L’Abbazia di S. Pietro di Licusati, antico cenobio basiliano, in seguito benedettino

Licusati

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio).

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci sorti nel basso Cilento, come ad esempio quello di San Pietro a Licusati.

Urb.gr.82,

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).

Licusati (‘li Cusati’)

Frazione del comune di Camerota situata ai piedi del monte Calvario, immersa in una vallata di uliveti da cui si estrae il prodotto tipico del paese rappresentato dal pregiato olio di oliva. Il centro abitato è dominato dalla chiesa di San Marco risalente al 1746, di stile barocco che custodisce importanti opere d’arte tra cui un busto ligneo di San Marco ed una tela posta alle spalle dell’altare, dedicata ad Orazio Parlati del 1750. Le strade del centro storico alternate da stretti vicoli e arcatelle, presentano edifici magnifici come Palazzo Crocco datato al 1550, preceduto da un arioso piazzale e Palazzo Sofia. Le sue origini storiche risalgono al decimo secolo nel medioevo quando il Cilento era un territorio di confine fra la provincia (tema) greco-bizantino della Calabria dell’impero romano di Costantinopoli al sud e il Principato longobardo di Salerno al nord. Il territorio era di importanza strategica e rimaneva così per secoli, come si vede al tempo della Guerra dei Vespri Siciliani (1282-1302) quando il Cilento era la fronte di battaglia per l’esercito di cavalieri e fanteria fra la Calabria e il Salernitano. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: Sul suo territorio sorse quell’aggregato di case, detto Licusati, (nei documenti però è disegnato col nome di Cosati, Cusato o Cussato, ed anche nella particella ‘de’ premessa), non perchè ecc..”. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati.

Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Rivello di Ravaschieri, Lauria del Duca di Cerasano, Lago negro del Regio Fisco (21); Policastro città Marittima di Francesco Carafa col titolo di Conte, che fu distrutta da Barbarossa gran corsaro di Turchi, nella quale non si vede altro che la Cathedrale ristorata (22). Casella de’ Stefani, Rofrano di Farni, che ha prodotti huomini di eleganti ingegno, come fu in particolare quel famoso Padoano Goglielmino, nominato da Gaimo Greco nel libro de medendis Febribus, da Donato Antonio Altomare, che fu medico di Monteforte (23). Rocca Gloriosa d’Affitti. Pisciotta distrutta detta da Strabone Pixunctum dalle cui reliquie fu edificata la nuova Pisciotta hora di Pappacodi, col titulo di Marchese. Cuccaro, Novi e Gioj, di Pignatelli Duca di Monte Leone. Molpa Città Eccellintissimo di Gregorio XIV e suo figlio Vicelegato di Ferrara; Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), e li Cusati dell’antedetto Marchese, dove fu edificata dal nominato Rogiero la Chiesa di Santo pietro a divozione del Vaticano, e fu poi dalla Famiglia Gesualdo dotata di molti poderi con il titulo di Commenda, soggette a se alcune Parrocchie nelli Vescovati di Capaccio e Policastro, hora dominata dall’antichissimo, e nobilissimo Capitolo detto Vaticano.”. Bracco, a p. 38, nella nota (22) postillava: “(22) Veramente le aggressioni turche della città – oggi Policastro Bussentino – furono due, e la seconda, capeggiata da Dragut Pascià nel 1552, gettò l’abitato ‘in ingentem rogum’ (cfr. P. Natella – P. Peduto, Pixous-Policastro, in “L’Universo”, LIII, 1973, p. 515 seg.).”. Bracco, a p. 38, nella nota (22) postillava: “(22) Sulla cattedral di Policastro, “un’antica tricora, denunciata chiaramente sia all’esterno…sia all’interno, del tutto rimaneggiato in età barocca ed anche più tardi”, cfr. A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Napoli, ESI, 1967, p. 541 seg.; e inoltre P. Natella – P. Peduto, op. cit., pp. 516-520″. Bracco, a p. 39, nella nota (23) postillava: “(23) “Padovano Guglielmini fu da Rofrano, e per la perizia nella medicina è celebrato da Raimondo Greco, e da altri Autori di questa professione”, scriverà il Volpi (Cronologia, p. 294). E’ il Volpi medesimo che dà qualche notizia su Domenicantonio Altomare, citato dall’Eterni per aver ricordato il Guglielmini. Dalla disposizione cronologica che il Volpi assegna al suo elenco si desume che il medico di Rofrano visse nel Cinquecento.”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro, fu centro indigeno, su cui si stese il controllo greco. Nel sesto secolo a.C. goderono uniti di una propria zecca operante come emanazione di Sibari. La moneta nota, di cui si conoscono alcuni esemplari, è uno statere d’argento incuso, che mostra un cinghiale in corsa, al di sotto del quale è sul dritto la scritta PAL e sul rovescio la leggenda MOL, con evidente riferimento ai due abitati (cfr. P. C. Sestieri, in Greci e Italici in Magna Grecia (Atti del I Convegno di Taranto), Napoli, 1962, pp. 276 seg. e N. F. Parise, in ‘Economia e società della Magna Grecia (Atti del XII Convegno di Taranto), Napoli, 1972, p. 106 e p. 111.). Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato. L’attribuzione, “contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, non ha il sostegno di alcuna citazione classica” (E. Magaldi, Lucania romana, I, Roma, Istituto di Studi Romani, 1947, p. 64 e p. 281); anzi le fonti antiche, che parlano di “agri amoenissimi” (Eutropio, X, 2, 3) e che per giunta son tra loro discordi nell’attribuire la villa alla Campania o alla Lucania, fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione (cfr. V. Bracco, Salerno romana, Salerno, Palladio, 1979, p. 121). “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); il luogo di Molpa, lungo il profilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e scomparso. Similmente il fiume Melpa pare che sia da identificare nel Lambro (cfr. E. Magaldi, op. cit., p. 31 e p. 36). Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: neabbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102. Leggo poi che nel 1484 “i 6 fuochi di San Serio, già abitanti in Molpa distrutta dai mori e dimoranti in ‘pagliare’, per la loro estrema povertà venivano proposti al re…. per l’esenzione da ogni pagamento” (A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, a cura della Camera di Commercio, Salerno, 1956, p. XII). Quanto alla famiglia Marchese, insignorita su Camerota, su di essa si diffonderà nel Settecento il Gatta (cfr. Gatta, Memorie, pp. 292-294).”.  

L’antico cenobio italo-greco di San Pietro di Licusati e ‘Abbatia dal titolo S. Petri de Cusato’ (Licusati)

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(Fig…) Cenobio di S. Pietro a Licusati

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(Fig…) L’Abbazia di S. Pietro a Licusati. Immagine tratta da La Greca (…)

La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di “Santa Maria dei Martiri a Lentiscosa”, non dice nulla sull’antico Monastero di S. Cono di Camerota, ma a p. 278, ci parla di “Caritone (Iconio, III secolo; Betlemme, 350”A lui si attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche che passarono nel ‘Typicon’, ossia nel formulario di San Sabae del monastero costantinopolitano di Stoudion, anche ad opera di Sant’Eutimio il Grande, di San Teodosio il Cenobriarca. Da giovane, sotto l’Imperatore Aureliano, ecc..ecc..”.

Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc... Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che a Camerota e a Rivello vi erano due abbazie minori di basiliani. Il Laudisio scriveva che a ‘Camerota’ vi era l’Abbazia minore di basiliani quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, l’Abbazia minore di basiliani di San Pietro che io dico essere quella di Licusati, secondo il Laudisio doveva essere stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata “nella zona di Tuscolo presso Roma”. La notizia è interessantissima. Ma cosa significa questa notizia ?. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II° ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”. Ma di queste citazioni e autori parlerò in seguito. Cercherò di chiarire la prima questione che è quella che il Laudisio errava dicendo che il monastero di San Pietro fosse a Camerota perchè in realtà egli si riferiva al monastero poi Abbazia di San Pietro di “Cusati”, ovvero Licusati che, ad un certo punto della storia passò insieme a Rofrano ed altre Abbazie di pertinenza della Diocesi di Capaccio e non della Diocesi di Policastro. E’ per questo motivo che il Laudisio lo pone a Camerota perchè solo dopo passò di nuovo alla Diocesi di Policastro. Il Laudisio scriveva di ‘Camerota’ anche sulla scorta dell’Ughelli (….) e del Lubin (…). Infatti, Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, scriveva in proposito a Licusati che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”, come si può vedere nell’immagine sotto tratta da p. 117 del Lubin (…):

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(Figg….) Lubin Agostino (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis, ut refertur in Codice Taxarum Camerae Apost. apud Ughellum. to. (tomo) 7. pag. 940 vocatur S. Petri de Licusati, & dari solita est in Commendam; vulgo ‘li Cosati’ Vicus Regni Neapolitani in Provincia Principatus Citerioris dicta, decem pass. mill. Polycastro distans, versus Occidentem, & miliario à Camerota, versus Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin (…), nel 1693 scriveva che: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis“. Dunque, il Lubin (….), la chiamava Abbazia di S. Pietro di “de Cusato” appartenente all’Ordine dei Premonstratensi. I canonici regolari premostratensi (in latino Candidus et Canonicus Ordo Praemonstratensis) sono un ordine canonicale di diritto pontificio: i religiosi, detti anche norbertini, pospongono al loro nome la sigla Ordine Praemostratensis. Infatti, nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento cita i: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”Domenico Martire (…), dopo aver parlato dei Monasteri soggetti al monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), citava ben due monasteri a Rivello: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Ruggero al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella Vita di S. Nilo di Rossano: 7. S. Pietro di Rivello”. Dunque, secondo Domenico Martire, la grangia dipendente dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, a Rofrano, era il monatero di S. Pietro di Rivello e non di Camerota o di Licusati.

martire, p. 150

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Ora posto che in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…), sebbene abbia scritto impropriamente “di detta Terra di Camerata”, riferendosi al casale di Camerota, si riferiva al nostro monastero in origine italo-greco e poi in seguito divenuto benedettino detto di S. Pietro di Licusati. Il Martire (…), cita anche Pietro di Lucca e la suaHistoria del Monastero di S. Giovanni a Pero’. Il Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: ecc..”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Il Parroco locale (13) assicura che di tutto ciò è conferma nella chiesa romanica a tre navate, nelle notizie dell’Ughelli (14).”. Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Sempre il Cataldo, parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, diceva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che nel 1804, il Giustiniani (…), segnalò che “E’ notizia però che tra le “minores Abbatiae Basilianae, una S. Petri (dipendesse) Archimandrite S. Mariae de Cryptae Ferrata in Tuscolano, apud Roman.”. Ebner (…), nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, V, Napoli, 1802, p. 269.”. Ebner (…), nella sua nota (…), postillava che la notizia era tratta da Giustiniani (…), tomo V, Napoli, 1802, p. 269, nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, dove si salta completamente la lettera ‘L’ ma non abbiamo trovato nulla su Licusati. L’Ebner, scrive che il Giustiniani (…), dice di ‘Licosati’ o ‘Licusati’. Pietro Ebner (..), citava il  Giustiniani (…) che segnalava che l’abate di S. Nazario, vicario locale pro-tempore del romano Capitolo di S. Pietro, esercitava una certa giurisdizione episcopale oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco (v. vol. I, cap. V, 4, p. 269 (è errato la pagina è la 154)). Ebner (…), nella sua nota (…), postillava che la notizia era tratta da Giustiniani (…), tomo V, Napoli, 1802, p. 269, nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, dove si salta completamente la lettera ‘L’ ma non abbiamo trovato nulla su Licusati. L’Ebner, scrive che il Giustiniani (…), dice di ‘Licosati’ o ‘Licusati’ : “Vi esiste un monistero di ‘Basiliani’ con una chiesa badiale (…) di ‘S. Pietro di Cusati’ fondata circa la fine del IV secolo dagli discepoli di S. Basilio, che dall’oriente vennero a propagare nel Regno il loro istituto cenobitico..”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 103 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il territorio di Lentiscosa è stato colonizzato a partire dal IX secolo dai monaci basiliani che possedevano vasti territori e una chiesa intitolata a San Martino e un’altra fabbrica, più vetusta, sotto il titolo di S. Maria de li Piani, oltre a un’ottantina di terreni per un totale di oltre 323 tomoli. Essendo questi monaci della badia di S. Pietro (vedi Licusati) di rito greco e proprietario di gran parte del territorio, il paese non è citato nella famosa bolla di Alfano del 1067. Più che l’attuale paese, era conosciuto e frequentato il suo porto alla cui guardia, in epoca angioina, fu eretta una torre, detta Anforisca, alla cui cura erano tenuti sia gli abitanti della baronia di Camerota che di S. Giovanni a Piro (1279). Nelle carte Vaticane e in documenti notarili della stessa epoca il nome era ‘Lanfrasca’ e a Fisco, da cui poi in epoca successiva Rinfreschi, Linfreschi e oggi Infreschi. Ecc…”Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1), ho detto altrove (2) e dirò a proposito di S. Giovanni a Piro (v.). Il villaggio era attiguo alla badia di S. Nicola, con quella di S. Pietro di Licusati, ‘nullius dioecesis’ fino al 1850. Notizie che mancano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Ebner (…), nella sua nota (4) di p….., postillava di Ughelli, ‘Italia Sacra’, tomo VIII, p. 726. A Licusati oltre al Castello di Montelmo (vedi Fig…), troviamo i ruderi del Cenobio italo-greco di S. Pietro, nell’attuale cimitero dove si conservano ancora le sue mura, che fu per un periodo anche monastero augustiniano dei Premostratensi. Culturalmente i monaci guardavano alle tradizioni greco-siriane-palestinesi e di Alessandria della patristica orientale come San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, e San Gregorio Nazienzeno. Se disponevano di un’équipe di amanuensi, come nella vicina San Giovanni a Piro, disponevano anche di loro libri scritti nella lingua greca (koinè) del medioevo. Il codice monumentale da San Giovanni a Piro dal 1020 è adesso nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; le ‘scriptoria’ monastici del Cilento erano di alto livello artistico e in sintonia con l’arte contemporanea tanto bizantina quanto beneventana e araba. La moderna storiografia professionale ha archiviato l’opinione diffusa 50 anni fa che c’era una politica aggressiva di latinizzazione dei monasteri italo-greci nel Mezzogiorno nell’XI e XII secolo. L’importante era solo che le chiese secolari episcopali riconoscevano la giurisdizione canonica di Roma invece di Costantinopoli. Il vescovo di Policastro poteva ordinare preti latini sia greci. I candidati potevano essere sposati, come previsto dalla disciplina bizantina, ma essenziale era che il candidato sapesse leggere e scrivere. (vedi la Bolla dell’arcivescovo Alfano datato 1079 che ricostituiva la diocesi). Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, a p. 232, così in proposito scriveva che: “Abbadia di S. Iconio o Abatie Sancti Conj o San Cono o San Conore, a Camerota, (3 b), 346 slm, cenobio basiliano sul pendio S. Iconio, sito a sud della collina Malaspina, e a ovest del monte Sant’Antonio. I ruderi si incontrano sull’antica strada per Palinuro che parte a Sud del Ponte Sant’Angelo a Camerota e va verso occidente discendendo il Mingardo. La località è detta anche Difesa. L’Ebner parla di monastero italo-greco e di numerosi insediamenti rupestri di anacoreti basiliani, da ricondurre alla prima fase o degli asceteri (Ebner IV 581). Secondo alcuni sorge intorno all’896 insieme a San Pietro di Licusati, secondo altri la fondazione risale agli anni 750-775 ad opera di basiliani dall’Epiro (D’Angelo 12). Il vescovo di Policastro, Laudisio scrive che nel 1065 oberto il Guiscardo espulse dalla Calabria e dalla Puglia una ‘Turba Graecorum plurima’ e si rifugiò all’abbazia di San Giovanni a Piro e ‘….ad alteram S. Coni Camerotae (Laudisio 34) dove è probabile ci fosse già un’antica laura. I Normanni donarono poi la zona denominata Difesa ai basiliani. Alla Santa Visita del 1457/58 risulta in possesso di quattro codici miniati e di un ‘evangelario mirabile’; insieme alla chiesa di San Pietro a Licusati e alla più antica chiesa di San Giovanni a Piro compone il triangolo della Trinità, venerata nel rito greco, (Cappelli 399, Ciociano III 29, Cirelli 138, . Volpe 183). Ecc..”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi. Quella di Licusati, di cui conviene parlare, ebbe un periodo di particolare splendore. Ricca di beni, (fu oggetto perciò di cupidigia, come già detto, da parte del vicino feudatario del secolo XIV), aveva rendite a Licusati, Camerota, Bosco ed altre parti. Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi. Ecc..”. Pietro Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, parlando del Monastero di S. Nazario, scriveva che: “La dimensione fondiaria si desume da una platea del 1613 che a sua volta si richiama ad un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perchè non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti dai verbali delle visite pastorali. L’Abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti….Le ubicazioni dei predetti cenobi confermano la tipologia delle fondazioni religiose italo-greche, spesso confederate anche se autonome e ubicate a distanze ravvicinate per ragioni di sicurezza e di mutua assistenza. Abbazie poi tutte passate al rito latino, eccetto quelle visitate dall’archimandita Atanasio Calkeopilo, e concesse in commenda, esiziale per i patrimoni dei cenobi, in quanto gli abati commendatari gestivano la proprietà a mezzo loro incaricati, la cui unica preoccupazione era quella di accrescere le entrate e di soddisfare i propri interessi personali.”. Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 154 del suo vol. I, cap. V, postillava che: “(12) P. Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980.”. ‘RSSR’ stà per ‘Ricerche di Storia sociale e Religiosa’.  L’Ebner nell’altra sua nota (5) del vol. II, a p. 118, sulla ‘platea dei beni’, postillava che: Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980 (Ricerche di Storia Sociale e Religiosa), Napoli, 1979, p. 163 e ss.”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, sull’Abbazia di San Pietro di Licusati, a p. 234, non dice delle donazioni ma parla delle chiese a lui soggette e dice: “Affermatosi economicamente e culturalmente, il monastero era esarchico pechè sottratto alla giurisdizione vescovile. Alla badia erano soggette le chiese di San Pietro e San Nicola a Licusati, le cappelle di S. Maria Maddalena, di S. Biagio, di S. Vito con annesso ospedale in Camerota, di San Giuliano e Sant’Antonio a Lentiscosa, di Santa Maria nel porto di Palinuro, di San Nicola a Bosco.. Giovanni Ciociano (….), che nel suo “Storie Camerotane”, a p. 20, in proposito scriveva che: La seconda posta a nord, nord-ovest del monte Cuppa, alla estremità della vallata ubertosa, è consacrata a S. Pietro. Badia ricca di beni e di rendite, esercita la sua giurisdizione sopra un vasto territorio, e da essa dipendono le chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, le cappelle di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino, S. Vito con annesso ospedale in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio a Lentiscosa, S. Maria a Palinuro, la parrocchia di S. Nicola in Bosco, edificate dagli stessi monaci. Come la chiesa di S. Daniele Profeta, ad una sola navata con dieci cappelle, di rito greco fino al XVIII secolo. Quasi completamente crollata, si riedifica, nel 1797, con rilevanti modificazioni, per la somma di ducati 1.200, ricavati dalla vendita, per decisione popolare, degli ‘ex voto’ e dal contributo, in ragione di ducati 500, del vescovo di Policastro, mons. Ludovico Ludovici. Ecc..”.

Nel 1022, l’Abbazia di “S. Cecilia ad Eremiti” di Castinatelli ed il monastero o cenobio di S. Nazario

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: “Nella vicina Eremiti vi era la nota abbazia di S. Cecilia del 1022. L’Antonini (I, p. 336) afferma di averne consultata l’originale pergamena di fondazione scritta in greco. Ai piedi della semidiruta facciata sono ancora visibili i grossi occhi di bue, attraverso i quali penetravano nella chiesa coloro che vi cercavano asilo. A S. Nazario vi era l’omonimo monastero, culla della Congregazione niliana, dove appunto Nicola da Rossano, il futuro S. Nilo, aveva vestito l’abito monastico. A Laurito vi è tuttora la chiesa di S. Filippo d’Agira con pregevoli affreschi. Nel territorio di Laurino vi era la chiesa S. Maria di Vita, grancia del monastero di S. Pietro al Tomusso di Montesano, il quale possedeva a Sanza la chiesa di S. Maria di Siripi. A Roccagloriosa vi era la chiesa di S. Maria greca e quella di S. Maria dei martiri, mentre a Policastro vi era certamente anche quella di S. Matteo. Etc..”. Sempre l’Ebner (…), a p. 154, vol. I, in proposito scriveva di una Platea dei beni riferendosi all’Abbazia di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva pure: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge da documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco. La dimensione fondiaria del primo si desume da una platea del 1613 che a sua volta si richiama a un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perché non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti nei verbali delle visite pastorali. L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (km. 5) etc…”. Pietro Ebner, a p. 154, nella nota (12) postillava che: “(12) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo’, “RSSR” 1980″. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 699 parlando del casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “Va segnalato che nella platea (1613) della propretà dell”Abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati), i beni dell’abbazia di S. Cecilia di Castinatelli (1) sono elencati alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario circa un tratto di balestra” (3).”. Ebner, vol. II, a p. 699, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. nella mia Storia cit., p. 547 sgg. (S. Cecilia degli Eremiti).”. Ebner, a p. 699, nella nota (2) postillava: “(2) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia’, cit., p. 181 sgg.”. Ebner, a p. 699, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. quanto ho detto alla voce S. Nazario sui beni dell’abbazia”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg. Inoltre va segnalato che i “bona et stabilia et demanialia” dell’abbazia di “S. Cecilia degli Eremiti” di Castinatelli sono elencati in una platea (1613) dell’abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati) proprio nel comprensorio di S. Nazario (“predictae Abbatiae Sancti Nazarii”), la quale, per la Commissione designata per la compilazione della platea, era descritta “distante dal Casale di S. Nazario circa un tratto di Balestra”. Beni costituiti da tomola 178.7 di seminativi; 417.7 di arborati; 104 di improduttivi; 35.2 di vigneti; 18.6 di orti; 283.4 di boschi; n. 4 difese e altri terreni improduttivi. Alle notizie sulla chiesa del villaggio va aggiunto quanto scrisse di essa mons. Siciliani nella sua relazione ad limina nel 1867. Etc…”. Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Il feudo fu poi venduto nel 1496 da Ferdinando II a Giovanna d’Afflitto. S. Biase, con altri casali tra cui S. Nazario, fu concesso (N Q f 169) da re Ferrante nel 1463 al genero Antonio Piccolomini di Aragona, duca di Amalfi. Cuccaro posseduto nel 1445 da Francesco Sanseverino era poi pasato a Barnaba Sanseverino etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario culla della Congregazione niliana, è, senza dubbio, il più importante tra tutti i monasteri italo-greci sorti nel territorio dell’odierno Cilento. Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che poprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) per vestirvi l’abito monastico. L’origine di questo cenobio, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Si spiega così la presenza a S. Nazario (4) del giovane patrizio di Rossano che, per essersi rifugiato in un monastero dell’eparchia, aveva provocato le rimostranze della moglie (Bios, 11-13) e dei parenti nonché l’intervento dello stratega bizantino. Costui minacciò che “sarebbe stata tagliata la mano” (Bios, 16) a chiunque avesse osato tonsurarlo. Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi”(5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che:  “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), ove la tradizione vuole che S. Nilo vi avesse fondato una chiesa dedicata alla Vergine, detta poi di Grottaferrata (7).”. Ebner, a p. 574, nella nota (7) postillava che: “(7) Sull’abate Leonzio del documento di Ruggiero II, v. Giovannelli cit., p. 134 sg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Sia sull’abbazia che del casale sappiamo ben poco fino ai primi del XVI secolo, fino a quando cioè documenti sicuri affermano che il luogo era nella giurisdizione spirituale del vescovo di Capaccio (8). Le notizie in nostro possesso non ci forniscono elementi sicuri circa il rito praticato nella chiesa di quel cenobio, sappiamo di certo che la decadenza dei monasteri italo-greci continuò sotto la dominazione angioina e aragonese, specialmente con il diffondersi dell’istituto della commenda. Nel ‘400, però, sacerdoti di rito greco officiavano a Ceraso e a Cuccaro. Nel 1463 re Ferrante (N Q, f 169) donò S. Nazario al genero Antonio Piccolomini, duca di Amalfi, pi escluso dalla donazione che costui fece a G. Battista Saracino (N Q, f 98). Etc….che il duca aveva fatto di S. Nazario ed Eremiti un suffeudo, poi venduto a Giovan Alessandro Loffredo (10). Etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Poiché Pio IV con la bolla del 1564 trasferì S. Nazario ed Eremiti sotto la giurisdizioe del Capitolo di S. Pietro di Roma, è da presumere che la badia, culla della Congregazione niliana, sia stato probabilmente riconosciuto un ruolo diverso.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333) che calando da S. Mauro la Bruca “verso Tramontana in basso luogo su di un fiumicello, viene il casale di S. Nazario. Etc….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino e aver accennato a un certo monaco (Nantaro) che avrebbe poi donato la cella da lui elevata all’abate anzidetto, indugia (p. 334) sull’arrivo colà di Nilo da Rossano. Conclude affermando l’infondatezza delle ipotesi che attribuiscono la fondazione del casale ad epoca successiva all’arrivo di S. Nilo nel luogo, mentre ritiene valida l’opinione di p. Lubin che ne attribuisce invece la fondazione ai seguaci di S. Basilio.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 334, secondo il Di Stefano, nella nota (1) postillava che: l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV.“, che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. L’Antonini, nel Discorso VI, a pp. 333-334 scriveva che: “Il Casale di S. Nazario…..Siccome vidi alcune carte fattemi leggere dall’Abbate Varese Canonico di S. Pietro di Roma, riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV. Egli fondò questo casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia ch’oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche del vicino casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon nel libro degli Annali Benedettini scrive, che prima era una cella fondata già dal monaco Nantaro, il quale la donò all’Abbate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. add. III. etc…etc…”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Il Di Stefano scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro.”. Il Di Stefano cita ancora l’Antonini. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati.

Nel 1033, il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Obedientia Sanctae Catarinae'”, tra Molpa e Pisciotta (località “Pantana”), vicino Caprioli

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Dunque, il barone Giuseppe Antonini parlando di Pisciotta cita un documento dell’anno 1033. Da dove provenisse la notizia citata dall’Antonini non ci è dato sapere. Antonini cita due notizie. La prima è quella di un documento dell’anno 1033 e l’altra è quella di una chiesa “Obedientia” di S. Caterina che viene citata nel documento del 1033. L’Antonini introduce la notizia del documento del 1033 e della chiesa di S. Caterina citando l’autore di una Relazione redatta dal notaio Giovanni Antonio Ferrigno, originario di Pisciotta. Infatti, sempre a p. 330, l’Antonini scriveva che: “Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. . Dunque, l’Antonini scriveva che l’area di Caprioli e di Pisciotta, un tempo apparteneva alla città di Molpa che, secondo una cronaca del tempo pare sia scomparsa definitivamente a causa dell’incursione barbaresca dell’11 giugno 1464. Di questa incursione e dei territori interessati ne parla la Relazione del notaio Ferrigno. L’Antonini, a pp. 330-331, nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Su questa relazione e le notizie storiche in essa contenuta ho parlato in un altro mio scritto. Sull’antico documento del 1033, ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti. In località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare) vi era un tempo (a. 1033) un piccolo monastero con la chiesa di S. Caterina (S. Caterina santa greca) nota come “obedientia Sanctae Caterinae”. Riguardo la relazione del Ferrigno o Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Dunque, secondo la Relazione del notaio Giovanni Antonio Ferrigno (….), originario di Pisciotta, citato dall’Antonini, un documento dell’anno 1033 menzionava la “Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”, che si trovava alla Molpa “in località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare)”, che Ebner chiama “La Panta”. La chiesa ed il piccolo Monastero di Benedettini si trovava non molto distante e nel territorio della Molpa che, fino all’anno della sua completa distruzione, 1464, esisteva come piccolo casale e possedeva anche la terra di Pisciotta. Sul titolo alla chiesa dedicata a Santa Caterina, Ebner, a p. 172, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, nel caso dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. Ebner, riguardo questo documento del 1033 citato dall’Antonini, in proposito nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, ecc…”. Ebner parlando dell’antico Monastero di Benedettini e della sua chiesa dedicata a S. Caterina, in proposito scriveva che: “dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. La chiesa che, secondo l’Antonini veniva citata in un documento del 1033 è una “Ecclesiam Obedientiae”.  Sulla località detta “La Pantana”, presso la Molpa dirò in seguito. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola”, a p. 48, dove riferendosi alla carta d’epoca Aragonese da me scoperta e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, in proposito scriveva che: “….approssimativamente, che la riva interna dell’antica laguna. Di questa restano oggi solo le tracce toponomastiche nei nomi delle contrade Pantano, Lacci e Lago, evidenti derivazioni dal latino ‘lacus’ (70), nonchè nel toponimo, ancor più esplicito, di “Mare Morto”. Dopo il “Promontorio Pissunto”, la carta evidenzia “Pissunta” ecc…”. Il Barra, a p. 48, nella sua nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucania, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio e mezzo dal mar lontano, era un picciol monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del 1033 ‘Obedientia Sanctae Caterina’”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, secondo il Barra, la chiesa di S. Caterina (che in una donazione del 1033 era chiamata “Obedientia Sancti Caterina”) ed il “picciol monistero di Benedettini” (come lo chiama l’Antonini), secondo Francesco Barra (…..) doveva essere “forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”, ovvero doveva essere dipendente della vicina Abbazia Benedettina di S. Mauro (oggi un casale detto San Mauro La Bruca). Sull’Abbazia di San Mauro ho fatto un doveroso approfondimento. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, in proposito scriveva che: “Nessun documento, finora, però, mostra la sicura esistenza di un cenobio in quel luogo e in quei tempi, specialmente se si esclude che il toponimo in parola possa identificarsi nell’omonimo complesso monastico di cui si legge nella donazione all’abbazia cavense del signore di Novi nel 1104, confermata da un successore nel 1186. Nel qual caso cadrebbe anche l’altra interessante ipotesi tendente a vedere appunto in questo di S. Mauro il “vicino” cenobio che l’egùmeno di S. Nazario avrebbe voluto affidare (Bios, 26) a S. Nilo “subito dopo averlo consacrato a Dio con la confessione”……Arminia Carrafa, figlia di Giacomo. Quest’ultimo, in occasione del matrimonio della figliuola le promise come dote i casali di S. Severino di Camerota, S. Mauro e S. Martino (10). Feudi e giurisdizioni di cui fu investito alla morte del padre Ferrante il figliuolo Arminio (a. 1533). Nei repertori (11) è notizia della permuta intervenuta nel 1570 tra il duca di Monteleone e il suo segretario G. Battista Farao di S. Mauro con Abatemarco (v.)(12). Non meno interessanti le notizie dei Cedolari (13) ecc… La Platea dei Celestini di Novi (n. 41) ci informa della vendita avvenuta nel 1353 da parte di Notare Lotterio e di notare Nicola di S. Mauro di ua chiusa di quel casale “ubi dicitur Maurogentilio”, mentre il polittico di S. Barbara di un tel “magister Franciscus de Santo Mauro”. L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: “Lontano dal corso di questo fiume (Melpi e Rubicante) sulla dritta due miglia, e quattro da Pisciotta, su di un’ennesima collina, trovasi S. Mauro della Bruca, chiamato così a differenza d’altri, che vi sono di questo stesso nome. Appartiene la Terra con Rodio alla Religion di Malta ecc…”. Sempre Ebner a p. 569 scriveva che: “L’11 giugno del 1679 Domenico Tomeo di Castinatelli estinse un debito contratto con il parroco Giacomo Rocca della chiesa di S. Eufemia di S. Mauro “cappelle Sancti Nicolai sitae in territorium feudi Molpae in loco non cupato S. Nicola”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva  “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Ma forse S. Mauro non ha attinenza, come invece sostiene il Barra (…), in quanto recentemente la studiosa Germana Ottati ci parla della vicina Caprioli. Su Wikipedia leggiamo che Caprioli si trova sulla costa tirrenica, lungo la SS 447. Caprioli è una frazione del comune di Pisciotta, in provincia di Salerno. Dista circa 5 km da Pisciotta e da Palinuro. Il paese è composto dalle contrade di “Valle di Marco” (dov’è la stazione e il celebre Cenotafio di Palinuro, Caprioli “C”, “Fornace” (sempre sul litorale), “Santa Caterina” (in collina, sulla provinciale per San Mauro la Bruca e Futani), “Villa Verde” (dove si può ammirare il golfo di Palinuro) e “Pedali”, dove si trova una sorgente d’acqua. Su questa chiesa “Obedientia”, ossia “dipendenza” di S. Caterina ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Ecc... Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. La Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, ci parla di questo documento citato dall’Antonini e a p. 18 parlando di Caprioli, in proposito scriveva che: “Una terza teoria, infine, è quella che ipotizza la presenza in loco di un antico cenobio basiliano, di cui tuttavia, non sono state rinvenute tracce materiali.”. La Ottati, a p. 23, in proposito scriveva che: “L’attuale chiesa parrocchiale di Caprioli è dedicata a S. Caterina di Alessandria (d’Egitto). Il culto è presente in zona almeno dal VII-VIII secolo, se è vera, come crediamo, l’ipotesi che sia stato portato qui dai monaci bizantini. Ma la prima attestazione la troviamo in un non ben chiaro documento del 1033 e, dopo secoli, in un vicino centro abitato – San Mauro la Bruca – compare per la prima volta una sua immagine, dipinta nel succorpo della chiesa di Sant’Eufemia, che era stata eretta verso la fine del XV secolo dai Cavalieri di Malta (titolari del feudo fin dalla seconda metà del XIII secolo (10) e consacrata nel 1511. La santa è raffigurante nell’affresco (11) del presbiterio ai piedi della croce, in posizione preminente rispetto a quelli laterali che ritraggono momenti del martirio di S. Eufemia.”. La Ottati, a p. 23, nella sua nota (10) postillava che: “(10) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007”. Dunque, la Ottati, a p. 24, in proposito aggiungeva che: “Si potrebbe dunque arguire che il culto della santa sia giunto a Caprioli per merito dei Cavalieri di Malta, titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca e Rodio. In realtà queste contingenze vanno considerate in confluenza di altri elementi più antichi che ci rimandano ai monaci basiliani.”. Sull’antico documento del 1033, citato dall’Antonini, la Ottati, a p. 26 e sgg., aggiunge che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. La Ottati a p. 26 scriveva pure che: “Se prendiamo in considerazione la data del 1033 unitamente agli elementi connessi riportati dall’Antonini, e li interpretiamo alla luce di quanto accennato sopra, allora possiamo arguire che la grancia fu legata alla badia di San Pietro di Licusati fin dal primo costituirsi di questa come struttura monastica preminente, indubbiamente grazie alla generosa quanto interessata politica condotta dai principi longobardi di Salerno.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpzioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480”)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613: in questa platea, infatti, è chiaramente riportato: “Beni che possiede la venerabile abbazia di San Pietro di Licusati nella Terra della Molpa, lì dove è denominato Santa Caterina (come risulta dal vecchio inventario) al foglio 148, e sono nello specifico: anzitutto una Cappella chiamata S. Caterina quale è grancia di detta Abbazia, quale tiene un territorio che confina con li sottoscritti fini, videlicet, confina con il fiume detto di S. Caterina, con la cima di Monti detti la Pietra del Corvo con il Territorio della Molpa detto lo tenimento della Fustella, con il loco detto la Battaglia, confina con l’Ayra di Spirito con la via pubblica et va al casale olim detto Buragano e si congiunge con detto fiume di S. Caterina, fra li quali confini stanno situati li detti beni redditizi a detta Abbazia dagli homini di Pisciotta et altri (27).”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”.  La Ottati, a p. 30 prosegue il suo racconto analizzando i toponimi citati nella Platea del 1613 pubblicata da Ebner e cita anche la mappa Aragonese da me scoperta presso l’Archivio di Stato di Napoli. Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 39-40 in proposito scriveva che: “Dopo appena un ventennio dai disastrosi saccheggi dei pirati turchi, la chiesa di Santa Caterina, con le sue pertinenze (le stesse del 1480), continuerà e seguirà le sorti della badia di San Pietro Licusati, la quale nel 1564 era stata aggregata alla cappella del Presepe della basilica di S. Pietro a Roma con la bolla del papa Pio VI………Tra queste, per quanto ci riguarda, abbiamo già osservato, vi erano alcune terre nel territorio della Molpa che costituivano la ‘grancia di Santa Caterina’, che facevano capo alla chiesa omonima e che vengono elencate nella nuova platea del 1613. Qui, però, la chiesa ci appare riportata non attigua al fiume, come invece indicato nella cartina del Quattrocento, di cui abbiamo detto sopra: tanto, perchè sembra di poter leggere in quel “tiene un territorio che confina…..con il fiume detto di S. Caterina” che fosse il territorio, e non la chiesa a confinare col detto fiume. In realtà, la descrizione dei confini ci dice indirettamente che non vi era più l’abitato de ‘la Pantana’, avvalorando l’ipotesi del suo definitivo abbandono nel 1552, ma al contempo corrisponde con estrema precisione alla topografia odierna.”. La Ottati, a p. 41 scriveva pure che: “La cappella rimase sempre di piccole dimensioni, marginale, per la quale non abbiamo le visite pastorali né altri documenti, in quanto fece sempre parte della badia di San Pietro di Licusati, quindi esente dai vescovi di Capaccio per i quali si conservano gli atti nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Apprendiamo da una nota del Giustiniani che, ancora a fine Settecento, era soggetta all’abate di San Nazario il quale esercitava la giurisdizione episcopale su un ampio territorio nella qualità di vicario pro tempore del Capitolo della basilica romana di San Pietro (47) (sarebbe una fortuna se in questo archivio fossero conservati documenti, sfuggiti all’usura del tempo e all’incuria degli uomini, che fanno riferimento alla nostra chiesa!). E questo fino all’eversione della feudalità e alla soppressione dei monasteri avvenute nel periodo francese. Risulta invece nel catasto provvisorio del 1815, detta ancora semplicemente “cappella di S. Caterina”, rientrante già nell’ambito del territorio del Comune di Pisciotta, ubicata nella località allora detta ‘Catiello’ (48).”. La Ottati, a p. 41, nella sua nota (47) postillava che: “(47) L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, vol. VIII, p. 199; cfr. anche Ebner, Dimensione fondiaria di ….., op. cit., p. 218”.

Nel 1045, il principe longobardo Guaimario IV (V) concede l’annessione di Rofrano all’Abbazia basiliana di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano

La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Dunque, la Falcone scriveva che: “….alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) nella sua nota (197) citava il testo di Filippo Bulgarella (…). Il Bulgarella (…) scrisse pure il saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, da p. 13 a p. 43 che è stato pubblicato nel del testo a cura di Nicola Cilento (…) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, 1982. Il Bulgarella (…) cita anche Venturino Panebianco (…), e il suo saggio: ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’ che, scriveva il Bulgarella “avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano”. Esaminiamo ciò che scrive la Falcone. Giovanna Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli (….) e poi da Pietro Ebner (….). La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Gastone Breccia (….), ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. Pietro Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Infatti, l’episodio fu raccontato da Pietro Ebner (….) nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973 che, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33 parlando della visita di S. Bartolomeo al principe Longobardo Guaimario IV, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregoro I “Romanorum ducis etconsul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze.”. Ebner scrive in sostanza che la visita di S. Bartolomeo (il monaco Bernardo coofondatore di S. Maria di Grottaferrata insieme a S. Nilo) al principe Longobardo Guaimario V nel 1145 fa risalire l’annessione di Rofrano all’Abbazia Tuscolana di S. Maria di Grottaferrata. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. La Falcone (10) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (10), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. Anche secondo Gustavo Breccia non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dallo Ieromonaco Giovanelli (…), il quale scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa. Giovanelli (…), cita l’episodio di S. Bartolomeo a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V, e trae questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il prinicipe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, si cita un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Sull’episodio del 1045 che Bartolomeo andava in visita a Salerno a pregare Guaimario V non mi soffermerò ma cercherò di porre l’attenzione alla notizia “ipotesi” di alcuni studiosi come suggeriva la Falcone. La studiosa Giovanna Falcone (….), sulla scorta della Follieri (….), cita un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo:

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat.gr.1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo.

Mai A., p. 530

(Fig….) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando della del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non dava nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. La Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, si scrive che nel 1045 Bartolomeo, si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Bartolomeo morì verso la metà del secolo, probabilmente nel 1055. Secondo la Treccani, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come co-fondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la “Vita di S. Nilo” (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi).

Nell’XI secolo, Roberto il Guiscardo ed i monasteri del tempo Normanno

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, sulla scorta di Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platina (…), ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1573 (vedi sua nota (47)), a p. 16 (vedi p. 73, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati…”. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 16, nella sua nota (47), postillava in proposito che: “(47) Platin. In vita Steph. papae IX.”. Il Laudisio (…), alla sua nota (47), postillava che la notizia era stata tratta da Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’ che,  stà in Bartolomeo Platina (…), Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573, dove a p. 150 parla della vita di papa Stefano IX:

Platine, p. 150.PNG

(Fig…) Bertolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1573, p. 150

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: In questo periodo di Enrico III posto il padre di Enrico era morto sostituito, e Alessio Niceforo Foca succedette a Imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo aveva conquistato i greci, una grande battaglia, e Calabria a tutti di guidare, lasciando solo il modo di Greci, ai sacerdoti, che sono venuti anche ai giorni nostri, la lingua della penna veloce a casa con il loro carattere.Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo i sacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”.

Nel 1097, Boemondo, Ruggero Borsa e la I Crociata in Terra Santa

Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p…..

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto…..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65).”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Le loro case erano diffuse ovunque in Europa, erano dette Tempio. La degenerazione dell’Ordine indusse Filippo il Bello ad espellerli dalla Francia (1307). Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206. Nel Regno l’Ordine venne abolito da Roberto, duca di Calabria, nel 1308, per ordine del padre Carlo II che l’aveva soppresso in Provenza. I loro beni vennero avocati al demanio. Ecc..”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio.”. Ebner, nel vol. II, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) …..Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206.”. Io credo che l’Ebner si riferisca al testo di Matteo Camera (….), “Storia del Ducato di Amalfi”. Matteo Camera (….), nel suo “Istoria della città e costiera di Amalfi“, del 1836, a p. 134, nel cap. VII “Principi del militare Ordine dei Gerosolimitani”, in proposito scriveva che: “……..

La baronia dell’Abbazia di S. Pietro a Licusati

Pietro Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”Nel Cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…),  parlando di Licusati, vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, v. A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. L’autore, a p. 48, del cap. III, poi ci parla invece di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duchi longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).“. Gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. A p. 42, gli autori ci parlano di un Barone di Camerota nel 1136 e, poi citano Florio che figura nel ‘Catalogus Baronum’ (…), compilato nel 1185, epoca della terza Crociata di re Guglielmo II. Secondo, il cronista Rodolfo Cadomense (Roul Caen)(…), il feudatario di Camerota e Licusati doveva chiamarsi ‘Marchisio’, da Bon Marchisii o ‘Bonmarchis’, già esisteva nel 1185, anno della compilazione del nuovo ‘Catalogus baronum’, compilato per la III Crociata di re Guglielmo, ove figurava un Florio di Cameroto‘. Quindi nel 1185 ma secondo la citazione dei due autori (…), nel 1136 (circa 50 anni prima), esisteva un feudatario di Camerota chiamato ‘Marchisio’. Pietro Ebner P., nel suoEconomia e società nel Cilento medievale’ (…), vol. I, p. 268, scriveva su Licusati che: “Casale aggregato a Camerota. Dei principi di Sanseverino di Salerno (N Q, f. 86) poi devoluto al fisco per fellonia (ribellione).”. L’Ebner si riferiva al ‘Catalogus Baronum’ ed ai Registri della Cancelleria Angioina. Il piccolo casale di ‘Cusati’ o ‘Li Cusati’, era una baronia del monastero italo-greco di San Pietro, simile ad altri monasteri italo-greci vicini nel Cilento che funzionavano come signorie territoriali. Nell’epoca longobarda , prima di 1077, apparteneva al Principato di Salerno. Il paese Licusati era cresciuto come una dipendenza dei monaci. Nel 1077 i normanni sotto Roberto il Guiscardo conquistarono il principato insieme con Licusati e lo inglobarono nel Ducato di Puglia. La Capitale del Ducato era Salerno. Il Ducato di Puglia come prima il Principato longobardo di Salerno, era uno stato sovrano che non si riteneva una parte della rinata impero latino-tedesco dell’occidente ne della mai decaduta Impero Romano orientale con la sua capitale a Costantinopoli. Le origini di Licusati, le traiamo dal Gatta (…) che, nelle sue ‘Memorie ecc..’, parte III, cap. IV, a p. 292, sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (…), parlando di ‘Camerota’, così scriveva: “Questa Terra con titolo di Marchesato, si possiede dalla Famiglia Marchese, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine da’ Principi Normanni, (a), dalla qual generosa prosapia, ne son sorti uomini, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: fra’ militari fu celebre Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) ecc..”. Il Gatta ci parla di un monastero di Cappuccini a Camerota e cita Monsignor Maradei. Di Monsignor Maradei, vescovo di Capaccio, si veda il Di Luccia (…) a p. 91. Il Gatta (…), nella sua nota (a) al testo, scrive che le notizie sono state tratte da: “Nel Registro della Regia Zecca di Napoli” i Registri conservati in seguito nell’Archivio Regio di Stato di Napoli e, pubblicati dal Trinchera (…). L’Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus Baronum’, non riporta la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I a p. 120, scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. L’Alfano (…), parlando di Licusati, scriveva: “feudo dei marchesi dei Marchese di Camerota.“. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda: Gatta Costantino (…), nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Si veda pure: Camillo Minieri-Riccio (…), Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme, Venezia, ed. Valgrisi, 1592.

Nel 1131, con il “Crisobollo” (Atto di donazione o privilegio), re Ruggero II d’Altavilla concede a Leonzio Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo alcuni monasteri tra cui quello di S. Maria di Rofrano da cui dipendevano anche S. Pietro di Licusati e S. Iconio di Camerota e la Terra di Rivello

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. La notizia andrebbe certamente ed ulteriormente indagata ed approfondita. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc... Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che a Camerota e a Rivello vi erano due abbazie minori di basiliani. Il Laudisio scriveva che a ‘Camerota’ vi era l’Abbazia minore di basiliani quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, l’Abbazia minore di basiliani di San Pietro che io dico essere quella di Licusati, secondo il Laudisio doveva essere stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata “nella zona di Tuscolo presso Roma”. La notizia è interessantissima. Ma cosa significa questa notizia ?. Cerchiamo di capire la seconda questione che è quella secondo cui il Laudisio scriveva che il Monastero o Abbazia minore di basiliani di S. Pietro di Camerota (così lo chiama il Laudisio) fosse passato alla giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata. La notizia è quella secondo cui, agli albori della dominazione Normanna e la costituzione del Regno di Sicilia con Ruggero II d’Altavilla, molti monasteri dell’area, già in precedenza grangie o controllati direttamente o erano alle dipendenze della più vasta baronia dell’abbazia di S. Maria di Rofrano. L’antichissimo monastero italo-greco di San Pietro a Licusati ed il suo vasto territorio doveva appartenere alla Baronia di Rofrano che era costituita dall’antichissima Abbazia di S. Maria a Rofrano. Secondo alcuni studiosi, come abbiamo già in precedenza visto, nel 1045, il monaco Benedetto, coofondatore assieme a S. Nilo dell’Abbazai di S. Maria di Grottaferrata nl Tuscolano si recò in visita dal Principe Longobardo Guaimario V il quale concesse l’annessione di tutti i beni dell’Abbazia di S. Maria di Rofrano a quella Tuscolana. Non esistono donazioni o documenti che attestino queste donazioni però l’ipotesi è suffragata da ciò che è scritto in un’altra donazione, quella del 1131 di re Ruggero II d’Altavilla chiamato “Crisobollo”. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Dunque, la Falcone scriveva che: “….alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. Dunque, su queste donazioni ho già scritto per l’anno 1045 ecc…Sull’antico documento del 1131, il cosidetto “Crisobollo” di re Ruggero II non vi è espressamente citato il territorio o la grangia del monastero di S. Pietro di Licusati perchè come vedremo vengono elencati i possedimenti principali dipendenti dall’Abbazia italo-greca di S. Maria di Rofrano. Si deve però precisare che l’antichissima abbazia di S. Maria di Rofrano ebbe territori vastissimi donati già precedentemente dai principi Longobardi del Ducato di Benevento. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. L’antichissima Abbazia di S. Maria di Rofrano che insieme a quella di S. Nazario a Cuccaro Vetere e di S. Giovanni a Piro costituirono nel basso Cilento delle vere e proprie Baronie indipendenti dal potere Regio ed Ecclesiastico, nell’anno 1131, con Ruggero II d’Altavilla, passarono alle dirette dipendenze della più giovane e vasta Baronia dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo vicino Roma che fu fondata proprio da S. Nilo che aveva soggiornato nelle nostre abbazie. Con la creazione del Regno normanno di Sicilia nel 1130 tutti i diritti e privilegi della baronia italo-greca di Licusati erano sotto la protezione reale del re a Palermo. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parleremo oggi, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. Si tratta di un crisobolla’ o un privilegio concesso dal Re di Sicilia, il Normanno Ruggero II d’Altavilla, figlio di Ruggero I o Ruggero Borsa. Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Il Crisobollo o bulla aurea o “nonnula iura monimenta” è un privilegio o concessione fatta da un re.  La ‘Crisobolla’, o ‘Bolla d’Oro’ (in latino: Bulla Aurea, in greco: Κρυσοβυλλὸς, leggi crysobyllòs), cioè “sigillo aureo”, era un particolare tipo di documento ufficiale in uso presso la Cancelleria Imperiale presso la corte Bizantina di Costantinopoli e adottato poi nel Medioevo anche presso le corti occidentali. Il termine deriva dal greco antico χρυσός (chrysos), cioè “oro”, e dal latino bulla, cioè “oggetto rotondo”, con riferimento al sigillo impresso in calce ai documenti ufficiali: dal sigillo stesso il termine passò ad indicare per estensione l’intero documento. Caratteristica della bolla aurea era l’impressione del sigillo in oro, ad indicare la particolare importanza dell’editto. Dalla tradizione bizantina l’uso della bolla si estese nel Medioevo in Europa occidentale con le Bolle pontificie, le Bolle imperiali e quelle emanate dagli altri sovrani occidentali. La maggior rarità con cui si ricorse all’uso dell’oro nell’emanazione delle Bolle in Occidente, fece sì che le Bolle d’Oro finissero per risultare collegate a documenti di particolare importanza. Questo privilegio, con cui re Ruggero II ratificava i possedimenti già concessi dai predecessori venne poi in seguito rinnovato anche dai successivi re come come Guglielmo I e Guglielmo II. Al tempo dei Florio di Camerota, non sappiamo se l’abate del monastero era obbligato a fornire cavalleria e fanteria alla corona in tempi di invasione come l’abate del monastero italo-greco di Rofrano, come invece risulta dal ‘Catalogus Baronum’. La carta di Re Ruggero II d’Altavilla, del 1131, a cui ho dedicato il saggio: “Il Crisobollo di Re Ruggero II del 1131”, ivi pubblicato nel mese di Aprile 2018. In questa antichissima pergamena datata anno 1131, ………………….Secondo l’antico documento Normanno del 1131, re Ruggero II, confermò alla terra di Rofrano ed alla sua Abbazia (o a quella di Tuscolo), i precedenti privilegi dei suoi parenti Normanni, gli Altavilla. L’Antonini (….), parlando di Rofrano, citava l’antichissimo documento Normanno che la Follieri (…), chiamerà “Crisobollo” di Re Ruggero II. L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, dell’antichissimo documento Normanno e, in proposito scriveva che: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monistero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.. L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Poi nell’altra nota, l’Antonini, disserta sulla datazione dell’antico documento. Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (5) – che fu pubblicato dal Ronsini (5), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…). Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. In questo antichissimo documento, vengono elencate i beni e le proprietà confermare da Re Ruggiero II d’Altavilla, all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. I beni che vengono confermati all’Abbate Leonzio sono quelli che il monastero o Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, già possedeva. Fra i beni posseduti dal monastero di Rofrano, vi era anche la grangia di S. Pietro a Licusati. Germano Giovanelli (…), nel suo  ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, del 1955, a p. 133 (vedi ristampa), ci parlava del ‘Crisobollo di Re Ruggero’, a cui ho dedicato ivi un mio saggio. L’elenco o inventario dei beni, è di estremo interesse per le nostre terre e per i possedimenti che in esso vengono elencati, per la toponomastica dei luoghi. Dal privilegio del Re Ruggero II, e dalla Platea dei beni, il ‘Regestum Bessarionis’,  apprendiamo che l’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, aveva possedimenti e tenute e grange disseminate sul nostro territorio. Risultano monasteri, Abbazie e grange a Salerno e Benevento, a Policastro, a Rofrano, a Laurito, a Diano, a Sassano, a Montesano, nel tenimento di Campora, nel tenimento di Rivello, a Scalea e a Sanza. Il Giovannelli (…), fa notare che nell’antico documento dell’anno 1131, è citato “…………………………………………”.

Enrica Follieri (…), scrive che nell’antico documento illustrato in Figg…..: Aggiunge, per precisare l’estensione del feudo, un dettagliato περιορισμδς (restrizione) dei terreni appartenenti alla chiesa di Rofrano, nonchè l’elenco delle nove grange (…) e delle abitazioni civili (…) di sua proprietà, per lo più collocate nel Cilento. Concede inoltre alla chiesa e al monastero il diritto di asilo e di giurisdizione criminale. La ‘sanctio’ minaccia ‘l’indignatio’ del sovrano, e fissa la pena pecuniaria in mille once d’oro, da versare per metà al monastero, per metà all’erario regio. Segue l’indicazione della data (aprile, ind. IX, a.m. 6639) e la ‘subscriptio grossioribus litteris’ (come nota il transunto del 1465), la cui versione è ‘Rogerius Pius et Potens in Christo Deo Rex et Christianorum adiutor’.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Maria Teresa Caciorgna, ‘Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda’, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di….ecc….quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r9); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r). Ecc..”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, di Campora con la chiesa di Sant’Angelo, di Policastro con la chiesa di San Matteo e infine di Sanza con la chiesa di Santa Maria di Siripi (tutti in provincia di Salerno). Tra il Cilento e la Lucania si localizza invece la grangia di San Pietro in territorio di Rivello (oggi in provincia di Potenza), mentre nella Calabria settentrionale è Scalea con la chiesa di San Nicola di Siracusa (oggi in provincia di Cosenza). La grancia di San Nicola si trova invece a Benevento (1). Del feudo facevano parte anche alcune case di Salerno, ubicate presso la Porta Nova e presso la Giudaica, poste quindi sotto la giurisdizione dell’abate di Rofrano. Queste ultime sono documentate sin dal X secolo, in quanto localizzate nella “Judaica, tra il muro e il muricino” (2). Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3). Rofrano. Anche la storia civile ed ecclesiatica di Rofrano si identifica con la storia della badia, della quale i normanni furono investiti per circa quattrocento anni. Quando, nell’aprile del 1131, il re Ruggero II di Sicilia concedeva a Leonzio, l’abate basiliano che si era appositamente recato a Palermo, la badia e il feudo di Rofrano, tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata.”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (1) postillava che: “(1) La chiesa di S. Nicola di Benevento è ricordata nel privilegio di Innocenzo III (‘Documenta’, 2 c. 41v).”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Marongiu, 1937.”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Arcangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territorio Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancta Mariae de Scripti in territorio Sanse”; concludono l’elenco le case presso Porta Nuova e Judaica in Salerno. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”.

La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di …………………

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

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(Figg…..) ‘Crisobollo di Ruggero II’, dell’Aprile 1131 (…), pubblicato dal Ronsini (…), nell’appendice al suo testo: ‘Documento A’, p. 69 e s.

Castel Mandelmo (Castelluccio di Licusati)

(Fig….) Ruderi del Castello di Montelmo, Anno 1079, (detto Castelluccio)

Nel 1136, Goffredo di Camerota, “domnum de Camarota” acquistò un fondaco al porto di Oliarola

Antonio Caputo (….), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), cita una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo scriveva che il “primo duca di Camerota”, Goffredo di Camerota, nell’anno 1136 acquistò un fondaco a “Oliarola” (Ogliastro Marina (come da documenti Cavensi – ABC, XXIII, 106, a. 1136), per l’attività che svolgeva, quella di commerciante trasportatore di carne secca in salamoia che veniva trasportata per conto dell’Abbazia di Cava dei Tirreni al porto di “Ogliarola” (Ogliastro Marina). Riguardo il villaggio di “Olearola”, Ebner, nel vol. II, a p. 214, in proposito scriveva che: “Villaggio sorto nei pressi dell’omonimo approdo, uno dei cinque “porti” del distretto di Cilento.”. Ma di questo documento Ebner non ne parla. Riguardo il dominus del Casale di Olearola, nel 1130, ha scritto Pietro Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Di Oliarola è notizia ancora in due diplomi, il primo del 1121, il secondo del 1130…..etc…Il secondo etc….Con il diploma (4) del 1130, Nicola, figlio di Guglielmo, conte del Principato, concesse ai nipoti Costabile e Maddalena “totum feudum” che era stato di Milo, figlio del fu Magenolfo, sito “in pertinentiis de cilento”. Tra le terre concesse “un pezzum de terra, in loco ubi dicitur Ollarola” confinante con l’omonimo fiume, “qui dicitur de Ollarola”. Nel novembre del 1131, innanzi ai giudici Alferio e milite Giovanni, Leone “qui dicitur barbi cepulla”, figlio del fu Giovanni, Martino, figlio del fu Pietro detto Vasamonaca, e il sacerdote monaco Giovanni, detto amalfitano, attestarono (5) che quando Sergio, figlio del fu Dauferio, etc…”. Dunque, nel 1130, anno in cui ci risulta il documento cavense del 1136, in cui il primo duca di Camerota, un certo “Goffredo” acquistò un fondaco ad Oliarola, in quegli anni, il dominus del Cilento era “Nicola di Principato”, figlio di “Guglielmo di Principato, conte del Principato”.  Dunque, il Caputo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Sulle origini questo personaggio, forse normanna, scriveva pure Amedeo La Greca. Infatti, Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni.”. Però poi, proseguendo il La Greca fornisce notizie più dettagliate su questo personaggio e scriveva che: “Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Sempre il La Greca (….), nello stesso testo, a p. 81, in proposito a Goffredo scriveva che: “Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca, come “ipotesi di lavoro” propendeva nel credere che che il primo “duca di Camerota” sia stato “Goffredo di Camarota”, “mercante” e “domnum di Camerota”, padre di Ruggiero di Camerota che figura nel “Catalogus Baronum” (nel 1144) Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136)”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota” era il figlio di Goffredo (Ruggiero). Goffredo, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, in questo breve passaggio il La Greca scriveva che “Ruggiero di Camerota”, che compare nel “Catalogus Baronum” era “figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’, nel 1136″. Dunque, il “domnum di Camerota”, Goffredo, era padre di Ruggiero di Camerota. Antonio Caputo scriveva che Goffredo di Camerota “primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota”, Goffredo dotò l’antica Abbazia di San Pietro di Licusati dei suoi beni (La Greca scriveva “primi possedimenti”) dell’Abbazia. Il La Greca scriveva pure che il duca di Camerota, che Ebner e Caputo individuavano come il mercante “Goffredo di Camerota”, possedeva i vasti territori che dal feudo di Camerota si estendevano fino ai casali di Lentiscosa e Licusati. Infatti, il La Greca individua tra queste assegnazioni all’antica abbazia benedettina di S. Pietro, la chiesa di S. Biagio a Camerota, la chiesa di S. Martino, la chiesa di S. Nicola, verso Licusati, la chiesa di S. Giovanni de lo Colazone nei pressi del torrente omonimo, la chiesa di S. Giuliano e la chiesa di S. Maria de li Piani a Lentiscosa, la chiesa di S. Maria Maddalena e la chiesa di S. Vito a Camerota, l’ospedale ad essa annessa, la chiesa di S. Antonio a Lentiscosa e la chiesa di S. Maria del porto a Palinuro. Tutti questi beni furono tutti donati e assegnati all’abbazia di S. Pietro di Licusati. Di dette assegnazioni il La Greca non fa menzione dell’antico monastero di S. Cono a Camerota. In queste note il La Greca (….), sulla scorta di Ebner chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: ecc…”. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti.  Sulla figura di questo feudatario vi sono notizie certe dateci da Pietro Ebner (….), che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 736-737 parlando di “Corbella” in proposito scriveva che: “Prima notizia nel ‘Catalogus baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de principatuo’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio 1144 nella restituzione della parte di Cosma, etc….Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acuafredda, Orso, figlio di Martin, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169, Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo etc…”. Ebner, a p. 737, nella nota (6) postillava che: “(6) Catal. baronum, nn. 434, 437, 460, 461.”. Ebner, a p. 737, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Ebner, a p. 737, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XXXIV, 16, 16 marzo a. 1169.”. Su “Goffredo di Corbella” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva che:  “Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota.”. Dunque, in questo passaggio Ebner parlando di una vendita a Corbella chiarisce l’origine di Goffredo di Camerota. Ebner (….), nel vol. I, a p. 737, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, in proposito scriveva pure che da Florio di Camerota dipendevano pure: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Dunque, Ebner, a p. 737 scriveva che da Florio di Camerota dipendeva anche: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Riguardo questa notizia Pietro Ebner (….), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”) parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato tra Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dunque, Ebner cita un atto stipulato da Orso, figlio di Landolo di Acquafredda con il milite Pietro, figlio di Martino. Il contratto fu stipulato previo assenso del feudatario di Corbella che doveva essere il feudatario che diede l’assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. Dunque, Ebner scrive che da questo atto di compravendita si evince che il signore di Corbella era “Goffredo di Camerota”. Ebner ci dice pure che di “Goffredo di Camerota”, si ha notizia nel “Catalogus Baronum”. Dunque, Ebner segnalava che questo personaggio “Goffredo di Ruggiero di Camerota” figurava nel “Catalogus Baronum”, iniziatosi a compilare intorno all’anno 1144.

L’ospedale annesso alla chiesa e cappella di S. Vito a Camerota

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi alle donazioni del “duca di Camerota”, forse un certo “Goffredo di Cammarota”, all’antica abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che tra queste vi erano le: le chiese di…..e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”.. Dunque, il La Greca scriveva che il “duca di Camerota”, che ipotizza essere “Goffredo di Camerota”, intorno all’anno 1136 dotò l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati di alcuni beni nel territorio di Camerota. Il La Greca scriveva pure che tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche “assegnazione” della “chiesa” di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Dunque, il La Greca, sulla scorta del Di Mauro e del Gentile scriveva che fu il duca di Camerota a donare la chiesa di S. Vito di Camerota, che in origine era una chiesa rupestre e, che in seguito sarà dotata di ospedale, sarà donata all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Onofrio Pasanisi fu di diverso avviso. Egli scriveva che la “chiesa di S. Vito a Camerota e l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa, Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente dal monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. Rileggendo il testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79 apprendiamo che “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc..”. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca scriveva che la “chiesa” o la “cappella” di S. Vito a Camerota”, di cui ho parlato in un altro mio saggio, in origine era una chiesa rupestre, forse un eremo lauritico, ma in seguito questa cappella “sarà poi fornita anche di un ‘hospitale'”. La cappella di S. Vito a Camerota sarà dotata di un Ospedale. Infatti, il Pasanisi sebbene abbia scritto che sia l’Ospedale che la chiesa di S. Vito siano scomparse scrive pure che a Camerota esistevano “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima)”. Cosa significa tutto questo? Della chiesa o meglio ancora, della “cappella” di S. Vito di Camerota che, in origine era chiesa rupestre, ho parlato in un altro mio saggio perche si tratta di una grotta scavata nel banco tufaceo. Secondo Angelo Gentile, come vedremo innanzi scriveva che, la “cappella di S. Vito”, ai tempi del monastero dei cappuccini e poi convento di monache, doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. Sappiamo che in passato questo Ospedale e la cappella di S. Vito dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, …..istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop.”. Sempre il Di Mauro, a p. 379, in proposito scriveva che: “San Vito o Santo Vito o SANTU VITU, ‘dommula’ (piccola casa) – Chiesa di – ‘O-Spitale Sandu Vitillu o Ospedale della Chiesa di -; in un deposito c’erano botti in cui si raccoglieva l’incenso della Pineta di Sant’Iconio (vedi);”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota,……. gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”.

Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Sempre il La Greca (….), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato direttamente nel ‘Catalogus Baronum (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursu storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”.

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, nel 1754 in C.O. Camerota fs 4410 pag. 418 possiede 41 territori, più quattro capitali in prestito; istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop. dal santo siciliano decapitato il 15 giugno del 304/5 sul fiume Sele (Ebner III, 19); altre leggende narrano dei miracoli ed esorcismi operati dal giovane santo (M. Mello, 19/24).”.

La chiesa di San Juliano (S. Giuliano) a Lentiscosa

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Giuliano a Lentiscosa, cappella nel C.O. del 1754, in Gentile II 91-109, (mc 19 A); etimologia agiotopografica, vedi S. Giuliano.”. Sempre il Di Mauro (….), a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giuliano o Santo Juliano o Joliano, a Lentiscosa, nel 1529 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. II pag. 127, lib. IV pag. 172, e locale con olivi in C.O. 14-36-67, detto anche La Fontana nel 1766 in Santangelo 208-287; etimo estinto.”. Il Di Mauro citava il “Santangelo”. Si tratta di Rosanna Santangelo (….), e del suo “La società di Lentiscosa nella seconda metà del ‘700 attraverso gli atti del notaio Nicola Granato 1766-1770”– tesi di Laurea anno 1987/88, presso il Museo Vico Palazzo Vargas di Vatolla (Santangelo). Su questa chiesa hanno scritto anche altri autori. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…..Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Ecc….. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursu storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“.

La chiesa di “S. Giovanni  de lo Colazone” di Camerota, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…….Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di S. Giovanni, citata nel 1271 in ‘Regis. Perg. Montv.’, vol. III n. 2131; forse si tratta del rudere in (4e) dell’IGM, all’inizio del Collazzone, detto Cappella re San Giuvanniello, v. sopra.”. Proseguendo a p. 282, il Di Mauro scriveva: “Chiesa di San Giovanni de lo Colazone, a Camerota (4e – mc 4A), 179 slm. (Gentile II, 109), il Culazzone o Cullazzone si trova presso il Canale o Vallone delle Fornaci, sul lato opposto alla rupe sulla quale è arroccata Camerota; questa chiesa corrisponde oggi alla Cappella re San Giuvannello, (v.); et. agiot.”. In questo passaggio il Di Mauro cita Angelo. Gentile (….) ed il suo “Exursus storico etc…”, p. 109. Sempre il Di Mauro, a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giovanni o San Janne, a Camerota, nel 1528 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. I pag. 121,  o San Giovanni di Camerota, come terra incolta e seminatoria nel 1754 paga rendita a San Pietro di Rom in C.O. Campania, pag. 27, sem. in C.P. Camp. 1811 D, 32, e in Romano sul Collazzone; etimo cs., vedi anche Vassalli.”. Di Mauro cita il Vassalli. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 294, in proposito scriveva che: “‘O CULLAZZONE, a Camerota, o Colazone o Culazzone o Lo Collazione, nel 1527 in ASS notar Trencia, fs. 26, lib. I pag. 58, e Collazone nel 1577 in ASS notar F. Greco fs 39 pag. 117,, nel 1754 in C.O. Campania fs 4408 e 4410 pag. 562, e uliveto, macchia seminativo, vigna in C.P Campania 1811 D, 31, e in CPC 1819, 399; è indicato come luogo abitato (Sabatini, 204); (4 e – mc 4A), 211 slm, si trova dopo il Canale sulla costa del monte Grande, di fronte alla rupe sulla quale è arroccata Camerota (Gentile, II, 109); l’etimologia popolare indica la culla o incavo tra le due colline, come per Cullata; ricordo anche il toponimo del Catasto Provvisorio del 1811 ‘Massa col la zone’ (v.), che potrebbe essere un ipercorrettivo amministrativo.”.

Nel 1188, i Crociati, per la III Crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi per Malta

Recentemente alcuni studiosi locali, hanno riferito alcune interessantissime notizie che riguardano i due cenobi e monasteri italo-greci di S. Iconio a Camerota e di S. Pietro di Lucasati, dove secondo la notizia, avrebbero sostato i crociati in partenza per la Terra Santa, per la conquista di Gerusalemme.  Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i  cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Dunque, il Di Mauro (…) scrive che uno studioso locale (senza dire chi fosse) parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Il Di Mauro dice che secondo questo studioso locale e certi documenti conservati nell’Archivio Vaticano, i crociati facevano sosta nel cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati per ripartire da li e risalire dalla vicina Lentiscosa “su per il Collazzone” e giungere a porto Infreschi dove si sarebbero imbarcati per Malta e da li raggiungere la Terra Santa. Secondo Amedeo La Greca (…), autore del saggio sul “Il Cenobio, poi badia di S. Pietro di Licusati (vedi Parte II di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79-80, si apprende che al “Collazzone” vi era la chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” di Camerota, grangia del monatero di S. Pietro di Licusati. Nel Cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), Antonio Caputo (uno degli autori del testo), vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), fa notare che si rileva da un documento del 1136 (XXIII 106) conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, che la chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” di Camerota, poi diventata grangia del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati, fu un possedimento donato al cenobio basiliano nel 1136 da Goffredo di Camerota, forse il primo feudatario di Camerota. Il documento Cavense, fu citato anche da Pietro Ebner e soprattutto ancor prima dalla Evelyn Jamison (…) che pubblicò il Catalogus Baronum (Catalogo dei Baroni), dove figuravano i feudatari che inviarono soldati a seguito della II crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dal commento al ‘Catalogo’ del Cuozzo (…), poi si apprende meglio la figura di Guglielmo di Camerota, Signore di Corbella. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), Amedeo La Greca (…), a pp. 78-79, scriveva che in un non precisato periodo (in seguito del racconto si fa riferimento al tempo di Guglielmo il Buono), e riferendosi al cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati,  “il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio ecc…”. Poi il La Greca (…), proseguendo il suo racconto a p. 78 scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino e quella di San Nicola, con le loro pertinenze, rappresentarono il loro primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espressione fondiaria della futura badia. Dopo le prime suddette assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria deli Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena anche di un ‘hospitale); Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71), postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op, cit., p. 109.”. Il Di Mauro (…), come scrivo in seguito, sull’Abbazia di San Pietro di Licusati, a p. 234, non dice delle donazioni ma parla delle chiese a lui soggette e dice: “Affermatosi economicamente e culturalmente, il monastero era esarchico pechè sottratto alla giurisdizione vescovile. Alla badia erano soggette le chiese di San Pietro e San Nicola a Licusati, le cappelle di S. Maria Maddalena, di S. Biagio, di S. Vito con annesso ospedale in Camerota, di San Giuliano e Sant’Antonio a Lentiscosa, di Santa Maria nel porto di Palinuro, di San Nicola a Bosco.”. Pietro Ebner (…), a p. 118, vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo del etc..”, in proposito al cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo Ebner (…), dalla bolla del 1564, di papa Pio V, si rileva che il monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, possedeva alcune grangie, tra cui quella di “S. Giovanni” a Camerota. Sempre nello stesso testo ‘Temi per una Storia di Licusati’, a p. 42, il La Greca (…), cita il primo (secondo lui e l’Ebner) barone di Licusati. Il La Greca, a p. 42, in proposito scriveva che: “Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23)”. Il La Greca, a p. 42, nella sua nota (23) postillava che:  “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII 106, a. 1136 ecc..”. Dunque, secondo il documento del 1131, conservato alla Badia di Cava, il “Goffredo” di cui il La Greca dice essere stato il primo duca di Camerota, avrebbe acquistato un fondaco alla marina di Camerota. Goffredo di Camerota sempre secondo il La Greca (…), sarebbe “il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio ecc…”. Amedeo La Greca (…), in un suo saggio sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, Amedeo La Greca (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava spesso il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (…), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca (…), risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412, parlando di Camerota, in proposito scriveva che:

(Fig….) Antonini (…), parte II, la ‘Lucania’, p. 412

Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’) del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…), nel 1600, parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Dunque, l’Antonini (…), ci parla della II Crociata e non della III Crociata a cui partecipò Riccardo I cuor di Leone. Che si sia trattato della II Crociata e non della III Crociata, dove partecipò anche Riccardo I cuor di Leone, riferendosi al catalogo dei Baroni, pubblicato dalla Jamison, lo si rileva anche dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. L’Antonini, cita anche la ‘chronica’ del Falcando (…), Ugo Falcando, di cui parlerò in seguito e cita pure Agostino Inveges (…). Agostino Inveges (…), nel suo  ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651, a p. 457, per l’anno 1188, racconta che: “Adunque il Re entrò in questa S. lega, e si segnò colla croce; e si daim fede alla Cronica di Sicilia, e al Collenucio appo Bardi (I),  egli fu il primo Prencipe, che comparve in difesa di Terra S. poichè scrivono. Guglielmo fatta una grossa armata tenne netto il mare di Giudea di corsari, che lo travagliavano essendo di gran timore à Greci.”. Dunque Agostino Inveges (…), parlando dell’anno 1188, citava il Collenuccio (…) e il Bardi (…), nella sua nota (I) e postillando scriveva che: “(I) Tomo 3, Chronol. f. 346 234 locis cis. 5 6 7 8 in ‘Chron. apud tomo 3 Italia Sacra, col. 953 apud Sigon. loc. cit. apud Cami. Pellegrin. in hist. Longobar. in Ste… in tomo I, Italia Sacra, col. 471 in ‘Annal Anglor.’ apud Baron. to 12. Anno 1189 n. 14 apud Camil. loc. cit. 12 13 14 hist. Sicardi 3 loc. cit. ecc..”. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrivendo sui Florio, in proposito diceva che: “Florio (Riccardo) di Camerota……Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Dunque anche il Bozza, sosteneva che Florio di Camerota secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, fornì 63 militi per la crociata del 1188, la III Crociata in cui re Guglielmo II il buono intervenne in aiuto di re Riccardo I cuor di Leone per la riconquista di Gerusalemme usurpata da Saladino e non come invece scriveva l’Antonini che si trattava della II Crociata, dove re Riccardo cuor di Leone non centrava nulla. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo.”. Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gran Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe (…) citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali etc’, da pp. 168-169, vol. X, ci parla di Florio di Camerota e Lampo di Fasanella:

Di Meo, su Florio, p. 168.PNG

Di Meo, X, p. 169, a. 1150 sui Florio.PNG

(Fig….) Di Meo Alessandro (…), op. cit., pp. 168-169, vol. X, su Florio di Camerota e Lampo di Fasanella

Forse la notizia intorno i crociati che partivano da porto Infreschi per la I o la II o addirittura per la III Crociata, riguarda le notizie su uno dei primi feudatari di Camerota e Lentiscosa, la famiglia Marchese o Marchisio, feudatari di Camerota citati anche nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato da Evelyn Jamison e di cui ho scritto in un mio saggio ivi: “I Marchisio e i Florio”. Infatti,  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo etc’, nel vol. II, a p. 112, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2)….mentre l’Alfano (3), oltre a dire degli abitanti (829) ricorda anche i feudatari Marchese. Il Giustiniani (4) ubica il villaggio su un colle “non molto lontano dal mare”, attribuendo il casale quale feudo della famiglia Marchese.”. Ebner, a p. 112, vol. II, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Alfano F.M., op. cit., p. 50”, mentre nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, op. cit., V, Napoli, 1802, p. 254.”. Pietro Ebner alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

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(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

Francesco Maria Alfano (…), a p. 121, in proposito a Lentiscosa e a Licusati scriveva che: “‘Lentiscosa’ terra sopra una collina d’aria buona, diocesi di Policastro, un miglio distante dal Mar Tirreno, feudo di Marchese.”.

La III Crociata in Terra Santa

La Terza Crociata (1189-1192), conosciuta anche come “Crociata dei Re”, fu un tentativo, da parte di vari sovrani europei, di riconquistare Gerusalemme e quanto perduto della Terrasanta al Saladino (Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb). La campagna militare portò i crociati a riprendere il controllo di importanti città come Acri e Giaffa e a fermare l’espansione dei musulmani, tuttavia non riuscirono nell’intento di conquistare la città santa di Gerusalemme che era l’obiettivo emotivo e spirituale della spedizione. Dopo il fallimento della II Crociata, la dinastia musulmana Zengide, che controllava una Siria unificata, era impegnata in un conflitto con i sovrani fatimidi dell’Egitto. Il condottiero curdo Saladino riuscì ad unificare le due fazioni, siriana ed egiziana, sotto il suo comando e forte di questa unione si scagliò contro gli stati crociati riuscendo a catturare Gerusalemme nel 1187. Spronati dallo zelo religioso, il re Enrico II d’Inghilterrae il re Filippo II di Francia (noto come Filippo Augusto) misero fine al conflitto che li vedeva opposti per impegnarsi a condurre una nuova crociata. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. Nel luglio del 1190 riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Tancredi fece prigioniera Giovanna d’Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. Gli eventi della Terza Crociata furono narrati da Giraldus Cambresis e dal poeta Ambrogio. La spedizione di Federico I Barbarossa è narrata nella ‘Historia de expeditione Federici’, redatta da un certo Ansbert. Sul versante bizantino è disponibile la Narrazione cronologica di Niceta Coniate, grande logoteta bizantino, che riporta gli eventi tra il 1118 ed il 1206.

Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e la III Crociata al tempo di re Guglielmo II di Sicilia

Riccardo prese la croce già quando era conte di Poitou nel 1187. Suo padre e Filippo II di Francia lo fecero a Gisors il 21 gennaio 1188 dopo aver ricevuto la notizia della caduta di Gerusalemme per mano di Saladino. Dopo che Riccardo divenne re, lui e Filippo decisero di partire insieme per la III Crociata poiché ognuno di loro temeva che durante la sua assenza l’altro avrebbe potuto usurpare i suoi territori. Nel settembre 1190, sulla via per la Terra Santa, Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone giunsero in Sicilia, dove la sorella di quest’ultimo Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, era rinchiusa nel castello della Ziza, senza che le fosse restituita la dote. Riccardo chiese al nuovo re, Tancredi, la liberazione della sorella e la restituzione di tutta la dote. Tancredi liberò Giovanna e restituì solo una parte della dote, per cui Riccardo, adirato, occupò Messina e fece costruire una torre di legno che fu detta Mata Grifone (Ammazza greci). Tancredi si presentò con le sue truppe, ma preferì l’accordo: consegnò a Giovanna altre 20.000 once d’oro e, in cambio dell’alleanza di Riccardo, lo indennizzò con altrettante 20.000 once d’oro. L’alleanza stipulata era contro l’imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla, zia ed erede di Guglielmo II il Buono. Inoltre, nei termini dell’accordo, era previsto il matrimonio tra una delle figlie di Tancredi di Sicilia e il nipote di Riccardo, Arturo I di Bretagna, in quell’occasione nominato suo erede. Nel marzo 1191 giunsero in Sicilia anche Eleonora d’Aquitania, che rientrò in Inghilterra quasi subito, e Berengaria di Navarra (promessa sposa di Riccardo), che si prese cura di Giovanna. Riccardo e Filippo rimasero in Sicilia ancora per un po’, ma ciò portò ad un inasprimento delle tensioni tra loro e i loro uomini, con il re francese che tramava con Tancredi contro Riccardo. Finalmente i due re decisero a partire una volta che raggiunsero alcuni accordi, tra cui la fine del fidanzamento tra la sorella di Filippo, Alice, e Riccardo. Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e il suo seguito si imbarcarono il 5 giugno, raggiungendo la terraferma nei pressi del castello di Margat, dei cavalieri ospitalieri, in Siria. Già il 7 giugno arrivarono nei pressi di Acri, in quel momento assediata dalle truppe di Guido di Lusignano che, a loro volta, dovevano difendersi dall’assedio degli uomini di Saladino. La situazione era in una fase di stallo, poiché la guarnigione di Acri poteva contare sugli approvvigionamenti che arrivavano dal mare. Giunto nel teatro delle operazioni, non prima di essere riuscito a distruggere una nave piena di rifornimenti per la città [110], Riccardo diede ordine di realizzare diverse petriere in grado di utilizzare le pietre che aveva imbarcato a Messina. Così iniziò un meticoloso sanguinoso assedio a cui i due re, Riccardo e Filippo Augusto, parteciparono personalmente nonostante fossero entrambi malati. La spedizione di Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone raggiunse la Palestina via mare soltanto nella primavera del 1191. Due mesi dopo i crociati conquistarono Acri, dopo un lungo assedio nel corso del quale i cavalieri templari si erano distinti per il grande coraggio. Le forze cristiane guidate da Riccardo batterono a più riprese gli eserciti di Saladino avanzando verso Gerusalemme. Lo schieramento cristiano era, tuttavia, attraversato da grandi divisioni e Riccardo non aveva soldati sufficienti per conquistare Gerusalemme e difenderla. Così fu costretto a temporeggiare. Lo storico Angelo Bozza (50), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”.

Nel 1194, l’Imperatore Enrico IV ordinò il passaggio dell’Abbazia della SS. Trinità di Venosa alle dipendenze dell’Abbazia di Montecassino

Riguardo questo argomento, Rosanna Alaggio (….), nel suo “Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano” parlando dell’Abbazia di S. Maria di Cadossa, a pp. 129 e ssg., in proposito scriveva che: “…il testo di un diploma di Carlo d’Angiò, emesso nel 1305 in risposta ad una supplica presentata al sovrano dagli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, dimostrerebbe la sottomissione dell’Abbazia cadossiana a ques’Ordine religioso, almeno per il breve arco di tempo compreso tra la fine del XIII sec. e gli inizi del XIV se. (50). Il documento, interamente trascritto dal Sacco, richiama le ragioni dell’istanza mossa al sovrano “pro parte religiosorum virorum preceptoris et fratrum sacre domus hospitalis sancte Trinitatis de Venusio”, ragioni ecc…., quanto invece, tanto il casale che l”ecclesia’ di Cadossa appartenevano all’Ospedale della SS. Trinità di Venosa ecc…”. La Alaggio continuando il suo racconto a p. 130 in proposito scriveva che: “Quali furono le circostanze che determinarono la dipendenza di Cadossa dal Priorato gerosolomitano di Venosa, il Sacco non ha saputo spiegare, nè risulta soddisfacente la sua riflessione su quest’episodio: “Il passaggio nel tempo antico del monastero cadossiano dai Benedettini cassinesi ai cavalieri di Malta, non reca alcuna meraviglia, qualora si pensi che quest’ordine miltare-cavalleresco è di origine di gran parte benedettina, in parte salernitana, e più propriamente amalfitano-cavese” (52). Altrettanto inspegabile appare l’uso dell’appellativo “cassinesi” ecc…”. La Alaggio, a p. 130, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ibidem. p. 91”, riferendosi alla nota (49) dove postillava di: “(49) Sacco A., La Certosa di Padula, etc..”. La Alaggio sempre sull’Ordine religioso militare dei Girosolomitani a p. 131 dice che: “i dati forniti dalla documentazione superstite, nonostante la loro sporadicità, sono sufficienti a delineare, in primo luogo, una presenza, costante nel tempo, dei monaci benedettini, e, almeno per un breve arco cronologico compreso tra XIII e XIV sec., la dipendenza dello stesso monastero dal priorato gerosolomitano della S.ma Trinità di Venosa (55).”. Sempre parlando di Cadossa la Alaggio cita il Gatta e scrive che: “Santa Maria dell’Oliva veniva ricordata da Costantino Gatta come monastero appartenuto ai “Benedetteni cassinesi” e in seguito ceduto all’amministrazione dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (58). Ecc…”. La Alaggio a p. 133 scriveva di Venosa che: “L’istituzione del Priorato di Venosa risale al 1297 quando Bonifacio VIII decide di sottomettere la S. ma Trinità all’autorità del Gran Maestro e dei frati dell’ordine Ospedaliero di San Giovanni (59). Ma già nel 1194 la S.ma Trinità di Venosa aveva subito la perdita della sua indipendenza con l’ingresso forzato nella congregazione cassinese. Per aver sostenuto l’ascesa politica di Tancredi di Lecce, l’Imperatore Enrico IV ritenne opportuno sottomettere il cenobio venosino all’autorità del decano di Montecassino Atenulfo, il quale, invece era stato un fervido sostenitore della causa imperiale; da quel momento la S.ma Trinità di Venosa fu direttamente sottomessa all’autorità dell’Abbazia cassinese (61). Risulta chiaro, a questo punto, come l’identità dei “benedettini cassinesi” ricordati sia da Costantino Gatta che dallo stesso Antonio Sacco, rimandi ad un legame con i monaci di Venosa, entrati a far parte della congregazione cassinese alla fine del XII secolo. La preesistenza, nelle fondazioni monastiche del Vallo menzionate, di “Benedettini cassinesi” risulterebbe giustificata, allora, da una dipendenza delle stesse dalla S.ma Trinità di Venosa, dipendenza risalente, evidentemente, ad un’epoca anteriore all’istituzione del Priorato gerosolomitano.”. La Alaggio a p. 133, nella sua nota (61) postillava che: “(61) P.F. Kehr, ‘Italia Pontificia’, cit., p. 491; ed anche L.R. Ménager, ‘Les fondations monastiques de Rogert Guiscard, duc de Pouille et de Calabre’, in ‘Quellen und Foshungen’, n. 39 (1959), pp. 1-116.”.

Nel 21 febbraio 1291, Carlo Martello fece liberare l’Abbate del monastero

Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”.

Nel 1295, la tassa pagata dal Monastero

Forse non si riferiva al monastero di S. Cono di Camerota, ma a quello di S. Pietro di Licusati, quando Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando del Monastero di S. Cono di Camerota, nella sua nota (51), postillava che: “(51) Del Monastero è pure notizia della tassa di Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Cfr. P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano, Paris, 1891, p. 108, e B. De Montfaucon, Paleografia graeca, Paris, 1708, p. 431, sgg.”. La notizia dovrebbe essere ulteriormente indagata. Ebner (…), scriveva che del Monastero di S. Cono a Camerota, si aveva notizia sulla “Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis”. Si tratta del ‘Codice Taxarum’ o ‘Taxam’, o ‘Liber Taxam’, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (51), per questa tassa, citava tre testi: citava un testo pubblicato da “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano, 1949, p. 297; poi citava pure il testo di Pierre Batiffol (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Pierre Batiffol (…), nel suo L’Abbaye de Rossano’, nel 1891, pubblicava molti documenti, e nel ‘Cap. III, a p. 108’, scriveva che: “Policastren: Johannes de piro: fl. XL.”. Ebner (…), sulla lettera papale, cita anche il B. De Montfaucon (…), che, nel suo ‘Paleographia graeca’, edito nel 1708, a Parigi, a pp. 431-432, riporta un diploma che riguarda S. Giovanni a Piro. Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Nel 1424, e gli elementi di giudizio su fattori economici dovrebbero essere quanto mai aleatori per le istituzioni religiose, la situazione del monastero sembra più solida fra la stessa comunità civile (126). Il versamento della “decima” in sette tarì, per gli anni 1308-1310, venne effettuato dalla Chiesa di S. Severino di “Camarota” in castro “Cucculi”, mentre, per gli stessi anni, l’intero clero di “Gamarote” effettuò il versamento “in Episcopatu Policastrensi” (127).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (126), postillava che: “(126) Taxae pro communibus servitiis, etc, pag. 183.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (127), postillava che: “(127) Rationes Decimarum, etc., Campania, cit., nn. 5538 e 6689.”.

Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: ” i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc..Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Sempre il Gentile a p. 38, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I° I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77.

Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’

Intorno al secolo XIV e su quel periodo (anni 1308-1310), Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, parlando di Centola, a pp. 70 e s., scriveva che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia ecc…(18) ecc..”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Anche Nicola Montesano (…), parlando di Torraca e Tortorella così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). I documentI contenuti nel testo a cura di Mauro Inguanez ed altri sono i nn° 6688, 6689, 6690, 6691, che riguardano “XXVII – POLICASTRO”. Infatti, a p. 479 vi è trascritto l’unico foglio rimasto superstite del registro, il foglio n° 250 “In Episcopatu Policastrensi” che si trova custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana con la segnatura di: “Arch. Vat. Collect. 161, f. 250-250v”.

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Nel 1341 o 1345 (?), la pergamena o istrumento in cui i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati (il Laudisio scrive “di Camerota”) e di S. Giovanni a Piro passano alla chiesa madre di  Rivello

Ferdinando Ughelli parlando della Diocesi di Policastro e delle chiese di rito greco parlava di una pergamena del 1341 conservata presso la chiesa di Rivello. Forse un istrumento o un atto con cui i beni di due importanti abbazie in origine monasteri italo-greci passarono alla Chiesa Madre di Rivello. Si tratta dei monasteri italo-greci di S. Pietro di Licusati e quello di S. Giovanni a Piro. La notizia fu riferita anche dal Laudisio. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ne rimanevano sino a poco tempo fa solo i pubblici oratori aperti a tutti, e che oggi sono ridotti quasi a un mucchio di rovine, invece i beni di queste due abbazie furono assegnate alla Chiesa Madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa. (51)”. Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che vi erano due abbazie minori di basiliani: quella di “S. Pietro a Camerota” e quella di Rivello. Dunque, secondo il Laudisio, a Camerota vi era l’abbazia minore dei padri Basiliani detta di “S. Pietro” di Camerota. Mi chiedo se il Laudisio si riferiva ad un’altra abbazia o monastero di S. Pietro “a Camerota”, un ulteriore monastero o abbazia italo-greca a Camerota (oltre a quello di S. Iconio o S. Cono) oppure, il Laudisio si riferiva al monastero italo-greco di S. Pietro di Licusati ponendolo impropriamente a Camerota ?. A questa domanda ha scritto Onofrio Pasanisi (….). Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio riporta anche un altra interessante notizia. L’antica abbazia basiliana o italo-greca detta dal Laudisio di “S. Pietro di Camerota”, in epoca Nomanna era stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma ecc..” e poi in seguito  I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II° ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”:

Ughelli, vol. VII, p. 541-542.PNG

(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), ‘Italia Sacra’, I ed., vol. VII, p. 542

Il Visconti (….), nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) a p. 17 postillava e scriveva che l’Ughelli scriveva che: “…..(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”Dunque, l’abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua ‘Italia Sacra‘ parlando dei monasteri e delle chiese della Diocesi di Policastro con rito greco ed amministrate da sacerdoti che seguivano il rito greco scriveva che: “sono contenute nelle ventiquattro città, la principale delle quali due, Lauria On. una Collegiata (…), e le altre due avevano Parrocchia Rivellia, in quella latina della Bibbia archipresbyer, la lingua greca ad altre persone con clericale amministra i loro riti di Nazione ….”. Il Visconti (….), a p. 17, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (51) (vedi versione del Visconti) postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Bibl. Vat., num. 2101, pag. 177.”. Dunque, il Laudisio per queste notizie intorno alla chiesa madre di Rivello ed i suoi monasteri associati citava il card. Sirleti ovvero il codice Vaticano Latino n. 2101, pag. 177 conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Lo storico locale, Biagio Ferrari (…), nel suo ‘Ipotesi etimologiche su Rivello, e sugli altri paesi della Valle del Noce’, edito da Rizieri di Lauria, a p. 15, scriveva che: Dai documenti esistenti nelle due chiese parrocchiali, il più antico è una pergamena del 1345, che trovasi presso la chiesa di S. Nicola, risulta sempre ‘Rivellum’; in un resto di volume indice (mancano gli altri undici volumi), che trovasi presso la Diocesi di Policastro, si legge: “Indic. dei monasteri, e delle chiese, e delle Celle….che si contengono negli undici precedenti volumi – Rivello in Diocesi di Policastro, in Principato citro Pandolfo di Revello è in Palermo, 1089.”. Il Porfirio (…), a p. 539, in proposito scriveva pure che: “La Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini in Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello ecc..”. Il Porfirio (…), parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “Non è tanto da passare sotto silenzio, come quivi a questi tempi, esistessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, uno di S. Pietro e l’altra di S. Giovanbattista; con soggezione la prima all’archimandrita dell’Abbadia di Grotta-Ferrata nel Tuscolano, e la seconda a quello di S. Giovanni a Piro. Poscia, non ne avanzarono che gli oratori, de quali al presente non si veggono che poche vestigia: quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano.  Un così fatto rimescolamento facendo nascere il giusto timore del greco scisma, fu dalla santa sede opporunamente giudicato di permettere che i chierici greci potessero essere agli ordini sacri promossi dal vescovo di Policastro, quantunque di rito latino (3). Così fu preclusa ogni sorta di comunione coll’eresia venuta di Costantinopoli….”. Il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “….quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano. Ecc..“. Dunque, il Porfirio, sulla scorta dell’Ughelli e del Laudisio scriveva che i beni delle due abbazie minori basiliane di S. Pietro di Licusati e di S. Giovanni a Piro secondo l’istrumento del 1341 (scritto a caratteri gotici) furono assegnate alla chiesa madre di Rivello. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), postillava che:  “(3) Apud. Card. Sirleti, in biblioteca Vat. n. 2101, pag. 177.”. Il Porfirio, citava la stessa notizia del Laudisio sul Cardinale Sirleti. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Secondo il Laudisio, sulla scorta del Cardinale Sirleto o Sirleto (…) e, sulla scorta di due Atti notarili, del 1341 e, l’altro del 1685, che dice conservati nella Chiesa di Rivello, i beni delle due Abbazie di S. Pietro di Licusati (che dice dipendesse dall’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo) ed i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, “furono assegnati alla chiesa madre di Rivello”. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), ed il Porfirio (…), postillavano che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Da Wikipedia leggiamo che il Cardinale Guglielmo i chiamava Sirleto. Guglielmo Sirleto (Guardavalle, 1514 – Roma, 6 ottobre 1585) è stato un cardinale italiano. Il Cardinale Guglielmo Sirleto, il 16 settembre 1566 fu nominato vescovo di S. Marco nella Calabria Citeriore. Trasferito a Squillace il 27 febbraio 1568, governò quel vescovato per mezzo del nipote Marcello sino al 15 aprile 1573, quando vi rinunciò in favore di lui. Nel 1569 fu chiamato a far parte della commissione preposta da Pio V all’edizione della ‘Vulgata’, e cooperò all’edizione della Bibbia greca dei Settanta e alla Poliglotta di Anversa. Il Cervini, divenuto papa, lo nominò custode della ‘Biblioteca Apostolica Vaticana’ e gli affidò l’educazione dei nipoti. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto (…) compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della ‘Vulgata’. Presso la Biblioteca Apostolica Vaticana dopo un’iniziale dispersione, è conservata la sua ricca raccolta di manoscritti, e la corrispondenza che il cardinale tenne con i più illustri personaggi del suo tempo. Nelle more della nomina di Cervini a cardinale bibliotecario (28 ottobre 1548), Paolo III affidò la cura della Biblioteca Vaticana al cardinale Bernardino Maffei, il quale incaricò Sirleto del riordino del patrimonio librario, impoverito da furti e prestiti non restituiti, del restauro e dell’inventariazione, mai terminata, dei codici della Biblioteca. Nel contempo egli si prodigò nell’acquisto di manoscritti per Cervini e per la Biblioteca e nell’aiuto a studiosi, quali Pietro Vettori, Gentian Hervet, Nicola Maiorano e altri che a lui ricorrevano in vista della stampa di opere patristiche e bibliche. Inoltre, in assenza di Cervini da Roma curava la formazione dei nipoti Riccardo ed Erennio. Il Cardinale Guglielmo Sirleto (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177, scriveva che: “…………”. Il Codice vat. Lat. n. 2101 ha per titolo:Aristotelis Ethicorum ad Nicomachum libri X atque Politicorum libri VIII nec non pseudo-Aristotelis Oeconomicorum libri I, III in Latinum sermonem per Leonardum Brunum Aretinum translati. Eiusdem Leonardi commentum in praedictos libros Oeconomicorum. sec. XV”

Cod. Vat. Lat. 2101

La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), potrebbe essere confermata da ciò che scriveva Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’ e riferendosi al cenobio italo-greco di S. Giovanni a Piro scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Anche Biagio Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Dunque, il Cappelli (…), citava Pietro Marcellino Di Luccia (….), citava Teodoro Minisci (….) e citava  il Martire (…) che, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè:…”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”.

Martire D., p. 150

(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Ora posto che in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…), sebbene abbia scritto impropriamente “di detta Terra di Camerata”, riferendosi al casale di Camerota, si riferiva al nostro monastero in origine italo-greco e poi in seguito divenuto benedettino detto di S. Pietro di Licusati. Il Martire (…), cita anche Pietro di Lucca e la suaHistoria del Monastero di S. Giovanni a Pero’. Tuttavia queste notizie andranno ulteriormente indagate. Dunque il Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia (…) e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), vengono confermate dunque da Teodoro Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Attanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco (40)”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci). Silvano Borsari (…), nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’archimandita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca.

Nel 1353, la bolla del 9 gennaio di papa Innocenzo VI da Avignone a ‘S. Coni de Camerota’

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484):

Russo F., p. 463, n. 7272

Nel documento n. 7272 del 9 gennaio 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede papale) è scritto che: “Nicolaum de Camerota confirmat in abbatem monasterii S. Coni de Camerota, O.S.Bas., Polycastren. dioc., vac. per translationem Nicolai, olim abbatis eiusd. monasterii S. Coni, ad Archimandritam monasterii S. Adriani, eiusdem Ord., Rossanem. dioc. “Dat. Avignone, quarto idus januarii anno primo”.”, che tradotto è: “Nicola di Camerota abbate del monastero di S. Cono di Camerota conferma anche questo del monastero di San Nicola, O.S.Bas., Polycastren. Diocesi., Vacante con il trasferimento di Nicola, abate di quel tempo. del monastero di S. del cono, al archimandrita del monastero di S. Adriano, dello stesso Ord., Rossano. Diocesi Datato Avignone, il primo giorno di gennaio dell’anno.. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Vat. 219, f. 57, ep. 17; Reg. Vat. 244, f. 215, ep. 14; ‘Fontes Iuris Orient.’, S. III, vol. X, p. 1.”. Riguardo la bolla papale di papa Innocenzo IV, emanata ad Avignone è stata citata anche da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“.

Nel 1353, la bolla del 3 aprile di papa Innocenzo VI da Avignone a S. Coni de Camerota

Russo F., p. 465, n. 7299

Nel documento n. 7299 del 3 aprile 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede Papale) è scritto che: “Policastren. et Bisinianem episcopis ac Abbati monasterii Laurent., Policastren. dioc. Pro-visionem monasterii S. Coni de Camerota, O.S. Bas., Policastren. dioc., vivente adhuc abbate eiusdem, Clemens papa VI Sedi Apostolice reservavit. Mortuo ultimo eiusdem monasterii abbate, Pontifix Nicolaum eidem monasterio praefecit. Sed conventus monachorum eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum inducant in corporalem possessionem dicti monasterii et inductum defendant.” “Dat. Avignone, tertio nonas aprilis Pont. n.ri anno primo”. “Dutum fel. rec. Clemens”, che tradotto è: “Policastren. vescovi, e l’abate del monastero e Bisignano Laurent., Policastren. Diocesi. Per il monastero di Saint-Cono circa il Camerota, Ordine di S. Basilio, Policastren. Diocesi, durante la vita di abate di papa Clemente VI  Sede Apostolica magazzino. Dopo la morte del abate del monastero, l’ultimo capitolo della stessa, pontifice Nicolas, un monastero del governo allo stesso. Tuttavia, l’assemblea dei monaci per ricevere rifiuta Per questo motivo a loro, li istruì di riportarlo nega; Per questo motivo a loro, li incaricato di condurre, in possesso del corpo del detto monastero, e sono stati approvati da lui per difendere la fede “” Egli dà. Avignone, celebrato aprile Pont. n.ri primo anno. veleno Dutùr. Rec. Clemente VI”. Il Russo (…) a p. 468 postillava che il documento in questione si trova in: “…………………..

Nel 1355, la bolla del 15 ottobre di papa Innocenzo VI da Avignone per S. Coni de Camerota

Russo F., p. 478, n. 7431

Nel documento n. 7431 del 15 ottobre 1355, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362) è scritto che: “Supplicat….frater Nicolaus, archimandrita monateri S. Adriani, O.S.Bas., Rossanen. Rogerii de Camerota, presbytero Polycastren. dioc., de archipresbyteratu de Camerota aucoritate ordinaria factas, dignemini autoritate apostolica confirmare. – Fiat”.”. Questo documento del 15 ottobre 1355, contenuto nel regesto Vaticano di papa Innocenzo VI, si parla di un Rogerii de Camerota. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Suppl. 28, f. 232v; ‘Fontes Iuris Orient., S. III, vol. X, 123.”.

Nel 1418, il monastero Agostiniano di S. Pietro di Licusati dell’Ordine dei Premostratensi

Nel periodo di crisi della dinastia normanna dopo il 1194, l’ordine Premostratense acquistava il monastero e la sua proprietà e diritti per alcuni secoli. Dopo la Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica molti vescovi della chiesa romana insistevano sull’uniformità totale di rito e disciplina tanto da arrivare al punto che alcuni vescovi bruciavano pubblicamente i libri liturgici del rito greco come ad esempio a Cuccaro Vetere. L’aristocrazia locale riuscì a smembrare la proprietà dei monaci italo-greci. Sull’abbazia e sul casale di Licusati, non vi sono molte notizie, sia perché l’Antonini (…), che pur aveva scritto del territorio nel ‘700, che il Volpi (…), che scrisse della diocesi di Capaccio e dei suoi vescovi, nulla avevano detto della badia e del villaggio che le era sorto a poche centinaia di metri. Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, scriveva in proposito a Licusati che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”, come si può vedere nell’immagine sotto tratta da p. 117 del Lubin (…):

lubin-p-117.png

(Figg….) Lubin Agostino (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis, ut refertur in Codice Taxarum Camerae Apost. apud Ughellum. to. (tomo) 7. pag. 940 vocatur S. Petri de Licusati, & dari solita est in Commendam; vulgo ‘li Cosati’ Vicus Regni Neapolitani in Provincia Principatus Citerioris dicta, decem pass. mill. Polycastro distans, versus Occidentem, & miliario à Camerota, versus Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin (…), nel 1693 scriveva che: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis“. Dunque, il Lubin (….), la chiamava Abbazia di S. Pietro di “de Cusato” appartenente all’Ordine dei Premonstratensi. I canonici regolari premostratensi (in latino Candidus et Canonicus Ordo Praemonstratensis) sono un ordine canonicale di diritto pontificio: i religiosi, detti anche norbertini, pospongono al loro nome la sigla Ordine Praemostratensis. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, a p. 232, così in proposito scriveva che: Nel 1418 è attestata come appartenente all’Ordine dei Premostratensi, nel 1424 passa all’Ordine di San Basilio nella diocesi di Policastro, al cui vescovo paga la tassa generale (H. Hoberg, 183), nel 1548 risulta proprietaria di un frantoio e un ‘cammarellus’ a Camerota (in ASS ‘notar G. Greco, fs 28, lib. II, pag. 50); il frantoio nel 1693 è sito presso la chiesa di S. Maria delle Grazie a Camerota come risulta dal ‘Libro delle entrate ed esiti della cappella del SS. Rosario’ (ASC SS. Rosario, 3); è attestata anche nel 1709; nel 1753 è affidata dalla Santa Sede al reverendo di Licusati Marco Crocco per la qual cosa pende giudizio innanzi alla Curia romana; ecc…I beni della Badia nel 1857 risultano intestati per metà al Seminario diocesano di Policastro e per metà al Comune per usi civici (Cirelli, 38). Ecc…”. Sui “Premonstratensi” ha scritto il Cappelli. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss., in proposito scriveva che: Ivi in prossimità di altri asceteri, Nicola trova il desiderato cenobio di S. Nazario dove, spossato dal viaggio, è amorosamente accolto dall’abate e dagli altri fratelli (37). Situo così il monastero negli immediati pressi o sullo stesso luogo dell’odierno villaggio di S. Nazario che evidentemente deve le sue origini al cenobio bizantino del quale ora, solo, conserva la memoria, ma assai alterata, nella chiesa costruita di recente, dopo essere stato il cenobio unito all’abbazia di S. Pietro di Camerota (38). E come nell’autunno del medioevo il villaggio è uno dei casali del castello di Cuccaro, feudo di uno dei rami della potente famiglia Sanseverino (39), così anche al tempo di Nicola è fondato su terre dipendenti dallo stesso castello, al quale quasi sicuramente appartiene come governatore quel “piccolo despota detto in quei luoghi c o n t e” (40) umiliato dall’asceta.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (37) postillava che: “(37) Vita di S. Nilo, cit., pp. 12 e s.”Il Cappelli, a p. 52, nella nota (38) postillava che: “(38) V. per l’ultima affermazione, P. N. Baumund, Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385. L’autore però erra nel dire che il cenobio di S. Nazario è una probabile fondazione benedettina.”. L’autore non è Baumund ma è Backmund Norbert (….), autore del testo “Monasticon Praemonstratense: id est historia circariarum atque canoniarum candidi et canonici ordinis Praemonstratensis”, I-III, Straubing 1952-1960 (I, Berlin 19832). Infatti, Norbert Backmund (….) ci parla del monastero e Abbazia di S. Pietro di Licusati, scrivendo la voce “Camerota”.

Nel 31 luglio 1423, la donazione di Giacomo Morra al vassallo Brancato Pistinello di Licusati

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Come c’informa un inedito atto in pergamena, redatto “apud terram Sancti Sanseverini de Camerota”, che pubblichiamo integralmente in appendice, il 31 luglio 1423 Giacomo Morra donò in proprietà e possesso irrevocabili (“in perpetuum donationis titulo et non revocabilis inter vivos”) al suo vassallo Brancato Pistinello di Licusati (“de Cusatis”) abitante in Sanseverino, in ricompensa dei suoi servigi, presumibilmente di natura militare (“vassalli affectione motus (….) accepto benefici gratus”), diversi beni stabili siti nelle pertinenze di Sanseverino: una casa in località San Cristofaro, confinante con via pubblica e via vicinale, soggetta ad annuo censo di un’oncia e mezzo alla corte feudale; una vigna in località “Campanella”, confinante con i beni di Biagio de Rosa, di Giovanni de Ielardi e di Giovanni de Petrillo, soggetta ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo; un terreno in località “Lisca”, confinante con la via pubblica, via vicinale e vallone, ugualmente soggetto ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo. Il documento fu redatto dal notaio Ciferio Britto (“Ciferius Brictum”) di Policastro (“de civitate Policastri”) e dal giudice annuale di Sanseverino Napolillo Bonavita (“Napulellus de Bonavita”)(3). E’ significativo che la solenne donazione, sottoscritta da molti autorevoli testimoni e giurata sul Vangelo dal Morra, s’inserisse nel contesto del diritto feudale e del rapporto vassallatico. La donazione era infatti a tutti gli effetti irrevocabile, alla sola condizione che il Brancati e i suoi successori avessero continuato a prestare l'”homagium” al feudatario e non riconoscessero altri signori (“accessisset ad aliquem domunum”). Non si trattava, quindi, di una pura e semplice censuazione, ma di una vera e propria investitura di beni feudali, effettuata, peraltro, senza nessuna autorizzazione legale da parte del sovrano, il che si spiega con la confusione politica attraversata in quel periodo dal regno di Giovanna II. Il fatto, poi, che la stipula dell’atto, rogato da un notaio “esterno” fatto venire da Policastro, non sia avvenuta, come ci si attenderebbe, nel castello di Sansverino, ma in una località indeterminata, e comunque in aperta campagna (“apud terram Sancti Severini de Camerota”) ecc…”. Il Barra (….), a p. 80, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Archivio di Stato di Benevento, Fondo Pedicini, Pergamena n. 1, che riportiamo in appendice al doc. 1”. Il Barra riporta integralmente la trascrizione scritta del documento a pp. 96-97-98.

 Nel 1480, la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di San Pietro di Licusati

Recentemente Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità” ha riesumato una Platea scoperta da Pietro Ebner. La Ottati (….), a p. 26 riferendosi ad una chiesa “Obedientia” di S. Caterina a Caprioli, in proposito scriveva che: Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpazioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480″)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613 ecc…”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 118 parlando di Licusati, in proposito a questa platea scriveva che: “Mancavano notizie sicure sul villaggio, specialmente sulle chiese e cappelle locali ecc….Ciò fino al 1979, quando ebbi l’insperata possibilità di pubblicare (5) la platea dei beni mobili e immobili, compilata nel 1613, della badia di S. Pietro esistente nell’ADV, saggio al quale rinvio per tutte le particolarità, specie fondiarie, inerenti la badia medesima. Questa, già nel 1480 (6) aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma.”. Ebner, a p. 118, nella sua nota (5) postillava che: “(5) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, “RSSR”, Napoli, 1979, p. 163.”. Ebner (…), a p. 118, vol. II, nella sua nota (6), postillava a riguardo che: “(6) Lo si rileva dai ff 183 e 183 t (“confecta in anno 1480″), ecc..”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, che riferendosi alla Badia di S. Pietro di Licusati, scriveva che: “Questa, già nel 1480 (6) aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma.”. Si tratta di una ‘Platea dei beni’ del 1480, a cui si rifaceva un’altra ‘Platea dei beni’, scoperta da Pietro Ebner (…), che nel 1979, pubblicava sulla rivista ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’ (…), un suo saggio: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, dove citava e pubblicava per la prima volta una ‘Platea di beni’ del 1613, inedita, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Il documento del 1613, è interessantissimo, perchè si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480. Ebner (…), a p. 118, vol. II, nella sua nota (6), postillava a riguardo che: “(6) Lo si rileva dai ff 183 e 183 t (“confecta in anno 1480″), ecc..”. Mentre, nel suo saggio ‘Dimensione fondiaria di ecc..’, del 1979 e pubblicato da Amedeo La Greca (…), a p. 217, nota (3), Ebner (…), scriveva: “Sull’esistenza sicura del polittico del 1480, v. ad esempio, a f. 183 e a f. 183 t: ‘confecto in anno 1480’ e che non doveva superare di molto i 249 ff. Il numero più alto che, del vecchio inventario, si legge in quello del 1613.”. L’Ebner (…), a proposito del Monastero di Licusati, scriveva che già nel 1480 aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma. Del documento del 1613, scoperto da Ebner (…), parleremo innanzi. Tuttavia Ebner (…), non ha mai pubblicato i fogli originali della ‘Platea’ del 1613, ne quelli della precdente ‘Platea’ del 1480. Il saggio di Ebner (…), è stato ripubblicato recentemente da Amedeo La Greca (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555 e s., parlando del casale di ‘Bosco’, scriveva che: “Ma ben più importante è l’elenco dei diritti feudali all’abbazia di S. Pietro di Licusati, trascritti dall’inventario del 1480 e distinti in capitoli.”:

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(Figg…) Ebner (…), ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, vol. I, pp. 557-558

Nel 1480, la bolla del 20 giugno di papa Sisto IV per S. Pietro di Licusati

Orazio Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monasterio si vestì dell’abito dell’Ordine di S. Basilio, dal Bios cit. Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota, e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citato il monastero di S. Cono di Camerota. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484):

Russo F., vol. II, p. 463, n. 12562.PNG

Nel documento n. 12562 del 20 giugno 1480, nel Regesto Vaticano di papa Sisto IV (1471-1484)(vol. II, p. 463  è scritto che: “Archiepiscopo Acherontin. et Aversan. ac Tropien Episcopis mandat, ut monasterium S. Petri de Camerota, O.S.Bas., Policastren. dioce., vac. per ob. Bernardi, Episcopi Cotronen., qui ex concessione apostolica habebat in commendam, commendetur Thomacello de Petrutiis, clerico Neapolitan., Notario Papae. “Dat. Rome, apud Sanc-tumpetrum, Anno etc. MCCCCLXXX, duodecimo KL. Iulii, pont. n.ri Anno Nono”.”. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Vat. 605, f. 95-96 (ol. 94-95)”.

Nel 1503, la commenda dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati

Ebner (…), che nel suo vol. II, a p. 493, parlando di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “Nello stesso anno 1503, venne nominato abate commendatario il napoletano Antonio Terracina, abate anche delle badie di S. Pietro di Licusati e di San Nicola di Bosco, il quale delegò all’amministrazione delle badie un locale, Gerolamo Surfaia (26), il quale assunse così poteri quasi vicariali. Seguì sempre come abate commendatario, Antonio del Baucio (1520) che amministrò la badia a mezzo il vicario G. Surfaya. Il Di Luccia (p. 47) trascrive la “Instruccione et ordinatione date a vui Donno Ieronimo Surfaya per nui Antonio Terracina Apostolico Protonotario et Commendatore de l’Abbatia de S. Ioanne a Piro e S. Pietro de Lycusate” per cui il predetto doveva tenere corte in la Iustitia tanto clericale come laicale; vendere “loglie che sono al presente in Abbatia de S. Io:…volimo” che eseguiate le volontà testamentarie di certo Francesco di cui manca il cognome; ecc..”. Ebner, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Di Luccia, p. 25.”.

Nel 1561, la bolla di papa Pio V elesse Girolamo de Vio, Abate Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel 1561 nella badia vi era un solo monaco. Se ne legge nella bolla di Pio V di concessione in commenda a Gerolamo de Vio (“in quo unus Monachus dicti Ordinis de presenti reperitur”).”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta di una bolla di papa Pio V del 1561, riteneva che la concessione a commenda (elezione ad Abate Commendatario) dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro fu di papa Pio V e non di papa Pio IV come scrisse il Di Luccia. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – …..D. Girolamo De Vio (1561-87).”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: 7) D. Girolamo De Vio, nipote di Andrea, ultimo Commendatore, fu investito nel 1561 da Papa Pio IV (35), dopo la rinunzia dello zio, come dimostrerebbe una lapide già esistente nella Chiesa Parrocchiale e non più ritrovata. Non si hanno documenti dell’attività di quest’ultimo Commendatore: tanto erano differenti le condizioni del Cenobio, che un solo frate risiedeva nel Convento, come attesta la stessa Bolla di Pio IV: “…in quo (convento) unicus Monacus dicti Ordinis (Basiliani) de praesente reperitur…” (36).”. Il Tancredi (…), a p. 64, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Milanese, Giovan Angelo dei Medici: 25.XII.1559, 6.I.1560 – 9.XII.1565.”. Il Tancredi, a p. 65, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Di Luccia P. M., op. cit., p. 29: “nel quale (Convento) si trova al presente un solo Monaco del detto Ordine.””.

Nel 20 giugno 1564, la bolla “Insuper eminenti” di papa Pio IV (o papa Pio V ?) che aggregava le Commende delle Abbazie di: S. Nicola di Bosco, S. Pietro di Licusati, S. Giovanni di Camerota, S. Cecilia di Cuccaro, Centola ed Eremiti alla Cappella del Presepe del Capitolo di S. Pietro in Vaticano

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, parlando del casale di Bosco e riferendosi alla Chiesa di Bosco in proposito scriveva che: “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Dunque, l’Ebner scriveva che un tempo la chiesa e l’Abbazia di Bosco dipendeva dall’Abbazia di Licusati. Ebner scriveva pure che le Abbazie di Bosco (S. Nicola) e quella di Licusati (S. Pietro) furono aggregate in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano con la bolla del 20 giugno 1564 da papa Pio IV, insieme alle altre abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Ebner scriveva che erano Abbazie minori. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dunque, secondo Ebner, l’antica Abbazia di S. Nicola di Bosco era una grangia dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Ebner scriveva pure che oltre a S. Nicola di Bosco e S. Pietro di Licusati vi erano anche le abbazie o monasteri di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia e di S. Nazario a Cuccaro. Di queste abbazie parlerò in seguito. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo Ebner (…), dalla bolla del 1564, di papa Pio V, si rileva che il monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, possedeva alcune grangie, tra cui quella di “S. Giovanni” a Camerota e S. Nicola di Bosco. Dalla bolla del 1564 di papa Pio V si rileva che il monastero di S. Pietro di Lucusati possedeva anche le seguenti grangie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Cecilia e S. Nazario con tutte le sue notevoli dipendenze. Nel secolo XVI, Papa Pio IV, con la bolla “Insuper eminenti” (datata 20 giugno 1564), assegnò l’Abbazia di San Nicola al capitolo San Pietro in Vaticano. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, dove parlando della chiesa di Bosco scriveva che:  “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, coadiuvato da un agente residente a Napoli con il compito di controllare l’opera del vicario locale (12)”Pietro Ebner (….), a p. 559, vol. I, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia, cit., p. 127 e ssg.”. Dunque, Pietro Ebner parlando di Bosco e della sua Abbazia di S. Nicola scriveva che questa insieme ad altre abbazie del basso Cilento furono aggregate alla Santa Sede dalla bolla di papa Pio IV il 20 giugno 1564. Pietro Ebner postillava di Pietro Marcellino Di Luccia (….), traeva alcune notizie dal Di Luccia (….), ovvero dal suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 127 e sgg. Rileggendo però il Di Luccia (….) a p. 127 e ssg., non si evince quanto sia stato scritto da Ebner. Il Di Luccia, a p. 127 ci parla di S. Giovanni a Piro e del suo territorio. E’ molto probabile che l’antica  Abbazia basiliana di S. Pietro a Licusati, sia stata posta alle dipendenze e sotto la giurisdizione dell’Archimandita dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo vicino Roma, fondata da S. Nilo da Rossano.  Licusati faceva parte del distretto amministrativo civile di Policastro, ma il vescovo di Policastro non aveva giurisdizione a Licusati, perché la baronia era di rito greco. Dipendeva attraverso un archimandrita direttamente da Roma per le cose ecclesiastiche e dal duca di Salerno e dal re per le cose civili. Forse però questi autori sbagliano in quanto nel 1564 non era papa Pio V ma papa Pio IV. Infatti, Papa Pio V, al secolo Antonio (in religione Michele) Ghislieri è stato il 225º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, sovrano dello Stato Pontificio, dal 7 gennaio 1566 alla sua morte. Invece, papa Pio IV, nato Giovanni Angelo Medici di Marignano è stato il 224º papa della Chiesa cattolica, dal 1559 al 1565. Dunque, papa Pio V (o papa Pio IV), con la sua bolla emessa l’anno 1564 aggregò in Commenda (cioè in affidamento) alle dipendenze della Cappella del Presepe, della S. Sede Apostolica di Roma, alcune abbazie tra cui quella di S. Pietro di Licusati, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia e S. Nazario ecc… Il sacerdote Giovanni Cammarano, nel suo ‘Storia di Centola’, vol. II dedicato alla ‘La Badia di S. Maria‘, a p. 137 parlando di “2. Quando la Badia diventò commenda” continuando a scrivere sull’argomento, non essendo d’accordo neanche sul Venceslao II in proposito citava l’Ebner e scriveva che: “L’Ebner non cita la fonte, per cui resta insoluta la data del passaggio in commenda. Comunque stando a questo passo la Badia di Centola sarebbe passata in Commenda nella seconda metà del 1400. Lo stesso Ebner, a prescindere che non conosceva per niente la storia di Centola, era tanto insicuro, per quanto riguarda la commenda, che cadde in contraddizione. Infatti in CBPC a p. 559 scrive che “Nel secolo XV, Papa Pio IV con la bolla “Insupereminenti del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in commenda al capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme ad altre quattro abbazie viciniori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti”. La citazione di Ebner, che pare abbia attinto dal Di Luccia (197) a p. 127, a prescidere dalla contraddizione, pecca di imprecisione. Difatti contiene i seguenti errori: !) Nel secolo XV, mentre è il secolo XVI se è vero che la bolla è datata il 20 giugno 1564. 2) Nella stessa bolla si parla delle Badie di S. Nazario e di S. Pietro di Licusati e quindi non fa menzione delle Badie di Eremiti-Castinatelli, di Cuccaro e di Bosco e tantomeno di Centola. La bolla non comincia, insuper eminenti, ma “In superminenti” (198).”. In seguito alle affermazioni del Cammarano ho cercato di approfondire la questione. Intanto riguardo i punti 1) e 3) del Cammarano direi di dargli ragione. Riguardo invece il punto 2) la questione va ulteriormente approfondita. Intanto il Cammarano contraddice se stesso se è vero che a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il nome abate, ha molteplici suddivisioni: abate de regimine governa soltanto il proprio monastero; abate nullius dioecesis ha autorità su un territorio eparato dalla diocesi, alla diretta dipendenza della S. Sede, e fu il caso di Centola; abate commendatario, al quale veniva conferita un’abbazia in commenda cioè in affidamento, alle dipendenze della S. Sede, e si verificò per Centola dopo il 1564. Ai tempi di cui intendiamo parlare per avere il titolo abate erano sufficienti la tonsura e un ordine minore. Alcuni di questi abati avevano il privilegio di portare la mitra, insegna vescovile, per cui si chiamavano abati mitrati. E l’abate di Centola godeva di questo privilegio.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 559, parlando del casale di ‘Bosco’, citava “Il Giustiniani (10), ricorda poi che dopo la soppressione dei cenobi italo-greci, il monastero (di S. Nicola di Bosco), fu dato in commenda da Pio IV al Capitolo Vaticano, che Benedetto XIII, con la bolla 26 aprile 1726, concesse altre facoltà  che Benedetto XIV con bolla “ad honorem” dichiarò la badia di S. Pietro di Licusati (il Giustiniani dice “S. Pietro del Bosco”) di giurisdizione quasi episcopale.. Ebner (…), nella sua nota (9) postillava che: “(9) Giustiniani, II, 1791, p. 328.”. Infatti, nel 17…, il Giustiniani (…), scriveva su Bosco e diceva che:

Giustiniani, vol. II, p. 328

(Fig…) Giustiniani (…), vol. II, p. 328

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, che riferendosi alla Badia di S. Pietro di Licusati, scriveva che: “Mancavano notizie sicure sul villaggio, specialmente sulle chiese e cappelle locali dato che Licusati era esente dalla giurisdizione del Vescovo di Capaccio, appunto perchè soggette a quelle del Capitolo romano di S. Pietro.”. Però, Pietro Ebner, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’ (…), a p. 575, parlando del casale e del Monastero di S. Nazario ed Eremiti, scriveva che: “Comunque secondo il Volpi nel 1708 e secondo il Giustiniani (12)..” e alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

giustiniani-p-199-vol-viii.png

(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

Dunque, secondo il Giustiniani (….), il monastero o Abbazia di S. Pietro di “Cusati” era posto sotto la “giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”. Dunque, nel 1564, secondo il Giustiniani, la giurisdizione quasi vescovile “nullius dioecesis” del monastero di S. Pietro di Licusati era del Vicario della Santa Sede del monastero di S. Nazario.  In seguito vedremo chi fossero i vari Vicari Apostolici nominati dalla Santa Sede e dal Papa che dovevano amministrare i beni delle diverse Abbazie. Luigi Tancredi (…), nel 1991, nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′ (…), forse sulla scorta dell’Ebner a p. 110, in proposito scriveva che: “La chiesa di Roma ne esercitò la giurisdizione spirituale a mezzo di un vicario apostolico, coadiuvato da un controllore residente in Napoli.”. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1991, nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′ (…), forse sulla scorta dell’Ebner a p. 110 e s., ci parla di Bosco e, scriveva in proposito che: “Bosco trae il nome dal fitto patrimonio boschivo che un tempo la circondava e vanta una storia antica e gloriosa. Ebbe, intorno all’anno Mille, un’importante Abbazia fondata dai benedettini sotto il titolo di S. Nicola, dotata di un ingente patrimonio terriero donato dai longobardi alla chiesa.”. Sempre il Tancredi (…), segnala che: “Nel secolo XVI, Papa Pio IV (Giovanni Angelo Medici), con la Bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, in Commenda, al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro Badie viciniori: Licusati, S. Nazario, Centola ed Eremiti. La chiesa di Roma ne esercitò la giurisdizione spirituale a mezzo di un vicario apostolico, coadiuvato da un controllore residente in Napoli. Compreso nella grande Contea di Policastro, appartenente al primo ministro del re Ferrante, nel 1596 il feudo di Bosco, insieme con i territori di Roccagloriosa, Caselle in Pittari, San Giovanni a Piro, a Torre Orsaia e Alfano, fu dato in concessione alla famiglia Carafa della Spina di Napoli, che vi esercitarono per circa un secolo, un dominio piuttosto assoluto, caratterizzato da vessazioni e soprusi.”. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“. Poi il Laudisio sempre a p. 99 aggiunge che: “Vi erano anche le abbazie benedettine. La prima, quella di S. Pietro di Licusati, fu unita dal pontefice Pio IV alla Basilica Vaticana con un’ordinaria, quasi vescovile giurisdizione e con un proprio territorio (156). E benchè il vescovo di Policastro, in obbedienza ai decreti del Concilio di Trento, si astenga dal visitare le parrocchie che dipendono dall’abbazia, tuttavia il vicario dell’abbazia non può far tenere esami per l’ordinazione dei parroci, a meno che, ecc..ecc..”. Dunque, il Laudisio sosteneva che l’Abbazia di S. Pietro di Licusati era un’abbazia benedettina che da Pio IV fu unita alla Basilica Vaticana con un’ordinaria, quasi vescovile giurisdizione e con un proprio territorio (156).”. Il Laudisio (…), a p. 46 (v. versione di Visconti), nella sua nota (156) postillava che: “Ex bulla. XII Kalend. Iul. an. 1564.”. Questa notizia dataci dal Laudisio è particolarmente interessante in quanto unita a quella dataci dal Lubin e Ughelli che vedremo in seguito dell’Abbazie dell’Ordine dei Premonstratensi andrebbero ulteriormente indagate. Il Laudisio dunque scriveva che la bolla di papa Pio IV concedeva al monastero di S. Pietro di Licusati con un’ordinaria, quasi vescovile giurisdizione e con un proprio territorio“. Dunque, il papa Pio IV concedeva al monastero di S. Pietro di Licusati di essere “nullius dioecesos” e di amministrare un proprio territorio. Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), riferendosi alla chiesa locale di Bosco postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1), ho detto altrove (2) e dirò a proposito di S. Giovanni a Piro (v.). Il villaggio era attiguo alla badia di S. Nicola, con quella di S. Pietro di Licusati, ‘nullius dioecesis’ fino al 1850. Notizie che mancano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Ebner (…), nella sua nota (4) di p….., postillava di Ughelli, ‘Italia Sacra’, tomo VIII, p. 726. Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, scriveva in proposito a Licusati che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”, come si può vedere nell’immagine sotto tratta da p. 117 del Lubin (…):

lubin-p-117.png

(Figg….) Lubin Agostino (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis, ut refertur in Codice Taxarum Camerae Apost. apud Ughellum. to. (tomo) 7. pag. 940 vocatur S. Petri de Licusati, & dari solita est in Commendam; vulgo ‘li Cosati’ Vicus Regni Neapolitani in Provincia Principatus Citerioris dicta, decem pass. mill. Polycastro distans, versus Occidentem, & miliario à Camerota, versus Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin (…), sulla scorta del Codice Taxar e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Petri de Cusato’. Devo però precisare che il Lubin nel 1693 (….) parla anche di una non lontana Abbazia. Il Lubin scrive pure che: “…..; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin scriveva che vi era anche la vicina Abbazia di S. Pietro di Camerota. Il Lubin cita pure l’abate Ferdinando Ughelli, l”Italia Sacra’, il tomo VII, I° ed., p. 940, dove parlando dei Vescovi di Bitonto cita un certo “Lupus” o Lupo “LUPUS vel Lopez de Alarcon Hispanus electus Bituntinus Episcopus per concessionem Cardinalis Farnesij die 17 maij 1532. Lupus verò cessit commenda monasterium sancti Petri de licusati, & S. Nazarij Policastrensis & Caputaquensis diocesum, quorum erat Abbas commendatarius.”. Dunque, l’Ughelli scriveva che Lupo o Loper de Alarcon Spagnolo, prima di diventare Vescovo di Bitonto nel 17 maggio 1532 si era dimesso dalla carica di Abbate Commendatario per la Santa Sede dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati e di S. Nazario. Lopez era figlio di Hernando de Alarcón, in italiano Ferdinando Alarcon (Palomares del Campo, 1466 – Napoli, 17 gennaio 1540), è stato un militare spagnolo, attivo nel corso delle guerre d’Italia. Hernando era il figlio primogenito di Diego Ruiz de Alarcón e della sua seconda moglie Isabel de Llanes y Santoyo. Oltre ad Hernando, la coppia ebbe altri quattro figli, ovvero Lope (vescovo di Bitonto tra il 1532 ed il 1537), Leonor (dama di compagnia della regina Giovanna e precettrice dell’Infanta Caterina), Maria e Isabel. Lopez fu il 30° Vescovo di Bitonto. Lope de Alarcón † (17 maggio 1532 – 1537 dimesso). Dunque, Lopez si dimise dalla carica di Vescovo di Bitonto nel 1537:

Ughelli, vol. VII, I ed. , p. 940 su monastero di S. Pietro de Licusati

Prima di diventare Vescovo di Bitonto Lupo o Lopez de ………………, era stato Abbate Commendatario nominato dalla Santa Sede ……………..

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., riferendosi all’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola, in proposito scriveva che: “Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze della S. Sede, da allora gli abati beneficiari vennero sottratti al patronato feudale e la loro nomina spettò direttamente al pontefice (l’ultimo di essi, come vedremo, fu Ferdinando Galiani nel 1748).”. Riguardo il passaggio di alcuni monasteri grangie e Abbazie della nostra area al Capitolo di S. Pietro in Vaticano è interessante quanto ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…. Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, ecc…ecc…Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Ecc…”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Concilio Tridentino, Sessione 24, Capitolo 18, ‘de Reformat.’.”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex Bull., 21 novem. anno 1777.”.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539

Dunque, il sacerdote Gaetano Porfirio (…) parlando della Diocesi di Policastro nel 1900, ai suoi tempi, citava anche dell’antica Abbazia benedettina, prima Cenobio basiliano, di San Pietro di Licusati ed in proposito scriveva che: “Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Ecc…”. Il Porfirio scriveva che l’antica Abbazia Benedettina di San Pietro a Licusati (SA) fu unita da una bolla di Papa Pio VI alla Basilica Vaticana. Per Basilica Vaticana si intende l’ex Basilica detta “Liberiana”. Cosa era la basilica Liberiana ?. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. Il Porfirio però secondo me si sbagliava parlando di una Bolla di Papa Pio VI ma si trattava di Papa Pio V, come del resto scriveva anche Ebner. Papa Pio V, al secolo Antonio (in religione Michele) Ghislieri è stato il 225º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, sovrano dello Stato Pontificio, oltre agli altri titoli propri del romano pontefice, dal 7 gennaio 1566 alla sua morte. Teologo e inquisitore domenicano, operò per la riforma della Chiesa secondo i dettami del Concilio di Trento. Con san Carlo Borromeo e sant’Ignazio di Loyola è considerato tra i principali artefici e promotori della Controriforma. Durante il suo pontificato furono pubblicati il nuovo Messale romano, il Breviario e il Catechismo, furono intraprese le revisioni della Vulgata e del Corpus Iuris Canonici. Da Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Il Parroco locale (13) assicura che di tutto ciò è conferma nella chiesa romanica a tre navate, nelle notizie dell’Ughelli (14).”. Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, che le Abbazie, un tempo, tutte di rito greco e poi passate al rito latino. Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, parlando del Monastero di S. Nazario, scriveva che: “La dimensione fondiaria si desume da una platea del 1613 che a sua voltasi richiama ad un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perchè non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti dai verbali delle visite pastorali. L’Abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario.”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che nel 1804, il Giustiniani (…), segnalò che “…l’abate di S. Nazario, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione episcopale oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco (v. vol. I, cap. V, 4). E’ notizia però che tra le “minores Abbatiae Basilianae, una S. Petri (dipendesse) Archimandrite S. Mariae de Cryptae Ferrata in Tuscolano, apud Roman.”. Ebner (…), nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, V, Napoli, 1802, p. 269.”. Ebner (…), nella sua nota (…), postillava che la notizia era tratta da Giustiniani (…), tomo V, Napoli, 1802, p. 269, nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, dove si salta completamente la lettera ‘L’ ma non abbiamo trovato nulla su Licusati. L’Ebner, scrive che il Giustiniani (…), dice di ‘Licosati’ o ‘Licusati’. Ebner (…), cita la stessa notizia anche nel suo volume I, nel suo cap. V, 4, Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: “L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti, il cui abbate aveva la dignità di Archimandita per le diverse grancie soggette e barone di S. Giovanni a Piro (v.). Va ricordato ce durante la commenda dell’abate Andrea De Vio, nipote del Cardinale Tommaso, venne celebrato nella chiesa un Sinodo, di cui trascrivo in nota gli Atti (13).”. Ebner nella sua nota (13), postillava che: “Il Sinodo venne celebrato nella chiesa di S. Pietro il 16 maggio 1556 e gli Atti sono riportati in P.M. Di Luccia (…), p. 65, BNN, 133, F. 32, A, e trascritti da F. Palazzo (…), p. 217.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 156-157, nel suo cap. V “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: “Nel 1804 l’abate di S. Cecilia, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione spirituale, oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco. I canonici della basilica romana che a Bosco vantavano addirittura diritti baronali, ne conservarono le rendite fino al 1851, fino a quando Pio IX, nel trasferire la sede della Diocesi di Capaccio a Vallo (odierno Vallo della Lucania) assegnò all’istituendo seminario, le rendite dell’abbazia di S. Cecilia (24 ducati).”. L’opera citata da Ebner (…), a p. 586, nella sua nota (31), vol. I, era quella di Onofrio Pasanisi (…). Onofrio Pasanisi (…), ha scritto diversi saggi su Camerota ed il suo territorio, come ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, oppure, ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI’, oppure ‘I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, oppure ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’ ma,  Pietro Ebner, a p. 584, nella sua nota (31), vol. I, si riferiva a “Pasanisi O., Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro.”. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, egli, parlando delle Torri marittime e costiere, nel territorio di Camerota e, accennando alla terribile incursione del turco Dragut Rais Bassà (…), che il 12 luglio 1552, saccheggiò e bruciò Camerota ed i suoi casali di Lentiscosa e di Licusati, a p. 278, scriveva che: “Anche Camerota aveva subito il saccheggio. (1) La torre della marina era stata presa ed arsa. Il signore del luogo, don Placido de Sangro, l’aveva rifatta e riarmata a proprie spese (2) nè avevano contribuito alla prima costruzione le università convicine.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi. Quella di Licusati, di cui conviene parlare, ebbe un periodo di particolare splendore. Ricca di beni, (fu oggetto perciò di cupidigia, come già detto, da parte del vicino feudatario del secolo XIV), aveva rendite a Licusati, Camerota, Bosco ed altre parti. Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi. Sul suo territorio sorse quell’aggregato di case, detto Licusati, (nei documenti però è disegnato col nome di Cosati, Cusato o Cussato, ed anche nella particella ‘de’ premessa), non percheè ecc……Cominciato intanto il declino, perduta la data, secondo si usava allora, assieme a quella di S. Nazzaro in Cuccaro, al Cardinale Alessandro Farnese che la rassegnò poco dopo al papa. Dovendo intanto la Santa Sede restituire delle somme al Capitolo di S. Pietro, avute in occasione del sacco di Roma, Pio IV con bolla del 12 luglio 1564, assegnò dette due badie, in uno alle loro rendite, al menzionato capitolo che trasferì la chiesa abaziale delle due badie in Bosco. Ecc..ecc…Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani. Anche la badia di S. Iconio, col passar degli anni decadde, i frati si allontanarono, ed i beni seguirono la stessa sorte della prima. Di essa è rimasta il nome alla contrada, detta comunemente di S. Cono. Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, conviene parlare. Fu costruito, con l’annessa chiesa di S. Francesco d’Assisi nel 1602, e contribuì, come si legge dall’epigrafe che qui sotto riportiamo, con proprio danaro, alle spese della fondazione, il marche Orazio, effigiato, assieme alla moglie Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, in un quadro del pittore Ippolito Borghese, datato 1619, e posto alle spalle dell’altare maggiore…..In detto convento v’era, dice l’Antonini, una ricca e scelta libreria, dispersa nell’epoca francese. Allontanati i monaci in detta epoca, vi ritornarono sotto i Borboni.”. Di questa bolla papale ha parlato recentemente Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 39-40 in proposito scriveva che: “Dopo appena un ventennio dai disastrosi saccheggi dei pirati turchi, la chiesa di Santa Caterina, con le sue pertinenze (le stesse del 1480), continuerà e seguirà le sorti della badia di San Pietro Licusati, la quale nel 1564 era stata aggregata alla cappella del Presepe della basilica di S. Pietro a Roma con la bolla del papa Pio VI. Sorte che toccò a tutte le abbazie ex greche, a loro volta aggregate a grappolo a quella che risultava la più vicina e di maggiori garanzie economiche. Esse furono affidate ai cosiddetti ‘abati commendatari’ i quali, per nulla interessati alla loro sopravvivenza, ne gestirono i fondi al solo scopo di lucro. Scomparve in tal modo anche il loro patrimonio artistico. All’abbazia di Licusati vennero aggregati, ciascuno ridotto alla stregua di semplice grancia, i monasteri di San Nicola di Bosco, di San Giovanni di Camerota, di Santa Cecilia di Castinatelli e di San Nazario (44), che si affiancarono alle già vaste terre che la badia ivi possedeva, unitamente ad altre in diversi villaggi già elencati sopra. Tra queste, per quanto ci riguarda, abbiamo già osservato, vi erano alcune terre nel territorio della Molpa che costituivano la ‘grancia di Santa Caterina’, che facevano capo alla chiesa omonima e che vengono elencate nella nuova platea del 1613. Ecc…”. La Ottati, a p. 39, nella sua nota (44) postillava che: “(44) P. Ebner, Dimensione fondiaria di ….., op. cit., p. 217.”. La Ottati, a p. 40 scriveva pure che: “….come anche il cabreo del 1626 da parte dei Cavalieri giovanniti, siano stati fatti per definire i propri limiti territoriali, ecc…”.

Nel 1579, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco ed alcuni beni a Palinuro nell’“Inventarium bonorum” conservato negli Archivi del Capitolo di S. Pietro oggi alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…(13)….. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. Dunque, secondo Francesco Barra, negli Archivi del Capitolo Vaticano di San Pietro in Vaticano si trova la documentazione che riguarda anche l’Abbazia o il monastero di S. Nicola di Bosco. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro e, riferendosi ad un possedimento dell’Abbazia di Bosco nella sua nota (13) cita il “Inventarium bonorum” di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita l’“Inventarium bonorum” di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 1579, la “Tabula generalis omnium rendentium” conservata negli Archivi del Capitolo di S. Pietro oggi alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro, ovvero la Biblioteca Apostolica Vaticana dove vengono conservati alcuni fondi inediti. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro e, riferendosi ad un possedimento dell’Abbazia di Bosco nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 1583, la visita apostolica di Silvio Gassisi

E’ molto probabile che dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli).

Nel 1613, la ‘Platea dei beni mobili ed immobili’ dell’Abbazia di San Pietro di Licusati

Recentemente Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità” ha riesumato una Platea scoperta da Pietro Ebner. La Ottati (….), a p. 26 riferendosi ad una chiesa “Obedientia” di S. Caterina a Caprioli, in proposito scriveva che: Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpazioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480”)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di Licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613: in questa platea, infatti, è chiaramente riportato: “Beni che possiede la venerabile abbazia di San Pietro di Licusati nella Terra della Molpa, lì dove è denominato Santa Caterina (come risulta dal vecchio inventario) al foglio 148, ecc…”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”.  La Ottati, a p. 30 prosegue il suo racconto analizzando i toponimi citati nella Platea del 1613 pubblicata da Ebner e cita anche la mappa Aragonese da me scoperta presso l’Archivio di Stato di Napoli. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 118 parlando di Licusati, in proposito a questa platea scriveva che: “Mancavano notizie sicure sul villaggio, specialmente sulle chiese e cappelle locali ecc….Ciò fino al 1979, quando ebbi l’insperata possibilità di pubblicare (5) la platea dei beni mobili e immobili, compilata nel 1613, della badia di S. Pietro esistente nell’ADV, saggio al quale rinvio per tutte le particolarità, specie fondiarie, inerenti la badia medesima. Questa, già nel 1480 (6) aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma.”. Ebner, a p. 118, nella sua nota (5) postillava che: “(5) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, “RSSR”, Napoli, 1979, p. 163.”. Ebner (…), a p. 118, vol. II, nella sua nota (6), postillava a riguardo che: “(6) Lo si rileva dai ff 183 e 183 t (“confecta in anno 1480″), ecc..”. Pietro Ebner, nel suo vol. I, del suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge dai documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco.”. Mancavano notizie sicure sul villaggio, specialmente sulle chiese e cappelle locali dato che Licusati era esente dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, appunto perché soggette a quella del Capitolo romano di S. Pietro e ciò fino al 1979, quando, Pietro Ebner, ebbe l’insperata possibilità di pubblicare laplatea dei beni mobili e immobili’, compilata nel 1613, della badia di S. Pietro esistente nell’Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania, saggio al quale rinvio per tutte le particolarità, specie fondiarie, inerenti alla badia medesima. Pietro Ebner (…), nel 1979, pubblicava sulla rivista ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’ (…), un suo saggio: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, dove citava e pubblicava per la prima volta una ‘Platea di beni’ del 1613, inedita, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Il documento del 1613, è interessantissimo, perchè si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480. L’Ebner (…), a proposito del Monastero di Licusati, scriveva che già nel 1480 aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma. Tuttavia Ebner (…), non ha mai pubblicato i fogli originali della ‘Platea’ del 1613, ne quelli della precedente ‘Platea’ del 1480. Nel suo saggio del 1979, Ebner (…), ha trascritto i testi contenuti in detta ‘Platea’. Pietro Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, parlando del Monastero di S. Nazario, scriveva che: “La dimensione fondiaria si desume da una platea del 1613 che a sua volta si richiama ad un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perchè non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti dai verbali delle visite pastorali. L’Abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti….Le ubicazioni dei predetti cenobi confermano la tipologia delle fondazioni religiose italo-greche, spesso confederate anche se autonome e ubicate a distanze ravvicinate per ragioni di sicurezza e di mutua assistenza. Abbazie poi tutte passate al rito latino, eccetto quelle visitate dall’archimandita Atanasio Calkeopilo, e concesse in commenda, esiziale per i patrimoni dei cenobi, in quanto gli abati commendatari gestivano la proprietà a mezzo loro incaricati, la cui unica preoccupazione era quella di accrescere le entrate e di soddisfare i propri interessi personali.”. Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 154 del suo vol. I, cap. V, postillava che: “(12) P. Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980.”. ‘RSSR’ stà per ‘Ricerche di Storia sociale e Religiosa’.  L’Ebner nell’altra sua nota (5) del vol. II, a p. 118, sulla ‘platea dei beni’, postillava che: Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980 (Ricerche di Storia Sociale e Religiosa), Napoli, 1979, p. 163 e ss.”. Sempre dall’Ebner (…), si rileva dal polittico del 1613 che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati era distribuita nei tenimenti di sedici villaggi tra il Bussento e l’Alento. Dai verbali della Commissione nominata dal Capitolo romano di S. Pietro per la ricognizione dei beni dell’abbazia (mesi di maggio, giugno, agosto e novembre 1613), si rileva, innanzitutto, che il villaggio, in quel tempo, contava 684 abitanti e che nella chiesa erano le cappelle di S. Maria deIla Catena, “jus patronato di Francisco de Novi, come si dice, e del SS. Sacramento. Ebner (…),  nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, pp. 118 e s., scriveva che “Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner, nel suo saggio: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, leggiamo che: “La proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati nel 1613, era distribuita, come si apprende anche dalle Tavole, nei territori di sedici casali tra il Bussento e l’Alento. Oltre la gran parte dei beni che era proprio del territorio sede dell’Abbazia, la maggiore estensione dei terreni era in quello di Eremiti e del vicino S. Nazario, sede della nota abbazia di S. Cecilia. Molta era pure la proprietà dipendente dall’abbazia di s. Nicola di Bosco e non pochi tereni erano a Lentiscosa, Celle di Bulgheria, Centola, Camerota, Molpa, Cuccaro, Castinatelli, S. Mauro la Bruca, Roccagloriosa e Pisciotta. E oltre i lontani di Novi, notevoli erano pure i terreni del territorio di Castelnuovo Cilento.”.

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(Figg..) le due Tavole pubblicate da Ebner (…). Le immagini sono tratte da Ebner nel testo pubblicato dal  La Greca (…).

Vi è pure notizia della chiesa di S. Marco di Licusati. Ma, ciò che è più interessante, vi è una descrizione della chiesa e delle altre cappelle di Licusati e cioè i “bona stabilia et demanialia dictae Abbatiae”, da cui si apprende anche la distanza dal casale: “L’Abbatia predetta di S. Pietro delli Cosati sta vicino al Casale da circa un quarto di miglio e tene la Porta verso Ponente, et appresso la Chiesa ci sono molte stantie da circa membri sedici con Cortile dentro, dove sono alcuni arbori di Citrangoli et Cedri con un puzzo di acqua nel rnezzo sorgente, et un altro cortiglio con due altre Cappelle contigue a detta Chiesa sub nomine santo Ciriaco et S. Nicola con la sacristia e Cimitero appresso”. L’abbazia possedeva, inoltre, un frantoio di olive, “cappelle, Altaria et sepolture et bona mobilia”. Poiché il villaggio era esente dalla giurisdizione vescovile di Policastro, solo dal polittico possiamo rilevare notizie su chiese e cappelle locali. Nella chiesa erano “in primis una Cappella con altare e sepoltura in latere dextero dum ingreditur nuncupata S. Croce quale è di Luca Antonio et eredi di Angelo Lansalone. / Item, sul medesimo lato ci è un altro Altare, e sepolture, sub invocatione Salvatoris quale è di lo Scipio Quintilliano, e Nicola Tancredi. / ltem, nel medesimo lato ci è una Cappella con altare e sepoltura, noncupata S. Maria de la Gratia, quale è di Marco e Tommaso di Ruggiero. / Item, nell’altra parte, et alla d. Chiesa vi è una Cappella senza Altare e sepoltura, e senza pittura, et è di Giovanni Martino, et altri de la famiglia de Mauro. / Sta nel medesimo lato ci è una Cappella e sopoltura noncupata S. Sebastiano quale è di Marco et altri de famiglia Grimaldi. / Item nel medesimo lato ci è una sepoltura, e loco senza figure, quale e di Ambrosiano, et Ascanio de Mauro fratelli. / Dentro la chiesa di S. Nicola ci è una Cappella con l’imagine di S. Maria delo Greto con la sepoltura quale è di Antonio e Nicolao parlato (8)”. Pietro Ebner (…), a p. 120, vol. II, postillava che: “(8) Nella chiesa vi erano vari arredi (f. 108): “dodici tovaglie, Due Altaretti. Due Calici l’uno è vecchio l’altro buono, Due para di Corporali, una Croce d’argento, Due Candelieri grandi, un reliquiario servato con una cassa di Noce, un Palio d’armesino rosso, un Ante Altare, figurato di verde, e giallo di raso. Due camici, sette Pianete, l’una e di Damasco bianco, et una violata, l’altra verde e rosse. Dua campane grandi al Campanile, un campanello vecchio et un altro novo.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1), ho detto altrove (2) e dirò a proposito di S. Giovanni a Piro (v.). Il villaggio era attiguo alla badia di S. Nicola, con quella di S. Pietro di Licusati, ‘nullius dioecesis’ fino al 1850. Notizie che mancano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Ebner (…), nella sua nota (4) di p….., postillava di Ughelli, ‘Italia Sacra’, tomo VIII, p. 726. Ebner, prosegue il suo racconto su Bosco e scriveva che: “Due anni or sono (1979) l’esame della Platea del 1613, ms rinvenuto nell’ADV, mi consentì di fornire più ampi particolari anche sulla badia predetta e sul villaggio che contava 318 abitanti (5). Ai primi del ‘600 l’abbazia di S. Nicola di Bosco era sempre soggetta al Capitolo e ai canonici della basilica di S. Pietro di Roma. Oltre che l’amministrazione il Capitolo romano ne esercitava la giurisdizione spirituale a mezzo di un vicario dipendente da un controllore residente a Napoli. Tra i vicari Lorenzo Baldi di Roccagloriosa, di cui si apprende dal Di Luccia (6). Si rileva dalla platea che la badia di S. Pietro di Licusati aveva disposto di alcuni suoi beni, già menzionati nell’inventario del 1480 ecc…”

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(Figg…) Ebner (…), ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, vol. I, pp. 556

Nel 1695-96, la ‘Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro’, redatta dal Notaio Domenico Magliano

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(Figg….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…).

Lo scorso anno, su questo blog, pubblicai un interessantissimo documento inedito – le cui immagini originali – sebbene fosse stato più volte citato dagli studiosi – non sono mai state pubblicate. Questo studio, ha il duplice scopo di restituire agli studiosi un documento originale conservato all’Archivio della Diocesi di Policastro ma mai pubblicato e, nel contempo – attraverso questo antico documento testimonianza del nostro passato – vorrebbe restituire un breve tratto della nostra storia. Si tratta, come vedremo di un documento notarile del 1695-96, redatto dal Notaio Domenico Magliano (…) (Fig….), un documento citato più volte da alcuni studiosi di storia locale come il Gaetani (…) che, pubblicò uno stralcio trascritto del testo. Il documento (…) in questione “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96 (Fig….), redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96. L’antico documento notarile manoscritto su carta vergata, del 1695-96 – di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali che riguardano i possedimenti e le rendite dell’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro a Licusati –  è conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (A.D.P.)(…) (Figg. da… a….). Dal punto di vista bibliografico e storiografico, l’antico documento (…), è stato più volte citato per la prima volta dal Gaetani (…). Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.(…). Il Tancredi (…), alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. Pubblichiamo per la prima volta alcune pagine tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, avuto per gentile concessione dal Bibliotecario Don Pietro. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio dal documento del Canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il ‘Libro di memorie’ di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), a p. 113. Dopo il Palazzo (…) ed il Cataldo (…), che la citarono, il Tancredi (…), in un suo pregevole studio “Esame della Platea del 1695 (1)” (…), la esaminò, scrivendo nelle sue note: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. PARVULUS DATUS EST NOBIS CUI NOMEN ‘J.H.S.’. Die primo mensis 8bris anni currentis millesimi sexcentesimi nonagesimi quinti in Terra Sancti Joanni ad Pyrum. Constitutis in nostra praesentia praesentibus pro pro testibus RR. D. Francisco Zito, D. Joseph de Lianza Sacerdotibus dictae Terrae, U.J.D. Joanne Antonio Ursaja, et Doctore Physico Joanne Baptista de Alesio, Ill.mus ac Rev.mus D.nus Egidius Surrentino ejusdem Terrae Sancti Joannis ad Pyrum Procurator Generalis, ac ad hoc specialiter deputatus ab Ill.mo et Rev.mo Domino D. Vincenzo Petra Signaturae Justitia SS.mi Domini nostri Papae votans Insignis Cappellae SS.mi Praesepis in Sacrosancta Basilica S. Mariae Majors de Urbe Praepositus, et ab aliis Dominis Cappellanis dictae Venerabilis Cappellae pubblico Procutatoris mandato fierique rogamus manu nostri Simonis de Comitus sub die decima quarta Maij praesentis anni 1695 Romae, cujus tenor talis est, ut videtur.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (…), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (…) del 1695, scriveva in proposito: “L’entità dei beni consiste in terreni coltivati da vassalli o custodi. Nel comprensorio di San Giovanni a Piro sono 1444, mentre in altre località sono 261. Sono compresi pure alcuni casalini  o case ed introiti vari (censi in grano, mosto, olio, ecc..). I vassalli sono 482, compreso i membri del Clero, a sè stante, con 13 sacerdoti singolarmente, una Congrega, un Monastero, 14 Cappelle. Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (…), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (…) del 1695, scriveva in proposito: “La Platea manoscritta, comprende n. 170 fogli (= 340 pagine, recto (r.) et verso (v.), complete quasi tutte, formato protocollo. Fu redatta dal Sig. Domenico Magliano Notaio di S. Giovanni a Piro negli anni 1695-96. E’ un libro o Registro di Amministrazione. Inizia con un indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati, procede un cappelletto storico legale di 5 pagine, e segue l’esposizione dei fondi rustici, indicati col termine di generico di beni (bona) e relative rendite (in ducati, carlini, grana e tarì). Alla fine di ogni pagina c’è il risultato complessivo (totale parziale). I beni (bona) sono generalmente indicati secondo il tipo di coltivazione o produzione (vigne, castagneti, oliveti, orti, ecc..); manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari. Semplicemente è indicata la contrada (in loco dicto…) ed i confini con altri beni o poderi (juxta bona…, fine…).”.

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(Fig….) I Beni dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro secondo il Tancredi (…).

Nel 1804, secondo il Giustiniani (…)…

L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 156-157, nel suo cap. V “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: “Nel 1804 l’abate di S. Cecilia, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione spirituale, oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco. I canonici della basilica romana che a Bosco vantavano addirittura diritti baronali, ne conservarono le rendite fino al 1851, fino a quando Pio IX, nel trasferire la sede della Diocesi di Capaccio a Vallo (odierno Vallo della Lucania) assegnò all’istituendo seminario, le rendite dell’abbazia di S. Cecilia (24 ducati).”. L’Ebner, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’ (…), a p. 575, parlando del casale e del Monastero di S. Nazario ed Eremiti, scriveva che: “Comunque secondo il Volpi nel 1708 e secondo il Giustiniani (12) ancora nel 1804, i due casali erano sempre sotto la giurisdizione spirituale del Capitolo di S. Pietro, se l’abate di S. Nazario, vicario pro-tempore di quel Capitolo esercitava una specie di giurisdizione vescovile, oltre che sulla chiesa degli Eremiti, anche su quella di Bosco, Cusati, (Licusati) e Sannicola: notizie evidentemente tratte dal Volpi (13). D’avviso contrario è il Mazzarella Farao (14) il quale icorda che nel 1772, per la mancata nomina del vicario, l’abbazia e le chiese dipendenti erano passate per delega al vescovo di Capaccio.”. Ebner, nelle sue note (12-13), postillava che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198 e (13) Volpi, pp. 211 e 287 (ne scriveva nel 1752)”. Sull’abbazia e sul casale di Licusati, non vi sono molte notizie, sia perché l’Antonini (…), che pur aveva scritto del territorio nel ‘700, che il Volpi (…), che scrisse della diocesi di Capaccio e dei suoi vescovi, nulla avevano detto della badia e del villaggio che le era sorto a poche centinaia di metri. Nel 1752, Giuseppe Volpi, nel capitolo dedicato “Degli Abbati mitrati che hanno le loro chiese nella Diocesi di Capaccio”, del suo ‘Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio’, a p. 211, scriveva che:

Volpi, p. 211

Il Volpi (…), nel suo capitolo dedicato ai “Baroni della Diocesi di Capaccio”, a p. 311, non mette Camerota e Licusati ma cita Centola. Infatti al tempo che il Volpi (…), scrive, la Chiesa di Licusati, nel 1752 doveva dipendere dalla Diocesi e dal Vescovo di Policastro.

Cappelletti, p. 362

(Fig…) Cappelletti (…), p….

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, citava il Giustiniani (…) e ciò che scriveva su ‘Bosco’ e sul monastero di S. Pietro di Licusati: “……….”. Sempre dall’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Il Parroco locale (13) assicura che di tutto ciò è conferma nella chiesa romanica a tre navate, nelle notizie dell’Ughelli (14).”. Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.. La colonna 542 dell’Ughelli è illustrata nell’immagine sotto ma non ci pare vi sia scritto quanto riporti l’Ebner (…).

Ughelli, vol. VII, p. 541-542

(Fig…) Ughelli (…), vol. VII, p. 542, dove parla del Monastero di S. Nicola di Bosco

Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), citato da Ebner (…), nella sua nota (13), nel suo dattiloscritto inedito (in nostro possesso) ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, del 1973, a p. 34, scriveva alcune interessanti notizie storiche sui monasteri dell’area, e diceva ad esempio che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Sempre il Cataldo, parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, diceva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Poi sempre il Cataldo (…), a p. 45, parlando del Cenobio Basiliano di S. Giovanni a Piro (…), e delle indebite usurpazioni della famiglia Carafa (a cui rinviamo in un nostro prossimo studio), scriveva che: “Presso il Campo Sportivo di Scario, al di là della foce del fiume Bussento, esistono i resti della Cappella di S. Lorenzo Martire.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi. Quella di Licusati, di cui conviene parlare, ecc… Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani. Anche la badia di S. Iconio, col passar degli anni decadde, i frati si allontanarono, ed i beni seguirono la stessa sorte della prima. Di essa è rimasta il nome alla contrada, detta comunemente di S. Cono. Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, conviene parlare. Fu costruito, con l’annessa chiesa di S. Francesco d’Assisi nel 1602, e contribuì, come si legge dall’epigrafe che qui sotto riportiamo, con proprio danaro, alle spese della fondazione, il marche Orazio, effigiato, assieme alla moglie Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, in un quadro del pittore Ippolito Borghese, datato 1619, e posto alle spalle dell’altare maggiore…..In detto convento v’era, dice l’Antonini, una ricca e scelta libreria, dispersa nell’epoca francese. Allontanati i monaci in detta epoca, vi ritornarono sotto i Borboni.”.

Nel 29 luglio 1851, la bolla di papa Pio IX per alcune abbazie tra cui l’Abbazia di S. Nicola di Bari a Bosco che aggregava alla Diocesi di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 305, parlando delle Diocesi Caputaquensi, in proposito all’Abbazia di Bosco, nella sua nota (68) postillava che: “Già con l”Ex quo imprescrutabili’, Pio IX aveva soppresso l’abbazia ‘nullius dioecesis’ (vulgo Del Bosco”, alla cui giurisdizione, avevano rinunciato il Capitolo e i canonici di S. Pietro di Roma (a compenso ebbero l’abbazia concistoriale di S. Domenico di Sora), incorporandola a Capaccio con alcuni paesi (Eremiti, S. Nicola e S. Nazario) e altri (Bosco e S. Giovanni a Piro e Cusati e Licusati) alla diocesi di Policastro ecc..”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 e pure: Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703, p. 57

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(…) Volpi G., Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, ed. Riccio, Napoli, 1752, pp. 211 e 287.

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal Codice Taxarum, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Hoberg Hermann, Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Card. de Luca G.B., Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21; si tratta del testo: “Adnotationes ad Concilium Tridentinum”. Il Laudisio (…), ed il Porfirio, postillavano che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e all’Università di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684).

(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.

(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

(…) ‘Platea dei beni mobili ed immobili’ del Monastero di S. Pietro di Licusati, compilata nel 1613 e conservata presso l’Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania, ritrovata da Pietro Ebner (…), nel 1979. I verbali della Commissione nominata dal Capitolo romano di S. Pietro per la ricognizione dei beni dell’abbazia (mesi di maggio, giugno, agosto e novembre 1613)(vedi Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118), e pubblicata in “(12) P. Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980.”. ‘RSSR’ stà per ‘Ricerche di Storia sociale e Religiosa’ ( vedi Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 154 del suo vol. I, cap. V). L’Ebner nell’altra sua nota (5) del vol. II, a p. 118, sulla ‘platea dei beni’, postillava che: Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980 (Ricerche di Storia Sociale e Religiosa), Napoli, 1979, p. 163 e ss.”.

(…) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (..), a p. 154, alla nota 4 (nota 1). Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.

(…) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Giustiniani , Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, Cap. VIII, Napoli, 1802, pp. 198-199 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p……. (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), che nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5. Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (3), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”.

(…) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, 1795, p. 43

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

Liber visitationis

(…) Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominarlo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner, nelle sue note (17) e (18), di p….., postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata.”. Biagio Cappelli (…), parlando della visita apostolica di Athanasio Calkeopilo, un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Dunque il Cappelli (…), scrive che le ‘Liber visitationis’ di Atanasio non si trova contenuto nel codice ‘Z D XII’ come scrive l’Ebner ma vuole che il codice fosse “I D. III. 12” conservato all’Abbazia italo-greca di Grottaferrata (vicino Tuscolo). La Treccani, riguardo la visita apostolica ai monasteri del Calkeopilo, scriveva che il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”. Dunque, come si può leggere dalla cortese mail inviatami dalla dott.ssa Masciangioli, il diario di Atanasio Calkeopoulos è il manoscritto latino 149. Si veda pure Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), P. 147 (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo). 

(…) M.-H. L a u r e n t – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).

(9) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’Abbaye de Rossano, Contribution l’Histoire de la Vaticana, ed. Picard, Paris, 1891, p. 108 (vedi per il Codice Tamar).

(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), P. 147 (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo).

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150 e s.

(…) Gerardo Chirichiello, Ottantesimo anniversario della scuola dell’Infanzia San Giovanni Bosco delle Suore Vocazioniste, Ed. Centro di Promozione per il Cilento, Acciaroli, 2018.

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(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 117-121. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi, Roma, ed. di Storia e Letteratura, 1973 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) AA.VV. , Pietro Ebner  – Studi sul Cilento – ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988, vol. II, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Centro Studi ‘Pietro Ebner’, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 1999 (Archivio Storico Attanasio). In questo volume, Amedeo La Greca, pubblicava nel 1999 alcuni saggi pubblicati da Pietro Ebner tra il 1949 ed il 1988, in particolare, lo citiamo in quanto in esso vi è pubblicato il saggio di Pietro Ebner: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, si veda da pp. 217 e s.; stà in ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’, n. 15-16, gennaio-dicembre 1979, pp. 163-194. In questo saggio Pietro Ebner, cita e pubblica per la prima volta una Platea di beni del 1613, inedita. La Platea dei beni dei Monasteri, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Questo documento del 1613, è interessantissimo, perchè oltre al fatto che si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480, ci parla dei monasteri italo-greci di Licusati e di Bosco.

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Si veda pure: Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 e pure: Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto da ‘Universo’, rivista di I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.

(…) Platina Bartolomeo, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1573

(…) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 339-365. Si parla della Chiesa di Capaccio e della sua Diocesi: Capaccio-Vallo, per Centola.

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, p….., sul Monastero di S. Pietro a Licusati.

(…) Troyli Placido Abate, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. 

(19) Porfirio, Policastro, stà in ‘D’Avino, Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie del Regno delle due Sicilie’, Napoli, ed. Ranucci, 1848, p. 538.

(…) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94.

(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, Arte, Storia e Religiosità, ed. Zaccara, Lagonegro (PZ), 2016 (Archivio Storico Attanasio).

(…) S. G. Mercati – C . Giannelli – A . Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 5, Città del  Vaticano 1980, pp. 15-16. L’inventario del 1607 è stato pubblicato da V. Capialbi (…).

(…) Capalbi V., Appendice sopra alcune biblioteche di Calabria, Arch. storico per la Calabria e la Lucania 10 (1940) pp. 128-136 e 250-256, p. 136: i documenti allora presenti nell’archivio del S. Giovanni erano così divisi: 83 pergamene greche (di cui 3 “piombate”); 41 pergamene latine (di cui 25 “piombate”); 4 pergamene “quali non si ponno discernere”; 9 bolle pontificie.

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassines, Venezia, 1733, Tomo I,

(…) Santoro P.E., Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii,

(…) Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….; Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Nella sua nota (2), la Follieri (…), ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514.”.

(…) Guillame Paul, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371

(…) Loré V., Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151

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(…) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216.

(…) Ciotta G., Basiliani, ed. Enciclopedia dell’Arte Medievale (1992) in Treccani.it, L’Enciclopedia italiana.

(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(…) Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Della visita Apostolica del 1457, di Atanasio Calceopulo si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” (vedi immagine da noi pubblicata) e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”.

(4) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato al- la Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(7) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato citato dal Cappelli (2), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (3), pp. 80 -81-82. E’ un antico documento membranaceo e manoscritto in greco, d’epoca Normanna a cui abbiamo dedicato un nostro scritto, ivi.

(12) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

(13) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, ed. Ripostes, Roma, 1888, p. 117.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(16) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Roc-co, ed. L. De Bonis, 1880 (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro‘ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra (12).

(17) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(21) Mazzella Napolitano Scipione, Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79

(23) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano”, datata anno 1079 – lettera pastorale del-l’Arcivescovo di Salerno Alfano I. Antichissimo documento pergamenaceo (membrana), manoscritto in latino, con la quale l’Arcivescovo di Salerno, Alfano I, restaurava l’antica sede episcopale di Buxentum (l’attuale Policastro Bussentino). L’Ebner (11), la colloca: “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Il Tancredi (…), scriveva che l’antico documento è conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, Documenti antichi, vol. I, Bolla di Alfano I, Arcivesco di Salerno (ottobre 1079). L’antico documento proveniva da un’antica pergamena della Chiesa Arcivescovile di Salerno d’onde fu tratta copia e autenticata il 14 Ottobre ‘1737 e conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro.

(24) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600.

(25) Cammarosano P., Storia dell’Italia medievale, dal VI all’XI secolo, ed. Laterza, Bari, 2001, p. 98.

(26) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(27) Capalbi Vito, Sugli archivi delle due Calabrie ulteriori, rapido cenno, Napoli, Tipografia di Porcelli, 1845, introduzione e p. 6 e s.

(28) Tromby Benedetto, Storia critica cronologica diplomatica del Patriarca di S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano, Napoli, presso Vincenzo Orsino, 1877, Tomo VII.  

(29) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

(30) Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Si veda pure: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme, Venezia, ed. Valgrisi, 1592.

(31) De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli,  ed. A. Dekten, 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

(32) Pirro Rocco, Sicilia Sacra, Palermo, ed. Coppola, 1733, p….

(34) Venditti A., Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, E.S.I., Napoli, 1972.

(36) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92;si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(37) Gay I., L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(38) Racioppi G., Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoesche, pp. 102 e 134.

(39) Troya C., Storia dell’Italia nel medio-evo, ed. Stamperia Reale, Napoli, 1841, vol. I, pp. 141 e 142.

(40) Diacono Paolo, Historia Longobardorum, Libro V, cap. 29.

(41) Hirsch F., Ducato di Benevento sino alla caduta del Regno Longobardo, traduzione di M. Schipa, ed. L. Roux e C., Torino, 1890, p. 56.

(42) D’Amico V., I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campobasso, 1933, p. 44.

(43) Vassalluzzo M., Castelli, torri e borghi della Costa Cilentana, edizioni Econ, 1975, pp.6-24 e, poi si veda p. 197 e s.

(44) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine.

(45) Carlone Carmine, I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400), a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio).

(46) (Figg. da n……………) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (…) e dal Cataldo (…). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (…), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Cataldo (…), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (…). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (17). Le immagini che noi quì pubblichiamo, che riguardano solo il casale di Bosco, sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese.

(47) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (…), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (..), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), postilla: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (…), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (32), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), a p. 113.

(48) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’, ed. G. Caldo, Napoli, 1964, p. 7 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ITEA, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XII (1951), 1-4, pp. 93-108; dello stesso autore si veda pure: ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro’, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, IV, 1934 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria, ed. ‘Centro di promozione culturale per il Cilento’, Acciaroli, 2007 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Gentile Angelo, Storie e tradizioni popolari del santuario di Santa Rosalia di Lentiscosa, ed. Poligraf, 1983; si veda pure dello stesso autore: Gentile Angelo, Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati, ed. Palladio 1988 (Archivio Storico Attanasio); si veda dello stesso autore: Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984 (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

Nel 1473, l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la bolla di Papa Sisto IV

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(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio).

Gli Studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci, sorti nel basso Cilento, come ad esempio il Cenobio basiliano italo-greco di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro.

I Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente, dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; ‘Marchionibus’ 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). Nel 968, L’Imperatore bizantino Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (…), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”.  Il Laudisio (…), sulla scorta del Malaterra (…) e del Mannelli (…), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (…). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”

Il Cenobio basiliano ed il Monastero italo-greco di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro

cenobio

(Fig…) Torre campanaria del Cenobio di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (SA)

Di Luccia, p....

(Fig…) Di Luccia (…), p. 3

Gli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’

Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa ‘corpus’, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabrie. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (…). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale. Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e degli antichi documenti greci (pergamene, privilegi, ‘nonnula et monimenta’ ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, la sorte di rapida e irreversibile decadenza che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età angioina. Già alla fine del medioevo le perdite – sia quantitativamente che qualitativamente – dovevano essere senza dubbio considerevoli, almeno a quanto si può dedurre dal resoconto della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457)”. Nel suo pregevole studio sui documenti e codici provenienti dai monasteri Basiliani, raccolti dal Menniti nel XVIII secolo, e citati nel suo ‘Bullarium Basilianum’, Gastone Breccia (…), a pp. ……, scriveva che tra i monasteri in esso citati vi è quello di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio sugli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci sorti nell’Italia meridionale: ‘Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, scriveva che: “Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauca vidimus in monasterio S. Basilii Romae, et aliquot exscripsimus: ex iis vero novem selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus .. .” (21) Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio sugli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci, scriveva in proposito che: “In ogni caso, dei quattro monasteri da cui provengono i documenti editi dal Montfaucon, tre sono compresi nell’elenco dell’Agresta e non pongono quindi ulteriori problemi, mentre il quarto (S. Giovanni di Piro) era “passato l’anno 1587 (…) sotto il dominio della Insigne Cappella Sistina”: (25) è probabile quindi che il documento in questione, forse con altri dello stesso archivio, sia giunto alla casa-madre romana molto prima della raccolta del Menniti (26).”. Nelle sue note (25) e (26), il Breccia postillava in proposito: “(25) P. M. Di Lucia, L’abbadia di S. Giovanni a Piro, Roma 1700, p. 15. La cappella citata è quella del SS. Presepe in S. Maria Maggiore, eretta e riccamente dotata da Sisto V. Di L u c ci a , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lai. 13118, pergamena n. 12) “ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Luccia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Il Breccia, nella sua nota (68), a p. 35, postillava in proposito: ” (68) Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – G i l l o u , Le, Liber Visitationis* (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246. Il Calceopulo trovò al S. Giovanni di Piro cinque monaci, uno dei quali espresse opinioni decisamente poco lusinghiere sul cardinale Bessarione e sui Greci in generale, per il quale motivo venne trasferito al monastero di S. Maria di Carrà. Forse distratto da questo avvenimento, il Calceopulo non si curò di stendere l’usuale inventario dei beni del monastero, per cui nulla sappiamo sulla presenza e l’eventuale consistenza di un fondo d’archivio.”. 

Nel 1458, la visita apostolica di Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos) all’Abazia di S. Giovanni a Piro

Riguardo la visita Apostolica del 1457-58, di Atanasio Calceopoulos si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Il grande interesse del documento da poco pubblicato il quale contiene il testo completo della Visita compiuta ai monasteri basiliani di Calabria, Basilicata e Campania dall’autunno 1457 alla primavera dell’anno successivo. Atanasio Calceopoulos, allorchè ricevette da Papa Callisto III la commissione per tale Visita, era archimandata del monastero del Patirion e per assolvere all’incarico si associò l’archimandrita Macario del monastero di S. Bartolomeo di Trigonia, presso Sinopoli, ed il notaio Carlo Feadacio. I tre viaggiatori, conclusero il loro viaggio il 5 aprile 1458 nel cenobio di S. Maria di Pattano nelle vicinanze di Vallo della lucania.”. Nel corso della visita apostolica di Atanasio, si potè rilevare che: “accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Dunque, come ci narra il Breccia (…), nel 1457, Atanasio Calceopulo, eseguì una visita apostolica in tutti i monateri Basiliani ancora esistenti. Il Breccia (…), sulla scorta di Laurent – Guillou (…), scriveva in proposito che: “…il quale, accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Il Breccia, alla sua nota (6), postillava che: “Anche tenendo conto dell’incompletezza del resoconto citato, nel quale viene a volte omesso l’inventario dei beni di alcuni monasteri, nonché della possibilità che qualcosa sia sfuggito al suo redattore, l’impressione di un generale e drastico depauperamento è inequivocabile.”. Scrive sempre il Breccia (…), a proposito del lavoro svolto dal Menniti (…): “Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti in Italia meridionale.”. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta , Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà , Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg. Non si può certo escludere che nei settantanove anni che corrono tra l’edizione dell’Agresta e quella del Rodotà il numero dei monasteri fosse rimasto invariato: certo è tuttavia che il modo in cui quest’ultimo riprende il testo dell’Agresta, a tratti copiandolo fedelmente, non depone a favore della sua attendibilità.”. A questo punto, il Breccia, riprende il suo racconto e scrive che: “Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Riguardo il ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”. L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: “Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non vennevisitato nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano). Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (…), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola)…”Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dunque, l’Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Come si può vedere, nel testo di Agresta, del 1681, Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno (…),  da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua versione postuma pubblicata del Rodotà (…) (vedi Fig…), non viene citato Monastero di S. Arcangelo di Celle di Bulgheria. Dunque il Monastero di S. Arcangelo a Celle di Bulgheria, forse figura solo tra quelli visitati nel 1458 dall’Archimandrita Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos), di cui abbiamo parlato. E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli). La cosa andrà ulteriormente indagata in quanto non è detto che il Monatero esistesse ancora nel 1583, in quanto a Rofrano, il Galassi (…), trovò un solo diacono, figlio di un presbiterio greco. Sappiamo dal Ronsini (…) che a Rofrano, il Galassi (…), trovò nella chiesa un’antichissima icona della Theotòkos. Tuttavia, siccome il Galassi, condusse la sua visita apostolica nel ‘basso Cilento’ solo di sicuro a Rofrano, questo sarà oggetto di ulteriore approfondimento. Il Volpi (…) ne scrive nella vertenza tra i vescovi di Capaccio e i preti di Centola, i quali rifiutarono di ricevere dal vescovo Tommaso Carafa (1639-1664) la facoltà di amministrare i sacramenti asserendo che erano tenuti a riceverla dall’abate, ordinario locale.

Nel 1473, la bolla di papa Sisto IV per il Cenobio di S. Giovanni a Piro

Nel suo pregevole studio sui documenti e codici provenienti dai monasteri Basiliani, raccolti da un erudito francese,  Montfaucon (…), Gastone Breccia (…), a p. 21, scriveva che tra i monasteri in esso citati vi è: Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauca vidimus in monasterio S. Basilii Romae, et aliquot ex scripsimus: ex iis vero novem selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus ….” (21). Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc…(22).. Il Breccia (…), aggiungeva a p…..: “In ogni caso, dei quattro monasteri da cui provengono i documenti editi dal Montfaucon, tre sono compresi nell’elenco dell’Agresta e non pongono quindi ulteriori problemi, mentre il quarto (S. Giovanni di Piro) era “passato l’anno 1587 (…) sotto il dominio della Insigne Cappella Sistina”: (25) è probabile quindi che il documento in questione, forse con altri dello stesso archivio, sia giunto alla casa-madre romana molto prima della raccolta del Menniti (26).”. Il Breccia, nella sua nota (26), postillava che: ” (26) Di Luccia , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) “ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Luccia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Il Codice Vaticano Latino 13118, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma, non risulta digitalizzato, pertanto non è possibile pubblicare l’immagine della bolla originale del 1457, contenuta nel codice Vaticano latino 13118. Riguardo l’antico Codice menbranaceo del ‘500, si veda: Lilla, Salvatore, 1936-2015 ‘I manoscritti vaticani greci. Lineamenti di una storia del fondo’ (Studi e testi, 415), 2004; Rita Andreina, ‘Biblioteche e requisizioni librarie a Roma in età napoleonica: cronologia e fonti romane’, (Studi e testi, 470), 2012; Breccia, Gastone, 1962- ‘Archivum basilianum. Pietro Menniti e il destino degli archivi monastici italo-greci’, In Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 1991; Lilla, Salvatore, 1936-2015, ‘Codices Vaticani graeci 2648-2661’, In Miscellanea Biblioteque. Scrive sempre il Breccia (…), a pp. 23-24 che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Giovanni di Piro (bolla del 1473, habetur originalis (31); ecc..”. Nella sua nota (31), che riguarda il documento dell’Abazia di S. Giovanni a Piro, il Breccia (…), postillava che: “È la bolla pubblicata dal Di Luccia e dal Montfaucon (cfr. infra n. 69); è sopravvissuta e fa parte della raccolta di documenti oggi conservati alla Biblioteca Vaticana (Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) riguardanti per la maggior parte il monastero del S. Giovanni di Stilo.”. Scrive sempre il Breccia (…), a p. 32 che: “Si può, a questo punto, fornire l’elenco dei documenti medievali di monasteri italo-greci conservati al S. Basilio de Urbe durante il generalato del Menniti. Due importanti manoscritti (Vat. gr. 2605 e Vat. lat. 10606) sono stati momentaneamente inclusi – per desiderio di completezza – senza che sia stata ancora provata la loro effettiva appartenenza all”archivum basilianum’, attribuzione che sarà oggetto del prossimo paragrafo. I documenti sono elencati in ordine alfabetico di provenienza. Tra parentesi vengono fornite le informazioni essenziali (data, originale o copia, greco o latino ecc.); in nota le indicazioni sulle edizioni critiche di quelli già pubblicati.”e, per quanto riguarda il documento che riguarda S. Giovanni a Piro, scrive in proposito a p. 35, dove cita il breve di Papa Sisto IV del 1473 e, scrive: S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473) (69).”. Il Breccia (…), nelle sue note (68) e (69), postillava in proposito: Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115-116). (69) Edizioni: 1. Di Luccia, ‘L’abbadia’ (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”

Di Luccia, Sisto IV

Di Luccia, p. 16

Di Luccia, p. 17

(Fig….) Di Luccia (…), la bolla papale di Sisto IV, pp. 15-16-17

Montfaucon, p. 431

Montfaucon, p. 432

(Fig….), il breve di papa Sisto IV, pubblicato dal Montfaucon (…), pp. 431-432

Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma:……”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio, e poi aggiunge che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: …..ecc…. (come si può vedere nell’immagine) e: “Altri Monasteri mentovati nella vita di S. Sabba.”, al n. 25, cita il “Monastero de’ Marcari”. Il Martire (…), quando scrive di “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3″, si riferisce a Pietro Marcellino Di Luccia (3), che, nel 1700, scrisse ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’.

martire, p. 150

(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151

Secondo il Martire (…), Pietro Marcellino Di Luccia (3), nel suo cap. III, scrive che tra i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, vi sono alcuni monasteri, chiamate Badie, che furono unite da papa Clemente VIII alla Cappella del Presepe in Roma. Fra queste badie vi erano quelle elencate dal Martire (…), dal n. 18 al n. 31 che è il Monastero di S. Pietro di Camerota, forse il monastero di S. Pietro di Licusati. Il Martire, cita il “Monastero dei Marcari” al n. 25. Dunque, riguardo l’ubicazione di questi monasteri, Domenico Martire (…), che elencava anche quello “dei Marcari”, che io credo debba trattarsi del monastero di S. Pietro di Marcaneto a Scario, diceva essere commemorato nella ‘Vita di San Saba’, l’opera agiografica della vita del Santo di cui abbiamo già parlato. L’accostamento del Monastero di San Pietro di Marcaneto, che fa il Cappelli (…), risulta essere molto credibile, rispetto ad altre congetture, credendo che esso fosse da localizzare nell’area vicino ai due Monasteri detti dei ‘Taorminesi’ e dei ‘Siracusani’, citati entrambi i monasteri citati nell’opera agiografica di S. Saba da Collesano, in quanto, se facciamo riferimento ad un altro monastero sorto ed esistente nell’area, secondo la ‘Vita del Santo’, il monastero di ‘Kyr-Macaros’, citato in un atto di donazione dell’anno ……., e pubblicato dal Guillou (…). Giovanni Russo (…), recentemente, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion’, a p. 95, scriveva che: “Congiungendo i vari elementi di cui sino ad ora ho parlato, si potrebbe pensare all’Historia et laudes SS. Sabae et Macarii (144), nella quale si narra di un oratorio intitolato proprio a San Filippo, sebbene esso venga dislocato nella regione di Lagonegro, nei pressi del quale doveva trovarsi anche un monastero denominato Kyr Makaros. Di questo monastero parla anche l’atto di donazione del monaco Sofronio e fra i testimoni in calce al documento compare il nome di Nikon, catigumeno di Kir Makaros (145).”. Dunque, il Russo, sulla scorta del Cappelli e del Guillou (…), nella sua nota (145), postillava che: “(145) A. Guillou, op. cit., p. 60”. Dunque, le ipotesi che avanzava il Cappelli, circa la localizzazione in questo territorio di alcuni monasteri italo-greci o basiliani, di chiara fondazione pre-benedettina, cioè sorti prima dell’anno mille, e poi in seguito scomparsi, fossero da localizzarsi proprio nel nostro territorio del basso Cilento e non nella Calabria, dove, a differenza di ciò che credono alcuni – alcuni monaci da quì trasferitisi, andarono a fondare il nucleo fondande di alcuni monasteri italo-greci e poi benedettini in epoca Normanna in Calabria. Le ipotesi del Cappelli, sono state poi in seguito avvalate dalle carte latine e quelle più antiche di atti e donazioni ritrovate nell’Archivio Aldobrandini, che furono pubblicate dal Pratesi (…) e poi dal Guillou (…). Una di queste carte greche è proprio l’atto di donazione del monaco Sofronio dove fra i testimoni presenti alla cerimonia e firmatari del documento vi è il catigumeno (abbate) Nikon del monastero di Kyr-Macarios che il Cappelli, riteneva fondato dal fratello di S. Saba, S. Macario. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse il suo ‘Trattato Istorico-legale ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Oreste Campagna (…), a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, scriveva in proposito che: “Sappiamo dalla Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia di S. Pietro divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Capagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). Ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Dunque, il Gaetani scriveva che nel 1587, Papa Sisto V emanò una bolla in cui l’antica abbazia di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro fu unita ed incorporata (dipenderà) dalla Cappella del SS. Presepe eretta nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.  Sisto V, nato Felice di Peretto da Montalto e a trent’anni Felice Peretti (Grottammare, 13 dicembre 1521– Roma, 27 agosto 1590), è stato il 227º papa della Chiesa cattolica (226º successore di Pietro) dal 1585 alla morte; apparteneva all’ordine dei frati minori conventuali.

                                                                MAYERA’ (CALABRIA)

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(Fig….) Pag. 139 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Mayerà (Calabria)(…)

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio).

(2) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(3) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(4) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).

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(5) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. 

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, ci parla dei ‘Monasteri del Principato Citra’. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Montfaucon Bernard, Paleographia Graeca sive de ortu et progressu ecc.., Paris, ed. Privilegio Regis, 1708, pp. 431-432.

(…) M.H. Laurent – A. Guillou, Le, ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).

(…) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

(…) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (7). Questo grecista britannico ha dato in ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). La Robinson (…), nelle sue pubblicazioni del 1930, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato pubblicato nel raro testo di Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54, 55,56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana voi. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è tratta dal vol. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).”.

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

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(…) Borsari S., Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, Napoli, ed. Istituto Italiano per gli Studi Storici,

(…) Fariello A., L’Abbadia di San Giovanni a Piro del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, riveduta e tradotta da Aniello Fariello (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

(….) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 339-365. Si parla della Chiesa di Capaccio e della sua Diocesi: Capaccio-Vallo, per Centola.

(…) Infante e Del Mercato,

(…) Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominarlo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il C. con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca.

(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola

(…) Santoro P.E., Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii,

(…) Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….

Guillaume P.,

(…) Guillame P., L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371

(…) Loré V., Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151.

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, Paris 1891, pp. 40-41; stà anche in in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1951 (Archivio Storico Attanasio).

(…) raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: ‘Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale’, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio vaticano, 1989.

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(…) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (13), p. 147 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

Il cenobio basiliano e l’abbazia di S. Maria di Centola

Gli Studi 

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci, sorti nel basso Cilento, come ad esempio l’antichissimo monastero o cenobio basiliano prima e poi in seguito Abbazia Benedettina di S. Maria a Centola.  

Carta del Cilento, Centola

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio digitale Attanasio)

Nel 547, la prima distruzione del presidio goto di Molpa, la distruzione del generale Belisario e la nascita di “Centula”

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Centola nacque sotto la dominazione bizantina di Giustiniano. Da Wikipedia leggiamo che la leggenda vuole che Centola sia stata fondata intorno al XVI secolo da una cosiddetta “centuria” di profughi provenienti dall’antica città di Molpa: da questa “centuria” sarebbe poi derivato il nome al paese. Tuttavia Carla Marcato, ricercatrice dell’Università di Udine, ritiene molto più probabile una discendenza del toponimo da un’unità di misura agraria. Del resto il paese risulta più antico di quanto vorrebbe la leggenda. Da Wikipedia leggiamo che in epoca medioevale ebbe inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti. Alcuni di questi superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle Fontanelle, in un posto riparato e sicuro, detto Vallone. Fu forse dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo che questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. L’Antonini (…), vuole che dopo la prima distruzione di una cittadella sulla collina di ‘Molpa’, i superstiti, rifugiandosi sulle colline più a monte, dove oggi si trova l’odierno paesino di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 348-349 e s., ci parla di Centola e a p. 348, in proposito scriveva che: “Due miglia da quì, camminando a Mezzogiorno, si trova Centola posta per lungo sopra la collina, che la manca sovrasta al Melpi. Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario. Io non volendo pregiudicarla nella sua antichità, ne toglierne questo pregio, intera, e salva cotale opinione lascio a chi vorrà tenerla, però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè i terreni del paese non sono, che quelli della stessa distrutta Città, vasti, ed all’estremo abbondanti di tutto, ma la poca cura e industria de’ Cittadini appena ne fa uso per i generosi vini, e per gli fichi, etc…”.

(Fig…..) Antonini, op. cit., pp. 347-348

Dunque, l’Antonini scriveva che Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario.”. Dunque, l’Antonini riporta la notizia che le origini di Centola derivano da un Centurione dell’esercito bizantino dell’esercito del generale Belisario incaricato dall’Imperatore Costantino di conquistare il regno Goto in Italia. Antonini, sulla scorta del Chronicon di S. Mercurio scriveva pure che questo centurione bizantino ai tempi di Belisario e ai tempi della prima della città della Molpa andò a fondare il casale di Centola con altri cento soldati che ivi si stabilirino. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola, a p. 192, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “La Molpa fu distrutta nella seconda venuta in Italia di Belisario 544, donde ripartì il 558. Ora in questi quattro anni è giocoforza collocare la distruzione della Molpa. Tutto sta a precisare l’anno. Per riconquistare la Sicilia e la Magna Grecia è logico assegnare un tempo fino al 547, non sapendo quale mese indicare dell’anno di partenza e dell’anno di arrivo. Quindi l’operazione avrebbe comportato un anno e alcuni mesi. Il 548 Belisario è impegnato nella liberazione di Roma, occupata da Totila. E siccome la Molpa si trovava quasi alla fine della Magna Grecia, la sua distruzione non può non cadere che nel 547, etc…”Inoltre, il Cammarano, a pp. 204-205, in proposito scriveva che:  “Il Cristianesimo si insediò ben presto nella città della Molpa e non è difficile dimostrarlo. E’ certo che nella prima distruzione, 547, già era in massa cristiana. Difatti la laura di Centola sorse molto tempo prima di detta data in virtù di alcuni abitanti della Molpa, che vennero a menare vita eremitica nel luogo dove poi sorse la Badia di S. Maria di Centola.”. Giovanni Cammarano (…), a p. 186, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “In merito a detto documento dell’Abate Mercurio I, don Baldassarre nelle sue memorie riporta i giudizi anche di portata storica. 1) P. Gregorio Taliento, basiliano (* 1430) annotizia: “Nello scorrere del tempo che va dallo 543 al 554, fu presa la città della Molpa, città della Magna Grecia, occupata dai Goti, dallo generale bizantino, Belisario. I Goti facevano una forte resistenza, affavoriti dalle fortificazioni in muri, che cingevano la città con li posti di fortezza. E così Belisario per menare fuori i Goti, fu costretto dare fuoco e distruggere la città. E così li pochi scampati di quelli tanti abitatori si apportarono nelle terre dello internale. La maggioranza, come dice Mercurio, si fermarono sotto lo monte delle Fontanelle e a quasi lo vallone diedero esistenzia alle prime case del borgo, che chiamarono Centula, è addimostrabile”. (AFL) 2) P. Serafino 1° da Centola, cappuccino (1641+1712) riferisce in un magnifico notiziario: “Lo Abate Mercurio nulla si fece sfuggire nelle sue “Cronache” su tutti gli avvenimenti storici che si succedettero nelle nostre terre. In particolare merita attenzione, studio e riflessione da parte nostra il contenuto della Molpa, il modo poi di vivere della nostra primitiva popolazione stazionata in località “Vallone” e le tristi vicende storiche etc…”. Ancora, il Cammarano (….), a p. 188 scriveva pure che: “Difatti di Mercurio I sappiamo che lasciò la Molpa e se ne andò a fondare una laura a Centola menandovi vita eremitica tra preghiera, studio e lavoro. Di Mercurio II conosciamo solo il nome. E né possono essere chiamati in causa i due martiri di nome Mercurio, uno il 25 novembre e l’altro il 10 dicembre perchè vissuti molto tempo prima.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, a p. 712 in proposito scriveva che: “CENTOLA. ‘Centula, Centola, Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini. Università autonoma etc…L’Antonini (1) ricorda la leggenda del centurione che con i suoi cento uomini vi si stabilì ai tempi di Belisario e dopo la prima distruzione di Molpa. Il villaggio s’ingrandì ancora dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464), ma non sappiamo se colà era già un villaggio o se questo s’ingrandì dopo l’arrivo dei monaci italo-greci che costituirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.”. Ebner, a p. 712, nella nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 349.”. Scrive ancora l’Ebner, a p. 714 che: “Centola è ubicata dall’Antonini (10) su una collina e fino al 1529 casale di Sanseverino. ……Il Giustiniani pone Centola a 32 miglia da Salerno e a 3 miglia dal mare di Palinuro, su una collina con circostanti fertili terreni (grano, vino, olio, frutta). Traendone dall’Antonini ricorda anch’egli la leggenda del centurione che andò a stabilirsi temporaneamente ivi ai tempi di Belisario e la prima e la seconda distruzione di Molpa (13).”. Ebner, a p. 714, nella nota (10) postillava che: “(10) Trascrive da A. Baccio (Hist. natur. vin., lib. 5) “Extat novi nominis Centula oppidum, in cuius apricis collibus vinum gignitur, quod in Urbe praesertim Roma, et in communibus mensis, etiam Principatum, fama, atque usu cum Clarello contendit”, il cui significato tradotto è il seguente: “C’è un paese del nuovo nome di Centula, ne’ cui colli assolati si produce un vino, che nella città, specialmente in Roma, e nelle città del mese, anche nei principati, gareggia in fama e pratica col Clarello.”. Ebner, a p. 714, nella nota (12) postillava che: “(12) Giustiniani, cit.: Etc…, i fuochi”. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: Mercurio …..E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Etc…”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico ragionato del Regno delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “……….”. Amedeo ed Emilio La Greca ed Antonio di Rienzo (….), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 215 parlando di Centola (VI itinerario), in proposito scrivevano che: “E’ tradizione che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa nel 554 ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina (535-553 d.C.). I superstiti si rifugiarono in località detta “Vallone” ove costruirono un piccolo villaggio. Di qui si spostarono gradualmente più a monte dove nel 1207 sorse una Badia Benedettina detta Santa Maria degli Angeli (1). Questa fu il centro della vita economica e religiosa del nuovo paese. I Benedettini, infatti, organizzavano il lavoro, etc…”. I tre autori, a p. 215, nella nota (1) postillavano: “(1) Antonini, p. 387”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Lo storico greco Procopio di Cesarea, morto a Bisanzio nel 565, avendo seguito Belisario in Italia, fu diretto spettatore delle vicende e degli orrori della terribile Guerra Gotica. Egli, nella sua opera “De Bello Gothico”, ci offre una chiara visione della devastazione e della rovina patite dalla Molpa. Ecco il suo racconto: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. “. Il Guzzo, a p. 70, nella nota (12) postillava: “(12) Procopio – De Bello Gothico – Libro I – cap. VIII.”. Dunque, in questo passo il Guzzo trascrive il passo che riguarda la distruzione di Molpa tratto dal testo del “De Bello Gothico” di Procopio di Cesarea e dice Libro I, cap. VIII. Il passo trascritto dal Guzzo e da lui attribuito a Procopio è lo stesso passo che cita il barone Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 372, ma che attribuisce alla cronaca di S. Mercurio. Dunque, il Guzzo erra nel dire che il passo è di Procopio.

L’antica chiesa di S. Nicola di Mira a Centola

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(Fig…) Chiesa parrocchiale di S. Nicola di Mira a Centola

Nel 1559, i documenti dell’Abbazia, donazioni e privilegi, bolle e brevi papali nelle ricerche e acquisizioni di Camillo Porzio

Già dai tempi dell’acquisto del feudo di Centola e di gran parte dei territori da parte del famoso erudito e storico napoletano Camillo Porzio (…), si evince chiaramente il rinvenimento di antichissimi documenti storici che lui stesso cercò e raccolse e rinvenne in zona e nei suoi vasti possedimenti dell’ex Baronia dei Sanseverino. Sarebbe interessante indagare ed approfondire nei diversi lasciti e carteggi del Porzio (…) quali fossero le antiche fonti da cui egli stesso attinse per la stesura del suo capolavoro di storia: “La Congiura dei Baroni”, avvenimento che ebbe proprio qui, in queste zone, il suo drammatico epilogo. Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Camillo Porzio nacque a Napoli nel 1525 e morì nel 1603. E’ stato uno storico e avvocato italiano, noto per la sua monografia sulla quattrocentesca ‘Congiura dei baroni’ che si svolse anche e soprattutto nelle nostre zone. Affermatosi rapidamente come uno dei più celebri avvocati di Napoli, riuscì ad incrementare la già cospicua fortuna paterna fino all’acquisto (1559) del fondo di Centola, un vero e proprio feudo; il che, assieme al suo attivo sostegno al governo vicereale ed alle amicizie altolocate, lo inserì di diritto nella “nobiltà di toga” napoletana. L’attività del Porzio negli anni della maturità era divisa fra l’attività di avvocato, l’amministrazione del feudo e gli incarichi pubblici nel governo della città: inoltre era anche attivo negli ambienti culturali della città (ed evidentemente anche in altri ambienti, come si è visto). Pur non avendo più la rilevanza culturale del passato, i circoli culturali napoletani erano ancora in contatto con aree più vivaci, come Roma o Firenze. E’ proprio a Centola che amministrando il suo povero feudo che il Porzio ebbe modo di indagare sulla vicenda della ‘Congiura dei Baroni’ napoletani al tempo di Ferrante d’Aragona e che si svolse prevalentemente nei nostri luoghi. L’opera si chiamava: ‘La congiura de’ baroni del Regno di Napoli contra il re Ferdinando primo e gli altri scritti’, a cura di Ernesto Pontieri, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1964. Del feudo di Centola che appartenne al Porzio, a pp. 9-11 ha scritto lo storico Agostino Gervasio (…), nel suo Vita di Camillo Porzio’, in L’istoria d’Italia nell’anno 1547 e la descrizione del Regno di Napoli di Camillo Porzio, Napoli, dalla stamperia Tramater, 1839, pp. 4-6. Molte notizie storiche sul feudo di Centola e dei suoi dintorni si possono ricavare dalla sua stessa opera: ‘La congiura de’ baroni del regno di Napoli contra il re Ferdinando primo’, pubblicata a Roma per la stamperia di Paolo Manunzio nel 1565. Dalla Treccani on-line leggiamo che: Nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Al 1562 risale il più antico riferimento alla prima opera storica di Porzio, in una lettera di Seripando del 23 marzo. La Congiura de’ baroni fu pubblicata nel 1565 a Roma, presso Paolo Manuzio, sovrintendente dal 1561 della Tipografia Vaticana. Quando il testo venne dato alle stampe, Seripando era morto da due anni, ma ne aveva caldeggiato a lungo la stesura e, molto probabilmente, anche la pubblicazione. Alla base della scelta di Porzio di ricostruire la congiura del 1484, sino ad allora mai trattata monograficamente dagli storici, era la convinzione che quegli eventi fossero all’origine di quanto avvenuto in Italia a partire dalla discesa del re di Francia Carlo VIII nel 1494. Una connessione, quella tra la rivolta del baronaggio meridionale e i suoi esiti e l’invasione francese nella penisola, già evidenziata da Tristano Caracciolo nel De varietate fortunae, un testo esplicitamente utilizzato da Porzio come fonte. Tuttavia, nella dedica a Carlo Spinelli, duca di Seminara, Porzio faceva riferimento a questa tesi attribuendola a Paolo Giovio, «padre delle moderne istorie», conosciuto a Firenze presso la corte medicea. La narrazione ripercorre nel dettaglio tutte le fasi della vicenda. Il I libro prende le mosse dalla descrizione dei tre personaggi cruciali della ribellione – il principe di Salerno Antonello Sanseverino, Antonello Petrucci, Francesco Coppola – e illustra i diversi fili intrecciatisi nella trama della congiura, a cominciare dai malumori diffusi presso alti funzionari ed esponenti del baronaggio meridionale nei confronti del re, e più ancora del principe ereditario Alfonso, di voler drasticamente ridimensionare il loro potere feudale o impossessarsi delle loro ricchezze. Quando Porzio si accinse a scrivere la storia della rivolta baronale del 1484 non esisteva ancora, a circa ottant’anni di distanza da quegli avvenimenti, una narrazione circostanziata. Ne aveva fornito una ricostruzione Giovanni Albino nel De gestis Regum Neapolitanorum ab Aragonia che, però, fu pubblicato postumo nel 1589 né si può affermare con certezza che Porzio avesse letto il manoscritto, che in molti punti, sia descrittivi sia interpretativi, si distanzia dal racconto di Porzio. Certamente il De bello Neapolitano di Giovanni Pontano, che narrava una vicenda simile ma avvenuta diversi anni prima (la guerra dei baroni svoltasi tra il 1459 e il 1465), e che metteva in scena in parte gli stessi personaggi, fu una delle fonti coeve utilizzate da Porzio, visto che Pontano è uno dei pochi autori citati all’interno dell’opera e, oltretutto, compare nella lista premessa al testo dei «luoghi onde l’auttore ha tratta l’istoria», insieme con Bartolomeo Sacchi (Platina), Raffaele Maffei (Volterrano), Marcantonio Coccio (Sabellico), Niccolò Machiavelli, Bernardino Corio, Philippe de Commynes, Tristano Caracciolo. Porzio aveva potuto attingere anche a testimonianze dirette e, soprattutto, ai documenti originali e a stampa dei processi intentati contro i baroni. Tuttavia, la Congiura di Porzio è strettamente legata, oltre che alla grande storiografia umanistica quattro-cinquecentesca, di cui riprende ideologie e lessico (Cirillo Monzani, in Opere di Camillo Porzio, 1846, p. XXXIV, definì Porzio «discepolo del Machiavelli»), anche ovviamente ai modelli della storiografia classica, in particolare Sallustio, un riferimento imprescindibile, dall’età umanistica, per gli autori di opere storiche monografiche. A questa fase della vita risale anche un altro testo di Porzio, la Relazione del Regno di Napoli, scritta dopo l’arrivo a Napoli, nel 1575, del viceré Iñigo López de Mendoza, marchese di Mondejár. Si tratta di una descrizione accurata della posizione geografica, della divisione in province, delle condizioni economiche e di alcune annotazioni storiche riguardanti il Regno, fino alla «disposizione degli animi de’ regnicoli verso il presente dominio» (1839, p. 170). Rimasta inedita, la Relazione fu pubblicata per la prima volta nel 1839 insieme con il I libro della Istoria d’Italia. Tra le fonti utili per la ricostruzione storiografica dell’opera del Porzio sul Regno di Napoli in epoca Vicereale vi è l’Archivio segreto Vaticano, Fondo Borghese, Serie I, vol. 44, cc. 28r-29v. Sul feudo di Centola ai tempi del Porzio ha scritto pure Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 107 e s. parlando del Cap. IV “Camillo Porzio signore di Centola e di Sanseverino” raccontava la complicata vicenda dell’acquisizione del feudo da parte del ricchissimo ereditiero e storico Camillo Porzio. Gli antefatti dell’acquisizione da parte del Porzio del feudo di Centola sono importanti per capire che attraverso quel feudo ed i contatti che il Porzio intrattenne in quegli anni, lo portarono a conoscere una serie di documenti di non poco conto per la ricostruzione storiografica delle vicende che interessarono le nostre terre. Gli antefatti dell’acquisizione da parte del Porzio del feudo di Centola sono importanti per capire che attraverso quel feudo ed i contatti che il Porzio intrattenne in quegli anni, lo portarono a conoscere una serie di documenti di non poco conto per la ricostruzione storiografica delle vicende che interessarono le nostre terre. Il Barra, a p. 111 accennava del Cardinale Seripando che aveva caldeggiato l’acquisto del feudo ed in proposito scriveva che: “In effetti, il cardinale parlava non genericamente ma con cognizione di causa, poichè oltre ai suoi legami di parentela coi Morra, suo fratello Giovan Ferrante era abate commendatario di S. Maria degli Angeli di Centola.”.

I fratelli Giuseppe e Annibale Antonini di Centola,  Bernardo e Ferdinando Galiani e mons. Garampi

Come vedremo e cercherò di dimostrare, l’accurata ricostruzione storiografica dei fatti e delle cose che contraddistinsero le nostre zone non può prescindere da un’accurata ricerca geo-storica. Lo studio cartografico, delle antiche mappe e dei toponimi, nomi dei luoghi, deve necessariamente intrecciarsi con lo studio delle fonti e dei documenti. Come vedremo, gran parte delle ricerche e degli studi partono proprio da Centola e forse dall’antica Abbazia benedettina di cui tratto in questo mio saggio, l’Abbazia di Santa Maria di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,…”. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Batiffol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. A mio avviso furono proprio le ricerche e la raccolta di antichi documenti che indussero l’erudito Ferdinando Galiani ad accettare dal Cardinale……………..l’incarico gravoso di Abate dell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola. Di Centola era Giuseppe Antonini, dove nacque il 14 gennaio 1683. Giuseppe Antonini (…), barone di San Biase, fu avvocato ed erudito, che ha legato il suo nome allo studio della storia e della topografia della Lucania e del Cilento. I suoi studi furono trasfusi nell’opera ‘La Lucania, Discorsi di Giuseppe Antonini Barone di S. Biase’, pubblicata per la prima volta nel 1745.

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Nel 1745 diede alle stampe i suoi Discorsi sulla ‘Lucania’, che nel 1756 accrebbe e che nel 1790-91 il nipote Francesco Mazzarella Farao (…) ripubblicò, arricchendoli di copiose annotazioni, difendendo l’opera e la memoria dell’Antonini dalle accuse di P. Magnoni e dei non pochi critici e detrattori. Nel 1745, due anni prima, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) pubblicò la sua “La Lucania – I Discorsi”, era abate di S. Maria di Centola Girolamo Gascone, il quale, mostrò diversi privilegi e carte greche all’Antonini. Giuseppe Antonini (…), barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi). Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini, Annibale, era anche Abate a Parigi che nel 1734 pubblicò in Francia un guida di Parigi. Molte delle notizie già in precedenza raccolte dai fratelli Antonini qui proprio nel Cilento ed in particolare a Centola, passarono di mano agli amici fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Fu proprio l’Abate Gascone che aveva raccolto molti documenti antichi appartenuti all’Abbazia di Centola che si deve il merito di averli mostrati agli Antonini di cui il fratello maggiore, Annibale, era come lui uomo di chiesa. Insieme alla figura dei fratelli Antonini: Giuseppe e Bernardo, a metà del ‘700 spiccano altre due figure di eruditi che si conoscevano e a cui dobbiamo legare le approfondite ricerche storiografiche e geo-storiche successive.  Come scrisse lo stesso Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 718 in proposito scriveva che: “Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino, già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. Ferdinando Galiani, detto l’abate Galiani (Chieti, 2 dicembre 1728 – Napoli, 30 ottobre 1787). Nacque a Chieti nel 1728, da una famiglia originaria di Lucera: la sua formazione avvenne a Napoli, dove ebbe modo di conoscere l’opera di Giambattista Vico e fu allievo di Antonio Genovesi. La figura del Galiani è importantissima per la storia dei nostri luoghi e credo anche per i legami con l’Antonini. I legami con i due fratelli Antonini e i fratelli Galiani sono interessantissimi per le connessioni, a mio avviso esistenti, con gli Antonini (…) Giuseppe e Annibale (…), i quali, come vedremo era connessi sia al territorio dell’ex e ormai dissoluta Baronia dei Sanseverino e con il Galiani stesso che come sappiamo si recò a Parigi in missione e su incarico del ministro Bernardo Tanucci e rinvenne le famose carte corografiche di probabile epoca Aragonese e di cui una da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli e da me ivi pubblicata e di cui ivi ho pubblicato un particolare dell’area in questione (vedi Fig. 1) e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile. Proprio su quel fondo di antiche mappe scoperte alla BNF, l’abate Ferdinando Galiani affermava: “Un tesoro, storico, documentario e scientifico, “un monumento veramente curioso ed utile” (…). Queste pergamene, fatte riprodurre e copiare di nascosto dal Galiani, permisero a Rizzi Zannoni di comporre la “Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, opera mirabile ma completamente diversa dalle mappe trovate da Galiani. La pur breve permanenza dell’Abate Ferdinando Galiani nell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola, permise a questo grande ricercatore ed esperto cartografo di ottenere antichi documenti, donazioni e privilegi appartenuti all’Abbazia benedettina, forse ormai irrimediabilmente perduti ma soprattutto ottenere le giuste dritte e riferimenti bibliografici e storiografici di notizie storiche molte volte citate dall’Antonini nella sua “Lucania”. Il periodo della permanenza del Galiani a Centola e della prima edizione dell’opera dell’Antonini (…), è più o meno lo stesso. Gli stessi fratelli, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini ed il fratello maggiore Annibale Antonini (…), grande erudito del tempo e Abate a Parigi conoscevano i due fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Lo stesso Giuseppe Antonini, allorquando pubblicò nel 1745 la prima edizione della sua “La Lucania” conosceva bene i fratelli Galiani di cui il fratello minore, Ferdinando, nel 1747, due anni dopo, e non a caso – dico io – fu investito della carica di abate dell’antica Badia di S. Maria di Centola e, che dal ministro Bernardo Tanucci fu incaricato di cercare le carte d’epoca Aragonese. Infatti, lo stesso Giuseppe Antonini (…), allorquando, nel 1745, pubblicò la sua ‘Lucania’ conosceva anche il Tanucci a cui dedicò l’opera:

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Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini (…), Annibale Antonini (…) scrisse l’opera ‘Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs’, Nouvelle édition, Paris, 1734. E’ proprio riguardo al fratello maggiore di Giuseppe, Annibale Antonini che il Barra (…) a p. 82 in proposito al feudo di Centola scriveva che: “Nel 1538, infatti, Girolamo Morra alienò definitivamente Sanseverino ad Annibale Antonini, antenato dello storico settecentesco, “cum castello, et castellano, et feria Sanctae Margaretae” (l’antica fiera di S. Margherita costituiva un’evento commerciale di grande rilievo per tutto il basso Cilento, e la sua giurisdizione risultava quindi assai lucrosa. (7).”. Francesco Barra (…), a p. 14, nella sua nota (6) postillava dell’opera dell’Antonini e scriveva che: “(6) L’Antonini, nato a Centola il 14 gennaio 1683, morì a Giugliano, dove era governatore regio, il 6 gennaio 1795 (Francesantonio Soria, ‘Memorie storico-critiche degli Storici Napolitani’, Stamperia Simoniana, Napoli, 1781, vol. I, pp. 41-44). Anche il fratello Antonino seguì la stessa carriera, e nel 1768 era governatore di Serre, da dove chiedeva il 15 ottobre 1768 il trasferimento per motivi di salute una sede più vicina a Napoli ecc…”. Il Barra a p. 82, nella sua nota (7) ci ricorda che questa notizia ci fu data proprio dallo storico settecentesco Giuseppe Antonini nella sua Lucania, a p. 348, vol. I. Giuseppe Antonini a p. 347 (non come scrive il Barra a p. 348), vol. I della prima edizione, parlando del piccolo casale di Sanseverino “La Terra di Sanseverino” scriveva che: “Il suo Castello, …..e fino all’anno MDXXXVIII, era ancora ben tenuto, poichè Girolamo di Morra, che lo possedeva in quell’anno vendendolo ad Annibale Antonini, dice nell’Istromento, che ne fu stipolato dal Notar Lorenzo de Pauceriis, “cum Castello, & Castellano, ecc..”. Dunque, il feudo di Centola con il piccolo casale di Sanseverino, dal 1538, epoca in cui nacque lo storico Camillo Porzio appartenne ad Annibale Antonini antenato dei due fratelli Annibale e Giuseppe Antonini e da quì una serie di legami con la storia ed i documenti storici del territorio. Riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Ferdinando La Greca (…), nel suo saggio scritto insieme a Vladimiro Valerio (…): ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, nel 2008, nel suo capitolo “Le vicende delle mappe”, parlando sempre della sua carta Parigina e, dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini e a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scriveva che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) ecc…” e, poi ancora a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, ecc…”. Sempre il La Greca (…), continuando il suo racconto scriveva che: A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio, la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. Ho voluto riproporre integralmente questo passo di Ferdinando La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, la trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. Sull’incarico ricevuto dall’Abate Ferdinando Galiani (…) ha recentemente scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’. Il Barra a pp. 201 e s. ha dedicato un intero capitolo dal titolo: “L’ultimo Abate Commendatario: Ferdinando Galiani”.

Nel 17…, l’amico Giuseppe Garampi, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano

Il Galiani poi era anche fraterno amico di mons. Giuseppe Garampi (…), grande studioso e prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano. Infatti, sempre il Barra (…) a p. 205 riferisce che, per la controversia sorta tra il Galiani ed il Vescovo di Capaccio: “Galiani si rivolse allora all’eruditissimo mons. Giuseppe Garampi (1725-1792), prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, affinchè svolgesse per suo conto approfondite ricerche documentarie. Un’analoga ricerca gli commissionò poi per Centola, chiedendogli di appurare se fosse realmente “nullius”, ecc…..(13).”. Mi sembra un passo interessantissimo riguardo le approfondite ricerche che Ferdinando Galiani conduceva sulle origini dell’antica abbazia. Il Barra a p. 206, nella sua nota (13) postillava che: “(13) F. Nicolini, ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in Scritti di Archivistica e di ricerca storica, Ministero degli Interni. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma, 1971, pp. 54-55.”. Giuseppe Garampi fu prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano e dell’Archivio di Castel S. Angelo dal 1751 al 1772. Questo schedario, a distanza di secoli, è ancora oggi lo strumento, fra i diversi indici e inventari, che rendono effettivamente reperibile e consultabile l’immeso materiale documentario custodito all’interno dell’Archivio Segreto Vaticano. Importantissimo strumento, frutto della iniziativa di Giuseppe Garampi, lo ‘Schedario’, disponibile alla consultazione presso la sala di studio intitolata a Leone XIII dell’Archivio Vaticano, costituisce quindi ancora oggi l’unico Indice generale per nomi e per materie della documentazione presente nell’Archivio Vaticano fin quasi a tutto il XVIII secolo. Il Garampi, con i suoi collaboratori setacciò l’intero archivio annotando diligentemente tutto. Proprio sui rapporti strettisi fra Ferdinando Galiani ed il Garampi ha scritto Fausto Nicolini (…) che a p. 48, del suo Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in proposito scriveva che: “Il Galiani, allora, a differenza che nell’età matura coltivava con grande entusiasmo l’archeologia e l’erudizione storica; due discipline che già a Napoli gli avevano fatto ricercare la compagnia, per altri versi non divertente, del Mazzocchi e del Martorelli.”. Scrive ancora il Nicolini che: “Il Garampi, a cui nel 1755 veniva concessa la prefettura dell’Archivio di Castel Sant’Angelo,  col trarre dai documenti messi a sua disposizione,….materiali senza fine per un ‘Orbis Christianus’ (1) ecc…” e poi proseguendo il suo racconto, il Nicolini scriveva del Galiani ridivenuto Napoletano: “Ridivenuto napoletano, o come egli diceva, parigino spaesato, il Galiani, a ciò indotto, sembra da alcune liti, si pose a riordinare i documenti relativi alle sue parecchie badie (2) e, tra queste, al beneficio mitrato della chiesa di S. Cecilia della terra di Centola (feudo dei Pappacoda) e alla rettoria dell’altra chiesa di S. Lorenzo nella città di Capaccio (Parentesi: questi due benefici erano stati rinunziati a suo favore nel 1747, con la riserva di goderne vita natural durante, da un abate Girolamo Gascone, ecc…”. In questo passo interessantissimo però il Nicolini sbaglia confondendo la chiesa di S. Maria degli Angeli di Centola con quella di S. Cecilia. Infatti, anche il Barra (…) lo dice a pp. 207-208 nella sua nota (15) postillava che: “(15) L. Diodati, ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Vincenzo Orsino, Napoli, 1788, p. 14 (che però parla erroneamente del “beneficio mitrato di S. Cecilia di Centola”, inducendo spesso in errore gli autori successivi, tra cui il Nicolini). L’abate Gascone, che gli fornì alcuni documenti, è ricordato dall’Antonini (‘La Lucania’, cit., p. 373).”. Il Nicolini (…) a p. 51, nella sua nota (2) postillava dei documenti che: “(2) Alcuni di questi documenti (pochi in confronto di quanti erano al tempo del Galiani) si serbano nell’archivio Galianeo, codice segnatura, XXXI. A. 8.”. Riguardo questo Archivio, il Nicolini a p. 48 scriveva che: “Dai documenti dell’Archivio Galianeo (1) non risulta in modo esplicito come e quando egli fosse conosciuto dall’Abate Galiani.”. In proposito all’Archivio Galianeo, sempre il Nicolini a p. 48, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Posseduto ora dalla Società Napoletana di Storia Patria e comprendente ciò che sopravanza delle carte di Celestino, Bernardo e Ferdinando Galiani. Per un catalogo ragionato delle carte per quel che riguarda Ferdinando, si veda Fausto Nicolini, ‘I manoscritti dell’abate Galiani’, stà in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908.”. Infatti, il Nicolini (…) che riporta il carteggio epistolare fra il Galiani ed altri riporta anche la lettera che il Garampi gli scrive nel 1771, in risposta all’incarico da egli ricevuto anni prima. La lettera è contenuta in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908’ e dice sostanzialmente che egli non può più occuparsi di tali ricerche. Il Nicolini a p. 189 riporta nell’elenco la lettera di Garampi al Galiani e scrive: “601. – Garampi (gius.), Roma, 1771 (ivi, ff. 72-5).”. Tuttavia, il Nicolini non pubblica la lettera del Garampi che evidentemente si trova custodita oggi nell’Archivio Nicolini del fondo donato all’Istituto Italiano di Storia. Dunque, alcuni documenti riguardo l’Abbazia di S. Maria di Centola dovrebbero essere conservati nell’Archivio Galianeo, codice segnatura XXXI. A. 8, conservato e di proprietà della Società Napoletana di Storia Patria a Napoli. La Società Napoletana di Storia Patria, con sede in Castelnuovo, è, tra le società storiche nazionali, una delle più importanti sia per l’antichità delle sue origini, sia per la ricchezza del patrimonio librario che custodisce, sia per la vitalità delle sue iniziative scientifico – editoriali. Se non mi sbaglio la documentazione dell’archivio Galianeo fu acquistato dallo stesso Nicolini (…) e il cui fondo è oggi nell’Archivio Nicolini donato all’Istituto Italiano per gli Studi Storici. Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risaliva all’XI secolo. Sull’Abate Girolamo Gascone ho scritto quando ho scritto del ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola’.

Il monaco Mercurio I ed il suo ‘Chronicon di S. Mercurio’

Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola, a p. 15, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Che abbia visto il passaggio da Cenobio a Badia S. Maria, avvenuto il 700-750 non ci sono notizie a proposito, ma che ne abbia discusso il progetto è probabile. I pochi resti della sua Cronica ci dicono chiaramente che fu una grande mente di studioso e di organizzatore. Non si sa se fosse nativo di Centola, ma dai suoi scritti è chiaro che si mostra un appassionato conoscitore di una terra della quale conosceva tutte le trame ecc.. Proveniva dalla Molpa, i cui abitanti erano di origine greca,….?. E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Masimiliano e suo figlio Massenzio. Dubbia invece è la nascita dell’Imperatore Libio Severo (461-465), che, comunque, vi possedeva una villa. La notizia attinta pure dall’AFL, che vorrebbe Mercurio abate del cenobio omonimo di Roccagloriosa, è destituita di ogni fondamento.”. Il Cammarano (…), a p. 17, scrive che:  “Nell’anno 750, c’informa don Baldassarre Lupo, il cenobio fu elevato a rango di Badia in seguito al sempre più crescente numero di monaci. La crescita fu causata dalla fuga in Oriente verso la Magna Grecia, di numerosi religiosi per via della persecuzione dell’imperatore bizantino Leone 3° l’Isaurico. La Badia di Centola restò Basiliana fino al cader del Medioevo. Ciò si rileva dagli atti della visita, che nel 1458 fece Attanasio Kalkeopoulos, archimandrita (15). E’ vero che vi trovò monaci di rito orientale, ed è comprensibile, però resta chiaro che la visita aveva lo scopo di constatare quanto ancora vi era di monachesimo basiliano, come era del resto in altre Badie, per es. il Patirion in Rossano. Anche se nel 1458 non c’erano monaci basiliani, lo spirito Basiliano era ancora vivo e fresco, tanto che stentò a morire. Difatti nel 1700 a Centola vi erano ancora strascichi di rito orientale. Dicendo che la Badia cessò di essere basiliana al cader del Medioevo, non si è lontani dalla verità. Si aggiunga che siamo in possesso di un elenco di monaci basiliani vissuti nel 1300 (17). La questione sarà esaminata con uno studio a parte. Per il momento è sufficiente sapere che la data di demarcazione tra badia basiliana e benedettina oscilla intorno al 1458. Quando si dice che Centola è nata ed è vissuta all’ombra della Badia, è quanto di più vero storicamente si possa dire. Infatti, come si legge nelle memoie di don Baldassarre, i monaci, resisi conto dello sviluppo inarrestabile, è l’insufficienza della chiesa di S. Giocondo, divenuta troppo angusta, decisero di costruire la nuova chiesa di S. Basilio in Grangella nell’845. Continuando poi l’incremento alla fine del 1500 fu sempre l’abate di S. Maria a volere l’attuale chiesa parrocchiale.”. Il Cammarano (…), a p. 19, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Monaci basiliani vissuti nel 1300: vedi cap. III, parte 3 (dall’Archivio della Famiglia Lupo).”.

La ‘Cronaca’ locale del monaco Venceslao di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, a p. 714, nella nota (11) postillava: “(11) La notizia si rileva dalla Cronaca locale di un certo Venceslao di Centola. “Nell’anno MDXVIII lo signor Vicario Guarini, Abate di Centula fece scavare molto assai profondo etc…”. Ebner, a p. 714, nella nota (12) postillava che: “(12) Giustiniani, cit.: Etc…, i fuochi”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico ragionato del Regno delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “………………

Su S. Richerio ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, che a pp. 352-353 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Nel MDXCIII l’Abate ‘Guarini’ stando nella generale opinione de’ paesani della nostra Centola, volle scavare intorno all’altar maggiore della Badia, per vedere se vi trovava il desiderato corpo, ma nulla trovovvi. In queste poche parole manoscritte, che sono una specie di Cronaca, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Signor D. Camillo d’Errico, così questo fatto si legge: ‘Nell’anno MDXCIII, lo Signor Vicario Guarino Abate di Centula, fice cavare assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo corpo di Sancto Ricario, et nce fice la processione, et quase tutta Centula digiunò, et si confessaro, et communicaro, et non si ritrovò niente.”.

L’Archivio della Famiglia Lupo a Centola

Nel 1993, il sacerdote Giovanni Cammarano (…), nel suo vol. II del ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, vol. II, a p. 14, in proposito introduceva e scriveva che: “Ci faranno da guida i numerosi memoristi locali che abbiamo conosciuti nella prima parte della storia di Centola, soprattutto don Baldassarre Lupo.”. Il Cammarano (…), accenna al manoscritto del Lupo, nel volume I, della sua “Storia di Centola”, al punto 40-41 del suo Cap. IV, a p. 76 e s. Il Cammarano (…), in proposito scriveva che: “Infatti, don Baldassarre Lupo nel suo ultimo arbitrato la definisce “un grandioso edificio religioso”Baldassarre Lupo, nacque nel 1712 da Antonia Florio di Centola, dunque proveniva dall’antico casato dei Florio e prima ancora dai Marchisio di Camerota, come abbiamo già visto in un altro mio saggio ivi pubblicato. Era stato ordinato diacono. Il Cammarano a p. 76, scriveva che: “Lo si deve a lui se è stato possibile ricostruire la storia di Centola, della Badia, della Molpa, di questa, s’intende, in modo relativo, e dei monumenti fanno bella mostra di se.”. Don Baldassarre Lupo, rivestì le più alte cariche nella Curia Abbaziale di Centola. Il Cammarano (…), dunque, trae diverse notizie storiche sulle origini dell’antico cenobio italo-greco di Centola, da un manoscritto di memorie di Baldassarre Lupo (…), conservato nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola, ma il Cammarano, scriveva in proposito che l’Archivio della Famiglia Lupo (FLP), a Centola, fu distrutto più volte da incendi e che a causa di questi eventi non tutto si è salvato. Il Cammarano (…), a p. 76 del vol. I, parla di “quaderni”, manoscritti da don Baldassarre Lupo e da cui mancano diverse pagine che secondo lui sono state portate via da D. A. Stanziona, un’altro erudito locale e, lo cita parlando dell’“Opera omnia”, di don D.A. Stanziona che è andata smarrita pure questa e “della quale oggi possediamo molti preziosi frammenti che vengono mano mano riportati in questa storia”. Il Cammarano (…), a p. 77, nella sua nota (119), postillava che: “(119) Opera Omnia, di natura storica, si componeva di 36 grossi quaderni, rilegati in quattro volumi.”. Dunque l’opera di don Baldassarre Lupo, è stata raccolta da D.A. Stanziona, nei suoi quaderni della sua ‘Opera Omnia’, anche questa andata perduta, ma di cui ancora oggi si conservano preziosi frammenti dei suoi quaderni. Da questi frammenti, il Cammarano (…), a p. 43 del vol. II, nel Cap. III, trae l’elenco degli “Abati basiliani” della badia basiliana, poi in seguito divenuta benedettina. Il Cammarano, fa riferimento proprio ai frammenti dei quaderni del Stanziona (…), nell’AFL. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento, parlando di Centola, nel vol. I a p. 714, in proposito scriveva che: Il Litta (16) include nella sua opera la famiglia Lupo di Centola (ramo dei Lupo di Soragna) con arma: lupo rampante di azzurro in campo d’argento con tra le zampe anteriori una bandiera in rosso e attraversato da una banda di rosso.”. L’Ebner a p. 715 del vol. I, parlando di Centola, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Litta, ‘Famiglie celebri italiana’, Fasc. unico, Basadonna Torino.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, riguardo la famiglia Lupo di Centola cita il testo di Pompeo Litta Biumi (….), e a p. 715, nella nota (16) postilava che: “(16) Litta, Famiglie celebri italiana, Fasc. unico, Basadonna Torino”. Da Wikipedia leggiamo che Famiglie celebri italiane, nota anche come Famiglie celebri d’Italia, è un’opera sulla storia e la genealogia di 150 famiglie italiane, realizzata a dispense e iniziata da Pompeo Litta Biumi; tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo venne pubblicata anche una seconda serie di genealogie. Il nome originale era Famiglie celebri d’Italia mentre la dicitura Famiglie celebri italiane comparve per la prima volta nel 1862 con la dispensa n. 144. Dal 1885 Giuseppe Basadonna, fratello di Francesco ed editore a Napoli, proseguì la pubblicazione delle dispense delle Famiglie celebri italiane tramite la tipografia Richter e C. (23). Nel 1902 Luciano Basadonna, figlio di Giuseppe, iniziò una nuova serie delle Famiglie celebri italiane e le prime dispense furono dedicate alla famiglia Caracciolo, a cura del professor Francesco Fabris (31).

Nell’845, la chiesa di “S. Basilio in Grangella” a Centola

La tradizione vuole che l’antico Monastero Basiliano di S. Maria a Centola, fosse sorto in seguito allo spostarsi dei superstiti della guerra Gota che si rifugiarono e si stabilirono sulle colline ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’, dando vita al nuovo nucleo abitativo, chiamato ‘Centula’. In questo luogo, esisteva probabilmente il nucleo originario di Centola, ossia la Laura di S. Basilio, un elemento italo-greco, legato al monachesimo basiliano che costituì per secoli la base originaria e di espansione del piccolo centro. L’area dell’attuale piazza, dedicata al Santo orientale S. Nicola di Mira. L’attuale via principale del paese, via Rosario, un tempo era detta via San Basilio. Lo stesso rione principale di Centola è dedicato a S. Basilio in Grancelle, in cui è possibile leggere sia l’elemento religioso basiliano che quello economico: ‘grancella’, diminutivo di ‘grancia’, era infatti termine che indicava un piccolo fondo con granai e latifondi annessi al monastero principale. Nelle grancie annesse al Monastero italo-greco era fiorente la coltivazione e la produzione del gelso, infatti esistono testimonianze nella toponomastica del luogo, come ad esempio via Gelso. Del monastero basiliano oggi sopravvive a Centola, il Campanile romanico, illustrato nell’immagine di Fig…, della demolita Chiesa del Rosario. Nel 1993, il sacerdote Giovanni Cammarano (…), nel suo vol. II del ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, vol. II, a p. 17, sulla scorta di un manoscritto di Baldassarre Lupo (…), in proposito scriveva che: “Infatti, come si legge nelle memorie di don Baldassarre, i monaci, resisi conto dello sviluppo inarrestabile, è l’insufficienza della chiesa di S. Giocondo, divenuta troppo angusta, decisero di costruire la nuova chiesa di S. Basilio in Grangella nell’845.”.

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(Fig….) Campanile di S. Basilio (IX-X secolo), d’epoca romanica della Chiesa di S. Rosario (oggi demolita), facente parte dell’antico Cenobio di S. Maria di Centola, rimasto al centro del paese di Centola.

Il monastero basiliano di “S. Maria de Centula”, poi Abbazia benedettina

Durante il periodo longobardo Centola si ingrandì notevolmente e il suo sviluppo avvenne intorno all’Abazia (Badia) di Santa Maria di Centola, della quale oggi non resta più nulla. La Badia sorse come eremo fra il 515 e i 530 ad opera di monaci basiliani. Divenne Badia nel 750 e i suoi monaci continuarono a seguire la regola di San Basilio, la quale voleva che alla preghiera si unisse il lavoro. Pertanto crearono scuole, orfanatrofi, ospizi, un mulino, un frantoio, un monte di credito, , vaste piantagioni di ulivi e una biblioteca ricca di manoscritti, svolgendo così un ruolo di guida sia nella vita spirituale che nella vita sociale di Centola. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Dunque, il Cataldo scriveva che a Centola vi era la “comunità benedettina di S. Ricario”. Il parroco di Centola, Cammarano Giovanni, “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993, a p. 17, scrive che:  “Nell’anno 750, c’informa don Baldassarre Lupo, il cenobio fu elevato a rango di Badia in seguito al sempre più crescente numero di monaci. La crescita fu causata dalla fuga in Oriente verso la Magna Grecia, di numerosi religiosi per via della persecuzione dell’imperatore bizantino Leone 3° l’Isaurico. La Badia di Centola restò Basiliana fino al cader del Medioevo. Ciò si rileva dagli atti della visita, che nel 1458 fece Attanasio Kalkeopoulos, archimandrita (15). E’ vero che vi trovò monaci di rito orientale, ed è comprensibile, però resta chiaro che la visita aveva lo scopo di constatare quanto ancora vi era di monachesimo basiliano, come era del resto in altre Badie, per es. il Patirion in Rossano. Anche se nel 1458 non c’erano monaci basiliani, lo spirito Basiliano era ancora vivo e fresco, tanto che stentò a morire. Difatti nel 1700 a Centola vi erano ancora strascichi di rito orientale. Dicendo che la Badia cessò di essere basiliana al cader del Medioevo, non si è lontani dalla verità. Si aggiunga che siamo in possesso di un elenco di monaci basiliani vissuti nel 1300 (17). La questione sarà esaminata con uno studio a parte. Per il momento è sufficiente sapere che la data di demarcazione tra badia basiliana e benedettina oscilla intorno al 1458. Quando si dice che Centola è nata ed è vissuta all’ombra della Badia, è quanto di più vero storicamente si possa dire. Infatti, come si legge nelle memorie di don Baldassarre, i monaci, resisi conto dello sviluppo inarrestabile, è l’insufficienza della chiesa di S. Giocondo, divenuta troppo angusta, decisero di costruire la nuova chiesa di S. Basilio in Grangella nell’845. Continuando poi l’incremento alla fine del 1500 fu sempre l’abate di S. Maria a volere l’attuale chiesa parrocchiale.”. Il Cammarano (…), a p. 19, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Monaci basiliani vissuti nel 1300: vedi cap. III, parte 3 (dall’Archivio della Famiglia Lupo).”. Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo “Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli”, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini.”. Dunque, il Sacco (….) citava la Badia di S. Maria degli Angeli. In origine questa Badia a Centola aveva la semplice intitolazione di S. Maria. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Le gravissime lacune della documentazione rendono quindi assai arduo ricostruire le origini e i primi secoli dell’abbazia di S. Maria di Centola. Avvertiamo che usiamo questa, che era l’intitolazione originaria, perchè la specificazione “degli Angeli” appartiene ad un’epoca successiva, affermandosi sino al punto che a fine ‘700 l’abbazia veniva spesso indicata direttamente come “l’Annunziata”. Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). In effetti, S. Maria di Centola non compare mai nella pur ricca agiografia dei santi italo-greci che abbiamo già citata……..Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 714-715 del vol. I, sulla scorta dell’Antonini, parlando di Centola sulla collina, scriveva che: “….a mezzo miglio, sulla via per Sanseverino, era l’antica abbazia, ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal Vescovo di Capaccio. Nella chiesa si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che l’abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore (11).”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando di S. Severino di Centola, in proposito a p. 349 scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana sulla via, che mena da S. Severino, trovasi un’antica dà passati Abati malmenata Badia (2), che fu già dè PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa la spiritual giurisdizione nella Terra, e nel Clero, se non quando in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi dà paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario ecc…”. Sulla questio della salma di S. Richerio ritorneremo in seguito. L’Antonini, a p. 349 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Fra le rendite, che aveva questa Badia, trovasi registrato il molino, ivi vicino nel luogo detto Mandrano, di cui appena oggi si conoscono i vestigj, e l’acque, che facevan macinarlo, si vedono in gran parte mancate, o forse invertite ad altro uso.”. A mezzo miglio da Centola, sulla via per Sanseverino, era l’antica Abazia (‘Badia’), ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal vescovo di Capaccio. I monaci italo-greci vi edificarono, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria di Centola. L’Antonini (….), a p. 351 parlando sempre dell’Abbazia di S. Maria di Centola e del piccolo casale di Centola vicino a quello di S. Severino, in proposito scriveva che: “E finalmente P. ‘Lubin’ nella ‘notizia dell’Abbazie d’Italia’ fol. 97 lit. C le stese cose ci conferma: ‘Abbazia titulo S. Mariae de Centula Ordinis S. Benedicti Dioecisis Caputaquensis (Capaccio) ut refeit Ughellius tom. 7. p. 663. qui nominis similitudine deceptus, huic Coenobio attribuit Sanctum Richerium Monasterii Centule in Gallia fundatorem. Haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc Caenobio incolatu. Vide notas nostras in Martyrol. Tab. 3. pag. 52.”. Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 70, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Anche A. Lubin, ‘Abbatiarum Italiae brevis notitia’, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”. Il Barra (….) si riferiva al poadre Agostino Lubin (….) ed al suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, dove a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola: “Abbatia titolo S. Maria de Centula, Ordine di S. Benedicti, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; ut refert Ughellus tomo 7, pag. 663. qui nominis similitudine deceptus huic Coenobio attribuit S. Ricarium Monasterii Centule in Gallia fundatorem, haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc loco incolatu. Vide notas nostras in Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’ Oppidum in Colle situm, in Regni Neapolitani Provincia, Principatus Citerior dicta; qualtuordecim passum mill. à Policastro distans; versùs Occidentem. In Cod. Taxarum D. Passionaei; sic legitur S. Maria de Angelis de Centula, Ord. S. Benedicti alias nullius Diecesis.”. Dunque, il Lubin ci dice alcune notizie riguardanti l’Abbazia come risultava dalle sue ricerche nell’anno 1693. Il Lubin scrive che: “Abbazia di S. Maria del titolo Centola Ordine S. Benedetto, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; in effetti Ughellus vol 7, p. Ingannato dalla somiglianza del suo nome, a questo si attribuisce a p. 663 all’attiguo Convento di S. Ricario in Francia, fondatore del monastero di Centola, affermiamo che queste cose sono più veramente in luogo di soggiorno: dai diuturniori nostro Dio per questo. Alla Sede Romana. Vedi nota nostra nel Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’, città del Regno di Napoli in Provincia Citeriore; distante qualtuordecim miglia. Policastro da lontano; direzione ovest. In Cod. D. le emozioni sono tassate; Così leggiamo di S. Maria degli Angeli Centola Ordine di San Benedetto nulliu Diecesis (di nessuna Diocesi = indipendente)”.

Lubin, p. 97

Lubin, p. 97,,

(Fig….) Lubin (…), op. cit., p. 97

Dunque, padre Agostino Lubin (….), a p. 97 parlando della Diocesi di Capaccio “Caputaquensis Episcopi” citava anche l’Abbazia di S. Maria di Centola citava l’abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra” dove nella sua prima edizione, vol. VII, a p. 663 ci parla dell’Abbazia di S. Maria de Centula e scriveva che: 

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(Fig…) Ughelli (…), I ed. vol. VII, p. 663-664

Nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69-70, in proposito scriveva pure che: “A ribadire fortemente questo carattere si aggiungeva inoltre l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, nel cui territorio diocesano essa era tutavia incardinata, venendo quindi a costituire una sorta di enclave (17).”. Barra, a p. 70, nella nota (17) postillava: “(17) Anche A. Lubin, Abbatiarum Italiae brevis notizia, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae, 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”.

Il Chronicon Cavense

L’opera pubblicata dal Pratilli in un testo di Pellegrino (….) fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”

Nel 915, i Saraceni a Centola e dintorni, nel chronicon del Monaco di S. Mercurio dell’Abbazia di S. Maria di Centola e la richiesta del dacium

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 131, in proposito scriveva che: La stima che gli Italiani di questi barbari facevano, li rese così insolenti, e superbi, che coniavano delle monete col di loro impronto etc……Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna a cagione di quel pagamento, che a loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde poi sorse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti; e talora anche quelle Terre, ove comunemente co’ Cristiani abitavano.”. Antonini citava un passo della cronaca di S. Mercurio, un antichissimo chronicon scritto in latino da un monaco che forse fu uno dei primi abati dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Il monaco fornisce interessanti notizie storiche sull’abbazia e parla anche della presenza dei Saraceni a Camerota e nel circondario. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano -Etc…”. Dunque, il Ciociano riporta la stessa notizia dell’Antonini ma non l’attribuisce al monaco di S. Mercurio ma l’attribuisce all’Anonimo Salernitano, così detto il chronicon Cevense pubblicato dal Pratilli.

Nel 908, Maugerio dona la chiesa ‘Obedientia’ di S. Sossio, nei pressi del fiume “Rubicante” (Melpi), nel luogo detto “S. Sossio”, vicino al “ponte ruinato”

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, a p. 353, riferisce di un certo Malgerio che nell’anno ‘908 donava al monastero di Montecassino la chiesa di S. Sossio scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio.”. L’Antonini, nella sua ‘Lucania’ a p. 353 (II edizione) parlando di Cuccaro in proposito scriveva che: “Di Cuccaro fan menzione ‘Merula’, e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII (a. 908) fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio, è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggonsi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, ecc….“. L’Antonini a p. 353, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Eran questi luoghi chiamati tal volta ‘Obedientiae’, e talvolta ‘Cellae’. Ecc…Negli ‘Atti di S. Pietro Pappacarbone’, sono generalmente dette ‘Obedientiae’, e così in tutte le scritture di quei tempi, ecc…”. L’Antonini (…), nel vol. I° della sua prima edizione della “Lucania” (a. 1745), a p. 353, parlando di Molpa e Palinuro (cap. VII), in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”.

Antonini, p. 353

(Fig…) Antonini (…), I° ed. (a. 1745), p. 353

Antonini, p. 342

Dunque, l’Antonini scriveva che il fiume detto “Rubicante” è citato in una donazione del 908 fatta da un certo Maugerio all’Abbazia di Montecassino. Dunque, l’Antonini cita questa donazione dell’anno 908. Dunque, l’Antonini assicura di aver letto questa donazione dell’anno 908. Maugerio nel 908 dona al Monastero di Montecassino la chiesa di S. Sossio. L’Antonini dice che in questa donazione è citato “Cucherus”, la chiesa di S. Sossio era una “Obedientiae”e che questa, ai tempi in cui lui scriveva, nel 1745, si vedono i ruderi  presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. E’ proprio alla citazione del fiume “Rubicante” che l’Antonini dice che anticamente il fiume Melpi si chiamava “Rubicante”. L’Antonini a p. 353, nella sua nota (I), postillava che di questo fiume ne parlava anche Plinio (…), Mario Nigro (…) e, il Gatta (…). Su questa antichissima donazione ha scritto pure Pietro Ebner. L’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “L’Antonini (20) assicura di aver letto una donazione (a. 908) della chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi), di cui non si ha nessun’altra notizia e che perciò lascia piuttosto perplessi.. Ebner a p. 270, nella sua nota (20) postillava che: “(20) L’Antonini predetto (p. 154) da al fiume Melpi anche il nome di Rubicante, traendone da una donazione di un certo Maugerio nel 908 al Monastero di Montecassino della chiesa di S. Sossio. Il brano della donazione riportata dall’Antonini, peraltro senza utili indicazioni, è il seguente “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosii ad ripas Rubicantis ab Occidente”. A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’.”. Ebner a p. 270 sbaglia dicendo che l’Antonini riferisce a p. 154 ma è a p. 353 che ne parla. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni etc…”, vol. II, a p. 172 parlando della Molpa riferisce di nuovo della citazione dell’Antonini intorno alla donazione di Maugerio e scriveva che: “L’Antonini dice pure di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) ecc…”. Ebner a p. 173 nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’Antonini (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Mangerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”. Documento assai dubbio.”. Dunque, secondo l’Ebner il documento della donazione riferita dall’Antonini è dubbio ma, come tante notizie e documenti riferiti dall’Antonini che aveva conosciuto l’Abate Gascone, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, come del resto il suo avo Annibale Antonini, doveva aver conosciuto diversi documenti forse andati irrimediabilmente persi. Chi era questo personaggio citato nella donazione citata dall’Antonini, Malgerio o Maugerio ? E poi, perchè egli fa una donazione all’Abbazia di Montecassino. Forse Maugerio nell’anno 908 fa una donazione ad uno dei monasteri italo-greci dell’epoca che aderirono alla ”Confederazione Cavense” fondata da S. Pietro Pappacarbone dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Certo che queste notizie andrebbero ulteriormente indagate sebbene l’Ebner scriveva che: A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’”.

Nel 966, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, Ermerico, suo preposto che nel 966 fuggì per l’attacco dei Saraceni

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Etc…”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Dunque, scondo il documento del 966, che cita il Carucci, Ermerico era stato preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. Sul monaco “Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis”, Pietro Ebner riporta una notizia. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 151, in proposito scriveva che: “Della chiesa di S. Pietro di Cannicchio, donata al monastero italo-greco di S. Magno (S. Mango) dai principi Giovanni e Guaimario, è notizia da un documento del 994 (v. oltre).”. Secondo il ‘Chronicon Cavense’ del Pratilli, il monastero di S. Mauro in Centulis, fu distrutto dai Saraceni e subito dopo, il suo preposto, Ermerico, nel 966 “ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Barra, sulla scorta del Chronicon Cavense credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Dunque, il monastero di cui era preposto Ermerico erano le “Cellae” di S. Mauro in Centulis che dipendeva dal monastero di S. Benedetto di Salerno. Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Il Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Nel 987 Leucio Etc…”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Infatti, il Di Meo (….), nel vol. VI, a p. 35 in proposito scriveva che: “4. Segue a dire l’Annalista Salernitano, che Ermerico ‘Preposito del Monistero di S. Mauro’ in Centulis, distrutto da’ Saraceni, col consenso del principe Gisolfo,e del nostro Abbate, edificò etc…”. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16)…Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12).”. Infatti, Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno. I pochi religiosi che sfuggirono al massacro si rifugiarono nei boschi e nelle montagne. Ermerico’, loro priore, col consenso dell’abate di S. Benedetto e del principe di Salerno Gisulfo I (933-77), si ritirò ai piedi del Monte Finestra, nella grotta di Metellianum e qui costruì una cella o monastero: “A. 966….Ermericus Praep. Cellae S. Mauri in Centulis a Saracenis destructae Cellam prope Salernum ad latus Fenestellae montis fecit cum Gisulfi et Abbatis nostri consensu”. (Op. cit., p. 415; cf. De Blasi, Chron., an. 966; Adinolfi, Stor. della Cava, p. 217, ecc..).”. Il Barra riporta anche la seguente notizia: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35). Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Giuseppe Pesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 73 riporta la notizia: “…fra questi Giovanni di Salerno…Fu sotto il governo di un tal Prelato, ch’ebbe la prima origine il celebre Monistero della SS. Trinità di Cava. Ermerico già Preposto del Cenobio di s. Mauro in Centulis, distrutto dalle irruzioni dei Saraceni tal sacro stabilimento, recossi in Salerno e “col consenso del Principe Gisolfo e del nostro Abbate (scrive l’Annalista Salernitano) etc…”. Dunque, il Pesano riporta la notizia sulla scorta dell’“Annalista Salernitano”, cronista dell’epoca che viene detto anche “Chronicon Cavense”, che fu pubblicato dal Pratilli. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’. Inoltre, Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), riguardo l’ipotesi che si potesse trattare del monastero di ‘S. Maria in Centulis’ postillava e ci ricorda che: Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI)….”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C.”.

Nel 966 ?, ipotesi sulle origini dell’Abbazia di S. Maria di Centola e il monastero di ‘S. Benedetto in Centulis’

Giovanni Cammarano (….), ex parroco di Centola, nella sua “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993, a p….. continuando il suo racconto sul cenobio basiliano di Centola, scriveva che: “Le terre di Centola erano l’entroterra della Molpa, dove, come vedremo, vi erano in maggioranza greci. Dalla Molpa, diventata cristiana, con l’apporto greco-bizantino, partirono gli amanti della vita eremitica e contemplativa. Si attestarono su una bella collina, che fu il punto ideale per sentirsi realizzati, dove poi sorse la Badia. Rimontano al calar del primo millennio, le chiese greco-bizantine, sorte intorno al Bulgheria, le cui impronte sono ancora visibili a Poderia, Celle Bulgheria ed altri paesi viciniori. Per convincersi di questo basta visitare, per le badie, il cenobio di S. Giovanni a Piro (19) e per le chiese, S. Michele, sita all’inizio di chi entra in Poderia proveniente da S. Severino e la chiesa parrocchiale. Entrambe hanno il campanile sormontato dalla caratteristica cipolla bizantina. La chiesetta di S. Michele avrebbe bisogno di un restauro conservativo per non perdere un ricorso millenario.”. Dunque, Cammarano dice nulla sull’origine dell’antica Abbazia bnedettina di Centola. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Dunque, il Barra, in questo passaggio scriveva che la mancanza di notizie antecedenti all’anno 1086 della donazione di “Maurici”“….fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Dunque, Barra credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Inoltre, il Barra aggiungeva in postilla che questo monastero: Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona. Altro carattere saliente è poi quello dell’essere S. Maria di Centola sorto come monastero autocefalo, cioè del tutto autonomo e indipendente dalle grandi abbazie benedettine di Montecassino e di Cava (16).. L’ipotesi del Barra, a suo dire sarebbe suffragata dal fatto che, il Chronicon Cavense ci parla di Ermerico e di un monastero di “S. Mauro in Centulis”. Infatti, il Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Etc…”. Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d.C.”. Sul monastero di S. Mauro in Centulis ha scritto anche Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Inoltre, Barra, a pp. 69-70, in proposito scriveva pure che: “A ribadire fortemente questo carattere si aggiungeva inoltre l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, nel cui territorio diocesano essa era tutavia incardinata, venendo quindi a costituire una sorta di enclave (17).”. Barra, a p. 70, nella nota (17) postillava: “(17) Anche A. Lubin, Abbatiarum Italiae brevis notizia, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae, 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”

Nel….., S. Richerio, abate della chiesa di S. Maria in Centulis in Francia o di Centola nel Cilento ?

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 350 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana sulla via, che mena da S. Severino, trovasi un’antica dà passati Abati malmenata Badia (2), che fu già dè PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa ha la spiritual giurisdizione nella Terra e nel Clero, se non qua in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi da paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che il Maurolico malamente chiama Riario; e il tanto più il credono, quanto più ‘l Cardinal Baronio nelle note al ‘Martirologio’ à XXVI Aprile, nulla ha detto di questo dubbio, e l’Abate Ughellio l’ha ciecamente seguitato, con aggiungerci anche alcuna cosa del suo. Le parole del Martirologio sono: ‘In Monasterio Centola S. Richarii Presbyteri’et Confessoris’, di cui simileè l’altro in Francia.”. Su S. Richerio ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, che a pp. 352-353 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Nel MDXCIII l’Abate ‘Guarini’ stando nella generale opinione de’ paesani della nostra Centola, volle scavare intorno all’altar maggiore della Badia, per vedere se vi trovava il desiderato corpo, ma nulla trovovvi. In queste poche parole manoscritte, che sono una specie di Cronaca, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Signor D. Camillo d’Errico, così questo fatto si legge: ‘Nell’anno MDXCIII, lo Signor Vicario Guarino Abate di Centula, fice cavare assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo corpo di Sancto Ricario, et nce fice la processione, et quase tutta Centula digiunò, et si confessaro, et communicaro, et non si ritrovò niente.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Le gravissime lacune della documentazione rendono quindi assai arduo ricostruire le origini e i primi secoli dell’abbazia di S. Maria di Centola. Avvertiamo che usiamo questa, che era l’intitolazione originaria, perchè la specificazione “degli Angeli” appartiene ad un’epoca successiva, affermandosi sino al punto che a fine ‘700 l’abbazia veniva spesso indicata direttamente come “l’Annunziata”. Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). In effetti, S. Maria di Centola non compare mai nella pur ricca agiografia dei santi italo-greci che abbiamo già citata……..Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 714-715 del vol. I, sulla scorta dell’Antonini, parlando di Centola sulla collina, scriveva che: “….a mezzo miglio, sulla via per Sanseverino, era l’antica abbazia, ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal Vescovo di Capaccio. Nella chiesa si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che l’abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore (11).”. L’Antonini (….), a p. 351 parlando sempre dell’Abbazia di S. Maria di Centola e del piccolo casale di Centola vicino a quello di S. Severino, in proposito scriveva che: “E finalmente P. ‘Lubin’ nella ‘notizia dell’Abbazie d’Italia’ fol. 97 lit. C le stese cose ci conferma: ‘Abbazia titulo S. Mariae de Centula Ordinis S. Benedicti Dioecisis Caputaquensis (Capaccio) ut refeit Ughellius tom. 7. p. 663. qui nominis similitudine deceptus, huic Coenobio attribuit Sanctum Richerium Monasterii Centule in Gallia fundatorem. Haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc Caenobio incolatu. Vide notas nostras in Martyrol. Tab. 3. pag. 52.”. Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 70, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Anche A. Lubin, ‘Abbatiarum Italiae brevis notitia’, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”. Il Barra (….) si riferiva al poadre Agostino Lubin (….) ed al suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, dove a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola: “Abbatia titolo S. Maria de Centula, Ordine di S. Benedicti, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; ut refert Ughellus tomo 7, pag. 663. qui nominis similitudine deceptus huic Coenobio attribuit S. Ricarium Monasterii Centule in Gallia fundatorem, haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc loco incolatu. Vide notas nostras in Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’ Oppidum in Colle situm, in Regni Neapolitani Provincia, Principatus Citerior dicta; qualtuordecim passum mill. à Policastro distans; versùs Occidentem. In Cod. Taxarum D. Passionaei; sic legitur S. Maria de Angelis de Centula, Ord. S. Benedicti alias nullius Diecesis.”. Dunque, il Lubin ci dice alcune notizie riguardanti l’Abbazia come risultava dalle sue ricerche nell’anno 1693. Il Lubin scrive che: “Abbazia di S. Maria del titolo Centola Ordine S. Benedetto, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; in effetti Ughellus vol 7, p. Ingannato dalla somiglianza del suo nome, a questo si attribuisce a p. 663 all’attiguo Convento di S. Ricario in Francia, fondatore del monastero di Centola, affermiamo che queste cose sono più veramente in luogo di soggiorno: dai diuturniori nostro Dio per questo. Alla Sede Romana. Vedi nota nostra nel Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’, città del Regno di Napoli in Provincia Citeriore; distante qualtuordecim miglia. Policastro da lontano; direzione ovest. In Cod. D. le emozioni sono tassate; Così leggiamo di S. Maria degli Angeli Centola Ordine di San Benedetto nulliu Diecesis (di nessuna Diocesi = indipendente)”.

Lubin, p. 97,,

(Fig….) Lubin (…), op. cit., p. 97

Dunque, padre Agostino Lubin (….), a p. 97 parlando della Diocesi di Capaccio “Caputaquensis Episcopi” citava anche l’Abbazia di S. Maria di Centola citava l’abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra” dove nella sua prima edizione, vol. VII, a p. 663 ci parla dell’Abbazia di S. Maria de Centula e scriveva che: 

Ughelli, p. 664.PNG

(Fig…) Ughelli (…), I ed. vol. VII, p. 663-664

Nel 1038 (?), “Richerio”, abate dei monasteri di S. Pietro ad Aquara e di S. Nazario a S. Nazario

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 333-334 che, parlando del casale e del monastero di S. Nazario, in proposito scriveva che: “….riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV…Etc..”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. ad. III. Idus Decembris MLV. il quale sentimento fu seguitato dal ‘Mabillon’ ne i citati ‘Annali’, soggiugnendo che, l’elezione fu fatta in Capua presente l’Imperador Corrado: e ‘l ‘Pellegrino’ dice di più: ‘Editus Anonymus Cassinensis consueto errore abitum Richerii notat ad annum MLIV. onde potrebbe esser, che la fondazione del Casale fosse fra il MXXXVII e’ ‘l MLV. Ma il dubbio maggiore consiste in ciò, che l’ Ostiense scrive nel cap. 49, lib. 11. cioè, che questa fondazione fosse stata fatta da Adamo Abate di Montecassino e, non già da Richerio ‘juxta Melpham fluvium’.”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV.“, che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. Dunque, l’Antonini citava l’“Anonimo Cassinese” (pubblicato da Camillo Pelegrini), il quale  l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”, ovvero che l’Abate di Montecassino, Richerio, nel 1040 scacciò i Normanni dalla “de Terra Sancti Benedicti” e che mori nel 1054. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333)…….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino etc..”. In qualche modo la notizia di un Abbate Richerio è anche legata alla notizia secondo cui a Centola alcuni autori hanno riferito del corpo di S. Richerio sepolto presso la chiesa dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Per una più esatta collocazione cronologica dell’evento, è necessario tener presente quanto riferisce lo storico Giuseppe Antonini circa la rifondazione dell’antica Abbazia basiliana di San Nazario, avvenuta, secondo lui, nel 1044 ad opera del benedettino Richerio, abate di Monte Cassino dal 1038 al 1055. Ciò farebbe supporre che, all’incirca nello stesso periodo, fu fondata l’antica chiesa di San Mauro gestita e officiata dai benedettini. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 350 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “…trovasi un’antica, da passati Abbati malmenata Badia (2), che fu già de’ PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa ha la spiritual giurisdizione nella Terra e nel Clero, se non qua in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi da paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che il Maurolico malamente chiama Riario; e il tanto più il credono, quanto più ‘l Cardinal Baronio nelle note al ‘Martirologio’ à XXVI Aprile, nulla ha detto di questo dubbio, e l’Abate Ughellio l’ha ciecamente seguitato, con aggiungerci anche alcuna cosa del suo. Le parole del Martirologio sono: ‘In Monasterio Centola S. Richarii Presbyteri’et Confessoris’, di cui simileè l’altro in Francia.”.

Nel 1038, Richerio, abate di Montecassino

Dalla Treccani on-line leggiamo che Richerio era già abate di S. Benedetto di Leno (presso Brescia) prima del 28 febbraio 1036, quando l’imperatore Corrado II (1024-39) emanò un diploma in favore del monastero (Conradi II. Diplomata, a cura di H. Bresslau, 1909, n. 227, pp. 373-376). In questi anni la scena politica meridionale era occupata dalle ambizioni del principe capuano Pandolfo IV, filobizantino. Enrico II, giunto a Montecassino nel 1022, gli aveva sottratto il principato di Capua per concederlo a Pandolfo, conte di Teano. Di lì a poco, però, il principe riprese il controllo su Capua e le sue mire sulle terre cassinesi, imprigionando l’abate Teobaldo (1022-35), lasciando a Montecassino il fidato famulus Teodino e imponendo come abate il calabrese Basilio (Chronica monasterii Casinensis, a cura di H. Hoffmann, 1980, II, capp. 39-42, pp. 243-246, capp. 56-57, pp. 276 s., 281, cap. 61, pp. 285 s.). Nella Chronica monasterii Casinensis, fonte essenziale per ricostruire l’abbaziato di Richerio, si legge che i cassinesi si rivolsero a Corrado perché intervenisse contro gli usurpatori, sicché l’imperatore, sceso in Italia per affrontare alcune questioni politiche (Böhmer, 1951, pp. 129-138), da Roma, risultate vane le ambascerie al Capuano, si diresse a Montecassino nella primavera del 1038. Dopo la conquista di Capua, consegnata al principe di Salerno Guaimario IV, i monaci gli chiesero un nuovo abate, replicando alle resistenze di Corrado, il quale evocò il rispetto della Regola benedettina per un’elezione interna, che non c’era nessuno idoneum e congruum in tantis perturbationibus e sollecitando la nomina di Richerio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 63, pp. 291 s.), de noble gent et vaillant person (Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. de Bartholomeis, 1935, II, 5, p. 62). La sua elezione avvenne il 14 maggio e la sua consacrazione il 1° o il 3 giugno (Annales Casinenses, a cura di G.H. Pertz, 1866, p. 306; Annales Casinenses ex Annalibus…, a cura di G. Smidt, 1934, p. 1414; Annales Cavenses, a cura di F. Delle Donne, 2011, p. 32; Chronicon Vulturnense…, a cura di V. Federici, 1925, V, p. 84; Hoffmann, 1967, pp. 313, 316). Ritornato in Germania Corrado, Richerio fu coinvolto negli scontri tra i sostenitori di Pandolfo IV e i suoi avversari, fino a essere catturato dal conte di Aquino e liberato grazie all’intermediazione di Guaimario (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 68, pp. 304-306). Costui gratificò Montecassino con diverse concessioni (Bloch, 1986, pp. 203, 424) e indusse Richerio (per due volte, giacché in un primo momento egli era rientrato dalla Lombardia ove aveva raccolto milizie, forse a Leno) a recarsi in Germania per chiedere aiuto all’imperatore, poiché perduravano i problemi, come confermarono gli eventi successivi (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 69, pp. 306-308). Trascorsi due anni in Germania, nel 1043 circa Richerio ritornò con un seguito armato, con cui ristabilì il controllo su buona parte della Terra s. Benedicti (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 70, p. 208), ma dovette fronteggiare la minaccia dei Normanni, già utilizzati dagli stessi cassinesi come forza mercenaria. Nella primavera del 1045 i contingenti abbaziali espugnarono le roccaforti normanne, un evento che ebbe grande risonanza nelle fonti, arricchito anche da un miracolo di s. Benedetto a difesa della sua comunità (Desiderio di Montecassino, Dialoghi…, a cura di P. Garbini, 2000, III, cap. 22, pp. 132 s.). Nel 1047, però, si presentò di nuovo la minaccia di Pandolfo, rapidamente contrastata; nella circostanza comparve il nipote di Richerio, Ardemanno, a cui era affidata la Rocca di Evandro, che egli difese ponendosi anche in contrasto con lo zio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, capp. 74-76, pp. 315-320).

La chiesa di San Giuliano sulla Molpa

Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Il Di Mauro (…), a p. 569 parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Il sacerdote Giuseppe Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1933, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?.”.

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona una “curtis” (“Murici”) all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola

Vorrei fare il punto su una notizia ed un documento tratto dall’Antonini e, in particolare sulla notizia di una donazione fatta nell’anno 1086, di cui ancora, sebbene abbia indagato e approfondito le mie ricerche nulla ho potuto altro scoprire e di queste donazioni non vi è traccia. L’Antonini, nella sua “Lucania”, oltre a parlarci di un’antica donazione e privilegio concesso ad un monastero vicino il luogo detto le “Celle” dall’Imperatore Lotario III, parlando a p…… del casale di Celle di Bulgheria cita invece un altro privilegio o donazione fatta nell’anno 1086 da Ruggero Sanseverino. Due distinte e diverse donazioni di cui l’Antonini non fornisce alcun riferimento bibliografico se non per la prima fa riferimento all’Abate Erasmo Gattola. L’Antonini (…), come ho già detto, parlando dei casali di S. Severino di Camerota prima e di Celle di Bulgheria dopo, parlava di una donazione di “Ruggiero da Sanseverino” fatta ad un altro “Monastero di Benedettini”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania – I Discorsi’, nella parte III, nel Discorso VIII, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, e, parlando di Celle di Bulgheria, in proposito a p. 387 cita un’altra donazione che riguardava Centola ed in particolare il Monastero di S. Maria di Centola. L’Antonini dice che questa donazione era dell’anno MLXXXVI (anno 1086). L’Antonini, riferisce di un’altra simile donazione fatta questa volta sempre da Ruggero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Questa volta, l’Antonini cita addirittura l’intitolazione dell’antico privilegio dell’anno 1086. L’Antonini (…), a p. 387 accennava all’antico privilegio di Ruggiero Sanseverino dell’anno 1086 da cui egli trae l’origine dell’antica e nobile famiglia e, scriveva che:

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Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, scrive: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e cita una donazione del 1086, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatto al monastero di S. Maria di Centola nell’anno 1086: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”:

Antonini, p. 387, su S.Severino di Centola e il monastero

(Fig….) Antonini (…), p. 387 su Celle di Bulgheria e su Poderia

Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, ci informavache: “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.…”. Sempre l’Ebner, riferendosi sempre alla Badia di S. Maria di Centola aggiungeva che: L’Antonini, ……., parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)…”. Dunque, l’Ebner (…), a p. 712 parlando di Centola, ci informa che l’Antonini, scriveva che “a nord della via per S. Severino, la nota Abbazia di S. Maria…”,  secondo l’Antonini (…): “….assicura….e parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3).”. L’Ebner a p. 713, vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “Antonini, cit. Vol. I, p. 387. “Curtem unane prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiserum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. La notizia della donazione era tratta dall’Antonini (…). Il baronne Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria e di Poderia, accenna di nuovo alla “trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa…”, dunque la donazione di Ruggiero Sanseverino e non di Lotario III, donazione anche questa dell’anno 1086 ma, questa volta non al monastero di S. Severino ma al monastero di: “Monistero di S. Maria di Centola”, indicando pure l’intitolazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Dunque, l’Antonini scrive che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 387 parla del casale di Celle di Bulgheria ma dicendo della donazione scrive che Celle è citata in detta donazione ma quando scrive “oltre di quello che che ne abbiamo accennato sopra”, si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, secondo l’Antonini, nella donazione del 1086 di Ruggiero Sanseverino che fa al Monastero italo-greco di S. Maria di Centola vengono citati anche i casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa. Del monastero di S. Maria di Centola ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini dice che nel luogo chiamato “le Celle”, si vedevano ancora (nel 1745) le vestigie dirute del Monastero di Benedettini. La traduzione del testo in latino riportato dall’Antonini è il seguente: “Sono andato alla corte uname vicino al fiume, nel luogo e nel guado dell’aereo. Inoltre, il possesso del glandiserum, il nome dello afferma che il Murex (Murici), che ha il suo inizio dal fiume, ai piedi della Bulgaria; percorre la sua strada attraverso la Serra Serra.. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Riguardo la donazione dell’anno 1086 citata dall’Antonini a p. 387, quando scriveva che: Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola, quando scrive “di quest’ultimo” si riferisce al casale di Celle di Bulgheria e quando scrive “oltre di quello che abbiamo scritto sopra” si riferisce al casale di Roccagloriosa. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e scriveva che: Il primo documento in cui essa viene ricordata risale al 1086, quando il normanno Ruggero Sanseverino, signore dell’omonima baronia, effettuò a suo beneficio una ricca donazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.” (15). La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Quello che comunque val pena di sottolineare, è la sostanziale stabilità per non dire staticità, della consistenza e della localizzazione della proprietà abbaziale per tutto il medioevo e tutta l’età moderna. Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. Etc…”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, La Lucania, cit., p. 387”. Su quanto scriveva Francesco Barra (…) a p. 69 e postillasse nella sua nota (16) ho già parlato circa l’ipotesi delle origini dell’antico monastero di S. Maria di Centola che come egli stesso dice, richiamandosi ad un passo raccontato dal ‘Chronicon Cavensis’, una cronaca medioevale spuria e anonima, potrebbe derivare dal monastero di S. Maria in Centulis. Dunque l’Antonini, a p. 387 voleva che i due casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa erano citati nel privilegio del 1086 concesso da Ruggiero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Forse l’Antonini aveva letto di questi due privilegi, sia del privilegio dell’Imperatore Lotario III e sia di quella di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola leggendola dalla “Cronaca di S. Mercurio”, una cronaca medioevale apocrafa di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Certo è che queste notizie come pure di altre andrebbero ulteriormente indagate. Di questa donazione purtroppo nessuna traccia. Se vogliamo meglio indagare sulla donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia benedettina (?) di S. Maria di Centola dobbiamo riferirci alle munifiche donazioni degli ultimi principi Longobardi di Salerno e i primi duchi Normanni dell’area donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Si tratta dell’eventuale connessione che questo antico privilegio donato da Ruggero Sanseverino nell’anno 1086 al Monastero di S. Maria di Centola sia da collegarsi direttamente o indirettamente con l’altro Monastero nel luogo detto “le Celle”, citato sempre dall’Antonini e dove secondo lui accadde il miracolo di S. Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero. La notizia del miracolo, di Ruggero Sanseverino e del monastero benedettino nel luogo detto le Celle è riportata dall’Antonini in due altri passi, ovvero a p. 347 e p. 279, dove l’Antonini ci parla di un altro privilegio, anch’esso dell’anno 1086. L’Antonini dice che nel privilegio di Ruggero all’abazia di S. Maria di Centola sono citati i due casali: Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. L’Antonini, riguarda quest’ultimo privilegio che dice essere dell’anno 1086, non fornisce alcun riferimento bibliografico ne io sono riuscito a capire da dove abbia tratto questa notizia. Sui privilegi e donazioni fatte da alcuni duchi Normanni intorno all’anno 1086, interessante è ciò che scriveva il nipote di Costantino Gatta (…), Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino. Egli a p. 149, parlando dei Sanseverino in proposito scriveva che: “: tutto ciò costa dalle Vite dè Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivio del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114 nel regnare del Principe Roberto leggesi: “Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &”, ecc…”. Forse era proprio a questi 6 privilegi a cui si riferiva l’Antonini. Essi sono conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Dunque, il Gatta (…), non riferiva della donazione del 1086 ma riferiva di un’altra donazione dell’anno 1114. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi.

Paul Guillaume (…), nella sua opera ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, ristampato con traduzione dalla Ruocco (…), a pp. 91, nella sua nota (1) postillava dei documenti e donazioni conservati nell’Abbazia di Cava dè Tirreni: “(1) Nov. 1081 (‘Arc. Mag.’ B. 18), Juin 1121 (ib. F. 18). Rodul. Op. cit., p. 62. “1122…circa hunc annum Rogerius de S. Severino Castri S. Severini, aliarumque terrarum Dnus, qui ex Normannorum Ducum prosapia Sanseverinae familiae stipes fuit in Sacrosanto Cavensi Monasterio Sanctae Religionis habitum suscepit.” ‘Chron. ad. an. 1122, in fine.”. Inoltre, sempre il Guillaume (…) a p. 91 nella sua nota (4) postillava di De Blasi: “(4) De Blasi, ‘Chron. ad. an. 1122, 1123, 1124; Rodul. Op. cit., p. 76, etc.”. In questa nota il Giullaume si riferisce all’abate di Cava Ridolfi (…). L’abate D. Alessandro Ridolfi (…), fu il primo storico della Badia, con il suo archivista, l’infaticabile D. Agostino Venereo. All’abate Ridolfi si deve la prima serie ottocentesca a stampa del “Codex Diplomaticus Cavensis” le cui prime edizioni ottocentesche furono curate da Schiani, Morcaldi e De Stefano. Nel secolo XII, una storia della Badia di Cava e le sue dipendenze fu scritta dall’abate Alessandro Ridolfi e poi anche il riordino ed il transunto dei documenti in appositi registri, da parte di Agostino Venereo. Su Agostino Veneno o Venereo (…), ha scritto Pietro Ebner (…), proprio in riferimento al personaggio Normanno Ruggiero Sanseverino, il quale in questo caso è il personaggio chiave per la donazione citata dall’Antonini (…). Per capire chi fosse Ruggero Sanseverino leggiamo da Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 385, nella sua nota (31) la postilla che: “Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del Venereo, ‘Diction., ms., VI, 73 ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Dunque, l’Ebner, riguardo le notizie su Ruggero Sanseverino, figlio di Turgisio II cita il manoscritto del Venereo (…). Chi era il Venereo ?. Si tratta di Agostino Veneno o Venereo (…), uno dei primi abati dell’Abazia della SS Trinità di Cava dè Tirreni che nel …….. compilò un antico manoscritto rimasto inedito e chiamato ‘Dictionarium Cavense’. Di cosa si tratta ?. Paul Guillaume cita un passo (dell’anno 1122) di un opera del monaco Di Blasi (…). Si tratta del testo di Saverio Maria De Blasi (…) Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum che, il Guillaume riferiva più volte nelle sue note. Saverio Maria De Blasi (…) riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importanteDictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Saverio Maria De Blasi (…), riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante ‘Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Dunque, ritornando al manoscritto Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo), citato dall’Ebner (…), che dice parlarci di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli, nel suo …………………., a p. IV dell’Introduzione scriveva che: “…, per cui già gli Archivisti di Cava, Alessandro Ridolfi (+ 16….) e Agostino Venieri (+ 1638), nelle loro opere, rimaste inedite….”. Il Mattei Cerasoli, a p. IV dell’introduzione, nella sua nota (1) postillava che: “(1) AUGUSTINI VENEREI, ‘Dictionarium Archivii Cavensis, Ms. cart. dell’Archivio di Cava, vol. IV, 311.”. Dunque, stando all’Ebner noi dovremo trovare notizie riguardo Ruggero Sanseverino nel manoscritto cartaceo di Agostino Venereo detto ‘Dictionarium Archivii Cavensis‘, vol. IV, 311, e Ebner dice ‘Diction., ms., VI, 73‘. Paul Guillaume cita il testo di De Blasi (…), ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ e, cita le notizie per gli anni 1122, 1123, 1124 nello stesso testo e molto probabilmente riguardano proprio l’ultima donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia di Cava dè Tirreni, fatto nel 1121. Il 15 settembre 1778, domenicano Salvatore Di Biasi, fu chiamato a Cava, presso Salerno, da dom Tiberio Ortiz Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava che gli affidò il riordino dell’importante archivio del monastero. Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077. Mi chiedo se l’Antonini avesse appreso dal testo del De Blasi (…), della donazione dell’anno 1086 di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola ?. Sul De Blasi, sulla Treccani on-line leggiamo che: Gli Opuscoli uscirono regolarmente fino al 1778, anno in cui il De Blasi venne chiamato dall’abate R. Pasca a lavorare al riordino dell’importante archivio del monastero benedettino-cassinense della Ss. Trinità di Cava dei Tirreni, presso Salerno. Egli condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Il De Blasi utilizzò i dati raccolti direttamente dalle pergamene, per chiarire e puntualizzare diversi aspetti della storia del territorio salernitano al tempo della dominazione longobarda. Il suo lavoro, reso noto attraverso relazioni alle accademie napoletane e articoli pubblicati su vari periodici, sollevò alcune critiche, talora aspre (in particolare si segnalarono in questo Giuseppe Cestari, A. Di Meo e F. A. Ventimiglia), cui egli replicò dimostrando la correttezza metodologica delle sue ricerche. Sulle donazioni di Ruggero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, riferendosi a Ruggero Sanseverino racconta che: “….Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117).. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, su queste cose, anche sulla scorte del De Blasi (…), ha scritto il Di Meo (…), nei suoi “Annali etc…”. Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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(Fig….) Di Meo (…), ‘Annali etc…’, op. cit., tomo IX, p. 295

Un altro autore che ha scritto sulle antiche donazioni e privilegi conservati negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni è stato Carlo Alberto Garufi (…) nel suo saggio ‘Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI’, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910, vedi da p. 291 e s. Il Garufi esamina alcuni atti e privilegi conservati all’Abbazia di Cava, otto documenti risalenti a non prima dell’anno 1076. Riguardo il Ruggiero Sanseverino (che come abbiamo visto l’Antonini gli attribuisce una donazione all’Abbazia di S. Maria di Centola), ha scritto Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, dove a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino, Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino:

(Fig….) Mattei-Cerasoli Leone, op. cit., pp. 21-22 (corrisponde al f. 19 del Ms.)

Riguardo le donazioni di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18).”. Dunque, Leone Mattei Cerasoli citava 7 donazioni conservate nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dè Tirreni. Leone Mattei Cerasoli, sulla scorta del Ricca (…) scriveva pure che: “Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”Dunque, Leone Mattei Cerasoli (…), nella traduzione e pubblicazione del testo medioevale dell’antico manoscritto del ‘Venusino’ (Ugo da Venosa) che racconta della vita di S. Pietro Pappacarbone Abate dell’Abazia di Cava dè Tirreni, postillava di Ruggiero I Sanseverino figlio di Turgisio il Normanno, compagno di Roberto il Guiscardo, scrivendo pure che egli fece diverse donazioni all’Abate di Cava dè Tirreni Pietro Pappacarbone, di cui una ne parla l’Antonini dicendo essere stata fatta da Ruggero nell’anno 1086 al monastero di S. Maria di Centola. Leone Mattei Cerasoli, per queste donazioni dice essere state otto e cita due testi, ovvero quelli di “Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Dunque, il testo di Erasmo Ricca (…), ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 e il testo di Portanova G., ‘Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 10 trascrive 8 delle 10 donazioni di Ruggero Sanseverino figlio di Turgisio (…):

Ricco E., p. 10

Ruggero Sanseverino fu vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose donazioni. Il Cappelli (…), a p. 23, in proposito scriveva che: “…, mentre da un documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria de Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli (…), a p…., nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Codex Diplomaticus Cavensis, IV, p. 122; VI, p. 18. Ecc..”. E’ proprio in questo testo a stampa compilato dagli ultimi abati della SS. Trinità della Cava dè Tirreni che si trovano trascritti i sei privilegi a cui si riferiva il Gatta (…), e forse troviamo pure quello del 1086 citato dal barone Antonini. Sempre su questi privilegi e donazioni fatte da Duchi Normanni ha scritto Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”. Vitolo in proposito cita la “donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46)”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Giovanni Vitolo (…) cita la stessa donazione dell’anno 1086 in un altro suo passo. Vitolo a p. 146, dove scriveva che: “La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV (V), donarono il monastero di S. Pietro e la chiesa di S. Caterina di Polla (93)……Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di montesano, donati da Ugo ‘de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Ecc…”.

Riguardo la notizia della donazione di Ruggero Sanseverino, alcune notizie storiche sono state riferite anche da Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Quale sia stato questo Castello di Sanseverino, che possedé esso Ruggiero, come erede di Tergisio suo Padre, si ricava dagli Atti manoscritti di San Pietro Pappacarbone, che si conservano nell’illustre Archivio de’ PP. Cassinesi della Cava. Di fatto negli Atti suddetti leggesi, che nell’XI secolo, possedendosi il Castello di Sanseverino da un Ruggiero, il quale molestando i Coloni del Monistero dell’Ordine di San Benedetto, e residendo il Santo Abbate nel Monistero detto di Sant’Arcangelo nel Cilento, e che rattrovandosi Ruggiero ‘longe a prefato Monasterio, solarium domus ejus cecidit (cioè della sua Casa in detto Castello), atque ejus filium parvum extinxit; e come crede D. Pasquale Magnoni nella sua ‘Lettera critica’ scritta a detto Signor Barone su i suoi ‘Discorsi della Lucania’ che i Coloni suddetti stati fussero de’ territorj del Monistero delle Celle vicino detto Castello di Sanseverino, fossi soggetto a quello di Sant’Arcangelo di Perdifumo, che io credo piuttosto territorio allora di Sanseverino. *** Credo ancora, che delli Coloni non erano de’ territorj del monistero delle Celle, ma di quelli dello stesso monistero di Sant’Arcangelo, siti nel Cilento, perche esso Ruggiero, per quello dirò, che era Signore del Cilento; *** onde poi Ruggiero, pensando, che tal avversità, accaduta gli fusse per l’ingiusti maltrattamenti a’ descritti Coloni fatti, morta la moglie fecesi Religioso nello stesso Monistero di S. Maria di Centola, alcuni beni, siti in quel territorio, cioè ‘Curiem’ *** (‘Curtis’ in tempo de’ Longobardi significava Villa. Credio Pellegrino in Ducatu Benevent. in Provinc. distribut. presso l’Antonini, pag. 548, Not. 2) *** “unam prope flumen, et vadum in loco plano. Item possessionem glandiferam nomine Murici, quae incipit a flumine, et vadit Serra Serra per Cellam” (questa ubbidienza, o piccolo Monistero era in territorio di Sanseverino suddetto) ‘ad pedem Bulgariae’, come dalla Scrittura degli stessi Antonini, e Magnoni riferita.”. Il Di Stefano che fu Governatore di Centola citava l’Antonini da cui traeva la notizia. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 548 parlando della città di Acerenza scriveva: “fu di questa Città da’ Longobardi fatto un Gastaldato (2), che vuol dire una Signoria etc…”. L’Antonini, a p. 548, nella nota (I) postillava:  “(2) Vari significati questa Longobarda parola ebbe,…….e fattori dei Regi poderi: e, perciò Camillo Pellegrino in Ducat. Benevent. in Provinc. distribut. scrive: etc…”. Qui l’Antonini disserta sulla parola ‘Curtis’ (Villa) mi sembra ma, la frase “unam prope flumen, et vadum in loco plano. Item possessionem glandiferam nomine Murici, quae incipit a flumine, et vadit Serra Serra per Cellam ad pedem Bulgariae” che significa “uno vicino al fiume e un guado in un luogo pianeggiante. Anche una proprietà ghiandolare chiamata Murici, che parte dal fiume e attraversa Serra Serra attraverso Cella fino ai piedi della Bulgaria”, è citata altrove ed è citata anche nella Lettera del Signor Magnoni all’Antonini.

Nel 1086, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa 

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Sul ‘diritto di patronato’ dei Sanseverino sull’omonima Baronia

Altra interessante notizia riferita dal Barra e già citata dall’Ebner,  è quella che scrive a p. 73 intorno a S. Maria di Centola, ovvero che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 71

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Dunque l’Ebner, nella sua nota (9), postillava che:  “(9) Negli Atti dei creditori di Antonio Caracciolo, signore di Pisciotta, e di Molpa, si leggeva in una relazione che il feudatario era tenuto a offrire il 15 agosto di ogni anno un pranzo ai sacerdoti di Pisciotta, al quale doveva essere invitato anche il governatore del Castello di S. Severino, il quale doveva “sedere nel primo luogo, tenendo il suo cane a piedi, a il quale quale dovesse anche darsi tutto a mangiare”.”.

Nel 1112, SICA, figlia di Pandolfo di Capaccio sposò Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio Jr. o II

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX.[3] Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita.[4] C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano[5] e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6). Però questa cosa non è proprio ciò che leggiamo da altre fonti. In primo luogo Ruggero I Sanseverino pare abbia sposato Sirca, ultimogenita di Pandolfo di Capaccio e sorella di Sichelgaita. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero I Sanseverino, avesse sposato Sichelgaita e non Sica. Pandolfo di Capaccio morì nel 1052, in occasione della congiura contro Guaimario. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III (10). In Wikipedia, nella nota (2) si postillava: (2) Joanna H. Drell, Kinship and Conquest: Family Strategies in the Principality of Salerno During the Norman Period, 1077–1194 (Ithaca: Cornell University Press, 2002). Riguardo la discendenza di questo nobile longobardo ed in particolare della sua ultima sua figlia, che in Wikipedia è chiamata “Sichelgaita” “e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita.[4] C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano[5] e Ruggero di San Severino”. In Wikipedia nella nota (4) postillava che: “(4) For a family tree, see Drell, pp. 218–19”, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 130, in proposito scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta dall’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (1) postillava: “(1) Vedi p. 135”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 134, in un suo schema sulla contea di Capaccio pone tra le ultime figlie di “Pandolfo, conte di Capaccio (1034? – 1052)”, oltre alla citata Sichelgaita anche l’ultimo genita “SICA, sposa di Ruggiero Sanseverino (morto prima del 1112).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 135 scriveva che: “Le terre appartenute alla circoscrizione di Lucania e poste a sud del Solofrone, ad eccezione di quelle che nel frattempo erano state assorbite dall’Actus Cilenti, in parte rimasero di proprietà dei discendenti di Pandolfo, come dimostra, fra le altre, la summenzionata donazione del 1137, in parte confluirono anch’esse nella successiva formazione della baronia di Cilento, probabilmente come dote di una delle figlie del primo conte di Capaccio, Sica, andata in isposa a Ruggiero Sanseverino, signore di Cilento (1).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 130.”. Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali critico diplomatici del Regno di Napoli della mezzana Età”, vol. IX, p. 278, in proposito scriveva che: Pietro Ebner (…..), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 348, nella sua nota (8) postillava che: “(8) …..Un’altra figliuola di Pandolfo di Capaccio, Sica, aveva sposato Ruggiero, figlio di Troisio di Rota (Sanseverino). Cfr. nella mia ‘Storia’, cit., la Tavola a p. 345 (per errore tipografico manca Sica, poi moglie di Ruggiero).”. Infatti, Ebner, nello schema citato a p. 245 della sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, subito a seguire Schelgaita, pone “Berta” come figlia di Pandolfo di Capaccio e di sua moglie Gaitelgrima. Un’altra delle stranezze che non si riesce a capire come mai Ebner o Cantalupo facciano confusione su Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II ed il Ruggero di Sanseverino, fratello di Turgisio II e figli entrambi di Turgisio normanno o Turgisio di Rota.

Nel 1114, RUGGERO I SANSEVERINO, figlio di Turgisio II Sanseverino o Torgisio Jr

Da Wikipedia leggiamo che nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Turgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta dall’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I Sanseverino, che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento quando, nel 1121, decise di farsi monaco a Cava (2).”. Dunque, il Cantalupo scriveva che Ruggero I Sanseverino era figlio di Turgisio Jr. (Turgisio II) e sposò Sica, figlia di Pandolfo, conte di Capaccio. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 8, in proposito scriveva che: “Il mentovato Turgisio, che fu altresì valoroso Capitano, e militò seguendo le bandiere di Roberto il Guiscardo, ebbe da quest’ultimo in dono il castello di Sanseverino, donde presero il cognome i suoi figliuoli a nome Ruggiero, Silvano e Turgisio 2°. Adunque le cospicue famiglie Filangieri e Sanseverino hanno origine da’ due fratelli e Cavalieri Normanni Angerio e Turgisio (4).”. Dunque Erasmo Ricca sostiene l’origine dei Sanseverino di Turgisio fratello di Angerio. Turgisio il Normanno ebbe tre figli: Ruggero, Silvano e Turgisio II. Come vedremo Turgisio II avrà il figlio che noi abbiamo chiamato Ruggero II Sanseverino.  

Ricca Erasmo, p. 387 sullalbero geneologico dei Filangieri

Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, dove a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 115-116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggero Sanseverino. Ecc..”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo – Annali, vol. 9°, pag. 278″. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 115-116-117 parlando di Ruggero I Sanseverino racconta che: A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II sposò Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario principe di Salerno e conte di Capaccio. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il Mazziotti (…), a p. 117, scriveva sui Sanseverino che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Cantalupo, a p. 130 scriveva che Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II Sanseverino sposò Sica, figlia di Pandolfo, conte di Capaccio e, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 135”. Il Cantalupo riguardo questo luogo non si riferisce a Castel Ruggiero vicino Policastro ma si riferisce a Castellabate. Il Cantalupo, a p. 130, nella nota (2) postillava: “(2) Il Guillaume, (op. cit., p. 91) riporta un documento redatto in tale circostanza: ‘Rogerius….pro anima domine Sicae dilecte quondam coniugis nostre, quond. dom. Pandulfi, filii dom. Guaimari principis Salerni….(a. 1121; ABC, Arca Magg., F. 18, doc. VI).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 135 scriveva che: “Le terre appartenute alla circoscrizione di Lucania e poste a sud del Solofrone, ad eccezione di quelle che nel frattempo erano state assorbite dall’Actus Cilenti, in parte rimasero di proprietà dei discendenti di Pandolfo, come dimostra, fra le altre, la summenzionata donazione del 1137, in parte confluirono anch’esse nella successiva formazione della baronia di Cilento, probabilmente come dote di una delle figlie del primo conte di Capaccio, Sica, andata in isposa a Ruggiero Sanseverino, signore di Cilento (1).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 130.”. Dunque, il Cantalupo scrive che dal documento conservato all’Abbazia di Cava de Tirreni e pubblicato dal Guillaume si evince che Ruggero (I) di Sanseverino figlio di Turgisio (II) di Sanseverino, nel …….sposò Sica, figlia del conte longobardo Landolfo e quindi nipote del principe di Salerno Guaimario IV. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Ruggero (I) Sanseverino sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno principe di Salerno, e figlia del conte Landolfo. Secondo le fonti ebbero non meno di quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Inoltre vi fu un figlio naturale, Tancredi e uno illegittimo, Roberto. Il Cantalupo lo chiama “Pandolfo” e in Wikipedia è detto Landolfo. Sica, la sposa di Ruggero era figlia di Pandolfo o Landolfo, fratello di Guaimario IV. Landolfo o Pandulfi era conte di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 130, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 135.”.  Il Cantalupo, a p. 135, ci parla della “Contea di Capaccio” e delle parentele con “Gisulfo de Mannia”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 129, nel suo schema “DIscendenza dei Sanseverino”, subito dopo aver detto di “TORGISIO Normanno signore di Rota” egli mette i suoi tre figli: “TORGISIO II, signore di Sanseverino, Montemiletto e Cilento (a. 1113)”; “RUGGIERO di Sanseverino, signore di Cilento (1110-1114)” e “SILVANO”. Da “TORGISIO II”, fa discendere il suoi due figli: “RUGGIERO I, signore di Sanseverino e Cilento (1114-1121)”, “ENRICO I, signore di Sanseverino, barone del Cilento (1125-1141)” e “GUGLIELMO I, signore di Sanseverino e Montoro, barone del Cilento, gran giustiziere e comestabile (1186-1187 e Catal. Baron.)”. Dunque, da questo schema possiamo vedere anche la successione temporale. Dunque, il Cantalupo, in questo suo schema, nella successione temporale ai feudatari del Cilento, dopo Ruggero Sanseverino, pone il figlio primogenito di Turgisio II Sanseverino, ovvero Ruggero I Sanseverino tra l’anno 1114 e l’anno 1121. Dunque, Ruggero I Sanseverino fu signore di Sanseverino e di Cilento all’epoca di Guglielmo I d’Altavilla. Saverio Gatta, figlio di Costantino (…), nel 17….., pubblicò ‘Memorie Istoriche sulla Lucania’, opera postuma del padre Costantino Gatta (….), che sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), ci da alcune interessanti notizie in merito. Ecco cosa scrive in proposito, Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino:

Gatta, p. 149

(Figg….) Gatta (…), pp. 149 e 150, in cui si parla delle origini dei Sanseverino

Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte di Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. Ruggero legò la storia della propria famiglia ai monaci della Santissima Trinità di Cava dè Tirreni, a cui cedette più volte appezzamenti di feudi e terre, senza esimersi da concedere favori signorili. Prima donazione è stata la chiesa di Santa Maria di Roccapiemonte, avvenuta nel 1081, e di sette terreni annessi, nel 1083. Nel 1111, difese il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che ne rivendicava le donazioni fatte in precedenza: entrambi si confrontarono in un’assemblea organizzata dal duca Ruggero Borsa. Il rapporto con i monaci cavesi fu tuttavia contraddittorio. Infatti lo accusarono più volte di maltrattamenti e molestie anche morali ai propri coloni. L’intervento di mediazione dell’abate Pietro calmò le acque e nel 1114, a Ruggero fu affidata la custodia del castello di Sant’Auditore. Nel 1116, dopo aver donato al monastero il casale di Selefone del Cilento, gli concesse una parte del monastero di San Giorgio, dopo ulteriori proteste. Secondo la tradizione, poco dopo il giugno del 1121, Sanseverino decise, dopo quarant’anni di rapporti religiosi, di spogliarsi dei suoi beni, prendendo l’abito monastico proprio a Cava, dove morì nel 1125. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito:

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(Figg…) Di Meo (…), vol. IX, p. 295

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2), postillava a riguardo: “De Meo, ‘Annali’, anno 9, p. 294”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito: “………………Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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Oltre a queste notizie su Ruggero I Sanseverino conosciamo anche un’altra interessante notizia che riguarda una donazione del 1086, di Ruggero I Sanseverino all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387) parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. L’Antonini (…) distingue i Sanseverino di Cilento, che avrebbero preso il nome dal villaggio di S. Severino di Camerota, ora di Centola, dai Sanseverino di S. Severino Rota. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino.

(Fig….) Antonini, op. cit., p. 347-348

L’Antonini (…), in proposito scriveva che: “Devesi inoltre sapere, che questo Sanseverino (diciamo pure di Cilento), era capo di molti paesi d’intorno, a segno che anche oggi il Baron della Terra esigge da Centola, dalla Foria, e dalla Poderia un’annua contribuzione a titolo di ‘Bagliva’, indubitato segno dell’antica soggezione (I), e dipendenza. Quell’ormai ruinato Castello fa ancor vedere, che non poteva esser fatto, che per Uomini di sommo conto. In questo luogo, e non in Perdifumo, come malamente scrive il Toppi, nacque Vincenzo di Vita, Barone della stessa Terra, e patrizio di Ravello, vicino Amalfi, ecc…”. L’Antonini, della Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279, scriveva pure e, riferendosi a Pietro Pappacarbone ed ad un suo  miracolo, in proposito scriveva che: “DISCORSO TERZO, p. 279. Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’. Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Dunque, l’Antonini cita il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini il miracolo avvenne prima dell’anno 1079. L’Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino: Ruggero Sanseverino e forse pure del padre Torgisio o Troisio. Ai fatti raccontati dall’Antonini si ricollega anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggiero Sanseverino. Questi nella sua giovinezza, poco rispettoso della chiesa, molestava continuamente i vassalli del monastero di S. Michele Arcangelo di Perdifumo. Narra la leggenda che l’abate Pietro di Pappacarbone, avutane notizia, battendo la terra col bastone invocò l’aiuto di S. Michele ed a tale invocazione cadde un solaio dalla casa uccidendo un figliuolo di Ruggiero (2). Avido, al pari del suo antenato, di dominio e di possessi volendo qualche anno dopo impadronirsi di un fertile terreno appartenente alla Badia vi si recò con buona scorta di armati e ne scacciò i contadini che lo coltivavano. L’abate di Cava, lo stesso Pietro di Pappacarbone, si recò allora sul luogo con alcuni monaci intonando pietose preghiere. Alla vista dell’uomo venerando e dei buoni religiosi Ruggiero si commosse e sceso da cavallo, si prostrò ai piedi dell’abate e gli restituì spontaneamente le terre usurpate (1)(p. 117). Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3).”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Pubblicato dal Ventimiglia. ‘App., pag. 22.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Idem, pag. XXIII.”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Notizie storiche’, pag. 59″. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo – Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro’, fol. 19; Muratore, tom. 6°, pag. 222, citati dal Guillaume”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo – Annali, anno 9°, pag. 294″. L’Antonini, scrivendo a p. 279 che: “Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri…”, si riferiva alle precedenti sue pagine della cap. III, precisamente a p. 278, quando parlando di S. Pietro Pappacarbone scriveva che: “E perchè venga meglio ciò provato, riferiremo un fatto riprovato dagli ‘Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone’, che sono presso à PP. della Trinità della Cava, e stampati dall’Ughellio’ con qualche picciol variazione nei ‘Vescovadi d’Italia’”. Dunque, l’Antonini riferisce la leggenda del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino traendone la notizia dal testo pubblicato dall’Ughelli (…): “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19; Muratori, tomo 6°, pagg. 222 citati dal Guillaume.”. Mazziotti Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Guillaume, pag. 90, in una nota riporta le fonti da cui è desunta tale notizia. Il Giordano ecc…”. Il testo a cui si riferisce l’Antonini è stato pubblicato e rivisto da Paul Guillaume (…), recentemente ristampato da Emilia Anna Gemma Ruocco (…). Dell’antica donazione e della questione ha scritto Paul Guillaume (…), nel suo “Essai historique sur l’abbaye de Cava”, pubblicato a Cava de Tirreni, nel 1877, si veda pp. 90-91. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 385 del vol. I parlando del monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo e della vita di S. Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: “Esso fu poi visitato più volte dal S. abate Pietro che a Sant’Arcangelo, nominò priori, ecc…, ebbe donazioni (31).”. Ebner a p. 385, nella sua nota (31) e riferendosi al Venusino postillava che: “(31) Narra il Venusino che,……Ma già Ruggiero era stato punito nella vita del figlio, perchè contemporaneamente nel suo castello un pavimento sprofondava travolgendo tra le macerie il figliuoletto, uccidendolo. Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del VENEREO, ‘Diction.’ ms., VI, 73, ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Sul “Venereo” sempre l’Ebner a p. 386 scriveva che: “quando papa Urbano VIII, a premiare il grande archivista cavense, il napoletano P. Agostino Venereo (34), per aver ordinato in modo esemplare gli Archivi della Congregazione cassinese di Roma, ecc…”. Ebner, a p. 386, nella nota (34) postillava che: “(34) P. Agostino Venereo, nato a Napoli nel 1573, pronunziò i voti il 12 settembre 1595. Nel ‘Codice’, n. 29 (f 313) è detto etc…”. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 10 trascrive 8 delle 10 donazioni di Ruggero Sanseverino figlio di Turgisio (…): 

Ricco E., p. 10

Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”. Vitolo in proposito cita la “donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46)”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Giovanni Vitolo (…) cita la stessa donazione dell’anno 1086 in un altro suo passo. Vitolo a p. 146, dove scriveva che: “La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV (V), donarono il monastero di S. Pietro e la chiesa di S. Caterina di Polla (93)……Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di montesano, donati da Ugo ‘de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Ecc…”.

La Greca e Di Rienzo (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…, vedi ‘Storia di un feudo…’, p. 121), a p. 216, scrivevano in proposito che: “La prima notizia del borgo è del 1227 quando Tommaso Sanseverino lo cede alla Regia Curia in scambio della Contea di Marsico (2). E’ probabile che la sua nascita risalga al XII secolo, quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale scacciandone definitivamente i Bizantini. Quivi, infatti, venne fondato un castello della nobile famiglia dei Sanseverino circondato da mura turrite che lo resero inespugnabile. Il feudo comprendeva Centola, Foria e, al di là del Mingardo, Poderia.”.

Le munifiche donazioni di Ruggero Sanseverino

L’Antonini (…), riguardo il “Monistero di S. Arcangelo” ne riparla nella sua “Lucania”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279 ed in proposito, riferendosi a Ruggero Sanseverino scriveva che: “questi, abusandosi della sua potenza, continuamente molestava i Coloni del vicino Monistero Religioso, ……nel medesimo Monistero Religioso si fece……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso al territorio di S. Severino, nel luogo ancora detto le Celle, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e Scipione Ammirato sul principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Stor. Cassinese. fol. 86’.” :

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Dunque, l’Antonini (…) a p. 279 dice che: “era presso al territorio di S. Severino, nel luogo ancora detto le Celle, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, ecc..”. Dunque, l’Antonini parla di una carta vista nell’Archivio della Cava. L’Antonini si riferiva ad un privilegio (una carta) conservata negli Archivi dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Sulle munifiche donazioni di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). Infatti, il Di Meo (….), nei suoi “Annali etc…”, vol. VIII a p. 258 parlando dell’anno di Cristo 1086, in proposito scriveva che: 

Di Meo, tomo VIII, p. 258

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino all’Abate di Cava Pietro Pappacarbone, troviamo scritto su Wikipedia alla voce Ruggero I Sanseverino che:  “Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085), a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, XI, Battipaglia 2015, pp. 55-58, 69-72, 120 s.”. Infatti, nel testo del ‘Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085)’, a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, vol. XI, troviamo il privilegio dell’anno 1081 e il privilegio dell’anno 1082 a pp. 69-72, e a p. 120 troviamo il privilegio del 1083. Molti di questi privilegi sono stati pubblicati dallo stesso Mattei Cerasoli (…), nel suo “La Badia di Cava e i monasteri della Calabria superiore”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti ‘Cavensi’, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50). Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Oltre alla questione fin qui trattata vi è anche un’altra questione, questa non meno secondaria. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Dunque l’Ebner, nella sua nota (9), postillava che:  “(9) Negli Atti dei creditori di Antonio Caracciolo, signore di Pisciotta, e di Molpa, si leggeva in una relazione che il feudatario era tenuto a offrire il 15 agosto di ogni anno un pranzo ai sacerdoti di Pisciotta, al quale doveva essere invitato anche il governatore del Castello di S. Severino, il quale doveva “sedere nel primo luogo, tenendo il suo cane a piedi, a il quale quale dovesse anche darsi tutto a mangiare”.”. Riguardo le antiche donazioni o privilegi citati dall’Antonini, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula ecc…”.

Nell’XI secolo, il ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, dal titolo “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, ai tempi dell’Antonini conservato dall’Abate Gascone

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandrita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. Ecc…”. L’antico documento citato dall’Antonini si è perso ?. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando di Centola e del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava del codice Cryptense che contiene i verbali delle visite ai diversi Monasteri da parte del Calkeopoulos e scrive che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. LEbner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di ‘Palinuro’, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.”:

Antonini, p. 363

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p. 364

la cui traduzione dovrebbe essere la seguente: “Anco tu hai le grotte, o le stive degli Osso al mare Molfe eu da ambo le parti del fiume Menicardi: alcune eu sono poste per esse, dove il mare non è impraticabile, il resto non serve a nulla, poiché il mare occupa l’ingresso di quelle stive. Ma al tempo dell’offerta, che il Signore ispirò al Monastero l’alto conte Rotardus, e le acque del mare non vi entrarono. Ma nel quarto anno dell’abate Giovanni, una tempesta ruppe l’antico recinto di mattoni, che chiudeva le tre torri dove sono sepolte le ossa dei Romani, che naufragarono intorno a questa colfora.”

Dunque, l’Antonini, a p. 364, riporta un brano tratto dall’antico “Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola” e, a p. 368, nella sua nota (I), in proposito postillava che: (I) Il titolo che v’è posto sul principio è questo: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’; essendo notabile, che non vi sono affatto dittonghi.”. Antonini non dice altro sull’antico Censuale. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula ecc…”. Cos’è il Censuale di un’Abbazia ?. Dovrebbe trattarsi di una specie di Platea dei beni o un inventario: “Nota delli beni censuali in perpetuum delli monaci della congregazione benedettina di Montevergine per estinguere il censo passivo di egual somma che pagano ogni anno all’ospidale della Santissima Annunziata di Napoli”. L’Antonini, di questo Censuale scrive pure che ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I), ecc..”. L’Antonini oltre a scrivere che il Censuale era del XI secolo, scrive pure che ai suoi tempi (a. 1745 anno della sua prima edizione) esso  era (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone”. L’Antonini scrive pure che il muro di mattoni che chiudeva la ‘Grotta delle Ossa’ sotto la Molpa, accadde ai tempi Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram….”, ovvero ai tempi Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni”, da cui si deduce che il fatto raccontato avvenne ai tempi dell’Abate Giovanni. Chi era Giovanni, abate dell’abbazia benedettina di S. Maria a Centola ? Conosciamo l’anno in cui egli fu abate dell’Abbazia. Questo scriveva l’Antonini, trascrivendo un passo che riguarda la Molpa tratto dal ‘Censuale’ (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola, che lui crede piuttosto essere un Inventario e che dice essere stato conservato dall’allora Abate Gascone, Commendatario dell’Abbazia a suoi tempi ovvero nel 1745, epoca della prima edizione. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 122, in proposito scriveva che: Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”. Il Cammarano (…) a p. 45, dice che il terzo abate del monastero di S. Maria a Centola fu “3) Giovanni: dall’AFL si conosce che fu abate, senza poter indicare nè l’anno e nè il suo operato. Di Lui parla l’Antonini in “La Lucania. Ebner in CBPC. scrive che “L’Antonini (I, pag. 364), ci informa di una antica testimonianza sulla Grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium et Censuale monasterii centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico o registro delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco.”. Dunque, il Cammarano a p. 45, lo chiama: “Polittico o registro delle dipendenze” dell’antico monastero italo-greco di S. Maria di Centola e, l’Ebner (…), nella sua nota (18) di p. 720, ci suggerisce l’elenco delle cose ivi conservate e rilevate nella Visita Apostolica di Attanasio Calkeopoulos. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Dunque, secondo l’Ebner (…) nel codice Cryptense Z D XII, al fol. 135 della Le “Liber Visationis” di Calkeopoulos, fosse stato ritrovato questo antico Censuale. Anche se a me non sembra che fra le cose riscontrate ed elencate nel Verbale della visita apostolica dell’Archimandrita Attanasio Calkeopoulos al monastero di S. Maria di Centola vi fosse questo antico documento che poi in seguito sarà citato dall’Antonini. Pietro Ebner parla della visita apostolica nel cap. 5 del vol. I di “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” a p….Il Barra (…), trascrive il Verbale a p. 72 del suo testo citato. Il verbale in questione è il fol. (foglio) 135 del codice cryptense  Z D XII, conservato presso l’Abbazia di Grottaferrata nel Tuscolano e di cui ho già parlato.

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG

(Fig….) fol. 135  – Verbale della visita apostolica del 18 marzo 1458

Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risaliva all’XI secolo. Sull’Abate Girolamo Gascone ho scritto quando ho scritto del ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola’.

Nel ……… (?), il “comes Rotardus” (dal Censuale) o “conte Rotario” (dal Visconti) e la sua donazione all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola 

Un’interessante notizia storica, tutta da approfondire ci viene dall’Antonini (…), che nella sua “Lucania – Discorsi” pubblicata in prima edizione nel 1745, a p. 363 parlando del casale di Centola dice di un “Censuale” (un inventario) conservato dall’Abate Gascone (….) dell’Abbazia di S. Maria di Centola, antichissima abbazia benedettina. La notizia è quella secondo cui il “conte Rotardus” fece una donazione al Monastero benedettino o “Obbedientiae” di S. Maria di Centola. Chi era questo “conte Rotardus” ?. L’Antonini, come vedremo lo chiama “Comes Rotardus”. Infatti, l’Antonini dice di aver letto, tra le tante notizie storiche la seguente: “Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur.”. Poi in seguito vedremo in particolare. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’undecimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.”:

Antonini, p. 363

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p. 363

La notizia contenuta nel cosiddetto “Censuale” dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risale al secolo XI, è la seguente, ovvero il detto censuale riferendosi alla “Grotta delle Ossa”, una cavità della base costiera della Molpa di Palinuro scrive: “….Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Etc…”: Il testo della frase in latino tradotto dovrebbe essere il seguente: “Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava.”. Notizia molto interessante. Infatti, nel 1954, Pietro Visconti (…), nel suo “Paesaggi Salernitani”, a p. 122, in proposito scriveva che: Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…..a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”. Nel testo del ‘Censuale’ trascritto dall’Antonini è scritto che: “al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del conte Rotario”, a quale donazione si riferiva il Censuale e l’Antonini ?. Sull’antico documento risalente all’XI secolo, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 720 parlando di Centola, nella nota (18) postillava e rimandava alle grotte di Palinuro e: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Ebner, nel vol. I, nel suo Capitolo V, a p. 161, in proposito scriveva che: “Proveniente da S. Elia di Carbone (13 marzo 1458) la commissione giunse al monastero di S. Maria di Centola il 18 successivo. In quel tempo, e fino al 1620, Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone.”. Il canonico Giovanni Cammarano (….), a p. 45, del vol. III, in proposito, nella nota (3) postillava che:  “3) Ebner in CBPC. scrive che “L’Antonini (I, pag. 364), ci informa di una antica testimonianza sulla Grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium et Censuale monasterii centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico o registro delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco.”. Chi era questo “conte Rotario” e, della sua donazione si conoscono notizie a riguardo ?. Del “Comes Rotardus” o conte Rotardo e della donazione al Monastero di S. Maria di Centola ancora nessun’altra notizia. Pietro Visconti (…), nel suo “Paesaggi Salernitani”, a p. 122, in proposito scriveva che: Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, etc…”, dove troviamo scritta la notizia secondo cui:  Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava.”. A quale donazione si riferiva il detto documento dell’XI secolo dell’Abbazia di S. Maria di Centola trascritto in parte dall’Antonini ?. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro e, riferendosi però ad un’altra donazione di cui parlava sempre l’Antonini, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’”. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che di questo monastero si parla in Scipione Ammirato (…), al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che:….L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura …….una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che del Monastero di S. Arcangelo presso il territorio di S. Severino veniva citato nel testo di Scipione Ammirato (….), “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla del “Principio della Famiglia Sanseverino”. Di ciò che scrive Scipione Ammirato (…) parlerò in seguito.

Nel 1227, Tommaso Sanseverino cede Centola alla Regia Curia Angioina

Pietro Ebner (…, vedi ‘Storia di un feudo…’, p. 121), a p. 216, scrivevano in proposito che: “La prima notizia del borgo è del 1227 quando Tommaso Sanseverino lo cede alla Regia Curia in scambio della Contea di Marsico (2). E’ probabile che la sua nascita risalga al XII secolo, quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale scacciandone definitivamente i Bizantini. Quivi, infatti, venne fondato un castello della nobile famiglia dei Sanseverino circondato da mura turrite che lo resero inespugnabile. Il feudo comprendeva Centola, Foria e, al di là del Mingardo, Poderia.”.

Nel 1238, Nicola Mariconda dona al fratello Giustino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “Un documento sicuro è invece l’inedito M 37 dell’Archivio Cavense (21), con il quale Nicola detto Mariconda, donò al proprio fratello Giustino, monaco cavense e priore della chiesa di S. Maria de Dommo di Salerno “integram medietatem” del diritto di pesca di aguglie e delle fosse marine nel tratto Salerno-Palinuro. Del territorio furono feudatari i signori di Pisciotta (v).”. Pietro Ebner scriveva che l’Antonini parlava a p. 154 ma sbagliava perchè è p. 353, I° edizione, 1745, nel cap. VII. Sempre l’Ebner a p. 271 nella sua nota (21) postillava che: “(21) I, ABC, M 37, settembre anno 1238, XII, Salerno. Nella chiesa di S. Maria de Dommo, presente l’Abate cavense Leonardo e innanzi al giudice Matteo, Nicola, detto Mariconda, figlio del fu Pietro, pure detto Mariconda, ecc…” :

Ebner, vol. II, p. 271

Nel 1239, i Morra nel periodo Federiciano

Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”

Il crocefisso della chiesa di San Nicola di Mira o di Bari a Centola

Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”.

Cattura,...

(Fig…) Parte apicale della croce nella chiesa di S. Nicola di Mira a Centola

Crocefisso

Nel 1308-1310, l’Abbazia di S. Maria de Centula nel ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’

Su quel periodo, intorno al secolo XIV, Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia valevano quattro once, per le quali versava otto tarì alla curia pontificia (18). Un valore modesto, se comparato alle 15 once complessive delle chiese di S. Michele , S. Leonardo, S. Nicola, e S. Pietro di Cuccaro, alle 12 once di S. Nazario, alle 11 di S. Maria di Rofrano.”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Anche Nicola Montesano (…), parlando di Torraca e Tortorella così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). Il Barra (…), a p. 70 nella sua nota (18) segnava che riguardo il monastero di S. Maria di Centola veniva citato il documento n. 5536 a p. 385. Infatti, nel testo a cura di Mauro Inguanez (…), per “Salerno – 1. Decima degli anni 1308-1310”, a p. 385 troviamo sotto “In castro Cucculi” (ovvero nel territorio di Cuccaro Vetere) troviamo il documento n° “5536. Monasterium S. Marie de Centula valet unc. IIIIor solvit tar. VIII”.   Tuttavia, per completezza, riguardo il monastero di S. Maria di Centola riporto anche un altro documento non citato dal Barra (…): è il n° 6610, che troviamo sempre nello stesso testo per la stessa tassa. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou, nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p. 269 parlano del “Monasterium S. Marie de Centula”, e in proposito scrivevano che: “S. Maria di Centola: près de Centola, prov. Salerno, dioc. Capaccio (= Vallo della Lucania). 41 D 6. – A) ‘Documents caméraux et visite apostolique: Inguanez, ‘Rationes 6610; Hoberg, ‘Taxae’, p. 229; Liber pp. 158-159.”. I due studiosi a p. 158-159 del Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos’, citavano il testo di Inguanez (…), ‘Decimarum etc….‘. Infatti, sempre nello stesso testo, troviamo in “Capaccio – Decima degli anni 1308-1310”, il ” (f. 311v) In castro Succuli”, (evidente errore in Cucculi, ovvero nel territorio di Cuccaro Vetere), a p. 462 troviamo pure il documento n° “6610. Monasterium S. Marie de Centula debet adhuc tar. III.”. Per quanto riguarda questo documento di Capaccio, Inguanez e altri, in “XXXIII Capaccio”, a p. 457 scrive che: “CAPACCIO – DECIMA DEGLI ANNI 1308-1310 (Arch. Vat. Collect. 161, f. 248v – 249; 309v-312v”.

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(Fig….)

Nel 1305, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola nel 1086 da Ruggero Sanseverino, diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Nel 1349, l’Abbazia di ‘S. Maria de Centula’ nella ‘Taxae pro communibus servitiis’

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Dai registri vaticani delle ‘Taxae pro communibus servitiis’, risulta che nel 1349 la badia fu esentata dalla tassa “propter paupertatem”; ecc….”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (19) postillava che: “(19) H. Homberg, ‘Taxae pro communibus servitiis (1295-1455), Città del Vaticano 1949, p. 229.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro scriveva che: “… insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco….. “. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou (….), nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p. 269 parlano del “Monasterium S. Marie de Centula”, e in proposito scrivevano che: “S. Maria di Centola: près de Centola, prov. Salerno, dioc. Capaccio (= Vallo della Lucania). 41 D 6. – A) ‘Documents caméraux et visite apostolique: Inguanez, ‘Rationes 6610; Hoberg, ‘Taxae’, p. 229; Liber pp. 158-159.”. Dunque, per questa tassa i due studiosi francesi scrivevano: “‘Taxae’, p. 229”.  Su questa tassa, Nicola Montesano (…), a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Dunque, come scrive pure il Barra (…) sulla scorta dell’Ebner, il monastero prima ed in seguito l’Abbazia di S. Maria di Centola, era “nulliu dioeceseos” e non fu aggregata come altre al Capitolo Vaticano.  Sulla tassa e le entrate apostoliche ha scritto pure Pietro Ebner (…). Il Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal Codice Taxarum, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Il registro, acquistato dall’Archivio di Stato di Roma nel 1970, contiene l’elenco delle chiese e dei monasteri di tutta la cristianità con l’indicazione dell’ammontare delle tasse dovute alla Camera apostolica. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Dunque, secondo i due studiosi francesi per quanto riguarda il monastero o Abbazia di S. Maria di Centola, si deve vedere a p. 229 del testo di Hoberg (…), ovvero sul testo:  ‘Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455’ che stà in “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano 1949.

Dal 1355 al 1444, l’Abbazia di ‘S. Maria de Centula’ nella ‘Taxae pro communibus servitiis della ‘Taxae Episcopatuum et Abbatiarum’

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Dai registri vaticani delle ‘Taxae pro communibus servitiis’, risulta che……dal 1355 al 1444, a ogni nuova investitura abbaziale, essa pagò invece 45 fiorini (19), dal che si deduce che la sua rendita annua si aggirava intorno ai 135 fiorini, poichè la tassa “pro communibus” equivaleva alla terza parte della rendita di un anno.”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (19) postillava che: “(19) H. Homberg, ‘Taxae pro communibus servitiis (1295-1455), Città del Vaticano 1949, p. 229.”. Dunque, per questa tassa e queste notizie il Barra citava il testo di Hermann Homberg, ‘Taxae pro communibus servitiis (1295-1455)’, Città del Vaticano 1949, ed. “Studi e Testi”, n° 144. Per il monastero di Centola vediamo a p. 229. Dalla Treccani leggiamo una notizia che però non riguarda Centola. Il 23 maggio 1347, Ruggero Sanseverino fu traslato da Clemente VI alla sede arcivescovile di Salerno, rimasta vacante per la recente morte di Benedetto de Palmerio; forse anche la crisi dinastica conseguente all’assassinio del principe Andrea di Ungheria influì sul suo trasferimento (al quale successe in Bari, sicuramente ante 23 agosto 1347, Bartolomeo Carafa). Nel mese di luglio, stando ai registri pontifici, Sanseverino sborsò 1500 fiorini d’oro per i «communia servitia» (Taxae Episcopatuum et Abbatiarum, 1949, p. 104).

Nel 1369, Giacomo Morra possedeva i feudi di Rofrano, Caselle, Centola, Foria, Poderia, Roccagloriosa, S. Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando e riferendosi al feudo di Rofrano ed ai monaci dell’Abbazia, in proposito scriveva che “Probabilmente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, ricorda  (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Anche Camillo Tutini dice di Rofrano posseduto da conte Alemagna di Buccino, insieme con Balbano, Laviano, Ricigliano e S. Lorenzo, aggiungendo poi (p. 85) che Rofrano apparteneva al conte Giacomo Gaetani, notizia che troverebbe conferma in un documento aragonese del 1445. Dalle ‘Fonti aragonesi’, infatti, si apprende del conte di Fondi e del pagamento “pro feudali servicio seu adoha terre Rofrani que est Jacobi Gaetani fratris sui duc. sexaginta” (7).”. Riguardo a Giacomo Gaetani, Ebner, a p. 433, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Fonti Aragonese., 16 novembre 1445, Napoli = vol. IV, p. 50, n. 173: ‘Franciscus de Aquino etc (conte di Loreto e Satriano e Gran Camerario del Regno) etc…”. Dunque, Ebner ricorda che Scipione Mazzella Napolitano (….), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli”, del 1601, nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, per l’anno 1369 ricordava Giacomo Morra (….), feudatario dei feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Infatti, dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. Riguardo Giacomo Morra ed i suoi feudi ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Successivamente il feudo passò in possesso a un’altra famiglia, strettamente legata da legami politici e familiari con i Sanseverino, i Morra, che lo detennero sino ai primi decenni del XVI secolo. Nel 1404 Francisco Morra ottenne l’investitura della baronia di Sanseverino e dei suoi casali (2). Ecc..”. Il Barra, a p. 80, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. il rarissimo volume ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli 1629, pp. 65-73. Avvertiamo che non ci soffermeremo sul periodo della dominazione feudale dei Morra a Sanseverino, perchè ne faremo oggetto di una trattazione specifica.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Infatti, si tratta del testo a stampa del 1629 di Marco Antonio de Morra, ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, pubblicato a Napoli, si veda p. 71. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 70 su Centola

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, parlando di Caselle in Pittari, a p. 100, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu Signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1369.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 7 maggio 1393, con il breve papa Bonifacio IX ordina all’Abate del  monastero di ‘S. Maria di Centula’ la sostituzione dell’abate Gennaro in due monasteri del Vallo di Diano: S. Nicola Veterani di Diano (Teggiano) e di S. Zaccaria di Sassano

Riguardo le carte conservate nell’Archivio Segreto Vaticano ha scritto Gastone Breccia (…), nel suo “Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”. Il Breccia (…), a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “L’elenco ora riportato costituisce una prima base utile per definire quali documenti potessero effettivamente essere conservati al S. Basilio ‘de Urbe’.  Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae (18) e quella di Pietro Menniti il quale sia nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (19) che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali ( Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIII, (20)), dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauuca vidimus in monasterio S. Basilio Romae et aliquot exscripsimus: ex iis vero nom selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus…(21). Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque solo da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni a Piro (Diocesi Policastro, documento latino del 1473); ecc…; documento latino del 1224 (22).”. Per questo ultimo documento, il Breccia a p. 21 nella sua nota (22) postillava che: “(22)  Per le informazioni relative a questi documenti cfr. infra p. 32 sgg.”. Proseguendo il suo racconto il Breccia a p. 23 scriveva che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in essi citati sono infatti: – oltre naturalmente a Grottaferrata ed al SS. Salvatore di Messina, i seguenti – …….; S. Maria di Centula, diocesi di Capaccio (o Vallo della Lucania, provincia di Salerno; bolla del 1393, erroneamente datata dal Menniti al 1230 (30): ‘habetur exscripta in forma authentica /.. .] signata littera D’); ecc..”. Dunque, il Breccia scrive che nel ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), vi era trascritta una bolla del 1393 e dice che essa era stata erroneamente datata dal Menniti al 1230. Nella sua nota (30), che riguarda il documento del Monastero di S. Maria di Centola, il Breccia (…), a p. 23, nella sua nota (30) postillava che: ” (30) Si tratta, per l’esattezza, di un breve. L’errore di datazione è evidentissimo: il Menniti lo attribuisce a Gregorio IX, senza tener conto che nel testo si parla poi di Bonifacio Vili ‘predecessoris nostri’ e, come contemporaneo, dell’antipapa Clemente VII. È quindi evidente che il breve va attribuito a Bonifacio IX e datato conseguentemente al 7 maggio 1393, suo quarto anno di pontificato. Di questo documento è sopravvissuta una seconda copia (Basiliani XXXII, pp. 29-32) che, essendo perduta quella in forma autentica del bullarium del S. Basilio, è stata usata per l’edizione (infra, pp. 87-90).”. Dunque, il Breccia (…), riguardo questo documento postillava che: “Di questo documento è sopravvissuta una seconda copia (Basiliani XXXII, pp. 29-32). Ecc…”. Riguardo il fondo ‘Basiliani XXXII’, il Breccia a p. 21 scriveva in proposito che: “….che in una raccolta purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIII (20) ecc..”, e nella sua nota (20) sul fondo ‘Basiliani XXXIII postillava che: “(20) Questo fondo, costituito da 80 tra volumi rilegati, cartelle e opuscoli, costituisce il nucleo principale dell’ex archivio del S. Basilio ‘de Urbe’ restituito dai francesi dopo il Congresso di Vienna. Di qui in avanti verrà citato con la semplice dicitura ‘Basiliani’ con il numero dei volumi.”. Sempre sul documento di Centola, il Breccia a p. 37 aggiunge che: S. Maria di Centula 1. Basiliani XXXII, pp. 29-32 (copia di breve di Bonifacio IX, 7 maggio 1393, tratta dall’altra copia in forma authentica del S. Basilio) (79).”. Dunque, questo documento si trova custodito nel volume XXXII del fondo ‘Basiliani’ conservato nell’Archivio Segreto Vaticano a Roma, oggi detto “Archivio Apostolico Vaticano” i cui fondi non sono digitalizzati. Sempre sull’antico documento di Centola, il Breccia, a p. 42, in proposito scriveva pure che: “L’unica eccezione a quanto ora detto è costituito dalle pergamene di S. Giovanni di Stilo. Il gruppo attualmente in Vaticano (il Vat. gr. 2650 + il Vat. lat. 13118). Fu infatti rinvenuto nel 1925 dall’Holtzmann (…) nel Convento della Maddalena presso il Pantheon a Roma.”. Sul Codice Vaticano Latino 13118 completamente digitalizzato e conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana ha scritto C. Lilla, ‘I manoscritti vaticani greci. Lineamenti di una storia del fondo’ (Studi e testi, 415), 1939, riedizione. Forse in questo fondo troviamo anche il breve di papa Bonifacio IX. Sempre il Breccia, riguardo il documento in questione, a p. 43 scriveva che: “Per quanto riguarda poi il ‘Crypt. Z δ XII e il Vat. lat. 8201 è proprio il Menniti a fornirci la prova della loro presenza al S. Basilio. Un solo esempio: egli scrive, a proposito del breve di Bonifacio IX da lui stesso copiato nel ‘Bullarium’ del S. Basilio (e attribuito erroneamente a Gregorio IX: cifr. supra n. 30), ‘habetur in citato libro manuscripto bullarum Cryptaeferratae in archivi nostri collegii de Urbe folio 7.”. Dunque, è molto probabile che questo documento sia contenuto all’interno del Codice Cryptoferratense Z δ XII conservato pure nell’Archivio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata nel Tuscolano. E non poteva essere altrimenti essendo il breve di papa Bonifacio IX un documento che oltre ad interessare l’allora abate di S. Maria di Centola, di cui non si appura il nome, riguarda pure i due monasteri retti da Gennaro di Roma, ovvero il monastero di S. Nicola Veterani di Diano e S. Zaccaria di Sassano i quali erano grangie o dipendenze dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e dunque dipendenze dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano. Il Breccia, nella sua nota (79), postillava: “infra pp. 87-90”, di cui ivi pubblico la cattura dell’immagine:

Breccia G., p. 87

Breccia, p. 88

Breccia, p. 89

Breccia, p. 100

(Figg…) Il Breve di Papa Bonifacio IX tratto dall”Archivium Basilianum’ del Menniti (…) e, pubblicato dal Breccia (…), doc. n. 10 – pp. 87-88-89-90 

Sempre il Breccia, riguardo questo documento, a p. 24 scriveva che: “Per tutti questi documenti, fatta eccezione per gli originali, si risale dunque ad una sola fonte, il perduto ‘Bullarium Collegii S. Basilii’; ma da dove sono stati trascritti ? E qual’è la differenza tra la trascrizione ‘in forma authentica’ della bolla di S. Maria di Centula e le altre copie ?. Non ci sono elementi sicuri per dare una risposta a queste domande. Probabilmente la bolla per S. Maria di Centula venne trascritta, a differenza delle altre, in presenza di un notaio e corredata quindi della sua autenticazione; ecc…”. Stando alle parole del Breccia (…) pare che questo sia l’unico documento antico superstite e conservato nell’Archivio Segreto Vaticano che riguardi l’antichissimo monastero di Centola.  Il Breccia dice di questo documento del 1393, erroneamente datato dal Menniti all’anno 1230, in cui papa Bonifacio IX il 7 maggio 1393, “in seguito alla condotta indegna tenuta da Gennaro ‘de Urbe’, rettore di due chiese nella diocesi di Vallo della Lucania, affidata precedentemente all’abate del Monastero di S. Maria di Centula l’inchiesta relativa, ordina allo stesso che sia scelto come sostituto Canio Nugio di Diano.”. Dunque, papa Bonifacio IX aveva affidato all’abate di S. Maria di Centola l’inchiesta volta ad appurare i misfatti di un certo Gennaro di Roma che reggeva due chiese della diocesi di Vallo della Lucania (credo di Capaccio) e gli ordina di sostituirlo con Canio Nugio di Diano. Della cosa non parla l’Ebner, il Barra e il Cammarano. La notizia contenuta nel breve di papa Bonifacio IX andrà ulteriormente indagata. Nel breve papale del 1393 si parla di tre chiese rette da questo Gennaro de Urbe (di Roma), poste nella “Caputaquensis dioeceseos” (Capaccio) e poi aggiunge “il nostro diletto figlio  Januarius de Urbe, S. Nicolai Veterani de Diano (200) et S. Zacchariae propre Saxanum (201) ecclesiarum sine cura caputaquesnsis dioecesis rector, ecc…”. Il Breccia, a p. 87 nelle sue note (200) e (201) non sa di cosa si parla e dice solo che si tratta di un toponimo che deve localizzarrsi nel Vallo di Diano. Si tratta si di Vallo di Diano ma due due precisi monateri: S. Nicola Vetrani a Diano e S. Zaccaria di Sassano che secondo il breve papale erano retti da Gennaro di Roma. Un monaco romano chiamato ‘Januarius’. Dunque, Gennaro di Roma, rettore delle chiese del vallo di Diano: S. Nicola Veterani di Diano e S. Zaccaria di Sassano di cui ho scritto nel mio saggio su un altro monastero del vallo di Diano: il monastero di S. Pietro de Tumusso in Montesano, grancia del Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata. Forse il papa, con questo breve ha comandato che Canio Nugio di Diano sostituisse l’Abate di S. Maria di Centola nella vertenza contro Gennaro di Diano. Forse questo breve papale fu uno dei pochi documenti che Ferdinando Galiani riuscì a recuperare dalla ricerca dell’amico mons. Garampi. Come possiamo vedere,  nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. 3 S. Zaccaria nel territorio di Diano. 4. S. PIETRO DI TAMAZZO nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. ecc..”,

martire, p. 150

i due monasteri citati nel breve di Bonifacio IX del 1393 dipendevano dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Tuscolo e dunque come io credo le vertenze che a questi monasteri o grancie o dipendenze facevano capo ad una “nulliu diocesis” come quella di S. Maria di Centola che era ancora indipendente dalla Diocesi di Capaccio. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc..”. Dunque, il Barra si sbagliava scrivendo che l’archivio dell’Abbazia di S. Maria di Centola si è completamente perduto e che nulla esiste sull’Abbazia di Centola, da come risulta negli Archivi Segreti del Vaticano.  Dei due monasteri citati nella bolla papale del 1393 hanno parlato diversi autori, come ad esempio Barbara Visentin (…) e Rosanna Alaggio (…). Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 e Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Edizione Laveglia, Salerno, 2004. Chi era il personaggio incaricato dal papa: “Canium Nugium de Diano” ? L’Antonini a p. 382 parlando della traslazione delle spoglie di S. Richerio, cita “….nella Cronaca di Guglielmo Nangio all’anno ‘987, si attribuisce cotal traslazione ad Ugone, padre di Ugo Capeto .”. Si tratterebbe di Guglielmo Nangio, ‘Gesta di S. Lodovico di Francia’. S . Lodovico di Francia sarebbe re Luigi IX. Ma questo testo più volte citato anche in altri non mi è riuscito di trovare. Forse si tratta di Guillaume de Nangis o Guglielmo de Nangiaco, e il suo Chronicon dal titolo: ‘Gesta Sancta memoria Ludovici regis Franciae’. Guillaume de Nangis, noto anche come Guglielmo di Nangis (… – 1300), è stato un benedettino e cronista francese. Era monaco presso abbazia di Saint-Denis; circa nel 1285 ebbe l’incarico di custos cartarum presso la biblioteca abbaziale. Dopo aver sicuramente lavorato sui manoscritti latini su cui sono basate le Grandes Chroniques de France, Guillaume scrisse un lungo Chronicon, riguardo alla storia del mondo dalla Creazione sino al 1300. Per il periodo anteriore al 1113 si tratta di una ripetizione del lavoro di Sigebert di Gembloux e di altri autori; ma dopo tale data contiene notizie nuove e di un certo valore. Altre sue opere sono: Gesta Ludovici IX; Gesta Philippi III, sive Audacis; Chronicon abbreviatum regum Francorum; e una traduzione di quest’ultimo lavoro in lingua francese, a beneficio dei laici (che di solito non conoscevano il latino).

Secondo wikipedia si tratta di Guglielmo Mangio. Si tratta dell’ Historia Rerum in Partibus Transmarinis Gestarum (Storia delle imprese d’Oltremare) o Historia Belli Sacri Verissima (Storia fedele della Guerra Santa) fu scritta da Guglielmo di Tiro nel Regno di Gerusalemme in latino medievale nella seconda metà del XII secolo. È un dettagliato resoconto scritto in latino della storia delle prime crociate e del Regno di Gerusalemme dal 1095 al 1183.

Nel 31 luglio 1423, la donazione di Giacomo Morra al vassallo Brancato Pistinello di Licusati

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Come c’informa un inedito atto in pergamena, redatto “apud terram Sancti Sanseverini de Camerota”, che pubblichiamo integralmente in appendice, il 31 luglio 1423 Giacomo Morra donò in proprietà e possesso irrevocabili (“in perpetuum donationis titulo et non revocabilis inter vivos”) al suo vassallo Brancato Pistinello di Licusati (“de Cusatis”) abitante in Sanseverino, in ricompensa dei suoi servigi, presumibilmente di natura militare (“vassalli affectione motus (….) accepto benefici gratus”), diversi beni stabili siti nelle pertinenze di Sanseverino: una casa in località San Cristofaro, confinante con via pubblica e via vicinale, soggetta ad annuo censo di un’oncia e mezzo alla corte feudale; una vigna in località “Campanella”, confinante con i beni di Biagio de Rosa, di Giovanni de Ielardi e di Giovanni de Petrillo, soggetta ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo; un terreno in località “Lisca”, confinante con la via pubblica, via vicinale e vallone, ugualmente soggetto ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo. Il documento fu redatto dal notaio Ciferio Britto (“Ciferius Brictum”) di Policastro (“de civitate Policastri”) e dal giudice annuale di Sanseverino Napolillo Bonavita (“Napulellus de Bonavita”)(3). E’ significativo che la solenne donazione, sottoscritta da molti autorevoli testimoni e giurata sul Vangelo dal Morra, s’inserisse nel contesto del diritto feudale e del rapporto vassallatico. La donazione era infatti a tutti gli effetti irrevocabile, alla sola condizione che il Brancati e i suoi successori avessero continuato a prestare l'”homagium” al feudatario e non riconoscessero altri signori (“accessisset ad aliquem domunum”). Non si trattava, quindi, di una pura e semplice censuazione, ma di una vera e propria investitura di beni feudali, effettuata, peraltro, senza nessuna autorizzazione legale da parte del sovrano, il che si spiega con la confusione politica attraversata in quel periodo dal regno di Giovanna II. Il fatto, poi, che la stipula dell’atto, rogato da un notaio “esterno” fatto venire da Policastro, non sia avvenuta, come ci si attenderebbe, nel castello di Sansverino, ma in una località indeterminata, e comunque in aperta campagna (“apud terram Sancti Severini de Camerota”) ecc…”. Il Barra (….), a p. 80, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Archivio di Stato di Benevento, Fondo Pedicini, Pergamena n. 1, che riportiamo in appendice al doc. 1”. Il Barra riporta integralmente la trascrizione scritta del documento a pp. 96-97-98.

Nel 18 marzo 1448, la visita apostolica di Atanasio Chalkeopoulos all’abbazia di S. Maria di Centola

Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….) parlando del monastero di SS. Elia di Carbone a p. 97 scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “In quel tempo (a. 1458 visita di Atanasio) Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandrita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. L’abbazia aveva solo venti once d’oro di rendita e godeva di buona fama. Trascrivo il verbale della visita (f. 135) (17).”:

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Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: A metà del XV secolo, le condizioni del superstite monachesimo basiliano erano miserevoli, come attestano gli atti della visita compiuta nel marzo del 1458, per conto del cardinal Bessarione, dell’archimandita Atanasio Chalkéopoulos ai superstiti cenobi basiliani di S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Pattano e S. Maria di Centola (20). Quest’ultima apparve al Chalkéopoulos in condizioni relativamente ancora prospere e, al contrario di altri monasteri della zona, e soprattutto S. Cono di Camerota (21), godente di “laudabilem famam”……Nel 1458 la rendita ammontava a 20 once, pari a 120 ducati, e su questa cifra si attestò sino a metà ‘700. Capitalizzando la rendita al cinque per cento, si ricava che il patrimonio dell’abbazia aveva un valore – non enorme ma non disprezzabile per l’epoca – di 2.400 ducati circa. Come e quando il cenobio sia passato dai benedettini ai basiliani è ignoto. Ma l’evento deve sicuramente legarsi alla grande crisi del Trecento, all’estinzione di intere comunità monastiche e alla loro sostituzione con altre. Gli effetti della grande crisi secolare furono infatti vastissimi, e investirono in profondità tutti gli aspetti della vita del mezzogiorno, dalla demografia al paesaggio agrario, ecc….”. Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda. L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in commenda, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatta al monastero di S. Maria di Centola nel 1086. Il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…), a p. 17, scrive che:  “….La Badia di Centola restò Basiliana fino al cader del Medioevo. Ciò si rileva dagli atti della visita, che nel 1458 fece Attanasio Kalkeopoulos, archimandrita (15). E’ vero che vi trovò monaci di rito orientale, ed è comprensibile, però resta chiaro che la visita aveva lo scopo di constatare quanto ancora vi era di monachesimo basiliano, come era del resto in altre Badie, per es. il Patirion in Rossano. Anche se nel 1458 non c’erano monaci basiliani, lo spirito Basiliano era ancora vivo e fresco, tanto che stentò a morire. Ecc…”. Il Cammarano (…) a p. 18, vol. II, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Khalkeopoulos e Archimandrita: VEDI CAP. iv PAR. 5°. Callisto III: vedi cap. VI.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: Proveniente dal monastero di S. Elia di Carbone (13 marzo 1458), la commissione apostolica giunse a Centola il 18 marzo. Il visitatore trovò nel monastero di S. Maria solo un abate latino coadiuvato da un presbitero latino, ma senza monaci. L’abbazia che aveva solo venti once d’entrata godeva di buona fama. La commissione dopo aver elencato gli arredi e gli oggetti esistenti nel cenobio (17) e dopo le solite prescrizioni lasciò il monastero dirigendosi a Camerota. L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18). Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. L’Ebner, nelle sue note (17) e (18), postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata. Della visita a Centola, v. nelle Tavole la riproduzione del f. 135, la cui foto mi è stata cortesemente rimessa dall’archivista pr. Petta. Il Codice venne pubblicato da M.H. Laurent e A Guillou, in ‘Studi e Testi’ della Biblioteca apostolica vaticana n. 206. Per la visita al cenobio di S. Maria v. p. 158 sg del testo citato.”. Poi alla sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Alcuni autori locali, come La Greca e Di Rienzo, sulla scorta dell’Antonini (…), scrivono che l’Abazia Benedettina detta Santa Maria degli Angeli (…), sorse nell’anno 1207. Essi scrivono a p. 215 che: “Questa fu il centro della vita economica e religiosa del nuovo paese. I Benedettini infatti, organizzavano il lavoro, si occupavano dello smercio dei prodotti e all’occorrenza trasformavano il loro cenobio in fortezza. Così nel 1528 e nel 1580 quando cercarono di resistere all’assalto dei Saraceni; ma il paese e la Badia vennero saccheggiati.”. Biagio Cappelli (…), sulla scorta della ‘Liver Visitationis’, un resoconto della visita Apostolica eseguita da Atanasio Calceopoulos tra il 1457 ed il 1458, pubblicata da Laurent e Guillou (…), scriveva a p. 398 che: “Libri, argenti e stoffe non mancavano neanche nei monasteri del Cilento dei quali quello di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola, che lo ha soffocato nelle sue fabbriche meno di un secolo addietro, possedeva oltre un calice e una croce di argento e bei parati, tre manoscritti fra cui un libro corale; ecc..”. Dunque il Cappelli (…), sulla scorta del prezioso documento pubblicato da Laurent e Guillou (…), sulla Visita Apostolica di Atanasio Chalceopulos (…), ci dice che a Centola, dove attualmente si trova il Cimitero, vi era un antichissimo monastero di padri Basiliani, chiamato Santa Maria e che nel corso della visita Apostolica, ordinata da papa Callisto III, fu annotato che questo Monastero possedeva  “oltre un calice e una croce di argento e bei parati, tre manoscritti fra cui un libro corale; ecc..”. Dunque, il Monastero di S. Maria di Centola, era ancora visibile e funzionante nel 1458, mentre quello di San Giovanni a Piro era stato dato in Commenda al Cardinale Bessarione. Dell’antico Cenobio basiliano di S. Maria a Centola, rimane solo al centro del paese, il Campanile di S. Basilio (IX-X secolo), d’epoca romanica della Chiesa di S. Rosario (oggi demolita). Come si può vedere, nel testo di Agresta, del 1681, Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno (…),  da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…) (vedi Fig…), non viene citato Monastero di S. Maria di Centola come pure altri del Cilento. Dunque il Monastero figura solo tra quelli visitati nel 1458 dall’Archimandrita Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos), di cui abbiamo parlato. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, sulla scorta di (vedi nota (17)) M.H. Laurent – Guillou A. (…), accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Proveniente da S. Elia di Carbone (13 marzo 1458) la commissione giunse al monastero di S. Maria di Centola il 18 successivo. In quel tempo, e fino al 1620, Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. L’abbazia aveva solo venti once d’oro di rendita e godeva di una buona fama. Trascrivo il verbale della visita (f. 135) (17).”. L’Ebner, nelle sue note (17) e (18), postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata. Della visita a Centola, v. nelle Tavole la riproduzione del f. 135, la cui foto mi è stata cortesemente rimessa dall’archivista pr. Petta. Il Codice venne pubblicato da M.H. Laurent e A Guillou, in ‘Studi e Testi’ della Biblioteca apostolica vaticana n. 206. Per la visita al cenobio di S. Maria v. p. 158 sg del testo citato.”. Poi alla sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou, nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p. 269 parlano del “Monasterium S. Marie de Centula”, e in proposito scrivevano che: “S. Maria di Centola: près de Centola, prov. Salerno, dioc. Capaccio (= Vallo della Lucania). 41 D 6. – A) ‘Documents caméraux et visite apostolique: Inguanez, ‘Rationes 6610; Hoberg, ‘Taxae’, p. 229; Liber pp. 158-159.”. Infatti, i due studiosi a p. 158-159 del Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos’, riportavano il testo del Verbale della visita apostolica dell’Atanasio, ovvero i fol. 135 e fol. 135v.  

Lat. 149, indice dei monasteri visitati

(Fig…) Atanasio Calkeopoulos, Ms. Lat. 149 (…), indice dei monasteri visitati

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “74 S. Maria di Centola”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 135 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

Pietro Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Bussento e l’Alento ecc..”. Dunque, l’Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio ma essendo “nulliu dioeceseos” non fu sottomessa alle dipendenze del Capitolo Vaticano. Teodoro Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Atanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri.”. Silvano Borsari, nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’arcimandita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. E quì il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Della visita Apostolica del 1457, di Atanasio Calceopulo si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” (vedi immagine da noi pubblicata) e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Nel settembre 1457 egli si trovava a Messina per passare a Reggio Calabria e il 10 ottobre cominciava la sua missione dal monastero di S. Giovanni Battista di Cataneto. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou. La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il Liber visitationis del Calkeopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Il grande interesse del documento da poco pubblicato il quale contiene il testo completo della Visita compiuta ai monasteri basiliani di Calabria, Basilicata e Campania dall’autunno 1457 alla primavera dell’anno successivo. Atanasio Calceopoulos, allorchè rcevette da Papa Callisto III la commissione per tale Visita, era archimandata del monastero del Patirion e per assolvere all’incarico si associò l’archimandrita Macario del monastero di S. Bartolomeo di Trigonia, presso Sinopoli, ed il notaio Carlo Feadacio. I tre viaggiatori, conclusero il loro viaggio il 5 aprile 1458 nel cenobio di S. Maria di Pattano nelle vicinanze di Vallo della lucania.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “Come si è detto, promossa dal Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, il pontefiche Callisto III (1455-1464) ordinò la visita ai monasteri italo-greci dell’Italia Meridionale (16) Il visitatore, archimandata Atanasio Calkeopoli, accompagnato dall’archimandata Macario e dal notaio Carlo Feadaci, iniziò le sante ‘Visitationes’ da Reggio (1 otobre 1457) concludendole piuttosto drammaticamente a Pattano il 5 aprile 1458. Proveniente dal monastero di S. Elia di Carbone (13 marzo 1458), la commissione apostolica giunse a Centola il 18 marzo. Ecc..”. L’Ebner, nelle sue note (17) e (18), postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata. Della visita a Centola, v. nelle Tavole la riproduzione del f. 135, la cui foto mi è stata cortesemente rimessa dall’archivista pr. Petta. Il Codice venne pubblicato da M.H. Laurent e A Guillou, in ‘Studi e Testi’ della Biblioteca apostolica vaticana n. 206. Per la visita al cenobio di S. Maria v. p. 158 sg del testo citato.”. Noi che possediamo il testo di Ebner, precisiamo che per la visita al Cenobio di S. Maria di Centola se ne parla nel Cap. V, 5 e a pp. 161-162 e non a p. 158. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “In quel tempo (a. 1458 visita di Atanasio) Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandrita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. L’abbazia aveva solo venti once d’oro di rendita e godeva di buona fama. Trascrivo il verbale della visita (f. 135) (17).”. Riguardo a ciò che scriveva l’Ebner nella sua nota (17), delle ‘Tavole’ del suo libro ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – la Baronia di Novi (…), non viene pubblicato il f. 135 (che riguarda la visita di Atanasio al Monastero di S. Maria di Centola) del Codice Cryptense Z D 12 ma, viene pubblicata la pagina f. 138 che riguarda Pattano. Riguardo questo antichissimo codice abbiamo dedicato ed ivi pubblicato il nostro studio e saggio “Il Bullarium Cryptense ed i nonnula iura et monimenta”, dove ho pubblicato alcune immagini di alcuni documenti originali tratti da questo antico codice latino, riprodotti in digitale. Pietro Ebner (…), nella sua nota (18), a p. 720, postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Recentemente ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”. Dunque, come si può leggere dalla cortese mail inviatami dalla dott.ssa Masciangioli, il diario di Atanasio Calkeopoulos è il manoscritto latino 149. Il Verbale del 18 marzo 1458, il Calkeopoulos, che l’Ebner (…), sulla scorta di M.H. Laurent- Guillou A. (…), riportava integralmente a p. 162 del suo vol. I di ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno ecc…’, era scritto: “Monasterium Sanctae Marie de Centola. Die XVIII° marcii visitatimus monasterium Sanctae Marie de Centula, in quo invenimus quendem abbatem latinum. Que abbacia valet uncias XX; de quò accepimus laudabilem famam et invenimus in ea bona introscripta: casubla I de belluto russo, casubla I de seta, tonicelle due, pluviale unu, mitria unu, groche I, cammisu unu, stole III, amictu I, casubla I blanca, calice unu de argento, coperta I de altaro, cruce una de argento, candileri dui de stayinu, rigleri dui, missale uno, libru I de cantu, breviarum unu, bancale I, tobagla I, tobagle VI, bucte XVIII; et in casali bucte IIII, tine II, lectu I, casa I, para due de lenzuoli, capitale I, curtina I, matarazu I, zappe II, achecte II, assime unu, cugnata I, plactelli VI de piltro, servienti IIII, caldare III, camastra I, tobagle II de tabula, carpita I / Deinde facimus moniciorem et dedimus ei capitula intrascripta, videlicet: / Vacat.”. L’Ebner pubblicò il foglio n. 138 (vedi immagine sopra) che riguardava la visita la Monastero di S. Maria a Pattano (SA), una località vicino Vallo Scalo. Oggi pubblichiamo l’immagine inedita del foglio n. 135 v. che illustra il diario o il verbale della visita del 18 marzo 1458, del vicario apostolico Atanasio Calkeopoulos al Monastero di S. Maria di Centola a Centola:

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG

img_7231.jpg

(Fig…) Ebner, ‘Storia dei…’, tavola 25 (…), ma è quella che riguarda il Monastero di Pattano

Liber visitationis.PNG

(Fig…) Atanasio Calkeopoulos, Ms. Lat. 149 (frontespizio) conservato alla BSMN

Nel 1450, Pietro Luigi Morra, abate mitrato dell’Abbazia di S. Maria di Centola

Altra interessante notizia riferita dal Barra e già citata dall’Ebner,  a p. 73 scrive intorno a S. Maria di Centola è il seguente scritto: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un ptronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Infatti, si tratta del testo a stampa del 1629 di Marco Antonio de Morra, ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, pubblicato a Napoli, si veda p. 71. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 70 su Centola

(Fig…) De Morra, op. cit., p. 70

Nel 1455-1456, Casaletto, Capizzo e Centola erano feudi posseduti da Carlo e Alfonso de Sangro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nel 1456 Casaletto, Capizzo e Centola erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro, investiti di quei feudi dopo la morte del padre Paolo (4).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (4) postillava che: “(4) Ebner, Storia cit., pp. 137 sgg., 192, 201, 207, 217 e 246. Cfr. pure nel mio saggio ‘Economia e società cit., I, p. 262.”. Dunque, Ebner scriveva che nel 1456, i feudi di Centola, Casaletto e Capizzo erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro. I fratelli de Sangro avevano ereditato i feudi dal padre Paolo di Sangro. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 137-138, parlando della Baronia di Novi ai tempi degli Aragona, in proposito scriveva che: “2. Re Alfonso continuò a mostrare la sua cordiale benevolenza nei confronti del fedele Giovanni Antonio Marzano tanto da favorire il matrimonio di Marino, figlio unico del Grande ammirato, con la propria figlia Eleonora, cui diede in dono il principato di Rossano e buona parte della Calabria. Al medesimo barone di Novi, il sovrano donò Gioi, ……Ciò fu possibile perchè la baronia di Novi, passata dai Normanni de Mànnia ai discendenti cadetti dei principi longobardi di Salerno, secondo il diritto longobardo era divisibile. In quel tempo l’antica baronia era diventata un mosaico di feudi. Capizzo, con Casaletto e Centola (a. 1455) erano posseduti da Carlo e Alfonso di Sangro, investiti del feudo di Centola e casali anzidetti per la morte del loro padre Paolo (N Q f 58 e 59). Sala e Salella (N Q f 163), come l’odierno Vallo della Lucania (N Q f 62), già posseduti dai della Ratta di Caserta……Il 28 luglio 1429 (errore di trascrizione nel R Q per 1459) re Ferrante vendette per 1500 ducati (R Q 7, f 94) a Nicola da Procida, conte di Aversa, le terre di Laurito e Vibonati (R Q f 87).”. Dunque, anche in questo scritto Ebner chiarisce che secondo i Registri ancora esistenti, quelli che non sono andati distrutti in occasione dell’ultimo conflitto mondiale, ed in particolare i Registri Aragonesi, in particolare i Notamenti ai Repertori dei Quinternioni, nel 1455, i feudi di Centola, Capizzo e Casaletto erano stati ereditati dal padre Paolo di Sangro ai figli Carlo e Alfonso di Sangro (N Q f 58 e 59). Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, nel vol. II, a p. 262 parlando di “Centola”, in proposito scriveva che: “vedi vol. II”, ma non dice nulla, forse un errore di trascrizione.  

Nell’11 giugno 1464, una incursione dei Saraceni d’Africa e la distruzione della Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 375-376-377, in proposito scriveva che: “ultima sua ruina, poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi, scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori; e quei casali (I) ch’erano della Città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina del MCDLXIV pochi abitati ve ne erano. Finalmente toccolle vedere l’ultima sua desolazione, poichè essendo la notte degli undeci di Giugno MCDLXIV. sbarcati nel porto di Palinuro molti Saraceni d’Africa, sollecitamente e col dovuto silenzio s’avviarono alla Molpa….

Antonini, p. 375

Antonini, p. 376

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”Sulla distruzione della Molpa e di Pisciotta nel 1474 ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta, nella sua nota (7) postillava che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che fu saccheggiata: “…dai saraceni a più riprese (680-705-802-828-931-1113),…..ed infine dai pirati saraceni nel 1464, quando anche Pisciotta, apparteneva alla Molpa.”. Anche Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Su questa distruzione della Molpa, di Camerota ecc.., ha scritto anche Onofrio Pasanisi (…), nel suo saggio ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII. Questa notizia viene riportata pure dal sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, dove, a p. 165 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Alla fine, nel 1464, in occasione del saccheggio da essa subito per mano degli Arabi del Barbarossa, che nella notte dell’11 giugno l’assalirono violentemente, scacciandone gli abitanti e traendone prigionieri altri, i superstiti, dimoranti dapprima in “pagliare”, si ritirarono, come abbiamo detto innanzi, nel casale di Pisciotta (14).”. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Silvestri A., La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956, pag. XII.”. E’ strano che il Vassalluzzo chiami questo corsaro d’Africa “Barbarossa”. Il Vassalluzzo, sempre in riferimento a questa notizia, a p. 152, parlando di Pisciotta, in proposito scriveva che: “Il suo sviluppo, questo borgo, lo ebbe verso la seconda metà del XV secolo, quando, nell’anno 1464, assalito e distrutto dai corsari musulmani il castello della Molpa, gli abitanti superstiti si rifugiarono su queste balze e ingrossarono il numero della popolazione già ivi esistente (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 152, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cirelli F., op. cit., pag. 64. Giustiniani L., op. cit., t. VII, p. 205.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”.

Nel 1464, Pisciotta e la Molpa nella ‘Cronaca’ ( o Relazione) del notaio Giovanni Antonio Ferrigno

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Due miglia poi sul mare, è la grossa Terra di Pisciotta (I), con un Monistero di Frati Francescani….ed a’ giardini danno, malamente dal Signor Gatta allogata nel ‘Vallo di Novi’ al fol. 300 della sua ‘Lucania Illustrata’. Tutte le frutta, e l’oglio sopra tutto, che in quantità grande produce, io lo ripongo fra i più belli del Regno. Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV fu da Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc... L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti.”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Riguardo questo manoscritto, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Dunque, riepilogando, se nella sua nota (2), a p. 330, l’Antonini postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”, sempre l’Antonini, a p. 375, nella sua nota (2) postillava che: nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”, ovvero che l’Antonini ci dice che il manoscritto del Notaio originario di Pisciotta Giovanni Antonio Ferrigno doveva essere allegato in un Processo del Sacro Consiglio per Don Antonio Caracciolo…….

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”.

Nel 1483, il Liber rationum

Nel 1483, nel ‘Liber rationum’ Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardo feudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.

Nel 1518, l’Abbate Guarini e la ricerca del corpo di S. Richerio

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 714, in proposito scriveva che: “Centola è ubicata dall’Antonini (10) su una collina e fino al 1529 casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464). Poco lontano era un monastero di cappuccini e a mezzo miglio, sulla via per Sanseverino, era l’antica abbazia, ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal vescovo di Capaccio. Nella chiesa si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che nel 1593 l’Abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore (11). L’errore in cui caddero sia il cardinale Bessarione che l’Ughelli è dovuta all’omonimia con Centola di Francia, dove i sacri resti sono conservati.”. Ebner, a p. 714, nella nota (11) postillava che: “(11) La notizia si rileva dalla Cronaca locale di un certo Venceslao di Centola. “Nell’anno MDXVIII lo signor Vicario Guarini, Abate de Centula fece scavare molto assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo Corpo di San Ricario, et nce fice la processione et quase tutta Centola degiunò, et si confessarono et communicaro, et non si ritrovò niente”.”. Dunque, Ebner riferendosi all’Abbazia (Badia) di S. Maria di Centola scriveva che, secondo il monaco “Venceslao di Centola”, un monaco che poi vedremo ne ha parlato il Cammarano (….), scriveva che nell’anno 1518, l’Abate Guarini, abate del tempo, fece scavare avanti e dietro l’altare maggione della chiesa per cercare le sacre spoglie di S. Ricario. Ebner, scriveva che ciò accadde nel 1593 e scrive pure che sia l’Abate Guarini che il Cardinale Bessarione si sbagliarono. Il barone Giuseppe Antonini (…), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 349 parlando del casale e villaggio di Centola, in proposito scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana, sulla via che mena da S. Severino, trovasi un’antica da passati Abati malmenata Badia (2), che fu già de’ PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa ha la spiritual giurisdizion nella Terra, e nel Clero se non quanto in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi da’ paesani trovarsi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che ‘l Maurolico malamente chiama Riario; e tanto più il credono, quanto ‘l ‘Cardinal Baronio’, nelle ‘note’ al ‘Martirologio’ a’ XXVI aprile, nulla ha detto di questo dubbio, e l’Abate Ughellio l’ha ciecamente seguitato, con aggiugnerci anche alcuna cosa del suo. Le parole del Martirlogio sono: “In Monasterio Centula S. Richarii Presbyteri, & Confessoris”. L’abbaglio e l’equivoco è nato dal nome di ‘Centola’, di cui simile è l’altro in Francia, ove effettivamente il corpo di S. Ricario si trova.”.

Antonini, p. 349

L’Antonini racconta la notizia dell’Abate Guarini a p. 352. Nella chiesa di Centola, confusa con la chiesa di Centola in Francia si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che nel 1593 l’abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore. L’errore in cui caddero sia il cardinale Baronio ed il Bessarione che l’Ughelli è dovuta all’omonimia con Centola di Francia, dove i sacri resti sono conservati. L’Abate Ferdinando Ughelli (…), nella sua ‘Italia Sacra’, parlando dei “Caputaquense Episcopi” (vescovi di Capaccio), tomo VII, p. 663, ci parla della chiesa di Centola e crede, erroneamente, che li sia morto San Ricario (…). L’Antonini (…), disserta su S. Ricario che fu abate di una chiesa di Centola, erroneamente creduta dall’Ughelli (…), la nostra Centola, tanto che gli abitanti del luogo, scrive l’Antonini, credono “trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che il Maurolico, chiama Riario”, ma si è potuto accertare essere un paese della Francia:

Antonini, p. 350

Antonini, p. 351

Antonini, p. 352

(Fig….) Antonini (…), pp. 347-348-349-350-351-352, dove ci parla di Centola e di S. Richario

Ughelli, tomo VII, p. 663

Ughelli, tomo VII, p. 664, su S. Nazario

(Fig….) Ughelli (…), I ed., tomo VII, pp. 663-664

Sul corpo di S. Ricario e sull’equivoco sorto intorno all’Abbazia di S. Maria di Centola ha scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., che diceva che: Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). In effetti, S. Maria di Centola non compare mai nella pur ricca agiografia dei santi italo-greci che abbiamo già citata…... Il Barra (…), a p…., nella sua nota (14) postillava sulla bibliografia utile a riguardo l’Abbazia francese e postillava che: “(14) …………”.

L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”.

Centola, feudo in tempi moderni

Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 347 e s., ci parla di Centola. Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 347, in proposito scriveva che: “però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè…..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”. Centola è ubicata dall’Antonini su una collina e fino al 1529 fu casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464) e, poi dei Pappacoda, che la governarono col titolo di Principi. Dunque, l’Antonini scriveva che fin dall’anno 1529 (secondo me vi è un errore 1129) Centola era un casale di S. Severino (ieri detto di Camerota), il casale della Baronia dei Sanseverino. Il casale di Centola, secondo l’Antonini, fu smembrato “in quanto alla giurisdizione” e poi aggiunge che Centola si ingrandì subito dopo il 1464, che avvenne l’incursione dei “Saraceni d’Africa” che distrusse definitivamente la Molpa.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”.  Centola è ubicata dall’Antonini su una collina e fino al 1529 fu casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464) e, poi dei Pappacoda, che la governarono col titolo di Principi. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria. Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda (2). L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in Commenda, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3) Ecc…..”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “In quel tempo (a. 1458 visita di Atanasio) Centola era un casale di Camerota.”. L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: “Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non vennevisitato nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano). Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (…), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola)…”. Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parlando di Centola, in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto da dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Probabilmente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, ricorda  (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Anche Camillo Tutini dice di Rofrano posseduto da conte Alemagna di Buccino, insieme con Balbano, Laviano, Ricigliano e S. Lorenzo, aggiungendo poi (p. 85) che Rofrano apparteneva al conte Giacomo Gaetani, notizia che troverebbe conferma in un documento aragonese del 1445. Dalle ‘Fonti aragonesi’, infatti, si apprende del conte di Fondi e del pagamento “pro feudali servicio seu adoha terre Rofrani que est Jacobi Gaetani fratris sui duc. sexaginta” (7). Non sappiamo se in quel tempo il cenobio di S. Maria continuasse a celebrare con rito greco. Certo è che non vi si recò la commissione apostolica presieduta dall’archimandrita Atanasio Calkeopilo nel 1458 per visitarlo. Non è da escludere, però, che l’avesse fatto perchè quel cenobio dipendeva direttamente da Grottaferrata. Nè conosciamo se era passata in commenda e quali furono gli abati commendatari.”. Sempre Ebner in un altro testo scriveva che: “Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Per ribellione di costrui, il feudo fu avocato al fisco.”. Dunque dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. 

Nel 1528, la fine dei Morra e la confisca dei beni

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 81 e s., in proposito scriveva che: “La crisi dei Morra precipitò nel 1528, con l’adesione al partito francese. Giacomo Morra subì infatti la confisca del feudo, la cui rendita veniva valutata in 460 ducati annui, e che così veniva descritto in un documento fiscale spagnolo del 1532 (4).”. Il Barra, a p. 81, nella sua nota (4) postillava che: “(4) N. Cortese, Feudi e feudatari napoletani della prima metà del Cinquecento, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.s. a. XV, 1929, p. 36.”

Nel 1532, i feudi e casali di Centola, Capizzo e Casaletto a Girolamo di Sangro  

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6). Nel 1603 Maria Rosso, laica in ‘capitulis’, figlia di Ascanio Rosso, rinunziò a Centola donando il feudo allo zio Mario Rosso (7). Ecc…”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”. Sulla famiglia dei di Sangro a Centola ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V, Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”. Il Barra, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Sempre il Barra, a p. 86, in proposito scriveva che: “Già all’epoca della signoria dei Morra i rapporti dei feudatari con i vassalli non risultarono sempre felici, come pure non mancarono controversie, giurisdizinali e di confini, con i feudatari vicini. Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangr, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.

Nel 1538, il feudo di Centola da Girolamo Morra passò ad Annibale Antonini, avo di Giuseppe

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 81- 82 in proposito al feudo di Centola faceva notare che: “Benchè avessero in seguito ottenuto la restituzione del feudo, le fortune dei Morra continuarono a declinare. Già nel 1531 Giacomo orra era stato costretto ad alienare le entrate feudali per 300 ducati annui al cugino Annibale Galeota. Il 29 luglio 1536 Giovanni Antonio cedette a Vincenzo Filangieri “la terra di San Severino con lo suo Casale di Centula” per 1700 ducati (la rendita si valutava in 360 ducati annui), ma ricomprando il feudo il 23 febbraio 1537 (5). Nel 1545, intanto, l’Università di Centola citò in giudizio sia Giovanni Antonio Morra che Mario Galeota per il reintegro nell’eserczio della giurisdizione delle “prime e seconde cause” (6). Ecc….Nel 1538, infatti, Girolamo Morra alienò definitivamente Sanseverino ad Annibale Antonini, antenato dello storico settecentesco, “cum castello, et castellano, et feria Sanctae Margaretae” (l’antica fiera di S. Margherita costituiva un’evento commerciale di grande rilievo per tutto il basso Cilento, e la sua giurisdizione risultava quindi assai lucrosa. (7).”. Il Barra a p. 82, nella sua nota (7) ci ricorda che questa notizia ci fu data proprio dallo storico settecentesco Giuseppe Antonini nella sua Lucania, a p. 348, vol. I. Giuseppe Antonini a p. 347 (non come scrive il Barra a p. 348), vol. I della prima edizione, parlando del piccolo casale di Sanseverino “La Terra di Sanseverino” scriveva che: “Il suo Castello, …..e fino all’anno MDXXXVIII, era ancora ben tenuto, poichè Girolamo di Morra, che lo possedeva in quell’anno vendendolo ad Annibale Antonini, dice nell’Istromento, che ne fu stipolato dal Notar Lorenzo de Pauceriis, “cum Castello, & Castellano, ecc..”. Dunque, il feudo di Centola con il piccolo casale di Sanseverino, dal 1538, epoca in cui nacque lo storico Camillo Porzio appartenne ad Annibale Antonini antenato dei due fratelli Annibale e Giuseppe Antonini e da quì una serie di legami con la storia ed i documenti storici del territorio.

Nel 1559, il feudo di Centola fu acquistato indirettamente, da Camillo Porzio, il noto storico

Camillo Porzio, che era divenuto il feudatario di Centola acquistandolo nel 14….., nel 1580 dettò le sue volontà testamentarie e donò il feudo e tutto quanto avesse alla figlia Fulvia Capece Scondito, figlia di sua moglie………………morta vedova. Camillo Porzio, suo patrigno, nacque a Napoli nel 1526 o nel 1527 da Simone e da Porzia d’Anna, di nobile famiglia napoletana. Ebbe sei fratelli tra i quali Antonio, che nel 1557 divenne vescovo di Monopoli, e Giacomo, che militò con gli spagnoli nelle guerre contro i turchi. Dopo la morte del padre, avvenuta il 27 agosto 1554, Porzio, che esercitava a Napoli la professione forense, si dedicò personalmente ad amministrare i beni della famiglia, occupazione che dovette assorbirlo molto, come è possibile dedurre da una lettera inviatagli da Girolamo Seripando il 27 giugno 1559, nella quale l’ecclesiastico si lamentava con l’amico perché non aveva mantenuto la promessa di andare in visita da lui a Salerno, dove, dal 1554, era arcivescovo. Nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Sull’operazione immobiliare “prestigiosa”, come la chiama la Treccani, dell’acquisto del feudo di Centola, che però rimase intestato a suo cognato, Marino Russo, ha scritto Francesco Barra (….), nel capitolo IV: “Camillo Porzio signore di Centola e di Sanseverino”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “….il Feudo era finito, dopo vari passaggi, a Rainaldo d’Alagno, signore di Mottola. Questi, che versava in gravi difficoltà finanziarie (1), alla fine si vide messo all’asta il feudo a istanza dei creditori Sebastiano di Sarno e la moglie Lavinia Morra. Centola venne aggiudicata nel 1559 a Marino Russo, quale ultimo licitatore, per 4760 ducati, “con grande invidia de li concurrenti suoi”, come riferiva Antonio d’Afeltro al cardinale Seripando (2). Ma il vero acquirente era in realtà lo storico e giurista Camillo Porzio (1526-1580, del quale il Russo era cognato. Difatti, quando nel 1558 il feudo diCentola venne messo all’incanto, Porzio fu esplicitamente invitato a effettuare l’acquisto, non solo perchè disponeva di doviziosi mezzi, il che lo sollecitava ad “acquistar nobile possessione”, ma anche per rendere un servigio ai Morra, di cui l’Alagno era cugino, e soprattutto al cardinale Girolamo Seripando (1493-1563), arcivescovo di Salerno, parente a sua volta del l’Alagno, che l’aveva esplicitamente sollecitato insieme a Placido di Sangro, signore di Camerota etc…”.

Nel 1559, all’epoca del Porzio, Giovan Ferrante Seripando, abate mitrato dell’Abbazia

Il Barra, a p. 111 accennava del Cardinale Seripando che aveva caldeggiato l’acquisto del feudo ed in proposito scriveva che: “In effetti, il cardinale parlava non genericamente ma con cognizione di causa, poichè oltre ai suoi legami di parentela coi Morra, suo fratello Giovan Ferrante era abate commendatario di S. Maria degli Angeli di Centola.”.

Nel 20 giugno 1564, con la bolla “Insuper eminenti” di papa Pio V (o papa Pio IV ?), l’Abbazia di S. Maria degli Angeli venne aggregata in Commenda al Capitolo Vaticano della SS. Cappella del Presepe in S. Maria Maggiore a Roma (?)

Il sacerdote Giovanni Cammarano, nel suo ‘Storia di Centola’, vol. II dedicato alla ‘La Badia di S. Maria‘, a pp. 136-137 parlando di “2. Quando la Badia diventò commenda”, in proposito scriveva che: “Della prima (196), fino al momento, non si conosce la data precisa perchè, nonostante le ricerche, non è stato possibile avere sottocchio il documento.“. Il Cammarano a p. 136, nella sua nota (196) postillava che: “(196)  Della prima, secondo il Venceslao II fu dichiarata commenda nel 1564-65.”. Il Cammarano per Venceslao II si riferiva ad un abbate che aveva lasciato un manoscritto di cui ho già parlato. Sempre il Cammarano a p. 137 continuando a scrivere sull’argomento, non essendo d’accordo neanche sul Venceslao II in proposito citava l’Ebner e scriveva che: “L’Ebner non cita la fonte, per cui resta insoluta la data del passaggio in commenda. Comunque stando a questo passo la Badia di Centola sarebbe passata in Commenda nella seconda metà del 1400. Lo stesso Ebner, a prescindere che non conosceva per niente la storia di Centola, era tanto insicuro, per quanto riguarda la commenda, che cadde in contraddizione. Infatti in CBPC a p. 559 scrive che “Nel secolo XV, Papa Pio IV con la bolla “Insupereminenti del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in commenda al capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme ad altre quattro abbazie viciniori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti”. La citazione di Ebner, che pare abbia attinto dal Di Luccia (197) a p. 127, a prescidere dalla contraddizione, pecca di imprecisione. Difatti contiene i seguenti errori: !) Nel secolo XV, mentre è il secolo XVI se è vero che la bolla è datata il 20 giugno 1564. 2) Nella stessa bolla si parla delle Badie di S. Nazario e di S. Pietro di Licusati e quindi non fa menzione delle Badie di Eremiti-Castinatelli, di Cuccaro e di Bosco e tantomeno di Centola. La bolla non comincia, insuper eminenti, ma “In superminenti” (198).”. In seguito alle affermazioni del Cammarano ho cercato di approfondire la questione. Intanto riguardo i punti 1) e 3) del Cammarano direi di dargli ragione. Riguardo invece il punto 2) la questione va ulteriormente approfondita. Intanto il Cammarano contraddice se stesso se è vero che a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il nome abate, ha molteplici suddivisioni: abate de regimine governa soltanto il proprio monastero; abate nullius dioecesis ha autorità su un territorio eparato dalla diocesi, alla diretta dipendenza della S. Sede, e fu il caso di Centola; abate commendatario, al quale veniva conferita un’abbazia in commenda cioè in affidamento, alle dipendenze della S. Sede, e si verificò per Centola dopo il 1564. Ai tempi di cui intendiamo parlare per avere il titolo abate erano sufficienti la tonsura e un ordine minore. Alcuni di questi abati avevano il privilegio di portare la mitra, insegna vescovile, per cui si chiamavano abati mitrati. E l’abate di Centola godeva di questo privilegio.”. Il Cammarano si riferiva a Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, dove parlando della chiesa di Bosco scriveva che:  “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, coadiuvato da un agente residente a Napoli con il compito di controllare l’opera del vicario locale (12)”Pietro Ebner (….), a p. 559, vol. I, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia, cit., p. 127 e ssg.”.Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), riferendosi alla chiesa locale di Bosco postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Dunque, Pietro Ebner parlando di Bosco e della sua Abbazia di S. Nicola scriveva che questa insieme ad altre abbazie del basso Cilento furono aggregate alla Santa Sede dalla bolla di papa Pio IV il 20 giugno 1564. Pietro Ebner postillava di Pietro Marcellino Di Luccia (….), ovvero traeva la notizia dal Di Luccia (….), ovvero da p. 127 del suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 127. Rileggendo però il Di Luccia (….) a p. 127 e ssg., non si evince quanto sia stato scritto da Ebner. Il Di Luccia, a p. 127 ci parla di S. Giovanni a Piro e del suo territorio. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1991, nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′ (…), forse sulla scorta dell’Ebner a p. 110 e s., ci parla di Bosco e, scriveva in proposito che: “Nel secolo XVI, Papa Pio IV (Giovanni Angelo Medici), con la Bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, in Commenda, al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro Badie viciniori: Licusati, S. Nazario, Centola ed Eremiti. La chiesa di Roma ne esercitò la giurisdizione spirituale a mezzo di un vicario apostolico, coadiuvato da un controllore residente in Napoli.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., riferendosi all’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola, in proposito scriveva che: “Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze della S. Sede, da allora gli abati beneficiari vennero sottratti al patronato feudale e la loro nomina spettò direttamente al pontefice (l’ultimo di essi, come vedremo, fu Ferdinando Galiani nel 1748).”. Il Laudisio invece era di diverso avviso. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”Forse però questi autori sbagliano in quanto nel 1564 non era papa Pio V ma papa Pio IV. Infatti, Papa Pio V, al secolo Antonio (in religione Michele) Ghislieri è stato il 225º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, sovrano dello Stato Pontificio, dal 7 gennaio 1566 alla sua morte. Invece, papa Pio IV, nato Giovanni Angelo Medici di Marignano è stato il 224º papa della Chiesa cattolica, dal 1559 al 1565. Dunque, papa Pio V (o papa Pio IV), con la sua bolla emessa l’anno 1564 aggregò in Commenda (cioè in affidamento) alle dipendenze della Cappella del Presepe, della S. Sede Apostolica di Roma, alcune abbazie tra cui quella di S. Pietro di Licusati, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia e S. Nazario ecc… Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria. Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda (2). L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in Commenda, ecc…”. Dunque, secondo Ebner l’Antonini affermava “ai suoi tempi” quindi, nel 1700 che, l’Abbazia era ancora in Commenda. Pietro Ebner (….) a p……, vol. I, nella sua nota (2) postillava che: “(2) L’Antonini scrive che tra le rendite della badia vi era anche un mulino in località Mandrano, già scomparso ai suoi tempi.”.Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando di S. Severino di Centola, in proposito a p. 349 scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana sulla via, che mena da S. Severino, trovasi un’antica dà passati Abati malmenata Badia (2), che fu già dè PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa la spiritual giurisdizione nella Terra, e nel Clero, se non quando in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi dà paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario ecc…”. Sulla questio della salma di S. Richerio ritorneremo in seguito. L’Antonini, a p. 349 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Fra le rendite, che aveva questa Badia, trovasi registrato il molino, ivi vicino nel luogo detto Mandrano, di cui appena oggi si conoscono i vestigj, e l’acque, che facevan macinarlo, si vedono in gran parte mancate, o forse invertite ad altro uso.”. L’Antonini (….), a p. 351 parlando sempre dell’Abbazia di S. Maria di Centola e del piccolo casale di Centola vicino a quello di S. Severino, in proposito scriveva che: “E finalmente P. ‘Lubin’ nella ‘notizia dell’Abbazie d’Italia’ fol. 97 lit. C le stese cose ci conferma: ‘Abbazia titulo S. Mariae de Centula Ordinis S. Benedicti Dioecisis Caputaquensis (Capaccio) ut refeit Ughellius tom. 7. p. 663. qui nominis similitudine deceptus, huic Coenobio attribuit Sanctum Richerium Monasterii Centule in Gallia fundatorem. Haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc Caenobio incolatu. Vide notas nostras in Martyrol. Tab. 3. pag. 52.”.

Antonini, p. 351

(Fig….) Antonini (…), p. 351

Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 70, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Anche A. Lubin, ‘Abbatiarum Italiae brevis notitia’, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”. Il Barra (….), proprio sulla scorta dell’Antonini e dell’Ebner si riferiva al padre Agostino Lubin (….) ed al suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, dove a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola: “Abbatia titolo S. Maria de Centula, Ordine di S. Benedicti, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; ut refert Ughellus tomo 7, pag. 663. qui nominis similitudine deceptus huic Coenobio attribuit S. Ricarium Monasterii Centule in Gallia fundatorem, haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc loco incolatu. Vide notas nostras in Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’ Oppidum in Colle situm, in Regni Neapolitani Provincia, Principatus Citerior dicta; qualtuordecim passum mill. à Policastro distans; versùs Occidentem. In Cod. Taxarum D. Passionaei; sic legitur S. Maria de Angelis de Centula, Ord. S. Benedicti alias nullius Diecesis.”. Dunque, il Lubin ci dice alcune notizie riguardanti l’Abbazia come risultava dalle sue ricerche nell’anno 1693. Il Lubin scrive che: “Abbazia di S. Maria del titolo Centola Ordine S. Benedetto, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; in effetti Ughellus vol 7, p. Ingannato dalla somiglianza del suo nome, a questo si attribuisce a p. 663 all’attiguo Convento di S. Ricario in Francia, fondatore del monastero di Centola, affermiamo che queste cose sono più veramente in luogo di soggiorno: dai diuturniori nostro Dio per questo. Alla Sede Romana. Vedi nota nostra nel Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’, città del Regno di Napoli in Provincia Citeriore; distante qualtuordecim miglia. Policastro da lontano; direzione ovest. In Cod. D. le emozioni sono tassate; Così leggiamo di S. Maria degli Angeli Centola Ordine di San Benedetto nulliu Diecesis (di nessuna Diocesi = indipendente)”. Padre Agostino Lubin (…), nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola:

Lubin, p. 97

Lubin, p. 97,,

(Figg….) Lubin (…), p. 97

(Fig….) Lubin (…), op. cit., p. 97

Dunque, padre Agostino Lubin (….), a p. 97 parlando della Diocesi di Capaccio “Caputaquensis Episcopi” citava anche l’Abbazia di S. Maria di Centola e citava l’abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra” dove nella sua prima edizione, vol. VII, a p. 663 ci parla dell’Abbazia di S. Maria de Centula e scriveva che: 

Ughelli, p. 664.PNG

(Fig…) Ughelli (…), I ed. vol. VII, p. 663-664

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…(13)….. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. Sulla questione degli Archivi e degli antichissimi documenti provenienti dall’antica abbazia benedettina di S. Maria di Centola ritorneremo in seguito ma questa è un’altra storia. Dunque, secondo Francesco Barra, ‘S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti’, cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola.”. Dunque, anche il Barra afferma che mentre altre abbazie della zona passarono alla Santa Sede, “cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola.”.

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Questa si contrappose in un conflitto giurisdizionale all’abate di S. M. degli Angeli, Giulio Cesare Bologna. Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze etc….”.

Nel 1564, l’Abbazia di S. Maria di Centola nell’“Inventarium bonorum” negli Archivi del Capitolo Vaticano conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…(13)….. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. Dunque, secondo Francesco Barra, negli Archivi del Capitolo Vaticano di San Pietro in Vaticano si trova la documentazione che riguarda anche l’Abbazia di Santa Maria degli Angeli di Centola è andata completamente perduta.

Nel 1579, S. Nicola di Centola nella“Tabula generalis omnium rendentium” negli Archivi del Capitolo Vaticano conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro e, riferendosi ad un possedimento dell’Abbazia di Bosco nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 1579, l’Abbazia di S. Maria degli Angeli a Centola

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Il Barra (…), a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “Ha sempre fatto parte del territorio della baronia di Sanseverino prima e del Comune di Centola poi, il piccolo casale di S. Nicola, dotato però di parrocchia propria. Questa era peraltro ecclesiasticamente del tutto indipendente sia da Centola che dalla diocesi di Capaccio, poichè era in origine una dipendenza dell’abbazia di S. Nazario, che vi aveva la giusdizione “quasi vescovile” (12).”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (12) postillava che: “(12) F. Sacco, ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del regno di Napoli’, V. Flauto, v. III, 1796, p. 301.”. Infatti, nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parlando di Centola, in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”. Il Barra (….), riguardo l’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Ecc..”. Dunque, il Barra scriveva che l’Abbazia di S. Maria di Centola non era stata aggregata al Capitolo di S. Pietro in Vaticano (della ex Basilica detta “Liberiana” dopo dventata Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Il Barra scriveva che la bolla di papa Pio V aggregava solo S. Nazario con altri monasteri basiliani di Bosco, S. Pietro di licusati ed Eremiti. Dunque, per il Barra Centola non veniva aggregata al Capitolo Vaticano. Eppure Pietro Ebner nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Dunque, invece per Ebner l’Abbazia di S. Maria di Centola veniva aggregata al Capitolo Vaticano dalla bolla di papa Pio IV che è la stessa a cui si riferiva il Barra.

Chiesa di S. Nicola di . Nicola di Centola

Nel 1580, Fulvia Capece Scondito eredita dal padre Camillo Porzio il feudo di Centola

Sugli Scondito o la famiglia Capece-Scondito abbiamo alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente approfondite.  Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 167 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Fulvia Capece Scondito, figliastra di Camillo Porzio, vendette il feudo di Centola il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Già il 17 ottobre 1592, infatti, Aurelia della Marra e suo marito, il magistrato Cesare Pappacoda (1567-1621), avevano acquistato dal duca di Monteleone i feudi Pisciotta e della Molpa. Ecc…”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Questa si contrappose in un conflitto giurisdizionale all’abate di S. M. degli Angeli, Giulio Cesare Bologna. Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze etc….”. Dunque, la nobile donna Fulvia Capece Scondito, era figliastra di Camillo Porzio. La figliastra del Porzio, Fulvia Capece Scondito, che aveva ereditato il feudo di Centola lo vendette il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Perchè il Barra scrive che Fulvia Capece Scondito era la “figliastra” di Camillo Porzio ?. Dalla Treccani on-line, alla voce “Porzio Camillo” leggiamo che: Nel 1580 Camillo Porzio dettò il suo testamento, nominando erede universale Fulvia Scondito, la cui madre aveva sposato quando era rimasta vedova.”. Camillo Porzio, che era divenuto il feudatario di Centola acquistandolo nel 1559 e, nel 1580 dettò le sue volontà testamentarie e donò il feudo e tutto quanto avesse alla figlia Fulvia Capece Scondito, figlia di sua moglie………………morta vedova. Da Wikipedia sappiamo che nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Dunque, sulla vita privata del Porzio conosciamo il nome di suo cognato Marino Russo. Dunque, la moglie di Camillo Porzio doveva essere una Russo. Il Barra parla della Fulvia Capece Scondito come di una sua “figliastra”. In Wikipedia leggiamo pure che questo quadro di rispettabilità pubblica e di successo sociale doveva essere in forte contrasto con la sua vita privata, dato che in quegli stessi anni fu aggredito e sfregiato a colpi di coltello in seguito a un’avventura amorosa. Si ignorano i particolari della vicenda e la gravità delle ferite; di certo si sa che l’operazione di chirurgia plastica, praticata con le tecniche dell’epoca, ottenne risultati accettabili. Abbiamo visto che Camillo Porzio lasciò con testamento il feudo di Centola alla “figliastra” Fulvia Capece Scondito che ne divenne erede alla sua morte nel 1580. Abbiamo visto pure che Fulvia Capece Scondito, nel 1580 divenne feudataria di Centola. Dalla Treccani abbiamo visto che Camillo Porzio aveva sposato la madre, rimasta vedova, di Fulvia Capece Scondito. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Poi vennero i Caracciolo, di nuovo i Di Sangro con Sigismondo e Ippolita che tra il 1532 e il 1535 vi costruirono un piccolo maniero. Ritornarono alla fine del 1500 ancora i Rosso che, nel 1602, con Ascanio Rosso e poi la figlia Maria, cedettero il Feudo a Mario Rosso e da questi passò a Fulvia Scondito che, nel 1622, per 12000 ducati, vendette il feudo a Domenico Pappacoda, Marchese di Pisciotta e feudatario già di Molpa e Palinuro. Vuolsi che la trattativa avvenne proprio nel maniero di San Sergio, con da una parte il sacerdote Don Luca De Angelis e dall’altra un’amica della Scondito, Sofia Scannuzzi. La situazione economica della Scondito si era appesantita da molti debiti, dovuti alla sua fragorosa vita di bella donna. Sulla cappella di certo vi era la rendita della badia di Centola, ed era retta da un sacerdote.”.

Nel 24 ottobre 1580, l’Università di Centola denuncia l’abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola

Nel 2000, Eugenia Granito (…), nel catalogo della mostra documentaria tenutasi a Salerno “I confini della fede – luoghi di culto, istituzioni ecc..’, dove sono stati esposti alcuni documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, a pp. 13-14 veniva pubblicato un documento di Salerno datato 24 ottobre 1580 (documento n. 6): 

ASS, E.G., p. 13

ASS, E.G., p. 14

(Fig…) Granito Eugenia (…), in “I confini della fede – luoghi di culto, istituzioni ecc..’, pp. 13-14

Nel 18 aprile 1583, la visita apostolica di Silvio Galassi

E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli). La cosa andrà ulteriormente indagata in quanto non è detto che il Monatero esistesse ancora nel 1583, in quanto a Rofrano, il Galassi (…), trovò un solo diacono, figlio di un presbiterio greco. Tuttavia, siccome il Galassi, condusse la sua visita apostolica nel ‘basso Cilento’ solo di sicuro a Rofrano, questo sarà oggetto di ulteriore approfondimento. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, vol. I a p. 86, parlando dei commissari apostolici, in proposito scriveva che: “A Orazio Fusco seguì, nel 1583, come vicario apostolico, Silvio Galasso, il quale proseguì le visite pastorali visitando le parrocchie dell’odierno alto Cilento e della Valle del Tanagro (verbali nell’ADV). Nello stesso anno indisse un sinodo diocesano. Eletto poi vescovo di Ferentino, lasciò la diocesi che, ecc…”. Sempre l’Ebner a p. 138 sul Galassi scriveva che: “I 26 Verbali delle visite del commissario Silvio Galasso pervenuteci sono un pò diversi. Al titolo della parrocchia seguono dati utili sul reddito ecc…”. L’Ebner quando scriveva ADV si riferiva all’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Sempre Pietro Ebner (…) nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 288, citava il Galassi e scriveva che: “A Orazio Fusco seguì, sempre come Commissario apostolico, Silvio Galasso, il quale proseguendo le visite pastorali (a. 1583) visitò le parrocchie dell’alto Cilento e della Valle del Tanagro (decreti nell’ADV). Eletto vescovo di Ferentino, lasciò la diocesi che, ecc..”. Sempre l’Ebner a p. 331, parlando dei vescovi di Capaccio in proposito scriveva che: “Poi, Vicario generale fu il fratello del vescovo, il simoniaco Lelio, sostituito da Gregorio XIII (1580) con Orazio Fusco. Aggravatosi la malattia del vescovo, venne nominato Commissario Apostolico Silvio Galasso, poi vescovo di Ferentino.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 437, parlando del feudo e dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, dominio incontrastato dei Carafa della Spina Conti di Policastro, in proposito scriveva che: “Ma si è già detto che le chiese di Rofrano vennero visitate dal commissario apostolico Silvio Galassi il 18 aprile 1583.”. Ebner (..), a p. 437 nella sua nota (37) postillava che: “(37) Ma si tenga presente l’aggregazione alla diocesi di Capaccio di Gregorio XIII del 1583 e la prima visita pastorale del commissario apostolico Silvio Galasso (v. oltre). Comunque v. visita pastorale Galasso, esame clero, dove è notizia di sacerdoti, diaconi e suddiaconi greci.”. Ebner ne parla nel vol. II a p. 439 e scrive che: “Il 18 aprile 1583 il commissario apostolico Silvio Galasso giunse a Rofrano, ricevuto dal clero ecc…” che Ebner ne riporta integralmente il verbale. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento medievale’, nel vol. I, pp……, parlando di Policastro scriveva che: “…..per passare poi al conte di Policastro Giovanni Carafa, nel 1490. Questi cacciò i monaci rimasti nel monastero di Rofrano, che trasformò in proprio palazzo e si arrogò la giurisdizione spirituale del paese, nominando un prete come suo vicario. Questo stato di cose fu risolto dal Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato da Papa Gregorio XIII il quale nel 1583 aggregò Rofrano alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) e trovò tra gli ecclesiastici solo un diacono, figlio di un presbitero greco, l’unico rimasto dei molti presbiteri e diaconi greci che si trovavano un tempo nella terra di Rofrano. Il Galassi, visitando le chiese di Rofrano, cominciò dalla chiesa madre di Santa Maria di Grottaferrata, ecc…“. Della visita apostolica di Silvio Galassi sappiamo che nel 1583 viene registrata la Chiesa di San Nicola di Mira.

Nel 1583, papa Gregorio XIII aggregò S. Maria degli Angeli alla Diocesi di Capaccio

1993, il sacerdote Giovanni Cammarano (…), nel suo vol. II del ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, vol. II, a p. 13, in proposito introduceva e scriveva che: “Un monumento, di cui si parlerà a lungo in questo libro, senza purtroppo la possibilità di poterlo fotografare nella realtà, è la Badia (1) S. Maria, che dopo il 1500 si chiamò S. Maria degli Angeli.”. Ebner (…), a p. 437 nella sua nota (37) parlando di ‘Rofrano’ postillava che: “(37) Ma si tenga presente l’aggregazione alla diocesi di Capaccio di Gregorio XIII del 1583 e la prima visita pastorale del commissario apostolico Silvio Galasso (v. oltre). Comunque v. visita pastorale Galasso, esame clero, dove è notizia di sacerdoti, diaconi e suddiaconi greci.”. E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli). La cosa andrà ulteriormente indagata in quanto non è detto che il Monatero esistesse ancora nel 1583, in quanto a Rofrano, il Gassisi (…), trovò un solo diacono, figlio di un presbiterio greco. Tuttavia, siccome il Galassi, condusse la sua visita apostolica nel ‘basso Cilento’ solo di sicuro a Rofrano, questo sarà oggetto di ulteriore approfondimento. Il Giustiniani (…), nel suo ……………………., vol. IV, a p. 433, scrive di Centola ed in proposito accennava che: “Vi è una Badia nullius”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 156-157, nel suo cap. V “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: “Nel 1804 l’abate di S. Cecilia, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione spirituale, oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco. I canonici della basilica romana che a Bosco vantavano addirittura diritti baronali, ne conservarono le rendite fino al 1851, fino a quando Pio IX, nel trasferire la sede della Diocesi di Capaccio a Vallo (odierno Vallo della Lucania) assegnò all’istituendo seminario, le rendite dell’abbazia di S. Cecilia (24 ducati).”. L’Ebner, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’ (…), a p. 575, parlando del casale e del Monastero di S. Nazario ed Eremiti, scriveva che: “Comunque secondo il Volpi nel 1708 e secondo il Giustiniani (12) ancora nel 1804, i due casali erano sempre sotto la giurisdizione spirituale del Capitolo di S. Pietro, se l’abate di S. Nazario, vicario pro-tempore di quel Capitolo esercitava una specie di giurisdizione vescovile, oltre che sulla chiesa degli Eremiti, anche su quella di Bosco, Cusati, (Licusati) e Sannicola: notizie evidentemente tratte dal Volpi (13). D’avviso contrario è il Mazzarella Farao (14) il quale ricorda che nel 1772, per la mancata nomina del vicario, l’abbazia e le chiese dipendenti erano passate per delega al vescovo di Capaccio.”. Ebner, nelle sue note (12-13), postillava che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198 e (13) Volpi, pp. 211 e 287 (ne scriveva nel 1752)”. Sull’abbazia e sul casale di Licusati, non vi sono molte notizie, sia perché l’Antonini (…), che pur aveva scritto del territorio nel ‘700, che il Volpi (…), che scrisse della diocesi di Capaccio e dei suoi vescovi, nulla avevano detto della badia e del villaggio che le era sorto a poche centinaia di metri. Nel 1752, Giuseppe Volpi, nel capitolo dedicato “Degli Abbati mitrati che hanno le loro chiese nella Diocesi di Capaccio”, del suo ‘Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio’, a p. 211, scriveva che:

Volpi, p. 211

Il Volpi (…), nel suo capitolo dedicato ai “Baroni della Diocesi di Capaccio”, a p. 311, non mette Camerota e Licusati ma mette solo Centola. Infatti al tempo che il Volpi (…), scrive, la Chiesa di Licusati, nel 1752 doveva dipendere dalla Diocesi e dal Vescovo di Policastro.

Cappelletti, p. 362

(Fig….) Cappelletti, op. cit., p….

Il Cammarano (…) a p. 78-79, in proposito scriveva che: “Don Giovanni Andrea Lupo (1787-1855) commenta a proposito: “Certamente mio zio, don Baldassarre, ebbe tutto il tempo di conoscere bene la situazione, che le liti fra la Diocesi di Capaccio e la Badia di Centola, ebbero ecc…”. Dunque, Baldassarre Lupo, fu abate dell’Abbazia di Centola proprio in un periodo in cui vi furono molte liti fra la Diocesi di Capaccio. Infatti, Centola, dipendeva dalla Diocesi di Capaccio e non da quella di Policastro. Centola, non figura fra i centri elencati nella cosiddetta ‘Bolla di Alfano I”, il documento di cui ho parlato in un altro mio saggio ivi pubblicato. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 305, parlando delle Diocesi Caputaquensi, in proposito all’Abbazia di Bosco, nella sua nota (68) postillava che: “Già con l”Ex quo imprescrutabili’, Pio IX aveva soppresso l’abbazia ‘nullius dioecesis’ (vulgo Del Bosco”, alla cui giurisdizione, avevano rinunciato il Capitolo e i canonici di S. Pietro di Roma (a compenso ebbero l’abbazia concistoriale di S. Domenico di Sora), incorporandola a Capaccio con alcuni paesi (Eremiti, S. Nicola e S. Nazario) e altri (Bosco e S. Giovanni a Piro e Cusati e Licusati) alla diocesi di Policastro ecc..”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: A ribadire fortemente questo carattere si aggiungeva inoltre l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, nel cui territorio diocesano essa era tuttavia incardinata, venendo quindi a costituire una sorta di ‘enclave’ (17)..

Nel 1593, Guarino, abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, la Cronaca scritta di Venceslao di Centola e la ricerca del corpo di S. Ricario

Su S. Richerio ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, che a pp. 352-353 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Nel MDXCIII l’Abate ‘Guarini’ stando nella generale opinione de’ paesani della nostra Centola, olle scavare intorno all’altar maggiore della Badia, per vedere se vi trovava il desiderato corpo, ma nulla trovovvi. In queste poche parole manoscritte, che sono una specie di Cronaca, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Signor D. Camillo d’Errico, così questo fatto si legge: ‘Nell’anno MDXCIII, lo Signor Vicario Guarino Abate di Centula, fice cavare assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo corpo di Sancto Ricario, et nce fice la processione, et quase tutta Centula digiunò, et si confessaro, et communicaro, et non si ritrovò niente.”.

Nel 1610, la fondazione del monastero dei frati Cappuccini a Centola

L’Antonini (…), parlando di Centola, cita il monastero dei Padri Cappuccini, poco distante dal paese. La costruzione del convento di San Francesco, voluto dai padri cappuccini, ebbe inizio nel 1617 in località Serrone. Il convento fu inaugurato nel 1625 in occasione del centenario della fondazione dell’ordine dei cappuccini. Di grande valore il tabernacolo scolpito in legno, in pieno stile barocco seicentesco, situato nell’altare maggiore. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 713-714 del vol. I, parlando di Centola, sulla scorta dell’Antonini, parlando di Centola sulla collina, scriveva che: “Poco lontano era un monastero di cappuccini..”. Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi …..ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 149 ci ricorda che: “Alla nuova chiesa parrocchiale di S. Nicola si lega pure la fondazione del convento di S. Francesco dei Padri Cappuccini. Infatti, durante la prima predicazione pasquale che si tenne l’anno successivo il padre cappuccino fra Michele d’Urso di Vallo, tale fu il fervore religioso da questo suscitato nella popolazione, che questa decise con grande entusiasmo – superata l’iniziale opposizione del potere badiale (9) – di stabilire in paese un convento dell’Ordine Cappuccino. Infatti, ecc…”. Sempre il Barra a p. 163 pubblicò un documento VII: “Documenti sulla fondazione del convento di S. Francesco dei Padri Cappuccini – Relazione sul Convento dei Cappuccini di Centola (1649)(7)”, ed in proposito scriveva che: “Il Convento de Cappuccini di Centola, nella Diocesi di Capaccio, fu fondato l’anno 1614 (sic) colla licenza dell’Ordinario. E’ lontano dall’habitato circa un quarto di miglio, et detto luogo v’habitano dodeci frati, e sono li seguenti: Guardiano, il Padre Ambrogio da Sarconi, Sacerdoti: Padre Giovanni da Lagonegro, Padre Agostino da Ferrandina, Padre Arcangelo da Pomarico, Padre Michelangelo da Sarconi Ecc…(8).”.

Nel 1617, gli atriti tra Fulvia Capece Scondito, feudataria di Centola e l’abbate dell’Abbazia di S. M. degli Angeli di Centola

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Questa si contrappose in un conflitto giurisdizionale all’abate di S. M. degli Angeli, Giulio Cesare Bologna. Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze della S. Sede, da allora gli abati beneficiari vennero sottratti al patronato feudale e la loro nomina spettò direttamente al pontefice (l’ultimo di essi, come vedremo, fu Ferdinando Galiani nel 1748). Inevitabilmente, quindi, vennero a prodursi degli attriti tra feudatario ed abate. La nobildonna Fulvia Capece Scondito, “utile padrona della Terra di Centola”, esponeva ad esempio nel marzo del 1617 che “l’Abbate Cesare di Bologna perpetuo commendatario del Abbatia del ecclesia di S.ta Maria del (sic) Angeli” e il suo vicario e luogotenente generale Tommaso Ciccarello avevano affisso un editto etc…”.

Nel 2 settembre 1622, Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta acquistò il feudo di Centola da Fulvia Capece Scondito

Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli‘, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini.”. Il barone Antonini (…), a p. 330, riferendosi a Pisciotta in proposito scriveva che: “Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc…”. L’Antonini che a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 167 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Fulvia Capece Scondito, figliastra di Camillo Porzio, vendette il feudo di Centola il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Già il 17 ottobre 1592, infatti, Aurelia della Marra e suo marito, il magistrato Cesare Pappacoda (1567-1621), avevano acquistato dal duca di Monteleone i feudi Pisciotta e della Molpa. Il 6 ottobre 1617 Cesare ottenne il titolo di Marchese di Pisciotta, e Domenico il 14 febbraio quello di principe di Centola (1). Questo dei Pappacoda, nobili del Sedile di Porto, era un ramo secondario della famiglia, diverso da quello principale, estintosi nel 1762. Secondo l’umanista quattrocentesco Francesco Elio Marchese, in genere ben informato ma celebre per essere spesso maledico, i Pappacoda, ecc…..Il Borrelli replicò che se era vero che i Pappacoda avevano avuto possedimenti terrieri e proprietà di imbarcazioni ad Ischia, come in Coscia, erano invece nobili sin dai tempi normanni ed erano imparentati con antiche famiglie patrizie napoletane, come i Macedonio (3). La verità, come spesso accade, stava nel mezzo. Si trattava, in effetti di un’antica ma modesta famiglia patrizia del Seggio di Porto (4), ecc…Diversa, e più modesta, fu la linea dei Pappacoda di Centola-Pisciotta. Patrizi di Seggio di Porto e piccoli feudatari della provincia ecc…”. Sui Pappacoda di Centola-Pisciotta ha scritto il Prof. Massimo Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’, pubblicato nelo 2016, che fa una puntuale disamina della famiglia e dei suoi possedimenti dal ‘600 in poi, traendo notizie dall’Archivio di Stato di Salerno. Dunque, la nobile donna Fulvia Capece Scondito, era figliastra di Camillo Porzio. La figliastra del Porzio, Fulvia Capece Scondito, che aveva ereditato il feudo di Centola lo vendette il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Sempre dal Barra apprendiamo che il magistrato Cesare Pappacoda, marito di Aurelia della Marra, avevano acquistato nel 1567 dal duca di Monteleone i feudi di Pisciotta e della Molpa e, “Il 6 ottobre 1617 Cesare ottenne il titolo di Marchese di Pisciotta, e Domenico il 14 febbraio quello di principe di Centola (1).”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Poi vennero i Caracciolo, di nuovo i Di Sangro con Sigismondo e Ippolita che tra il 1532 e il 1535 vi costruirono un piccolo maniero. Ritornarono alla fine del 1500 ancora i Rosso che, nel 1602, con Ascanio Rosso e poi la figlia Maria, cedettero il Feudo a Mario Rosso e da questi passò a Fulvia Scondito che, nel 1622, per 12000 ducati, vendette il feudo a Domenico Pappacoda, Marchese di Pisciotta e feudatario già di Molpa e Palinuro. Vuolsi che la trattativa avvenne proprio nel maniero di San Sergio, con da una parte il sacerdote Don Luca De Angelis e dall’altra un’amica della Scondito, Sofia Scannuzzi. La situazione economica della Scondito si era appesantita da molti debiti, dovuti alla sua fragorosa vita di bella donna. Sulla cappella di certo vi era la rendita della badia di Centola, ed era retta da un sacerdote.”.

Nel 1644, S. Maria degli Angeli e la vertenza con i Vescovi di Capaccio

Il Volpi (…) ne scrive nella vertenza tra i vescovi di Capaccio e i preti di Centola, i quali rifiutarono di ricevere dal vescovo Tommaso Carafa (1639-1664) la facoltà di amministrare i sacramenti asserendo che erano tenuti a riceverla dall’abate, ordinario locale. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Centola, nel vol. I a p. 714, in proposito scriveva che: “Il Volpi (14) scrive della vertenza tra i vescovi di Capaccio e i preti di Centola, i quali rifiutarono di ricevere dal vescovo Tommaso Carafa (1639-1664) la facoltà di amministrare i sacramenti asserendo che essi erano tenuti a riceverla dall’abbate, ordinario locale. La sacra Congregazione del Concilio intervenne (15) a richiesta del vescovo, ma nel 1708 (vescovo de Nicolai) Centola era ancora esente dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio. Ancora il 9 Novembre 1749 i confessori del luogo ricevettero solo le lettere patenti del vescovo del tempo (mons. Raymondi).”. Pietro Ebner (…), a p. 714, vol. I nella sua nota (14) postillava che: “(14) Volpi, cit., p. 173.”. Infatti, Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Cronologia dè Vescovi Pestani ora detti di Capaccio’, a p. 173 in proposito scriveva che: 

Volpi, Cronol. p. 173

Nel 1666, la ‘Platea dei beni e del feudo della Molpa’

La Greca e Di Rienzo (…), sulla cui scorta Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una Platea del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”. Sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”.

Nel 1666, la “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 178 scriveva che a Palinuro vi era un’antica laura basiliana dal titolo originario “S. Maria di Loreto”, poi secoli dopo, nel 1600 cambiato in “S. Maria Laurentana”, come si evince da una platea dei beni del 1666. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666”, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. infatti sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Dunque, secondo la Platea del 1666 dei beni di Centola e Pisciotta, a Palinuro vi era un piccolo eremo, in origine basiliano, “un’antica laura” (come scrive il Barra) che dipendeva dall’Abbazia di S. Nicola a Bosco. Il Barra (…), a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “L’Avvocato fiscale della R. Udienza di Salerno. Questi così riferì il 28 agosto 1792: …” e quindi, il Barra, a p. 182 pubblica la risposta della R. Camera di S. Chiara trasmessa al sovrano: “Che vi esiste una Cappella sotto il titolo di S. M. Lauretana eretta in un fondo della Badia del Bosco soggetta al Capitolo di S. Pietro di Roma, con due altari, senza che però vi fosse custodita per conservarsi il SS. Sacramento dell’Eucarestia, e senza che vi fosse luogo destinato per la conservazione dell’Oglio Santo, nè fonte battesimale. Che in tal Cappella nè giorni festivi si celegra una Messa, quando però la stagione e il buon tempo lo permettono, dal Cappuccino residente nel Convento di Centola, con licenza e permesso del Vicario del Bosco, dal quale niente se li corrisponde per detta celegrazione di Messa, ma quei poveri abitatori, per quanto le loro debolezze le comportano, l’uniscono ecc…” Riguardo a questa ‘Platea di Beni’ del 1666 pubblicata dal Prof. Massimino Iannone di Pisciotta, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una ‘Platea di beni’ del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”

Nel 1693, l’Abbazia benedettina di S. Maria degli Angeli a Centola

Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini”Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Avvertiamo che usiamo questa, che era l’intitolazione originaria, perchè la specificazione “degli Angeli” appartiene ad un’epoca successiva, affermandosi sino al punto che a fine ‘700 l’abbazia veniva spesso indicata direttamente come “l’Annunziata”. Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). Ecc…”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: A ribadire fortemente questo carattere si aggiungeva inoltre l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, nel cui territorio diocesano essa era tuttavia incardinata, venendo quindi a costituire una sorta di ‘enclave’ (17).. L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in commenda, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatta al monastero di S. Maria di Centola nel 1086.

Antonini, p. 349

Sull’antica “Abbadia di Santa Maria degli Angeli” a Centola, sono interessanti alcune notizie, sebbene scarse, del governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 188. Egli parlando del monastero di S. Pietro ad Aquara, il paese da cui proveniva, in proposito scriveva che: “Successivamente succedé in questa Badia Donatantonio Gallo nel 1627, ed a costui D. Giulio Pepoli, che n’era Abbate nel 1632 D. Cesare Pappacoda, che lo trovo Abbate nel 1635 fu il successore Giovanni Conte Romano n’era Abbate negli anni 1651 e 1686, in tempo, ch’era già stato creato Cardinale. A costui succedé D. Giangeronimo Guascon Napoletano, che lo trovo Abbate fin dal 1693. Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, al presente Regio Consigliere coll’incarico di Secretario del Supremo Magistrato del Cammerario, ed è similmente Abbate di S. Maria dell’Angioli della terra di Centola, nullius di S. Pietro di Amalfi, e S. Caterina ad Colonna, e di S. Lorenzo do Stricto.”. Dunque, in questo passaggio del Libro III, il Di Stefano ci parla di due personaggi che ha citato il barone Antonini. Si tratta di Giangeronimo Guascon Napoletano che dovrebbe essere “l’Abbate Guascone” che teneva ed imprestò il Censuale che l’Antonini riporta alcuni versi e che dice essere un documento dell’XI secolo. Ovviamente il Di Stefano ci parla anche dell’Abbate Ferdinando Galiani.

Nel 1693, Giangeronimo Gascone, Abate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola che custodiva il ‘Censuale’ e lo mostrò all’Antonini

Girolamo Gascone, fu abate dell’Abazia di S. Maria di Centola, prima che ne divenisse titolare Ferdinando Galiani. La sua figura è importante perchè pare che avesse mostrato all’Antonini alcuni documenti di notevole importanza per la storia dell’Abbazia e per la storia del Regno in generale. Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risaliva all’XI secolo. Sull’Abate Girolamo Gascone ho scritto quando ho scritto del ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola’. L’Abate Gascone, Abate dell’Abbazia di S. Maria dell’Angeli a Centola è interessante per le nostre ricerche perchè egli pare che custodisse il noto Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola”, un antichissimo documento o Inventario dei beni che l’Antonini fa risalire all’XI secolo. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “…..secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: etc…”. Il barone Giuseppe Antonini ci parla in diversi momenti dell’Abbate Guascone e del suo Censuale. Infatti, l’Antonini ci ricorda l’Abate Gascone dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola a p. 373 dove riferendosi ad una donazione dell’anno 1119 (MCXIX), dice che: “Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di consusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, ecc…”. Abbiamo già visto in precedenza le interessantissime notizie che l’Antonini trasse dall’antico Censuale e, che a suo dire gli fu mostrato dall’Abbate mitrato Guascone. Nel 1745, due anni prima, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) pubblicò la sua “La Lucania – I Discorsi”, era abate di S. Maria di Centola Girolamo Gascone, il quale, mostrò diversi privilegi e carte greche all’Antonini. Giuseppe Antonini (…), barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi). Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini, Annibale, era anche Abate a Parigi che nel 1734 pubblicò in Francia un guida di Parigi. Molte delle notizie già in precedenza raccolte dai fratelli Antonini qui proprio nel Cilento ed in particolare a Centola, passarono di mano agli amici fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Fu proprio l’Abate Gascone che aveva raccolto molti documenti antichi appartenuti all’Abbazia di Centola che si deve il merito di averli mostrati agli Antonini di cui il fratello maggiore, Annibale, era come lui uomo di chiesa. Girolamo Guascone mostrò all’Antonini il Censuale di S. Maria degli Angeli di Centola di cui abbiamo già detto. l’Abbate Girolamo Guascone fu il precente titolare dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola prima di Ferdinando Galiani che fu nominato Abate nel 1747 da papa Benedetto XIV. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Pietro Ebner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di Palinuro, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. Ecc…”. Sull’abate Gascone ha scritto Francesco Barra (…), che a p. 207, dice che: “Il Galiani entrò quindi in possesso di “molte onoreficenze e privilegii”, a cui corrispondeva però assai scarsa sostanza. Innanzitutto, il precedente titolare del beneficio, l’abate Girolamo Gascone, vi aveva rinunziato riservandosi, vita natural durante, una cospicua pensione sulle rendite della badia, per cui Galiani, ogni volta che l’incontrava gli usava dire, con macabro umorismo, che il più grande favore che potesse rendergli era quello di morire “quam citius”; favore che il Gascone – per altro assai anziano – gli rese presto, perchè morì nel 1749 (15).”. Dunque, l’Abate Girolamo Gascone fu il predecessore del Galiani. Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Il Barra (…) a pp. 207-208 nella sua nota (15) postillava che: “(15) L. Diodati, ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Vincenzo Orsino, Napoli, 1788, p. 14 (che però parla erroneamente del “beneficio mitrato di S. Cecilia di Centola”, inducendo spesso in errore gli autori successivi, tra cui il Nicolini). L’abate Gascone, che gli fornì alcuni documenti, è ricordato dall’Antonini (‘La Lucania’, cit., p. 373).”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 188. Egli parlando del monastero di S. Pietro ad Aquara, il paese da cui proveniva, in proposito scriveva che: “Successivamente succedé in questa Badia Donatantonio Gallo nel 1627, ed a costui D. Giulio Pepoli, che n’era Abbate nel 1632 D. Cesare Pappacoda, che lo trovo Abbate nel 1635 fu il successore Giovanni Conte Romano n’era Abbate negli anni 1651 e 1686, in tempo, ch’era già stato creato Cardinale. A costui succedé D. Giangeronimo Guascon Napoletano, che lo trovo Abbate fin dal 1693. Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, etc…”. Dunque, in questo passaggio del Libro III, il Di Stefano ci parla di due personaggi che ha citato il barone Antonini. Si tratta di Giangeronimo Guascon Napoletano che dovrebbe essere “l’Abbate Guascone” che teneva ed imprestò il Censuale che l’Antonini riporta alcuni versi e che dice essere un documento dell’XI secolo. Il Di Stefano scrive che l’Abbate Guascone, egli lo chiama “Guascon, napoletano”, successe all’Abbate di S. Pietro di Aquara, Giovanni Conte Romano e scrive pure che: A costui succedé D. Giangeronimo Guascon Napoletano, che lo trovo Abbate fin dal 1693″. Poi il Di Stefano scrive che all’Abbazia di S. Pietro di Aquara,  Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, etc…”, ovvero l’Abate Ferdinando Galiani, nel 1747 successe all’Abate Guascone alla direzione dell’Abbazia di S. Pietro ad Aquara. Dunque, mi chiedo se, l’Abbate Guascone fu Abbate dell’Abbazia di S. Pietro ad Aquara dal 1686 (?) al 1747, quando questo è stato Abbate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola ?. Lucido Di Stefano (….), però, a p. 188 del Libro III, scrisse pure che: “Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, al presente Regio Consigliere coll’incarico di Secretario del Supremo Magistrato del Cammerario, ed è similmente Abbate di S. Maria dell’Angioli della terra di Centola, nullius di S. Pietro di Amalfi, e S. Caterina ad Colonna, e di S. Lorenzo do Stricto.”. Il Di Stefano, riguardo l’Abbate Guascone che era Abbate dell’Abbazia di S. Pietro ad Aquara scriveva pure che “Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani”, dunque, secondo il Di Stefano nel 1747, l’Abbate Guascone rinunciò alla carica di Abbate di S. Pietro ad Aquara e che sempre nel 1747 gli subentrò l’Abbate Ferdinando Galiani già Abbate di S. Maria degli Angeli. Dunque, nel 1747, due anni dopo la pubblicazione dell’Antonini, a Centola già era Abbate il Galiani e Guascone non lo era più. Per la storia del Galiani, Francesco Barra citava il testo di L. Diodati, ”Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere”, Vincenzo Orsino, Napoli, 1788. Sull’Abbate Guascone, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a pp. 284-285. Egli parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Lorenzo ‘de Strictu’, in proposito scriveva che: “Giovanni Conte Romano prese per mezzo del suo Procuratore possesso di questa Chiesa nell’anno 1666 a tre Giugno, essendo stato da Alessandro VII creato Cardinale. Avendo rinunziato l’Abbadia, la fé conferire a suo nipote P. Giovangeronimo Guascon napoletano, chi lo trovo Abbate colla riserba di una annua penzione, fu quella conferita nell’anno 1747 a D. Ferdinando Galiani napoletano, nipote del celebre Cappellano Maggiore, e Arcivescovo di Tessalonica D. Celestino Galliani. Quest’Abbate è ancora tra i vivi, Uomo assai noto per le sue scienze della Repubblica letteraria, e celebre antiquario, eletto dal nostro Monarca, Regio Consigliere coll’incarico di Secretario del Spremo Magistrato del Commercio. D. Giuseppe Volpe nella ‘Cronologia dei Vescovi di Capaccio’, nel cap. 50 parlando di Monsignor Francesco Nicolai suo Zio così scrive: ‘Riconosce inoltre questa Diocesi da Francesco l’essersi riscossa da moltissimi pregiudizj patiti nella sua giurisdizione, avendo con sentenza Rotale riacquistata quella del considerevol Castello di S. Lorenzo, che si esrcitava dal suo Abate’. Ma non descrivendone la storia dello Spoglio, stimo qui rapportarla. Aveva l’Abbate Guascon proceduto e pubblicato alcuni Capi monitoriali di Scomunica contro alcuni naturali di S. Lorenzo, contradicente il Sig. Principe del Luogo, tanto che si disgustarono tra di loro, e fu la causa, che costui spinse Monsignor Nicolai a introdurre il litigio in Roma contro l’Abate, per la giurisdizione spirituale, e vescovile, che asserì usurpata. Ne ottenne nel 1708 roborarlo di Regio Placito. Concertò il Principe col Vescovo etc…”. Insomma, il Di Stefano, sulla scorta del Volpe (…) riferiva l’episodio di Sanlorenzo contro l’Abate Guascone. Dunque, secondo il Di Stefano, forse sulla scorta del Volpe (….), l’Abbate Guascone era il nipote di Giovanni Conte Romano, che nel giugno del 1666 fu creato Cardinale da papa Alessandro VII. Pare che Guascone fosse nipote di Mons. Francesco Nicolai, Vescovo di Capaccio e autore della “Dissertatio istorica-Canonica de Episcopo visitatore seu de antiquo regimine cclesiae vacantis etc…”, pubblicata nel ….., da cui gli ammiccamenti dell’Antonini sulla questione di Bussento. Sempre sull’Abbate Guascone, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 521 del vol. I, parlando del paese di Aquara e del ‘Monastero di Aquaria’, nella nota (27) postillava che: “(27) ….Poi la Baia venne unita a quella di San Lorenzo de Strictu e affidata al Cardinale Borromeo de Cesis (1621). etc…Seguì Giulio Pepoli (1632), Cesare Pappacoda (1635) e Giovanni Conte di Roma (1651). Nel 1699 era in commenda di Giovangerolamo Guascone di Napoli ce poi vi rinunciò. Nel 1747 ne era abate D. Ferdinando Galiani.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 693 parlando del paese di Castel S. Lorenzo, in proposito scriveva che: “L’abate, che aveva la cura d’anime sull’intero villaggio, era esente dal vescovo di Capaccio avendo una giurisdizione quasi vescovile con l’uso della mitra e del pastorale: ancora nel 1708 i parroci erano esenti dalla giurisdizione vescovile con il titolo di abati di S. Lorenzo. Nel 1544, quando l’Abbazia stava per passare in commenda venne abbandonata dai monaci. Seguirono gli abati commendatari fino ai primi del ‘700 (13). Tra gli abbati commendatari anche Ferdinando Galiani (v. a Centola). Nel 1708 (abate Giangirolamo Gascon) la giurisdizione spirituale passò con atto violento (14) al vescovo di Capaccio mons. Nicolai.”. Ebner, a p. 693, vol. I, nella nota (13) postillava che: “(13) ….Seguì il romano Giovanni Conte che prese possesso dell’abbazia il 3 giugno 1666, poi creato cardinale da papa Alessandro VII. Il cardinale vi rinunciò a favore del nipote G. Gerolamo Guascone di Napoli (a. 1693). Nel 1700 la badia venne concessa al nipote di D. Celestino Galliani, cappellano maggiore e arcivescovo di Tessalonica, noto letterato. Il nuovo abbate D. Ferdinando Galliani, figlio del R. Consigliere di Taranto era ancora abbate commendatario del luogo dopo il decreto della Sacra Congregazione (a. 1708, tempi dell’abbate Giangirolamo Gascon di Napoli) che attribuì al vescovo di Capaccio la giurisdizione di Catel S. Lorenzo. Il possesso della giurisdizione spirituale del luogo venne sottratta con atto di forza dal vescovo de Nicolai di Capaccio, etc…”.

Nel 1747, Ferdinando Galiani, abate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli dal 1747 al 1765

Sull’antica “Abbadia di Santa Maria degli Angeli” a Centola, sono interessanti alcune notizie, sebbene scarse, del governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 188. Egli parlando del monastero di S. Pietro ad Aquara, il paese da cui proveniva, in proposito scriveva che: “Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, al presente Regio Consigliere coll’incarico di Secretario del Supremo Magistrato del Cammerario, ed è similmente Abbate di S. Maria dell’Angioli della terra di Centola, nullius di S. Pietro di Amalfi, e S. Caterina ad Colonna, e di S. Lorenzo do Stricto.”. Dunque, in questo passaggio del Libro III, il Di Stefano ci parla di due personaggi che ha citato il barone Antonini. Si tratta di Giangeronimo Guascon Napoletano che dovrebbe essere “l’Abbate Guascone” che teneva ed imprestò il Censuale che l’Antonini riporta alcuni versi e che dice essere un documento dell’XI secolo. Ovviamente il Di Stefano ci parla anche dell’Abbate Ferdinando Galiani. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 718 in proposito scriveva che: “Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino, già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. Infatti, il Barra, a p. 114 in proposito scriveva che: “Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze della S. Sede, da allora gli abati beneficiari vennero sottratti al patronato feudale e la loro nomina spettò direttamente al pontefice (l’ultimo di essi, come vedremo, fu Ferdinando Galiani nel 1748).”. Eugenia Granito, parlando del documento n. 6 citava Francesco Barra (…) e il suo “Ferdinando Galiani e la Badia di S. Maria degli Angeli di Centola”, stà in “Il Picentino”, a. CX, nn. 1-2, gennaio-giugno 1975, pp. 13-19. Il Cammarano (…), a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il nome abate, ha molteplici suddivisioni: abate de regimine governa soltanto il proprio monastero; abate nullius dioecesis ha autorità su un territorio eparato dalla diocesi, alla diretta dipendenza della S. Sede, e fu il caso di Centola; abate commendatario, al quale veniva conferita un’abbazia in commenda cioè in affidamento, alle dipendenze della S. Sede, e si verificò per Centola dopo il 1564. Ai tempi di cui intendiamo parlare per avere il titolo abate erano sufficienti la tonsura e un ordine minore. Alcuni di questi abati avevano il privilegio di portare la mitra, insegna vescovile, per cui si chiamavano abati mitrati. E l’abate di Centola godeva di questo privilegio. Difatti nella vita del Galiani, scritta dall’Avv. Luigi Diodati, si legge a pagina 86: “Quindi con tranquillità d’animo, e con rassegnazione di cristiano e di filosofo, morì al dì 30 ottobre 1787 verso le ore 20 d’Italia, dopo aver vissuto 58 anni, dieci mesi e due giorni  ecc…”. Il Cammarano cita Luigi Diodati (…) ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Napoli, 1788. Ferdinando Galiani, detto l’abate Galiani (Chieti, 2 dicembre 1728 – Napoli, 30 ottobre 1787). Nacque a Chieti nel 1728, da una famiglia originaria di Lucera: la sua formazione avvenne a Napoli, dove ebbe modo di conoscere l’opera di Giambattista Vico e fu allievo di Antonio Genovesi. La figura del Galiani è importantissima per la storia dei nostri luoghi e credo anche per i legami con l’Antonini. I legami con i due fratelli Antonini e i fratelli Galiani sono interessantissimi per le connessioni, a mio avviso esistenti, con gli Antonini (…) Giuseppe e Annibale (…), i quali, come vedremo era connessi sia al territorio dell’ex e ormai dissoluta Baronia dei Sanseverino e con il Galiani stesso che come sappiamo si recò a Parigi in missione e su incarico del ministro Bernardo Tanucci e rinvenne le famose carte corografiche di probabile epoca Aragonese e di cui una da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli e da me ivi pubblicata e di cui ivi ho pubblicato un particolare dell’area in questione (vedi Fig. 1) e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile. Proprio su quel fondo di antiche mappe scoperte alla BNF, l’abate Ferdinando Galiani affermava: “Un tesoro, storico, documentario e scientifico, “un monumento veramente curioso ed utile” (7). Queste pergamene, fatte riprodurre e copiare di nascosto dal Galiani, permisero a Rizzi Zannoni di comporre la “Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, opera mirabile ma completamente diversa dalle mappe trovate da Galiani. La pur breve permanenza dell’Abate Ferdinando Galiani nell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola, permise a questo grande ricercatore ed esperto cartografo di ottenere antichi documenti, donazioni e privilegi appartenuti all’Abbazia benedettina, forse ormai irrimediabilmente perduti, ma soprattutto ottenere, le giuste dritte e riferimenti bibliografici e storiografici di notizie storiche molte volte citate dall’Antonini nella sua “Lucania”. Il periodo della permanenza del Galiani a Centola e della prima edizione dell’opera dell’Antonini (…), è più o meno lo stesso. Gli stessi fratelli, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini ed il fratello maggiore Annibale Antonini (…), grande erudito del tempo e Abate a Parigi conoscevano i due fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini (…), Antonio (…) scrisse l’opera ”Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs”, Nouvelle édition, Paris, 1734. Ferdinando La Greca (…), nel suo saggio scritto insieme a Vladimiro Valerio (…): ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, nel 2008, parlando sempre della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini e a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; poi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio , la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. Ho voluto riproporre integralmente questo passo di Ferdinando La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, la trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. L’Ipotesi di La Greca è molto interessante. Sempre riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Ma già dai tempi dell’acquisto del feudo di Centola e di gran parte dei territori da parte del famoso erudito e storico Camillo Porzio (…), si evince chiaramente il rinvenimento di antichissimi documenti storici che lui stesso cercò e raccolse e rinvenne in zona e nei suoi vasti possedimenti dell’ex Baronia dei Sanseverino. Sarebbe interessante indagare ed approfondire nei diversi lasciti e carteggi del Porzio (…) quali fossero le antiche fonti da cui egli stesso attinse per la stesura del suo capolavoro di storia: “La Congiura dei Baroni”, avvenimento che ebbe proprio qui, in queste zone, il suo drammatico epilogo. Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. A mio avviso furono proprio le ricerche e la raccolta di antichi documenti che indussero l’erudito Ferdinando Galiani ad accettare dal Cardinale……………..l’incarico gravoso di Abate dell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola. Sull’incarico ricevuto dall’Abate Ferdinando Galiani (…), ha recentemente scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’. Il Barra a pp. 201 e s. ha dedicato un intero capitolo dal titolo: “L’ultimo Abate Commendatario: Ferdinando Galiani”. Il Barra (…), nel 2016, in proposito a p. 201, riferendosi all’ascesa al pontificato del Cardinale Prospero Lambertini, papa Benedetto XIV, scriveva che: “Ben noti erano infatti gli antichi e mai dismessi sentimenti di alta stima e di profonda amicizia che legavano al Galiani il nuovo pontefice……Due anni dopo, nel luglio del 1747, la benignità di papa Lambertini concesse inoltre al futuro autore della Moneta e del Commercio dei grani la vetusta badia di Santa Maria degli Angeli di Centola. Quest’ultima era tra quelle – ben 44 – considerate “nullius diocesis”, il cui abate commendatario (tranne quelle di regio patronato) era nominato direttamente dal pontefice nel Concistoro dei cardinali; e da ciò furono dette “abbazie concistoriali”, poi abolite con il Concordato del 1818. Ma Centola risultò per Galiani assai magro acquisto. Infatti, la remota badia Cilentana, invece di fornire al giovanissimo “abate” un valido sostegno economico per la sua vita di studioso e di cortigiano, si rivelò infatti subito un cattivo affare, che richiese sin dall’inizio spese cospicue e cure assidue, ecc….In effetti, quando l’ebbe in commenda il Galiani, della badia rimanevano quasi solo il titolo, l’antica e malandata sede (sul luogo dell’attuale Cimitero di Centola), modeste rendite e la giurisdizione spirituale, con poteri quasi vescovili, sul clero e sul migliaio di anime che popolavano ancora Centola (4).”. Il Barra (…), a p. 203, nella sua nota (4) postillava che: “(4) F. Sacco, ‘Dizionario geogafico-istorico-fisico del regno di Napoli’, Napoli, 1795, vol. I, p. 290; L. Giustiniani, ‘Dizionario geografico ragionato del regno di Napoli’, Napoli, 1797, vol. III, pp. 432-33; ecc..”. Dunque, il Barra, cita il testo di Francesco Sacco (…), ‘Dizionario geogafico-istorico-fisico del regno di Napoli’, Napoli, 1795, vol. I, p. 290. Il Barra (…) a p. 203 continuando il suo racconto scriveva che: “Il Galiani entrò quindi in possesso di “molte onoreficenze e privilegii”, a cui corrispondeva però assai scarsa sostanza.”.

Nel 1750 ?, la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola fatta redigere dall’Abbate Ferdinando Galiani

Francesco Barra (…), che a p. 208, dice che: “Afrontando, come egli stesso afferma nella memoria che pubblichiamo in appendice, molte spese per la bonifica dei terreni, per la costruzione di un frantoio per le olive, per l’impianto di un vigneto e per l’accrescimento dell’oliveto, oltre ad aver rifatto la “platea” dei beni e recuperato parecchi censi, Galiani riuscì ad accrescere le rendite abbaziali sino a 160 ducati annui.”. Il Barra, pubblica in Appendice una memoria del Galiani dove egli ci parla della “Platea dei beni e delle rendite” che fece rifare. Il Barra, a p. 220 pubblica il doc. I: “Copia di memoria data dall’Abbate Galiani a Mons. Nunzio (1765)(1)”. Il documento è senza data ma si pensa che risalga al 1765.  

Nel 17…, Giuseppe Garampi, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, amico di Ferdinando Galiani

Il Galiani poi era anche fraterno amico di mons. Giuseppe Garampi (….), prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano oggi Archivio Apostolico Vaticano. Infatti, sempre il Barra (…) a p. 205 riferisce che, per la controversia sorta tra il Galiani ed il Vescovo di Capaccio: “Galiani si rivolse allora all’eruditissimo mons. Giuseppe Garampi (1725-1792), prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, affinchè svolgesse per suo conto approfondite ricerche documentarie. Un’analoga ricerca gli commissionò poi per Centola, chiedendogli di appurare se fosse realmente “nullius”, giacchè, egli, oltre a potersi vantare del titolo di “abate mitrato” e di aver diritto a essere chiamato “monsignore”, godeva altresì del privilegio (a cui teneva moltissimo) di essere, salvo la dipendenza diretta dalla S. Sede, “monarca assoluto” (come egli diceva) di quella chiesa, senza dover rendere conto a nessun vescovo. Ma Garampi nel frattempo fu nominato Nunzio a Varsavia, ecc…(13).”. Mi sembra un passo interessantissimo riguardo le approfondite ricerche che Ferdinando Galiani conduceva sulle origini dell’antica abbazia. A proposito dei rapporti tra il Galiani e Giuseppe Garampi (…) che nel 17…. venne nominato custode e archivista dell’Archivio Segreto Vaticano, Francesco Barra a p. 206, nella sua nota (13) postillava che: “(13) F. Nicolini, ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in Scritti di Archivistica e di ricerca storica, Ministero degli Interni. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma, 1971, pp. 54-55.”. Sempre il Barra (…), a p. 206, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Demarco C., ‘Del Diritto Diocesano del Vescovo di Capaccio sul Clero e popolo di Santangelo a Fasanella’, s.n.t., ma Napoli, 1786 e Domenicantonio Ronsini, ‘Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, p. 24.”. Sempre il Barra a p. 207, scriveva che: “Il Galiani entrò quindi in possesso di “molte onoreficenze e privilegii”, a cui corrispondeva però assai scarsa sostanza. Innanzitutto, il precedente titolare del beneficio, l’abate Girolamo Gascone, vi aveva rinunziato ecc… (15)…”. Giuseppe Garampi fu prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano e dell’Archivio di Castel S. Angelo dal 1751 al 1772. Questo schedario, a distanza di secoli, è ancora oggi lo strumento, fra i diversi indici e inventari, che rendono effettivamente reperibile e consultabile l’immeso materiale documentario custodito all’interno dell’Archivio Segreto Vaticano. Importantissimo strumento, frutto della iniziativa di Giuseppe Garampi, lo ‘Schedario’, disponibile alla consultazione presso la sala di studio intitolata a Leone XIII dell’Archivio Vaticano, costituisce quindi ancora oggi l’unico Indice generale per nomi e per materie della documentazione presente nell’Archivio Vaticano fin quasi a tutto il XVIII secolo. Il Garampi, con i suoi collaboratori setacciò l’intero archivio annotando diligentemente tutto.Del Garampi (…) e del suo Inventario e fondo costituitosi nell’Archivio Segreto Vaticano, degli antichi codici provenienti dai monasteri italo-greci della penisola, da lui inventariati, ha scritto Gastone Breccia (…) che, nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e degli antichi documenti greci (pergamene, privilegi, ‘nonnula et monimenta’ ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…) a p….., nella sua nota (11) postillava che: “(11) L’istituto della Commenda, diffusosi a partire del XVI secolo ebbe come effetto collaterale il trasferimento di un numero rilevante di pergamene e manoscritti dai monasteri alle collezioni (perloppiù romane) degli abati commendatarì.”. Dunque, il Breccia (…) scrive chiaramente che la documentazione esistente negli antichissimi monasteri italo-greci del mezzogiorno, proprio in seguito all’essere stati commendati dalla Santa Sede del Capitolo Vaticano, andrà a riempire gli scaffali delle collezioni di alcuni abati commendatari come ad esempio gli Aldobrandini (…). Dunque, come si è già visto, anche il monastero e poi Abbazia di Santa Maria (poi degli Angeli) di Centola, nel XVI secolo fu interessata dall’istituto della ‘Commenda’ ed è dunque a causa di questo fatto che il grande patrimonio documentario di privilegi e donazioni appartenuti all’Abbazia. Nel 1745, epoca della sua prima edizione della “La Lucania – Discorsi”, l’Antonini, assicurava che ai suoi tempi la badia era ancora in Commenda, e dunque, forse pure in questo caso gran parte del suo patrimonio documentale andò disperso negli Archivi Vaticani che come abbiamo visto andrà disperso in Francia, ivi portato dale truppe Napoleoniche.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria. Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda (2). L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in Commenda, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)….L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, la sorte di rapida e irreversibile decadenza che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età angioina. Già alla fine del medioevo le perdite – sia quantitativamente che qualitativamente – dovevano essere senza dubbio considerevoli, almeno a quanto si può dedurre dal resoconto della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457). Questo materiale documentario è i larga misura relativo all’acquisizione e al mantenimento di possedimenti fondiari.”. Sempre il Breccia (…), continuando il suo breve resocondo sul destino dell’ingente documentazione proveniente dai tanti monasteri italo-greci della penisola, gran parte dispersa, in proposito a pp. 16 e s. scriveva che: “Alla fine del 600, di fronte alla situazione di pressochè totale abbandono in cui versavano gli archivi monastici dell”Ordo Sancti Basilii’,  venne intrapreso un importante quanto isolato tentativo di salvare i fondi superstiti  raccogliendoli in due archivi centrali: il S. Basilio ‘de Urbe’ (8) per quanto riguardava i monasteri dell’Italia meridionale e il SS. Salvatore di Messina per quanto riguardava i monasteri Siciliani (9). Responsabile di questa decisione fu Pietro Menniti, abate generale dell’Ordine dal 1696 al 1718.  Le vicende storiche successive, tuutavia, ne vanificarono in gran parte l’opera: l’archivio del SS. Salvatore andrà perduto in circostanze non chiare (10) mantre quello del S. Basilio, in seguito alla soppressione del monastero durante la dominazione napoleonica (1810) venne trasferito a Parigi e quindi parzialmente disperso; quanto ne sopravvisse, restituito alla Santa Sede dopo il Congresso di Vienna è l’oggetto principale di questo studio. Il tentativo di recupero intrapreso dal Menniti è dunque un passaggio fondamentale nella tradizione moderna della documentazione italo-greca.”. A proposito dei rapporti tra il Galiani e Giuseppe Garampi (…) che nel 17…. venne nominato custode e archivista dell’Archivio Segreto Vaticano, Francesco Barra a p. 206, nella sua nota (13) postillava che: “(13) F. Nicolini, ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in Scritti di Archivistica e di ricerca storica, Ministero degli Interni. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma, 1971, pp. 54-55.”. Proprio sui rapporti strettisi fra Ferdinando Galiani ed il Garampi ha scritto Fausto Nicolini (…) che a p. 48, del suo Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in proposito scriveva che: “Il Galiani, allora, a differenza che nell’età matura coltivava con grande entusiasmo l’archeologia e l’erudizione storica; due discipline che già a Napoli gli avevano fatto ricercare la compagnia, per altri versi non divertente, del Mazzocchi e del Martorelli.”. Scrive ancora il Nicolini che: “Il Garampi, a cui nel 1755 veniva concessa la prefettura dell’Archivio di Castel Sant’Angelo,  col trarre dai documenti messi a sua disposizione,….materiali senza fine per un ‘Orbis Christianus’ (1) ecc…” e poi proseguendo il suo racconto, il Nicolini scriveva del Galiani ridivenuto Napoletano: “Ridivenuto napoletano, o come egli diceva, parigino spaesato, il Galiani, a ciò indotto, sembra da alcune liti, si pose a riordinare i documenti relativi alle sue parecchie badie (2) e, tra queste, al beneficio mitrato della chiesa di S. Cecilia della terra di Centola (feudo dei Pappacoda) e alla rettoria dell’altra chiesa di S. Lorenzo nella città di Capaccio (Parentesi: questi due benefici erano stati rinunziati a suo favore nel 1747, con la riserva di goderne vita natural durante, da un abate Girolamo Gascone, ecc…”. In questo passo interessantissimo però il Nicolini sbaglia confondendo la chiesa di S. Maria degli Angeli di Centola con quella di S. Cecilia. Infatti, anche il Barra (…) lo dice a pp. 207-208 nella sua nota (15) postillava che: “(15) L. Diodati, ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Vincenzo Orsino, Napoli, 1788, p. 14 (che però parla erroneamente del “beneficio mitrato di S. Cecilia di Centola”, inducendo spesso in errore gli autori successivi, tra cui il Nicolini). L’abate Gascone, che gli fornì alcuni documenti, è ricordato dall’Antonini (‘La Lucania’, cit., p. 373).”. Il Nicolini (…) a p. 51, nella sua nota (2) postillava dei documenti che: “(2) Alcuni di questi documenti (pochi in confronto di quanti erano al tempo del Galiani) si serbano nell’archivio Galianeo, codice segnatura, XXXI. A. 8.”. Riguardo questo Archivio, il Nicolini a p. 48 scriveva che: “Dai documenti dell’Archivio Galianeo (1) non risulta in modo esplicito come e quando egli fosse conosciuto dall’Abate Galiani.”. In proposito all’Archivio Galianeo, sempre il Nicolini a p. 48, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Posseduto ora dalla Società Napoletana di Storia Patria e comprendente ciò che sopravanza delle carte di Celestino, Bernardo e Ferdinando Galiani. Per un catalogo ragionato delle carte per quel che riguarda Ferdinando, si veda Fausto Nicolini, ‘I manoscritti dell’abate Galiani’, stà in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908.”. Infatti, il Nicolini (…) che riporta il carteggio epistolare fra il Galiani ed altri riporta anche la lettera che il Garampi gli scrive nel 1771, in risposta all’incarico da egli ricevuto anni prima. La lettera è contenuta in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908’ e dice sostanzialmente che egli non può più occuparsi di tali ricerche. Il Nicolini a p. 189 riporta nell’elenco la lettera di Garampi al Galiani e scrive: “601. – Garampi (gius.), Roma, 1771 (ivi, ff. 72-5).”. Tuttavia, il Nicolini non pubblica la lettera del Garampi che evidentemente si trova custodita oggi nell’Archivio Nicolini del fondo donato all’Istituto Italiano di Storia. Il Nicolini pubblicò la lettera del Garampi all’amico Galiani, segnata Roma, 30 aprile 1771 a pp. 54-55, del suo ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, ed in proposito scriveva che: “Vengo ora a soddisfare alle ulteriori di lei ricerche. Le compiego l’estratto delle enunciate bolle, nelle quali non comparisce il desiderato “nullius”, ne da tutto il complesso delle notizie finora rinvenutesi parmi che sia sperabile poterlo scoprire. Sicchè per ottenere il fine che ella si era proposto, le converrà di usare degli altri mezzi che le detterà la sua prudenza (1). Mi è riescito nuovo l’interder l’odiosità del popolo contro il consaputo soggetto (2). A dir vero, non l’ho mai reputato per l’uomo il più prudente e circospetto del mondo.”. In questo passo, il Garampi, dopo essersi lamentato del dover lasciare i libri e le ricerche amate per la nomina a Nunziatura di Varsavia, forniva al Galiani le bolle pontificie che riguardavano l’Abbazia di S. Maria di Centola, di cui però non vi è traccia nella lettera e, aggiungeva di un uomo che avrebbe potuto aiutare il Galiani nella ricerca di altri utili documenti. Il Nicolini (…) a p. 54 nella sua nota (1) postillava che: “(1) In queste parole coperte si cela forse il consiglio di rivolgersi direttamente a Clemente XIV molto benevolo al Galiani.”. Il Nicolini a p. 54 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Dalle carte Galianee non appare chi fosse”. Riguardo le carte conservate nell’Archivio Segreto Vaticano ha scritto Gastone Breccia (…), nel suo “Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”. Il Breccia (…), a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “L’elenco ora riportato costituisce una prima base utile per definire quali documenti potessero effettivamente essere conservati al S. Basilio ‘de Urbe’.  Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae (18) e quella di Pietro Menniti il quale sia nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (19) che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali ( Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIII, (20)), dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauuca vidimus in monasterio S. Basilio Romae et aliquot exscripsimus: ex iis vero nom selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus…(21). Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque solo da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni a Piro (Diocesi Policastro, documento latino del 1473); ecc…; documento latino del 1224 (22).”. Per questo ultimo documento, il Breccia a p. 21 nella sua nota (22) postillava che: “(22)  Per le informazioni relative a questi documenti cfr. infra p. 32 sgg.”. Proseguendo il suo racconto il Breccia a p. 23 scriveva che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in essi citati sono infatti: – oltre naturalmente a Grottaferrata ed al SS. Salvatore di Messina, i seguenti – …….; S. Maria di Centula, diocesi di Capaccio (o Vallo della Lucania, provincia di Salerno; bolla del 1393, erroneamente datata dal Menniti al 1230 (30): ‘habetur exscripta in forma authentica /.. .] signata littera D’); ecc..”. Dunque, il Breccia scrive che nel ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), vi era trascritta una bolla del 1393 e dice che essa era stata erroneamente datata dal Menniti al 1230. Nella sua nota (30), che riguarda il documento del Monastero di S. Maria di Centola, il Breccia (…), a p. 23, nella sua nota (23) postillava che: ” (30) Si tratta, per l’esattezza, di un breve. L’errore di datazione è evidentissimo: il Menniti lo attribuisce a Gregorio IX, senza tener conto che nel testo si parla poi di Bonifacio Vili ‘predecessoris nostri’ e, come contemporaneo, dell’antipapa Clemente VII. È quindi evidente che il breve va attribuito a Bonifacio IX e datato conseguentemente al 7 maggio 1393, suo quarto anno di pontificato. Di questo documento è sopravvissuta una seconda copia (Basiliani XXXII, pp. 29-32) che, essendo perduta quella in forma autentica del bullarium del S. Basilio, è stata usata per l’edizione (infra, pp. 87-90).”. Dunque il Breccia a p. 37, sempre sul documento di Centola, aggiunge che: S. Maria di Centula 1. Basiliani XXXII, pp. 29-32 (copia di breve di Bonifacio IX, 7 maggio 1393, tratta dall’altra copia in forma authentica del S. Basilio) (79).”. Il Breccia, nella sua nota (79), postillava: “infra pp. 87-90”, di cui ivi pubblico la cattura dell’immagine:

Breccia G., p. 87

documento del 1393 di cui ho già accennato. Dunque, alcuni documenti riguardo l’Abbazia di S. Maria di Centola dovrebbero essere conservati nell’Archivio Galianeo, codice segnatura XXXI. A. 8, conservato e di proprietà della Società Napoletana di Storia Patria a Napoli, fondo Nicolini forse passato all’Istituto Italiano di Storia. La Società Napoletana di Storia Patria, con sede in Castelnuovo, è, tra le società storiche nazionali, una delle più importanti sia per l’antichità delle sue origini, sia per la ricchezza del patrimonio librario che custodisce, sia per la vitalità delle sue iniziative scientifico – editoriali. Se non mi sbaglio la documentazione dell’archivio Galianeo fu acquistato dallo stesso Nicolini (…) e il cui fondo è oggi nell’Archivio Nicolini donato all’Istituto Italiano per gli Studi Storici.

Nel 1781, Lucido di Stefano, governatore baronale di Centola e il casale di S. Nicola

Francesco Barra nella sua nota (13) postillava pure che: “Lucido di Stefano, che era stato governatore baronale di Centola, ed era quindi ben informato, affermava nel 1781 che “Villa San Nicola era stata “edificata non ha gran tempo da quattro famiglie Centulesi” (L. Di Stefano, ‘Della Valle di Fasanella nella Lucania’, cit., vol. I, p. 175); due di queste erano le famiglie Natale e Tomei. Avvertiamo infine che il volume dedicato da mons. Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”. Riguardo il governatore di Centola Lucido Di Stefano (…) citato dall’Ebner e dal Barra, le notizie intorno a Centola ed al piccolo suo casale di S. Nicola, si rilevano da un suo manoscritto del 1781 conservato presso la Biblioteca del Museo Provinciale di Salerno. Di Stefano Lucido, Della Valle di Fasanella nella Lucania – discorsi del dott. Lucido Di Stefano della terra di Acquaro nella stessa Lucania’, ed. a ristampa ‘Centro di cultura e studi storici ‘Alburnus’, Opera di Lucido di Stefano, risalente al 1781, e costituisce una delle principali fonti per la ricostruzione della storia dell’area dei Monti Alburni e della Valle del Calore Lucano in provincia di Salerno. In questo secondo volume vengono descritti i paesi posti sulla sinistra del fiume Calore: Corleto Monforte, Roscigno, l’antica Fasanella, Bellosguardo, Ottati, S. Angelo a Fasanella, Castelcivita, Controne, Serre, Postiglione, Sicignano, Petina, i villaggi scomparsi della Civita e di Pantoliano e quelli di S. Pietro, Carritiello e Cosentini. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” vol. I a p. 501, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Museo Provinciale di Salerno, Biblioteca, ms. del dott. Lucido De Stefano, della terra di Acquaro, 1781. I riferimenti ai ff, del ms. che sono nella stessa Biblioteca ecc…”.

Nel 1877, Domenico Martire ed il suo elenco dei Monasteri e Abbazie

Dunque, il Cappelli (…), citava il Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 

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Martire D., p. 151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, non cita l’Abbazia di S. Maria di Centola, ma non perchè essa non esisteva ma perchè come ho detto essa non era aggregata alle abbazie del Capitolo Vaticano. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen. – Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio)

(2) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Attanasio)

(3) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Attanasio)

(4) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Benedetto Gessari, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383. Giuseppe Antonini (Centola, 14 gennaio 1683 – Giugliano, 6 gennaio 1765) è stato un geografo italiano. Giuseppe Antonini, barone di San Biase, fu avvocato ed erudito, che ha legato il suo nome allo studio della storia e della topografia della Lucania e del Cilento. I suoi studi furono trasfusi nell’opera La Lucania, Discorsi, pubblicata per la prima volta nel 1745. Nel 1745 diede alle stampe i suoi Discorsi sulla Lucania, che nel 1756 accrebbe e che nel 1790-91 il nipote Francesco Mazzarella Farao (…) ripubblicò con i tipi di Tomberli, arricchendoli di copiose annotazioni, difendendo l’opera e la memoria dell’A. dalle accuse di P. Magnoni e dei non pochi critici e detrattori. E infatti la Lucania, sfrondata dagl’inevitabili errori, si può considerare un lavoro diligente e per quel tempo pregevole per l’abbondanza del materiale storico e specie lapidario, per la prima volta raccolto ed edito.

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(5) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

(6) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(7) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

Liber visitationis

(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopilo (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite ai Monasteri italo-greci visitati (Archivio Storico Attanasio). Il codice manoscritto originale (Ms. Lat. 149), si trova conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (la Biblioteca dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata).

Lat. 149

(…) (Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopilo (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite ai Monasteri italo-greci visitati (Archivio Storico Attanasio). Il codice manoscritto originale (Ms. Lat. 149), si trova conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (la Biblioteca dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata). Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”Nel 1457, Atanasio Chalkéopoulos, studioso di monaco greco vissuto in Italia sotto la protezione del cardinale Bessarione, che è stato nominato abate di Sainte-Marie-du-Patir (nei pressi di Rossano), è stato commissionato da Callisto III ispezionare sessanta diciotto monasteri basiliani in Calabria e Campania, che in qualche modo sono sopravvissuti l’antico rito greco, vestigia della presenza bizantina sostituito nel XI secolo dal dominio normanno. Così, quattro anni dopo la caduta di Costantinopoli – ■ da dove la sua famiglia ha avuto origine – Chalkéopoulos avrebbe dovuto fare il punto del monachesimo greco in Italia meridionale, la valutazione di un altro declino, che non poteva contenere qui, il assalto dei turchi, ma principalmente per la lontananza di Bisanzio e mento grignote- esercitata dal mezzo “latino” – ■ perché c’era molto sinistra del greco calabrese in queste dure e spesso analfabeti che ha composto la del numero di monasteri basiliani. Il nostro “visitatore” noi non comunicare i sentimenti che riusciva a liberarsi durante la sua missione, ma si stabilisce con coscienza obiettività 1 “stato” di quello che trova: beni mobili ed immobili, il reddito di ogni casa, caratteristiche morali e spirituali di hegumen e monaci (quando presenti); in ogni caso, prescrive le misure da adottare per correggere la situazione, o (più raramente) esorta i religiosi esaminati a perseverare nel modo giusto. Gli “atti” della visita sono conservati oggi nel manoscritto 816 del-Italiano Greco Abbazia di Grottaferrata, vicino a Roma, e questo volume fornisce un’edizione annotata davvero esemplare. Jean Bayet ci dice, in una prefazione suggestiva, il testo è stato segnalato per André Guillou, ora segretario della Scuola Francese di Roma, da padre Rev. M. -H. Laurent, Scriptor in Vaticano. Il signor Guillou ha assunto l’arduo compito di trascrivere il documento, ed è sufficiente dare un’occhiata alle tavole III e IV per avere un’idea delle difficoltà che ha spettacoli sublimi di umanità. Antigone non lo supera. Si potranno apprezzare al Signor Pierre Tisset così come Miss Lanhers per avere l’accesso facilitato a questo famoso processo e speriamo che la pubblicazione del processo di riabilitazione e di quelli dei volumi annunciati, che contiene l’annotazione di storia e traduzione, non aspettare troppo a lungo. Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominarlo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner, nelle sue note (17) e (18), di p….., postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata.”. Biagio Cappelli (…), parlando della visita apostolica di Athanasio Calkeopilo, un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Dunque il Cappelli (…), scrive che le ‘Liber visitationis’ di Atanasio non si trova contenuto nel codice ‘Z D XII’ come scrive l’Ebner ma vuole che il codice fosse “I D. III. 12” conservato all’Abbazia italo-greca di Grottaferrata (vicino Tuscolo). La Treccani, riguardo la visita apostolica ai monasteri del Calkeopilo, scriveva che il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…).

(…) M.H. Laurent – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).

(9) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’Abbaye de Rossano, Contribution l’Histoire de la Vaticana, ed. Picard, Paris, 1891, pp….

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Attanasio)

Gli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’, dispersisi alcuni dei quali conservati a Grottaferrata e all’Archivio Segreto Vaticano

Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e degli antichi documenti greci (pergamene, privilegi, ‘nonnula et monimenta’ ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, la sorte di rapida e irreversibile decadenza che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età angioina. Già alla fine del medioevo le perdite – sia quantitativamente che qualitativamente – dovevano essere senza dubbio considerevoli, almeno a quanto si può dedurre dal resoconto della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457)”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,…”. Il Breccia (…), sulla scorta di Laurent – Guillou (…), scriveva in proposito che nel corso della visita apostolica di Atanasio, si potè rilevare che: “…il quale, accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Dunque, come ci narra il Breccia (…), nel 1457, Atanasio Calceopulo, eseguì una visita apostolica in tutti i monateri Basiliani ancora esistenti. Il Breccia, alla sua nota (6), postillava che: “Anche tenendo conto dell’incompletezza del resoconto citato, nel quale viene a volte omesso l’inventario dei beni di alcuni monasteri, nonché della possibilità che qualcosa sia sfuggito al suo redattore, l’impressione di un generale e drastico depauperamento è inequivocabile.”. Scrive sempre il Breccia (…), a proposito del lavoro svolto dal Menniti (…): “Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti in Italia meridionale.”. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg. Non si può certo escludere che nei settantanove anni che corrono tra l’edizione dell’Agresta e quella del Rodotà il numero dei monasteri fosse rimasto invariato: certo è tuttavia che il modo in cui quest’ultimo riprende il testo dell’Agresta, a tratti copiandolo fedelmente, non depone a favore della sua attendibilità.”. A questo punto, il Breccia, riprende il suo racconto e scrive che: “Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.“. Riguardo il ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum’ in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che 9 furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Il Petta (…), alle note (4-5-6-7-8), postillava che: “(4) M.H. Laurent – Guillou A., p. 155; (5) – Batiffol, L’Abbaye de Rossano ecc.., pp. 120-121; traduzione di G. Crocenti. Soveria Mannelli, 1986, pp. 146-148; Marco Petta, ‘L’originale dell’inventario dei libri del monastero di S. Elia di Carbone, in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n.s. 25 (1971), pp. 62-64.; (6) Per una più dettagliata descrizione del contenuto cfr. M. Petta, ‘Codici del monastero’, cit., sul contenuto del Codice Vat. gr. 2005 cf. la comunicazione di A. Jacob tenuta in occasione di questo convegno; (7) P. Batiffol, L’Abbaye.., pp. 42-43; (8) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216.”. Per quanto riguarda l’antico codice Cryptense Z D 12 o Z D XII, si consiglia di vedere Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae (…). Per quanto riguarda l’inventario fatto dal Batiffol (…), si veda G. Crocenti (a cura di), ‘L’Abbazia di Rossano. Contributo alla storia della Vaticana’ (trad. it. di P. Batiffol, L’abbaye de Rossano. Contribution à l’histoire de la Vaticane, Paris 1891), Longobardi 1986 D’Agostino 1981 E. 

(…) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (7). Questo grecista britannico ha dato in ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). La Robinson (…), nelle sue pubblicazioni del 1930, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato pubblicato nel raro testo di Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54, 55,56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana voi. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è tratta dal vol. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).”.

(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine.

(…) Carlone Carmine, I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400), a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal Codice Taxarum, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Hoberg Hermann, ‘Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455′, collana “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi, …..), ristampa 1973

(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c); di Ughelli si veda tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (35), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.  

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(…) Borsari Silvano, Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2 (Archivio Attanasio).

(…) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 339-365. Si parla della Chiesa di Capaccio e della sua Diocesi: Capaccio-Vallo, per Centola.

(…) Infante e Del Mercato,

(…) Acocella Nicola, Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Attanasio).

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 117 (Archivio Attanasio)

(…) Troyli, Historia generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747

(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(…) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94 (Archivio Attanasio)

(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Attanasio).

(…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703

(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Attanasio).

(…) S. G. Mercati – C . Giannelli – A . Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 5, Città del  Vaticano 1980, pp. 15-16. L’inventario del 1607 è stato pubblicato da V. Capialbi (…).

(…) Capalbi V., Appendice sopra alcune biblioteche di Calabria, Arch. storico per la Calabria e la Lucania 10 (1940) pp. 128-136 e 250-256, p. 136: i documenti allora presenti nell’archivio del S. Giovanni erano così divisi: 83 pergamene greche (di cui 3 “piombate”); 41 pergamene latine (di cui 25 “piombate”); 4 pergamene “quali non si ponno discernere”; 9 bolle pontificie.

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Attanasio).

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassines, Venezia, 1733, Tomo I,

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola

(…) Santoro P.E., Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii,

(…) Perrotti Nicolò,

(…) Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….; Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Nella sua nota (2), la Follieri (…), ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514.”.

Guillaume P.,

(…) Guillaume Paul, l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Si veda pure la ristampa del saggio e traduzione di Emilia Anna Gemma Ruocco, dal titolo: “L’Abbazia di Cava”, ed. Palladio, 2018. Paul Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) Loré V., Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151

Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, contenuto nel codice Crypt. Z. δ. XII

(…) Il codice Crypt. Z.d. XII (…), è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…): Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’” (…). Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (…). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1”, che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (…), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che:Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (…), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: ”CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” .

Rocchi, p. 513

Rocchi, p. 514

(Figg….) Rocchi A., pp. 513-514, sul Codice Cryptense Z D XII (…).

Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente, su nostra richiesta, abbiamo ottenuto la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini ivi pubblicate. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “Come si è detto, promossa dal Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, il pontefiche Callisto III (1455-1464) ordinò la visita ai monasteri italo-greci dell’Italia Meridionale (16) Il visitatore, archimandata Atanasio Calkeopoli,..”.

(…) raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: ‘Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale’, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio vaticano, 1989.

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(…) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (13), p. 147 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216.

(…) Sul Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone in Provincia di Potenza, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8. Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Riguardo questo antichissimo monastero, ha scritto il Rodotà P. P. (40), Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763, ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”Moltissimi dei documenti d’epoca Normanna, molti dei quali erano pergamene membranacee e redatte con scrittura in greco, erano documenti provenienti da monasteri basiliani o di antica fondazione. Molti di questi documenti, come alcuni di quelli che abbiamo citato in quanto riguardano il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, erano privilegi compilati per concessioni fatte al Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), che dopo varie vicissitudini ed anche a seguito alla soppressione dei Monasteri del 1809, confluirono nell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata presso Tuscolo, nel Lazio, che nel 1600, fu commendata dal Cardinale Bessarione, il quale incaricò alcuni suoi collaboratori di redigere quello che oggi viene comunemente chiamato “Regestum Bessariones”, che cita moltissimi di questi antichissimi documenti. Agli inizi del XVIII secolo, Pietro Menniti (…), su incarico del Bessarione, redisse il ‘Chronicon Carbonense’ e il ‘Bullarium Cryptense’, dove vennero trascritti moltissimi dei documenti posseduti dall’Abazia di Grottaferrata, provenienti dal monastero di Carbone (…). La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch (…), scriveva che all’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Scrive sempre il Breccia che il Menniti (…), utilizzò alcuni antichissimi manoscritti greci, provenienti dalla Badia di Grottaferrata a Tuscolo, per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6), dice: la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’”. Riguardo l’opera del Bessarione e del Menniti (…), si veda il testo di  Pera (…) ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’. Per gli antichi documenti del monastero di Carbone (PZ), si vedano pre gli studi  di Enrica Follieri (…). Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot, hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), che: “Il monastero greco di Sant’Elia e Sant’Anastasio di Carbonio fu fondato alla fine del X secolo quando i monaci greci calabresi si insediarono in Basilicata. Il re Guglielmo II fece nel 1168 del suo abate l’archimandrita dei monasteri greci della Basilicata. L’abbazia declina nel tredicesimo e nel quattordicesimo secolo, perde gradualmente il suo carattere greco, passa nel 1474 sotto il regime della commenda. Gli abati commendatari Giulio Antonio Santoro, Paolo Emilio Santoro e Giovanni Battista Pamphili, che seguono 1570-1644, poi l’Abate Generale dell’Ordine Basiliano Pietro Menniti alla fine del XVII secolo, ha contribuito a mantenere molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), il Basiliani finanziare l’Archivio Segreto Vaticano, un paio di altri fondi, o conservati in antiche edizioni, in particolare nel libro di PE Santoro. La vecchia parte dei fondi fu pubblicata nel 1928-1930 da Gertrude Robinson, insoddisfacente; Walther Holtzmann, poi Gastone Breccia, ha anche curato gli elementi. Si propone di dare un’edizione scientifica degli atti greci e latini di questo fondo bilingue, il più importante per la storia della Basilicata medievale e il monachesimo greco in Italia.”. I materiali per la storia medievale del Monastero del Carbone (PZ), sono ricchi e complessi. Questo grande monastero, che non fu rimosso fino al 1809-61, suscitò l’interesse degli studiosi durante l’era moderna, dalla metà del XVI secolo agli inizi del XVIII secolo, quando fu in pieno declino. Gli abati commendatari e gli abati generali dell’ordine di San Basilio sapevano poi come conservare, tradurre o copiare molti documenti di archivi, ma li trasmettemmo in un certo disordine. Fino a quel momento l’Abazia aveva conservato (nonostante gli incendi che lo avevano colpito nel 1177) un buon numero di documenti e anche di libri, alcuni dei quali sono ancora conservati nella Biblioteca Vaticana e nella biblioteca dell’Abazia di Grottaferrata. Per quanto riguarda i documenti, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Fu nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo che questa dispersione avvenne in tempi diversi, il che almeno permise di salvaguardare buona parte degli archivi. (63) Vedi Laurent-Guillou 1960 p. 154-156. Batiffol 1891, p. 120-122, Petta 1972, p. 156: nella seconda metà del XVII secolo, la biblioteca (trasferita a S. Basilio di Roma) aveva ancora 88 libri (102 nel quindicesimo dopo Athanase Chalkéopoulos). Mercati 1935. Batiffol 1889 a. Vaccari 1925, p. 308-309: scribi di Carbone. Un elenco dei manoscritti Vaticani e Grottaferrati provenienti dal monastero di Carbone si trova in Marco Petta 1994 (…), p. 98. La Biblioteca Vaticana conserva, tra le altre cose, una euchologia di Carbone (codice Vat Gr., 2005), realizzata dopo la morte del re Tancredi: vedi Falkenhausen (…) 1994 b, p. 80 e 87; Jacob (…) 1995.

(…) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che racconta la storia del Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. E’ molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena (64), scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Interessantissima la ricostruzione storica che fa il Santoro, che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (42), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc..

(…) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’, a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”.

(…) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Scrive il Breccia in una sua nota: “W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188.”.

(….) Codex Diplomaticus Cavensis. Nel 1873 è stato pubblicato il primo volume del Codex diplomaticus Cavensis, un progetto che prevede la pubblicazione integrale del materiale d’archivio. Interrotto nel 1893, con le stampe dell’ottavo volume, il progetto è ripreso circa un secolo dopo, nel 1984, quando ha visto la luce il IX volume, seguito dal X nel 1990. Il periodo cronologico coperto dai primi dieci volumi va dal 792 al 1080. Nel 2015 sono stati pubblicati, dopo quattro anni di lavoro, i volumi XI e XII che corpono il periodo 1081-1090. Dal sito dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, leggiamo che i documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. Dunque, la bolla del vescovo di Policastro citata da Pietro Ebner dovrebbe trovarsi nell’‘Arca Magna’. Ebner, riguardo gli antichi documenti provenienti dalla Badia di Cava de Tirreni, citava il Codice Diplomatico Cavense. Il Codex diplomaticus cavensis (abbreviazione bibliografica CDC; in italiano: Codice diplomatico cavense, o cavese) è un progetto editoriale attivo nel campo della storia dell’Italia medievale e della Langobardia Minor, iniziato nel 1873 e proseguito con andamento irregolare. Il progetto persegue l’obiettivo della pubblicazione esaustiva dell’intero corpus diplomatico e documentario custodito nell’archivio della Badia benedettina della Santissima Trinità, situata a Cava dei Tirreni. La consistenza dell’archivio si dipana su oltre 15.000 pergamene, a partire dalla prima scrittura che risale al 792. A tale patrimonio membranaceo è da aggiungere una mole consistente di documenti su carta. Le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti.

(…) Di Meo A., ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23 (Archivio Attanasio)

(…) Visconti Pietro, ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s.,

(….) De Blasi Salvatore Maria, Series principum qui Longobardorum aetate Salerni imperarunt ex vetustis sacri….., Napoli, 1785 (Archivio Attanasio); Riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante ‘Dictionarium Cavense‘ compilato tra il 1595 ed il 1599 da dom Agostino Venieri (Venereo). Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077.

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassines, Venezia, 1733, Tomo I (Archivio Attanasio)

Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, contenuto nel codice Crypt. Z. δ. XII

Il codice Crypt. Z.d. XII (10), è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…): Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis'” (6). Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: “Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (16) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (16), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilianum’ all’inizio del XVIII secolo (2), ecc..”Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 2-3-4, ecc…

(…) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti, 1580 (Archivio digitale)

(…) De’ Guidobaldi D., ‘Affreschi della Trinità di Cava’, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4;

(…) Cammarano Giovanni, Storia di Centola, La Badia di S. Maria, vol. II, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 1993 (Archivio Attanasio). Francesco Barra (…), nella sua nota (13) postillava pure che: “Avvertiamo infine che il volume dedicato da mons. Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”.

(…) Garufi Carlo Alberto, Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910 (Archivio Attanasio), da p. 291 e s.

(…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972 (Archivio Attanasio)

(….) Portanova G., Il castello di San Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Acquino’, Badia di Cava, 1924

(…) Ricca Erasmo, ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 (Archivio Attanasio)

(…) Cammarano Giovanni, “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993 (Archivio Attanasio). Riguardo il Cammarano il Barra (…), nella sua nota (13) a p. 67 postillava che: Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”.

(…) Barra Francesco, ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Ferdinando Galiani e la Badia di S. Maria degli Angeli di Centola” stà in “Il Picentino”, a. CX, nn. 1-2, gennaio-giugno 1975, pp. 13-19.

(…) Capano Antonio, Centola e il suo catasto provvisorio: paesaggio naturale e paesaggio antropizzato nel 1815, in “Annali CIlentani”, n. gennaio- dicembre, 1999

(….) De Morra M.A., ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71 (Archivio Attanasio)

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(…) Volpi G., Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, ed. Riccio, Napoli, 1752, pp. 211 e 287 (Archivio Attanasio)

(….) ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli, antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il Chronicon si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino.

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Annalista Salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(…) Sacco Francesco, Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, ed. Flauto, Napoli, 1795 (Archivio Attanasio); si veda su Centola, vol. I, p. 290

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio). Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Di Stefano Lucido, Della Valle di Fasanella nella Lucania – discorsi del dott. Lucido Di Stefano della terra di Acquaro nella stessa Lucania, ed. a ristampa “Centro di cultura e studi storici ‘Alburnus'”, Opera di Lucido di Stefano, risalente al 1781, e costituisce una delle principali fonti per la ricostruzione della storia dell’area dei Monti Alburni e della Valle del Calore Lucano in provincia di Salerno. In questo secondo volume vengono descritti i paesi posti sulla sinistra del fiume Calore: Corleto Monforte, Roscigno, l’antica Fasanella, Bellosguardo, Ottati, S. Angelo a Fasanella, Castelcivita, Controne, Serre, Postiglione, Sicignano, Petina, i villaggi scomparsi della Civita e di Pantoliano e quelli di S. Pietro, Carritiello e Cosentini. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” vol. I a p. 501, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Museo Provinciale di Salerno, Biblioteca, ms. del dott. Lucido De Stefano, della terra di Acquaro, 1781. I riferimenti ai ff, del ms. che sono nella stessa Biblioteca ecc…”.

(…) Visconti Pietro, Paesaggi Salernitani, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, v. p. 122 (Archivio Attanasio)

(…) Granito Eugenia , ‘Archivio di Stato di Salerno, mostra documentaria: “I confini della fede – luoghi di culto, istituzioni ecc..’, Mostra 29 marzo – 30 dic. 2000 – Catalogo, Salerno 2000 (Archivio Attanasio), vedi pp. 13-14; si veda pure dello stesso autore: “Archivio Carafa di Castel San Lorenzo”, stà in ‘Archivio di Stato di Napoli – Archivi Privati- Inventario sommario’, vol. II a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1967, p. 221 (Archivio Attanasio)

(…) Diodati Luigi, Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere, Napoli, 1788 (Archivio Attanasio)

(….) Nicolini Fausto, ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in Scritti di Archivistica e di ricerca storica, Ministero degli Interni. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma, 1971, pp. 54-55; dello stesso autore si veda pure: ‘I manoscritti dell’abate Galiani’, stà in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908 (Archivio Attanasio)

(…) Demarco C., ‘Del Diritto Diocesano del Vescovo di Capaccio sul Clero e popolo di Santangelo a Fasanella’, s.n.t., ma Napoli, 1786 (Archivio Attanasio)

(…) Iannone Massimino, ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX – Elementi documentati di storia’, diritti riservati dell’Autore, 2016 (Archivio Attanasio)

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Attanasio)

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Edizione Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Attanasio)

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. 

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, ci parla dei ‘Monasteri del Principato Citra’. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Montfaucon Bernard, Paleographia Graeca sive de ortu et progressu ecc.., Paris, ed. Privilegio Regis, 1708, pp. 431-432 (Archivio Attanasio)

(…) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

(…) Gervasio Agostino, ‘L’istoria d’Italia nell’anno 1547 e la descrizione del Regno di Napoli di Camillo Porzio‘, Napoli, dalla stamperia Tramater, 1839 (Archivio Attanasio)

(…) Stanziola

(…) Martuscelli Ezio, Storie, Aneddoti, Fatti e Misfatti di Centola e delle sue Frazioni, ed. Progetto Centola, 2012; si veda anche dello stesso autore: La partecipazione dei soldati del Comune di Centola alla grande Guerra1915-18, ed. Progetto Centola, 2015