dal suo matrimonio con Isabella di Brienne; nel caso che questi fosse morto senza figli, la successione sarebbe toccata all’altro figlio Enrico, nato da Isabella d’Inghilterra, a cui lasciava il Regno di Arles o quello di Gerusalemme, secondo il volere di Corrado. Infine se fosse morto pure Enrico e senza discendenti, l’eredità sarebbe passata a Manfredi, che Federico aveva avuto da Bianca Lancia, che aveva fatto legittimare dopo le sue nozze con costei e al quale assegnava il principato di Toscana e la contea di Monte S. Angelo in Puglia. Reggente o “balio” del Regno, fino all’arrivo di Corrado dalla Germania sarebbe stato il medesimo Manfredi, coadiuvato dal consigliere Bertoldo di Hohenburg.”, ma come vedremo le cose non andranno così.

Nel 1251, Corrado IV, figlio di Federico II di Svevia e la successione al trono del Regno di Sicilia

Corrado IV di Svevia, alla morte del padre l’Imperatore Federico II, insieme a suo fratello Manfredi, ereditò gran parte dei Regni del padre. La successione al trono del Regno di Sicilia, avvenuta dopo la morte dell’Imperatore Federico II, nel 1250, di cui venne a conoscenza probabilmente in gennaio, procurò a Corrado la successione in tre Regni ma peggiorò anche notevolmente la sua posizione. Corrado IV, scomunicato dal papa il 13 aprile 1251, decise di partire per l’Italia per trasferire la sua base nel Regno di Sicilia, del quale rivendicava l’eredità. Corrado IV, per punire la ribellione di Napoli ne trasferì l’Università a Salerno. Corrado IV, figlio di Federico II di Svevia, ridusse i diritti di sovranità al fratello Manfredi, restandogli il principato di Taranto e, negò il proprio consenso ad alcuni provvedimenti di governo di Manfredi, in primo luogo i ricchi infeudamenti dei Lancia, suoi parenti per parte di madre. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, ecc..”.

Nel 1250, Manfredi reggente di Corrado IV

Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, ecc…”. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia. Di Manfredi leggiamo su Wikipidia che: “Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Sveviao Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia. Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino di Svevia dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258.”. Manfredi nacque e visse la sua fanciullezza a Venosa in Basilicata. Era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca dei conti Lancia e Signori di Longi dei Duchi di Baviera. Suo padre, l’imperatore Federico II morì il 13 dicembre 1250 e lasciò a Manfredi il Principato di Taranto con altri feudi minori; gli affidò inoltre la luogotenenza in Italia, in particolare quella del regno di Sicilia, finché non fosse giunto l’erede legittimo, il fratellastro di Manfredi, Corrado IV, che in quel momento era impegnato in Germania.

Nel 1239, i Morra nel periodo Federiciano

Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 1252, l’Imperatore Corrado IV (figlio di Federico II) ed il Regno di Sicilia

Da Wikipedia leggiamo che preso atto della situazione disperata in Germania, Corrado decise di venire in Italia con la vana speranza di prendere possesso del Regno di Sicilia, che il fratellastro Manfredi teneva come reggente, ma che aspirava a fare proprio. Il sovrano nel 1251, all’abbazia di Sant’Emmerano di Ratisbona, subì un fallimentare attentato da parte dell’abate. Nell’ottobre dello stesso anno si mosse verso l’Italia, attraversò il Brennero, sostò a Verona e a Goito, dove incontrò i vicari imperiali; si imbarcò a Latisana sulle navi inviate dal fratellastro e nel gennaio 1252 sbarcò a Siponto, proseguendo poi insieme a Manfredi nella pacificazione del Regno. Nell’aprile del 1252 Corrado stanziò il proprio accampamento, con le sue milizie, a ponente di Casamassima, in una bassura designata con il nome di Padula. Qui gli chiese udienza il nobile Roberto da Casamassima, il quale gli comunicò che il padre Giovanni era stato spogliato, dall’imperatore Federico II di Svevia, del proprio feudo, passato nelle mani del nobile Filippo Chinardi. Corrado, fatta esaminare anche da suoi consiglieri la validità degli argomenti presentati, graziò Roberto da Casamassima e lo reintegrò immediatamente nel suo feudo con “rescritto imperiale in forma per Gualtiero di Ocre, gran cancelliere del Regno di Sicilia, sub data in Campis prope Padulam Die 20“. Nella dieta di Foggia (febbraio 1252) Corrado stabilì nuove condizioni per procurarsi la benevolenza della popolazione e di una più ampia schiera di baroni: l’abolizione della colletta generale; lo spostamento dell’università dalla ribelle Napoli a Salerno; l’annullamento di concessioni demaniali a favore dei Lancia (parenti di Manfredi) e persino la mancata ratifica del riconoscimento a Manfredi di feudi e della completa autorità nel Principato di Taranto che pure aveva ottenuto dal testamento paterno. Nel frattempo, anche per garantire la continuità nella politica di Federico II, si circondò di consiglieri che avevano già servito l’imperatore, quali Pietro Ruffo, luogotenente in Calabria e in Sicilia, Bertoldo di Hohenburg, Federico di Antiochia, il gran cancelliere Gualtiero di Ocre, il vicario Oberto Pelavicino. Nell’estate del 1252, Corrado IV, diede inizio all’offensiva contro i ribelli e, nel 1253, bandì i Lancia dal Regno minacciandoli di punizioni, con la sola esclusione di Bertoldo di Hohenburg, marito di Isotta Lancia. Corrado IV, pur scomunicato da Papa Innocenzo IV, aveva affidato a lui il figlio Corradino.  Corrado IV, morì il 21 maggio 1254, e si disse che fosse stato avvelenato da Manfredi. Nelle sue disposizioni testamentarie, Corrado IV, prima di morire, nominava come proprio successore il figlio Corradino di Svevia, nato in Baviera il 25 marzo 1252 dopo la sua partenza per l’Italia.

Nel 1252, l’Imperatore Corrado IV bandì i Lancia dal Regno di Sicilia e gli toglie i possedimenti

Corrado IV, figlio di Federico II di Svevia, ridusse i diritti di sovranità al fratello Manfredi, restandogli il principato di Taranto e, negò il proprio consenso ad alcuni provvedimenti di governo di Manfredi, in primo luogo i ricchi infeudamenti dei Lancia, suoi parenti per parte di madre. Nell’estate del 1252, Corrado IV, diede inizio all’offensiva contro i ribelli e, nel 1253, bandì i Lancia dal Regno minacciandoli di punizioni, con la sola esclusione di Bertoldo di Hohenburg, marito di Isotta Lancia. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano Lancia: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Con la venuta dell’Imperatore Corrado (giugno 1252) Manfredi perdette tutti i suoi e i feudi dei suoi amici. L’Imperatore mandò in esilio sia Galvano che Federico Lancia insieme all’altro zio del principe, Bonifacio d’Anglano. Manfredi poi restituì loro i beni avocati. I Lancia, con Manfredi, vennero scomunicati da Alessandro IV. I Lancia poi seguirono Corradino (inverno 1267).”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: L’imperatore Corrado venuto nel Regno nel giugno del 1252 prese ad avversare fieramente Manfredi, geloso della grande popolarità che questi aveva acquistato. Gli tolse i feudi donati a lui dal padre e cominciò a perseguitare i più devoti amici. Ordinò che Galvano e Federico Lancia e Bonifacio d’Anglano zio del principe uscissero dal Reame con tutti i loro congiunti (2). Essi si rifugiarono a Costantinopoli, presso Costanza d’Altavilla sorella di Manfredi, la quale aveva sposato l’imperatore greco: ma furono espulsi anche di là per volontà di Corrado, e non potendo tornare nel regno che alla morte di esso avvenuta a Lavello nel maggio del 1254 (3) in cui furono reintegrati nei loro beni.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca pub. da Gius. Del Re’, p. 117.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell'”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, pag. 131, Giannone, vol. 3°, pag. 361 e 366; ‘Arch. St.. nap., vol. 17, pag. 269.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il Summonte, vol. 2°, pag. 365, riferisce ciò dal Villani.”. Il Mazziotti (…), a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Del Giudice, ‘La famiglia di re Manfredi’, pag. 216.”. Il Mazziotti (…), a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, citato dal Giannone, vol. 4°, Lib. 19 pag. 39.”. Il Mazziotti (…), a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 51; Summonte, vol. 4°, pag. 26.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Giudice, ‘Cod. dipl., vol. 2°, parte 1°, pag. 198, pubblica una lettera di Carlo I d’Angiò del 12 settembre 1268 che annunzia l’arresto di essi.”.

Nel 1252, Manfredi, Galvano, Giordano (“di Anglano”) (Lancia) e Federico Lancia e la baronia del Cilento

Da Wikipedia leggiamo che i Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 278 parlando della Diocesi di Paestum e dei Vescovi Caputaquensi, in proposito scriveva che: “3. I vescovi di Capaccio erano signori dello stato di Agropoli, costituito oltre che da Agropoli (27), sede feudale, anche dai casali di Ogliastro, Eredita, Luculo, ecc…ecc…Dal feudo i vescovi vennero estromessi dal conte Giordano, parente di Galvano Lancia, zio di Manfredi e barone del Cilento (28). Il nuovo feudatario, però, si impegnò a risarcire i vescovi, con il pagamento annuo di sei once d’oro, canone che i presuli poi versarono alla regia Curia quando furono reintegrati nel feudo da Carlo d’Angiò in seguito alla morte dei fratelli Lancia, seguaci di Corradino.”. Ebner, a p. 278, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Il Mazziotti (‘La baronia, p. 31) rileva la notizia dal Capasso, Histor. Diplom., p. 346, v. nel Liber Inquisitionum cit.: “Comes Ioardanus destituit Episcopum Capudacii de Castro Agropoli, quod castrum fuit postea dicto Episcopo restitutum a dicto Rege cum casalibus eiusdem”.”. Ebner citava il Mazziotti che a sua volta aveva tratto la notizia dal “Liber Inquisitionum Caroli I”, un registro d’epoca angioina (Carlo I d’Angiò) che fu pubblicato da Bartolomeo Capasso (….), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 349 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro feidataris Regni”, a p. 346 riportava il seguente scritto:

Capasso, HD, p. 346

(Fig…..) Capasso Bartolomeo, Historia Diplomatica etc…, p. 346

Del “Liber Inquisitionum Caroli I” ho già detto all’inizio del saggio parlando delle fonti storiche. Riguardo la baronia di Cilento, Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, a p. 31 parlando del castello di Agropoli, in proposito scriveva che: “E dipoi, durante il regno di Manfredi, se ne impossessò il conte Giordano, celebre nelle cronache del tempo, congiunto di Galavano Lancia, zio del re e barone del Cilento. Il conte però corrispondeva al vescovo sei once d’oro ogni anno. Per la morte dei fratelli Lancia avvenuta dopo l’arresto di Corradino di Svevia, le cui parti essi avean fedelmente seguito, il feudo tornò al vescovo con l’obbligo di corrispondere alla Regia Curia il tributo di sei once d’oro all’anno, ed egli fu reintegrato negli antichi suoi possessi che conservò lungamente (1).”. Il Mazziotti, a p. 31, nella sua nota (1) postillava: “(1) Capasso, Historia diplomatica, pag. 346, scrive: “Comes Jordanus destituit episcopum Capudacii de castro Agropoli quod castrum fuit postea dicto episcopo restitutum a dicto domino rege (Carlo I d’Angiò) cum casalibus suis”.”. Dunque, secondo la lettera i Carlo I d’Angiò tratta dai registri angioini dell’epoca (“Liber Inquisitionum Caroli I”, la baronia del Cilento ed il castello di Agropoli, al tempo di re Manfredi furono controllati dal “Comes Jordanus” (“Giordano di Anglano”, come lo chiama Ebner) che era parente di Galvano Lancia. Come vedremo appresso, il Mazziotti scriveva che:  “Conte Giordano grande personaggio di quei tempi, detto di Agliano e che forse era anche fratello dei Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia ed un Conte Giordano grande personaggio di quei tempi, detto di Agliano e che forse era anche fratello dei Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori. In un parlamento tenuto a Barletta nel febbraio del 1256 lo nominò conte del principato di Salerno e Gran Maresciallo del Regno di Sicilia ed elevati gradi e feudi ebbero i congiunti di lui (2). Indubbiamente con il principato di Salerno conseguì anche la baronia del Cilento. L’Antonini afferma che Galvano Lancia costruì il castello di Rocca (1) il quale invece, come già ho detto, esisteva parecchi secoli prima e forse fu da lui soltanto ingrandito e restaurato. VI. Della signoria del Lancia nel Cilento non sono rimasti avvenimenti degni di nota: egli occupava i più alti uffici dello Stato, rappresentò una parte importantissima delle vicende dell’epoca e dovette anche per la sua devozione a Manfredi subire grandi traversie. Ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca: Giannone, lib. 18, pag. 581.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Parte 2°, discorso 3°, pag. 261.”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 128-129 riferendosi all’Imperatore Corrado IV, in proposito scriveva che: “L’imperatore Corrado venuto nel Regno nel giugno del 1252 prese ad avversare fieramente Manfredi, geloso della grande popolarità che questi aveva acquistato. Gli tolse i feudi donati a lui dal padre e cominciò a perseguitare i più devoti amici. Ordinò che Galvano e Federico Lancia e Bonifacio d’Anglano zio del principe uscissero dal Reame con tutti i loro congiunti (2). Essi si rifugiarono a Costantinopoli presso Costanza sorella di Manfredi, la quale avea sposato l’imperatore greco: ma furono espulsi anche di là per volontà di Corrado, e non poterono tornare nel regno che alla morte di esso avvenuta a Lavello nel maggio 1254 (3) in cui furono reintegrati nei loro beni. La potenza dei Lancia rifiorì un’altra volta avendo Manfredi tenuto novellamente il regno in nome di suo nipote Corradino che era in tenera età. In questo tempo Manfredi venuto in dissenso con papa Innocenzo, specialmente percè dagli uomini del principe era stato ucciso un barone devoto al papa, inviò ad esso, allora infermo a Teano, come suoi ambasciatori il conte Galvano Lancia e Riccardo Filangieri. Essi gli chiesero di ammettere il principe, con assicurarne la persona, a scusarsi con lui, ma il papa non volle fare alcuna promessa. Galvano Lancia avendo penetrato che questi aveva il disegno di far prigioniero Manfredi, scrisse al principe, allora di Acerra, di ricoverarsi presso i saraceni in Lucera, al quale consiglio egli si attenne. Intanto essendo ad Innocenzo succeduto Alessandro IV, questi scomunicò Manfredi per la morte di quel barone e per la lega con i saraceni, ed estese la scomunica anche a Galavano  Lancia (1).”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca pub. da Gius. Del Re’, p. 117.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell'”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, pag. 131, Giannone, vol. 3°, pag. 361 e 366; ‘Arch. St.. nap., vol. 17, pag. 269.”. Il Mazziotti, a p. 129 scriveva pure che: “VII. Le ire del pontefice contro Manfredi erano vivamente attizzate dai fuoriusciti napoletani, tra i quali Ruggiero Sanseverino che, comunque giovanissimo ancora, per le sue doti e per la nobile famiglia da cui veniva era considerato come loro capo. Contro gli svevi lo spingevano il desiderio di recuperare gli antichi beni degli avi e l’amaro ricoro della truce strage dei suoi, dalla quale si era meravigliosamente salvato. Quando Manfredi precedentemente, nell’anno 1253, si era presentato al papa Innocenzo per sottometterglisi, il pontefice aveva notato che Ruggiero Sanseverino e gli altri fuoriusciti del Regno allorchè incontravano Manfredi non si levavano il cappello (2). Al nuovo pontefice  Alessandro IV si presentarono nel 1255 Ruggiero Sanseverino con suo zio Guaimario, Pandolfo di Fasanella ed altri a nome di tutti i fuoriusciti napoletani per invocarne l’aiuto al ritorno del Regno. Ruggiero ebbe parte importante negli avvenimenti dell’epoca spronando continuamente il papa Alessandro ed id il successore di lui, Clemente IV, fino all’impresa di Carlo I d’Angiò nell’anno 1265.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il Summonte, vol. 2°, pag. 365, riferisce ciò dal Villani.”. Il Mazziotti (…), a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Del Giudice, ‘La famiglia di re Manfredi’, pag. 216.”. Il Mazziotti (…), a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, citato dal Giannone, vol. 4°, Lib. 19 pag. 39.”. Il Mazziotti (…), a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 51; Summonte, vol. 4°, pag. 26.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Giudice, ‘Cod. dipl., vol. 2°, parte 1°, pag. 198, pubblica una lettera di Carlo I d’Angiò del 12 settembre 1268 che annunzia l’arresto di essi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “In una assemblea tenuta a Barletta nel 1256 Manfredi nominò suo zio Galvano Lancia Gran Maresciallo del Regno e Conte del principato di Salerno. Probabilmente fu allora che o poco dopo che gli concedè anche la baronia di Cilento ed il possesso di Agropoli. Galvano Lancia tenne Agropoli tramite un suo delegato, il conte Giordano di Agliano, a cui lo stesso Manfredi aveva ceduto la contea di Sanseverino; il Lancia era tenuto però a pagare al vescovo di Capaccio sei once d’oro l’anno, mentre la Badia di Cava versava a lui, in ragione ecc…(2).”. Il Cantalupo a p. 151, nella sua nota (2) postillava che: “(2) M. Mazziotti, op. cit., p. 54”. Infatti, Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 54, in proposito scriveva che: “Anche nell’agitato periodo del regno di Manfredi, Castellabate visse nella maggiore quiete. I paesi della parte alta del Cilento, cioè vicino al Monte Stella, che avevano formato la Baronia del Cilento concessa dai principi normanni ai Sanseverino, furono allora dal re donati al suo zio naturale Galvano Lancia col titolo di barone del Cilento. Con questo potente feudatario la Badia mantenne sempre rapporti di buon vicinato e, poichè essa possedeva alcune terre in Agropoli soggette ai Lancia, gli corrispondeva annualmente un tributo. Così, troviamo nei registri della Badia che nell’anno 1260 l’Abate spediva per mezzo di un notaio a Galvano Lancia feudatario del Cilento, in nome del quale teneva Agropoli il suo congiunto conte Giordano, la somma di tre tarì per le terre di Agropoli.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che attraverso alcuni documenti conservati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, documenti, si sa che nel 1260, durante il Regno di Sicilia retto da Manfredi, Agropoli ed il suo territorio era soggetto ai Lancia ed in particolare Galvano Lancia che tenne Agropoli e la Baronia del Cilento attraverso il conte Giordano che il Cantalupo chiama “Giordano di Agliano”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, in proposito scriveva che: Il vicario imperiale Manfredi, poi incoronato a Palermo, ripresa la lotta avocò i beni di Ruggiero assegnando il feudo di Sanseverino al congiunto conte Giordano di Anglano, nominato poi vicario in Toscana e podestà di Siena. Ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che Manfredi donava la baronia del Cilento al suo parente conte Giordano di Anglano. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi,... Il Mallamaci (…) sosteneva che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Riguardo i Lancia ed i loro possedimenti ai tempi di Manfredi è interessante ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc….

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: Difatti, attraverso una serie di concessioni feudali un po’ ovunque nel Regno di Sicilia e nell’apparato amministrativo, Manfredi poneva un gruppo familiare di indubbia fedeltà – soprattutto i Lancia e gli Agliano – a perno e garanzia del proprio potere, rafforzando uno statu quo nel Regno che vedeva segnatamente i Lancia già attivi per proprio partito in una fitta rete di legami parentali con la piccola nobiltà regnicola, avendo sapientemente maritato le donne dei rami cadetti prima e dopo l’avvento di Manfredi (144). Pertanto l’età manfrediana (145) rimane cruciale ai fini della comprensione delle dinamiche interne al Regno, poiché viene a definire in un brevissimo torno di anni – circa un terzo dell’età federiciana – una nuova geografia del potere baronale, in specie nella parte continentale – giacché qui si concentravano prevalentemente gli interessi di Manfredi –, ma pure nella stessa Sicilia, mediante la promozione di una nuova nobiltà cittadina, legata ai Maletta e tramite
questa ai Lancia-Agliano (146). Da questo contesto esce diversamente connotato pure il tema del cosiddetto fuoriuscitismo (147). Occorre in proposito ricordare come l’affermazione monarchica nel Regno di Sicilia avesse, già in precedenti circostanze, creato una fazione di nobili ostili ad essa, che divennero perno di macchinazioni contro l’autorità centrale furono punite duramente già da Ruggero II (148) e poi dai suoi successori sino a Federico ed in specie negli ultimi anni del regno di quest’ultimo (149) e poi quindi anche da Manfredi (150), in sostanza determinando esecuzioni, confische ed esilî ai danni della feudalità autoctona o anche di recente promozione, che attentava al potere dei sovrani della casa normanna e sveva (151). Il problema si ripropose e si aggravò ancora con l’affermazione angioina del 1266, che portò soprattutto dopo la sollevazione del 1268 alla condanna di alcuni esponenti delle famiglie più legate alla casa di Svevia e quindi rimpolpò, su schieramento opposto, il gruppo di nobili puniti o esiliati. Tra questi, spicca da sempre il nome esemplare di Giovanni da Procida – grande tessitore e mediatore al servizio degli svevi prima, ancora per un breve periodo sotto gli stessi Angiò ed infine presso gli Aragonesi –, e dei vari Lancia e della nutrita schiera evidenziata dalla Wieruszowski (152), nella quale fa capolino lo stesso Ruggero.”.

Nel 1253, Riccardo Filangieri lascia la contea di Marsico

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965.

Nel 1253, l’Imperatore Corrado IV e Guglielmo (per Antonini) o Enrico o Arrigo (per il Collenuccio) “il vecchio conte di Rivello” governò Napoli durante il breve regno di Corrado IV

Pandolfo Collenuccio (…), nel libro IV del suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’, edito nel 1591, a p. 62, in proposito scriveva che: “Avuto adunque Napoli in questo modo Corrado, fu  Re universale del Regno senza alcuna contradittione, et la riformatione di esso, commise ad Enrico, vecchio Conte di Rivello, et il governo di Napoli. Stando adunque in istato pacifico volto ai piaceri, Enrico fanciullo suo fratello, figliuolo della Regina Isabella, partì di Sicilia, à chi Federico l’havea lasciata, per venire a far riverenza al Re. In sua compagnia vi era un Capitano Saracino detto Giovanni Moro, ecc…ecc..”. Il Colenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 57 a, parla di ‘Guglielmo, ribelle di Federico II’. Dunque, secondo il Collenuccio (…), alla morte di Federico II di Svevia, suo figlio legittimo Corrado IV divenuto Imperatore ed erede del Regno di Sicilia, di cui faceva parte Napoli e le nostre terre, commise il governo di Napoli ad Enrico o “Arrigo” (l’Antonini lo chiama Guglielmo), vecchio Conte di Rivello. Il Collenuccio (…) aggiunge pure che Enrico, il vecchio conte di Rivello …fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Pandolfo Collenuccio (…), nel libro IV del suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’, edito nel 1591, ci parla del conte di Rivello “Enrico” o “Arrigo” vissuto al tempo di Federico II di Svevia e dopo con la venuta di Corrado IV e poi di Corradino di Svevia. Il Collenuccio (…), ci parla del feudatario di Rivello e lo chiama, dice l’Antonini erroneamente “Enrico, vecchio Conte di Rivelloa cui l’Antonini si riferisce quando aggiunge che egli “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Il Collenuccio, nel cap. IV a p. 57, in proposito alla ‘Congiura di Capaccio’, scriveva di questo Guglielmo: “Capi del trattato erano Pandolfo da Fasanella, & Giacomo da Morra; Compagni nel tradimento erano Tebaldo, Guglielmo, & Francesco da S. Severino, ecc..”L’Antonini a p. 443 della sua ‘Lucania’, prendendo le mosse dal racconto che fece lo storico Pandolfo Collenuccio. L’Antonini (…), parlando di Lagonegro, l’antica ‘Nerulo‘, ‘Lagonegro e sue montagne’, p. 183, Parte II, Discorso I. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 442-443, continuando il suo racconto su Rivello, a p. 442, nella sua nota (I), posillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”Dunque, l’Antonini (…), riguardo a Rivello, sulla scorta del Collenuccio (…) scrive in proposito che fu conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II fu conosciuto da Corrado di Svevia, come uomo di gran senno e di consumata prudenza, destinandolo alla riformazione del Regno. L’Antonini si riferisce a Corrado IV, che ottenne la successione al Regno dopo la morte del padre Federico II di Svevia. Secondo l’Antonini, l’imperatore Corrado IV, succeduto al padre Federico II di Svevia nel Regno di Sicilia, conosciuto Guglielmo conte di Rivello (Enrico o Arrigo per il Collenuccio) lo destinò alla “riformazione del Regno”.

Nel 21 maggio 1254, l’Imperatore Corrado IV muore

Il 21 maggio Corrado moriva di malaria, malattia contratta già da un paio di mesi: corse voce che Manfredi avesse fatto avvelenare il fratello, ma al riguardo non ci sono prove. Il cuore e le viscere di Corrado vennero seppellite a Melfi. Il suo corpo venne portato nella cattedrale di Messina, dove si svolsero i funerali, in attesa della sepoltura definitiva a Palermo. In occasione di dette esequie, forse a causa del numero eccessivo di ceri e candele accese accanto al catafalco, si sviluppò un furioso incendio che distrusse il Duomo. Dopo la sua morte, Alfonso X di Castiglia reclamò il Ducato di Svevia per diritto materno, in quanto figlio di Elisabetta Hohenstaufen, a sua volta figlia del duca di Svevia e re di Germania, Filippo di Svevia; la pretesa non ebbe seguito, benché Alfonso avesse ottenuto l’appoggio di papa Alessandro IV, che il 3 febbraio 1255, aveva scritto una lettera alla nobiltà sveva. Il giovane imperatore lasciava il figlio Corradino, ancora bambino e rimasto in Germania, sotto la tutela del papa, mentre fu nominato governatore del Regno di Sicilia il marchese Bertoldo di Hohenburg; in realtà Manfredi proseguì la reggenza senza contrarietà. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei popoli etc…”, vol. II, a p. 173, parlando dei moti scoppiati nel Regno di Sicilia dopo la morte di Federico II di Svevia per la sua successione, impossessatosi del Regno il figlio Corrado IV, scriveva che: “Corrado regnò un anno appena, morì di febbre nel maggio del 1294 presso Lavello (1), ov’era a campo con l’esercito. Poichè il figliolo Corradino è di età ancora bambino e in Alemagna, venne la somma delle cose alle mani prima del marchese Bertoldo, come balio del fanciullo, poi di Manfredi stesso. Divampa di nuova lena la politica anti Sveva nella Curia ecc..ecc..”. Probabilmente qui vi è un errore materiale perchè Corrado IV morì nel 1254 non nel 1294. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “Nel 1250 morì Federico II e la sua eredità fu raccolta da Manfredi, il figlio naturale, prima come reggente del proprio fratello Corrado, poi, spentosi questo nel 1254, ecc….”. Manfredi, fratellastro di Corrado IV, si recò dal pontefice per far valere subito la sovranità del nipote Corradino, figlio di Corrado IV, ma il Papa obiettò che Corradino era troppo piccolo e, fino all’età adulta, al Papato sarebbe spettata la reggenza. Manfredi accettò, prese tempo e si preparò ad attaccare militarmente il Papa per prendere il controllo del regno. La reggenza passò a papa Alessandro V. Data la tenerissima età di Corradino, l’uomo forte della fazione sveva non poteva che essere suo zio Manfredi, il quale ne usurpò il trono (la vulgata vuole anche facendo spargere la voce, falsa, della morte del bimbo), ma forse furono le circostanze a fare di suo zio un usurpatore di fatto e, di conseguenza, il re Manfredi godeva di un prestigio immenso presso i suoi sia per le sue qualità di condottiero sia per quelle di uomo di corte e di amante delle lettere e delle arti. Insomma, con la morte di Corrado IV forse parve naturale che il comando dovesse essere di Manfredi e certo il principe di Taranto non si fece troppi scrupoli legalistici. Corradino, re di Sicilia per soli quattro anni, dai due ai sei anni d’età, crebbe così in disparte, in Baviera lontano dall’agone italiano, il vero terreno dello scontro tra guelfi e ghibellini, tra papato e impero, il teatro dei trionfi e dei rovesci della straordinaria storia della sua stirpe. Manfredi, che riprese il controllo del Regno di Sicilia. Dichiarato dal Papa l’usurpatore di Napoli, Manfredi fu scomunicato nel luglio del……Nel 1264 moriva Urbano IV e a questi succedeva papa Clemente IV che proseguì la politica anti-sveva e favorì ulteriormente lo scontro per mezzo degli Angioini. Carlo giunse a Roma per mare, nel giugno 1265, sfuggendo alla flotta siciliana. Sempre il Racioppi (…), scriveva che: “Manfredi, provvede, accorre, combatte, assedia città ribelli, e riconquista palmo a palmo lo stato, dalla Campania alla terra di Otranto e di Calabria. Tornava egli dalla invasa Campania verso la puglia che era insorta. Manda dunque in Melfi, dice il Jamsilla (2), “suoi legati Gualtieri di Oria, cancelliere del reame, e Gervasio di Martina,, i quali, convocato il popolo, ecc..ecc..”. Il Racioppi (…), vol. II a p. 173, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Jamsilla, op. cit., p. 137.”. Il Racioppi, parla del Jamsilla a p. 172 ed in proposito scriveva che: “(2) Jamsilla, Nei ‘Cronisti napoletani (Ediz. Giuseppe Del Re), vol. 2, P. 107.”. Infatti il Del Re (…), nel suo “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…”, a p. 107 del vol. II, cita il cronista dell’epoca e lo chiama “Niccolò Jamsilla” di cui riporta il suo manoscritto e il ‘Chronicon’ da dove forse è tratta la notizia dei partigiani di Corradino a Tortorella.  Jamsilla Nicolò (…), ‘Storia di Niccolò Jamsilla, delle Gesta di Federico II Imperatore e dè suoi figli Corrado e Manfredi re di Puglia e di Sicilia (1210-1258)’, stà in Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” (vedi da p. 100 a p. 200). Corrado IV, pur scomunicato da Papa Innocenzo IV, aveva affidato a lui il figlio Corradino.  Corrado IV, morì il 21 maggio 1254, e si disse che fosse stato avvelenato da Manfredi. Nelle sue disposizioni testamentarie, Corrado IV, prima di morire, nominava come proprio successore il figlio Corradino di Svevia, nato in Baviera il 25 marzo 1252 dopo la sua partenza per l’Italia. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei popoli etc…”, vol. II, a p. 173, parlando dei moti scoppiati nel Regno di Sicilia dopo la morte di Federico II di Svevia per la sua successione, impossessatosi del Regno il figlio Corrado IV, scriveva che: “Corrado regnò un anno appena, morì di febbre nel maggio del 1294 presso Lavello (1), ov’era a campo con l’esercito. Poichè il figliolo Corradino è di età ancora bambino e in Alemagna, venne la somma delle cose alle mani prima del marchese Bertoldo, come balio del fanciullo, poi di Manfredi stesso. Divampa di nuova lena la politica anti Sveva nella Curia ecc..ecc..”. Probabilmente qui vi è un errore materiale perchè Corrado IV morì nel 1254 non nel 1294. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “Nel 1250 morì Federico II e la sua eredità fu raccolta da Manfredi, il figlio naturale, prima come reggente del proprio fratello Corrado, poi, spentosi questo nel 1254, come tutore del nipote Corradino ed, infine, nel 1258 come Re di Sicilia.”.

Nel 1254, Manfredi, dopo la morte di Corrado IV e tutore di Corradino

Dopo la morte dell’Imperatore Corrado IV, Manfredi, suo fratellastro, si recò dal pontefice per far valere subito la sovranità del nipote Corradino, figlio di Corrado IV, ma il Papa obiettò che Corradino era troppo piccolo e, fino all’età adulta, al Papato sarebbe spettata la reggenza. Manfredi accettò, prese tempo e si preparò ad attaccare militarmente il Papa per prendere il controllo del regno. La reggenza passò a papa Alessandro V. Data la tenerissima età di Corradino, l’uomo forte della fazione sveva non poteva che essere suo zio Manfredi, il quale ne usurpò il trono (la vulgata vuole anche facendo spargere la voce, falsa, della morte del bimbo), ma forse furono le circostanze a fare di suo zio un usurpatore di fatto e, di conseguenza, il re Manfredi godeva di un prestigio immenso presso i suoi sia per le sue qualità di condottiero sia per quelle di uomo di corte e di amante delle lettere e delle arti. Insomma, con la morte di Corrado IV forse parve naturale che il comando dovesse essere di Manfredi e certo il principe di Taranto non si fece troppi scrupoli legalistici. Corradino, re di Sicilia per soli quattro anni, dai due ai sei anni d’età, crebbe così in disparte, in Baviera lontano dall’agone italiano, il vero terreno dello scontro tra guelfi e ghibellini, tra papato e impero, il teatro dei trionfi e dei rovesci della straordinaria storia della sua stirpe. Manfredi, che riprese il controllo del Regno di Sicilia. Dichiarato dal Papa l’usurpatore di Napoli, Manfredi fu scomunicato nel luglio del……Nel 1264 moriva Urbano IV e a questi succedeva papa Clemente IV che proseguì la politica anti-sveva e favorì ulteriormente lo scontro per mezzo degli Angioini. Carlo giunse a Roma per mare, nel giugno 1265, sfuggendo alla flotta siciliana. Sempre il Racioppi (…), scriveva che: “Manfredi, provvede, accorre, combatte, assedia città ribelli, e riconquista palmo a palmo lo stato, dalla Campania alla terra di Otranto e di Calabria. Tornava egli dalla invasa Campania verso la puglia che era insorta. Manda dunque in Melfi, dice il Jamsilla (2), “suoi legati Gualtieri di Oria, cancelliere del reame, e Gervasio di Martina,, i quali, convocato il popolo, ecc..ecc..”. Il Racioppi (…), vol. II a p. 173, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Jamsilla, op. cit., p. 137.”. Il Racioppi, parla del Jamsilla a p. 172 ed in proposito scriveva che: “(2) Jamsilla, Nei ‘Cronisti napoletani (Ediz. Giuseppe Del Re), vol. 2, P. 107.”. Infatti il Del Re (…), nel suo “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…”, a p. 107 del vol. II, cita il cronista dell’epoca e lo chiama “Niccolò Jamsilla” di cui riporta il suo manoscritto e il ‘Chronicon’ da dove forse è tratta la notizia dei partigiani di Corradino a Tortorella.  Jamsilla Nicolò (…), ‘Storia di Niccolò Jamsilla, delle Gesta di Federico II Imperatore e dè suoi figli Corrado e Manfredi re di Puglia e di Sicilia (1210-1258)’, stà in Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” (vedi da p. 100 a p. 200). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “Nel 1250 morì Federico II e la sua eredità fu raccolta da Manfredi, il figlio naturale, prima come reggente del proprio fratello Corrado, poi, spentosi questo nel 1254, come tutore del nipote Corradino ed, infine, nel 1258 come Re di Sicilia..

Tra il 1255 ed il 1256, un certo ‘dominus Albertacius’ ottiene la terra di Lauria e Guglielmo Villano Lagonegro

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Sul finire dell’età sveva e lungo tutto la breve età di Manfredi, un momento di disgrazia deve però aver coinvolto anche i tre fratelli ed il relativo ceppo familare se questo, ad un certo punto, non risulta più titolare dei possedimenti precedentemente ascrittigli, secondo infatti è dato appurare dall’inchiesta ordinata da Carlo I d’Angiò, fin dal 1274, allo scopo di reintegrare dei beni feudali quanti ne erano stati spogliati dai sovrani svevi (118). Si apprende infatti che, a eguito della confisca, le terre di LAGONEGRO e di LAURIA furono concesse da Federico II ad Alemagno de Fallucca in cambio di alcune terre in Calabria, e che detto Alemagno le mantiene fino all’avvento di re Corrado (119). Le medesime terre non ritornano ai Loria neppure in età manfrediana, poichè un Guglielmo Villano ottiene la terra di LAGONEGRO e un non meglio precisato ‘dominus Albertacius’ la terra di Lauria (120) tra il 1255 ed il 1266 (121), sicchè non trova sufficiente patente di plausibilità la fedeltà di Riccardo per proprio partito a Manfredi nella battaglia di Benevento, tramandata dagli ‘Annales’ zuritani, se non a patto di legarla unicamente alla situazione matrimoniale di costui, giacchè i dati delle fonti dimostrano l’insussistenza di un vincolo di fedeltà su base patrimoniale.. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (120) postillava che: “(120) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624″. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (121) postillava che: “(121) Secondo la data apposta al regesto del Diploma perduto (cfr. BRANDTL, Studien zum Unkunden – und Kanzleiwesen Konig Manfreds von Sizilien, doc. 522, pp. 478-479”.

Nel 27 ottobre 1254, Ruggero II Sanseverino e la baronia del Cilento pacificatosi con Manfredi 

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, in proposito scriveva che: “Dopo l’ingresso di Innocenzo IV a Napoli (27 ottobre 1254), il pontefice restituì anche la baronia del Cilento a Ruggiero di Sanseverino, …..”. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Galvano e Federico Lancia ai tempi di Corradino di Svevia e della battaglia di Tagliacozzo dove Carlo I d’Angiò, vinse le armate ghibelline e Sveve,  sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 133-134-135 scriveva che: “I feudi posseduti dai Sanseverino e tra gli altri la baronia di Rocca passarono alla corona ma ad essa restarono per breve tempo a causa dei mutamenti che sopravvennero nel regno e di cui farò breve cenno…..Al nuovo pontefice  Alessandro IV si presentarono nel 1255 Ruggiero Sanseverino con suo zio Guaimario, Pandolfo di Fasanella ed altri a nome di tutti i fuoriusciti napoletani per invocarne l’aiuto al ritorno del Regno. Ruggiero ebbe parte importante negli avvenimenti dell’epoca spronando continuamente il papa Alessandro ed il successore di lui, Clemente IV, fino all’impresa di Carlo I d’Angiò nell’anno 1265 ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965.

Nel 1254, il Castello di Sanseverino fu restituito a Ruggero II Sanseverino ma Manfredi lo ritoglie

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Nel 1254 il castello di Sanseverino, per interessamento d’Innocenzo IV, era stato restituito a Ruggero, l’altro figlio di Tommaso miracolosamente scampato (aveva nove anni) all’eccidio di Capaccio e allevato dal papa che gli diede in moglie una sua nipote. Ma il vicario imperiale Manfredi, tutore di Corradino, ripresa la lotta, donò il castello a Giordano de Anglano, suo parente (a. 1258).”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Ruggero II Sanseverino nacque nel 1237 circa da Tommaso I, conte di Marsico, e da Perna de Morra. La sua famiglia fu coinvolta nella congiura di Sala e Capaccio (1245-46) che aveva come obiettivo, oltre alla morte dell’imperatore Federico II e del figlio re Enzo, anche l’uccisione del signore ghibellino Ezzelino III da Romano e il passaggio verso la fazione guelfa della fedelissima Parma. Costretto dunque alla fuga in Francia, fu accolto, assieme alla madre e ad altri congiunti, dall’esule papa Innocenzo IV. Per tale ragione i beni della stirpe furono requisiti dalla corona e poi ceduti a nobili fedeli: la contea di Marsico passò prima a Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento e San Severino furono ceduti ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia. Ruggero sposò nel 1250 circa Teodora d’Aquino, sorella di san Tommaso, dalla quale ebbe un solo figlio, Tommaso II. Dopo la morte dell’imperatore (avvenuta nel dicembre dello stesso anno), quando fu certo della stabilità dei rapporti tra Papato e Impero, tornò in patria, riuscendo a riottenere, per intercessione del pontefice, i feudi aviti; ma, dopo l’incoronazione di Manfredi a Palermo, divenne il punto di riferimento della nobiltà a lui ostile.

Nel 1254, Manfredi restituisce al suo parente Riccardo di Lauria tutti i suoi feudi e la Contea di Lauria tolta da Federico II di Svevia

I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Dunque, Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, in seconde nozze sposò Isabella (“Donna Bella”) Lancia, la zia di Bianca Lancia, amante ed ultima sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:

  • Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
  • Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
    • una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
    • Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.

Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Parla dell’antica famiglia di Ruggiero di Lauria e cita Carlo Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini ecc..”. La notizia riportata anche da Ebner e tratta dai registri della Cancelleria Angioina andrebbe ulteriormente indagata e riguarda l’epoca Federiciana della ‘Congiura di Capaccio’ in cui diversi feudatari delle nostre terre patteggiarono contro Federico II di Svevia oppure si riferisce al periodo immediatamente successivo alla presa di potere di Manfredi dopo la morte di Federico II di Svevia. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona, scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner  la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8,  forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro, o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicula‘. Michele Amari (…), riguardo i feudatari della Contea di Lauria, ed in particolare di Riccardo padre del celebre ammiraglio Ruggero ci dà anche un’altra interessantissima notizia, quando nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona, scriveva che: “Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), ecc..” e pi nella sua nota (5) in proposito postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: “La notizia che vuole, invece, padre di Ruggero un ‘Riccardo di Loria’ o ‘de Lauria’, “gran privado” del re Manfredi, tanto da seguire quest’ultimo nella rotta di Benevento, deriva esclusivamente da Jeronimo Zurita (88) e dall’annalista si diffonde a tutta storiografia catalano-spagnola successiva. L’altra notizia che vuole, quale madre di Ruggero, un’esponente della nota famiglia Lancia – Isabella Lancia d’Amichi o de Amicis -, deriva al contrario, dalle cronache catalane coeve, e dal Muntaner segnatamente. Mentre però la prima è una notizia che si fonda esclusivamente sulla tradizione, giacchè non vi è un riscontro documentale che leghi la figura di Riccardo a quella di Manfredi e alla battaglia di Benevento (89), più volte comprovata, ecc….Tra le due figure genitoriali, dunque, più problematico è risalire alla figura del padre, il cui legame parentale è posto unicamente dalla tradizione (91). In proposito, le fonti non dirimono la questione, semmai palesano unicamente l’esistenza di un Riccardo di Lauria (92), attivo nel Regno, in date che soltanto non smentiscono del tutto la cronologia di una possibile paternità di Ruggero. Alogamente, aperto pure rimane il problema del legame parentale tra ‘Riccardus de Loria’ ed il precedente ‘Gibel de Loria’ (93), il cui ceppo familiare si trovava legato a relazioni vassallatiche già in età normanna (94).”.

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 44-45 parlando dei tre fratelli Giacomo (Jacopo), Riccardo e Roberto di Lauria, in proposito scriveva che: “Sul finire dell’età sveva e lungo tutto la breve età di Manfredi, un momento di disgrazia deve però aver coinvolto anche i tre fratelli ed il relativo ceppo familare se questo, ad un certo punto, non risulta più titolare dei possedimenti precedentemente ascrittigli, secondo infatti è dato appurare dall’inchiesta ordinata da Carlo I d’Angiò, fin dal 1274, allo scopo di reintegrare dei beni feudali quanti ne erano stati spogliati dai sovrani svevi (118). Si apprende infatti che, a seguito della confisca, le terre di LAGONEGRO e di LAURIA furono concesse da Federico II ad Alemagno de Fallucca in cambio di alcune terre in Calabria, e che detto Alemagno le mantiene fino all’avvento di re Corrado (119). Le medesime terre non ritornano ai Loria neppure in età manfrediana, poichè un Guglielmo Villano ottiene la terra di LAGONEGRO e un non meglio precisato ‘dominus Albertacius’ la terra di Lauria (120) tra il 1255 ed il 1266 (121), sicchè non trova sufficiente patente di plausibilità la fedeltà di Riccardo per proprio partito a Manfredi nella battaglia di Benevento, tramandata dagli ‘Annales’ zuritani, se non a patto di legarla unicamente alla situazione matrimoniale di costui, giacchè i dati delle fonti dimostano l’insussistenza di un vincolo di fedeltà su base patrimoniale.”. La Lamboglia, a p. 44, nella sua nota (118) postillava che: “(118) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 623.”. La Lamboglia, a p. 44, nella nota (119) postillava che: “(119) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624.”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (120) postillava che: “(120) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624.”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (121) postillava che: “(121) Secondo la data apposta al regesto del diploma perduto (cfr. BRANDL, Studien zum Urkunden und……………….., doc. 522, pp. 478-479.

Il 13 ottobre 1254, la nomina del vescovo di Policastro, Giovanni Castellomata

Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 336 , sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), parlandoci di Policastro, scriveva in proposito che: Nel 1254, come vedremo in seguito, vi fu mandato il vescovo salernitano Giovanni Castellomata, che restò a capo della diocesi per un paio di anni, e dopo, per tutto il secolo XIII, si ricordano i nomi di Mario, Fabiano e Bartolomeo. Quest’ultimo è ricordato per l’anno 1278, e dopo di lui, fino al 1358, non si hanno documenti attestanti che nomine si sian fatte.”. L’Ebner, continuando il suo racconto, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 274), scriveva che: “Il 13 ottobre 1254 (33) Innocenzo IV, da Anagni, ordinò a Guglielmo di S. Eustachio, cardinale diacono e legato del Capitolo di Policastro per la nomina a vescovo di quella diocesi di Giovanni Castellomata medico e canonico salernitano. Nell’informare il cardinale che si attendeva una nomina immediata si augurava che quel canonico, con i suoi amici e parenti, gli fossero utili in un affare impreso a trattare a Salerno.. Il documento si trova in Carucci (…), vol. I, anno 1254, a p. 89. Ebner, a p. 336, nella sua nota (33) postillava che: “(33) “Dilectus filius magister Johannes Castellomata, canonicus Salernitanus nobis exposuit etc….”. La famiglia Castellomata era tra le più note di Salerno in quel tempo. Il Carucci (cit. I, p. 274) opina che il “negocium” della lettera del papa riguardasse il disegno di Roma di promuovere l’affermazione dell’autorità papale nel Regno”. Infatti, Carlo Carucci (….), nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), a p. 274, riportava un documento tratto da HUILLARD-BREHOLLES, III, p. 286:

Carucci, p. 274, vol. I, CDS

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Ricerche sulla crisi della monarchia Siciliana nel secolo XIII”, a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1)…Stando a Saba Malaspina, I, 5, l’uccisore di Pietro Ruffo sarebbe stato “quondam Petrum de Castelliomata civem Salernitanum, domicellum et familiarem eiusdem Comitis”, mandatario però sempre di Manfredi. Sappiamo, comunque, che ad una Jodetta, vedova di Giovanni di Castellomata, fu dato da Carlo I, il 15 aprile 1269, in cambio dei suoi diritti dotali sul castello di Molterno – ch’era stato concesso da Manfredi a suo marito – alcuni beni del ‘proditore’ Bartolomeo de donna Susanna, e, l’anno successivo, in aggiunta ed in cambio di essi, alcune terre già possedute da Giovani da Procida nei paraggi di Salerno; cfr. F. Scandone, Notizie biografiche dei rimatori della Scuola poetica siciliana (Napoli, 1904), p. 70, n. 1. E’ lecito supporre che il Malaspina, più che ignorare, ricordava male il vero nome dell’uccisore di Pietro Ruffo.”. 

Manfredi ed i suoi partigiani delle nostre terre dai documenti della Cancelleria Angioina

Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…”. La Pollastri (…), suggerisce pure di vedere S. Pollastri, ‘La noblesse napolitaine sous la dynastie angevine: l’aristocratie des comtes (1265-1435)’, tesi di dottorato Parigi, X- ecc….Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Riguardo il testo citato sia da Ebner (…) e dalla Pollastri (…), il ‘liber donationum etc..’, il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber donationum Caroli Primi’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai possessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche a p. 30 nella sua nota (3). Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intestazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit.,  II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoletane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.

Il “Proditores”, il ribelle, Giovanni de Pisis (o de Pisio) di Policastro partigiano di Manfredi di Sicilia

Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re.Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri, a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Enrico Pispisa, Il Regno di Manfredi…., p. 55-70 e p. 85 e seguenti. L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini (RCA) ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto de Tortorella, ecc…. Dunque, la Pollastri segnala delle notizie tratte da Enrico Pispisa (….), a sua volta tratte dai Registri Angioni ricostruiti ed in particolare dal “Liber donationum”, vol. II, in cui figura il funionario Svevo chiamato “Guglielmo Villani”. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò.  Fra questi nomi che la Pollastri sulla scorta di Pispisa (…) dice troviamo Giovanni de Pisis di Policastro e Roberto di Tortorella.  Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato  circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind.,  f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella.

Nel 1256, Manfredi nomina Galvano Lancia, conte del Principato di Salerno

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, riferendosi a dopo la morte di Federico II di Svevia, in proposito scriveva che: “Manfredi che nominò lo zio materno, gran maresciallo di Sicilia Galvano Lancia (19), conte di Sanseverino e barone di Cilento e poi anche governatore di Salerno e del Principato.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “In una assemblea tenuta a Barletta nel 1256 Manfredi nominò suo zio Galvano Lancia Gran Maresciallo del Regno e Conte del principato di Salerno. Probabilmente fu allora che o poco dopo che gli concedè anche la baronia di Cilento ed il possesso di Agropoli. Galvano Lancia tenne Agropoli tramite un suo delegato, il conte Giordano di Agliano, a cui lo stesso Manfredi aveva ceduto la contea di Sanseverino; il Lancia era tenuto però a pagare al vescovo di Capaccio sei once d’oro l’anno, mentre la Badia di Cava versava a lui, in ragione ecc…(2).”. Il Cantalupo a p. 151, nella sua nota (2) postillava che: “(2) M. Mazziotti, op. cit., p. 54”. Infatti, Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 54, in proposito scriveva che: “Anche nell’agitato periodo del regno di Manfredi, Castellabate visse nella maggiore quiete. I paesi della parte alta del Cilento, cioè vicino al Monte Stella, che avevano formato la Baronia del Cilento concessa dai principi normanni ai Sanseverino, furono allora dal re donati al suo zio naturale Galvano Lancia col titolo di barone del Cilento. Con questo potente feudatario la Badia mantenne sempre rapporti di buon vicinato e, poichè essa possedeva alcune terre in Agropoli soggette ai Lancia, gli corrispondeva annualmente un tributo. Così, troviamo nei registri della Badia che nell’anno 1260 l’Abate spediva per mezzo di un notaio a Galvano Lancia feudatario del Cilento, in nome del quale teneva Agropoli il suo congiunto conte Giordano, la somma di tre tarì per le terre di Agropoli.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che attraverso alcuni documenti conservati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, documenti, si sa che nel 1260, durante il Regno di Sicilia retto da Manfredi, Agropoli ed il suo territorio era soggetto ai Lancia ed in particolare Galvano Lancia che tenne Agropoli e la Baronia del Cilento attraverso il conte Giordano che il Cantalupo chiama “Giordano di Agliano”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: In un parlamento tenuto a Barletta nel febbraio del 1256 lo nominò conte del principato di Salerno e Gran Maresciallo del Regno di Sicilia ed elevati gradi e feudi ebbero i congiunti di lui (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca: Giannone, lib. 18, pag. 581.”.

Nel 1256, la contea di Marsico andrà ad Enrico Spernaria

Matteo Mazziotti scriveva che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico……Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965.

Nel 1258, Manfredi, Re di Sicilia

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “Manfredi, ….nel 1258 come Re di Sicilia.”. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano della dinastia sveva del Regno di Sicilia. Figlio naturale, successivamente legittimato, dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258. Morì durante la battaglia di Benevento, sconfitto dalle truppe di Carlo I d’Angiò. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, in proposito scriveva che: Il vicario imperiale Manfredi, poi incoronato a Palermo, ripresa la lotta avocò i beni di Ruggiero assegnando il feudo di Sanseverino al congiunto conte Giordano di Anglano, nominato poi vicario in Toscana e podestà di Siena.”.

Nel 1258, Manfredi toglie il castello di S. Severino a Ruggero II Sanseverino e lo dona a Giordano de Anglano, fiduciario di Galvano Lancia

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) riferendosi al castello di Sanseverino postillava che: “(52) Ma il vicario imperiale Manfredi, tutore di Corradino, ripresa la lotta, donò il castello a Giordano de Anglano, suo parente (a. 1258).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 151, in proposito scriveva che: “Galvano Lancia tenne Agropoli tramite un suo delegato, il conte Giordano di Agliano, a cui lo stesso Manfredi aveva ceduto la contea di Sanseverino; il Lancia era tenuto però a pagare al vescovo di Capaccio sei once d’oro l’anno, mentre la Badia di Cava versava a lui, in ragione ecc…(2).”. Il Cantalupo a p. 151, nella sua nota (2) postillava che: “(2) M. Mazziotti, op. cit., p. 54”.

Giovanni da Procida, ‘proditores‘ (ribelle) e partigiano di Manfredi

Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito scriveva che: “Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8).”. L’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 163 leggiamo altro e invece a p. 153 si trova segnato il documento n. 312 segnalato da Ebner (…). Nel documento n. 312, del Registro XXXVII, a p. 153, leggiamo che: “312. – (Margarite Guarne vidue qd. Matthei de Padula concedit an. provisionem unc XX super bonis Iohannis de Procida proditoris, in excambium castrum Sanse, Turturelle e Casalisnovi, que tenebat pro dotario). (Reg. 1272,  XV ind., f.  LXXXVIII, t) e, poi postilla: “Fonti:  De Lellis, l.c., n. 646.”

Il “Proditores(ribelle) “Roberti de Turturella proditoris” partigiano di Manfredi di Sicilia

Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores‘ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc... Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò Fra questi nomi che la Pollastri sulla scorta di Pispisa (…) dice troviamo Giovanni de Pisis di Policastro e Roberto di Tortorella.  Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato  circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind.,  f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Il milite Roberto di Tortorella, ex partigiano di Manfredi e forse anche di Corradino di Svevia, con Carlo Martello, riscatterà la sua posizione. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 677, parlando del casale di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Abbadia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella.”. Nel novembre del 1290 (10), Girolamo, figlio di Guido, con il consenso della moglie, vendette un terreno con vigna a Policastro, “ubi Molinelli dicuntur”, per un’oncia d’oro al D.no Roberto di Tortorella.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”.

Nel 1266, re Manfredi toglie il feudo di Roccagloriosa a Riccardo de Fiolo (o Florio ?)

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’ parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: A seguito di un esposto, poi, il re ordina al giustiziere di Basilicata (23) di immettere “in corporalem possessionem” Giacomo del fu Riccardo de Fiolo, spogliato ai tempi di re Manfredi della metà di Roccagloriosa e della terza parte di Tito che re Carlo gli aveva poi restituiti e che “tenuti pacifice” sebbene ora pare che venga insediato nel possesso.”. Ebner a p. 418, nella sua nota (23) postillava che:  “(23) Reg. 4, f 36 t = Reg. C in Carucci, op. cit., I, p. 228, n. 153. Immettere ‘incorporalem possessionem dictarum partium Gloriose et Titi (…) nec permittere eam (…) molestari.”. Purtroppo devo far notare che rileggendo il primo volume del Carucci (…), op. cit., a p. 228 non si legge questa notizia in quanto esso riporta tutt’altro documento. E’ probabile che l’Ebner utilizzasse un altro testo del Carucci, forse un’altra edizione differente da quella che posseggo: Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda il vol. I dal titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”).

Nel 1266, Manfredi muore nella battaglia di Benevento

La decisiva battaglia di Benevento, avvenne il 26 febbraio 1266; le milizie siciliane e saracene insieme alle tedesche difesero strenuamente il loro re, mentre quelle italiane abbandonarono Manfredi, che morì combattendo con disperato valore. Riconosciutone il corpo, fu seppellito sul campo di battaglia sotto un mucchio di pietre da parte degli stessi cavalieri francesi, che ne vollero così onorare il valore. Successivamente, i popoli oppressi dal dominio angioino, scriveva Saba Malaspina. Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati’, pubblicato nel 2001, a p. 46-47, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, così liquidava la storia delle nstre terre: “Il papa Clemente IV di origine francese, offrì a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, il Regno di Sicilia (che comprendeva anche il Cilento e quindi Morigerati): alla Chiesa veniva garantita l’abolizione delle leggi melfitane e il distacco definitivo dell’Italia meridionale dal trono imperiale. La storia delle nostre terre si confonde con quella più in generale dell’Italia guelfa e ghibellina. Con Carlo d’Angiò riprende vigore la parte guelfa, ovunque, e a Benevento Manfredi viene sconfitto e ucciso, quei baroni che già con Federico II erano stati estromessi dalla politica, con il francese furono reintegrati nei feudi tolti loro dall’Imperatore.”

Nel 1266, Riccardo di Lauria, Conte e feudatario della contea di Lauria, partigiano di Manfredi muore nella Battaglia di Benevento

Del feudatario della Contea di Lauria, Riccardo di Lauria, ho già detto in un altro mio scritto sui feudatari delle nostre terre all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia. Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “….Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. Ecc…..Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, ecc..ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Sul finire dell’età sveva e lungo tutto la breve età di Manfredi, un momento di disgrazia deve però aver coinvolto anche i tre fratelli ed il relativo ceppo familare se questo, ad un certo punto, non risulta più titolare dei possedimenti precedentemente ascrittigli, secondo infatti è dato appurare dall’inchiesta ordinata da Carlo I d’Angiò, fin dal 1274, allo scopo di reintegrare dei beni feudali quanti ne erano stati spogliati dai sovrani svevi (118). Si apprende infatti che, a eguito della confisca, le terre di LAGONEGRO e di LAURIA furono concesse da Federico II ad Alemagno de Fallucca in cambio di alcune terre in Calabria, e che detto Alemagno le mantiene fino all’avvento di re Corrado (119). Le medesime terre non ritornano ai Loria neppure in età manfrediana, poichè un Guglielmo Villano ottiene la terra di LAGONEGRO e un non meglio precisato ‘dominus Albertacius’ la terra di Lauria (120) tra il 1255 ed il 1266 (121), sicchè non trova sufficiente patente di plausibilità la fedeltà di Riccardo per proprio partito a Manfredi nella battaglia di Benevento, tramandata dagli ‘Annales’ zuritani, se non a patto di legarla unicamente alla situazione matrimoniale di costui, giacchè i dati delle fonti dimostano l’insussistenza di un vincolo di fedeltà su base patrimoniale.”. La Lamboglia, a p. 44, nella sua nota (118) postillava che: “(118) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 623.”. La Lamboglia, a p. 44, nella nota (119) postillava che: “(119) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624.”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (120) postillava che: “(120) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624.”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (121) postillava che: “(121) Secondo la data apposta al regesto del diploma perduto (cfr. BRANDTL, Studien zum Unkunden – und Kanzleiwesen Konig Manfreds von Sizilien, doc. 522, pp. 478-479″.

Nel 1266, Isabella Lancia (Bella d’Amico) con ii figli Ruggero di Lauria e Margherita vanno in Spagna al seguito di Costanza figlia di re Manfredi

Da Wikipedia leggiamo che nel 1266, il padre, Manfredi di Sicilia, nella battaglia di Benevento contro Carlo I d’Angiò, oltre che il regno perse la vita, mentre le più influenti famiglie siciliane come i Lauria, i Lanza (Lancia) (la famiglia della nonna di Costanza) e i Procida si rifugiarono in Aragona. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hohenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Augurio e Musella (….), a p….. scrivevano che: “Bella riceveva in compenso regali preziosi, pellicce, perle, piume, per se e per sua figlia Margherita nonchè rendite cospicue da parte dell’infante. Bella viene indicata nei Libri di Conti col titolo di “Madonna”, termine impiegato per tutte le donne nobili italiane a corte, mentre per quelle catalane si usava premettere il termine “Na” al nome.”. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’ pubblicato nel 2000, a pp. 26-27, in proposito scrivevano che: “Oltre Bella vi erano altre italiane al seguito di Costanza. Ricordiamo innanzitutto sua figlia Margherita che più tardi entrò nel monastero di Sixena dotata di una cospicua rendita vitalizia, e dopo la morte fu nominata venerabile. Una seconda Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia, sposò Ruggiero di Lauria (36). Tra questi ricordiamo tre nobili italiani coetanei di Costanza: Ruggiero di Lauria figlio, come si è detto, della nutrice di Costanza e per questo suo fratello di latte, Corrado e Manfredi Lancia, suoi parenti per parte paterna. Tutti e tre, giunti molto giovani in Catalogna, furono educati a corte insieme ad altri rampolli fungendo da paggi di Costanza. Nella cronaca di Muntaner..”. Dunque, i due studiosi scrivevano che alla corte catalana d’Aragona si erano rifugiati e trasferiti dalla Sicilia i fratelli: Margherita, Corrado e Manfredi Lancia.

I GIFONE O GIFFONI DI AJETA E TORTORA

Nel 1239, Federico II di Svevia conferma i feudi di Ajeta e Tortora a GILBERTO CIFONE

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, Orazio Campagna scriveva che il feudo di Aieta arrivò ai Loria, dopo gli Scullando, “ai quali era passata da una de Giffone (103).”. Secondo il Campagna, il feudo di Aieta passò ai Loria da una donna appartenente alla famiglia dei “de Giffone”. Chi era questa donna appartanente alla famiglia dei “Giffone”, vecchi feudatari di Aieta, subentrati ai Scullando ?. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei luoghi della Calabria – vol. I da A-B”, a p. 21 alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Dunque, il Valente scriveva che il feudo di Aieta, dagli Scullando passò a GILBERTO GIFFONE, aggiungendo che il feudo di Aieta “una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Il Valente non dice chi fosse questa feudataria dei “GIFFONE”, figlia ed erede di GILBERTO GIFFONE e, che sposò qualche personaggio dei Loria. Chi erano questi feudatari ?. In primo luogo se il feudo arriva a Riccardo di Lauria in epoca Sveva, quale era l’epoca in cui dominavano i “de Cifone”. I Ciffone o Giffone dominavano la valle ed anche il paese di Tortora in epoca Sveva, ma erano feudatari di Tortora e Aieta fin dai tempi Normanni. Nel 1239, il feudo di Tortora fu confermato da Federico II di Svevia a “Gilberto Gifone”. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg., parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del secolo XI il territorio tortorese divenne un feudo dei Normanni, che, appunto, chiamavano ‘Terre’ i loro feudi. Normana era sicuramente la famiglia Cifone, un cui componente, GILIBERTO CIFONE, era signore di Tortora nell’ultimo periodo della dominazione normanna. Il feudo di Tortora doveva essere stato della famiglia Cifone fin dall’inizio della dominazione normanna, se è vero, come sembra che Giliberto avesse ereditato il feudo dagli avi. Dopo Giliberto lo ereditò il figlio RINALDO, che viene citato nei primi documenti feudali (vedi il successivo periodo svevo).”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: “A Tortora il passaggio dei poteri dai Normanni agli Svevi non fu nemmeno avvertito, in quanto i Cifone continuarono a conservare il feudo. Nei documenti feudali infatti risulta che nel 1239 Federico II confermò nel feudo Gilberto Cifone. Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era Rinaldo, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Il Pucci scriveva che i Cifone conservarono il feudo di Ajeta anche in epoca Sveva. Essi dominarono la zona di Tortora e di Ajeta dal periodo Normanno a quello Svevo. Il Pucci (…) cita ancora il Gilberto Cifone a p. 85 scrivendo che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria. Ecc…”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci (…), ci parla di un certo Gilberto Cifone. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora”, ‘Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Per una distrettuazione del territorio in età normanna e poi sveva si rimanda a F. PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, in Storia della Basilicata. 2. Il Medioevo, a cura di C.D. FONSECA, Roma-Bari, Editori Laterza, 2006, pp. 86-124.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “Difatti, l’intero territorio in cui si circoscrivono la nascita ed i possedimenti di Ruggero indicati en passant come ventiquattro castelli dal Muntaner – e segnatamente quello più settentrionale, coincidente, oggi, con il cosiddetto Lagonegrese (59) – sconta lacune documentarie significative soprattutto per quanto riguarda i secoli centrali del Medioevo. Pertanto non stupisce come anche la pregevolissima Storia della Basilicata. 2. L’Età Medievale, pubblicata qualche anno fa dall’editore Laterza e curata da Cosimo Damiano Fonseca, non possa più di tanto indugiare su quelle terre situate a contermine con la Calabria settentrionale e coincidenti, in età normanna, in massima parte con i domini della signoria lucana dei Chiaromonte (60). Queste terre non entrarono a far parte del Catalogus Baronum (61) per il fatto di riferirsi, il Catalogus, solamente al Ducato di Puglia e al Principato di Capua, e le seconde – comprese nel pur longevo distretto di Val Sinni –, in sostanza, al territorio calabrese.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, nelle sue note (59-60-61) postillava che: “(59) Le difficoltà relative a questo territorio tuttavia non concernono solamente il Medioevo. Non meno problematiche sono le indagini in Età Moderna. Cfr., da ultimo, V. CAPODIFERRO, Il Lagonegrese borbonico. Note economiche sulla situazione preunitaria, «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», LXXIV, 2007, Roma, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, pp. 189-229. (60) Sui distretti feudali lucani e della Basilicata, si rimanda ancora a PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, p. 103, ma si veda anche S. POLLASTRI, La féodalité de la région de Matera, pp. 129-158. (61) Catalogus Baronum, a cura di E. JAMISON, Roma, ISIME, 1972 (Fonti per la Storia d’Italia, 101*). Sul Catalogus, oltre allo studio preliminare premesso dalla Jamison, si vedano EAD., Additional Work by E. Jamison on the “Catalogus Baronum”, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoniano (e da ora BISIMEAM)», 83, 1971, pp. 1-63 e Commentario, a cura di E. CUOZZO, Roma, ISIME, 1984 (Fonti per la Storia d’Italia, 101**). Cfr., altresì, E. MAZZARESE FARDELLA, Il contributo di Evelyn Jamison agli studi sui Normanni d’Italia e di Sicilia, «BISIMEAM», 83, 1971, pp. 65-78.”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Sui Cifone di Aieta ha scritto pure Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Infatti, come vedremo innanzi (anno 1239), Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Ed infatti, al tempo di Federico II, Tortora era feudo di Giliberto Cifone, a cui fu dato in custodia tramite il giustiziere della Valle del Crati e di Terra di Giordana, ecc…”. Inoltre, sempre dal Fulco (….), apprendiamo che ai tempi di re Carlo I d’Angiò, in una vertenza sorta tra Rinaldo Gifone, figlio di Gilberto e Paliana di Castrocucco, in proposito scriveva che i Gifoni, all’epoca di Corradino di Svevia “I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. E’ nota la letteratura dell’avvenimento attraverso i secoli, come è parimenti nota la lirica del romantico Aleardo Aleardi che raggiunge punti di elevata commozione: etc…..Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”.

Nel 1267, RINALDO GIFONE, figlio di Gilberto Cifone e padre di Paliana di Castrocucco, feudatario di Tortora e Ajeta è confermato feudatario di Aieta e di Tortora da re Carlo I d’Angiò

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “I più antichi documenti feudali però che ci è stato possibile rinvenire su Tortora, si riferiscono al periodo angioino. Uno di essi è un rescritto reale che conferma Rinaldo CIFONE nel possesso di Tortora, pervenutogli dal padre Gilberto e dai suoi predecessori e reca la data del 1267. Il testo è il seguente: “Raynaldo de Turtura, provisio pro confirmatione castri Turturis quod fuit quondam Giliberti patris sui et predecessorum suorum”. V’è poi un atto d’assenso, anche reale, del 23 novembre 1270 per lo stesso Rinaldo, il quale aveva chiesto al re di poter contrarre matrimonio con Devidea de Insula. Abbiamo inoltre trovato un messaggio reale indirizzato al giustiziere della valle del Crati, da cui dipendeva Tortora, recante la data del 16 luglio 1267, col quale viene dato l’ordine al giustiziere stesso di non molestare Rinaldo Cifone che evidentemente aveva prodotto istanza al re avverso la condotta del Magistrato distrettuale nei suoi confronti. Fa scrivere, infatti, Carlo I d’Angiò: “Ex parte Raynaldi de Turtura fuit nobis expositum quod licet tam pater quam progenitores sui castrum Turturis a tempore quo non exat memoria tenuerunt pacifice et quiete. Tu tamen auctoritate cuiusdam mandate Karoli primogeniti nostri eundem Raynaldum, eo non vocato neque admonito, intendis possessione dicti castri destituere. Unde supplicavit Quare fidelitati tuae mandamus quatenus, si premissis veritas suffragatur, eum non destituas vel molestes”. Che significa: “Provvedimento per la conferma del territorio di Tortora a Rinaldo di Tortora che fu di Gilberto suo padre e dei suoi predecessori. Da parte di Rinaldo di Tortora ci è stato esposto che tanto il padre quanto gli altri suoi antenati ebbero da tempo immemorabile il continuo e pacifico possesso del territorio di Tortora. Ma che tu facendo uso dell’autorità d’un non so quale ordine del nostro figlio primogenito Carlo intendi spogliare del possesso di detto territorio Rinaldo medesimo, senza averlo chiamato in giudizio né ammonito. Perciò facciamo appello alla tua fedeltà di non destituirlo né molestarlo, se le premesse rispondono a verità”. Qui si cela una storia d’intrighi e d’interessi, non sappiamo fino a che punto confessabili, determinati certo da preoccupazioni di carattere politico. I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. E’ nota la letteratura dell’avvenimento attraverso i secoli, come è parimenti nota la lirica del romantico Aleardo Aleardi che raggiunge punti di elevata commozione: etc…..Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”.

Sempre sui “Gifone di Tortora” e Rinaldo “GIFONE” poi in seguito “cifone” di Tortora, Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a pp. 50-52-52, in proposito scriveva che: “Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore. Ecc…”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, ecc..”. Il Fulco, sempre sui Gifone o Cifone continuando il suo racconto aggiunge che: “Comunque della spoliazione di Tortora si ha indiretta conferma dal bollettino araldico, dal quale veniamo informati che l’altro ramo dei Gifoni stanziato a Polistena e a Tropea fu confermato nei propri feudi. Lo stemma di questa famiglia consisteva in uno scaccato di nero e di argento di sei file con fascia diagonale in rosso. Oltre a Rinaldo, Bernardo e Tommaso che furono signori di Tortora, si distinsero in questa famiglia Gerardo Gifone che fu Contestabile di Carlo I in Calabria. Etc…”Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg. parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nei documenti feudali infatti risulta che……Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era RINALDO, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496). Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani. Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Chi fosse questo Rinaldo Cifone, figlio di Gilberto Cifone che “però perdette il feudo poco tempo dopo.” ? Questo “Rinaldo Cifone” era il padre di Paliana di Castrocucco che aveva sposato Riccardo di Lauria in epoca Sveva. Forse, dopo il 1267 egli perse il feudo a causa della venuta della casa Angioina. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Infatti, Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei Luoghi della Calabria – vol. I, da A-B”, a p. 21, alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E’, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò nella famiglia Lauria.”. Dunque, il Valente scriveva che da Gilberto de Giffone, il feudo di Ajeta passoò da una sua erede alla famiglia Lauria. Si tratta di Paliana di Castrocucco che sposò Riccardo di Lauria. Paliana di Castrocucco fu “l’erede” di cui parlava il Valente. Infatti, il feudo di Ajeta che in età Normanna apparteneva a Gilberto de Giffone passò poi in seguito al figlio Rinaldo de Giffone che a sua volta lo dovette cedere in dote alla figlia Paliana di Castrocucco. Come vedremo in seguito questa “Paliana o Palliana di Castrocucco” che, aveva sposato il Riccardo di Lauria (quello d’epoca Angioina e fratello di Ruggero di Lauria) era figlia di RINALDO DE GIFFONE. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora” su Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”.

Nel 1268, Corradino di Svevia nelle nostre Terre

Nell’anno 1266, dopo la morte di Re Manfredi, nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, chiamato dai partigiani dell’Impero. In seguito a lunghe trattative con i papi Urbano IV e Clemente IV, quest’ultimo nel 1265 scelse come nuovo re di Sicilia Carlo I d’Angiò. I suoi sostenitori meridionali si rivolsero quindi a Corradino che decise di scendere in Italia e rivendicare il trono di Sicilia. Corrado di Svevia o Hohenstaufen, detto Corradino fu l’ultimo degli Hohenstaufen regnanti sul trono di Sicilia. Era figlio dell’imperatore Corrado IV, dunque era nipote di Federico II di Svevia e di Manfredi (fratellastro di Corrado IV) e di Elisabetta di Baviera. Alla morte di suo padre, avvenuta quando egli aveva solo due anni, Corradino gli succedette nella titolarità delle corone della casata (quantomeno quelle ereditarie). Dopo la morte dello zio Manfredi, ucciso nella battaglia di Benevento il 26 febbraio 1266, i ghibellini italiani ne invocarono la venuta nella penisola e Corradino nel settembre del 1267 si mosse finalmente alla riconquista del suo regno, passato nel frattempo sotto la corona di Carlo I d’Angiò, il vincitore a Benevento. Se i ghibellini italiani ne invocarono la discesa, i dignitari tedeschi invece si limitarono a osservare lo svolgersi degli eventi. Ancora una volta, anche al suo epilogo, la storia degli Hohenstaufen era un fatto essenzialmente. Arrivato in Italia, Corradino venne ben accolto da alcune città. I pisani misero a sua disposizione danaro e soprattutto la loro potenza marinara. Giunto a Roma, gli venne tributato un vero e proprio trionfo e molti furono i romani che lo seguirono in battaglia, guidati da Enrico di Castiglia, senatore di Roma che, pur imparentato con l’Angiò e con il beneplacito di questi salito alla guida della municipalità capitolina, abbandonò il partito guelfo-angioino per sposare le sorti ghibelline. Anche a sud la discesa di Corradino risvegliò entusiasmi filo-svevi e in particolare nella enclave musulmana di Lucera, i cui guerrieri, ancora una volta, si dimostrarono fedelissimi agli Staufen e alla memoria di Federico II, del quale erano stati per decenni la temibile guardia scelta.

Nel 23 agosto 1268, i Lancia patteggiarono per Corradino nella Battaglia di Tagliacozzo

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Manfredi poi restituì loro i beni avocati. I Lancia, con Manfredi, vennero scomunicati da papa Alessandro IV. I Lancia poi seguirono Corradino (inverno 1267). Ruggiero Sanseverino comandò l’esercito contro lo Svevo (Tagliacozzo 24 agosto 1268). Galvano e il figlio vennero poi decapitati a Genzano. Nel Reg. ang. 14 f 62 t (= VII, p. 96, n. 24) è notizia della morte di Galvano Lancia, a proposito di Giovanni Rosso di Cilento, procuratore del ribelle Galvano, e dalla citazione di Roberto di Campomele, ‘camerarium ad Galvani Lancee’; v. pure Reg. ang. 13, f 15”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 130-131 riferendosi alla battaglia di Benevento in cui perì Manfredi scriveva che: Il Conte Giordano e suo fratello Bartolomeo furono chiusi nel Castello di Luco (2) e dipoi mandati in un carcere ove il primo di essi miseramente morì (3) mentre è ignota la fine dell’altro. Anche i fratelli Galvano e Federico Lancia vennero fatti prigionieri, ma a preghiera di Bartolomeo Pignatelli arcivescovo di Cosenza, fu loro restituita la libertà. Recatisi a Roma, ebbero liete accoglienze dal senatore Enrico Castiglia; di che si dolse il papa Clemente in una lettera del 16 novembre 1267 (1). Andarono poi in Germania a sollecitare il giovane Corradino a venire in Italia e a riacquistare il regno. I fratelli Lancia seguirono Corradino di Svevia quando questi, incitato dalle vive premure dei fuoriusciti napoletani e dalla parte ghibellina, con forte esercito ed accompagnato da gran numero di baroni, venne in Italia nell’inverno del 1267. All’annunzio della sua venuta, molte città della Puglia e della Basilicata insorsero innalzando l’acquila Sveva. A reprimere la rivolta il re Carlo, inviò Ruggiero Sanseverino come suo capitano generale movendo quindi contro gli Svevi (1). Nello scontro dei due eserciti, avvenuto nel 24 agosto 1268 presso Tagliacozzo, Galvano Lancia, che aveva il comando di una terza parte delle forze fece grandi pruove di valore al pari degli altri capi: però le schiere di Corradino furono vinte. L’infelice principe riuscì a fugire insieme con il fido Galvano, con un figlio di lui a nome Galeotto e con il duca d’Austria. Indossati abiti da villici cercarono di avviarsi verso il mare, con la speranza di imbarcarsi. Giunti al castello di Astura, che era del conte Frangipane, furono da esso arrestati e quindi consegnati al re Carlo (1). Galvano ed il figlio trasportati a Genzano furono decapitati con una scure, ed a rendere più atroce il supplizio, si costrinse il padre, il più intrepido e costante difensore di parte sveva, ad assistere al supplizio del figliuolo.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell'”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, pag. 131, Giannone, vol. 3°, pag. 361 e 366; ‘Arch. St.. nap., vol. 17, pag. 269.”. Il Mazziotti (…), a p. 129, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il Summonte, vol. 2°, pag. 365, riferisce ciò dal Villani.”. Il Mazziotti a p. 130, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Del Giudice, Cod. dipl., vol. 2, parte 1°, lettera di Carlo I al castellano di Luco del 7 febbraio 1267”. Il Mazziotti (…), a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Del Giudice, ‘La famiglia di re Manfredi’, pag. 216.”. Il Mazziotti (…), a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, citato dal Giannone, vol. 4°, Lib. 19 pag. 39.”. Il Mazziotti (…), a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 51; Summonte, vol. 4°, pag. 26.”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Giudice, ‘Cod. dipl., vol. 2°, parte 1°, pag. 198, pubblica una lettera di Carlo I d’Angiò del 12 settembre 1268 che annunzia l’arresto di essi.”

Nell’agosto 1268, alcuni soldati di Tortorella patteggiarono per Corradino di Svevia

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riportata da alcuni studiosi secondo cui all’epoca della discesa di Corradino di Svevia le galee di Federico Lancia e di Riccardo Filangieri si portarono nel Golfo di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, parlando di Tortorella, citava una notizia su Corradino di Svevia nelle nostre terre a proposito di una lettera del 1279 di Carlo I d’Angiò che citava la terribile sua repressione dei ribelli di Tortorella che avevano patteggiato con Corradino di Svevia, figlio dell’imperatore Corrado IV.  In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. La notizia citata dall’Ebner (…), era tratta da una lettera del 1279 di re Carlo I d’Angiò che citava l’episodio in cui Corradino di Svevia, prima di perdere la battaglia di Tagliacozzo e prima della sua cattura e uccisione avvenuta a Napoli ad opera dello stesso Carlo I d’Angiò. La notizia si riferisce ad eventi accaduti prima della battaglia di Tagliacozzo. La battaglia di Tagliacozzo fu una battaglia combattuta nei piani Palentini il 23 agosto 1268 tra i ghibellini sostenitori di Corradino di Svevia e le truppe angioine di Carlo I d’Angiò, di parte guelfa. Dunque la notizia tratta dalla lettera di re Carlo I d’Angiò, riguarda eventi accaduti o nello stesso anno della battaglia (a. 1268) o l’anno precedente (a. 1267). Credo si tratti di un evento antecedente al 23 agosto 1268. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 ed in proposito alla citata lettera, scriveva che: “Diversamente interessante una lettera di re Carlo I al giustiziere di Principato di Terra Beneventana del 1279 (7) che ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia. Come è noto, chiamato da costoro dopo la morte di re Manfredi (1266), nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, il quale fu accolto trionfalmente a Roma…..Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offizza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Ecc…”. Ebner, a p. 676, nella sua nota (7), postillava che il documento è “(7) Reg. 33, f. 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Leggendo i Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Jole Mazzoleni (….) e  pubblicati da Riccardo Filangieri (…), vol. XX, a pp. 141-142,

Registri angioini, Filangieri, vol. XX, p. 141, n. 324

pubblicati dall’Accademia Pontaniana (…), a p. 141, al n. 324, del Registro n…….., la Mazzoleni postillava che il documento era tratto da: “Fonti: Minieri-Riccio, il Regno etc., p. 7 (trascrizione parz.) id.; Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”, dove si legge il seguente testo: “324. – (Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e T. Beneventana, che il milite Roberto de Bertanoni, che il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni de Aldo e Anselino de Offizza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino, ed allo approssimarsi che fecero al littorale di Policastro le galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri si portarono tutti ad incontrarli col vessillo imperiale e quindi ricevutili come capitani li condussero nella detta terra di Tortorella affidando nelle loro mani l’amministrazione e il governo di tutto; ed alla venuta di Corradino fecero solenni e pubbliche feste.”. A p. 142, la Mazzoleni (…) postillava che il documento era tratto da Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ a p. 7 (trascrizione parziale) ecc….Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, il Minieri-Riccio (…), in proposito scriveva che: “Aprile 4 – Torre di S. Erasmo presso Capua – Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e Terra Beneventana che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino, ed allo approssimarsi che fecero al littorale di Policastro le galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri si portarono tutti ad incontrarli col vessillo imperiale (4) e quindi ricevutili come capitani li condussero nella detta terra di Tortorella affidando nelle loro mani l’amministrazione e il governo di tutto; ed alla venuta di Corradino fecero solenni e pubbliche feste.”. Minieri-Riccio (…), a p….., nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cum vexillo ad Aquilam”. Sempre il Minieri Riccio, a p…., nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. Ang. 1278. B. n. 30, fol. n. 75 t.” e nella nota (3) postillava che: “(3) Ivi fol. 94, il 1°”. La Mazzoleni, a p. 142, postillava che il documento angioino oltre che dal Minieri-Riccio era stato tratto anche da: “Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”. Il Minieri-Riccio (…) si riferiva al testo edito nel 1900 di Pietro Braida,  La responsabilità di Clemente IV. e di Carlo 1. d’Anjou nella morte di Corradino di Svevia / Pietro Brayda. Sebbene dell’interessante episodio di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, l’Ebner scrivesse: “Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo”, effettivamente l’episodio non viene registrato negli ‘Annali’ dei diversi studiosi dell’epoca ma bisognerà continuare ad indagare l’interessante notizia. Dunque, l’Ebner (…), il Minieri-Riccio (…) e la Mazzoleni, ci ricordano che i ‘proditores’ (ribelli) puniti e segnalati da Carlo I d’Angiò in quanto partigiani di Corradino di Svevia furono i militi: Roberto de Bertanoni, Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Offizza della Terra di Tortorella. Questi militi, secondo Carlo I d’Angiò andarono sulla costa di Policastro per incontrare con il vessillo reale di Corradino le galee di Federico Lancia e Riccardo Filangieri. Riccardo Filangieri Conte di Marsico, fu al fianco della dinastia Sveva, prima con Manfredi e poi con Corradino di Svevia. Stabilitosi in Sicilia dopo i Vespri Siciliani, fu il capostipite del ramo siciliano dei Filangieri. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Manfredi re di Sicilia nominò Conte di Marsico, Riccardo Filangieri. Dopo la caduta del re Manfredi, la contea è stata restituita alla famiglia Sanseverino da Carlo I re di Sicilia. Riccardo Filangieri, conte di Marsico sostenne prima Manfredi e seguì poi Corradino nella sua infelice spedizione (126768). Dopo la battaglia di Tagliacozzo ebbe perciò confiscati i feudi e fu costretto alla fuga; scoppiata l’insurrezione del Vespro (1282), si rifugiò in Sicilia, e diede origine al ramo dei Filangieri di Sicilia. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Forse dell’episodio è quello di cui ci parla Michele Amari (…), nel suo ‘La guerra del Vespro Siciliano’, che nella sua ristampa del 1947, a pp. 32-33, del cap. III, troviamo scritto che dopo la sconfitta di Corradino a Tagliacozzo e la sua cattura da parte di Carlo I d’Angiò di cui alcuni partigiani svevi non sapevano, e sebbene non ho trovato un esplicito riferimento ai fatti raccontati dallo stesso re Carlo I d’Angiò nella sua citata lettera, l’Amari in proposito scriveva che: “Dè combattimenti grossi non n’era seguito alcuno fino alla state del sessantotto: le armi s’erano impugnate più volentieri pei misfatti. Ma quando Corradino mosse di Roma verso i confini del Regno (22 luglio) l’armata ghibellina salpò a quella volta dalle foci del fiume Tevere : circa quaranta legni, capitanati da Guido Boccio di Pisa e da Federigo Lancia, vicario di Corradino…..Ignoravano dunque i capi la sconfitta di Corradino, o speravano di ripararla?. Uscì lor incontro da Messina l’armata regia di ventiquattro galee provenzali e sette del paese. I Pisani urtarono di mezzo la fila nemica e la ruppero, sicchè separati i Provenzali dà Messinesi, quelli si rifugiarono con Roberto de Lavena, genovese, e a capo di due giorni, giunti ad Astura, presero l’infelice Corradino…..Ma l’armata pisana, sbarcato ch’ebbe in Milazzo Federico Lancia e il conte Arrigo di Ventimiglia, s’appresentava a Messina in atto ostile e superbo; ecc..ecc…scrive il Neocastro, ...e il trenta settembre era già ritornata a Pisa; mentre rinonando già per ogni luogo la vittoria di re Carlo, il numero dei ribelli scemava ogni dì. S’aggiunga che in Sicilia la parte di Corradino avea troppi capi: Federigo Lancia vicario, Corrado Capece vicario anch’esso, Niccolò Maletta, Corrado Lancia, Arrigo di Ventimiglia e altri nobili, e dè condottieri toscani e Tedeschi, senza contare Don Federigo di Castiglia. Dapprima s’andò d’amore e daccordo, ch’era sola speranza di salute; onde fu eletto capitano Federigo Lancia e continuossi la guerra a nome del novello “re di Sicilia e di Gerusalemme” ecc..ecc..”. Dunque l’Amari scriveva la storia anche sulla scorta del Neocastro e di Saba Malaspina che hanno lasciato delle pagini indelebili di quegli avvenimenti. E’ a questi episodi che forse si riferiva Angelo Bozza (…), allorquando scriveva di Arrigo o Enrico il vecchio Còte di Rivello ai tempi di Corradino di Svevia.  Angelo Bozza (…), sulla scorta del Collenuccio e del Summonte, nel vol. I, a p. 367, per l’anno 1266 (dopo la morte di Manfredi) in proposito scriveva che: “Alla fama della venuta di Corradino, molte province del regno, maltrattate da governatori francesi si ribellarono contro Carlo. Capi della ribellione Enrico, vecchio conte di Rivello, ecc…”. Del vecchio Enrico Conte di Rivello, ho già parlato ai tempi di Manfredi e di Corrado IV, padre di Corradino di Svevia. Per la verità ne ha parlato anche l’Antonini (…) che lo chiamò Guglielmo, ribelle di Federico II di Sevia forse ai tempi della ‘Congiura di Capaccio’. Di sicuro posso dire che i fatti raccontati dallo stesso re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, di partigiani della terra di Tortorella sono ascrivibili al periodo in cui questa terra insieme a Torraca, Lagonegro, Rivello, Lauria e Trecchina, facevano parte della Contea di Lauria, dove morto il vecchio conte Riccardo di Lauria, i suoi possedimenti passarono ai suoi due figli, Riccardo e Ruggiero il celebre ammiraglio della casata Aragonese di Pietro III d’Aragona, famglie queste tutte imparentate con i Lancia e Manfredi di Svevia, dunque fedelissimi agli Staufen e alla memoria di Federico II, del quale erano stati per decenni la temibile guardia scelta. Nicolò Jamsilla (…), nella sua Storia di Niccolò Jamsilla, delle Gesta di Federico II Imperatore e dè suoi figli Corrado e Manfredi re di Puglia e di Sicilia (1210-1258), stà in Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” (vedi da p. 100 a p. 200). Poi attacca con Saba Malaspina (…), ovvero con le “Istorie delle cose di Sicilia (1250-1285)” che troviamo da p. 200 del vol. II del testo di Giuseppe Del Re prima citato. Saba Malaspina (…) fa la cronaca continuazione di quella del Jasmilla. Il Racioppi (…) si riferisce al cronista Jamsilla (…), ……..che ci parla dell’assedio di Lucera e di Galvano Lancia, ecc…Il Racioppi (…) continuando il suo racconto scrive: “E non dirò altrimenti come, sparsa la voce della morte di Corradino lontano, Manfredi si proclama re del reame; ecc…”. Il Saba Malaspina (…), nel suo ‘Chronicon‘ sulla casata Sveva che descrive gli anni dal 1250 al 1285, a p. 291 del Giuseppe Del Re (…), op. cit.,  che lo riporta completamente trascritto e tradotto, in proposito ai fatti accaduti di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettra del 1279, a p. 292 del Libro IV, riferisce che: “Dopo che fu inviato vicario in Sicilia Filippo di Monforte, uomo bellicoso e bello della persona. Il quale colà andando, il conte Federigo Lancia, fratello del fu Galvano, difendea contra i fedeli del re il castel di Sala, che è in Calabria, per sito fortissimo; il qual finalmente asssediato da gran moltitudine di fedeli, il predetto conte venuto con quelli a patti, restituillo ed abbandonò loro, e sano e salvo condotto, secondo il patto, al mare, passò di poi in Romagna.”. Forse l’episodio che ci racconta il Malaspina (…) riguarda gli eventi di cui parlava re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279. Il Malaspina, racconta della presa del Castello del castrum di Sala Consilina allora difeso dal conte Federico Lancia, fratello di Galvano Lancia. Sappiamo che nel 1246, l’Imperatore Federico II di Svevia distrusse la città di Sala Consilina per ritorsione e per vendicarsi contro alcuni che avevano patteggiato contro di lui nella ‘Congiura di Capaccio’. Ma, l’Ebner (…), parlando di Sala Consilina non dice nulla sull’episodio citato nella cronaca del Malaspina. Pietro Ebner (…), a p. 467 del vol. II, op. cit., in proposito scriveva che: “Dopo il 1266 Ruggiero di Sanseverino ebbe confermati i feudi di Atena, di Sala e di Teggiano. Nel 1295 Tommaso (II) di Sanseverino ebbe confermato il feudo di Sala.”. Dunque, l’episodio raccontato da re Carlo dei ribelli di Tortorella, partigiani di Corradino di Svevia, e di Federico Lancia, potrebbe ascriversi alla notizia tratta dal Malaspina ed alla presa di Sala da parte del prode angioino Filippo di Monforte vicario di re Carlo in Sicilia. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano Lancia: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Secondo quanto afferma, forse erroneamente, Bartolomeo da Neocastro in quell’anno il Lancia ottenne da Manfredi incarichi di comando in Calabria e sconfisse alla Corona di Seminara i ribelli messinesi sbarcati sul continente. Nella primavera 1267 Corradino nominò il Lancia vicario in Sicilia. Da quel momento, probabilmente, i due fratelli si divisero i compiti per allestire lo strumento militare destinato alla riconquista del Regno di Sicilia al servizio di Corradino: mentre a Roma Galvano si occupava dell’esercito, il Lancia si dedicava all’approntamento della flotta. La sua presenza è infatti segnalata a Pisa il 16 ag. 1267 e ancora nel maggio 1268, quando giunsero contributi pecuniari senesi e pisani alla causa imperiale. Si provvide così all’allestimento di una grande spedizione navale per recare aiuto a coloro che nel Regno già si erano sollevati contro Carlo d’Angiò. La flotta – composta di 28 galee e 4 saettie, con 6000 uomini e alcuni dei più eminenti esuli del Regno, al comando di Guido Boccia per i Pisani e del Lancia come vicario di Corradino – salpò nel mese di luglio, si soffermò alla foce del Tevere per proteggere la partenza della spedizione terrestre da Roma e proseguì quindi lungo la costa mettendo a sacco Gaeta, Ischia e la costa amalfitana, ma senza destare la sperata insurrezione delle popolazioni locali; ciò avvenne solo in Calabria dove, per l’autorità lì mantenuta dal Lancia, il giudice Carlo a lui fedele fomentò la rivolta a Seminara. I componenti della spedizione ritenevano di essere i precursori di un vittorioso Corradino e ignoravano che invece egli era stato sconfitto a Tagliacozzo. La flotta giunse a Milazzo il 30 agosto e la città fu presa senza difficoltà; in seguito fu attaccata Messina, invano difesa da una squadra navale angioina comandata dal ligure Roberto di Laveno. La flotta pisana fu tuttavia messa in fuga dal popolo messinese mentre giungeva notizia della sconfitta di Corradino e si manifestavano gelosie e rivalità tra il Lancia e Corrado Capece, entrambi convinti di essere capitano e vicario generale in Sicilia. Secondo gli ‘Annali’ genovesi, gli insorti dell’isola avrebbero eletto loro “capitano e signore” il Lancia il quale, per le sue parentele e per il ruolo in precedenza sostenuto, era uno dei grandi del regime svevo, ma forse Corradino aveva inteso preporlo soltanto all’impresa navale; egli poteva nondimeno giovarsi della rete di relazioni a suo tempo stabilita in Calabria e nel Messinese sollecitando alla rivolta i suoi fedeli contro gli Angioini: se Messina non aderì, la rivolta ebbe invece notevole successo negli anni 1268-69 nel Giustizierato di Calabria.

Nel 1268, Enrico (per il Collenuccio) o Guglielmo (per l’Antonini), “il vecchio conte di Rivello”, partigiano di Corradino di Svevia

Angelo Bozza (…), sulla scorta del Collenuccio e del Summonte, nel vol. I, a p. 367, per l’anno 1266 (dopo la morte di Manfredi) in proposito scriveva che: “Alla fama della venuta di Corradino, molte provincie del regno, maltrattate da governatori francesi si ribellarono contro Carlo. Capi della ribellione Enrico, vecchio conte di Rivello, ecc…”. Pandolfo Collenuccio (…), nel libro IV del suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’, edito nel 1591, ci parla del conte di Rivello “Enrico” o “Arrigo” vissuto al tempo di Federico II di Svevia e dopo con la venuta di Corrado IV e poi di Corradino di Svevia. Il Collenuccio (…), ci parla del feudatario di Rivello e lo chiama, dice l’Antonini erroneamente “Enrico, vecchio Conte di Rivello” a cui l’Antonini si riferisce quando aggiunge che egli “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Dunque, secondo il Collenuccio (…), alla morte di Federico II di Svevia, suo figlio legittimo Corrado IV divenuto Imperatore ed erede del Regno di Sicilia, di cui faceva parte Napoli e le nostre terre, commise il governo di Napoli ad Enrico o “Arrigo” (l’Antonini lo chiama Guglielmo), vecchio Conte di Rivello. Il Collenuccio (…) aggiunge pure che Enrico, il vecchio conte di Rivello “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Il Collenuccio (…), a p. 62, in proposito scriveva che: “Avuto adunque Napoli in questo modo Corrado, fu  Re universale del Regno senza alcuna contradittione, et la riformatione di esso, commise ad Enrico, vecchio Conte di Rivello, et il governo di Napoli. Stando adunque in istato pacifico volto ai piaceri, Enrico fanciullo suo fratello, figliuolo della Regina Isabella, partì di Sicilia, à chi Federico l’havea lasciata, per venire a far riverenza al Re. In sua compagnia vi era un Capitano Saracino detto Giovanni Moro, ecc…ecc... Il Collenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 57 a, parla di ‘Guglielmo, ribelle di Federico II’. Per i fatti, di cui ha parlato anche l’Antonini a p. 443 della sua ‘Lucania’, prendendo le mosse dal racconto che fece lo storico Pandolfo Collenuccio. L’Antonini (…), parlando di Lagonegro, l’antica ‘Nerulo‘, ‘Lagonegro e sue montagne’, p. 183, Parte II, Discorso I. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, continuando il suo racconto su Rivello, a pp. 442-443, nella sua nota (I), posillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”Dunque, l’Antonini (…), riguardo a Rivello, sulla scorta del Collenuccio (…) scrive in proposito che fu conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II fu conosciuto da Corrado di Svevia, come uomo di gran senno e di consumata prudenza, destinandolo alla riformazione del Regno. L’Antonini si riferisce a Corrado IV, che ottenne la successione al Regno dopo la morte del padre Federico II di Svevia. Secondo l’Antonini, l’imperatore Corrado IV, succeduto al padre Federico II di Svevia nel Regno di Sicilia, conosciuto Guglielmo conte di Rivello (Enrico o Arrigo per il Collenuccio) lo destinò alla “riformazione del Regno”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei popoli etc…”, a p. 177, parlando dei moti scoppiati nel Regno di Sicilia dopo la morte di Federico II di Svevia per la sua successione, impossessatosi del Regno il figlio Corrado IV e della discesa di Corradino nel Regno per toglielo allo zio Manfredi, scrivendo sulla scorta del libro IV del Collenuccio (…) e del libro II del Summonte (…), scriveva che: “La prima città a ribellarsi (dice uno storico (2), assommando gli sparsi fatti) quando re Carlo era in Abruzzo contro Corradino, fu Lucera; poi Andria, Potenza, Venosa ecc..ecc…Capi della ribellione furono Roberto di Santa Sofia (1) con Raimondo, suo fratello, Pietro e Guglielmo, fratelli, Conti di Potenza, Enrico il vecchio Conte di Rivello, e un altro Enrico di Pietrapalomba (2), tedesco, ecc…Questi, scorrendo la Puglia, Capitanata e Basilicata, ogni cosa rivoltarono, ponendo a sacco le terre che facevano resistenza; le quali furono Spinazzola, Lavello, Minervino, ecc..ecc…Solo si tennero queste terre, perchè avevano fortezze e presidi, Gravina, Montepeloso, Melfi, Troia, Barletta, Trani, Molfetta, Bitonto e Bari.”, ma quando Carlo ebbe vinto, non fu terra, ne castello in Puglia, nè in Basilicata ecc..ecc..”. Il Racioppi (…), a p. 176, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Collenuccio, Stor., lib. IV e Summonte, Storia, ecc.. che ne ricopia le parole, II, p. 220.”. Il Racioppi (…), riguardo le ribellioni nel Regno con Corradino di Svevia ed alcuni feudatari delle nostre terre, citava il Summonte G.A. (…), che nel suo ‘Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli’, edito nel 1675 e nel 1602, tomo II, Libro III, a p. 121, in proposito scriveva che: “…capi della ribellione furono Roberto di santa Sofia, che spiegò la bandiera dell’Acquila, e Ramondo suo fratello Pietro, e Guglielmo fratelli conti di Potenza, Henrico, il Vecchio Còte di Rivello, & un altro Enrico ecc..ecc……contro li quali rubelli per tenerli in freno era stato deputato Ruggiero Sanseverino dal Re, con altri come è detto: & egli co’l suo esercito se n’era passato il passo levatosi dall’assedio di Lucera, havedo inteso che Corradino se ne veniva nel Regno: ecc..ecc..”. Dunque anche il Summonte (…), oltre al Collenuccio (…), lo chiamava Henrico vecchio conte di Rivello, diversamente dall’Antonini che voleva fosse Guglielmo e non Enrico. Il Racioppi, a p. 177, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Pietrapalomba era un castrum a sinistra dell’Ofanto, e il suo territorio oggi appartiene al paese che ha mutato il vecchio nome di Carbonara in quello di Aquilonia. – ecc..”. Dunque il Racioppi, a p. 177, vol. II, ci parla della conquista del Regno da parte di Carlo I d’Angiò e della sconfitta di Corradino di Svevia e dei suoi partigiani e, sulla scorta del Collenuccio (…) ed in particolare del libro V ci parla, come il Collenuccio del milite e feudatario Enrico, vecchio conte di Rivello.

Nel 1269, i fratelli GIACOMO, ROBERTO e RICCARDO DI LAURIA e, lo stato di Laino, in epoca Angioina 

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Non si perdono invece le tracce di un Giacomo, di un Roberto e di un altro Riccardo di Lauria, fratelli, citati in un diploma angioino del 21 luglio 1269 e detti custodi del Castello di Laino (104). I tre erano infatti ricorsi all’autorità di Carlo I d’Angiò per chiedere la riscossione delle paghe loro (e di 25 servienti) sino a quel momento non percepite, avendo i Lauria prima espugnato il castello di Laino, in mano ai partiggiani di Corradino, e successivamente anche ottenutone la custodia dal giustiziere di Val di Crati. Evidentemente i Loria non si erano deputati affatto soddisfatti, né era bastoto loro il provvedimento per il quale re Carlo, il 13 giugno 1269, aveva già designato Roberto castellano del Castello di Laino, se quel Roberto di Laveria citato nel diploma (105), sembra essere, sulla fede del contenuto specifico, una regestazione onomastica impropria assunta dal Minieri Riccio (106) o in tal forma a lui derivata da un errore di scrittura del cancelliere. Non è neppure da escludere che la designazione risponda ad un provvedimento a caldo a favore di Roberto, mostrando infatti la documentazione collaterale un singolare avvicendamento di cariche con un Guglielmo di La Forest milite (107), già castellano del Castello di Laino al 1269 (108), declassato, nello stesso anno, quindi a custode (109).”. La Lamboglia, a p. 44 proseguendo scrive che: “…., mentre i rimanenti Jacobo (Giacomo) e Riccardo vengono esentati, dal prestare servizio militare in Acaia in soccorso di Guglielmo II di Villeharduin (115), poichè non posseggono un intero feudo (116). Di Giacomo di Lauria – comunque feudatario – sia pure di una porzione di feudo – nulla si dice invece nei documenti di cancelleria superstiti, se non quel poco che si ricava da un regesto di un documento, fatto a suo tempo dal Minieri-Riccio, e datato 18 luglio del 1271. In esso, re Carlo ordina al giustiziere della Basilicata di far pagare a Giacomo di Lauria, dai suoi vassalli, la sovvenzione dovuta secondo le consuetudini del Regno, poichè questo doveva essere cinto cavaliere ed insieme a Ruggero Sanseverino, conte di Marsico e vicario del Re a Roma, portarsi in quella città per faccende non del tutto precisate (117).”.

Lamboglia, p. 43

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: Tale d’altronde era lo stato di Laino occupata da Giacomo, Roberto e Riccardo di Lauria, i quali ricorrono nel 1269 al re Carlo I d’Angiò perché, avendone espugnato il Castello tenuto dai fautori di Corradino e avendone ottenuto la custodia dal Giustiziere della Valle del Crati con una guarnigione di 25 uomini (che il documento chiama servienti) da quel tempo non avevano mai riscosso il loro soldo. Re Carlo I fa ripondere da Foggia in data 21 luglio ordinando al Giustiziere Matteo di Fasanella di soddisfare il Lauria in ragione d’un’oncia al mese per essi e mezzo augustale per ciascuno per i “servienti” dal giorno in cui fu ad essi affidata la custodia del Castello ribelle di Laino fino al 1° agosto dello stesso anno 1269. Ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Confermerebbe la prima ipotesi – quella cioè che individuerebbe Roberto, Giacomo e Riccardo di Lauria quali zii paterni di Ruggero – un documento angioino del 1306-1307 recante la ‘Forma commissionis officii viceamiracie’, che nell’ultimo capoverso annota: “PRESCRIPTA (sic) forma concessa fuit de novo dom. Riccardo de Lauria patruo dom. Rogerii de Lauria antiquitus tamen predecessoribus fuit in alia forma concessa (….)(123).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (123) postillava che: “(123) RCA, vol. XXXI, p. 71-74, n. 41.”.

Nel 1270, “Andree de Torraca Proditoris” possedeva beni “alia bona in Policastro” che, Carlo I d’Angiò, nello stesso anno gli tolse e donò ad altri

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, nell’anno 1270, Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti in passato ad un certo “Andrea ribelle di Torraca. Recentemente in un testo a stampa su ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, Giorgio Mallamaci (…), parlando di Torraca all’epoca Angioina, sulla scorta di Ebner (…) e senza mai fornire alcuna citazione bibliografica a p. 33, in proposito scriveva che: “Un altro nome è quello di un certo Andree de Torraca il quale compare nei ‘Registri della Cancelleria Angioina’ ricostruiti da R. Filangieri; in tali documenti viene specificato che nel 1270 è stata effettuata la donazione da parte del re (Federico II) all’ostiario (custode) Rinaldo di Poggiolo un castello di Vineoli nel giurisdizionato di Basilicata, un castello di Conca di Campania, insieme con altri beni a Policastro che furono di Andree da Torraca. Più precisamente in esso vi si legge che “760 – Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli in Iustitiarato Basilicate, castrum Concae et aliab, que fuerunt Andree de Torraca, Prodi-Toris (Reg. 6, fol. 16).”. Il Mallamaci (…) parla di una donazione di Federico II di Svevia che è un evidente errore quando invece l’Ebner (…), correttamente parla di una donazione di Carlo I d’Angiò. Sono peraltro interessanti le citazioni bibliografiche dell’Ebner che cita il Filangieri (…). Dunque, la notizia che re Carlo I d’Angiò (e non Federico II di Svevia), nel 1270 donava al custode (ostiario) Rinaldo di Poggiolo alcuni castelli in Basilicata insieme ad altri beni a Policastro che furono di Andree di Torraca “Prodi-Toris” (‘proditor’), proviene da Pietro Ebner (…). Addirittura l’Ebner dirà di Andrea di Torraca “il ribelle”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 538, parlando di Policastro, in proposito riportava una notizia simile e scriveva che: “Nel Reg. 6, f 16 è la notizia della donazione di re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolo del castello di Vineolo in Basilicata e di “alia bona” in Policastro “que fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Del ribelle Andrea di Torraca è pure notizia negli stessi ‘Registri’ (6). Ecc…”. Ebner nella sua nota (6), postillava che: “(6) Reg. Cancelleria Angioina IV, p. 113, n. 760 (v. a Policastro).”. Riguardo l’interessantissima notizia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dal Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”.”. Infatti, leggendo il vol. IV della ricostruzione dei Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri (…) e, questo curato dalla Jole Mazzoleni (…), a p. 113, nel documento n. 760 del registro XIV si legge che: “760. Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli, in Iustitiariatu Basilicate, castrum Conche et alia bona in Policastro, que fuerunt Andree de Torraca proditoris). (Reg. 6, f. 16).”.

Filangieri Riccardo, Jole Mazzoleni, vol. IV, p. 113

Il cui significato è, riferendosi a re Carlo I d’Angiò che nel 1270: “Il re dona a Rinaldo de Podiolo hostario (custode) del Castello di Vineolo, il castrum Conche e alia bona (alcuni beni) in Policastro che erano e appartenevano al traditore ribelle Andrea di Torraca”. Il documento che riguarda Andrea di Torraca che postillava l’Ebner è (Reg. 6, fol. 16, n. 760).”, e la Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dunque, secondo il documento angoino pubblicato dalla Mazzoleni (vol. IV, p. 113 del Filangieri), scriveva che Carlo I d’Angiò, nel 1270 aveva donato all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata ed altri beni (“alia bona”), forse terreni e proprietà immobiliari a Policastro, che erano stati posseduti dal “proditores” (ribelle) Andrea di Torraca. Dunque, secondo il documento angioino, il ribelle e milite Andrea di Torraca, forse ai tempi di re Manfredi, possedeva un castello di Vineolo in Basilicata. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, riguardo il milite e ribelle ‘proditores’ ‘Andree de Torraca’, la Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di M. Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito M., Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6”. Dunque, il documento citato dall’Ebner (…) che riguarda il “proditores” “Andree de Turraca” è citato nel foglio n. 322 t, contenuto nei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito. Dove si trova questo foglio ?. In quale dei registri è stato registrato ?. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Dunque, secondo il documento federiciano pubblicato dalla Mazzoleni, Andrea di Torraca dovrebbe essere stato un milite che ai tempi di re Manfredi e di Corradino doveva avere un castello a Vineolo o “Vineoli” (del “giustizierato” dice il Mallamaci) in Basilicata. Ma del castello o del centro di Vineoli o Vineolo nel giustizierato di Basilicata non si riesce a capire quale fosse. Forse è il castello di Lagopesole, uno dei più belli e l’ultimo fatto costruire da Federico II di Svevia.

Nel 1270, il “Proditores(ribelle) “Bartolomeo di Torraca” possedeva beni a Policastro che, Carlo I d’Angiò, nello stesso anno gli tolse e donò ad altri

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, precisamente nell’anno 1270 Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti ad un certo, “Bartolomeo di Torraca, chiamato Proditor, che possedeva beni a Policastro e per punirlo glieli tolse. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “In età angioina è poi notizia di Bartolomeo di Torraca, “proditor”, il quale possedeva beni a Policastro (5).”. Ebner, a p. 664, nella sua nota (5), postillava che la notizia era tratta da: “(5) Reg. 5, f 34, 16 marzo a. 1270, XIII = vol. III, p. 107, n. 85”. Infatti, rileggendo il vol. III della ricostruzione dei Registri Angioini, pubblicati da Riccardo Filangieri, a p. 107, per il documento n. 86 (e non il documento n. 85 citato da Ebner), nel registro XIII, leggiamo: “86. – (‘Bartolomeo de Torraca’, “proditor”, ‘possedeva beni in Policastro, sub. dat. XVI martii XIII ind., anno 1270) (Reg. 5, f. 34).”. Riccardo Filangieri nel vol. III, a p. 107, postillava in proposito che: “Fonti: Scandone ms. in Arch.; Minieri Riccio, ms. in Arch.”.

Filangieri R., op. cit., vol. III, p. 107

Il Filangieri, citava Francesco Scandone. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Scandone scrisse dei poeti siciliani ai tempi di Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un Andrea di Torraca potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”.

Nel 1269, ‘Gille de Blemur’, e il Castello di Molpa e Camerota

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (10) postillava che:  “Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che:  ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che:  “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (13) postillava che:  ” (13) Anni 1269-1272. Reg. 6, ff 151-154 = vol. VII, P. 260.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (14) postillava che:  “(14) Reg. 10, f 41 = vol. VII, p. 15, n. 89.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (15) postillava che:  “(15) Camerota pro focul. XXXVII, unc. XIX, tar. VII et mentium: vol. VIII, p. 239. Cfr. ad Agropoli.”. Di ‘Gil de Blemur’ è interessante ciò che Ebner (…), nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo i documenti che possono testimoniare a quali feudatari, tra cui quelli delle nostre zone, re Carlo I d’Angiò sequestrò i beni perchè avevano patteggiato con Manfredi, Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che:  ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) di Antonini (…) a p. 366.Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a Gil de Blemur” il castello della Molpa. Inoltre, l’Ebner si riferisce ad un Egidio de Blemur, feudatario di Camerota all’epoca Angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272 e dunque non si poteva trattare dello stesso Gil (normanno) di cui parlano i due studiosi Augurio e Musella (…), ovvero di “Gibel de Loria”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(…) Kantorowicz E.H., Federico II Imperatore, Milano, ed. Garzanti, p. 473 e s. Si veda pure la sua recente ristampa del 2017, con la traduzione di Gianni Pilone Colombo. Il Kantorowicz, nelle sue note a p. 515, riguardo l’alleanza tra Venezia e Genova, stretta in Laterano”,  scrive: “in quadam camera domini pape”, stà in BFW, 7216, WACT., II, n. 1028, pp. 689 e s., stà in Bohmer J.F., Regesta Imperii, V, 3-5, editi da Ficker J., ed. E. Winkelmann, Innsbruck (1892-1901); vedi pure: Winkelmann, Acta imperii inedita, vol. II, n. 1028, pp. 689 (o p. 669?), Innsbruck, 1880. Nelle sue note a p. 516, il Kantorowicz, parlando del patto di alleanza stipulato da papa Gregorio IX, scrive che il patto con Venezia stà in “MG-EPP. Pont., I, n. 833-838, pp. 733 e s.”. Si tratta delle ‘Epistulae saeculi XIII e regestis pontificarum Romanorum selectae’, stà in ‘Monumenta Germaniae Historica’, voll. 3, Rodenberg Carl, ed. Apud Weidmannos, Berlino (1883-87), I, n. 833-838, pp. 733 e s. Mentre per il patto con Genova si veda: ‘Liber Iurium’, Hirst. Patr. Monum., vol. VII, p. 980, ovvero: ‘Liber iurium reipubblicae Genuensis’; 2 voll., Torino 1854-57; Historia Patriae Monumenta, voll. VII e IX. Si veda pure: Ortalli G., Venezia-Genova: percorsi paralleli, conflitti, incontri, p. 13, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, cit. Cfr. cap. II. 2, p. 157 e, Puncuh E., Trattati Genova-Venezia, p. 143, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, cit. Nella ‘Cronica per extensum descripta’, p. 298, a cura di E. Pastorello, Bologna 1938-1958, in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, XII/1, Andrea Dandolo scrisse che nel 1242, dopo la sconfitta all’isola del Giglio, Venezia dietro domanda genovese, preparò una flotta di sessanta galee, non per combattere la flotta imperiale stanziata nel basso Adriatico, ma per la sottomissione di Pola.

(…) Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pollastri Sylvie, Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo’ che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151

(….) Pispisa Enrico, Il Regno di Manfredi – Proposte di interpretazione, ed. Sicania, Messina, 1991

(….) Carbonetti Vendittelli Cristina,  ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘, ed. dell’’Istituto Storico Italiano’, 2002 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda Discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Manco C., Scalea prima e dopo, Scalea, 1969

(…) Mazza ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…,

(….) Scandone F., Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904

I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina

Alcuni documenti dell’epoca, tratti dalla cancelleria angioina, dimostrano che a seguito delle operazioni militari della Guerra del Vespro, i centri costieri del Cilento, subirono notevoli danni, tra cui un sensibile calo della popolazione (…). I registri della Cancelleria Angoina, prima che fossero andati irrimediabilmente persi in un incendio, nell’ultimo conflitto mondiale, furono trascritti da diversi studiosi, tra cui il Carucci (…), nel “Codice Diplomatico Salernitano”, che ci racconta della guerra del ‘Vespro’, la guerra tra gli Angioini e gli Aragonesi, che si combattè proprio sulle nostre coste, nel XIII e XIV secoli. La Cancelleria Angioina, conservata presso gli Archivi di Stato di Napoli e Salerno è andata in parte persa in un incendio durante il secondo conflitto mondiale (…), ma restano i documenti tutti pubblicati a metà dell’800, da diversi studiosi come il Capasso, Giudice, Minieri-Riccio ed infine il Carucci (…). Dai documenti angioini (…) dell’epoca, si evince che la guerra del Vespro sarà causa di una forte diminuzione focatica (focolai, famiglie) dei feudi (…). Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), su cui bisognerebbe ulteriormente indagare. La Cancelleria Angioina, conservata presso gli Archivi di Stato di Napoli e Salerno è andata in parte persa con la conquista del Regno da parte degli Aragonesi (…). Purtroppo, gran parte dei documenti contenuti nei Registri Angioini, sono andati persi. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 F 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Dunque, Pietro Ebner, nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni etc…’, riguardo la storia di Policastro e di S. Giovanni a Piro, citava il Di Luccia (…) e, Marino Freccia (…). Ebner aggiunge che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina alcuni dei quali sono pubblicati dal Di Luccia: 1) Nel 1294, con il quale Re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni; 2) Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa; 3) re Ludovico che confermava tale dominio temporale; 4) Nel 1468, un documento (7) contenente  il consenso del re e del papa al giuramento di fedeltà da parte dei vassalli e cittadini di S. Giovanni a Piro all’abate del locale monastero; Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Dal suddetto ‘Archivio’ e processo, ff. 158 e 159.”5) la notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”; 6) Il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”; 7) Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”; 8)  documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”; 9) Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis  ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”; 10) L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’università, da non ritenere investitura. Riguardo il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber inquisitionum Caroli Primi’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai ossessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche nella sua nota (3) a p. 30. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.”. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intestazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit.,  II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.

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(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda vol. I, p. 223 e p. 236, dai seguenti titoli:  il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), p. 400 e 401 (Archivio Storico Attanasio – copia digitale. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito). Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il vol. III ha il seguente titolo: ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Il vol. IV ha il seguente titolo: ‘Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV’, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(…) Amari Michele, La guerra del Vespro Siciliano, ed. Società Editrice Siciliana, Mazzara, edizione ristampa della Scuola Tipografica Italo-Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, 1947 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Jamsilla Nicolò, Storia di Niccolò Jamsilla, delle Gesta di Federico II Imperatore e dè suoi figli Corrado e Manfredi re di Puglia e di Sicilia (1210-1258), stà in Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” (Archivio storico e digitale Attanasio)

(…) Saba Malaspina, “Istorie delle cose di Sicilia (1250-1268)” stà in  Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” vedi da p. 200 (versione di B. Fabbricatore) (Archivio storico e digitale Attanasio)

(…) Bartolomeo da Neocastro, Historia Sicula, stà in  Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” vedi da p….. (Archivio storico e digitale Attanasio). Lo si ritiene nato nella prima metà del Duecento da una famiglia probabilmente originaria di Nicastro e quindi di provenienza calabrese. Nonostante diversi difetti, il valore della cronaca rimane notevole per gli avvenimenti di cui egli fu vivo testimone, anche per il suo punto di vista privilegiato, che lo vedeva introdotto all’interno degli ambienti aragonesi. La Historia di Bartolomeo rimane una delle fonti più importanti soprattutto per la conoscenza degli eventi che rivoltarono il clima politico dell’isola durante e dopo la famosa ribellione del Vespro.

(…) Quintana, ‘Vidas de algunos Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93

(…) De Lellis Carlo, Supplemento a Napoli Sacra di D. Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli, 1654 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure:

De Lellis, Carlo <fl. 1663-1671>
I sunti del registro 1271 A. di Carlo 1. d’Angiò / Carlo De Lellis ; con introduzione storico diplomatica di A. Broccoli ed un cenno biografico del de Lellis per M. Mongillo
Caserta : Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893

Dalla rovina si salvarono, per essere rimasti in sede, oltre a qualche frammento, i repertori del Sicola (…), del Chiarito (…), del Borrelli (…) e tre volumi dei Notamenta di Carlo De Lellis ‘Notamenta ex registris Caroli II: Roberti et Caroli ducis Calabriae’ (ms. del XVII sec.). Napoli: Archivio di Stato di Napoli, vol. III, IV e IV bis, forse contenuti nell’opera di Bartolomeo Capasso (…), Nuovi volumi di registri angioini ora formati con quaderni e fogli che già esistevano dimenticati e confusi nell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1886

(…) Winkelmann Eduard, Acta Imperii Inedita – Innsbruck – 1880 (Archivio Attanasio)

(….) Prignani Giovan Battista, riguardo la citazione di Gaetani (…) delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano (o Prignani), di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi e che furono poi pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’, forse raccolte e pubblicate dal Fortunato nell’inedito ‘Codice diplomatico potentino’,  costituito da 55 documenti che dal 1178, giungono al 1500, forse pubblicati nel testo ‘Badie, Feudi e Baroni della Valle di ..‘, poi in seguito pubblicate dal Pedio (…). Invece forse si tratta di Prignani Giovan Battista (…), ‘Memorie storiche della città di Salerno’, forse un manoscritto.  Manoscritto; 1601-1657 data stimata (codice donato alla Biblioteca Angelica nel 1657). ‘Delle famiglie di Salerno’. Tomo primo (1r). Delle famiglie di Salerno. Tomo secondo (1r del ms. 276); il tomo primo è nel ms. 276. Si veda: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152. G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]. M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]. G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80). In Granito (…), del suo saggio a p. 86, nella sua nota (1) postillava che: : “(1) G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno, manoscritto n. 276, in Biblioteca Angelica di Roma, sul frontespizio leggesi “F. Philippus Vicecomes Episcopus Catanzarij olim Generalis Bibliothecae Angelicae donavit anno 1657.”. La Treccani on-line segnala: Fonti e Bibl.: Arch. segreto Vaticano, Registro Vaticano 42, f. 52; Roma, Bibl. Angelica, cod. 276: G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno normande (ms., 1641), f. 69. Aurelio Musi (…), scrive che questo importante testo del 1600 è conservato presso la Biblioteca Provinciale di Salerno, ms. 19, famiglie 1-103 e presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, Cronache e notizie di famiglie nobili salernitane, ms. X1V-H-22. Sul sito della Biblioteca Angelica di Roma, per il ms. 276, troviamo la seguente Bibliografia: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152; G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “”Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]; M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]; G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]; H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80).

Granito G., op. cit. in BSPS, 84, a. II, n. 1, p. 86

Granito, op. cit. , p. 81.PNG

Infatti il Cantalupo (…), nel suo “Il feudo vescovile di Agropoli etc..” che si trova nel Bollettino storico per la provincia di Salerno e Principato Citra’, anno II, n. 2 (1983), a p. 36 nella sua nota (103), postillava che: “(103) ecc..:

Cantalupo, Archivio Storico ..principato Citra, anno II, n. 2 (1983), nota 103, p. 36,.PNG

(Fig…) Cantalupo, op. cit. in ‘BSPPC’, anno II, n. 2 (1983), p. 36, nota (103)

Dove egli scrive di averli personalmente scoperti nella Biblioteca Angelica di Roma dove essi sono conservati con la collocazione ms. 276 e 277. Il Cantalupo (…), riguardo un documento di Tommaso Sanseverino postillava dei ue testi del Prignano (…), che furono segnalati per la prima volta nel manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (…), da cui ha attinto Rocco Gaetani (…). Il Cantalupo scrive che: “Nei due volumi dell’opera trattò diffusamente, sulla scorta di una precisa documentazione tratta dagli archivi dell’epoca, la storia di 84 famiglie che ebbero feudi e titoli nobiliari soprattutto nel Principato Citra.”.

(….) Merkel Carlo, Manfredi I e Manfredi II Lancia – contributo alla storia politica e letteraria nell’epoca sveva, pubblicato a Torino nel 1886 (Archivio Attanasio)

(….) Berger Elie, Les registres d’Innocent IV”, in Biblioth. des écoles francaises d’Athènes et de Rome, Parigi, 1884 (Archivio Attanasio)