Nel ‘923 Attanasio, il monaco che rinvenne le sacre spoglie dell’apostolo San Matteo

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, che cerca di rimettere insieme le tante sparse e frammentarie fonti e notizie scritte che nel tempo dai diversi studiosi che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare intorno alla notizia del monaco Attanasio, figlio di Pelagia di Velia, che recupera i poveri resti del corpo martirizzato di San Matteo. Le sacre spoglie dell’Apostolo Matteo, ritrovate in epoca Longobarda, furono portate il 6 maggio 954 a Salerno, dove sono attualmente conservate nella cripta della cattedrale, ma ancora ad oggi non si conosce il punto in cui essi vengono conservate. Matteo apostolo ed evangelista (Cafarnao, 4/2 a. C. – Etiopia, 24 gennaio 70) fu, secondo i Vangeli, uno dei dodici apostoli di Gesù e, secondo la tradizione, l’autore del Vangelo secondo Matteo.

INCIPIT

Nel ‘923 o 954 ? , il monaco ATTANASIO e sua madre PELAGIA

Sulla figura del monaco Attanasio e della madre Pelagia si è indagato poco e poco si conosce. Da Wikipedia leggiamo che Le sue reliquie sarebbero giunte a Velia, in Lucania, intorno al V secolo, dove rimasero sepolte per circa quattro secoli. Il corpo del Santo era stato rinvenuto dal monaco Atanasio nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide. Le spoglie furono portate dallo stesso Atanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Il modesto edificio dalla semplice facciata a capanna presenta, alla destra dell’altare, l’arcosolio, dove secondo tradizione furono depositate le sacre reliquie del Santo. Un’iscrizione latina piuttosto tarda (XVIII sec.), incastonata sul lato corto dell’arcosolio, ricorda l’episodio della traslazione; successivamente le ossa furono portate presso il Santuario della Madonna del Granato in Capaccio-Paestum. Ritrovate in epoca longobarda, furono portate il 6 maggio 954 a Salerno, dove sono attualmente conservate nella cripta della cattedrale. Eppure è questo monaco che scoprì a Velia, nella, probabilmente essere la villa del generale Gavinio, le sacre spoglie nascoste dell’Apostolo ed Evangelista S. Matteo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che:  “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, etc…(109).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Mattero ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “….a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Narra la tradizione che il santo, apparso in sogno a una pia donna (Pelagia, avesse indicato l’ubicazione precisa del suo sepolcro nell’antico abitato di Velia inducendola a chiedere al figliolo (Atanasio) di farne diligente ricerca. Quest’ultimo, nella speranza di laute ricompense, avrebbe tentato, salpando dal porto di Velia, di trasportare in Oriente le rinvenute preziose reliquie. ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, riferendo della notizia di Attanasio, monaco di Velia, che rinvenne in una chiesetta le sacre spoglie dell’Apostolo Matteo, riferiva anche la notizia, tramandata da una certa tradizione che il monaco Attanasio “Quest’ultimo, nella speranza di vendere i sacri resti con lauti guadagni, dopo il loro rinvenimento divisò, salpando dal porto di Velia, di trasportare in Oriente, e forse addirittura a Bisanzio, le preziose reliquie. Riuscito vano ogni suo tentativo – improvvisi marosi lo respingevano sempre a riva – “in ecclesia que non longe a cella illius sita erat sacratissimum abscondit thesaurum” (2).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicato ‘sancte dei genitricis virginis marie, etc…”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 206 parlando di Capaccio e della sua Cattedrale, in proposito scriveva che: “Dominando in Salerno il Principe Gisulfo, avvenne, che il Sant’Apostolo apparve in sogno a una Donna di nome Pelagia, alla quale disse: “Surge velox, filioque tuo Athanasio nunciato, ut Balneum etc…Ma Pelagia trascurato avendo di riferire la visione, l’apparve per la seconda volta in sogno la notte seguente, e gli ripeté le stesse cose; etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, parlando della narrazione del “Chronicon Salernitanum”, in proposito scriveva che: Nell’ambito di questa villa, alcuni “religiosi homines (….) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “I nomi di Pelagia e di Atanasio non sono per altra via giunti a noi. Ma la evidente grecità dei loro nomi e la loro vita monastica in romite “celle” prossime a chiese solitarie trovano bene la loro ambientazione in una zona dove nel secolo X e anche in seguito è documentata ampiamente l’esistenza non solo di nomi e toponimi greci ma anche di “celle” monastiche basiliane e di chiese rurali (21).”. Dunque, l’Acocella scrive che i nomi di “Pelagia” e di “Atanasio” (o Attanasio, come lo chiama Ebner), non sono documentati se non nel racconto della “Translatio”, ma essi appaiono solo nel ‘Chronicon Salernitanum’. Infatti, l’Acocella, a p. 22 aggiunge pure che: “Documentati invece sono l’esistenza e il nome, in quegli anni, di Giovanni “presul sancte sedis pestane” etc…”. Acocella (…), a p. 22, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Cfr. ad esempio D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e ssg.; G. Racioppi, op. cit., II, p. 98, 99, n. 2; G. Senatore, La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24; M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg.; C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.”. Da Wikipedia leggiamo che il nome “Pelagia” rimanda ad alcune eroine del tempo Pelagia – moglie di Bonifacio e Flavio Ezio. Ricordiamo che Flavio Ezio è il generale dell’Imperatore Valentiniano III che mandò Gavinio con la sua flotta a combattere i Bretoni. Pelagia (429 – 451) fu la moglie dei due più importanti generali romani della sua epoca, Bonifacio ed Ezio. Il nome di Pelagia è citato solo dallo storico Marcellino Comes (s.a. 432). Proveniva da una nobile famiglia di origine barbarica, forse visigota. Cristiana ariana, si convertì al cattolicesimo prima del matrimonio con l’influente generale Bonifacio (avvenuto prima del 427/429; per Bonifacio si trattava delle seconde nozze), cui diede una figlia che fece, però, battezzare da un sacerdote ariano. Nel 432 era diventata molto ricca; in quell’anno le morì il marito, ferito nella vittoriosa battaglia contro il suo rivale Ezio. Marcellino narra che, sul letto di morte, Bonifacio fece promettere a Pelagia che si sarebbe risposata solo con Ezio, cosa che avvenne puntualmente. Dal secondo marito Pelagia ebbe un figlio, Gaudenzio, nato attorno al 440; per tutelarne le aspirazioni politiche e imperiali, Pelagia convinse il marito ad ostacolare il futuro imperatore Maggioriano. Era ancora in vita nel 451, a Roma; pregò assiduamente per il ritorno del marito dalla campagna gallica contro Attila. Parlando di Pelagia e del monaco Attanasio, dobbiamo ricollegarci al periodo storico precedente ed all’enorme afflusso di monaci provenienti dall’Oriente che si trasferirono presso quello che poi in seguito diventò il Principato Longobardo di Salerno. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49, in proposito scriveva che: “La “Translatio” vi rappresenta una vecchia donna santimoniale, Pelagia, che insieme al figlio Atanasio “monacus” cioè monaco selvaggio, vive in un “habitaculum”, greci entrambi come il nome dimostra.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49, riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La “Translatio” non dice a quale distanza dal luogo del ritrovamento fosse l'”habitaculum” ove il monaco Attanasio viveva con la madre, ed ove egli trasportò a spalle la reliquia: ma dice una “cella” di lui, non si comprende bene se lo steso “habitaculum” ovvero, come parrebbe, un altro abituro, si trovava “non longe” dalla chiesa ove egli depose la reliquia stessa, dopo che per la secolda volta era stato respinto a terra nel vano tentativo di portarla per via mare, partendo da quel porto, cioè dal porto velino nell’estuario dell’Alento.”. Dunque, l’Atenolfi, dice che l’autore del cronicon sulla “Translatio” non dice a quale distanza dal luogo del ritrovamento fosse l'”habitaculum” ove il monaco Attanasio viveva con la madre”. L’autore apocrifo della ‘Traslatio’, l’autore del Chronicon Salernitanum, così scriveva del prodigio e della madre di Attanasio (Athanasio) (v. Acocella (…), p. 21): “In Lucania, ad una vecchia donna dedicata al servizio divino, ecc..”. Dice che Pelagia, era una pia donna dedicata al servizio di Dio, dunque una donna di chiesa e poi su suo figlio Attanasio, scriveva che: “E la nasconde in una chiesa presso la “cella” dov’egli dimora.”. Dunque, lo stesso Attanasio, figlio di Pelagia, era uomo di Chiesa. Io credo che Attanasio, fosse un monaco bizantino, o italo-greco, arrivato in Italia e a Velia, come tanti dall’Oriente. Si potrebbe opinare che la storia del sogno fatto da sua madre Pelagia, fosse non vera e che servisse a giustificare il fortuito ritrovamento delle sacre spoglie, ma io credo che essendo Attanasio, uno dei tanti monaci italo-greci, forse un egumeno di un monastero bizantino, volesse proteggere le sacre spoglie di Matteo dalle continue ingerenze dell’Abbazia benedettina di Cava che in quegli anni, iniziò l’opera baronale di accentramento fondiario che portò alla quasi distruzione di gran parte dei Monasteri italo-greci presenti nel basso Cilento. Oltre al discorso che il monaco Attanasio (sicuramente di origine greco-bizantina) abitasse in un remoto abituro o laura, bisogna considerare anche il periodo storico in cui si svolsero questi fatti, ovvero gli anni in cui avvenne il rinvenimento delle spoglie sacre di S. Matteo nella probabile villa di Gavinio a Velia, che furono trasportate (translatio) in una chiesetta “ad duo flumina” dal monaco Attansio, figlio di Pelagia. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 207 riferendosi al vescovo Pestano, Giovanni, in proposito scriveva che: Marcantonio Colonna Arcivescovo di Salerno, nella ‘Vita’, che compose di questo Santo Apostolo (quale confesso non aver letta) in Napoli stampata nell’anno 1580, presso il Volpe, Cap. 8 e ‘l Sig. Magnoni, pag. 37, dopo aver scritto, che…etc….e dopo tre giorni di cammino nel ritorno, ‘dum advesperasceret’, pernottò in una chiesa in ‘medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat’, e passato il fiume ‘Malta’ (che sarebbe l’Alento) finalmente il terzo giorno dopo che si era dalla residenza partito, giunse col suddetto Suddetto deposito ‘ad Castrum, cui Caputaquae nome erat, ubi summo cum honore ingreditur, universo sane Populo occurrente, et comitante, tum Ecclesiam Dei Genitrici dicatam, in qua et Episcopalis Cathedra constructa erat, ingrediuntur, ibique beatissimum Corpus honoreficentissime collocat, singuliste diebus, Divi Apostoli solennia festa celebrat.'”, che tradotto è: “….entrarono nel Castello, che si chiamava Caputaqua, dove entrò con sommo onore, incontrando ed accompagnando tutto il Popolo, e nella Chiesa dedicata a Dio Madre, nella quale era anche edificata la Cattedra Vescovile, e quivi collocò la Corpo santissimo, ogni giorno, nelle solennità del Divin Apostolo, celebra la festa nel modo più onorevolmente».”. Dunque, il Colonna scriveva che nel viaggio di ritorno da Velia, la traslazione delle sacre spoglie dell’Apostolo durò tre giorni. Attanasio, arrivò nel luogo “ad duo fulmina” dopo un viaggio di tre giorni. Dunque, il luogo dove viveva Attanasio e la madre Pelagia era distante da Velia, tre giorni di cammino. Ma dove si trovava il luogo dove probabilmente vi era la “cella” del monaco Attanasio ?. Il Di Stefano, proseguendo il suo racconto, del libro I, a p. 208 cita l’iscrizione che si trovava nella chiesa di S. Matteo “ad duo flumina”, e scrive: “…ove, fu il Sagro Corpo da Atanasio ritrovato presso la città di Velia, un miglio da Casalicchio lontana, ivi incisa allorchè quella chiesa fu riedificata, copia della quale nell’Archivio del monistero della Trinità della Cava, si conserva come attesta il sig. Magnone, che a carte 40 la trascrive, etc…”. Dunque, il Di Stefano, sulla scorta del Magnoni scriveva che il monaco Attanasio da Velia ritornò e depositò le spoglie del santo in una chiesa di Casalicchio, la chiesa del monastero di S. Matteo “ad duo flumina” vicino il casale di Casalicchio. Il Di Stefano, a p. 210 del libro I, sulla scorta del Magnoni, scrive pure della sosta a Rutino del vescovo pestano Giovanni che si mise in viaggio per il recupero della reliquia detenuta dal monaco Attanasio. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “Monsignor Colonna scrisse che…..Poi dice, che pervenutane la notizia a Giovanni vescovo Pestano, questi per terra “itinere terrestre proficiscitur” unito col suo Clero va a trovarne l’inventore, ch’era un monaco, chiamato Atanagio, e dopo che gli ha fatto consumee tre giorni di cammino, facendolo anche al ritorno “dum advesperasceret” pernottare in una chiesa “in medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat”; avendo dovuto passare anche il fiume Malla (questo dove essere l’Alento), finalmente il terzo giorno, dopo che si era dalla sua residenza partito, giunse con il suddetto sacro deposito “ad Castrum cui Caput quae nomen erat”. Tutto e quanto detto riferisce mentovato Arcivescovo si verifica appuntino, giudicandosi l’invenzione della mentovata chiesa di S. Matteo “ad duo flumina” presso Casalicchio. E per convincerci esamineremo il filo delle di lui parole. Era questa chiesa “in Lucania finibus” …..E’ distante cotal luogo dalla residenza del vescovo circa venti miglia, e perciò dov’è il vescovo consuarvi tre giorni di viaggio, cioè uno nell’andare, e due al ritorno. Etc…”. Devo però precisare che, il Di Stefano, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara’, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo di Salerno Marcantonio Marsilio Colonna nella ‘Vita di S. Matteo Apostolo’, come scrive il nostro P. Peduto, riferisce che Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda vedova di Aralfo Principe di Benevento e sorella di Gisulfo Principe di Salerno, e forsi fu quel Monaco, che rattrovò il Corpo di esso glorioso Apostolo, del quale a lungo ho parlato nel lib. I Disc. IV.”. Il De Stefano, continuando il suo racconto scriveva pure: “Scella fu sorella di Gisulfo VII Principe di Salerno, vi fu Abate circa il 920, secondo il computo dell’Abate Troyli, tomo 3 lib. 6 C. 4 par. 1 e 2, o circa il 933 secondo il Volpe nella serie de’ Conti di Capaccio; ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo, dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Riguardo il “Peduto” citato dal Di Stefano, egli a p. 210, nel Libro I, in proposito scriveva che: “Il nostro P. Ludovico Peduto Acquario Minore Osservante San Francesco, nella sua ‘Selva di varie storie’ M.S. ect…”, ovvero il suo manoscritto intitolato “Selva di varie storie”. Dunque, il Di Stefano, scrivendo del casale di “Sanpietro”, non molto distante da casale di “Aquaro” (di cui al vol. I di Ebner) scriveva anche del monastero o abbazia benedettina di “S. Petri de Aquara”, ricorda che il manoscritto del monaco francescano Peduto dice che il cardinale Marsilio Colonna scriveva che al tempo della principessa Rotilde, sorella del principe di Salerno Gisulfo (I o II?) e vedova del principe di Benevento Aralfo, il monaco Attanasio doveva essere l’Abate dell’antico monastero. Il Di Stefano, nel libro III si chiede da dove il monaco Peduto abbia tratto le notizie per il suo interessante manoscritto. Sempre il Di Stefano, nel lib. III, a p. 210 cita Michele Zappulli.  Il Di Stefano scriveva e si chiedeva se la Principessa Rotilde “ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo”, dunque si tratta di Gisulfo II. Ma se si tratta di Gisulfo II egli non aveva una sorella chiamata Rotilde. Infatti, il Di Stefano aggiunge che: dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Dunque, il Di Stefano scriveva che il cardinale Colonna, parlando del monastero di S. Pietro di Aquara credeva che: Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda, etc..”. Il cardinale Marsilio Colonna ci parla del ritrovamento delle sacre spoglie portate in Lucania e del monaco “Athanasius” da p. 52 del suo “Vita di S. Matteo Apostolo”. Egli ci parla del monaco Attanasio, della madre Pelagia e del principe di Salerno Gisulfo II.

Nel ‘923 o 954 ? , ATTANASIO che alcuni pensavano essere un monaco benedettino del tipo sarabaita

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49, in proposito scriveva che: “La “Translatio” vi rappresenta una vecchia donna santimoniale, Pelagia, che insieme al figlio Atanasio “monacus” cioè monaco selvaggio, vive in un “habitaculum”, greci entrambi come il nome dimostra. Religiosi con voti monastici individuali esistevano, pare, già nel secolo IV°, “bini aut certe singuli sine pastore”, “nulla regula approbati”, “teterrinum genus” affermò San Benedetto che li chiama sarabaìti cioè i falsi apostoli (216).”. Dunque, l’Atenolfi, sulla scorta del racconto della “Translatio” nel Chronicon, ipotizzava che il monaco Attanasio appartenesse ad un tipo di monaco Benedettino chiamato “Sarabaìta”. Questi monaci furono da alcuni mal tollerati ed odiati. Nel “Viaggio della Regola di S. Benedetto”, un sito web sulla rete troviamo che i “sarabaiti” appartenevano alla “terza categoria di monaci, veramente detestabile: molli come piombo, perché non sono stati temprati come l’oro nel crogiolo dell’esperienza di una regola e, costoro conservano ancora le abitudini mondane, mentendo a Dio con la loro tonsura.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 48-49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “Numerosa vi era la popolazione fra la quale spiccava l’elemento greco-italiota rifluito in epoche diverse, e specialmente nel sec. VIII° dai temi bizantini nella longobardia, e tuttavia esistente in nuclei etnici frequenti nel tardo secolo XI° (215).”. L’Atenolfi (….), nella nota (215), a p. 49, postillava che: “(215) cfr. Mazziotti op. cit. pp. 99 e segg., passim: “emigrazione cominciata nella prov. di Salerno dal tempo della spedizione di Narsete in Italia, si andò diffondendo nella nostra contrada al tempo della dominazione longobarda”. Sempre l’Atenolfi, a p. 49 aggiungeva: “La “Translatio” vi rappresenta una vecchia donna donna santimoniale, Pelagia, che insieme al figlio Atanasio “monacus” cioè monaco selvaggio, vive in un “habitaculum”, greci entrambi come il nome dimostra. Religiosi con voti monastici individuali esistevano, pare, già nel secolo IV°, “bini aut certe singuli sine pastore”, “nulla regula approbati”, “teterrinum genus” affermò San Benedetto che li chiama sarabaìti cioè i falsi apostoli (216).”. L’Atenolfi (….), nella nota (216), a p. 49, postillava che: “(216) Regula, cap. I.; cfr. Borgia “Mem. ist. ecc. di Benevento”, 1763, I.354 e segg.”. L’Atenolfi proseguendo il suo racconto dice che, questi monaci: “Costoro finirono per cadere nel massimo disprezzo, ma nella regione lucana ove numerosi essi provenivano dal clero italo-greco, si erano mantenuti a lungo sparsi in celle o riuniti in laure, le cui memorie tornano spesso nell’etimo di molte località della regione e di quelle circonvicine. Non lungi da “duo flumina” sussiste una contrada dei “Lauri”, ove esistè più tardi il monachesimo benedettino di San Zaccaria. Dal testo della “Translatio” sembra peraltro trasparire l’avversione longobarda per il greco Atanasio, accusato di occultamento della reliquia e di replicati tentativi di trafugamento di essa per consegnarla per bassi fini di lucro ai nemici ereditari dei longobardi salernitani, i bizantini e gli amalfitani. Sebbene, come pure si narra, proprio lui fosse stato per volontà divina lo strumento del ritrovamento della reliquia, egli appare trattato con sospetto se non con ostilità ed anche con ingiustizia, giacché, come vedremo, una reliquia minore dell’Evangelista, che gli era stata data ed egli aveva poi spontaneamente profferito per scaricare i demoni da un invasato, gli viene ingratamente ritolta.. Sulle laure e cenobi ce ne parla Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, dove a p. 98, in proposito scriveva: “V. Una grande influenza ebbe nelle provincie meridionali della penisola e fra le altre nella provincia di Salerno la venuta dei greci al comando pria di Belisario e poi di Narsete……Il potere dei greci in molte regioni del mezzogiorno d’Italia durò, come ben nota il Racioppi, da Belisario a Roberto il Guiscardo, cioè per circa 600 anni (1). E durante questo lungo periodo fu continuo il pellegrinaggio di monaci, che, per sfuggire le persecuzioni degli imperatori d’Oriente, vennero a stabilirsi nelle nostre provincie fondandovi monasteri. Affluirono principalmente nel secolo VIII quando Leone Isaurico imperatore d’Oriente, accettando la dottrina degli Iconoclasti, intraprese le più fiere persecuzioni contro i cristiani adoratori di immagini e di reliquie di santi. I monaci basiliani fuggirono in gran parte in Italia ed accolti dai papi e dagli abitanti si diffusero anche nelle provincie napoletane, nelle quali sorsero fino a 500 monasteri di quell’ordine (2).”. Il Mazziotti, a p. 99, scriveva: “Però, se i monasteri sorti nel Cilento appartennero indubbiamente all’ordine di S. Benedetto, non credo che possa escludersi un largo concorso nella nostra contrada di monaci greci e di profughi dall’oriente. Di ciò si hanno molti e sicuri indizii. I nomi dei paesi di Larino, di Laurana, di S. Zaccaria dei Lauri, che era nei dintorni di Casalvelino, traggono certamente la loro origine dalla parola ‘Laura’ che appartiene al greco bizantino (1). Chiamavansi così le celle dei monaci poste, per lo più in luoghi aspri e montuosi e separate l’una dall’altra, intorno ad una piccola e rustica chiesa, ove i monaci si radunavano soltanto per celebrare i divini misteri e per cantare le laudi ed i salmi (2).”.

Nel 446, l’oratorio cristiano nella villa della gens GAVINIO a VELIA

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A starne allo scritto paoliniano….Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avvenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia. Secondo l’uso frequente della Chiesa antica, nella casa stessa venne eretto un oratorio, quello i cui resti vedremo particolareggiatamente descritti nella “Translatio” al momento del ritrovamento della reliquia in Velia. E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Dunque, l’Atenolfi, sulla scorta del racconto paoliniano ci dice che la reliquia di S. Matteo fu deposta da Gavinio a Velia, forse nella villa della sua gente e lì sorse, un oratorio, pratica comune per i primi cristiani a quei tempi. Scrive l’Atenolfi che, stando al racconto paoliniano le spoglie del santo arrivarono a Velia, in questo oratorio appositamente allestito, intorno all’anno 446. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…..mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giugevano dall’Oriente e vi si parlava e si scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 28, nella nota (54) postillava che: “(54) P. Ebner, Nuove epigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “PdP” 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, etc…”. Ebner, a p. 27, scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Sempre Ebner, a p. p. 27-28, scriveva pure che: “I caratteri più ignificati del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli infatti così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”. Ebner, a p. 724, scriveva pure che: “Certo è che Velia era diocesi già nel 500 d.C., …….Del resto, una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia (verrà adibita a Museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo), su un’altra più antica, come tstimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femminile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA….Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″.

Nel 380 (Valentiniano II) e 445 (IV sec. d.C.), il decreto dell’Imperatore Valentiniano III

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 16, in proposito scriveva che: “Successivamente il decreto di Valentiniano (a. 445) ricompose sotto un’unica autorità, precisamente quella romana, tutta la Chiesa occidentale, con una ulteriore affermazione di prestigio della sede apostolica. Di ciò evidentemente si avvalsero i vescovi meridionali con punte a volte eccedenti gli ambiti spirituali delle loro diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Da Wikipedia leggiamo che l’editto di Tessalonìca, conosciuto anche come Cunctos populos, venne emesso il 27 febbraio 380 dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest’ultimo all’epoca aveva solo nove anni). Il decreto dichiara il cristianesimo secondo i canoni del credo niceno la religione ufficiale dell’impero, proibisce in primo luogo l’arianesimo e secondariamente anche i culti pagani. Per combattere l’eresia si esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle deliberazioni del concilio di Nicea. Il testo venne preparato dalla cancelleria di Teodosio I e successivamente venne incluso nel Codice teodosiano da Teodosio II. La nuova legge riconobbe alle due sedi episcopali di Roma e Alessandria d’Egitto il primato in materia di teologia. L’editto, pur proclamando il Cristianesimo religione di Stato dell’impero romano, non stabiliva alcuna direttiva specifica a proposito. Bisognerà attendere i cosiddetti decreti teodosiani, promulgati dallo stesso Teodosio I, che tra il 391-392 normarono l’attuazione pratica dell’editto di Tessalonica. Flavio Valentiniano (latino: Flavius Valentinianus), meglio conosciuto come Valentiniano II (Treviri, 371 – Vienne, 15 maggio 392) è stato un imperatore romano, dal 375 fino alla sua morte. Successivamente, l’imperatore Valentiniano III emanò (17 luglio 445) un editto che contribuì in maniera determinante all’affermazione dell’autorità e del primato della sede vescovile di Roma in Occidente. Questo editto, che non era valido nella parte orientale dell’Impero, riconosceva pienamente il primato giurisdizionale del papato, perché «Nulla deve essere fatto contro o senza l’autorità della Chiesa romana».

2- TRASLAZIONE DEI SACRI RESTI DELL’APOSTOLO

Nel ‘923 o 954 ? , il rinvenimento delle sacre spoglie di San Matteo martire, Apostolo di Gesù ed Evangelista

Uno degli episodi che la storiografia medievale ci ha tramandato, tra la storia e la leggenda, con una ricchezza di particolari e di significati religiosi e politici, è il rinvenimento delle reliquie di san Matteo apostolo ed evangelista, avvenuto nel 954 in una località della Lucania, che i racconti dell’epoca non specificano esattamente, ma che studi posteriori hanno permesso di identificare con l’antica Velia romana (prima deposizione) e nella località “ad duo flumina”, oggi Marina di Casal Velino (seconda deposizione). La traslazione proseguì – dopo una brevissima sosta a Rutino – verso Capaccio (terza deposizione), la sede vescovile che prese il posto dell’antica Paestum abbandonata e, infine, verso Salerno, dove il corpo dell’Apostolo trovò la sua definitiva collocazione nella Cripta del Duomo. Alcune reliquie minori, tuttavia, sono sparpagliate in varie località tra Roma, Benevento e il nostro Santuario sul Gargano. L’Apostolo Matteo, nel III secolo a.C., insieme alle sante Archelaa (Archelaide), Tecla e Susanna, subì il martirio. San Matteo, è venerato a Salerno a Casal Velino (SA) nella frazione Marina dove le spoglie dimorarono per circa 4 secoli presso l’odierna cappella di San Matteo “ad duo flumina”. A metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Ma nell’anno 954 d.C. il San Matteo appare in sogno a Pelagia, madre del monaco Atanasio, di farne accurata ricerca. nell’antico abitato di Velia. Questi infatti andò e, come nel sogno, nei pressi di una terme riconobbe l’oratorio in rovina e, nascosto da un roveto, ritrovò l’altare. Estirpati spini e pruni e rimosso il marmo che copriva l’altare, apparve il vano ricoperto di mattonelle quadrate e, nel vano, il corpo dell’Apostolo. Allora Attanasio, reverente e commosso, con mani tremanti avvolse le sacre spoglie con molta riverenza e diligenza in un mondo lenzuolo e andò a consegnarlo alla madre. Il monaco però tentò per ben due volte di trasportare per via mare le rinvenute reliquie in Oriente, ma entrambe le volte il tentativo fallì. Improvvisi marosi lo ricacciarono sulla riva. Fu allora che Attanasio depose le reliquie in una chiesa non distante dalla sua cella: era la cappella che viene detta di S. Matteo, l’unica che da documenti risulti all’epoca esistente nella zona. Ma qui la reliquia non restò per molto tempo. Avuta notizia del miracoloso ritrovamento, Giovanni il vescovo di Paestum, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 227-228, in proposito scriveva che: “Era dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo….Parole di Marsilio al Capo 7. poi chiaramente lo stesso dice cioè non sapere a quale luogo di Lucania, nè in qual chiesa fosse stato il corpo riposto, talchè per seicento anni di esso alcuna notizia non s’ebbe. Crede solamente che in qualche marittimo luogo l’avessero collocato; e dissipata, o uccisa la gente del paese per le frequentissime incursioni de’ barbari se ne fosse la memoria perduta fino all’anno ML, essendo Gisulfo Principe di Salerno, circa seiccento anni dopo, che da Bretagna fu trasportato. Allora, per volontà divina apparendo in sogno ad una donna per nome Pelagia, e nel tempo stesso al monaco Attanasio, figlio di questa, loro rivelò il luogo ove il suo Corpo era riposto; fu subito in casa della Pelagia fu portato, etc…”. Riguardo le fonti per la storia delle ossa sacre del martire S. Matteo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”. Dunque, l’Ebner scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese 101, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo) che racconta che i resti dell’apostolo di Gesù, S. Matteo, furono portati dall’Etiopia in Bretagna e dalla Bretagna furono portate in Lucania, da Gavinio, nella sua villa d’epoca romana, dalla sua flotta di navi inviata in Bretagna dall’Imperatore Valentiniano III per sconfiggere i Bretoni che si erano ribellati. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori. Ma non bisogna prenderlo per storia”, scrive H. DELAHAYE (Les légendes hagiograph.’, Bruxelles 1927 (3), p. XIV sg.) prendendone probabilmente da S. Agostino che era incredulo a proposito di certi monaci che vendevano abusivamente “membra di martiri, ammesso che si tratti di martiri”. E’ da tener presente, comunque, che in ogni leggenda vi è sempre un fondo di verità. Va pure ricordato che l’episodio del monaco Atanasio che voleva trasportare le reliquie di S. Matteo a Bisanzio somiglia a ciò che i cittadini di Pavia avevano tentato di fare con le reliquie di S. Appiano (IX secolo) etc…”. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954. 

Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III

Da Wikipedia leggiamo che a metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Nella villa della famiglia Gavinio, fra Pestum e Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati, molti secoli dopo dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento. Da Wikipedia leggiamo che nel 370 d.C. un pestàno, Gavinio, vi portò il corpo dell’apostolo San Matteo. Sempre da Wikipedia leggiamo che per Praefectus classis (dal latino Classis = flotta) si intendeva il comandante in capo di una delle tante flotte dislocate nel Mediterraneo o nel Ponto Eusino o lungo i grandi fiumi europei, facente parte dell’esercito romano. Apparteneva all’ordine equestre e faceva parte delle prefetture romane. Il suo più stretto collaboratore, ed in casi particolari suo sostituto era il subpraefectus classis. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. L’Atenolfi, a p. 43, in proposito scriveva che: “Un Gabinio, ci riferisce il “Sermo”, “praeerat navibus” il che non pare voglia dire che era specialmente il “praefectus classis”, ma soltanto che aveva il comando della spedizione, così come il centurione romano che appare poco più avanti nella narrazione, non era necessariamente un centurione “classarius”, cioè soltanto comandante con quel titolo di una delle navi (188). Forse anche per questo motivo non s’incontra il nome di Gabinio nelle pur numerevoli iscrizioni misenati o portuensi relative a gente di mare (189). Dall’altra parte è certa che la gente Gabinia, sebbene, come sembra, originaria del Lazio, era dirmata nella Campania e nella Lucania. Uno stabile “Gabinianum” si trova a Pompei (190) ed una moneta di Paestum con l’effige della Dea Mente Bona, recante sul verso l’epigrafe attribuita ad un Numerio Gavinio duumviro della città, è stata pubblicata (191). Anche questi elementi concorrono a confermare il carattere storico dello scritto paoliniano, che sebbene con le distorsioni ed alterazioni con cui fu adoperato, concorse a formare le fonti della tradizione brètone.”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (189) postillava: “(189) cfr. Ermanno Ferrero “L’ordinamento delle armate romane”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (190) postillava: “(190) cfr. Fiorelli “Descrizione di Pompei”, Napoli, 1875″. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia.”. Su Gavinio scrisse anche Giuseppe Antonini (…., nel suo “La Lucania – Discorsi”, edito nel 1745, ed in quella edita dal nipote, Mazzarella Farao, seconda edizione del 1795, sia nella Parte II che nell’altro testo che raccoglie la Parte III. L’Antonini, a p. 247, in proposito scriveva che: “Fra gli Uomini ragguardevoli, che in appresso ebbe Pesto, potrebbe riporsi (I) Gavinio, che trovandosi Generale dell’Imperador Valentiniano, ebbe la forte (seondo che ‘l volgo crede) di avere i Bretagna il corpo del glorioso S. Matteo, e trasportarlo in Lucania verso gli anni di Cristo CCCLXX.”. l’Antonini, a p. 247, nella nota (I) postillava: “(I) Trovasi nei bassi secoli memoria di questa famiglia Gavinia, poichè Reinesio nei Monumenti Cristiani nel CCCVIII. riporta la seguente D. GAVIN. VAL. SCOLASTICE. E. INNOCENTISSIME. Q. V. ANN. P. VAL. SCOLASTICVS. ET. GAVINIA. X. PARENTES FILIAE. DVLCISSIMAE. E la se fosse la stessa, che la Gabinia (siccome io credo essendo frequente la mutazione in B. in V. e dell’V in B) mille volte nella Storia Romana, in Cicerone, ed in altri autori Uomini di questa antichissima Famiglia si fa menzione.”. L’Antonini, a p. 248, in proposito scriveva: “La sciocca volgar gente crede, che in Pesto fosse stato trovato il corpo dell’Apostolo S. Matteo, dove Gavinio il condusse di Bretagna, come s’è detto. Accreditò questa voce l’Arcivescovo Marsilio Colonna, che scrisse della traslazione di quella in Salerno.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a p. 226, in proposito scriveva che: “Era (dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo) Re di Brettagna (dove da Etiopia era stato trasportato il corpo di S. Matteo) Salomone (I), il quale aveva in moglie la figlia di Flavio Patrizio. Ed essendo stato da proprj Vassalli ucciso, Flavio, che per la propria dignità e per l’amicizia con l’Imperador Valentiniano assai potente era, lo spinse a pigliarne vendetta. Ordinato dunque pr l’Imperial volere numerosa armata da Puglia, Calabria, e Lucania, e dall’altre marittime città d’Italia, tosto carica di bravi soldati, sotto fedeli sperimentati Capitani (fra quali era Gavinio) in Brettagna mandolla. Etc…”. L’Antonini continua il racconto che fa l’Arcivescovo di Salerno, Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “….Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna …(15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, etc…”, che tradotto è: “…e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352.”. Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “..traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo. Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore “Valentino”. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 205, in proposito a Pelagia ed Attanasio scriveva che: “Per dilucidare alcuni dubj, che su’l’epoca dello scovrimento di detto Sacro Deposito insorgono, stimo necessario descrivere sommariamente la Storia di tale scovrimento, come lo leggiamo nelle antichissime ‘Lezioni dell’Offizio divino della vita del Santo’, che nella Cattedrale di Salerno si recita…..Liegi…somma venerazione fu da quel Re Salomone ricevuto, e drizzatogli un magnifico Tempio. Fu venerato in essa Città sino all’anno 370, quando essendo stata la Città da Gavinio Generale dell’Imp. Valentiniano destrutta, per aver i suoi Cittadini ammazzato detto Re, ripigliò egli il Gavinio detto Sacro Corpo, per rivelazione fattane dal sacerdote Emilio Britannico colà priggioniero, e ne caricò la sua Nave, la quale data alle vele, e giunta nel porto romano, nell’esserne precorsa la fama, mosso da invidia, il Prefetto di Cesare, si dispose ad invadere l’Armata navale di Gavinio, per togliergli quel Sagro Tesoro.”

Nel 62 a.C., AULO GAVINIO e la gens Gavinia a Pesto e a Velia

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. V, a p. 140, in proposito scriveva: “Cicerone attendeva agli studi, visitava i suoi poderi e scriveva agli amici, quali Trebazio, in Gallia, e Curione in Asia; ma sovra tutto s’interessava delle sorti di Milone, poste in giuoco nell’asprissima lotta elettorale per il consolato. Aveva Milone percorso regolarmente la carriera politica etc….Cicerone nonostante lo vedesse abbandonato da Pompeo, cui egli anche nell’interesse dell’amico aveva ceduto nella faccenda di Gabinio (5); etc…”. Il Ciaceri, a p. 141, nella nota (5) postillava: “(5) v. sopra a p. 133”. Infatti, il Ciaceri, a p. 133, in proposito scriveva: “Ma da parte di Cesare e di Pompeo, che avevano voluto l’impresa (inviando l’uno truppe a Gabinio (1) e provvedendolo l’altro di mezzi finanziari per il tramite di C. Rabirio)(2), etc…Il sentimento di odio del grande oratore verso Gabinio aveva di già tratto nuovo alimento etc…”. Il Ciaceri, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Caes. bell. civ. III 4, 4; 103, 5”. Ricordiamo che Gabinio ci collega con Velia e con Caio Testa Trebazio amico di Cicerone. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: (52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Ebner citava Antonini, ma Antonini, a p. 166 e 167 parla di Aulo Gabinio non parla del nostro Gavinio  o Gabinio delle’epoca di Valentiniano III. Infatti, Giuseppe Antonini (…), nel suo “Lucania -Discorsi”, a pp. 165-166, riferendosi all’Epistola LXXVI in Livio (….), in proposito scriveva che: “Parlasi ivi di Aulo Gabinio, il quale dopo aver presi molti luoghi della nostra Regione, fu nell’assedio de’ Lucani alloggiamenti ucciso: ‘Aulus Gabinius legatus, rebus adversum Lucanos prospere gestis, multis oppidis expugnatis, in obsidione castrorum hostilium cecidit’. Veggasi ora se da queste cose si debba dar fede a Strabone, che i Lucani fossero a nulla ridotti etc…”. Antonini ci parla di Aulo Gavinio o Gabinio. Antonini, sulla scorta di Tito Livio ci dice che Aulo Gavinio fu ucciso dai Lucani. Livio scriveva che: “Il legato Aulo Gabinio, dopo aver condotto con successo le operazioni contro i Lucani, dopo aver preso molte città, cadde nell’assedio dell’accampamento nemico”. Antonini, a p. 165, nella nota (2) postillava: “(2) ….Non abbiamo noi nei tempi susseguenti un Correttore, e quattro Consoli di questa stessa famiglia? Ciò è stato dimostrato bene a lungo nel ‘Discorso’ precedente, onde non occorre dirne altro. I Terenzi tutti, i Gabinj, .., un ramo de’ Catoni non furono essi Lucani, e non ebbero mille cariche nella Repubblica ?.”.

1- DEPOSIZIONE DEI SACRI RESTI DELL’APOSTOLO

Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III ed il corpo di San Matteo martire, apostolo di Gesù

Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Infatti, il canonico Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: “Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, a Britannia jam expugnata, divi Mathei Apostoli corpus huc transtulit anno domini 352. Anno vero Christi Domini 412 a Barbaris invasis Lucanis, aliisqui Provinciis penitus dextructis, habitatoribus mortuis, et fugatis, ignotum hoc in loco Casalitii etc…”, che tradotto è: “Matteo, il grande apostolo ed evangelista, predicando in Etiopia, fu martirizzato per ordine del re tiranno Hirtai, e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352. Ma nell’anno del signore di Cristo 412 i barbari invasero la Lucania ed altre Province furono completamente distrutte, gli abitanti morti, e scacciati, il corpo del divino Apostolo rimase sconosciuto in questo luogo di Casalicchio per seicento anni.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia, p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, fece spostare dalla Bretagna a Paestum il corpo di S. Matteo, deponendolo in una cappella sita nel luogo detto “Ad duo flumina”, cioè ai due fiumi, l’Alento e il Palistro (106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo. Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore Valentino. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Dunque, è corretto l’anno 352. Il Cataldo scrive ancora che:  “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (108) postillava che: “(108) Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 514-515”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 229-230, discorrendo sulle notizie tratte dal testo del Cardinale Colonna, in proposito scriveva che: “Questa storia che dall’Arcivescovo Marsilio,…..Primieramente gli anni di Valentiniano del IV secolo non s’accordano affatto col Salomone Re, o Duca di Brettagna, che fu nel cadere del IX. In oltre per relazione del Cronista di S. Matteo presso il Labbè nel tomo primo della Bibliot. sappiamo che nel 857 appunto al tempo di questo Salomone fu il corpo del Santo dall’Etiopia in Brettagna portato; sichè non v’era, nè vi poteva essere a tempo di Valentiniano. General opinione è stata, e forse ancor dura in Cilento, che il Corpo di S. Matteo fosse stato in Pesto ritrovato, dapoichè bruciata la Città nel CMXV da Saraceni di Agropoli etc…”. L’Antonini, nelle seguenti pagine discorre dei dubbi che egli ha sul periodo di arrivo a Pesto o a Velia delle sacre spoglie di S. Matteo, ovvero quando Gavinio, dalla Bretagna li trasportò in Lucania.

Nel V sec. d.C., (epoca di Valentiniano III 419-455 d.C.), GAVINIO traslò nella sua villa a Velia, i resti di S. Matteo

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. L’Atenolfi, a p. 37, in proposito scriveva che: “Lo scritto paoliniano ci narra l’uccisione del “rex” Salomone nella cattedrale di Legio, negli anni di Valentino Cesare, essendo nelle Gallie il “patrizio Flavio”. Cesare di quel nome nel V° secolo non può essere che Valentiniano III°, che nato nel 419 tenne l’impero dal 425, prima nominalmente sotto la tutela della madre Galla Placidia, poi, forse dopo il 435, da solo fino al 455, anno della sua morte. Quanto a Flavio, è certo etc…Ora, non si comprende come chi ha preso a considerare la vicenda narrata da Paolino, non abbia portato, per quanto sembra, la propria attenzione sul maggior personaggio di quell’epoca che ebbe nome Flavio: su Flavio Ezio, ultimo difensore dell’impero d’Occidente e della romanità delle Gallie. Nondimeno è proprio nei fatti di Ezio che si avrebbe una conferma di quelli narrati nel “Sermo”.”. Da alcuni codici manoscritti leggiamo che Gavinio, traslò le sacre spoglie di S. Matteo nell’anno 352 (IV sec. d.C.), mentre in altri e con altri autori, questi fatti vengono fatti risalire al V secolo all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III che inviò il Prefetto Gavinio a sedare una rivolta in Bretagna. Se i fatti si riferiscono all’anno 352 non può trattarsi di una spedizione fatta all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III, il quale, Flavio Placido Valentiniano, meglio noto come Valentiniano III (in latino: Flavius Placidus Valentinianus; Ravenna, 2 luglio 419 – Roma, 16 marzo 455), è stato imperatore romano d’Occidente dal 425 alla sua morte. Come imperatore appartenente alla dinastia teodosiana e a quella valentiniana, Valentiniano III fu il simbolo dell’unità dell’impero, la figura attorno alla quale si coagula la lealtà dei sudditi; in realtà, però, il potere fu esercitato da Flavio Ezio, il magister militum (comandante in capo dell’esercito), al quale va ascritta la politica che tenne unito l’impero malgrado le forze centrifughe che lo sconquassavano. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Sia per queste circostanze, sia perchè la reliquia sottratta ad un altro popolo cristiano era stata oggetto, come narra Paolino, di un tentativo di trasferirla nella città di Roma, l’avvenimento sembra essersi svolto tacitamente né pare trovarsene traccia contemporanea…..E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Riguardo le fonti per la storia delle ossa sacre del martire S. Matteo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”. Dunque, l’Ebner scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo) che racconta che i resti dell’apostolo di Gesù, S. Matteo, furono portati dall’Etiopia in Bretagna e dalla Bretagna furono portate in Lucania, da Gavinio, nella sua villa d’epoca romana, dalla sua flotta di navi inviata in Bretagna dall’Imperatore Valentiniano III per sconfiggere i Bretoni che si erano ribellati. Dunque, secondo il Codice Cassinese (…), 101, la traslazione delle ossa di S. Matteo, dalla Bretagna a Velia accadde all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Però, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514, in proposito scriveva che: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Matteo ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’ ?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Ebner, a p. 514, nella nota (2) postillava: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicata ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre a. 950 – o 951 ? – , IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“padri nostro”) Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Nella villa della famiglia Gavinio, a Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento.  Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Ebner, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia cit., p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (‘praefectus classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale ?). La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 27, vol. I, in proposito alla villa della gens Gavinia scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: (52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 27, in proposito scriveva: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima portate in Bretagna, a seguito di una concatenazione di eventi pare fossero state traslate da Gavinio (70), comandante della spedizione (‘praefectus classic ?) romana contro i Bretoni, in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 27, nella nota (70) postillava: “(70) E’ notizia di una gens Gabinia originaria del Lazio, sparsasi poi in Campania e Lucania (CIL, X 351). Cfr. G. Antonini, La Lucania, Napoli, 1795, p. 166 no. 2 e p. 167; v. pure P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66. Per Velia, v. PdP, XXV, 1970, p. 265, sulla grande lastra di marmo perlaceo ivi rinvenuta che ricorda questa famiglia.”. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos’, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”.

Nel V sec. d.C., (epoca di Valentiniano III 419-455 d.C.), l’oratorio nella villa di Gavinio e la basilica paleocristiana a Velia, sepolcro dei resti di S. Matteo ritrovato dal monaco Attanasio 

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, in proposito scriveva che: “La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in lucania partibus”, e cioè nell’omonimo gastaldato (nel Mille corrispondeva, più o meno, al territorio della diocesi pestana)(7) e propriamente “ut balneum quod in locis antiquitus extructum fuit” era, “ad sinistram partem” una “potentis viri domus”. Nell’ambito di questa villa, alcuni “religiosi homines (….) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(5) Cod. Casinensis 101, 386: ‘Cum gisulfus princeps salernitanum populorum regeret dicione prudentissima (….), etc…”:

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(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Circa il luogo esatto del ritrovamento, la “Translatio” non dice la direzione presa dal monaco Atanasio nella sua ricerca, ma la descrizione del rudere ove la reliquia viene scoperta è quella d’una grande villa romana, la “domus potentissimi viri” decorata di marmi e dotata d’una terma. Ora, i resti di una costruzione come quella non potevano trovarsi nella contrada se non fra le rovine di Velia, non alla periferia di essa ove era esistito qualche modesto “proàsteion”, sobborghi di artigiani e di marinai, ma proprio entro la cinta muraria ancora in gran parte intatta della città, che, come sappiamo, negli ultimi secoli dell’impero era diventata segnatamente un luogo di soggiorno e di svago. Il particolare del rivestimento interno “quadris contextus laterculis”, cioè di materiale laterizio, del loculo sotto l’altare dell’oratorio domestico ove si trovava la reliquia, si adatta perfettamente al sistema di costruzione tipico di Velia, la quale ebbe una fiorentissima industria laterizia di cui sono note le marche di fabbrica fino all’epoca greca. Sull’acropoli di fronte al mare, già doveva ergersi nel X° secolo l'”arx”, il castello che in forme medioevali più tarde tuttore sussiste e che nel corso del secolo XI° doveva prendere il nome di Castellammare della Bruca, dalla bruca di Novi che lo sovrasta; il poco che rimaneva forse di vita cittadina si raccoglieva intorno ad esso, ma il resto della città “a barbaris destructa”, secondo l’espressione della “Translatio”, presentava a quanto sembra, poco più delle vestigia che da oltre un paio di decenni gli scavi in corso in quell’importante terreno archeologico vanno restituendo. Su Velia dopo i lavori ben noti del Munter, Luynes, Schlemming, Lenormant, oggi parla la diretta ricerca archeologica. Etc... Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Dunque, anche Nicola Acocella, sulla scorta dell’Atenolfi, scriveva che la “Translatio” riferisce delle distruzioni dei Saraceni che dominarono ad Agropoli, per oltre un trentennio, dall’882 e anche dopo il 915. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avvenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentata con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia. Secondo l’uso frequente della Chiesa antica, nella casa stessa venne eretto un oratorio, quello i cui resti vedremo particolareggiatamente descritti dalla “Translatio” al momento del ritrovamento della reliquia in Velia.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, con marmi, sculture e parte del perimetro di una torre, un grande complesso termale (II secolo d.C.) con vie e tratti di canalizzazione, gli avanzi di una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 164, scriveva che: “Di un’oratorio è notizia solo a Velia, come si è visto, nella villa della ‘gens’ Gavinia, poi ampliato a basilica quando vi si tumularono i sacri resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Ebner, a p. 27 proseguendo il suo racconto sulla chiesa cristiana rinvenuta nella villa di Aulo Gavinio a Velia, in proposito scriveva che: “I caratteri più significativi  del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giungevano dall’Oriente e vi si parlava e scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) P. Ebner, Nuove apigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sgg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “Pdp”, 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro. Del rinvenimento a Paestum e sulle rive dell’odierno Casalvelino marina dissero cronisti e scrittori. A Casalvelino l’ubicarono nei pressi dell’approdo, dove i benedettini di Cava avevano costruito (o ricostruito) una chiesetta dedicandola all’apostolo (ancora nella proprietà Lista), ora piuttosto distante dal mare che continua ad arretrare. Furono poi i reperti delle ultime fortunate campagne di scavi di P.G. Sestieri a Velia che mi consentirono un felice accostamento con le notizie tradite sul rinvenimento dei sacri resti di S. Matteo in Lucania. Infatti, dietro il rilevato ferroviario, poi viadotto, degli scavi di Velia, erano stati messi allo scoperto, nel quartiere meridionale dell’antica polis, due grosse ‘insulae’. Nella prima vennero alla luce, tra l’altro i resti di un grande complesso termale, gli avanzi di una villa urbana e i ruderi di un grosso edificio i cui non si riusciva a stabilire la destinazione. Come ho detto, fu il felice accostamento di questi reperti (9) con le notizie tradite sul rinvenimento delle reliquie dell’apostolo che mi consentirono (10) la più che probabile identificazione della villa romana e di scorgere nell’edificio una basilica del V secolo d.C. (11). La “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il corpo dell’apostolo “honorabiliter est collocatum” sotto la mensa dell’altare. Chiesa che come tutte quelle di quei tempi continuiamo a chiamare basiliche e che non poteva mancare a Velia come non mancava in tutte le più antiche poleis italiote meridionali in età romana diventate circoscrizioni politico-amministrative e perciò sedi di diocesi (12). Un organismo dissoltosi a Velia nel VI secolo per carenza demografica e per la morte del vescovo, forse ucciso dagli invasori longobardi etc…Come si è detto, l’abside della chiesa, riconoscibile dalla sua semicircolarità e dalla porta laterale, spesso presente nelle absidi delle prime chiese, era a poche decine di metri dal complesso termale, di cui è esplicito cenno nella narrazione. Notizie tutte contenute nel ‘Codice cassinese 101 (14), nel quale è pure una significativa descrizione dei tipici sanguigni mattoni usati a Velia e reimpiegati nel III secolo d.C….Soprattutto sull’ubicazione del sepolcro e sulla villa romana, la cui supposta identificazione è stata confermata dalle epigrafi, di cui una edita nel 1970 (15) e un’altra di recente, nel 1978 (16).”. Ebner, a p. 516, nella nota (9) postillava: “(9) Necessità archeologiche indussero il compianto soprintendente alle antichità di Salerno, prof. Mario Napoli, ad asportare tutto lo strato medievale e romano. Sugli accostamenti di cui nel testo e sulle vestigia della villa romana, v. Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (10) postillava: “(10) Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (11) postillava: “(11) Ebner, Velia e la civiltà della Magna Grecia, “Il veltro”, Roma, 1967, p. 168.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”, 1962, p. 28 sgg.”.

Nel V secolo, a Velia, l’interramento dell’area e la scomparsa della villa della gens Gavinio e della basilica paleocristiana

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, secondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C..Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Un organismo dissoltosi a Velia nel VI secolo per carenza demografica e per la morte del vescovo, forse ucciso dagli invasori longobardi etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Su Velia dopo i lavori ben noti del Munter, Luynes, Schlemming, Lenormant, oggi parla la diretta ricerca archeologica. Etc..”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “.

2- TRASLAZIONE DEI SACRI RESTI DELL’APOSTOLO

Nel 946, Gisulfo I, principe longobardo del Principato di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Gisulfo I (maggio 930 – 977 o 978) è stato principe Longobardo del Principato di Salerno dal 946 al 977 (o 978). Maggiore dei figli di Guaimario II e della seconda moglie Gaitelgrima di Capua, fu associato al trono dal padre nel 943 e gli successe alla sua morte nel 946. In un primo momento fu posto sotto la reggenza della madre e di Prisco, tesoriere e conte di palazzo. Nel 946 il Principato fu preso d’assalto da Landolfo II di Benevento e Giovanni III di Napoli, ma il suo alleato Mastalo di Amalfi corse in suo aiuto e fece cadere in un agguato le truppe di Landolfo presso La Cava. L’anno successivo, si alleò con Landolfo e mise sotto assedio la città di Nola, presidio del ducato napoletano. Nell’ottobre del 953 cercò di rasserenare i rapporti con il dominio partenopeo emanando un diploma a favore del vescovo di Napoli, un gesto che mal si addiceva alla diplomazia senza scrupoli dei suoi vicini e che per questo non sembrò mai favorirlo. Poco dopo il 955, tuttavia, fu nominato patrizio da Mariano Argyros, strategos bizantino di Bari. Nell’autunno del 966 papa Giovanni XIII guidò un’armata di truppe romane, toscane e spoletine contro Landolfo III di Benevento e il di lui fratello Pandolfo Testadiferro, ma Gisulfo accorse in suo aiuto e lo scontro armato fu scongiurato. Il papa e il principe di Salerno firmarono un trattato di pace a Terracina. Fu questo l’atto che più avanti gli guadagnò l’aiuto del potente Testadiferro. Nel 974 Gisulfo fu detronizzato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe di Benevento e Capua, Pandolfo I Testadiferro, restaurò Gisulfo come suo vassallo, condizione in cui il principe salernitano restò fino alla morte, avvenuta tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Con lui si estinse la dinastia dei Dauferidi, insediatasi sul trono di Salerno col principe Guaiferio nell’861. Gisulfo, sposato con la principessa Gemma, non ebbe eredi e il suo trono fu ereditato proprio da Pandolfo di Benevento e Capua, che in questo modo riunificò, per la prima e ultima volta dall’851, i territori dell’antica Langobardia Minor.

Nel novembre del ‘950, il principe Gisulfo donò la chiesa di ‘S. Maria di Hodigitria’ a Capaccio, al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di San Benedetto di Salerno

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 640 parlando del casale di Capaccio, in proposito scriveva che: “Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell’evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell’Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni (4). Com sede vescovile etc..”. Ebner, a p. 640, nella nota (4) postillava che: “(4) Giovanni, ‘presul sancte sedis pestane’ (CDC, I, 253, p. 957) traslò i sacri resti nella cattedrale. Per tutte le questioni inerenti al grande evento v. Ebner, Storia, cit., p. 27 sgg., Economia e Società, cit., I, pp. 22 e sg., 40 e 220; vedi pure innanzi.”. Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc…”, nel vol. V parlando dell’“Anno di Cristo 950, Ind. VIII, F”, a p. 317, in proposito scriveva che: “Di quest’anno abbiamo ancora dal Muratori (Diss. 5.), un Diploma di Gisulfo Principe di Salerno, che per rogum di ‘D. Gaitelgrima dilecta matris nostra, dona tibi’, Joanni ‘Abbati padri nostro’ e per lui al Monistero da lui edificato, ‘a nuovo fundamento, intus hanc Civitatem Salernitanam’, le terre spettanti al Palazzo, ch’è d’Ischia, ove dicesi ‘a due fiumi’, nell’Atto Lucanico (di Pesto) ov’è la chiesa di S. Maria, con terre selve, acque intorno ad essa Chiesa, cioè per 4. miglia di lunghezza. Fu scritto da Pietro Notaio: ‘Actum Salerni in Palatio de anno XVIII. mense November. IX. indict. Veda chi legga qual conto debba farsi di un Diploma, ch’è nelle carte di S. Sofia dell’Ughelli etc…”. Dunque, il Diploma in questione in cui il principe Gisulfo I donava all’abate Giovanni etc.., fu pubblicato dal Muratori. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. La più antica donazione di terre del luogo a monasteri benedettini è quella di Gisulfo I del 950 (39): il principe donò al suo confessore (“patri nostri”) Giovanni, abate di un monastero benedettino di Salerno, allora fondato o allora ricostruito dalle fondamenta, una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo. Nel diploma è detto che il principe donò il terreno a ‘johanni abbati padri nostro et in tuo monasterio’, que a nobo fundamento intus hec civitatem salernitanam fundasti’. Tuttavia ciò non esclude che questo nuovo monastero fosse stato costruito dall’anzidetto Giovanni abate di S. Benedetto, anche perchè, in genere, erano proprio gli abati di quest’ultimo cenobio che i principi sceglievano come propri confessori.. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale, nel vol. I, p. 44, in proposito scriveva che: “La riforma monastica di orientamento cluniacense, operata da Pietro da Salerno nel cenobio di S. Arcangelo di Perdifumo, ebbe una sua influenza e risonanza nella diocesi pestana che tra l’altro proprio in quel periodo era in fase di riorganizzazione. Il governo salernitano, etc….Su tali basi si tentò di regolarizzare giuridicamente, nei confronti del fisco, le proprietà dei monasteri, le consistenti donazioni come quelle del 950 e del 994 (169). Il ruolo significativo assunto da questi cenobi, cui fa riferimento lo stesso Gisulfo I, emerge dall’importanza assunta dai molti religiosi dei posti chiave che, come abbiamo detto, riguardavano i vertici culturali e politici del Principato. Ad esempio l’autorità goduta dall’Abate Andrea di S. Magno, alla fine del X secolo, etc…”. Ebner, a p. 45, nella nota (164) postillava: “(164) CDC, I  179, novembre a. 950, IX, Salerno.”. Del vescovo pestano Giovanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 348, in proposito scriveva che: “5. Giovanni a. 954, 957 e 963. L’Ughelli lo considera vescovo pestano collocandolo, come tutti, al 954. Volpi (pp. 3-4) l’ha come III vescovo, v. pare il Di Meo cit., XI, p. 300. E’ il vescovo della traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, di cui v. sopra. Manca nel Gams. Il Kehr (p. 367) lo pone al 963 da un documento cavense (CDC I, 253, a. 957): “Iohannes, divina clementia presul sancte sedis pestane”, vende (ABC, A 8) alcune terre a Ligorio di Atrani firmando “+ Ego, qui supra Iohannes episcopus”; v. pure ABC Arca XIII 7 (a. 963): “Iohannes, Dei gratia episcopus sanctae sedis pestane” consegna “vicariationis ordine” un mulino all’episcopio, sito lungo il fiume Trabe (sotto Capaccio) ai fratelli Truppoaldo, Maione e Giacinto in cambio di alcune terre a Sorreianum di Campagna e di otto libbre di argento puro.”. Come vedremo più innanzi, Ebner confonde la cappella che si trovava a Capaccio con un altra cappella che si trovava vicino Velia, ovvero a Casalicchio dove il monaco Attanasio portò le spoglie di S. Matteo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a pp. 27-28, scriveva che: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “aqui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Al desiderio del principe, che era un ordine, il vescovo pestano Giovanni non avrebbe potuto opporsi. Qualche anno prima, infatti, e cioè nel novembre del 950, quel principe aveva donato a Giovanni, abate del nuovo monastero di S. Benedetto di Salerno, una golena di pertinenza del fisco in vocabolo “due (sic) flumina” nella circoscrizione demaniale di Lucania, E cioè terre, selve, corsi d’acqua e quant’altro era compreso (buona parte dell’antica ‘polis’) nell’ambito di quattro miglia intorno alla chiesa elevata alla sovrana protettrice dei monaci itineranti greci, la Vergine Maria, edicola evidentemente abbandonata se nel diploma non è cenno di abitanti (74).”. Ebner, a p. 27, nella nota (72) postillava: “(72) Giovanni, “presul sancte sedis pestane” (CDC I 253, a. 957) trasportava i sacri resti non nella basilica paleocristiana di Paestum, recentemente messa in luce (G. De Rosa “Rivista di Studi salernitani”, fasc. II, pp. 181-192), ma di “Castrum di Caput Aquis” o “aquae”, odierno Capaccio, dove i vescovi pestani, come vedremo, si trasferirono dopo l’abbandono della “città delle rose”, già meta delle orde saracene e preda della malaria.”. Di questo vescovo Giovanni, presule della diocesi Pestana a Capaccio vecchia, lo stesso Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo.”. Dunque, Ebner fa notare il dubbio del Balducci (….), che pubblicò il documento cavense CDC, I, 179 del 950 in cui il principe longobardo di Salerno Gisulfo I donò a Giovanni, suo confessore, abate di “un’abbazia benedettina di Salerno”la chiesetta “una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie, queste vennero trasportate dal vescovo Giovanni a Capaccio e da qui, per volere del principe Gisulfo I, a Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: Intanto Giovanni (3), “qui illo in tempore sancte sedis pestane presulatum tenebat”, venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, fattosi consegnare le reliquie le trasferì nella chiesa di Capaccio (4).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (3), postillava che: “(3) E’ il ‘presul sancte sedis pestane del CDC, I, 179, a. 957, p. 253, che trasportò i sacri resti non nella basilica di Paestum (è stata illustrata da G. De Rosa (La chiesa della SS. Annunziata a Paestum) in “Rivista di studi salernitani” (Salerno, 2, 1968), ma nella cattedrale del ‘castrum caput aquis ( o acquae), odierno Capaccio vecchio, dopo l’abbandono della città delle rose oltre che per le incursioni saraceniche per l’infierire della malaria.”. Nel 1083, il vescovo di Capaccio, diventata sede della Diocesi Pestana era Giovanni. Sulla chiesetta a Velia in questione, i diplomi di cui si parla sono citati nella nota (71), a p. 27, di Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, dove postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso.”. Dunque, il Mazziotti racconta che Roberto il Guiscardo aveva sottomesso tutto il Cilento, tranne Castellabate ed Agropoli che aveva concesso all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni ed al vescovo di Capaccio. Su Giovanni, vescovo Pestano, da cui dipendeva la piccola chisetta dove il monaco Attanasio aveva traslato le spoglie di S. Matteo, ha scritto Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia…..Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Sulla chiesetta “ad duo flumina”, che dipendeva dal vescovo pestano Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Diciamo subito che questi autori si riferiscono alla chiesetta di S. Matteo, ‘sub arce’ di Capaccio, non alla chiesetta “ad duo flumina” di Casalicchio dove furono traslate le ossa di S. Matteo. Su questa chiesetta, che riguarda anche il vescovo Giovanni, Barbara Visentin, però si esprime a riguardo ma non è esplicita nel negare la notizia di Gisulfo II. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come ‘l’ecclesia parrocchialis S. Mathei ad duo flumina in Lucania….matrix oppidi Casalicii, olim etc…, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi madievali degli atti di S. Matteo etc…, cit., p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo: “La chiesa (nella quale il monaco Attanasio pose la reliquia di san Matteo nel 954) era nella contrada “ad duo flumina”…..pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Dunque, la Visentin,  fa notare che a Capaccio vi era una cappella “subarce” di S. Matteo che fu donata da Gisulfo I, come è stato scritto all’inizio, all’abate Giovanni del monastero salernitano di S. Benedetto. La Visentin scriveva che l’Atenolfi si sbagliava quando credeva che la chiesetta fosse: “…pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. La Visentin accenna alla trasformazione del titolo della cappella e scrive: “…là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. La Visentin fa notare che l’Atenolfi la confuse con la cappella dove il monaco Attanasio traslò le spoglie di S. Matteo che, non si trovava a Capaccio ma si trovava a Casalicchio. Dunque, la Visentin fa notare ciò che scrisse l’Atenolfo che confuse le due distinte cappelle. Barbara Visentin, non dice nulla di questa “…abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Questa abbazia citata dall’Atenolfi, egli a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I. 232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Dunque, l’Atenolfi scriveva del documento “(217) Codice Diplom. Cavense. (CDC), I. 232 a. 950).”, mentre il documento della donazione di Gisulfo I è dell’anno 950, ma è : “CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus.”. Del vescovo o abate di S. Benedetto, Giovanni citato nel Diploma di Gisulfo I ha scritto anche Antonio Balducci (….), “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” (in Rassegna Storica Salernitana, 1968-1969). Balducci, a p. 32, in proposito scriveva che: “Questo Giovanni non va confuso con l’omonimo abate Giovanni, fondatore di un monastero a Salerno, cui Gisulfo I nel 950 donò alcune terre “sacri palatii” in Lucania (34), che non era abate di S. Massimo, come scrisse lo Schipa (35); potrebbe invece identificarsi con l’altro Giovanni abate di S. Benedetto (forse successore del nostro) che, secondo l’arcivescovo Marsili-Colonna (36), fu a capo della delegazione inviata dal principe Gisulfo, nel 954, al vescovo di Pesto per ottenere le reliquie di S. Matteo a Salerno. Invece pare che E. Pontieri (37) confonda appunto Giovanni, autore della vita di Odone con l’altro della donazione di Gisulfo del 950.”. Balducci, a p. 32, nella nota (34) postillava: “(34) Cfr. Di Meo, op. cit., V, 317; Paesano, I, 58; CDC, I, 232.”. Balducci, a p. 32, nella nota (35) postillava: “(35) Storia del Principato Longobardo in “Archivio Storico Napol. XII (1887) doc. n. 17 e Bartoloni-Pratesi, I docum. originali dei Principi Longobardi, Roma, 1956, tav. IV”. Balducci, a p. 32, nella nota (36) postillava: “(36) M.A. Marsili-Colonna, Constitutiones, et Neapoli, 1580; A. Acocella, La Traslazione di S. Matteo, Salerno, 1954, p. 23”. Balducci, a p. 32, nella nota (37) postillava: “(37) Pontieri, op. cit., p. 67, n. 8”. Balducci si riferiva ad Ernesto Pontieri (…..), ed al suo ……Infatti, Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 23, in proposito così si esprimeva: Documentati invece sono l’esistenza e il nome, in quegli anni, di Giovanni “presul sancte sedis pestane” (22). Il vescovo di Paestum – deserta ormai l’antica città – aveva l’abituale residenza nel vicino ‘Castrum’ di “Caput Aquis” (o “Caput aquae”; Capaccio antica) dove c’era la chiesa, forse pro-cattedrale, di Santa Maria (23). Disse il Di Meo di non aver da altra fonte notizie di Giovanni, abate di san Benedetto. – Ma l’aggiunta: “di san Benedetto” è del Colonna; e pertanto l’abate Giovanni può identificarsi in quel Giovanni abate (detto, nel documento, “padre nostro”) al cui monastero, da poco fondato in Salerno, il principe Gisulfo I fece nel novembre 950 una donazione di terra demaniale, “quae est hiscla ubi due flumina dicitur acto lucaniano”, con la chiesa di santa Maria (24): proprio nei pressi della località in cui di lì a qualche anno avverrà il ritrovamento.”. L’Acocella, a p. 22, nella nota (21), postillava che: “(21) Cfr. ad esempio D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e ssg.; G. Racioppi, op. cit., II, p. 98, 99, n. 2; G. Senatore, La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24; M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg.; C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (22), postillava che: “(22) Cod. Dipl. Cav., I, p. 253, sgg. (a. 957).”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (23), postillava che: “(23) C.D.C., II, 263 sgg. (a. 989).”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (24), postillava che: “(24) CDC, I, 232.”. E’ interessante ciò che scrisse l’Acocella quando dice che: Disse il Di Meo di non aver da altra fonte notizie di Giovanni, abate di san Benedetto.” e aggiunge che: “Ma l’aggiunta: “di san Benedetto” è del Colonna;”. Infatti, il Di Meo, a p. 337, aggiunge che: “3. ….e di incerta fede; Si dice Abbate di S. Benedetto ‘Giovanni’. Questo non possiamo rifiutarlo, benchè altronde non ne abbiamo notizia. L’Annalista di questo Monistero ce ne diede tutti i Prepositi, e poi gli Abbati.”. Dunque, l’Acocella scriveva che il Di Meo aggiungeva nella sua frase “Giovanni, abate” di san Benedetto perchè questa cosa l’aveva scritta il cardinale Marsili-Colonna. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc…”, nel vol. V parlando dell’“Anno di Cristo 950, Ind. VIII, F”, a p. 337, in proposito scriveva che: “Alla nuova alba, il Vescovo postosi sulle spalle il santo Corpo lo portò ‘ad Castrum, cui ‘Caput Aquea’ (Capaccio) nomen erat; ed accorso tutto il popolo, fu riposto nella Chiesa di S. Maria, ‘in qua et Episcopalis Cathedra constituta erat’ (quivi di già trasferita da Pesto). A tal notizia il Principe Gisolfo spedì con due lettere a Capaccio Giovanni, Abbate di S. Benedetto di Salerno, ed altri con esso, ordinando, che il S. Corpo dovesse trasferirsi a Salerno.”.

Nel novembre del ‘950, il principe Gisulfo donò la chiesa di ‘S. Maria di Hodigitria’ a Capaccio, al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di San Benedetto di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “SAN MATTEO ad duo flumina. Nei documenti sempre S. Matteo ad duo flumina. Università autonoma fino all’abbandono dell’abitato” e, poi a p. 514 prosegue scrivendo: “…., salpando dal porto di Velia, di trasportare in Oriente, e forse addirittura a Bisanzio, le preziose reliquie. Riuscito vano ogni suo tentativo – improvvisi marosi lo respingevano sempre a riva –  “in ecclesia que non longe a cella illius sita erat sacratissimum abscondit thesaurum” (2).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicato ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre 950 – o 951 ? – IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“patri nostro”) Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Dunque, Ebner, nella nota (2) postillava che il monaco Attanasio, probabilmente curava la chiesetta “ad duo flumina” dedicata alla ‘sancte dei genitricis virginis marie’ , chiesetta “la “ecclesia vetusta dei genitricis virginis marie”, cioè l’antica chiesa di S. Maria di Odigitria dei monaci greci costruita nel luogo alla confluenza dei due fiumi (Alento e Palistro), etc..(nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Da qui, per volere del principe Gisulfo I e con fastose cerimonie vennero poi traslate (6 maggio 954) nell’aula salernitana, allora dedicata alla Vergine Maria. La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio’ (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in Lucania partibus”, e cioè nell’omonimo gastaldato (nel Mille corrispondeva, più o meno, al territorio della diocesi pestana)(7) e propriamente “ut balneum quod in locis antiquitus extructum fuit” era, “ad sinistram partem” una “potentis viri domus”. Nell’ambito di quella villa, alcuni “religiosi homines (…) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum” appunto le reliquie dell’apostolo Matteo. Ivi per “longa tempora curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 35, in proposito scriveva che: “Delle laure fondate in quei tempi è tuttora memoria nei toponimi dei paesi che colstellano il territorio (li Lauri, Laureana, Laurino, ecc…) ubicati in località dove la natura dei terreni favoriva il lavoro manuale cui i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea e di S. Teodoro Studita. Di questa loro presenza nei gastaldati di Lucania e di Laino vi è traccia nella donazione (71) di Gisulfo I del 950 a “Johanni padri nostro”, confessore, dell'”hiscla ubi due (sic) flumina dicitur acto lucaniano in qua ecclesia vetusta dei genitricis virginis marie sita est”; etc…”. Ebner, vol. I, a p. 35, nella nota (71) postillava: “(71) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno, Si noti il “vetusta”.”. Ebner, a p. 41, in proposito scriveva pure che: “La concessione cui abbiamo accennato ‘ad duo flumina’ è importante, in quanto ci informa della presenza in quella zona di presbiteri (o monaci?) con “cura animarum”. Una parte di questa tenuta fu alienata dal vescovo Pando nel 977, etc…”. La chiesetta, probabilmente eretta dai primi monaci giunti nel luogo (di cui si è investigato più volte), fosse posta, molto probabilmente, alla confluenza dei due fiumi Alento e Palistro, non distante da un piccolo approdo. Dunque, una chiesetta esistente già ai tempi del Principe longobardo Gisulfo I. La piccola chiesetta,  nel novembre 950 (o 951 ?), quattro anni prima che accadesse il rinvenimento delle spoglie del santo, era stata donata dal Principe Gisulfo I al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. Scrive l’Ebner che l’abate Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto di Salerno, molto probabilmente, in seguito alla donazione del principe longobardo la fece ricostruire o ristrutturare. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 731 scriveva pure che: “Il più antico documento scritto medievale pervenutoci che dica del luogo è il diploma di Gisulfo I (a. 950) (44) a “Johanni abbati nostri”, di cui si è accennato. Il principe “pro amore omnipotentis dei et salute anime nostre per rogum domne gaitelgrime dilecte matrix nostra”, donò al suo confessore, abate di S. Benedetto di Salerno la “ecclesia vetusta dei genitricis virginis marie”, cioè l’antica chiesa di S. Maria di Odigitria dei monaci greci costruita nel luogo alla confluenza dei due fiumi (Alento e Palistro), dove poi il monaco Attanasio trasferì dalla basilica paleocristiana di Velia i sacri resti dell’apostolo ed evangelista Matteo.”. Ebner, a p. 731, nella nota (44) postillava: “(44) CDC, I, 179, novembre a. 950, XI, Salerno: ‘terras pertinentis sacri nostri palatii que est hiscla ubi due flumina dicitur acto lucaniano in qua ecclesia vetuste dei genitricis virginis marie sita est’.”. Ebner scriveva: è il diploma di Gisulfo I (a. 950) (44) a “Johanni abbati nostri”, di cui si è accennato.”. Infatti, Ebner, lo accennava a p. 724 dove scriveva che: “Del resto, una chiesa cattedrale  fu sempre poi a Velia: ne rimane traccia nei tre scalini e nel tronetto di quella attuale (verrà adibita a museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo) su altra più antica, come testimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femmnile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, che s’irradiarono nel territorio dell’odierno Cilento (33).”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ‘ecclesia sancte dei genitricis virginis marie’. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La “Translatio” non dice a quale distanza dal luogo del ritrovamento fosse l'”habitaculum” ove il monaco Attanasio viveva con la madre, ed ove egli trasportò a spalle la reliquia: ma dice una “cella” di lui, non si comprende bene se lo steso “habitaculum” ovvero, come parrebbe, un altro abituro, si trovava “non longe” dalla chiesa ove egli depose la reliquia stessa, dopo che per la secolda volta era stato respinto a terra nel vano tentativo di portarla per via mare, partendo da quel porto, cioè dal porto velino nell’estuario dell’Alento.”. L’Atenolfi (….), nella nota (216), a p. 49, postillava che: “(216) Regula, cap. I.; cfr. Borgia “Mem. ist. ecc. di Benevento”, 1763, I.354 e segg.”. Dunque, l’Atenolfi, a p. 49 prosegue scrivendo: “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Etc…”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. L’Atenolfi scriveva che la chiesetta, detta “ad duo flumina” e “subarce”, di cui forse, scrive l’Atenolfi, doveva essere suo custode il monaco Attanasio, non si trovava molto lontana dalle proprietà concesse dal Principe longobardo all’abate Giovanni, dell’Abbazia bendettina di Santa Maria di Torricella (217) dell’Ordine di San Benedetto. Sulla chiesetta “ad duo flumina”, che dipendeva dal vescovo pestano Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Sulla chiesetta “ad duo flumina” ha scritto pure Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come ‘l’ecclesia parrocchialis S. Mathei ad duo flumina in Lucania….matrix oppidi Casalicii, olim etc…, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi madievali degli atti di S. Matteo etc…, cit., p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo: “La chiesa (nella quale il monaco Attanasio pose la reliquia di san Matteo nel 954) era nella contrada “ad duo flumina”…..pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232). Dal racconto della Translazio parrebbe che….etc…etc….Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, etc…”.”. Dunque, la Visentin fa notare che a Capaccio vi era una cappella “subarce” di S. Matteo che fu donata da Gisulfo I, come è stato scritto all’inizio, all’abate Giovanni del monastero salernitano di S. Benedetto. La Visentin fa notare che l’Atenolfi la confuse con la cappella dove il monaco Attanasio traslò le spoglie di S. Matteo che, non si trovava a Capaccio ma si trovava a Casalicchio. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”, 1962, p. 28 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Certo è che Velia era diocesi già dal 500 d.C., come è certo che in età longobarda (30) (lo si desume da un diploma del 950) il luogo era noto solo per la chiesa “ai due fiumi”, etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del Principe Gisulfo I del 950.. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: Del resto, una chiesa cattedrale  fu sempre poi a Velia: ne rimane traccia nei tre scalini e nel tronetto di quella attuale (verrà adibita a museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo) su altra più antica, come testimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femmnile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, che s’irradiarono nel territorio dell’odierno Cilento (33).”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ‘ecclesia sancte dei genitricis virginis marie’. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. Almeno un anno prima della traslazione disposta dal principe Gisulfo I che volle ricordare il grande evento con un follaro (D/. S. Matteo nimbato tra le lettere S e M), ancora posto tra le incerte salernitane, ma senz’altro di quel sovrano e nel 954 (Cfr. P. Ebner, ‘Sui follari di Gisulfo I e sulla Scola Salerni’, stà in “Bollettino Circ. Numismatico Napoletano”, 1962). Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”

Nel ‘954, a Rutino, dove il clero ed il vescovo pestano Giovanni I sostò e dimorò

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, ritorna sull’argomento e scriveva in proposito che: “Prima notizia del villaggio nel leggendario racconto della traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio nel 953 (1). Narra la tradizione che alcuni di quelli che trasportavano le reliquie, superata l’erta salita di Rutino avessero manifestato il desiderio di bere e che miracolosamente fosse apparsa una fonte (2) che il Magnoni (3) dice era detta “fin’oggi il fonte di S. Matteo”. A ricordo dell’evento i locali eressero poi, come a Capaccio, una cappella dedicata all’apostolo (ora nel cimitero di Rutino).”. Ebner, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. E’ da presumere che la traslazione dei sacri resti, dopo il rinvenimento a Velia (Sermo venerabili Paulini: Cod. Casinensis 101, 385-386 e ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste: Cod. Casinensis 101, 386-397) nella cattedrale di S. Maria di Capaccio, da parte del vescovo Giovanni, “qui in illo tempore sedis pestane presularum tenebat”, fosse avvenuta almeno nel 953. Almeno un anno prima della traslazione disposta dal principe Gisulfo I che volle ricordare il grande evento con un follaro (D/. S. Matteo nimbato tra le lettere S e M), ancora posto tra le incerte salernitane, ma senz’altro di quel sovrano e nel 954 (Cfr. P. Ebner, ‘Sui follari di Gisulfo I e sulla Scola Salerni’, stà in “Bollettino Circ. Numismatico Napoletano”, 1962). Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Ebner, a p. 449, nella nota (2) postillava: “(2) Ebner, Storia etc.., op. cit., p. 28, n. 73.”. Ebner, a p. 449, nella nota (3) postillava: “(3) P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, P. 69.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 51, in proposito scriveva che: “Ma soprattutto, chi dalla chiesa della deposizione della reliquia dell’Evangelista, cioè da San Matteo “ad duo flumina” risale le alture verso Rutino, località attraversata come vedremo dalla reliquia stessa, e si dirige a Capaccio, segue un percorso che è tutto in riva destra dell’Alento, né ha bisogno di passare il fiume che dal tratto di “duo flumina” non sarebbe neppure guadabile. Ora, che fin dall’età antica il percorso della via pubblica etc…”. Sempre l’Atenolfi, a p. 53, in proposito scriveva pure: “Si è insistito in questi particolari sul percorso della reliquia da “duo flumina” a Capaccio perché da essi emergono altresì la precisione e l’attendibilità della “Translatio”, le quali rimangono altresì confermate dal racconto della sosta a Rutino. Non è dubbio, infatti, e a la tradizione tuttora ne perdura, che la chiesa di San Pietro Apostolo ove la reliquia dell’Evangelista pernotta il clero Pestano, è la “ecclesia Sancti Petri in casali Rodiliani” di cui è menzione anche nel XVI° secolo (234), che fu parrocchiale del casale della Ruta, ancora così indicato quale abitato prossimo a Rutino nelle mappe dell’800 (235), ed adesso è racchiusa nel recinto del camposanto di Rutino. In commemorazione del transito della reliquia, Rutino ebbe anche una chiesa di San Matteo scomparsa, la “ecclesia Sancti Matthaei de Ruticino” che appare di collazione cavense in un atto del 1092 (236).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (236) postillava: “(236) Guillaume, op. cit., Append. LXXXVI; D. Ventimiglia, op. cit., sub vocab.”.

Nel ‘954, la chiesa di Santa Maria di Odigitria ‘ad duo flumina’, a Casalvelino

Da Wikipedia leggiamo che il corpo del santo, fu rinvenuto nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide (Velia) e, le spoglie furono portate dallo stesso Attanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Il modesto edificio dalla semplice facciata a capanna presenta, alla destra dell’altare, l’arcosolio, dove secondo tradizione furono depositate le sacre reliquie del Santo. Un’iscrizione latina piuttosto tarda (XVIII sec.), incastonata sul lato corto dell’arcosolio, ricorda l’episodio della traslazione; successivamente le ossa furono portate presso il Santuario della Madonna del Granato in Capaccio-Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del Principe Gisulfo I del 950.. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro. Del rinvenimento a Paestum e sulle rive dell’odierno Casalvelino marina dissero cronisti e scrittori. A Casalvelino l’ubicarono nei pressi dell’approdo, dove i benedettini di Cava avevano costruito (o ricostruito) una chiesetta dedicandola all’apostolo (ancora nella proprietà Lista), ora piuttosto distante dal mare che continua ad arretrare.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 518-519, in proposito scriveva che: “Del territorio della chiesa e del villaggio di S. Matteo è menzione nei documenti come tenimento a sé (19), benché esso venga poi descritto unito a quello del villaggio di S. Giorgio e S. Zaccaria nel 1187, quando la Badia già aveva realizzato il disegno di riunirli in un unico complesso fondiario, essendo diventata proprietaria dei beni patrimoniali posseduti un tempo ivi da Guaimario V e dai suoi fratelli. L’ipotesi del Ventimiglia, circa il sorgere dell’abitato di Casalvelino, non chiarisce affatto l’ubicazione del villaggio che è fuorviata dal toponimo odierno S. Matteo dato per estensione al terreno dov’è l’odierna cappella. L’abitato non poteva essere qui, anche perchè la chiesa in quei tempi era ancora più vicina al mare dell’attuale, e propriamente, nei pressi dell’approdo di S. Matteo, uno dei cinque porti del distretto di Cilento di proprietà dell’Abbazia. Al mare giungeva solo il suo territorio, come si legge in un documento (v. oltre). L’esame dei documenti induce ad ammettere che la chiesa di S. Matteo doveva essere ubicata dopo la confluenza dei due fiumi e del mare.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 47, in proposito scriveva che: “La località ci è designata da Ugo di Venosa dal quale si desume essere stata a “duo flumina” nell’agro eleate la chiesa della prima deposizione della reliquia ove ai tempi dello scrittore, nel secolo XII°, già sorgevano l’abbazia ed il casale di San Matteo (207).”. L’Atenolfi, a p. 47, nella nota (207) postillava: “(207) “Vitae quatuor priorum abbatum Cavensium” RR.II.SS. VI.V p. 22 e “In vita S. Petri Abb.” ms. membr. 24 ff. 20 Arch. Caven. (Cfr. Guillaume “Abbay de Cava” 1877 p. 440): S. Pietro 3° abate cavense (1079-1122) si reca nell'”Eccl. B. Ap. et Evang. Mathei, que in Lucano litore circa vetus eius sepulcrum sita est”.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a pp. 27-28, in proposito scriveva pure: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): etc..”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, nella nota (72) postillava che: “(72)….La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”.”La notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Ebner scrive pure che La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina”, come, ad esempio ha scritto P. Fedele (….), nel suo “Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno”, pubblicato in “Archivio Reale della Società romana di Storia Patria”, v. XXVIII, p. 5. o, come ha scritto pure Mattei Cerasoli (….), nel suo “……………………..”, a p. 22, nota (20) e, come lo stesso Ebner fece osservare nella Rivista Storica Salernitana …………………….. Sempre l’Ebner, nella nota (72) a p. 28 postillava che: La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50, in proposito scriveva che: “”Ancor oggi giorno”, scriveva sul cadere del secolo XVIII° un mediocre storico locale, il Magnoni, “nelle festività del santo, grande concorso vi è di quei popoli circonvicini” (220) intorno alla cappella tuttora di collocazione dell’abbazia cavense che, ultimo residuo della chiesa teodoriana e del fiorente monastero, racchiude in piccolo spazio l’arcosolio sotto il quale è fama fosse deposta la reliquia dell’Evangelista, ed un’iscrizione forse settecentesca in rozzi caratteri vi ripete l’errore cronologico del Marsili Colonna. Questa, ritrovata fra i ruderi della cappella rialzata intorno al 1856 dall’Abate Cavense D. Onofrio Granata, è incisa su una pietra di evidente carattere sepolcrale, al centro della quale, è ben visibile la “fenestrella confessioni”, e dovè perciò ricoprire la sepoltura dell’Evangelista. Poco lungi è la marina, detta ora di Casalvelino, ove venne respinta dal mare la reliquia perché posasse in terra salernitana.”. L’Atenolfi scriveva che la chiesetta, detta “ad duo flumina” e “subarce”, di cui forse, scrive l’Atenolfi, doveva essere suo custode il monaco Attanasio, non si trovava molto lontana dalle proprietà concesse dal Principe longobardo all’abate Giovanni, dell’Abbazia bendettina di Santa Maria di Torricella (217) dell’Ordine di San Benedetto. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 51, in proposito scriveva pure che, in seguito alla donazione del principe di Salerno Gisulfo II, sul luogo dove sorgeva la piccola chiesetta in cui il monaco aveva traslato le ossa del Santo sorse: “….chi dalla chiesa della deposizione della reliquia dell’Evangelista, cioè da San Matteo “ad duo flumina” dunque, la chiesa di San Matteo “ad duo flumina” che si trovava proprio nel luogo dove in seguito sorgerà l’Abbazia di San Matteo “ad duo flumina”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come l”ecclesia parrochialis S. Mathaei ad duo flumina in Lucania matrix oppidi Casalicii, olim matrix casalix S. Mathaei ad duo flumina, cum monasterio sun titulo prioratus et custodiae’, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, …….p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (CDC I, 232). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore. Etc…”. La Visentin, a p. 157, in proposito scriveva che: “…, il cui nucleo propulsore è costituito dalla chiesa di San Matteo (696), sorta sul punto di confluenza dell’Alento con il Palistro (697) e cardine intorno al quale ruotano, probabilmente, anche le vicende delle altre due obbedienze cavensi di san Zaccaria e San Giorgio. La cappella appare circondata da un territorio etc…”. La Visentin, a p. 157, nella nota (696) postillava che: “(696) La tradizione vuole che la chiesa abbia ospitato il corpo dell’apostolo ed evangelista Matteo prima del solenne trasferimento nella basilica vescovile di Capaccio e, successivamente, all’interno della città di Salerno. Cfr. Venereo, Dict., vol. II, p. 231, ‘Lib. de vitis sanctorum patrum cavensium’ car. 20 e Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43-44 e sgg., scriveva in proposito che: “….dove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Quantunque non in gran lontananza fra di loro, non però furon gli stessi, il Casale di S. Matteo e quello di Casalicchio, ma l’uno dall’altro distinti, e ben diversi, e molto meno la chiesa di quello poté divenire di questo la matrice….solo sembra potersi dire che i tenimenti di san Matteo ‘ad duo flumina’, di San Giorgio, e di san Zaccaria uniti insieme abbiano poi formato il territorio di Casalicchio”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “SAN MATTEO ad duo flumina. Nei documenti sempre S. Matteo ad duo flumina. Università autonoma fino all’abbandono dell’abitato” e, poi a p. 516 prosegue scrivendo: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro. Del rinvenimento a Paestum e sulle rive dell’odierno Casalvelino marina dissero cronisti e scrittori. A Casalvelino l’ubicarono nei pressi dell’approdo, dove i benedettini di Cava avevano costruito (o ricostruito) una chiesetta dedicandola all’apostolo (ancora nella proprietà Lista), ora piuttosto distante dal mare che continua ad arretrare.”. Ebner, a pp. 515-516 scriveva che: “e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Inoltre, Ebner, a p. 518, nella nota (18) postillava: “(18) Forse è opportuno tentare di chiarire la vera ubicazione del territorio di S. Matteo con il suo abitato. Il Ventimiglia (c. 44) aveva avvalorati gli elementi traditi secondo cui l’abbandono da parte di alcune famiglie dei illaggi di S. Matteo, di S. Giorgio e di S. Zaccaria avevano costituito il primo nucleo del futuro abitato di Casalicchio. Egli poi aveva preso il Di Meo etc…per avere ubicato i “due fiumi” a Paestum, dove si sarebbe costtuita la “Parrocchia e Monastero di S. Matteo, matrice di Casalicchio”. D. Ventimiglia, riferendosi alle ricerche paterne (F. A. Ventimiglia, etc..) spiegò che i resti dell’Apostolo erano stati rinvenuti appunto ‘ad duo flumina’, dove “era il porto di cui si parla nei più volte citati istrumenti del 1186 e del 1187, e vi si edificò la chiesa, il Monastero ed il casale che di San Matteo ‘ad duo flumina’ si nominarono”.”. Infatti, Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43 e sgg., scriveva in proposito che: “….dove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Quantunque non in gran lontananza fra di loro, non però furon gli stessi, il Casale di S. Matteo e quello di Casalicchio, ma l’uno dall’altro distinti e ben diversi.”. Inoltre, Ebner, a p. 518, nella nota (18) postillava: “(18) Forse è opportuno tentare di chiarire la vera ubicazione del territorio di S. Matteo con il suo abitato……Il Mazziotti (cit., p. 81), ….., egli scrive, “per molti anni vi furono deposte le spoglie dell’apostolo Matteo” poi trasportate a Capaccio e di là a Salerno e deposte, seguendo ancora il Ventimiglia, nella chiesa di S. Maria degli Angeli. Chiesa inesistente in quei tempi a Salerno, a meno che il Ventimiglia non abbia voluto riferirsi al titolo della cattedrale che in quel tempo era dedicata “dei genitricis virginis marie”. Chiesa poi detta “sancti matthei”, già dopo il 954 e definitivamente dopo la costruzione della monumentale cattedrale voluta da Roberto il Guiscardo.”. Infatti, il Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 81 parlando del casale di “Casalicchio”, in proposito scriveva che: “Casalvelino. Nella pianura sottostante alla borgata di questo nome e propriamente nel luogo, ove il torrente Fiumicello sbocca nell’Alento, era nel quarto secolo una chiesa rimasta celebre negli annali ecclesiastici, perchè per molti anni vi furono deposte le spoglie dell’apostolo S. Matteo…..Nell’anno 954, etc…, ….., ma il principe Gisulfo II inviò Giovanni, abate del monastero di San Benedetto, a Capaccio, e le fece con grande pompa e solennità trasportare in Salerno, riponendole in una chiesa dedicata a Santa Maria degli Angeli, da cui poi nel 1080 passarono nel Duomo di Salerno.”. Il Mazziotti, sulla scorta del Ventimiglia scriveva che, l’abate Giovanni portò le spoglie del Santo a Salerno e le depose nella chiesa di S. Maria degli Angeli, di cui, però l’Ebner dice non esistente a Salerno in quel periodo. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.

Nel 954 d.C., le spoglie di San Matteo, nella chiesa di Capaccio

Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), postillava pure che: “(73)…..La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Ebner scriveva che in seguito alla prima traslazione dei sacri resti dell’apostolo, da parte del monaco Attanasio, la chiesa che ospitò le sue spoglie era stata erroneamente localizzata a Velia. Ebner scriveva che la chiesetta dedicata alla madonna non si trovava a Velia ma essa, da un documento dell’anno 1102 risultava ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”, che si trovava nella Diocesi Pestana e ipendeva da quella di Capaccio. Infatti, Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, a p. 129, parlando di Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva del monastero di: “1. San Nicola. ‘Sancti Nicolai de castello Caputaquis.”. La Visentin parlando di questo monastero, a p. 131, riferendosi ad un atto di donazione del settembre 1092, risalente all’Archivio Cavense (AC, C, 33, dicembre 1092 ecc..), in proposito scriveva che: “Vengono menzionate in questa circostanza la chiesa di San Matteo apostolo ‘in loco Caputaquis, ubi sub arci dicitur’ (524) con le terre ‘ubi ad casotta et Sanctum Ianuarium’, i vassalli di Rutino, Trentinara e Capaccio e le proprietà presenti negli stessi territori.”. La Visentin, a p. 131, nella nota (524) postillava: “(524) Nel maggio del 1096 Romualdo, ‘sacerdos et abbas’ della chiesa di proprietà di Gregorio, concede una terra con casa della chiesa di S. Matteo ‘sub arci’, dipendente da S. Nicola, nella città nuova di Capaccio, ad Erberto, ‘filius domini Gregorii’, che pone come fideiussione suo cognato Lamberto ‘ex genere Normannorum’. Il censo pattuito è di 2 tarì all’anno e sarà pagato nel giorno in cui si fa memoria della traslazione ‘beati apostoli et evangeliste Mathei’, cfr. AC, XVI 59. Per la chiesa di S. Matteo si veda anche G. Talamo Atenolfi, I resti medioevali degli atti di san Matteo Evangelista, Roma, 1958, p. 53 etc..”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 53 in proposito scriveva pure che: “Della deposizione della reliquia nella bella cattedrale di Santa Maria Assunta o “del granato”, unico edificio superstite della Capaccio “vecchia” distrutta da Federico II° nell’aprile del 1246 a castigo della rivolta guelfa che vi ebbe il suo epilogo, rimane memoria in un’epigrafe fatta apporre nel secolo XVIII° da Monsignor Nicolai vescovo Caputaquense nel transetto di destra, ove si mostra anche una vasca di pietra che come si afferma con poca verosimiglianza, avrebbe ricevuto il sacro deposito. Anche Capaccio in memoria del transito della reliquia dell’Evangelista ebbe una chiesa di San Matteo, donata nel 1092 a quel monastero di San Gregorio, da Gregorio signore del luogo, figlio di Pandolfo di Salerno e di Teodora di Tuscolo (237).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (237) postillava che: “(237) D. Ventimiglia, op. cit., p. 81”.

Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Sempre sul “sacro Palatio”, l’Ebner ha scritto nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p…….Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”.

Nel 1054, Teodora di Tuscolo, fattasi monaca, la bolla di Amato, vescovo di Capaccio e, la chiesa ed il monastero di “S. Matteo in duo flumina”, a Casalicchio

In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del  (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “(73)…..La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Infatti, la notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Attanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73).  Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) riferendosi a Teodora di Tuscolo e citando la “Bolla di Amato”, vescovo Pestano, postillava che: “(73) …..dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.).”. Della figura di Teodora di Capaccio e della “Bolla di Amato” ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), a. p. 5, in proposito scriveva che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (21), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Fedele, a p. 5, nella sua nota (I) postillava: (I) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, 359, 385.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV.  Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Ferdinand Hirsch (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum) parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Infatti, Alessandro Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” . Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), a p. 359, tomo VII parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo, in proposito scriveva che: “10. Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una Bolla di ‘Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del q. Gregorio Console, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III’. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e ‘l Monistero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni, asperger l’acqua benedetta, avervi cereo, fonte battesimale, battezzare, seppellirvi morti ec. e si prese cinque libbre di argento. Fu presente Giovanni giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII, Pr. D. n. Gisulfi gl. pr. mense Februario, VII indict. Fu poi questo Monistero dato a’ Cavesi. Vi si ha ancora (Arca 86, n. 83) un affitto, che fa Alferio, Abbate di S. Massimo di una casa in ‘Plaja Montis’ di Salerno, vicino la Chiesa di S. Massimo, a ‘Landenolfo* Blasi ha, Landolfo* figlio del q. Godeno, e a Pietro figlio del qu. Costantino: ‘Anno XIII. Pr. D. n. Gisulfi, mense Majo, VII Indict.’ Chierico, Siconolfo Prete, Pandolfo figlio di Pandone, Roffredo figlio di Atenolfo, Pietro figlio di Donneperto, Desigio figlio di Everardo, tutti parenti, unitamente edificarono la Chiesa di S. Severino in Pinnello fuor di Posterola (o sia della porta piccola di S. Benedetto) dicendo, essere stato ciò ordinato loro in una visione. Fu scritto da ‘Sicone’ Prete, e Notaro.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig….) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…), p. 359, a. 1054, ind. VII

Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Theodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo  ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo.

Nel 1072, Gisulfo II donò ?, l’abbazia benedettina di S. Matteo ‘ad duo flumina’ (notizia non vera ?)

Nel 1958 da Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, la quale, congiuntamente con quelle di San Zaccaria ai Lauri e San Giorgio “ad duo flumina”, occupò un posto importante nella storia dello straordinario esperimento benedettino di società cristiana, per cui dall’XI° al XIV° secolo da quei cenobi lucani sorse nel Cilento una potente organizzazione monastica con i suoi borghi, le sue fortezze ed i suoi porti, i suoi casali rustici, le sue culture, le sue industrie, la sua regolamentazione economica e civile.”. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (219) postillava: “(219) cfr. Guillaume op. cit. Append. LXXXVI.”. Come, però, più tardi scriverà Pietro Ebner, l’Atenolfi sbaglierà come sbagliava il Mazziotti che si rifacevano ad un passo del Guillaume (….). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 519 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, a p. 518, nella nota (19) postillava: “(19) ABC, B 8, circa 1073, Roma (?). La donazione che il Guillaume (cit. p. 36) attribuisce a Gisulfo non risulta da esplici documenti.”. Riguardo questo punto, molto discusso dalla storiografia, Ebner, a p. 519, nella nota (18) postillava pure: “(18) Il Mazziotti poi, attenendosi al Guillaume (cit. p. LXXV: “S. Mathei ad duo flumina, près Elee, 1073, Gisulfe II prince de Salerne, Perte 1392”) che aveva attribuito a Gisulfo II la donazione alla Badia della chiesa, lo confermò scrivendo che “nel maggio 1072 lo concesse all’abate di Cava”. Ma ciò non è, perchè sia nell’ABC, B 5 del maggio 1072 che nell’altro diploma ABC B 10 del maggio 1073 non è cenno all’anzidetta chiesa.”. Dunque, l’Ebner scriveva che il documento pubblicato dal Guillaume, che lo attribuisce a Gisulfo II, non risulta da espliciti documenti. Il Mazziotti, a p. 82, parlando di “Casalvelino”, in proposito scriveva che: “Presso l’antica chiesa nella pianura di Casalvelino era sorto, ignoriamo in quale epoca, ma probabilmente dopo la scoperta delle reliquie, cioè dopo il 954, un monastero che ebbe lo stesso nome di S. Matteo a due fiumi. Il principe di Salerno Gisulfo II nel lmaggio 1072 lo concesse all’abate di Cava e la concessione fu confermata da papa Gregorio VII nel’anno successivo (1).”. Il Mazziotti, a p. 82, nella nota (I) postillava: “(I) Pubblicato dal Guillaume, Doc. B., pag. III.”. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai historique etc…”, a p. 46, in proposito scriveva che: “Si osservano, a questo riguardo, negli Archivi di Cava tre bei diplomi. Con quello del 1072, Gisulfo dona all’abate Leone il territorio di ‘Monte Giulia’ etc…Con quelli del 1073 gli concede o conferma i monasteri di S. Nicola di Serramenzana, di S. Fabiano di Casamastra, di S. Matteo ad duo flumina, etc…(29).”. Il Guillaume, a p. 47, nella nota (29) postillava: “(29) Arc. Magna, B, n. 5, 9 e 10; cfr. Murat., Antiq. Ital., V, col. 790.”. Questo dovrebbe essere il documento secondo cui l’Ebner e la Visentin, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 519 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, a p. 519, nella nota (18) postillava pure: “(18)….Ma ciò non è, perchè sia nell’ABC, B 5 del maggio 1072 che nell’altro diploma ABC B 10 del maggio 1073 non è cenno dell’anzidetta chiesa.”. Sull’abbaglio del Guillaume, che tuttavia trae la notizia dal Muratori, l’Ebner, nella nota (18) postillava pure che: “E’ da presumere che il Guillaume l’abbia ipotizzato  dal fatto che della chiesa è cenno nella bolla di Gregorio VII del 1073 circa, meglio ancora, come egli asserisce, dal ms di pd. Rodolfo e dal ‘Dizionario del Venereo. Questi avevano scritto che Guaimario di Giffoni aveva donato alla Badia  con il asale di Selofone anche il villaggio di S. Matteo ad duo flumina e quello di Massanova. Ma l’unico documento del 1110 (la data è del Mazziotti) e cioè l’ABC, E 13 nulla dice del casale.”. Barbara Visentin, però si esprime a riguardo ma non è esplicita nel negare la notizia di Gisulfo II. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi etc…, cit., p. 49. Dal racconto della Translazio parrebbe che….”Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, etcc…”.”. Dunque, la Visentin scriveva che Ildebrando di Soana, divenuto papa Gregorio VII, si affrettò a confermare alcune importanti donazioni dell’ultimo principe Longobardo di Salerno, Gisulfo II.

Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara’, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo di Salerno Marcantonio Marsilio Colonna nella ‘Vita di S. Matteo Apostolo’, come scrive il nostro P. Peduto, riferisce che Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda vedova di Aralfo Principe di Benevento e sorella di Gisulfo Principe di Salerno, e forsi fu quel Monaco, che rattrovò il Corpo di esso glorioso Apostolo, del quale a lungo ho parlato nel lib. I Disc. IV.”. Il De Stefano, continuando il suo racconto scriveva pure: “Scella fu sorella di Gisulfo VII Principe di Salerno, vi fu Abate circa il 920, secondo il computo dell’Abate Troyli, tomo 3 lib. 6 C. 4 par. 1 e 2, o circa il 933 secondo il Volpe nella serie de’ Conti di Capaccio; ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo, dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Riguardo il “Peduto” citato dal Di Stefano, egli a p. 210, nel Libro I, in proposito scriveva che: “Il nostro P. Ludovico Peduto Acquario Minore Osservante San Francesco, nella sua ‘Selva di varie storie’ M.S. ect…”, ovvero il suo manoscritto intitolato “Selva di varie storie”. Dunque, il Di Stefano, scrivendo del casale di “Sanpietro”, non molto distante da casale di “Aquaro” (di cui al vol. I di Ebner) scriveva anche del monastero o abbazia benedettina di “S. Petri de Aquara”, ricorda che il manoscritto del monaco francescano Peduto dice che il cardinale Marsilio Colonna scriveva che al tempo della principessa Rotilde, sorella del principe di Salerno Gisulfo (I o II?) e vedova del principe di Benevento Aralfo, il monaco Attanasio doveva essere l’Abate dell’antico monastero. Il Di Stefano, nel libro III si chiede da dove il monaco Peduto abbia tratto le notizie per il suo interessante manoscritto. Sempre il Di Stefano, nel lib. III, a p. 210 cita Michele Zappulli.  Il Di Stefano scriveva e si chiedeva se la Principessa Rotilde “ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo”, dunque si tratta di Gisulfo II. Ma se si tratta di Gisulfo II egli non aveva una sorella chiamata Rotilde. Infatti, il Di Stefano aggiunge che: dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Dunque, il Di Stefano scriveva che il cardinale Colonna, parlando del monastero di S. Pietro di Aquara credeva che: Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda, etc..”. Il cardinale Marsilio Colonna ci parla del ritrovamento delle sacre spoglie portate in Lucania e del monaco “Athanasius” da p. 52 del suo “Vita di S. Matteo Apostolo”. Egli ci parla del monaco Attanasio, della madre Pelagia e del principe di Salerno Gisulfo II.

Nel 1073, la bolla di papa Gregorio VII e l’Abbazia benedettina di S. Matteo ‘ad duo flumina’

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 520 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “Dell’omonimo monastero è prima notizia nella bolla (19) di Gregorio VII del 1073 circa e poi nelle due (20) di Urbano II.”. Ebner, a p. 518, nella nota (19) postillava: “(19) ABC, B 8, circa 1073, Roma (?). La donazione che il Guillaume (cit. p. 36) attribuisce a Gisulfo non risulta da espliciti documenti.”. Ebner, a p. 518, nella nota (20) postillava: “(20) ABC, C, 21, settembre a. 1089 Venosa e settembre 1089 Melfi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) ……ne parla indirettamente anche ….una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti etc….”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, a p. 155, parlando di Casal Velino, in proposito scriveva del monastero di: “3. San Matteo. ‘Sancti Mathei ad duo flumina.”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689). L’ingresso nel patrimonio fondiario di Cava non sembra, tuttavia, potersi considerare effettivamente avvenuto, nell’ottobre del 1089, infatti, il monastero Cilentano non compare tra i beni cilentani che il pontefice Urbano II torna a confermare alla Trinità (690) etc…”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi etc…, cit., p. 49. Dal racconto della Translazio parrebbe che….”Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, etcc…”.”. Dunque, la Visentin scriveva che Ildebrando di Soana, divenuto papa Gregorio VII, si affrettò a confermare alcune importanti donazioni dell’ultimo principe Longobardo di Salerno, Gisulfo II. La Visentin, a p. 156, nella nota (689) postillava: “(689) AC, B, 8: aprile-dicembre 1073, edito in CDC X, doc. 22, pp. 76-78.”. La Visentin, a p. 156, nella nota (691) postillava: “(691) AC, B 34”. La Visentin, a p. 157, in proposito scriveva che: “…, il cui nucleo propulsore è costituito dalla chiesa di San Matteo (696), sorta sul punto di confluenza dell’Alento con il Palistro (697) e cardine intorno al quale ruotano, probabilmente, anche le vicende delle altre due obbedienze cavensi di san Zaccaria e San Giorgio. La cappella appare circondata da un territorio etc…”. La Visentin, a p. 157, nella nota (696) postillava che: “(696) ….e Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43-44 e sgg., scriveva in proposito che: “….dove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Etc…”.

Nel 1084, il monastero e l’abazia “Obedienza” benedettina di ‘San Matteo ad duo flumina’ 

Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 156, in proposito scriveva che: “…tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689)….nell’aprile del 1084, in occasione di una sentenza a tutela dei possessi cavensi nel Cilento, emessa ‘apud ecclesiam beati apostoli et evangeliste Mathei, que constructa est in loco ubi duo flumina dicitur’, alla presenza della duchessa Sichelgaita, la cappella non viene detta dipendente da Cava (691).”. La Visentin, a p. 156, nella nota (691) postillava: “(691) AC, B 34”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 521 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “Nell’aprile del 1084, alla presenza della duchessa Sighelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo, si definiva (23), previa una ricognizione sul terreno (il tribunale si riunì nel mese di marzo nella chiesa di S. Matteo ad duo flumina) una vertenza tra la Badia e il fisco ducale che non aveva documenti comprovanti l’appartenenza all’Abbazia di chiese e monasteri. E cioè i predetti beni erano in possesso del monastero prima dell’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo.”. Ebner, a p. 521, nella nota (23) postillava: “(23) I, ABC, B 34, aprile a. 1084, VII, Salerno. Ricognizione sul terreno e poi verbale a Salerno.”.

Nel 1092, Gregorio di Capaccio, figlio del fu Pandolfo donò diverse chiese

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a p. 449, in proposito scriveva pure che: “Nel mese di maggio del 1092, Gregorio, conte di Capaccio e figlio del fu Pandolfo, fratello di Guaimario V, donò alla chiesa di S. Nicola di Capaccio 21 chiese o parti di esse di sua proprietà e parte di un monastero. Offrì inoltre alla stessa chiesa di S. Nicola, quella di S. Matteo “ubi ruticinum dicitur” con tutte le sue pertinenze e quattro locali famiglie con tutti i loro beni (8). Nell’agosto del 1114, Gemma, figlia del fu Guido etc…”. Ebner, a p. 450, nella nota (8) postillava: “(8) I, ABC, C 34, maggio a. 1092, Salerno (vedi pure trascrizione in ABC, XV 58, Maggio a. 1092, XV, Salerno. Gregorio di Capaccio, nipote di Guaimario V donò alla chiesa di S. Nicola di Capaccio costruita dalla zia Teodora, di S. Angelo di Capaccio, di S. Biase di Solofrone, di S. Arcangelo di Acquavella, di S. Felice di Fellino, di S. Andrea di Lama, di S. Massimo di Salerno etc…e altre proprietà. Giudice Grimoaldo.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista” parlando di Rutino e della sosta per la traslazione della reliquia, a p. 53, in proposito scriveva pure: In commemorazione del transito della reliquia, Rutino ebbe anche una chiesa di San Matteo scomparsa, la “ecclesia Sancti Matthaei de Ruticino” che appare di collazione cavense in un atto del 1092 (236).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (236) postillava: “(236) Guillaume, op. cit., Append. LXXXVI; D. Ventimiglia, op. cit., sub vocab.”

Nel 1096, Guaimario II di Giffoni dona il monastero e l’Abbazia “Obedienza” benedettina di ‘San Matteo ad duo flumina’ a Casalvelino, all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni

Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito delle fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, nel 1973, a p. 27, nella sua nota (71), postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 519 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, a p. 519, nella nota (18) postillava pure: “(18) ….Notizia sicura della donazione della sola chiesa di S. Matteo ‘ad duo flumina’ è nel diploma del gennaio 1096 (ABC, D, 9, gennaio a. 1096, V, Salerno: “Etc….”….qando Guaimario di Giffoni donò alla Badia oltre la chiesa tanta terra etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 520 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “Ne è più ampia nel diploma di Guaimario, signore di Giffoni e nipote di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Il predetto oltre a donare alla Badia tre chiese site nel territorio del suo feudo, offrì pure quella detta ai due fiumi. Chiesa pervenutagli per successione dal nonno Guido nella divisione del 1047 tra il principe e i fratelli di Pandolfo e Guido della proprietà posseduta “ubi proprio duo flumina dicitur” e divisa in “tres sortes” dal gromatico Romoaldo (21). Un documento del 1097 contiene la delimitazione (22) dei beni della chiesa di S. Matteo e del villaggio distante dalla chiesa, verso oriente 350 passi, e delle terre lavorativa site all’incirca tra gli odierni Lago e Pantano e tra lo Iunco e il mare.”. Ebner, a p. 520, nella nota (21) postillava: “(21) CDC, VII, 1083, giugno a. 1047, XV, Salerno. La proprietà patrimoniale dei principi ‘in finibus lucanis, ubi proprie duo flumine dicitur’ comprendeva appunto i territori di cui dianzi. Etc…”. Segue la divisione dei tenimenti a Guido, Pandolfo e Guaimario. Ebner, a p. 520, nella nota (22) postillava: “(22) I, ABC, D 13, marzo a. 1097, V, Salerno. Nel confermare la precedente donazione, Guaimario chiarisce che ‘terra namque in ipsa ecclesia sancti mathei sita est omni parte finis ipsius guaimarii, a parte meridiei etc…”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 156, in proposito scriveva che: “L’inserimento reale nel patrimonio cavense è, dunque, da riferire al gennaio del 1096, quando Guaimario II ‘de Iufuni’ effettua in favore della Trinità un’importante donazione, il cui oggetto è composto interamente da chiese, disseminate tra le terre del ‘dominatus loci’ di Giffoni (692) e quelle che una volta erano appartenute al patrimonio principesco del Cilento. In continuità con la politica di generosa elargizione che Guaimario I, figlio di Guido conte di Conza e duca di Sorrento, aveva inaugurato nel 1091, donando all’abbazia cavense etc…., il giovane Guaimario offre le cappelle di etc…e la chiesa di San Matteo, etc…(694).”. La Visentin, a p. 156, nella nota (692) postillava: “(692) I signori di Giffoni discendono da Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, e da Rangarda, figlia del conte Caiazzo, Landone, e si legano direttamente alla famiglia dei principi longobardi di Salerno, essendo Guido l’unico fratello di Guaimario IV sopravvissuto alla congiura del 1052. Etc…”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 82, parlando di “Casalvelino”, in proposito scriveva che: “Intorno al chiostro si era formato un casale che Guaimario duca di Giffoni nel 1110 donò alla Badia insieme con molte vigne e terre circostanti (2).”. Il Mazziotti, a p. 82, nella nota (2) postillava: “(2) Guillaume, Essai historique etc.., pagg. 47 e 48.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 53 parlando della chiesa di Capaccio, in proposito scriveva pure che: Anche Capaccio in memoria del transito della reliquia dell’Evangelista ebbe una chiesa di San Matteo, donata nel 1092 a quel monastero di San Gregorio, da Gregorio signore del luogo, figlio di Pandolfo di Salerno e di Teodora di Tuscolo (237).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (237) postillava che: “(237) D. Ventimiglia, op. cit., p. 81”.

Nel 954 d.C., Attanasio (“Athanasio”), monaco di Velia, rinvenne le sacre spoglie di San Matteo

Le sacre spoglie di San Matteo,  sarebbero giunte a Velia, in Lucania, intorno al V secolo, dove rimasero sepolte per circa quattro secoli. Il corpo del Santo fu rinvenuto dal monaco Attanasio nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide. Le spoglie furono portate dallo stesso Attanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Lo storico Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 21, così riportava il prodigio di cui parlava il ‘Chronicon Salernitanum’

Acocella, p. 21.PNG

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel 1973, in un suo inedito dattiloscritto ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, parlando della Cristianizzazione nel basso Cilento, anche sulla scorta del Rodotà (…), parlando di Velia, scriveva che: “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109). Il Cataldo (…), nella sua nota (108), postillava che: “(108) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, II, pp. 514-515”. Il Cataldo (…), nella sua nota (109), postillava che:  “(109) Stilting, Acta Sanctorum, Anversa, VI, 1757, p. 198; si veda pure Ebner P., op. cit., pp. 515.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitoloLe reliquie …..traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca.”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), del suo ‘Chiesa, Baroni e popolo ecc..’, postillava che: “(52) Il santo comparso in sogno a una pia donna del luogo (Pelagia) chiese di cercare i suoi resti nella basilica paleocristiana di Velia (v. nel Volpi, p. 3, la notizia del rinvenimento non a Velia, ma fra le rovine di Paestum). Pelagia ne disse al figliolo (il monaco Attanasio) che rinvenute le reliquie le occultò nella vicina chiesa (Santa Maria di Odegitria ‘ad duo flumina’).”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 27, scriveva che: “6. Sull’incremento delle attività locali aveva influito, e in modo determinante, il rinvenimento a Velia di uno tra i più gloriosi “trofei” della cristianità, le venerate spoglie dell’evangelista Matteo. Evento che portò Salerno e lo stesso territorio di Velia all’attenzione del mondo allora conosciuto, facendo di quest’ultimo, e per lungo tempo, meta d’ininterrotto afflusso di fedeli. A partire dallo stesso compilatore del Chronicon salernitanum (a. 978), quel monaco del monastero di S. Benedetto di Salerno che, nell’accennare nel noto paragrafo 165, si riservava dei “miracula et signa et quomodo fuit repertus”, nonchè nella sua translazione, di raccontare a lungo con l’aiuto di Dio (69). Ciò che pare riuscisse a fare, dicono autorevoli filologi, anche se in modo incompleto.”. Ebner (…), a p. 27, nella sua nota (69), postillava che: “(69) Sul ‘Chronicon e suo autore, v. le recenti ricerche di N. Cilento, in op. cit., p. 67 sgg. e p. 65 sgg.”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 731 scriveva pure che: Nell’ottobre del 1133 il milite Stabile acquistò (45) dalla “kuria” del monastero cavense (abate Simeone) una “pecia de terra” per 250 tarì.”. Ebner, a p. 731, nella nota (45) postillava: “(45) ABC, XXIII, 66, ottobre a. 1133, XII, Abbazia di Cava.”.

Nel 1580, Marco Antonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno

Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il Cardinale Marcantonio Marsilio Colonna (….), nel suo “De vita et gestis Beati Mathaei”, pubblicato come appendice al famoso suo Sinodo Diocesano, celebrato nel 1579 e, citato anche da Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia etc..”, a p. 217. Delle traslazioni di San Matteo si conosceva fino alla metà del secolo scorso soltanto quanto raccontava una monografia cinquecentesca composta, sulla base di fonti più antiche, dall’Arcivescovo Marsilio Colonna: De vita et gestis beati Matthaei apostoli et evangelistae eiusque gloriosi corporis in Salernitanam urbem translatione, Napoli 1580. Le critiche formulate al Colonna da vari autori portarono, in tempi a noi più vicini, Nicola Acocella a riesaminare tutta la problematica inerente la questione e ad analizzare tutti i documenti e le testimonianze medievali relative all’avvenimento.

Nel 1580, il monaco Athanasio, nella ‘Vita dell’Apostolo S. Matteo’ dell’arcivescovo Marsilio Colonna

Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 227-228, in proposito scriveva che: “Era dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo….Parole di Marsilio al Capo 7. …. Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara’, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo di Salerno Marcantonio Marsilio Colonna nella ‘Vita di S. Matteo Apostolo’, come scrive il nostro P. Peduto, riferisce che Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda vedova di Aralfo Principe di Benevento e sorella di Gisulfo Principe di Salerno, e forsi fu quel Monaco, che rattrovò il Corpo di esso glorioso Apostolo, del quale a lungo ho parlato nel lib. I Disc. IV. Stella fu sorella di Gisulfo VII Principe di Salerno, vi fu Abate circa il 920, secondo il computo dell’Abate Troyli, tomo 3 lib. 6 C. 4 par. 1 e 2, o circa il 933 secondo il Volpe nella serie de’ Conti di Capaccio; ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo, dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto i detto Disc. IV, etc… “. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos’, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “Monsignor Colonna scrisse che…..Poi dice, che pervenutane la notizia a Giovanni vescovo Pestano, questi per terra “itinere terrestre proficiscitur” unito col suo Clero va a trovarne l’inventore, ch’era un monaco, chiamato Atanagio, e dopo che gli ha fatto consumee tre giorni di cammino, facendolo anche al ritorno “dum advesperasceret” pernottare in una chiesa “in medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat”; avendo dovuto passare anche il fiume Malla (questo dove essere l’Alento), finalmente il terzo giorno, dopo che si era dalla sua residenza partito, giunse con il suddetto sacro deposito “ad Castrum cui Caput quae nomen erat”. Tutto e quanto detto riferisce mentovato Arcivescovo si verifica appuntino, giudicandosi l’invenzione della mentovata chiesa di S. Matteo “ad duo flumina” presso Casalicchio. E per convincerci esamineremo il filo delle di lui parole. Era questa chiesa “in Lucania finibus” …..E’ distante cotal luogo dalla residenza del vescovo circa venti miglia, e perciò dov’è il vescovo consuarvi tre giorni di viaggio, cioè uno nell’andare, e due al ritorno. Etc…”.

Nel ‘954, il monaco Athanasio, non era un malfattore ma voleva salvare le sacre spoglie

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, nutrendo dei seri dubbi, come del resto altri autori, sulla figura di Attanasio, forse un monaco italo-greco, forse un igumeno di qualche monastero di Velia, scriveva di Attanasio che: Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie,……..La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori. Ma non bisogna prenderlo per storia”, scrive H. Delahaye (Les legendes hagiograph., Bruxelles, 1923 (3), p. XIV sg.) prendendone probabilmente da S. Agostino che era incredulo a proposito di certi monaci che vendevano abusivamente “membra di martiri, ammesso che si tratti di martiri”. E’ da tener presente, comunque, che in ogni leggenda vi è sempre un fondo di verità. Va pure ricordato che l’episodio del monaco Attanasio che voleva trasportare le reliquie di S. Matteo a Bisanzio somigli a ciò che i cittadini i Pavia avevano tentato di fare con le reliquie di San Appiano (IX secolo): ‘Acta sanctorum, 4 marzo: “I rematori, stanchi per lo sforzo eccessivo compresero di aver perpretato un immane delitto”).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori. Ma non bisogna prenderlo per storia”, scrive H. DELAHAYE (Les légendes hagiograph.’, Bruxelles 1927 (3), p. XIV sg.) prendendone probabilmente da S. Agostino che era incredulo a proposito di certi monaci che vendevano abusivamente “membra di martiri, ammesso che si tratti di martiri”. E’ da tener presente,comunque, che in ogni leggenda vi è sempre un fondo di verità. Va pure ricordato che l’episodio del monaco Atanasio che voleva trasportare le reliquie di S. Matteo a Bisanzio somiglia a ciò che i cittadini di Pavia avevano tentato di fare con le reliquie di S. Appiano (IX secolo) etc…”. Riguardo ciò che è stato, a mio parere, ingiustamente scritto sulla figura Attanasio, il monaco figlio di Pelagia, non dobbiamo dimenticare il periodo in cui avvenne l’evento del rinvenimento delle sacre spoglie dell’Apostolo Matteo e non dobbiamo perdere di vista ciò che accadde successivamente. Ritengo che la figura del monaco o egumeno Attanasio, figlio di Pelagia di Velia, sia stato ingiustamente bistrattato. A lui deve andare il merito del ritrovamento delle sacre spoglie del Santo e, non a caso la tradizione attribuisce ad un sogno di sua madre Pelagia, dove l’Apostolo Matteo, dopo quattro secoli dalla sua tumulazione in un luogo di Velia, ovvero nel X secolo, ai tempi del principe Longobardo Gisulfo I, venivano ritrovate proprio dal monaco Attanasio. Tutti conosciamo ciò che avvene intorno all’anno Mille, anche e soprattutto ad opera della Badia Cavense. Basti pensare a quel “Aliprando de Busentio”, citato dal Gaetani (…), che a p. 29, scrivevache: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. E poi, ciò che scriveva lo stesso Ebner, circa le usurpazioni della chiesa Benedettina, nelle nostre contrade. In Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Dopo il ritrovamento dei sacri resti dell’Apostolo Matteo, i fatti ci parlano di un immediato intervento del Vescovo di Capaccio, uomo della Badia, che afrontò un viaggio di tre giorni per recuperare i sacri resti, rinenuti a Velia dal monaco Attanasio, e portarli in una chiesetta a Capaccio. La situazione di quegli anni è stata ben rappresentata da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 18, scriveva che: “Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali noncè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “grevance, injiure, servitute, vergoigne” (39). Qui il governo operava a mezzo di funzionari costretti ad agire in contesti sociali al limite della sopravvivenza. Tali condizioni subumane e i leggendari echi delle feroci persecuzioni religiose favorirono, da parte della popolazione, quel clima di calda simpatia che accolse i monaci greci giunti a Velia in diverse ondate tra l’VIII e il X secolo. La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, durante la Guerra Gota.. Ebner (…), ancora a p. 21, scriveva in proposito che: “Solo grandi eventi, infatti, come ad esempio il rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo tra le rovine della basilica di Velia, potevano indurre anziani vescovi ad affrontare viaggi perigliosi “equitando per vias asperas et impervias”, scriveva ancora il 22 novembre 1745 il presule Raymondi nella relazione di una sua visita pastorale a un casale del territorio (47).”. Ricordiamo pure le paurose e devastanti incursoni dei Saraceni che proprio in quegli anni, secondo le cronache, devastavano gran parte dei centri costieri del basso Cilento. Lo studioso locale Nicola Curzio (…), nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, nel 1934, a p. 10, in proposito ricordava che: “Lo storico Troilo dice che i Saraceni, fierissimi nemici dei Cristiani, dopo aver devastate le marine del regno, distrussero anche nella Lucania, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia nel 914 dell’Era Cristiana. Il coro di Blanda, in legno di noce, venne trasportato a Tortora ove si conservò fino a 28 anni or sono ecc…Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, ecc..”. Lo storico “Troilo” è Troyli (…). Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre ed in particolare quelli della Diocesi di Capaccio a cui apparteneva quella di Bussento. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, alcuni vogliono che fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa Ebner.

Nel ‘954, Giovanni, vescovo della diocesi Pestana, e la traslazione del corpo di S. Matteo da Casalvelino a Capaccio

Avuta notizia del miracoloso ritrovamento, Giovanni il vescovo di Paestum, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Accompagnato da un festoso corteo, dopo aver attraversato il fiume Malla, trasportò le reliquie nella sua cattedrale, la chiesa della Madonna del «Granato». Riposato la notte nella chiesa di San Pietro, raggiunge la località di Ruticinum per poi proseguire verso la sua cattedrale a Capaccio. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia…..Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 640 parlando del casale di Capaccio, in proposito scriveva che: “Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell’evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell’Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni (4). Com sede vescovile etc..”. Ebner, a p. 640, nella nota (4) postillava che: “(4) Giovanni, ‘presul sancte sedis pestane’ (CDC, I, 253, p. 957) traslò i sacri resti nella cattedrale. Per tutte le questioni inerenti al grande evento v. Ebner, Storia, cit., p. 27 sgg., Economia e Società, cit., I, pp. 22 e sg., 40 e 220; vedi pure innanzi.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie, queste vennero trasportate dal vescovo Giovanni a Capaccio e da qui, per volere del principe Gisulfo I, a Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: Intanto Giovanni (3), “qui illo in tempore sancte sedis pestane presulatum tenebat”, venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, fattosi consegnare le reliquie le trasferì nella chiesa di Capaccio (4).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (3), postillava che: “(3) E’ il ‘presul sancte sedis pestane del CDC, I, 179, a. 957, p. 253, che trasportò i sacri resti non nella basilica di Paestum (è stata illustrata da G. De Rosa (La chiesa della SS. Annunziata a Paestum) in “Rivista di studi salernitani” (Salerno, 2, 1968), ma nella cattedrale del ‘castrum caput aquis ( o acquae), odierno Capaccio vecchio, dopo l’abbandono della città delle rose oltre che per le incursioni saraceniche per l’infierire della malaria.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Il vescovo Giovanni impiegò tre giorni (Magnoni, cit., p. 64), per giungere a Velia. La distanza Velia-Capaccio era di 20 miglia circa (p. 65) e per le condizioni stradali dell’epoca il vescovo non poteva impiegare meno di tre giorni (‘itinere terrestri profiscitur’, scrive mons. Marsilio Colonna). Si spiega così la sosta notturna a Rutino, di cui è notizia nella tradizione.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a pp. 27-28, scriveva che: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “aqui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Al desiderio del principe, che era un ordine, il vescovo pestano Giovanni non avrebbe potuto opporsi. Qualche anno prima, infatti, e cioè nel novembre del 950, quel principe aveva donato a Giovanni, abate del nuovo monastero di S. Benedetto di Salerno, una golena di pertinenza del fisco in vocabolo “due (sic) flumina” nella circoscrizione demaniale di Lucania, E cioè terre, selve, corsi d’acqua e quant’altro era compreso (buona parte dell’antica ‘polis’) nell’ambito di quattro miglia intorno alla chiesa elevata alla sovrana protettrice dei monaci itineranti greci, la Vergine Maria, edicola evidentemente abbandonata se nel diploma non è cenno di abitanti (74).”. I diplomi di cui si parla sono citati nella nota (71), a p. 27, di Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, dove postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Sul percorso sostenuto dal vescovo Pestano Giovanni, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 207 riferendosi al vescovo Pestano, Giovanni, in proposito scriveva che: Marcantonio Colonna Arcivescovo di Salerno, nella ‘Vita’, che compose di questo Santo Apostolo (quale confesso non aver letta) in Napoli stampata nell’anno 1580, presso il Volpe, Cap. 8 e ‘l Sig. Magnoni, pag. 37, dopo aver scritto, che…etc….e dopo tre giorni di cammino nel ritorno, ‘dum advesperasceret’, pernottò in una chiesa in ‘medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat’, e passato il fiume ‘Malta’ (che sarebbe l’Alento) finalmente il terzo giorno dopo che si era dalla residenza partito, giunse col suddetto Suddetto deposito ‘ad Castrum, cui Caputaquae nome erat, ubi summo cum honore ingreditur, universo sane Populo occurrente, et comitante, tum Ecclesiam Dei Genitrici dicatam, in qua et Episcopalis Cathedra constructa erat, ingrediuntur, ibique beatissimum Corpus honoreficentissime collocat, singuliste diebus, Divi Apostoli solennia festa celebrat.'”, che tradotto è: “….entrarono nel Castello, che si chiamava Caputaqua, dove entrò con sommo onore, incontrando ed accompagnando tutto il Popolo, e nella Chiesa dedicata a Dio Madre, nella quale era anche edificata la Cattedra Vescovile, e quivi collocò la Corpo santissimo, ogni giorno, nelle solennità del Divin Apostolo, celebra la festa nel modo più onorevolmente».”. Dunque, il Colonna scriveva che nel viaggio di ritorno, la traslazione delle sacre spoglie dell’Apostolo durò tre giorni. Attanasio, arrivò nel luogo “ad duo fulmina” dopo un viaggio di tre giorni. Dunque, il luogo dove viveva Attanasio e la madre Pelagia era distante da Velia, tre giorni di cammino. Ma dove si trovava il luogo dove probabilmente vi era la “cella” del monaco Attanasio ?. Il Di Stefano, proseguendo il suo racconto, del libro I, a p. 208 cita l’iscrizione che si trovava nella chiesa di S. Matteo “ad duo flumina”, e scrive: “…ove, fu il Sagro Corpo da Atanasio ritrovato presso la città di Velia, un miglio da Casalicchio lontana, ivi incisa allorchè quella chiesa fu riedificata, copia della quale nell’Archivio del monistero della Trinità della Cava, si conserva come attesta il sig. Magnone, che a carte 40 la trascrive, etc…”. Dunque, il Di Stefano, sulla scorta del Magnoni scriveva che il monaco Attanasio da Velia ritornò e depositò le spoglie del santo in una chiesa di Casalicchio, la chiesa del monastero di S. Matteo “ad duo flumina” vicino il casale di Casalicchio. Il Di Stefano, a p. 210 del libro I, sulla scorta del Magnoni, scrive pure della sosta a Rutino del vescovo pestano Giovanni che si mise in viaggio per il recupero della reliquia detenuta dal monaco Attanasio. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “Monsignor Colonna scrisse che…..Poi dice, che pervenutane la notizia a Giovanni vescovo Pestano, questi per terra “itinere terrestre proficiscitur” unito col suo Clero va a trovarne l’inventore, ch’era un monaco, chiamato Atanagio, e dopo che gli ha fatto consumee tre giorni di cammino, facendolo anche al ritorno “dum advesperasceret” pernottare in una chiesa “in medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat”; avendo dovuto passare anche il fiume Malla (questo dove essere l’Alento), finalmente il terzo giorno, dopo che si era dalla sua residenza partito, giunse con il suddetto sacro deposito “ad Castrum cui Caput quae nomen erat”. Tutto e quanto detto riferisce mentovato Arcivescovo si verifica appuntino, giudicandosi l’invenzione della mentovata chiesa di S. Matteo “ad duo flumina” presso Casalicchio. E per convincerci esamineremo il filo delle di lui parole. Era questa chiesa “in Lucania finibus” …..E’ distante cotal luogo dalla residenza del vescovo circa venti miglia, e perciò dov’è il vescovo consuarvi tre giorni di viaggio, cioè uno nell’andare, e due al ritorno. Etc…”. Su Giovanni, vescovo Pestano, da cui dipendeva la piccola chisetta dove il monaco Attanasio aveva traslato le spoglie di S. Matteo, ha scritto Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Un altro autore che ci parla di Pesto e delle reliquie del Santo è Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, pubblicata a Napoli, per i tipi di Muzio, nel 1732. Egli parlando di Pesto al cap….., a p. 267, accenna alle sacre spoglie di S. Matteo trasportate nella cattedrale di Paestum dal vescovo Giovanni.

LE FONTI:

Nel Codice Cassinense o Cassinese 101, il Sermo di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna che racconta le vicende del corpo di S. Matteo

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. Come scrisse Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 27, scriveva che: Circa il primo oratorio di Velia (v.), sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di un “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia etc..”. Dunque, Ebner scriveva che molte notizie riguardo la storia delle sacre spoglie di S. Matteo sono contenute nel “Codice Cassinese 101”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, ….Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Etc…”. Dunque, Ebner scriveva che nel “Codice Cassinese 101” vi sono contenuti alcuni salmi di frate Paolino (….), risalenti, dice lui, alla fine del IX secolo, che racconta la storia e le vicende che portarono alla scoperta dei sacri resti di S. Matteo. Infatti, l’Atenolfi, a p. 3, in proposito scriveva che: “I TESTI – Alle tre fasi della leggenda corrispondenti approssimativamente agli anni: 45 (?)-68/69, 390 (?)-440 (?), e 954 e seguenti, corrispondono tre testi diversi; la “Passio Sancti Matthaei”, il “Sermo venerabilis Paulini episcopi Legionensis” e la “Translatio Salernum”. Questi testi trassero una prima ragione di silloge dal Lezionario della Chiesa Salernitana la quale nella celebrazione del 6 maggio commemorò le vicende che avevano addotta a Salerno la reliquia dell’apostolo. Ciò accedde anche prima dell’istituzione del Breviario dell’Arcivescovo salernitano Romualdo II° (1153-1181)(I), breviario ch’ebbe poi vari completamenti dagli “Officia” riformati etc..”. Infatti, come vedremo in seguito, a questi tre testi, elencati sia dall’Atenolfi che dall’Ebner, l’Acocella (….), di cui parlerò in seguito approfondirà altri testi precedenti.  In questo saggio a noi interessa sopratutto la parte contenuta nel “Codice Cassinese 101” che riguarda la seconda fase dei fatti storici che l’Atenolfi individua come: Alle tre fasi della leggenda corrispondenti approssimativamente agli anni: 390 (?)-440 (?), corrisponde al seguente momento: il “Sermo venerabilis Paulini episcopi Legionensis.. Sul testo “Sermo venerabilis Paulini episcopi Legionensis”, l’Atenolfi, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il “Sermo venerabilis Paulini Legionensis britannicae urbis Episcopi de translatione Sancti Matthaei apostoli ab Aethiopia in Britanniam, itemque de Britannia in Italiam” si riallaccia alla “Passio” nelle premesse della propria narrazione. Si tratta come è stato detto di un testo assai raro, esistente per quanto è noto in un solo esemplare completo originale ed in una sola versione genuina fino a poco tempo fa inedita, nel Codice Cassinese 101 dell’XI° secolo qui appresso pubblicato. La redazione è di non oltre la prima metà del secolo X° giacché l’autore che fu, come si dichiara nel titolo dello scritto, vescovo di St. Pol-de-Léon, precedé il vescovo Octréon eletto nel 939 (99). E’ almeno incerto se fu lui a sottoscriversi nel 954, come ritiene il Sammartano (100), o poco prima, come hanno ritenuto altri, col nome di “Paulinianus in Britannia episcopus”, nei diplomi di Regenfredo vescovo di Chartres, intesi a ristabilire in quella diocesi i religiosi di St. Pierre-en-Vallé. Etc…”. Dunque, l’Atenolfi scriveva che il Sermo fosse firmato da un certo: “Paulinianus in Britannia episcopus”, che l’Ebner scriveva “…Il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna, etc..”. Dunque, l’Atenolfi scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese 101, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo).  Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet).Da Wikipedia leggiamo che Paolo Aureliano di Leon, o Pol de Léon, oppure Paolino Aureliano (Galles, … – 573), è stato tra i sette santi fondatori della Bretagna, ed è venerato come santo dalla chiesa cattolica. La sua Vita fu completata nell’884 da un monaco di Landévennec di nome Wrmonoc. Fondò monasteri in Bretagna (in Francia) a Lampol sull’isola di Ouessant, su quella di Batz (dove poi morì) nell’odierna città di Saint-Pol-de-Léon (nel Finistère). Là fu consacrato vescovo sotto l’autorità di re Childeberto dei franchi e fu il primo vescovo della diocesi di Saint-Pol-de-Léon. Sempre riguardo la Codice Cassinese 101, Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 5, in proposito scriveva che: “Fortunatamente a questa pedita sopperiscono codici non meno antichi e pregevoli e dopo studio accurato si è ricorso ai fini dellla presente pubblicazione ai testi seguenti: per la “Passio etc….per il “Sermo” al Cod. Csinen. 101 (pp. 373-386) membran. dell’XI° secolo in carattere beneventano; etc….Per il “Sermo” e la “Translatio” il Cod. Casinen. s’impone non solo per la sua antichità, ma perché fra i vetusti esemplari superstiti esso va considerato il più perfetto, presentando completi nella loro redazione originaria i due testi posti nel loro ordine cronologico, etc…”. Riguardo il “Codice Cassinese 101”, però l’Ebner (…), a p. 27 aggiunge che: “La critica moderna, nonostante le motivate obiezioni dello STILTING e dopo di aver superato notevoli dubbi circa la veridicità delle narrazioni scritte nel Codice Cassinese, sembra ora orientata ad accogliere la versione favorevole alla tumulazione a Velia “ad duo flumina”, dice Ugo da Venosa, del corpo dell’apostolo.”. Riguardo lo STILTING, citato da Ebner, il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. A p. 28, Ebner (…), continua e scriveva che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, in proposito scriveva che: “La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in lucania partibus”, e cioè etc….”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(5) Cod. Casinensis 101, 386: ‘Cum gisulfus princeps salernitanum populorum regeret dicione prudentissima (….), etc…”:

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(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 448-449, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. E’ da presumere che la traslazione dei sacri resti, dopo il rinvenimento a Velia (Sermo venerabili Paulini: Cod. Casinensis 101, 385-386 e ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste: Cod. Casinensis 101, 386-397)…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 517, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, in proposito scriveva che: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro….Come si è detto, l’abside della chiesa, riconoscibile dalla sua semicircolarità e dalla porta laterale, spesso presente nelle absidi delle prime chiese, era a poche decine di metri dal complesso termale, di cui è esplicito cenno nella narrazione. Notizie tutte contenute nel ‘Codice cassinese 101 (14), nel quale è pure una significativa descrizione dei tipici sanguigni mattoni usati a Velia e reimpiegati nel III secolo d.C…”. Ebner, a p. 516, nella nota (9) postillava: “(9) Necessità archeologiche indussero il compianto soprintendente alle antichità di Salerno, prof. Mario Napoli, ad asportare tutto lo strato medievale e romano. Sugli accostamenti di cui nel testo e sulle vestigia della villa romana, v. Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (10) postillava: “(10) Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (11) postillava: “(11) Ebner, Velia e la civiltà della Magna Grecia, “Il veltro”, Roma, 1967, p. 168.”. Ebner, a p. 516, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”.

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(Fig….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 517, nota (14)

Nel……, nel Chronicon Cavense o Annalista Salernitano

Riguardo il “Chronicon Cavense”, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 259, in proposito scriveva che: “…dopo la caduta del gastaldato longobardo in potere di Niceforo Foca allorchè questi riuscì a impadronirsi nell’886 del mezzogiorno italiano (15). Conquista che secondo il molto sospetto Chronicon Cavense pubblicato dal Pratilli sarebbe avvenuta nell’896 mediante gli sforzi riuniti di Bizantini e dei Saraceni che insieme a Latiniano avrebbero anche preso altre città della Calabria tra cui Cosenza e Bisignano (16).”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (16) postillava che: “(16) Pratilli, Historia – principium longobardarum, Neapolis, 1754, IV, ad ann.”. Il Cappelli parlando del “Chronicon Cavense” scriveva che fu pubblicato da Pratilli (….), nel suo “Historia – principium longobardarum”, pubblicato a Napoli nel 1754. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Da Wikipedia, alla voce “Chronicon Cavense” leggiamo che il Chronicon Cavense è un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli, antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il Chronicon si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di Annalista Salernitanus, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione (1). Wikipidia, nella nota (1) postillava: “(1) Herbert Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, p. 223″. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense fu il frutto di un’abilissima falsificazione, che costituisce un esempio esempio eclatante di sofisticheria settecentesca: lo storico e archeologo Herbert Bloch la cita come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo».  A lungo considerato autentico, il Chronicon pratilliano ha avuto il tempo di trarre in inganno intere generazioni di studiosi e storici, causando notevoli aberrazioni sull’intera storiografia della Langobardia Minor. Fu definitivamente riconosciuto come falso solo un secolo dopo, nel 1847, per mezzo della dettagliata esegesi di Pertz e Köpke. Tuttavia, nel 1847, la cronaca aveva già dispiegato i suoi effetti dannosi e, nonostante lo smascheramento, l’influenza della falsa cronaca ha continuato a riverberare le sue conseguenze negative sulla storiografia successiva, fino al XX secolo, sviando l’opera di lettori di varia indole, compresi studiosi scrupolosi e avvertiti. La persistenza di questa pesante eredità è stigmatizzata, ad esempio, da Nicola Acocella, da Nicola Cilento e da Herbert Bloch. Questa circostanza ha portato alcuni specialisti a esprimere e a condividere l’idea del suo autore come «di un morto che non è morto abbastanza». La falsa Cronaca Cavense del Pratilli non va confusa con gli Annales Cavenses, autentica opera annalistica prodotta dalla badia di Cava de’ Tirreni. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». L’“Annalista salernitano” o “Anonimo Salernitano”Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29). L‘”Annalista Salernitano”, era un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Riguardo il ‘Chronicon Cavense’, nessun valore documentale va invece attribuito al Chronicon Cavense, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.

Il Chronicon Salernitanum detto “Anonymi Salernitani” e la ‘Traslatio’ (il trasporto) delle reliquie di S. Matteo a Salerno

Lo storico Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 11, in proposito così si esprimeva:

Acocella, p. 12

La traslazione delle reliquie di san Matteo è una tradizione agiografica altomedievale, fiorita nel Meridione d’Italia, nell’ambiente letterario e religioso della Langobardia Minor. Tale tradizione narra del rinvenimento in Lucania delle reliquie del santo e della loro successiva solenne traslazione a Salerno, per volere del suo principe longobardo Gisulfo I. Quelle stesse reliquie furono poi trasferite nel duomo di Salerno dai principi normanni. Fu proprio il Normanno, Roberto il Guiscardo, che fece costruire la tomba del Santo nel Duomo di Salerno. La notizia del ritrovamento è intanto giunta anche a Salerno. Il principe longobardo Gisulfo I, invia a Capaccio un’autorevole delegazione di dignitari che si fa consegnare le reliquie dal vescovo locale. Il corpo di San Matteo entra così trionfalmente a Salerno ove le reliquie furono ben custodite, quale inestimabile tesoro. Dopo una collocazione provvisoria nel palazzo del principe, nel 1084 esse vennero traslate nella cattedrale di S. Maria degli Angeli, trovarono così più decorosa sistemazione nello splendido Duomo normanno, che fu detto appunto di S. Matteo, costruito, come è noto, per volontà di Roberto il Guiscardo, pare su progetto di Alfano arcivescovo di Salerno, e consacrato da Gregorio VII, profugo da Roma. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”, 1962, p. 28 sgg.”.

Il racconto della ‘Translatio’ nel Chronicon Salernitanum di Anonimo

Il nipote Mazzarella Farao, nel 1795 pubblicò la Parte III della Lucania dello zio Giuseppe Antonini, dove a p. 234, in proposito scriveva che: “Esaminiamo ora quel che ne dice Erchemperto sul fin della sua Storia, ……, siccome dalla Cronologia di questi Principi di Camillo Pellegrino, ed in parte anche ricavasi dalla parte VII, dell’Anonimo Salernitano, che fu a Gisulfo contemporaneo.”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, in proposito scriveva che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, in proposito scriveva che: “La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in lucania partibus”, e cioè nell’omonimo gastaldato (nel Mille corrispondeva, più o meno, al territorio della diocesi pestana)(7) e propriamente “ut balneum quod in locis antiquitus extructum fuit” era, “ad sinistram partem” una “potentis viri domus”. Nell’ambito di questa villa, alcuni “religiosi homines (….) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(5) Cod. Casinensis 101, 386: ‘Cum gisulfus princeps salernitanum populorum regeret dicione prudentissima (….), etc…”:

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(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (6), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(6) Lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’, se è esatta l’induzione dello Stilting (Acta sanct., sept., VI, Anversa 1757, p. 198), il quale mostra una perfetta conoscenza del materiale di reimpiego usato a Velia nelle costruzioni, specialmente nel periodo imperiale, e cioè il laterizio. Si noti il significativo brano della Translatio (338): ‘Tunc cesis que supererant spinis ac sentibus, ad quo iam flagranti desiderio intendebant, ipsum etiam altare invenit, inventumque cum magna cautela reserare temptavit. (389) Et cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, apparuit.’.”, che tradotto è: Allora, quando le restanti spine e la spina, verso la quale ora erano intenti con ardente desiderio, trovò l’altare stesso, e avendolo trovato, con grande cautela cercò di aprirlo. E quando il marmo che aveva ricoperto lo stesso altare fu stato spostato dal suo posto, apparve subito il luogo della croce, intessuta di mattoni, in cui era custodito il corpo del santissimo apostolo ed evangelista.”. Ebner riporta i brani in latino delle pagine 338 e 389 della ‘Translatio’ tratta dal Chronicon Salernitanum’. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Devo segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono ritrovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’ che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Dunque, l’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. L’Acocella ha potuto così ricostruire nel suo saggio La Traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, Salerno, 1954, tutto il quadro delle vicende relative ai resti mortali dell’evangelista, dimostrando la sostanziale veridicità delle fonti, che furono poi integralmente pubblicate (Giuseppe Talamo-Atenolfi, I Testi Medievali degli Atti di S. Matteo l’Evangelista, 1956) e che risalgono all’anonimo autore del “Chronicon Salernitanum” della seconda metà del X secolo, un monaco del monastero di San Benedetto di Salerno.

Nel 974, il Chronicon Salernitanum detto “Anonymi Salernitani”

Da Wikipedia leggiamo che il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia Minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il principe di Salerno Gisulfo. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, E’cole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Per il ‘Chronicon Salernitanum’, si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’, “forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. A questo proposito, dobbiamo anche segnalare, che l’evento o il prodigio a cui si fa riferimento è dell’anno 954, e che nell’anno 823, vi era un abate del monastero di S. Benedetto di Salerno che non viene menzionato dalle cronache, e si tratta di un certo “Aliprando di Bussento”, che fu citato dal sacerdote Rocco Gaetani, (…), e di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Questo “Aliprando de Busentio”, era citato in un altro Chronicon, o meglio, un ‘Chronicon’ pubblicato dal Pratilli (…), che la storiografia vuole da non confondere con il ‘Chronicon Salernitanum’, a cui fa riferimento tutta la storia del rinvenimento. L’altro ‘Chronicon’ di cui parliamo, dove si cita un certo “Aliprando de Busentio”, è la cronistoria spuria dell’ “Annalista Salernitano”, citato più volte anche da Antonini. E’ stato accertato che l’Annalista Salernitano, doveva essere un monaco o un Abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Il Chronicon Salernitanum’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto (….). Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12. L’opera ha potuto beneficiare, così, della tradizione amanuense: una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. In tempi recenti da essa hanno largamente attinto storici della Longobardia meridionale come Wilhelm von Giesebrecht, Ferdinand Hirsch (…), Michelangelo Schipa (…). Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, ………………Anche il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense’, costruito (dicono) dal Pratilli. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Per il ‘Chronicon Beneventanum’, si veda: Alfred Poncelet (…), Catalogus codicum hagiographicorum latinorum bibliothecae Capituli ecclesiae cathedralis Beneventanae, pp. 343, 352. Il racconto della ‘translatio’ beneventana fu poi incorporato nella liturgia salernitana, forse già in età normanna, al tempo dell’arcivescovo di Salerno Alfano I: il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ la contiene interamente, fatta eccezione per una variante iniziale che Acocella tende ad attribuire a un errore nella compilazione amanuense del Breviario (…). Il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ (Breviarium officii ecclesiastici secundum usum sacre Salernitane ecclesie factum a domino Romoaldo venerabili secundo Salernitano archiepiscopo) fu forse opera di Romualdo II Guarna ed è «rimasto in uso fino al 1586 e [di esso] ancor oggi la Chiesa salernitana si serve per alcune ufficiature dei santi locali» (Massimo Oldoni, Romualdo Guarna). L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. I due studiosi Crisci e Campagna (….), a p. 35, postillavano a riguardo che: “Il ‘Chronicon’ fu scritto non molto dopo il 974, perchè descrive eventi che dalla metà del 700 (747) si fermano a questa data, è, parlando della morte di Adelchi, avvenuta nell’878, dice che è passato un centinaio di anni. Fu pubblicato dal Pratilli, nella ‘Historia Principum Longobardorum, Napoli, 1750, II, 37-323. Altra pubblicazione, non completa, fu fatta da C. Pellegrino, integrata da L. A. Muratori, ‘Rerum Italicarum Scriptores, t. II, p. II. Il Pertz, seguendo il ‘Codice Vaticano Latino 5001, ha dato una edizione critica col titolo di ‘Anonimo Salernitano’ in M.G.H., ed. 1839. Ed è la migliore edizione.”. Sempre il Crisci ed il Campagna (…), a p. 52, in proposito scrivevano che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ è il primo documento che ci tramandi i nomi di alcuni vescovi (1): di quelli che ressero la diocesi nel periodo storico di cui l’autore narra gli eventi: dalla metà del 700 (747 circa) al 974.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, è un’opera raccolta nel Codice Vaticano Latino 5001, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma e, la pagina che interessa è la p. 147 r che quì pubblico:

Cod. Vat. lat. 5001, p. 147r

(Fig…) Codice Vaticano Latino n. 5001, contenente il “Chronicon Salernitanum”, p. 145r

Giuseppe Antonini (…., nel suo “La Lucania – Discorsi”, edito nel 1745, ed in quella edita dal nipote, Mazzarella Farao, seconda edizione del 1795, sia nella Parte II che nell’altro testo che raccoglie la Parte III. L’Antonini, a p. 247 parlando di Pesto e di Cassiodoro, nella nota (2) postillava: “Fornero nelle note all’Epistola n. 3. lib. I di Cassiodoro in cui si leggono le seguenti parole, che Teodorico gli scrive: ‘Sed non eo praeconiorum sine contenti, Brutiorum, et Lucaniae tibi dedimus mores regendos, ut bonum quod peregrina Provincia meruisset, genitalis soli fortuna nesciret’, così dice: ‘Dat ei Theodoricus summum Patriciatus epicem, cum tum suisset Corrector Brutiorum, et Lucaniae propriac patriae’.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Romanelli Domenico, Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982,

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(…) Acocella Nicola, La traslazione di San Matteo, stà in ‘Documenti e testimonianze’, ed. Di Giacomo, Salerno, 1954 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, Ente per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Salerno, Salerno, 1963 (Archivio Storico Attanasio), Parte II, p. 7 (su S. Matteo). Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”

(…) Capasso Bartolomeo, La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. 

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B.La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Pellegrino C., Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(…) Stilting…., Acta Sanctorum, Anversa, VI, 1757, p. 198

(…) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(…) Mariotto A. e Magnoni Pasquale, Lettera critica al Barone Antonini, contenente alcune annotazioni critiche sui di lui Discorsi della ‘Lucania’, 

(…) Hirsh – Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(…) Fedele P., Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXVII, 1905, pp. 5-21 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fedele P., Ancora delle relazioni fra i conti di Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXIX, 1906, pp. 240-246.

(…) Cilento Nicola, Italia meridionale longobarda, Milano-Napoli, 1966

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(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Rodotà, Pietro Pompilio, Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

d'avino-porfirio

(…) Porfirio , Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948,  a p. 538

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117

Guillaume P.,

(…) Guillaume Paul, L’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava’, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; ‘Acta Sanctae Sedis’, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) L‘”Annalista Salernitano”, fu citato anche da Rocco Gaetani (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Köpke. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29).

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (…), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

(…) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).

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(…) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, (cap. XIV, p. 29; si veda pure dello stesso autore: ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, Lauria, Tip. Editrice Francesco Rossi & figli, 1934 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ventimiglia Domenico, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e sgg.

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, vol. II, p. 98, 99, n. 2

(…) Senatore G., La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24

(…) Mazziotti Matteo, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.

(…) Carucci Arturo, S. Gregorio VII e Salerno, Salerno, ed. Arti Grafiche, 1954 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto

Nell’823, ‘Aleprando de Bussentio’, monaco benedettino di Policastro e abate dell’Abbazia di S. Benedetto di Salerno

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite da alcuni storici locali che hanno pubblicato interessanti notizie sulla storia delle nostre terre. Sempre a caccia di nuovi ed interessanti documenti, recentemente il mio archivio ha acquisito un libretto ormai introvabile. Si tratta del primo saggio che il sacerdote Rocco Gaetani pubblicò nel lontano 1882: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacerdote Rocco Gaetani’ (…). Come vedremo, il Gaetani (…), oltre a fare un interessante ricostruzione storiografica dell’antica Diocesi Bussentina (Buxentum), traeva e citava un’interessante notizia circa l’anno 823 di unAliprando de Bussentio”.

Nell’’823 (?) o anno ‘827 troviamo un “Aleprand de Busentio” all’abbazia di S. Benedetto di Salerno

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un abate o preposto chiamato ‘Aliprando de Busentio’ che, nel secolo IX passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Il Gaetani (…), lo chiama “Aliprando”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scriveva che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando de Bussentio’ (che crede essere un Longobardo) fu “sollevato all’Abbadia di Salerno”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….) di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacerdote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre e la Diocesi di Policastro, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “…, ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”

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(Figg….) Rocco Gaetani (…), pp. 22-25

Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Buxentum al tempo del IX secolo, scriveva che secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani, sulla scorta del passo contenuto nel ‘Chronicon Cavense’, un ‘Chronicon’ scritto ed attribuito all’‘Annalista Salernitano’ citava il monaco ‘Aliprando di Bussento’ o ‘Buxento’ che al tempo di Papa Pasquale I, fu nominato Abate dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno. Dunque, il Gaetani si riferiva all’abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, ormai scomparsa. Il sacerdote Rocco Gaetani nel suo libretto introvabile, a p. 29, riguardo questo “nobile cenobita” (Aliprando de Bussentio) aggiungeva pure che: “Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. Dunque, in questo passaggio, il Gaetani dice che questo “Aliprando” fosse un monaco longobardo proveniente da un cenobio basiliano del Bussento, il quale, nel IX secolo diventava Abate dell’Abbazia di Salerno. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, scriveva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Dunque, anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), sulla scorta del Gaetani citava questo ‘ALEPRANDO’ e scriveva che egli uscì da Policastro quale monaco benedettino nell’anno ‘824 e diventò abate di un Convento di Salerno senza specificare quale fosse questo “Convento”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del Gaetani scriveva che questo “ALEPRANDO DE BUXENTIO” fosse un “monaco benedettino” che, nell’anno ‘824 fosse uscito da un qualche convento di Policastro. Cerchiamo di capire ora la provenienza della notizia dataci dal sacerdote Rocco Gaetani. Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Bussento scriveva che al tempo del IX secolo, secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che è citato nell’‘Annalista Salernitano’. Chi è l’”Annalista Salernitano” ?. A quale autore si riferiva il Gaetani dandoci l’interessante notizia.

La notizia di ‘Aleprand de Busentio’ tratta dal Chronicon Cavense o Annalista Salernitano

Il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710. Si tratta del “Chronicon Cavensis”, di cui ho già detto, in quanto questo è proprio il ‘Chronicon’, citato dal Gaetani (…), quando riporta la notizia di ‘Aleprand de Busentio’. Questo ‘Chronicon’ apocrifo, è detto dall’Antonini (…) e dal Di Meo (…) “Annalista Salernitano”. La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo del ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli (…). Francesco Maria Pratilli (…), nella suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali. Landulphus Gastaldus fit Comes, & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3). A. 825. Moritur Pascalis (4). Et paulo postea obiit Adulphus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemp. n. 9. to. I huius operis, & to. 2., ubi de hoc ‘Landulfo plurima’.”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (4), postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’”.

Pratilli, p. 390

(Fig…) Camillo Pellegrino (….), vol. IV, p. 390 dove pubblica Pratilli F.M., ‘Historia Longobardorum etc.’, dove si cita un “Aleprand de Busentio”.

Dunque, la frase dell’“Annalista Salernitano”, probabile autore apocifo del “Chronicon Cavense”, dove scriveva che: A. 825. Moritur Pascalis (4). Et paulo postea obiit Adulphus prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”, che riportava la notizia di un “Aliprand de Busentio”, (pare) sulla scorta di Erchemperto (….), tradotto è: “A. 825. Pascale muore. E poco dopo morì il preposto Adulphus, il quale fu sostituito da Aleprand de Busentio (5)”. Dunque, secondo il chronicon dell”Annalista Salernitano (Cronicon Cavense), nell’anno ‘825 moriva papa Pasquale I. Poco dopo la morte di papa Pasquale I morì pure Adolfo, preposto dell’abbazia di S. Benedetto di Salerno, “al quale fu sostituito Aleprand de Busentio (5).”, ovvero che, al posto di Adolfo subentrò Aliprando di Bussento. Il Pratilli scriveva anno 825 (che era morto papa Pasquale I) e aggiungeva “subito dopo ecc..ecc..”. Come è stato già detto, questo monaco chiamato “Aliprando” secondo il “Chronicon Cavense” scritto ed attribuito al cronista ‘Annalista Salernitano’, si riporta la notizia che, riferendosi a dopo l’anno ‘825 “Et paulo postea obiit Adulphus prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”, ovvero che il preposto Adolfo fu sostituito da Aliprando di Bussento. A quale abbazia di cui era abate Adolfo si riferiva l’Annalista Salernitano ? In quale abbazia l’Aliprando andò a sostituire alla sua morte l’abate ‘Adulphus’ ?. Di sicuro si tratta di un’antica abbazia di Salerno, forse un’abbazia benedettina di Salerno. Forse si tratta e ci si riferiva all’abbazia di S. Benedetto di Salerno ormai scomparsa. Mi chiedo se questo ‘Aleprando de Busentio’ o Aliprando era un vescovo o un egumeno dell’allora cenobio basiliano, poi diventato il monastero benedettino di San Benedetto a Salerno, di cui non si conosce l’esatta data di fondazione ?. Riguardo l’“Aliprando de Busentio”, segnalo che il Muratori (…), nel suo ‘Rerum scriptores etc…’, a p. 1128, nell’Indice dei nomi, indica un “Elipandi Toletani Episcopi barensio”. Come scriveva il Balducci, Andrea Sinno scriveva sulla scorta di Alessandro Di Meo (….) che, nel suo ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327, cita l’episodio citato dal Gaetani (…) ed in proposito scriveva che: “Nell’Annalista Salernitano, dopo i fatti dell’823.,  si legge: ‘An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio; e poi segue l’anno 827. Credo certo, che il Trascrittore lesse 825. per 824. Il Pratillo interpreta ‘Cosenza’ per ‘Busentio’; ma doveva sapere ameno Livio, e da Strabone la famosa Città ‘Busento’ dopo Palinuro nella Lucania, che nel 499., e 504. avea Vescovo ‘Rustico’, che nel 592.,  secondo S. Gregorio (Ep. 43., al. 29., Ind. IO.) era Chiesa Vescovile, ma allora Sede vacante; e nel 649. aveva vescovo ‘Sabbazio’.”.

Di Meo, Annali, III, p. 327

(Fig…..) Di Meo Alessandro, ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327

La notizia citata dal Gaetani, ci viene confermata dal Di Meo (…), il quale, nel suo ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327, cita l’episodio citato dal Gaetani (…) ed in proposito scriveva che: “Nell’Annalista Salernitano, dopo i fatti dell’823.,  si legge: ‘An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio; e poi segue l’anno 827. Ecc…”. Dunque, il Di Meo (…), sulla scorta del chronicon dell’‘Annalista Salernitano‘, in questo breve passaggio riferendosi all’anno di Cristo ‘824, anno in cui muore papa Pasquale I, ci dice che “Adulphus Praepositus (di S. Benedetto di Salerno)” viene sostituito da “Aliprand de Busentio”. Dunque, la notizia dataci dal Gaetani è confermata dal Di Meo (….). Dunque, secondo il chronico dell”Annalista Salernitano’ (che era stato pubblicato dal Pratilli (….), pare che dopo la morte di papa Pasquale I e pure di Adolfo che pure morì subito dopo, questo monaco chiamato “Aleprand de Busentio” lo sostituì alla giuda del monastero di S. Benedetto. Dunque, Adolfo che giudava il Monastero di S. Benedetto, alla sua morte che avvenne subito dopo la morte di papa Pasquale I° venne sostituito da “ALEPRAND DE BUSENTIO (5).”. La frase dell’‘Annalista Salernitano’, pubblicata dal Pratilli (…) e riportata dal Di Meo, si riferisce a dopo i fatti dell’anno 823. In esso si legge:  “An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio”. Dopo questa frase, scrive il Di Meo: “dopo segue l’anno 827.”.  Traducendo la frase riportata dal Di Meo (…), che è la stessa trascritta e pubblicata dal Pratilli (…), si legge che Is. 825. Pasqua …. morì poco dopo la morte Adulph Superior (S. Bendetto di Salerno), che è supstitute Aleprand di Busentio“, ovvero che, nell’anno 825, moriva il papa Pasquale I, che morì dopo poco la morte dell’Abate Adolfo (dice il Di Meo: di S. Benedetto di Salerno), che fu “supstitute” da “Aliprand di Busentio”, alla direzione del Monastero o Abbazia. Il Di Meo (….) scriveva che è l'”Aliprando de Bussentio” che sostituirà il defunto ‘Adulfhus’ preposto del papa Pasquale al governo di S. Benedetto di Salerno. Infatti, il Di Meo (…), a p. 327, scriveva “Praepositus (di S. Benedetto di Salerno). Dunque, rileggendo e traducendo correttamente la frase contenuta nel ‘Chronicon’ dell’Annalista Salernitano, nell’anno 825, moriva il papa Pasquale I e pure ‘Adulfhus Prepositus’ (Adolfo), suo preposto alla Badia di S. Benedetto di Salerno, che verrà sostituito da Aliprando de Bussentio. Cerchiamo di capire chi era questo “Adulphus” che alla sua morte fu sostituito dal monaco di Bussento Aliprando e a quale abbazia di Salerno si riferisse l’Annalista Salernitano. In primo luogo l”Annalista Salernitano’ riferendosi agli anni che vanno dall”825, in cui muore papa Pasquale I. Come abbiamo potuto leggere dall’Annalista Salernitano è chiaramente citato questo “Aleprand de Busentio” ma non è chiaro in quale monastero egli divenne Abate dopo la morte dell’abate Adulphus”. Abbiamo pure visto che, trattandosi di un chronicon medioevale che racconta la storia del monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…) confermava la notizia poi in seguito data dal Gaetani di un “Aliprando de Bussentio”. Ma vediamo ora tra gli autori che ci parlarono dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno vi fossero degli accenni a questi due Abati: ‘Adulphus’ e ‘Aliprando’. Si trattava del monastero ormai da secoli scomparso di S. Benedetto a Salerno ?. Vediamo ora cosa scriveva Antonio Balducci (….), nel suo “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968. Il Balducci parlando delle origini dell’abbazia di S. Benedetto di Salerno, parlando della “3. Serie cronologica degli abbati di S. Benedetto”, a p. 27, dopo aver parlato di un primo Abbate detto Guibaldo per l’anno 794, in proposito scriveva che: “Sempre sulla falsariga del Di Meo (5) Sinno pone all’anno 820 un Adolfo, preposito del nostro monastero, dicendo che a questi venne affidata l’amministrazione dei beni dati all’ospedale di S. Massimo da un tale Adelmo, arciprete di Salerno, del quale Adolfo era zio (6). E’ difficile, per non dire impossibile, accettare questa notizia data dal Pratilli e ripetuta per vera dal Di Meo e dal Sinno, quanto si abbia presente l’inoppugnabile documento del C.D.C. (7) dell’anno 868 in cui si legge ecc…”. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A. Sinno, Vicende dei Benedettini….in Salerno, in “Arch. St. Prov. di Salerno”, 1924, fasc. I-II, p. 69.”. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A. Di Meo, Annali Crit. Diplom., Napoli, 1797, III, 310, n. 5. “. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) l. c., p. 65. “. Dunque, il Balducci (….) citava il saggio di Andrea Sinno (….): “Vicende dei Benedettini e di S. Massimo in Salerno”. Il Balducci opina più volte sull’assunto del Sinno affermando che egli scrisse sulla falsariga di Di Meo (….) che pure viene più volte chiamato in causa. Riguardo queste notizie riferite dal Di Meo e confermate dal Sinno, Antonio Balducci (….), nel suo “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: E’ difficile, per non dire impossibile, accettare questa notizia data dal Pratilli e ripetuta per vera dal Di Meo e dal Sinno, quando si abbia presente l’inoppugnabile documento del C.D.C. (7) dell’anno 868 in cui si legge che Guaiferio principe, figlio di Daiferio, dopo aver fondata la chiesa di S. Massimo, ecc…ecc…E’ poi assai dubbia l’affermazione che l’affermazione che l’amministrazione dei beni fosse stata affidata ad un altrimenti sconosciuto Adolfo, preposito di S. Benedetto nell’anno 820.”. Dunque il Balducci non solo negava l’esistenza dei Adelmo, Adolfo e non parla mai di Aliprando di Bussento. Pare che il Balducci abbagliato dal fatto che riteneva false le affermazioni e le notizie conteute nel ‘Chronicon Cavense’ dell”Annalista Salernitano’, non prende proprio in considerazione la notizia di un Aliprando de Busentio. Solo a p. 30, il Balducci continuando il suo racconto sulla cronologia degli Abati di S. Benedetto in proposito scriveva che: “…, ricordiamo che indubbiamente nell’868, a capo del nostro monastero vi era un vero ‘abbate’, sebbene ne ignoriamo il nome, e non un preposito, ciò che indica autonomia ed indipendenza da altro monastero.”. Dunque, il Balducci riconosce che nell’anno 868 vi era un abbate di cui però dice “ne ignoriamo il nome” eppure l”Annalista Salernitano lo dice chiaramente essere ‘Aliprando de Bussentio’. Infatti, se Aliprando diventerà Abate del Monastero di S. Benedetto nell’anno ‘824 o ‘825, alla giovane sua età, significa che nell’anno ‘868 come scrive il Balducci, Aliprando avrebbe retto il Monastero per altri 40 anni. Non mi pare improbabile che questo sia accaduto. Il Balducci, dopo aver detto di questo fantomatico abbate nell’anno ‘868 salta poi agli anni 941-954 a p. 31. Il Sinno (….), sulla scorta del Di Meo non parla di questo monaco ‘Aliprando de Bussentio’ ma parla di “Adulphus”. La figura del “Preposito” (Preposto) “Adulphus” è importante per il collegamento temporale a quella di “Aliprand de Busentio” (così detto nella traduzione del Pratilli (….), dell’Annalista Salernitano. Andrea Sinno (….), sulla scorta del Di Meo (….), a p. 65 (e non p. 69 come scrive il Balducci) parlando dell’Ospedale di S. Massimo, nel suo capitolo: “6. Ospedale di S. Massimo” e, riferendosi all’anno ‘820, in proposito scriveva che: “L’Annalista di Salerno, nell’anno su indicato, ci dice: “Adelmo Arciprete di Salerno edificò in essa Città lo Spedale di S. Massimo vicino al nostro Monastero di S. Benedetto, a cui, per mano del Giudice Rotfredo, donò tutti i suoi beni e ne diede l’amministrazione ad Adolfo Preposito del Monastero di S. Benedetto, ch’era suo zio (1).”. Dunque, viene scritto che secondo il chronicon dell”Annalista Salernitano’, nell’anno ‘820, l’Arciprete di Salerno Adelmo donò tutti i suoi beni allo zio Adolfo che era il “Preposito” del Monastero di S. Benedeto di Salerno. Dunque, il Sinno (….) parlando del Monastero di S. Benedetto scriveva di questo preosito Adolfo che era zio di Adelmo. Il Pratilli (….), a p. 390, nella trascrizione del ‘Chronicon Cavense’ dell”Annalista Salernitano’, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A. potius 824. at Pagius, aliique evincunt.” (ma altri inconfutabili) e, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Il Gaetani (…), in proposito scriveva che: “‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Inoltre, il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. at Pagius, aliique evincunt.” (ma altri inconfutabili) e, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, riguardo la notizia del Pratilli di questo ‘Aliprando de Busentio’, a p. 390, vol. IV, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’”. Il Pratilli (….), nella sua nota (5) a quale “Busentio” si riferiva ? Forse si riferiva ad un Aliprando de Busentio’ riferendosi ad un ‘Busentio’ di Cosenza cioè in Provincia di Cosenza ?. Non credo sia probabile si trattasse di un ‘Aliprando’ proveniente da Bussento di Cosenza. A questo interrogativo ci viene incontro lo stesso Di Meo (….) che, continuando il suo racconto, contraddice il Pratilli (…), che aveva pubblicato il ‘Chronicon’ dell'”Annalista Salernitano”, non solo scriveva che: “Credo certo che il Trascrittore lesse 825 a 824.”, ma, riguardo a ciò che aveva scritto il Pratilli (…) aggiungeva pure che: “Il Pratillo, interpreta ‘Cosentia’ per ‘Busentio’, ecc..ecc..”. Il Di Meo (…), aggiunge che: “ma dovea sapere almeno da Livio e, da Strabone, la famosa Città Bussento dopo Palinuro nella Lucania, che nel 499, e 504, avea Vescovo ‘Rustico’ che, nel 592 secondo S. Gregorio (Ep. 43., al. 29., Ind. IO) era Chiesa Vescovile, ma allora Sede vacante; e nel 649 avea Vescovo ‘Sabbazio’.”. Dunque, il Di Meo, contrariamente a quanto credeva il Pratilli, scriveva che l”Aliprand de Busentio‘, citato nel ‘Chronicon’ dell’“Annalista Salernitano”, non fosse Cosenza, come credeva Pratilli, ma si trattasse di Policastro Bussentino, l’antica Buxentum. Dunque, anche il Di Meo (….) opinò sulla nota (5) del Pellegrino (….) che pubblicava il ‘chronicon Cavense’ dell’Annalista Salernitano. Dunque, riguardo l’antico monastero di S. Benedetto di Salerno a cui si riferiva la citazione del Gaetani (….) confermata essere dal Di Meo (….) essere il monastero di S. Benedetto di Salerno (come vedremo). Così il Di Meo, oltre a confermare la notizia citata dal Gaetani di un “Aleprand de Busentio”, ci parla anche della sede vescovile di Policastro Bussentino (all’epoca ‘Buxentum’), e ci dice di alcuni Vescovi presenti nei diversi Concili.

Il Monastero e poi Abbazia di S. Benedetto a Salerno

La chiesa di San Benedetto si trova nell’omonima via San Benedetto a Salerno e faceva parte del monastero benedettino (ora adibito a caserma), ad esso era collegato un imponente acquedotto, le cui tracce più evidenti sono ancora visibili in via Arce e costruito, secondo la leggenda popolare, dal mago salernitano Pietro Barliario in una sola notte e con l’aiuto dei diavoli, da ciò deriva la sua denominazione di “Ponti del Diavolo”. Oggi una parte del monastero ospita il Circolo Unificato di presidio Militare e il Museo Archeologico Provinciale. La prima notizia dell’ esistenza risale all’868, quando vengono citati in un atto giuridico che attribuiva alcune terre al convento. Non si sa chi sia il fondatore: secondo alcuni la chiea era già esistente in epoca paleocristiana, ma appare più verosimile che ad edificarla fosse stato Arechi II o il figlio Grimoaldo III alla fine dell’VIII secolo. L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Nell’884 il monastero, distrutto dalle scorrerie dei Saraceni, venne ricostruito dall’abate Angelario ed in poco tempo divenne punto di riferimento per il mondo religioso dell’Italia Meridionale. Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq.”. Infatti, un altro autore che ci parlò della frase dell’Annalista Salernitano, citato dal Di Meo (…), è stato il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana’, citato anche dal Crisci e Campagna (…), a p. 33 e sgg. del suo vol. I, ci parla del Monastero di S. Benedetto di Salerno ed in proposito, sulla scorta dell”“Annalista Salernitano”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  nel suo vol. I, a pp. 34-35 parlando delle munifiche donazioni che il figlio del fu Tatone o Tettone al tempo di Carlo Magno e di Pipino figlio di Carlo: “…, a fine di soddisfare alla Divina Giustizia per le sue peccata, fè larga donazione di beni alla chiesa di S. Benedetto edificata sotto Benevento, e largì al suddetto sacro cenobio, e per esso a Gisolfo Abbate di Montecassino e successore di Teodemaro (da cui esso Monistero di Salerno dipendeva), campi, prati, servi ed altri averi (1). Resti tuttavia qui a far notare, qual riguardo mostrasse pel sacro stabilimento di cui si parla, il suddetto Sovrano Longobardo. Si è già veduto di sopra, come di lui padre ed antecessore nel principato ornato avesse Salerno ecc… (2).”. Il Paesano (…), a p. 35, nella sua nota (1), postillava che: “(1) E’ tal donazione rapportata dal Gattola, con queste indicazioni: “Actum Benev. Anno IX. Pr. D. Grim. mens. Jan. V. Ind.”. Dunque, il Paesano (…), scriveva che le memorie e le notizie storiche sull’antica Abbazia benedettina di S. Benedetto, si trovano raccolte in un opera apocrifa che il Pratilli (…), chiamava “Chronicon Cavese”, che il Di Meo, giudicava essere più vicina all’“Annalista Salernitano”. I due studiosi Generoso Crisci e Angelo Campagna (…), nella loro ‘Salerno Sacra‘, nel capitolo dedicato ai Monasteri, a p. 387-388-389, ci parlano dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno, a cui si riferiva la citazione dell’“Annalista Salernitano”, che ci parlava di un ‘Aleprando de Busentio’. I due studiosi, a p. 377, in proposito scrivevano che: “S’ignora l’origine di questa celebre abbazia benedettina. Essa ha una parte importante nella storia religiosa e civile di Salerno. Fu centro luminoso di studi ai tempi dei Longobardi e dei Normanni (1). Il Cottineau (2) la dice fondata nel 793, restaurata nel sec. IX da Angelario, abate di Montecassino, alle cui dipendenze sarebbe stata messa da Gisulfo I, Principe di Salerno (946-977). Non sembra da escludersi l’ipotesi che ne sia stato fondatore Arechi II, già tanto benemerito di Salerno per l’erezione di S. Pietro a Corte (758-787). La prima notizia sicura è data dal Codice Diplomatico Cavese (3). Nell’atto costitutivo di S. Massimo dell’868, il fondatore Guaiferio prescrive che in caso di inadempienza, da parte degli eredi del Vescovo, di determinate condizioni “….volo ut veniat in potestate abbatis Sancti Benedicti” (4). E in un istrumento di vendita di terre in Salerno dello stesso anno è ancora ricordato “iuxta plateam a parte superioris monasterii S. Benedecti…” (5). Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”. L’ipotesi del Di Meo (7), che cioè fino al 931 fosse ‘prepositura’ alle dipendenze di Montecassino e in quest’anno elevata, sotto Guaimario II, ad ‘Abbazia’ indipendente, di cui, secondo il Paesano (8), primo Abbate sarebbe stato un Alfano, patrizio salernitano, non è suffragata da documenti. Pietro Diacono, nel ‘Chronicon Cassinese’ la dice “cella”, e Leone Ostiense “Abbazia” e chiama il superiore “Abate” e non “preposito” (1). Nel 938 è a capo di tutti i monasteri, chiese e celle dipendenti, del Principato di Salerno e delle Calabrie (2). Ecc…ecc..”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Kehr, 364”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, nella loro nota (2), postillavano che: “(2) Cottineau, Repertoire topo-bibliographique des Abbayes et prieures, Macon, 1939, v. 2; Di Meo, VIII, 9; Lubin, 352. G. Carucci, S. Gregorio VII, Salerno, 1885, 65, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto; A. Mazza, 65, ne fa risalire la fondazione all’anno 694 per volere di Cesario Console Patrizio Romano; A. Sinno, in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, a. I, 1921, fasc. I, 30, nel 974.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (3), postillavano che: “(3) E. Giani, in “Rassegna Storica Salernitana”, 1959, 100, riporta senza citare però alcuna fonte, la seguente notizia: “21 agosto 803 Indolfo, Conte di Potenza, moriva a Salerno e prima di morire donò al Convento di S. Benedetto…il Casale di S. Donato. Nell’813 o 814 Ainolfo si recò a Roma per ottenere dal Papa la conferma del cenobio”.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (4), postillavano che: “(4) C.D.C., I, 79-82. In altro documento dell’882 si legge: “…..in praescripto loco iuxta platea a supra santo benedicto…” C.D.C., I, 110.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (5), postillavano che: “(5) Ind. Perg. Cav., 1, 63.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (6) postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, VIII, 9.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (8), postillavano che: “(8) Paesano, I, 58”. I due studiosi (…), a p. 389, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Chron. Casin., lib. 2, c. 69; ibid., lib. 3, c. 14; Lubin, 352; Codex Taxarum Camer. Apost.”. Dunque, i due studiosi, fanno una buona analisi sulle notizie storiche che riguardano l’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, ma della notizia di un ‘Aliprando de Busentio’, nessuna traccia. Essi ricordano che il Cottineau (…), fissò la sua fondazione nel 793 e non si esclude l’ipotesi che stia stata fondata da Arechi II. La prima notizia sicura è data dal ‘Codice Diplomatico Cavense’, in cui si fa riferimento ad una donazione avvenuta nell’803. Il ‘Chronicon Salernitanum’ riferisce che il monastero o l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Tuttavia, sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Lubin, p. 352. – Lancellotti Hist. Olivet. p. 351 sq. – Gattula Hist. abb. Cassinen. p. 219. – Di Meo Annali VII, 96. VIII 165 et pass. – Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq. – Morcaldi una bolla di Urbano II p. 127 sq.”. Ivi riporto di seguito la p. 219 del Gattula (…), dove parla del monastero di S. Bendetto a Salerno:

Gattula, p. 219

(Fig…) Gattula (…), p. 219

Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…), nei suoi ‘Annali etc’, VII, p. 96, ci parla ancora del Monastero di S. Benedetto a Salerno ed in proposito scriveva che: ” 2. Contemporaneamente, come ci va dicendo l’Annalista di Salerno, ‘Pandone Conte di Laurino donò al nostro Monisterio della Cava la corte di S. Elia, e sue pertinenze, un molino nel rivo in Furari, un trapezzo (forse, trappeto) in Rota con suo Oliveto, detto, ecc…Il Pr. Guaiferio (1. Guaimario) assegnò al nostro Monistero, e al B. Alferio nuovi Cenobj, e delle Celle per tutto il principato, cb’ era stati distrutti dà Saraceni. Ma Guaiferio Maione, e Megenolfo, nipoti di detto Principe, occuparono il Monistero di S. Benedetto dentro Salerno per abitarvi, e ‘l Monastero di…..fu tolto dal Principe. Così il tanto famoso Monistero di S. Benedetto, Capo di tanti Monisteri, passò, ma per poco tempo, ad esser Palazzo dè laici. * Da quest’anno in poi, fino al 1085. non vi è alcun dubbio che la Chronaca egregia, additata dal Nostro col nome di ‘Annalista Salernitano’, fu scritta nella SS. Trinità della Cava. Ecc..”.

Papa Pasquale I

Pasquale I (Roma, … – Roma, 11 febbraio 824) è stato il 98º Papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo, dal 25 gennaio 817 alla sua morte. Nato a Roma in data sconosciuta, era, secondo il Liber Pontificalis, figlio di Bonosus e di Theodora. Il Liber Censuum dice che Pasquale apparteneva alla famiglia romana dei Massimo, come il suo predecessore papa Stefano IV. Papa ‘Pascalis’ o Pasquale I, che infatti morì proprio nell’anno 824 (anno a cui si riferisce il Di Meo). Si adoperò per trovare idonea accoglienza ai monaci greci perseguitati ed esiliati perché contrari all’iconoclastia. Papa Pasquale dovette affrontare il problema delle persecuzioni iconoclaste nell’Impero bizantino, iniziate dall’imperatore Leone V, ricevendo una richiesta di aiuto da parte di Teodoro Studita, che non poté però esaudire se non scrivendo reprimende all’imperatore. Nell’823 Pasquale ricevette Lotario I, figlio di Ludovico il Pio. Come i suoi predecessori Pasquale I si preoccupò di rendere omaggio all’imperatore carolingio Ludovico il Pio e ad informarlo prontamente che la celerità della sua nomina, da lui non sollecitata, era dovuta esclusivamente all’esigenza di evitare il formarsi di fazioni in Roma. A tal fine inviò alla corte imperiale il legato pontificio Teodoro, che tornò non solo con le felicitazioni dell’imperatore, ma anche con un Pactum cum Paschali pontifice’ con il quale l’imperatore s’impegnava a riconoscere la sovranità papale sui territori dello Stato Pontificio ed a garantire ai Romani il libero svolgimento delle elezioni del papa, addirittura esentandoli dalla conferma imperiale e accontentandosi di una comunicazione a mezzo dei legati pontifici. Tale documento fu successivamente contestato da molti storiografi, che anzi lo considerano uno degli atti più falsi della storia pontificia. Nella conferma della sovranità territoriale del papa, infatti, il documento citerebbe, oltre al ducato di Roma, anche Napoli, le Calabrie, Sicilia e Sardegna, tutti territori che all’epoca erano sotto la sovranità bizantina. E poiché Ludovico aveva da poco concluso una pace con l’imperatore d’Oriente, che prevedeva anche la definizione dei territori di reciproca competenza, appare quanto meno improbabile che Ludovico rischiasse di rompere quell’equilibrio donando al papa territori che non gli appartenevano. Le relazioni tra Pasquale I e l’imperatore comunque, non furono mai molto cordiali, così come Pasquale non riuscì mai a conquistarsi le simpatie della nobiltà romana.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.

Le incursioni dei Saraceni ed i numerosi monasteri distrutti

Nicola Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Il Chronicon Salernitanum’ riferisce che l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa l’Ebner.

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.“. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, parlando dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”.” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobardi, furono i principali protagonisti. I due studiosi, dunque, traggono dal ‘Chronicon Salernitanum’, l’interessante notizia della distruzione dei Saraceni che nell’anno 884 e 886, distrussero Salerno e l’Abbazia benedettina di S. Benedetto.

Il ‘Chronicon Salernitanum’ o ‘Anonimi Salernitani’

I due studiosi Crisci e Campagna (….), a p. 35, postillavano a riguardo che: “Il ‘Chronicon’ fu scritto non molto dopo il 974, perchè descrive eventi che dalla metà del 700 (747) si fermano a questa data, è, parlando della morte di Adelchi, avvenuta nell’878, dice che è passato un centinaio di anni. Fu pubblicato dal Pratilli, nella ‘Historia Principum Longobardorum, Napoli, 1750, II, 37-323. Altra pubblicazione, non completa, fu fatta da C. Pellegrino, integrata da L. A. Muratori, ‘Rerum Italicarum Scriptores, t. II, p. II. Il Pertz, seguendo il ‘Codice Vaticano Latino 5001, ha dato una edizione critica col titolo di ‘Anonimo Salernitano’ in M.G.H., ed. 1839. Ed è la migliore edizione.”. Sempre il Crisci ed il Campagna (…), a p. 52, in proposito scrivevano che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ è il primo documento che ci tramandi i nomi di alcuni vescovi (1): di quelli che ressero la diocesi nel periodo storico di cui l’autore narra gli eventi: dalla metà del 700 (747 circa) al 974.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, è un’opera raccolta nel Codice Vaticano Latino 5001, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma e, la pagina che interessa è la p. 147 r che quì pubblico:

Cod. Vat. lat. 5001, p. 147r

(Fig…) Codice Vaticano Latino n. 5001, contenente il “Chronicon Salernitanum”, p. 145r

Nel codice ms. Vaticano Latino n. 5001, che riporta in forma amanuense la trascrizione del ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 145, leggiamo che: “Iam fati Salernitani, qui Benevento exiliati degebant, ad Georgium patricium clanculo perrexerunt, et in hunc modum verba promserunt: ” Quid dabitis nobis, si nos munitam Salernitanam urbem sub vostra diccione commictimus? ” Ad hec patricius cum magno gaudio plurima et precipua dona promittebat. Illi vero subiunserunt: ” Statue die quam illuc clam magno exercitu pergamus, quia nos incunctanter promictimus illius civitatis fores pate esse facturos. ” Ille patricius ut talia auribus aurisset, valde gavisus est, atque ut id fieret, omnimodis gratulabatur, et sine mora per Calabrie Apulieque fines misit, et exercitus coadunavit, faciens famam, ut super Agarenos, qui illo in tempore in Gariliano degebant, ex improviso irrueret. In tempesta noctis, quando fexi gravi sopore opprimuntur, dictus ille patricius cum magno apparatu Salernum venit, licet Beneventani cum eo mixti venerunt. Sed dum non procul menia properarunt, illi vero exiliati fores urbis properarunt, et arte qua poterant porte pate fecerunt, et ocius patricius Georgio promulgarunt. Ille namque valde sese perturbavit, atque idipsum unum ex suis ad explorandam urbem iterum misit; sed dum et ille eadem verba retulisset, sagacissimus ille presul Petrus, qui sanctam Beneventanam sedem illo in tempore preerat, huiusmodi verba exorsus est: ” Pro qua re nos huc fatigasti, et minime nobis que clam in pectore gerebas enodasti? Pro certo scitote, quia si hanc urbem furtim ingredimur, omnes ibidem pariter periemus, et dum tripudiare satagis, veremur, ne veniat detrimentum. ” Dum hec et hiis similia presul predictus verba repeteret, idipsum et Beneventani exinde inter se susurrarent, patricius ille nefandiximus menu perculsus, ceterique Argivi in fugam conversi sunt. De civitate vero omnimodis nil que Greci gesserant compererunt. Illi vero conductores malorum, qui fuerant orti ex vico cui Saranianus nomen est, [duperati] dum superati essent, per eundem vicum perrexerunt, uxores liberosque suppellectileque secum gestantes, Beneventi fines abierunt.”, che tradotto più o meno è: “La sorte dei Salernitani, che furono esiliati da Benevento, andò in segreto dal patrizio Giorgio, e così parlò: “Che cosa ci darai, se abbiamo messo in imbarazzo la città fortificata di Salerno sotto la tua giurisdizione? A questo il patrizio promise con grande gioia molti doni e doni speciali, ma aggiunsero: “Decidi il giorno che dovremmo andarci con un grande esercito, perché noi senza esitazione promettiamo che le porte di quello stato saranno aperte”. “Quel patrizio fu molto contento di aver sentito tali cose nelle sue orecchie, e si congratulò con lui in ogni modo che potesse essere fatto; e senza indugio mandò attraverso i territori della Calabria e della Puglia, e radunò un esercito, facendo un rapporto, come gli Agareni, che in quel tempo abitavano in Gariliano, all’improvviso nella tempesta della notte, quando io m’ero addormentato, furono sopraffatti da un sonno profondo, e il detto patrizio venne a Salerno con una grande schiera, sebbene i Beneventani si mescolò con lui venne. e il patrizio Giorgio subito propose un proclama, perché si turbò molto, e mandò uno dei suoi seguaci a perlustrare di nuovo la città: ma mentre anche lui aveva ripetuto le stesse parole, quell’accorto vescovo Pietro, che regnò a quella volta la santa sede di Benventa, cominciò con queste parole: per qual motivo ci hai stancato fin qui, e sbrogliato le cose che non avevi affatto nel nostro petto? Tu sai per certo che se entriamo in questa città di nascosto, periremo lì tutti insieme; Mentre il predetto direttore ripeteva queste e simili parole, e di lì i beneventani sussurravano tra loro la stessa cosa, il patrizio fu sorpreso dal delitto del menù, e gli altri Argivi furono messi in fuga. che il nome è Saranianus, mentre i duperati furono sconfitti, marciarono per lo stesso villaggio e, portando con sé mogli e figli e mobili di casa, si diressero verso i territori di Benevento.”. Da Wikipedia leggiamo che il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia Minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il principe di Salerno Gisulfo. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, E’cole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Per il ‘Chronicon Salernitanum’, si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’, “forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. A questo proposito, dobbiamo anche segnalare, che l’evento o il prodigio a cui si fa riferimento è dell’anno 954, e che nell’anno 823, vi era un abate del monastero di S. Benedetto di Salerno che non viene menzionato dalle cronache, e si tratta di un certo “Aliprando di Bussento”, che fu citato dal sacerdote Rocco Gaetani, (…), e di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Questo “Aliprando de Busentio”, era citato in un altro Chronicon, o meglio, un ‘Chronicon’ pubblicato dal Pratilli (…), che la storiografia vuole da non confondere con il ‘Chronicon Salernitanum’, a cui fa riferimento tutta la storia del rinvenimento. L’altro ‘Chronicon’ di cui parliamo, dove si cita un certo “Aliprando de Busentio”, è la cronistoria spuria dell’ “Annalista Salernitano”, citato più volte anche da Antonini. E’ stato accertato che l’Annalista Salernitano, doveva essere un monaco o un Abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Il Chronicon Salernitanum’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto (….). Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12. L’opera ha potuto beneficiare, così, della tradizione amanuense: una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. In tempi recenti da essa hanno largamente attinto storici della Longobardia meridionale come Wilhelm von Giesebrecht, Ferdinand Hirsch (…), Michelangelo Schipa (…). Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, ………………Anche il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense’, costruito (dicono) dal Pratilli. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Per il ‘Chronicon Beneventanum’, si veda: Alfred Poncelet (…), Catalogus codicum hagiographicorum latinorum bibliothecae Capituli ecclesiae cathedralis Beneventanae, pp. 343, 352. Il racconto della ‘translatio’ beneventana fu poi incorporato nella liturgia salernitana, forse già in età normanna, al tempo dell’arcivescovo di Salerno Alfano I: il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ la contiene interamente, fatta eccezione per una variante iniziale che Acocella tende ad attribuire a un errore nella compilazione amanuense del Breviario (…). Il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ (Breviarium officii ecclesiastici secundum usum sacre Salernitane ecclesie factum a domino Romoaldo venerabili secundo Salernitano archiepiscopo) fu forse opera di Romualdo II Guarna ed è «rimasto in uso fino al 1586 e [di esso] ancor oggi la Chiesa salernitana si serve per alcune ufficiature dei santi locali» (Massimo Oldoni, Romualdo Guarna). L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile.

Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988“I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(…) Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio);

(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana delMannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un’esemplare di Scipione Volpicella (7). Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (7), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.

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(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana delMannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(….) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (17) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2014 Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385.

(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (…), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di), op. cit. (13)

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino).

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(…) Porfirio , Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948,  a p. 538

(….) Di Meo Alessandro, ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327

(….) Balducci Antonio, “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968 (Archivio Attanasio)

Sinno A., ASPS, p. 57

(….) Sinno Andrea, ‘Vicende dei Benedettini e di S. Massimo in Salerno’, in “Archivio Storico per le Provincie di Salerno”, 1924, fasc. I-II, p. 65 (il saggio parte da p. 57) (Archivio Attanasio)

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117.

(…) Volpi Giuseppe, Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752

(…) Talamo-Atenolfi G., I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.

(…) Cottineau, Repertoire topo-bibliographique des Abbayes et prieures, Macon, 1939

(…) Crisci Giuseppe e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

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(…) Acocella Nicola, La traslazione di San Matteo, stà in ‘Documenti e testimonianze’, ed. Di Giacomo, Salerno, 1954 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, Ente per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Salerno, Salerno, 1963 (Archivio Storico Attanasio), Parte II, p. 7 (su S. Matteo). Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”

(…) Capasso Bartolomeo, La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

Camillo Pellegrino

(…) Pratilli Francesco Maria, noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B.La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Pratilli F. M., Historia principum Langobardorum’ di Camillo Peregrino (Camillo Pellegrino)

Camillo Pellegrino

(…) Pellegrino Camillo, Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(…) L”Annalista Salernitano”, citato dal Gaetani. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Köpke. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), col nome di “Chronicon Cavense ineditum cum notis Franc. M. Pratilli”, a p. 381. Il Pratilli, nella seconda sua edizione del 1643, mescolò nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, ‘Chornicon Salernitanum’, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29). Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto.

(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo ‘Testa di ferro’ si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di SalernoHuguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Si veda Ulla Westerbergh, ‘Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language’ Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense‘, costruito (dicono) dal Pratilli. Riguardo il “Chronicon Salernitanum”, lo studioso Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’ che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, p. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(….) Schiavo Armando, L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto, Milano, giugno, 1939 (Archivio Attanasio)

(…) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Attanasio)

(…) Balducci Antonio, L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Attanasio); si veda pure: ‘L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto’, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana, anno 1924, fasc. I-II, pag. 57 e ssg. (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Pietro Ebner – Studi sul Cilento, vol. I-II, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – Pietro Ebner, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medie-vale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(…) Pellegrino Camillo, Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(…) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana, Salerno, ed. Migliaccio, 1852, p…..

(…) Pochettino G., I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Acocella Nicola, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”.

(…) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c); Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (…), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.

(…) Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(…) Fedele P., Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXVII, 1905, pp. 5-21 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fedele P., Ancora delle relazioni fra i conti di Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXIX, 1906, pp. 240-246.

(…) Cilento Nicola, Italia meridionale longobarda, Milano-Napoli, 1966

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mosca Gaspare, De Salernitanae Ecclesiae Episcopis et Archiepiscopis catalogus, Neapoli, 1591

(…) Scandone Francesco, Documenti per la storia dei Comuni dell’Irpinia, vol. I, Avellino, 1956

(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.

(…) Kehr P. Fridolin, Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania, Berlin, 1935 (Archivio Attanasio)

Nel 1055, Gisulfo II, Guido e la contea longobarda di Policastro confinante con la contea del Principato del normanno Guglielmo

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la  ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ ed in particolare della vasta contea di Policastro ai tempi del Conte Guido, fratello di Gisulfo II, l’ultimo dei principi del Principato Longobardo di Salerno. Nel 1052, il nuovo ed ultimo principe longobardo, Gisulfo II, creò la contea di Policastro, con vasti possedimenti che furono retti dal Conte Guido, fratello di Gisulfo II fino alla sua morte nell’anno 1077. Nel 1077, con la conquista del Principato di Salerno da parte del normanno Roberto il Guiscardo, Policastro passò in mano a Landolfo, fratello di Guido e di Gisulfo.

Il racconto di Amato di Montecassino

Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 278, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Le guerre tra Gisolfo e i Normanni e quindi quelle tra Gisolfo e il conte di Principato ci son narrate da Amato, il quale in generale esalta i Normanni. Questi però non sempre dovettero essere vittoriosi, perchè in qualche poesia di Alfano son ricordate le vittorie riportate da Gisolfo contro di loro. Anche Malaterra riferisce queste lotte: “Gifulsu etc….(III, 2).”. Da Wikipedia leggiamo che Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Abbazia di Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della ‘Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…..Parlando del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…) e, dunque li rapportavano ai castelli controllati da Guido, fratello di Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno. Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal ‘Chronicon Casinense’ sappiamo che fu l’autore del ‘De Gestis apostolorum Petri et Pauli’ in quattro libri, in versi esametri, e della ‘Historia Normannorum’ in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo.  Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…Dunque, i due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum’, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Ho una nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘Chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto.Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino), e non si parla di castelli, come dicono i due studiosi. La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S.Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno.

I NORMANNI ARRIVANO NEI REGNI LONGOBARDI DELL’ITALIA MERIDIONALE

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI la situazione dell’Italia meridionale si presentava, come è comunemente noto, quanto mai complessa e frastagliata: gli Arabi dominavano la Sicilia, i Bizantini (i greci) la Calabria (e quindi parte del basso Cilento) e la maggior parte della Puglia; esistevano poi i principati Longobardi di Benevento, Salerno e Capua nonchè le città (formalmente bizantine ma di fatto indipendenti) di Amalfi, Napoli e Gaeta con diversi possedimenti circostanti.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 111 e ssg., in proposito ai Normanni scriveva che: “I. Mentre la fortuna dei principi longobardi di Salerno volgeva lentamente al tramonto sorgeva luminoso l’astro dei Normanni. Verso l’anno 1016 (1), essendo principe Guaimario III, approdarono in Salerno quaranta normanni reduci da un pellegrinaggio a Gerusalemme. Venivano, come allora era in uso, al ritorno da questi pellegrinaggi, a visitare in carovana i principali santuari d’italia tra cui quelli del Monte Gargano e di Montecassino. Accolti lietamente dal principe gli furono ben presto di grande aiuto poichè, essendo sbarcata nella città per saccheggiarla una banda di saraceni, i pellegrini, prese le armi, la assaltarono con grande impeto e ne fecero strage. Nel prendere qualche tempo dopo commiato dal principe, che loro dimostrò molto grato, promisero di inviare a Salerno altri della loro gente. Tennero difatti la parola ed a varie riprese molti normanni vennero in Italia.”.

Nel 1035, TANCREDI D’ALTAVILLA (d’HAUTEVILLE)

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi di Hauteville (Coutances, 980-990 circa – Hauteville-la-Guichard, 1041 circa) è il primo membro del Casato degli Altavilla del quale ci sono fonti documentali che ne attestino l’esistenza. La sua famiglia, gli Altavilla, secondo una tradizione tardiva, era originaria di Hialtus Villa (forse l’odierna Hauteville-la-Guichard) fondata da Hiallt, un signore norreno attivo attorno al 920. Tancredi risiedeva alla corte del suo signore, il duca Riccardo I di Normandia, come era abitudine di quei tempi. La sua importanza storica è legata ai discendenti avuti dalle due mogli (entrambe figlie non riconosciute di Riccardo I di Normandia, secondo un mito non documentato del XVI secolo), Muriella e Fresenda. Ebbe almeno dodici figli maschi, molti dei quali divennero determinanti nelle vicende politiche del Mezzogiorno d’Italia. Nel 1010 circa sposò Muriella, da cui ebbe cinque maschi e una femmina. In particolare furono i tre figli: Guglielmo, detto “braccio di ferro” divenne conte di Puglia, morto nel 1046; Drogone, conte di Puglia morto nel 1051; Umfredo, conte di Puglia morto nel 1057. Nel 1025 Muriella morì e Tancredi sposò in seconde nozze Fresenda (sorella di Muriella), che gli diede sette maschi (forse otto) e quattro femmine. In particolare ebbero i tre figli Roberto il Guiscardo, conte, poi duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, morto nel 1085; Guglielmo, conte di varie terre nel Principato di Salerno, morto nel 1080; Ruggero, detto il Gran Conte, conte di Sicilia e Calabria, morto nel 1101; Fredesenda; sposò dopo il 1045, Riccardo Drengot, conte normanno d’Aversa (1049) e principe di Capua (1058), di cui in seguito vedremo le gesta. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: Intorno all’anno Mille i primi Normanni – secondo il cronista Leone Ostiense (32), approdarono a Salerno. Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 111 e ssg., in proposito ai Normanni scriveva che: Tennero difatti la parola ed a varie riprese molti normanni vennero in Italia. Nel 1035 una forte schiera di essi, guidata da Tancredi d’Altavilla, giunse a Salerno e si pose al servizio del principe Guaimario IV, che era succeduto a suo padre, e lo aiutarono a conquistare i Ducati di Sorrento e di Amalfi. Avendo di poi essi preso parte ad una spedizione intrapresa dall’imperatore d’Oriente nel 1038 per liberare la Sicilia dai Saraceni, contribuirono grandemente alla presa di Messina e ad una vittoria contro gli infedeli presso Siracusa. Però venuti in dissenso coi Greci, da cui si vedevano mal ricompensati dai grandi servigi loro resi, risolsero di combattere a proprio profitto. Sotto sembiante di voler fare un pellegrinaggio in Terra Santa, molti di essi, attraversato di notte lo stretto di Messina sbarcarono in Calabria muovendo quindi contro la puglia. Chiamati altri loro compagni dal paese nativo e dal contado di Aversa nel 1040 presero, profittando che erano sguarnite dai Greci, Melfi, Venosa e Lavello ed estesero il loro dominio su tutta la Puglia. Da là cominciò per quei valorosi un cammino trionfale all’acquisto di altri importanti dominii. Roberto Guiscardo figlio di Tancredi d’Altavilla si proclamò duca di Puglia e di Calabria nell’anno 1059 e ad accrescere la sua influenza chiese ed ottenne in moglie Sichelgaita figlia di Guaimario principe di Salerno.”. Nell’Italia meridionale i suoi fratelli (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Venosa. Da Wikipedia leggiamo che fu Guglielmo detto “braccio di ferro” il primo a partire nell’anno 1030 verso la conquista dell’Italia meridionale approfittando di alcune situazioni particolari. Infatti alcuni baroni normanni di ritorno da un pellegrinaggio in Terra santa diedero man forte a dei salernitani per difendersi dai musulmani. I normanni si fecero così notare per la loro forza e il loro valore nelle armi, tanto che i salernitani li implorarono di restare. Tornati in Normandia tali signori raccontarono che in Italia vi erano territori da conquistare e Guglielmo fu così il primo dei fratelli a partire. Si trattò di una migrazione economica, dato che Tancredi non aveva a disposizione terre e possedimenti da dividere ai figli, oltre al fatto che esisteva la legge per la quale solo il primogenito aveva diritto all’eredità. Sia Guglielmo braccio di ferro sia il fratello Drogone combatterono al servizio dei Bizantini, che tentavano invano di affermarsi nel sud Italia, lottando contro i musulmani. Nel 1042 Guglielmo s’impose come capo dei baroni normanni di Puglia. Drogone da Dreu e Umfredo (oppure Onofrio) da Onfroi, succederanno al fratello Guglielmo come Conte di Puglia rispettivamente dal 1046 al 1051 e dallo stesso anno fino al 1057. Goffredo è conosciuto per essere diventato Conte di Capitanata, un’antica provincia del nord della Puglia.

Nel 1042, HUGONE TUDEXTIFEN e ALTRUDA, genitori di RUGGERO CONTE DELL’ORIA

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase da regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Riguardo UGONE, padre di Ruggero dell’Oria, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che:  “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un primo momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo chea Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa Onorio II fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. Ritornando alla genealogia dei ORIA e dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6..

Nel 1045, TORGISIO NORMANNO o di ROTA, in seguito di SANSEVERINO, conte di Rota e signore di S. Severino di Camerota (oggi di Centola)

Da Wikipedia leggiamo che la casata dei Sanseverino ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia. Turgisio di Sanseverino, conosciuto anche come Trogisio o Troisio (Normandia, … – Italia, 1081), è stato un cavaliere medievale normanno, discendente dalla stirpe reale dei duchi di Normandia. Le prime notizie su Turgisio risalgono al 1045 circa, quando giunse in Italia come cavaliere con il fratello Angerio, capostipite dei Filangieri. Per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Nel settembre 1067, al Concilio di Melfi, per intervento del vescovo di Salerno, Alfano, venne scomunicato dal Papa Alessandro II, col quale poi si riconciliò dopo un incontro a Capua. Turgisio nel 1077 fu confermato conte di Rota e investito dei nuovi possedimenti nella valle di Mercato San Severino, dove stabilì la sua dimora per cui tutti i suoi successori, dal nome del castello, assunsero il cognome dinastico de Sancto Severino. Dalla Treccani on-line alla voce ‘Cilento’ leggiamo che  Accanto alla Badia, troviamo più tardi parecchi nobili cavalieri normanni, che sostituiscono gli antichi signori feudali, ecclesiastici o secolari: tra essi, emersero Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di San Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e Guglielmo detto del Principato, fratello di Roberto Guiscardo, che senza scrupoli s’industriava a formarsi una signoria fra la valle del Tanagro e il golfo di Policastro. Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “TURGISIO, ….e avendo favorito Roberto il Guiscardo a conquistare il Principato di Salerno, posseduto allora da Gisulfo Principe Longobardo, e dopo lungo assedio ottenuta dal Guiscardo nobile Vittoria, coll’acquisto di tale Signoria, diè ricombenza a detto Valoroso Cavaliero la menzionata Terra, da cui piucchè dal Cavallo Troiano sursero mille Eroi ad illustrare sì felicissima Casa; imperocchè da Turgisio Primo Conte di Sanseverino, nacque Ruggiero, che impalmando Sirca figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario già Principe di Salerno del Sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritirandosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente, ereditò da Errigo non meno il sangue che gli Stati paterni, Guglielmo che tolse per moglie Isabella, figlia di Silvestro Conte di Marsico. Ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 113, in proposito ai Normanni scriveva che: III. Tra coloro, che grandemente avevano preso parte a così avventurose conquiste, fu un guerriero di molto valore a nome Torgisio, da cui venne l’illustre famiglia dei Sanseverino. Avido di gloria e di dominio, al pari dei suoi compagni d’armi, egli avea violentemente occupate nel 1067 alcune proprietà di Alfano arcivescovo di Salerno che se ne dolse con il pontefice Alessandro II giunto nella città per tenervi un concilio. Il papa, a punirlo dell’usurpazione, inflisse la scomunica a Torgisio, che consentì a restituire i beni all’arcivescovo. In una bolla del pontefice relativa a questo fatto Torgisio vien chiamato De Rota, nome della città principale del contado di Sanseverino (1) da lui occupata sotto il dominio di Gisulfo e che poi gli venne conceduta dal Guiscardo dopo l’anno 1053, in cui Maione conte di Sanseverino e di Montoro fu ucciso dal proprio germano Paldone (2).”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (1) postillava che: “(1) De Meo, Ann., vol. 8°, pag. 70 e 71”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (2) postillava che: “(2) Id., Annali, anno 1053”. Carlo Carucci (….), e del suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”. Infatti, il Carucci, a pp. 382-383, in proposito scriveva che: “I feudi maggiori nella Provincia di Salerno – Nelle terre dell’ex principato longobardo di Salerno, aveva, come abbiamo visto, origini antiche il regime feudale, anzi ivi, da tempo, s’erano andati formando dei feudi molto estesi, tra’ quali i più notevoli erano quelli appartenenti alla mensa arcivescovile di Salerno e dell’abbazia della SS. Trinità di Cava. Col trionfo di Roberto il Guiscardo però, s’erano formate anche grosse signorie feudali non ecclesiastiche. Tra queste la più importante fu quella di Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di S. Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e che, nel periodo angioino e aragonese, divenne potentissima più di ogni altra famiglia baronale dell’Italia meridionale. Troizo fu un valoroso compagno d’armi di Roberto il Guiscardo: egli usurpando terre e casali al principe Gisolfo e a chiese e abbazie, varie volte scomunicato dai papi, pur restituendo le terre usurpate (1), restò padrone di alcune di esse e specialmente di Rota. In una bolla del Papa Alessandro II, questo Troizo è detto appunto ‘De Rota’ (2), e Roberto Guiscardo lo investì di quella contea, quando fu ucciso Maione, conte di Sanseverino e Montoro (3).”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, Annali, t. VIII, pagg. 70-71”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Paesano, op. cit., I, pag. 122”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Di Meo, ivi, ad an. 1053”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno e altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli etc…., perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la ‘contea di Principato’ (1), occupando poi i castelli longobardi di Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3) etc….”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1)……..Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5).”. Il Cantalupo, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) A. 1053; vedi C. Carucci, op. cit., p. 382”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), tantochè il primo agosto 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano I chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli, poi, a Salerno, e nella riunione plenaria dei Vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure del 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29)…..Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: ecc……Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Recentemente Angelo Corolla (….), nel suo “La terra dei Sanseverino: i castelli e l’organizzazione militare, insediativa ed economica del territorio”, a p. 41, in proposito scriveva che: In provincia di Salerno, non esistono altri nomi di luogo legati al santo in questione, a parte Mercato San Severino e San Severino di Centola, nel Cilento. Il Cilento è uno dei nuclei più antichi tra i feudi assegnati a Troisio ed è rimasto nelle mani dei Sanseverino di Marsico fino all’estinzione della famiglia. Nella sua cronaca Amato di Montecassino ricorda una battaglia, avvenuta verso la metà dell’XI secolo, tra le milizie di Gisulfo II e Roberto il Guiscardo presso la valle di San Severino nel Cilento (50). In base alla notizia, alcuni ritengono che il toponimo San Severino sia stato importato nella zona di Rota dal Cilento dove sarebbe esistito prima della occupazione normanna; quest’area della Campania meridionale sarebbe giunta in mano di Troisio qualche tempo prima della definitiva acquisizione del territorio di Mercato San Severino, costituendo perciò per il Normanno la prima dotazione territoriale e la prima fonte d’identità (51). Tuttavia, va tenuto presente che nei primi documenti (anno 1067) Troisio viene definito de loco Rota.”. Il Corolla, a p. 41, nella nota (50) postillava che: “(50) Storia dei Normanni, III, 45, VIII 12 e VIII 30.”. Il Corolla, a p. 41, nella nota (51) postillava: “(51) LORÉ 2001, pp. 99-100.”. Il Corolla si riferiva al testo di Vito Lorè (….), al suo “Monasteri, principi etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 113, in proposito ai Normanni scriveva che: III. Tra coloro, che grandemente avevano preso parte a così avventurose conquiste, fu un guerriero di molto valore a nome Torgisio, da cui venne l’illustre famiglia dei Sanseverino. Avido di gloria e di dominio, al pari dei suoi compagni d’armi, egli avea violentemente occupate nel 1067 alcune proprietà di Alfano arcivescovo di Salerno che se ne dolse con il pontefice Alessandro II giunto nella città per tenervi un concilio. Il papa, a punirlo dell’usurpazione, inflisse la scomunica a Torgisio, che consentì a restituire i beni all’arcivescovo. In una bolla del pontefice relativa a questo fatto Torgisio vien chiamato De Rota, nome della città principale del contado di Sanseverino (1) da lui occupata sotto il dominio di Gisulfo e che poi gli venne conceduta dal Guiscardo dopo l’anno 1053, in cui Maione conte di Sanseverino e di Montoro fu ucciso dal proprio germano Paldone (2).”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (1) postillava che: “(1) De Meo, Ann., vol. 8°, pag. 70 e 71”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (2) postillava che: “(2) Id., Annali, anno 1053”. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicato postume dal nipote, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “TURGISIO, ….e avendo favorito Roberto il Guiscardo a conquistare il Principato di Salerno, posseduto allora da Gisulfo Principe Longobardo, e dopo lungo assedio ottenuta dal Guiscardo nobile Vittoria, coll’acquisto di tale Signoria, diè ricombenza a detto Valoroso Cavaliero la menzionata Terra, da cui piucchè dal Cavallo Troiano sursero mille Eroi ad illustrare sì felicissima Casa; imperocchè da Turgisio Primo Conte di Sanseverino, nacque Ruggiero, che impalmando Sirca figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario già Principe di Salerno del Sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritirandosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente, ereditò da Errigo non meno il sangue che gli Stati paterni, Guglielmo che tolse per moglie Isabella, figlia di Silvestro Conte di Marsico. Ecc…”. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 8, in proposito scriveva che: “Il mentovato Turgisio, che fu altresì valoroso Capitano, e militò seguendo le bandiere di Roberto il Guiscardo, ebbe da quest’ultimo in dono il castello di Sanseverino, donde presero il cognome i suoi figliuoli a nome Ruggiero, Silvano e Turgisio 2°. Adunque le cospicue famiglie Filangieri e Sanseverino hanno origine da’ due fratelli e Cavalieri Normanni Angerio e Turgisio (4).”. Nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto. Dunque, Erasmo Ricca sostiene l’origine dei Sanseverino di Turgisio fratello di Angerio. Turgisio il Normanno ebbe tre figli: Ruggero, Silvano e Turgisio II. Come vedremo Turgisio II avrà il figlio che noi abbiamo chiamato Ruggero II Sanseverino.

Ricca Erasmo, p. 387 sullalbero geneologico dei Filangieri

Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”.

Nel 1046, DROGONE succede al fratello Guglielmo detto braccio di Ferro

Da Wikipedia leggiamo che durante il suo regno, Guglielmo e Guaimario diedero inizio insieme alla conquista della Calabria ed eressero il castello di Scribla, non di Squillace come riportato in vari testi sulla storia dei Normanni nel sud Italia. I suoi titoli tuttavia non vennero mai confermati dall’Imperatore del Sacro Romano Impero. Guglielmo morì nel 1046, e fu successivamente sepolto nell’Abbazia della Santissima Trinità di Venosa insieme agli altri fratelli, in un’unica arca sepolcrale. Il suo successore, il fratello Drogone, sarebbe stato giuridicamente riconosciuto come Conte dei Normanni di Puglia e Calabria (la formula fu Comes Normannorum totius Apuliae e Calabriae), titolo che si attribuisce spesso anche a Guglielmo. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a p. 29 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno in questo periodo è caratterizzato da una grande instabilità politica: Drogone, succeduto a Guglielmo Braccio di Ferro, che fino ad allora aveva governato con saggezza e senso di giustizia, viene assassinato a seguito di una congiura che avrebbe dovuto estromettere i normanni dalle Signorie occupate con la violenza.”.

Nel 1047, Riccardo I d’Aversa o Riccardo Drengot, figlio di Asclettino I e Sarulo di Genzano

Francois Lenormant (….), nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie” (si veda edizione e traduzione a cura di Giovanni Battista Bronzini, “Francois Lenormant – Tra le genti di Lucania – appunti di Viaggio”, nel cap. VI, a pp. 91-92 parlando di Genzano, in proposito scriveva che: “Nel 1047 era tenuto da un cavaliere di nome Sarulo, compagno d’armi ed amico di Asclettino, conte di Aversa. Quando seppe che il fratello di costui, il giovane Riccardo, venuto dalla Normandia, era stato cacciato da Aversa da suo cugino Raoul Trincanotte (che si era impadronito della contea alla morte di Ascletino) e che aveva dovuto per questo cercare ospitalità a Melfi presso il conte Umfredo, Sarulo andò a trovarlo, gli chiese amicizia e lo pregò di andare a stabilirsi con lui a Genzano. Qui radunò i suoi compagni d’armi, li presentò a Riccardo e li invitò ad obbedire a questo giovane signore come al vero padrone e legittimo erede della contea di Aversa. I soldati gli giurarono fedeltà mentre Sarulo, per discrezione, voleva lasciare Genzano, perchè fosse meglio riconosciuta l’autorità di Riccardo, il quale, tuttavia, lo pregò di rimanere, e i due vissero in buona armonia. L’unione delle loro forze fece di Genzano un paese potente per qualche tempo. Sedevano a tavola fino a cento uomini d’armi e Riccardo utilizzò queste forze per far guerra a diversi signori, e soprattutto al cugino Raoul Trincanotte, al quale non perdonava d’averlo privato del bel feudo di suo fratello. Raoul, per vincere la sua ostilità, gli restituì quanto Asclettino aveva lasciato alla sua morte e inoltre gli fece sposare sua sorella Fredesinde. Grazie a queste concessioni, Riccardo se ne stette tranquillo, finchè alla morte di Raoul diventò signore di Aversa.”. Il Lenormant si riferisce a Riccardo I d’Aversa. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo Drengot (1024 circa – Capua, 5 aprile 1078) è stato un cavaliere medievale normanno. Fu quinto Conte di Aversa (1049-1078), primo principe normanno di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). Era figlio di Asclettino I, conte di Acerenza, ma era cresciuto in Normandia; giunse in Italia verso il 1045 con quaranta cavalieri normanni. Sposò Fredesenda d’Altavilla (1), figlia di Tancredi d’Altavilla e sorella di Roberto il Guiscardo, dalla quale ebbe cinque figli. Il fratello maggiore di Riccardo, Asclettino II Drengot, conte di Aversa, morì senza figli nel 1045. La Contea venne assegnata da Guaimario IV, principe di Salerno, a Rodolfo Cappello, scatenando così una contesa con gli altri membri della famiglia: Riccardo combatté a fianco di Rainulfo II Trincanotte contro Rodolfo Cappello, ma fu sconfitto e imprigionato (1046); in seguito venne liberato e riuscì a divenire il tutore del conte Ermanno (1049), figlio del Trincanotte e suo nipote, che però scomparve presto di scena; Riccardo gli poté così succedere. Da Wikipedia leggiamo che Aversa fu fondata ufficialmente nel 1029 da Rainulfo Drengot, che ne divenne primo conte, su investitura prima di Sergio IV, duca di Napoli e poi dell’imperatore Corrado II. Dodici furono i conti normanni che ressero le sorti della città di Aversa, che da piccolo borgo, grazie alla politica di asilo iniziata da Rainulfo, divenne una piccola capitale, da dove partirono le conquiste normanne dell’Italia Meridionale. Il più importante dei conti fu senza dubbio Riccardo Drengot, l’unico che seppe tener testa a Roberto il Guiscardo. E fu proprio il conte aversano a condurre, nella battaglia contro le truppe pontificie a Civitella del Fortore i normanni alla vittoria, imprigionando lo stesso papa Leone IX. L’astuto Riccardo I però non trattò il pontefice da prigioniero, ma lo scortò a Roma con tutti gli onori. Questo gesto gli valse la conciliazione con la Chiesa, la cancellazione della scomunica, e l’investitura di Aversa a Diocesi. Nel 1058 Riccardo conquistò il Principato di Capua e quindi, da quel momento il titolo di Conte d’Aversa fu ricompreso tra quelli spettanti ai Principi di Capua. 1049-1078: Riccardo I di Aversa fu anche Principe di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). 1045-1045: Asclettino d’Aversa, detto il Conte giovane. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “Drogone, alla morte del fratello Guglielmo Braccio di Ferro, assume il dominio della Puglia ecc…”.Da Wikipedia leggiamo che Asclettino II Drengot o Asclettino d’Aversa (… – 1046) è stato un cavaliere medievale normanno, figlio di Asclettino I conte di Acerenza e nipote di Rainulfo Drengot, a cui succedette nel titolo di conte d’Aversa e duca di Gaeta. Asclettino II succedette nel 1045 allo zio Rainulfo nel titolo di conte d’Aversa e duca di Gaeta, investito della contea dal suo signore, Guaimario IV principe di Salerno. Ma i nobili di Gaeta elessero loro duca il longobardo Atenolfo, conte d’Aquino. Guaimario, signore sia di Gaeta che di Aversa e di cui Rainulfo era stato vassallo, intervenne per conto di Asclettino II, attaccando Atenolfo che sconfisse e prese prigioniero: successivamente Guaimario liberò Atenolfo e lo confermò duca di Gaeta in cambio della liberazione di Richerio, abate di Montecassino, catturato da Landone che nel frattempo, insieme a Pandolfo il lupo degli Abruzzi, aveva attaccato le terre dell’Abbazia di Montecassino. Asclettino II governò dunque solo pochi mesi e morì prematuramente durante questi eventi del 1046. Gli successe il cugino Rainulfo Trincanotte. Successivamente suo fratello minore, Riccardo ereditò il titolo e portò alla famiglia anche il Principato di Capua. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 83-84, in proposito scriveva che: “Con l’accrescersi della potenza normanna e mentre giungevano in Francia notizie di ripetuti trionfi, il flusso dell’immigrazione era in continuo aumento; in un certo periodo, nell’anno 1046, poco più di tre anni dopo gli accordi di Melfi, apparvero nell’Italia meridionale, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, due giovani. Tutti e due, in modo diverso, avrebbero raggiunto una posizione eminente; ciascuno doveva fondare una dinastia; e uno era destinato a scuotere le fondamenta stesse della cristianità, a tenere in pugno uno dei papi più potenti della storia e a far tremare il trono dell’Impero d’Occidente come quello d’Oriente, al suono del suo nome. Questi erano Riccardo figlio di Asclettino, che in seguito divenne principe di Capua e Roberto di Altavilla che di lì a poco veniva soprannominato il Guiscardo, ossia l’Astuto (2). Ambedue questi giovani partirono avvantaggiati rispetto agli altri immigrati. Riccardo era nipote di Rainulfo di Aversa. Suo padre Asclettino, fratello minore di Rainulfo, era stato uno dei più brillanti luogotenenti di Rainulfo e alla morte di questi, avvenuta nel 1045, aveva regnato per un brevissimo periodo ad Aversa quando dopo pochi mesi morì anche lui. Riccardo era cresciuto in Normandia, ma quando giunse nella penisola con l’imponente seguito di quaranta cavalieri era fiducioso che il futuro gli avrebbe riservato fama e gloria. Le sue speranze non andarono deluse. Amato, forse non del tutto dimentico delle generose donazioni fatte in seguito da Riccardo al suo monastero, ce ne ha lasciata una garbata descrizione: “A quest’epoca giunse Riccardo figlio di Aslettino, bello di forme e di nobile statura, giovane, dal volto fresco e di bellezza radiosa, cosicché quanti lo volevano lo amavano; aveva a suo seguito molti cavalieri e popolo….(3)”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Mentre Roberto era obbligato a far affidamento sul suo coraggio e sul suo impegno per vivere, Riccardo stava rapidamente realizzando le sue mire più ambiziose. La sua accoglienza iniziale ad Aversa era stata ancora più fredda, se possibile, di quella riservata a Roberto a Melfi; Rainulfo II nell’arrivo del fratello del suo predecessore vide una minaccia e pensava solo a liberarsene al più presto. Riccardo, intuendo la situazione, se ne partì cavalcando verso est su per le montagne e, dopo un breve periodo trascorso al servizio di Umfredo di Altavilla, si unì ad un altro barone randagio, Sarulo di Genzano. Con l’aiuto di Sarulo e adottando metodi che erano in pari tempo predatorii e privi di scrupolo, presto divenne tanto potente da poter sfidare Rainufo, il quale fu costretto a liberarsene concedendogli le terre appartenute a suo fratello Asclettino. Poi venne alle prese con Drogone, ma questa volta fu meno fortunato, perchè Drogone, catturatolo, lo gettò in prigione. La carriera di Riccardo fu così alla mercé di di Drogone; si salvò solo dopo la morte di Rainulfo, avvenuta nel 1048, il cui figlio Ermanno, un bimbo di pochi mesi, aveva biogno di un reggente che governasse in suo nome. Il primo ad essere scelto per questo incarico fu un certo barone dal nome alquanto imbarazzante di Bellebouche, che però si dimostrò inadatto al compito e la scelta cadde allora su Riccardo. Riccardo stava ancora languendo nella prigione di Drogone, ma l’intervento di Guaimaro gli ottenne la libertà. Secondo Amato, Guaimaro allora lo rivestì di seta e lo condusse ad Aversa dove, per festosa volontà di popolo, fu acclamato conte. All’inizio sembra che Riccardo abbia governato a nome di Ermanno, ma dopo un anno o due, del bimbo non si sentì più parlare. Si direbbe che, per tacito accordo, tutti i cronisti abbiano tirato un velo discreto su quanto accadde al fanciullo.”. Su Riccardo di Aversa, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 34 parlando di Gisulfo II dopo la sua liberazione e salita al trono del Principato longobardo di Salerno, in proposito scriveva che: “e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tracheggiasse sia nel consegnare l’oro promesso a Riccardo di Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93).”.

Nel 1051, il normanno UMFREDO D’AUTEVILLE, conte di Puglia successe al fratello DROGONE

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi d’Altavilla ebbe alcuni figli dalla prima moglie Muriella, tra cui UMFREDO D’ALTAVILLA. Alcune fonti ritengono che Umfredo sia giunto in Italia meridionale insieme ai suoi fratelli intorno al 1035; ma, poiché il suo nome manca tra i cavalieri normanni che, a Melfi, nel 1042, si spartirono i primi territori conquistati, è ragionevole supporre che il suo arrivo risalga a qualche anno più tardi, probabilmente nel 1044, durante il regno del fratello maggiore Guglielmo. A quel tempo, prese possesso di Lavello e poi succedette, nel 1051, al fratello Drogone, come conte di Puglia e Calabria. Di sicuro l’evento più rilevante che lo vide protagonista fu la battaglia di Civitate (18 giugno 1053): Umfredo guidò le armate degli Altavilla (insieme al giovane fratellastro Roberto il Guiscardo) e dei Drengot (insieme a Riccardo, conte di Aversa) contro le forze unite del papato e dell’impero. L’esercito pontificio fu annientato e papa Leone IX fu catturato e imprigionato a Benevento. Alla morte del fratello Drogone, ne sposò la vedova Gaitelgrima, figlia di Guaimario III di Salerno, da cui nacque Umfreda, che andò sposa a Basileo Spadafora. Umfredo sposò Matilda, figlia di Asclettino I Drengot da cui ebbe due figli: Abelardo, nato dopo il 1044 e morto in Illiria nel 1081 ed Ermanno, nato dopo il 1045 e morto a Bisanzio nel 1097. Umfredo morì a Venosa nel 1057 e la sua eredità passò al fratellastro ed eroe di Civitate, Roberto il Guiscardo, al quale attribuì anche la tutela dei suoi figli minorenni, Abelardo ed Ermanno. Il Guiscardo, però, ne confiscò l’eredità: nel giro di due anni, avrebbe elevato il suo rango comitale allo status ducale. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 29-30 e ssg. riferendosi alla successione di Drogone dopo il suo assassinio, in proposito scriveva che: A lui, dopo un periodo di torbidi e di anarchia, succede Umfredo il quale, per vendicare la morte del fratello, prende l’improvvida decisione di punire tutti coloro che avevano congiurato contro i normanni, mutilando alcuni, passandone altri per le armi, impiccandone molti (54)…”. Il Credidio, a p. 30, nelle note (54) postillava che: “(54) Sembra che la crudeltà non sia stata una prerogativa dei normanni. L’imperatore d’Oriente, Diogene, per volere dei figliastri, viene fatto prigioniero ed accecato ed in seguito a ciò si fa monaco, come afferma Guglielmo di Puglia nel libro III delle Gesta.”. Piero Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80, in proposito scriveva che: “…è evidente che il possesso di quel castello costituiva per Umfredo solo il primo atto  di un nuovo e più vasto disegno politico. L’improvvisa scomparsa di Guaimario V, ecc…., sprezzando il mirabile equilibrio politico raggiunto e mantenuto dal principe anche per la forte sua personalità, aveva creato per i capi normanni problemi nuovi che richiedevano decisioni ferme e tempestive (6)……Dopo l’assassinio di Montellaro ….di quel che fu Drogone”, (9), secondo conte di Puglia, Guaimario V, alto signore di Puglia e Calabria, si recò (a. 1051) a Melfi (10) per il riconoscimento ecc…”. Ebner, a p. 80, nella nota (6) postillava che: “(6) L’offerta normanna di far legittimare da un principe i domini conquistati in Puglia, venne accolta da Guaimario V, il quale, con l’alta sovranità sulla nuova contea di Puglia, ingrandì (a. 1043) ancor più i propri domini (Salerno, Capua, Gaeta). La morte di Guaimario annullò quei diritti per cui i Normanni non ebbero altra alternativa che diventare sovrani assoluti della Puglia dopo essersi uniti per resistere agli immancabili avversari. E’ noto che solo dopo la vittoria di Civitate (18 giugno 1053) cominciassero decisamente a imporsi. V. Alfano, ‘ad Guidonem: “Huius in imperio….”; Amato cit., XLVI sgg. e p. 54, no I; v. pure Schipa, Storia, p. 215.”. Ebner, a p. 80, nella nota (9) postillava che: “(9) Guglielmo braccio di ferro, e Drogone pure giunsero in Italia tra la fine del 1037-primi del 1038; Umfredo ai primi del 1043, dopo Guglielmo; nel 1047/7 Roberto che Ottone Di Frisinga (‘de gestis Fridr., p. 353) ricorda di “humilis conditionis viro et stremissimi” e che Anna Commeno (Alex., I 50) descrive “bello dal capo ai piedi”. La medesima Anna Commeno (I 51) narra che fosse giunto in Italia con appena cinque cavalli e trenta predoni.”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava che: “(10) “Melpe, pour ce que estoit la principale cité fu commune à touz”, scrive Amato (II, 31) nel dire della divisione delle terre di Puglia da parte dei dodici pari normanni.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80 riferendosi proprio ad Umfredo, in proposito scriveva che: ma realizzabile per guerrieri nati come i Normanni (7), e con un capo così accorto e deciso come Umfredo, le cui singolari attitudini si erano egregiamente manifestate durante l’anarchia creatasi in Puglia dopo la morte di Drogone.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: “Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni cercarono di toccare le mete prefisse mediante parentele e clientele, utilizzando i legami che univano il conte di Puglia alla Casa principesca salernitana. Infatti, Umfredo avendo sposato la figliuola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola di quel console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptoferrata”. Si spiega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Eboli.”.

Nel 1047, il normanno ROBERTO D’ALTAVILLA detto il GUISCARDO arrivò in Italia

Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (in latino: Robertus Guiscardus o Viscardus; Hauteville-la-Guichard, 1015 circa – Cefalonia, 17 luglio 1085), è stato un condottiero normanno. Sesto figlio di Tancredi (conte di Hauteville-la-Guichard) e primo della sua seconda moglie Fresenda (o Fressenda, figlia di Riccardo I di Normandia, detto Riccardo Senza Paura), divenne Conte di Puglia e Calabria alla morte del fratello Umfredo (1057). In seguito, nel 1059, fu investito da papa Niccolò II del titolo di Duca di Puglia e Calabria e Signore di Sicilia. Roberto il Guiscardo arriverà in Italia nel 1045 e sarà inviato dai fratelli in Calabria, arrivando a Scribla poi a San Marco Argentano dove costruì alcune fortezze militari. Succederà al fratello Umfredo, facendosi incoronare da papa Nicola II nel 1059 come Duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, territori peraltro ancora da conquistare. Roberto entrerà in Sicilia nel 1061 insieme a suo fratello minore Ruggero, che diventerà nel 1091 Gran Conte di Sicilia, titolo che mantenne fino alla sua morte, avvenuta nel 1101. Roberto il Guiscardo giunse nel 1047 nell’Italia meridionale, dove già i suoi fratellastri (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Secondo la storica bizantina Anna Comnena, egli aveva lasciato la Normandia con un seguito di appena cinque cavalieri e trenta fanti avventurieri e, all’arrivo nell’antica Langobardia, si mise a capo di una compagnia errante di predoni. All’arrivo di Roberto le terre in Puglia scarseggiavano ed egli non poté aspettarsi grandi concessioni da parte di Drogone, il fratellastro allora regnante. D’altra parte lo stesso Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Venosa. E così nel 1048 decise di unirsi al principe longobardo Pandolfo IV di Capua nelle sue incessanti guerre contro il principe Guaimario di Salerno, ma l’alleanza durò appena un anno: stando alle cronache di Amato di Montecassino, Pandolfo venne meno alla promessa di concedere a Roberto un castello e una figlia in sposa, al che il Normanno rispose rompendo gli accordi e abbandonando il sodalizio. Roberto fece nuovamente richiesta di un feudo al fratellastro Drogone, il quale stavolta gli concesse il comando della fortezza longobarda di Scribla (eretta nel 1044 dal Principe longobardo Guimario V), al centro della Piana di Sibari e punto strategico delle vie di transito tra Calabria, Campania e Puglia, a nord est di Cosenza. Roberto su questo avamposto fece costruire il primo castello in Calabria, durante le prime campagne militari progettate proprio da Scribla conquista quella zona e qualche tempo dopo Cariati. Da Scribla poteva controllare il tracciato dell’antica via Popilia, quindi era un punto strategico importante anche se la zona era paludosa e malsana.

Nel 1048, Roberto il Guiscardo a S. Marco Argentano

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 192-200, scriveva in proposito che: “Guiscardo, già stabile a S. Marco Argentano (287). A Roberto, i cui feroci assalti avvenivano da S. Marco Argentano, si aggiunse, dopo il 1057, Ruggero, dal castello di Scalea, e la costa divenne normanna. Nel 1058, come scrivono Amato e Malaterra (288), il Guiscardo sposò Sichelgaita, così che Cetraro divenne appannaggio, per morgengab, dell’ex principessa salernitana. Morto il Guiscardo, il 17 luglio 1085, Sichelgaita fece donazione, pro anima, di Cetraro alla badia di Montecassino (289).”. Il Campagna, a p. 192, nella nota (287) postillava che: “(287) Roberto il Guiscardo restò a S. Marco Argentano dal 1048 al 1057, J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Torino, 1974, pag. 92 e sgg.”. Il Campagna, a p. 192, nella nota (288) postillava che: “(289) E. Gattola, Accessiones ad Historiam Abbatiae Cassinensis, Venetia, 1734; E. Conti, S. Marco Argentano, Cosenza, 1976, pag. 42; L. Jozzi, Cetraro – notizie storiche, Cosenza, 1973.”. Da Wikipedia leggiamo che verso l’anno 1048, Roberto conquistò alcune delle roccaforti strategicamente più rilevanti per il controllo della Calabria Citeriore, tra queste vi era Malvito, già città fortificata di cui non sono ben chiare le origini, il Guiscardo la conquista intorno al 1049 o al 1050 (vi è la legenda del finto morto a tal proposito, ma questa diceria non è confermata da nessuna fonte), da qui poteva controllare tutta l’alta valle del Crati, successivamente prende accordi, dopo averlo rapito e aver chiesto un congruo riscatto, con Pietro di Tiro, si accaparra quindi un’alleanza con la vicina Bisignano, conquista Tarsia, sempre vicino all’antico tracciato della via Popilia e in fine, per assicurarsi delle piazzeforti conquista San Marco Argentano (in omaggio al quale, più tardi, battezzò la fortezza di San Marco d’Alunzio, il primo castello normanno in Sicilia, sito presso l’antica Aluntium) e vi edifica una fortificazione. L’opera del normanno Guiscardo, si inserisce anche in un contesto in cui parte dei nostri territori, soprattutto nella diffusione dei cenobi e dei Monasteri italo-greci o basiliani, risentivano dell’influenza della regola bizantina e della nascente regola monastica benedettina. In Calabria, l’invasione dei Longobardi ne spezzò l’unità, strappandole il Cosentino, annesso al ducato di Benevento e poi al principato di Salerno (847). La riunificazione sotto i Bizantini (con l’erezione a tema: inizio X sec.) aprì una fase di radicale ellenizzazione, appoggiata dalla diffusione del monachesimo basiliano; ma per l’inerzia e il fiscalismo del governo decadde l’agricoltura, rinacque il latifondo, sparì quasi ogni energia locale. Il Guiscardo, dunque, dopo aver distrutto, forse per la seconda volta la città di Policastro, pensò bene di tradurre molti dei superstiti e trasferirli in alcuni paesi della Calabria a lui già soggetti da tempo. Già nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “Drogone, alla morte del fratello Guglielmo Braccio di Ferro, assume il dominio della Puglia ed è consapevole che, se si vuole occupare la Calabria, fisicamente divisa in due parti dalla catena degli Appennini che l’attraversano da nord a sud, è necessario presidiare i luoghi di passaggio obbligati, posti lungo le vie di transito ed in prossimità delle vie istmiche. Poiché questa regione era poco fertile e abbastanza insalubre, si dovettero attribuire le nuove conquiste ai cavalieri normanni più poveri e più bisognosi. (34) Per questo motivo Drogone concede al fratellastro Roberto un castello in val di Crati di nome Scribla (35) per domare i Cosentini e tutti coloro che in Calabria erano ancora ribelli. (36) I normanni, in numero esiguo, hanno ben poco di cui cibarsi e vivono come i figli di Israele nel deserto, costretti a bere solo acqua. (37) Il saccheggio delle campagne è il solo modo che hanno di procurarsi di che nutrirsi. Pertanto Roberto deve recarsi dal fratello per chiedergli aiuto. A seguito del suo diniego, (38) fa ritorno in Calabria dove è costretto nuovamente a perpetrare scorrerie e razzie. Per l’insalubrità del posto e l’incostanza del clima su cui sorge il castello di Scribla, però, la guarnigione comincia ad ammalarsi, probabilmente di malaria, ed il Guiscardo decide allora di trasferirsi in un posto non molto distante, San Marco Argentano (40), dove intorno al 1040 Drogone aveva già presumibilmente rinforzato una torre di guardia (pyrgos), di origine romana o bizantina, (41) che egli provvede a fortificare ulteriormente. Recatosi in Puglia dal fratello, gli chiede il permesso di sposare Alberada, la zia di Gherardo di Buonalbergo, che gli porterebbe in dote duecento cavalieri, ma Drogone, geloso dei successi del fratello e temendo che possa diventare troppo potente e difficile da controllare, oppone un netto rifiuto. Soltanto a seguito dell’intervento di numerosi cavalieri normanni finalmente acconsente ed il Guiscardo sposa Alberada, che a quell’epoca doveva essere una bambina. (42) L’alleanza con Gherardo segna l’inizio della sua fortuna: accresciuta la potenza delle sue truppe, ritorna in Calabria dove occupa ville, castelli e territori. (43) Al loro arrivo, i normanni trovano a San Marco un insediamento rurale raggruppatosi intorno alla torre. Scarse, per non dire inesistenti, le notizie degli insediamenti abitativi nella città di San Marco nell’Alto Medio Evo. (46). Quando il Guiscardo occupa la torre, perciò, dell’antica e gloriosa città di San Marco non restano che poche case, sparse su tutto il territorio ed alcune arroccate, come detto, intorno ad essa. Egli trova un’altura pronunciata (48), probabilmente il nucleo dell’attuale torre, e provvede a fortificarla con una recinzione di legname, secondo l’usanza dei normanni. San Marco diventa un vero asilo di briganti (49). Dopo ogni impresa con i suoi sclavi (50) Roberto si rifugia nella torre per mettersi al sicuro dalle azioni di ritorsione degli abitanti dei borghi e dei paesi vicini saccheggiati. Un paese vicino, Bisignano, è governato da un ricchissimo cittadino, Pietro di Tira, che spesso si incontra con lui per dirimere le tante controversie che insorgono tra i loro uomini. Il Guiscardo, che cerca il modo di ottenere il dominio su Bisignano e progetta sottilmente di impadronirsi delle ricchezze del governatore, organizza furbescamente con lui un incontro in aperta campagna, al cospetto dei rispettivi schieramenti di armati. Improvvisamente, afferra Pietro e lo trascina verso i suoi soldati facendolo prigioniero. Dopo lunghe trattative, gli restituisce la libertà dietro l’esborso di una cospicua somma di denaro. Pietro di Tira è costretto a sborsare ventimila soldi d’oro che saranno utilizzati per costruire il palazzo-fortezza, oggi episcopio, di San Marco.”. Il Credidio, a p. 27, nelle note (50) postillava che: “(50) Gli sclavi erano immigrati slavi, prevalentemente della Dalmazia, che comparvero in qualità di mercenari dell’esercito bizantino; di alcuni gruppi sono attestati insediamenti in Sicilia, in Calabria e specialmente sulla costa settentrionale del Gargano.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 192-200, scriveva in proposito che: “L’intero territorio di Cetraro-Bonifati, un misto di insediamenti saraceni sulla costa, di nuclei micro-asiatici e greci sulle colline, di cenobi e chiesette, basiliani (286), è emblematico il toponimo “Foresta” che doveva indicare la platea delle comunità, ancora in auge in epoca angioina, non potevano non sollecitare la cupidigia del Guiscardo, già stabile a S. Marco Argentano (287). Precedentemente, le aristocrazie italo-longobarde della costa avevano subito le razzie di Guglielmo e di Drogone.”. Il Campagna (….), a p. 189, nella nota (286) postillava che: “(287) Roberto il Guiscardo restò a S. Marco Argentano dal 1048 al 1057, J.J. Norwich, I Normanni nel sud (1016-1130), Torino, 1974, pag. 92 e sgg.”. Il Campagna, a p. 200, in proposito scriveva che: “I Normanni erano già alle dipendenze dei principi longobardi della Campania, con cui avevano contratto o stavano per contrarre vincoli di parentela. Ai fratelli Altavilla non mancò l’ardimento, è vero, ma neppure le occasioni propizie per una facile penetrazione nel sud (13).”. Il Campagna, a p. 191, nella nota (13) postillava che: “(13) Bisanzio era in preda al lassismo. Nel 1050 si era spenta l’imperatrice Zoe, dopo aver toccato il fondo del malcostume e della corruttela, certamente motivo non trascurabile per la facile penetrazione normanna nei domini bizantini d’Italia. L’assasinio di Guaimario di Salerno, 1052, tolse ogni remora a Roberto il Guiscardo per saccheggi e conquiste. La sconfitta dell’esercito pontificio a Civitate, giugno 1053, lo scisma del Patriarcato di Bisanzio dalla Chiesa di Roma, 1054, furono occasioni determinanti per le conquiste del Guiscardo; conquiste che ebbero il crisma ufficiale di Nicolò II con l’accordo di Melfi del 1059, in J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Torino, 1974.”.

Nel 1052, l’assassinio di Guaimario V (Guaimario IV), la congiura di palazzo e l’arresto del figlio Gisulfo II, suo erede

Dalla Treccani on-line leggiamo che Guaimano poté così congiungere al principato ereditato il principato di Capua (compresavi la nuova contea normanna di Aversa) e i ducati di Amalfi, di Sorrento e di Gaeta. E, creata nel 1043 l’altra contea normanna della Puglia da Guglielmo Altavilla, anche questi riconobbe per suo signore G., che in conseguenza s’intitolò anche duca di Puglia e Calabria. Signore di tanti paesi, quantunque tenuti tutt’altro che pacificamente, nel 1046 G. era il maggiore principe nel Mezzogiorno d’Italia, imparentato col pontefice Benedetto IX, stretto in lega col potente marchese di Toscana. Ma, venutogli meno il favore imperiale con la sospetta gelosia di Enrico III, sceso nel Mezzogiorno nel 1047, e vacillante la base della forza normanna, ne prese animo una congiura di palazzo, che, favorita dagli Amalfitani, gli tolse la vita nel 1052. Il Principato tuttavia era scosso dalle continue incursioni dei Saraceni e dalle lotte interne per il potere. In uno di questi complotti, nel 1052, Guaimario venne assassinato. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo in Campania: l’assassinio di Guaimario e di Pandolfo, conte di Capaccio, il 2 giugno 1052; etc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 116, in proposito scriveva che: “Dopo il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: Difficilmente valutabili i riflessi del territorio del Cilento della congiura che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, vol. I , a p. 223, in proposito scriveva che: “Poi la congiura di palazzo, sfociata nell’assassinio del principe e nell’arresto dell’erede e coreggente Gisulfo II (40), rinchiuso nella rocca con tutta la sua famiglia, pose ai normanni problemi nuovi e indifferibili (41).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, vol. I , a p. 223, nella sua nota (40) così postillava a riguardo: “(40) L’evento era stato preannunciato da prodigi non bene interpretati, sui quali si diffonde Amato con il candore proprio del suo animo di religioso. Benchè informato che qualcosa si tramasse contro di lui, il principe non volle umiliarsi a provvedere, scrive Amato che ricorda il 2 giugno 1052 come giorno di pianto e disperazione (Amato, III, 25, 26, 27).”. Pietro Ebner (….), a p. 224, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Ebner, Storia, cit., p. 33 sg e p. 79 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 81-82 riferendosi ad Umfredo d’Altevilla, in proposito scriveva che: “E’ proprio a quest’ultimo che aveva sollecitato aiuti il conte di Conza, Guido, unico superstite dei figliuoli di Guaimario IV. Guido era miracolosamente riuscito a sfuggire alla cattura dopo la strage seguita al mostruoso complotto ordito dagli stessi cognati di Guaimario V (14), del cui corpo era stato fatto scempio sulle rive salernitane. Lo sterminio dei più fidi del principe, tra i quali il fratello Pandolfo, conte di Capaccio e Corneto, aveva impedito ogni resistenza al preordinato svolgersi della congiura di palazzo, nel corso della quale, e in piena anarchia, fu imprigionato l’erede e co-reggente Gisulfo. Accorato e indignato per l’orribile fine di colui che poi viene detto il salernitano “pater patriae”, (15), Umfredo accorse a Salerno, liquidò la congiura e dopo il rifiuto di Guido di essere acclamato principe, rimise sul trono Gisulfo, il quale s’impegnò solennemente a corrispondere “lo salaire”, i tributi, e a donare terre e castelli ai suoi liberatori.”. Ebner, a p. 81, nella nota (14) postillava che: “(14) La congiura fu tramata dai quattro (Pandolfo, Atenolfo, Landolfo e un quarto di cui ancora s’ignora il nome) figliuoli “Landolfi comiti (di Teano) socero nostro”, perchè Guaimario ne aveva sposato la figliuola Gemma. Con costoro, “gente viperane” razza viperina li definisce Amato III, 44, capeggiarono la congiura altri parenti di Guaimario, uno o più fratelli di Alfano, poi arcivescovo di Salerno, e altri. Pare (Amato, III: 3-11 giugno 1052) che fosse stato acclamato principe Pandolfo. L’eccidio avvenne il 2 giugno (Ann. Benev., p. 179). Gisulfo, co-reggente dal 1042, venne imprigionato nella rocca con la moglie Maria, con i suoi fratelli, sorelle e cugini. La reggenza del conte Guido (ebbe poi in dono Sorrento) non durò oltre i due mesi. Sui rapporti tra Guaimario e i conti di Teano, v. Fabiani cit., I, passim., e Schipa, Il Mezzogiorno, p. 191.”. Ebner, a p. 82, nella nota (15) postillava che: “(15) Alfano, ad Guidonem, : “pater patriae et tuus”.

Nel 11 giugno 1052, la liberazione di Gisulfo II e la sua successione al Principato di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che a Guaimario V gli succedette il figlio, Gisulfo II, ma il dominio longobardo sul Meridione si avviò ormai al termine. A Guaimario V gli succedette il figlio, Gisulfo II, ma il dominio longobardo sul Meridione si avviò ormai al termine. A Guaimario V succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Sappiamo da Amato di Montecassino (…), che Gisulfo II, principe di Salerno, era figlio e successore di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV) e Gemma, figlia di Landolfo di Capua. Da Wikipedia leggiamo che a Guaimario V succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. A Guaimario V succedette il figlio, Gisulfo II, ma il dominio longobardo sul Meridione si avviò ormai al termine. Ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: “Infatti lo Schipa, non nasconde le sue simpatie per Gisulfo II, malvisto da Amato di Montecassino, di cui è nota la sua predilezione per i normanni – ma v. quando dice di Guaimario V e di Guido, fratello di Gisulfo. A parte le qualità negative del principe – cfr. Ebner, cit., p. 34 – è chiaro che Amato mal tollerò che Gisulfo si fosse si fosse lasciato sfuggire di tra le mani la grande eredità paterna. Ecc…. Ebner (…), cita Michelangelo Schipa (….) che, infatti, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 232, dopo aver parlato dell’uccisione di Guido, scriveva di Landolfo, suo fratello minore, scriveva che: Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla restaurazione della Diocesi Bussentina in Diocesi Paleocastrense (…), scriveva che: “Come ho detto altrove (2), dopo la sua restaurazione, Gisulfo II di Salerno per ringraziare i normanni di Umfredo e Guglielmo di Altavilla che, disperdendo i congiurati, lo avevano reinsediato sul trono di Salerno, oltre a investire i normanni dei castelli già in loro possesso (3), s’impegnò solennemente ad assegnar loro, con lo “salaire” (tributi) (4), altre terre e castelli.  Allo zio Guido che, reggente, aveva rifiutato il trono per il rispetto verso l’erede e che tanto aveva cooperato alla restaurazione invocando di persona l’aiuto dei normanni, il principe Gisulfo II, ecc..ecc..”Pietro Ebner (…), nella sua nota (2), a p. 540, postillava che: “(2) Ebner, op. cit., vol. I, pag. 32 e s., 81 sg., 152 sg.”. Queste notizie, però, non sono interessanti per l’argomento in quanto i riferimenti delle note citate da Ebner, riguardano la restaurazione di alcune Diocesi e la loro latinizzazione. Pietro Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 540, postillava che: “(3) Amato di Montecassino, op. cit., III, p. 32.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Amato di Montecassino (…), in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca Francesco, Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni (‘Northmann’, uomo del nord) di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ecc…”. Ebner, a p. 33, nella sua nota (90) postillava che: “(90) Amato cit., III, 30: “E quant Guide fu, per la misericorde Dieu, delicré de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), il s’en ala à li Normant (implorandoli ad aiutarlo ad aver ragione dei congiurati che avevano fatto scempio del corpo di Guaimario V), (31) il furent molt dolent (….), Et laissent toute choze et vont pour faire venjance de li prince”.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 82 riferendosi ad Umfredo d’Altevilla, in proposito scriveva che: Accorato e indignato per l’orribile fine di colui che poi viene detto il salernitano “pater patriae”, (15), Umfredo accorse a Salerno, liquidò la congiura e dopo il rifiuto di Guido di essere acclamato principe, rimise sul trono Gisulfo, il quale s’impegnò solennemente a corrispondere “lo salaire”, i tributi, e a donare terre e castelli ai suoi liberatori.“. Ebner, a p. 82, nella nota (15) postillava che: “(15) Alfano, ad Guidonem, : “pater patriae et tuus”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo capitolo “VIII – La conquista Normanna”, a p. 116, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, suo fratello Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, sfuggito ai congiurati (1), riuscì a mobilitare contro costoro con preghiere e promesse di laute ricompense sia le forze normanne di Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (2), sia quelle di Riccardo conte d’Aversa, ed a far sì che a soli pochi giorni da quell’evento fosse rovesciato il governo dell’usurpatore Pandolfo III per ristabilire sul trono avito il figlio di Guaimario, Gisulfo II. Il nuovo principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (1) potillava che: “(1) Lo Schipa (Storia, cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82) sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del Principe conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (2) potillava che: “(2) I Normanni tenevano la contea di Puglia, da loro strappata ai Bizantini, con investitura avuta nel 1043 da Guaimario V, che deteneva il titolo sovrano di Duca di Puglia e di Calabria”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (3) potillava che: “(3) Guido rinunciò a Sorrento perchè fosse restituita al duca Giovanni, cognato di Umfredo d’Altavilla, spodestato da Guaimario V.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (4) potillava che: “(4) I fratelli di Gisulfo II erano Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e Gaitelgrima. Egli aveva anche un figlio, Guaimario, menzionato una sola volta, in una carta del 1058 (Schipa, Storia…, cit., doc. 59).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (5) potillava che: “(5) L’identificazione del S. Severino menzionato da Amato (v. qui p. 123) con S. Severino sul Mingardo (‘Sanctus Severinus de Camerota; a. 1291), piuttosto che con S. Severino Rota, a nord di Salerno, è sostenuta dall’Acocella (Il Cilento, op. cit., I, p. 50) sulla scia del Lenormant. A favore di questa tesi è la maggiore vicinanza del castello del Mingardo alla città di Policastro, che era l’altro feudo di Guido.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: I normanni furono informati degli eventi salernitani da Guido, fratello del principe, il quale sfuggito miracolosamente alla cattura, si diresse a spron battuto verso Melfi per incontrarvi Umfredo d’Altavilla (41). Umfredo si accordò con Riccardo di Aversa e mosse con i suoi normanni verso Salerno che occupò prendendo prigionieri i congiurati. I normanni, nominarono reggente Guido in attesa di porlo addirittura sul trono. Guido rifiutò, per rispetto alla memoria del fratello e per riguardo verso il nipote correggente dal 1040. Sicchè Gisulfo, dopo appena due mesi venne rimesso sul trono.”. Ebner, a p. 224, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Ebner, Storia, cit., p. 33 sg. e p. 79 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Il conte Guido, come segno di gratitudine, donò ai liberatori normanni persino i monili d’oro e di perle della moglie e delle figlie (42). Gisulfo II nel riconoscere l’investitura ” de celle terre qu’il tenoient”, promise di dare tributi (“salaire”), terre e castelli al conte di Aversa, agli Altavilla e a quei normanni che si erano adoperati a rimetterlo sul trono. Ecc…”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Racioppi (cit. p. 86 sg.) nel riportare un brano del cronista Giordano (visse intorno al 1314, termine della sua cronaca) si meraviglia che il Guiscardo si fosse impadronito della Puglia e della Calabria nel recarsi in Sicilia e non “della Lucania che era in mezzo tra le due”. Cosa che avrebbe poi fatto, secondo Giodano (‘qui veniens versus Lucaniam eam subiect. Inde ivit Salerno’), al ritorno. Ma v., per la questione, anche i brani riportati di Alfano e di Romualdo salernitano.”.

Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”.

I NORMANNI INIZIANO AD OCCUPARE I TERRITORI DEL PRINCIPE LONGOBARDO GISULFO II

Nel 1052, UMFREDO D’AUTEVILLE liberò Gisulfo II ma subito dopo invase il Principato di Salerno 

Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80, in proposito scriveva che: “…è evidente che il possesso di quel castello costituiva per Umfredo solo il primo atto  di un nuovo e più vasto disegno politico……Esistono indizi sufficienti per supporre che Umfredo avesse programmato d’impadronirsi di oltre due terzi dell’odierna provincia salernitana: cioè di quell’enorme territorio che si estende dall’Appennino lucano al mare e dal Tusciano ai confini della Calabria che pensava di unificare in una sola circoscrizione territoriale da affidare al fratello Guglielmo, previa annessione comunque ottenuta, delle contee di Capaccio, Cilento, Policastro e della circoscrizione di Novi. Una nuova contea distante da Melfi, capitale di quella Puglia, non molte decine di km. di terre che sarebbero poi naturalmente cadute in suo potere, per cui la possibilità di fare del tutto almeno un ducato. Disegno audace, ma realizzabile per guerrieri nati come i Normanni (7), e con un capo così accorto e deciso come Umfredo, le cui singolari attitudini si erano egregiamente manifestate durante l’anarchia creatasi in Puglia dopo la morte di Drogone. Di tutto ciò è già indizio in Amato, di solito tenero con i suoi Normanni, e inaspettatamente duro per le distruzioni e le rapine dei due Altavilla, che “von devorant lo Principat tout”. Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea del Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi. Ma vi è di più se si esamina il succedersi degli eenti che condussero alla costituzion di quella contea e della grande signoria di Novi.”. Ebner, a p. 80, nella nota (8) postillava: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: “Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni etc.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo capitolo “VIII – La conquista Normanna”, a p. 116 riferendosi al principe Gisulfo II da poco liberato ed alla sua proclamazione, in proposito scriveva che: Poco generoso si mostrò invece coi Normanni a cui era debitore del Principato, poichè, quando quelli di Puglia vennero a Salerno per ottenere le ricompense loro promesse, ne ebbero un rifiuto. Allora Umfredo e Guglielmo d’Altavilla, fratelli di Roberto il Guiscardo (6), penetrarono alla testa delle loro truppe con estrema violenza nelle terre di Gisulfo, occupandone gran parte. Alfano I lasciò in versi pieni di doloroso stupore il ricordo degli avvenimenti che immediatamente seguirono la morte di Guaimario V: “….gens Gallorum numerosa clade Salerni Principe defuncto perculit omne solum” (7).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (7) potillava che: “(7) Alfano I, Ad Guidonem…, cit. Su questo personaggio salernitano, monaco benedettino, letterato, poeta e medico, che fu Arcivescovo di Salerno dal 1058 al 1085, anno in cui morì dopo aver visto spegnersi papa Gregorio VII e Roberto il Guiscardo, v. M. Schipa, Alfano I, in ‘Cronaca del R. Liceo Ginnasio “T. Tasso” di Salerno, 1878-79. Alfano I fu legato da grande amicizia a Gisulfo II (checchè ne dica Amato) e nutrì odio profondo per i Normanni, sebbene negli ultimi anni del suo arcivescovato dovesse adattarsi ai nuovi dominatori.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1). Le altre schiere, a seguito dei due fratelli d’Altavilla, discesero verso Sud e occuparono il bacino del medio corso del Sele e le limitrofe località poste tra Contursi, Eboli, Persano e la futura Altavilla, dopo essersi attestate, pare, nel castello di S. Licandro, presso l’attuale stazione di Sicignano (2). Più delle acque stagnanti della pianura pestana valsero certamente le fortificazioni di Capaccio e di Agropoli ad impedire che i Normanni si riversassero allora lungo le zone costiere a sud del Sele. Essi più agevolmente avanzarono, seguendo la direttiva di marcia tenuta da tutte le precedenti invasioni della regione, verso il vallo di Diano e, dopo aver soggiogato i versanti centro orientali dei monti Alburni, proseguirono per la via di Sanza e di Rofrano, raggiunsero i dintorni di Policastro e si affacciarono sul Tirreno. Distruggendo e saccheggiando, la travolgente avanzata normanna andava “divorando tutto il Principato”, come esprime Amato di Montecassino, e rendeva vana ogni resistenza organizzata, per cui le popolazioni si rinchiudevano e fortificavano nei castelli e nei borgi: “…..quant les gens des chasteaux surent ceste desstruction, il garnirent lor terres et lor chasteaux de murs et de palis (3). Anche Guido, il fratello di Gisulfo II, fu costretto a chiudersi in Policastro, lasciando che gli invasori, dopo aver occupato le terre di Laurino, di Novi e di Laurito, dilagassero in quelle della Bricia e si impadronissero di “Castello di Velia” (4). Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, mentre dall’alto del Castellum Cilenti Guaimario, che i contemporanei chiamarono, per motivi a noi ignoti, “detrattore e divoratore”, impediva che da Sud i Normanni penetrassero nella Lucania e nel Cilento. Quando questi però si fermarono, a Gisulfo II era rimasto ben poco del suo Principato: controllava ancora direttamente solo le terre comprese fra Salerno, Cetara, Nocera, qualche sparsa località nei dintorni della sua capitale ed i territori posti fra il Sele, Capaccio, Magliano e l’Alento; restavano comunque legati al suo trono i vasti possedimenti della Mensa arcivescovile di Salerno, concentrati soprattutto entro i confini costituiti dal torrente Asa, Giffoni, Olevano, il corso medio e basso del fiume Tusciano e quello inferiore del Sele, inoltre la contea di Magliano, retta dai conti longobardi Saliperto ed Erimanno Guiselgardo (1), e, nella Bricia, S. Severino e Policastro (2). Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5). Non bastando ciò, il principe di Salerno era molestato da Riccardo d’Aversa, che chiedeva compensi per l’aiuto fornitogli nel 1052, e dagli Amalfitani, coi quali era in guerra sia per vendicare l’uccisione del padre sia per punire la loro ribellione al dominio salernitano e che, intanto, gli devastavano le coste fra Cetara e Policastro, impedendo la navigazione ai suoi sudditi (6).”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bisogna distinguere il territorio del Principato di Salerno, ancora in mano a Gisulfo II, da quello della Contea di Principato, che era solo una parte del primo e fu organizzato dai normanni in Contea prima del 1057. Sull’estensione di quest’ultimo vedi il paragrafo: ‘La Contea di Principato’.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno.”. Dunque, il Cantalupo scrive che Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia concesse al fratello Guglielmo, “conte di S. Nicandro”, “le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 82 riferendosi ad Umfredo d’Altevilla, in proposito scriveva che: “….Gisulfo, il quale s’impegnò solennemente a corrispondere “lo salaire”, i tributi, e a donare terre e castelli ai suoi liberatori. Narra Amato (III, 45) che Umfredo e Guglielmo, tornati tempo dopo a Salerno, invano avessero chiesto al principe tributi e doni promessi, per cui “molt corrocienz”, indignati per l’inqualificabile comportamento del principe si fossero allontanati dalla città, incamminandosi con i Normanni verso i confini del Principato. Aggiunge il monaco di montecassino, nello stesso paragrafo 45, che i saccheggi e gli incendi di città e villaggi incontrati dai Normanni nel loro cammino avessero finito per esasperare le popolazioni che, abilmente sobillate, reagirono. Sotto la direzione di un esperto guerriero, l’acuto Guido, fratello del principe di Salerno, il quale evidentemente doveva aver subito intuito il fine ultimo cui tendevano i Normanni, le popolazioni impresero rapidamente a guarnire le “lor terres et lor chasteaux de murs et de palis”. E contro le posizioni fortificate e permanenti o campali, a nulla valeva la valentia dei catafratti Normanni e della loro addestratissima cavalleria. Comunque, l’evento se arrestò la vittoriosa marcia dei conquistatori, diede origine a quell’odio contro il prode Guido che si sarebbe poi placato soltanto con il suo assassinio”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: I normanni furono informati degli eventi salernitani da Guido, fratello del principe, il quale sfuggito miracolosamente alla cattura, si diresse a spron battuto verso Melfi per incontrarvi Umfredo d’Altavilla (41). Umfredo si accordò con Riccardo di Aversa e mosse con i suoi normanni verso Salerno che occupò prendendo prigionieri i congiurati. I normanni, nominarono reggente Guido in attesa di porlo addirittura sul trono. Guido rifiutò, per rispetto alla memoria del fratello e per riguardo verso il nipote correggente dal 1040. Sicchè Gisulfo, dopo appena due mesi venne rimesso sul trono.”. Ebner, a p. 224, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Ebner, Storia, cit., p. 33 sg. e p. 79 sgg.”.

Nel 1052, EMMA figlia di Roberto il Guiscardo e di Alberada di Buonalbergo e sorella di Boemondo

Da Wikipedia leggiamo che Roberto il Guiscardo giunse nel 1047 nell’Italia meridionale, dove già i suoi fratellastri (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Secondo la storica bizantina Anna Comnena, egli aveva lasciato la Normandia con un seguito di appena cinque cavalieri e trenta fanti avventurieri e, all’arrivo nell’antica Langobardia, si mise a capo di una compagnia errante di predoni. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 23-24 e ssg., in proposito scriveva che: “Recatosi in Puglia dal fratello, gli chiede il permesso di sposare Alberada, la zia di Gherardo di Buonalbergo, che gli porterebbe in dote duecento cavalieri, ma Drogone, geloso dei successi del fratello e temendo che possa diventare troppo potente e difficile da controllare, oppone un netto rifiuto. Soltanto a seguito dell’intervento di numerosi cavalieri normanni finalmente acconsente ed il Guiscardo sposa Alberada, che a quell’epoca doveva essere una bambina. (42).”. Il Credidio, a p. 24, nella nota (41) postillava che: “(41) Pietro Dalena, Popolamento e viabilità in tenimento Sancti Marci Vallegrati (secc. XI-XII), in P. Dalena, Minima Medievalia, Adda Editore, Bari, 2012. 42 – Chalandon, op.cit. 43 – Amato, III,11.”. Durante la sua permanenza in Calabria Roberto sposò la prima delle sue due mogli, Alberada di Buonalbergo, zia di Gerardo di Buonalbergo. Fino a che il Guiscardo, però, sarà in vita, i suoi primi figli Emma e Boemondo, avranno un ruolo, sia pur secondario ma restavano sempre i suoi primi figli. Dalle prime nozze il Guiscardo aveva avuto una figlia,  Emma sposata poi con Odone Marchisio di cui come vedremo in avanti, sarà un personaggio che ricorre spesso in alcuni documenti dell’epoca che riguardano le nostre terre. Da Wikipedia leggiamo che Emma (1052 circa – ?), sposò Oddone Bonmarchis ed ebbe per figlio Tancredi, principe di Galilea (c.1072 – 1112). Dunque, pare che dalla prima moglie Alberada di Buonalbergo, Roberto ebbe la prima figlia chiamata Emma. L’antica pergamena del 1097 (…), è un privilegio o concessione di un ‘Odo Marchisii’, un nobile personaggio Normanno che come vedremo aveva sposato Emma,  sorella di Boemondo (i due figli di Roberto il Guiscardo avuti con la prima moglie Alberada di Buonalbergo). Su wikipedia troviamo una citazione di Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Dunque, il Caravale, sulla scorta di Rodolfo di Caen (….) scriveva che “Emma di di Hauteville” o d’Altavilla (il nome dei discendenti di Tancredi il primo Normanno italianizzato), verso l’anno 1080 si sposò “Oddone Buonmarquis” da cui ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo. Da Wikipedia leggiamo che il loro figlio Tancredi Marchese, detto impropriamente Tancredi d’Altavilla e noto come Tancredi di Galilea per il possesso del principato di Galilea (1072 – Antiochia, 1112), è stato un cavaliere medievale normanno, principe di Galilea e reggente del principato d’Antiochia, noto per essere stato uno dei capi della prima crociata in Terrasanta, nonché uno dei personaggi della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Tancredi era il figlio di Oddobuono Marchese e di Emma d’Altavilla, sorella di Boemondo, principe di Taranto[1][2][3][4]. Secondo un’altra versione, il padre di Tancredi risulta appartenente invece non alla famiglia Marchese, bensì alla famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato, a sua volta figlio di Teuto di Savona e Berta di Torino[5][6]. Inoltre talvolta il nome del padre viene riportato anche come Eude[7]. Nel 1096, ventiquattrenne, si unì allo zio Boemondo e partì alla volta di Costantinopoli insieme agli eserciti della prima crociata in Terrasanta. Giunto nella capitale bizantina, subì forti pressioni (soprattutto dal generale bizantino Giorgio Paleologo) affinché prestasse giuramento di fedeltà all’imperatore Alessio Comneno, con la promessa di rendere al sovrano qualsiasi terra conquistata durante la campagna militare. Tancredi si rifiutò di farlo, sebbene molti altri cavalieri avessero fatto giuramento senza alcuna intenzione di rispettarlo.

La CONTEA DI POLICASTRO

La Contea di Policastro fu un antico feudo nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Come scrisse il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 25, parlando di Policastro, riportava diverse notizie interessanti sul periodo di dominazione Longobarda: “Dall’839 al 1076 Policastro appartenne al Principato Longobardo di Salerno, poichè questa città colle terre di Campania e di Lucania fu assegnata al principe Siginulfo.”. Scrive ancora il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene Schipa, riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido, nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino.

Nel 1052, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II e la ricostruita Diocesi di Policastro da parte dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano I

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Infatti, fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Il longobardo GUIDO, conte di Policastro e fratello del Principe Gisulfo II

Da wikipidia, ovvero che: “Gisulfo II ebbe anche cinque figli: Pandolfo, Guaimario (V) – che fu in co-reggenza con Gisulfo -, Landolfo, Guido e Giovanni.”. Il Guido di cui parlo è  fratello di Gisulfo II e non figlio. Guido, Conte di Policastro, era figlio di Guaimario V (o Guaimario IV), e fratello di Gisulfo II, divenuto alla morte del padre suo successore e Principe di Salerno. Guido, dunque era anche fratello di Sichelgaita che sposò Roberto il Guiscardo. Sappiamo da Amato di Montecassino (…), che il fratello Gisulfo II, principe di Salerno, era figlio e successore di Guaimario IV e Gemma, figlia di Landolfo di Capua. Dunque Guido di Policastro era figlio di Guaimario IV e Gemma. Guido di Policastro era anche nipote di Guido Conte di Sorrento e di Conza, fratello di Guaimario IV.

Ebner, p. 225

Il Cataldo (…), scriveva: Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla donazione che il nuovo principe Gisulfo II, suo nipote e principe del Principato di Salerno, scriveva che: Allo zio Guido che, reggente,……il principe assegnò l’importante contea di Conza e, nella politica di assicurarsi la fedeltà di altre lontane terre del Principato, assegnò ai fratelli Guido e Guaimario altre contee lungo la fascia tirrenica. Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Schipa, cit., Ibid.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 224-225-226, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: “Creò la contea di Policastro, delicata zona di confine come s’è visto, affidandola con altri castelli nella valle dei S. Severino (oggi di Centola) al “prode e bellissimo” Guido e diede Cilento, con altri castelli al fratello Guaimario.”. Scrive ancora l’Ebner che: “I normanni furono informati degli eventi salernitani da Guido, fratello del principe, il quale sfuggito miracolosamente alla cattura, si diresse a spron battuto verso Melfi per incontrarvi Umfredo d’Altavilla (41). Umfredo si accordò con Riccardo di Aversa e mosse con i suoi normanni verso Salerno che occupò prendendo prigionieri i congiurati. I normanni, nominarono reggente Guido in attesa di porlo addirittura sul trono. Guido rifiutò, per rispetto alla memoria del fratello e per riguardo verso il nipote correggente dal 1040. Sicchè Gisulfo, dopo appena due mesi venne rimesso sul trono.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “Ma quando Umfredo e Guglielmo tornarono a Salerno per ricevere ciò che era stato loro promesso, il principe cominciò a tergiversare, al punto che i normanni “molto corrocienz” (6), indignati, si allontanarono da Salerno iniziando l’occupazione di tutto quel territorio, di cui poi Umfredo investì il fratello Guglielmo con il prestigioso titolo del Principato (7) Con il suo solito tergiversare, Gisulfo aveva spazientito anche Roberto il Guiscardo, rinviando cioè, ‘sine die’ la consegna della dote della bella e virile sorella Sighelgaita, per cui Roberto, rompendo gli indugi, partì con la principessa per Melfi, dove la sposò (8). Gisulfo che già aveva tentato di recuperare la contea del Principato, sfruttando momentanei dissapori (9) sorti tra Roberto e Guglielmo, tentò ancora una volta di conseguire i suoi fini nominando arbitro della questione appunto Roberto. Il Guiscardo, però, ancora indignato per il comportamento del principe, si vendicò del cognato, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da Eboli e Sicignano al Calore e all’Alento e, per Magliano, ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (6), a p. 541, postillava che: “(6) Amato, cit., III, 45.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (7), a p. 541, postillava che:“(7) G. Malaterra, cit., p. 26: Willelmum vero in Principato “. Pietro Ebner (…), nella sua nota (8), a p. 541, postillava che: “(8) Ebner, Storia, cit. p. 88. Per altre notizie, pp. 37, 42 e 121.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (9), a p. 541, postillava che: “(9) Guglielmo rifiutava di riconoscersi vassallo di Roberto il Guiscardo”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 218, parlando dei dissapori sorti tra il Guiscardo ed il fratello Guglielmo e, riferendosi all’invidia di Guido per il matrimonio tra il Guiscardo e la sorella Sighelgaita, scriveva che: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “……

Castel Mandelmo a Licusati-Castelluccio

(Fig…) Castel Mandelmo a Licusati

(Fig…) Antonini (…), pp…

S. Severino di Centola

(Fig….) Borgo medievale e Castello di Sanseverino a San Severino di Centola

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(Fig…) Antonini (…), pp…

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando della congiura “che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno”, ci parla anche di Guido ed in proposito scriveva che: “Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni (‘northmann’, uomo del nord) di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella Valle di S. Severino”; Guimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni ce diminuirono fino a parire, come vedremo dopo il matrimonio di Sichelgaita sorella del conte, con Robeto il Guiscardo, il quale era riuscito a impadronirsi della Calabri scacciandone i bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella onquista della Sicilia a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava in proposito che: “(90) Amato, cit., III, 30, ecc…”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascur di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico.

Nel 1052, GUIDO, fratello di Gisulfo II e la contea di Policastro

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene, Schipa riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Michelangelo Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del citato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Ecc…”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Amato, IV, 33 sgg: le malefatte del principe, enumerate in questo paragrafo, vengono documentate una per una nei successivi (v. oltre).”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatasi dal fratello Guido.”. Ebner, a p. 85, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residenz alta Policastri victor in aula”. Secondo Amato, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Roberto ruppe gli indugi partendo con Sighelgaita per la Calabria dove la sposò (a 1058 assegnandole, come si è visto, quale “dono del mattino” un quarto delle terre conquistate in Calabria. Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è un documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Nel 1052, il longobardo GUIDO, fratello di Gisulfo II e la vasta contea di Policastro

Il Guido di cui si parla in questo mio saggio era fratello di Gisulfo II e non figlio. Guido, Conte di Policastro, era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV), e fratello di Gisulfo II, divenuto alla morte del padre suo successore e Principe di Salerno. Guido, dunque era anche fratello di Sichelgaita che sposò Roberto il Guiscardo. Guido, conte di Policastro era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV) e Gemma. Guido di Policastro era anche nipote di Guido Conte di Sorrento e di Conza, fratello di Guaimario IV. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Da wikipidia leggiamo che: “Gisulfo II ebbe anche cinque figli: Pandolfo, Guaimario (V) – che fu in co-reggenza con Gisulfo -, Landolfo, Guido e Giovanni.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 116, in proposito scriveva che: Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (3) potillava che: “(3) Guido rinunciò a Sorrento perchè fosse restituita al duca Giovanni, cognato di Umfredo d’Altavilla, spodestato da Guaimario V.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (4) potillava che: “(4) I fratelli di Gisulfo II erano Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e Gaitelgrima. Egli aveva anche un figlio, Guaimario, menzionato una sola volta, in una carta del 1058 (Schipa, Storia…, cit., doc. 59).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (5) potillava che: “(5) L’identificazione del S. Severino menzionato da Amato (v. qui p. 123) con S. Severino sul Mingardo (‘Sanctus Severinus de Camerota; a. 1291), piuttosto che con S. Severino Rota, a nord di Salerno, è sostenuta dall’Acocella (Il Cilento, op. cit., I, p. 50) sulla scia del Lenormant. A favore di questa tesi è la maggiore vicinanza del castello del Mingardo alla città di Policastro, che era l’altro feudo di Guido.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…..Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quella di S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: “Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla donazione che il nuovo principe Gisulfo II, suo nipote e principe del Principato di Salerno, scriveva che: “Allo zio Guido che, reggente,……il principe assegnò l’importante contea di Conza e, nella politica di assicurarsi la fedeltà di altre lontane terre del Principato, assegnò ai fratelli Guido e Guaimario altre contee lungo la fascia tirrenica. Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Schipa, cit., Ibid.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 224-225-226, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: “Creò la contea di Policastro, delicata zona di confine come s’è visto, affidandola con altri castelli nella valle dei S. Severino (oggi di Centola) al “prode e bellissimo” Guido e diede Cilento, con altri castelli al fratello Guaimario.”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc…”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (92), postillava che: “(92) …………….

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Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), scriveva: Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc…”

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), parlando del piccolo borgo medioevale, oggi abbandonato, di San Severino di Camerota in proposito scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle terre conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico.

Il castello Longobardo di Vibonati

Antonio Di Rienzo e La Greca (…), nel loro ‘Viaggio nel Cilento’, scrivevano sul vecchio castello longobardo a Vibonati, senza però specificare da dove avessero tratto questa notizia, scrivevano che: “A nostro avviso l’origine del borgo va ricercata in epoca longobarda quando colà troviamo un “Castellum” di Gisulfo, ultimo dei principi longobardi di Salerno. L’etimologia del toponimo è quindi longobarda; da “wibo” cioè “villaggio” e “Ate”, nome del ruscello che scorre poco più a valle: quindi “villaggio dell’Ate”. Le due tradizioni indicano comunque una continuità di vita in un luogo che rappresentò anche in epoca Normanna un ottimo punto di difesa….Il vecchio castello longobardo subì numerosi ampliamenti e rifacimenti e rimase centro di vita militare e sociale del borgo, che ancora oggi conserva nel centro storico quasi intatta la sua struttura medievale.”. Forse la notizia di un castello longobardo a Vibonati, citata da La Greca (…) è tratta da Angelo Guzzo (…), che nel suo ‘Da Velia a Sapri’, che, a p. 203 e, nel suo ‘Il Golfo di Policastro ecc.’, a p…. , scriveva che: “A Vibonati il castello sorse ove oggi si erge la chiesa di Sant’Antonio. Servì prima come centro di osservazione, poi divenne “casa dominicata”, cioè abitazione del signore, costituendo così il ‘castrum’. Trincee strette e lugubri univano la fortezza alla parte bassa del paese, ossia i luoghi denominati “il Ponte”, “l’Anafora” e “le Coste”. Il ponte levatoio era situato ove oggi si allarga Piazza Nicotera: da una parte era difeso dal fiume, dall’altra da una torre a guisa di bastione che, con la sua forma circolare, ancora oggi è ben visibile dietro la fontana.”. Il Guzzo (…), a p. 204, riporta una foto di Vibonati che rappresenta la “Torre e Màstio dell’antico castello”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, ecc..’, a p. 205, scrivendo di Vibonati, diceva che: “Nel IX secolo Vibonati divenne rifugio delle disgraziate popolazioni costiere del Golfo, costrette, dalle frequenti scorrerie dei pirati Saraceni, a cercare asilo e scampo nelle zone più impervie e meno facilmente accessibili. Verso la metà del secolo XI, i Normanni fecero del territorio di Vibonati un loro possesso. Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno, aveva affidato Vibonati, insieme Policastro ed altri castelli della zona, al fratello Guido, prode e bellissimo cavaliere.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri’, a p. 205, scriveva che: “il castello dominava tutta la valle sottostante ove si accentravano le abitazioni rustiche dei coloni, quasi tutte di legno e che costituivano importantissimi nuclei rurali (27). Il Guzzo, nella sua nota (27), postillava che: “(27) V. Salvioli – Storia dell’Italia nell’alto Medio Evo – Napoli – 1913, p. 217.”.

Nel 2 giugno 1053, i Normanni e la battaglia di Civitate

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo in Campania: l’assassinio di Guaimario e di Pandolfo, conte di Capaccio, il 2 giugno 1052; la vittoria normanna di Civitate, 18 giugno dell’anno successivo; il matrimonio di Umfredo con la figlia di Guaimario; il matrimonio di Guglielmo de Magnia con Beta, secondogenita di Pandolfo di Capaccio; Ecc..”. I Longobardi, in un primo tempo vicini ai Normanni, si rivoltarono contro i loro vecchi alleati e si attirarono il favore del papa Leone IX, deciso ad espellere dalla penisola questo popolo di predoni. Lo scontro fra le armate longobardo-pontificie e le truppe normanne si consumò il 18 giugno 1053 a nord della Capitanata, dove l’esercito papalino fu duramente sconfitto nella Battaglia di Civitate. Vi presero parte Umfredo d’Altavilla e il conte Riccardo I di Aversa dei Drengot, che mise subito in fuga i soldati longobardi. A Roberto fu assegnato il comando delle truppe di riserva, che restarono ai margini della battaglia fino a che non fu evidente l’inefficacia degli attacchi sferrati dalle schiere di Umfredo: il Guiscardo si lanciò, allora, nella mischia insieme ad altri rinforzi guidati dal suocero e si distinse per il particolare valore della propria offensiva. Secondo lo storico del tempo Guglielmo di Puglia, il Normanno imperversò nella battaglia senza mai perdersi d’animo, anche se disarcionato, e poi rimontato in sella, per ben tre volte. L’esito dello scontro fu per lui un vero successo. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione.  Dopo i primi anni di opaca presenza nel sud Italia, Roberto il Guiscardo mise di colpo in luce il proprio carattere, così diverso da quello dei suoi familiari e degli altri potenti della regione.

Nel 1053, il normanno GUGLIELMO D’ALTAVILLA (figlio di Fresenda) occupò diversi territori di Gisulfo II

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Riguardo il Principato di Salerno di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, vi fu un momento in cui il Principe Gisulfo II, dovette chiamare in aiuto i Normanni di Roberto il Guiscardo che sposò la sorella Sighelgaita e gli salvò il trono che ben presto dovette cedere proprio a loro come ci racconta la cronaca del Malaterra. Riguardo Guglielmo del Principato, da Wikipedia, alla voce “Guglielmo detto Braccio di Ferro” leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, chiamato Guglielmo Braccio di Ferro (Cotentin, 1010 circa – Apulia, 1046), è stato un cavaliere normanno, il maggiore dei figli di Tancredi d’Altavilla venuti in Italia; fu nominato, nel 1043, primo conte di Puglia. Da non confondere con l’omonimo fratellastro, conte nel Principato di Salerno. Dunque, questo normanno chiamato Guglielmo conte del Principato di Salerno era fratellastro di Guglielmo Braccio di Ferro. Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, anche detto Guglielmo del Principato (1027 – 1080), è stato un condottiero e cavaliere medievale normanno; divenne Conte di molte terre all’interno del Principato di Salerno dal 1056 e in seguito governò anche la Capitanata. Nelle cronache latine è chiamato indifferentemente Willermus o Wilelmus (dal francese Guillaume). Era il fratellastro omonimo di Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro. Guglielmo era uno dei figli cadetti di Tancredi d’Altavilla e della sua seconda moglie Fresenda; lasciò la Normandia attorno al 1053 insieme al fratellastro più anziano Goffredo ed al fratello Malgerio. Nell’anno della sua venuta in Italia partecipò alla Battaglia di Civitate e fu accolto cordialmente da suo fratellastro Umfredo, conte di Puglia e Calabria in carica. Nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno.”. Dunque, il Cantalupo scrive che Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia concesse al fratello Guglielmo, “conte di S. Nicandro”, “le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo capitolo “VIII – La conquista Normanna”, a p. 116, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, suo fratello Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, sfuggito ai congiurati (1), riuscì a mobilitare contro costoro con preghiere e promesse di laute ricompense sia le forze normanne di Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (2), ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Ecc…”. Piero Cantalupo (….), a p. 118, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bisogna distinguere il territorio del Principato di Salerno, ancora in mano a Gisulfo II, da quello della Contea di Principato, che era solo una parte del primo e fu organizzato dai normanni in Contea prima del 1057. Sull’estensione di quest’ultimo vedi il paragrafo: ‘La Contea di Principato’.”. Sulla citazione del Cantalupo dei due studiosi Natella e Peduto, sulla “non” distruzione di Policastro da parte dei Normanni si rimanda al prossimo saggio sui Normanni di Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spietato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tratteggiasse già nel consegnare l’oro promesso a Riccardo d’Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di S. Nicandro e Castelvecchio e di una terra detta Facosa la Nova. Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini dell’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner, a p. 34, nella nota (92) postillava che: “(92) I fratelli di Alfano vennero imprigionati da Gisulfo, e mai liberati, per aver preso parte alla congiura contro il padre Guaimario V.”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (93), postillava che: “(93) Terzo e sesto degli Altavilla: Guglielmo “Braccio di ferro”, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto il Guiscardo, Guglielmo del Principato, Ruggiero I.”. Ebner, a p. 34, nella nota (94) postillava che: “(94) Nel ricordare la partenza (a. 981/2) di Ottone II da Salerno per Taranto, dopo la conferma a pprincipi di Salerno di Mansone di Amalfi e del figlio Giovanni I, M. Schipa (Storia del principato di Salerno, Roma, 1968, p. 172) afferma che l’imperatore “si avviò quindi alla famosa impresa al finire del verno, per Bricia, presso Capaccio, e per la Lucania”. La notizia fu tratta dal Chron. di Romualdo di Salerno ad an. 981 (“De-hinc per Brixiam – al. Briciam – et Lucaniam in Calabriam perrexit”). Ma v. Alfano (‘Ad Guidonem fratem’, in Schipa, ‘Storia’, p. 277, vv. 27-30 e 53-56: “Sunt in Lucania portus regione velini // Quo Brittiorum vallis amoena iacet”, v. pure dello stesso Schipa, ‘Il Mezzogiorno’, cit., p. 169, dove è cenno dell’occupazione di Velia.”. Ebner, a p. 35, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Schipa cit., vedi pure il Mandelli cit., f. 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, I, 15) che “Guglielmo era comes totius Principatus (….) di questo Guglielmo figlio di Tancredi, quale, come si è detto, fu fatto da Umfredo Conte del Principato.”. Ebner a p. 35, nella sua nota (96) postillava che: “(96) M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma 1904, p. 31. Il Mazziotti dà la sola notizia senza riferimenti. In ogni caso si tratterebbe del secondo Guglielmo, uno dei due figliuoli (l’altro era Roberto) del primo conte del Principato per cui è da supporre che la contea di Adalberto e Rodelgrimo di Magliano (v.) fosse stata privata dei soli territori verso l’Alento.”. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, dove il Carucci cita un passo di Goffredo Malaterra (….), da cui molto probabilmente aveva attinto l’Ughelli, a p. 277, in proposito scriveva che: “I Normanni invasero da ogni parte con infinito danno il territorio di Salerno (1)” (eslamava il poeta Amato). Inutilmente il papa Leone IX venne nel 1053 a Salerno, s’accordò con Gisolfo per muovere contro i Normanni: che anzi Gisolfo non potè nemmeno prender parte alla lotta, che scoppiò proprio quell’anno tra il papa e i Normanni e che finì colla sconfitta del papa a Civitate. Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’Imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1), occuparono poi i castelli longobardi esistenti nella valle del Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3).”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Il Carucci, a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le terre che costituirono la contea di Principato furono per la prima volta occupate da Umfredo e date al fratello Guglielmo: ‘Guilelmo terram illam quae principatus dicitur distribuit. Malaterra, I, 15.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 79, nel suo cap. III, riferendosi alla  Signoria di Novi, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “E’ quasi certo, anzi, che il sorgere di quella signoria cada dopo la restaurazione  di quel principe (a. 1052), e cioè quando il terzo conte di Puglia, Umfredo (a. 1051-1057), con il fratello Guglielmo, stanchi delle tergiversazioni di Gisulfo s’impadronirono con la forza di alcune terre, dopo di aver atterrito con distruzioni e saccheggi le inermi popolazioni che abitavano tra il Tusciano e gli estremi confini salernitano-lucani e calabri dell’odierna provincia di Salerno. Da qui imprendevano poi la preordinata conquista di quei territori di cui Amato di Montecassino e Alfano da Salerno ci hanno tramandato nomi e limiti (3)……Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea di Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi.”. Ebner, a p. 79, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Alfano, cit., Amato, cit., III, 45 e p. 161 no 30.”. Ebner a p. 80, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner si riferiva ai due testi di Michelangelo Schipa (….), Storia del Principato longobardo di Salerno, e Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “Ma quando Umfredo e Guglielmo tornarono a Salerno per ricevere ciò che era stato loro promesso, il principe cominciò a tergiversare, al punto che i normanni “molto corrocienz” (6), indignati, si allontanarono da Salerno iniziando l’occupazione di tutto quel territorio, di cui poi Umfredo investì il fratello Guglielmo con il prestigioso titolo del Principato (7) Con il suo solito tergiversare, Gisulfo aveva spazientito anche Roberto il Guiscardo, rinviando cioè, ‘sine die’ la consegna della dote della bella e virile sorella Sighelgaita, per cui Roberto, rompendo gli indugi, partì con la principessa per Melfi, dove la sposò (8). Gisulfo che già aveva tentato di recuperare la contea del Principato, sfruttando momentanei dissapori (9) sorti tra Roberto e Guglielmo, tentò ancora una volta di conseguire i suoi fini nominando arbitro della questione appunto Roberto. Il Guiscardo, però, ancora indignato per il comportamento del principe, si vendicò del cognato, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da Eboli e Sicignano al Calore e all’Alento e, per Magliano, ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (6), a p. 541, postillava che: “(6) Amato, cit., III, 45.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (7), a p. 541, postillava che:“(7) G. Malaterra, cit., p. 26: Willelmum vero in Principato “. Pietro Ebner (…), nella sua nota (8), a p. 541, postillava che: “(8) Ebner, Storia, cit. p. 88. Per altre notizie, pp. 37, 42 e 121.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (9), a p. 541, postillava che: “(9) Guglielmo rifiutava di riconoscersi vassallo di Roberto il Guiscardo”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 218, parlando dei dissapori sorti tra il Guiscardo ed il fratello Guglielmo e, riferendosi all’invidia di Guido per il matrimonio tra il Guiscardo e la sorella Sighelgaita, scriveva che: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, ‘Storia, cit., ed. Economia e società, cit.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: 4. Stanchi di attendere, e indignati (“molt corrocienz”, scrive Amato) per l’inqualificabile comportamento del principe, i normanni si ribellarono. Lasciata Salerno, impresero a saccheggiare e a incendiare villaggi esasperando così la popolazione (“a furore normannorum libera nos Domine”) che insorse. Sotto la direzione di un guerriero, esperto e valoroso, qual era Guido, il fratello del principe Gisulfo, le popolazioni cominciarono a guarnire le “lor terres et lor chasteaux de murs et de palis”. Contro queste posizioni fortificate s’infranse più che il coraggio dei normanni l’impeto delle loro agguerrite cavallerie.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: Ciò provocò l’insorgere di non pochi complessi nel principe (43), che cercò quasi di esorcizzarli rinviando ‘sine die’ gli impegni assunti, persino sulla consegna della dote della sorella Sighelgaita. Fu a questo punto che Roberto il Guiscardo, indignato, sposò malgrado tutto Sighelgaita (Melfi, a. 1059) assegnandole, secondo il costume longobardo, la quarta parte delle conquiste in Calabria (44), di cui alcune estorte con la frode. Margingab costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45). Ecc…”.

Ebner, p. 225

Ebner, a p. 225, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, ‘Storia’, cit., pp. 34 e 84.”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Id., ibidem, p. 87 sg. Roberto il Guiscardo aveva ripudiata Alverada di Buonalbergo dalla quale aveva avuto anche il noto Boemondo.”. Pietro Ebner, in questo passaggio, riferendosi al “Marcingab”, la dote Normanna che il Guiscardo donò alla sua seconda moglie Sighelgaita, si riferiva agli avvenimenti che precedettero l’anno 1059, in cui Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo sposò la principessa longobarda Sighelgaita, sorella del principe Gisulfo II e, a cui donò, secondo il costume Normanno la quarta parte delle conquiste dei territori della Calabria, che appunto aveva conquistato precedentemente. Ebner lo chiama “Margingab” (la dote Normanna) era costituita, secondo lui costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45).”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Il Racioppi (cit. p. 86 sg.) nel riportare un brano del cronista Giordano (visse intorno al 1314, termine della sua cronaca) si meraviglia che il Guiscardo si fosse impadronito della Puglia e della Calabria nel recarsi in Sicilia e non “della Lucania che era in mezzo tra le due”. Cosa che avrebbe poi fatto, secondo Giordano (‘qui veniens versus Lucaniam eam subiecit. Inde ivit Salerno’), al ritorno. Ma v., per la questione, anche i brani riportati di Alfano e di Romualdo salernitano.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Dopo di aver assalito e conquistato “lo chastel de Saint Nicharde”, di cui rinvengo notizia dai Registri Angioini (46), i normanni, scrive Amato, “von devorant lo Principat tout” impadronendosi pure di “Castel Viel et Facose le Nove” e spingendosi fin nella Bricia dell’arcivescovo Alfano. Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido all’usurpazione della “gens Gallorum”, Alfano informa che i normanni, penetrati in Lucania, raggiunsero anche i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre fin verso la Calabria. Le terre occupate che dovevano comprendere anche parte della pianura ebolitana, come si evince da alcune pergamene cavensi (47), ricadevano nella giurisdizione della diocesi pestana. Un territorio enorme cui Umfredo d’Altavilla prepose il fratello Guglielmo (48) con il titolo fino a quel momento “ignoto di conte del Principato”, come dice M. Schipa, ma che il territorio pare avesse già prima dell’arrivo dei normanni (49). Ecc…”. Ebner, a p. 226, nella nota (46) postillavano che: “(46) Amato, III, 45. Nel “Saint Nicharde” si è ubicato Castel Licandro nella valle del Sele, dove, per una stretta gola, si affaccia nella ferace valle del Tanagro. Delle altre due terre menzionate da Amato non si è riuscito ancora a stabilire l’ubicazione sicura (v. la mia ‘Storia’ cit., p. 82 sgg.) Di S. Nicandro si apprende anche dai Registri Angioini: ‘Sanctus Nicander pro focul. I, tar, VII, et medium, Reg. XIII, ff 186-187, a. 1269-1270. Nello stesso anno 1269 era tenuto da Rodolfo de Colant, uno dei baroni soggetti (Reg. ang., II, n. 137, p. 268) al principe Carlo d’Angiò”.

Ebner, vol. I, p. 226.PNG

Ebner, a p. 226, nella nota (48) postillava che: “(48) Il Pontieri (‘La dinamica’ cit., p. 90) assicura che “Guglielmo d’Altavilla, conte del Principato, s’era costituito nel Cilento una signoria con le terre concessegli da Gisulfo contrariamente a quanto dice Amato; ma ambizioso e inquieto s’era posto a ingrandirle a spese dello stesso Gisulfo”.”. Ebner, a p. 226, nella nota (49) postillava che: “(49) Schipa, Mezzogiorno cit., p. 169; v. pure il Mandelli cit., f 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, 1. 15) che Guglielmo era “comes totius Principatus”, e la mia Storia, cit., p. 80. Rilevo da un nuovo esame del Chronicon, I, 15 del Malaterra che nella divisione territoriale in età normanna, Guglielmo ebbe “terram illam quae Principatus dicitur”, denominazione già nell’uso popolare, dunque, e che con la sostituzione della contea divenne ufficiale.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato, che furono donati al fratello Guglielmo detto appunto conte del Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 34, riferendosi al principe Gisulfo II, in proposito scriveva che: Non meraviglia, perciò, che tratteggiasse già nel consegnare l’oro promesso a Riccardo d’Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di S. Nicandro e Castelvecchio e di una terra detta Facosa la Nova. Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini dell’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (93), postillava che: “(93) Terzo e sesto degli Altavilla: Guglielmo “Braccio di ferro”, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto il Guiscardo, Guglielmo del Principato, Ruggiero I.”. Ebner, a p. 34, nella nota (94) postillava che: “(94) Nel ricordare la partenza (a. 981/2) di Ottone II da Salerno per Taranto, dopo la conferma a principi di Salerno di Mansone di Amalfi e del figlio Giovanni I, M. Schipa (Storia del principato di Salerno, Roma, 1968, p. 172) afferma che l’imperatore “si avviò quindi alla famosa impresa al finire del verno, per Bricia, presso Capaccio, e per la Lucania”. La notizia fu tratta dal Chron. di Romualdo di Salerno ad an. 981 (“De-hinc per Brixiam – al. Briciam – et Lucaniam in Calabriam perrexit”). Ma v. Alfano (‘Ad Guidonem fratem’, in Schipa, ‘Storia’, p. 277, vv. 27-30 e 53-56: “Sunt in Lucania portus regione velini // Quo Brittiorum vallis amoena iacet”, v. pure dello stesso Schipa, ‘Il Mezzogiorno’, cit., p. 169, dove è cenno dell’occupazione di Velia.”. Ebner, a p. 35, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Schipa cit., vedi pure il Mandelli cit., f. 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, I, 15) che “Guglielmo era comes totius Principatus (….) di questo Guglielmo figlio di Tancredi, quale, come si è detto, fu fatto da Umfredo Conte del Principato.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 79, nel suo cap. III, riferendosi alla  Signoria di Novi, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea di Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi.”. Ebner a p. 80, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner si riferiva ai due testi di Michelangelo Schipa (….), Storia del Principato longobardo di Salerno, e Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923.

Nel 1054, Castel Mandelmo a Licusati, il castello di S. Severino e la contea di Policastro del conte Guido

In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. In origine, nel 1054, il castello, con il feudo di Policastro, era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, l’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…). Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi (….), dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380 parlando della situazione politica nell’anno 1066, ormai mutata, con la vicina “Contea del Principato” retta da Guglielmo d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e donatagli da Umfredo, l’imminente caduta del principe Gisulfo II, riferendosi al conte Guido di Policastro, in proposito scriveva che: L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Nel 1056, il fenomeno migratorio di genti calabre che arrivarono nelle nostre terre

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia tratta dal Laudisio che alcuni paesi, sono sorti all’epoca del primo Roberto il Guiscardo che, nel 1059-60 ordinò che le famiglie scampate alla sua furia distruttrice di alcuni centri della Calabria inferiore. Da Wikipidia leggiamo che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1056, compì una spedizione contro il longobardo Gisulfo II di Salerno, poi conquistò Cosenza e una parte della Calabria. Raggiunse, quindi, a Melfi il fratellastro Umfredo, che era in fin di vita. Nella nostra bibliografia antiquaria però è riferita la notizia di una distruzione di Policastro da parte del Guiscardo intorno all’anno 1065 e non del 1056. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». In questo passaggio il Colombaro ci parla della grande carestia che colpì la Calabria Bizantina in quegli anni e del racconto stesso del Malaterra. Il Gay (…), sempre nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. Al fenomeno migratorio di molte famiglie del golfo scampate alla furia del Guiscardo fa riferimento anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner, dunque, ci parla di un fenomeno migratorio al contrario, ovvero ci parla di monaci provenienti dalle cittadelle monastiche della Calabria bizantina e sotto l’egida del Guiscardo che si recarono alle falde del “Mercurion”. Il Credidio (….), a p. 27, nelle note (50) postillava che: “(50) Gli sclavi erano immigrati slavi, prevalentemente della Dalmazia, che comparvero in qualità di mercenari dell’esercito bizantino; di alcuni gruppi sono attestati insediamenti in Sicilia, in Calabria e specialmente sulla costa settentrionale del Gargano.”.

Nel 1056, RUGGERO I D’ALTAVILLA, ultimo figlio di Tencredi e di Fresenda arriva nel mezzogiorno d’Italia

Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Pater di Ruggereo o Jarl Rogeirr (Hauteville-la-Guichard, 1031 circa – Mileto, 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Da Wikipedia leggiamo che Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Pater di Ruggereo o Jarl Rogeirr (Hauteville-la-Guichard, 1031 circa – Mileto, 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Ruggero giunse in Italia nel 1057 attraverso la “Via Francigena” per unirsi al fratello Roberto per il quale, alla morte del loro fratellastro Umfredo d’Altavilla, si erano aperti spiragli di predominio. I due furono insieme nella conquista dei territori di Puglia e Calabria non ancora sottomessi. Ruggero fu inizialmente vassallo del fratello Roberto, duca di Puglia e di Calabria, come conte di Calabria, e stabilì la propria corte a Mileto, in Calabria. Proprio a Mileto, nel Natale del 1061, sposò la normanna Giuditta d’Evreux, figlia del conte Guglielmo d’Évreux e di Hadvise Géré. Ancora in Calabria i fratelli Roberto e Ruggero si lanciarono alla conquista di Reggio, caduta dopo un lungo e difficoltoso assedio, al quale seguì la presa di Scilla, una cittadella fortificata in cui avevano trovato rifugio le guarnigioni reggine. A questo punto la strada verso la Sicilia era ormai spianata. Dalle roccaforti della Calabria, infatti i due pianificarono la conquista della Sicilia, allora in mano ai musulmani. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 30-31 e ssg., in proposito scriveva che: Il Guiscardo, consolidata in termini giuridici e di disponibilità di uomini e di mezzi l’eredità del fratello (61) può pianificare la conquista della Calabria. Al fine di sottomettere il paese, così come aveva fatto Drogone, individua dei punti nevralgici da cui facilmente poter controllare il territorio circostante ed effettuare scorrerie per sottomettere le città e le fortezze. In uno di questi posti invia il fratello Ruggero, il figlio minore di suo padre Tancredi e della sua seconda moglie Fresenda, che fino ad allora era stato trattenuto in patria dalla giovane età e dall’amore dei genitori. Lieto non poco del suo arrivo, il Guiscardo lo accolse con l’onore dovutogli. Ruggero era infatti un giovane bellissimo, di alta statura e di portamento elegante; assai eloquente ed accorto, sapeva agire con cautela quando si trattava di prendere delle decisioni; era allegro e affabile con tutti, fisicamente prestante, coraggioso in guerra: con queste sue doti in breve si fece amare da tutti… Il Guiscardo lo inviò in Calabria… Ruggero, … accampatosi alla sommità delle montagne di Vibona, piantò le tende in maniera che, facendosi vedere in lungo e in largo, potesse più facilmente incutere timore agli abitanti tutto intorno. Avendone avuta notizia, tutte le città e i castelli di quella contrada e di tutta la valle di Saline, in preda al terrore, mandarono messi a Roberto per chiedere pace: con l’offerte di svariati doni e servigi, senza opporre resistenza cedettero nelle sue mani munitissimi castelli e stipularono un patto di alleanza con giuramenti e ostaggi (62).”. Il Credidio, a p. 30, nelle sue note postillava: “(61) – S. Tramontana, I Normanni in Calabria, in I Normanni in finibus Calabriae, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2008; e (62) – Malaterra, I,19.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 189-191, scriveva in proposito che: “….si aggiunse, dopo il 1057, Ruggero, dal castello di Scalea, e la costa divenne normanna.”. Il Campagna, a p. 200, in proposito scriveva che: “Nel 1057, dopo un breve soggiorno a Melfi, giunse sulle nostre coste il più giovane degli Altavilla, Ruggero. La costa tirrenica, cosi’ a lungo vessata da assalti e razzie, presentava ai suoi occhi uno spettacolo insolito: fortezze e casali su dirupi inaccessibili, castelli diruti, già sedi di antiche aristocrazie longobarde, monasteri, chiese, celle, costruiti in modo che le pratiche di culto venissero alternate con l’immediata difesa. Delle antiche città restava solo il ricordo negli storici; spesso cancellato finanche il toponimo.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo ecc…”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: “Nella primavera del 1048 i Normanni, questa volta autonomamente, sferrarono una nuova offensiva contro i Bizantini in Calabria e in Puglia, ma ormai anche i territori di Guaimario V di Salerno cominciavano ad essere oggetto delle mire espansionistiche dei suoi antichi vassalli. Negli anni successivi, infatti, un altro fratello della casa d’Altavilla, Guglielmo, aveva cominciato ad occupare terre del Vallo di Diano e ad insignirsi dello strano titolo di “conte del principato”.”.

Nel 1057, la morte di Umfredo d’Altavilla e Roberto il Guiscardo capo di tutti i Normanni

Ad agosto dello stesso anno i cavalieri normanni si riunirono a Melfi e Roberto il Guiscardo assunse la tutela del giovane Abelardo, ma presto diseredò entrambi i nipoti e pretese il riconoscimento del titolo di (quarto) Conte di Puglia e Calabria. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratellastro e privò i nipoti della loro legittima eredità. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo Drengot Quarrel, già Signore di Aversa, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s’impadronì del Principato di Capua. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo Drengot Quarrel, già Signore di Aversa, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s’impadronì del Principato di Capua. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratellastro e privò i nipoti della loro legittima eredità. Nel 1057, morto Umfredo, Guglielmo rifiutò di prestare obbedienza al fratello Roberto il Guiscardo che aveva ereditato il titolo di Conte di Puglia che, alleatosi con Gisulfo II, debellò suo fratello Guglielmo. Morto nel 1057, il conte Umfredo lasciò i due figli minorenni, Abelardo ed Ermanno, sotto la tutela della moglie longobarda Gaitelgrima di Salerno. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione. Ad agosto dello stesso anno i cavalieri normanni si riunirono a Melfi e Roberto il Guiscardo assunse la tutela del giovane Abelardo, ma presto diseredò entrambi i nipoti e pretese il riconoscimento del titolo di (quarto) Conte di Puglia e Calabria. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “E’ innegabile, la morte di Umfredo (a. 1057) segnò una svolta storica decisiva e non soltanto per il Principato di Salerno. Roberto, insensibile alle pretese di Abelardo, figliuolo del defunto fratello, validamente sostenute dalla madre, si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Senza dire della pretesa di Roberto perchè il fratello Guglielmo, come conte del Principato, rinnovasse a lui l’obbedienza prestata a Umfredo: pretesa che Guglielmo, insofferente dell’autoritarismo di Roberto, rifiutava. Del dissidio tra i due fratelli cercò di approfittare il principe Gisulfo, chiedendo a Roberto di aiutarlo a riconquistare i beni usurpati da Umfredo e Guglielmo. La richiesta venne fatta in un momento più che favorevole: Roberto aveva chiesto in sposa la bella, saggia e animosa sorella del principe, Sighelgaita, che la tradizione ricorda seguisse Roberto anche sul campo di battaglia. Ma le schiere del principe e del fratello Guido, con la cavalleria del Guiscardo, se ottenero successi in pianura furono poi arrestate dal suaccennato baluardo difensivo e dai larvati aiuti dei cugini di Capaccio del principe. Più apertamente Guglielmo del Principato e i suoi erano assistiti da Guido di Conza, il quale, indignato per l’assenso dato dal principe alle nozze di Sighelgaita senza il suo parere, cercò di controbilanciare l’evento dando in moglie una sua figliuola al conte del Principato. Il persistere da parte di quest’ultimo nel rifiuto d’obbedienza, riaccese gli scontri tra i due Altavilla. Certamente Guglielmo avrebbe perduto l’altro territorio se Gisulfo, ritenendolo più profiquo politicamente ed economicamente, non si fosse riappacificato con il conte del Principato (26) prima di cominciare a tergiversare sull’epoca delle nozze e sulla consegna della dote della sorella.”. Ebner, a p. 87, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Amato, IV 25: “Et Guillerme fu fait chevalier de Gisolfe; et lo prince Gisolfe lo fist son frere”.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 30-31 e ssg., in proposito scriveva che: “Egli concede al fratellastro Roberto di conquistare la Calabria (55). I rapporti tra i due, però, non sempre sono idilliaci tanto che Umfredo fa arrestare il Guiscardo mentre è suo ospite a pranzo e soltanto l’intervento di un cavaliere normanno presente, Gocelino, impedisce a quest’ultimo, che intanto aveva sguainato la spada, di reagire violentemente. Roberto venne quindi consegnato alle guardie, ma dopo una breve detenzione il fratello lo liberò e gli concesse le città e i castelli della regione calabra, offrendogli anche un rinforzo di cavalieri (56). Umfredo poco tempo dopo si ammala e, sentendo approssimarsi la fine, manda a chiamate il fratello, che accorre al suo capezzale, e gli chiede di essere il tutore dei suoi figli Abelardo ed Ermanno.  Ma questi, senza preoccuparsi delle promesse fatte, si appropriò dell’eredità a danno dei suoi nipoti, e nell’agosto del 1057 si fece eleggere capo dei normanni (57).”. Il Credidio, a p. 30-31, nelle sue note postillava che: “55 – Guglielmo, II, v. 287 e segg. 56 – Guglielmo, II, v.317 e segg. 57 – Chalandon, op.cit. 58 – Ibidem.”.

Nel 1057, Ruggero I d’Altavilla e SCALEA donatagli dal fratello Guglielmo, figlio di Fresenda e conte del Principato

Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Ruggero viene accolto affettuosamente dal fratello Guglielmo, che gli concede il castello di Scalea. Sentendo ciò suo fratello Guglielmo, che era conte di tutto il Principato, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 200, in proposito scriveva che: Ruggero inizialmente segui’ il Guiscardo nelle conquiste, fino a quando i loro rapporti non furono incrinati da interessi e gelosie. Per questo nel 1058 prestò la sua opera al fratello Guglielmo, il famigerato “Braccio di Ferro”, già padrone di vasti territori a sud di Salerno (14). Alle estreme frange meridionali del Principato la contea longobarda di Scalea costitui’ il punto logistico per le razzie di Ruggero, anche nei territori conquistati dal Guiscardo. La paurosa carestia del 1058 e l’insubordinazione dei Calabresi nei riguardi dei Normanni costrinsero il Guiscardo a chiedere l’aiuto di Ruggero. Il giovane, soddisfatto delle condizioni relative alle conquiste offerte dal fratello, dal castello di Scalea coordinò le operazioni di repressione lungo la costa.”. Qui però il Campagna confonde Guglielmo detto braccio di Ferro con il Guglielmo conte del Principato fratello di Ruggero perchè figli della stessa madre Fresenda. Il Campagna, a p. 200, nella nota (14) postillava che: “(14) Guglielmo d’Altavilla, che aveva sposato la nipote di Guaimario di Salerno, la figlia di Guido, il duca di Sorrento, avrebbe dovuto dividere i territori occupati e da occupare in tante baronie, secondo il volere del potente signore salernitano.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Ruggero viene accolto affettuosamente dal fratello Guglielmo, che gli concede il castello di Scalea. Sentendo ciò suo fratello Guglielmo, che era conte di tutto il Principato, gli mandò dei messaggeri invitandolo a venire da lui: gli fece sapere che avrebbe potuto condividere con lui quello che egli aveva e gli assicurò che, eccetto la moglie e ifigli, niente egli voleva possedere che Ruggero non considerasse anche suo. Al suo arrivo costui venne accolto con il dovuto onore. Dopo essere rimasto alquanto con il fratello, infine ricevette da lui un castello in località chiamata Scalea; e quindi, facendo molte incursioni in direzione del Guiscardo, non diede tregua per tutto il territorio. Venutolo a sapere, il Guiscardo mosse l’esercito e si diresse all’assedio del castello di Scalea; devastò anche gli oliveti e vigneti, che si trovavano nei pressi della città. Guglielmo dal canto suo, …..per evitare di subire danni più gravi, e previo anche il parere dei suoi consiglieri, si allontanò da quel posto.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni, riferendosi agli anni 1048-1049-1050 scriveva che: “Fu proprio durante questi anni di guerre e di confusione che Scalea venne occupata dai Normanni, ma non possiamo escludere che precedentemente, forse per breve tempo, fosse stata possesso del principe di Salerno. Comunque stiano le cose, nel 1057, alla morte di Umfredo, quando Roberto il Guiscardo, calpestando i diritti dei figli del defunto, assunse il titolo di conte di Puglia e di Calabria, Scalea non apparteneva direttamente a lui, ma proprio il fratello Guglielmo, conte del Principato. Ciò si desume dal fatto che, forse con l’intenzione di stringere con lui un’alleanza matrimoniale dandogli in moglie una figlia, Guglielmo cedette il castello di Scalea a Ruggiero, uno degli ultimi degli Altavilla a giungere in Italia, ma anche uno dei più capaci e valorosi, tanto che suo fratello Roberto lo aveva voluto al suo fianco nella conquista della Calabria: ma proprio nella spartizione del frutto dei saccheggi Ruggiero, sentendosi trascurato e defraudato della sua parte di bottino e di conquiste, ruppe con il fratello e si rifugiò a Scalea, cedutagli da Guglielmo. Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, ecc..”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, a p. 22, in proposito scriveva che: “I nuovi conquistatori arrivarono nella seconda metà dell’XI secolo: erano i Normanni capeggiati dai fratelli Altavilla. Roberto il Guiscardo e Ruggero, con le loro truppe normanne, avevano da tempo iniziato l’invasione della Calabria. Mentre continuava sistematica e progressiva la conquista della regione, improvvisamente i due fratelli litigarono e si divisero. Roberto andò verso il sud della Calabria, Ruggero si rifugiò a Scalea, già conquistata e donatagli, da suo fratello Guglielmo ‘braccio di Ferro’. Come primo atto di governo a Scalea Ruggero fece abbattere, in cima al paese, la rocca longobarda e nello stesso tempo fece costruire un castello. Fece inoltre rinforzare le mura di difesa e le porte di entrata al paese: a nord la porta Marina e a sud quella ponte. Il castello, costruito rapidamente secondo la tecnica e le esigenze del tempo , comprendeva due torrioni a pianta rettangolare e tre torri d’angolo a pianta cilindrica, oltre al palazzo. Per tutta l’epoca Normanna rappresentò la più importante fortezza militare del golfo di Policastro ed una delle più importanti della Calabria. Ruggero fece di Scalea una fortezza inespugnabile, a cui faceva capo anche la sua flotta, e la base di partenza delle sue azioni per la conquista della Sicilia.”. Anche Carmine Manco scrive che Scalea fu donata a Ruggero I d’Altavilla da Guglielmo detto braccio di Ferro confondendolo col fratello Guglielmo, conte del Principato, figlio della stesa madre Fresenda. Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, detto ‘braccio di Ferro’, nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Interessante è la notizia riportata da Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione Mercuriense” etc…”, a p. 115 parlando di Grisolia scriveva che: “E’ lecito presupporre che il ………………, per sfuggire le incursioni normanne, sappiamo che Ruggero d’Altavilla usò come base operativa il castello di Scalea per la conquista dei casali della costa, abbia abbandonato la grancia di S. Nicola e S. Angelo (11), in posizione vulnerabile, e si sia rifugiato alla “Cupa”, ecc…”. Il Campagna, a p. 115, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Successivamente la grancia dipese dal monastero basiliano di S. Giovanni a piro, in P.M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Sempre il Campagna, a p. 130 riferendosi alle istituzioni monastiche sorte nell’area del “Mercurion” e sulla costa calabra, riferendosi a Majerà scriveva che: “La gente vi trovò protezione e sicurezza, soprattutto dopo la battaglia di Civitate (giugno 1053), e dopo lo scisma della Chiesa d’Oriente (16 luglio 1054), avvenimenti che diedero la sostituzione violenta del potere bizantino col normanno, mentre il rito latino veniva imposto alle abbazie ortodosse. Le più riottose, sottoposte ad azioni belliche del Guiscardo, da S. Marco, e di Ruggero, da Scalea, scomparvero.”. Orazio Campagna, a p. 169 scriveva pure che: “ora territorio di Diamante, ove i Basiliani, nonostante reiterate incursioni saracene, sarebbero rimasti fino al 1059, quando, dopo il concilio di Melfi, fu impresa vana resistere alle razzie del Guiscardo da S. Marco Argentano, alla sanguinosa guerriglia di Ruggero I da Scalea (210).”. Il Campagna, a p. 169, nella nota (210) postillava che: “(210) J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Ed. Mursia, 1974, pag. 92 e sgg. Scalea pag. 135 e sgg.”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “……gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Ecc…”. Dunque, il Colombaro scriveva che ad un certo punto la situazione economica in Calabria era diventata insostenibile che la povera popolazione si ribellò a Ruggero I d’Altavilla.  Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando i due primi fratelli di Altavilla signoreggiavano e distendevano da Melfi i dominii per le terre di Apulia e Basilicata, Roberto e Ruggiero ultimi venuti erano a far bottino per le Calabrie, sequestrando uomini ed armenti, rubacchiando mercanti in viaggio, sorprendendo terre e castella. Roberto signoreggiava o taglieggiava per la Calabria che diremo cosentina; Ruggiero su quel di Reggio. Gara di ambizione o divisione non ecqua di bottino metteva mal animo tra i due fratelli, che erano in lotte frequenti. Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, se l’ambizione del conte Ruggero non eguaglia la cupidigia smisurata di Roberto il Guiscardo, che spesso suol essere “in omnibus praesumptuosissimus et magnarum rerum audacissimus attentator”, talvolta essa lo costringe – e specialmente nei tempi della grama giovinezza – ad azioni, che gli fanno poco onore. Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, agli inizi del 1058, incollerito, Ruggero abbandonò il fratello Roberto. Uno dei vantaggi che gli derivava dall’essere giunto così in ritardo in Italia era che si trovavano ora saldamente stabiliti molti suoi fratelli, ed egli poteva rivolgersi ora all’uno ora all’altro; accettò pertanto l’invito di Guglielmo conte del Principato che, a soli quattro anni dal suo giungere in Italia, si era reso padrone di quasi tutto il territorio di Salerno a sud della città e che offriva a Ruggero di condividere con lui tutto ciò che possedeva in misura uguale “ad eccezione” come Malaterra ha cura di precisare “della moglie e dei figli”. Fu così che di li a poco Ruggero si trovò installato in un castello sul mare a Scalea, posizione strategica di prim’ordine della quale effettuare lucrose incursioni, specie per razziare cavalli e fare scorrerie nei territori appartenenti al Guiscardo. Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Norwich, a p. 134, nella nota (5) postillava che: “(5) Ruggero viene alle volte soprannominato Bosso; ma questo nome non viene usato di frequente, non è necessario né melodico, quindi può essere ignorato. Tende pure a confonderlo con il nipote: Ruggero Borsa, di cui faremo conoscenza più in là”.

Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 38 e ssg., in proposito scriveva che: “Ruggero porta a termine l’incarico ricevuto e rientra con un bottino abbondante, con il quale tutto l’esercito può trovare ristoro e recuperare le forze. Quando, però, chiede al fratello il denaro con cui pagare i soldati, costui, forse per gelosia per i suoi successi, gli oppone un rifiuto; allora ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo, che lo pone a capo della città di Scalea, da dove inizia a saccheggiare i possedimenti del Guiscardo. Nello stesso periodo continua, però, a comportarsi anche da predone: assalta dei ricchi mercanti amalfitani e con il bottino ricavato arma nuovi soldati e continua le incursioni contro le terre del fratello.”. Qui però il Credidio commette un grave errore scrivendo che Ruggero “ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo”. Guglielmo, conte del Principato, suo fratello perchè figlio di Fresenda non era in Puglia ma si trovava nei suoi possedimenti del Salernitano.

Nel 1057, Roberto il Guiscardo e la Molpa

Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘La Lucania- Discorsi’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, a p. 367, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Un poco più diffusamente di questa edificazione scrive ‘Mambrin Roseo’, nel lib. 7 della Storia del Regno; ma in nulla contraddice al Malaterra, ne diversamente avealo detto il Collenuccio sul principio de lib. 3.”. Dunque, in questa sua nota l’Antonini postillava di Mambrin Roseo, postillava del Malaterra e postillava del Collenuccio. Vediamo il primo: Mambrin Roseo. Da Wikipedia leggiamo che Mambrino Roseo (Fabriano, ca. 1500 – tra 1573 e 1580) è stato un notaio, letterato e traduttore italiano. Roseo fu notaio nella sua città e a Perugia e partecipò all’assedio di Firenze al servizio di Malatesta Baglioni. Riguardo il testo citato dall’Antonini, io credo che egli, nel 1745, si riferisca al testo “Del Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli aggiunto da Mambrino Roseo da Fabriano libro settimo”, che troviamo a p. 402 e ssg. nel testo di Pandolfo Collenuccio (….), nel suo “Raccolta de piu rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli etc…”, pubblicato a Napoli, stamperia Gravier, nel 1770, tomo 17°, pag. 402.  L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove riferendosi al Malaterra, in proposito scriveva che: Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 71, in proposito scriveva che: “Libro I, Cap. XXVI. Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto. Migliorata la sua posizione con questo denaro, ecc…”. Vito Lo Curto (….), a p. 71, nella nota (30) postillava che: “(30) Presumibilmente due soldati di fiducia di Ruggero”. Secondo l’Antonini, il Malaterra scriveva che: “At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit” che tradotto significa che:  “Ma mentre aspettava coloro che avevano inviato le spoglie a Scalea, un tale Bever, proveniente da Melfa, disse ai Melfi che i mercanti di Melfa passavano non lontano dal castello. Quando è stato smascherato, non era il meno serio.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: Questo periodo deve aver fruttato bene a Ruggero. Malaterra narra come una volta, con un sol colpo – era in agguato di un gruppo di mercanti che tornavano ad Amalfi – si assicurò un così ricco bottino sia in beni che in denaro di riscatto, che poté assoldare altri cento uomini per ingrossare le file del suo esercito.”.

Nel 1058, Guimondo de Mulsi, Guglielmo (I) d’Altavilla e la CONTEA DEL PRINCIPATO e l’usurpazione di beni della Chiesa Salernitana

Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Guimondo de Mulsi. Quest’ultimo era stato certamente milite di Guglielmo del Principato dal quale aveva ottenuto quel feudo nella Valle di S. Severino confinante con una contea liminare della Calabria, quella di Policastro residenza del prode Guido, fratello del principe Gisulfo. E appunto per una lite di confini, come vedremo, il conte di Policastro venne assassinato.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che:  “(17) Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa (Amato, II, 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, v. in Amato cit., p. 99.”. Su Guimondo de Mulsi, Ebner, nella nota (16) postillava che:  “(16)…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ecc…”. Michelangelo Schipa (….), nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ecc…(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino scriveva pure di Guimondo de Mulsi. Dunque, Guimondo de Mulsi, era usurpatore pentito dei beni della Chiesa Salernitana. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), ecc…”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29) Per le terre occupate, Schipa, Storia, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la relativa loro entità in rapporto alle altre. Delle terre di Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanis”, e I 445 anno 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 (donazione alla stessa chiesa di S. Maria di Salerno ecc…ecc…Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: S. Pietro de Toro, S. Vito al Sele, chiesa di S. Michele Arcangelo, “quae sita est in cripta Montis qui dicitur aureus”, Olevano, il Lago maggiore e le cose del Tusciano, di Lama, Rivo Alto, Asa, Picentino, Giffoni, Salsanico, Forino, Anguillaro e Prato. La vastità di queste usurpazioni lascia immaginare l’estensione delle terre di chiese e cenobi locali occupate da Guglielmo de Màgnia. Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa salernitana, di cui v. il diploma di Balducci cit., I, p. 10. Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”.

Nel 1058, Gisulfo II e Guido, con l’aiuto di Roberto il Guiscardo riconquistano  alcuni territori che Guglielmo (I) d’Altavilla aveva usurpato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118-119, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “Dal contrasto che nacque tra i due fratelli approfittò Gisulfo, che, versando grosse somme al Guiscardo, riuscì a farselo alleato, tirando dalla sua anche Riccardo d’Aversa, che allora portava il titolo di Principe di Capua (7). Il Principe di Salerno così, assicurato dell’appoggio dei due normanni, nel 1058 mosse contro Guglielmo di Principato, riuscendo, per merito delle nuove truppe e del personale intervento di Roberto il Guiscardo, ad avere successo sull’usurpatore, che fu costretto a restituirgli molte terre.”. Il Cantalupo, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) V. n. 1, p. 75”. Il Canttalupo, a p. 75, nella nota (1) postillava che: “(1) Il termine BRITIA venne così ad indicare, nell’ambito del gastaldato di Laino, tutti i territori costieri compresi fra Blanda ed i fiumi Alento e Palistro (v. p. 66 e, ivi, n. 4); i territori, invece, a nord del Palistro e ad est dell’Alento furono aggregati al gastaldato di Salerno (v. p. 98).”. Interessante ciò che scrive il Cantalupo su Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, che scrive che: “Si distinse in questa impresa, per particolare valore, Guido signore di Policastro, che battendosi come un leone potè riconquistare gran parte della regione Bricia, specie le aree costiere fino all’Alento (1) come ricorda nei suoi versi l’arcivescovo Alfano I “Sunt in Lucania portus regione Velini, etc… (2)”. Il Cantalupo, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Alfano I, ‘Ad Guidonem….., cit. L’ode probabilmente del 1074 (v. M. Schipa, ibidem, p. 299 etc…”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle terre conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. Ebner, a p. 85, nella nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastrivictor in aula”. Secondo Amato, VII, 12 Guido morì nel 1075.”. Da Wikipedia leggiamo che nel 1058 o 1059, Guglielmo (I) d’Altavilla sposò Maria, principessa longobarda, figlia di Guido (duca di Sorrento e fratello di Guaimario IV principe di Salerno); Guglielmo ereditò tutti i possedimenti di Guido nel Principato di Salerno e combatté contro il successore di Guaimario, Gisulfo II, le cui terre occupò fino a lasciare ben pochi possedimenti all’effettivo Principe di Salerno. Devo precisare però che alcune cose scritte in Wikipedia sono errate perche dopo l’assassinio di Guido, fratello di Gisulfo II, da parte di Guimondo dei Mulsi, suo fidato, Guglielmo (I) non riuscì ad ottenere la vasta contea di Policastro, che fu assegnata a Landolfo, fratello di Guido e di Gisulfo II. Guglielmo entrò quindi in conflitto anche contro il fratello Roberto, quando questi venne in aiuto di Gisulfo che gli aveva promesso in moglie sua sorella Sichelgaita di Salerno. Le relazioni tra i fratelli si appianarono poi in seguito. Ereditò inoltre la Capitanata da Malgerio, che morì tra il 1054 ed il 1060. Nel 1067 fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. Secondo alcune fonti morì nel 1080. Alla morte lasciò i possedimenti nel Principato di Salerno al suo figlio maggiore, di nome Roberto, mentre lasciò la Capitanata al fratellastro Goffredo (secondo Malaterra in segno di amore fraterno). Fu sepolto nella chiesa della Santissima Trinità di Venosa. Il terzogenito, Riccardo, partecipò alla prima crociata e fu, dal 1104 al 1108, reggente della contea di Edessa in terrasanta. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi a dopo la morte di Umfredo, in proposito scriveva che: Più apertamente Guglielmo del Principato e i suoi erano assistiti da Guido di Conza, il quale, indignato per l’assenso dato dal principe alle nozze di Sighelgaita senza il suo parere, cercò di controbilanciare l’evento dando in moglie una sua figliuola al conte del Principato. Il persistere da parte di quest’ultimo nel rifiuto d’obbedienza, riaccese gli scontri tra i due Altavilla. Certamente Guglielmo avrebbe perduto l’altro territorio se Gisulfo, ritenendolo più profiquo politicamente ed economicamente, non si fosse riappacificato con il conte del Principato (26) prima di cominciare a tergiversare sull’epoca delle nozze e sulla consegna della dote della sorella.”. Ebner, a p. 87, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Amato, IV 25: “Et Guillerme fu fait chevalier de Gisolfe; et lo prince Gisolfe lo fist son frere”.”. Piero Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1). Ecc..”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (1) postillava che: “(1) G. Paesano, Memorie per servire alla storia della chiesa salernitana, II, 18 (a. 1090). Guglielmo d’Altavilla che sposò la figlia di Guido di Conza, portò unicamente il titolo di conte di S. Nicandro (S. Nicandro di Bari) e, sebbene ricevesse in feudo dal fratello Umfredo la contea di Principato (‘Duos itaque fratres suos comites fecit: Malgerium Capitanatae, Willelmum vero Principatu; GAUFREDI MALATERRAE, op. cit., I, 16, p. 16), non ne portò il titolo comitale, come risulta da R. GUARNA (Chronicon, cit., ad an. 1075):…..Willelmus, comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu.”. Il Cantalupo, proseguendo nelle sue note ci parla degli anni seguenti che ora non si trattano. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 200, in proposito scriveva che: Ruggero inizialmente segui’ il Guiscardo nelle conquiste, fino a quando i loro rapporti non furono incrinati da interessi e gelosie. Per questo nel 1058 prestò la sua opera al fratello Guglielmo, il famigerato “Braccio di Ferro”, già padrone di vasti territori a sud di Salerno (14).”. Qui però il Campagna confonde Guglielmo detto braccio di Ferro con il Guglielmo conte del Principato fratello di Ruggero perchè figli della stessa madre Fresenda. Il Campagna, a p. 200, nella nota (14) postillava che: “(14) Guglielmo d’Altavilla, che aveva sposato la nipote di Guaimario di Salerno, la figlia di Guido, il duca di Sorrento, avrebbe dovuto dividere i territori occupati e da occupare in tante baronie, secondo il volere del potente signore salernitano.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: dal Tusciano all’oltre Sele, da Eboli al mare; senza enumerare quelli dipendenti direttamente dal castello di Sicignano, dove Guglielmo aveva posto la Curia.”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II.”.

Nel 1058, la terribile carestia che arrivò in Calabria

John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Julius Gay (…), nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. La notizia viene dal cronista Goffredo Malaterra. Infatti, Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 73 (Libro I), in proposito scriveva che: “Cap. XXVII. In Calabria scoppia una terribile carestia. Nell’anno 1058 una grandissima rovina, e più precisamente, come si deve credere, il flagello dell’ira di Dio scagliato dal cielo a punizione dei peccati, devastò tutto il territorio della Calabria nello spazio di tre mesi, e cioè marzo, aprile e maggio…..Da una parte infatti infieriva la spada dei Normanni, a cui pochi riuscivano a sfuggire; dall’altra la fame, esauritesi le forze degli individui, infuriava prostandone i corpi; e infine un terzo disastro, ecc…”. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Dunque, il Colombaro ci parla della grande carestia che colpì la Calabria Bizantina in quegli anni e del racconto stesso del Malaterra.

Tra il 1059 ed il 1061, Roberto il Guiscardo conquistò la Calabria bizantina

Da Wikipidia leggiamo che nei vent’anni successivi fu impegnato in una formidabile serie di conquiste e annessioni nel Sud Italia e in particolare in Calabria, per poi passare a guadagnarsi il dominio sulle terre siciliane, assieme al fratello Ruggero I. La prima campagna d’espansione di Roberto il Guiscardo era cominciata poco prima, nel giugno del 1059, in coincidenza con l’apertura dei lavori del Concilio di Melfi. Roberto si pose a capo di un esercito e marciò sulla Calabria, compiendo così il primo tentativo di sottomissione di quella provincia, ancora saldamente in mano bizantina, dai tempi della campagna di Guglielmo Braccio di Ferro e Guaimario IV di Salerno. Recatosi a Melfi per ricevere l’investitura ducale del Mezzogiorno, fece rapidamente ritorno in Calabria, dove le sue armate tenevano sotto assedio Cariati. Al suo arrivo la città si arrese e prima dell’inverno anche Rossano e Gerace caddero nelle sue mani. Quando ormai ai Bizantini non restava che la sola Reggio, Roberto tornò in Puglia, dove cercò di rimuovere le guarnigioni greche dai castelli di Taranto e Brindisi (1060). Roberto il Guiscardo e Ruggero I di Sicilia. Tornato di nuovo in Calabria, si riunì al fratello Ruggero e si lanciò alla conquista di Reggio, caduta dopo un lungo e difficoltoso assedio al quale seguì la presa di Scilla, una cittadella fortificata in cui avevano trovato rifugio le guarnigioni reggine. A questo punto la strada verso la Sicilia era ormai spianata. Il primo attacco all’isola fu sferrato a Messina, contro la quale il Guiscardo inviò inizialmente un piccolo contingente, subito respinto dalle difese saracene. Non disponendo ancora di un esercito d’invasione adatto all’impresa, Roberto decise di prepararsi al rientro in Puglia, messa sotto attacco da un nuovo contingente bizantino inviato dall’imperatore Costantino X. Nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio e Roberto in persona fu richiamato in patria. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. L’invasione della Sicilia ebbe inizio nel 1061 con la presa di Messina, espugnata con relativa facilità dalle forze congiunte di Roberto e Ruggero. Gli uomini del Guiscardo si appostarono nottetempo nei pressi delle guarnigioni e sorpresero le guardie saracene allo spuntare del mattino: quando le sue truppe raggiunsero la città, la trovarono già abbandonata. Roberto pose lì il suo quartier generale e provvide ad innalzare nuove fortificazioni, mentre stringeva un’inedita alleanza con l’emiro musulmano di Siracusa Ibn al-Thumna, rivale dell’emiro di Castrogiovanni, Ibn al-Hawwās. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione mercuriense” etc….”, a p. 91, in proposito scriveva che: “Nel 1060 l’intera Calabria non era più sotto il dominio bizantino. Con l’avvenuta occupazione di Ruggero e di Roberto il Guiscardo, continuò, lenta, ma inesorabile, anche la latinizzazione di gran parte dei monasteri basiliani.”.

Nel 1059, il Ducato di Puglia e di Calabria di Roberto il Guiscardo

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III riferendosi a Roberto il Guiscardo dopo la morte del fratellastro Umfredo, duca di Puglia, nel 1057, in proposito scriveva che: …..si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Ecc…”. Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi.

Nel 1059-60, Roberto il Giuscardo distrusse POLICASTRO e portò i prigionieri a ripopolare i paesi della Calabria

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia tratta dal Laudisio che alcuni paesi, sono sorti all’epoca del primo Roberto il Guiscardo che, nel 1059-60 ordinò che le famiglie scampate alla sua furia distruttrice di alcuni centri della Calabria inferiore. Da Wikipidia leggiamo che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1056, compì una spedizione contro il longobardo Gisulfo II di Salerno, poi conquistò Cosenza e una parte della Calabria. Raggiunse, quindi, a Melfi il fratellastro Umfredo, che era in fin di vita. Nella nostra bibliografia antiquaria però è riferita la notizia di una distruzione di Policastro da parte del Guiscardo intorno all’anno 1065 e non del 1056. ll cap. XXXVIII del libro II del cronista Goffredo Malaterra (….), ci parla dell’assedio di Rogerto il Guiscardo che, nell’anno 1065 assediò Policastro e subito dopo la località detta Aiello. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a pp. 157-158 (Libro II), in proposito scriveva che: “Cap. XXXVIII. Roberto il Guiscardo assedia Aiello. Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, e di fissare gli accampamenti lì vicino sul “monte delle tarantole”, Roberto assieme a Ruggero aveva espugnato e costretto sotto il suo dominio il castello di Rogel (69) nel territorio di Cosenza. Nello stesso anno, sempre in quella zona, il Guiscardo decise di attaccare un castello nella località detta Aiello e per quattro mesi vi pose l’assedio. Gli abitanti peraltro, ecc……Ruggero figlio di SCOLCANDO, trafitto da un dardo, venne sbalzato da Cavallo; anche GILBERTO suo nipote, nel tentativo di aiutarlo ….e così entrambi furono uccisi. Egli dispose quindi che i loro corpi venissero seppelliti a Sant’Eufemia (70), dove da poco era stata eretta un’abbazia in onore di Maria santa madre di Dio.: alla stessa chiesa fece anche pervenire, a suffragio delle loro anime, i cavalli ecc…Il Guiscardo….ricevette inoltre il castello, da loro sgombrato, e ne dispose a suo piacimento.”. Il Lo Curto (….), a p. 159, nella nota (69) postillava che: “(69) Forse l’attuale Rogliano, in provincia di Cosenza”. Il Lo Curto, a p. 159, nella nota (70) postillava che: “(70) L’odierna Sant’Eufemia d’Aspromonte”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Al fenomeno migratorio di molte famiglie del golfo scampate alla furia del Guiscardo fa riferimento anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner, dunque, ci parla di un fenomeno migratorio al contrario, ovvero ci parla di monaci provenienti dalle cittadelle monastiche della Calabria bizantina e sotto l’egida del Guiscardo che si recarono alle falde del “Mercurion”. La prima notizia della distruzione di Policastro da parte del Guiscardo e del trasporto dei suoi abitanti a Nicotera, in Calabria, ci viene dal barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, che, a p. 416, parlando di Policastro scriveva che: “Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi Cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel lib. 2: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (I) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a pp. 416-417 riportava il passo di Goffredo Malaterra (….). Antonini scriveva che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro nel 1065 e trasportò i suoi abitanti a “Nicotrum”. Antonini trae la notizia dal libro 2° di Goffredo Malaterra (….), che scriveva che: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (I) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a p. 416, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: ……”.Dunque, l’Antonini, riguardo la notizia del saccheggio di Policastro nel 915 dei Saraceni di Agropoli e di Camerota traeva la notizia dal manoscritto del marchese di San Giovanni (….), di cui ho già parlato in precedenza. Antonini aggiunge la notizia che le famiglie scampate alla distruzione di Policastro, dice nell’anno 1065, fosse tratta da un passo del Malaterra. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Policastro, a p. 332, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. vol. VII, pp. 226-227 parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ‘Roberto il Normanno’ la distrusse nel 1065. Scrive ‘Goffredo Malaterra (5): Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitari fecit Ruggieri la riedificò poi, ma non saprei se egli ancora l’avesse tutta murata con un forte castello dalla parte superiore.”. Dunque, anche Lorenzo Giustiniani ricorda il passo del Malaterra e scrive che i cittadini di Policastro, nell’anno 1065 (mette anno 1065 perchè l’Ughelli aveva parlato della sua distruzione in quell’anno), furono trasportati a nicotera in Calabria. Dunque, l’Antonini riportava il passo del libro II della chronicon di Goffredo Malaterra, che era gia stato citato dal Mannelli. Il Malaterra scriveva che: “Nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 1065 (I) distrusse Policastrum, vi condusse tutti gli abitanti presso Nicotrum, che fondò nello stesso anno, e li fece ricoverare.”. Dunque la notizia della distruzione di Policastro nell’anno 1065 e della traduzione a Nicotera degli abitanti superstiti di Policastro, fatti prigionieri dal Guicardo è tratta da un passo della cronaca del Malaterra. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, proveniva dal cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (….).  Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (19) postillava che: “(19) I. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin depuis l’evenement de Basile I iusq’à la prise de Bari, par le Normands (867-1071), Firenze, 1917, p. 491..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nel suo vol. II, a p. 332 parlando di Policastro e riferendosi e citando il “manoscritto del marchese di S. Giovanni” (….), in proposito scriveva che: “…,ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera) scrive il Gay (19).. Ebner, nella sua nota (19) postillando fornisce due notizie. La prima è tratta dal manoscritto del marchese di San Giovanni (…), forse il marchese di Calatrava Marcello Bonito, che riguarda la distruzione di Policastro nell’anno 915. L’altra notizia è quella che ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060″ , notizia tratta da Julius Gay (….), nel suo “L’ Italia meridionale e l’impero bizantino. Dall’avvento di Basilio I alla resa di Bari ai Normanni (867-1071)”, sosteneva che Roberto il Guiscardo, attaccando e distruggendo Policastro nel 1059-1060 trasportò gli abitanti a Nicotera”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (19) postillava che: “(19) I. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin depuis l’evenement de Basile I iusq’à la prise de Bari, par le Normands (867-1071), Firenze, 1917, p. 491..”. Si tratta dello storico francese Guilio Gay, che nel suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, Paris, 1904, scriveva a p. 491:

Gay, p. 524

(Fig…) Gay J., edizione francese, Paris, 1904, p. 524

Il Gay, a p. 524, in proposito scriveva che: “La ville de Policastro – sur la còte de Lucanie – est detruite, et les habitants sont transportés à Nicotera. Des prisonniers siciliens viennent former la garnison de la fortesse de Scribla, l’une des premières que les Normands aient fondées dans la vallée du Crati (3).”, che tradotto significa che: “Il paese di Policastro – sulla costa lucana – viene distrutto e gli abitanti vengono trasportati a Nicotera. I prigionieri siciliani vengono a formare il presidio della fortezza di Scribla, una delle prime che i Normanni fondarono nella valle del Crati (3).”. Il Gay, a p. 524, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gaufred. Malaterr., II, 36, 37.”. Giulio o Jules Gay (…), nel 1917, nel cap. V, a p. 386 ‘L’Italia meridionale e l’Impero Bizantino’, presentazione a cura di Antonio Ventura, sulla scorta del cronista del tempo Goffredo Malaterra (…), parlando della conquista della Calabria da parte dei due fratelli normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo, leggiamo che: “Per affermare il suo dominio, il duca di Calabria costituisce qua e là delle colonie militari; usando gli stessi procedimenti dei generali bizantini nelle loro campagne in Asia, trasferisce da un punto all’altro centinaia di prigionieri, e qualche volta la popolazione intera di una città ridotta in cenere. La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera. Dei prigionieri siciliani vengono a formare la guarnigione di Scribla, una delle prime che i Normanni abbiano fondato nella Valle del Crati (16).”. Julius Gay (…), nella sua nota (16), postillava che la notizia era tratta da: “(3) Goffredo Malaterra, II, 36, 37.”. Dunque, il Gay, per questa notizia su Policastro, la sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo e la notizia che gli abitanti vennero trasportati a Nicotera in Calabria, fa riferimento alla cronaca medioevale di Goffredo Malaterra. Come vedremo innanzi, anche il monaco agostiniano Luca Mannelli trae le sue notizie su Policastro dalla cronaca di Goffredo Malaterra (….). Lo cita Pietro Ebner, nella sua nota (9), vol. II a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Infatti, il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, scriveva che: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.” che tradotto significa: “Nell’anno dell’Incarnazione di Nostro Signore 1065, distrusse Policastro e fece alloggiare tutti gli abitanti a Nicotera, che fondò nello stesso anno prima del….”. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, nel suo Libro II, parla e ci racconta di Policastro , Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un castello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Il monaco benedettino, Goffredo Malaterra, nel XI secolo, scrisse il suo regesto ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’ e, secondo la traduzione curata da Vito Lo Curto (…), nel suo capitolo dedicato a “Roberto il Guiscardo assedia Aiello”, scriveva: Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit”, che tradotto significa: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e quì li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, ecc…”. Il Lo Curto (…), a p. 157, nella sua traduzione del Malaterra (…), scriveva in proposito che: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere.”. Dunque, il Malaterra (…), parlava di una distruzione di Policasto nell’anno ‘MLXV’ (a. 1065), come pure l’Ughelli (…), mentre il Gay (…), riferisce ad una prima distruzione di Policastro, nell’anno 1059-60 (almeno così scriveva l’Ebner): La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera.” La notizia di una prima devastazione di Policastro ci viene anche da Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel 1700, nel suo “Trattato historico-legale etc….”, che però ci parla dell’anno 1065, e non dell’anno 1055. Infatti, il Di Luccia (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Hebbe questa Città diverse sciagure, mentre dell’anno 1065. fù distrutta da Roberto il Giuscardo acciò li suoi habitatori fossero andati ad habitare nella Terra di Nicotro fondata da esso nel medesimo anno, ecc…”.

Di Luccia, p. 8

Dunque, anche Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel 1700, riportava la notizia della distruzione di Policastro da parte del Guiscardo e, sebbene volesse che ciò fosse accaduto nell’anno 1065, egli scriveva anche l’altra notizia che “acciò li suoi habitatori fossero andati ad habitare nella Terra di Nicotro fondata da esso nel medesimo anno”. Il Di Luccia voleva che gli abitanti di Policastro, dopo la distruzione di Policastro da parte del Guiscardo andarono a ripopolare il centro calabrese fondato dal Guiscardo. Il Di Luccia lo chiama “Nicotro”. Dunque, il Di Luccia confermava il fenomeno del movimento migratorio che dai piccoli centri della Lucania molte famiglie venivano tradotte con la forza nei piccoli paesi della Calabria, come quello di Nicotera che, secondo il Di Luccia era stato fondato dallo stesso Roberto il Guiscardo. Proprio l’esatto contrario del racconto che fece il Laudisio (…) e, prima di lui il Barrio (…). Il racconto del Malaterra (…), è affidabile in quanto egli fu diretto testimone di alcuni fatti narrati. La notizia, verrà poi citata dal Di Luccia (…), forse sulla scorta della ‘Sicilia Sacra’ del Pirro (…) affermava che ” Policastro, nell’anno 1065, fu distrutta da Roberto il Guiscardo acciò li suoi abitanti fossero andati ad abitare nella Terra di Nicotro, fondata da esso nel medesimo anno e riedificata poi in tempo di Re Ruggero ecc…”. Forse si trattava del paese di Nicastro in Calabria che, il Malaterra chiama ‘Nicotrum’, e che il Roberto il Guiscardo, nel 1065 aveva punito i suoi abitanti, ma la notizia riportata dal Laudisio (…) è esattamente opposta a quella del coevo monaco benedettino Malaterra. L’episodio della distruzione di Policastro (a. 1065), ci è narrato dal Malaterra (…), nel suo libro II, e poi ripreso più tardi dall’Ughelli (…) e citato nel manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (…), ovvero la sua “Lucania sconosciuta”. Per il Manoscritto del Mannelli, si veda pure: Rocco Gaetani (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (…), nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. Rocco Gaetani (…), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, sulla scorta del Mannelli (…), riguardo la notizia della distruzione di Policastro da parte dei Normanni (tratta dal Malaterra (…) “Libro II, cap. 37″), la confuta e dice che non doveva riferirsi a Policastro il Malaterra quando riportava la notizia che il Guiscardo faceva ripopolare ‘Nicotrum’Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, a pp. 23-24 riportando il testo del Mannelli, in proposito scriveva che: “Scrive Goffredo malaterra, celebre scrittore de’ prime imprese de’ Normanni in questi paesi, che Ruberto Guiscardo nel 1065, dishabitasse Policastro, trasportandone i cittadini a popolare Nicotera, da lui edificata. Anno Dom. Incarnat. MLXV. Policastrum castrum dustruens incolas omnes Nicoteram, quod ipso anno fundavit, adducens, ibi hospitari fecit (1)“. Il Gaetani, a p. 24, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Malat. Libro 2, n. 37.”

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(Fig….) Luca Mannelli o Mandelli (….), la ‘Lucania sconosciuta’, ms.,

Il Mannelli però confutava la tesi secondo cui il “Policastro” ed il “Nicotera” del Malaterra si potesse riferire al nostro Policastro oggi Bussentino. Addirittura il Mannelli e pure il Gaetani, confuta la tesi della distruzione di Policastro nell’anno 1065 da parte del Guiscardo. Il Malaterra, nel suo manoscritto, ci parla di un ‘Policastri’. Il Gaetani, sempre riportando il testo del Mannelli, a p. 24 aggiungeva che: “Ma questo non parmi si possa intendere del nostro Policastro, ma d’un altro di simil nome, il quale hoggigiorno così vien detto nella Provincia di Calabria inferiore, dove ancora Nicotera è situata.”.

gaetani, p. 24

(Fig….) Gaetani Rocco, op. cit., pp. 24

Infatti, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento” parlando di Agropoli e del Cilento, la “bricia” longobarda in quel periodo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo, citava Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, p. 277. Dunque, il Cantalupo cita Carlo Carucci (….) e postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1) ecc…”. Dunque, Carlo Carucci riportava la notizia della distruzione di Policastro ma non scriveva nulla sulla traduzione dei suoi abitanti. Il Cantalupo scriveva pure che la notizia della distruzione di Policastro, data dal Carucci era errata perchè, scrive il Cantalupo, La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo, citando la notizia dell’Antonini e del Malaterra, si riferisce a ciò che avevano scritto i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”. Infatti, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 511-512-513, in proposito ai Normanni scrivevano che: Secondo il Mannelli, nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse – è la terza notizia in merito – Policastro e portò i suoi abitanti superstiti ad popolare Nicotera: la notizia però non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel Comune di S. Donato di Ninea in Prov. di Catanzaro.”. I due studiosi, però si riferivano all’anno 1065 e non all’anno 1059 come scriveva Ebner. Inoltre, i due studiosi ricordavano il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), scrivendo che la notizia secondo cui gli abitanti di Policastro furono portati prigionieri a Nicotera, paese della Calabria, era stata tratta dal manoscritto di Luca Mannelli. Infatti, i due studiosi, a p. 512, nella loro nota (69) postillavano che: “(69) L. Mannelli, Lucania sconosciuta, ms. cit.”. Dunque, i due studiosi Natella e Peduto ed il Cantalupo, in seguito, opinavano sulla notizia tratta dal Malaterra e riferita in seguito dall’Antonini e sul passo del Malaterra riportato pure dal monaco Agostiniano Luca Mannelli. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a p. 123, parlando di Policastro e, del terribile Roberto il Guiscardo, scriveva che: “…assalì le città marittime e, nell’anno 1055, per vendicarsi del cognato Gisulfo II, ultimo dei Principi Longobardi di Salerno, che aveva donato al fratello Guido, Policastro ed altri castelli della valle dei Sanseverino, devastò e rase al suolo il fiorente centro bussentino (57). Fu in questa triste circostanza che i policastrensi superstiti, sbandati e senza tetto, lasciarono il suolo natio e si rifugiarono, lontano dal mare, sulle alture circonvicine, dove costruirono le loro case e si stabilirino la definitiva dimora.”. Il Guzzo (…), a p. 123, nella sua nota (57), postillava che: “(57) F. Palazzo, op. cit., p. 150.”. Probabilmente Angelo Guzzo si sbagliava quando scriveva che fu nel 1055, e non nel 1065 che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro. Infatti, Angelo Guzzo citava Ferdinando Palazzo che si rifaceva al testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….). Ferdinando Palazzo (…), però, a p…, sulla scorta del ‘Trattato historico-legale’ di Pietro Marcellino Di Luccia (…), scriveva che: “…,seguì nell’anno 1065 la funesta devastazione di Policastro di Roberto il Guiscardo, il quale, con la ferocia di Attila, distrusse ‘ab imis’ la ridente Metropoli, lasciando senza tetto e senza pane i suoi infelici abitanti i quali furono costretti in gran parte a cercare rifugio sui monti circostanti (10).”. Il Palazzo (…), a p. 37 (v. nuova edizione), nella sua nota (10), postillava che: “(10) Di Luccia, op. cit., pag. 8.”. Dunque, il Palazzo (…), e poi pure il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), scrivevano che il Guiscardo aveva assalito e distrutto Policastro non nell’anno 1055, bensì nell’anno 1065. Il Laudisio (…), parlando delle invasioni longobarde, scriveva: “Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; oppure fu chiamata Polycastrum per l’imponente castello che la sovrasta, così che Paleocastrum, cioè antico castello, usando un termine che ha una certa analogia col termine Neocastrum (Nicastro), che significa nuovo castello.(…, p. 69). Forse esiste un’analogia con i due toponimi di ‘Paleocastrum’ e di ‘Nicastro’ o il ‘Nicotrum’ di cui parlava il Malaterra (…).

Il “Castellaro” a Capitello

Attaccato nel 1065 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo di Policastro fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello (…). Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – discorsi’, parlando di Policastro e delle sue mura merlate, scriveva in proposito che: “Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando.”. Il Guzzo (….), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, a pp. 143-144, parlando di Capitello, accenna a questo edificio che si può intravvedere percorrendo la statale che porta a Policastro. Il Guzzo, scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto “Castellaro”, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo, a p. 144, nella sua nota (2), postillava che: “P. Natella – P. Peduto, ‘Pixous-Policastro’, ecc.., op. cit., p. 483 e sgg.”. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 483, ma ne parlano a p. 486, dove, parlando della posizione di Policastro, in proposito scrivono che: “In essa, presa dall’alto del castellaro di Capitello, paese poco distante (11) ci si avvede della situazione topografica del paese ecc…”. I due studiosi nella loro nota (11) postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371). Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana! Il termine ‘castellaro’, raro in Italia meridionale, è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. I due studiosi (…) che, nel 1973 pubblicarono l’interessante saggio su Policastro, influenzarono il saggio di Tancredi (…), ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che fu dato alle stampe nel 1978, pochi anni dopo e che in copertina pubblicava la stessa identica foto del Golfo di Policastro, pubblicata dai due studiosi nel 1973, a p. 485. Il sacerdote, a quel tempo era bibliotecario della Diocesi e fu uno dei principali collaboratori dei due studiosi Natella e Peduto (…). I due studiosi, a p. 486, parlando del Castellaro di Capitello, scrivono che esso è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Secondo i due studiosi, la carta è del 1600. L’immagine che mostriamo è uno stralcio della carta corografica in questione e, riguarda la carta citata dai due studiosi. Non è una carta topografica come vogliono i due studiosi e non è una carta del 1600. Nella carta inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, tra i centri di Policastro e Capitello, troviamo segnato un toponimo “Castellaro”, con l’immagine di un piccolo casale o guppetto di edifici. Questa carta, a cui ho dedicato ivi un mio saggio, è molto più antica del 1600. I caratteri utilizzati per la scrittura “gotica minuscola” ed il tipo di impaginazione della stessa, fanno ritenere che la carta in questione fosse molto più antica. Io credo che si tratti di una carta del 1400.

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(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…).

I due studiosi (…), parlando del castellaro di Capitello, scrivevano che: Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana!”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, a p. 416, parlando delle mura di Policastro, in proposito scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina; e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso il mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietra di taglio nel MCCCXCII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, siccome dall’Iscrizione che stà sulla porta di essa.”.

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(Fig…) Castello di Policastro – antico portale

“Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV., allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel libro 2: ‘Anno vero dominicae Incarnationis MLXV, ‘Policastrum’, ecc..ecc..”I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixus-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, citando il Mannelli (…), ed il Malaterra (…), volevano che le mura di Policastro (non del ‘Castellaro’), fossero state rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo che, fece in modo che dopo la morte di Roberto, il suo dominio andasse al figlio Ruggero Borsa (Guzzo lo chiama Ruggero d’Apulia). Sia il Mannelli, che il Volpe (…), ritenevano la stessa notizia degna di ogni fondamento in quanto l’Ughelli (…), nel 1659, nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758, che: Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”. Dunque, sulla scorta di Goffredo Malaterra (…), l’Ughelli prima e poi tutti gli altri, hanno giustamente scritto che, dopo la distruzione di Policastro nel 1065, da parte di Roberto il Guiscardo, in collera con il cognato Gisulfo II, le sue mura, fossero state ristorate e rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, dopo la morte del Guiscardo, ovvero solo dopo il 1085. Le mura e le possenti fortificazioni di Policastro, importante testa di ponte e di difesa per il Regno per gli eserciti che venivano dalle Calabrie, come del resto gli stessi castelli della Valle di S. Severino e della rocca ‘Cilento’, erano sorte e furono state costruite già da molto tempo. Noi crediamo che le mura di Policastro, fossero state poderose e possenti già dal dominio dei Principi Longobardi che, dovevano contrastare i continui attacchi dei nemici Bizantini. Così pure lo stesso “Castellaro”, doveva essere una costruzione preesistente al tempo del Guiscardo. Del resto, come abbiamo visto, il cronista dell’epoca Amato di Montecassino e gl istessi versi del poeta Alfano I, Arcivescovo di Salerno, dimostrano che Gisulfo II, creando la Contea di Policastro, nel 1055, aveva donato al fratello Guido, i castelli della Valle di S. Severino. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando delle fortificazioni di Policastro, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); forse era in cattivo stato e, per di più, non ispirava la fiducia del Guiscardo, attaccato com’era alla città, della quale doveva subire le sorti in caso di assedio. Perciò fu costruito, su una collina vicina, presso Capitello d’Ispani, un poderoso castello che dominava dall’alto tutta la contrada ed aveva fortificazioni che spingevano a 300 metri dall’ingresso. Le rovine erano imponenti e facilmente accessibili, hanno il nome di “Castellaro” (60).”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit.,  p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, pubblicato nel 1997, a pp. 143-144, in proposito scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto ‘Castellaro’, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo (…), a p. 144, nella sua nota (2), postillava: “(2) Natella-Peduto, op. cit, p. 483 e sgg.”. Ma come abbiamo già visto, i due studiosi scrivevano che: “E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII.”, e non dicevano affatto ciò che sostiene il Guzzo (…), ovvero che questo castello diruto fosse fatto costruire nell’anno 1060 da Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero Borsa (d’Apulia), figlio del Guiscardo.

Castello di Policastro, resti di una chiesa

(Fig…) Castello di Policastro- resti della Cappella comitale della chiesa del Castello

Nel 24 marzo 1058, la bolla di papa Stefano IX (Stefano X) e, le restaurate diocesi di Buxentum, Blanda, Marsico, Talao e Cassano Ionico

Nel 1831, mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), ristampato a cura di Gian Galeazzo Visconti, a pp. 70-71-72 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: Poi nel 1057 il pontefice Stefano X diede allo stesso Alfano, arcivescovo metropolitano, la facoltà di nominare, scegliere e consacrare dieci vescovi suffraganei, e fra questi il vescovo di Policastro (31). Ecc…”. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Lud. Ant. Mur., tomo I, Ant. Ital., diss. 5, col. 219 et seq.”. Dunque, il Laudisio (….), nella sua ‘Sinopsis’ citava Antonio Ludovico Muratori (…) e la sua “Antiquitates Italicae medii aevi”, tomo I, dissertazione 5, colonna 219 e seguenti. Infatti, il Muratori,

Murtori, Antiqu. , p. 219, tomo I

Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a pp. 5-6 riferendosi alla restaurata Diocesi di Bussento o Policastro Bussentino, in proposito scriveva che: “In quanto diocesi, essa compare per la prima volta nella bolla emanata il 24 marzo 1058 da papa Stefano IX (2), che la annoverò ta le suffraganee della metropolia di Salerno (3), mentre non figura affatto nell’analogo elenco che papa Leone IX aveva inserito nella bolla del 1051 (4). Pertanto la sua costituzione potrebbe risalire al periodo intermedio tra queste due date (5), benchè non manchi chi la ritiene già esistente in epoca anteriore (6) e chi, pur considerando suo atto fondativo la bolla papale del 1058, è del parere che la sua effettiva istituzione fosse avvenuta nel 1079. Ecc…”. Biagio Moliterni (…), a p. 5 in proposito a papa Stefano IX postillava che: “(2) Questo pontefice, eletto nel 1057 e morto nel 1058, è a volte indicato come Stefano X. La discordanza è dovuta al fatto che ad un suo predecessore, Stefano II, eletto papa nel 752 e morto prima di essere incoronato, non fu riconosciuto il titolo. Tuttavia alcuni studiosi lo considerano papa a tutti gli effetti, determinando così l’aumento della numerazione dei pontefici successivi che scelsero di chiamarsi con il suo stesso nome.”. Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (3) postillava che: “(3) P. Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, Roma, 1982, vol. II, p. 332, nota 20, riporta uno stralcio della bolla del 1058, emanata appena nove giorni dopo la nomina di Alfano I a metropolita di Salerno, al quale il pontefice rivolse queste parole: “…..”. Infatti, Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333, parlando di Policastro Bussentino, in proposito alla ricostruita Diocesi Bussentina scriveva che: “Il 22 ottobre del 1067 (20) l’arcivescovo Alfano di Salerno, con i poteri conferitigli (bolla 24 marzo 1058) da papa Stefano IX (ma X), ricostituì la diocesi di Policastro ampliandone i confini. Ecc…”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (20) postillava che: “(20) La data è anticipata da quella riferita dal Laudisio cit., p. 14, per le mie ricerche, di cui vedi in ‘Pietro da Salerno’, cit., Nella sua bolla ad Alfano del 24 marzo 1058, il papa scrive: “Ad hoc licentiam et potestatem tuae fraternitati damus cum clero et populo etc…………………”. Ebner cita mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi della Diocesi di Polcastro”.

Nella bolla del 1058 trascritta da Pietro Ebner a p. 332 vol. II, le chiese sugfraganee della sede metropolita di Salerno sono: “Pestanensi civitate, et in civitate Consana et in civitate Acheruntina et Nolana, quoque et Cosentina, nec non in Bisianum et in Malvito, et in Policastro, et in Marsico, et in Martirano, et in Cassiano ecc..”. Dunque la bolla del 1058 citava le diocesi di Paestum, Marsico, Cassano Ionico, ecc.. Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (4) postillava che: “(4) ……

Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (5) postillava che: “(5) ………….

Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (6) postillava che: “(6) …………..

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, ecc….”. Il Cataldo, a p. 124 pubblicò la trascrizione della bolla di papa Stefano IX.

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(Fig…..) Lettera di Papa Stefano IX ad Alfano I, Arcivescovo di Salerno, tratta da un dattiloscritto inedito di Biagio Cataldo (…..), p. 124, donatoci dall’autore

Come si può vedere nel documento trascritto e tratto dal dattiloscritto del Cataldo (…), papa Stefano IX, la bolla, nel 1058 scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, tra cui quella di Policastro e di Cassano Ionico. Come si può leggere nel documento trascritto da Biagio Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, a p. 124 (vedi Fig….), con la ‘bolla’ di papa Stefano IX ad Alfano I arcivescovo di Salerno, nel 1058 lo autorizzava a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico. Con la bolla del 1058, papa Stefano IX, scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, autorizzandolo a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: ….fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica……..Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054………nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ebner, Pietro da Salerno, cit., p. 11 sgg.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (96) postillava che: “(96) Nei primi dell’inverno del 1067-1068 (non nel 1070- o 1079 come si crede) Benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nominò vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno ecc..”. Dunque, il Campagna, anche sulla scorta di Ebner scriveva che con la Restaurazione della Diocesi di Policastro di cui venne nominato vescovo Pietro Pappacarbone, anche Laeta figura nei toponimi elencati nella “Bolla di Alfano I”.

Nel 1061, Ruggero I d’Altavilla sposò Giuditta d’Evreux

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero fu inizialmente vassallo del fratello Roberto, duca di Puglia e di Calabria, come conte di Calabria, e stabilì la propria corte a Mileto, in Calabria. Proprio a Mileto, nel Natale del 1061, sposò la normanna Giuditta d’Evreux, figlia del conte Guglielmo d’Évreux e di Hadvise Géré. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 169-170 e ssg., in proposito scriveva che: “Qui trascorse il Natale; e qui gli giunse notizia che la fanciulla che aveva amato in Normandia, fin dalla prima giovinezza, si trovava ora in Calabria dove lo aspettava sperando, come aveva sperato sempre, di diventare sua moglia: la sua gioia fu grande. Giuditta di Evreux era figlia di uncugino germano di Guglielmo il Conquistatore. Quando i due giovani si erano conosciuti l’idea di un possibile matrimonio tra la fanciulla così altolocata e il più giovane e il più povero degli Altavilla, famiglia relativamente oscura, era impensabile; ma da allora molte cose erano cambiate. Una violenta lite era scoppiata tra il duca Guglielmo e Roberto di Grantmesnil, fratellastro e tutore di Giuditta e abate del grande monastero normanno di St. Evroul-sur-Ouche. In seguito a tale lite Roberto era fuggito insieme a Giuditta, al fratello e alla sorella di lei e ad undici monaci rimastigli fedeli; si diresse prima a Roma dove Roberto tentò di ottenere soddisfazione dal papa, proseguendo poi per raggiungere i suoi compatrioti nel Sud. Roberto il Guiscardo aveva fatto loro buona accoglienza. Bramoso di minare l’influenza dei monasteri greci in Calabria, incoraggiava l’insediamento di monaci latini ovunque possibile e aveva immediatamente fondato, dotandola riccamente, l’abbazia di Sant’Eufemia in Calabria, dove sarebbe stato possibile perpetuare le celebri tradizioni liturgiche e musicali di St. Evreul (6). Ma anche Ruggero aveva i suoi piani.”.

Nel 1062, GUGLIELMO D’ALTAVILLA, figlio di Fresenda e Tancredi, conte del Principato e la CONTEA DI PRINCIPATO confinante con la contea di Policastro

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “I Normanni continuarono a rosicchiare terre del Principato. Si può parlare addirittura di smembramento di questo nel 1062 (25) se, ad esempio, l’autorità del principe era riconosciuta, come indicano i documenti cavensi, solo da Tresino a Laurana, in un territorio che va da Capaccio ai confini meridionali. Assume, quindi, attendibilità la notizia del Mazziotti, p. 31, sulla cessione fatta dal conte del Principato a Giovanni di S. Paolo del castello di Agropoli, parte delle terre toccate al fratello di Gisulfo. Senza dire che in molte terre del Principato (Capaccio, Trentinara, ecc…) il riconoscimento era solo nominale perchè i cugini di Capaccio del principe mantenevano relazioni più che ottime con i locali signori normanni, come si rileva dalle dalle anzidette pergamene. Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Pietro Ebner, a p. 87, nella nota (25) postillava che: “(25) Per i territori del Cilento nel periodo dipendenti da Gisulfo, v. Schipa, Storia, p. 220, no. 14.”. Ebner si riferiva al testo di Michelangelo Schipa, Storia del Principato Longobardo di Salerno, tipografia Giannini, Napoli, 1887. Infatti, lo Schipa, a p. 220 presentava il documento n. 14. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380 parlando della situazione politica nell’anno 1066, ormai mutata, con la vicina “Contea del Principato” retta da Guglielmo d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e donatagli da Umfredo, l’imminente caduta del principe Gisulfo II, riferendosi al conte Guido di Policastro, in proposito scriveva che: L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Ecc..”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, pubblicato nel……per i tipi di Palladio, parlando dei “Normanni”, in proposito a p. 45 scriveva che: “Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato avendone sposato il normanno la sorella Sichelgaita, aveva destinato questa città al fratello Guido, uomo valoroso e compagno d’armi di Guiscardo.”. Il Gentile, a p……, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci C., cit. pag. 278 sub nota 1.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno e altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli etc…., perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la ‘contea di Principato’ (1), occupando poi i castelli longobardi di Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3) etc….”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX”. Dunque, riepilogando riguarda alle affermazioni del Gentile che, in parte, si rifaceva al Carucci. Credo che Gentile errasse quando vuole che: “Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20), etc…”. Queste nostre terre non furono mai del tutto soggette a Umfredo d’Hauteville, fratello del Guiscardo ma esse furono assegnate dal principe longobardo Gisulfo II al fratello Guido che controllava i castelli longobardi della valle del Mingardo e la contea di Policastro. E’ molto probabile che il piccolo borgo di Morigerati, come pure tante altri della zona, fossero stati soggetti alla mensa vescovile di Salerno che in parte era sotto la diretta dipendenza dell’ultimo principe longobardo Gisulfo II. La questione relativa ai confini della “Contea di Principato”, non riguarda l’entroterra del Golfo di Policastro, la Valle del Mingardo, e l’area che risale verso il Vallo di Diano, e ancora tutta l’area che va verso la Lucania interna, ma riguardava la zona di Agropoli e di Capaccio. Umfredo nella nostra zona non ha mai avuto una sua diretta influenza. Voleva farlo con Guidemondo de Mulsi che in effetti uccise Guido nel 1077.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui papa e Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano.”.

Nel 1062, Roberto il Guiscardo assediò Scalea ed il fratello Ruggero I d’Altavilla

Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni riferendosi a dopo la conquista della Calabria e riferendosi a Scalea, divenuta base operativa e sede di Ruggero I d’Altavilla scriveva che: Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, che mosse contro Scalea con un grosso esercito. Assediò il fratello e, per recargli maggiori danni, cominciò a devastare gli oliveti e le vigne vicine. Proprio questo particolare ci dà un’idea della floridezza di Scalea nel primo periodo normanno. In primo luogo era già un castello fortificato in grado di offrire valida resistenza addirittura al più grande genio militare dell’epoca, Roberto il Guiscardo. Doveva, quindi, essere dotato di mura, torri e porte che in così breve tempo non potevano aver costruito i Normanni, ecc….Dalle parole di Goffredo Malaterra, quindi, possiamo desumere che Scalea già da tempo godeva di una fiorente condizione economica….Ecc..”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Venutolo a sapere, il Guiscardo mosse l’esercito e si diresse all’assedio del castello di Scalea; devastò anche gli oliveti e vigneti, che si trovavano nei pressi della città. Guglielmo dal canto suo, …..per evitare di subire danni più gravi, e previo anche il parere dei suoi consiglieri, si allontanò da quel posto.”.

Nel 1062, Ruggero I d’Altavilla e Roberto il Guiscardo a DISKALIA (Scalea) e la firma del patto per la spartizione dei territori

Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, vol. I, a p. 142, nella nota (209) postillava che: “Ruggiero I (morto 1101) aveva già conquistato metà della Calabria quando ne ottenne il resto (a. 1052) da Roberto.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 75, in proposito scriveva che: “Cap. XXIX. Accordi di pace fra Roberto il Guiscardo e il fratello Ruggero. Venutone a conoscenza il Guiscardo, vedendo che stava per perdere la Calabria e che tutta la Puglia era percorsa da agitazioni, mandò emissari dal fratello Ruggero per farlo ritornare e stipulò la pace con lui concedendogli la metà di tutta la Calabria, a partire dalla cima dei monti di Nichifolo (31) e Squillace, sia per il territorio già acquisito che per quello che restava fino alla futura conquista di Reggio.”. Il Lo Curto, a p. 75, nella nota (31) postillava che: “(31) Non è possibile trovare una soddisfacente rispondenza geografica a questo nome”. Carmine Manco (…), nel suo “Scalea prima e dopo -Cenni storici”, a p. 24 scriveva che: “Nel contempo Ruggero e Roberto si riappacificarono e, nel castello di Scalea, firmarono il patto di spartizione della Calabria. In questo periodo la vita di Scalea era condizionata dagli umori e alle imprese di Ruggero e dei suoi successori”. Dunque, da Carmine Manco leggiamo che nel castello di Scalea, fatto ricostruire da Ruggero I d’Altavilla, si stipulò il nuovo patto dai due fratelli rivali ma uniti spesso nella conquista dei territori. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di Mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario ecc…”. Sul sito del FAI leggiamo che il castello di Scalea, noto anche come ruderi del castello normanno, è un rudere di un castello costruito su uno sperone roccioso sul paese di Scalea, risalente al XI o al XII secolo. Rimangono visibili solo i muri perimetrali e una torre. Venne costruito nell’XI secolo come fortezza militare dai Normanni sui resti di una rocca longobarda e restaurato successivamente dagli Svevi, dagli Angioini e poi dagli Aragonesi. Durante la dominazione normanna, al suo interno si incontrarono i fratelli Ruggero e Roberto d’Altavilla per dividersi i territori calabresi. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 170-171, in proposito scriveva che: “L’anno 1062 incominciò bene, ecc…Il duca di Puglia ricominciava a farne delle sue. Sin dal 1058 si era impegnato a dividere in parti uguali le sue conquiste in Calabria con il fratello; da allora in poi però, indispettito per l’influenza sempre maggiore che andava acquistando Ruggero e temendo per la sua stessa posizione, si era rifiutato di mantenere fede alle promesse. Ruggero, per tutto il tempo che era stato impegnato in Sicilia aveva accettato, pur di mala voglia, il denaro che Roberto gli aveva offerto in cambio dei territori che gli sarebbero dovuti spettare, ma ora che si era sposato la situazione era diversa.”. Sempre il Norwich continuando il suo racconto, a p. p. 174, in proposito scriveva che: “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero dopo l’indecoroso alterco tra i fratelli. Sembra che la spartizione sia stata fatta in base ad un accordo per cui ogni città e castello veniva diviso in due zone d’influenza separate, impedendo così alle popolazioni di parteggiare per l’uno o per l’altro, qualora fossero sorte controversie. Tale sistema lascia pensare che la mutua fiducia non poggiava su basi troppo solide; ecc….Una cosa è certa: l’accordo permise a Ruggero di donare a Giuditta il ‘Morgengab’ che le spettava, e e a quelli della sua famiglia i beni terieri che si confacevano alla dignità della loro nuova posizione.”. Dunque, come scriveva il Norwich, con questo accordo  “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “Intanto, una grande carestia affligge la Calabria: per le gravi difficoltà in cui versano, i calabresi cominciano a non pagare il tributo e a rifiutare il servizio militare mentre a Nicastro giungono a massacrare la guarnigione normanna. Il Guiscardo comprende che il diffondersi della rivolta rischia di vanificare quanto finora conquistato e si riappacifica con il fratello. La Calabria viene divisa in due zone di influenza e la linea di demarcazione è la via istmica che unisce i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace: a nord della stessa è riconosciuto il dominio del Guiscardo ed a sud quello di Ruggero, che pone la sua base operativa a Mileto.”.

Nel 1065, Roberto il Giuscardo distrusse Policastro e portò i prigionieri a ripopolare i paesi della Calabria

Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, prinicipe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto. Rileggendo il testo di Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 (v. Visconti, p. 16 (…)), leggiamo che: “Turba graecorum plurima advenit ea tempestate in dioecesim, expulsa a duce Guiscardo ex Calabria et Apulia (47), ad abbatiam S. Johannis ab Epyro et ad alteram S. Coni Camerotae se confugiens, opera Calogerorum ecc…”, che tradotto è secondo il Visconti: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), a differenza di quanto scrive il Cappelli (…), non parla di famiglie calabresi ma parla di “moltissimi monaci orientali”, cacciati da Roberto il Guiscardo. Il Visconti (…), nella versione del Laudisio (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, ovvero postillava che la notizia della cacciata di molti monaci italo-greci dalla Calabria e dalla Puglia da parte del normanno Roberto il Guiscardo, era stata tratta da: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”. Bartolomeo Platina (…), nel suo capitolo: ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, a p. 170 parla della vita di papa Stefano IX e, sciveva che:

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(Fig…) Bartolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1593, p. 170

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: In questo periodo di Enrico III posto il padre di Enrico era morto sostituito, e Alessio Niceforo Foca succedette a Imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo aveva conquistato i greci, una grande battaglia, e Calabria a tutti di guidare, lasciando solo il modo di Greci, ai sacerdoti, che sono venuti anche ai giorni nostri, la lingua della penna veloce a casa con il loro carattere.. Stefano IX o X secondo una diversa numerazione, nato Frederic Gozzelon de Lorraine (in tedesco Friedrich von Lothringen) o Federico Gozzelon dei duchi di Lorena ed è stato il 154º papa dal 3 agosto 1057 alla sua morte avvenuta nel 1058. Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo i sacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”. Nelle note del Visconti (…), vediamo che il Laudisio (…), traeva la notizia dal Platina (…), dove però si legge solo che Roberto il Guiscardo, aveva conquistato la Calabria ai greci (i bizantini) e che aveva lasciato di bizantino in Calabria solo i monaci ed i monasteri italo-greci che avrebbero preservato la lingua e le scritture greche. La notizia che alcuni paesi come Vibonati, fossero stati costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani” è del Cappelli (…), che ne parlava a p. 23 e a p. 323 del suo testo (…).  Oltre al Cappelli (…), la notizia delle famiglie calabresi, e non monaci come voleva il Laudisio (…), cacciate da Roberto il Guiscardo, è riferita nel 1848 (dopo il Laudisio), da Gaetano Porfirio (…) che, nella sua ‘Diocesi di Policastro’ (…), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del suo coevo Laudisio (…), parlando del periodo storico che precedette la nomina di Pietro Pappacarbone primo vescovo della restaurata sede Paleocastrense, affermava che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche..

Nel 1 agosto 1067, nel sino di Melfi, Guglielmo (I) d’Altavilla, Torgisio e Guimondo dei Mulsi furono scomunicati da papa Alessandro II

Da Wikipedia leggiamo che nel 1067, Guglielmo (I) d’Altavilla, conte del Principato fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. In Wikipedia Guimondo dei Mulsi viene detto “Guimondo de Moulins”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio,…….tantochè il primo agosto 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano I chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli, poi, a Salerno, e nella riunione plenaria dei Vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure del 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29)…..Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: ecc……Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”.

Nel 1067, la ricostruita Diocesi di Policastro da parte dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano I

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “…..Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Infatti, fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi.”.

Nel 1067, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, nel cap. III, a p. 88 parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò. Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”.

Nel 1075, lo sconfinamento di Guimondo dei Mulsi nella Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, a p. 88, in proposito scriveva che: Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Fu in questo periodo che il Guiscardo sposando la Principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, Guido di Policastro potè riconquistare la sua contea, recuperando gran parte della Bricia (Calabrie), anche se la cosa non risultò gradita a Roberto il Guiscardo che nel frattempo si era riappacificato con il fratello Guglielmo che otteneva gran parte dei territori del Cilento. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi. Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II. La definizione della spinosa vertenza fu affidata all’arbitraggio del principe di Capua, che non fece in tempo ad intervenire.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Per questioni di confini si accesero presto liti (10) tra Guido e Guimondo, finchè non si decise di affidare la definizione della vertenza all’arbitraggio del principe di Capua (Guido aveva rifiutato il fratello).”. Ebner (…), nella sua nota (10), a p. 541, postillava che: “(10) Più che probabile il disegno di Guimondo d’impadronirsi della contea di Policastro eliminando Guido che tanto si era opposto all’invasione normanna. “. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ed avevano fatto accordo di rimettere il giudizio delle loro contese all’arbitrato del Principe Capuano, che Guido, secondo Amato asserisce, aveva preferito a quello stesso di Gisulfo, proposto dal suo emulo…..(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”.

Nel 1075, l’assassinio di Guido, conte della vasta Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, a p. 88, in proposito scriveva che: Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Si pensa che il mandante dell’omicidio del conte Guido fosse Guimondo dei Mulsi, che governava come feudatario di Guglielmo, fratello del Guiscardo, tutti i territori della Valle del fiume Mingardo e, confinanti con la Contea di Guido. Il rivale, voleva impossessarsi del Castello di S. Severino. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: Il prode ed orgoglioso Guido, fu sorpreso con l’inganno nella orrida ‘Gola del Diavolo’, uno stretto passaggio tra le roccie e i dirupi del Mingardo, dagli sgherri di Guimondo e, nonostante l’indomito valore, fu ucciso nel feroce agguato. Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita).”.

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(Fig….) La ‘Gola del Diavolo’ del Fiume Mingardo nei pressi di San Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Nell’incamminarsi verso Capua, Guido fu sorpreso appunto in una delle gole della valle di S. Severino, dagli sgherri di Guimondo. Malgrado la più strenua resistenza e il suo indomito valore, Guido fu sopraffatto dal numero dei nemici e ucciso. Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “E intorno al tempo stesso venne a morte il giovane Guido, significato nei versi di Alfano, le cui gloriose speranze pur contrastavano alla costante amicizia che il fratello di Gisulfo serbò verso Roberto Guiscardo….E, al dì stabilito, il giovane Conte mosse per Capua. Ma, per via, sorpreso dà seguaci di Guimondo, per quanto strenuamente si difendesse, ferito d’un colpo di lancia, cadde esamine a terra. E l’empio tradimento parve ad Amato, che spegnesse il più onesto, e il più prode e caritatevole fra i cavalieri Longobardi, ultimo “lume” della sua gente. Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 236, scriveva in proposito che:

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Dal 1075 al 1077-78, Landolfo, Conte di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”.

Dal 1075 al 1114, Roberto d’Altavilla, figlio di Guglielmo (I) d’Altavilla, nuovo Conte del Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 125, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato” scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (1) postillava che: “(1) G. Paesano, Memorie per servire alla storia della chiesa salernitana, II, 18 (a. 1090). Guglielmo d’Altavilla che sposò la figlia di Guido di Conza, portò unicamente il titolo di conte di S. Nicandro (S. Nicandro di Bari) e, sebbene ricevesse in feudo dal fratello Umfredo la contea di Principato (‘Duos itaque fratres suos comites fecit: Malgerium Capitanatae, Willelmum vero Principatu; GAUFREDI MALATERRAE, op. cit., I, 16, p. 16), non ne portò il titolo comitale, come risulta da R. GUARNA (Chronicon, cit., ad an. 1075):…..Willelmus, comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu.”. Di Guglielmo detto “conte del Principato” ho parlato in altro mio saggio sui primi Normanni. In questo scritto mi occupo degli eredi del conte di Principato, gli eredi di Guglielmo (I) d’Altavilla. Dunque, il Cantalupo scrive che “Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1).”. Infatti il Cantalupo, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Guglielmo (I) d’Altavilla, conte di S. Nicandro (1054-1075), da cui Roberto conte di Principato (1075-1114); Riccardo, crociato (1096-1100); Rainulfo, crociato (a. 1096). Da Roberto conte del Principato discende Guglielmo (II) conte di Principato (1107-1128), ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6).”. Ebner, a p. 378, nella nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Storia, cit., p. 87.”. Infatti, Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “I Normanni continuarono a rosicchiare terre del Principato. Si può parlare addirittura di smembramento di questo nel 1062 (25) se, ad esempio, l’autorità del principe era riconosciuta, come indicano i documenti cavensi, solo da Tresino a Laurana, in un territorio che va da Capaccio ai confini meridionali. Assume, quindi, attendibilità la notizia del Mazziotti, p. 31, sulla cessione fatta dal conte del Principato a Giovanni di S. Paolo del castello di Agropoli, parte delle terre toccate al fratello di Gisulfo. Senza dire che in molte terre del Principato (Capaccio, Trentinara, ecc…) il riconoscimento era solo nominale perchè i cugini di Capaccio del principe mantenevano relazioni più che ottime con i locali signori normanni, come si rileva dalle dalle anzidette pergamene. Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Pietro Ebner, a p. 87, nella nota (25) postillava che: “(25) Per i territori del Cilento nel periodo dipendenti da Gisulfo, v. Schipa, Storia, p. 220, no. 14.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II………….Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ma il B 31 è assai chiaro: “Emma de Evuli, filia Joffrit, que pria fuerat uxor Radolfi qui dictus est Trincarote et postmodum uxor fuit Guimundi qui dictus est de Mulsi”.”.

Nel 1112, Ruggero d’Altavilla, detto Ruggero del Principato, principe di Antiochia, figlio di Riccardo del Principato

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Salerno detto anche Ruggero del Principato o Ruggero d’Antiochia (… – Sarmada, 28 giugno 1119) è stato un cavaliere medievale normanno, reggente del Principato di Antiochia dal 1112 alla sua morte. Figlio di Riccardo di Salerno (reggente della Contea di Edessa) e lontano parente di Tancredi di Galilea, divenne reggente del Principato di Antiochia, quando Tancredi morì nel 1112, mentre il principe ereditario, Boemondo II d’Antiochia era ancora fanciullo. Così come era toccato a Tancredi prima di lui, anche Ruggero dovette trascorrere gran parte della sua reggenza difendendo il principato dai continui attacchi dei vicini stati musulmani, in particolar modo di Aleppo. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ecc…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.

(…) Natella P. Peduto P., Pixus – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay J. (o Giulio), L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383

(…) Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Daiocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento.

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(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, ed. Laterza & figli, 1923 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Hirsch F. Schipa M., Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi, stà in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, ristampa a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968 Edidioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio)

(…) Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(…) Giannone P., Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, Tomo VI, Libro XVII, per la Congiura di Capaccio, si veda da p. 337 e s., oppure si veda dello stesso autore, Opere comoplete, Tomo IV, p. 87 e s.

(…) Pontieri E., si veda ‘Cilento‘, in ‘Enciclopedia Italiana’, X, 240 e si veda pure Gatta, op. cit. (…), pp. 148 sgg. 275 e s.

(…) Aimè, Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835; vedi lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256

(…) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907. Ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

(…) Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca F., Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929.

(…) Amato di Montecassino, in latino ‘Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…

(…) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(…) Pellegrino C., Historia principum Longobardorum, Napoli, ed. tip. de Simone, 1753, tomo IV, p…., o Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751. Si veda pure dello stesso autore: Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651.

(…) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 117.

(…) Guzzo A., Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978.

(….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(…) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(…) Cusa S., I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.

(…) Protospada Lupo. Il ‘Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum’ è una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall‘anno 855 al 1102 attribuita a Lupo Protospada: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli ‘Annales Barenses’, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo Sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Il Chronico di Lupo Protospada, fu una delle principali fonti storiografiche che utilizzò il cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano, nella stesura del suo ‘Chronicon sive Annales’. Romualdo Guarna, fu la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata da Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626, e dal Muratori, “Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon“, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, p. 145.

(…) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua “Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in Recueil des historiens des croisades, tomo IV, Parigi 1879

(…) Cinnamo Johannis, stà in ‘Corpus scriptorum historiae byzantine’, ed. Bonnae, ………….

(…) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29-  Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”. 

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(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(…) Salvioli V., Storia dell’Italia nell’alto Medio Evo, Napoli, 1913, p. 217

(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che volentieri pubblichiamo (Fig. 1); la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Recentemente abbiamo chiesto all’ASN, sulla segnatura e collocazione di questa carta da noi rintracciata nel 1981 e dall’ASN, ci è pervenuta la seguente risposta dal funzionario Dr. Palmieri: “Gent.le Prof. Attanasio, in risposta alla sua email datata 30 gennaio u.s., pervenuta allo scrivente in data 5 febbraio 2018, si comunica che la scheda riporta: ” Campo all’isola di S. Giovanni: pianta topografica fatta riprodurre dall’Abate Galiano dall’ originale francese. (sec. XVIII, 1756 ?) – Biblioteca Nazionale di Parigi.“. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto Aldo Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

(…) Devreesse R., Les manuscripts grecs de l’Italie meridionale etc., ristampa ed. Città del Vaticano, (Studi e testi 183), 1955, p. 32; si veda pure lo stesso, II le Fonds Coslin, ed. Imprimerie National, 1845

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario Don Pietro, che pubblichiamo per gentile concessione). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (…), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151.  Il Cataldo (…), scriveva: “Questo documento storico (di cui esistono copie manoscritte nella Curia Vescovile di Policastro, una delle quali fu autenticata dal Vescovo Andrea De Robertis, con bollo a secco e firmata da lui e dal Can. Matteo Lombardo, Cancelliere, in Lauria il 20 gennaio 1745) proviene da un’antica pergamena della Curia Arcivescovile di Salerno, donde fu tratta copia nel 1737. In calce alla copia, vistata dal De Robertis, si legge: “Ab Archivio Mensae Episcopalis Salernitanae, et signanter a quodam antiquo Regestro in carta Pergamena scripto, inibi sistente, exhacta est praesens copia & meliori & et ad fide ego Clericus MATTHAEUS Episcopus Pastor Salernitanus, Apostolica Auctoritate pubblico Notarius in Archivio Romano descriptus , et CURIA ARCHIEPISCOPALIS SALERNITANAE Ordinarius ACTORUM MAGISTER, requisitis signavi & Salerni, 14 Octobris 1737. (Adest signum Notarii praedicti).”. Recentemente B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (29), sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(28) e, risale già al XVIII secolo (Fig….). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621 (28). L’antico documento, il canonico Giuseppe Cataldo (39), lo pubblicava a pp. 129 e 130, in un suo pregevole studio rimasto inedito.

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(…) Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio);

(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un’esemplare di Scipione Volpicella (7). Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (7), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  In particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (6), riportandone solo l’intestazione;

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(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio).

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (citato da Ebner), (Archivio Storico Attanasio)