Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, che cerca di rimettere insieme le tante sparse e frammentarie fonti e notizie scritte che nel tempo dai diversi studiosi che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare intorno alla notizia del monaco Attanasio, figlio di Pelagia di Velia, che recupera i poveri resti del corpo martirizzato di San Matteo. Le sacre spoglie dell’Apostolo Matteo, ritrovate in epoca Longobarda, furono portate il 6 maggio 954 a Salerno, dove sono attualmente conservate nella cripta della cattedrale, ma ancora ad oggi non si conosce il punto in cui essi vengono conservate. Matteo apostolo ed evangelista (Cafarnao, 4/2 a. C. – Etiopia, 24 gennaio 70) fu, secondo i Vangeli, uno dei dodici apostoli di Gesù e, secondo la tradizione, l’autore del Vangelo secondo Matteo.
INCIPIT
Nel ‘923 o 954 ? , il monaco ATTANASIO e sua madre PELAGIA
Sulla figura del monaco Attanasio e della madre Pelagia si è indagato poco e poco si conosce. Da Wikipedia leggiamo che Le sue reliquie sarebbero giunte a Velia, in Lucania, intorno al V secolo, dove rimasero sepolte per circa quattro secoli. Il corpo del Santo era stato rinvenuto dal monaco Atanasio nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide. Le spoglie furono portate dallo stesso Atanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Il modesto edificio dalla semplice facciata a capanna presenta, alla destra dell’altare, l’arcosolio, dove secondo tradizione furono depositate le sacre reliquie del Santo. Un’iscrizione latina piuttosto tarda (XVIII sec.), incastonata sul lato corto dell’arcosolio, ricorda l’episodio della traslazione; successivamente le ossa furono portate presso il Santuario della Madonna del Granato in Capaccio-Paestum. Ritrovate in epoca longobarda, furono portate il 6 maggio 954 a Salerno, dove sono attualmente conservate nella cripta della cattedrale. Eppure è questo monaco che scoprì a Velia, nella, probabilmente essere la villa del generale Gavinio, le sacre spoglie nascoste dell’Apostolo ed Evangelista S. Matteo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, etc…(109).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Mattero ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “….a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Narra la tradizione che il santo, apparso in sogno a una pia donna (Pelagia, avesse indicato l’ubicazione precisa del suo sepolcro nell’antico abitato di Velia inducendola a chiedere al figliolo (Atanasio) di farne diligente ricerca. Quest’ultimo, nella speranza di laute ricompense, avrebbe tentato, salpando dal porto di Velia, di trasportare in Oriente le rinvenute preziose reliquie. ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, riferendo della notizia di Attanasio, monaco di Velia, che rinvenne in una chiesetta le sacre spoglie dell’Apostolo Matteo, riferiva anche la notizia, tramandata da una certa tradizione che il monaco Attanasio “Quest’ultimo, nella speranza di vendere i sacri resti con lauti guadagni, dopo il loro rinvenimento divisò, salpando dal porto di Velia, di trasportare in Oriente, e forse addirittura a Bisanzio, le preziose reliquie. Riuscito vano ogni suo tentativo – improvvisi marosi lo respingevano sempre a riva – “in ecclesia que non longe a cella illius sita erat sacratissimum abscondit thesaurum” (2).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicato ‘sancte dei genitricis virginis marie, etc…”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 206 parlando di Capaccio e della sua Cattedrale, in proposito scriveva che: “Dominando in Salerno il Principe Gisulfo, avvenne, che il Sant’Apostolo apparve in sogno a una Donna di nome Pelagia, alla quale disse: “Surge velox, filioque tuo Athanasio nunciato, ut Balneum etc…Ma Pelagia trascurato avendo di riferire la visione, l’apparve per la seconda volta in sogno la notte seguente, e gli ripeté le stesse cose; etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, parlando della narrazione del “Chronicon Salernitanum”, in proposito scriveva che: “Nell’ambito di questa villa, alcuni “religiosi homines (….) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “I nomi di Pelagia e di Atanasio non sono per altra via giunti a noi. Ma la evidente grecità dei loro nomi e la loro vita monastica in romite “celle” prossime a chiese solitarie trovano bene la loro ambientazione in una zona dove nel secolo X e anche in seguito è documentata ampiamente l’esistenza non solo di nomi e toponimi greci ma anche di “celle” monastiche basiliane e di chiese rurali (21).”. Dunque, l’Acocella scrive che i nomi di “Pelagia” e di “Atanasio” (o Attanasio, come lo chiama Ebner), non sono documentati se non nel racconto della “Translatio”, ma essi appaiono solo nel ‘Chronicon Salernitanum’. Infatti, l’Acocella, a p. 22 aggiunge pure che: “Documentati invece sono l’esistenza e il nome, in quegli anni, di Giovanni “presul sancte sedis pestane” etc…”. Acocella (…), a p. 22, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Cfr. ad esempio D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e ssg.; G. Racioppi, op. cit., II, p. 98, 99, n. 2; G. Senatore, La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24; M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg.; C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.”. Da Wikipedia leggiamo che il nome “Pelagia” rimanda ad alcune eroine del tempo Pelagia – moglie di Bonifacio e Flavio Ezio. Ricordiamo che Flavio Ezio è il generale dell’Imperatore Valentiniano III che mandò Gavinio con la sua flotta a combattere i Bretoni. Pelagia (429 – 451) fu la moglie dei due più importanti generali romani della sua epoca, Bonifacio ed Ezio. Il nome di Pelagia è citato solo dallo storico Marcellino Comes (s.a. 432). Proveniva da una nobile famiglia di origine barbarica, forse visigota. Cristiana ariana, si convertì al cattolicesimo prima del matrimonio con l’influente generale Bonifacio (avvenuto prima del 427/429; per Bonifacio si trattava delle seconde nozze), cui diede una figlia che fece, però, battezzare da un sacerdote ariano. Nel 432 era diventata molto ricca; in quell’anno le morì il marito, ferito nella vittoriosa battaglia contro il suo rivale Ezio. Marcellino narra che, sul letto di morte, Bonifacio fece promettere a Pelagia che si sarebbe risposata solo con Ezio, cosa che avvenne puntualmente. Dal secondo marito Pelagia ebbe un figlio, Gaudenzio, nato attorno al 440; per tutelarne le aspirazioni politiche e imperiali, Pelagia convinse il marito ad ostacolare il futuro imperatore Maggioriano. Era ancora in vita nel 451, a Roma; pregò assiduamente per il ritorno del marito dalla campagna gallica contro Attila. Parlando di Pelagia e del monaco Attanasio, dobbiamo ricollegarci al periodo storico precedente ed all’enorme afflusso di monaci provenienti dall’Oriente che si trasferirono presso quello che poi in seguito diventò il Principato Longobardo di Salerno. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49, in proposito scriveva che: “La “Translatio” vi rappresenta una vecchia donna santimoniale, Pelagia, che insieme al figlio Atanasio “monacus” cioè monaco selvaggio, vive in un “habitaculum”, greci entrambi come il nome dimostra.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49, riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “La “Translatio” non dice a quale distanza dal luogo del ritrovamento fosse l'”habitaculum” ove il monaco Attanasio viveva con la madre, ed ove egli trasportò a spalle la reliquia: ma dice una “cella” di lui, non si comprende bene se lo steso “habitaculum” ovvero, come parrebbe, un altro abituro, si trovava “non longe” dalla chiesa ove egli depose la reliquia stessa, dopo che per la secolda volta era stato respinto a terra nel vano tentativo di portarla per via mare, partendo da quel porto, cioè dal porto velino nell’estuario dell’Alento.”. Dunque, l’Atenolfi, dice che l’autore del cronicon sulla “Translatio” “non dice a quale distanza dal luogo del ritrovamento fosse l'”habitaculum” ove il monaco Attanasio viveva con la madre”. L’autore apocrifo della ‘Traslatio’, l’autore del Chronicon Salernitanum, così scriveva del prodigio e della madre di Attanasio (Athanasio) (v. Acocella (…), p. 21): “In Lucania, ad una vecchia donna dedicata al servizio divino, ecc..”. Dice che Pelagia, era una pia donna dedicata al servizio di Dio, dunque una donna di chiesa e poi su suo figlio Attanasio, scriveva che: “E la nasconde in una chiesa presso la “cella” dov’egli dimora.”. Dunque, lo stesso Attanasio, figlio di Pelagia, era uomo di Chiesa. Io credo che Attanasio, fosse un monaco bizantino, o italo-greco, arrivato in Italia e a Velia, come tanti dall’Oriente. Si potrebbe opinare che la storia del sogno fatto da sua madre Pelagia, fosse non vera e che servisse a giustificare il fortuito ritrovamento delle sacre spoglie, ma io credo che essendo Attanasio, uno dei tanti monaci italo-greci, forse un egumeno di un monastero bizantino, volesse proteggere le sacre spoglie di Matteo dalle continue ingerenze dell’Abbazia benedettina di Cava che in quegli anni, iniziò l’opera baronale di accentramento fondiario che portò alla quasi distruzione di gran parte dei Monasteri italo-greci presenti nel basso Cilento. Oltre al discorso che il monaco Attanasio (sicuramente di origine greco-bizantina) abitasse in un remoto abituro o laura, bisogna considerare anche il periodo storico in cui si svolsero questi fatti, ovvero gli anni in cui avvenne il rinvenimento delle spoglie sacre di S. Matteo nella probabile villa di Gavinio a Velia, che furono trasportate (translatio) in una chiesetta “ad duo flumina” dal monaco Attansio, figlio di Pelagia. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 207 riferendosi al vescovo Pestano, Giovanni, in proposito scriveva che: “Marcantonio Colonna Arcivescovo di Salerno, nella ‘Vita’, che compose di questo Santo Apostolo (quale confesso non aver letta) in Napoli stampata nell’anno 1580, presso il Volpe, Cap. 8 e ‘l Sig. Magnoni, pag. 37, dopo aver scritto, che…etc….e dopo tre giorni di cammino nel ritorno, ‘dum advesperasceret’, pernottò in una chiesa in ‘medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat’, e passato il fiume ‘Malta’ (che sarebbe l’Alento) finalmente il terzo giorno dopo che si era dalla residenza partito, giunse col suddetto Suddetto deposito ‘ad Castrum, cui Caputaquae nome erat, ubi summo cum honore ingreditur, universo sane Populo occurrente, et comitante, tum Ecclesiam Dei Genitrici dicatam, in qua et Episcopalis Cathedra constructa erat, ingrediuntur, ibique beatissimum Corpus honoreficentissime collocat, singuliste diebus, Divi Apostoli solennia festa celebrat.'”, che tradotto è: “….entrarono nel Castello, che si chiamava Caputaqua, dove entrò con sommo onore, incontrando ed accompagnando tutto il Popolo, e nella Chiesa dedicata a Dio Madre, nella quale era anche edificata la Cattedra Vescovile, e quivi collocò la Corpo santissimo, ogni giorno, nelle solennità del Divin Apostolo, celebra la festa nel modo più onorevolmente».”. Dunque, il Colonna scriveva che nel viaggio di ritorno da Velia, la traslazione delle sacre spoglie dell’Apostolo durò tre giorni. Attanasio, arrivò nel luogo “ad duo fulmina” dopo un viaggio di tre giorni. Dunque, il luogo dove viveva Attanasio e la madre Pelagia era distante da Velia, tre giorni di cammino. Ma dove si trovava il luogo dove probabilmente vi era la “cella” del monaco Attanasio ?. Il Di Stefano, proseguendo il suo racconto, del libro I, a p. 208 cita l’iscrizione che si trovava nella chiesa di S. Matteo “ad duo flumina”, e scrive: “…ove, fu il Sagro Corpo da Atanasio ritrovato presso la città di Velia, un miglio da Casalicchio lontana, ivi incisa allorchè quella chiesa fu riedificata, copia della quale nell’Archivio del monistero della Trinità della Cava, si conserva come attesta il sig. Magnone, che a carte 40 la trascrive, etc…”. Dunque, il Di Stefano, sulla scorta del Magnoni scriveva che il monaco Attanasio da Velia ritornò e depositò le spoglie del santo in una chiesa di Casalicchio, la chiesa del monastero di S. Matteo “ad duo flumina” vicino il casale di Casalicchio. Il Di Stefano, a p. 210 del libro I, sulla scorta del Magnoni, scrive pure della sosta a Rutino del vescovo pestano Giovanni che si mise in viaggio per il recupero della reliquia detenuta dal monaco Attanasio. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “Monsignor Colonna scrisse che…..Poi dice, che pervenutane la notizia a Giovanni vescovo Pestano, questi per terra “itinere terrestre proficiscitur” unito col suo Clero va a trovarne l’inventore, ch’era un monaco, chiamato Atanagio, e dopo che gli ha fatto consumee tre giorni di cammino, facendolo anche al ritorno “dum advesperasceret” pernottare in una chiesa “in medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat”; avendo dovuto passare anche il fiume Malla (questo dove essere l’Alento), finalmente il terzo giorno, dopo che si era dalla sua residenza partito, giunse con il suddetto sacro deposito “ad Castrum cui Caput quae nomen erat”. Tutto e quanto detto riferisce mentovato Arcivescovo si verifica appuntino, giudicandosi l’invenzione della mentovata chiesa di S. Matteo “ad duo flumina” presso Casalicchio. E per convincerci esamineremo il filo delle di lui parole. Era questa chiesa “in Lucania finibus” …..E’ distante cotal luogo dalla residenza del vescovo circa venti miglia, e perciò dov’è il vescovo consuarvi tre giorni di viaggio, cioè uno nell’andare, e due al ritorno. Etc…”. Devo però precisare che, il Di Stefano, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara’, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo di Salerno Marcantonio Marsilio Colonna nella ‘Vita di S. Matteo Apostolo’, come scrive il nostro P. Peduto, riferisce che Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda vedova di Aralfo Principe di Benevento e sorella di Gisulfo Principe di Salerno, e forsi fu quel Monaco, che rattrovò il Corpo di esso glorioso Apostolo, del quale a lungo ho parlato nel lib. I Disc. IV.”. Il De Stefano, continuando il suo racconto scriveva pure: “Scella fu sorella di Gisulfo VII Principe di Salerno, vi fu Abate circa il 920, secondo il computo dell’Abate Troyli, tomo 3 lib. 6 C. 4 par. 1 e 2, o circa il 933 secondo il Volpe nella serie de’ Conti di Capaccio; ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo, dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Riguardo il “Peduto” citato dal Di Stefano, egli a p. 210, nel Libro I, in proposito scriveva che: “Il nostro P. Ludovico Peduto Acquario Minore Osservante San Francesco, nella sua ‘Selva di varie storie’ M.S. ect…”, ovvero il suo manoscritto intitolato “Selva di varie storie”. Dunque, il Di Stefano, scrivendo del casale di “Sanpietro”, non molto distante da casale di “Aquaro” (di cui al vol. I di Ebner) scriveva anche del monastero o abbazia benedettina di “S. Petri de Aquara”, ricorda che il manoscritto del monaco francescano Peduto dice che il cardinale Marsilio Colonna scriveva che al tempo della principessa Rotilde, sorella del principe di Salerno Gisulfo (I o II?) e vedova del principe di Benevento Aralfo, il monaco Attanasio doveva essere l’Abate dell’antico monastero. Il Di Stefano, nel libro III si chiede da dove il monaco Peduto abbia tratto le notizie per il suo interessante manoscritto. Sempre il Di Stefano, nel lib. III, a p. 210 cita Michele Zappulli. Il Di Stefano scriveva e si chiedeva se la Principessa Rotilde “ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo”, dunque si tratta di Gisulfo II. Ma se si tratta di Gisulfo II egli non aveva una sorella chiamata Rotilde. Infatti, il Di Stefano aggiunge che: “dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Dunque, il Di Stefano scriveva che il cardinale Colonna, parlando del monastero di S. Pietro di Aquara credeva che: “Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda, etc..”. Il cardinale Marsilio Colonna ci parla del ritrovamento delle sacre spoglie portate in Lucania e del monaco “Athanasius” da p. 52 del suo “Vita di S. Matteo Apostolo”. Egli ci parla del monaco Attanasio, della madre Pelagia e del principe di Salerno Gisulfo II.
Nel ‘923 o 954 ? , ATTANASIO che alcuni pensavano essere un monaco benedettino del tipo sarabaita
Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49, in proposito scriveva che: “La “Translatio” vi rappresenta una vecchia donna santimoniale, Pelagia, che insieme al figlio Atanasio “monacus” cioè monaco selvaggio, vive in un “habitaculum”, greci entrambi come il nome dimostra. Religiosi con voti monastici individuali esistevano, pare, già nel secolo IV°, “bini aut certe singuli sine pastore”, “nulla regula approbati”, “teterrinum genus” affermò San Benedetto che li chiama sarabaìti cioè i falsi apostoli (216).”. Dunque, l’Atenolfi, sulla scorta del racconto della “Translatio” nel Chronicon, ipotizzava che il monaco Attanasio appartenesse ad un tipo di monaco Benedettino chiamato “Sarabaìta”. Questi monaci furono da alcuni mal tollerati ed odiati. Nel “Viaggio della Regola di S. Benedetto”, un sito web sulla rete troviamo che i “sarabaiti” appartenevano alla “terza categoria di monaci, veramente detestabile: molli come piombo, perché non sono stati temprati come l’oro nel crogiolo dell’esperienza di una regola e, costoro conservano ancora le abitudini mondane, mentendo a Dio con la loro tonsura.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 48-49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “Numerosa vi era la popolazione fra la quale spiccava l’elemento greco-italiota rifluito in epoche diverse, e specialmente nel sec. VIII° dai temi bizantini nella longobardia, e tuttavia esistente in nuclei etnici frequenti nel tardo secolo XI° (215).”. L’Atenolfi (….), nella nota (215), a p. 49, postillava che: “(215) cfr. Mazziotti op. cit. pp. 99 e segg., passim: “emigrazione cominciata nella prov. di Salerno dal tempo della spedizione di Narsete in Italia, si andò diffondendo nella nostra contrada al tempo della dominazione longobarda”. Sempre l’Atenolfi, a p. 49 aggiungeva: “La “Translatio” vi rappresenta una vecchia donna donna santimoniale, Pelagia, che insieme al figlio Atanasio “monacus” cioè monaco selvaggio, vive in un “habitaculum”, greci entrambi come il nome dimostra. Religiosi con voti monastici individuali esistevano, pare, già nel secolo IV°, “bini aut certe singuli sine pastore”, “nulla regula approbati”, “teterrinum genus” affermò San Benedetto che li chiama sarabaìti cioè i falsi apostoli (216).”. L’Atenolfi (….), nella nota (216), a p. 49, postillava che: “(216) Regula, cap. I.; cfr. Borgia “Mem. ist. ecc. di Benevento”, 1763, I.354 e segg.”. L’Atenolfi proseguendo il suo racconto dice che, questi monaci: “Costoro finirono per cadere nel massimo disprezzo, ma nella regione lucana ove numerosi essi provenivano dal clero italo-greco, si erano mantenuti a lungo sparsi in celle o riuniti in laure, le cui memorie tornano spesso nell’etimo di molte località della regione e di quelle circonvicine. Non lungi da “duo flumina” sussiste una contrada dei “Lauri”, ove esistè più tardi il monachesimo benedettino di San Zaccaria. Dal testo della “Translatio” sembra peraltro trasparire l’avversione longobarda per il greco Atanasio, accusato di occultamento della reliquia e di replicati tentativi di trafugamento di essa per consegnarla per bassi fini di lucro ai nemici ereditari dei longobardi salernitani, i bizantini e gli amalfitani. Sebbene, come pure si narra, proprio lui fosse stato per volontà divina lo strumento del ritrovamento della reliquia, egli appare trattato con sospetto se non con ostilità ed anche con ingiustizia, giacché, come vedremo, una reliquia minore dell’Evangelista, che gli era stata data ed egli aveva poi spontaneamente profferito per scaricare i demoni da un invasato, gli viene ingratamente ritolta.“. Sulle laure e cenobi ce ne parla Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, dove a p. 98, in proposito scriveva: “V. Una grande influenza ebbe nelle provincie meridionali della penisola e fra le altre nella provincia di Salerno la venuta dei greci al comando pria di Belisario e poi di Narsete……Il potere dei greci in molte regioni del mezzogiorno d’Italia durò, come ben nota il Racioppi, da Belisario a Roberto il Guiscardo, cioè per circa 600 anni (1). E durante questo lungo periodo fu continuo il pellegrinaggio di monaci, che, per sfuggire le persecuzioni degli imperatori d’Oriente, vennero a stabilirsi nelle nostre provincie fondandovi monasteri. Affluirono principalmente nel secolo VIII quando Leone Isaurico imperatore d’Oriente, accettando la dottrina degli Iconoclasti, intraprese le più fiere persecuzioni contro i cristiani adoratori di immagini e di reliquie di santi. I monaci basiliani fuggirono in gran parte in Italia ed accolti dai papi e dagli abitanti si diffusero anche nelle provincie napoletane, nelle quali sorsero fino a 500 monasteri di quell’ordine (2).”. Il Mazziotti, a p. 99, scriveva: “Però, se i monasteri sorti nel Cilento appartennero indubbiamente all’ordine di S. Benedetto, non credo che possa escludersi un largo concorso nella nostra contrada di monaci greci e di profughi dall’oriente. Di ciò si hanno molti e sicuri indizii. I nomi dei paesi di Larino, di Laurana, di S. Zaccaria dei Lauri, che era nei dintorni di Casalvelino, traggono certamente la loro origine dalla parola ‘Laura’ che appartiene al greco bizantino (1). Chiamavansi così le celle dei monaci poste, per lo più in luoghi aspri e montuosi e separate l’una dall’altra, intorno ad una piccola e rustica chiesa, ove i monaci si radunavano soltanto per celebrare i divini misteri e per cantare le laudi ed i salmi (2).”.
Nel 446, l’oratorio cristiano nella villa della gens GAVINIO a VELIA
Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A starne allo scritto paoliniano….Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avvenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia. Secondo l’uso frequente della Chiesa antica, nella casa stessa venne eretto un oratorio, quello i cui resti vedremo particolareggiatamente descritti nella “Translatio” al momento del ritrovamento della reliquia in Velia. E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Dunque, l’Atenolfi, sulla scorta del racconto paoliniano ci dice che la reliquia di S. Matteo fu deposta da Gavinio a Velia, forse nella villa della sua gente e lì sorse, un oratorio, pratica comune per i primi cristiani a quei tempi. Scrive l’Atenolfi che, stando al racconto paoliniano le spoglie del santo arrivarono a Velia, in questo oratorio appositamente allestito, intorno all’anno 446. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…..mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giugevano dall’Oriente e vi si parlava e si scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 28, nella nota (54) postillava che: “(54) P. Ebner, Nuove epigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “PdP” 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, etc…”. Ebner, a p. 27, scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Sempre Ebner, a p. p. 27-28, scriveva pure che: “I caratteri più ignificati del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli infatti così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”. Ebner, a p. 724, scriveva pure che: “Certo è che Velia era diocesi già nel 500 d.C., …….Del resto, una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia (verrà adibita a Museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo), su un’altra più antica, come tstimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femminile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA….Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″.
Nel 380 (Valentiniano II) e 445 (IV sec. d.C.), il decreto dell’Imperatore Valentiniano III
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 16, in proposito scriveva che: “Successivamente il decreto di Valentiniano (a. 445) ricompose sotto un’unica autorità, precisamente quella romana, tutta la Chiesa occidentale, con una ulteriore affermazione di prestigio della sede apostolica. Di ciò evidentemente si avvalsero i vescovi meridionali con punte a volte eccedenti gli ambiti spirituali delle loro diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Da Wikipedia leggiamo che l’editto di Tessalonìca, conosciuto anche come Cunctos populos, venne emesso il 27 febbraio 380 dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest’ultimo all’epoca aveva solo nove anni). Il decreto dichiara il cristianesimo secondo i canoni del credo niceno la religione ufficiale dell’impero, proibisce in primo luogo l’arianesimo e secondariamente anche i culti pagani. Per combattere l’eresia si esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle deliberazioni del concilio di Nicea. Il testo venne preparato dalla cancelleria di Teodosio I e successivamente venne incluso nel Codice teodosiano da Teodosio II. La nuova legge riconobbe alle due sedi episcopali di Roma e Alessandria d’Egitto il primato in materia di teologia. L’editto, pur proclamando il Cristianesimo religione di Stato dell’impero romano, non stabiliva alcuna direttiva specifica a proposito. Bisognerà attendere i cosiddetti decreti teodosiani, promulgati dallo stesso Teodosio I, che tra il 391-392 normarono l’attuazione pratica dell’editto di Tessalonica. Flavio Valentiniano (latino: Flavius Valentinianus), meglio conosciuto come Valentiniano II (Treviri, 371 – Vienne, 15 maggio 392) è stato un imperatore romano, dal 375 fino alla sua morte. Successivamente, l’imperatore Valentiniano III emanò (17 luglio 445) un editto che contribuì in maniera determinante all’affermazione dell’autorità e del primato della sede vescovile di Roma in Occidente. Questo editto, che non era valido nella parte orientale dell’Impero, riconosceva pienamente il primato giurisdizionale del papato, perché «Nulla deve essere fatto contro o senza l’autorità della Chiesa romana».
2- TRASLAZIONE DEI SACRI RESTI DELL’APOSTOLO
Nel ‘923 o 954 ? , il rinvenimento delle sacre spoglie di San Matteo martire, Apostolo di Gesù ed Evangelista
Uno degli episodi che la storiografia medievale ci ha tramandato, tra la storia e la leggenda, con una ricchezza di particolari e di significati religiosi e politici, è il rinvenimento delle reliquie di san Matteo apostolo ed evangelista, avvenuto nel 954 in una località della Lucania, che i racconti dell’epoca non specificano esattamente, ma che studi posteriori hanno permesso di identificare con l’antica Velia romana (prima deposizione) e nella località “ad duo flumina”, oggi Marina di Casal Velino (seconda deposizione). La traslazione proseguì – dopo una brevissima sosta a Rutino – verso Capaccio (terza deposizione), la sede vescovile che prese il posto dell’antica Paestum abbandonata e, infine, verso Salerno, dove il corpo dell’Apostolo trovò la sua definitiva collocazione nella Cripta del Duomo. Alcune reliquie minori, tuttavia, sono sparpagliate in varie località tra Roma, Benevento e il nostro Santuario sul Gargano. L’Apostolo Matteo, nel III secolo a.C., insieme alle sante Archelaa (Archelaide), Tecla e Susanna, subì il martirio. San Matteo, è venerato a Salerno a Casal Velino (SA) nella frazione Marina dove le spoglie dimorarono per circa 4 secoli presso l’odierna cappella di San Matteo “ad duo flumina”. A metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Ma nell’anno 954 d.C. il San Matteo appare in sogno a Pelagia, madre del monaco Atanasio, di farne accurata ricerca. nell’antico abitato di Velia. Questi infatti andò e, come nel sogno, nei pressi di una terme riconobbe l’oratorio in rovina e, nascosto da un roveto, ritrovò l’altare. Estirpati spini e pruni e rimosso il marmo che copriva l’altare, apparve il vano ricoperto di mattonelle quadrate e, nel vano, il corpo dell’Apostolo. Allora Attanasio, reverente e commosso, con mani tremanti avvolse le sacre spoglie con molta riverenza e diligenza in un mondo lenzuolo e andò a consegnarlo alla madre. Il monaco però tentò per ben due volte di trasportare per via mare le rinvenute reliquie in Oriente, ma entrambe le volte il tentativo fallì. Improvvisi marosi lo ricacciarono sulla riva. Fu allora che Attanasio depose le reliquie in una chiesa non distante dalla sua cella: era la cappella che viene detta di S. Matteo, l’unica che da documenti risulti all’epoca esistente nella zona. Ma qui la reliquia non restò per molto tempo. Avuta notizia del miracoloso ritrovamento, Giovanni il vescovo di Paestum, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 227-228, in proposito scriveva che: “Era dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo….Parole di Marsilio al Capo 7. poi chiaramente lo stesso dice cioè non sapere a quale luogo di Lucania, nè in qual chiesa fosse stato il corpo riposto, talchè per seicento anni di esso alcuna notizia non s’ebbe. Crede solamente che in qualche marittimo luogo l’avessero collocato; e dissipata, o uccisa la gente del paese per le frequentissime incursioni de’ barbari se ne fosse la memoria perduta fino all’anno ML, essendo Gisulfo Principe di Salerno, circa seiccento anni dopo, che da Bretagna fu trasportato. Allora, per volontà divina apparendo in sogno ad una donna per nome Pelagia, e nel tempo stesso al monaco Attanasio, figlio di questa, loro rivelò il luogo ove il suo Corpo era riposto; fu subito in casa della Pelagia fu portato, etc…”. Riguardo le fonti per la storia delle ossa sacre del martire S. Matteo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”. Dunque, l’Ebner scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese 101, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo) che racconta che i resti dell’apostolo di Gesù, S. Matteo, furono portati dall’Etiopia in Bretagna e dalla Bretagna furono portate in Lucania, da Gavinio, nella sua villa d’epoca romana, dalla sua flotta di navi inviata in Bretagna dall’Imperatore Valentiniano III per sconfiggere i Bretoni che si erano ribellati. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori. Ma non bisogna prenderlo per storia”, scrive H. DELAHAYE (Les légendes hagiograph.’, Bruxelles 1927 (3), p. XIV sg.) prendendone probabilmente da S. Agostino che era incredulo a proposito di certi monaci che vendevano abusivamente “membra di martiri, ammesso che si tratti di martiri”. E’ da tener presente, comunque, che in ogni leggenda vi è sempre un fondo di verità. Va pure ricordato che l’episodio del monaco Atanasio che voleva trasportare le reliquie di S. Matteo a Bisanzio somiglia a ciò che i cittadini di Pavia avevano tentato di fare con le reliquie di S. Appiano (IX secolo) etc…”. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954.
Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III
Da Wikipedia leggiamo che a metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Nella villa della famiglia Gavinio, fra Pestum e Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati, molti secoli dopo dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento. Da Wikipedia leggiamo che nel 370 d.C. un pestàno, Gavinio, vi portò il corpo dell’apostolo San Matteo. Sempre da Wikipedia leggiamo che per Praefectus classis (dal latino Classis = flotta) si intendeva il comandante in capo di una delle tante flotte dislocate nel Mediterraneo o nel Ponto Eusino o lungo i grandi fiumi europei, facente parte dell’esercito romano. Apparteneva all’ordine equestre e faceva parte delle prefetture romane. Il suo più stretto collaboratore, ed in casi particolari suo sostituto era il subpraefectus classis. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. L’Atenolfi, a p. 43, in proposito scriveva che: “Un Gabinio, ci riferisce il “Sermo”, “praeerat navibus” il che non pare voglia dire che era specialmente il “praefectus classis”, ma soltanto che aveva il comando della spedizione, così come il centurione romano che appare poco più avanti nella narrazione, non era necessariamente un centurione “classarius”, cioè soltanto comandante con quel titolo di una delle navi (188). Forse anche per questo motivo non s’incontra il nome di Gabinio nelle pur numerevoli iscrizioni misenati o portuensi relative a gente di mare (189). Dall’altra parte è certa che la gente Gabinia, sebbene, come sembra, originaria del Lazio, era dirmata nella Campania e nella Lucania. Uno stabile “Gabinianum” si trova a Pompei (190) ed una moneta di Paestum con l’effige della Dea Mente Bona, recante sul verso l’epigrafe attribuita ad un Numerio Gavinio duumviro della città, è stata pubblicata (191). Anche questi elementi concorrono a confermare il carattere storico dello scritto paoliniano, che sebbene con le distorsioni ed alterazioni con cui fu adoperato, concorse a formare le fonti della tradizione brètone.”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (189) postillava: “(189) cfr. Ermanno Ferrero “L’ordinamento delle armate romane”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (190) postillava: “(190) cfr. Fiorelli “Descrizione di Pompei”, Napoli, 1875″. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia.”. Su Gavinio scrisse anche Giuseppe Antonini (…., nel suo “La Lucania – Discorsi”, edito nel 1745, ed in quella edita dal nipote, Mazzarella Farao, seconda edizione del 1795, sia nella Parte II che nell’altro testo che raccoglie la Parte III. L’Antonini, a p. 247, in proposito scriveva che: “Fra gli Uomini ragguardevoli, che in appresso ebbe Pesto, potrebbe riporsi (I) Gavinio, che trovandosi Generale dell’Imperador Valentiniano, ebbe la forte (seondo che ‘l volgo crede) di avere i Bretagna il corpo del glorioso S. Matteo, e trasportarlo in Lucania verso gli anni di Cristo CCCLXX.”. l’Antonini, a p. 247, nella nota (I) postillava: “(I) Trovasi nei bassi secoli memoria di questa famiglia Gavinia, poichè Reinesio nei Monumenti Cristiani nel CCCVIII. riporta la seguente D. GAVIN. VAL. SCOLASTICE. E. INNOCENTISSIME. Q. V. ANN. P. VAL. SCOLASTICVS. ET. GAVINIA. X. PARENTES FILIAE. DVLCISSIMAE. E la se fosse la stessa, che la Gabinia (siccome io credo essendo frequente la mutazione in B. in V. e dell’V in B) mille volte nella Storia Romana, in Cicerone, ed in altri autori Uomini di questa antichissima Famiglia si fa menzione.”. L’Antonini, a p. 248, in proposito scriveva: “La sciocca volgar gente crede, che in Pesto fosse stato trovato il corpo dell’Apostolo S. Matteo, dove Gavinio il condusse di Bretagna, come s’è detto. Accreditò questa voce l’Arcivescovo Marsilio Colonna, che scrisse della traslazione di quella in Salerno.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a p. 226, in proposito scriveva che: “Era (dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo) Re di Brettagna (dove da Etiopia era stato trasportato il corpo di S. Matteo) Salomone (I), il quale aveva in moglie la figlia di Flavio Patrizio. Ed essendo stato da proprj Vassalli ucciso, Flavio, che per la propria dignità e per l’amicizia con l’Imperador Valentiniano assai potente era, lo spinse a pigliarne vendetta. Ordinato dunque pr l’Imperial volere numerosa armata da Puglia, Calabria, e Lucania, e dall’altre marittime città d’Italia, tosto carica di bravi soldati, sotto fedeli sperimentati Capitani (fra quali era Gavinio) in Brettagna mandolla. Etc…”. L’Antonini continua il racconto che fa l’Arcivescovo di Salerno, Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “….Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna …(15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: “Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, etc…”, che tradotto è: “…e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352.”. Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “..traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo. Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore “Valentino”. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 205, in proposito a Pelagia ed Attanasio scriveva che: “Per dilucidare alcuni dubj, che su’l’epoca dello scovrimento di detto Sacro Deposito insorgono, stimo necessario descrivere sommariamente la Storia di tale scovrimento, come lo leggiamo nelle antichissime ‘Lezioni dell’Offizio divino della vita del Santo’, che nella Cattedrale di Salerno si recita…..Liegi…somma venerazione fu da quel Re Salomone ricevuto, e drizzatogli un magnifico Tempio. Fu venerato in essa Città sino all’anno 370, quando essendo stata la Città da Gavinio Generale dell’Imp. Valentiniano destrutta, per aver i suoi Cittadini ammazzato detto Re, ripigliò egli il Gavinio detto Sacro Corpo, per rivelazione fattane dal sacerdote Emilio Britannico colà priggioniero, e ne caricò la sua Nave, la quale data alle vele, e giunta nel porto romano, nell’esserne precorsa la fama, mosso da invidia, il Prefetto di Cesare, si dispose ad invadere l’Armata navale di Gavinio, per togliergli quel Sagro Tesoro.”.
Nel 62 a.C., AULO GAVINIO e la gens Gavinia a Pesto e a Velia
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. V, a p. 140, in proposito scriveva: “Cicerone attendeva agli studi, visitava i suoi poderi e scriveva agli amici, quali Trebazio, in Gallia, e Curione in Asia; ma sovra tutto s’interessava delle sorti di Milone, poste in giuoco nell’asprissima lotta elettorale per il consolato. Aveva Milone percorso regolarmente la carriera politica etc….Cicerone nonostante lo vedesse abbandonato da Pompeo, cui egli anche nell’interesse dell’amico aveva ceduto nella faccenda di Gabinio (5); etc…”. Il Ciaceri, a p. 141, nella nota (5) postillava: “(5) v. sopra a p. 133”. Infatti, il Ciaceri, a p. 133, in proposito scriveva: “Ma da parte di Cesare e di Pompeo, che avevano voluto l’impresa (inviando l’uno truppe a Gabinio (1) e provvedendolo l’altro di mezzi finanziari per il tramite di C. Rabirio)(2), etc…Il sentimento di odio del grande oratore verso Gabinio aveva di già tratto nuovo alimento etc…”. Il Ciaceri, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Caes. bell. civ. III 4, 4; 103, 5”. Ricordiamo che Gabinio ci collega con Velia e con Caio Testa Trebazio amico di Cicerone. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: “(52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Ebner citava Antonini, ma Antonini, a p. 166 e 167 parla di Aulo Gabinio non parla del nostro Gavinio o Gabinio delle’epoca di Valentiniano III. Infatti, Giuseppe Antonini (…), nel suo “Lucania -Discorsi”, a pp. 165-166, riferendosi all’Epistola LXXVI in Livio (….), in proposito scriveva che: “Parlasi ivi di Aulo Gabinio, il quale dopo aver presi molti luoghi della nostra Regione, fu nell’assedio de’ Lucani alloggiamenti ucciso: ‘Aulus Gabinius legatus, rebus adversum Lucanos prospere gestis, multis oppidis expugnatis, in obsidione castrorum hostilium cecidit’. Veggasi ora se da queste cose si debba dar fede a Strabone, che i Lucani fossero a nulla ridotti etc…”. Antonini ci parla di Aulo Gavinio o Gabinio. Antonini, sulla scorta di Tito Livio ci dice che Aulo Gavinio fu ucciso dai Lucani. Livio scriveva che: “Il legato Aulo Gabinio, dopo aver condotto con successo le operazioni contro i Lucani, dopo aver preso molte città, cadde nell’assedio dell’accampamento nemico”. Antonini, a p. 165, nella nota (2) postillava: “(2) ….Non abbiamo noi nei tempi susseguenti un Correttore, e quattro Consoli di questa stessa famiglia? Ciò è stato dimostrato bene a lungo nel ‘Discorso’ precedente, onde non occorre dirne altro. I Terenzi tutti, i Gabinj, .., un ramo de’ Catoni non furono essi Lucani, e non ebbero mille cariche nella Repubblica ?.”.
1- DEPOSIZIONE DEI SACRI RESTI DELL’APOSTOLO
Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III ed il corpo di San Matteo martire, apostolo di Gesù
Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Infatti, il canonico Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: “Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, a Britannia jam expugnata, divi Mathei Apostoli corpus huc transtulit anno domini 352. Anno vero Christi Domini 412 a Barbaris invasis Lucanis, aliisqui Provinciis penitus dextructis, habitatoribus mortuis, et fugatis, ignotum hoc in loco Casalitii etc…”, che tradotto è: “Matteo, il grande apostolo ed evangelista, predicando in Etiopia, fu martirizzato per ordine del re tiranno Hirtai, e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352. Ma nell’anno del signore di Cristo 412 i barbari invasero la Lucania ed altre Province furono completamente distrutte, gli abitanti morti, e scacciati, il corpo del divino Apostolo rimase sconosciuto in questo luogo di Casalicchio per seicento anni.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia, p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, fece spostare dalla Bretagna a Paestum il corpo di S. Matteo, deponendolo in una cappella sita nel luogo detto “Ad duo flumina”, cioè ai due fiumi, l’Alento e il Palistro (106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo. Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore Valentino. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Dunque, è corretto l’anno 352. Il Cataldo scrive ancora che: “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (108) postillava che: “(108) Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 514-515”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 229-230, discorrendo sulle notizie tratte dal testo del Cardinale Colonna, in proposito scriveva che: “Questa storia che dall’Arcivescovo Marsilio,…..Primieramente gli anni di Valentiniano del IV secolo non s’accordano affatto col Salomone Re, o Duca di Brettagna, che fu nel cadere del IX. In oltre per relazione del Cronista di S. Matteo presso il Labbè nel tomo primo della Bibliot. sappiamo che nel 857 appunto al tempo di questo Salomone fu il corpo del Santo dall’Etiopia in Brettagna portato; sichè non v’era, nè vi poteva essere a tempo di Valentiniano. General opinione è stata, e forse ancor dura in Cilento, che il Corpo di S. Matteo fosse stato in Pesto ritrovato, dapoichè bruciata la Città nel CMXV da Saraceni di Agropoli etc…”. L’Antonini, nelle seguenti pagine discorre dei dubbi che egli ha sul periodo di arrivo a Pesto o a Velia delle sacre spoglie di S. Matteo, ovvero quando Gavinio, dalla Bretagna li trasportò in Lucania.
Nel V sec. d.C., (epoca di Valentiniano III 419-455 d.C.), GAVINIO traslò nella sua villa a Velia, i resti di S. Matteo
Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. L’Atenolfi, a p. 37, in proposito scriveva che: “Lo scritto paoliniano ci narra l’uccisione del “rex” Salomone nella cattedrale di Legio, negli anni di Valentino Cesare, essendo nelle Gallie il “patrizio Flavio”. Cesare di quel nome nel V° secolo non può essere che Valentiniano III°, che nato nel 419 tenne l’impero dal 425, prima nominalmente sotto la tutela della madre Galla Placidia, poi, forse dopo il 435, da solo fino al 455, anno della sua morte. Quanto a Flavio, è certo etc…Ora, non si comprende come chi ha preso a considerare la vicenda narrata da Paolino, non abbia portato, per quanto sembra, la propria attenzione sul maggior personaggio di quell’epoca che ebbe nome Flavio: su Flavio Ezio, ultimo difensore dell’impero d’Occidente e della romanità delle Gallie. Nondimeno è proprio nei fatti di Ezio che si avrebbe una conferma di quelli narrati nel “Sermo”.”. Da alcuni codici manoscritti leggiamo che Gavinio, traslò le sacre spoglie di S. Matteo nell’anno 352 (IV sec. d.C.), mentre in altri e con altri autori, questi fatti vengono fatti risalire al V secolo all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III che inviò il Prefetto Gavinio a sedare una rivolta in Bretagna. Se i fatti si riferiscono all’anno 352 non può trattarsi di una spedizione fatta all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III, il quale, Flavio Placido Valentiniano, meglio noto come Valentiniano III (in latino: Flavius Placidus Valentinianus; Ravenna, 2 luglio 419 – Roma, 16 marzo 455), è stato imperatore romano d’Occidente dal 425 alla sua morte. Come imperatore appartenente alla dinastia teodosiana e a quella valentiniana, Valentiniano III fu il simbolo dell’unità dell’impero, la figura attorno alla quale si coagula la lealtà dei sudditi; in realtà, però, il potere fu esercitato da Flavio Ezio, il magister militum (comandante in capo dell’esercito), al quale va ascritta la politica che tenne unito l’impero malgrado le forze centrifughe che lo sconquassavano. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Sia per queste circostanze, sia perchè la reliquia sottratta ad un altro popolo cristiano era stata oggetto, come narra Paolino, di un tentativo di trasferirla nella città di Roma, l’avvenimento sembra essersi svolto tacitamente né pare trovarsene traccia contemporanea…..E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Riguardo le fonti per la storia delle ossa sacre del martire S. Matteo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”. Dunque, l’Ebner scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo) che racconta che i resti dell’apostolo di Gesù, S. Matteo, furono portati dall’Etiopia in Bretagna e dalla Bretagna furono portate in Lucania, da Gavinio, nella sua villa d’epoca romana, dalla sua flotta di navi inviata in Bretagna dall’Imperatore Valentiniano III per sconfiggere i Bretoni che si erano ribellati. Dunque, secondo il Codice Cassinese (…), 101, la traslazione delle ossa di S. Matteo, dalla Bretagna a Velia accadde all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Però, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514, in proposito scriveva che: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Matteo ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’ ?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Ebner, a p. 514, nella nota (2) postillava: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicata ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre a. 950 – o 951 ? – , IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“padri nostro”) Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Nella villa della famiglia Gavinio, a Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Ebner, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia cit., p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (‘praefectus classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale ?). La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 27, vol. I, in proposito alla villa della gens Gavinia scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: “(52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 27, in proposito scriveva: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima portate in Bretagna, a seguito di una concatenazione di eventi pare fossero state traslate da Gavinio (70), comandante della spedizione (‘praefectus classic ?) romana contro i Bretoni, in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 27, nella nota (70) postillava: “(70) E’ notizia di una gens Gabinia originaria del Lazio, sparsasi poi in Campania e Lucania (CIL, X 351). Cfr. G. Antonini, La Lucania, Napoli, 1795, p. 166 no. 2 e p. 167; v. pure P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66. Per Velia, v. PdP, XXV, 1970, p. 265, sulla grande lastra di marmo perlaceo ivi rinvenuta che ricorda questa famiglia.”. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos’, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”.
Nel V sec. d.C., (epoca di Valentiniano III 419-455 d.C.), l’oratorio nella villa di Gavinio e la basilica paleocristiana a Velia, sepolcro dei resti di S. Matteo ritrovato dal monaco Attanasio
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, in proposito scriveva che: “La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in lucania partibus”, e cioè nell’omonimo gastaldato (nel Mille corrispondeva, più o meno, al territorio della diocesi pestana)(7) e propriamente “ut balneum quod in locis antiquitus extructum fuit” era, “ad sinistram partem” una “potentis viri domus”. Nell’ambito di questa villa, alcuni “religiosi homines (….) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(5) Cod. Casinensis 101, 386: ‘Cum gisulfus princeps salernitanum populorum regeret dicione prudentissima (….), etc…”:

(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515
Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Circa il luogo esatto del ritrovamento, la “Translatio” non dice la direzione presa dal monaco Atanasio nella sua ricerca, ma la descrizione del rudere ove la reliquia viene scoperta è quella d’una grande villa romana, la “domus potentissimi viri” decorata di marmi e dotata d’una terma. Ora, i resti di una costruzione come quella non potevano trovarsi nella contrada se non fra le rovine di Velia, non alla periferia di essa ove era esistito qualche modesto “proàsteion”, sobborghi di artigiani e di marinai, ma proprio entro la cinta muraria ancora in gran parte intatta della città, che, come sappiamo, negli ultimi secoli dell’impero era diventata segnatamente un luogo di soggiorno e di svago. Il particolare del rivestimento interno “quadris contextus laterculis”, cioè di materiale laterizio, del loculo sotto l’altare dell’oratorio domestico ove si trovava la reliquia, si adatta perfettamente al sistema di costruzione tipico di Velia, la quale ebbe una fiorentissima industria laterizia di cui sono note le marche di fabbrica fino all’epoca greca. Sull’acropoli di fronte al mare, già doveva ergersi nel X° secolo l'”arx”, il castello che in forme medioevali più tarde tuttore sussiste e che nel corso del secolo XI° doveva prendere il nome di Castellammare della Bruca, dalla bruca di Novi che lo sovrasta; il poco che rimaneva forse di vita cittadina si raccoglieva intorno ad esso, ma il resto della città “a barbaris destructa”, secondo l’espressione della “Translatio”, presentava a quanto sembra, poco più delle vestigia che da oltre un paio di decenni gli scavi in corso in quell’importante terreno archeologico vanno restituendo. Su Velia dopo i lavori ben noti del Munter, Luynes, Schlemming, Lenormant, oggi parla la diretta ricerca archeologica. Etc..“. Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Dunque, anche Nicola Acocella, sulla scorta dell’Atenolfi, scriveva che la “Translatio” riferisce delle distruzioni dei Saraceni che dominarono ad Agropoli, per oltre un trentennio, dall’882 e anche dopo il 915. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avvenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentata con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia. Secondo l’uso frequente della Chiesa antica, nella casa stessa venne eretto un oratorio, quello i cui resti vedremo particolareggiatamente descritti dalla “Translatio” al momento del ritrovamento della reliquia in Velia.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, con marmi, sculture e parte del perimetro di una torre, un grande complesso termale (II secolo d.C.) con vie e tratti di canalizzazione, gli avanzi di una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 164, scriveva che: “Di un’oratorio è notizia solo a Velia, come si è visto, nella villa della ‘gens’ Gavinia, poi ampliato a basilica quando vi si tumularono i sacri resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Ebner, a p. 27 proseguendo il suo racconto sulla chiesa cristiana rinvenuta nella villa di Aulo Gavinio a Velia, in proposito scriveva che: “I caratteri più significativi del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giungevano dall’Oriente e vi si parlava e scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) P. Ebner, Nuove apigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sgg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “Pdp”, 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro. Del rinvenimento a Paestum e sulle rive dell’odierno Casalvelino marina dissero cronisti e scrittori. A Casalvelino l’ubicarono nei pressi dell’approdo, dove i benedettini di Cava avevano costruito (o ricostruito) una chiesetta dedicandola all’apostolo (ancora nella proprietà Lista), ora piuttosto distante dal mare che continua ad arretrare. Furono poi i reperti delle ultime fortunate campagne di scavi di P.G. Sestieri a Velia che mi consentirono un felice accostamento con le notizie tradite sul rinvenimento dei sacri resti di S. Matteo in Lucania. Infatti, dietro il rilevato ferroviario, poi viadotto, degli scavi di Velia, erano stati messi allo scoperto, nel quartiere meridionale dell’antica polis, due grosse ‘insulae’. Nella prima vennero alla luce, tra l’altro i resti di un grande complesso termale, gli avanzi di una villa urbana e i ruderi di un grosso edificio i cui non si riusciva a stabilire la destinazione. Come ho detto, fu il felice accostamento di questi reperti (9) con le notizie tradite sul rinvenimento delle reliquie dell’apostolo che mi consentirono (10) la più che probabile identificazione della villa romana e di scorgere nell’edificio una basilica del V secolo d.C. (11). La “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il corpo dell’apostolo “honorabiliter est collocatum” sotto la mensa dell’altare. Chiesa che come tutte quelle di quei tempi continuiamo a chiamare basiliche e che non poteva mancare a Velia come non mancava in tutte le più antiche poleis italiote meridionali in età romana diventate circoscrizioni politico-amministrative e perciò sedi di diocesi (12). Un organismo dissoltosi a Velia nel VI secolo per carenza demografica e per la morte del vescovo, forse ucciso dagli invasori longobardi etc…Come si è detto, l’abside della chiesa, riconoscibile dalla sua semicircolarità e dalla porta laterale, spesso presente nelle absidi delle prime chiese, era a poche decine di metri dal complesso termale, di cui è esplicito cenno nella narrazione. Notizie tutte contenute nel ‘Codice cassinese 101 (14), nel quale è pure una significativa descrizione dei tipici sanguigni mattoni usati a Velia e reimpiegati nel III secolo d.C….Soprattutto sull’ubicazione del sepolcro e sulla villa romana, la cui supposta identificazione è stata confermata dalle epigrafi, di cui una edita nel 1970 (15) e un’altra di recente, nel 1978 (16).”. Ebner, a p. 516, nella nota (9) postillava: “(9) Necessità archeologiche indussero il compianto soprintendente alle antichità di Salerno, prof. Mario Napoli, ad asportare tutto lo strato medievale e romano. Sugli accostamenti di cui nel testo e sulle vestigia della villa romana, v. Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (10) postillava: “(10) Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (11) postillava: “(11) Ebner, Velia e la civiltà della Magna Grecia, “Il veltro”, Roma, 1967, p. 168.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”, 1962, p. 28 sgg.”.
Nel V secolo, a Velia, l’interramento dell’area e la scomparsa della villa della gens Gavinio e della basilica paleocristiana
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, secondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C..Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Un organismo dissoltosi a Velia nel VI secolo per carenza demografica e per la morte del vescovo, forse ucciso dagli invasori longobardi etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Su Velia dopo i lavori ben noti del Munter, Luynes, Schlemming, Lenormant, oggi parla la diretta ricerca archeologica. Etc..”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “.
2- TRASLAZIONE DEI SACRI RESTI DELL’APOSTOLO
Nel 946, Gisulfo I, principe longobardo del Principato di Salerno
Da Wikipedia leggiamo che Gisulfo I (maggio 930 – 977 o 978) è stato principe Longobardo del Principato di Salerno dal 946 al 977 (o 978). Maggiore dei figli di Guaimario II e della seconda moglie Gaitelgrima di Capua, fu associato al trono dal padre nel 943 e gli successe alla sua morte nel 946. In un primo momento fu posto sotto la reggenza della madre e di Prisco, tesoriere e conte di palazzo. Nel 946 il Principato fu preso d’assalto da Landolfo II di Benevento e Giovanni III di Napoli, ma il suo alleato Mastalo di Amalfi corse in suo aiuto e fece cadere in un agguato le truppe di Landolfo presso La Cava. L’anno successivo, si alleò con Landolfo e mise sotto assedio la città di Nola, presidio del ducato napoletano. Nell’ottobre del 953 cercò di rasserenare i rapporti con il dominio partenopeo emanando un diploma a favore del vescovo di Napoli, un gesto che mal si addiceva alla diplomazia senza scrupoli dei suoi vicini e che per questo non sembrò mai favorirlo. Poco dopo il 955, tuttavia, fu nominato patrizio da Mariano Argyros, strategos bizantino di Bari. Nell’autunno del 966 papa Giovanni XIII guidò un’armata di truppe romane, toscane e spoletine contro Landolfo III di Benevento e il di lui fratello Pandolfo Testadiferro, ma Gisulfo accorse in suo aiuto e lo scontro armato fu scongiurato. Il papa e il principe di Salerno firmarono un trattato di pace a Terracina. Fu questo l’atto che più avanti gli guadagnò l’aiuto del potente Testadiferro. Nel 974 Gisulfo fu detronizzato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe di Benevento e Capua, Pandolfo I Testadiferro, restaurò Gisulfo come suo vassallo, condizione in cui il principe salernitano restò fino alla morte, avvenuta tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Con lui si estinse la dinastia dei Dauferidi, insediatasi sul trono di Salerno col principe Guaiferio nell’861. Gisulfo, sposato con la principessa Gemma, non ebbe eredi e il suo trono fu ereditato proprio da Pandolfo di Benevento e Capua, che in questo modo riunificò, per la prima e ultima volta dall’851, i territori dell’antica Langobardia Minor.
Nel novembre del ‘950, il principe Gisulfo donò la chiesa di ‘S. Maria di Hodigitria’ a Capaccio, al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di San Benedetto di Salerno
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 640 parlando del casale di Capaccio, in proposito scriveva che: “Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell’evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell’Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni (4). Com sede vescovile etc..”. Ebner, a p. 640, nella nota (4) postillava che: “(4) Giovanni, ‘presul sancte sedis pestane’ (CDC, I, 253, p. 957) traslò i sacri resti nella cattedrale. Per tutte le questioni inerenti al grande evento v. Ebner, Storia, cit., p. 27 sgg., Economia e Società, cit., I, pp. 22 e sg., 40 e 220; vedi pure innanzi.”. Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc…”, nel vol. V parlando dell’“Anno di Cristo 950, Ind. VIII, F”, a p. 317, in proposito scriveva che: “Di quest’anno abbiamo ancora dal Muratori (Diss. 5.), un Diploma di Gisulfo Principe di Salerno, che per rogum di ‘D. Gaitelgrima dilecta matris nostra, dona tibi’, Joanni ‘Abbati padri nostro’ e per lui al Monistero da lui edificato, ‘a nuovo fundamento, intus hanc Civitatem Salernitanam’, le terre spettanti al Palazzo, ch’è d’Ischia, ove dicesi ‘a due fiumi’, nell’Atto Lucanico (di Pesto) ov’è la chiesa di S. Maria, con terre selve, acque intorno ad essa Chiesa, cioè per 4. miglia di lunghezza. Fu scritto da Pietro Notaio: ‘Actum Salerni in Palatio de anno XVIII. mense November. IX. indict. Veda chi legga qual conto debba farsi di un Diploma, ch’è nelle carte di S. Sofia dell’Ughelli etc…”. Dunque, il Diploma in questione in cui il principe Gisulfo I donava all’abate Giovanni etc.., fu pubblicato dal Muratori. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. La più antica donazione di terre del luogo a monasteri benedettini è quella di Gisulfo I del 950 (39): il principe donò al suo confessore (“patri nostri”) Giovanni, abate di un monastero benedettino di Salerno, allora fondato o allora ricostruito dalle fondamenta, una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo. Nel diploma è detto che il principe donò il terreno a ‘johanni abbati padri nostro et in tuo monasterio’, que a nobo fundamento intus hec civitatem salernitanam fundasti’. Tuttavia ciò non esclude che questo nuovo monastero fosse stato costruito dall’anzidetto Giovanni abate di S. Benedetto, anche perchè, in genere, erano proprio gli abati di quest’ultimo cenobio che i principi sceglievano come propri confessori.“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, nel vol. I, p. 44, in proposito scriveva che: “La riforma monastica di orientamento cluniacense, operata da Pietro da Salerno nel cenobio di S. Arcangelo di Perdifumo, ebbe una sua influenza e risonanza nella diocesi pestana che tra l’altro proprio in quel periodo era in fase di riorganizzazione. Il governo salernitano, etc….Su tali basi si tentò di regolarizzare giuridicamente, nei confronti del fisco, le proprietà dei monasteri, le consistenti donazioni come quelle del 950 e del 994 (169). Il ruolo significativo assunto da questi cenobi, cui fa riferimento lo stesso Gisulfo I, emerge dall’importanza assunta dai molti religiosi dei posti chiave che, come abbiamo detto, riguardavano i vertici culturali e politici del Principato. Ad esempio l’autorità goduta dall’Abate Andrea di S. Magno, alla fine del X secolo, etc…”. Ebner, a p. 45, nella nota (164) postillava: “(164) CDC, I 179, novembre a. 950, IX, Salerno.”. Del vescovo pestano Giovanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 348, in proposito scriveva che: “5. Giovanni a. 954, 957 e 963. L’Ughelli lo considera vescovo pestano collocandolo, come tutti, al 954. Volpi (pp. 3-4) l’ha come III vescovo, v. pare il Di Meo cit., XI, p. 300. E’ il vescovo della traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, di cui v. sopra. Manca nel Gams. Il Kehr (p. 367) lo pone al 963 da un documento cavense (CDC I, 253, a. 957): “Iohannes, divina clementia presul sancte sedis pestane”, vende (ABC, A 8) alcune terre a Ligorio di Atrani firmando “+ Ego, qui supra Iohannes episcopus”; v. pure ABC Arca XIII 7 (a. 963): “Iohannes, Dei gratia episcopus sanctae sedis pestane” consegna “vicariationis ordine” un mulino all’episcopio, sito lungo il fiume Trabe (sotto Capaccio) ai fratelli Truppoaldo, Maione e Giacinto in cambio di alcune terre a Sorreianum di Campagna e di otto libbre di argento puro.”. Come vedremo più innanzi, Ebner confonde la cappella che si trovava a Capaccio con un altra cappella che si trovava vicino Velia, ovvero a Casalicchio dove il monaco Attanasio portò le spoglie di S. Matteo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a pp. 27-28, scriveva che: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “aqui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Al desiderio del principe, che era un ordine, il vescovo pestano Giovanni non avrebbe potuto opporsi. Qualche anno prima, infatti, e cioè nel novembre del 950, quel principe aveva donato a Giovanni, abate del nuovo monastero di S. Benedetto di Salerno, una golena di pertinenza del fisco in vocabolo “due (sic) flumina” nella circoscrizione demaniale di Lucania, E cioè terre, selve, corsi d’acqua e quant’altro era compreso (buona parte dell’antica ‘polis’) nell’ambito di quattro miglia intorno alla chiesa elevata alla sovrana protettrice dei monaci itineranti greci, la Vergine Maria, edicola evidentemente abbandonata se nel diploma non è cenno di abitanti (74).”. Ebner, a p. 27, nella nota (72) postillava: “(72) Giovanni, “presul sancte sedis pestane” (CDC I 253, a. 957) trasportava i sacri resti non nella basilica paleocristiana di Paestum, recentemente messa in luce (G. De Rosa “Rivista di Studi salernitani”, fasc. II, pp. 181-192), ma di “Castrum di Caput Aquis” o “aquae”, odierno Capaccio, dove i vescovi pestani, come vedremo, si trasferirono dopo l’abbandono della “città delle rose”, già meta delle orde saracene e preda della malaria.”. Di questo vescovo Giovanni, presule della diocesi Pestana a Capaccio vecchia, lo stesso Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo.”. Dunque, Ebner fa notare il dubbio del Balducci (….), che pubblicò il documento cavense CDC, I, 179 del 950 in cui il principe longobardo di Salerno Gisulfo I donò a Giovanni, suo confessore, abate di “un’abbazia benedettina di Salerno”, la chiesetta “una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: “Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie, queste vennero trasportate dal vescovo Giovanni a Capaccio e da qui, per volere del principe Gisulfo I, a Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “Intanto Giovanni (3), “qui illo in tempore sancte sedis pestane presulatum tenebat”, venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, fattosi consegnare le reliquie le trasferì nella chiesa di Capaccio (4).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (3), postillava che: “(3) E’ il ‘presul sancte sedis pestane del CDC, I, 179, a. 957, p. 253, che trasportò i sacri resti non nella basilica di Paestum (è stata illustrata da G. De Rosa (La chiesa della SS. Annunziata a Paestum) in “Rivista di studi salernitani” (Salerno, 2, 1968), ma nella cattedrale del ‘castrum caput aquis ( o acquae), odierno Capaccio vecchio, dopo l’abbandono della città delle rose oltre che per le incursioni saraceniche per l’infierire della malaria.”. Nel 1083, il vescovo di Capaccio, diventata sede della Diocesi Pestana era Giovanni. Sulla chiesetta a Velia in questione, i diplomi di cui si parla sono citati nella nota (71), a p. 27, di Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, dove postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso.”. Dunque, il Mazziotti racconta che Roberto il Guiscardo aveva sottomesso tutto il Cilento, tranne Castellabate ed Agropoli che aveva concesso all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni ed al vescovo di Capaccio. Su Giovanni, vescovo Pestano, da cui dipendeva la piccola chisetta dove il monaco Attanasio aveva traslato le spoglie di S. Matteo, ha scritto Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia…..Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Sulla chiesetta “ad duo flumina”, che dipendeva dal vescovo pestano Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).“. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Diciamo subito che questi autori si riferiscono alla chiesetta di S. Matteo, ‘sub arce’ di Capaccio, non alla chiesetta “ad duo flumina” di Casalicchio dove furono traslate le ossa di S. Matteo. Su questa chiesetta, che riguarda anche il vescovo Giovanni, Barbara Visentin, però si esprime a riguardo ma non è esplicita nel negare la notizia di Gisulfo II. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come ‘l’ecclesia parrocchialis S. Mathei ad duo flumina in Lucania….matrix oppidi Casalicii, olim etc…, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi madievali degli atti di S. Matteo etc…, cit., p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo: “La chiesa (nella quale il monaco Attanasio pose la reliquia di san Matteo nel 954) era nella contrada “ad duo flumina”…..pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Dunque, la Visentin, fa notare che a Capaccio vi era una cappella “subarce” di S. Matteo che fu donata da Gisulfo I, come è stato scritto all’inizio, all’abate Giovanni del monastero salernitano di S. Benedetto. La Visentin scriveva che l’Atenolfi si sbagliava quando credeva che la chiesetta fosse: “…pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. La Visentin accenna alla trasformazione del titolo della cappella e scrive: “…là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. La Visentin fa notare che l’Atenolfi la confuse con la cappella dove il monaco Attanasio traslò le spoglie di S. Matteo che, non si trovava a Capaccio ma si trovava a Casalicchio. Dunque, la Visentin fa notare ciò che scrisse l’Atenolfo che confuse le due distinte cappelle. Barbara Visentin, non dice nulla di questa “…abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Questa abbazia citata dall’Atenolfi, egli a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I. 232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Dunque, l’Atenolfi scriveva del documento “(217) Codice Diplom. Cavense. (CDC), I. 232 a. 950).”, mentre il documento della donazione di Gisulfo I è dell’anno 950, ma è : “CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus.”. Del vescovo o abate di S. Benedetto, Giovanni citato nel Diploma di Gisulfo I ha scritto anche Antonio Balducci (….), “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” (in Rassegna Storica Salernitana, 1968-1969). Balducci, a p. 32, in proposito scriveva che: “Questo Giovanni non va confuso con l’omonimo abate Giovanni, fondatore di un monastero a Salerno, cui Gisulfo I nel 950 donò alcune terre “sacri palatii” in Lucania (34), che non era abate di S. Massimo, come scrisse lo Schipa (35); potrebbe invece identificarsi con l’altro Giovanni abate di S. Benedetto (forse successore del nostro) che, secondo l’arcivescovo Marsili-Colonna (36), fu a capo della delegazione inviata dal principe Gisulfo, nel 954, al vescovo di Pesto per ottenere le reliquie di S. Matteo a Salerno. Invece pare che E. Pontieri (37) confonda appunto Giovanni, autore della vita di Odone con l’altro della donazione di Gisulfo del 950.”. Balducci, a p. 32, nella nota (34) postillava: “(34) Cfr. Di Meo, op. cit., V, 317; Paesano, I, 58; CDC, I, 232.”. Balducci, a p. 32, nella nota (35) postillava: “(35) Storia del Principato Longobardo in “Archivio Storico Napol. XII (1887) doc. n. 17 e Bartoloni-Pratesi, I docum. originali dei Principi Longobardi, Roma, 1956, tav. IV”. Balducci, a p. 32, nella nota (36) postillava: “(36) M.A. Marsili-Colonna, Constitutiones, et Neapoli, 1580; A. Acocella, La Traslazione di S. Matteo, Salerno, 1954, p. 23”. Balducci, a p. 32, nella nota (37) postillava: “(37) Pontieri, op. cit., p. 67, n. 8”. Balducci si riferiva ad Ernesto Pontieri (…..), ed al suo ……Infatti, Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 23, in proposito così si esprimeva: “Documentati invece sono l’esistenza e il nome, in quegli anni, di Giovanni “presul sancte sedis pestane” (22). Il vescovo di Paestum – deserta ormai l’antica città – aveva l’abituale residenza nel vicino ‘Castrum’ di “Caput Aquis” (o “Caput aquae”; Capaccio antica) dove c’era la chiesa, forse pro-cattedrale, di Santa Maria (23). Disse il Di Meo di non aver da altra fonte notizie di Giovanni, abate di san Benedetto. – Ma l’aggiunta: “di san Benedetto” è del Colonna; e pertanto l’abate Giovanni può identificarsi in quel Giovanni abate (detto, nel documento, “padre nostro”) al cui monastero, da poco fondato in Salerno, il principe Gisulfo I fece nel novembre 950 una donazione di terra demaniale, “quae est hiscla ubi due flumina dicitur acto lucaniano”, con la chiesa di santa Maria (24): proprio nei pressi della località in cui di lì a qualche anno avverrà il ritrovamento.”. L’Acocella, a p. 22, nella nota (21), postillava che: “(21) Cfr. ad esempio D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e ssg.; G. Racioppi, op. cit., II, p. 98, 99, n. 2; G. Senatore, La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24; M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg.; C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (22), postillava che: “(22) Cod. Dipl. Cav., I, p. 253, sgg. (a. 957).”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (23), postillava che: “(23) C.D.C., II, 263 sgg. (a. 989).”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (24), postillava che: “(24) CDC, I, 232.”. E’ interessante ciò che scrisse l’Acocella quando dice che: “Disse il Di Meo di non aver da altra fonte notizie di Giovanni, abate di san Benedetto.” e aggiunge che: “Ma l’aggiunta: “di san Benedetto” è del Colonna;”. Infatti, il Di Meo, a p. 337, aggiunge che: “3. ….e di incerta fede; Si dice Abbate di S. Benedetto ‘Giovanni’. Questo non possiamo rifiutarlo, benchè altronde non ne abbiamo notizia. L’Annalista di questo Monistero ce ne diede tutti i Prepositi, e poi gli Abbati.”. Dunque, l’Acocella scriveva che il Di Meo aggiungeva nella sua frase “Giovanni, abate” di san Benedetto perchè questa cosa l’aveva scritta il cardinale Marsili-Colonna. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc…”, nel vol. V parlando dell’“Anno di Cristo 950, Ind. VIII, F”, a p. 337, in proposito scriveva che: “Alla nuova alba, il Vescovo postosi sulle spalle il santo Corpo lo portò ‘ad Castrum, cui ‘Caput Aquea’ (Capaccio) nomen erat; ed accorso tutto il popolo, fu riposto nella Chiesa di S. Maria, ‘in qua et Episcopalis Cathedra constituta erat’ (quivi di già trasferita da Pesto). A tal notizia il Principe Gisolfo spedì con due lettere a Capaccio Giovanni, Abbate di S. Benedetto di Salerno, ed altri con esso, ordinando, che il S. Corpo dovesse trasferirsi a Salerno.”.
Nel novembre del ‘950, il principe Gisulfo donò la chiesa di ‘S. Maria di Hodigitria’ a Capaccio, al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di San Benedetto di Salerno
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “SAN MATTEO ad duo flumina. Nei documenti sempre S. Matteo ad duo flumina. Università autonoma fino all’abbandono dell’abitato” e, poi a p. 514 prosegue scrivendo: “…., salpando dal porto di Velia, di trasportare in Oriente, e forse addirittura a Bisanzio, le preziose reliquie. Riuscito vano ogni suo tentativo – improvvisi marosi lo respingevano sempre a riva – “in ecclesia que non longe a cella illius sita erat sacratissimum abscondit thesaurum” (2).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicato ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre 950 – o 951 ? – IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“patri nostro”) Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Dunque, Ebner, nella nota (2) postillava che il monaco Attanasio, probabilmente curava la chiesetta “ad duo flumina” dedicata alla ‘sancte dei genitricis virginis marie’ , chiesetta “la “ecclesia vetusta dei genitricis virginis marie”, cioè l’antica chiesa di S. Maria di Odigitria dei monaci greci costruita nel luogo alla confluenza dei due fiumi (Alento e Palistro), etc..(nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: “Da qui, per volere del principe Gisulfo I e con fastose cerimonie vennero poi traslate (6 maggio 954) nell’aula salernitana, allora dedicata alla Vergine Maria. La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio’ (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in Lucania partibus”, e cioè nell’omonimo gastaldato (nel Mille corrispondeva, più o meno, al territorio della diocesi pestana)(7) e propriamente “ut balneum quod in locis antiquitus extructum fuit” era, “ad sinistram partem” una “potentis viri domus”. Nell’ambito di quella villa, alcuni “religiosi homines (…) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum” appunto le reliquie dell’apostolo Matteo. Ivi per “longa tempora curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 35, in proposito scriveva che: “Delle laure fondate in quei tempi è tuttora memoria nei toponimi dei paesi che colstellano il territorio (li Lauri, Laureana, Laurino, ecc…) ubicati in località dove la natura dei terreni favoriva il lavoro manuale cui i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea e di S. Teodoro Studita. Di questa loro presenza nei gastaldati di Lucania e di Laino vi è traccia nella donazione (71) di Gisulfo I del 950 a “Johanni padri nostro”, confessore, dell'”hiscla ubi due (sic) flumina dicitur acto lucaniano in qua ecclesia vetusta dei genitricis virginis marie sita est”; etc…”. Ebner, vol. I, a p. 35, nella nota (71) postillava: “(71) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno, Si noti il “vetusta”.”. Ebner, a p. 41, in proposito scriveva pure che: “La concessione cui abbiamo accennato ‘ad duo flumina’ è importante, in quanto ci informa della presenza in quella zona di presbiteri (o monaci?) con “cura animarum”. Una parte di questa tenuta fu alienata dal vescovo Pando nel 977, etc…”. La chiesetta, probabilmente eretta dai primi monaci giunti nel luogo (di cui si è investigato più volte), fosse posta, molto probabilmente, alla confluenza dei due fiumi Alento e Palistro, non distante da un piccolo approdo. Dunque, una chiesetta esistente già ai tempi del Principe longobardo Gisulfo I. La piccola chiesetta, nel novembre 950 (o 951 ?), quattro anni prima che accadesse il rinvenimento delle spoglie del santo, era stata donata dal Principe Gisulfo I al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. Scrive l’Ebner che l’abate Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto di Salerno, molto probabilmente, in seguito alla donazione del principe longobardo la fece ricostruire o ristrutturare. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 731 scriveva pure che: “Il più antico documento scritto medievale pervenutoci che dica del luogo è il diploma di Gisulfo I (a. 950) (44) a “Johanni abbati nostri”, di cui si è accennato. Il principe “pro amore omnipotentis dei et salute anime nostre per rogum domne gaitelgrime dilecte matrix nostra”, donò al suo confessore, abate di S. Benedetto di Salerno la “ecclesia vetusta dei genitricis virginis marie”, cioè l’antica chiesa di S. Maria di Odigitria dei monaci greci costruita nel luogo alla confluenza dei due fiumi (Alento e Palistro), dove poi il monaco Attanasio trasferì dalla basilica paleocristiana di Velia i sacri resti dell’apostolo ed evangelista Matteo.”. Ebner, a p. 731, nella nota (44) postillava: “(44) CDC, I, 179, novembre a. 950, XI, Salerno: ‘terras pertinentis sacri nostri palatii que est hiscla ubi due flumina dicitur acto lucaniano in qua ecclesia vetuste dei genitricis virginis marie sita est’.”. Ebner scriveva: “è il diploma di Gisulfo I (a. 950) (44) a “Johanni abbati nostri”, di cui si è accennato.”. Infatti, Ebner, lo accennava a p. 724 dove scriveva che: “Del resto, una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia: ne rimane traccia nei tre scalini e nel tronetto di quella attuale (verrà adibita a museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo) su altra più antica, come testimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femmnile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, che s’irradiarono nel territorio dell’odierno Cilento (33).”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ‘ecclesia sancte dei genitricis virginis marie’. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “La “Translatio” non dice a quale distanza dal luogo del ritrovamento fosse l'”habitaculum” ove il monaco Attanasio viveva con la madre, ed ove egli trasportò a spalle la reliquia: ma dice una “cella” di lui, non si comprende bene se lo steso “habitaculum” ovvero, come parrebbe, un altro abituro, si trovava “non longe” dalla chiesa ove egli depose la reliquia stessa, dopo che per la secolda volta era stato respinto a terra nel vano tentativo di portarla per via mare, partendo da quel porto, cioè dal porto velino nell’estuario dell’Alento.”. L’Atenolfi (….), nella nota (216), a p. 49, postillava che: “(216) Regula, cap. I.; cfr. Borgia “Mem. ist. ecc. di Benevento”, 1763, I.354 e segg.”. Dunque, l’Atenolfi, a p. 49 prosegue scrivendo: “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Etc…”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. L’Atenolfi scriveva che la chiesetta, detta “ad duo flumina” e “subarce”, di cui forse, scrive l’Atenolfi, doveva essere suo custode il monaco Attanasio, non si trovava molto lontana dalle proprietà concesse dal Principe longobardo all’abate Giovanni, dell’Abbazia bendettina di Santa Maria di Torricella (217) dell’Ordine di San Benedetto. Sulla chiesetta “ad duo flumina”, che dipendeva dal vescovo pestano Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).“. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Sulla chiesetta “ad duo flumina” ha scritto pure Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come ‘l’ecclesia parrocchialis S. Mathei ad duo flumina in Lucania….matrix oppidi Casalicii, olim etc…, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi madievali degli atti di S. Matteo etc…, cit., p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo: “La chiesa (nella quale il monaco Attanasio pose la reliquia di san Matteo nel 954) era nella contrada “ad duo flumina”…..pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232). Dal racconto della Translazio parrebbe che….etc…etc….Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, etc…”.”. Dunque, la Visentin fa notare che a Capaccio vi era una cappella “subarce” di S. Matteo che fu donata da Gisulfo I, come è stato scritto all’inizio, all’abate Giovanni del monastero salernitano di S. Benedetto. La Visentin fa notare che l’Atenolfi la confuse con la cappella dove il monaco Attanasio traslò le spoglie di S. Matteo che, non si trovava a Capaccio ma si trovava a Casalicchio. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”, 1962, p. 28 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Certo è che Velia era diocesi già dal 500 d.C., come è certo che in età longobarda (30) (lo si desume da un diploma del 950) il luogo era noto solo per la chiesa “ai due fiumi”, etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del Principe Gisulfo I del 950.“. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Del resto, una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia: ne rimane traccia nei tre scalini e nel tronetto di quella attuale (verrà adibita a museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo) su altra più antica, come testimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femmnile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, che s’irradiarono nel territorio dell’odierno Cilento (33).”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ‘ecclesia sancte dei genitricis virginis marie’. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. Almeno un anno prima della traslazione disposta dal principe Gisulfo I che volle ricordare il grande evento con un follaro (D/. S. Matteo nimbato tra le lettere S e M), ancora posto tra le incerte salernitane, ma senz’altro di quel sovrano e nel 954 (Cfr. P. Ebner, ‘Sui follari di Gisulfo I e sulla Scola Salerni’, stà in “Bollettino Circ. Numismatico Napoletano”, 1962). Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”.
Nel ‘954, a Rutino, dove il clero ed il vescovo pestano Giovanni I sostò e dimorò
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, ritorna sull’argomento e scriveva in proposito che: “Prima notizia del villaggio nel leggendario racconto della traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio nel 953 (1). Narra la tradizione che alcuni di quelli che trasportavano le reliquie, superata l’erta salita di Rutino avessero manifestato il desiderio di bere e che miracolosamente fosse apparsa una fonte (2) che il Magnoni (3) dice era detta “fin’oggi il fonte di S. Matteo”. A ricordo dell’evento i locali eressero poi, come a Capaccio, una cappella dedicata all’apostolo (ora nel cimitero di Rutino).”. Ebner, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. E’ da presumere che la traslazione dei sacri resti, dopo il rinvenimento a Velia (Sermo venerabili Paulini: Cod. Casinensis 101, 385-386 e ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste: Cod. Casinensis 101, 386-397) nella cattedrale di S. Maria di Capaccio, da parte del vescovo Giovanni, “qui in illo tempore sedis pestane presularum tenebat”, fosse avvenuta almeno nel 953. Almeno un anno prima della traslazione disposta dal principe Gisulfo I che volle ricordare il grande evento con un follaro (D/. S. Matteo nimbato tra le lettere S e M), ancora posto tra le incerte salernitane, ma senz’altro di quel sovrano e nel 954 (Cfr. P. Ebner, ‘Sui follari di Gisulfo I e sulla Scola Salerni’, stà in “Bollettino Circ. Numismatico Napoletano”, 1962). Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Ebner, a p. 449, nella nota (2) postillava: “(2) Ebner, Storia etc.., op. cit., p. 28, n. 73.”. Ebner, a p. 449, nella nota (3) postillava: “(3) P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, P. 69.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 51, in proposito scriveva che: “Ma soprattutto, chi dalla chiesa della deposizione della reliquia dell’Evangelista, cioè da San Matteo “ad duo flumina” risale le alture verso Rutino, località attraversata come vedremo dalla reliquia stessa, e si dirige a Capaccio, segue un percorso che è tutto in riva destra dell’Alento, né ha bisogno di passare il fiume che dal tratto di “duo flumina” non sarebbe neppure guadabile. Ora, che fin dall’età antica il percorso della via pubblica etc…”. Sempre l’Atenolfi, a p. 53, in proposito scriveva pure: “Si è insistito in questi particolari sul percorso della reliquia da “duo flumina” a Capaccio perché da essi emergono altresì la precisione e l’attendibilità della “Translatio”, le quali rimangono altresì confermate dal racconto della sosta a Rutino. Non è dubbio, infatti, e a la tradizione tuttora ne perdura, che la chiesa di San Pietro Apostolo ove la reliquia dell’Evangelista pernotta il clero Pestano, è la “ecclesia Sancti Petri in casali Rodiliani” di cui è menzione anche nel XVI° secolo (234), che fu parrocchiale del casale della Ruta, ancora così indicato quale abitato prossimo a Rutino nelle mappe dell’800 (235), ed adesso è racchiusa nel recinto del camposanto di Rutino. In commemorazione del transito della reliquia, Rutino ebbe anche una chiesa di San Matteo scomparsa, la “ecclesia Sancti Matthaei de Ruticino” che appare di collazione cavense in un atto del 1092 (236).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (236) postillava: “(236) Guillaume, op. cit., Append. LXXXVI; D. Ventimiglia, op. cit., sub vocab.”.
Nel ‘954, la chiesa di Santa Maria di Odigitria ‘ad duo flumina’, a Casalvelino
Da Wikipedia leggiamo che il corpo del santo, fu rinvenuto nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide (Velia) e, le spoglie furono portate dallo stesso Attanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Il modesto edificio dalla semplice facciata a capanna presenta, alla destra dell’altare, l’arcosolio, dove secondo tradizione furono depositate le sacre reliquie del Santo. Un’iscrizione latina piuttosto tarda (XVIII sec.), incastonata sul lato corto dell’arcosolio, ricorda l’episodio della traslazione; successivamente le ossa furono portate presso il Santuario della Madonna del Granato in Capaccio-Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del Principe Gisulfo I del 950.“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro. Del rinvenimento a Paestum e sulle rive dell’odierno Casalvelino marina dissero cronisti e scrittori. A Casalvelino l’ubicarono nei pressi dell’approdo, dove i benedettini di Cava avevano costruito (o ricostruito) una chiesetta dedicandola all’apostolo (ancora nella proprietà Lista), ora piuttosto distante dal mare che continua ad arretrare.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 518-519, in proposito scriveva che: “Del territorio della chiesa e del villaggio di S. Matteo è menzione nei documenti come tenimento a sé (19), benché esso venga poi descritto unito a quello del villaggio di S. Giorgio e S. Zaccaria nel 1187, quando la Badia già aveva realizzato il disegno di riunirli in un unico complesso fondiario, essendo diventata proprietaria dei beni patrimoniali posseduti un tempo ivi da Guaimario V e dai suoi fratelli. L’ipotesi del Ventimiglia, circa il sorgere dell’abitato di Casalvelino, non chiarisce affatto l’ubicazione del villaggio che è fuorviata dal toponimo odierno S. Matteo dato per estensione al terreno dov’è l’odierna cappella. L’abitato non poteva essere qui, anche perchè la chiesa in quei tempi era ancora più vicina al mare dell’attuale, e propriamente, nei pressi dell’approdo di S. Matteo, uno dei cinque porti del distretto di Cilento di proprietà dell’Abbazia. Al mare giungeva solo il suo territorio, come si legge in un documento (v. oltre). L’esame dei documenti induce ad ammettere che la chiesa di S. Matteo doveva essere ubicata dopo la confluenza dei due fiumi e del mare.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 47, in proposito scriveva che: “La località ci è designata da Ugo di Venosa dal quale si desume essere stata a “duo flumina” nell’agro eleate la chiesa della prima deposizione della reliquia ove ai tempi dello scrittore, nel secolo XII°, già sorgevano l’abbazia ed il casale di San Matteo (207).”. L’Atenolfi, a p. 47, nella nota (207) postillava: “(207) “Vitae quatuor priorum abbatum Cavensium” RR.II.SS. VI.V p. 22 e “In vita S. Petri Abb.” ms. membr. 24 ff. 20 Arch. Caven. (Cfr. Guillaume “Abbay de Cava” 1877 p. 440): S. Pietro 3° abate cavense (1079-1122) si reca nell'”Eccl. B. Ap. et Evang. Mathei, que in Lucano litore circa vetus eius sepulcrum sita est”.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a pp. 27-28, in proposito scriveva pure: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): etc..”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, nella nota (72) postillava che: “(72)….La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”.”. La notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Ebner scrive pure che “La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina”, come, ad esempio ha scritto P. Fedele (….), nel suo “Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno”, pubblicato in “Archivio Reale della Società romana di Storia Patria”, v. XXVIII, p. 5. o, come ha scritto pure Mattei Cerasoli (….), nel suo “……………………..”, a p. 22, nota (20) e, come lo stesso Ebner fece osservare nella Rivista Storica Salernitana …………………….. Sempre l’Ebner, nella nota (72) a p. 28 postillava che: “La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50, in proposito scriveva che: “”Ancor oggi giorno”, scriveva sul cadere del secolo XVIII° un mediocre storico locale, il Magnoni, “nelle festività del santo, grande concorso vi è di quei popoli circonvicini” (220) intorno alla cappella tuttora di collocazione dell’abbazia cavense che, ultimo residuo della chiesa teodoriana e del fiorente monastero, racchiude in piccolo spazio l’arcosolio sotto il quale è fama fosse deposta la reliquia dell’Evangelista, ed un’iscrizione forse settecentesca in rozzi caratteri vi ripete l’errore cronologico del Marsili Colonna. Questa, ritrovata fra i ruderi della cappella rialzata intorno al 1856 dall’Abate Cavense D. Onofrio Granata, è incisa su una pietra di evidente carattere sepolcrale, al centro della quale, è ben visibile la “fenestrella confessioni”, e dovè perciò ricoprire la sepoltura dell’Evangelista. Poco lungi è la marina, detta ora di Casalvelino, ove venne respinta dal mare la reliquia perché posasse in terra salernitana.”. L’Atenolfi scriveva che la chiesetta, detta “ad duo flumina” e “subarce”, di cui forse, scrive l’Atenolfi, doveva essere suo custode il monaco Attanasio, non si trovava molto lontana dalle proprietà concesse dal Principe longobardo all’abate Giovanni, dell’Abbazia bendettina di Santa Maria di Torricella (217) dell’Ordine di San Benedetto. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 51, in proposito scriveva pure che, in seguito alla donazione del principe di Salerno Gisulfo II, sul luogo dove sorgeva la piccola chiesetta in cui il monaco aveva traslato le ossa del Santo sorse: “….chi dalla chiesa della deposizione della reliquia dell’Evangelista, cioè da San Matteo “ad duo flumina” dunque, la chiesa di San Matteo “ad duo flumina” che si trovava proprio nel luogo dove in seguito sorgerà l’Abbazia di San Matteo “ad duo flumina”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come l”ecclesia parrochialis S. Mathaei ad duo flumina in Lucania matrix oppidi Casalicii, olim matrix casalix S. Mathaei ad duo flumina, cum monasterio sun titulo prioratus et custodiae’, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, …….p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (CDC I, 232). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore. Etc…”. La Visentin, a p. 157, in proposito scriveva che: “…, il cui nucleo propulsore è costituito dalla chiesa di San Matteo (696), sorta sul punto di confluenza dell’Alento con il Palistro (697) e cardine intorno al quale ruotano, probabilmente, anche le vicende delle altre due obbedienze cavensi di san Zaccaria e San Giorgio. La cappella appare circondata da un territorio etc…”. La Visentin, a p. 157, nella nota (696) postillava che: “(696) La tradizione vuole che la chiesa abbia ospitato il corpo dell’apostolo ed evangelista Matteo prima del solenne trasferimento nella basilica vescovile di Capaccio e, successivamente, all’interno della città di Salerno. Cfr. Venereo, Dict., vol. II, p. 231, ‘Lib. de vitis sanctorum patrum cavensium’ car. 20 e Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43-44 e sgg., scriveva in proposito che: “….dove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Quantunque non in gran lontananza fra di loro, non però furon gli stessi, il Casale di S. Matteo e quello di Casalicchio, ma l’uno dall’altro distinti, e ben diversi, e molto meno la chiesa di quello poté divenire di questo la matrice….solo sembra potersi dire che i tenimenti di san Matteo ‘ad duo flumina’, di San Giorgio, e di san Zaccaria uniti insieme abbiano poi formato il territorio di Casalicchio”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “SAN MATTEO ad duo flumina. Nei documenti sempre S. Matteo ad duo flumina. Università autonoma fino all’abbandono dell’abitato” e, poi a p. 516 prosegue scrivendo: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro. Del rinvenimento a Paestum e sulle rive dell’odierno Casalvelino marina dissero cronisti e scrittori. A Casalvelino l’ubicarono nei pressi dell’approdo, dove i benedettini di Cava avevano costruito (o ricostruito) una chiesetta dedicandola all’apostolo (ancora nella proprietà Lista), ora piuttosto distante dal mare che continua ad arretrare.”. Ebner, a pp. 515-516 scriveva che: “e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Inoltre, Ebner, a p. 518, nella nota (18) postillava: “(18) Forse è opportuno tentare di chiarire la vera ubicazione del territorio di S. Matteo con il suo abitato. Il Ventimiglia (c. 44) aveva avvalorati gli elementi traditi secondo cui l’abbandono da parte di alcune famiglie dei illaggi di S. Matteo, di S. Giorgio e di S. Zaccaria avevano costituito il primo nucleo del futuro abitato di Casalicchio. Egli poi aveva preso il Di Meo etc…per avere ubicato i “due fiumi” a Paestum, dove si sarebbe costtuita la “Parrocchia e Monastero di S. Matteo, matrice di Casalicchio”. D. Ventimiglia, riferendosi alle ricerche paterne (F. A. Ventimiglia, etc..) spiegò che i resti dell’Apostolo erano stati rinvenuti appunto ‘ad duo flumina’, dove “era il porto di cui si parla nei più volte citati istrumenti del 1186 e del 1187, e vi si edificò la chiesa, il Monastero ed il casale che di San Matteo ‘ad duo flumina’ si nominarono”.”. Infatti, Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43 e sgg., scriveva in proposito che: “….dove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Quantunque non in gran lontananza fra di loro, non però furon gli stessi, il Casale di S. Matteo e quello di Casalicchio, ma l’uno dall’altro distinti e ben diversi.”. Inoltre, Ebner, a p. 518, nella nota (18) postillava: “(18) Forse è opportuno tentare di chiarire la vera ubicazione del territorio di S. Matteo con il suo abitato……Il Mazziotti (cit., p. 81), ….., egli scrive, “per molti anni vi furono deposte le spoglie dell’apostolo Matteo” poi trasportate a Capaccio e di là a Salerno e deposte, seguendo ancora il Ventimiglia, nella chiesa di S. Maria degli Angeli. Chiesa inesistente in quei tempi a Salerno, a meno che il Ventimiglia non abbia voluto riferirsi al titolo della cattedrale che in quel tempo era dedicata “dei genitricis virginis marie”. Chiesa poi detta “sancti matthei”, già dopo il 954 e definitivamente dopo la costruzione della monumentale cattedrale voluta da Roberto il Guiscardo.”. Infatti, il Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 81 parlando del casale di “Casalicchio”, in proposito scriveva che: “Casalvelino. Nella pianura sottostante alla borgata di questo nome e propriamente nel luogo, ove il torrente Fiumicello sbocca nell’Alento, era nel quarto secolo una chiesa rimasta celebre negli annali ecclesiastici, perchè per molti anni vi furono deposte le spoglie dell’apostolo S. Matteo…..Nell’anno 954, etc…, ….., ma il principe Gisulfo II inviò Giovanni, abate del monastero di San Benedetto, a Capaccio, e le fece con grande pompa e solennità trasportare in Salerno, riponendole in una chiesa dedicata a Santa Maria degli Angeli, da cui poi nel 1080 passarono nel Duomo di Salerno.”. Il Mazziotti, sulla scorta del Ventimiglia scriveva che, l’abate Giovanni portò le spoglie del Santo a Salerno e le depose nella chiesa di S. Maria degli Angeli, di cui, però l’Ebner dice non esistente a Salerno in quel periodo. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.
Nel 954 d.C., le spoglie di San Matteo, nella chiesa di Capaccio
Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), postillava pure che: “(73)…..La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Ebner scriveva che in seguito alla prima traslazione dei sacri resti dell’apostolo, da parte del monaco Attanasio, la chiesa che ospitò le sue spoglie era stata erroneamente localizzata a Velia. Ebner scriveva che la chiesetta dedicata alla madonna non si trovava a Velia ma essa, da un documento dell’anno 1102 risultava ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”, che si trovava nella Diocesi Pestana e ipendeva da quella di Capaccio. Infatti, Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, a p. 129, parlando di Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva del monastero di: “1. San Nicola. ‘Sancti Nicolai de castello Caputaquis.”. La Visentin parlando di questo monastero, a p. 131, riferendosi ad un atto di donazione del settembre 1092, risalente all’Archivio Cavense (AC, C, 33, dicembre 1092 ecc..), in proposito scriveva che: “Vengono menzionate in questa circostanza la chiesa di San Matteo apostolo ‘in loco Caputaquis, ubi sub arci dicitur’ (524) con le terre ‘ubi ad casotta et Sanctum Ianuarium’, i vassalli di Rutino, Trentinara e Capaccio e le proprietà presenti negli stessi territori.”. La Visentin, a p. 131, nella nota (524) postillava: “(524) Nel maggio del 1096 Romualdo, ‘sacerdos et abbas’ della chiesa di proprietà di Gregorio, concede una terra con casa della chiesa di S. Matteo ‘sub arci’, dipendente da S. Nicola, nella città nuova di Capaccio, ad Erberto, ‘filius domini Gregorii’, che pone come fideiussione suo cognato Lamberto ‘ex genere Normannorum’. Il censo pattuito è di 2 tarì all’anno e sarà pagato nel giorno in cui si fa memoria della traslazione ‘beati apostoli et evangeliste Mathei’, cfr. AC, XVI 59. Per la chiesa di S. Matteo si veda anche G. Talamo Atenolfi, I resti medioevali degli atti di san Matteo Evangelista, Roma, 1958, p. 53 etc..”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 53 in proposito scriveva pure che: “Della deposizione della reliquia nella bella cattedrale di Santa Maria Assunta o “del granato”, unico edificio superstite della Capaccio “vecchia” distrutta da Federico II° nell’aprile del 1246 a castigo della rivolta guelfa che vi ebbe il suo epilogo, rimane memoria in un’epigrafe fatta apporre nel secolo XVIII° da Monsignor Nicolai vescovo Caputaquense nel transetto di destra, ove si mostra anche una vasca di pietra che come si afferma con poca verosimiglianza, avrebbe ricevuto il sacro deposito. Anche Capaccio in memoria del transito della reliquia dell’Evangelista ebbe una chiesa di San Matteo, donata nel 1092 a quel monastero di San Gregorio, da Gregorio signore del luogo, figlio di Pandolfo di Salerno e di Teodora di Tuscolo (237).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (237) postillava che: “(237) D. Ventimiglia, op. cit., p. 81”.
Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit., p. 168.”. Sempre sul “sacro Palatio”, l’Ebner ha scritto nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p…….Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: “Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”.
Nel 1054, Teodora di Tuscolo, fattasi monaca, la bolla di Amato, vescovo di Capaccio e, la chiesa ed il monastero di “S. Matteo in duo flumina”, a Casalicchio
In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del “(ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).“. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “(73)…..La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Infatti, la notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Attanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73). Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) riferendosi a Teodora di Tuscolo e citando la “Bolla di Amato”, vescovo Pestano, postillava che: “(73) …..dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.).”. Della figura di Teodora di Capaccio e della “Bolla di Amato” ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), a. p. 5, in proposito scriveva che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (21), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Fedele, a p. 5, nella sua nota (I) postillava: (I) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, 359, 385.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV. Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Ferdinand Hirsch (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum) parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Infatti, Alessandro Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” . Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), a p. 359, tomo VII parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo, in proposito scriveva che: “10. Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una Bolla di ‘Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del q. Gregorio Console, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III’. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e ‘l Monistero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni, asperger l’acqua benedetta, avervi cereo, fonte battesimale, battezzare, seppellirvi morti ec. e si prese cinque libbre di argento. Fu presente Giovanni giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII, Pr. D. n. Gisulfi gl. pr. mense Februario, VII indict. Fu poi questo Monistero dato a’ Cavesi. Vi si ha ancora (Arca 86, n. 83) un affitto, che fa Alferio, Abbate di S. Massimo di una casa in ‘Plaja Montis’ di Salerno, vicino la Chiesa di S. Massimo, a ‘Landenolfo* Blasi ha, Landolfo* figlio del q. Godeno, e a Pietro figlio del qu. Costantino: ‘Anno XIII. Pr. D. n. Gisulfi, mense Majo, VII Indict.’ Chierico, Siconolfo Prete, Pandolfo figlio di Pandone, Roffredo figlio di Atenolfo, Pietro figlio di Donneperto, Desigio figlio di Everardo, tutti parenti, unitamente edificarono la Chiesa di S. Severino in Pinnello fuor di Posterola (o sia della porta piccola di S. Benedetto) dicendo, essere stato ciò ordinato loro in una visione. Fu scritto da ‘Sicone’ Prete, e Notaro.”.

(Fig….) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…), p. 359, a. 1054, ind. VII
Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Theodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo.
Nel 1072, Gisulfo II donò ?, l’abbazia benedettina di S. Matteo ‘ad duo flumina’ (notizia non vera ?)
Nel 1958 da Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, la quale, congiuntamente con quelle di San Zaccaria ai Lauri e San Giorgio “ad duo flumina”, occupò un posto importante nella storia dello straordinario esperimento benedettino di società cristiana, per cui dall’XI° al XIV° secolo da quei cenobi lucani sorse nel Cilento una potente organizzazione monastica con i suoi borghi, le sue fortezze ed i suoi porti, i suoi casali rustici, le sue culture, le sue industrie, la sua regolamentazione economica e civile.”. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (219) postillava: “(219) cfr. Guillaume op. cit. Append. LXXXVI.”. Come, però, più tardi scriverà Pietro Ebner, l’Atenolfi sbaglierà come sbagliava il Mazziotti che si rifacevano ad un passo del Guillaume (….). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 519 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, a p. 518, nella nota (19) postillava: “(19) ABC, B 8, circa 1073, Roma (?). La donazione che il Guillaume (cit. p. 36) attribuisce a Gisulfo non risulta da esplici documenti.”. Riguardo questo punto, molto discusso dalla storiografia, Ebner, a p. 519, nella nota (18) postillava pure: “(18) Il Mazziotti poi, attenendosi al Guillaume (cit. p. LXXV: “S. Mathei ad duo flumina, près Elee, 1073, Gisulfe II prince de Salerne, Perte 1392”) che aveva attribuito a Gisulfo II la donazione alla Badia della chiesa, lo confermò scrivendo che “nel maggio 1072 lo concesse all’abate di Cava”. Ma ciò non è, perchè sia nell’ABC, B 5 del maggio 1072 che nell’altro diploma ABC B 10 del maggio 1073 non è cenno all’anzidetta chiesa.”. Dunque, l’Ebner scriveva che il documento pubblicato dal Guillaume, che lo attribuisce a Gisulfo II, non risulta da espliciti documenti. Il Mazziotti, a p. 82, parlando di “Casalvelino”, in proposito scriveva che: “Presso l’antica chiesa nella pianura di Casalvelino era sorto, ignoriamo in quale epoca, ma probabilmente dopo la scoperta delle reliquie, cioè dopo il 954, un monastero che ebbe lo stesso nome di S. Matteo a due fiumi. Il principe di Salerno Gisulfo II nel lmaggio 1072 lo concesse all’abate di Cava e la concessione fu confermata da papa Gregorio VII nel’anno successivo (1).”. Il Mazziotti, a p. 82, nella nota (I) postillava: “(I) Pubblicato dal Guillaume, Doc. B., pag. III.”. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai historique etc…”, a p. 46, in proposito scriveva che: “Si osservano, a questo riguardo, negli Archivi di Cava tre bei diplomi. Con quello del 1072, Gisulfo dona all’abate Leone il territorio di ‘Monte Giulia’ etc…Con quelli del 1073 gli concede o conferma i monasteri di S. Nicola di Serramenzana, di S. Fabiano di Casamastra, di S. Matteo ad duo flumina, etc…(29).”. Il Guillaume, a p. 47, nella nota (29) postillava: “(29) Arc. Magna, B, n. 5, 9 e 10; cfr. Murat., Antiq. Ital., V, col. 790.”. Questo dovrebbe essere il documento secondo cui l’Ebner e la Visentin, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 519 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, a p. 519, nella nota (18) postillava pure: “(18)….Ma ciò non è, perchè sia nell’ABC, B 5 del maggio 1072 che nell’altro diploma ABC B 10 del maggio 1073 non è cenno dell’anzidetta chiesa.”. Sull’abbaglio del Guillaume, che tuttavia trae la notizia dal Muratori, l’Ebner, nella nota (18) postillava pure che: “E’ da presumere che il Guillaume l’abbia ipotizzato dal fatto che della chiesa è cenno nella bolla di Gregorio VII del 1073 circa, meglio ancora, come egli asserisce, dal ms di pd. Rodolfo e dal ‘Dizionario del Venereo. Questi avevano scritto che Guaimario di Giffoni aveva donato alla Badia con il asale di Selofone anche il villaggio di S. Matteo ad duo flumina e quello di Massanova. Ma l’unico documento del 1110 (la data è del Mazziotti) e cioè l’ABC, E 13 nulla dice del casale.”. Barbara Visentin, però si esprime a riguardo ma non è esplicita nel negare la notizia di Gisulfo II. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi etc…, cit., p. 49. Dal racconto della Translazio parrebbe che….”Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, etcc…”.”. Dunque, la Visentin scriveva che Ildebrando di Soana, divenuto papa Gregorio VII, si affrettò a confermare alcune importanti donazioni dell’ultimo principe Longobardo di Salerno, Gisulfo II.
Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara’, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo di Salerno Marcantonio Marsilio Colonna nella ‘Vita di S. Matteo Apostolo’, come scrive il nostro P. Peduto, riferisce che Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda vedova di Aralfo Principe di Benevento e sorella di Gisulfo Principe di Salerno, e forsi fu quel Monaco, che rattrovò il Corpo di esso glorioso Apostolo, del quale a lungo ho parlato nel lib. I Disc. IV.”. Il De Stefano, continuando il suo racconto scriveva pure: “Scella fu sorella di Gisulfo VII Principe di Salerno, vi fu Abate circa il 920, secondo il computo dell’Abate Troyli, tomo 3 lib. 6 C. 4 par. 1 e 2, o circa il 933 secondo il Volpe nella serie de’ Conti di Capaccio; ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo, dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Riguardo il “Peduto” citato dal Di Stefano, egli a p. 210, nel Libro I, in proposito scriveva che: “Il nostro P. Ludovico Peduto Acquario Minore Osservante San Francesco, nella sua ‘Selva di varie storie’ M.S. ect…”, ovvero il suo manoscritto intitolato “Selva di varie storie”. Dunque, il Di Stefano, scrivendo del casale di “Sanpietro”, non molto distante da casale di “Aquaro” (di cui al vol. I di Ebner) scriveva anche del monastero o abbazia benedettina di “S. Petri de Aquara”, ricorda che il manoscritto del monaco francescano Peduto dice che il cardinale Marsilio Colonna scriveva che al tempo della principessa Rotilde, sorella del principe di Salerno Gisulfo (I o II?) e vedova del principe di Benevento Aralfo, il monaco Attanasio doveva essere l’Abate dell’antico monastero. Il Di Stefano, nel libro III si chiede da dove il monaco Peduto abbia tratto le notizie per il suo interessante manoscritto. Sempre il Di Stefano, nel lib. III, a p. 210 cita Michele Zappulli. Il Di Stefano scriveva e si chiedeva se la Principessa Rotilde “ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo”, dunque si tratta di Gisulfo II. Ma se si tratta di Gisulfo II egli non aveva una sorella chiamata Rotilde. Infatti, il Di Stefano aggiunge che: “dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Dunque, il Di Stefano scriveva che il cardinale Colonna, parlando del monastero di S. Pietro di Aquara credeva che: “Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda, etc..”. Il cardinale Marsilio Colonna ci parla del ritrovamento delle sacre spoglie portate in Lucania e del monaco “Athanasius” da p. 52 del suo “Vita di S. Matteo Apostolo”. Egli ci parla del monaco Attanasio, della madre Pelagia e del principe di Salerno Gisulfo II.
Nel 1073, la bolla di papa Gregorio VII e l’Abbazia benedettina di S. Matteo ‘ad duo flumina’
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 520 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “Dell’omonimo monastero è prima notizia nella bolla (19) di Gregorio VII del 1073 circa e poi nelle due (20) di Urbano II.”. Ebner, a p. 518, nella nota (19) postillava: “(19) ABC, B 8, circa 1073, Roma (?). La donazione che il Guillaume (cit. p. 36) attribuisce a Gisulfo non risulta da espliciti documenti.”. Ebner, a p. 518, nella nota (20) postillava: “(20) ABC, C, 21, settembre a. 1089 Venosa e settembre 1089 Melfi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) ……ne parla indirettamente anche ….una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti etc….”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, a p. 155, parlando di Casal Velino, in proposito scriveva del monastero di: “3. San Matteo. ‘Sancti Mathei ad duo flumina.”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689). L’ingresso nel patrimonio fondiario di Cava non sembra, tuttavia, potersi considerare effettivamente avvenuto, nell’ottobre del 1089, infatti, il monastero Cilentano non compare tra i beni cilentani che il pontefice Urbano II torna a confermare alla Trinità (690) etc…”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi etc…, cit., p. 49. Dal racconto della Translazio parrebbe che….”Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, etcc…”.”. Dunque, la Visentin scriveva che Ildebrando di Soana, divenuto papa Gregorio VII, si affrettò a confermare alcune importanti donazioni dell’ultimo principe Longobardo di Salerno, Gisulfo II. La Visentin, a p. 156, nella nota (689) postillava: “(689) AC, B, 8: aprile-dicembre 1073, edito in CDC X, doc. 22, pp. 76-78.”. La Visentin, a p. 156, nella nota (691) postillava: “(691) AC, B 34”. La Visentin, a p. 157, in proposito scriveva che: “…, il cui nucleo propulsore è costituito dalla chiesa di San Matteo (696), sorta sul punto di confluenza dell’Alento con il Palistro (697) e cardine intorno al quale ruotano, probabilmente, anche le vicende delle altre due obbedienze cavensi di san Zaccaria e San Giorgio. La cappella appare circondata da un territorio etc…”. La Visentin, a p. 157, nella nota (696) postillava che: “(696) ….e Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43-44 e sgg., scriveva in proposito che: “….dove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Etc…”.
Nel 1084, il monastero e l’abazia “Obedienza” benedettina di ‘San Matteo ad duo flumina’
Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 156, in proposito scriveva che: “…tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689)….nell’aprile del 1084, in occasione di una sentenza a tutela dei possessi cavensi nel Cilento, emessa ‘apud ecclesiam beati apostoli et evangeliste Mathei, que constructa est in loco ubi duo flumina dicitur’, alla presenza della duchessa Sichelgaita, la cappella non viene detta dipendente da Cava (691).”. La Visentin, a p. 156, nella nota (691) postillava: “(691) AC, B 34”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 521 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “Nell’aprile del 1084, alla presenza della duchessa Sighelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo, si definiva (23), previa una ricognizione sul terreno (il tribunale si riunì nel mese di marzo nella chiesa di S. Matteo ad duo flumina) una vertenza tra la Badia e il fisco ducale che non aveva documenti comprovanti l’appartenenza all’Abbazia di chiese e monasteri. E cioè i predetti beni erano in possesso del monastero prima dell’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo.”. Ebner, a p. 521, nella nota (23) postillava: “(23) I, ABC, B 34, aprile a. 1084, VII, Salerno. Ricognizione sul terreno e poi verbale a Salerno.”.
Nel 1092, Gregorio di Capaccio, figlio del fu Pandolfo donò diverse chiese
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a p. 449, in proposito scriveva pure che: “Nel mese di maggio del 1092, Gregorio, conte di Capaccio e figlio del fu Pandolfo, fratello di Guaimario V, donò alla chiesa di S. Nicola di Capaccio 21 chiese o parti di esse di sua proprietà e parte di un monastero. Offrì inoltre alla stessa chiesa di S. Nicola, quella di S. Matteo “ubi ruticinum dicitur” con tutte le sue pertinenze e quattro locali famiglie con tutti i loro beni (8). Nell’agosto del 1114, Gemma, figlia del fu Guido etc…”. Ebner, a p. 450, nella nota (8) postillava: “(8) I, ABC, C 34, maggio a. 1092, Salerno (vedi pure trascrizione in ABC, XV 58, Maggio a. 1092, XV, Salerno. Gregorio di Capaccio, nipote di Guaimario V donò alla chiesa di S. Nicola di Capaccio costruita dalla zia Teodora, di S. Angelo di Capaccio, di S. Biase di Solofrone, di S. Arcangelo di Acquavella, di S. Felice di Fellino, di S. Andrea di Lama, di S. Massimo di Salerno etc…e altre proprietà. Giudice Grimoaldo.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista” parlando di Rutino e della sosta per la traslazione della reliquia, a p. 53, in proposito scriveva pure: “In commemorazione del transito della reliquia, Rutino ebbe anche una chiesa di San Matteo scomparsa, la “ecclesia Sancti Matthaei de Ruticino” che appare di collazione cavense in un atto del 1092 (236).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (236) postillava: “(236) Guillaume, op. cit., Append. LXXXVI; D. Ventimiglia, op. cit., sub vocab.”
Nel 1096, Guaimario II di Giffoni dona il monastero e l’Abbazia “Obedienza” benedettina di ‘San Matteo ad duo flumina’ a Casalvelino, all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni
Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito delle fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, nel 1973, a p. 27, nella sua nota (71), postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 519 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, a p. 519, nella nota (18) postillava pure: “(18) ….Notizia sicura della donazione della sola chiesa di S. Matteo ‘ad duo flumina’ è nel diploma del gennaio 1096 (ABC, D, 9, gennaio a. 1096, V, Salerno: “Etc….”….qando Guaimario di Giffoni donò alla Badia oltre la chiesa tanta terra etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 520 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “Ne è più ampia nel diploma di Guaimario, signore di Giffoni e nipote di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Il predetto oltre a donare alla Badia tre chiese site nel territorio del suo feudo, offrì pure quella detta ai due fiumi. Chiesa pervenutagli per successione dal nonno Guido nella divisione del 1047 tra il principe e i fratelli di Pandolfo e Guido della proprietà posseduta “ubi proprio duo flumina dicitur” e divisa in “tres sortes” dal gromatico Romoaldo (21). Un documento del 1097 contiene la delimitazione (22) dei beni della chiesa di S. Matteo e del villaggio distante dalla chiesa, verso oriente 350 passi, e delle terre lavorativa site all’incirca tra gli odierni Lago e Pantano e tra lo Iunco e il mare.”. Ebner, a p. 520, nella nota (21) postillava: “(21) CDC, VII, 1083, giugno a. 1047, XV, Salerno. La proprietà patrimoniale dei principi ‘in finibus lucanis, ubi proprie duo flumine dicitur’ comprendeva appunto i territori di cui dianzi. Etc…”. Segue la divisione dei tenimenti a Guido, Pandolfo e Guaimario. Ebner, a p. 520, nella nota (22) postillava: “(22) I, ABC, D 13, marzo a. 1097, V, Salerno. Nel confermare la precedente donazione, Guaimario chiarisce che ‘terra namque in ipsa ecclesia sancti mathei sita est omni parte finis ipsius guaimarii, a parte meridiei etc…”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 156, in proposito scriveva che: “L’inserimento reale nel patrimonio cavense è, dunque, da riferire al gennaio del 1096, quando Guaimario II ‘de Iufuni’ effettua in favore della Trinità un’importante donazione, il cui oggetto è composto interamente da chiese, disseminate tra le terre del ‘dominatus loci’ di Giffoni (692) e quelle che una volta erano appartenute al patrimonio principesco del Cilento. In continuità con la politica di generosa elargizione che Guaimario I, figlio di Guido conte di Conza e duca di Sorrento, aveva inaugurato nel 1091, donando all’abbazia cavense etc…., il giovane Guaimario offre le cappelle di etc…e la chiesa di San Matteo, etc…(694).”. La Visentin, a p. 156, nella nota (692) postillava: “(692) I signori di Giffoni discendono da Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, e da Rangarda, figlia del conte Caiazzo, Landone, e si legano direttamente alla famiglia dei principi longobardi di Salerno, essendo Guido l’unico fratello di Guaimario IV sopravvissuto alla congiura del 1052. Etc…”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 82, parlando di “Casalvelino”, in proposito scriveva che: “Intorno al chiostro si era formato un casale che Guaimario duca di Giffoni nel 1110 donò alla Badia insieme con molte vigne e terre circostanti (2).”. Il Mazziotti, a p. 82, nella nota (2) postillava: “(2) Guillaume, Essai historique etc.., pagg. 47 e 48.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 53 parlando della chiesa di Capaccio, in proposito scriveva pure che: “Anche Capaccio in memoria del transito della reliquia dell’Evangelista ebbe una chiesa di San Matteo, donata nel 1092 a quel monastero di San Gregorio, da Gregorio signore del luogo, figlio di Pandolfo di Salerno e di Teodora di Tuscolo (237).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (237) postillava che: “(237) D. Ventimiglia, op. cit., p. 81”.
Nel 954 d.C., Attanasio (“Athanasio”), monaco di Velia, rinvenne le sacre spoglie di San Matteo
Le sacre spoglie di San Matteo, sarebbero giunte a Velia, in Lucania, intorno al V secolo, dove rimasero sepolte per circa quattro secoli. Il corpo del Santo fu rinvenuto dal monaco Attanasio nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide. Le spoglie furono portate dallo stesso Attanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Lo storico Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 21, così riportava il prodigio di cui parlava il ‘Chronicon Salernitanum’:

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel 1973, in un suo inedito dattiloscritto ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, parlando della Cristianizzazione nel basso Cilento, anche sulla scorta del Rodotà (…), parlando di Velia, scriveva che: “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109). Il Cataldo (…), nella sua nota (108), postillava che: “(108) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, II, pp. 514-515”. Il Cataldo (…), nella sua nota (109), postillava che: “(109) Stilting, Acta Sanctorum, Anversa, VI, 1757, p. 198; si veda pure Ebner P., op. cit., pp. 515.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “Le reliquie …..traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca.”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), del suo ‘Chiesa, Baroni e popolo ecc..’, postillava che: “(52) Il santo comparso in sogno a una pia donna del luogo (Pelagia) chiese di cercare i suoi resti nella basilica paleocristiana di Velia (v. nel Volpi, p. 3, la notizia del rinvenimento non a Velia, ma fra le rovine di Paestum). Pelagia ne disse al figliolo (il monaco Attanasio) che rinvenute le reliquie le occultò nella vicina chiesa (Santa Maria di Odegitria ‘ad duo flumina’).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 27, scriveva che: “6. Sull’incremento delle attività locali aveva influito, e in modo determinante, il rinvenimento a Velia di uno tra i più gloriosi “trofei” della cristianità, le venerate spoglie dell’evangelista Matteo. Evento che portò Salerno e lo stesso territorio di Velia all’attenzione del mondo allora conosciuto, facendo di quest’ultimo, e per lungo tempo, meta d’ininterrotto afflusso di fedeli. A partire dallo stesso compilatore del Chronicon salernitanum (a. 978), quel monaco del monastero di S. Benedetto di Salerno che, nell’accennare nel noto paragrafo 165, si riservava dei “miracula et signa et quomodo fuit repertus”, nonchè nella sua translazione, di raccontare a lungo con l’aiuto di Dio (69). Ciò che pare riuscisse a fare, dicono autorevoli filologi, anche se in modo incompleto.”. Ebner (…), a p. 27, nella sua nota (69), postillava che: “(69) Sul ‘Chronicon e suo autore, v. le recenti ricerche di N. Cilento, in op. cit., p. 67 sgg. e p. 65 sgg.”.
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 731 scriveva pure che: “Nell’ottobre del 1133 il milite Stabile acquistò (45) dalla “kuria” del monastero cavense (abate Simeone) una “pecia de terra” per 250 tarì.”. Ebner, a p. 731, nella nota (45) postillava: “(45) ABC, XXIII, 66, ottobre a. 1133, XII, Abbazia di Cava.”.
Nel 1580, Marco Antonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno
Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il Cardinale Marcantonio Marsilio Colonna (….), nel suo “De vita et gestis Beati Mathaei”, pubblicato come appendice al famoso suo Sinodo Diocesano, celebrato nel 1579 e, citato anche da Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia etc..”, a p. 217. Delle traslazioni di San Matteo si conosceva fino alla metà del secolo scorso soltanto quanto raccontava una monografia cinquecentesca composta, sulla base di fonti più antiche, dall’Arcivescovo Marsilio Colonna: De vita et gestis beati Matthaei apostoli et evangelistae eiusque gloriosi corporis in Salernitanam urbem translatione, Napoli 1580. Le critiche formulate al Colonna da vari autori portarono, in tempi a noi più vicini, Nicola Acocella a riesaminare tutta la problematica inerente la questione e ad analizzare tutti i documenti e le testimonianze medievali relative all’avvenimento.
Nel 1580, il monaco Athanasio, nella ‘Vita dell’Apostolo S. Matteo’ dell’arcivescovo Marsilio Colonna
Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 227-228, in proposito scriveva che: “Era dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo….Parole di Marsilio al Capo 7. …“. Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara’, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo di Salerno Marcantonio Marsilio Colonna nella ‘Vita di S. Matteo Apostolo’, come scrive il nostro P. Peduto, riferisce che Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda vedova di Aralfo Principe di Benevento e sorella di Gisulfo Principe di Salerno, e forsi fu quel Monaco, che rattrovò il Corpo di esso glorioso Apostolo, del quale a lungo ho parlato nel lib. I Disc. IV. Stella fu sorella di Gisulfo VII Principe di Salerno, vi fu Abate circa il 920, secondo il computo dell’Abate Troyli, tomo 3 lib. 6 C. 4 par. 1 e 2, o circa il 933 secondo il Volpe nella serie de’ Conti di Capaccio; ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo, dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto i detto Disc. IV, etc… “. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos’, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “Monsignor Colonna scrisse che…..Poi dice, che pervenutane la notizia a Giovanni vescovo Pestano, questi per terra “itinere terrestre proficiscitur” unito col suo Clero va a trovarne l’inventore, ch’era un monaco, chiamato Atanagio, e dopo che gli ha fatto consumee tre giorni di cammino, facendolo anche al ritorno “dum advesperasceret” pernottare in una chiesa “in medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat”; avendo dovuto passare anche il fiume Malla (questo dove essere l’Alento), finalmente il terzo giorno, dopo che si era dalla sua residenza partito, giunse con il suddetto sacro deposito “ad Castrum cui Caput quae nomen erat”. Tutto e quanto detto riferisce mentovato Arcivescovo si verifica appuntino, giudicandosi l’invenzione della mentovata chiesa di S. Matteo “ad duo flumina” presso Casalicchio. E per convincerci esamineremo il filo delle di lui parole. Era questa chiesa “in Lucania finibus” …..E’ distante cotal luogo dalla residenza del vescovo circa venti miglia, e perciò dov’è il vescovo consuarvi tre giorni di viaggio, cioè uno nell’andare, e due al ritorno. Etc…”.
Nel ‘954, il monaco Athanasio, non era un malfattore ma voleva salvare le sacre spoglie
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, nutrendo dei seri dubbi, come del resto altri autori, sulla figura di Attanasio, forse un monaco italo-greco, forse un igumeno di qualche monastero di Velia, scriveva di Attanasio che: “Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie,……..La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori. Ma non bisogna prenderlo per storia”, scrive H. Delahaye (Les legendes hagiograph., Bruxelles, 1923 (3), p. XIV sg.) prendendone probabilmente da S. Agostino che era incredulo a proposito di certi monaci che vendevano abusivamente “membra di martiri, ammesso che si tratti di martiri”. E’ da tener presente, comunque, che in ogni leggenda vi è sempre un fondo di verità. Va pure ricordato che l’episodio del monaco Attanasio che voleva trasportare le reliquie di S. Matteo a Bisanzio somigli a ciò che i cittadini i Pavia avevano tentato di fare con le reliquie di San Appiano (IX secolo): ‘Acta sanctorum, 4 marzo: “I rematori, stanchi per lo sforzo eccessivo compresero di aver perpretato un immane delitto”).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori. Ma non bisogna prenderlo per storia”, scrive H. DELAHAYE (Les légendes hagiograph.’, Bruxelles 1927 (3), p. XIV sg.) prendendone probabilmente da S. Agostino che era incredulo a proposito di certi monaci che vendevano abusivamente “membra di martiri, ammesso che si tratti di martiri”. E’ da tener presente,comunque, che in ogni leggenda vi è sempre un fondo di verità. Va pure ricordato che l’episodio del monaco Atanasio che voleva trasportare le reliquie di S. Matteo a Bisanzio somiglia a ciò che i cittadini di Pavia avevano tentato di fare con le reliquie di S. Appiano (IX secolo) etc…”. Riguardo ciò che è stato, a mio parere, ingiustamente scritto sulla figura Attanasio, il monaco figlio di Pelagia, non dobbiamo dimenticare il periodo in cui avvenne l’evento del rinvenimento delle sacre spoglie dell’Apostolo Matteo e non dobbiamo perdere di vista ciò che accadde successivamente. Ritengo che la figura del monaco o egumeno Attanasio, figlio di Pelagia di Velia, sia stato ingiustamente bistrattato. A lui deve andare il merito del ritrovamento delle sacre spoglie del Santo e, non a caso la tradizione attribuisce ad un sogno di sua madre Pelagia, dove l’Apostolo Matteo, dopo quattro secoli dalla sua tumulazione in un luogo di Velia, ovvero nel X secolo, ai tempi del principe Longobardo Gisulfo I, venivano ritrovate proprio dal monaco Attanasio. Tutti conosciamo ciò che avvene intorno all’anno Mille, anche e soprattutto ad opera della Badia Cavense. Basti pensare a quel “Aliprando de Busentio”, citato dal Gaetani (…), che a p. 29, scrivevache: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. E poi, ciò che scriveva lo stesso Ebner, circa le usurpazioni della chiesa Benedettina, nelle nostre contrade. In Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Dopo il ritrovamento dei sacri resti dell’Apostolo Matteo, i fatti ci parlano di un immediato intervento del Vescovo di Capaccio, uomo della Badia, che afrontò un viaggio di tre giorni per recuperare i sacri resti, rinenuti a Velia dal monaco Attanasio, e portarli in una chiesetta a Capaccio. La situazione di quegli anni è stata ben rappresentata da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 18, scriveva che: “Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali noncè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “grevance, injiure, servitute, vergoigne” (39). Qui il governo operava a mezzo di funzionari costretti ad agire in contesti sociali al limite della sopravvivenza. Tali condizioni subumane e i leggendari echi delle feroci persecuzioni religiose favorirono, da parte della popolazione, quel clima di calda simpatia che accolse i monaci greci giunti a Velia in diverse ondate tra l’VIII e il X secolo. La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, durante la Guerra Gota.“. Ebner (…), ancora a p. 21, scriveva in proposito che: “Solo grandi eventi, infatti, come ad esempio il rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo tra le rovine della basilica di Velia, potevano indurre anziani vescovi ad affrontare viaggi perigliosi “equitando per vias asperas et impervias”, scriveva ancora il 22 novembre 1745 il presule Raymondi nella relazione di una sua visita pastorale a un casale del territorio (47).”. Ricordiamo pure le paurose e devastanti incursoni dei Saraceni che proprio in quegli anni, secondo le cronache, devastavano gran parte dei centri costieri del basso Cilento. Lo studioso locale Nicola Curzio (…), nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, nel 1934, a p. 10, in proposito ricordava che: “Lo storico Troilo dice che i Saraceni, fierissimi nemici dei Cristiani, dopo aver devastate le marine del regno, distrussero anche nella Lucania, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia nel 914 dell’Era Cristiana. Il coro di Blanda, in legno di noce, venne trasportato a Tortora ove si conservò fino a 28 anni or sono ecc…Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, ecc..”. Lo storico “Troilo” è Troyli (…). Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre ed in particolare quelli della Diocesi di Capaccio a cui apparteneva quella di Bussento. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”, che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, alcuni vogliono che fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa Ebner.
Nel ‘954, Giovanni, vescovo della diocesi Pestana, e la traslazione del corpo di S. Matteo da Casalvelino a Capaccio
Avuta notizia del miracoloso ritrovamento, Giovanni il vescovo di Paestum, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Accompagnato da un festoso corteo, dopo aver attraversato il fiume Malla, trasportò le reliquie nella sua cattedrale, la chiesa della Madonna del «Granato». Riposato la notte nella chiesa di San Pietro, raggiunge la località di Ruticinum per poi proseguire verso la sua cattedrale a Capaccio. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia…..Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 640 parlando del casale di Capaccio, in proposito scriveva che: “Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell’evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell’Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni (4). Com sede vescovile etc..”. Ebner, a p. 640, nella nota (4) postillava che: “(4) Giovanni, ‘presul sancte sedis pestane’ (CDC, I, 253, p. 957) traslò i sacri resti nella cattedrale. Per tutte le questioni inerenti al grande evento v. Ebner, Storia, cit., p. 27 sgg., Economia e Società, cit., I, pp. 22 e sg., 40 e 220; vedi pure innanzi.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: “Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie, queste vennero trasportate dal vescovo Giovanni a Capaccio e da qui, per volere del principe Gisulfo I, a Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “Intanto Giovanni (3), “qui illo in tempore sancte sedis pestane presulatum tenebat”, venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, fattosi consegnare le reliquie le trasferì nella chiesa di Capaccio (4).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (3), postillava che: “(3) E’ il ‘presul sancte sedis pestane del CDC, I, 179, a. 957, p. 253, che trasportò i sacri resti non nella basilica di Paestum (è stata illustrata da G. De Rosa (La chiesa della SS. Annunziata a Paestum) in “Rivista di studi salernitani” (Salerno, 2, 1968), ma nella cattedrale del ‘castrum caput aquis ( o acquae), odierno Capaccio vecchio, dopo l’abbandono della città delle rose oltre che per le incursioni saraceniche per l’infierire della malaria.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Il vescovo Giovanni impiegò tre giorni (Magnoni, cit., p. 64), per giungere a Velia. La distanza Velia-Capaccio era di 20 miglia circa (p. 65) e per le condizioni stradali dell’epoca il vescovo non poteva impiegare meno di tre giorni (‘itinere terrestri profiscitur’, scrive mons. Marsilio Colonna). Si spiega così la sosta notturna a Rutino, di cui è notizia nella tradizione.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a pp. 27-28, scriveva che: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “aqui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Al desiderio del principe, che era un ordine, il vescovo pestano Giovanni non avrebbe potuto opporsi. Qualche anno prima, infatti, e cioè nel novembre del 950, quel principe aveva donato a Giovanni, abate del nuovo monastero di S. Benedetto di Salerno, una golena di pertinenza del fisco in vocabolo “due (sic) flumina” nella circoscrizione demaniale di Lucania, E cioè terre, selve, corsi d’acqua e quant’altro era compreso (buona parte dell’antica ‘polis’) nell’ambito di quattro miglia intorno alla chiesa elevata alla sovrana protettrice dei monaci itineranti greci, la Vergine Maria, edicola evidentemente abbandonata se nel diploma non è cenno di abitanti (74).”. I diplomi di cui si parla sono citati nella nota (71), a p. 27, di Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, dove postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Sul percorso sostenuto dal vescovo Pestano Giovanni, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 207 riferendosi al vescovo Pestano, Giovanni, in proposito scriveva che: “Marcantonio Colonna Arcivescovo di Salerno, nella ‘Vita’, che compose di questo Santo Apostolo (quale confesso non aver letta) in Napoli stampata nell’anno 1580, presso il Volpe, Cap. 8 e ‘l Sig. Magnoni, pag. 37, dopo aver scritto, che…etc….e dopo tre giorni di cammino nel ritorno, ‘dum advesperasceret’, pernottò in una chiesa in ‘medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat’, e passato il fiume ‘Malta’ (che sarebbe l’Alento) finalmente il terzo giorno dopo che si era dalla residenza partito, giunse col suddetto Suddetto deposito ‘ad Castrum, cui Caputaquae nome erat, ubi summo cum honore ingreditur, universo sane Populo occurrente, et comitante, tum Ecclesiam Dei Genitrici dicatam, in qua et Episcopalis Cathedra constructa erat, ingrediuntur, ibique beatissimum Corpus honoreficentissime collocat, singuliste diebus, Divi Apostoli solennia festa celebrat.'”, che tradotto è: “….entrarono nel Castello, che si chiamava Caputaqua, dove entrò con sommo onore, incontrando ed accompagnando tutto il Popolo, e nella Chiesa dedicata a Dio Madre, nella quale era anche edificata la Cattedra Vescovile, e quivi collocò la Corpo santissimo, ogni giorno, nelle solennità del Divin Apostolo, celebra la festa nel modo più onorevolmente».”. Dunque, il Colonna scriveva che nel viaggio di ritorno, la traslazione delle sacre spoglie dell’Apostolo durò tre giorni. Attanasio, arrivò nel luogo “ad duo fulmina” dopo un viaggio di tre giorni. Dunque, il luogo dove viveva Attanasio e la madre Pelagia era distante da Velia, tre giorni di cammino. Ma dove si trovava il luogo dove probabilmente vi era la “cella” del monaco Attanasio ?. Il Di Stefano, proseguendo il suo racconto, del libro I, a p. 208 cita l’iscrizione che si trovava nella chiesa di S. Matteo “ad duo flumina”, e scrive: “…ove, fu il Sagro Corpo da Atanasio ritrovato presso la città di Velia, un miglio da Casalicchio lontana, ivi incisa allorchè quella chiesa fu riedificata, copia della quale nell’Archivio del monistero della Trinità della Cava, si conserva come attesta il sig. Magnone, che a carte 40 la trascrive, etc…”. Dunque, il Di Stefano, sulla scorta del Magnoni scriveva che il monaco Attanasio da Velia ritornò e depositò le spoglie del santo in una chiesa di Casalicchio, la chiesa del monastero di S. Matteo “ad duo flumina” vicino il casale di Casalicchio. Il Di Stefano, a p. 210 del libro I, sulla scorta del Magnoni, scrive pure della sosta a Rutino del vescovo pestano Giovanni che si mise in viaggio per il recupero della reliquia detenuta dal monaco Attanasio. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “Monsignor Colonna scrisse che…..Poi dice, che pervenutane la notizia a Giovanni vescovo Pestano, questi per terra “itinere terrestre proficiscitur” unito col suo Clero va a trovarne l’inventore, ch’era un monaco, chiamato Atanagio, e dopo che gli ha fatto consumee tre giorni di cammino, facendolo anche al ritorno “dum advesperasceret” pernottare in una chiesa “in medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat”; avendo dovuto passare anche il fiume Malla (questo dove essere l’Alento), finalmente il terzo giorno, dopo che si era dalla sua residenza partito, giunse con il suddetto sacro deposito “ad Castrum cui Caput quae nomen erat”. Tutto e quanto detto riferisce mentovato Arcivescovo si verifica appuntino, giudicandosi l’invenzione della mentovata chiesa di S. Matteo “ad duo flumina” presso Casalicchio. E per convincerci esamineremo il filo delle di lui parole. Era questa chiesa “in Lucania finibus” …..E’ distante cotal luogo dalla residenza del vescovo circa venti miglia, e perciò dov’è il vescovo consuarvi tre giorni di viaggio, cioè uno nell’andare, e due al ritorno. Etc…”. Su Giovanni, vescovo Pestano, da cui dipendeva la piccola chisetta dove il monaco Attanasio aveva traslato le spoglie di S. Matteo, ha scritto Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Un altro autore che ci parla di Pesto e delle reliquie del Santo è Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, pubblicata a Napoli, per i tipi di Muzio, nel 1732. Egli parlando di Pesto al cap….., a p. 267, accenna alle sacre spoglie di S. Matteo trasportate nella cattedrale di Paestum dal vescovo Giovanni.
LE FONTI:
Nel Codice Cassinense o Cassinese 101, il Sermo di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna che racconta le vicende del corpo di S. Matteo
Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. Come scrisse Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 27, scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.), sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di un “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia etc..”. Dunque, Ebner scriveva che molte notizie riguardo la storia delle sacre spoglie di S. Matteo sono contenute nel “Codice Cassinese 101”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, ….Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Etc…”. Dunque, Ebner scriveva che nel “Codice Cassinese 101” vi sono contenuti alcuni salmi di frate Paolino (….), risalenti, dice lui, alla fine del IX secolo, che racconta la storia e le vicende che portarono alla scoperta dei sacri resti di S. Matteo. Infatti, l’Atenolfi, a p. 3, in proposito scriveva che: “I TESTI – Alle tre fasi della leggenda corrispondenti approssimativamente agli anni: 45 (?)-68/69, 390 (?)-440 (?), e 954 e seguenti, corrispondono tre testi diversi; la “Passio Sancti Matthaei”, il “Sermo venerabilis Paulini episcopi Legionensis” e la “Translatio Salernum”. Questi testi trassero una prima ragione di silloge dal Lezionario della Chiesa Salernitana la quale nella celebrazione del 6 maggio commemorò le vicende che avevano addotta a Salerno la reliquia dell’apostolo. Ciò accedde anche prima dell’istituzione del Breviario dell’Arcivescovo salernitano Romualdo II° (1153-1181)(I), breviario ch’ebbe poi vari completamenti dagli “Officia” riformati etc..”. Infatti, come vedremo in seguito, a questi tre testi, elencati sia dall’Atenolfi che dall’Ebner, l’Acocella (….), di cui parlerò in seguito approfondirà altri testi precedenti. In questo saggio a noi interessa sopratutto la parte contenuta nel “Codice Cassinese 101” che riguarda la seconda fase dei fatti storici che l’Atenolfi individua come: “Alle tre fasi della leggenda corrispondenti approssimativamente agli anni: 390 (?)-440 (?), corrisponde al seguente momento: il “Sermo venerabilis Paulini episcopi Legionensis.“. Sul testo “Sermo venerabilis Paulini episcopi Legionensis”, l’Atenolfi, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il “Sermo venerabilis Paulini Legionensis britannicae urbis Episcopi de translatione Sancti Matthaei apostoli ab Aethiopia in Britanniam, itemque de Britannia in Italiam” si riallaccia alla “Passio” nelle premesse della propria narrazione. Si tratta come è stato detto di un testo assai raro, esistente per quanto è noto in un solo esemplare completo originale ed in una sola versione genuina fino a poco tempo fa inedita, nel Codice Cassinese 101 dell’XI° secolo qui appresso pubblicato. La redazione è di non oltre la prima metà del secolo X° giacché l’autore che fu, come si dichiara nel titolo dello scritto, vescovo di St. Pol-de-Léon, precedé il vescovo Octréon eletto nel 939 (99). E’ almeno incerto se fu lui a sottoscriversi nel 954, come ritiene il Sammartano (100), o poco prima, come hanno ritenuto altri, col nome di “Paulinianus in Britannia episcopus”, nei diplomi di Regenfredo vescovo di Chartres, intesi a ristabilire in quella diocesi i religiosi di St. Pierre-en-Vallé. Etc…”. Dunque, l’Atenolfi scriveva che il Sermo fosse firmato da un certo: “Paulinianus in Britannia episcopus”, che l’Ebner scriveva “…Il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna, etc..”. Dunque, l’Atenolfi scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese 101, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo). Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet).Da Wikipedia leggiamo che Paolo Aureliano di Leon, o Pol de Léon, oppure Paolino Aureliano (Galles, … – 573), è stato tra i sette santi fondatori della Bretagna, ed è venerato come santo dalla chiesa cattolica. La sua Vita fu completata nell’884 da un monaco di Landévennec di nome Wrmonoc. Fondò monasteri in Bretagna (in Francia) a Lampol sull’isola di Ouessant, su quella di Batz (dove poi morì) nell’odierna città di Saint-Pol-de-Léon (nel Finistère). Là fu consacrato vescovo sotto l’autorità di re Childeberto dei franchi e fu il primo vescovo della diocesi di Saint-Pol-de-Léon. Sempre riguardo la Codice Cassinese 101, Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 5, in proposito scriveva che: “Fortunatamente a questa pedita sopperiscono codici non meno antichi e pregevoli e dopo studio accurato si è ricorso ai fini dellla presente pubblicazione ai testi seguenti: per la “Passio etc….per il “Sermo” al Cod. Csinen. 101 (pp. 373-386) membran. dell’XI° secolo in carattere beneventano; etc….Per il “Sermo” e la “Translatio” il Cod. Casinen. s’impone non solo per la sua antichità, ma perché fra i vetusti esemplari superstiti esso va considerato il più perfetto, presentando completi nella loro redazione originaria i due testi posti nel loro ordine cronologico, etc…”. Riguardo il “Codice Cassinese 101”, però l’Ebner (…), a p. 27 aggiunge che: “La critica moderna, nonostante le motivate obiezioni dello STILTING e dopo di aver superato notevoli dubbi circa la veridicità delle narrazioni scritte nel Codice Cassinese, sembra ora orientata ad accogliere la versione favorevole alla tumulazione a Velia “ad duo flumina”, dice Ugo da Venosa, del corpo dell’apostolo.”. Riguardo lo STILTING, citato da Ebner, il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. A p. 28, Ebner (…), continua e scriveva che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, in proposito scriveva che: “La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in lucania partibus”, e cioè etc….”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(5) Cod. Casinensis 101, 386: ‘Cum gisulfus princeps salernitanum populorum regeret dicione prudentissima (….), etc…”:

(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 448-449, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. E’ da presumere che la traslazione dei sacri resti, dopo il rinvenimento a Velia (Sermo venerabili Paulini: Cod. Casinensis 101, 385-386 e ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste: Cod. Casinensis 101, 386-397)…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 517, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, in proposito scriveva che: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro….Come si è detto, l’abside della chiesa, riconoscibile dalla sua semicircolarità e dalla porta laterale, spesso presente nelle absidi delle prime chiese, era a poche decine di metri dal complesso termale, di cui è esplicito cenno nella narrazione. Notizie tutte contenute nel ‘Codice cassinese 101 (14), nel quale è pure una significativa descrizione dei tipici sanguigni mattoni usati a Velia e reimpiegati nel III secolo d.C…”. Ebner, a p. 516, nella nota (9) postillava: “(9) Necessità archeologiche indussero il compianto soprintendente alle antichità di Salerno, prof. Mario Napoli, ad asportare tutto lo strato medievale e romano. Sugli accostamenti di cui nel testo e sulle vestigia della villa romana, v. Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (10) postillava: “(10) Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (11) postillava: “(11) Ebner, Velia e la civiltà della Magna Grecia, “Il veltro”, Roma, 1967, p. 168.”. Ebner, a p. 516, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”.

(Fig….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 517, nota (14)
Nel……, nel Chronicon Cavense o Annalista Salernitano
Riguardo il “Chronicon Cavense”, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 259, in proposito scriveva che: “…dopo la caduta del gastaldato longobardo in potere di Niceforo Foca allorchè questi riuscì a impadronirsi nell’886 del mezzogiorno italiano (15). Conquista che secondo il molto sospetto Chronicon Cavense pubblicato dal Pratilli sarebbe avvenuta nell’896 mediante gli sforzi riuniti di Bizantini e dei Saraceni che insieme a Latiniano avrebbero anche preso altre città della Calabria tra cui Cosenza e Bisignano (16).”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (16) postillava che: “(16) Pratilli, Historia – principium longobardarum, Neapolis, 1754, IV, ad ann.”. Il Cappelli parlando del “Chronicon Cavense” scriveva che fu pubblicato da Pratilli (….), nel suo “Historia – principium longobardarum”, pubblicato a Napoli nel 1754. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Da Wikipedia, alla voce “Chronicon Cavense” leggiamo che il Chronicon Cavense è un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli, antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il Chronicon si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di Annalista Salernitanus, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione (1). Wikipidia, nella nota (1) postillava: “(1) Herbert Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, p. 223″. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense fu il frutto di un’abilissima falsificazione, che costituisce un esempio esempio eclatante di sofisticheria settecentesca: lo storico e archeologo Herbert Bloch la cita come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». A lungo considerato autentico, il Chronicon pratilliano ha avuto il tempo di trarre in inganno intere generazioni di studiosi e storici, causando notevoli aberrazioni sull’intera storiografia della Langobardia Minor. Fu definitivamente riconosciuto come falso solo un secolo dopo, nel 1847, per mezzo della dettagliata esegesi di Pertz e Köpke. Tuttavia, nel 1847, la cronaca aveva già dispiegato i suoi effetti dannosi e, nonostante lo smascheramento, l’influenza della falsa cronaca ha continuato a riverberare le sue conseguenze negative sulla storiografia successiva, fino al XX secolo, sviando l’opera di lettori di varia indole, compresi studiosi scrupolosi e avvertiti. La persistenza di questa pesante eredità è stigmatizzata, ad esempio, da Nicola Acocella, da Nicola Cilento e da Herbert Bloch. Questa circostanza ha portato alcuni specialisti a esprimere e a condividere l’idea del suo autore come «di un morto che non è morto abbastanza». La falsa Cronaca Cavense del Pratilli non va confusa con gli Annales Cavenses, autentica opera annalistica prodotta dalla badia di Cava de’ Tirreni. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». L’“Annalista salernitano” o “Anonimo Salernitano”, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29). L‘”Annalista Salernitano”, era un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Riguardo il ‘Chronicon Cavense’, nessun valore documentale va invece attribuito al Chronicon Cavense, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.
Il Chronicon Salernitanum detto “Anonymi Salernitani” e la ‘Traslatio’ (il trasporto) delle reliquie di S. Matteo a Salerno
Lo storico Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 11, in proposito così si esprimeva:

La traslazione delle reliquie di san Matteo è una tradizione agiografica altomedievale, fiorita nel Meridione d’Italia, nell’ambiente letterario e religioso della Langobardia Minor. Tale tradizione narra del rinvenimento in Lucania delle reliquie del santo e della loro successiva solenne traslazione a Salerno, per volere del suo principe longobardo Gisulfo I. Quelle stesse reliquie furono poi trasferite nel duomo di Salerno dai principi normanni. Fu proprio il Normanno, Roberto il Guiscardo, che fece costruire la tomba del Santo nel Duomo di Salerno. La notizia del ritrovamento è intanto giunta anche a Salerno. Il principe longobardo Gisulfo I, invia a Capaccio un’autorevole delegazione di dignitari che si fa consegnare le reliquie dal vescovo locale. Il corpo di San Matteo entra così trionfalmente a Salerno ove le reliquie furono ben custodite, quale inestimabile tesoro. Dopo una collocazione provvisoria nel palazzo del principe, nel 1084 esse vennero traslate nella cattedrale di S. Maria degli Angeli, trovarono così più decorosa sistemazione nello splendido Duomo normanno, che fu detto appunto di S. Matteo, costruito, come è noto, per volontà di Roberto il Guiscardo, pare su progetto di Alfano arcivescovo di Salerno, e consacrato da Gregorio VII, profugo da Roma. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”, 1962, p. 28 sgg.”.
Il racconto della ‘Translatio’ nel Chronicon Salernitanum di Anonimo
Il nipote Mazzarella Farao, nel 1795 pubblicò la Parte III della Lucania dello zio Giuseppe Antonini, dove a p. 234, in proposito scriveva che: “Esaminiamo ora quel che ne dice Erchemperto sul fin della sua Storia, ……, siccome dalla Cronologia di questi Principi di Camillo Pellegrino, ed in parte anche ricavasi dalla parte VII, dell’Anonimo Salernitano, che fu a Gisulfo contemporaneo.”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, in proposito scriveva che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, in proposito scriveva che: “La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in lucania partibus”, e cioè nell’omonimo gastaldato (nel Mille corrispondeva, più o meno, al territorio della diocesi pestana)(7) e propriamente “ut balneum quod in locis antiquitus extructum fuit” era, “ad sinistram partem” una “potentis viri domus”. Nell’ambito di questa villa, alcuni “religiosi homines (….) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(5) Cod. Casinensis 101, 386: ‘Cum gisulfus princeps salernitanum populorum regeret dicione prudentissima (….), etc…”:

(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (6), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(6) Lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’, se è esatta l’induzione dello Stilting (Acta sanct., sept., VI, Anversa 1757, p. 198), il quale mostra una perfetta conoscenza del materiale di reimpiego usato a Velia nelle costruzioni, specialmente nel periodo imperiale, e cioè il laterizio. Si noti il significativo brano della Translatio (338): ‘Tunc cesis que supererant spinis ac sentibus, ad quo iam flagranti desiderio intendebant, ipsum etiam altare invenit, inventumque cum magna cautela reserare temptavit. (389) Et cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, apparuit.’.”, che tradotto è: “Allora, quando le restanti spine e la spina, verso la quale ora erano intenti con ardente desiderio, trovò l’altare stesso, e avendolo trovato, con grande cautela cercò di aprirlo. E quando il marmo che aveva ricoperto lo stesso altare fu stato spostato dal suo posto, apparve subito il luogo della croce, intessuta di mattoni, in cui era custodito il corpo del santissimo apostolo ed evangelista.”. Ebner riporta i brani in latino delle pagine 338 e 389 della ‘Translatio’ tratta dal Chronicon Salernitanum’. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella ‘Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Devo segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono ritrovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’ che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Dunque, l’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. L’Acocella ha potuto così ricostruire nel suo saggio La Traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, Salerno, 1954, tutto il quadro delle vicende relative ai resti mortali dell’evangelista, dimostrando la sostanziale veridicità delle fonti, che furono poi integralmente pubblicate (Giuseppe Talamo-Atenolfi, I Testi Medievali degli Atti di S. Matteo l’Evangelista, 1956) e che risalgono all’anonimo autore del “Chronicon Salernitanum” della seconda metà del X secolo, un monaco del monastero di San Benedetto di Salerno.
Nel 974, il Chronicon Salernitanum detto “Anonymi Salernitani”
Da Wikipedia leggiamo che il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia Minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il principe di Salerno Gisulfo. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, E’cole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Per il ‘Chronicon Salernitanum’, si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’, “forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. A questo proposito, dobbiamo anche segnalare, che l’evento o il prodigio a cui si fa riferimento è dell’anno 954, e che nell’anno 823, vi era un abate del monastero di S. Benedetto di Salerno che non viene menzionato dalle cronache, e si tratta di un certo “Aliprando di Bussento”, che fu citato dal sacerdote Rocco Gaetani, (…), e di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Questo “Aliprando de Busentio”, era citato in un altro Chronicon, o meglio, un ‘Chronicon’ pubblicato dal Pratilli (…), che la storiografia vuole da non confondere con il ‘Chronicon Salernitanum’, a cui fa riferimento tutta la storia del rinvenimento. L’altro ‘Chronicon’ di cui parliamo, dove si cita un certo “Aliprando de Busentio”, è la cronistoria spuria dell’ “Annalista Salernitano”, citato più volte anche da Antonini. E’ stato accertato che l’Annalista Salernitano, doveva essere un monaco o un Abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. L’anonimo autore del ‘Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Il ‘Chronicon Salernitanum’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto (….). Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12. L’opera ha potuto beneficiare, così, della tradizione amanuense: una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. In tempi recenti da essa hanno largamente attinto storici della Longobardia meridionale come Wilhelm von Giesebrecht, Ferdinand Hirsch (…), Michelangelo Schipa (…). Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, ………………Anche il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense’, costruito (dicono) dal Pratilli. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella ‘Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Per il ‘Chronicon Beneventanum’, si veda: Alfred Poncelet (…), Catalogus codicum hagiographicorum latinorum bibliothecae Capituli ecclesiae cathedralis Beneventanae, pp. 343, 352. Il racconto della ‘translatio’ beneventana fu poi incorporato nella liturgia salernitana, forse già in età normanna, al tempo dell’arcivescovo di Salerno Alfano I: il ‘Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ la contiene interamente, fatta eccezione per una variante iniziale che Acocella tende ad attribuire a un errore nella compilazione amanuense del Breviario (…). Il ‘Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ (Breviarium officii ecclesiastici secundum usum sacre Salernitane ecclesie factum a domino Romoaldo venerabili secundo Salernitano archiepiscopo) fu forse opera di Romualdo II Guarna ed è «rimasto in uso fino al 1586 e [di esso] ancor oggi la Chiesa salernitana si serve per alcune ufficiature dei santi locali» (Massimo Oldoni, Romualdo Guarna). L’anonimo autore del ‘Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. I due studiosi Crisci e Campagna (….), a p. 35, postillavano a riguardo che: “Il ‘Chronicon’ fu scritto non molto dopo il 974, perchè descrive eventi che dalla metà del 700 (747) si fermano a questa data, è, parlando della morte di Adelchi, avvenuta nell’878, dice che è passato un centinaio di anni. Fu pubblicato dal Pratilli, nella ‘Historia Principum Longobardorum, Napoli, 1750, II, 37-323. Altra pubblicazione, non completa, fu fatta da C. Pellegrino, integrata da L. A. Muratori, ‘Rerum Italicarum Scriptores, t. II, p. II. Il Pertz, seguendo il ‘Codice Vaticano Latino 5001, ha dato una edizione critica col titolo di ‘Anonimo Salernitano’ in M.G.H., ed. 1839. Ed è la migliore edizione.”. Sempre il Crisci ed il Campagna (…), a p. 52, in proposito scrivevano che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ è il primo documento che ci tramandi i nomi di alcuni vescovi (1): di quelli che ressero la diocesi nel periodo storico di cui l’autore narra gli eventi: dalla metà del 700 (747 circa) al 974.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, è un’opera raccolta nel Codice Vaticano Latino 5001, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma e, la pagina che interessa è la p. 147 r che quì pubblico:

(Fig…) Codice Vaticano Latino n. 5001, contenente il “Chronicon Salernitanum”, p. 145r
Giuseppe Antonini (…., nel suo “La Lucania – Discorsi”, edito nel 1745, ed in quella edita dal nipote, Mazzarella Farao, seconda edizione del 1795, sia nella Parte II che nell’altro testo che raccoglie la Parte III. L’Antonini, a p. 247 parlando di Pesto e di Cassiodoro, nella nota (2) postillava: “Fornero nelle note all’Epistola n. 3. lib. I di Cassiodoro in cui si leggono le seguenti parole, che Teodorico gli scrive: ‘Sed non eo praeconiorum sine contenti, Brutiorum, et Lucaniae tibi dedimus mores regendos, ut bonum quod peregrina Provincia meruisset, genitalis soli fortuna nesciret’, così dice: ‘Dat ei Theodoricus summum Patriciatus epicem, cum tum suisset Corrector Brutiorum, et Lucaniae propriac patriae’.”.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(…) Romanelli Domenico, Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner P., Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982,

(…) Acocella Nicola, La traslazione di San Matteo, stà in ‘Documenti e testimonianze’, ed. Di Giacomo, Salerno, 1954 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, Ente per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Salerno, Salerno, 1963 (Archivio Storico Attanasio), Parte II, p. 7 (su S. Matteo). Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”.
(…) Capasso Bartolomeo, La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.
(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.
(…) Pellegrino C., Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751
(…) Stilting…., Acta Sanctorum, Anversa, VI, 1757, p. 198
(…) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg. (Archivio Storico Attanasio)
(…) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.
(…) Mariotto A. e Magnoni Pasquale, Lettera critica al Barone Antonini, contenente alcune annotazioni critiche sui di lui Discorsi della ‘Lucania’,
(…) Hirsh – Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.
(…) Fedele P., Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXVII, 1905, pp. 5-21 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fedele P., Ancora delle relazioni fra i conti di Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXIX, 1906, pp. 240-246.
(…) Cilento Nicola, Italia meridionale longobarda, Milano-Napoli, 1966

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.
(…) Rodotà, Pietro Pompilio, Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.
(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Porfirio , Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948, a p. 538
(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527).
(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117

(…) Guillaume Paul, L’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava’, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; ‘Acta Sanctae Sedis’, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).
(…) L‘”Annalista Salernitano”, fu citato anche da Rocco Gaetani (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Köpke. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29).
(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (…), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”. Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v.
(…) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).

(…) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, (cap. XIV, p. 29; si veda pure dello stesso autore: ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, Lauria, Tip. Editrice Francesco Rossi & figli, 1934 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Ventimiglia Domenico, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e sgg.
(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, vol. II, p. 98, 99, n. 2
(…) Senatore G., La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24
(…) Mazziotti Matteo, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg. (Archivio Storico Attanasio)
(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.
(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.
(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.
(…) Carucci Arturo, S. Gregorio VII e Salerno, Salerno, ed. Arti Grafiche, 1954 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto


































