Prof. Arch. Francesco Attanasio – Studi su Sapri (SA) e sul 'basso Cilento' – Studi di storia, storiografia, dalle origini, usi e costumi, folklore, dialetto ed altro.
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su un pavimento del XIV secolo firmato dal suo probabile esecutore, un certo “Dimera de Sapri”. Come vedremo questo pavimento si trova nella “Cappella del SS. Crocifisso” all’interno della chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli ed il frammento in questione si trova esposto e conservato nel Museo “Filippo Palizzi” di Napoli. La cappella del SS. Crocifisso appartenne in origine alla famiglia Campanile e poi in seguito alla famiglia Petra ma io credo che questo pavimento provenga da altre chiese e sia di molto anteriore all’epoca dei Campanile. Come vedremo innanzi, la notizia fu tratta dallo studioso napoletano Gaetano Filangieri (….) che, nel 1884 scriveva in proposito a questo pavimento: “Oltre a ciò accresce maggior pregio a tal lavoro uno dei suoi quadrelli rappresentante un pomo trapassato da un coltello, sulla cui lama si legge la firma del maestro ‘regiolaro’: DIMERA DE SAPRI.”.
(Fig. 2) Pavimento del ‘400 ove vi è la piastrella (riggiola) maiolicata con la scritta “Dimera de Sapri” nella cappella Campanile (…) nella chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli – immagine tratta dalla rete http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm
La notizia di un certo ‘Dimera di Sapri’, probabile esecutore di un pavimento del XIV secolo a Napoli
Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, redatta su incarico del Comune di Sapri per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) redatto dal Prof. Francesco Forte, a p. 16 in proposito scrivevo che: “Lo studioso della maiolica napoletana Guido Donatone (117), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, ecc…”. Dunque, la notizia interessantissima riguardava un pavimento maiolicato napoletano del ‘400 che racava la firma del suo probabile esecutore, un certo “Dimera” di Sapri e, riferita da Felice Cesarino (…) che, nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione della storia antica di Sapri” (…) (stà in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, pubblicato nel lontano 1979), a p. 28 informava che: “Il prof. Guido Donatone, uno studioso della maiolica napoletana (10), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400 (attualmente conservato presso l’Istituto d’Arte di Napoli) che reca la firma del suo esecutore: un certo DIMERA di Sapri.”. Il Cesarino a p. 28, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Vedi “La maiolica napoletana dalle origini al sec. XV” in “Storia di Napoli”, vol. IV, Napoli, 1975.”. Dunque, una notizia tratta da Guido Donatone (…) che ha scritto diversi testi sulla maiolica Campana, nel Regno di Napoli. Ho cercato di indagare ulteriormente sull’interessante notizia riferita dallo studioso napoletano Guido Donatone.
Nel XIV secolo, un pavimento maiolicato di un certo “Dimera de Sapri”, nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli
Felice Cesarino traeva l’interessante notizia dal saggio sulla maiolica napoletana del ‘400 del prof. Guido Donatone (…). Il Cesarino (…), nella sua nota (10) citava il riferimento bibliografico, ovvero il testo del Donatone ma non diceva altro. Certo la notizia era ed è interessantissima essendo all’epoca pure fresca di stampa. Il volume IV della “Storia di Napoli” (Edizioni Scientifiche Italiane) contiene il saggio di Guido Donatone (…), “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV”. Il volume IV della “Storia di Napoli”, fu pubblicato nel lontano 1974 ed ivi troviamo il saggio dello studioso napoletano Guido Donatone (…): “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV” che, a pp. 579 e s. parla dei pavimenti maiolicati del XV secoli in Campania. Nel saggio di Guido Donatone “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV” non appare mai la parola “Dimera di Sapri” e, nel testo scritto non pare vi sia un riferimento diretto al maiolicaro Dimera di Sapri. Il Donatone però, riporta alcune immagini di pavimenti ed una in particolare, la fig. n. 232, si può leggere “Dimera de Sapri”. La fig. 232 del saggio di Donatone (vedi Fig. n. 1) illustra un pavimento maiolicato. Per saperne di più dobbiamo riferirci alla didascalia. Infatti, nella didascalia della fig. 232) è scritto che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”, mentre nella didascalia dell’altra immagine fig. n. 233) si postillava che: “233) Avanzi di impiantito con lo stemma di Poderico. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”; la didascalia della fig. 235) postillava che: “235) Avanzi del pavimento della cappella Brancaccio della chiesa di S. Angelo a Nido. Fabbriche napoletane del secolo XV. L’autore dell’impiantito si rivela in maniera palmare uno dei ritrattisti che dipinsero i vasi con personaggi della corte aragonese più innanzi illustrati. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”.
Come si può vedere nell’immagine di Fig. 1, ovvero la fig. 232) tratta e pubblicata nel saggio di Guido Donatone (…) sul vol. IV della “Storia di Napoli”, si illustra un pannello con avanzi, una porzione, di un pavimento composto da piastrelle ceramiche maiolicate, in cui in una di esse si legge chiaramente la scritta “DIMERA DE SAPRI”. Come si può vedere sulla piastrella montata sul pannello conservato al Museo Palizzi viene illustrato un pomo trafitto da una lama con su scritto “Dimera de Sapri”. E’ solo rimandando alla didascalia della fig. 232) ed al testo di Donatone che si riesce a sapere qualcosa in più di questo pavimento. Il Donatone non dice nulla di questo “Dimera de Sapri”. Il Donatone postillava solo che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”. Dunque, sebbene la parola “Dimera de Sapri” appaia solo sull’immagine di fig. 1 (vedi fig. 232)) è solo leggendo il testo del Donatone che riusciamo a capirne di più. Lo studioso napoletano Guido Donatone (…) nel suo saggio “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV”, nel suo cap. IX – “Le pavimentazioni maiolicate del secolo XIV”, a p. 595, in proposito scriveva che: “Pure in S. Lorenzo sono state trovate numerose ambrogette quattrocentesche, di cui si dirà innanzi, ma anche qualche piccola piastrella quadrata (vd. ill.), rapportabile al secolo precedente per la tecnica di esecuzione rudimentale e l’ingenuo arcaismo dei motivi ornamentali. Per il Rebuffat sono pure da assegnarsi alla fine del secolo XIV i pavimenti un tempo nella cappella del Crocifisso, già della famiglia Campanili, poi dei Petra, in S. Pietro a Maiella (vd. ill.) e quello, appena ricordato, dei Poderigo in S. Lorenzo (vd. ill.) impiantito che vede come anello di congiunzione tra quello di Donnareggina e quelli di gran lunga più pregevoli del secolo XV. Ecc…”. Dunque, la notizia citata dal Cesarino riguardava proprio il seguente passo del Donatone (…) che a sua volta si rifà ad Orazio Rebuffat (…), ovvero che: “Per il Rebuffat sono pure da assegnarsi alla fine del secolo XIV i pavimenti un tempo nella cappella del Crocifisso, già della famiglia Campanili, poi dei Petra, in S. Pietro a Maiella (vd. ill.)ecc…”. Il Donatone dice che il pavimento illustrato nell’immagine in bianco e nero della fig. 232) dice solo essere uno dei “pavimenti un tempo nella cappella del Crocifisso, già della famiglia Campanili, poi dei Petra, in S. Pietro a Maiella (vd. ill.)”. Dunque, indaghiamo meglio. La notizia di un pavimento con la scritta “Dimera de Sapri” proveniva dal Donatone ?. Il Donatone aveva tratto la notizia dal testo di Gaetano Filangieri (…). Il Filangieri a pp. 340-341 del vol. II del testo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, pubblicato nel 1884 e che a p. 340 in proposito a questo pavimento scriveva che: “Oltre a ciò accresce maggior pregio a tal lavoro uno dei suoi quadrelli rappresentante un pomo trapassato da un coltello, sulla cui lama si legge la firma del maestro ‘regiolaro’: DIMERA DE SAPRI. Ora per la grande affinità, che presentano le sue modalità decorative a fronte di quelle degl’impiantiti della cappella di S. Giovanni Battista, detta del Pontano, alla Pietra Santa, e così pure degli altri a S. Giovanniello alla ecc…”. Dunque, la notizia è stata tratta dal Filangieri. Quello che il Donatone illustra nell’immagine fig. n. 232) che riporta la scritta “Dimera de Sapri” è, come scrive lo stesso Donatone essere un “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella“ ?, oppure questo pavimento o “Avanzi….un tempo nella cappella del Crocifisso” oggi si trova, come dice lo stesso Donatone presso “Napoli, Istituto Statale d’Arte“ ?. L’immagine della didascalia 232) (vedi Fig. 1) tratta dal Donatone (…), riguarda un pannello conservato presso il Museo “Filippo Palizzi”, presso l’Istituto Statale d’Arte di Napoli e composto di “avanzi” del pavimento che pure esiste ancora oggi nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella di Napoli. Dunque, il pavimento o frammento di esso che è composto da piastrelle invetriate o “riggiole” maiolicate dove ve ne è una che riporta la scritta “Dimera de Sapri” è conservato ed è esposto al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” di Napoli presso l’Istituto Statale d’Arte oggi Istituto Coreutico. Questo frammento di pavimentazione, raccolto in un pannello, proviene da un pavimento che ancora si trova e si può ammirare nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli e precisamente nella cappella presbiteriale che prima veniva chiamata “Cappella del SS. Crocifisso” (vedi figg. 2-3-4). Pubblico la fig. 2 a colori, che illustra il pannello con gli avanzi del pavimento in questione a colori con la scritta “Dimera de Sapri”. Tra le ceramiche italiane, eseguite in un arco di tempo che va dal Quattrocento all’Ottocento, spiccano senza dubbio i pavimenti maiolicati (molto presenti a Napoli sin dal tempo di Alfonso I d’Aragona) e una serie di pezzi, sempre in maiolica da tavola e da farmacia. L’immagine è stata tratta dalla rete cercando nelle chiese Napoletane ed in particolare cercando la chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli:
(Fig. 2) Tavola o pannello di una porzione o avanzo del pavimento del ‘400 oggi esposto e conservato presso il Museo Palizzi di Napoli, con la piastrella (riggiola) maiolicata con la scritta del suo probabile esecutore “Dimera de Sapri”. L’immagine illustra il pannello esposto al Museo Artistico Industriale di Napoli ove essa è conservata ed è tratta dalla rete http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm
(Fig. 4) Chiesa di San Pietro a Majella a Napoli – Cappella Petra (ex cappella Campanile), I cappella a sx del presbiterio, nel transetto sinistro. L’immagine illustra il pavimento maiolicato nella cappella Petra (ex cappella Campanile) nella chiesa di S. Pietro a Majella di Napoli. Come si può vedere il pannello conservato nel Museo Palizzi di Napoli, quello illustrato nelle Figg. 1-2 è un frammento tratto proprio da questo pavimento. L’immagine illustra il pavimento maiolicato da cui proviene il frammento con la piastrella o riggiola del ‘400 con la scritta del nome del suo probabile esecutore “Dimera de Sapri”, pannello esposto nel Museo Artistico Industriale di Napoli. L’immagine è tratta dalla rete http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm alla voce ‘famiglia Campanile’. La prima cappella a sinistra dell’abside (cappella Petra) ospita nelle due pareti laterali i monumenti funerari di Domenico Petra, avvocato e uditore nelle provincie di Chieti e Trani, e Vincenzo Petra, terzo barone di Vastogirardi e signore di Caccavone, entrambi opere di Lorenzo Vaccaro; oltre al pavimento maiolicato di epoca aragonese, dove sono poste due lapidi di cui una del 1739 ad Isabella Altemps dei duchi di Gallese, moglie del duca Nicola Petra, la cappella è anche caratterizzata da un affresco della metà del Trecento raffigurante la Madonna del Soccorso.
(Fig. 5) Chiesa di San Pietro a Majella a Napoli – Cappella Petra (ex cappella Campanile), I cappella a sx del presbiterio, nel transetto sinistro. L’immagine illustra il pavimento maiolicato nella cappella Petra (ex cappella Campanile) della chiesa di S. Pietro a Majella di Napoli. L’immagine è la Tav. 5 tratta dal testo di Guido Donatone, La Maiolica napoletana del Rinascimento (…). Come si può vedere il pannello conservato nel Museo Palizzi di Napoli, quello illustrato nelle Figg. 1-2 è un frammento tratto proprio da questo pavimento.
Nella ‘Guida d’Italia – Napoli e dintorni‘, ed. 2008, del Touring Club d’Italia, a p. 193, alla voce che parla della Chiesa di San Pietro a Maiella, in proposito è scritto che: “Transetto sinistro. Nella 1° cappella a sinistra del presbiterio (L), *pavimento a mattonelle maiolicate (“azulejos”), di un tipo frequente nella Napoli aragonese ma oggi assai raro, alle pareti, ‘monumenti della famiglia Petra di Lorenzo Vaccaro. Al ecc…ecc…”. Sui saggi o porzioni di pavimento conservati nelle collezioni del Museo Palizzi di Napoli conviene leggere ciò che scriveva il Gaetano Filangieri. Il Principe di Satriano, lo studioso Gaetano Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, vol. II, parlando della chiesa di S. Pietro a Maiella, a p. 340, postillava che: “Il pavimento invetriato della cappella Brancaccio a S. Angelo a Nido, è appena un anno, che ivi non più vedesi, avendolo il patrono di essa cappella signor Gerardo Brancaccio Principe di Russano, cambiato con altro in marmo. Un saggio però degli antichi quadrelli, che il componevano, può vedersi nel Museo Artistico-Industriale, dove sono circa cento mattoncelli napolitani del XV e del XVI secolo, provenienti si da detta chiesa di S. Angelo a Nido, che dall’antico monastero di Donnareggina – (Vedi ‘Relazione sul Museo Artistico-Industriale e Scuole officine di Napoli- Napoli, 1873, p. 54).”. Qualcosa in più sul frammento di pavimentazione pubblicato dal Donatone (…)(quello di fig. 1, ovvero l’immagine della didascalia 232)) conservato nel Museo Artistico Industriale di Napoli è detto nella guida del ‘Il Museo Artistico Industriale di Napoli‘, pubblicata nel 1998 da Luciana Arbace (…), a p. 37 è stata pubblicata l’immagine di uno dei pavimenti o frammenti di essi che sono esposti e conservati al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” di Napoli. Riguardo la tipologia di questo tipo di maioliche d’epoca aragonese eseguite a Napoli o altrove (ma non certo a Faenza come voleva il Tesorone e come ha dimostrato il Rebuffat), l’Arbace (…), nella sua guida citata a p. 34, nel suo capitolo “I pavimenti maiolicati a Napoli” ha scritto in proposito che: “Sull’esempio delle mattonelle ordinate da Alfonso il Magnanimo al più celebre maestro di Manises, Johan Al Murcì, per i castelli di Napoli e Gaeta, a partire dalla metà del Quattrocento numerose chiese e palazzi napoletani vennero pavimentati con la maiolica. Dei diversi schemi tipici delle produzioni valenzane, venne preferito quello adottato per le sale di Castel Nuovo, che prevede la scansione regolare di piastrelle di forma esagonale intorno a un quadrello (tozzetto).Caratterizzate da decorazioni serrate (animali, ritratti, temi vegetali e floreali, iscrizioni, insegne araldiche), che attingono al repertorio tardo-medioevale o altra tradizione araba, le più antiche mattonelle provengono dalla Cappella Caracciolo del Sole nella chiesa di San Giovanni a Carbonara, databili dopo il 1456 e dipinte con prevalenza di blu cobalto come i prototipi iberici ai quali si ispirano (3M 785-814; 963-973). Una tavolozza più ampia – con giallo ocra, l’ocra, il verde ramina, assieme al bruno di manganese e all’azzurro – e sensibili aperture in direzione rinascimentale, distinguono le piastrelle della Cappella Brancaccio in Sant’Angelo a Nilo (3M 676-696) e quella dei Crocefissi nella chiesa di San Pietro a Majella (3M 647-669), in cui compaiono animali e figure restituiti con maggiore naturalismo. Oltre ad avanzi di pavimento un tempo nei monasteri di San Lorenzo (con lo stemma della famiglia Poderico), 3M 718-737), Santa Maria Donnareggina ecc…”. Dunque, l’Arbace (…) in proposito del nostro pavimento pubblicato dal Donatone (v. didascalia 232)) e in S. Pietro a Majella, scriveva che esso aveva una varietà di colori “con giallo ocra, l’ocra, il verde ramina, assieme al bruno di manganese e all’azzurro – e sensibili aperture in direzione rinascimentale“, che il Rebuffat (fece analizzare), si distinguono le “piastrelle” (maiolicate) nella cappella “quella dei Crocefissi nella chiesa di San Pietro a Majella (3M 647-669)“. I numeri rappresentano la collocazione del pannello illustrato in Fig. 1 e didascalia 232) pubblicato dal Donatone che fa parte delle collezioni del Museo Artistico Industriale di Napoli. Sauro Celichi (…), nel 1988, nel suo studio ‘La maiolica italiana della prima metà del XV secolo. La produzione in Emilia-Romagna e i problemi della cronologia, “Archeologia Medievale”, XV, 1988, pp. 65-104, in proposito ai pavimenti napoletani scriveva che: “Secondo Whitehouse precocità di attestazione avrebbe avuto invece la famiglia “gotico-floreale” retrodatata al 1425 ca., anticipandone la cronologia quindi di circa un trentennio. A supporto di tale ipotesi egli utilizzava principalmente i dati provenienti dai pozzi di Tuscania e, in subordine, le cronologie di alcuni pavimenti napoletani. I pavimenti napoletani sono quello della Cappella Brancaccio di Sant’Angelo al Nido (oggi distrutto) e quello della Cappella di San Giovanni a Carbonara, datati il primo intorno al 1428 e il secondo al 1427 o 1432 (Whitehouse, 1972, p. 230; IDEM, 1975, pp. 15-17). Questa cronologia si basa sulla convinzione che i pavimenti siano stati messi in opera al momento della costruzione o, nel caso di quello di San Giovanni a Carbonara, al momento della morte di Giovanni Caracciolo, qui sepolto, come è concorde opinione degli studiosi a partire dal Filangieri (FILANGIERI Dl CANDIDA, 1915, pp. 33-45, tavv. V-VIII; napoletana vd. anche REBUFFAT, 1917, pp. 67-70). I pavimenti napoletani documentano motivi appartenenti alla famiglia “gotico-floreale” in forma primitiva (Whitehouse, 1975, p. 17).”. Dunque, il Celichi (…), riguardo i pavimenti napoletani citava lo studioso Whitehouse (…), Filangieri di Candida (…) e Orazio Rebuffat (…). Per il Whitehouse il Celichi, nelle sue note si riferiva al testo di WHITEHOUSE D., 1972, The Medieval and Renaissance Pottery, in J. WARD PERKINS et alii, Excavations and Survey at Tuscania, 1972. A preliminary report, “Papers of the British School at Rome”, XL (1972), pp 209-235 e pure WHITEHOUSE D., 1975, Tuscania e la maiolica italiana del XV secolo, in Atti dell’VIII Convegno Internazionale della Ceramica, Albisola, 1975, pp. 11-30. Riguardo invece il Filangieri di Candida (…), il Celichi si riferisce a Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga, ed al suo saggio del 1915, Per il pavimento della Cappella di Ser Gianni Caracciolo ? Chiesa di S. Giovanni Carbonara in Napoli, “Faenza”, III (1915), pp. 33-45. Riguardo poi Rebuffato O., il Celichi si riferisce a Orazio Rebuffat (…) ed al suo saggio del 1917, I pavimenti maiolicati del quindicesimo secolo esistenti nelle chiese di Napoli, “Faenza”, V (1917), pp. 67-70. Del saggio di Orazio Rebuffat, che posseggo, ho già detto mentre riguardo al saggio di Riccardo Filangieri di Candita Gonzaga, egli si interessò al pavimento della cappella detta “di Ser Gianni Caracciolo” perché questo pavimento si trovava all’interno della cappella Caracciolo nella chiesa di San Giovanni a Carbonara. Anche questo pavimento forse databile verso la fine del ‘300, di sicura fattura napoletana presenta diverse analogie con il pavimento nella cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Majella.
L’origine del pavimento che si trova nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majellae degli avanzi montati su un pannello conservato ed esposto nel Museo Filippo Palizzi di Napoli
Il pavimento in questione, come vediamo, si trova nella chiesa di San Pietro a Majella a Napoli mentre, il frammento di pavimento pubblicato dal Donatone nella fig. 232 è un pannello conservato ed esposto al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” che oggi è annesso all’ex Istituto d’Arte Statale di Napoli. E’ solo rimandando alla didascalia della fig. 232) ed al testo di Donatone che si riesce a sapere qualcosa in più di questo pavimento. Il Donatone non dice nulla di questo “Dimera de Sapri”. Il Donatone nella sua didascalia 232) postillava che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”. Dunque, il Donatone, nella sua didascalia all’immagine 232) postillava che l’immagine (vedi fig. 1) è un “avanzo del pavimento” che “un tempo era nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella” e che oggi si trova conservato a Napoli presso “l’Istituto Statale d’Arte”. Il Donatone, quando scrive “Istituto Statale d’Arte” si riferisce al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” annesso all’attuale Liceo Coreutico “Boccioni-Palizzi” di Napoli. Riguardo la raccolta di frammenti di pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese conservati ed esposti nel Museo Artistico-Industriale ‘Filippo Palizzi’ di Napoli, ed in particolare all’immagine della didascalia 232) in Donatone, che riguarda il pavimento in questione, ho cercato nelle pubblicazioni a stampa dei cataloghi fino a questo momento realizzati ma pare che non ve ne siano tranne che nel Donatone. Infatti, anche Edoardo Alamaro (…), che nel 1984 curò la pubblicazione a stampa del catalogo della mostra Faenza-Sesto Fiorentino-Caltagirone, “Il sogno del Principe. Il Museo artistico industriale: la ceramica tra Otto e Novecento”, a riguardo questo argomento, nella sua nota (98) a p. 29 scriveva che: “L’ordinamento di questo settore del Museo napoletano è in fase di attuazione e, nell’ambito del gruppo operativo, è a cura del sottoscritto la ricerca delle fonti archivistiche e la ricostruzione storica di questo importante settore roduttivo. Ricordiamo in tal senso il recente, prezioso contributo di Guido Donatone, ‘Pavimenti e rivestimenti maiolicati in Campania, Napoli, 1982, il quale ha lanciato l’idea dell’istituzione nella città partenopea di un ‘Museo della riggiola’ (ivi, p. 63), il cui nucleo storico iniziale potrebbe coincidere con la Raccolta già esistente nel nostro Museo. E’ fondamentale in questa prospettiva l’attività scientifica, ricontrabile in numerosi saggi apparsi su “Napoli nobilissima” (vol. XVII, fasc. VI, 1978; vol. XIX, fasc. I-II, 1980; vol. XXI, fasc. I-II, 1982) di Gennaro Borrelli.”.In seguito parlerò di questo Museo voluto da Gaetano Filangieri. Dunque, secondo Guido Donatone, questo pavimento, quello illustrato in figg. 1-2 dove leggiamo la scritta “Dimera de Sapri” è un “avanzo del pavimento” che si trova nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli. Rileggendo il saggio di Gustavo Ceci (…) ‘La chiesa ed il convento di S. Caterina a Formello‘ che, a pag. 39 in proposito ad un altro pavimento di cui pubblicava la foto scriveva che: “Ne pubblichiamo il disegno, togliendolo, come l’altro, dall’albo in cromolitografia, eseguito nelle scuole-officine del Museo Artistico Industriale di Napoli (I)” e, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Esemplari di mattonelle, tolte da diverse chiese napoletane si conservano tra le collezioni del Museo Industriale, che le fece riprodurre sotto la direzione del Prof. Tesorone, in occasione del Concorso per i pavimenti delle Sale Borgia al Vaticano. E’ noto che quel concorso fu vinto dal Museo Industriale di Napoli.”.Dunque, secondo quanto scriveva Giuseppe Ceci (…), l’esemplare pubblicato dal Donatone (…) (vedi fig. 1) che, si trova al Museo Artistico Industriale di Napoli, potrebbe essere uno dei frammenti di pavimento “tolto da diverse chiese napoletane” oppure potrebbe essere un pannello di frammento di pavimento che il “Museo Industriale, che le fece riprodurre sotto la direzione del Prof. Tesoroneecc…”. Il Ceci dice: “il disegno, togliendolo, come l’altro, dall’albo in cromolitografia, eseguito nelle scuole-officine del Museo Artistico Industriale di Napoli”. Certo è che il disegno o cromolitografia pubblicata dal Donatone riguarda un frammento del pavimento originale proveniente dalla cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Maiella a Napoli. Questo illustrato nell’immagine in basso non è il pavimento in questione ma si tratta di un pavimento molto simile. Luciana Arbace (…), nel 1998, nel catalogo del Museo: ‘Il Museo Artistico Industriale di Napoli‘, (Guida artistica Electa), a p. 37 pubblicava questo pannello e scriveva che: “Mattonelle con l’arma Brancaccio e temi figurati ‘Fabbriche napoletane, II metà secolo XV (attr. a) maiolica 20×10; 10×10 Prov: del perduto pavimento della chiesa di Sant’Angelo a Nilo. Inv. 676-696.”. In questo caso l’Arbace, a p. 37 scriveva: “del perduto pavimento”.
(Fig. 3) Arbace Luciana (…), (tratta da), pannello con frammento di pavimento della cappella Brancaccio nella chiesa di S. Angelo a Nido, oggi perduto. Il pannello con gli avanzi del pavimento è conservato ed esposto nel Museo ‘Palizzi’ a Napoli. Il frammento è molto simile al pannello pubblicato da Guido Donatone (fig. 1) dove si legge “Dimera de Sapri”.
Dunque,l’Arbace (…), le chiamava “le piastrelle”. Sempre l’Arbace, riguardo il Museo di Napoli a p. 34 in proposito scriveva che: “Ulteriori pannelli riuniscono esemplari appartenuti a due diverse cappelle, ecc…”. Dunque, in questo passaggio l’Arbace parla di “pannelli”. Infatti il pavimento pubblicato dal Donatone sembra proprio un pannello simile a quello pubblicato dall’Arbace in alto. Il Donatone nel suo saggio, a p. 622 nella sua nota (74) cita il Rebuffat: “(71) Rebuffat O., I pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo esistenti nelle chiese di Napoli, in “Atti Ist. Incor. di Napoli, ivi, 1915, pp. 3-5 e si veda pure nota (74)op. cit., p. 5; Id., in “Faenza”, 1917, fasc. III-IV.”. Un altro che ci parla del pavimento nella cappella del SS. Crocifisso in San Pietro a Majella è Orazio Rebuffat (…). Nella ‘Guida d’Italia – Napoli e dintorni‘ del Touring Club d’Italia (…), alla voce chiesa di ‘S. Pietro a Maiella’, a p. 193, in proposito è scritto che: “Transetto sinistro: nella 1° cappella a sx del presbiterio (L), *pavimento a mattonelle maiolicate (“azulejos”), di un tipo frequente nella Napoli aragonesema oggi assai raro; ecc…”. Orazio Rebuffat (…), nel 1916, fece eseguire dei saggi e indagini chimiche sui detti pavimenti che pubblicò nel suo ‘I pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo esistenti nelle chiese di Napoli‘ (…). Il Rebuffat, a p. 67, in proposito scriveva che: “Ho avuto dalla cortesia del dott. Ballardini alcune schegge di terracotta tolte ai pavimenti maiolicati faentini del XV e XVI secolo e dalla cortesia non meno grande del Prof. Stefano Farneti, conservatore delle collezioni del Real Museo artistico Industriale di Napoli, una serie completa di schegge di terracotta tolte dai campioni degl’insigni pavimenti sopra mentovati che nel museo stesso si conservano. I risultati analitici ottenuti conducono a conclusioni interessantissime ecc…”.Dunque, questo interessante passaggio del Rebuffat che ebbe dal direttore del Museo dell’epoca, prof. Stefano Farneti, alcuni frammenti delle porzioni di pavimento ivi conservate, per poi in seguito farle analizzarne la loro effettiva composizione chimica e confrontarla con altre realizzate ad esempio a Faenza, ci fanno ritenere dunque che i frammenti dei pavimenti maiolicati conservati ed esposti nel Museo Artistico Industriale di Napoli siano esemplari effettivamente autentici e non copie di saggi. Le stesse, all’epoca dell’allestimento della mostra per il pavimento delle Sale Borgia in Vaticano furono si fatte sistemare dal Palizzi ma utilizzando frammenti originali. Riguardo il probabile esecutore dell’opera in questione, un certo “Dimera de Sapri” (nome che viene dipinto su una delle piastrelle maiolicate del pavimento raffigurato in Figg. 1-2), indagando ed approfondendo la ricerca ulteriormente ho trovato che il Ceci (…) cita il testo di Gaetano Filangieri (…) “La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella, p. 70”. La notizia citata dal Donatone fu tratta da Gaetano Filangieri principe di Satriano (…), che a sua volta, alcune notizie le aveva tratte dal D’Engenio (…) e De Lellis (…), come ad esempio la notizia secondo cui la cappella in origine era della famiglia “Campanile” e che sempre in origine era detta “Cappella del SS. Crocifisso” nella Chiesa di San Pietro a Majella a Napoli. Il Filangieri a pp. 340-341 del vol. II dell’opera citata ci parla e descrive la cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Maiella e cita pure il nostro “DIMERA DE SAPRI”. Il Principe di Satriano, lo studioso Gaetano Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, Napoli, 1884, parla della chiesa di S. Pietro a Maiella, vol. II, da pp. 233 e s. parla della chiesa di “II – S. Pietro a Maiella in Napoli” e a p. 340, parlando proprio dei “quadrelli” del pavimento in questione nella Cappella del SS. Crocifisso (come la chiamava il De Lellis (…)), in proposito scriveva che: “Questa Cappella con volta a crociera modificata dagli stucchi sui modi del XVII e XVIII secolo, serba ben poco dell’antico stile in quanto all’apparente sua struttura. Il solo suo finestrone nella parete di fronte, a sesto acuto, dà un indizio delle sue forme primitive. Non così per l’impiantito, il quale è uno dei tanti preziosi lavori di terra invetriata napoletana, che adornano i nostri monumenti. I quadrelli che la compongono dimostrano allo smalto stannifero della loro invetriatura, essere senza dubbio lavoro dei principii del XV secolo, se pure non sono di anteriore epoca; poichè le fogge ed acconciature del capo delle figure che si vedono, appartengono appunto allo scorcio del XIV ed al principio del XV secolo.Il che spiega la ragione del loro carattere decorativo, che ha dell’orientale, stante la non ancora cessata influenza, in quel tempo dell’arte siculo-moresca su tal fatta di prodotti ceramici delle provincie meridionali. Oltre a ciò accresce maggior pregio a tal lavoro uno dei suoi quadrelli rappresentante un pomo trapassato da un coltello, sulla cui lama si legge la firma del maestro ‘regiolaro’: DIMERA DE SAPRI. Ora per la grande affinità, che presentano le sue modalità decorative a fronte di quelle degl’impiantiti della cappella di S. Giovanni Battista, detta del Pontano, alla Pietra Santa, e così pure degli altri a S. Giovanniello alla ecc…”.
(Fig….) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. II, p. 340
Nel 1994, a Napoli vennero pubblicate una serie di monografie a cura della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, dal titolo “Napoli sacra”. In essa vi sono illustrate le opere con foto di Mimmo Jodice. Nel 7° Itinerario, Giuseppe Maria Boccia (…), pubblica due immagini che illustrano lo stesso pavimento in questione, le due figg. 34 e 37 e parla della chiesa di ‘S. Pietro a Maiella’. Il Boccia a p. 395 nelle due note 34 e 37 postillava che: “(34 e 37) San Pietro a Maiella, Cappella del SS. Crocifisso, manifattura napoletana della seconda metà del secolo XV, pavimento.”, le due didascalie delle due foto che illustrano il pavimento in questione fotografate in posizioni e porzioni diverse e dove, forse a causa dell’angolatura di ripresa, non si vede la scritta in questione “Dimera di Sapri” (suo probabile esecutore) e non si vedono le due lapidi marmoree come quelle illustrate nell’immagine di fig. 4. A pp. 399-400, in proposito è scritto che: “La prima cappella a sinistra del presbiterio è invece famosa per il prezioso pavimento maiolicato. Le mattonelle, che rivestono il pavimento, sono di manifattura napoletana della seconda metà del Quattrocento e compongono serie di ottagoni intrecciati costituiti da un tozzetto quadrato centrale e da quattro esagonette allungate, ciascuna a cellula decorativa indipendente. Raffigurano stemmi araldici, uccelli e animali vari e sono in tutto simili alle mattonelle del pavimento della vicina Cappella Pontano. Nelle pareti laterali sono infissi i monumenti funebri di Valentino e Domenico Petra, opera dello scultore Lorenzo Vaccaro, attivo nella seconda metà del secolo XVII.”. Lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino. Il Mosca (…), nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” ci parla anche di alcuni pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese. Il Mosca (…), anche sulla scorta del Gaetano Filangieri (…), in proposito a p. 47 scriveva che: “Quadrelli smaltati importantissimi e lavori in terra cotta, condotti con una gentilezza di contorni ed un’armonia di tinte, ne troviamo ancora, nonostante le rovine e l’abbandono nel quale quest’opere d’arte furono lasciate da chi aveva il dovere di far custodire i ricordi della più importante tra le patrie industrie. E così importantissimi i quadroni smaltati che veggonsi negli impiantiti del XVI secolo: quelli della chiesa di S. Pietro a Maiella, nella cappella dei ‘Staibano’ed in quella degli ‘Altemps dei marchesi Petra di Caccavone’; quelli della cappella di S. Giovanni Battista, detta del ‘Pontano’ alla Pietra Santa, quelli della chiesa di S. Giovannello alla Sapienza; e così gli altri di due cappelle nella chiesa di S. Lorenzo, ed a S. Giovanni a Carbonara nella cappella di ‘Ser Gianni Caracciolo’. “In molti di tali quadrelli, oltre agli stemmi ripetuti di sovente, vi sono pure rappresentanze di fiori, di frutta, di uccelli, ed assai belle ornature, ognora a colori vivacissimi, e di disegno franco e spedito”. Dunque, il Mosca chiamava la nostra cappella, quella che è la prima a sinistra del presbiterio: ‘Altemps dei marchesi Petra di Caccavone’, la prima cappella presbiteriale a sinistra. Sempre il Mosca (…) a pp. 52-53 in proposito alla chiesa di S. Pietro a Maiella scriveva che: “Filangieri nei suoi studi importantissimi per la storia delle arti in Napoli ci fa conoscere un importante documento riguardante la pavimentazione in ‘reggiole’ della cappella di S. Pietro e Celestino nella chiesa di S. Pietro a Maiella ecc…”. La cappella del Celestino è la prima cappella a sx entrando nella chiesa. Si tratta di un documento del 1685, un atto stipulato per lavori da svolgere per la costruzione di un pavimento che oggi non esiste perche poi in seguito fu sostituito. Il Mosca in proposito nella sua nota (45) postillava che: “(45) Filangieri, ‘Il Museo Industriale.”, riferendosi al testo di Gaetano Filangieri (…), sul Museo Artistico Industriale di Napoli. Devo però precisare che nel testo del Donatone (…) ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , nella didascalia 234 si parla di pavimento nella cappella Staibano mentre nell’altro testo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, il Donatone illustra lo stesso pavimento (Tav. 5) (vedi Fig. 5 ivi) dove invece postillava che: “Tav. 5. Insieme del pavimento della cappella del Crocifisso, o dei Campanili, poi degli Altemps, con decorazioni araldiche, iconiche, naturalistiche ed animalistiche, dovute al “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Napoli, chiesa di S. Pietro a Maiella”. Dunque, il Donatone, illustrando con la Tav. 5 illustrando il pavimento che si trova nella cappella del SS. Corocifisso, ora Petra (ex cappella Campanile), afferma che le decorazioni illustrate nelle piastrelle di questo pavimento (vedi Fig. 5), sono attribuibili “dovute al “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Napoli, chiesa di S. Pietro a Maiella”. Il Donatone, dunque, dimentica il “Dimera de Sapri”, la scritta citata da Gaetano Filangieri e attribuisce questi pavimenti alla mano di un maestro che egli chiama convenzionalmente “Maestro della Cappella Brancaccio”.
La ‘Cappella del SS. Crocifisso’ nella chiesa di San Pietro a Majella, un tempo della famiglia Campanile oggi detta cappella Petrae glistemmi araldici delle due famiglie Campanile e Cicinello
Carlo De Lellis (…), nel 1654, nella sua ‘Aggiunta alla Napoli sacra del d’Engenio‘, tomo I, ed. ……., Napoli, 1654; si veda pure la ristampa a cura di Francesco Aceto, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1977, pp. 267 e s., a p. 53 e s. (vedi p. 267) parla di “SS. Caterina e Pietro a Maiella” e a p. 53 (vedi p. 280) parla della “La prima Cappella al lato destro (20) dell’Altar Maggiore, dedicata a Santissimo Crocefisso, che in essa si vede in legno anticodi rilievo (21) è della famiglia Campanile, di quel Gio. Girolamo napolitano, Giureconsulto, vescovo già di Lacedonia e poi d’Isernia, il qual, morto in Napoli nel 1626, fu sepolto in questa Cappella, come viene affirmato dall’Abbate D. Ferdinando Ughelli nella sua Italia Sacra di esso trattando tra i Vescovi d’Isernia. La seconda cappella dedicata ……è ecc…”. L’opera di De Lellis (…), rimaneggiava la precedente opera letteraria di Cesare d’Engenio Caracciolo Cesare (…), e la sua ‘Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo‘, Napoli, 1623. Il De Lellis (…), citava l’abate Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia sacra”. Infatti, l’opera del De Lellis (…) integrava il testo del d’Engenio (…), composta anni prima nel 1623. Il d’Engenio (…), nella sua “Napoli sacra” parlava di “S. Pietro a Maiella” da p. 73 e s.. Il d’Engenio cita alcune iscrizioni lapidee poste a terra. L’Aceto (…), curando l’opera di De Lellis, a p. 53 e s. (vedi p. 280) nella sua nota (20) postillava che:“(20) A sinistra, per chi entra”. L’Aceto (…), nella cura dell’opera di De Lellis (…), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Il crocifisso è ora sistemato nel braccio destro del transetto”.Secondo il Rebuffat (…), a cui faceva riferimento lo studioso napoletano (Donatone), il pavimento illustrato nella fig. 232 (vedi fig. 1) è un pavimento da assegnarsi alla fine del secolo XIV e si trovava, “un tempo”, all’interno della “cappella del Crocifisso” all’interno della chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli. La “Cappella del Crocefisso” in precedenza era detta cappella della famiglia “Campanili” (come scrive il Donatone) e poi famiglia “Petra”. Infatti, su wikipedia leggiamo che: “La prima cappella a sinistra dell’abside (cappella Petra) ospita nelle due pareti laterali i monumenti funerari di Domenico Petra, avvocato e uditore nelle provincie di Chieti e Trani, e Vincenzo Petra, terzo barone di Vastogirardi e signore di Caccavone, entrambi opere di Lorenzo Vaccaro; oltre al pavimento maiolicato di epoca aragonese, dove sono poste due lapidi di cui una del 1739 ad Isabella Altemps dei duchi di Gallese, moglie del duca Nicola Petra, la cappella è anche caratterizzata da un affresco della metà del Trecento raffigurante la Madonna del Soccorso.”. Il monastero di San Pietro a Maiella è coevo alla chiesa e adiacente alla stessa ed è situato in via Tribunali a Napoli. L’uso dell’edificio da parte dei padri celestini cessò di funzionare nel 1799 e dal 1826 al suo interno ha trovato sede il Conservatorio di San Pietro a Majella, nato dalla fusione di altri quattro conservatori storici della città: quello di Santa Maria di Loreto, della Pietà dei Turchini, di Sant’Onofrio a Porta Capuana e dei Poveri di Gesù Cristo. Nell’immagine sotto è illustrato il disegno dello sviluppo planimetrico in pianta della chiesa di S. Pietro a Maiella come oggi appare e con la descrizione degli ambienti:
(Fig. 3) Chiesa di S. Pietro a Majella – sviluppo planimetrico in pianta
L’interno è a tre navate, con nove cappelle laterali, più quattro ai lati del presbiterio e dal transetto. Sono presenti monumenti funebri di Pipino di Barletta, architetto della chiesa. I cappella a sinistra dell’abside (Cappella Petra) dedicata alla famiglia Petra, la cappella ospita nelle due pareti laterali i monumenti funerari di Domenico Petra, avvocato e uditore nelle provincie di Chieti e Trani, e Vincenzo Petra, terzo barone di Vastogirardi e signore di Caccavone, entrambi opere di Lorenzo Vaccaro. Oltre al pavimento maiolicato, dove sono poste due lapidi di cui una del 1739 ad Isabella Altemps dei duchi di Gallese moglie del duca Nicola Petra, la cappella è anche caratterizzata da un affresco raffigurante la Madonna del Soccorso. Come si può vedere dall’immagine sopra, la Cappella Petra è la n. 10: “n. 10 – Cappella Petra (I cappella presbiteriale sx)”. Essa è una delle cappelle poste sul fondo direi absidale della chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli. L’immagine è tratta da wikipedia e sempre da wikipedia leggiamo che: “La chiesa di San Pietro a Majella è una chiesa gotica di Napoli situata su Via dei Tribunali, nel centro antico della città. All’interno dell’omonimo complesso monasteriale ha sede dal 1826 il Conservatorio musicale di Napoli “San Pietro a Majella”, una delle più prestigiose scuole di musica in Italia. Seppur di impronta tipicamente gotica, soprattutto per quel che riguarda il campanile che risale all’originale architettura trecentesca, la chiesa fu invece interessata nel corso dei secoli da numerosi rimaneggiamenti che ne hanno alterato sia l’aspetto esterno che interno. I primi lavori si ebbero tra il 1319 e il 1341 con interventi che vennero decisi dal re Roberto d’Angiò e da Andrea di Ungheria. Altri radicali restauri si ebbero anche per tutta la seconda metà del Trecento e Quattrocento; i lavori consistettero nello spostamento in avanti della facciata, originariamente allineata col campanile, e con la conseguente aggiunta di sei cappelle, ossia le prime due di entrambe le navate laterali e le due più estreme della parete presbiteriale. Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani.“. Su wikipidia leggiamo pure che: La prima cappella a sinistra dell’abside (cappella Petra) ospita nelle due pareti laterali i monumenti funerari di Domenico Petra, avvocato e uditore nelle provincie di Chieti e Trani, e Vincenzo Petra, terzo barone di Vastogirardi e signore di Caccavone, entrambi opere di Lorenzo Vaccaro; oltre al pavimento maiolicato di epoca aragonese, dove sono poste due lapidi di cui una del 1739 ad Isabella Altemps dei duchi di Gallese, moglie del duca Nicola Petra, la cappella è anche caratterizzata da un affresco della metà del Trecento raffigurante la Madonna del Soccorso. Segue la seconda cappella a sinistra dell’abside, cappella Pipino, composta da un pavimento in mattonelle maiolicate, dal monumento funebre a Giovanni Pipino da Altamura, opera di Paolo Sulbana, e da affreschi alle pareti con Storie della Maddalena. Gli affreschi, attentamente studiati per la prima volta da Ferdinando Bologna (…) nel 1969, sono caratterizzati da un impianto di tendenza giottesco-masiana e rivelano la presenza di un artista aggiornato alla lezione plastica e coloristica del Giotto più tardo, cioè quello della basilica inferiore di San Francesco d’Assisi. L’autore degli affreschi è stato identificato da Bologna con l’anonimo Maestro di Giovanni Barrile attivo a Napoli nella cappella Barrile a San Lorenzo Maggiore. Il ciclo di affreschi potrebbe essere stato realizzato, secondo lo studioso, in una data precedente il 1356, anno della morte del possibile committente Giovanni Pipino d’Altamura. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Memorie istorichedegli scrittori legali del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1787, nel suo tomo III a p. ….parla dei Petra. La corte fu inglobata nel successivo ampliamento iniziato nel 1493 e terminato nel 1508. Tale ampliamento si era reso necessario quando l’altra comunità di Celestini esistente in Napoli aveva ceduto il suo convento di Santa caterina a formiello alle suore del monastero della Maddalena per trasferirsi presso i confratelli di San Pietro a maiella, formando con essi un’unica comunità. La chiesa fu prolungata con l’aggiunta di due cappelle per lato. Alla chiesa primitiva risale il bel pavimento quattrocentesco a mattonelle smaltate della prima cappella a sinistra del presbiterio che corrisponde alla cappella “Petra” (la n. 10). E’ interessante in proposito questo passaggio che riguarda la cappella “Petra” ex cappella “Campanile o Campanili”, ovvero che: “i lavori consistettero nello spostamento in avanti della facciata, originariamente allineata col campanile, e con la conseguente aggiunta di sei cappelle, ossia le prime due di entrambe le navate laterali e le due più estreme della parete presbiteriale. Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani.“. Dunque, da questo passaggio desumiamo due notizie che potrebbero dare ulteriori dettagli alla notizia del pavimento del “Dimera di Sapri”. Il saggio dice che a seguito di alcuni lavori di ristrutturazione dell’intero impianto della chiesa di S. Pietro a Maiella, avvenuti tra il 1319 e il 1341, alla fine del secolo XIV, …………….con la chiesa di S. Caterina a Formiello, quasi adiacente al complesso della chiesa e inoltre al fatto che in seguito, a seguito dei lavori di ampliamento avvenuti tra il 1493 e il 1508, voluti dal duca di Calabria, il re Federico I di Napoli, figlio di Alfonso II d’Aragona, che era stato più volte a Policastro e che conosceva bene la nostra zona. La radicale ristrutturazione della chiesa di San Pietro a Majella riguardò la facciata – che fu spostata in avanti rispetto al campanile – e l’interno, che subì una radicale modifica in stile barocco. I successivi restauri – in particolare quelli di inizio ‘900 – riportarono l’edificio religioso indietro di qualche secolo, donandogli nuovamente l’originario aspetto gotico. In wikipedia leggiamo che la “cappella del Crocifisso” doveva essere una delle cappelle presbiteriali appartenute alla famiglia “Campanili” (in origine) e poi in seguito alla famiglia “Petra”. Il Donatone cita la cappella della famiglia “Campanili” (non Campanile) come trovaimo in un blog della rete. Sulla nobile famiglia napoletana dei Campanile ho trovato scritto sul blog delle famiglie nobili napoletane http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm, che parla della famiglia nobile napoletana “Campanile” che aveva una cappella all’interno della chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli è scritto che: “Sotto la dominazione degli Aragonesi di Napoli, un altro ramo di questa famiglia, e precisamente quella di Domenico Campitelli si trasferì da Tramonti nella Capitale, dove i suoi figli Gregorio, Venceslao e Gallieno, conquistata la benevolenza del sovrano ne ottennero cariche e onoreficenze.”. Sempre sul blog citato, nella didascalia posta sotto l’immagine del pavimento in questione, illustrato nella fig. 2, leggiamo che: “Napoli – pavimento del XV secolo con le insegne della famiglia Campanile. Gli stemmi araldici si rinvengono anche negli antichi pavimenti, sapientemente dipinti da valenti artigiani sulle riggiole di fattura napoletana.”. L’Aceto (…), nel curare l’opera del De Lellis citava Giovanni Girolamo Campanile ivi sepolto, Giuseconsulto e Vescovo di Lacedonia e d’Isernia come scriveva l’Ughelli. Napoletano, addottorato in utroque iure, fu nominato nel 1608 vescovo di Lacedonia e nel 1625 vescovo di Isernia. Fu ministro del Sant’Uffizio del Regno di Napoli dal 1621 fino alla morte, avvenuta nel 1626. Ma il pavimento d’epoca Aragonese o fine secolo XIV, doveva essere stato commisionato da un componente di un altro ramo della famiglia Campanile. Su un blog sulla nobiltà napoletana e della famiglia Campanile leggiamo che “Sotto la dominazione degli Aragonesi di Napoli, un altro ramo di questa famiglia, e precisamente quello di Domenico Campitelli si trasferì da Tramonti nella Capitale, dove i suoi figli Gregorio, Venceslao e Gallieno, conquistata la benevolenza del sovrano ne ottennero cariche e onorificenze.“. Un ceppo dei Campanile si trapiantò in Baronissi, paese in Principato Citra; nella frazione di Sava (Baronissi) c’era un luogo chiamato Casa Campanile, e qui vi è la cappella gentilizia della famiglia Campanile, che ha come stemma un campanile d’argento a tre piani, con calotta semisferica sormontata dalla croce e da una bandierina triangolare a due punte, rivolte verso destra. In Baronissi, nella Chiesa del Convento della SS. Trinità il secondo altare a sinistra del transetto era di juspatronato della famiglia Campanile. Nella stessa chiesa fu sepolto Giovanni Geronimo Campanile (†Isernia, 26 giugno 1626), dottore in utroque, cioè in due discipline canoniche, nominato nel 1608 Vescovo di Lacedonia, feudo in provincia di Avellino, appartenuto ai Pappacoda e poi da 1584 ai Doria; nel 1613 nella cattedrale di Lacedonia emanò l’editto di indizione di un nuovo sinodo. Nel 1626 fu destinato alla diocesi di Isernia ove rese l’anima a Dio. Come possiamo vedere nel pannello illustrato nella Fig. 3, che illustra il pannello conservato nel Museo Palizzi di Napoli, questo pannello è composto da diversi “tozzetti” i quali sono a sua volta composti da diverse piastrelle invetriate. In questo pannello tutti i tozzetti contengono delle piastrelle dove ricorrono spesso due diversi ma accostati e ricorrenti stemmi araldici delle due famiglie dei Cicinello e dei Campanile. La piastrella raffigurante una colomba rappresenta lo stemma araldico della famiglia Cicinello come spiega il Donatone del suo ……………….., mentre quello, pure molto ricorrente sia nel pannello di Fig. 3 e del pavimento ricomposto in S. Pietro a Majella del “campanile” è lo stemma araldico della famiglia Campanile, nobili napoletani. Arma:di rosso al cigno fermo d’argento, lo scudo con bordatura dentata d’oro. L’antica famiglia Cicinello, Ciciniello, Cicinella o Cicinelli, originaria di Napoli, ascritta al Seggio di Montagna, fu illustrissima sia nelle armi che nelle lettere. Lo stemma dei Cicinello ricorre spesso nei due pavimenti napoletani di cui mi occupo in questo mio saggio. Oltre allo stemma dei Campanile ricorre spesso lo stemma dei Cicinello, la colomba o uccello bianco con un messaggio sul becco. In proposito a questo stemma familiare, Guido Donatone nel suo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, nella didascalia alla Tav. 90 postilla che: “Tav. 90, …..i, piastrelle con tema animalistico, con lo stemma dei Poderico, ….., infine lo stemma dei Cicinello e proveniente dalla chiesa di S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane della seconda metà del secolo XV. Napoli, Museo Istituto d’Arte F.Palizzi”. Giuseppe Ceci (…), nel suo saggio “La chiesa e il convento di S. Caterina a Formello (I)”, che stà in Napoli Nobilissima, vol. …….., a p. 39, dopo aver parlato di alcuni pavimenti maiolicati di pregio e di bella fattura che si trovano in due cappelle della chiesa, a p. 39, in proposito scriveva che: “Rimane ancora oscura l’origine di questi pavimenti a smalti. Uscirono da officine napoletane, come credè il Filangieri di Satriano (I) ecc..”. Il Ceci (…) a p. 39 nella sua nota (I) postillava che: “(I) Filangieri di Satriano, Il museo artistico Industriale e le scuole-officine, Giannini, Napoli, 1881, p. 77, La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella, p. 70; Conf. Bertaux, Santa maria di Donna Regina, p. 149.”. Dunque il Ceci (…) cita il testo di Gaetano Filangieri (…) “La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella, p. 70”.
Le origini dei pavimenti maiolicati napoletani ed il manoscritto di Joampiero Leostello pubblicato da Gaetano Filangierisui viaggi di Alfonso II d’Aragona
Sappiamo che il Duca di Calabria fece ristrutturare la chiesa di S. Pietro a Majella. Infatti, da wikipedia leggiamo che: “Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani.“. Riguardo sempre il Duca di Calabria, il futuro re di Napoli Federico I d’Aragona, sappiamo pure che era l’epoca dei Petrucci, conti di Policastro di cui si parla nello stesso manoscritto. Nel manoscritto del Leostello (…), pubblicato dal Filangieri (…), vol. I, a pp 193-194-195, si parla di Camerota, Pisciotta e Policastro dove il Duca, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona si recò in viaggio per ispezionare le batterie dopo la nota ‘Congiura dei Baroni’. Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. Tramite le Effemeridi, l’opera principale del L., si possono ricostruire i suoi movimenti tra il 1484 e il 1491. Il 14 settembre le truppe napoletane tornarono verso il Regno aragonese e impegnarono, una volta penetrate il 1° ottobre negli Abruzzi, i nobili aderenti alla cosiddetta congiura dei baroni (4 ottobre – 26 novembre). Piegata la resistenza, il duca con i suoi entrò trionfalmente, il 26 dicembre, a Napoli. Occasionalmente, in questo periodo, il Leostello ebbe anche la funzione di maggiordomo del duca, come nel caso della cena che Alfonso offrì agli ambasciatori papali il 10 luglio 1487 nella propria residenza napoletana a Castel Capuano. Il Leostello accompagnò Alfonso in altri numerosi viaggi tra il 2 ott. 1487 e il 21 genn. 1491 (Cilento, Puglia, Calabria, dintorni di Napoli). Dal 22 gennaio il duca risiedette a Napoli presso il re Ferdinando I a Castelnuovo almeno fino al 6 febbr. 1491, data conclusiva nel racconto delle Effemeridi. Questo manoscritto fu pubblicato proprio da Gaetano Filangieri. Si tratta del manoscritto di Leostello Giampiero Volterrano (…), ‘Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883, vol. I. Il manoscritto di Joampiero Leostello (…), è importante per la datazione di questo pavimento anche perchè a mio avviso oltre a riferire fatti e produzioni dell’epoca Aragonese, trattando del Duca di Calabria, potrebbe rappresentare un anello di congiunzione con il probabile esecutore dell’opera in questione, Dimera di Sapri. Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), da una lista di giorni nefasti per le guerre e la giustizia e da una serie di distici elegiaci in lode del duca, assumono dunque importanza soprattutto come documento sulle abitudini del duca e della corte aragonese, ma anche come prezioso serbatoio di informazioni sull’architettura e sulla storia dell’arte a Napoli. Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883 appaiono quindi come una sorta di cronaca-giornale, nella quale il Leostello aveva l’incarico di riportare tutti i fatti che riguardavano il duca Alfonso almeno per il periodo compreso tra il 22 maggio 1484 e il 6 febbr. 1491. Per far questo, il Leostello doveva vivere a stretto contatto giornaliero con Alfonso, sentendosi in dovere anzi di segnalare quando le notizie gli venivano di seconda mano. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seguito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso I d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Dunque, il Leostello parla del viaggio del Duca di Calabria Alfondo d’Aragona che intraprese nell’anno 1487. Si trata di Alfonso d’Aragona ? E’ lo stesso Duca di Calabria a cui si riferisce il Gaetano Filangieri quando parla delle ristrutturazioni che subì la chiesa di S. Pietro a Majella ?. Alfonso d’Aragona che visitò Policastro e a cui si riferisce il testo manoscritto delle Effereidi del Leostello publicato dal Filangieri è il primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Nel basso Cilento la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò nella famosa congiura dei Baroni (1485). Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata. Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme. Lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino. Il Mosca (…), nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” ci parla anche di alcuni pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese. Il Mosca (…), anche sulla scorta del Filangieri (…), in proposito a pp. 48-49 scriveva che: “Chi, per primo, ci dà notizie dei prodotti, in questa arte nobilissima, della Patria nostra è il famoso manoscritto “Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria” che faceva parte della Biblioteca Reale Napoletana e che venuto insieme ad altri innumerevoli nelle mani di Carlo VIII fu portato in Francia, ed ora trovasi a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Il manoscritto delle Effemeridi è cartaceo in folio, alto 31 centimetri e largo 21, ed ha 295 carte numerate, scritte in carattre corsivo del XV secolo, ecc….Sembra della stessa mano di chi compose il libro, se non che in certi luoghi è più grande e più tondo e rileva una mano diversa, l’intestazione seguente con la quale comincia il giornale: “Registro dove saranno collocati tucti progressi dell’Illustrissimo et Excellentissimo Signor Duca de Calabria Capitano generale de la Sanctissima et Serenissima Liga: ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa.
La cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Majella
Nella “Napoli Sacra” di Cesare d’Engenio Caracciolo (…), del 16…., a p. 75 si parla della chiesa di S. Pietro a Maiella e a p. 77 egli descrive le lapidi e iscrizioni nelle diverse cappelle. Come possiamo leggere il d’Engenio a cui si rifà spesso il De Lellis (…), riporta l’iscrizione nella cappella oggi Petra dove si legge “Domenico Giovanni de Diano, miles Regji, & Ducalis hospicji Magistri Rationalis qui obijt Anno Domini 1328, die 22, Novemb. 12 Inditionis.”, l’epitaffio di ……………………che morì nel 1328.
Il Principe di Satriano, lo studioso Gaetano Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, Napoli, 1884, parla della chiesa di S. Pietro a Maiella, vol. II, da pp. 233 e s. parla della chiesa di “II – S. Pietro a Maiella in Napoli” e a p. 234, nella premessa postillava la bibliografia:
Il Filangieri (…), nella sua opera citata, a p. 328, in proposito scriveva parlava della “Cappella del SS. Crocifisso”, ora “cappella Petra” interna alla chiesa di S. Pietro a Maiella e che è la n. 10 come illustrato nella fig. 3.
(Fig…) Filangieri G., op. cit., vol. II, p. 339
Nel ‘400,‘Dimera de Sapri’, il probabile esecutore del pavimentomaiolicato in S. Pietro a Majella
Riguardo il probabile esecutore dell’opera in questione, un certo “Dimera de Sapri” (nome che si vede dipinto su una delle piastrelle maiolicate del pavimento raffigurato in Figg. 1-2), indagando ed approfondendo ulteriormente ho trovato che il Ceci (…) cita il testo di Gaetano Filangieri (…) “La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella, p. 70”. La notizia citata dal Donatone fu tratta da Gaetano Filangieri principe di Satriano (…), che a sua volta, alcune notizie le aveva tratte dal D’Engenio (…) e De Lellis (…), come ad esempio la notizia secondo cui la cappella in origine era della famiglia “Campanile” e che sempre in origine era detta “Cappella del SS. Crocifisso”. Il Filangieri a p. 340 del vol. II dell’opera citata ci parla e descrive la cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Maiella e cita pure il nostro “DIMERA DE SAPRI” :
(Fig….) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. II, pp. 340-341, descrive la “Cappella del SS. Crocifisso”
Il Principe di Satriano, lo studioso Gaetano Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, Napoli, 1884, parla della chiesa di S. Pietro a Maiella, vol. II, da pp. 233 e s. parla della chiesa di “II – S. Pietro a Maiella in Napoli” e a p. 340, parlando proprio dei “quadrelli” del pavimento in questione nella Cappella del SS. Crocifisso (come la chiamava il De Lellis (…)), in proposito scriveva che: “Questa Cappella con volta a crociera modificata dagli stucchi sui modi del XVII e XVIII secolo, serba ben poco dell’antico stile in quanto all’apparente sua struttura. Il solo suo finestrone nella parete di fronte, a sesto acuto, dà un indizio delle sue forme primitive. Non così per l’impiantito, il quale è uno dei tanti preziosi lavori di terra invetriata napoletana, che adornano i nostri monumenti. I quadrelli che la compongono dimostrano allo smalto stannifero della loro invetriatura, essere senza dubbio lavoro dei principii del XV secolo, se pure non sono di anteriore epoca; poichè le fogge ed acconciature del capo delle figure che si vedono, appartengono appunto allo scorcio del XIV ed al principio del XV secolo.Il che spiega la ragione del loro carattere decorativo, che ha dell’orientale, stante la non ancora cessata influenza, in quel tempo dell’arte siculo-moresca su tal fatta di prodotti ceramici delle provincie meridionali. Oltre a ciò accresce maggior pregio a tal lavoro uno dei suoi quadrelli rappresentante un pomo trapassato da un coltello, sulla cui lama si legge la firma del maestro ‘regiolaro’: DIMERA DE SAPRI.”.Dunque, per essser precisi, pare che il primo ad essersi accorto del “Dimera di Sapri” fosse proprio Gaetano Filangieri. Riguardo questi frammenti e pannelli esposti e conservati al Museoo ‘Palizzi’ di Napoli, il Ceci (…), nella sua nota (I) a p. 39 in proposito postillava che: “(I) Esemplari di mattonelle, tolte da diverse chiese napoletane si conservano tra le collezioni del Museo Industriale, che le fece riprodurre sotto la direzione del Prof. Tesorone, in occasione del Concorso per i pavimenti delle Sale Borgia al Vaticano. E’ noto che quel concorso fu vinto dal Museo Industriale di Napoli.”. Dunque, secondo quanto scriveva Giuseppe Ceci (…), l’esemplare pubblicato dal Donatone (…) (vedi fig. 1) che, si trova al Museo Artistico Industriale di Napoli, potrebbe essere uno dei frammenti di pavimento “tolto da diverse chiese napoletane” oppure potrebbe essere un pannello di frammento di pavimento che il “Museo Industriale, che le fece riprodurre sotto la direzione del Prof. Tesoroneecc…”. Il Ceci dice: “il disegno, togliendolo, come l’altro, dall’albo in cromolitografia, eseguito nelle scuole-officine del Museo Artistico Industriale di Napoli”. Certo è che il disegno o cromolitografia pubblicata dal Donatone riguarda un frammento del pavimento originale proveniente dalla cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Majella a Napoli.
La cappella della famiglia ‘Staibano’ nella chiesa di San Pietro a Majellaa Napoli
Nella chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli, oltre al pavimento che abbiamo visto illustrato nella figg. 4-5, presente nella ex Cappella Campanile oggi cappella Petra, vi era un’altra cappella dove vi era un altro pavimento oggi scomparso e di cui si conserva solo un frammento disposto su un pannello conservato e esposto nel Museo Palizzi di Napoli. Si tratta di un pavimento esistente nella cappella Staibano. Oggi un frammento di questo pavimento è conservato nel Museo Palizzi. Questo pavimento un tempo nella cappella Staibano è molto simile a quello illustrato in figg. 4-5 esistente ancora oggi nella ex cappella Campanile in S. Pietro a Majella. Guido Donatone (…), nel suo ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , lo cita nella didascalia della fig. 234, dove in proposito postillava che: “234) Pavimento della cappella Staibano nella chiesa di S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, chiesa omonima.”. La cappella ‘Staibano’ è quella che nell’impianto planimetrico di fig. 3 (tratta da wikipidia e dalla ‘Guida d’Italia’ del T.C.I.) è quella essere la n. 8. Infatti Carlo De Lellis (…), nel suo “Aggiunte alla Napoli Sacra del d’Engenio di Carlo De Lellis”, a cura di Francesco Aceto (…), ristampa del 1977, a p. 280, dopo aver parlato della cappella n. 10 (l’ex cappella Campanile), in proposito scriveva che: “La seconda Cappella dedicata….è della famiglia Staibano, Nobile della Città di Scala, della quale al presente vive Paolo, dignissimo Regio Consigliere, padre….., ove si leggono i seguenti epitaffi:…..ecc…”. Dunque, il d’Engenio e il De Lellis (…), la chiamano cappella “Staibano”, perchè in questa cappella vi è una lapide marmorea con epitaffio dedicato ad un componente della famiglia Staibano, nobili napoletani. Nella Guida del T.C.I., a p. 194 leggiamo che la cappella in questione è la n. 8, ovvero la cappella N dell’impianto planimetrico e a riguardo è scritto: “Nella 2° (N), alle pareti, storie della Maddalena del Primo maestro della Bible moralisée e aiuto (sec. XIV). Segue nella parete di fondo, ‘la tomba di Giovanni Pipino da Barletta (m. 1316), fondatore della chiesa, distintosi nella distruzione della colonna saracena di Lucera (1300). ecc..”. Infatti, da wikipedia leggiamo che: “La prima cappella a sinistra dell’abside (cappella Petra) ecc…Segue la seconda cappella a sinistra dell’abside, cappella Pipino, composta da un pavimento in mattonelle maiolicate, dal monumento funebre a Giovanni Pipino da Altamura, opera di Paolo Salbana, e da affreschi alle pareti con Storie della Maddalena.[6] Gli affreschi, attentamente studiati per la prima volta da Ferdinando Bologna nel 1969, sono caratterizzati da un impianto di tendenza giottesco-masiana e rivelano la presenza di un artista aggiornato alla lezione plastica e coloristica del Giotto più tardo, cioè quello della basilica inferiore di San Francesco d’Assisi. L’autore degli affreschi è stato identificato da Bologna con l’anonimo Maestro di Giovanni Barrile attivo a Napoli nella cappella Barrile a San Lorenzo Maggiore. Il ciclo di affreschi potrebbe essere stato realizzato, secondo lo studioso, in una data precedente il 1356, anno della morte del possibile committente Giovanni Pipino da Altamura.”. Dunque, nello sviluppo planimetrico di fig. 3 la cappella ‘Staibano’ dovrebbe corrispondere alla cappella n. 8 – Cappella Pipino. I due pavimenti, sia quello che probabilmente, un frammento, si trova al museo Artistico-Industriale dell’Istituto d’Arte di Napoli e sia quello nella cappella Staibano, entrambi posti nelle due cappelle presbiteriali di S. Pietro a Maiella. Il Donatone (…), riguardo i due pavimenti, quello dell’immagine di fig. 232 e quello di fig. 234 dice per entrambi essere due pavimenti del secolo XV. E’ singolare però quando il Donatone dice che questo pavimento, quello dell’immagine di fig. 234 essere all’interno della cappella Staibano in S. Pietro a Maiella. Devo però precisare che nel testo del Donatone (…) ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , nella didascalia 234 si parla di pavimento nella cappella Staibano mentre nell’altro testo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, il Donatone illustra lo stesso pavimento (Tav. 5) (vedi Fig. 5 ivi) dove invece il Donatone postillava che: “Tav. 5. Insieme del pavimento della cappella del Crocifisso, o dei Campanili, poi degli Altemps, con decorazioni araldice, iconiche, naturalistiche ed animalistiche, ecc…“. Dunque, il Donatone, illustrando sempre lo stesso pavimento (vedi fig. 1 e fig. 5) nel primo caso, nella didascalia 234) dice essere un pavimento che si trova nella cappella Staibano e nell’altro caso dice che questo pavimento trovasi nella cappella del Crocifisso, sempre nella stessa chiesa di S. Pietro a Majella. In ogni caso sia del primo pavimento che del secondo, ovvero dei due pavimenti nelle due cappelle distinte, si trovano dei frammenti montati su dei pannelli che furono raccolti e conservati dal Filangieri nel Museo Palizzi di Napoli. In tutte e due i pavimenti, entrambi simili tra di loro, vi sono delle mattonelle o piastrelle che riportano lo stesso stemma, quello del ‘Campanile’ (che dovrebbe essere lo stemma della famiglia Campanile e lo stemma della famiglia Cicinello. Infatti, questo pavimento, come si può vedere, nell’immagine di fig. 234 ha alcune piastrelle su cui è dipinto l’immagine del ‘campanile’ che dovrebbe essere lo stemma della famiglia di cui era proprietaria la cappella in origine. Lo stesso stemma del campanile è dipinto su alcune piastrelle del nostro pavimento (in questione), quello della fig. 232, dove leggiamo pure “Dimera de Sapri”. Lo stesso stemma del ‘campanile’ lo troviamo sia nella fig. 1, pubblicata dal Donatone, sia sulla fig. 2 pubblicata da me e sia sulla fig. 234, pubblicata dal Donatone che dice essere nell’altra cappella presbiteriale ovvero dice lui nella cappella Staibano. Dunque, i pavimenti simili a quello della fig. 4-5 sono in due cappelle della chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli. Infatti, anche il Mosca (…), nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” dove ci parla anche di alcuni pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese, a p. 47 scriveva che: “Quadrelli smaltati importantissimi e lavori in terra cotta, condotti con una gentilezza di contorni ed un’armonia di tinte, …….E così importantissimi i quadroni smaltati che veggonsi negli impiantiti del XVI secolo: quelli della chiesa di S. Pietro a Maiella, nella cappella dei ‘Staibano’ed in quella degli ‘Altemps dei marchesi Petra di Caccavone’;ecc…”. Per quanto riguarda questa cappella nella chiesa di S. Pietro a Maiella, nel 1994, a Napoli vennero pubblicate una serie di monografie a cura della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, dal titolo “Napoli sacra”. In essa vi sono illustrate le opere con foto di Mimmo Jodice. Nel 7° Itinerario, Giuseppe Maria Boccia (…), a p. 400, in proposito scrive che: “La seconda cappella a sinistra del presbiterio, chiamata anche cappella Pipino, per il probabile committente della decorazione Giovanni Pipino da Barletta, conte d’Altamura e di Minervino (morto nel 1356, da non confondere con l’omonimo fondatore), si vedono ecc…ecc…Il monumento funebre di Paolo Staibano risale invece alla metà del Cinquecento, mentre le due lapidi infisse nella parete sinistra sono del Seicento. Sul pavimento sono visibili alcune mattonelle quattrocentesche, simili a quelle della prima cappella a sinistra del presbiterio.”. Dunque nelle due cappelle presbiteriali citate interne alla chiesa di S. Pietro a Maiella, vi sono due pavimenti maiolicati molto simili tra loro. Guardando l’impianto planimetrico della chiesa di S. Pietro a Maiella, si vede che le prime due cappelle presbiteriali a sinistra dell’altare maggiore sono la cappella Staibano oggi detta cappella Pipino e la cappella Campanile oggi detta Petra. In entrambe le cappelle si trovano due mirabili pavimenti maiolicati molto simili tra loro e d’epoca forse precedente al XV secolo. Per tentare una sia pur incerta datazione di questi due pavimenti, abbiamo visto che le due cappelle in questione forse appartenevano ad un altro edificio. Dalla Guida del T.C.I. sappiamo che la chiesa fu costruita alla fine del Duecento sul luogo dove sorgevano due monasteri femminili, uno intitolato a sant’Eufemia e l’altro a sant’Agata, su iniziativa di Giovanni Pipino da Barletta, conte palatino e maestro razionale della Curia, per volere del re Carlo II d’Angiò. La chiesa fu invece interessata nel corso dei secoli da numerosi rimaneggiamenti che ne hanno alterato sia l’aspetto esterno che interno. I primi lavori si ebbero tra il 1319 e il 1341 con interventi che vennero decisi dal re Roberto d’Angiò e da Andrea di Ungheria. Altri radicali restauri si ebbero anche per tutta la seconda metà del Trecento e Quattrocento; i lavori consistettero nello spostamento in avanti della facciata, originariamente allineata col campanile, e con la conseguente aggiunta di sei cappelle, ossia le prime due di entrambe le navate laterali e le due più estreme della parete presbiteriale. Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani. Ad oggi non esiste una guida organica sulla chiesa di S. Pietro a Maiella. Dunque, i due pavimenti oggi visibili nelle due cappelle, facevano parte di un antico impianto risalente alla costruzione angioina oppure furono ivi trasportati in occasione del trasferimento dalla chiesa di Santa Caterina a Formiello in seguito al trasferimento dei padri celestini ?. E se questa seconda ipotesi fosse vera si potrebbe dire che quindi questi due pavimenti molto simili tra loro esistenti oggi nelle due cappelle in S. Pietro a Maiella potrebbero provenire dalla chiesa molto più antica di S. Caterina a Formiello di cui abbiamo alcuni esemplari di pavimentazione maiolicata molto simile. Il Donatone, nel suo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, pubblica dei particolari dei pavimenti nella Chiesa di S. Caterina a Formiello (vedi Tav. 51) del tutto diversi a quelli di cui tratto in questo mio saggio, ma nella Tav. 85 pubblica delle piastrelle dove si vedono dei motivi naturalistici e floreali molto simili ai due pavimenti in questione. Il Donatone postilla che: “Tav. 85, c) piastrelle con decorazioni araldiche dei d’Avalos e degli Acciapaccio, queste ultime provenienti dalla chiesa di S. Caterina a Formello. Fabbriche napoletane degli ultimi decenni del secolo XV e dei primi del XVI. Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte, Coll. De Ciccio.”.
L’interessante analogia con il pavimento della cappella Brancaccio in S. Angelo a Nido a Napoli
Sempre riguardo questo pavimento, Gaetano Filangieri (….), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, a pp. 340 e 341 scriveva che: “Ora per la grande affinità, che presentano le sue modalità decorative, a fronte di quelle degli impiantiti della cappella di S. Giovanni Battista, detta del Pontano, alla Pietra Santa, e così pure degli altri a S. Giovanniello alla Sapienza, nonchè dei simili che sono in due cappelle a S. Lorenzo; a S. Giovanni a Carbonara, nella cappella di Ser Gianni Caracciolo, e nella cappella Caracciolo a S. Angelo a Nilo (I), ed infine nel pavimento della sacrestia addetta dei mansionarii nella Cattedrale di Capua, chiaramente appare come tutti questi lavori sieno prodotti di officine diretti da una stessa scuola, o da scuole affini.”. Dunque, il Filangieri a pp. 340-341 dopo aver parlato del pavimento con la scritta “Dimera de Sapri” mette questo pavimento tra quelli “…per la grande affinità” e, cita un pavimento simile e di cui, un frammento è conservato al Museo Artistico Industriale. Dunque, il Filangieri è il primo che segnala una certa affinità del pavimento maiolicato o invetriato che si vede una riggiola con il nome “Dimera de Sapri” ed altri simili pavimenti, più o meno ascrivibili allo stesso periodo e che si trovavano in chiese Napoletane. Il Filangieri, voleva che vi fosse una certa affinità tra il nostro pavimento e quello che fino al 1883 circa si trovava nella cappella Brancaccio nella chiesa di S. Angelo a Nido o a Nilo (vedi fig. 3). Il Filangieri si riferiva al pavimento “e nella cappella Caracciolo a S. Angelo a Nilo (I)”. Gaetano Filangieri (….) credeva come affine il nostro pavimento maiolicato (vedi figg. 1-2) con quello della cappella Brancaccio a quello di S. Angelo a Nido a Napoli. Infatti, il Filangieri (….), riguardo il pannello illustrato in fig. 3 dava notizie più dettagliate nell’altra sua opera, vol. II nella sua nota (I) a p. 341 dei ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, postillando che: “(I) Il pavimento invetriato della cappella Brancaccio a S. Angelo a Nido, è appena un anno, che ivi non più vedesi, avendolo il patrono di essa cappella signor Gerardo Brancaccio Principe di Ruffano, cambiato con l’alto marmo. Un saggio però degli antichi quadrelli, che il componevano, può vedersi nel Museo Artistico Industriale, dove sono circa cento mattoncelli napolitani del XV e del XVI secolo, provenienti sì da detta chiesa di S. Angelo a Nido, che dall’antico monastero di Donna Regina – (V. ‘Relazione sul Museo Artistico-Industriale e Scuole officine di Napoli – Napoli, 1873, p. 54).”. Dunque, riguardo questo pavimento, quello che un tempo si trovava nella chiesa di S. Angelo a Nido a Napoli, il pavimento nella cappella Brancaccio, citato a p. 80 dal Filangieri, la studiosa Luciana Arbace (….), Luciana Arbace (…), nel 1998, nel catalogo del Museo: Il Museo Artistico Industriale di Napoli, (Guida artistica Electa), a p. 37 pubblicava l’immagine di fig. 3 che illustra il pannello conservato nel Museo Palizzi a Napoli, che il Donatone illustrava con la didascalia 234. Per questo pannello (vedi Fig. 3) l’Arbace a p. 37 scriveva che: “Mattonelle con l’arma Brancaccio e temi figurati ‘Fabbrice napoletane, II metà secolo XV (attr. a) maiolica 20×10; 10×10 Prov: del perduto pavimento della chiesa di Sant’Angelo a Nilo. Inv. 676-696.”. In questo caso l’Arbace, a p. 37 scriveva: “del perduto pavimento”. Infatti, sempre riguardo l’origine di questo pavimento che il Filangieri (…) attribuiva ad un certo “Dimera de Sapri”, Guido Donatone (…), in un’altra sua opera a stampa ‘La maiolica napoletana dagli Aragonesi al Cinquecento‘, attribuiva questo pavimento al “Maestro della Cappella Brancaccio”.
(Fig. 3) Arbace Luciana (…), (tratta da), pannello con frammento di pavimento della Cappella Brancaccio in S. Angelo a Nido, conservato nel Museo ‘Palizzi’ a Napoli. Il frammento è molto simile a quello pubblicato da Donatone dove si legge “Dimera de Sapri”.
Dal Donatone (…) sappiamo che questo pavimento (un pannello con un frammento) si trova presso il Museo Artistico Industriale di Napoli. Dunque, il Filangieri ci informava che il pavimento maiolicato che si trovava nella cappella Brancaccio era visibile fino al 1883, ovvero fino a quando il proprietario della cappella Brancaccio Gerardo Brancaccio Principe di Ruffano lo fece rimuovere sostituendolo con una lapide marmorea. Il Filangieri a p. 341 aggiunge però nella sua nota che “un saggio degli antichi quadrelli” erano stati raccolti e conservati nel Museo Palizzi di Napoli. Il pannello illustrato nella fig. 3 conservato nel Museo Palizzi di Napoli presenta diverse analogie con quello nostro in questione. Interessante è ciò che scriveva il Donatone riguardo l’autore del pavimento maiolicato che si trovava nella cappella Brancaccio di cui oggi alcuni frammenti si possono ammirare al Museo Artistico Industriale di Napoli. Il Donatone lo chiamava “Maestro della Cappella Brancaccio”. Guido Donatone (…) pubblica questo pavimento nel testo citato e nell’appendice e, nella didascalia postillava che: “Tav. 18 a, – a) Pannello con le superstiti piastrelle del pavimento della cappella Brancaccio in S. Angelo a Nido (fatte conservare da Gaetano Filangieri). Maestro omonimo. Napoli, Istituto d’Arte; ecc..”. Riguardo questo pavimento che il Filangieri lo voleva come “affine” a quello nostro in questione, il Donatone a p. 17 del testo citato in proposito scriveva che: “Al maestro di questi albarelli, in un primo tempo avevo assegnato il nome convenzionale di ‘Maestro del ritratto di Ferrante’, ma ho dovuto modificare tale definizione. Sono insomma pervenuto dopo approfondite analisi stilistiche al convincimento che il pittore dei vasi citati si identifichi con il più importante ceramista al servizio degli Aragonesi: il Maestro della cappella Brancaccio, autore dell’omonimo, perduto pavimento a decorazione iconica, di cui si conserva un pannello (tav. 18a) nell’Istituto d’Arte di Napoli e numerose piastrelle emerse in occasione di restauri. Lo comprova altresì la constatazione che anche il motivo della copiosa voluta di foglia a cartoccio, desunto dal repertorio ornamentale della miniatura (a mio avviso impropriamente ancora definito ‘gotico’), che spesso adorna il verso degli alberelli iconici, si presenta con le stesse caratteristiche grafiche ecc…”.Forse il maestro della cappella Brancaccio sia questo “Dimera de Sapri” ?. Sempre il Donatone a p. 21 parla di una possibile datazione di questi albarelli (vasi), che attribuisce al ceramista che lui chiama “Maestro della cappella Brancaccio”. Il Donatone a p. 21 in proposito scriveva che: “Una prima ricostruzione della personalità di tale eminente ceramista è stata proposta dallo scrivente nel 1993; poi altri aggiustamenti interverranno nei prossimi capitoli del presente volume. Al momento ribadisco che il ritratto di re Federico dimostra che il Maestro era attivo nel 1496 e quindi non seguì in Francia Carlo VIII, come fecero altri artisti portati con sè dal re francese quando lasciò Napoli.”. Già nel 1993 Guido Donatone (…) si occupa di nuovo del pavimeno maiolicato interno alla chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli, nel suo libro ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicata per i tipi di Gemini Arte. Il Donatone nel cap. II “La committenza Aragonese e la produzione di maiolica nella fabbrica di corte a Castelnuovo” ed in particolare nel paragrafo a p. 41 “Il Maestro della cappella Brancaccio”. Il Donatone a p. 42 vuole che il pavimento di cui lui stesso aveva pubblicato il pannello oggi conservato al Museo Filippo Palizzi di Napoli (vedi fig. 232) dove vi è la riggiola con il nome dipinto del “Dimera de Sapri”, invece vuole, crede e lo chiama “Maestro della cappella Brancaccio”. Anche questa interessante cappella conteneva mirabili opere di scultura e di notevole bellezza, basti pensare al sepolcro del Cardinale Rinaldo Brancaccio eseguito a pisa da Donatello, Michelozzo e da Pagno di Lapo Cortigiani ed inviato a Napoli via mare. Bellissimo il noto bassorilievo realizzato da Donatello, “l’Assunzione” realizzato con la tecnica dello “stiacciato” Donatelliano. La cappella Brancaccio si trova all’interno della Chiesa di S. Angelo a Nido o a Nilo a Napoli. La chiesa di Sant’Angelo a Nilo, o anche cappella Brancaccio, è una chiesa monumentale di Napoli sita nel centro storico, in piazzetta Nilo. La chiesa conserva al suo interno i sepolcri di diversi esponenti della famiglia Brancaccio, tra cui una delle opere di maggior prestigio della città, il monumentale sepolcro del cardinale Rainaldo Brancaccio, scolpito da Donatello e Michelozzo. Ma della cappella Brancaccio e della chiesa di S. Angelo a Nido parlerò in seguito. Il Doatone, nel suo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘ ci parla di questo pavimento che presenta nella Tav. 7. Il Donatone presenta pure la Tav. 8 e, nella didascalia postillava che: “Tav. 8 a) Pannello composto con piastrelle provenienti da diverse chiese napoletane, come dimostrano gli stemmi di Poderico, dei Brancaccio, dei Cicinello, forse dei d’Avalos e di altre famiglie. “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Rotterdam, Museo Boymans van Beuningen; ecc…”. Dunque, il Donatone segnala che un pannello simile a quello della nostra Fig. 3, ovvero la sua Tav. 7, è attualmente (Tav. 8) conservato presso il Museo Boymans van Beuningen di Rotterdam in Olanda. Il pannello della Tav. 8 è del tutto simile a quello della Tav. 7 illustrati nel testo del Donatone e sono molto simili a quello illustrato ivi nella Fig. 3 tratto dal testo di Luciana Arbace e conservato nel Museo Palizzi di Napoli. Tra i due pannelli, vi sono delle evidenti analogie e similitudini ma alcune mattonelle che li compongono sono del tutto diversi. Infatti nel secondo pannello, quello della Tav. 8 vi sono alcune mattonelle che raffigurano stemmi araldici completamente diversi, ed è questo che fa ritenere al Donatone quando afferma che queste mattonelle “Piastrelle” sono “provenienti da diverse chiese napoletane, come dimostrano gli stemmi di Poderico, dei Brancaccio, dei Cicinello, forse dei d’Avalos e di altre famiglie.”. Il Donatone, tuttavia crede dover attribuire tutti queste piastrelle allo stesso autore o stessa manifattura, ovvero il “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. “. Dunque, lo stesso ragionamento potremo seguire per il panello dove troviamo la piastrella con il pomo trapassato da una lama con la scritta “Dimera de Sapri”. In quel pannello, quello della Fig. 3, troviamo diverse piastrelle con diversi stemmi che illustrano gli stemmi delle famiglie Cicinello (specie di colomba) dei Campanile (il campanile avvolto da una specie di serpe) che ricorrono spesso anche nello stesso pavimento ricomposto nella chiesa di S. Pietro a Maiella. Come ricorre spesso nello stesso pavimento in S. Pietro a Majella il cerbiatto che ricorre spesso anchenelle piastrelle accanto a quelle con lo stemma del Brancaccio. Devo però precisare che nel testo del Donatone (…) ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , nella didascalia 234 si parla di pavimento nella cappella Staibano mentre nell’altro testo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, il Donatone illustra lo stesso pavimento (Tav. 5) (vedi Fig. 5 ivi) dove invece postillava che: “Tav. 5. Insieme del pavimento della cappella del Crocifisso, o dei Campanili, poi degli Altemps, con decorazioni araldiche, iconiche, naturalistiche ed animalistiche, dovute al “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Napoli, chiesa di S. Pietro a Maiella”.Dunque, il Donatone, illustrando con la Tav. 5 illustrando il pavimento che si trova nella cappella del SS. Corocifisso, ora Petra (ex cappella Campanile), afferma che le decorazioni illustrate nelle piastrelle di questo pavimento (vedi Fig. 5), sono attribuibili “dovute al “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Napoli, chiesa di S. Pietro a Maiella”. Il Donatone, dunque, dimentica il “Dimera de Sapri”, la scritta citata da Gaetano Filangieri e attribuisce questi pavimenti alla mano di un maestro che egli chiama convenzionalmente “Maestro della Cappella Brancaccio”. Infatti, Guido Donatone (…), nel suo “La maiolica napoletana del Rinascimento”, pubblicata nel 1993, dimenticandosi della piastrella con su scritto “Dimera de Sapri”, a pp. 41-42, in proposito scriveva che: “Chi è questo ceramista ?Perchè è ad una stessa personalità che si debbono i profili di tali alberelli e di altri vasi, ma soprattutto, di alcuni pianciti, di cui non possiamo rinviare di molto la presentazione. Intanto, per la cronologia di tale maestro, dobbiamo convenire che egli è attivo a Napoli anche alla fine del Quattrocento perchè è suo lo splendido ritratto di re del grande alberello (tav. 137) con la iscrizione: R. FELISTALLE, probabilmente allusiva a R (ex) FE (dericus), e cioè al colto e sfortunato ultimo aragonese, Federico, succeduto al trono di Napoli nel 1496. Caposaldo per la ricostruzione della personalità di tale ceramista sono stati il pavimento della cappella del Crocifisso (tavv. 5 e 6), ancora in situ nella chiesa di S. Pietro a Maiella, e quello, di cui restano diversi brani, un tempo nella Cappella Brancaccio a S. Angelo a Nilo (tav. 7a), da cui prende il nome convenzionale di “Maestro della cappella Brancaccio”. Infatti sono numerose le piastrelle iconiche di tale impiantito, che dimostrano in modo palmare che egli è anche l’autore degli albarelli illustrati e di altri vasi. Entrambi i pianciti offrono un repertorio figurativo, naturalistico vegetale e con le consuete volute floreali, ecc…”. Sempre parlando dello stesso “Maestro della cappella Brancaccio”, il Donatone a p. 43 aggiunge che: “Nell’impiantito della cappella del Crocifisso i motivi iconici sono più rari ed è invece disseinato di decorazioni araldiche, ma va tenuto presente che spesso noi vediamo solo parti superstiti e ricomposte di opere, che invece decoravano più di una cappella (infatti brani di questo piancito (tav. 8a) sono da tempo emigrati e sono esposti nel museo Boymans-van Beuningen di Rotterdam). “.
Un’altra interessante analogia che il Donatone cita è quella con un pavimento nel Cilento. Si tratta del pavimento nella chiesa di ……………………Riguardo questo antico pavimento, il Donatone, nel suo testo “La maiolica napoletana del Rinascimento”, a p. 92 nella sua nota (58) postillava che: “(58) Il pavimento è stato segnalato nel Catalogo della Mostra ‘Il Cilento ritrovato’, a cura della Soprintendenza B.A.A.A.S. di Salerno ed Avellino, Certosa di Padula, 1990, p. 44. Analogie con i profili di tale Maestro si colgono in due piatti del Museo di Berlino, con ritratti muliebri (Cfr. T. Hausmann, ‘Majoilika’, Berlin, 1972, figg. 112-113), ma non ho potuto esaminare da vicino i due pezzi.”.
I pavimenti o “impiantiti” di “quadrelli” o “rajole” (rigiole) napoletane
Gaetano Filangieri (…), nel suo “Il Museo Artistico Industriale e le Scuole officine in Napoli (Relazione)”, pubblicato a Napoli, nel 1881, a p. 62 così scriveva in proposito alla manifattura di questi pavimenti del XV secolo, di cui un tempo erano piene le chiese ed i palazzi Napoletani:
L’interessante analogia del pavimento in S. Pietro a Majella con quello nella Cappella del Pontano
Riguardo poi possibili analogie con altri pavimenti dell’epoca, volendo dare un’identità a questo maiolicaro Dimera di Sapri, il Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, continuando il suo discorso sul pavimento in questione, a pp. 240-241 in proposito scriveva che: “Ora per la grande affinità, che presentano le sue modalità decorative a fronte di quelle degl’impiantiti della cappella di S. Giovanni Battista, detta del Pontano, alla Pietra Santa, e così pure degli altri a S.Giovanniello allaSapienza ecc..”, cita diversi pavimenti che a suo modo “chiaramente appare come tutti questi lavori sieno prodotti di officine diretti da una stessa scuola, o da scuole affini.”. Il Filangieri a pp. 399-400, scriveva di questo pavimento fosse molto simile a quello della Cappella del Pontano a Napoli. Il Filangieri a p. 400 scriveva che: “…e sono in tutto simili alle mattonelle del pavimento della vicina Cappella Pontano. Nelle pareti laterali sono infissi i monumenti funebri di Valentino e Domenico Petra, opera dello scultore Lorenzo Vaccaro, attivo nella seconda metà del secolo XVII.”. Il Boccia (…) ci segnala una interessante analogia con il pavimento maiolicato che si trova nella Cappella della famiglia Pontano che l’umanista Giovanni Gioviano Pontano fece erigere alla morte della moglie Adriana Sassone li vicino. La cappella dei Pontano (anticamente nota col nome “Ad Arcum”De Arco”, a causa dei due archi convergenti che sorreggono la torre ad essa adiacente) è un piccolo tempio di epoca rinascimentale di Napoli che si trova nel centro antico della città, lungo il decumeno maggiore, tra via del Sole e via dei Tribunali. Presso l’edificio si trova inoltre la chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta. Nello stesso testo, il pavimento maiolicato all’interno della cappella Pontano, effettivamente molto simile a quello di cui parliamo è illustrato nell’immagine n. 81 di cui la sua didascalia dice che: “(81) Cappella Pontano, ca 1492, pavimento”. Il Boccia a p. 411 in proposito scriveva che: “L’ambiente vive del contrasto tra la semplicità delle pareti ed il bellissimo pavimento in maiolica, coevo all’ultimazione della cappella; caratterizzato da ottagoni formati da un elemento centrale quadrato e da quattro mattonelle esagonali, presenta varietà decorative e cromatiche evidentemente influenzate da prototipi ornamentali islamici e valenzani. La tipica decorazione floreale di questo genere di pavimenti è qui alternata ad un profilo maschile e a cartigli riportanti alternativamente le scritte: “Ave Maria, Pontanus Fecit, Adriana Saxona, Laura bella. La decorazione della mattonella centrale riporta gli stemmi del Pontano e di Adriana Sassone.”. Tuttavia, sebbene siano i due pavimenti molto simili per fattura e per disegno, io credo che il nostro in questione, molto più rozzo di fattura, sia di molto anteriore a questo della Cappella Pontano. Nel 1994, a Napoli, venne pubblicata una serie di monografie a cura della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici e di Nicola Spinosa, dal titolo “Napoli sacra”. In essa vi sono illustrate le opere con foto di Mimmo Jodice. Nel 7° Itinerario, Giuseppe Maria Boccia (…), illustra e parla della chiesa di ‘S. Pietro a Maiella’ ed a p. 395 nelle due note 34 e 37 postillava che: “(34 e 37) San Pietro a Maiella, Cappella del SS. Crocifisso, manifattura napoletana della seconda metà del secolo XV, pavimento.”, le due didascalie delle due foto che illustrano il pavimento in questione fotografate in posizioni e porzioni diverse e dove, forse a causa dell’angolatura di ripresa, non si vedeno la scritta in questione “Dimera di Sapri” (suo probabile esecutore) e non si vedono le due lapidi marmoree come quelle illustrate nell’immagine di fig. 4. A pp. 399-400, in proposito è scritto che: “La prima cappella a sinistra del presbiterio è invece famosa per il prezioso pavimento maiolicato. …….Raffigurano stemmi araldici, uccelli e animali vari e sono in tutto simili alle mattonelle del pavimento della vicina Cappella Pontano.”. Il Boccia (…) ci segnala l’interessante analogia con il pavimento maiolicato che si trova nella vicina Cappella della famiglia ‘Pontano‘ che l’umanista Giovanni Gioviano Pontano fece erigere alla morte della moglie Adriana Sassone. La cappella dei Pontano (anticamente nota col nome “Ad Arcum”De Arco”, a causa dei due archi convergenti che sorreggono la torre ad essa adiacente) è un piccolo tempio di epoca rinascimentale di Napoli che si trova nel centro antico della città, lungo il decumeno maggiore, tra via del Sole e via dei Tribunali. Presso l’edificio si trova inoltre la chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta. Nello stesso testo, il pavimento maiolicato all’interno della cappella Pontano, effettivamente molto simile a quello di cui parliamo è illustrato nell’immagine n. 81 di cui la sua didascalia dice che: “(81) Cappella Pontano, ca 1492, pavimento”. Il Boccia a p. 412, in proposito scriveva che: “L’ambiente vive del contrasto tra la semplicità delle pareti ed il bellissimo pavimento in maiolica, coevo all’ultimazione della cappella; caratterizzato da ottagoni formati da un elemento centrale quadrato e da quattro mattonelle esagonali, presenta varietà decorative e cromatiche evidentemente influenzate da prototipi ornamentali islamici e valenzani. La tipica decorazione floreale di questo genere di pavimenti è qui alternata ad un profilo maschile e a cartigli riportanti alternativamente le scritte: “Ave Maria, Pontanus Fecit, Adriana Saxona, Laura bella. La decorazione della mattonella centrale riporta gli stemmi del Pontano e di Adriana Sassone.”. Tuttavia, sebbene siano i due pavimenti molto simili per fattura e per disegno, io credo che il nostro in questione, molto più rozzo di fattura, sia di molto anteriore a questo della Cappella Pontano. Si sà inoltre che il Pontano, per la costruzione della cappella funebre da dedicare alla moglie da poco defunta, acquistò alcune case ivi adiacenti il fondaco e da cui forse provenivano i bellissimi pavimenti maiolicati ivi impiantati. Sappiamo pure che il Pontano, in seguito alla caduta e morte dei Petrucci, conti di Policastro, li sostotuì nella segreteria del re come primo Ministro. Ritengo plausibile che il pavimento in questione si possa attribuire al maiolicaro “Dimera di Sapri” che operò a Napoli all’epoca aragonese del Regno di Ferrante I d’Aragona, quando, nella nostra zona, Antonello Petrucci diventò padrone incontrastato di queste terre ed il figlio Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro, segretario regio della corte di Napoli e accademico Pontaniano, giustiziato in seguito alla congiura. Della Cappella Pontano (…), ha scritto Raffaello Causa (…). La cappella, completata nel 1492, fu commissionata dal famoso letterato e umanista Giovanni Pontano nel 1490 a pochissimi passi dal suo palazzo (oggi non più esistente e sostituito nella prima metà del XX secolo dall’edificio della scuola Diaz) per adibirla a tempio funerario per sua moglie, Adriana Sassone, venuta a mancare il primo marzo del 1490. Infatti da wikipidia leggiamo che: Una menzione speciale merita senza dubbio il pavimento maiolicato a formelle esagonali e motivi decorativi di grande effetto costituiti da ritratti, stemmi, iscrizioni, figure allegoriche; la fattura della pavimentazione sembra essere napoletana o, secondo alcuni autori, fiorentina.
Come si può vedere chiaramente nelle immagini che lo illustrano (vedi figg. 2-3-4), nel pavimento in questione oltre al nome del suo probabile esecutore, su un’altra piastrella vi era raffigurato lo stemma della famiglia “Campanile” o “Campanili” (come scrive il Donatone), un campanile, una nobile famiglia napoletana di cui uno dei componenti si fece costruire la cappella omonima, poi in seguito passata alla famiglia “Petra” che oggi si può vedere all’interno della chiesa di S. Pietro a Maiella, annessa al grande complesso monumentale del Conservatorio di Musica a Napoli. Lo studioso napoletano Gaetano Filangieri, nel suo vol. I del suo “Indice degli arteficidelle arti maggiori e minori ecc..da studi e documenti raccolti e pubblicati da Gaetano Filangieri, Napoli, 1891, vol. I, non cita il “Dimera”. Nell’indice che va dalla lettera A alla G (vol. I)a p. 162 salta da Didama Domenico a Dini Pietro. Nell’Appendice del vol. I, il Filangieri a p. 476 cita “Dominico (de) Santillo – di Cava de Tirreni, maestro nell’arte del fabbricare (1586) – vedi Dominico (de) Pietro.”.Forse questo Domenico de Santillo doveva essere quel mastro a cui nel 1481 gli fu concesso di fabbricare una cappella a Torraca nel territorio saprese. La scritta “DIMERA DE SAPRI”, sulla riggiola del pavimento in questione potrebbe essere anche “DIOMEDE SAPRI”, che il Filangieri a p. 474 pone come artefice un certo “DOMENICO (DE) DIOMEDE”, di Cava de Tirreni, imprenditore e maestro nell’arte del fabbricare (v. p. 164).”.Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Memorie istorichedegli scrittori legali del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1787, nel suo tomo I, a p. 163 parla di Giovanni Antonio Campanile, vescovo. Il Giustiniani (…), nel tomo I, a p. 164, parlando del vescovo d’Isernia Giovanni Girolamo Camapanile scriveva che: “fu seppellito nella chiesa di S. Pietro a Maiella nella Cappella di lor famiglia, siccome son di avviso anche Giovan Vincenzo Ciarlante nativo d’Isernia (3) e Niccolò Toppi (4).”. Riguardo il Toppi, il Giustiniani nella sua nota (4) p. 164 postillava che: “(4) Toppi, ‘Bibliot. napolet., p. 146”. Non dice nulla di più. Un’altra particolarità che potrebbe avvicinare il possibile esecutore Dimera di Sapri è un personaggio di Diano nel 1328. Cesare d’Engenio Caracciolo (…), a p….., nella sua ‘Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo‘, del 1623, quindi prima del De Lellis (…), a p……, in proposito scriveva che tra le iscrizioni lapideee e funebri murate dentro la cappella del SS. Crocifisso vi era quella dove è scritto: “Hic iacet nobilis magnificus vir Dominus Ioannes de Diano, miles Regij, & Ducalis ospicijMagistri Rationalis qui objit Anno domini 1328 ecc…”. Altra interessante singolarità è quella che la contea di Lacedonia in cui fu vescovo il Giovanni Girolamo Campanile, dottore in utroque, cioè in due discipline canoniche, nominato nel 1608 Vescovo di Lacedonia, feudo in provincia di Avellino, appartenuto ai Pappacoda e poi da 1584 ai Doria. Dunque, sappiamo che la famiglia Pappacoda possedette il feudo di Pisciotta e di Centola è possibile che vi sia un’analogia con la cappella poi in seguito denominata “Petra”, la famiglia Campanile e i Pappacoda di Pisciotta.
Altra interessante analogia con il pavimento della cappella dei Poderico in S. Lorenzo Maggiore a Napoli
Un’altra interessante analogia di questo pavimento con altri di simile fattura e periodo d’esecuzione la fa sempre il Donatone (…), sulla scorta di Ceci …(…) e di Rebuffat O. (…), quando a p. 595 scrive che: “Per il Rebuffat sono pure da assegnarsi alla fine del secolo XIV i pavimenti un tempo nella cappella del Crocifisso, già della famiglia Campanili, poi dei Petra, in S. Pietro a Maiella (vd. ill.) e quello, appena ricordato, dei Poderigo in S. Lorenzo (vd. ill.) impiantito che vede come anello di congiunzione tra quello di Donnareggina e quelli di gran lunga più pregevoli del secolo XV. Ecc…”. Infatti, secondo O. Rebuffat (…), potrebbero esserci delle analogie con il pavimento in questione (del secolo XIV) e quello dei “Poderico” in S. Lorenzo Maggiore a Napoli. Nella zona di Camerota esistono diversi nomi che richiamano alla famiglia napoletana dei Poderico. Ricordiamo che S. Lorenzo Maggiore è anch’essa una chiesa gotica come S. Pietro a Maiella. Infatti, il Donatone (…) illustra il pavimento nella cappella Poderico nell’immagine di fig. n. 233) postillando nella didascalia che: “233) Avanzi di impiantito con lo stemma di Poderico. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”.
Il Museo Artistico Industriale ‘Filippo Palizzi’ dell’Istituto d’Arte di Napoli
Lo studioso napoletano Guido Donatone (…), nel suo saggio “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV”, pubblicava l’immagine della didascalia 232) che illustra una formella o un pannello con un frammento del pavimento maiolicato (vedi fig. 1) dove troviamo una delle piastrelle o riggiole con l’immagine della scritta “Dimera de Sapri”, forse proprio il suo probabile esecutore. Il Donatone nella didascalia 232) in proposito postillava che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”. Dunque il Donatone (…), scriveva che l’immagine di fig. 1 era tratta da una formella o pannello con riggiole di un frammento di pavimento conservato a Napoli presso l’Istituto Statale d’Arte. Oggi, l’Istituto Statale d’Arte di Napoli si chiama “I.S.I.S Boccioni-Palizzi – Liceo Artistico Coreutico Musicale” di Napoli. Il Donatone si riferiva al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” di Napoli. Da WIkipedia leggiamo che: l’istituto statale d’arte Filippo Palizzi (Regio Istituto d’Arte, poi Liceo Artistico Statale “Filippo Palizzi” ed oggi liceo artistico Boccioni-Palizzi) è attivo a Napoli, presso il Museo Artistico Industriale, nell’ex collegio della Marina Borbonica già convento di Santa Maria della Solitaria. Il Museo Artistico Industriale Palizzi, sito in Napoli alla piazzetta Salazar, voluto da Gaetano Filangieri principe di Satriano e da Gaetano del Pezzo duca di Caianiello, non solo come museo ma principalmente come sussidio per gli studenti dell’annesso Istituto d’Arte “Filippo Palizzi”, ha circa 6.000 manufatti di ceramica, metallo, oreficeria e di ebanisteria. Di grande interesse sono le riggiole (mattonelle) di maiolica, vasi dipinti a mano e notevoli bronzi, realizzate da Filippo Palizzi. Negli ultimi anni, il Miur ha accorpato il Liceo Artistico Statale con l’Istituto Statale d’Arte di Napoli che nei primi dell’800 il Principe di Satriano Gaetano Filangieri (…), volle anche Museo. Infatti, il Filangieri (…), nella sua opera citata, parlando e descrivendo il suddetto pavimento in proposito scriveva che: “Un saggio però degli antichi quadrelli, che il componevano, può vedersi nel Museo Artistico-Industriale, dove sono circa cento mattoncelli napolitani del XV e del XVI secolo, provenienti sì da detta chiesa di S. Angelo a Nido, ecc…”. Il Filangieri si riferiva a dei saggi o copie realizzate da Filippo Palizzi per il detto Museo oppure si tratta di frammenti originali ?. Questo fatto non ci è dato saperlo ancora con certezza. Recentemente ho acquisito il testo del 1984 di Autori vari, Il sogno del Principe. Il Museo Artistico Industriale di Napoli: la ceramica tra otto e novecento, collana diretta da Gian Carlo Bojani, per i tipi del Centro Di del Museo Internaziole delle Ceramiche di Faenza, che sebbene parli del Museo Artistico Industriale di Napoli (vedi saggio di Eduardo Alamaro a p. 11) che racconta della mostra e del concorso in Vaticano per i pavimenti delle Sale Borgia, non dice molto sulle opere ivi conservate ed esposte. Nel 1984, Edoardo Alamaro (…), curò la pubblicazione del catalogo della mostra Faenza-Sesto Fiorentino-Caltagirone, “Il sogno del Principe. Il Museo artistico industriale: la ceramica tra Otto e Novecento”. A seguito del dibattito scaturito dalle Grandi Esposizioni d’arte, un decreto del ministro della pubblica istruzione Francesco De Sanctis del 25 novembre 1878, seguito da una ministeriale al principe Gaetano Filangeri di Satriano dell’11 dicembre, nominava una Commissione per l’istituzione di un Museo d’arte applicata all’industria, presso l’Istituto di belle arti, con lo stesso Filangeri come presidente e Dimetrio Salazar come segretario. Il Museo venne istituito con decreto del Ministero della pubblica istruzione del 15 ottobre 1880 e si configurò come Museo-Scuola-Officina con il compito di formare quadri tecnico-artistici e di conservare al tempo stesso i prodotti artistico industriale. Lo scopo dichiarato era quello di favorire e valorizzare le manifatture artistiche napoletane. Personalità come Filangeri, Salazaro, Gaetano del Pezzo e Annibale Secco, pittori come Filippo Palazzi e Domenico Morelli contribuirono a collegare la ricerca artistica alla tecnica applicativa, le antiche manifatture all’industria moderna. Con la legge dell’8 luglio 1885 il Museo ottenne ufficialmente la sede a Monte Echia, già consegnata dal demanio nel dicembre 1881, e fu inaugurato il 7 febbraio 1889 con un discorso pronunciato dal presidente Gaetano Filangeri. Attualmente il Museo è parte dell’Istituto statale d’arte “Filippo Palazzi”. Il Museo Artistico Industriale ‘Filippo Palizzi’ è un museo di Napoli, istituito alla fine del XIX secolo da Gaetano Filangieri, principe di Satriano. Gaetano Filangieri (…), pubblicò anche la “Il Museo Artistico Industriale e le Scuole officine in Napoli (Relazione)”, Napoli, Giannini, 1881. La maggior parte dei manufatti presenti è costituita da ceramiche (circa 6000 pezzi), che sono distribuiti in diverse sezioni; una sala è intitolata a Filippo Palizzi, pittore ottocentesco, di cui il Museo conserva opere interessanti, come il disegno preparatorio del tondo con Leone e scena di caccia grossa (1881) e la Fontana con elementi naturalistici (1884). Tra le ceramiche italiane, eseguite in un arco di tempo che va dal Quattrocento all’Ottocento, spiccano senza dubbio i pavimenti maiolicati (molto presenti a Napoli sin dal tempo di Alfonso I d’Aragona) e una serie di pezzi, sempre in maiolica da tavola e da farmacia. Riguardo la raccolta di frammenti di pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese conservati ed esposti nel Museo Artistico-Industriale ‘Filippo Palizzi’ di Napoli, ed in particolare all’immagine della didascalia 232) in Donatone, che riguarda il pavimento in questione, ho cercato nelle pubblicazioni a stampa dei cataloghi fino a questo momento realizzati ma pare che non ve ne siano tranne che nel Donatone. Infatti, anche Edoardo Alamaro (…), che nel 1984 curò la pubblicazione a stampa del catalogo della mostra Faenza-Sesto Fiorentino-Caltagirone, “Il sogno del Principe. Il Museo artistico industriale: la ceramica tra Otto e Novecento”, a riguardo questo argomento, nella sua nota (98) a p. 29 scriveva che: “L’ordinamento di questo settore del Museo napoletano è in fase di attuazione e, nell’ambito del gruppo operativo, è a cura del sottoscritto la ricerca delle fonti archivistiche e la ricostruzione storica di questo importante settore roduttivo. Ricordiamo in tal senso il recente, prezioso contributo di Guido Donatone, ‘Pavimenti e rivestimenti maiolicati in Campania, Napoli, 1982, il quale ha lanciato l’idea dell’istituzione nella città partenopea di un ‘Museo della riggiola’ (ivi, p. 63), il cui nucleo storico iniziale potrebbe coincidere con la Raccolta già esistente nel nostro Museo. E’ fondamentale in questa prospettiva l’attività scientifica, ricontrabile in numerosi saggi apparsi su “Napoli nobilissima” (vol. XVII, fasc. VI, 1978; vol. XIX, fasc. I-II, 1980; vol. XXI, fasc. I-II, 1982) di Gennaro Borrelli.”. In verità, il Filangieri, nel testo citato, riguardo il Museo “Filippo Palizzi”, ‘Relazione sul Museo Artistico-Industriale e Scuole officine di Napoli‘, non ne parla a p. 54 ma a p. 55 (Cap. V) dove scrive che: “Il nostro Museo Nazionale nella sua grande collezione di terre cotte, ha parecchi saggi d’invetriatura, in oggetti rinvenuti, tanto a Pompei, che in altri scavi delle nostre provincie.”. Il Filangieri quindi continuando a descrivere le meraviglie raccolte e conservate nel Museo Artistico Industriale di Napoli, a p…. scriveva pure che: “…..
(Fig….) Filangieri Gaetano, op. cit., p. 80
Gaetano Filangieri (…) a p. 80, riguardo alcuni frammenti di pavimenti napoletani conservati nel Museo Palizzi di Napoli in proposito scriveva che: “E così pure i mattoni smaltati, che veggonsi negli impiantiti del XVI° secolo della chiesa di S. Pietro a Maiella nella cappella degli ‘Staibano’, ed in quella contigua degli ‘Altemps dei Marchesi Petra di Caccavone’; quelli della cappella di S. Giovanni Battista, detta del ‘Pontano’, alla Pietra Santa, come gli altri a S. Giovanniello alla Sapienza, nonchè in due cappelle a S. Lorenzo; ed a S. Giovanni a Carbonara, nella cappella di ‘Ser Gianni Caracciolo’. In molti di tai quadrelli, oltre agli stemmi ripetuti di sovente, son pure rappresentanze di fiori, di frutta di uccelli ed assai belle ornature, ognora a colori vivacissimi, e di disegno franco e spedito.”. Dunque, il Filangieri parlando delle meraviglie contenute nel Museo cita pure il pavimento “ed a S. Giovanni a Carbonara, nella cappella di ‘Ser Gianni Caracciolo’, ecc..”. Dunque, il Filangieri, nella sua ‘Relazione‘ sul Museo Palizzi non parla del pavimento nella cappella Brancaccio nella chiesa di S. Angelo a Nido ma parla della cappella di “Ser Gianni Caracciolo” in S. Giovanni a Carbonara sempre a Napoli. In questo passaggio però il Filangieri forse commette un imperdonabile inesattezza perchè citando tutti i nostri pavimenti napoletani ed in particolare i due pavimenti nelle due cappelle contigue in S. Pietro a Maiella afferma essere “E così pure i mattoni smaltati, che veggonsi negli impiantiti del XVI° secolo, ecc…”. Come si è cercato di dimostrare da più parti questi pavimenti “impiantiti” “invetriati” appartengono ad un’epoca forse addirittura anteriore al secolo XIV.
La cappella del SS. Crocifisso a S. Pietro al Tanagro
Questo edificio sacro fu costruito nel 1899 sul monte Ausiliatrice, conosciuto anche come “Monte del Crocifisso”. Di notte la chiesetta è molto suggestiva, perché è l’unico edificio ad essere illuminato tra l’oscurità dei monti. A causa dell’assenza di una strada adeguata al trasporto dei materiali, la Chiesa fu costruita dagli stessi sanpetresi con le uniche pietre a disposizione sul monte, spronati dalla fede e dal desiderio di poter istituire la festa del SS. Crocifisso. Ancora oggi la Cappella può essere raggiunta solo a piedi e questo rende il pellegrinaggio molto faticoso. Il 21 settembre 1899 fu celebrata per la prima volta la festa del Crocifisso. Oggi questa celebrazione si tiene la terza domenica di settembre. In questa occasione i fedeli si recano sul monte per assistere alla messa celebrata all’alba per poi scendere trasportando la statua del Cristo. Alla vigilia di questo evento gli abitanti del paesino portano in processione la Guglia, una struttura in legno a forma di croce sul cui fronte è dipinto Gesù Crocifisso. La processione del sabato sera ha inizio dalla casa di don Giuseppe Procaccio, il giovane sacerdote che incitò i sanpetresi a costruire la Chiesa. La Guglia è, infatti, custodita nella casa del sacerdote.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(…) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio)
(…) Donatone Guido, ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , stà in “Storia di Napoli” (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, vol. IV, da pp. 579 e s.; dello stesso autore si veda pure: ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, ed. Gemini Arte, Napoli 1994; oppure anche: “La maiolica napoletana dell’età aragonese”, d. Associazione Amici dei Musei di Napoli, 1976, quaderno n. 3 (Archivio Attanasio); sempre dello stesso autore si veda pure ‘La maiolica napoletana dagli Aragonesi al Cinquecento‘, edizioni Paparo, 2013 (Archivio Attanasio)
(…) Tesorone Gaetano, A proposito dei pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo delle chiese napoletane”, in Napoli noblissima, vol. X, 1901, da pp. 115 a p. 124 (Archivio Attanasio). Guido Donatone (…) nella sua nota (71) a p. 622, postillava e citava il testo di Gaetano Tesorone (…), “A proposito dei pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo delle chiese napoletane”, in Napoli nobilissima, vol. X, 1901, da pp. 115 e s. :
(Fig…..) Gaetano Tesorone (…), op. cit., p. 115
(…) Rebuffat Orazio, I pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo esistenti nelle chiese di Napoli, in “Atti Ist. Incor. di Napoli, ivi, 1915, pp. 3-5 e si veda pure nota (74) op. cit., p. 5; Id., in “Faenza”, 1917, fasc. III-IV.”, si veda pure dello stesso autore la rivista Faenza, ristampa anastatica a cura della Libreria Antiquaria Tonini, Ravenna, 1977, vedi da pp. 67 e s. (Archivio Attanasio)
(…) Filangieri Gaetano principe di Satriano, “Il Museo Artistico Industriale e le Scuole officine in Napoli (Relazione)”, Napoli, Giannini, 1881 (Archivio Attanasio)
(…) Filangieri Gaetano principe di Satriano, “Il Museo Artistico Industriale e le Scuole officine in Napoli (Relazione)”, Napoli, Giannini, 1881; si veda pure dello stesso autore: ) “La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella” sta in , ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano, vol. II, Tipografia dell’Accademia Reale delle Scienze, , Napoli, 1884 (Archivio Attanasio); si veda pure: “Indice degli arteficidelle arti maggiori e minori ecc..da studi e documenti raccolti e pubblicati da Gaetano Filangieri, Napoli, 1891, vol. I.
(…) Riguardo Alfonso d’Aragona, figlio di Ferdinando I d’Aragona, il Borsari in Treccani riportava la seguente bibliografia: Fonti e Bibl.: Cronaca di Napoli di Notar Giacomo, a cura di P. Garzilli, Napoli 1845, pp. 125, 165, 172; Joampiero Leostello, Effemeridi delle cose fatte er il Duca di Calabria (1484–1491), a cura di G.Filangieri Napoli 1883, pp. 151-153, 161-162, 165, 171, 177, 220, 238; N. Barone, Le cedole di tesoreria dell’Archivio di Stato di Napoli dall’anno 1460 al 1504,in Arch. stor. per le prov. napol., IX(1884), pp. 634, 635; Regis Ferdinandi Primi Instructionum Liber (10 maggio 1486-10 maggio 1488), a cura di L. Volpicella, Napoli 1916, nn. XXI, XXXV, XLIV, LXIIL LXXIII e pp. 264-265; B. Croce, Giovanni Cosentino, in Aneddoti di varia letteratura, 2 ediz., I, Bari 1953. pp. 95-96, 101.
(…) Alamaro Edoardo, curò la pubblicazione del catalogo della mostra Faenza-Sesto Fiorentino-Caltagirone, “Il sogno del Principe. Il Museo artistico industriale: la ceramica tra Otto e Novecento”, Firenze, 1984, ed. Centro Di (Archivio Attanasio)
(…) Borrelli Gennaro, alcuni suoi saggi apparsi sulla rivista ‘Napoli Nobilissima’: vol. XVII, fasc. VI, 1978; vol. XIX, fasc. I-II, 1980; vol. XXI, fasc. I-II, 1982, ottimi studi ma riguardano la maiolica dal ‘600 in poi.
(…) AA.VV., Il sogno del Principe. Il Museo Artistico Industriale di Napoli: la ceramica tra otto e novecento, collana diretta da Gian Carlo Bojani, per i tipi del ‘Centro Di’ del Museo Internaziole delle Ceramiche di Faenza, Firenze, 1984 (Archivio Attanasio)
(…) Bologna Ferdinando, I pittori alla corte angioina di Napoli 1266-1414. E un riesame dell’arte fridericiana, Roma 1969, The Rome university,
(…) Ceci Giuseppe, La chiesa ed il convento di S. Caterina a Formello, in ‘Napoli nobilissima’, vol. X, 1901, da pp. 35 a 39, 101 a 105, 178 a 183 (Archivio Attanasio)
(…) De Simone Giuseppe, Le chiese di Napoli descritte e illustrate, Napoli, 1845, parla di S. Pietro a Maiella da pp. 140 a p. 147 (Archivio Attanasio)
(…) De Lellis Carlo (…), Aggiunta alla Napoli sacra del d’Engenio, tomo I, ed. ……., Napoli, 1654; si veda pure la ristampa a cura di Francesco Aceto, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1977 (Archivio Attanasio), si veda pp. 267 e s.
(…) AA.VV., Napoli Sacra, ed. Elio De Rosa, Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, Napoli, 1994 (Archivio Attanasio)
(….) d’Engenio Caracciolo Cesare, Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli, 1623 (Archivio Attanasio)
(…) Giustiniani Lorenzo, Memorie istorichedegli scrittori legali del Regno di Napoli, Napoli, 1787 (Archivio Attanasio), si veda tomo I, p. 163, dove parla di Campanile e tomo III, p…., dove parla di Petra
(…) Bignardi Massimo, La città di Masuccio: il gusto, il decoro, lo spazio immaginario’, stà in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, ed……….., Salerno, anno VIII, n. 2, 1990 (Archivio Attanasio), v. da p. 17 e s.
(…) Arbace Luciana (a cura di)(S.B.A.S., Napoli), Il Museo Artistico Industriale di Napoli, Guide Artistiche Electa, Napoli, 1998 (Archivio Attanasio)
(…) Fava Onorato, Il Museo Artistico Industriale, in ‘Napoli d’oggi’, Napoli, 1900, pp. 404-440 (Archivio Attanasio)
(…) Balestrieri L., La verità sul Museo Artistico Industriale di Napoli, Napoli, 1927
(…) Tropea G., Il Museo Artistico Industriale e il Regio Istituto d’Arte di Napoli, Firenze, 1941
(…) Touring Club d’Italia, Guida d’Italia – Napoli e dintorni, ed. 2008, vedi p. 193
(…) Mosca Luigi, Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, Fausto Fiorentino editore, Napoli, ristampa del 1963 dell’originale del 1908 (Archivio Attanasio)
(…) Cesarino Felice, Contributo ad una ricostruzione della storia antica di Sapri’, stà in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, Sapri, Tip. Faracchio, 1979 (Archivio Attanasio). La notizia fu da me riferita nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 e, sulla scorta del mio studio redatto per il Comune di Sapri nel lontano 1979 fu ripubblicata nel 2017 sul PUC (Piano Urbanistico Comunale), redatto da diversi autori e dove, a p. 39 è scritto: “Da una ricerca condotta da Felice Cesarino finalizzata ad indagare da quando il nome di Sapri compare nei documenti storici si ricavano le seguenti informazioni (4): Un pavimento in maiolica del XV secolo è firmato “Dimera di Sapri”, l’opera è conservata presso l’Istituto d’Arte di Napoli (5); ecc…”. Il relatore, a p. 39, nella sua nota (4) postillava che: “Cesarino Felice, “Contributo ad una ricostruzione della storia antica di Sapri”, in raccolta del Gruppo Archeologico Golfo di Policastro, Sapri, 2009.”. Dunque, non più l’edizione del 1979 che io posseggo ma l’edizione (raccolta) del 2009. Sempre a p. 39, nella sua nota (5) postillava che: “Donatone Guido “La maiolica Napoletana del Rinascimento”, Gemini Arte Napoli 1993″.
(…) Leostello Giampiero Volterrano, Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, vol. I, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883 (Archivio Attanasio). Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), oppure Codice Italiano già 9996.
(…) Celichi Sauro, ‘La maiolica italiana della prima metà del XV secolo. La produzione in Emilia-Romagna e i problemi della cronologia, “Archeologia Medievale”, XV, 1988, pp. 65-104
(Fig…) La Molpa e Capo Palinuro visti dal satellite
Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulle origini del mito e della leggenda che da tempi immemorabili caratterizza gran parte della storiografia intorno ai luoghi di Palinuro, la sua costa, il suo entroterra, il capo Spartivento o Capo Palinuro, il mito delle Sirene, il mito degli Argonauti e del nocchiero di Enea, ecc….
Capo Spartivento o capo Palinuro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 267 parlando di Palinuro scriveva che: “Toponimo da ‘pali oros’ (monte che si guarda dalla spiaggia) o ‘palin ouros’ (luogo dove il vento gira) (1). L’estrema punta del Capo Palinuro è detta pure Capo Spartivento.”. L’Ebner a p. 267, nella sua nota (1) postillava che: ” G. Schmiedt (‘Antichi porti d’Italia’, “Universi”, 2, Firenze, 1966, p. 322) ricorda che Dionigi di Alicarnasso (I, 53) già aveva osservato che il porto nord del promontorio offre buon riparo ai venti del II quadrante. Sommozzatori continuano a recuperare ancore.”.La citazione di Ebner sul saggio di Gerald Schmiedt (…) è errata nel senso che il saggio è contenuto nella rivista dell’IG.M. “L’Universo”, del 1966, n° 2. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ipetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Cosimo De Giorgi (…), a p. 154, prosegue la sua descrizione dei luoghi e del suo viaggio: “le zone più alte della collina, discendono nella gola della Dragara e fino al Promontorio di Palinuro. Il Promontorio di Palinuro è un lungo sperone di calcare compatto durissimo che si solleva fino a 200 m. di altezza sul mare e spinge un corno montuoso verso ponente, che poi si ripiega verso tramontana. Tutt’intorno al promontorio vien chiamata i frontoni di Palinuro’, ed a questi potrebbero riferirsi i versi dell’Aleardi. Più in la (dopo la ‘Cala Fetente), sotto la collina della Molpa, è la ‘Cala delle Ossa’. Costruzioni romane si vedono invece, sebbene molto malconcie, sulla vetta della collina di Molpa. Gli eruditi vogliono che qui sorgesse la vetusta ‘Buxentum’, idea combattuta dall’Antonini.”. Devo precisare che il De Giorgi, si accinse a vedere la Molpa, con il sig. Rinaldi. Quando frequentavo spesso Palinuro, mi fu detto della consistenza fondiaria della famiglia Rinaldi di Palinuro. Essi possedevano tutta la Molpa. In alcune carte è indicato “Capo della Foresta”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 368 (p. 86 della ristampa di La Greca), in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ipetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “Montuosa Lucania dice Cassiodoro; Montuosa et horrida l’ha definita nel 500 il Magini nel suo commento a Tolomeo. Alla natura montuosa ed aspra del paese, atto alle insidie e alla guerriglia, allude Livio in più di un punto della sua opera. Lucillo e Silio Italico accennano genericamente alle montagne lucane, mentre Sallustio, più specificamente, ricorda i juga Eburina, che corriponderebbero, secondo il Racioppi, ai monti dell’alta valle del Sele (1). Orosio fa menzione dei monti, da cui si avanza, protendendosi al mare, il Capo Palinuro (2), nei quali si possono riconoscere genericamente i monti del Cilento, a meno che non vogliamo identificarli con la montagna del Bulgheria.”. Il Magaldi, a p. 15, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Lucillo, VI, 6; Sallustio, III, 67; Livio, IX, 17, 17; XXV, 16, 18; XXVII, 26, 7 seg.; Silio Italico, VIII, 569; Orosio, IV, 9, 11; Cassiodoro, Variae, XI, 39 (tutti brani che saranno riferiti distesamente in seguito).”.
(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).
(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio Attanasio)
(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco (Archivio Attanasio)
(Fig….) L’Italia annessa al Codice greco Vaticano Urbinate greco 83 – particolare delle nostre coste e dei toponimi citati (Archivio Attanasio)
(Fig….) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante edisegni“, C. XXXII, 2. Credo che si trattti di una delle carte originali fatte trafugare dal Galiani a Parigi (Archivio Attanasio)
Nella carta in questione, possiamo leggere sul promontorio della Molpa, un toponimo interessante, scritto “Sepolchro” o “Sepolcreto”.
Dionigi di Alicarnasso ed il porto di Palinuro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 267 parlando di Palinuro scriveva che: “Toponimo da ‘pali oros’ (monte che si guarda dalla spiaggia) o ‘palin ouros’ (luogo dove il vento gira) (1). L’estrema punta del Capo Palinuro è detta pure Capo Spartivento.”. L’Ebner a p. 267, nella sua nota (1) postillava che: ” G. Schmiedt (‘Antichi porti d’Italia’, “Universi”, 2, Firenze, 1966, p. 322) ricorda che Dionigi di Alicarnasso (I, 53) già aveva osservato che il porto nord del promontorio offre buon riparo ai venti del II quadrante. Sommozzatori continuano a recuperare ancore.”. Sempre Ebner a p. 269 nella sua nota (14) postillava che: “(14) …..Dionigi cit., nel ricordare il piccolo porto, ora insabbiato, a nord del promontorio e perciò riparato dai venti di Mezzogiorno, dice che vi sbarcarono alcuni Troiani guidati da Eneadi (principi della stirpe).”. Infatti, Gerald Schmiedt (…), nel suo “Antichi porti d’Italia” a p. 76 ricorda che: “Il porto di Palinuro, che si apre a nord del promontorio, offre buon ridosso ai venti del II quadrante, come ricorda Dionigi di Alicarnasso (I, 53).”.La citazione di Dionigi di Alicarnasso (…) ci è data solo dall’Ebner (…) e dallo Schmiedt (…). Da Wikipedia leggiamo che: Dionigi d‘Alicarnasso, o Dionisio (in greco antico: Διονύσιος Ἀλεξάνδρου Ἁλικαρνασσεύς Dionúsios Alexándrou Halikarnasseús, “Dionisio, figlio di Alessandro d’Alicarnasso”; Alicarnasso, 60 a.C. circa – 7 a.C.), è stato uno storico e insegnante di retorica greco antico, vissuto durante il principato di Augusto. La sua opera principale è Antichità romane. La sua opera maggiore, intitolata Ῥωμαική ἀρχαιολογία (Rhomaikè archaiología, Antichità romane), abbraccia la storia romana dal periodo mitico fino all’inizio della Prima guerra punica. L’opera era divisa in venti libri, di cui rimangono interi i primi nove; il decimo e l’undicesimo sono quasi completi e degli altri libri rimangono frammenti negli estratti di Costantino Porfirogenito ed una epitome scoperta in un palinsesto da Angelo Mai a Milano. I primi tre libri di Appiano di Alessandria e la Vita di Camillo di Plutarco incorporano molto del lavoro di Dionigi. Leggendo la traduzione di Dionigi che faceva Mastrofini (…), nel suo “Le antichità romane di Dionigi d’Alicarnasso volgarizzate dall’Ab. Marco Mastrofini’, ed. Sonzogno, Milano, 1823, non è il cap. LIII come scrive l’Ebner ma è il cap. LIV del Libro I di Dionigi che ci parla della stirpe di Enea ed in proposito a p. 86 scriveva che: “Nell’anno seguente e prima dopo l’espugnazione, i Trojani salpando da quella terra circa l’ecquinozio autunnale passarono l’Ellespondo: e portati nella Tracia ivi dimorarono quell’inverno, raccogliendo gli altri che giungevano ancora dalla fuga, e preparando la navigazione. Levandosi dalla Tracia in sul fare della primavera tragittarono fino alla Sicilia dove riparatosi spirò intanto quell’anno: ivi spesero il secondo inverno fabbricando città con gli Elimi. Ma divenuto il Palago navigabile fecero vela dall’isola, evalicando il mare Tirreno vennero finalmente sul mezzo dell’estate a Laurento, spiaggia marittima degli Aborigeni, e presavi terra, vi fabbricarono Lavinia mentre compievano l’anno secondo dopo l’invasione di Troia.”.In questi passi tratti dalla traduzione del Mastrofini non trovo nulla sul porto di Palinuro. Tuttavia questo è il passo di Dionigi ci parla delle origini Troiane di Enea. Mastrofini (…), nel tradurre il passo LIV del Libro I di “Antichità romane” di Dionigi di Alicarnasso cita e scriveva che “Ma divenuto il Pelago navigabile fecero vela dall’isola, evalicando il mare Tirreno vennero finalmente sul mezzo dell’estate a Laurento, spiaggia marittima degli Aborigeni.“. Il Mastrofini traduce che Enea con i suoi compagni, lasciata la Sicilia e “valicando il mar Tirreno”, vennero finalmente sul mezzo dell’estate a “Laurento”. E’ forse per questo motivo che la cappella posta sulla collina di S. Paolo che traguarda il promontorio di Palinuro fu dedicata a “S. Maria Laurentana”. Certo è singolare che da un passo di Dionigi di Alicarnasso, scritto in greco, il porto di Palinuro dove approdarono, provenienti dalla Siccilia, gli Argonauti di Enea, si possa chiamare (secondo la traduzione di Mastrofini) “Laurento”. Su questo toponimo e su questa località che dovrebbe corrispondere alla collina di S. Paolo a Palinuro si dovrà ulteriormente indagare. L’Antonini cita più volte Dionigi di Alicarnasso e lo chiama “Dione” ma per es. cita il Libro 55 nella sua nota (I) di p. 358 parlando dei cenotafi costruiti in Germania. Abbiamo detto che da wikipedia leggiamo che i primi tre libri di Appiano di Alessandria e la ‘Vita di Camillo’ di Plutarco incorporano molto del lavoro di Dionigi. Infatti, il Romanelli (…), cita proprio Appiano di Alessandria. Il Romanelli, cita Appiano nella sua nota (3) di p. ….., quando ci parla del naufragio delle navi di Augusto. Romanelli cita Dionigi anche a p. 368 nel cap. 19. Egli scriveva che: “Il promontorio di Palinuro era fornito ancora di un celebre porto. Al presente, quantunque ripienodi terra, pure presenta la sua antica pianta guardata a mezzogiorno dal promontorio, da oriente, e da settentrione da alte colline, ed aperto solamente da occidente, dove stazionar potevano moltissimi navigli. Secondo Dionigi di Alicarnasso di sopra citato fu questo il primo porto d’Italia, dove approdò Enea: “in Italia primun adplicuit ad portum Palinurum”.”. Il Romanelli citava Dionigi e a p. 367 nella sua nota (2) postillava “Appiano, libro V, cit.”. Dunque sia l’Antonini che il Romanelli citano l’Appiano. Si tratta di Appiano di Alessandria (…), ovvero Appiano di Alessandria (in greco antico: Ἀππιανὸς Ἀλεξανδρεύς, Appianòs Alexandreýs; in latino: Appianus Alexandrinus; Alessandria d’Egitto, 95 circa – 165 circa) è stato uno storico greco antico del periodo romano, vissuto durante i regni di Traiano, Adriano e Antonino Pio. La Storia romana (in greco antico: Ῥωμαικά, Rhomaiká) è un’opera storiografica scritta da Appiano di Alessandria e completata attorno al 160 d.C. Nel libro V: “De rebus Siculis et reliquarum insularum” (Conquiste della Sicilia e di altre isole), Appiano ci parla del porto di Palinuro e dei naufragi di alcune flotte consolari romane. In particolare, il Libro V di Appiano racconta che nel 264 a.C. Roma si trovò ad affrontare il primo scontro con Cartagine. Infatti il casus belli era sorto proprio per il dominio della Sicilia e lo scontro durò fino al 241 a.C. La vittoria di Roma fu notevole perché perfezionò le tattiche delle mosse da adottare durante gli scontri navali.
Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 35-36, in proposito scriveva che: “Dalla parte nord il promontorio di Palinuro aveva un piccolo porto, ora insabbiato, il quale era ben riparato dai venti del mezzogiorno. Lo troviamo ricordato da Dionigi di Alicarnasso (5).”. Il Magaldi, a p. 36, nella nota (6) postillava: “(5) Cfr. Dionigi, I, 53: “ωρμισαντο της Ιταλιας χατα λιμενα τον Παλινουρον, etc…”.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “Orosio fa menzione dei monti, da cui si avanza, protendendosi al mare, il Capo Palinuro (2), nei quali si possono riconoscere genericamente i monti del Cilento, a meno che non vogliamo identificarli con la montagna del Bulgheria.”. Il Magaldi, a p. 15, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Lucillo, VI, 6; Sallustio, III, 67; Livio, IX, 17, 17; XXV, 16, 18; XXVII, 26, 7 seg.; Silio Italico, VIII, 569; Orosio, IV, 9, 11; Cassiodoro, Variae, XI, 39 (tutti brani che saranno riferiti distesamente in seguito).”. Dunque, il Magaldi postillava di Orosio, libro VI, 9, 11. Da Wikipedia leggiamo che Paolo Orosio (in latino: Paulus Orosius; Braga, 380 circa – 420 circa) è stato un presbitero, storico e apologeta romano. Discepolo e collaboratore di Agostino d’Ippona, su invito di questi redasse gli Historiarum adversus paganos libri septem (“Sette libri delle storie contro i pagani”) che dovevano servire da complemento storiografico a La città di Dio (De civitate Dei) del suo maestro. Le Historiarum adversus paganos libri septem (“I sette libri di storie contro i pagani”) o Historiae adversus paganos (tradotto come Le storie contro i pagani)[1] sono un’opera storiografica di Paolo Orosio, scritta negli anni 417 e 418[2].
Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nè erano soltanto queste le città o i borghi fondati dai Greci sul territorio salernitano, poichè Palinuro, più che il leggendario pilota di Enea (3), dovè essere un villaggio greco, come può rilevarsi dall’onomastica παλιν – contro e ορος – monte; Sapri è forse l’antica ‘Scidro’ o ‘Sidron’, ampliata dai Sibariti, quando vi si rifugiarono, dopo la distruzione della loro patria; nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’alltro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1). Così tutta la costa dal golfo di Policastro a quella di Salerno fu colonizzata dai Greci, e davanti ad essi gl’indigeni non bene armati da poter opporre una forte resistenza, si ritirarono nell’interno (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (3) postillava che: “(3) Vergil….Aeneis, lib. VI, n. 381: “Aeternuumque locus Palinuri nomen habebit.”.
Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, ed. Eurodes, a p. 177, parlando di Laos e del racconto di Strabone, in proposito scriveva che: “Come abbiamo già ricordato la tecnica continuamente adottata da Strabone, nella stesura del suo lavoro, è di parlare prima della costa, ricordando fiumi e città, e concludere il discorso spesso dando la lunghezza del tratto esaminato, e dopo ricordare le isole poste di fronte a quel tratto di costa. Lo dichiara esplicitamente egli stesso (VI, 1, 15) e di fatto lo fa sempre, e un esempio è immediatamente prima del punto che ora abbiamo in esame, lì dove le isole Enotridi di fronte a Velia. Infatti, dopo aver parlato di Elea e dopo aver detto che la città dista 200 stadi da Posidonia, chiude la descrizione della costa nominando il capo Palinuro. Dopo di che aggiunge “di fronte al territorio di Elea le due isole Enotridi, fornite di ancoraggi”.”.
L’Antonini e Palinuro
Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari. L’Antonini (…), riguardo il territorio in questione dedicò il cap. VII (Discorso), ‘Palinuro e della Molpa’, da p. 354 a p. 379. L’Antonini (…), a p. 353 in proposito scriveva che:
Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Distrutta Sibari nel 510 a.C. e scomparsi i centri indigeni costieri (12), furono i prodotti greci a risalire il corso del Bussento. Etc…”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (12) postillava che: “(12) Cfr. E. Greco, Problemi topografici del Vallo di Diano tra il VI e IV sec. a.C., in AA.VV., Storia del Vallo di Diano, Salerno, Laveglia, 1981, I, p. 134; Angela Greco Pontrandolfo, I Lucani, Milano, Longanesi, 1982, p. 87. Tra VII e VI sec. a.C., gli indigeni del Vallo discesero il corso del Mingardo e del Bussento, e da Palinuro (dove i corredi tombali dell’abitato ercaico del VI sec. a.C. sono risultati identici a quelli della necropoli di Sala Consilina) a Scalea fondarono vari centri costieri.”. Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Distrutta Sibari nel 510 a.C. e scomparsi i centri indigeni costieri (12), furono i prodotti greci a risalire il corso del Bussento……Dalla costa quindi affluivano verso l’interno manufatti in genere scambiati col grano della valle del Tanagro (16).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (16) postillava: “(16) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1982, II, p. 268.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 268, in proposito scriveva che: “Gli scavi archeologici del 1939, eseguiti dal compianto amico P. C. Sestieri (5) su tutta l’altura di S. Paolo che sovrasta l’abitato, misero a luce mura di fortificazioni e, nella sabbia delle dune, tombe a fossa senza traccia di copertura con orientamento dei depositi est-ovest e perciò forse non rituali. Ma vi si rinvennero pure sepolture a pozzo (disposizione circolare dei corredi) e uno a cassa (tegoloni). Più numerose le prime e ricche di vasi (in media 30 in ogni tomba) indigeni (6), ionici (7) e attici (8) insieme a oggetti di ferro e di bronzo (9). Ceramica che presenta netti caratteri d’identità con queli della Peucezia, con quella di Sala Consilina e Atena Lucana, per cui sarebbe da riconsiderare l’affermazione di Dionigi (I, 11 sgg.) sulla venuta di enotri e peucezi dall’Arcadia e da ammettere che proprio da Palinuro partisse una delle carovaniere per la Valle di Diano. Carovane che trasportavano ceramica locale e ceramica ionicaa che alla vicina Pixous (Bussento), Policastro) giungeva per la via istimica da Siris e la ceramica ionica e attica a mezzo dei mercanti focei. Manufatti che venivano scambiati con il grano della ferace Valle del Tanagro, di quel lago pleistocenico svuotatosi in epoca storica. Grano che anche dopo la caduta di Sibari (a. 510 a.C.,) i focei di Velia (10) continuarono a trasportare ad Atene che ne acquistava sempre in maggiori quantità.”. Ebner, a p. 268, nella nota (5) postillava: “(5) P. C. Sestieri, Scoperte archeologiche in provincia di Salerno, “Bollettino d’Arte”, Roma, 1940, n. IV (estratto).”. Ebner, a p. 268, nella nota (6) postillava: “(6) Vasi grezzi con decorazioni geometriche rosse e nere, ma anche di plastica applicata, brocche a tre manici e tre colli a bocca tribolata posti intorno a un falso collo a bocciuolo, anfore, coppette e, tra le forme d’imitazione, olmechasi a bocca tribolata, kalathoi, calcei repandi e crateri a colonnette di tipo calcidese.”. Ebner, a p. 268, nella nota (7) postillava: “(7) Vasi ionici con decorazioni a fasce, coppe milesie, ecc..”. Ebner, a p. 268, nella nota (8) postillava: “(8) Vasi attici a figure nere (lekytoi, skyphoi, kotyloi, kilites) con animali anche fantastici, ma di disegno scadente. Crateri a colonnette e kylites a occhioni con gorgoneion.”. Ebner, a p. 268, nella nota (9) postillava: “(9) Tra gli oggetti di ferro soprattutto armi, e cioè punte di frecce, grattuge, colini, anelli e fibule ad arco semplice e a doppio anello; un solo orecchino circolare d’argento.”. Ebner, a p. 269, nella nota (10) postillava: “(10) R. Neuman e B. Neutsch (Palinuro, “Ergebnisse der Ausgrabungen”, vol. II e II, 1957-1960) rinvennero a Palinuro, oltre i caratteristici mattoni velini con bolli greci, anche monete di Velia del 350-280 a.C.”. Ebner, a p. 269, nella nota (11) postillava: “(11) Sul cippo colà rinvenuto, v. M. Guarducci, Cippo iscritto a Palinuro, “Apollo”, Salerno, 1962; v. pure H. Schaefer, Peculiarità e caratteri della colonizzazione greca nell’Italia meridionale, “Apollo”, Salerno, 1962, p. 3 sgg.”. Infatti, nel 1957, il Te. Col. dell’I.G.M. di Firenze, Carlo Traversi (…) pubblicò un bel saggio su Palinuro. Si tratta di Traversi Carlo (…) ed il suo ‘Il Capo Palinuro’, pubblicava alcuni manufatti scoperti nel corso degli scavi effettuati nel 1939, come questo bellissimo vaso attico:
(Fig…) Traversi Carlo (…), op. cit., pp. 61-62 (Archivio Attanasio)
Paolo Sestieri e Palinuro
Nel 1948 Paolo C. Sestieri (…) pubblicò un’interessante saggio su Palinuro e gli scavi ivi eseguiti. Il saggio di Sestieri che ivi ripropongo si intitola ‘Scoperte archeologiche in Provincia di Salerno‘, estratto dal ‘Bollettino d’Arte’ del Ministero della Pubblica Istruzione n. IV – Ottobre-Dicembre 1948 – ed. Libreria dello Stato Roma, 1948:
(Fig….) Sestieri P. C., (…), op. cit., pp…..
Mario Napoli e Palinuro
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. In questo ultimo passaggio l’Ebner cita Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”.
Nel 540 sec. a.C., il popolo scomparso dei SERDAIOI o SERDEI o SARDI, popolo pre-italico preesistente alla fondazione delle città magno-greche
Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Posidonia”, a p. 133 e ssg, in proposito scriveva che: “La localizzazione della saga di Eracle nel territorio di Posidonia – dove l’eroe argivo si sarebbe fermato nel viaggio di ritorno dalla spedizione pè buoi di Gerone – può ascriversi agli stessi Trezenii fondatori della città; o, più probabilmente, tenuto conto della data presumibilmente tarda di codesta localizzazione, dovrà riguardarsi come un’irradazione della leggenda di Eracle dalla Campania, dove la saga dell’eroe fu portata dalla corrente migratoria calcidese (1).”. Il Giannelli, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) A proposito delle origini di Posidonia e dei legami che la univano alle origini di Sibari, torna qui in acconcio far menzione dell’epigrafe recentemente scoperta ad Olimpia e pubblicata da E. Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). L’iscrizione – databile alla metà del VI sec. a.C., – ci conserva il testo di un trattato di amicizia concluso dai Sibariti e dai loro aleati con un altro popolo, designato col nome – a noi finora ignoto – di ‘Serdaioi’. Sulla identificazione di questo popolo si è già discusso assai e, credo si continuerà a discutere: le diverse ipotesi avanzate dagli studiosi sono lucidamente esposte e commentate da P. Zancani-Montuoro nell’articolo ‘Sibari e Serdei’, pubblicato in “Rendic. Acc. Naz. Lincei” classe sc. morali, sez. VIII, vol. XVII, fasc. 1-2 (1962). A noi interessa qui il fatto che, come garanti della fedeltà dei Sibariti al patto stretto coi Serdei, vengono chiamati “Zeus, Apollo e gli altri dèi, e la città di Posidonia”: ciò che indica la potenza raggiunta dalla città sul Tirreno e la sua piena autonomia dai Sibariti, ma al tempo stesso lo strettissimo legame che la univa a Sibari, e non indebolisce per nulla, anzi rafforza (contrariamente a quanto ritiene la Zancani-Montuoro) la tesi della derivazione di Posidonia da Sibari, così come è stata esposta nel testo.”. Sempre il Giannelli, a p. 278, nelle sue “Conclusioni”, in prposito a questo antico popolo scriveva che: “E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parechi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Da Wikipedia, alla voce “Sardi” leggiamo che l’etnonimo “S(a)rd” appartiene al substrato linguistico preindoeuropeo (o secondo altri indoeuropeo), e potrebbe derivare dagli Iberi che si stabilirono sull’isola. La più antica testimonianza scritta dell’etnonimo è riportata sulla Stele di Nora, dove la parola Šrdn (Shardan) testimonia la sua esistenza originale nel momento in cui i mercanti fenici arrivarono per la prima volta nelle coste sarde. Secondo il Timeo, uno dei dialoghi di Platone, la Sardegna e i suoi abitanti, “Sardonioi” o “Sardianoi” (Σαρδονιοί or Σαρδιανοί), furono soprannominati così da “Sardò” (Σαρδώ), una leggendaria donna lidia di Sardi (Σάρδεις), nella regione occidentale dell’Anatolia (attuale Turchia). Altri autori, come Pausania e Sallustio, indicano invece che i Sardi discendono da un antenato mitologico, un figlio Libico di Ercole o Makeris (dal berbero imɣur “allevare”) riverito come Sardus Pater Babai (“Padre Sardo” o “Padre dei Sardi”), che diede all’isola il suo nome. È stato anche affermato che gli antichi Sardi nuragici fossero associati anche con gli Shardana (šrdn in egiziano), uno dei Popoli del Mare. L’etnonimo fu romanizzato nella forma singolare maschile e femminile in sardus e sarda. Bibliografia: E.KUNZE, Olympia Bericht VII, Berlin 1961, 207–210; H.BENGTSON, DieStaatsverträge des Altertums, II, München – Berlin 1962, no. 120; M.GUARDUCCI, Osservazioni sul trattato fra Sibari e i Serdaioi, RAL 17, 1962, 199-210; P.ZANCANI MONTUORO, Sibariti e Serdei, RAL 17, 1962, 11-18; S. CALDERONE, Identificati i Serdaioi, Helikon 2, 1962, 633-258;S.CALDERONE, Identificati i Serdaioi, Helikon 3, 1963, 219-258;J.SEIBERT, Metropolis und Apoikie. Historische Beiträge zur Geschichte ihrer gegenseitigen Beziehungen, Würzburg 1963, 94-96;J.ROBERT – L.ROBERT, REG 75, 1963, 137-138 no. 106; REG 79, 1966, 380-381 no. 210; G. PUGLIESE CARRATELLI, Greci d’Asia in Occidente fra il secolo VII e il VI, PP 21, 1966, 155-165 [= ID., Scritti sul mondo antico, Napoli 1976, 307-319];SEG 22, 1967, no. 336;M.BURZACHECHI, Gli studi di epigrafia greca relativi alla Magna Grecia dal 1952 al 1967, in: Acts of the 5th Congress of Greek and Latin Epigraphy, 18th-23rd September 1967, Oxford 1971, 125-134;R.MEIGGS – D.M.LEWIS, A Selection of Greek Historical Inscriptions to the end of the fifth century B.C., I, Oxford 1969, 18-19, no. 10 (trad. inglese).
Il toponimo di Palinuro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 267 parlando di Palinuro scriveva che: “Toponimo da ‘pali oros’ (monte che si guarda dalla spiaggia) o ‘palin ouros’ (luogo dove il vento gira) (1). L’estrema punta del Capo Palinuro è detta pure Capo Spartivento.”. L’Ebner a p. 267, nella sua nota (1) postillava che: ” G. Schmiedt (‘Antichi porti d’Italia’, “Universi”, 2, Firenze, 1966, p. 322) ricorda che Dionigi di Alicarnasso (I, 53) già aveva osservato che il porto nord del promontorio offre buon riparo ai venti del II quadrante. Sommozzatori continuano a recuperare ancore.”. Sempre Ebner a p. 269 nella sua nota (14) postillava che: “(14) …..Dionigi cit., nel ricordare il piccolo porto, ora insabbiato, a nord del promontorio e perciò riparato dai venti di Mezzogiorno, dice che vi sbarcarono alcuni Troiani guidati da Eneadi (principi della stirpe).”. Infatti, Gerald Schmiedt (…), nel suo “Antichi porti d’Italia” a p. 76 ricorda che: “Il porto di Palinuro, che si apre a nord del promontorio, offre buon ridosso ai venti del II quadrante, come ricorda Dionigi di Alicarnasso (I, 53).”.Giacomo Racioppi (….), nel suo, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 189, nella nota (2) postillava che: “(2) Da πολυνος ed ουριος “l’uomo sagace che naviga con buon vento,” ovvero da παλαιω, lottare, e in senso passivo essere vinto dal vento – οuρος -? – Corcia (op. cit., III, 55) invece, da παλιν contra, ed ορος monte, accennando al promontorio.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nè erano soltanto queste le città o i borghi fondati dai Greci sul territorio salernitano, poichè Palinuro, più che il leggendario pilota di Enea (3), dovè essere un villaggio greco, come può rilevarsi dall’onomastica παλιν – contro e ορος – monte; etc..”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (3) postillava che: “(3) Vergil….Aeneis, lib. VI, n. 381: “Aeternuumque locus Palinuri nomen habebit.”. Nel 1975, Giulio Schmiedt (…), nel suo ‘Antichi porti d’Italia’, pubblicato sulla rivista dell’I.G.M., da p. 69 e s. ci parlava di “Da Punta Licosa a Punta degli Infreschi” e a p. 76, nella nota (161) postillava che: “(161) Molto acutamente Virgilio Catalano (cfr. op. cit.) ricorda che la triste fama di capo Palinuro, forse insita nello stesso toponimo greco Παλν + ονρος = vento generatore di tempeste) è dovuta non solo al mito virgiliano della morte del nocchiero di Enea e al mito della sirena Molpe, ma anche ai terribili naufragi subiti da flotte romane.”. Riguardo all’opera di Virgilio Catalano, lo Schmiedt che lo cita riferisce “Aspetti e problemi dell’Archeologia Cilentana”, in “Partenope”, fasc. IV, anno II, 1961. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979), a p. 60, in proposito scriveva che: “‘Palinuro’. (Παλινουρος). Il luogo s’è personificato dando ragione al mito d’un Palinuro, nocchiero della flotta d’Enea (1): derivando la parola da πολυνος ed ουριος – l’uomo sagace che naviga con buon vento’ – e trasformando ‘Palinuro’ in ‘Polynurio’. Il Corcia (2) con più ragionevolezza deriva il nome da παλιν – contra – , ed ορος, – monte -, che dice: il ‘promontorio’ per eccellenza. Un’altra etimologia può offrire la scomposizione della parola in παλιν, — rursus, iterum –, ed ουρος, — ventus secundus, ricordando a proposito i pericoli della navigazione nel Golfo di Salerno, celebre anche nell’antichità per la volubilità de’ suoi cambiamenti in contrasto a quella del golfo di Policastro. Su questo promontorio la leggenda innalzò una tomba al preteso nocchiero, e parecchi moderni vi videro pure una città che non d’altri fonti s’arguisce, se non da quella singolare moneta, in cui si lesse una confederazione tra Palinuro e la città di Molpa. ‘Melpes’. E’ il nome del fiume ricordato da Plinio (1) e corrispondente all’attuale Molpa, che mette foce tra la punta di Palinuro e l’altro fiume Mingardo. Esso conserva la forma italica d’un Aquino degli Ernici (2). Il nome della città, il cui ricordo, secondo la pretesa moneta dovrebbe risalire fino al secolo VI, trasforma il ‘Melpes’ in ‘Molpa’. Questa moneta ...”. Il Dito, a p. 60, nella nota (1) postillava: “(3) Virgilio. Eneide VI, 380 – Lucan. IX, 62 – Mela, II, IV, 9.”. Il Dito, a p. 61, nella nota (2) postillava: “(2) è ragionevolissima, perchè l’oros è uguale in questo caso ad ‘ouros’, che ionicamente supplisce lo spirito aspro con l’u, come ‘oudos’ per ‘odos’. Un’etinologia per ridere è quella derivata da ‘palin’ (iterum) ed ‘ouron’ (urina) – chi orina di nuovo, sostenuta da quel verso di Marziale, l. 3, 28 etc…”. Il Dito, a p. 61, nella nota (1) postillava: “(1) III, X, I, (altri leggono Melphes).”. Il Dito, a p. 61, nella nota (2) postillava: “(2) Strab. V, 3, 9.”. Il Dito, a p. 61, nella nota (3) postillava: “(3) V. Carelli, tab. 136; Sestini, Cle. gen. p. 16; Mus. Hederv. P. I, p. 10, tab. I, 10; Nouvell. Ann. T. I, Pl. XI, 12”.
Due monete (incusi) di due città confederate: PAL-MOL = PALINURO-MOLPA
In epoca greca l’abitato di Molpa, unitamente a Palinuro che all’epoca era un piccolo villaggio sorto sull’omonimo capo, non distante dalla necropoli in località Timpa della Guardia, costituiva la polis di Pal-Mol, come testimoniato dal ritrovamento di una moneta in argento con la figura di un cinghiale in corsa e che presenta da un lato l’incisione PAL (Palinuro) e dall’altro MOL (Molpa). Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nè erano soltanto queste le città o i borghi fondati dai Greci sul territorio salernitano, poichè Palinuro, più che il leggendario pilota di Enea (3), dovè essere un villaggio greco, come può rilevarsi dall’onomastica παλιν – contro e ορος – monte; Sapri è forse l’antica ‘Scidro’ o ‘Sidron’, ampliata dai Sibariti, quando vi si rifugiarono, dopo la distruzione della loro patria; nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’alltro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1). Così tutta la costa dal golfo di Policastro a quella di Salerno fu colonizzata dai Greci, e davanti ad essi gl’indigeni non bene armati da poter opporre una forte resistenza, si ritirarono nell’interno (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (3) postillava: “(3) Vergil., Aeneis, lib. VI, n. 381: “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, dopo aver discorso sul fiume Bussento e dopo aver più volte contraddetto l’Antonini (….), che credeva essere il fiume Mingardo,parlando di Buxentum (Policastro Bussentino) e della città di “Pyxous”, in proposito scriveva che: “Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”. La colonia probabilmente dipendeva amministrativamente dalla ricca e potente Sibari. Della colonia greca gli scavi hanno portato alla luce resti delle fortificazioni, dell’acropoli e di altre costruzioni e numerosi oggetti (principalmente vasellame, utensili e monili), che dimostrano che per la città fu un periodo di grande splendore e floridezza economica. La polis di Pal-Mol durò il breve periodo di trent’anni: nel 510 a.C. la colonia fu misteriosamente abbandonata, forse a causa di una tremenda epidemia. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino ad Akropolis”, a p. 57, nella nota (2) postillava che: “(2) MOLPE, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico Molpie) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (STRABONE, I, 22 0 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a. C., quando appare essere stato uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Etc..”. La colonia probabilmente dipendeva amministrativamente dalla ricca e potente Sibari. Della colonia greca gli scavi hanno portato alla luce resti delle fortificazioni, dell’acropoli e di altre costruzioni e numerosi oggetti (principalmente vasellame, utensili e monili), che dimostrano che per la città fu un periodo di grande splendore e floridezza economica. La polis di Pal-Mol durò il breve periodo di trent’anni: nel 510 a.C. la colonia fu misteriosamente abbandonata, forse a causa di una tremenda epidemia. Dalla Treccani on-line leggiamo che riconsiderando la documentazione si osserva, infatti, che il centro indigeno di P. si sviluppa come abitato autonomo soprattutto nella seconda metà del VI sec. a.C. per l’arrivo di genti dal Vallo di Diano, discese sulla costa seguendo le valli del Mingardo, del Bussento e del Noce (nei pressi di Praia a Mare). P. è in questo periodo nell’orbita di Sibari, come si evince dalla moneta d’argento incusa, in tutto, tranne che per l’epìsemon (il cinghiale con la criniera depressa, in luogo del toro retrospiciente) assimilabile alla monetazione di Sibari. Come è noto la moneta reca la doppia leggènda Pal-Mol in cui si è, a torto, vista la symmachìa tra P. e Molpa. Bibl.: E. Greco, Velia e Palinuro. Problemi di topografia antica, in MEFRA, LXXXVII, 1975, pp. 81-108; C. A. Fiammenghi, La necropoli di Palinuro. Elementi per la ricostruzione di una comunità indigena del VI sec. a. C., in DArch, s. III, 1985, 2, pp. 7-16; M. Romito, Un insediamento neolitico a Palinuro, in II Neolitico in Italia. Atti della XXVI Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, Firenze 1985, II, Firenze 1987, pp. 691-695; E. Greco, Serdaioi, in AnnAStorAnt, XII, 1990, pp. 39-57. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 269, in proposito scriveva che: “Altri saggi di scavi (11) però, non sono riusciti a mettere in evidenza necropoli che mostrassero la continuità di vita della città ellenizzata dopo la fine del VI secolo a.C. Quando, cioè, era ancora in ‘simpolyteia’ con la vicina Molpa (v.), come si rileva dai celebri tre incusi di argento databili 530-520 a.C., con la figura del cinghiale in corsa e la leggenda PAL(inuro)-MOL(pa)(12). La brusca interruzione della vita dell’autoctona popolazione, confermata dagli scavi, accreditò l’ipotesi di una grave calamità (cataclisma, peste) abbattutasi sulle due poleis. La punizione per l’orrendo misfatto dell’uccisione dell’inerme e stremato pilota di Enea ?.”. Ebner, a p. 269, nella nota (12) postillava: “(12) P. Ebner, La monetazione di Posidonia-Paestum, “Ente per le antichità e i documenti della provincia di Salerno”, XIV, Salerno, 1954, p. 3 seg. Cfr. pure la mia Storia, cit., p. 37.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 189, in proposito scriveva che: “Gli elleni, stanziati anticamente per questi luoghi, spiegarono, seguendo il loro costume e con gli elementi del proprio idioma, il vecchio nome locale, derivato forse da altro linguaggio; e dalla spiegazione ellenica di una più antica parola nacque la personificazione del “timoniere sagace” (2) e famoso che la leggenda accoppiava ai casi di Enea. Ma, oltre all’eroo o pio sepolcro all’antico nocchiero sul promontorio del suo nome, alcuni scrittori moderni ritengono che ivi esistesse una città, greca, dello stesso nome di Palinuro. La congettura non si fonda altrimenti che sulla leggenda di una singolare moneta, la quale intendono accennasse a federazione tra la città di Molpa e la città di Palinuro; poichè vi leggono, benchè in iscorcio, le prime sillabe dei nomi delle due città. Ma finché altre prove non sorreggano la dubbiezza di quest’una, non ometterò di avvertire, che se le due sillabe si congiungano in un unica parola, scomparirà la nota di PAL-inuro, e non risulterà invece che solo il nome di Mol-pa (3).”. Il Racioppi (…), a p. 189, nella nota (2) postillava che: “(2) Da πολυνος ed ουριος “l’uomo sagace che naviga con buon vento,” ovvero da παλαιω, lottare, e in senso passivo essere vinto dal vento – οuρος -? – Corcia (op. cit., III, 55) invece, da παλιν contra, ed ορος monte, accennando al promontorio.”. Il Racioppi, a p. 189, nella nota (3) postilava: “(3) La congettura di cui si parla nel testo è del SESTINI, Mon. vet. 16 (ap. Corcia, Op. ci., III, 58). La moneta è una incusa di argento: – Tipo: – Cinghiale a dr. ΙΛΠ II Cinghiale a sin. IOM – Inclino a credere, che le dueparole siano parte di un’unica parola che sarebbe ΜΟΛΠΛΙ = Molpai. E ricordo, in appoggio, che sopra una moneta incusa dell’antica Laos, che ha il bue a volto umano dalle due faccie, è scritto dall’una parte ΛΛΙ e dall’altra NOM = Lainos.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 295 e sgg e sgg riferendosi a Pixunte, in proposito scriveva che: “Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche.”. Nel 1975, Giulio Schmiedt (…), nel suo ‘Antichi porti d’Italia’, pubblicato sulla rivista dell’I.G.M., da p. 69 e s. ci parlava di “Da Punta Licosa a Punta degli Infreschi” e a p. 76 parlando di Palinuro e riferendosi alla Molpa, in proposito scriveva che: “Essa serviva forse un altro centro ellenizzato (164), che si può collocare sulla sommità della collina di q. 140, dove in epoca medievale sorse un castrum distrutto dai Saraceni nel 1113. Da notare infine, che questi due centri dovevano essere collegati economicamente (ciò sembra documentato da una moneta rinvenuta nel 1774 che reca incisa nell’esergo le lettere PAL e MOL) e costituire per Velia due basi per il controllo delle acque del proprio territorio (165), che probabilmente terminava a punta degli Infreschi.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (161) postillava che: “(161) Molto acutamente Virgilio Catalano (cfr. op. cit.) ricorda che la triste fama di capo Palinuro, forse insita nello stesso toponimo greco Παλν + ονρος = vento generatore di tempeste) è dovuta non solo al mito virgiliano della morte del nocchiero di Enea e al mito della sirena Molpe, ma anche ai terribili naufragi subiti da flotte romane.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (164) postillava che: “(164) Non si hanno sino ad oggi prove archeologiche del centro. R. Nauman (cfr. op. cit. I p. 32), in relazione al rinvenimento a Molpa di cocci neri simili a quelli di Palinuro, avanza l’ipotesi di un borgo portuale della collina ai piedi del fiume. P. Zancani Montuoro (cfr. op. cit., Siris – Sirino – Pixunte, in “Arch. St. Cal. Luc.”, p. 16) vede sulla collina di Molpa una città ellenizzata e dice di avere ritrovato sulla spianata rocciosa che strapiomba sul mare resti di argilla seccata al sole e di legno carbonizzato, forse relativi a muri di mattoni crudi e a pali infissi nei numerosissimi incavi circolari e rettangolari esistenti sul piano della roccia.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (165) postillava che: “(165) L’ipotesi che la Sympoliteia Palinuro-Molpa fosse compresa nel territorio veliense sarebbe confermata dal rinvenimento a Palinuro dei caratteristici mattoni di Velia con i bolli greci e di monete di Velia (350-280 a.C.). Cfr. in proposito R. Nauman, op. cit., II, p. 280 e Catalano, op. cit.”. Sull’opera di Nauman, lo Scmiedt lo spiega nella postilla della nota (163): “(163) Cfr. R. Nauman e B. Nautsch, Palinuro. Ergebnisse der Ausgrabungen, vol. I e II, 1957-1960”. Si tratta di Rudolf Nauman. Riguardo all’opera di Virgilio Catalano, lo Schmiedt che lo cita riferisce “Aspetti e problemi dell’Archeologia Cilentana”, in “Partenope”, fasc. IV, anno II, 1961. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 268, in proposito scriveva che: “Gli scavi archeologici del 1939, eseguiti dal compianto amico P. C. Sestieri (5) su tutta l’altura di S. Paolo che sovrasta l’abitato, misero a luce mura di fortificazioni e, nella sabbia delle dune, tombe a fossa senza traccia di copertura con orientamento dei depositi est-ovest e perciò forse non rituali. Ma vi si rinvennero pure sepolture a pozzo (disposizione circolare dei corredi) e uno a cassa (tegoloni). Più numerose le prime e ricche di vasi (in media 30 in ogni tomba) indigeni (6), ionici (7) e attici (8) insieme a oggetti di ferro e di bronzo (9). Ceramica che presenta netti caratteri d’identità con queli della Peucezia, con quella di Sala Consilina e Atena Lucana, per cui sarebbe da riconsiderare l’affermazione di Dionigi (I, 11 sgg.) sulla venuta di enotri e peucezi dall’Arcadia e da ammettere che proprio da Palinuro partisse una delle carovaniere per la Valle di Diano. Carovane che trasportavano ceramica locale e ceramica ionica che alla vicina Pixous (Bussento), Policastro) giungeva per la via istimica da Siris e la ceramica ionica e attica a mezzo dei mercanti focei. Manufatti che venivano scambiati con il grano della ferace Valle del Tanagro, di quel lago pleistocenico svuotatosi in epoca storica. Grano che anche dopo la caduta di Sibari (a. 510 a.C.,) i focei di Velia (10) continuarono a trasportare ad Atene che ne acquistava sempre in maggiori quantità.”. Ebner, a p. 268, nella nota (5) postillava: “(5) P. C. Sestieri, Scoperte archeologiche in provincia di Salerno, “Bollettino d’Arte”, Roma, 1940, n. IV (estratto).”. Ebner, a p. 268, nella nota (6) postillava: “(6) Vasi grezzi con decorazioni geometriche rosse e nere, ma anche di plastica applicata, brocche a tre manici e tre colli a bocca tribolata posti intorno a un falso collo a bocciuolo, anfore, coppette e, tra le forme d’imitazione, olmechasi a bocca tribolata, kalathoi, calcei repandi e crateri a colonnette di tipo calcidese.”. Ebner, a p. 268, nella nota (7) postillava: “(7) Vasi ionici con decorazioni a fasce, coppe milesie, ecc..”. Ebner, a p. 268, nella nota (8) postillava: “(8) Vasi attici a figure nere (lekytoi, skyphoi, kotyloi, kilites) con animali anche fantastici, ma di disegno scadente. Crateri a colonnette e kylites a occhioni con gorgoneion.”. Ebner, a p. 268, nella nota (9)postillava: “(9) Tra gli oggetti di ferro soprattutto armi, e cioè punte di frecce, grattuge, colini, anelli e fibule ad arco semplice e a doppio anello; un solo orecchino circolare d’argento.”. Ebner, a p. 269, nella nota (10) postillava: “(10) R. Neuman e B. Neutsch (Palinuro, “Ergebnisse der Ausgrabungen”, vol. II e II, 1957-1960) rinvennero a Palinuro, oltre i caratteristici mattoni velini con bolli greci, anche monete di Velia del 350-280 a.C.”. Ebner, a p. 269, nella nota (11) postillava: “(11) Sul cippo colà rinvenuto, v. M. Guarducci, Cippo iscritto a Palinuro, “Apollo”, Salerno, 1962; v. pure H. Schaefer, Peculiarità e caratteri della colonizzazione greca nell’Italia meridionale, “Apollo”, Salerno, 1962, p. 3 sgg.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando del Sinus Laus, a p. 61, in proposito scriveva che: “Il nome della città, il cui ricordo, secondo la pretesa moneta dovrebbe risalire fino al secolo VI, trasforma il ‘Melfes’ in ‘Molpa’. Questa moneta è un incuso d’argento, che ha per tipo un cinghiale corrente, a destra, col medesimo tipo del rovescio. La leggenda di destra porta scritto: ΛΑΤ [παλ], (amico) e quella di sinistra ΛΟΜ [μολ], ovvero (MOL)(3), che offrono le prime sillabe dei nomi delle due città. Il Sestini (4) invece credette, sull’esempio delle monete di Laos e d’altre città, leggervi un’unica parola ΜΟΛΠΙ. Senza dilungarci in inutili e noiose considerazioni sulla pretesa esistenza di queste città, basta il fatto della falsità o della cattiva interpretazione di tale moneta, non ammessa, per altro, da eminenti nummologi moderni.“. Il Dito, a p. 61, nella nota (3) postillava: “(3) V. Carelli, tab. 136; Sestini, Cle. gen.p. 16; Mus. Hederv. P. I., p. 10, tab. I, 10; Nouvell. Ann. T.I., Pl. XI, 12.”. Il Dito, a p. 61, nella nota (4) postillava: “(4) Mon. vet. 16, ap. Corcia III, 58.”. Infatti, Nicola Corcia (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1799”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Oltre che degli antichi ruderi che vi si veggono, confermerebbe la prima denominazione un didracma di argento, che da un lato ha per tipo un cinghiale con la leggenda ΓΑΛ retrograda in caratteri arcaici, e dall’altro collo stesso tipo incuso, l’epigrafe ΜΟΛ. Un dotto nummologo si avvisava il primo di vedere in questa medaglia un’alleanza tra le città di Palinuro e Molpa, le quali, non ostante il silenzio della geografia e della storia, suppose che si trovassero, una presso il ‘Capo Palinuro’, l’altra alla foce del fiume ‘Melpi’ (1). Comecchè la fabbrica di questa medaglia sia in tutto analoga a quella delle vicine città di Pissunte, Lao e Posidonia, un altro nummologo nondimeno lasciava questa medaglia fra le incerte, benchè inclinasse all’esistenza della città detta (2).”. Il Corcia, a p. 58, nella nota (1) postillava: “(1) Sestini, Mon. vet., p. 16; – Cfr. De Luynes, Nouv. Ann. de l’Institut. archeol., tom. I, pl. XI, n. 12.”. Il Corcia, a p. 58, nella nota (2) postillava: “(2) Millingen, Consid. p. 52.”.
Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro, fu centro indigeno, su cui si stese il controllo greco. Nel sesto secolo a.C. goderono uniti di una propria zecca operante come emanazione di Sibari. La moneta nota, di cui si conoscono alcuni esemplari, è uno statere d’argento incuso, che mostra un cinghiale in corsa, al di sotto del quale è sul dritto la scritta PAL e sul rovescio la leggenda MOL, con evidente riferimento ai due abitati (cfr. P. C. Sestieri, in Greci e Italici in Magna Grecia (Atti del I Convegno di Taranto), Napoli, 1962, pp. 276 seg. e N. F. Parise, in ‘Economia e società della Magna Grecia (Atti del XII Convegno di Taranto), Napoli, 1972, p. 106 e p. 111.).”. Bracco, a p….., continua a scrivere: “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); il luogo di Molpa, lungo il rofilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e scomparso. Similmente il fiume Melpa pare che sia da identificare nel Lambro (cfr. E. Magaldi, op. cit., p. 31 e p. 36). Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: neabbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102. Leggo poi che nel 1484 “i 6 fuochi di San Serio, già abitanti in Molpa distrutta dai mori e dimoranti in ‘pagliare’, per la loro estrema povertà venivano proposti al re…. per l’esenzione da ogni pagamento” (A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, a cura della Camera di Commercio, Salerno, 1956, p. XII). Quanto alla famiglia Marchese, insignorita su Camerota, su di essa si diffonderà nel Settecento il Gatta (cfr. Gatta, Memorie, pp. 292-294).”.
Publio VirgilioMarone, l’‘Eneide’ed il mito di Palinuro, timoniere di Enea
Giulio Schmiedt (….), nel suo “Antichi porti d’Italia – gli scali Fenicio-Punici. I porti della Magna Grecia”, a p. 76 parlando di Palinuro, nella nota (161) postillava che: “(161) Molto acutamente Virgilio Catalano (cfr. op. cit.) ricorda che la triste fama di capo Palinuro, forse insita nello stesso toponimo greco Παλν + ονρος = vento generatore di tempeste) è dovuta non solo al mito virgiliano della morte del nocchiero di Enea e al mito della sirena Molpe, ma anche ai terribili naufragi subiti da flotte romane.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (164) postillava che: “(164) Non si hanno sino ad oggi prove archeologiche del centro. R. Nauman (cfr. op. cit. I p. 32), in relazione al rinvenimento a Molpa di cocci neri simili a quelli di Palinuro, avanza l’ipotesi di un borgo portuale della collina ai piedi del fiume. P. Zancani Montuoro (cfr. op. cit., Siris – Sirino – Pixunte, in “Arch. St. Cal. Luc.”, p. 16) vede sulla collina di Molpa una città ellenizzata e dice di avere ritrovato sulla spianata rocciosa che strapiomba sul mare resti di argilla seccata al sole e di legno carbonizzato, forse relativi a muri di mattoni crudi e a pali infissi nei numerosissimi incavi circolari e rettangolari esistenti sul piano della roccia.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (165) postillava che: “(165) L’ipotesi che la Sympoliteia Palinuro-Molpa fosse compresa nel territorio veliense sarebbe confermata dal rinvenimento a Palinuro dei caratteristici mattoni di Velia con i bolli greci e di monete di Velia (350-280 a.C.). Cfr. in proposito R. Nauman, op. cit., II, p. 280 e Catalano, op. cit.”. Sull’opera di Nauman, lo Scmiedt lo spiega nella postilla della nota (163): “(163) Cfr. R. Nauman e B. Nautsch, Palinuro. Ergebnisse der Ausgrabungen, vol. I e II, 1957-1960”. Si tratta di Rudolf Nauman. Riguardo all’opera di Virgilio Catalano, lo Schmiedt che lo cita riferisce “Aspetti e problemi dell’Archeologia Cilentana”, in “Partenope”, fasc. IV, anno II, 1961. Palinuro è un personaggio della mitologia romana, il mitico nocchiero di Enea, caduto in mare di notte, tradito dal dio Sonno, mentre conduceva la flotta verso l’Italia. L’episodio relativo a Palinuro viene descritto alla fine del Libro V dell’Eneide, nel quale Virgilio individua il punto preciso della vicenda: uno scoglio, riconducibile al tratto di costa campano del Mar Tirreno, dinanzi all’omonimo capo, tra il golfo di Policastro e l’insenatura di Pisciotta, nella subregione attualmente chiamata Cilento. Naufragò dopo aver invocato invano i propri compagni ed esser rimasto per tre giorni in balia del Noto fino all’approdo sulle spiagge d’Italia, dove trovò ad attenderlo non la salvezza ma una fine crudele: catturato dalla gente indigena, viene ucciso e il suo corpo abbandonato in mare scambiandolo per un mostro marino. Il canto dell’Eneide di Virgilio è il seguente: ” Vieni, famoso Ulisse, eroe dei greci, ferma la nave, così potrai ascoltarci. Nessuno è mai passato di qui senza fermarsi ad ascoltare il dolce suono del nostro canto, chi si è fermato se ne è andato dopo avere provato piacere e acquisito più conoscenza.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 171, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Gli abitanti nei luoghi, cioè, sarebbero stati puniti per l’orrendo misfatto della morte del nochiero di Enea.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 269 parlando di Palinuro scriveva che: “La brusca interruzione della vita dell’autoctona popolazione, confermata dagli scavi, accreditò l’ipotesi della grave calamità (cataclisma, peste) abbattutasi sulle due ‘poleis’ (Ebner intende le due Poleis di Palinuro e di Molpa). La punizione dell’orrendo misfatto dell’uccisione dell’inermee stremato pilota di Enea? Evento che porta al mitico episodio della morte di Palinuro, narrato con straordinaria vivezza da Virgilio (13). Racconta il poeta che Enea, in visita agli inferi, avesse visto errante lungo la stige palude, perchè ancora insepolto, il suo nocchiero e che gli avesse chiesto di spiegargli il perchè della sua scomparsa. Nel mentre osservava le stelle, chiarisce Palinuro, un’onda l’aveva divelto con il timone dalla nave del duce anchesiade gettandolo, di poppa, a capofitto tra l’onde. Dopo tre lunghi giorni giorni di inerrarrabili lotte con il mare in tempesta, al quarto era appena riuscito, levando il capo, a scorgere terra, l’Italia, e ad aggrapparsi, ormai privo di forze, agli scogli, quando “gens crudelis”, sospettandolo una preda, l’aveva ucciso ributtandone poi il corpo tra l’onde tra cui continuava a essere sbattuto dal vento. Invocava, perciò Enea a rintracciarne tra i porti di Velia (14) i miseri resti, a porli sotto un pugno di terra, a dargli alfine quiete in un sepolcro. Profetica intervenne la Sibilla Cumana vaticinando che i locali, perseguitati da spaventosi prodigi, avrebbero espiato il misfatto elevandogli un tumulo sul promontorio “aeternumque locus Palinuri nomen habebit” (15). Placato, il nocchiero “gaudet cognomine terra”.”.Pietro Ebner (…) a p. 269, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Virgilio ‘Aen.’, V, 814 sgg. e VI , 337 sgg.”. Sempre Ebner a p. 269 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Virgilio, cit., VI, 365 ‘portusque require velinos’. P. Mela, II, 4, 69 ‘Palinurum olim Phrygii gubernatoris nunc loci nomem’. Cfr. pure Lucano, ‘Phars., IX, 51; Lucilio, fr. 77 (Terzaghi), Strabone, VI, 252, Plinio, III, 378; Orazio, ‘Carm.’, III, 4.27. Il Nissen (II, p. 897) ritiene quella di Palinuro una sovrapposizione di culti. Dionigi cit., nel ricordare il piccolo porto, ora insabbiato, a nord del promontorio e perciò riparato dai venti di Mezzogiorno, dice che vi sbarcarono alcuni Troiani guidati da Eneadi (principi della stirpe).”.Sempre l’Ebner a p. 270, vol. II, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Servio, ‘ad Aen. VI: Lunanis enim peste laborantibus respondit Oraculum: Manes Palinuri esse placandos. Quanmobrem haud procul Velia et nemus ai dederunt, et Cenotaphium. Gli consacrano anche il bosco Bruca e gli resero solenni onori funebri.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 35-36, in proposito scriveva che: “Anche Virgilio ricorda il porto di Velia, anzi, con licenza poetica, lo fa ricordare da Palinuro; nonchè Gellio (6)…….Il promontorio di Palinuro (‘Palinuri promontorium’), ricordato da varii scrittori antichi, si avanza nel mare per circa due chilometri, ed è perforato da grotte (7). La forma a tumulo con cui esso si annunzia e la fama paurosa dei naufragi avvenuti contro le sue rupi, giustificano pienamente la leggenda di Palinuro, il nocchiero di Enea (8). Questi, caduto a mare, durante la navigazione, per essersi lasciato sorprendere dal sonno, riuscì a portarsi su litorale di Velia; ma ivi trovò la morte per mano degli abitanti del paese, che in seguito diedero sepoltura al suo cadavere e gli resero onori divini (1). E’ stato notato che il culto del nocchiero di Enea prese probabilmente il posto del culto del re dei venti che i Greci avranno venerato in quel posto (2). Per tutta una tradizione di naufragi il Capo Palinuro doveva essere particolarmente inviso come ‘navifragium’ ai naviganti antichi, che l’avranno considerato come una specie di “Capo delle tempeste” del mare Tirreno. La triste fama del Capo Palinuro trova un’eco anche nell’opera di Orazio, il quale, se pure non corse personalmente il pericolo di naufragare presso quel capo, come si potrebbe credere e credono alcuni, ci tenne a ricordarlo come particolarmente invis ai naviganti (4). Dalla parte nord il promontorio di Palinuro aveva un piccolo porto, ora insabbiato, il quale era ben riparato dai venti del mezzogiorno. Lo troviamo ricordato da Dionigi di Alicarnasso (5). Dalla parte sud del promontorio si incontra la foce del fiume Lambro, l’antico Melpa (p. 31).”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (6) postillava: “(6) Cfr. Virgilio, Aem., VI, 366: “portusque require Velinos; Gellio, X, 16, 3: “cum Velia oppidum, a quo portum, qui in eo loco est, Velinum dixit….”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (7) postillava: “(7) Sul promontorio di Palinuro e sul relativo porto, v. inoltre Corcia, o. c., III, p. 55”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (8) postillava: “(8) L’episodio di Palinuro è riferito estesamente in Virgilio, Aem., V, 833-871 e VI, 337-383. Cfr. v. 381: “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit; è accennato da Lucano, Phars., IX, 41 seg.: “….et hinc placidis alto delabitur auris / in litius, Palinure, tuum”, da Mela, II, 4, 69 (riferito precedentemente a p. 10, n. 1). Il promontorio è ricordato da Lucilio, fr. 77 (Terzagni): “hinc media remis Palinurum pervenio nox”; da Strabone, VI, 252 “μετα δε ταυτην αχρωτηριον Παλινουρος “; da Plinio, III, 5, 71: “promontorium Palinurum, a quo sinu recedente traiectus ad Columnam Regiam C. m.p. Aggiungi Solino, II, 13 (riportato a p. 33, n. 5). La località Palinuro nominata da Livio, XXXVII, 11,6 non sembra abbia a che fare con la nostra.”. Sempre il Magaldi, a p. 33, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Dionigi di Alicarnasseo: 1, 53: “Επειτα νησφ προσεσχον, η τουνομα εδεντο Λευχασιαν, απο γυναιχος, ανεψιας, Αινειου περι τονδε τον τοπον αποθανουοης “; Solino, II, 13; Par sententia est inter auctores a gubernator Aeneae appellatum Palinurum, a tubicine Miseum, a consobrina Leucasiam insulam”.”. Il Magaldi, a p. 36, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Servio, Ad Aem., VI, 378: “De historia hoc traxit. Lucanis enim pestilentia laborantibus respondit oraculum manes Palinuri esse placandos: ob quam rem non longe Velia ei et lucum et cenothaphium dederunt”.”. Il Magaldi, a p. 36, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Nissen, o. c., II, p. 897.”. Il Magaldi, a p. 36, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Orosio, IV, 9, 11: “Inde cum ad Italiam redirent, circa Palinuri promontorium, quod a Lucanis montibus in altum excurrit, inlisi scopulis centum quinquaginta naves onerarias nobilemque praedam crudeliter adquisitam infeliciter perdiderunt.”.“. Il Magaldi, a p. 36, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Orazio, Carm., III, 4, 27 seg.: “devota non exlinxit arbor / nec Sicula Palinurus unda.”.“. Il Magaldi, a p. 36, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Dionigi, I, 53: ” ωρμισαντο της ‘Ιταλιας χατα λιμενα τον Παλινουρον, ος αφ’ενος των Αινειου χυβερνητων τελευτησαντος αυτοθι ταυτης τυχειν λεγεται της ονομασιας “.”.
Da Wikipedia leggiamo che: Publio Virgilio Marone, noto semplicemente come Virgilio o Vergilio (in latino: Publius Vergilius Maro, nacque a Mantova il 15 ottobre dell’anno 70 a.C. e morì a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C.. E’ stato un poeta romano, autore di tre opere, tra le più famose della letteratura latina: le Bucoliche (Bucolica), le Georgiche (Georgica), e l’Eneide (Æneis). Al poeta vengono attribuiti anche una serie di componimenti giovanili, la cui autenticità è oggetto di dubbi e di complicate controversie, che si è soliti indicare in un’unica raccolta, nota col titolo di Appendix Vergiliana (Appendice Virgiliana). Virgilio, per il senso sublime dell’arte e per l’influenza che esercitò nei secoli, fu il massimo poeta di Roma, nonché l’interprete più completo e più schietto del grandioso momento storico che, dalla morte di Giulio Cesare, conduce alla fondazione del Principato e dell’Impero ad opera di Augusto. L’opera di Virgilio, presa a modello e studiata fin dall’antichità, ha avuto una profondissima influenza sulla letteratura e sugli autori occidentali, in particolare su Dante Alighieri e la sua ‘Divina Commedia‘, nella quale Virgilio funge anche da guida dell’‘Inferno’ e del ‘Purgatorio’. L’Eneide (‘Aeneis’) poema epico composto forse fra Napoli e Roma, in dieci anni (tra il 29 a.C. e il 19 a.C.) e suddiviso in dodici libri. Opera monumentale, considerata dai contemporanei alla stregua di un’Iliade latina, fu il libro ufficiale sacro all’ideologia del regime di Augusto sancendo l’origine e la natura divina del potere imperiale. Naturalmente il modello fu Omero. Essa narra la storia di Enea, esule da Ilio e fondatore della divina ‘gens Iulia’. Il poema rimase privo di revisione, e nonostante Virgilio prima di partire per l’Oriente ne avesse chiesto la distruzione e ne avesse vietato la diffusione in caso di sua morte, esso fu pubblicato per volere dell’imperatore. Nel XV secolo il poeta Maffeo Vegio compose in esametri il Supplementum Aeneidos, cioè il tredicesimo libro a completare la vicenda narrata nel poema virgiliano. Biagio Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) …..Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83.“. Nel libro V, Enea con le navi tiene deciso la rotta, ma il cielo è pieno di enormi nubi minacciose, che danno presagio di un oscuro temporale. Palinuro, il timoniere della nave di Enea, è spaventato e teme che la flotta non riesca ad arrivare in Italia. Accorgendosi che la tempesta sta portando le navi verso le coste sicule, Enea decide di approdarvi. I troiani sbarcano presso Erice dove il re Aceste lietamente li accoglie e offre il suo aiuto. Virgilio, nel libro VI racconta che Enea e i suoi compagni sbarcano a Cuma, in Campania, dove l’eroe, memore dei consigli di Eleno, si reca nel tempio diApollo. La somma sacerdotessa di Apollo, la Sibilla Deifobe, figlia di Glauco, invasata dal dio durante il vaticinio, gli rivela che riuscirà ad arrivare nel Lazio, ma per ottenere la nuova patria dovrà affrontare odi e guerre, essendo inviso a Giunone: ella profetizza anche la comparsa di un nuovo Achille (che si rivelerà poi Turno). Su sua richiesta, la Sibilla guida Enea nel regno del dio Ade, ovvero l’Aldilà secondo la religione greca e romana. Prima di entrare nell’Ade vero e proprio Enea deve procurarsi nel bosco un ramo d’oro da offrire a Proserpina;l’eroe e la Sibilla devono passare quindi su una delle due rive del fiume Acheronte, attraversando la zona dove vagano senza pace tutte le anime dei morti rimasti insepolti, e qui incontrano Palinuro, che narra del suo assassinio e del suo corpo lasciato insepolto dai Lucani (Nunc me fluctus habet versantque in litore venti). Supplica poi Enea di cercare i suoi resti o di aiutarlo ad attraversare il fiume: la Sibilla gli dice che è inutile sperare di mutare i fati divini con la preghiera (desine fata deum flecti sperare precando); poi, per mitigare l’amarezza del pilota, gli rivela che presto avrà comunque un suo tumulo sepolcrale (che darà pace alle sue ossa e consentirà finalmente alla sua ombra di varcare il fiume infernale). Caronte, lo psicopompo dell’Ade, ostacola il loro ingresso a bordo della sua barca, sostenendo che i vivi finora traghettati sono stati per lui grave fonte di problemi. Quando però gli mostrano il ramo d’oro, chiave degli inferi che portano con loro, acconsente a trasportarli. Dopo aver superato l’ostacolo di Cerbero, Enea e la sacerdotessa incontrano prima le anime di molti troiani caduti in guerra, poi quelle dei suicidi per amore (nei campi del pianto, lugentes campi): tra queste v’è anche Didone, che reagisce gelidamente al passaggio di Enea, il quale scoppia in un pianto disperato. Giunti alla diramazione tra la via per il Tartaro e quella per i Campi Elisi, incontrano l’ombra del poeta Museo, che porta Enea da Anchise: Enea tenta invano di abbracciare il padre per tre volte. Anchise spiega dunque ad Enea la dottrina di cicli e rinascite che sostiene l’universo, e gli mostra le ombre dei grandi uomini che rinasceranno nella città che Enea stesso con la propria discendenza contribuirà a fondare, ovvero i grandi personaggi di Roma, come Catoneo o Fabio Massimo: molti popoli – afferma Anchise in un noto passo – otterranno gloria nelle belle arti, nella scienza o nel foro, ma i Romani governeranno il mondo con la sapienza delle leggi, perdonando i vinti e annientando solo chi si opporrà: Tu regere imperio populos, Romane, memento / (hae tibi erunt artes) pacisque imponere morem / parcere subiectis et debellare superbos (Aen. VI, 851-53). Dopo che Anchise ha profetizzato la prematura morte del nipote di Augusto, Marcello, Enea e la Sibilla risalgono nel mondo dei vivi, passando per la porta dei sogni. Sul mito di Palinuro, nocchiero (timoniere) di Enea ha scritto pure Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 192-193-194, parlando del probabile luogo o dei luoghi della Vita di S. Nicodemo, citava i luoghi vicini a Palinuro ed in proposito scriveva che: “il …luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii.Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo bizantino del Mercurion e del Cilento, e precisamente il tratto che corre dalla foce del Mercure-Lao a sud, a quella del Solofrone a nord, ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato i suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta di Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39).“. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’; Virgilio (…) e la sua ‘Eneide’; Licofrone (…); Alexandra (…) e la sua……………..e G. Alessio (…), nella sua ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958”, Roma, 1958, pp. 19 ss. Il Cappelli (…) continuando il suo discorso sulla sua ipotesi dei luoghi citati nella ‘Vita‘ di S. Nicodemo in proposito scriveva che: “Questo capo, dove per i frequenti fortunali si è localizzato il leggendario naufragio del timoniere della nave di Enea e contro le cui rocce si infrangeva, ecc…”.Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Velleii Paterculi, ‘Historiae’, II, 78.”. Riguardo il testo citato si tratta di Velleio Pacercolo (…) e il suo ‘Historiae’.
Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nè erano soltanto queste le città o i borghi fondati dai Greci sul territorio salernitano, poichè Palinuro, più che il leggendario pilota di Enea (3), dovè essere un villaggio greco, come può rilevarsi dall’onomastica παλιν – contro e ορος – monte; etc..”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (3) postillava che: “(3) Vergil….Aeneis, lib. VI, n. 381: “Aeternuumque locus Palinuri nomen habebit.”.
Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, da pp. 311-439 dedica alla Lucania. Il volume del Romanelli è stato poi ripubblicato da Fernando La Greca (…). Il Romanelli, a pp. 365 parla del promontorio Palinuro e del porto di Palinuro ed in proposito scrivea che: “Se crediamo alla storia favolosa narrataci da Virgilio (I), questo promontorio, e porto ricevettero il nome da ‘Palinuro’ timoniere di Enea, che mentre guardava le stelle cadde in mare, e dalle onde fu balzato alla riva di questo monte: “Ecce gubernator sese Palinurus agebat, Qui Lybico nuper cursu, dum sidera servat, Exciderat puppi, mediis effusus in undis.” L’ombra di Palinuro comparendo ad Enea, (mentre guidato dalla Sibilla ricercava tutti i luoghi di Averno) dopo di aver narrato tutto il caso funesto a se avvenuto, altamente lo scongiura, che prendesse cura di ritrovar il suo corpo nè porti Velini, e di gettar sopra la terra: “…………aut tu mihi terram ecc…
(Fig…) Romanelli Domenico (…), op. cit., p. 365, cap. 19
Nel 1745, sul ‘Cenotafio’ di Palinuro ha scritto anche il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari. L’Antonini (…), riguardo il territorio in questione dedicò il cap. VII (Discorso), ‘Palinuro e della Molpa’, da p. 354 a p. 379. L’Antonini (…), a p…..in proposito scriveva che: “….relazion di ‘Virgilio’, ripigliando. Fu Palinuro timoniero (I) della nave di Enea; e mentre dà lidi di Libia era coll’armata partito, essendosi adormentato (2), cadde in mare, ed avendo tre giorni camminato, o nuotato; ecc…
I ‘porti Velini’ della confederazione Eleatica
Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “Il porto di Velia è ricordato da varii autori (3). Anche Virgilio ricorda il porto di Velia, anzi, con licenza poetica, lo fa ricordare da Palinuro; nonchè Gellio (6).”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (6) postillava: “(6) Cfr. Virgilio, Aem., VI, 366: “portusque require Velinos; Gellio, X, 16, 3: “cum Velia oppidum, a quo portum, qui in eo loco est, Velinum dixit….”.
Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: “E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia, cita pure Alfonso M. Bonacciuoli (….) e la sua “Prima parte della Geografia di Strabone di Greco tradotta in volgare italiano”, pubblicato in Vemezia nel 1562, in 4 volumi. Il Di Luccia scriveva che, essendo il porto di Sapri vicino Policastro, il porto di Sapri poteva essere un “porto Velino”, cioè un porto di Velia alleata della vicina Pyxous. Il Di Luccia (….), scrivendo delle origini di Policastro e del porto di Sapri, non molto distante citava una frase di Virgilio (….), tratta dalla sua “Eneide” dove egli parla dei “Porti Velini”. Virgiglio scriveva che: “Portusque require Velinos”. Sui porti Velini ha scritto Pietro Ebner (….) nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 269 parlando di Palinuro che nel VI Libro dell’Eneide racconta ad Enea nell’Antro della Sibilla Cumana ciò che era successo scriveva che: “Invocava, perciò Enea a rintracciarne tra i porti di Velia (14) i miseri resti, a porli sotto un pugno di terra, a dargli alfine quiete in un sepolcro.”. Ebner a p. 269 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Virgilio, cit., VI, 365 ‘portusque require velinos’. P. Mela, II, 4, 69 ‘Palinurum olim Phrygii gubernatoris nunc loci nomem’. Cfr. pure Lucano, ‘Phars., IX, 51; Lucilio, fr. 77 (Terzaghi), Strabone, VI, 252, Plinio, III, 378; Orazio, ‘Carm.’, III, 4.27. Il Nissen (II, p. 897) ritiene quella di Palinuro una sovrapposizione di culti. Dionigi cit., nel ricordare il piccolo porto, ora insabbiato, a nord del promontorio e perciò riparato dai venti di Mezzogiorno, dice che vi sbarcarono alcuni Troiani guidati da Eneadi (principi della stirpe).”. Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, a pp. 365 parla del promontorio Palinuro e del porto di Palinuro ed in proposito scrivea che: “Se crediamo alla storia favolosa narrataci da Virgilio (I),……..L’ombra di Palinuro comparendo ad Enea, (mentre guidato dalla Sibilla ricercava tutti i luoghi di Averno) dopo di aver narrato tutto il caso funesto a se avvenuto, altamente lo scongiura, che prendesse cura di ritrovar il suo corpo nè porti Velini, e di gettar sopra la terra: “…………aut tu mihi terram Injice, namque potes, portusque require Velinos”, ovvero che: “Oppure puoi gettarmi nella terra, perché puoi, e cercare i porti dei Velini”. Il Romanelli, sulla scorta del raconto Virgiliano scriveva del racconto Virgiliano e dell’ombra di Palinuro che racconta ad Enea “che prendesse cura di ritrovar il suo corpo nè porti Velini“. Sempre il Romanelli, a p. 365, cap. 19, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (2).”. Romanelli, a p. 365, nella sua nota (2) postillava: “(2) Mela, lib. II de Italia”. Infatti, anche Pomponio Mela (….), ci parlerà del Promontorio di Palinuro e dei porti Velini. Ma cosa intendeva Virgilio nel suo racconto per porti Velini ?. Vi erano dei porti Velini ? Sicuramente all’epoca della venuta dei Focei a Velia, l’antica colonia di Elea, vi era il porto di Velia, ma vi erano anche altri porti oltre a Velia. Forse l’approdo di Palinuro era uno dei tanti porti della confederazione Eleatica ?. Domenico Romanelli (….), nel suo “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove a p. 361, parte I, cap. 16 ci parla dei “Portus velini”. Egli scriveva che: “Se sembra difficile di ritrovare questo sol porto, quanto più incontreremo dubbiezza nell’indagare i varj ‘Porti Velini’, di cui parlò Virgilio (2)………..Portusque require Velinos (a).”. Il Romanelli, a p. 361, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Virgil., lib. VI.; (a) Non pochi critici antichi, e moderni hanno censurato Virgilio, perchè dal morto Palinuro facesse nominare a Enea prima della fondazione di Velia i ‘porti Velini’, nè quali il suo cadavere correva in balia delle onde. Igino presso Aulo Gellio, lib. 10, cap. 16 fu uno di costoro, senza riflettere, che un poeta avea tutta la libertà di anticipare i nomi, e di fingerne altri “Quomodo aut Palinurus novisse, aut nominare potuit portus Velinos, cum Velia oppidum, a quo portum Velinum dixit, post annum amplius sexcentesimum, cum Aeneas in Italiam venit, conditum in agro Lucano, et eo nomine appellatum sit ?” Adriano Turnebo ‘Advers., lib. 12 cercò di scusare il poeta coll’etimologia di Velia, che indica ‘palustre’, quasichè non dè porti ‘Velini’ avesse egli parlato, ma dè porti ‘palustri’. L’interpretazione però è presa troppo alta, e lontana, cui Virgilio certamente non pensò giammai. Del resto non presentandosi al poeta altro termine come poter indicare questo porto, fu egli obbligato a servirsi di quello allora conosciuto, e se diceva ‘portus Oenotriae’, portus Tyrrhenus’, o altro simile, non avrebbe mai indicato questo porto.”. Dunque, il Romanelli riferisce di Virgilio postillando che: “(a) Non pochi critici antichi, e moderni hanno censurato Virgilio, perchè dal morto Palinuro facesse nominare a Enea prima della fondazione di Velia i ‘porti Velini’, nè quali il suo cadavere correva in balia delle onde.”. Dei porti Velini parlava Virgilio nel suo poema “Eneide”. Dunque, a me pare di capire che da una frase di Virgilio tratta dall’Eneide, dove Virgilio ci parla di Palinuro e dei “porti Velini” dove il nocchiero di Enea fu sbattuto dalle onde, Il Di Luccia credeva che uno di questi porti fosse quello di Sapri, a causa della vicinanza con l’antica colonia greca di Pyxous, oggi Policastro. Per i dubbi sulla frase di Virgilio, Romanelli scriveva che Igino, in Aulo Gellio, lib. 10, cap. 16 opinava che: “Come poteva conoscerlo o Palinuro, o nominare il porto Velini, quando il paese di Velia, da cui chiamò porto di Velinus, fu fondato nel territorio lucano più di seicento anni dopo Enea, quando venne in Italia, e fu chiamato con quel nome ?”, ovvero Igino si chiedeva come potesse essere accaduto che…………………Com’è nata la leggenda di Palinuro e cosa sono i porti velini ?. Virgilio, nell’Eneide, nel VI canto, 362 scriveva che: «Nunc me fluctus habet versantque in litore venti (Ora mi tengono le onde e i venti mi volgono alla costa)». Palinuro è un personaggio della mitologia romana, il mitico nocchiero di Enea, caduto in mare di notte, tradito dal dio Sonno, mentre conduceva la flotta verso l’Italia. L’episodio relativo a Palinuro viene descritto alla fine del Libro V dell’Eneide, nel quale Virgilio individua il punto preciso della vicenda: uno scoglio, riconducibile al tratto di costa campano del Mar Tirreno, dinanzi all’omonimo capo, tra il golfo di Policastro e l’insenatura di Pisciotta, nella subregione attualmente chiamata Cilento. Naufragò dopo aver invocato invano i propri compagni ed esser rimasto per tre giorni in balia del Noto fino all’approdo sulle spiagge d’Italia, dove trovò ad attenderlo non la salvezza ma una fine crudele: catturato dalla gente indigena, viene ucciso e il suo corpo abbandonato in mare perché scambiato per un mostro marino. Veniva così soddisfatta la richiesta di Nettuno, dio del mare, che nel momento stesso in cui accordava a Venere il proprio aiuto per condurre in salvo la flotta di Enea sulle coste campane, aveva preteso per sé in cambio una vittima. Virgilio, nell’Eneide, dà una sua interpretazione dei fatti narrando di Palinuro, timoniere di Enea, che cade in mare tradito dal sonno e, giunto a riva, viene assalito e ucciso dagli indigeni. Gli dei dell’oltretomba, offesi dall’episodio sacrilego, puniscono gli abitanti con una tremenda pestilenza. Sulla confederazione Eleatica e dei tanti piccoli porticcioli e approdi confederati con la colonia Focea di Elea, poi in epoca romana detta Velia, vi è da dire che secondo Erodoto i focei erano stati i primi, tra i Greci, a navigare su lunghe distanze, solcando i mari non con arrotondate imbarcazioni mercantili ma su navi a cinquanta remi (le pentecontere), esplorando per primi l’Adriatico, la Tirrenia e l’Iberia e spingendosi fino a Tartesso. Qui si stabilirono intrattenendo relazioni fraterne con il re locale Argantonio. Questi, di fronte alle pressioni di Arpago, tentò di convincerli ad abbandonare la Ionia e ad insediarsi nei paraggi, in qualunque luogo scegliessero, ma, vista l’inutilità dei suoi sforzi, li rifornì di abbondante denaro per rinforzare le mura di Focea e far fronte alle minacce dei Medi. Fu così che le mura di Focea, costituite di grossi blocchi ben connessi, si svilupparono su un perimetro di molti stadi. Nel viaggio verso le coste italiane quelli che si erano rifugiati a Reggio risalirono la costa e raggiunsero, in terra Enotria, una città allora chiamata Hyele (Ὑέλη). Lì un posidionate rivelò ai focei come in passato avessero frainteso l’oracolo della Pizia: secondo il responso infatti, avrebbero dovuto attestare con santuari il culto dell’eroe Cirno, piuttosto che insediarsi essi stessi sull’isola di Cirno. Convinti del loro precedente errore dall’argomentazione del posidoniate, si risolsero a prendere possesso della città enotria. Sui “porti Velini” ha scritto Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 165, dove in proposito al passo Virgiliano, il Napoli scriveva che: “(vv. 356-7). L’ultima parte del verso, “ricerca i porti Velini”, vien data come prova della pluralità dei porti di Velia, ma a noi sembra evidente che qui non si parli affatto dei porti della città di Velia, ove sarebbe ben strano dover ricercare l’insepolto corpo di Palinuro, per dargli pia sepoltura: qui si parla del promontorio di Palinuro (la Sibilla risponderà, tra l’altro, dicendo “aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, in eterno, cioè, il luogo porterà il nome di Palinuro) senza quel riferimento topografico alla città di Velia, che, tra l’altro, stonerebbe maledettamente nel contesto poetico del brano. Se noi vediamo come hanno inteso il passo quasi tutti i migliori traduttori di Virgilio, ci accorgiamo della difficoltà incontrata nel legare le commosse parole di Palinuro con la troppo puntualizzata indicazione topografica, così che spesso si è tradotto volgendo al singolare la frase, poi che è evidente che così l’espressione è meno puntualizzante, ecc…ecc…Eppure a noi sembra evidente che l’espressione sia da intendersi in maniera diversa, dando al sostantivo ‘portus’ non il significato di porto, ma quello, etimologicamente corretto, e che si ritrova largamente usato nella posia romana, anche coeva a Virgilio, di foce di fiume, insenatura, anfratto, per cui traduciamo “e tu che lo puoi, copri di terra il mio corpo, cercalo tra gli anfratti della costa velina”.”. Insomma, il Napoli, propendeva per l’ipotesi di putrido e paludoso, sostenendo che per porto Velinos Virgilio non intendesse dei porti Velini ma un luogo imprecisato e palustre della costa. In ogni caso il Napoli escludeva che Virgilio immaginasse un luogo preciso topograficamente. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 365 parlando dei seni della Molpa, dopo aver detto del porto di Palinuro, in proposito scriveva che: “Questo seno stesso è ben grande e forma un semicircoloche potrebbe servire di ricovero a navi grosseper certi venti, ecc…., che nei prischi secolifosse stato uno dè porti Velini.”.
LE ISOLE ENOTRIDI DI FRONTE LA CITTA’ DI VELIA
Delle Isole Enotridi ha parlato Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 727 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “Apparvero le tracce di una strada extra urbana in ripido pendio che portava al vicino rotondo porto alla foce del Palistro, strada che doveva proseguire per quello più lontano, alla foce dell’Alento, sul versante occidentale della tempa Malconsiglio – innanzi gli Enotridi, gli isolotti per Plinio ‘argumentum possessae ab Ooenotriis Italiae (39) – sulla quale l’aereofotogrammetria aveva mostrato l’esistenza di una necropoli spiegabile solo se di tipo misenate. Lì il secondo porto sicuro, perchè anch’esso protetto dai forti venti meridionali, che Cicerone disse lontano tremila passi dalla città e dove vide alla fonda la nave di Verre onusta di preda siciliana (40).”. Ebner, a p. 727, nella nota (40) postillava: “(40) Cicerone, Ad famil., XVI 7; In Verrem, III”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, p. 527 parlando di Ascea, in proposito scriveva che: “Non è da escludere, piuttosto, che il toponimo derivi da “Isacia”, una delle due isole (Enotridi) ricordate da Strabone e da Plinio (3) che erano nel seno velino, poi sommerse dal succedersi delle alluvioni che hano spostato la foce dell’Alento a oltre tre km. dal porto, dove Cicerone vide la nave di Verre colma di prede siciliane (4).”. Ebner, nel vol. I, a p. 527, nella nota (3) postillava: “(3) Strabone, VI, 1,1 C 252. Plinio, N. H. III, 85: ‘Contra Veliam Pontia et Isacia utraeque uno nomine Oenotrides, argumentum possessae ab Oenotriis Italiae’.”. Ebner, nel vol. I, a p. 527, nella nota (4) postillava: “(4) Cicerone, II, 5. 44: ‘haec navis onusta praeda Siciliensi (….) Eam navem egomet vidi Veliae…'”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “Di fronte a Velia e alla foce dell’Alento la tradizione letteraria ricorda due isolotti (‘Oenotrides insules’): Pontia e Isacia, ambedue provvisti di porti (4). Secondo i topografi Ponzia è riconoscibile in uno scoglio sottomarino 3 km. a sud di Velia e Isacia è localizzata 5 km. a sud di Velia, all’altezza di Ascea (5).”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Strabone, VI, 252: “Ελεατις αι Οινωτριδες νησοι δυο, υφορμους εχουσαι; Plinio, III, 7, 85: “contra Veliam Pontia et Isacia, utraeque uno nomine Oenotrides, argumentum possessae ab Oenotris Italiae”.”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Corcia, o. c., III, p. 54 e Nissen, o. c., II, p. 897.”. Mario Napoli (…), nel suo capitolo “Il territorio di Velia e Palinuro”, a p. 165 ci parla di Virgilio e di Palinuro: “Infatti, Strabone dice, dopo di aver narrato l’episodio della fondazione, che “la città dista da Posidonia 200 stadi. Dopo Elea è il promontorio di Palinuro. Di fronte al territorio di Elea ( προς του ‘Ελεατιδος) le due isole Enotridi, fornite di ancoraggi”. E’ proprio questo il programmato modo di procedere di Strabone nella sua descrizioone dei luoghi: infatti, egli prima prima parla di un tratto di costa geograficamente e politicamente definito, e poi ricorda le isole che si trovano di fronte a questo tratto di costa. Nel caso in esame ha prima chiuso il suo discorso sulla costa velina, comprendendovi Palinuro, e poi ha fatto cenno alle isole Enotridi;…”.
Fulgentio ed i versi di Virgilio
Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193 e s.. Infatti, Biagio Cappelli (…), a p. 197, a sostegno della sua tesi sui luoghi di frequentazione di S. Nicodemo raccontati nella sua ‘Vita’ in proposito aggiungeva che: “Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44).Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Palinuro corrisponde alle allucinazioni (45).Reminescenza di lettura forse non improbabile, ecc…”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Fulgentii, ‘De continentia Vergiliana: vedi il passo che ci interessa in D. Comparetti, ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, (s.d.), I, p. 136 n. 3.”. Riguardo il testo citato si tratta di Fabio Planciade Fulgenzio (Fulgentii), e del suo ‘De continentia Vergiliana’, ed il passo di D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze. La Virgiliana continentia di Fabio Fulgenzio Planciade, scrittore africano vissuto forse all’epoca della dominazione vandala (V-V1 sec.), è il più antico commento allegorico dell’Eneide. Il poema virgiliano è qui interpretato come un’allegoria della vita umana. Secondo uno schema già applicato nella cultura classica al commento dei poemi omerici, la mappa delle peripezie di Enea si tramuta in un itinerario esistenziale, che si snoda attraverso le varie fasi della vita: nascita, infanzia, fanciullezza, adolescenza e maturità. Fondate in gran parte sull’etimologia le stravaganti interpretazioni di Fulgenzio – che persegue consapevolmente l’enormitas, con una deliberata sfida all’intelligenza – fecero autorità per secoli in campo allegorico: il suo commento fu letto, copiato, chiosato, imitato per tutto il medioevo. Esso garantì al poema virgiliano una leggibilìtà in chiave morale che lo rese utilizzabile da parte del pensiero cristiano: senza di esso nemmeno il pellegrino della Commedia dantesca sarebbe divenuto quella sorta di Enea cristiano che tutti conoscono. Ma Fulgenzio sapeva che se – come sosteneva Massimo di Tiro – la penombra della poesia rende più bella la verità che vi è nascosta, è anche vero che questa penombra genera altra penombra. Congedandosi dal suo lettore, lo invita allora a mettere alla prova il suo acume e a sciogliere il “cruciverba” che gli sta davanti riempiendolo dei suoi contenuti segreti o volutamente inespressi: “Addio, mio signore. Leggi con molta attenzione il ginepraio del mio pensiero”.
Il ‘Cenotafio’ di Palinuro, nocchiero (timoniere) della nave di Eneaed il bosco a lui dedicato
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 269 parlando di Palinuro scriveva che: “Invocava, perciò Enea a rintracciarne tra i porti di Velia (14) i miseri resti, a porli sotto un pugno di terra, a dargli alfine quiete in un sepolcro. Profetica intervenne la Sibilla Cumana vaticinando che i locali, perseguitati da spaventosi prodigi, avrebbero espiato il misfatto elevandogli un tumulo sul promontorio “aeternumque locus Palinuri nomen habebit” (15). Placato, il nocchiero “gaudet cognomine terra”.”. L’Ebner a p. 270, vol. II, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Servio, ‘ad Aen. VI: Lunanis enim peste laborantibus respondit Oraculum: Manes Palinuri esse placandos. Quanmobrem haud procul Velia et nemus ai dederunt, et Cenotaphium. Gli consacrano anche il bosco Bruca e gli resero solenni onori funebri.”. Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, da pp. 311-439 dedica alla Lucania. Il volume del Romanelli è stato poi ripubblicato da Fernando La Greca (…). Il Romanelli, a pp. 366 parla del ‘Cenotafio’ di Palinuro ed in proposito scrivea che: “Oggi non solamente si osserva codesta punta di terra coll’antico nome di Palinuro circa dodici miglia all’oriente di Velia, ma sopra del colle si vede tuttavia un antichissimo sepolcro, che, secondo la volgar fama, si crede il cenotaffio, che a Palinuro fu eretto. Il barone Antonini, che si prese la cura di esaminarlo ci narrò, che l’edificio rappresenti una piccola torre quadrata, terminata in piramide, e composta di minute pietre ecc…
(Fig…) Romanelli Domenico (…), op. cit., p. 366, cap. 19
(Fig….) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante edisegni“, C. XXXII, 2. Credo che si trattti di una delle carte originali fatte trafugare dal Galiani a Parigi (Archivio Attanasio)
Nella carta in questione, possiamo leggere sul promontorio della Molpa, un toponimo interessante, scritto “Sepolchro” o “Sepolcreto”. Dunque, questa carta di probabile epoca Aragonese, indica sul promontorio di Palinuro (oggi anche Capo Spartivento), il toponimo di un sepolcro. Forse il sepolcro che aveva visto l’Antonini, dedicato al timoniere di Enea. Oggi in quel punto vi è una costruzione della stazione metereologica di Capo Palinuro. Certo è che osservando il capo Palinuro visto dal satellite delle tre torri d’epoca vicereali indicate nella mappa in questione, oggi, vediamo esistere solo quella che traguarda il porto di Palinuro.
Il Romanelli a p. 366 in proposito scriveva che: “L’Antonini credette, che il sacro bosco fosse quello, che oggi appellasi di ‘Bruca’, il quale cominciando da una valle all’occidente di ‘Cuccaro’ terminava presso Velia.”. Nel 1745, sul ‘Cenotafio’ di Palinuro ha scritto anche il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari. L’Antonini (…), riguardo il territorio in questione dedicò il cap. VII (Discorso), ‘Palinuro e della Molpa’, da p. 354 a p. 379. L’Antonini (…), a p. 355, in proposito scriveva che: “‘Mani’ del medesimo: Vedendolo, si vi scorge un’antichissima Templicità. Egli è posto (siccome detto abbiamo) all’imboccatura del porto su d’una piccola eminenza, un tiro di pietra dal mar lontano, appunto dove il porto a curvar si comincia. Ecc…”
(Figg….) Antonini (…), op. cit., pp. 357 e s.
L’Ebner a p. 270, vol. II, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Servio, ‘ad Aen. VI: Lunanis enim peste laborantibus respondit Oraculum: Manes Palinuri esse placandos. Quanmobrem haud procul Velia et nemus ai dederunt, et Cenotaphium. Gli consacrano anche il bosco Bruca e gli resero solenni onori funebri.”. Il Romanelli a p. 366 in proposito scriveva che: “Il grammatico Servio comentando il riportato luogo di Virgilio, ci diè altre spiegazioni, cioè, che i Lucani assaliti dalla peste per avere ucciso Palinuro, creduto un mostro marino, per ordine dell’oracolo, furon obbligati di consecrargli non solo il cenotaffio, ma anche un bosco: “Lucanis enim (nè tempi Iliaci què popoli non erano certamente Lucani) ‘peste laborantibus respondit oraculum manes Palinuri esse placandos. Quamobrem haud procul Velia et nemus ei dederunt, et cenotaphium”.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, Romanelli e Antonini è Servio (…) che ci parla del tumulo che i Palinuresi costruirono e dedicarono a Palinuro da loro stessi ucciso. Io credo che l’Ebner si riferisca a Servio Mario Onorato, o Servio Mauro Onorato (in latino: Servius Marius Honoratus; floruit fine IV secolo), è stato un grammatico e commentatore romano che scrisse Commentario all’Eneide contenente alcune aggiunte rispetto all’originale serviano. L’opera di Servio (…), fu però pubblicata da Pierre Daniel nel 1600 e Servio fu appellato come Deuteroservio o Servio Daniel. Tutt’ora è discussa l’autenticità del cosiddetto Servio Danielino, pubblicato nel 1600. Servio però scrisse pure ‘Commentarii in Vergilii Aeneidos libros,Commentarii in Vergilii Bucolica,Commentarii in Vergilii Georgica‘. Del commento alle opere di Virgilio esistono due tradizioni manoscritte. Il primo è un commento relativamente breve e conciso, attribuito di per certo a Servio Mario Onorato, ed è chiamato “Servius Minor”. A una seconda classe di manoscritti, del X e XI secolo d.C., appartiene un altro commento, molto più esteso, infatti le aggiunte sono abbondanti e in contrasto con lo stile di Servio; l’autore è ignoto ma sicuramente cristiano. Questo secondo è chiamato “Servio Auctus” o “Servius Danielinus” da Pierre Daniel, che lo pubblicò nel 1600. Riguardo ciò che scrisse Servio, l’Antonini a p. 357: “( dice Servio nel VI…)” e poi sempre a p. 357 nella sua nota (I) postillava che: “(I)‘Macrobio’ nel 6. ‘de Saturn.’, ci conservò dei versi d”Ennio’, ecc…”.Nel 1975, Giulio Schmiedt (…), nel suo ‘Antichi porti d’Italia’, pubblicato sulla rivista dell’I.G.M., da p. 69 e s. ci parlava di “Da Punta Licosa a Punta degli Infreschi” e a p. 75 inizia a parlare di Palinuro ed in proposito scriveva che: “Merita, infine, ricordare che sul promontorio di Castellabate di Velia gli scavi, iniziati dal compianto A. Maiuri nel 1927, hanno messo in luce lo stereobate di un tempio ionico della metà del VI sec. e gli avanzi di un santuario all’aperto, in cui, si è trovato un cippo del IV sec. a. C., con la dedica a ‘Poseidon Asphaleios’, cioè al nume che dà sicurezza ai naviganti. Data la situazione centrale del promontorio, sia rispetto ai porti di Velia ecc…”. Sempre lo Schmiedt (…) a p. 76, nel suo capitolo “Palinuro e Molpa” in proposito scriveva che:
Strabone geografo ed il promontorio di Palinuro
Da Wikipedia leggiamo che la Geografia (in greco antico: Γεωγραφικά?, Gheographiká) è un’opera in diciassette libri di argomento storico-geografico, scritta in lingua greca dall’erudito greco Strabone, la cui composizione è databile tra il 14 e il 23 d.C. Tramandata nella quasi totale interezza – con la sola eccezione di qualche lacuna nella parte finale del settimo libro – la Geografia è anche l’unica opera di questo autore che ci sia pervenuta. Si conosce, infatti, l’esistenza di una sua precedente trattazione di argomento storico, la cui stesura intendeva colmare le lacune temporali precedenti e, soprattutto, successive all’arco temporale coperto dall’opera di Polibio; ma di questa estesa composizione, i Commentari storici (Ἰστορικὰ ὑπομνήματα), articolata probabilmente in ben 47 libri, non ci è pervenuto altro che il frammento papiraceo Vogliano 46, conservato presso l’Università degli Studi di Milano, a cui sono da aggiungere brevi e frammentarie citazioni riportate da lui stesso o da altri autori, in particolar modo da Flavio Giuseppe. Biagio Cappelli (…), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’. Il testo di Strabone (…)(Strabonis), lo troviamo “volgarizzato” (come scriveva il Gaetani (…), ovvero tradotto dal greco, in Francesco Ambrosoli (…), nel suo ‘Collane degli antichi storici greci volgarizzati‘, su Strabone, vedi vol. III, p. 95. Strabone è stato un noto geografo. Strabone (in greco antico: Στράβων, Strábōn; in latino: Strabo; Amasea, ante 60 a.C. – Amasea ?, tra il 21 e il 24 d.C.) è stato un geografo, storico e filosofo greco antico. La ‘Geografia‘ (Γεωγραφικά) in 17 libri inizia con un’introduzione, nei libri I e II, in cui Strabone vuole dimostrare che Eratostene ha avuto torto a invalidare l’opera di Omero dal punto di vista geografico. I libri dal III al X descrivono l’Europa, e più in particolare la Grecia antica (libri VIII-X), mentre i libri dall’XI al XVI descrivono l’Asia Minore e il libro XVII si occupa dell’Africa (Egitto e Libia). Se la sua opera, che è il trattato geografico più ampio dell’antichità, riprende talvolta testi di diversi secoli più antichi del suo, tuttavia la sua conoscenza del diritto romano applicato nelle varie città ne fa una fonte essenziale per la conoscenza dell’inizio della romanizzazione in Gallia e nella Penisola iberica, che mostra, soprattutto nei libri III e IV, come a seguito dell’acculturazione graduale delle popolazioni, si stesse sviluppando in queste regioni una nuova, specifica cultura. A differenza della geografia tolemaica, improntata su uno studio ed una analisi più rigidamente matematiche, la Geografia di Strabone presenta un impianto più storico-antropologico. Strabone ci parla del promontorio di Palinuro nel libro VI della sua “Geographia”. L’opera di Strabone (…), il testo di Strabone (…)(Strabonis), lo troviamo “volgarizzato” (come scriveva il Gaetani (…), ovvero tradotto dal greco, in Francesco Ambrosoli (…), nel suo ‘Collane degli antichi storici greci volgarizzati‘, su Strabone, vedi vol. III, pp. 93-94. Mario Napoli (…), nel suo capitolo “Il territorio di Velia e Palinuro”, a p. 165 ci parla di Virgilio, di Palinuro e di Pixous: “Infatti Strabone dopo di aver narato l’episodio dell fondazione, che “la città dista da Posidonia 200 stadi. Dopo Elea è il promontorio di Palinuro. questo momento passerà a discorrere, con passaggio improvviso, che gli è comune, di Pixus e delle città lungo la costa. Sembra quindi evidente che per Strabone, Palinuro faccia parte del territorio di Velia”. Il Napoli, a p. 169 continua il suo racconto nel capitolo: “Da Pixunte a Reggio”, e scriveva che: “Vediamo, però, cosa ci dice Strabone: “Dopo Palinuro la rocca, il porto e il fiume Pyxus; unico, infatti, è il nome di tutti e tre. La popolò Micito, il signore di Messene in Sicilia, ma gli abitanti andarono via di nuovo, tranne pochi. Dopo Pyxus un altro golfo e il fiume e la città di Laos, ultima tra le città lucane, poco elevata sul mare, colonia di Sibari a 400 stadi da Elea. Tutta la costa della Lucania è lunga 650 stadi. A breve distanza (da Laos) vi è l’heroon di Draconte, uno dei compagni di Odisseo, per il quale gli Italioti ebbero questo oracolo. “Molta gente perirà un giorno presso Draconte di Laos”. E, infatti, ingannati dall’oracolo, dopo aver combattuto contro Laos i Greci d’Italia, subirono una cattiva sorte da parte dei Lucani. (VI, 1). Queste, dunque, sono le terre dei Lucani lungo la costa tirrenica. (VI, 2). I Brettii tengono il tratot di costa successivo sino allo Stretto di Sicilia, per una distanza complessiva di 1350 stadi. (VI, 4). Prima città dei Brettii dopo Laos è Temesa, fondata dagli Ausoni etc…”. Ecco ciò che scrisse il geografo Strabone secondo la traduzione di Mario Napoli. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “L’antica Bussento – oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale”, a p. 11, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9).“Μετα δε Παλιονουρον Πυξους αχρα, χαι λιμην, χαι τοταμος. εν γαρ των τριων ονομα. ωχχσε δε Μιχυθος, ο Μεσσηνης αρχων της εν Σιχελια, παλιν δ απηραν οι ιδρυθεντες πλην ολιγων.”. Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (μετα Παλινουρον Πυξους ), il porto ( χαι λιμην ), ed il fiume (χαι ποταμος ), tutti e tre luoghi omonimi (εν γαρ των τριων ονομα ); etc…”.
Strabone (…), dopo aver detto di Helea (Velia), ci parla del promontorio di Palinuro e scriveva che: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi. Μετα δε Παλιονουρον Πυξους αχρα, χαι λιμην, χαι τοταμος. εν γαρ των τριων ονομα. ωχχσε δε Μιχυθος, ο Μεσσηνης αρχων της εν Σιχελια, παλιν δ απηραν οι ιδρυθεντες πλην ολιγων.” (si veda il testo di Strabone trascritto ivi dal Gaetani (…) a p. 11:
Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Rocco Gaetani a p. 11, dissertando su quanto sosteneva il geografo greco Strabone (…), nato ad Amasia e che lui chiamava “Il viaggiatore di Amasia”, in proposito scriveva che: “Ma si può in Pisciotta ricercare il Bussento ? Non lo credo. Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi”. Il Gaetani (…) riportando il passo di Strabone (che chiama il viaggiatore di Amasia) nella sua nota (7) postillava che: “(7) Strabone, lib. 6. – volgarizamento di Francesco Ambrosoli, vol. 3, pag. 94. Collane degli antichi storici greci volgarizzati.”. Per “volgarizzati” il Gaetani intendeva tradotti. Sul passo di Strabone (…), che dopo aver parlato di Helea (Velia) scriveva del promontorio di Palinuro, dalla traduzione di Francesco Ambrosoli (…) a p. 95 del libro III in proposito scriveva che: “Questa città è distante da Poseidonia circa duecento stadii; e dopo di essa è il promontorio Palinuro. E dinanzi ad Elea stanno le Enotridi; due isole con luoghi atti a stazionare di navi. Al di là del promontorio Palinuro trovansi una rocca, un porto ed un fiume, tutti e tre collo stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia; ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo, eccettuati sol pochi. Oltre Pixo è il seno di Lao (I), poi un fiume dello stesso nome ed una città, ultima della Leucania, un poco al di sopra del mare, colonia dè Sibariti, distante da Elea quattrocento stadii. Tutta poi la spiaggia della Leucania ne conta cinquanta. Quivi presso è il monumento di Dracone, uno dei compagni di Ulisse, ecc…”.
(Fig…) Ambrosoli Francesco (…), op. cit. su Strabone, p. 95
Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “L’antica Bussento – oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale”, a p. 11, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9).“Μετα δε Παλιονουρον Πυξους αχρα, χαι λιμην, χαι τοταμος. εν γαρ των τριων ονομα. ωχχσε δε Μιχυθος, ο Μεσσηνης αρχων της εν Σιχελια, παλιν δ απηραν οι ιδρυθεντες πλην ολιγων.”. Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (μετα Παλινουρον Πυξους ), il porto ( χαι λιμην ), ed il fiume (χαι ποταμος ), tutti e tre luoghi omonimi (εν γαρ των τριων ονομα ); etc…”.
Sempre il Gaetani (…) a p. 16, sul promontorio di Palinuro concludeva che: “Quindi anche il porto ed il fiume ‘Pixo’ non sono dove li cerca l’Antonini, ma debbono altrove cercarsi, come fece il Romanelli, e come in questi ultimi tempi ha fatto il chiarissimo Nicola Corcia: “Se noi, dice il primo commentando “il passo straboniano, faremo attenzione a tutta la curva di questo seno troveremo il promontorio ed il porto ‘Pyxus’ nel ‘Capo degl’Infrischi’, troveremo il fiume ‘Pyxus’ o ‘Buxentum’ nel fiume ancor detto Bussento, e finalmente ‘Pyxus’ città dell’odierna Policastro. Questi luoghi son disposti l’un dopo l’altro, ed in poca distanza fra loro come Strabone l’aveva descritti. Il Cluverio convenne ancora pel promontorio, che disse ‘Capo della Foresta’, nome certamente preso da carte straniere, o come vuole l’Olstenio dalle..”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. In questo ultimo passaggio l’Ebner cita Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969, poi ristampato per Eurodes nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, in proposito scriveva che: “…………………….
Nel 43 d.C. (I sec. d.C.), POMPONIO MELA parla di Buxentum e di Blanda
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania -Discorsi”, parlando di Maratea a pp. 438-439, in proposito scriveva di Barrio (…) e di Pomponio Mela (…). Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “‘Pomponio Mela’ al ‘lib. 2. cap. 2.’ ce l’ha detto: ‘Temesa’, Clampetia, Blanda, Buxentum, Velia, Plinio’, siccome sopra si disse, la mette nel golfo Vibonense, il quali indubbiamente finisce alla punta della Cirella, onde non può essere Belvedere, ch’è è più in là, e fuor di esso:….”. Il geografo latino Pomponio Mela (39), secondo il Cluverio (35), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca ci parla del geografo latino Pomponio Mela (….) e della sua opera geografica intitolata “De chorogr……….”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ripetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De chorographia (“Descrizione dei luoghi”), Cosmographia (“Descrizione del mondo”) o anche De situ orbis (“La posizione della terra”). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo delle Colonne d’Ercole, subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’Ecumene, cioè dei luoghi abitati, in particolare quelli lungo le coste, mentre tratta più sommariamente i territori interni. Pomponio Mela è uno dei più antichi scrittori che parla della Cina. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.
Nel 36 a.C., la flotta navale di Ottaviano contro gli scogli di Capo Palinuro e di Velia
Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “Notizie più particolareggiate dobbiamo ad Appiano, il quale racconta minutamente il naufragio che colpì nel 36 a.C. l’armata di Ottaviano, che si recava in Sicilia per affrontare la flotta di Sesto pompeo. Racconta dunque Appiano che ai primi segni della tempesta Ottaviano riparò nella rada o porto di Elea, “sicuro” per natura, con tutte le sue navi, ad eccezione di una, che andò a sbattere contro le rupi del capo Palinuro. Ma anche le altre navi non furono salve, perchè essendo all’austro (vento di mezzodì) succeduto l’africo (vento di sud-ovest o di ovest-sud-ovest, apportatore di temporali) la rada, che era aperta verso occidente, fu sconvolta dai flutti e le navi, a causa del forte vento contrario, non potevano nè uscire dal ricovero nè essere assicurate coi remi e con le ancora. E così, sopravvenuta la notte, si frantumarono, urtando contro gli scogli, o l’una contro laltra (1). L’episodio è riferito da Velleio Patercolo, che parla di un secondo disastro del genere, capitato nello stesso posto alla flotta di Ottaviano (2), e da Dione Cassio (3).”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Appiano, b. c., V, 98: ” ‘Ο δε Καισαρ, αρχομενου μεν του χειμωνος, ες τον Έλεατην χολπον οντα συμπεφευγει, χωρις εξηρους μιας, η περι τη αχρα διελυθη. Λιβος δε τον νοτον μεταλαβοντος ο χολπος εχυχατο ες την εσπεραν……etc…”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Velleio Patercolo, II, 79, 3 seg: “quippe longe majorem partem classis circa Veliam Palinurique promontorium adorta vis Africi laceravit ac disculit….Nam et classis eodem loco vexata est tempestate.”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Dione Cassio XLIX, 1, 3 seg.: “Και αυτω το αχρωτηριον το Παλινουον ονομαζομενον υπερβαλλοντι χειμων μεγας”. Da Wikipedia leggiamo che dopo l’eliminazione graduale di tutti i contendenti nell’arco di sei anni, da Bruto e Cassio, a Sesto Pompeo e Lepido, la situazione rimase nelle sole mani di Ottaviano, in Occidente, e Antonio, in Oriente, portando un inevitabile aumento dei contrasti tra i due triumviri, ciascuno troppo ingombrante per l’altro, tanto più che i successi ottenuti nelle campagne militari di Ottaviano in Illirico (35-33 a.C.) e contro Lepido non erano stati compensati da Antonio in Oriente contro i Parti, limitandosi alla sola acquisizione in dote dell’Armenia. Ottenne un nuovo consolato, il secondo, nove anni dopo il primo (nel 33 a.C.) e un terzo, un anno dopo il secondo (nel 31 a.C.). Alla sua scadenza, nel 33 a.C., il triumvirato non venne rinnovato (durò infatti 10 anni). Ottaviano e Antonio inoltre non erano più legati da vincoli di sangue, visto che il primo aveva divorziato da Scribonia (parente di Antonio) nel 39 a.C. e il secondo aveva ripudiato Ottavia (sorella di Ottaviano) per congiungersi con Cleopatra.
Nel III sec. a. C.,il Capo Palinuro ed i tremendi naufragi delle flotte Romane
Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 36, in proposito scriveva che: “Oltre al disastro di cui si è detto, delle due flotte di Ottaviano, avvenuto fra Velia e Palinuro, è da ricordare il naufragio, di cui parla Orosio, di 150 navi da carico, il quale ebbe luogo nell’anno 253 a.C. (3).”. Il Magaldi a p. 36, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, IV, 9, 11: “Inde cum ad Italiam redirent, circa Palinuri promontorium, quod a Lucanis montibus in altum excurrit, inlisi scopulis centum quinquaginta naves onerarias nobilemque praedam crudeliter adquisitam infeliciter perdiderunt.”.
Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, a pp. 574-576, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Il mito narra della sirena Molpè (Canto), qui morta insieme ad altre per non essere riuscita ad irretire Ulisse; la leggenda parla della Grotta delle Ossa, sotto il promontorio, come luogo in cui sono stati tumulati i resti dei naufraghi delle due flotte romane affondate nel 259 e nel 36 a. C., Virgilio forse si riferisce a questi avvenimenti quando dice che qui gli scogli erano bianchi di ossa; la città fu scalo lungo la rotta verso Roma e quindi rientra in molte cronache antiche.”. Biagio Cappelli (…) continuando il suo discorso sulla sua ipotesi dei luoghi citati nella ‘Vita‘ di S. Nicodemo in proposito scriveva che: “Questo capo, dove per i frequenti fortunali si è localizzato il leggendario naufragio del timoniere della nave di Enea e contro le cui rocce si infrangeva, per ricordare un caso, una una buona parte della flotta di Ottaviano che nel 36 a. C. navigava verso la Sicilia contro Sesto Pompeo (43), ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva. Alle quali venivano riferite, come ancora oggi si ritiene dai naturali del luogo, le molte ossa umane e di animali ammucchiate in una prossima grotta che invece appartengono all’età della pietra.“. Il Mannelli (…) dedica tre pagine al promontorio di Palinuro e della Molpa, la p. 43r. Il Mannelli ne parla nel cap. X: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume e Terra distrutta, et altri luoghi convicini Cap X”. Il Mannelli in proposito scriveva che: “In tempo di Burasca, e di gran periglio avvicinarsi a quei Sassi, come può darne esperienza l’Armata Romana, nel ritorno dall’Africa, carica di ricche prede, chevi rimase fragassata in gran parte per testimonianza di Eutropio, che scrisse……”. Dunque, il manoscritto inedito di Luca Mannelli citava Eutropio. Flavio Eutropio (in latino: Flavius Eutropius; floruit 363-387; IV secolo – dopo il 387) è stato un politico, storico e un maestro di retorica romana. Probabilmente si tratta dell’opera ‘Breviarium ab urbe condita‘, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 270, parlando di Palinuro e della Molpa, in proposito scriveva che: “Dice Eutropio(16), e chiarisce Orosio (17) che nel 253 a.C., nel corso della I Guerra Punica, la flotta romana naufragò proprio a Palinuro. Delle 250 navi, agli ordini dei consoli Servilio Cepione e Sempronio Bleso, 150 colarono a picco. Nel 36 a. C., la flotta di Ottaviano, che si dirigeva verso la Sicilia, fu costretta da un fortunale a cercar rifugio nei seni naturali tra Velia e Palinuro (18) (i porti velini di Virgilio). Tuttavia alcune navi si infransero contro il frontone del capo (19), il ‘navifragum’, il “Monte d’oro” dei corsari barbareschi, il superbo ingannevole Capo con l’eterno pericolo della risacca che sul frontone ricama cangianti intarsi di spume.”. Dunque, riguardo la citazione di Eutropio e di Orazio, Pietro Ebner, a p. 270, parlando di Palinuro, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Eutropio, Brev., II, 23, dice di due naufragi.”. Sempre l’Ebner a p. 270 nella sua nota (16) postillava che: “(16) Orosio, IV, 9: ‘circa Palinuri promontorium (…) centum quinquaginta onerarias naves (…) perdiderunt.”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari. L’Antonini (…), riguardo il territorio in questione dedicò il cap. VII (Discorso), ‘Palinuro e della Molpa’, da p. 354 a p. 379. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro: il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso; il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi. L’Antonini (…), a pp. 360-361-362, in proposito scriveva che:
Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, da pp. 311-439 dedica alla Lucania. Il volume del Romanelli è stato poi ripubblicato da Fernando La Greca (…). Il Romanelli, a pp. 367 parla delle armate consolari infrantesi contro i roccioni della Molpa e del capo Palinuro ed in proposito scrivea che: “A vista del promontorio di Palinuro le navi romane tornando dall’Africa sotto il consolato di Servilio Cepione, e di Sempronio Bleso, fecero il più terribile naufragio. Sappiamo da Orosio (I), che queste navi arrivavano al numero di 260, ma di esse solo solamente 150 si ruppero negli scogli di Palinuro: “ecc...” :
Nell’XI secolo, la ‘Grotta delle Ossa’ ed il ‘Censualedell’Abbadia di S. Maria di Centola’, dal titolo “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’
Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari. L’Antonini (…), riguardo il territorio in questione dedicò il cap. VII (Discorso), ‘Palinuro e della Molpa’, da p. 354 a p. 379. L’Antonini (…), a p. 363 in proposito scriveva che:
(Fig…) Antonini (…), op. cit., pp. 364
L’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’undicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.”. Dunque l’Antonini, a p. 363, riporta un brano tratto dall’antico “Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola” e, a p. 368, nella sua nota (I), in proposito postillava che: “(I) Il titolo che v’è posto sul principio è questo: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’; essendo notabile, che non vi sono affatto dittonghi.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando di Centola e del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava del codice Cryptense che contiene i verbali delle visite ai diversi Monasteri da parte del Calkeopoulos e scrive che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. L‘Ebner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di ‘Palinuro’, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. L’antico documento citato dall’Antonini si è perso ?. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola‘ che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Antonini non dice altro sull’antico Censuale. L’Antonini scrive pure che il muro di mattoni che chiudeva la ‘Grotta delle Ossa’ sotto la Molpa, accadde ai tempi “Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram….”, ovvero ai tempi “Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni”, da cui si deduce che il fatto raccontato avvenne ai tempi dell’Abate Giovanni. Chi era Giovanni, abate dell’abbazia benedettina di S. Maria a Centola ? Conosciamo l’anno in cui egli fu abate dell’Abbazia. Questo scriveva l’Antonini, trascrivendo un passo che riguarda la Molpa tratto dal ‘Censuale’ (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola, che lui crede piuttosto essere un Inventario e che dice essere stato conservato dall’allora Abate Gascone, Commendatario dell’Abbazia a suoi tempi ovvero nel 1745, epoca della prima edizione. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 122, in proposito scriveva che: “Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”.
Nel 305 (IV sec. d.C.), la villa in Lucania (a Molpa o a Bussento ?) dove si ritirarono gli imperatori Massimiano Erculeo ed il figlio Massenzio
Da Wikipedia leggiamo che Molpa viene rifondata in epoca romana per ragioni difensive: viene munita difatti di stazioni di osservazioni per l’avvistamento di navi cartaginesi. Successivamente la zona fu anche scelta come residenza estiva da diverse famiglie patrizie e, secondo la leggenda, fu anche dimora dell’imperatore Massimiano, che dopo la rinuncia all’impero avvenuta nel 305 d.C. scelse di abitare in questa terra per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini prodotti nella zona. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro:
il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;
il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi.
Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 9 parlando dell’area archeologica di S. Croce a Sapri in proposito scrivevo che: “Intorno al IV sec. d.C. la zona era ancora frequentata, infatti, recentemente, è stata rinvenuta in località S. Croce una moneta coniata tra il 293 e il 297 d.C., dell’Imperatore romano Massimiano Erculio. Orosio, riferisce che l’imperatore dopo aver abdicato nel 305, si ritirò nella sua villa in Lucania, ove un anno dopo, il figlio Massenzio ricevè la notizia della sua acclamazione ad imperatore. L’Honingman, collocava la villa imperiale tra le due regioni. Sapri è l’unica testimonianza in Campania e Basilicata di villa di lusso costiera del tardo impero.”. Dunque, nel mio studio citavo lo scrittore antico Orosio e Honingman. In alcuni scrittori locali leggo che le strutture murarie d’epoca romana che oggi ancora si possono ammirare in località S. Croce a Sapri dovevano essere una grande villa appartenuta all’Imperatore Massimiano Erculeo. Felice Cesarino (…), nel suo saggio “La residenza di un personaggio eccellente – La villa romana di Sapri”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 1, anno 2010, a p. 10 in proposito scriveva che: “Alcuni storici (Eutropio, Zosimo e Orosio) riferiscono che l’Imperatore Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, dopo aver abdicato nel 305 d.C. si era ritirato in Lucania, in una località imprecisata. Emilio Magaldi, in “Lucania Romana”, sostiene che il toponimo ‘Caesariana’ (da taluni identificata con Sapri) farebbe appunto pensare ad un possedimento imperiale in questa regione. Ecc..”. Il Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La Lucania romana, Roma, 1947.”. Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Infatti, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 281-282, in proposito scriveva che: “Prima di chiudere la rassegna dobbiamo ricordare Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, che, abdicato con lui nel 305, si ritirò in Lucania, dove possedeva una villa (p. 64). E da questa villa egli scappò a Roma, all’annunzio che suo figlio Massenzio era stato gridato imperatore dai pretoriani (27 o 28 ottobre del 306)(9).”. Il Magaldi, a p. 281, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. Eutropio, IX, 27, 2: ‘Tanem uterque uno die privato habitu imperii insigne mutavit, Nicomediae Diocletianus, Herculius Mediolani……Concesserunt tamen Salonas unus, alter in Lucaniam; Zonara, XII, 32: …………………….Suida (Adler), s.v. ……………: “………………..”; Eutropio, X. 2.3: “Romae interea praetoriani excito tumultu Maxentium etc….”; Orosio, VII, 28, 5: ‘praetoriani milites etc….’; Zosimo, II, 10:…..’………..’, Cfr. SEECK, op. cit. di qui a poco, I^, p. 84.”. Il Magaldi, a p. 281, citava p. 64. Infatti il Magaldi a p. 64, in proposito scriveva che: “Anche l’imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (3). La villa in parola secondo uno degli autori antichi si sarebbe trovata in Campania (4), secondo i più di essi in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (5). Fra la Campania e la Lucania le maggiori probabilità sono per la Lucania perchè, come osserva il SEECK, se la Campania, celebre per le sue ville, potè facilmente sostituirsi nella tradizione alla Lucania, il contrario non è ammissibile (6). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, che la villa imperiale si trovava a Molpa (p. 31)(7) non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichipossedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La villa è collocata in Campania da LATTANZIO, de mort. persecut., 26, 7. La collocano invece in Lucania Zosimo, II, 10, ZONARA, XII, 32, EUTROPIO, IX, 27, 2, e X, 2, 3 (riportati in seguito).”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. HONINGMANN, cit., col. 1559. Così pure il commendatore Lattanzio, l. c., nell’edizione del Migne”. Il Magaldi, riguardo la postilla del Lattanzio (…) si riferiva all’opera “De mortibus percecutorum”. De mortibus persecutorum (dal latino, «Le morti dei persecutori») è un trattato in lingua latina attribuito allo scrittore cristiano Lattanzio (….). Composto negli anni immediatamente seguenti all’Editto di Milano, il trattato aveva lo scopo morale di istruire i cristiani su quale fosse la sorte che spettava ai nemici di Dio. Esso narra, con uno stile scorrevole e a tratti molto crudo e vivace, la vita, le sofferenze e la fine tragica di tutti i persecutori del cristianesimo, da Nerone fino a Massimino Daia. L’opera si articola in oltre cinquanta capitoli, i più ricchi dei quali sono quelli dedicati ai tetrarchi e ai loro successori. L’attribuzione del De mortibus persecutorum è stata anche oggetto di dibattito: lo scritto infatti, per il gusto del macabro di molte scene e lo stile ardente e diretto si differenzia dalle altre opere di Lattanzio in cui prevale invece un’eloquenza molto più pacata. Secondo Arnaldo Momigliano l’autore del De mortibus persecutorum è forse l’unico scrittore cristiano dell’epoca che si diffonda su eventi sociali e politici e lo fa con uno spirito conservatore e senatoriale che deve risultare imbarazzante per coloro che identificano i cristiani con l’amore per gli strati sociali più poveri e deboli. Il Migne (….) pubblicò il testo attribuito al Lattanzio. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. I^, p. 84 e Anhang^4, p. 485”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Cfr. CORCIA, o. c., III, p. 58 seg.”. Riguardo la postilla del Corcia, si tratta di Nicola Corcia (…). Infatti, già Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano) ed in proposito scriveva che: “Da così nota antichità la città si mantenne insino ai tempi Romani. E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Nicola Corcia (…), a p. 58 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789”, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Eutropio, IX, 27”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Nicola Corcia, riguardo le notizie storiche sulla città della Molpa citava lo scrittore antico Eutropio le cui notizie probabilmente si era ispirato un chronicon medioevale detto “Cronaca di S. Mercurio” che veniva citato più volte dall’Antonini. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel XI secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Riprendendo la postilla di Nicola Corcia (…), sull’Antonini e la Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…), a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, in proposito scriveva che: “Ebbe questa picciola Città l’onore di essere stata scelta dall’Imperador Massimiano Erculeo, padre di Massenzio per luogo di riposo, di quiete e di ozio, dopo che rinunziato l’Impero, doveva (2) vivere a se stesso: E quì stavasene, allora che i soldati Pretoriani elessero Imperadore suo figlio: “Costantino in Galliis strenuissime Remp. procurante, Praetoriani milites Romae Maxentium filium Erculii, qui privatus in Lucania morabatur, Augustum nuncupaverunt”, dice Orosio nel lib. 7 ed Eutropio avealo più distintamente scritto nel cap. 2. del lib. 10: “Romae interea Praetoriani, excitato tumultu, Maxentium Herculii filium, qui haud procul ab Urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem erectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Romam advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat, in agris amoenissimis consenescens.”. Dunque, l’Antonini scriveva che Orosio nel suo Libro 7 ed Eutropio nel cap. 2 del Libro 10 scrivevano che: “Nel frattempo a Roma i Pretoriani, avendo fatto tumulto, chiamarono Augusto, figlio di Massenzio, figlio di Ercole, che abitava non lontano dalla città in una villa pubblica. Per mezzo di questo messaggero Massimiano Erculio, eretto nella speranza di riconquistare l’alta posizione, che a malincuore aveva perduto, volò a Roma dalla Lucania, che aveva scelto come residenza privata;”. Antonini continuando il suo racconto scriveva ancora che: “Zosimo nel lib. 2 quasi con le parole stesse il fatto ci narra: “His intellectis (tradotto) Maximinianus Erculius pro filio Maxentio, non abs re follecitus, Lucania relicta, in qua morabatur, Ravennam (in questo solo discorda) contendit.”. La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), citato da Nicola Corcia, a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, dopo aver detto degli Imperatori Massimiliano Erculeo e di suo figlio Massenzio alla Molpa, citava un brano tratto dalla “Cronaca di S. Mercurio” dove si parlava dell’Imperatore Libio Severo a Bussento e scriveva che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. Dunque, l’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”. Ecco ciò che scriveva il Gaetani sul passo del Cronicon di S. Mercurio e sulle tesi dell’Antonini. Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio”, citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il Cammarano (…), a p. 15, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1° e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano e suo figlio Massenzio. Ecc…”. Dunque, secondo il Cammarano, a Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano Erculeo e suo figlio Massenzio. Alcune notizie storiche che riguardano i due Imperatori Romani, Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio rientrano nelle notizie storiche che riguardano l’antica città scomparsa della “Molpa”, città di fondazione greca e poi Romana. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,……….Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), cita l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “….le frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. L’Antonini non scrive solo della fondazione dell’antica città scomparsa di “Amalphi” ma aggiunge anche le notizie sulle frequentissime incursioni dei Goti. Ma non è questo il passo dell’Antonini che ci parla dei due Imperatori romani. Lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: “Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Ecc…”. Dunque, Matteo Camera, sulla fondazione dell’antica città di Amalfi citava l’Antonini che a sua volta citava il libro IV, capitolo IX di Orosio (….). In verità devo precisare che l’Antonini cita Orosio ma quando parlando di Molpa ci parla di alcuni naufragi di alcune flotte Romane. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo,……Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Ecc..”. Dunque, secondo il Cantalupo (…), fu Eutropio nel libro IX, cap. 27 che nell’anno 305 d.C. a Molpa si fosse ritirato l’Imperatore Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato al collega Diocleziano. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Riguardo Massimiano Erculeo ha scritto pure il Magaldi. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”. Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro,……Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato. L’attribuzione, “contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, non ha il sostegno di alcuna citazione classica” (E. Magaldi, Lucania romana, I, Roma, Istituto di Studi Romani, 1947, p. 64 e p. 281); anzi le fonti antiche, che parlano di “agri amoenissimi” (Eutropio, X, 2, 3) e che per giunta son tra loro discordi nell’attribuire la villa alla Campania o alla Lucania, fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione (cfr. V. Bracco, Salerno romana, Salerno, Palladio, 1979, p. 121). “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); etc…”. Dunque, Bracco scriveva che “Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato.”. Bracco aggiungeva pure che, le fonti antiche (forse si riferiva ad Eutropio) dicevano che la villa di Massimiano Erculio “fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione.”. Vittorio Bracco (….), nel suo “Salerno Romana”, a p. 121 in proposito scriveva che: “In luogo prossimo, sui passi percorsi in altre età da Plozio Planco, che fuggiva ai triumviri (300), o dal Bruttio Presente che, amico di Plinio minore, si beava de suoi ozi campani e lucani (301), aveva fondato o acquistato una sua villa Massimiano Erculio, la quale partecipava della natura delle sue regioni (302)……Passando dopo molti anni, il viaggiatore non poteva non accorgersi di alcune ruvide colonne militari, che scandivano il percorso della via Annia dalle porte di Salerno e lo seguivano fin dentro il Campo Atina fra i monti lucani; quei cippi (304) ripetevano tutti un nome fra gli altri, M. Aurelio Massimiano Erculio, il rude Augusto a cui obbedì l’Italia, finito di morte imposta da Costantino, che poco dopo ringuainava la spada, vincitore agevole nel segno celeste (305) sul vulnerabile Massenzio, a ponte Milvio. Forse era proprio questo, il tracciato secolare che si lasciava il mare alle spalle, il cammino che, riparato per decisione sovrana di cui si toccava ancora il beneficio, irrorava le terre in mezzo alle quali sorgeva l’augusta tenuta abbandonata.”. Bracco, a p. 215, nella nota (302) postillava: “(302) E’ ipotesi moderna, derivante dal fatto che qualche autore cita la villa come situata in Campania, altri in Lucania (cfr. A. Magaldi, Lucania romana, cit., I, cit., p. 64; cfr. pure p. 281).”. Bracco, a p. 215, nella nota (303) postillava: “(303) Ecco il passo di Eutropio (X, 2, 3): Romae interea pretoriani excito tumultu Maxentium, Herculi filium, qui haud procul ab urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem arrectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Roman advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat in agris amoenissimis consenescens….”.
Il monte ‘Cellerano’ (toponimo ‘Kellerana‘), i monaci basiliani, S. Nicodemo ed i luoghi della sua frequentazione
Il codice Vaticano Latino 9239, illustrato nell’immagine di ………., parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto). Il nostro territorio, spesso terra di nessuno, a causa del suo isolamento e dell’aspra orografia del suo territorio, venne scelto e preferito a molti altri anche dai monaci italo-greci che ivi vi si stabilirono intorno al secolo VIII. E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, il nostro territorio e il ‘basso Cilento’, fu scelto da gruppi di monaci iconoclasti, provenienti da alcune aree dell’Impero bizantino da cui scampavano, venendo a mettere radici sulle nostre terre. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193 e s.. Infatti, Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii.Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Plalinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musumane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare.“. Sempre Biagio Cappelli, a sostegno della sua tesi sui luoghi di frequentazione di S. Nicodemo raccontati nella sua ‘Vita’ in proposito aggiungeva che: “Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44).Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Palinuro corrisponde alle allucinazioni (45).Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47).“. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo i testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia Graeca, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti grecidi Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Biagio Cappelli, sempre in riferimento al racconto di Fabio Planciade Fulgenzio aggiungeva che: “Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia.Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48).“. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII. Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno”, cita il testo di Biagio Cappelli ed in proposito scriveva che: “Santo taumaturgo, S. Nicodemo esercitò il suo carisma anche a favore delle vittime delle scorrerie saracene, ecc…Cappelli sottolinea che la ‘Vita’ di S. Nicodemo, come pure quella di S. Saba, specifica che il luogo dove egli si era stabilito era una zona che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata al culto degli dei infernali. L’agiografo infatti narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con le forme più varie, mostruose e allettanti. Il riferimento sarebbe in questo caso al culto di Palinuro e alla grotta delle Ossa, perchè per le sue tremende tempeste il Capo “ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva” (3).“. Sempre il Barra (…) a p……., sempre riferendosi a Biagio Cappelli, ancora aggiungeva che: “Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Sempre il Cappelli (…) scriveva che: “Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48).“. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII. Sempre il Cappelli ancora scriveva che: “Nessun dubbio che questa corrisponde al suggestivo capo azzurro argentato di enormi olivi di Palinuro, se si considera che essa si trovava in un paese latino, ed infatti faceva parte del principato longobardo di Salerno, e se si tiene conto di un elemento di linguistico. E cioè che le due località della Calabria hanno un nome consimile al luogo ricordato dal biografo di S. Saba: il monte Planuda in territorio di Orsomarso e la contrada Palinuro nel comune di Colosimi. Ora, il nome ecc…Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (49) postillava che: “(49) P. Zancani-Montuoro, op. cit., p. 16, n. 1”. Riguardo il testo citato si tratta di P. Zancani Montuoro (…) e del suo ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in ‘Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.’, XVIII, (1949). Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (50) postillava che: “(50) G. Rohlfs, ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle- Milano, 1932, ss. I, introd., p. 34.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologia Greca’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, p. 250 e s…..Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: “Santo taumaturgo, S. Nicodemo esercitò il suo carisma anche a favore delle vittime delle scorrerie saracene, ecc…Cappelli sottolinea che la ‘Vita’ di S. Nicodemo, come pure quella di S. Saba, specifica che il luogo dove egli si era stabilito era una zona che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata al culto degli dei infernali. L’agiografo infatti narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con le forme più varie, mostruose e allettanti. Il riferimento sarebbe in questo caso al culto di Palinuro e alla grotta delle Ossa, perchè per le sue tremende tempeste il Capo “ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva” (3).”.
Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba e di Lagonegro e localizza il Mercurion
Filippo Bulgarella (…) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di San Saba (…) da Collesano, o Saba il giovane, in proposito scriveva che la maggior parte delle notizie sulla sua vita pervengono dal testo scritto da Oreste, patriarca Gerosolimitano. Chi era questo Oreste ?. Il Bulgarella (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “Soltanto i Santi Saba il Giovane, Macario e Cristoforo, originari di Collesano, ebbero invece un agiografo estraneo agli ambienti greci della Sicilia e dell’Italia meridionale, giacchè le loro Vite furono scritte sul finire del secolo X dal palestinese Oreste, patriarca di Gerusalemme, il quale forse aveva avuto modo di conoscere i suoi personaggi – o almeno il loro corifeo, San Saba – in qualche località della Calabria o delle altre regioni meridionali se non nella stessa Roma (35).”. Il Bulgarella a p. 33 nella sua nota (35) postillava di Oreste e scriveva che: “(35) E’ probabile che Oreste abbia soggiornato in Calabria e vi abbia conosciuto i suoi personaggi (G. Da Cosa Louillet, ‘Sains de Sicile…’, cit., pp. 132 s.).”. Sempre il Bulgarella scrive pure nella sua nota (35) a p. 34, che: “Oreste era cognato del califfo fatimida, ebbe incarichi diplomatici, morì a Costantinopoli e in Occidente fu considerato martire forse perchè confuso col suo predecessore Giovanni o con suo fratello Arsenio, patriarca d’Alessandria d’Egitto. Non è da escludere che Oreste abbia potuto incontrare, o seguire, Saba, in altri luoghi frequentati dall’asceta…..Su Oreste, o Geremia: “Acta Sanctorum”, Mai, tomo III, Parisiis et Romae 1866, p. XLIII ecc..”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il Bios di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si “localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89, parlando di Lagonegro e di S. Macario, in proposito scriveva che: “In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, ecc…(1)…..Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle ecc…”. Sebbene il Pesce (…) a p. 89, nella sua nota (1) postillasse che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma,”, si riferiva al codice Vaticano Greco 2072, pubblicato dal Cozza-Luzi (…) che nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. Infatti, il volume fu pubblicato anche da Paolo Emilio Santorio (…), nel 1601, nel suo ‘Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, citato pure dall’Antonini (…) che a p. …., , parlando di S. Nilo, nella sua nota (1) postillava: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’. Proprio su questo antichissimo codice greco, ha scritto pure Carlo Pesce (…), forse sulla scorta del manoscritto di Alessandro Falcone (…). Questo codice Vaticano Greco fu citato anche da Cassiodore (…), nel suo “Magni Aurelii Cassiodori Senatoris etc..”, opera omnia dove è scritto: “ ínquir Paulus fflmilius Santorius in historia Monasterii Carbonensis pag. x4 “. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Fonti e Bibl.: Vita S. Lucae Abbatis, in Acta Sanctorum, Oct. VI, Abbatia Tongerloensis 1794, coll. 337-341; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste Patriarcha Hierosolymitano, a cura di I. Cozza-Luzi, Romae 1893. J. Gay, L’Italie méridionaleet l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380; G. Da Costa-Louillet, Saints de Sicile et d’Italie méridionale aux VIIIe. IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-1960), pp. 130-142; V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; S. Caruso, Sulla tradizione manoscritta della vita di S. Saba il giovane di Oreste di Gerusalemme, in Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, XXVIII (1974), pp. 103-107; G. Mongelli, Saba da Collesano, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1990, p. 531 (da usare con cautela); S. Caruso, Sicilia e Calabria nell’agiografia storica italogreca, in Calabria Cristiana: società, religione e cultura nel territorio della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, I, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1999, pp. 563-604; L. Canetti, Giovanni XVI, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 590-595; M. Falla Castelfranchi, I ritratti dei monaci italo-greci nella pittura bizantina dell’Italia meridionale, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, 2002, vol. 39, pp. 145-155; E. Tounta, Saints, rulers and communities in Southern Italy: the Vitae of the italo-greek saints (Tenth to Eleventh centuries) and their audiences, in Journal of medieval history, XLII (2016), 4, pp. 429-455.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”.
Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba a Palinuro, dell’incontro con Pietro e localizza il Mercurion
Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, nel vol. I, a pp. 66-67-68, in proposito scriveva che: “Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in un altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion’) di Salerno (232), chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perchè oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio (233), ci informa anche che il cenobio di S. Nazario, come molti di quelli sparsi nell’antica chora di Velia, erano stati fondati da religiosi del Mercurion e non da queli del Latinianon (234), come dimostrano alcuni toponimi viventi (235) che ricordano il maestro di S. Nilo, S. Fantino.”. Ebner, a p. 66, nella nota (232) postillava: “(232) Codex Criptensis B, II, f. 175….Per la bibliografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Ebner, a p. 67, nella nota (233) postillava: “(233) ….Del resto lo stresso Cappelli (cit., p. 229) riporta dalla ‘Historia et laudes….’ cit., del patriarca di Gerusalemme Oreste, la descrizione del “Mercurion come solitaria provincia monastica incuneata tra i confini di Calabria e Longobardia, al limite cioè dell’impero bizantino e del principato di Salerno al controllo dei quali così sfuggiva, come all’altro del vescovato di Cassano alla Jonio”, provincia, però, sempre sottoposta a Bisanzio, come mostra il ‘Bios’ di S. Nilo, I, 5. Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro che Oreste ubica “nei territori della Lucania”, ubicazione possibile se nel Lucania si vede il gastaldato. Il Cappelli, p. 278, ammette che il Mercurion e il Latinianon erano stati riconquistati da Niceforo Foca.”. Ebner, a p. 67, nella nota (234) postillava che: “(234) Sede del gastaldato omonimo ancora nel 950/1, come vorrebbe il ‘Chronicon salern., ma bizantino con Niceforo Foca. Cfr. il documento del 1041 che il Cappelli, p. 258, riprende da Robinson. Ma già nel 968 era stato sottoposto dal patriarca di Costantinopoli Poliento alla chiesa metropolitana di Otranto.”. Ebner, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Bios ci parla pure della via percorsa e del tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236), cioè una buona giornata di cammino seguendo la linea costiera.”. Ebner, a p. 68, nella nota (236) postillava: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato vedi Bios, I, 6.”. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Nazario è una frazione dell’odierno Comune di S. Mauro la Bruca nel basso Cilento, o Cilento maridionale. Dunque, Ebner scriveva che: “Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuroetc…” ma, cita la pagina sbagliata, perchè il Cappelli non ne parla a p. 356 ma a pp. 255-256. Infatti, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 255 e ssg., in proposito scriveva che: “Ormai bisogna però completamente e definitivamente rigettare questa interpretazione sia per Mercurion che per Lucania. La denominazione del primo deriva infatti da quella di un fiume e di un omonimo castello di Mercurium del quale si hanno notizie fino alla prima fase angioina rimanendone scarsi avanzi ed una chiesetta bizantina abbastanza ben conservata che dominano la confluenza del fiume Argentino con il Mercure-Lao (2), quasi ai confini attuali della Calabria settentrionale. A sua volta della seconda è stato riconosciuto il formidabile sito nei cospicui resti di una imprendibile fortezza che corona la sommità del monte Stella nel Cilento (3).”. Sempre il Cappelli, a p. 256 scriveva che: “Ai documenti però raccolti e conosciuti in base ai quali si era creduto che il territorio che nel medioevo prendeva da questo abitato la denominazione di Lucania fosse limitato al comprensorio sito tra i fiumi Sele ed Alento (4), posso ora aggiungere una preziosa testimonianza che ne allarga di molto i limiti e che ci viene offerta dall’agiografia di S. Saba di Collesano, redatta in greco nei primissimi anni del secolo XI dal patriarca Oreste di Costantinopoli (5). Il quale per la sua precisa informazione geografica e topografica dimostra di aver conosciuto di persona almeno una parte dei luoghi di cui parla per avere forse seguito il beato, di cui narra la storia, in qualche sua peregriazione. In questo testo infatti viene espressamente e chiaramente ricordato un luogo marittimo detto Palinodion, dove il beato Saba, che allora vi dimorava, ricevette la visita del suo amico Pietro giuntovi per via di mare da Amalfi; luogo indicato come sito, in perfetto accordo con l’espressione sempre usata nei predetti documenti, “nei territori della Lucania”. Nessun dubbio mi rimane infatti che la località Palinodion corrisponda al suggestivo azzurro capo argentato di olivi di Palinuro. In questo modo la regione che nel medioeso prendeva il nome dalla fortezza di Lucania doveva estendersi nel medioevo sulle coste tirreniche almeno fino al monte Bulgheria se non ancora più a mezzogiorno (6).”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (1) postillava: “(1) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia, auctore ORESTE patriarca Hierosolimitani (…edidit et adnotationibus illustrant I. Cozza-Luzi), Romae, MDCCCXCIII, p. 138, n. 0.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (2) postillava: “(2) V. in questo volume: Voci del Mercurion e Il Mercurion. E’ strano come assai di recente A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi proenienti dall’archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 1971, Città del Vaticano, 1958, p. 528, erroneamente situi Mercurion “nella valle del Crati”. Ivi ancora a pag. 484: la località Caricchio non si trova sita nel territorio di Morano Calabro, bensì in quello di Mormanno.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (3) postillava: “(3) V. Panebianco, A proposito della capitale della confederazione Lucana, in Rassegna Storica Salernitana”, VI (1945), pp. 108 ss.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (5) postillava: “(5) Historia etc…, op. cit., p. 0”.
(Fig…) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ed. Cozza-Luzi (…), p. 41
A capo Palinuro, la cappella di S. M. Laurentana
A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è la Cappella di S. Maria Laurentana, un tempo dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco. Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., che, sulla scorta di Biagio Cappelli (….) parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno”, cita il testo di Biagio Cappelli ed in proposito scriveva che: “La localizzazione dell’eremitaggio di S. Nicodemo si rende a questo punto possibile e verosimile poco più a valle dell’antica area culturale dedicata a Palinuro sulla collina di S. Paolo, posta in posizione elevata, visibile dal mare, e della quale abbiamo già fatto cenno. Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Il riferimento bibliografico è digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Leggendo la traduzione di Dionigi che faceva Mastrofini (…), nel suo “Le antichità romane di Dionigi d’Alicarnasso volgarizzate dall’Ab. Marco Mastrofini’, ed. Sonzogno, Milano, 1823, non è il cap. LIII come scrive l’Ebner ma è il cap. LIV del Libro I di Dionigi che ci parla della stirpe di Enea ed in proposito a p. 86 scriveva che: “Nell’anno seguente e prima dopo l’espugnazione, i Trojani salpando da quella terra circa l’ecquinozio autunnale passarono l’Ellespondo: e portati nella Tracia ivi dimorarono quell’inverno, raccogliendo gli altri che giungevano ancora dalla fuga, e preparando la navigazione. Levandosi dalla Tracia in sul fare della primavera tragittarono fino alla Sicilia dove riparatosi spirò intanto quell’anno: ivi spesero il secondo inverno fabbricando città con gli Elimi. Ma divenuto il Palago navigabile fecero vela dall’isola, evalicando il mare Tirreno vennero finalmente sul mezzo dell’estate a Laurento, spiaggia marittima degli Aborigeni, e presavi terra, vi fabbricarono Lavinia mentre compievano l’anno secondo dopo l’invasione di Troia.”. In questo passo tratto dalla traduzione del Mastrofini non trovo nulla sul porto di Palinuro. Tuttavia questo è il passo di Dionigi ci parla delle origini Troiane di Enea. Mastrofini (…), nel tradurre il passo LIV del Libro I di “Antichità romane” di Dionigi di Alicarnasso cita e scriveva che “Ma divenuto il Pelago navigabile fecero vela dall’isola, evalicando il mare Tirreno vennero finalmente sul mezzo dell’estate a Laurento, spiaggia marittima degli Aborigeni.“. Il Mastrofini traduce che Enea con i suoi compagni, lasciata la Sicilia e “valicando il mar Tirreno”, vennero finalmente sul mezzo dell’estate a “Laurento”. E’ forse per questo motivo che la cappella posta sulla collina di S. Paolo che traguarda il promontorio di Palinuro fu dedicata a “S. Maria Laurentana”. Certo è singolare che da un passo di Dionigi di Alicarnasso, scritto in greco, il porto di Palinuro dove approdarono, provenienti dalla Siccilia, gli Argonauti di Enea, si possa chiamare (secondo la traduzione di Mastrofini) “Laurento”. Su questo toponimo e su questa località che dovrebbe corrispondere alla collina di S. Paolo a Palinuro si dovrà ulteriormente indagare.
(Fig…) Il promontorio della Molpa vista dalle spiagge del spiagge del Mingardo
Nel 1154,la ‘Tabula Rogeriana’ o ‘Libro di Re Ruggero’
Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo arabo al-Idrisi, cita alcuni toponimi locali tra cui Molpa, Policastro e il porto Sapri. Rileggendo il testo di al-Idrisi, ci siamo accorti che……………….. Il “Libro di Re Ruggero”, è datato dagli studiosi all’anno 1154 e, descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Fu redatto nel 1154, da al-Idrisi, geografo di re Ruggero II d’Altavilla. Secondo i due studiosi Amari e Schiapparelli (….), il geografo arabo al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo scrive della Molpa, forse del suo porto.
(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi
Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Molpa, o un luogo vicino ad esso. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche la Molpa. Secondo i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro “Pixous-Policastro” (…), che parlando del Volpe (…) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Molpa. Secondo la traduzione del testo in arabo di al-Idrisi, del 1154, i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’,
(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi
Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’, nel 1876-77, a p. 97, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, a pp. 96-97, parlando del ‘3 scompartimento e del V clima’, scrivevano in proposito che: “Dall’isola di Licosa (5) al g à w n ‘al w à d ì a y n (“Golfo dei due fiumi”, Marina di Pollica?) venti miglia. Da questo golfo a q a s t à l d.màr (Castellabate (di Veglia o della Bruca)) dieci miglia. Da Castellabate a b ù l ì a h (6) (Molva) tredici miglia. A quella volta si dirige il w à d ì s a n t s ì m. r i (1) (“fiume di San Severino”, fiume Mingardo) e là mette al mare.” .
Michele Amari e Schiapparelli (…), a p. 96, nella loro nota (5) di pag. 96, postillavano che: “(5)A, C, G, bàùdah “moscerino”, “zanzara”. Si legga l i q ù s a h”.Michele Amari e Schiapparelli (…), a p. 96, nella loro nota (5) di pag. 96, postillavano che: “(6) A, fùliah. Nel testo a p. 106 abbiamo m u l ì a h che può, levando un sol punto, cambiarsi in m ù l b a h ossia Molva, oggi Casal di Molva. Ivi il fiume Mingardo è chiamato “fiume di Molva”.”. Amari e Schiapparelli (…), proseguendo il loro racconto a p. 97, scrivevano che: “…dirige il wàdì sant sim.ri (1) (“fiume San Severino”, fiume Mingardo) e là la mette a mare. Da Molva a b.lì qust.rù (Policastro), ecc..”. Michele Amari e Schiapparelli (…), a p. 97, nella loro nota (1) di pag. 97, postillavano che: “(1) A, s.m.rì; C, s.mìrì. E’ facile il cambio della ‘b’ in ‘m’ nel carattere magrebino.”.
(Fig….) Amari e Sciapparelli (…), p. 97 – note al testo
Nel 1269, Carlo I d’Angiò donò a ‘Gille o Gille de Blèmur’(Egidio di Blemur)il Castello di Molpa e Camerota
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) dell’Antonini (…) a p. 366. Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri (…) e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a “Gil de Blemur” il castello della Molpa. Inoltre, l’Ebner si riferisce ad un ‘Egidio de Blemur’, feudatario di Camerota all’epoca angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272. La stessa discrasia si ripete per il feudatario di Camerota “Gil de Blemur” quando ne parla l’Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. L’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a “Gil de Blemur” il castello della Molpa e invece il documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina pubblicato dal Filangieri (…) e citato dall’Ebner (…) ci dice il contrario. L’Ebner si riferisce ad un Egidio de Blemur, feudatario di Camerota all’epoca Angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272 e dunque non si poteva trattare dello stesso Gil (normanno) di cui parlano i due studiosi Augurio e Musella (…), di cui parlerò innanzi. I due studiosi Augurio e Musella (…), parlano di “Gibel di Lauria”, feudatario della Contea di Lauria. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10).”, e nella sua nota (10) postillava che: “(10) Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Riccardo Filangieri (…), nel vol. I della ricostruzione dei Registri Angioini, a p. 287 (e non a p. 294), nel registro n. VI, riguardo il documento n. 407, in proposito scriveva: “407.- (Carlo I ordina che ritornino in possesso della R. Curia i castelli di Macopa (?), Camerota e S. Severino, tenuti già dal fu Guglielmo Gagliardo milite, “Datum in obsidone Lucerie, XX, Julii, XX ind.”.) (Reg. 4, f. 148 t.).”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’ all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che: ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”. Dunque, riguardo la nota (11), postillata da l’Ebner, andando al Registro della Cancelleria angioina n. XXII, a p. 132 del vol. VI, pubblicato dal Filangieri (…) troviamo scritto al n. 644: “644. – (Mandatum ut respondeatur Egidio de Blemur, mil., de iuribus et redditibus castrorum Camerote et Melope in Principatu, per Regem sibi concessorum) (Reg. 10, f. 41 t.).”. Il Filangieri a p. 132 del vol. VI postillava: “Fonti: Chiarito, rep. cit., f. 57 t.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’ all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Dunque, riguardo la nota (12), l’Ebner scriveva che nel medesimo Registro, ovvero si riferiva al Registro della nota (11), ovvero al registro pubblicato da Riccardo Filangieri (…), nel vol. IV della ricostruzione dei Registri Angioini, n. XXII, p. 389, n. 618. Il Filangieri (…), nel vol. VI della ricostruzione dei registri angioini, a p. 388 (non 389), nell’‘Indice analitico’ riportava: “Blemur (de) Egidio, mil., sig. di Camerota, 92, 131, 132, 339.”. Nel Filangieri (…), vol. VI, a p. 127, al n. 618 del registro XXII, si legge un’altra cosa. Nel Filangieri (…), vol. VI, a p. 92, al documento n. 362 leggiamo: “362. – (Mandatum de solvenda pecunia Egidio de Blemur)(Reg. 13, f. 89), e per il documento postillava: “Fonti: Chiarito, l.c.”. Sempre il Filangieri, vol. VI, a p. 131, citava il documento n. 638, dove è scritto: “638. – (Egidio de Blemur, mil. donat Rex castra Camerote et Malope in Principatu)(Reg. 10, f. 41).”. Per questo dcumento il Filangieri postillava: “Fonti: Sicula, l.c., Chiarito, l.c.”. Sempre il Filangieri, vol. VI, a p. 339, nel registro XXII, citava il documento n. 1834, dove è scritto: “1834. – Egidius de Blemur receptus est de hospitio Regis) (ibidem).”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. E’ interessante ciò che scrive l’Ebner (…), su ‘Gil de Blemur’ nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Dunque, la Pollastri (…), cita Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, che a p. …, cita alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina e pubblicati dal Filangieri (…). In particolare il Pispisa (…), cita i documenti angioini pubblicati dal Filangieri (…), nel vol. VIII, da p. 183 a p. 193, dove a pp. 182 e 183 troviamo il documento del Registro XXXVII, che il Filangieri postilla essere tratto da “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668”, e dove troviamo tra i feudatari oggetti di donazioni da parte di Carlo I d’Angiò il: “; Edigius de Blemur pro castro Camerote et Melope et pro castro Sancti Nicandri.”. Lo stesso documento citato da Ebner lo troviamo nel vol. VIII dei Registri Angioini pubblicati da Riccardo Filangieri, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) dove a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che: ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”.
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gillé de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che: ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (13) postillava che: ” (13) Anni 1269-1272. Reg. 6, ff 151-154 = vol. VII, P. 260.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reg. 10, f 41 = vol. VII, p. 15, n. 89.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Camerota pro focul. XXXVII, unc. XIX, tar. VII et mentium: vol. VIII, p. 239. Cfr. ad Agropoli.”. Di ‘Gil de Blemur’ è interessante ciò che Ebner (…), nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo i documenti che possono testimoniare a quali feudatari, tra cui quelli delle nostre zone, re Carlo I d’Angiò sequestrò i beni perchè avevano patteggiato con Manfredi, Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che: ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) di Antonini (…) a p. 366. Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Vittorio Bracco (…), che, nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 39-40, nella nota (24) postillava che: “(24)…..il luogo di Molpa, lungo il profilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e questo paese è generalmente indicato dalla tradizione come sopravvivenza del centro scomparso……Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: ne abbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Economia e società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 272 parlando degli “Statuti di Camerota”, in proposito scriveva che: “Con Camerota (v.) il casale venne concesso nel 1271 da re Carlo a Egidio di Blemur.”. Sempre Ebner, a p. 102, vol. II, in proposito scriveva pure che: “Dai Registri angioini (1266-1267) si rileva la concessione di re Carlo “a Gilé de Belmur (di) casal Melope, castel Camerote e casal Sant Gregore”. Nell’archivio cavense una pergamena (ined. ABC, LV 110) del gennaio 1269, XI, segnala la compra-vendita di una vigna effettuata da Guido di Camerota. Nel 1271 il casale era ancora in possesso di Egidio di Blemur.”.
Nel 1269, la Molpa in un documento pubblicato dal Trinchera
Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 190 e ssg. parlando di “Molpa”, nella nota (2) postillava: “.. – in una carta del 29 novembre 1269 (pubblicata in sommario, nel ‘Syllab. mebran. ad r. Siclae pertinent. Napoli, 1824, vol. I, p. 23) io trovo attestata la esistenza di Molpa; poichè vi si dà atto in fitto, per oncie 22, la gabella di Camerota, di Palinuro e di Melopae’.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”. Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Un documento angioino del 29 novembre 1269, del quale abbiamo solo il regesto, ricorda l’aggiudicazione della “Cabellam Camarotae, Melopue (sic), et Palinuri pro uncis auri 22″ (A.A. Scotti), Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I, n. 8, p. 23”. Angelo Antonio Scotto, a p. 23, del suo “Syllabus membranarum ad Regiae Siclae Archivum pertinentium”, a p. 23 riportava il documento n. 8, dove è scritto: “N. 8 – Olim Arca B. Fasciculus 49 N. 5. – 1269 Novembris 29. Indictione 13. Caroli I. anno V. Camarotae – Iohannes Iudex Camerotae, ut uxsequatur mandatum Ursonis Bombae Vicesecreti Principatus, et Terrae Beneventi, quod excribitur post subhastationem, et fideiussionem locat Thomasio de Salerno, et Nicolao Murmurio, Cabellam Camerotae, Molopae, et Palinuri pro unciis auri 22 ponderis generalis. Per Riccardum Notarium Camerotae.”, il cui significato è il seguente: “Giovanni Giudice di Camerota, per eseguire l’ordine di Ursone Bomba, vicesegretario del Principato, e della Terra di Benevento, che è scritto dopo l’asta, e dà in garanzia a Thomasio de Salerno e Nicolaus Murmurius, i capelli di Camerota , Molopa, e Palinuri per once d’oro di peso complessivo 22. Di Riccardo Notaio di Camerota.”.
Nel 1270, ‘Cauo de Palunudo’ nella ‘carta Pisana’, la carta nautica o portolano più antico conosciuta
Da wikipedia leggiamo che: La Carta Pisana è una carta portolanica disegnata alla fine del XIII secolo, probabilmente intorno al 1275, così chiamata poiché fu trovata a Pisa. Essa raffigura il Mar Mediterraneo, il Mar Nero e la costa Atlantica dell’Europa fino all’attuale Olanda. Tuttavia la carta è molto più precisa nel disegno del Mediterraneo che in quello della costa Atlantica. La Carta Pisana è la più antica carta nautica, completa di rose dei venti e linee lossodromiche, che ci sia pervenuta e in quanto carta portolanica, rappresenta dettagliatamente le coste e i porti, ma non riporta nessuna indicazione topografica o toponomastica relativa all’interno dei continenti.
(Fig…..) La ‘Carta Pisana‘, particolare dell’Italia e delle sue coste. Posto sotto il toponimo di Cavo de palunudo (in nero), si vede chiaramente l’antico toponimo di Sapra o Saprà‘ (….). Noi pubblichiamo l’ingrandimento tratto dal testo di Jerry Brotton (….)
(Fig….) La ‘Carta Pisana’, tratta dal testo di De La Ronciere A.M., M.Mollat Du Jourdin (….).
Nel XIII sec.,il porto di Palinuro al tempo della dominazione Angioina del Regno di Napolicitato nella ‘carta Pisana‘
La carta nautica detta ‘Pisana’ è la palese testimonianza della toponomastica dell’epoca e che ‘Saprà (Sapri) e ‘Panecastro’ (Policastro), fossero già conosciuti intorno al 1290. Sapri, viene annoverato tra i porti tirrenici, subito dopo ‘Panecastro’ (Policastro), col toponimo di ‘Sapra’. La scoperta del toponimo di Sapra, sulla Carta Pisana, del 1290 circa, testimonia e prova l’esistenza documentata di un approdo o un porto conosciuto verso la fine del XIII sec. Del periodo, in cui sulle nostre coste, si svolgevano le operazioni militari della ‘Guerra del Vespro‘ – la guerra degli Aragonesi spagnoli che volevano conquistare il Regno di Napoli Angioino (dei francesi di Carlo d’Angiò) – ci è giunto un documento tratto dai Registri angioini (…), dove veniva censita la popolazione all’epoca delle operazioni militari della guerra del Vespro (1282-1302) che aveva fatto calare sensibilmente il numero degli abitanti di queste terre. Sapri o Portum, non figura tra i centri elencati in questo documento angioino (….). Tuttavia, l’assenza di un Portum o del feudo di Sapri, sui Registri Angioini, non dimostra che all’epoca della dominazione angioina, non esistesse affatto. Infatti, la presenza genovese nella nostra zona, la presenza nella nostra zona di uomini della Repubblica marinara di Genova, giustifica la citazione dello scalo portuale di Sapri o ‘Portum’ sulle prime carte nautiche o portolani manoscritti giunte fino a noi e redatte proprio a quell’epoca, principalmente da cartografi genovesi, pagati dalla Repubblica marinara di Genova che partecipava alle operazioni militari per la conquista del Regno di Napoli angioino. Della presenza genovese nell’area, gli studiosi Paolo Natella e Paolo Peduto (….), sulla scorta di Di Luccia (….), ci parlano della famiglia genovese dei Grimaldi. Gli studiosi scrivono in proposito: “Feudo nel 1348 di Gabriele eLuciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro …” e, poi alla nota (80), scrivono sui Grimaldi a Policastro: “Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenzaPolicastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio ePrincivalle Grimaldi – nel 1333.” (…). La presenza di un Feudo di Policastro, assegnato ad alcuni genovesi – la loro presenza in zona – attesta la presenza dei toponimi di ‘Sapra’ e ‘Panecastro’, sulla più antica carta geografica nautica conosciuta. Noi crediamo che lo scalo marittimo di Sapra o Saprà, insieme al toponimo o scalo marittimo di ‘Panecastro’, esistevano ed erano conosciuti già molto tempo prima che fosse delineata questa antichissima carta nautica o carta per i naviganti. La Carta Pisana è detta Pisana perchè essa è stata trovata a Pisa, ma è una carta di origine Genovese (e non Pisana). La carta Pisana, attesta che all’epoca in cui essa fu delineata – nel 1290 circa – i porti o scali marittimi di Policastro e di Sapri, fossero già conosciuti. L’Almagià, in uno dei suoi studi (…), pubblicava nel 1929 un’interessante prospetto dell’antica toponomastica dell’Italia e, faceva notare come il toponimo di Sapri, insieme a Policastro, Palinuro, Bosco, Maratea e Scalea, figura tra le località costiere di alcune carte geografiche e nautiche medievali (….). Nell’interessante prospetto dell’Almagià (…), leggiamo che Sapri, non figura nella ‘Carta Pisana’ (Fig….). Secondo l’Almagià, nella ‘Carta Pisana’, il cui originale risale al 1290 circa, non figura Sapri ma figurava solo Policastro con il toponimo di ‘Panecastro’ (…). Ciò è assolutamente errato e non sappiamo come mai l’insigne studioso abbia preso tale abbaglio. Forse l’Almagià non avrà esaminato de visu la Carta Pisana (Figg…..), dove invece si vede chiaramente il toponimo dello scalo marittimo di Sapri, trasformato con il toponimo di ‘Sapra’ o di ‘Saprà’ (?), scritto e disegnato col colore nero e non col colore rosso come è il caso invece del toponimo di ‘Panecastro’ (Policastro). Noi pubblichiamo l’ingrandimento tratto dal testo di Jerry Brotton (….), dove si vedono le coste dell’Italia ed in particolare sulla costa Tirrenica dell’Italia meridionale si vede Sapra e Panecastro, Cauo de Palunudo, ecc…Posto sotto il toponimo di ‘Panecastro’ (di colore rosso), si vede chiaramente l’antico toponimo di ‘Sapra’. Sotto il nome di Panecastro (Policastro) scritto in rosso perchè all’epoca (1290 circa era un porto franco), si vede chiaramente lo scalo marittimo di Sapra. L’insigne studioso di toponomastica e cartografia antica Roberto Almagià, nel suo “Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali” (5), elencava i toponimi delle coste che figurano su alcune carte nautiche più antiche conosciute. L’Almagià, però, riguardo la carta nautica detta ‘Carta Pisana’, non cita Sapri. Secondo il prospetto (….) dell’Almagià (…), Sapri non figurava affatto sulla ‘Carta Pisana’. Ma, guardando l’immagine ingrandita delle coste dell’Italia meridionale della Carta Pisana, illustrate nell’immagine di Fig. …., si vede chiaramente scritto il toponimo di ‘Sapra’. Esaminando de visu la ‘Carta Pisana’, si nota che oltre ai toponimi di Panicastro (Policastro), Cauo de Palanudo (Palinuro), in essa, tra i porti di Panescastro (Policastro) e ‘porto di LaScalea’ (Scalea) – che sono segnati entrambi con il colore rosso perchè ritenuti porti più importanti – figurano anche i due toponimi di ‘Sapra’ – che per noi è senza ombra di dubbio riferito al vecchio toponimo di Sapri, perchè subito dopo il toponimo che segue è quello ‘porto di LaScalea’. Il toponimo di porto di LaScalea è posto all’altezza di Maratea o Castrocucco e molto prima di Scalea che pure figura. A quale porto si riferiva la Carta Pisana con il toponimo di ‘porto di LaScalea’ ? Per noi il porto di LaScalea è riferito al porto di Maratea – che non figura nella carta Pisana. Abbiamo riprodotto il particolare ingrandito illustrato nell’immagine di Fig….., a colori, nella speranza che, il toponimo di Sapra o Saprà, fosse più leggibile. Inoltre, dobbiamo aggiungere che l’Almagià ed il suo pregevole studio e prospetto (…) non sia il solo a contenere degli errori. Anche un recente studio di Brancaccio (….), pur giudicandolo un ottimo lavoro pregno di importanti notizie e ricostruzioni storiche, dobbiamo dire che, elencando i toponimi sulla costa tirrenica della Calabria, cita alcuni toponimi con evidenti errori di lettura. Non so se il Brancaccio (…) abbia esaminato de visu la ‘Carta Pisana‘ ma commette e riporta alcuni toponimi con evidenti errori. Brancaccio, riportando i toponimi dei centri costieri della Campania sul versante tirrenico, in particolare quello calabrese, elencati nella Carta Pisana, insieme a: ‘Cauo della Licosa’(Punta della Licosa), ‘Cauo de Palinuro’ (Capo Palinuro), Pollicastro (Policastro), aggiungeSapre (Sapre). Nella Carta Pisana, Policastro viene indicato con l’antico toponimo di Panecastro e non Pollicastroed il toponimo di Sapri, posto sotto il toponimo di Panecastro (in rosso), non si legge Sapre, come afferma il Brancaccio (….), ma si legge chiaramente un Sapra o Saprà. Certamente non è un Sapre. Siamo in dubbio se fosse scritto Saprà in quanto vicino la lettera finale ‘a’ si legge un apostrofo o qualcosa di simile. Come si può vedere nell’immagine ingrandita che pubblichiamo, il toponimo di Sapra o Saprà è scritto usando dei caratteri gotici-medievali molto simili a quelli usati nei Codici amanuensi miniati del primo medioevo.
Palinuro nelle più antiche carte conosciute
(Fig…..) Almagià Roberto (…), op. cit., Appendice I, I – ‘Coste liguri e tirreniche della penisola’, p. 68
Nel XIII secolo,‘Capo de Palanua’ nel più antico portolano conosciuto
Si tratta del più antico portolano conosciuto, relativo alla totalità del Mediterraneo che sino ad oggi sia stato rinvenuto. Lo studioso medievalista Bacchisio R. Motzo, nella sua opera (Fig…), scriveva in proposito: “Il Compasso de navegare è un’opera italiana composta tra il 1250 e il 1265 all’incirca, in due parti che si completavano a vicenda: il portolano, cioè la guida scritta, per navigare nel Mediterraneo, e la carta nautica del Mediterraneo stesso”. Il Motzo, lo fa risalire alla metà del Duecento sulla base di confronti filologici con altre versioni dello stesso testo nello stesso periodo della guerra del Vespro e della partecipazione genovese alle operazioni militari (…), infatti, il testo scritto in latino volgare, si apre con l’indicazione: “In nomine Domini Nostri Iesu Christi, amen. Incipit Liber Compassuum MCCLXXXXVI. de mense ianuari fuit inceptum opus istud”. Ma si tratta della data della copia; il testo primitivo del Compasso, secondo il Motzo, sarebbe stato composto quarant’anni prima, esattamente tra il 1250 e il 1265. Rispetto all’originale, il testo presenta tutta una serie di aggiunte minori, di ampliamenti e rifacimenti, oltre a contenere non pochi errori dovuti alla trascuratezza dei successivi copisti e all’aver in più la descrizione delle coste del Mar Nero. Recentemente, ho potuto esaminare de visu l’opera originale medievale annessa al Codice Hamilton 396, (Fig….), conservata alla Biblioteca Municipale di Berlino e, quì riportiamo la pagina 17r del testo medievale (che riguarda le nostre coste), che pubblichiamo le due fotoriproduzioni delle due pagine originali (Fig….) tratte dal Codice Hamilton 396 e, fotografate dalla mia amica fotografa Claudia Obrocki, su cortese autorizzazione immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…). Cosa dice il testo originale medievale delle pagine n. 16r e n. 17r del Codice Hamilton 396 (Figg…..)?. Recentemente la studiosa Alessandra Debanne (…), ha rivisto e tradotto, il testo pubblicato dal Motzo (Fig….), pubblicandolo in un suo testo dove cura la traduzione del testo medievale del Codice Hamilton 396 (Figg…..), del testo scritto originale in una gotica minuscola libraria della fine del secolo XIII. L’immagine di Fig…., illustra la traduzione della pagina n. 17r del ‘Lo Compasso de navegare’ (…): “Capo d(e) Mene(r)ba. Primariamente d(e) Menerba a Salerno xxx mil (lara) / p(er) greco verlo levante. De Salerno a lo capo de la Li/cosa l mil(lara) entre mecco dì e sirocco. De Licosa /20/ al capo de Palanua l mil(lara) p(er) sirocco ver lo leva(n)te. / De Palanuda a Panicastro xxv mil (lara) per greco v(er)lo levante. De Panicastro a Scalea xxv mil(lara) per / mecco di ver losirocco. Sopre Scalea à I° isola ecc…ecc..” (…, pag. 17r) (Fig….).
(Fig…..) Codice Hamilton 396 – pagina 16v (‘LoCompasso de navegare’), anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, su cortese autorizzazione immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…).
(Fig….) Codice Hamilton 396, pagina 17 r del ‘Compasso de navegare’, anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, su cortese autorizzazione per la pubblicazione delle immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino
Nel 1238, Nicola Mariconda dona al fratello Giustino
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “Un documento sicuro è invece l’inedito M 37 dell’Archivio Cavense (21), con il quale Nicola detto Mariconda, donò al proprio fratello Giustino, monaco cavense e priore della chiesa di S. Maria de Dommo di Salerno “integram medietatem” del diritto di pesca di aguglie e delle fosse marine nel tratto Salerno-Palinuro. Del territorio furono feudatari i signori di Pisciotta (v).”. Pietro Ebner scriveva che l’Antonini parlava a p. 154 ma sbagliava perchè è p. 353, I edizione, 1745, nel cap. VII. Sempre l’Ebner a p. 271 nella sua nota (21) postillava che: “(21) I, ABC, M 37, settembre anno 1238, XII, Salerno. Nella chiesa di S. Maria de Dommo, presente l’Abate cavense Leonardo e innanzi al giudice Matteo, Nicola, detto Mariconda, figlio del fu Pietro, pure detto Mariconda, ecc…” :
Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Sul tema delle tonnare cfr. B. Centola, Le città del mare. La pesca con le tonnare in Italia, Avagliano, Cava de’ Tirreni 1999; su quelle di Palinuro cfr. pp. 70-72. L’antichità nell’attività è attestata da un documento cavense del settembre 1238, col quale il salernitano Nicola, detto Mariconda, pentito del suo ingiusto procedere, restituiva al fratello Giustino, monaco cavense, “integram medietem de iure acnum (aguglie) et de foveis marinis, in quibus pisces qui cusi et acus vocantur, capiuntur, ab hoc Salernitanam civitate, usque Palinudum” (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, p. 271, n. 21.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”, mentre il testo del Trinchera (….) è “Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae”, Napoli, ed. Cataneo, 1865.
Nel 1269, la Molpa in un documento pubblicato dal Trinchera
Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 190 e ssg. parlando di “Molpa”, nella nota (2) postillava: “.. – in una carta del 29 novembre 1269 (pubblicata in sommario, nel ‘Syllab. mebran. ad r. Siclae pertinent. Napoli, 1824, vol. I, p. 23) io trovo attestata la esistenza di Molpa; poichè vi si dà atto in fitto, per oncie 22, la gabella di Camerota, di Palinuro e di Melopae’.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”. Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Un documento angioino del 29 novembre 1269, del quale abbiamo solo il regesto, ricorda l’aggiudicazione della “Cabellam Camarotae, Melopue (sic), et Palinuri pro uncis auri 22″ (A.A. Scotti), Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I, n. 8, p. 23”. Angelo Antonio Scotto, a p. 23, del suo “Syllabus membranarum ad Regiae Siclae Archivum pertinentium”, a p. 23 riportava il documento n. 8, dove è scritto: “N. 8 – Olim Arca B. Fasciculus 49 N. 5. – 1269 Novembris 29. Indictione 13. Caroli I. anno V. Camarotae – Iohannes Iudex Camerotae, ut uxsequatur mandatum Ursonis Bombae Vicesecreti Principatus, et Terrae Beneventi, quod excribitur post subhastationem, et fideiussionem locat Thomasio de Salerno, et Nicolao Murmurio, Cabellam Camerotae, Molopae, et Palinuri pro unciis auri 22 ponderis generalis. Per Riccardum Notarium Camerotae.”, il cui significato è il seguente: “Giovanni Giudice di Camerota, per eseguire l’ordine di Ursone Bombavicesegretario del Principato, e della Terra di Benevento, che è scritto dopo l’asta, e dà in garanzia a Thomasio de Salerno e Nicolaus Murmurius, i capelli di Camerota , Molopa, e Palinuri per once d’oro di peso complessivo 22. Di Riccardo Notaio di Camerota.”.
Nel 1588, Leandro Alberti
Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…). Su Leandro Alberti ha scritto pure Rocco Gaetani (…) che confutava ciò che egli aveva scritto su Bussento. Singolare è ciò che scrive Saverio Gatta (…), figlio di Costantino che nel 1732 pubblicò postumo “Memorie topografiche storiche della Provincia di Lucania” del padre Costantino. Il Gatta, figlio a p. 290, nel cap. IV: “Della Terra di Camerota, ed altre memorie”, solo in questo caso accenna al “Castello della Molpa” e, parlando di Velia e dell’adorazione di Cerere, in proposito scriveva di Camerota e diceva che: “In qual tempo caduta ella fusse dalle antiche grandezze, ……egli è involto fra oscure tenebre della dimenticanza. E’ probabile però che dalle di lei rovine, surte fussero le vicine Castella, spezialmente ‘Camerota’, Terra assai ragguardevole ……: ed oltre di ciò è famosa, e chiara per le memorie delli porti di ‘Palinuro’, e delle rovine, del Castello di ‘Molpa’, ricordato da Plinio e dall”Alberti’.”. Dunque, secondo il Gatta, il castello di Molpa era ricordato da Plinio e dall’Alberti. Rocco Gaetani (…) a p. 11, riferendosi a Bussento, in proposito scriveva che: “…………………..”. Il Nicolao (…), parlando di Pisciotta e di Bussento scriveva che: “…..Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Dunque, la leggenda della Ninfa di Palinuro deriva da una citazione di Plinio. Plinio il giovane o Plinio il vecchio ?. Leandro Alberti (…), nella sua opera “Descrittione di tutta Italia di F. Leandro ALberti, Bolognese”, pubblicato nel 1588. L’Alberti parla dei luoghi della ‘Basilicata’, a pp. 198-199, parla delle Isole delle Sirene (Leucosia), Velia (Heiela), Isole Enotrie, Pisciotta, Capo Palinuro, Molfa, ecc..
(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199
La Molpa per ilMerola
Il barone Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Altri andarono alla vicina Centola; parte n’andò in Cuccaro nove miglia lontano, e ‘l rimanente ne’ vicini altri luoghi (siccome a ciascuno meglio tornò grado) si disperde. Non dispiaccia nuovamente riferire le parole di ‘Merola’ su di questa distruzione: “Post Palinuri promontorium, in monte, qui mari imminet, ruinae conspiciuntur Oppidi Molpae a praedonibus subversi ad Melphin fluvium praeterfluentem”. Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., onde fresca era allora la memoria di sua ruina. Fece Re Ferrante alte doglianze di questo fatto in Costantinopoli con Maometto II, ma per allora gli fù risposto: che non avendo ecc…”. L’Antonini, parlando del piccolo e antico borgo di Cuccaro, l’odierno Cuccaro Vetere, egli scriveva che i due autori Merola (….) e Leandro Alberti, ne parlano ma non lo pongono nell’esatto luogo dove si trova. Inoltre aggiunge che Merola e Leandro Alberti scrivono di Cuccaro ma non dicono che Cuccaro figura nella donazione di Maugerio del 908. L’Antonini, citando il “Merula” si riferiva al grande geografo e storico fiammingo Paulo Merola (1558-1607), quando, nel suo “Cosmographiae Generalis” (pubblicato ad Amsterdam, Apud Henricum Hondium, 1621, p. 918), scriveva che: “Post Palinuri promontorium in Monte, qui mari imminet, ruine conspiciuntur Opidi Molphae, a Predonibus subversi ad Melphim fluvium praeterfluentem, cui meminit Plinius”, che tradotto dovrebbe significare che: “Dopo il promontorio di Palinuro, su un monte a strapiombo sul mare, si vede in rovina il paese di Molpha;”.
Mario Nigro
(Fig….) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199
Nel 1559,Raffaele Maffei detto il ‘Volaterrano’e la Molpa e Palinuro
Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…), Fabio Magini e la sua carta geografica “Tavola in piano di quella Provincia”, la Bolla di Alfano I (…), la cronaca del “Volaterano“ (…), del Mazzella (…). Autori questi che cercherò di citare e parlare in questo mio saggio. Per “Voleterrano” il Mannelli intendeva il “Volterrano” (…), nome di cui era appellato Raffaele Maffei (Maffeius Raphael) (…), nel 1559 pubblicò il suo “Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus”. Rocco Gaetani (…) a p. 11, riferendosi a Bussento, in proposito scriveva che: “Carlo Stefano nel suo ‘Dizionario – storico – gografico – politico’ diè vita agli errori del bizantino ed aggiunse di più essere il Bussento un paese nel seno di Posidonia, ed un paese della Lucania ad ‘Laum fluvium; (3) il Valaterrano nei ‘Commentari delle città’ lo stabilì fra Squillace e Metaponto; (4). Ecc..”. Rocco Gaetani (…) a p…., nella sua nota (4) postillava che: “(4) Commentarium Urbanorum Raphaellis Volaterrani, octo et triginta libri. pag. 70. “Deinde (post Veliam) promontorium Palinurus et Pyxuntes, qui etiam et portus et amnis est. Ex altera parte a Scyllaceo usque Metapontum Buxentum civitas”.”.
Nel 1238, Nicola Mariconda dona al fratello Giustino
Su questa antichissima donazione ha scritto pure Pietro Ebner. L’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “Un documento sicuro è invece l’inedito M 37 dell’Archivio Cavense (21), con il quale Nicola detto Mariconda, donò al proprio fratello Giustino, monaco cavense e priore della chiesa di S. Maria de Dommo di Salerno “integram medietatem” del diritto di pesca di aguglie e delle fosse marine nel tratto Salerno-Palinuro. Del territorio furono feudatari i signori di Pisciotta (v).”. Pietro Ebner scriveva che l’Antonini parlava a p. 154 ma sbagliava perchè è p. 353, I° edizione, 1745, nel cap. VII. Sempre l’Ebner a p. 271 nella sua nota (21) postillava che: “(21) I, ABC, M 37, settembre anno 1238, XII, Salerno. Nella chiesa di S. Maria de Dommo, presente l’Abate cavense Leonardo e innanzi al giudice Matteo, Nicola, detto Mariconda, figlio del fu Pietro, pure detto Mariconda, ecc…” :
Nel 1525,le mappe del Kitab-i Bahriye di Piri Re’is
L’ammiraglio turco Piri-Re’is, nel 1525-26, scrisse il libro noto con il nome di Kitab-i Bah- riye ( Libro della marina) (Fig. 2). Una versione più ricca, composta nel 1525-26, realiz- zato con l’utilizzo di abili amanuensi e miniatori, fu preparata dallo stesso Piri Reis ap- positamente per il sultano Solimano il Magnifico (Fig….).
(Fig….) Il Kitab-i Bahriye ( it. Libro della marina) è un portolano del Mediterraneo
Si conoscono ventidue di copie della prima versione e una decina della seconda, conser- vate in biblioteche di tutto il mondo. Recentemente, lo studioso Vito Salierno (1) ha pubblicato alcune carte annesse al Kitab-i Bahriye dell’ammiraglio turco Piri Reis. Nella pri- ma e seconda stesura, sono stati tramandati una trentina di esemplari di questo libro, conservati nelle biblioteche europee e turche. De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jour- din (1), nel commento alle tavole, pubblicano due dei 224 fogli in pergamena annessi al Kitab-i Bahriyye, fogli in pergamena manoscritte miniati, conservati alla Biblioteca Nazionale di Parigi (1). I due studiosi francesi, nel loro commento alle tavole (1), scrivono in proposito: “questi documenti miniati, provengono dal libro di istruzioni nautiche che l’ammiraglio turco Piri Re’is dedicò al suo sovrano Solimano II detto il Magnifico, nell’anno 1526. Noto con il nome di Kitab-i-bahriye, questo libro del mare, che contiene al tempo stesso una documentazione scritta ed un’altra figurata, è un documento fondamentale nella storia della cartografia nautica mediterranea. Prima di questo libro, malgrado l’esistenza dei manuali nautici occidentali come il Compasso da navigare,….,nessun documento marittimo descriveva l’insieme delle coste, dei porti e delle isole del mediterraneo con tanti dettagli. Per il suo studio, Vito Salierno, ha utilizzato il manoscritto Marsili 3609, posseduto dalla Biblioteca Universitaria di Bologna che, nei disegni a colori di 425 x 250 mm su complessive 206 carte, dedica ben 33 carte all’Italia ed ai suoi porti, riportando decine di toponimi e scritte interessantissime in turco ottomano. Le 33 carte dell’Italia annesse ai due codici miniati conservati nella Biblioteca Universitaria di Bologna, il Marsili 3609 (utilizzata da Vito Salierno) ed il Marsili 3612, dovrebbero essere ulteriormente indagati, ma soprattutto bisognerebbe leggere meglio il testo scritto originale in arabo e tradotto poi in latino dall’arabo. Di queste 33 carte, noi pubblichiamo l’immagine della carta che riproduce ‘La Penisola sorrentina ed il Golfo di Napoli’ (Fig. 4). Dice il Salierno (1) che in questa carta (Fig. 4) e nel testo scritto in arabo, il cartografo del sultano, scrive: “lungo la costa verso Est, i borghi di Palinuro (Palmura) e Policastro (Polo Castri) tra i Capi Licosa (Liqoze), Palinuro e Punta degli Infreschi (?) (Firasta).” (…).
(Fig….) Le coste della Campania e della Calabria nel Kitab-i Bahriyye dell’ammiraglio turco Piri Reis (…)
Nel 1623, Filippo Cluverioe Palinuro
Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Buxentum’. Ciò che scrive il Cluverio su Bussento a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg….). Nel 1624 e poi pure nel 1666, l’olandese Luca Olstenio o Holstenii o Holstenius, pubblicò il testo detto comunemente “Note all’Italia antiqua di Cluverio” ma il suo vero titolo è “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..”(….), l’opera che l’Antonini (…) riferisce e chiama “Geografia Sacra di Carlo di s. Paolo”. L’Olstenio, nell’edizione del 1624, pp. 266-267-288 parla e commenta le pagine 1260, Lin. 10, Lin. 12 su Pisciotta ecc.. e, Lin. 36 su Capo della Foresta del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua. Pietro Ebner (…) nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Palinuro a p. 271 in proposito scriveva che: “Il Cluverio scrisse che ad occidente del promontorio di Palinuro vi era un abitato detto volgarmente Palinuro.”.
(Figg….) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (…).
Nel 1666, Luca Holstenio
Nel 1624 e poi pure nel 1666, l’olandese Luca Olstenio o Holstenii o Holstenius, pubblicò il testo detto comunemente “Note all’Italia antiqua di Cluverio” ma il suo vero titolo è “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..” (….), l’opera che l’Antonini (…) riferisce e chiama “Geografia Sacra di Carlo di s. Paolo“. L’Olstenio, nell’edizione del 1624, pp. 266-267-288 parla e commenta le pagine 1260, Lin. 10, Lin. 12 su Pisciotta ecc.. e, Lin. 36 su Capo della Foresta del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua.
Nel 1622,nel territorio furono feudatari i signori di Pisciotta, tra cui i Pappacoda
Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli‘, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini.”. Il barone Antonini (…), a p. 330, riferendosi a Pisciotta in proposito scriveva che: “Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc…”. L’Antonini che a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 167 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Fulvia Capece Scondito, figliastra di Camillo Porzio, vendette il feudo di Centola il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Già il 17 ottobre 1592, infatti, Aurelia della Marra e suo marito, il magistrato Cesare Pappacoda (1567-1621), avevano acquistato dal duca di Monteleone i feudi Pisciotta e della Molpa. Il 6 ottobre 1617 Cesare ottenne il titolo di Marchese di Pisciotta, e Domenico il 14 febbraio quello di principe di Centola (1). Questo dei Pappacoda, nobili del Sedile di Porto, era un ramo secondario della famiglia, diverso da quello principale, estintosi nel 1762. Secondo l’umanista quattrocentesco Francesco Elio Marchese, in genere ben informato ma celebre per essere spesso maledico, i Pappacoda, ecc…..Il Borrelli replicò che se era vero che i Pappacoda avevano avuto possedimenti terrieri e proprietà di imbarcazioni ad Ischia, come in Coscia, erano invece nobili sin dai tempi normanni ed erano imparentati con antiche famiglie patrizie napoletane, come i Macedonio (3). La verità, come spesso accade, stava nel mezzo. Si trattava, in effetti di un’antica ma modesta famiglia patrizia del Seggio di Porto (4), ecc…Diversa, e più modesta, fu la linea dei Pappacoda di Centola-Pisciotta. Patrizi di Seggio di Porto e piccoli feudatari della provincia ecc…”. Sui Pappacoda di Centola-Pisciotta ha scritto il Prof. Massimo Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’, pubblicato nelo 2016, che fa una puntuale disamina della famiglia e dei suoi possedimenti dal ‘600 in poi, traendo notizie dall’Archivio di Stato di Salerno.
Nel 1666, la chiesa di S. Nicola nuovo e una ‘Platea dei beni e del feudo della Molpa’
La Greca e Di Rienzo (…), sulla cui scorta Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a p. 67 cita una Platea del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”. Sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che: “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”.
Nel 1600, il manoscritto di Luca Mannelli
Nei primi del ‘600, il monaco Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (…), lasciò scritto un anoscritto inedito e da me pubblicato dal titolo ‘Lucania sconosciuta‘, manoscritto inedito oggi conservato alla Bibilioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Il Mannelli (…) dedica due pagine al promontorio di Palinuro, la pp. 42r e 43v. Il Mannelli ne parla nel cap. X: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume e Terra distrutta, et altri luoghi convicini Cap X”.Il Mannelli in proposito scriveva che: “Ritornando al lito dopo le ruine di Velia intorno ai dodici miglia si fa incontro Palinuro famoso Promontorio per essere spesso mentonato, non pure da Poeti, mai da gl’Historici e Giografi, che scrissero di queste parti, Altre notizie ne trattai notando quel che dove sandeggiando ne tinsero, e particolarmente Virgilio restami hora discorrerne, e riferire ciò che questi stessi dissero. Strabone havendo postato di Velia soggiunse‘Post illam Promontorium extat Palinuriecc……Plinio similmente descrivendoquesto tratto nominollo, aggiungendo, che quindi sino all’estrema punta d’Italia, ove pressso Reggio fu anticamente una colonetta in riva del Mare, esanì la distanza di cento miglia Promontorii Palinuri à quò sine recedente trayectus est, ad columna Rhegia C.M. passus et a tempi moderni Abramo Ortelio attestando molti Greci, è latini disse. “Palinurus……………Plinio, Virgilio, Paterculo, Horatio, Dioni, et Straboni, Promontorius Pestani sinus, Portus dicit Alicarnasseus, de code Virgilio lib. 6 Aeneid. In quanto all’origine di tal nome, s’accordarono gli Historici cò Poeti, affermando senza dubbio alcuno gli venisse da Palinuro uno dei Piloti delle Navi di Enea, che quivi restò morto, et insepolto. Virgilio disse che questo nome sarebbe rimasto eterno a questo luoco, ma non mancò non sò dirmi la Barbarie, o la depo……. de nostri corromperlo con goffi dialetti, ò inflessione di voci per estinguerlo in eterno, chiamandolo il negro Palinuro, di qual nome si legge una fitta Marmorica Reggio il gastaldo, dicendolo Palenudo, da chi forse questo vocabolo apprese Fabio Magini, mentre così lo scrisse nella sua tavola in piano di questa Provincia. Forse sembrando loro, che questa Rocca di Sasso così alta, e spogliata d’erbe, e virgulti, rassomigliare si potesse ad un palo ignudo e ben mi reca meraviglia, che non dissero Paolo Nudo, come da rozzi Calabresi si nomina, et io posso farne testimonianza, poichè abbattutomi viaggiare con alquanti di essi, intesi, che nel discoprire lo dicevano Su Paolo ……allegramenti, che ti udimu vestivi. Dionigi di Alicarnasso conformandosi con altri in quanto all’origine di questo nome afferma per diceria l’antica fama “Qui eu Aenea navigarunt ex Sicilia per Tirenus Mare prima in Italia Stazione, habuerunt in Portu Palinuro, qui quid ea habuisse appellationem dicitur, ex uno Giuberta torum Aenee ibi mareno (p. 43v). Hora non essendo cosa nuova, che i nomi imposti automaticamente alle cose per natural proprietà, fussero poi creduti havere havuta l’origine da qualche capriccio de Poeti, àà quali come à Pittori sempre fu conceduta ogni licentiosa novità, non credo mi sia disdetto à palesare una mia speculazione, come questo nome al Promontorio naturalmente convenga in quella guisa appunto, che fu imposto al Nocchiero Capitano d’Enea insegna il Calepino chè il nome Palinuro habbia d’origine da due parolette greche………….che presso di noi suona di nuovo, et………………che di nota rovina, ò acqua, si che Palinuris significhi l’istesso, che versare l’acqua di nuovo, laonde scherzando con Paulino Marziale, leggiadremente dicendogli“Minsisti Pauline se mel corrente rovina. Meiese uis iteras iam Palinurus eris. Hora considerandosi questo Promontorio, ben si conosce, che naturalmente possa tal nome, poi chi essendo situato nel mezzo di tre picciol fiumi, sembra, un Urimi spargendo quell’acqua del Mare; Ma essendo in quella massa di scogli molte concavità e fessure, si e………che ributtandosi la marea insieme co l’onde salza, qualle acque dolci, che quivi per diviene spazio ricevendosi, di nuovo poi si riversano nel mare, sembra che ‘l Promontorio due volte dissorrida, a versi e quindi Palinuro fosse appellato.”.
(Fig…) Mannelli (…), op. cit., manoscritto inedito, pp. 42r e 43v
Il Mannelli (…) dedica due pagine al promontorio di Palinuro e della Molpa, la p. 43r. Il Mannelli ne parla nel cap. X: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume e Terra distrutta, et altri luoghi convicini Cap X”. Il Mannelli in proposito scriveva che: “Uno dei già accennati fiumicelli, che cadono nel Mare presso del Promontorio, ha nome Melfe, e con la solita corrottela dal Volgo molpa. Non però gli fu impedimento la picciolezza alla fama, essendo stato mentovato da molti scrittori, e particolarmente da Plinio, il quale rammentando questo tratto littorale, disse “Promontorius Palinury proximus huic flumen Melphes. Ma più divenne famoso poi per haver quindi ricevuto il nome da quei gloriosi Romani, ritornati da Ragugia, in Italia, che quivi dimorando Melfitani, e poi Amalfitani sorsi à gran potenza eran appellati….ecc…” si veda giù in basso la p. 43r
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(…) (Figg. 1) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiaecodex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum BibliothecaeVaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.
(…) (Figg….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (Archivio Attanasio)
(…) (Fig…..) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – RegnodiNapoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante edisegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Attanasio)
(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981
(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Benedetto Gessari, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383. Giuseppe Antonini (Centola, 14 gennaio 1683 – Giugliano, 6 gennaio 1765) è stato un geografo italiano. Giuseppe Antonini, barone di San Biase, fu avvocato ed erudito, che ha legato il suo nome allo studio della storia e della topografia della Lucania e del Cilento. I suoi studi furono trasfusi nell’opera La Lucania, Discorsi, pubblicata per la prima volta nel 1745. Nel 1745 diede alle stampe i suoi Discorsi sulla Lucania, che nel 1756 accrebbe e che nel 1790-91 il nipote Francesco Mazzarella Farao (…) ripubblicò con i tipi di Tomberli, arricchendoli di copiose annotazioni, difendendo l’opera e la memoria dell’A. dalle accuse di P. Magnoni e dei non pochi critici e detrattori. E infatti la Lucania, sfrondata dagl’inevitabili errori, si può considerare un lavoro diligente e per quel tempo pregevole per l’abbondanza del materiale storico e specie lapidario, per la prima volta raccolto ed edito.
(…) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio). Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.
(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Cozza-Luzi I., ‘NovaePatrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125.
(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.
(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.
(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, stà in ‘Studi e Testi’ 68, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1935, pag. 40 e s. (Archivio Attanasio)
(…) Borsari Silvano, Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionaleprenormanna, a cura di Biagio Cappelli, Arti Grafiche A. Chicca, 1963, stà in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, nella sede dell’Istituto, a. 32, fasc. 3-4; dello stesso autore si veda pure: (…) Borsari Silvano, Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, Napoli, 1963, ed. Istituto Italiano per gli Studi Storici (Archivio Attanasio)
(…) Martire Domenico, La Calabria Sacra e Profana, ed. Migliaccio, Cosenza, 1877, s. I, pp. 151-152; vedi pure p. 274
(…) Rocchi Antonio, La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, buona traduzione della ‘Vita di S. Nilo’ scritta dal suo biografo.
(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)
(…) Rohlfs Gerald, Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; dello stesso autore si veda anche ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle- Milano, 1932, ss. I, introd., p. 34
(…) Blanc Alberto Carlo, Industrie Musteriane e Paleolitico superiori nelle due fossili e nelledune fossili e nelle grotte litoranee del Capo Palinuro, in Atti della Reale Accademia d’Italia. Rendiconti, fasc. 10, Roma, 1940, pp. 602-16; oppure si veda anno VII, fasc. 1, 1940
(…) Romanelli Domenico, ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, Napoli, 1815, p…, stà in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di Ferdinando La Greca, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 2000 (Archivio Attanasio)
(…) Strabone (Strabonis), Geographia, libro VI, p. 253
(…) Virgilio, Eneide (Aeneis), libro V, 833-71, libro VI, 337-83
(…) Licofrone, ‘Alexandra’, 722
(…) Alessio G., ‘La sirena Ligea e l’antica Terina‘, in ‘Almanacco Calabrese’, 1958, Roma, 1958, pp. 19
(…) P. Zancani- Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.
(…) Pesce Carlo, ‘Storia della città di Lagonegro‘, Napoli, 1914, p. 189 (Archivio Attanasio)
(….) Fulgenzio Planciade Fabio (Fulgentii), ‘De continentia Vergiliana, …………….; riguardo questo testo il Cappelli consiglia di vedere D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, I, p. 136 n. 3
(…) Migne, ‘Patrologia Graeca‘, coll. 20 e 77, trad. A. Rocchi (…), Roma, 1904, cit., pp. 4 e 61, vedi pure col. 60 (nel Rocchi, p. 40)
(…) Traversi Carlo (ten. col. dell’I.G.M. di Firenze), Il Capo Palinuro, in “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, anno XXXVII, n. 5 sett-ott., 1957 (Archivio Attanasio)
(…) Sestieri Paolo C., Scoperte archeologiche in Provincia di Salerno, estratto dal ‘Bollettino d’Arte’ del Ministero della Pubblica Istruzione n. IV – Ottobre-Dicembre 1948 – ed. Libreria dello Stato Roma, 1948 (Archivio Attanasio)
(…) Iannone Massimino, ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX– Elementi documentati di storia’, diritti riservati dell’Autore, 2016 (Archivio Attanasio)
(…) Sacco Francesco, Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, ed. Flauto, Napoli, 1795 (Archivio Attanasio); si veda su Centola, vol. I, p. 290
(…) Visconti Pietro, Paesaggi Salernitani, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, v. p. 122 (Archivio Attanasio)
(…) Granito Eugenia , ‘Archivio di Stato di Salerno, mostra documentaria: “I confini della fede – luoghi di culto, istituzioni ecc..’, Mostra 29 marzo – 30 dic. 2000 – Catalogo, Salerno 2000 (Archivio Attanasio), vedi pp. 13-14; si veda pure dello stesso autore: “Archivio Carafa di Castel San Lorenzo”, stà in ‘Archivio di Stato di Napoli – Archivi Privati- Inventario sommario’, vol. II a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1967, p. 221 (Archivio Attanasio)
(…) Barra Francesco, ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Ferdinando Galiani e la Badia di S. Maria degli Angeli di Centola” stà in “Il Picentino”, a. CX, nn. 1-2, gennaio-giugno 1975, pp. 13-19.
(…) Cammarano Giovanni, “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993 (Archivio Attanasio). Riguardo il Cammarano il Barra (…), nella sua nota (13) a p. 67 postillava che: “Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”.
(Fig….) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199.
(…) Lenormant Francoise, La Grande-Grèce, Cosenza, ed. Casa del Libro, 1961 (Archivio Attanasio)
(…) Cluverio Filippo, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.
(…) Amari Michele – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition. Il testo di Amari e Schiapparelli, può essere scaricato dal sito: https://ia802604.us.archive. org/16/items/litaliadescritta00idrsuoft/litaliadescritta00idrsuoft.pdf. , che resta un’ottima traduzione del testo arabo scritto da Edrisi.
(…) Rizzitano U., ‘Edrisi,Il Libro di Ruggero’, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92;
(…) Jaubert, 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo
(….) Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010
(…) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79 (Archivio Attanasio)
(…) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972, tav. XVII
(…) Cavalcanti P.L., ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 43 (Archivio Attanasio)
(…) De Giorgi, ‘Guida dell’Italia‘
(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costacilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p…..
(…) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (…) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca,Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana delMannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21 (Archivio Attanasio)
(….) Trattasi del già citato portolano pubblicato da B. R. MOTZO sotto il titolo: Il Compasso da Navigare, opera italiana detta metà del secolo XIII, stà in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Cagliari, voI. VIII, 1947, pag. 166; la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Debanne A., Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011, pag. 48. la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Deban- ne è la pagina n. 17 r (Fig…..)
(…) La Greca Fernando e Vladimiro Valerio, Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano. Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2013; in questo testo si parla delle carte conservate alla Bibilioteca Nazionale di Francia, molto simili a quella da me scoperta e pubblicata (Archivio Attanasio)
(…) Gaetani Rocco. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dallastoria lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. GaetaniRocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli – in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archicio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel 1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. Buona lettura.
(…) Napoli Mario,
(….) (Fig…..) tratta da Brotton J., Le grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53 (Archivio Attanasio)
(…) (Fig…..) La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII alXVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, pag. 193, 1 foglio in pergamena, ms, 500 x 1050 mm, Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia, sotto la seguente collocazione: “Cartes et Plans, Res. Ge B 1118”. La Carta Pisana è stata riprodotta in questo libro (Fig……), Tav. I. La carta è stata riprodotta anche da Almagià R. (…), op. cit., tav. III, p. 3.
(…) Almagià Roberto, Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medievali, stà in ‘Monumenta Italia Cartographica’, I.P.S., Firenze, 1929, Edizioni Forni, p. 67 (Archivio Attanasio)
(….) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella Rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1979, LIII, n. 3 Firenze
(…) La ‘carta Pisana’. La più antica carta nautica giunta fino ai nostri giorni è, la carta nautica detta ‘Carta Pisana’. Della ‘Carta Pisana’, non si conosce con sicurezza la datazione e il nome dell’autore ma si ritiene essere stata elaborata e redatta a Genova, intorno alla metà del XIII secolo (metà del ‘200), da Bracchisio Motzo. L’originale pergamenaceo, risale ed è datato all’anno 1290 circa. E’ una pergamena, manoscritta ( non a stampa) di dimensioni: mm. 1050 x 500, il cui unico esemplare è conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, e pubblicata in Les Portulans: cartes marinas du XIII siecle/ par Monique de La Roncière et Michel Mollat de Giardin, Fribourg, Office du Livre, 1984. Essa viene definita pisana perchè rinvenuta a Pisa. Le studiose De La Ronciere e Mollat Du Jourdin, su un loro libro sui portolani (…), a proposito della ‘Carta Pisana‘, così si esprimevano: “Disegnata a penna su un foglio in pergamena ( manoscritta su pergamena), questa prima carta nautica riesce a dare con grande esattezza di proporzioni iltracciato delle coste e delle isole del bacino del Mediterraneo…. Come tutti i documenti di questo tipo, i nomi dei porti sono scritti perpendicolarmente e all’interno della linea di costa, alcuni in nero (come ‘Sapra’), altri considerati più importanti, inrosso” (come Policastro). E’ la più antica carta nautica giunta fino ai nostri giorni. Anche il più antico portolano conosciuto, denominato Compasso denavegareè stato realizzato in Toscana e, risale allo stesso periodo. Nella carta Pisana è rappresentata l’area del Mediterraneo e il Mar Nero, dove i toponimi o le località con un porto o approdo, sono fitti e perpendicolari alla costa, parti in colre nere e parti in colore rosso, forse a testimoniarne l’importanza. Nel collo della pergamena è di-segnata la scala delle distanze. Il disegno della costa, poggia su un fitto reticolo di rombi che si intersecano a partire da punti di intersezione regolarmente distribuiti, che forma-no due circonferenze tangenti, l’una nel bacino occidentale e l’altra in quello orientale. L’insigne studioso di cartografia antica Roberto Almagià (5), nel suo studio, in proposito così si esprimeva: ” il più antico monumento di (cartografia nautica medioevale) giunto fino a noi, è così detta ‘Carta Pisana’, la quale è sicuramente di fattura genovese ( l’appellativo ‘pisana’ deriva dalla famiglia che la possedette ) ed appartiene al penultimo decennio del secolo XIII. Un prodotto che rappresenta la coordinazione dei rilievi dei mari onde si compone il bacino del Mediterraneo, fatto ad uso dei naviganti, con l’indicazione ldel contornocostiero, degli approdi, ecc..” (…). A proposito della datazione della carta Pisana è Brancaccio (…) che, parlando dei toponimi segnati sulla costa pugliese della ‘Carta Pisana’, citando il porto ed il toponimo di Siponto (la città distrutta da un violento terremoto nel 1223 e, parlando di “Manfredonia (il toponimo Manfredonia, la città fondata nel 1256 da Manfredi, rafforza la posizione di quanti hanno sostenuto che la Carta Pisana risale alla seconda metà degli anni Settanta delsecolo XIII)”. La datazione della Carta Pisana ad una data successiva a quella del 1223 è condivisa da molti. De La Ronciere (…), la data intorno al 1290 circa. Certo l’ipotesi di retrodatare la ‘Carta Pisana’ non farebbe che farci piacere perchè con essa verrebbe a retrodatarsi la presenza di Sapri.
(…) (Fig….) è stata pubblicata anche recentemente da Vito Salierno, Il cartografo di Soli- mano – i porti italiani nel Kitab-i Bahriye dell’ammiraglio turco Piri Reis, stà nella rivista ‘Charta geographica’, n. 90, vol. 2, anno 16, 2007, Padova, p. 19; si veda pure: Brotton J., Le Grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pp. 90-91-92-93. Si veda pure: Monique de la Roncière e Michel Mollat, Les portulans: cartes marines du XIII au XVII siècle, Parigi 1984, e dello stesso autore: De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, tav. n. 28 a colori e, commento alla tavole, pagg. 211-212 e tavole 35-36 e commento alle tavole del Kitab-i Bahriye, pp. 218-219. I due autori francesi, nel commento alle tavole, pubblicano due dei 224 fogli in pergamena an- nessi al Kitab-i Bahriyye, fogli in pergamena manoscritte miniati, 350 x 460 mm., conser- vati alla Biblioteca Nazionale di Parigi, Ms turc Supplement 956.
(….) Napoli Mario, ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969, ristampa ed. Eurodes
(…) Ambrosoli Francesco, Collane degli antichi storici greci volgarizzati, Milano, 1833, su Strabone, vedi vol. III, pp…..
(…) Caffaro Adriano, Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti, Palladio Editrice, Salerno, 1989 (Archivio Attanasio)