Nel 1097, Scido (Sapri ?) in un documento Normanno

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche della epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Oggi pubblichiamo un documento unico per la nostra storia, pubblicato da uno studioso nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio di Sapriin cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Bonati) (Figg. 1-2-3), andato perso nelle note vicende belliche (7), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (3) (Fig. 1).

Cattura

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (3)

Alcune considerazioni sui documenti pubblicati dal Trinchera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 436-437, nel capitolo “2. Adelasia reggente”, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, in proposito scriveva che: “Non rare volte Ruggero, nei suoi frequenti viaggi attraverso la Calabria e la Sicilia, suoi diretti domini, desiderò di essere accompagnato dalla giovane consorte (55); ed ella, da parte sua, non esitò a seguirlo fin sui campi di battaglia.”. Pontieri, a p. 437, nella nota (55) postillava: “(55) Ciò risulta da alcuni diplomi di concessioni fatte da Ruggero durante queste sue peregrinazioni; qualcuno di essi è firmato dalla stessa Adelasia. Il suo nome o il suo ricordo appare anche in alcuni atti di donazioni di terre da parte del conte Ruggero a Bruno di Colonia, il fondatore della celebre certosa di Calabria, sorta e favorita per il contributo che veniva a dare all’opera di rilatinizzazione di questa regione. Gravano però su questi documenti – tra i quali pure quelli firmati da Adelasia – fortissimi sospetti di falsificazione; vengono, ad esempio, denunciati i documenti: a) anno 1094, in ‘Regii Neapolitani Archivi Monumenta edita et illustrata, vol. V (Neapoli, MDCCCLVII), pp. 208-211, n. CCCCLXXX; b) anno 1098, Ibidem, pp. 245-46, n. CCCCXIV; anno 1098, Ibidem, pp. 249-54; d) anno 1102, Ibidem, pp. 278-80; e) anno 1097, in Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, cit., pp. 77-78, n. LX; f) anno 1101, Ibidem, pp. 86-88, n. LXIX. Gli originali di questi documenti, già conservati in gran parte nell’Archivio di Stato di Napoli, sono andati distrutti, per cui svanisce il desiderio di un riesame di essi dal lato sia paleografico, che diplomatico. Ma già tali carte, in seguito alla pubblicazione fattane dal Tromby, Storia critico-cronologica-diplomatica del patriarca S. Brunone e del suo ordine Cartusiano, Napoli, 1773-79 (tomi 10), furono oggetto di accalorate controversie: la loro autenticità sostenuta dal Tromby, fu impugnata dal Vargas-Macciuca, Esame delle vantate carte e dei diplomi dei RR. PP. della Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria, Napoli 1775, dal Di Meo, Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, nel tomo VIII, e da altri (v. B. Capasso, Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 558 al 1500, ed. E. Mastroianni, Napoli, 1902, p. 96-7, n. 1). In tempi a noi più vicini un’analisi diplomatica, piutosto sommaria, è stata fatta da Chalandon, op. cit., vol. I, pp. 304-07, in nota. Certamente non pochi sono i documenti spuri relativi alla formazione del patrimonio terriero della Certosa di Calabria; tuttavia, senza entrare nell’intimo della grossa questione, mi pare che una condanna totale sia eccessiva. Ho l’impressione, per esempio, che il documento precedentemente indicato con b, appartenente al 1098 e collegantesi all’assedio di Capua, sia autentico non solo perchè in regola col formulario diplomatico della cancelleria del conte di Sicilia, ma anche perchè i dati storici ivi ricordati concordano con quelli analoghi forniti da altre fonti.”. Dunque, il Pontieri faceva alcune considerazioni sulle antiche pergamene greche pubblicate dal Trinchera scrivendo che alcuni autori hanno ritenute false questi antichissimi documenti. Altre considerazioni le faccio io su ciò che scriveva Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 20, in proposito scriveva che: “Che il Vallo e il Cilento meridionale si trovassero al di qua della linea – peraltro alquanto mobile – di confine tra il Principato longobardo di Salerno e il Catepanato vien confermato, inoltre, dall’espansione del monachesimo occidentale, etc…Tanto più che il Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell’Actus Lucaniae o Cilenti, sede del solo gastaldato longobardo sicuramente presente in terra lucana e delimitato a oriente e mezzogiorno dal corso dell’Alènto, ‘ad duo flumina’ -, riceveva il controllo giuridico bizantino, dal momento che ancora nel 1097 in una carta greca di Vibonàti, ‘in ambitu civitatis Bonati, si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento, secondo la formula della secolare consuetudine notarile, probabilmente ormai ripetuta macchinalmente, μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης, mnhjite mnhjite viskòmnhjis mnhjite tumarkhjis (F. Trinchera, LXIV, pp. 80-81). A Padula, come in tutto il Cilento meridionale e nelle regioni italiane di diretta pertinenza di Bisanzio etc…”. In questo passaggio, Tortorella cita proprio il documento che viene illustrato nell’immagine posta sopra. Si tratta di un’antichissima pergamena greca conservata nel grande Archivio di Napoli, ormai andata persa a causa della distruzione causata da un incendio nel 1943 dalle truppe tedesche dell’Archivio all’epoca trasferito a S. Paolo Belsito. Il Documento è il n. LXIV pubblicato da Francesco Trinchera (…..), nel suo “Syllabus graecarum membranarum”, pubblicato a Napoli, nel ……… a p. 80 per l’anno 1097, come si può vedere nell’immagine sopra. In primo luogo il Tortorella citando il documento in questione scriveva che riguardava “Bonati”, ovvero Vibonati. Il toponimo di “Bonati” è il toponimo che veniva utilizzato al tempo in cui il Trinchera pubblicò le antiche pergamene e veniva usato per indicare il piccolo e antico paese di Vibonati, non molto distante da Sapri. Fu il Trinchera che nella traduzione del testo greco dell’antica pergamena scrisse “Bonati” pensando che si trattasse di “Bonati” cioè Vibonati. Ma nel testo greco dell’antica pergamena del 1097, non è scritto “Bonati” ma è scritto “Scido”. Il toponimo di “Scido” è quello a cui è riferita l’antico privilegio concesso al monaco Sergio. In questo saggio dimostrerò che l’antica pergamena greca del 1097 riguarda un privilegio concesso al monaco Sergio di “Scido” e dimostrerò che per “Scido” si intendeva il territorio di Sapri. Il Trinchera nell’intestazione sua dell’antica pergamena, a p. 80 scriveva: “Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias Sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facoltate aedificandi ibidem monachorum domos.”, ovvero che: Oddone Marchese dona al monaco Sergio le chiese di San Fantino e di Santa Ciriaca, con la facoltà di costruirvi case per i monaci.”. Il Trinchera nel tradurre il testo dal greco al latino, a p. 80 scriveva: “Cum exploratum mihi sit te esse virum fidelem ac prudentem, et in viis domini in ambitu civitatis Bonati monastica vita celebrari, secundum Apostolum Paolum, qui diserte ait: Diligentibus deo omnia etc..”, che tradotto significa: Quando mi seppi che eri un uomo fedele e prudente, e che la vita monastica si celebrava secondo le vie del Signore nelle vicinanze della città di Bonati, secondo l’apostolo Paolo, che dice eloquentemente: Tutte le cose da coloro che amano Dio etc…”. Dunque, è il Trinchera che traduce “Bonati. Inoltre, il Trinchera, a p. 81 continuando la traduzione del testo greco dell’antica pergamena scriveva in latino che: “……et rogatu ac postulatione meorum procerum et famulorum, trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido, et venerabile templum sanctae et invictae martyris Cyricae de Phitali (cum facultate) aedificandi ibidem manachorum domos. Item dono tibi praedicta (templa) cum suo utrusque ambitu; quorum qui ad sanctum Phantinum spectat (incipit) a Surbiano extante ad partem superiorem ecclesiae, et discendit vallis, ubi occurrunt Sancti Latices, et vadit ad confluentem Nigri, et ascendit Armus usque ad virgulta, et recta ducit ad verticem, et clauditur ad praedictum Surbianum. Ambitus vero sanctae Cyriacae (incipit) ab Agrimilia, quae respicit superiorem partem ecclesiae, et descendit recta usque ad flumen, retcaque ascendit domum Phillae de Tangaria, et pergit ad Abbuccos superiores, et clauditur ad praedictam Agrimiliam.”, che tradotto significa:  “…..e su richiesta e richiesta dei miei nobili e servi, ti consegno il venerabile tempio del nostro santo padre Fantino di Scido, e il venerabile tempio della santa e invincibile martire Cirica di Phitalis (con la capacità di costruire case per i monaci Là). Parimente vi do i suddetti (templi) con i rispettivi ambienti; di cui colui che guarda verso San Fantino (parte) da Surbianus, stando nella parte superiore della chiesa, e discende la valle, dove incontrano i Santi di Latices, e va alla confluenza del Nigris, e risale l’Armus come fino ai cespugli, e conduce diritto alla cima, e chiude al suddetto Surbianus. Ma il circuito della santa Ciriaca (parte) da Agrimilia, che sovrasta la parte alta della chiesa, e scende diritto al fiume, e va diritto fino alla casa di Fila di Tangaria, e prosegue fino agli Abbucci superiori, e chiude presso la suddetta Agrimilia.”. Dunque, il Trinchera scriveva “ti consegno il venerabile tempio del nostro santo padre Fantino di Scido etc…”.

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (3)

Il Trinchera, a p. 81 traduceva in latino che la chiesa di S. Fantino Parimente vi do i suddetti (templi) con i rispettivi ambienti; di cui colui che guarda verso San Fantino (parte) da Surbiano, stando nella parte superiore della chiesa, e discende la valle, dove incontrano i Santi di Latices, e va alla confluenza del Nigro, e risale l’Armus come fino ai cespugli, e conduce diritto alla cima, e chiude al suddetto Surbiano.”. Cerchiamo di capire questo passaggio. Oggi la chiesetta di S. Fantino si può vedere in un podere oggi ricadente nel Comune di Torraca ma molto distante dal centro abitato di Torraca. Non è moltissimo distante dall’attuale comune di Sapri. Innanzi spiegherò meglio dove essa si trova. Nel passo del Trinchera troviamo i toponimi di “San Phantini”, “Surbianus”, “Sancti Latices”, “Nigrus”, “Armus”.

Nel 1097, quali contee e quali dominatori ?

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando dela Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 20, in proposito scriveva che: Che il Vallo e il Cilento meridionale…. –  riceveva il controllo giuridico bizantino, dal momento che ancora nel 1097 in una carta greca di Vibonàti, ‘in ambitu civitatis Bonati, si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento, secondo la formula della secolare consuetudine notarile, probabilmente ormai ripetuta macchinalmente, μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης, mnhjite mnhjite viskòmnhjis mnhjite tumarkhjis (F. Trinchera, LXIV, pp. 80-81).”. Il Tortorella, sulla scorta di ciò che aveva scritto il Trinchera sul documento poco fa esaminato, scriveva che “…..si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento.” perchè ripete la formula tradotta dal greco dal Trinchera: μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης”. Il Trinchera, a p. 81, traducendo il testo greco scriveva in latino che:  “Item et ex monachis qui sint ex mea iurisdictione, quoscumque arcessere potueris, habeas ipsos, amota omini molestia et detrimento, usque ad finem vitae tuae; et memo habeat potestatem te tuosque successores vexandi, nec filii mei, nec aliquis ex parte mea, neque Strategus, neque Vicecomes, neque Turmarcha, nec faciendi……usque ad unum obulum, nisi mihi meisque successoribus hoc tu feceris: et nostri commemorationem facias in sacris diptychis, nec alium agnostas dominum praeter me, meosque successores; etc…”, che tradotto vuol dire: Allo stesso modo, tra i monaci che sono della mia giurisdizione, chiunque tu possa trovare, allontanali dal presagio di difficoltà e perdita, fino alla fine della tua vita; e lasciami avere il potere di molestare te e i tuoi successori, né i miei figli, né nessuno dalla mia parte, né Stratego, né Viceconte, né Turmarca, né di fare… fino a una cosa, a meno che tu non mi faccia questo e i miei successori: e fate una commemorazione dei nostri nei sacri dittici, e non riconoscete altro signore che me e i miei successori; etc…”. Dunque, questa traduzione vuole dirci che nel 1097, i dominus dell’antica concessione, Odo Marchisio ed Emma, dicevano al monaco Sergio, monaco di “Scido” che, né Stratego, né Viceconte, né Turmarca” avevano o avrebbero potuto avere in futuro il potere di modificare il privilegio che loro gli avevano concesso. Dunque, la notizia del Tortorella non è del tutto corretta a mio parere perchè, in quel periodo, nell’anno 1097, come io credo, la costa ed il territorio interno del Cilento meridionale, fino al Vallo di Diano si trovava conteso dai vicini Bizantini che premevano da parte della Calabria e delle Puglie, ma vi era anche la guerra che era scoppiata tra i Normanni dellepoca, ovvero Boemondo I, figlio di Roberto il Guiscardo, i cui possedimenti erano quasi tutti in Puglia e di cui era molto probabile che Emma e Odo Marchisio non si rassegnavano alla successione del fratellastro Ruggero Borsa. Dunque, in questo periodo, anno 1097, in cui a Boemondo, veniva riconosciuto il Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, secondo l’antica pergamena del 1097, la sorella di Boemondo I, Emma d’Hauteville e suo marito Oddone Marchisio, ebbero un ruolo fondamentale sulle nostre terre. Ma trattandosi dell’anno 1097, credo che i dissidi tra i due fratellastri, Ruggero Borsa e Boemondo non centrino nulla con i due personaggi della pergamena, Odo Marchisio e Emma, loro zii. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia con il fratellastro Boemondo I. Ruggero Borsa, nel 1092, qualche anno prima dell’anno dell’antica pergamena (1097), si era sposato con Adela di Fiandra dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia. Dopo la sua morte, qualche anno dopo il 1097, nel 1111, Ruggero Borsa morì e si aprì la successione ed il figlio Guglielmo II di Puglia fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Subito dopo la morte di Ruggero Borsa, essendo il figlio Guglielmo minorenne dal 1111 al 1114, vi fu la reggenza della madre Adala di Fiandra. Alla morte del marito Adelaide governò come reggente per il figlio dal 1111 al 1114 per poi morire un anno dopo nel mese di aprile del 1115. Dunque cosa avvenne nell’anno 1097 ? Ruggero Borsa era ancora il dominus di queste nostre terre fino alla sua morte avvenuta nell’anno 1111 ?. Nel maggio del 1098, sollecitato dalle richieste del cugino Riccardo II di Capua, diede inizio insieme allo zio Ruggero di Sicilia all’assedio della città di Capua, dalla quale il principe era stato esiliato sette anni prima in quanto minorenne. In cambio, il duca ebbe da Riccardo un formale atto di sottomissione alla sua signoria. Ruggero mantenne l’impegno assunto e Capua cadde dopo quaranta giorni di assedio. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, a p. 227, in proposito scriveva che: “Scomparso il Guiscardo, l’erede duca Ruggero (cap. 42) non ha l’autorità e la forza occorrenti per reprimere le pretese del fratello Boemondo e i disordini della Puglia. E’ necessità ricorrere all’aiuto del Conte di Sicilia, il più forte ed il più autorevole dei signori normanni sopravvissuti al Guiscardo. Il conte Ruggero interviene e stabilisce la pace fra i due fratellastri (L. IV, cap. 4); nè in seguito egli si astiene dal ridare il suo appoggio al nipote duca Ruggero, ogni qual volta contro di lui insorgono feudatari riottosi, come Mihera e Guglielmo di Grantmesnil (cap. 9, 10, 21), o città insofferenti di freno, quali Cosenza, Rossano, Castrovillari (capp. 17, 22)…..il Duca di Puglia fa allo zio concessioni, che finiscono col rendere quest’ultimo unico signore della contea di Calabria e di Sicilia, annullando praticamente il legame feudale che la rendeva dipendente dal ducato di Puglia.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 62, nella nota (152) postillava: “(152) Proprio nel 1086 Ruggiero, succeduto nell’anno precedente al padre Guglielmo il Guiscardo, insieme col fratello Boemondo ai signori normanni di Calabria e di Lucania, firmando nel ‘Palazzo’ di Salerno i diplomi di donazione all’arcivescovo di Bari, a Pietro abate di Cava, alla Santissima Trinità di Venosa. Concesse altre donazioni in Palermo e ancora, nel 1094 in Salerno, alla Trinità di Cava (Cfr. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Paris, 1907 (cito dalla ristampa New York, Burt Franklin, 1969), I, pp. 289-300, e II, pp. 584-585). Cfr. pure Guillaume, op. cit., 70-73.”.

EMMA D’ALTAVILLA e ODDONE BONMARCHIS

Wikipedia leggiamo che Roberto il Guiscardo, dall’unione con Alberada di Buonalbergo ebbe due figli, Emma e Boemondo. Emma (1052 circa – ?), che sposò Oddone Bonmarchis ed ebbe per figlio Tancredi, principe di Galilea (c.1072 – 1112). Da Wikipedia leggiamo che Alberada di Buonalbergo (Buonalbergo, 1033 circa – luglio 1122) fu la prima moglie di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria dal 1059 al 1085. Anch’ella di stirpe normanna, sposò il Guiscardo tra il 1051 e il 1052, quando questi era ancora un piccolo nobile dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Era la zia, la sorella del padre, di Gerardo di Buonalbergo, che all’epoca offrì il proprio sostegno all’ascesa di Roberto facendogli dono di duecento cavalieri, che Alberada gli portò in dote al momento del matrimonio. Dall’unione nacquero due figli:

  • Emma, madre di Tancredi principe di Galilea, sposa di Oddone Bonmarchis (della famiglia dei signori del Monferrato)
  • Boemondo, primo principe di Taranto e di Antiochia

Su Wikipedia leggiamo “Emma Guiscardo Altavilla”. Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Pierre Aubè (…), nel suo ‘Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo’, nella ‘Parte Prima’, nello schema “Discendenza di Roberto il Guiscardo”, egli spiega che Roberto il Guiscardo, ebbe dalla prima moglie “Alberada di Buonalbergo”, due figli: la figlia “Emma”, primogenita e “Boemondo I, principe di Aniochia (1098-1111)”. Boemondo I, sposò Costanza, figlia di Filippo I re di Francia da cui ebbe Boemondo II, principe di Antiochia, mentre la sorella Emma, primogenita di Roberto il Guiscardo, sposò “Eude (Oddone), il buon marchese (Odobono Marchisio)”, da cui nacque “Tancredi, principe d’Antiochia (1111-1112)”. Aubè, conferma inoltre la discendenza del Guiscardo con la seconda moglie, la principessa Sichelgaita, figlia di Guaimario IV. Dunque, secondo l’Aubè, la prima figlia di Roberto il Guiscardo era Emma, sorella dunque di Boemondo e sposa a Odobono Marchisio, ovvero il personaggio della pergamena del 1097, dove si cita “Scido”. Aubè dice pochissimo su Odobono Marchisio, di cui non si conosce bene l’origine. Alcuni hanno scritto che Oddone (Otton, Odobonus, Eudes) di Monferrato, detto “Le Bon marquis” (in francese) o il ‘Buon marchese’ (in italiano), tra il 1065 e il 1075, abbia sposato la Emma de Hauteville (d’Altavilla), la figlia primogenita di Roberto il Guiscardo nata dalle nozze con la prima sua moglie (d’Aubrèe) Alberada di Buonalbergo. Questo personaggio del Monferrato, pare sia stato il figlio di Oddone (Otton) 1° degli Aleramici, il primo marchese del Monferrato in Piemonte. Altri addirittura scrivono che l’Odo Marchisii, sposato con Emma, sia stato il signore di S. Chirico Raparo (PZ), in Basilicata. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “3. Normanni di Sicilia alla Crociata“, a pp. 373-374-375, in proposito scriveva che: “E Tancredi, l’eroe immortalato dal Tasso, ch’ebbe, d’accordo o in contrasto con Boemondo, una parte di primo piano nella Crociata? Era egli “Sicilien d’origine, du còtè de son père, Odon le Bon”, come affermava il Michaud ? (23). E suo fratello Guglielmo, che lo seguì nella suggestionante impresa ?. In realtà non possediamo nè su Tancredi, nè su Guglielmo alcun elemento documentario sino al momento in cui, sedotti dal gesto di Boemondo, non pensarono di emularlo. Erano giovanissimi (24). La crociata li tolse improvvisamente dall’oscurità: il loro posto è quindi nella storia di essa, non in quella del sud Italia normanno, nel quale non avevano avuto nè tempo nè occasione per lasciarvi una loro traccia. Non mancano invece notizie sui genitori di Tancredi e di Guglielmo, nonostante che le fonti correlative presentino lacune, divergenze e contraddizioni anche gravi. Tuttavia conviene spigolarne qualcuna fra le più sicure, perchè solo attraverso di esse è possibile individuare la loro figura e stabilire se e quali rapporti essi avevano con la Sicilia e con Ruggero I. Entrambi, stando alle testimonianze contemporanee più accreditate, erano figli del marchese Ottone o Odobono e di Emma, per alcuni sorella, per altri figlia di Roberto il Guiscardo (25). Odobono ‘Marchisius’ (il marchese) possedeva dei feudi in Sicilia, quivi assegnatigli dal conte Ruggero: essi, o alcuni di essi, siti nel territorio di Corleone, sono ricordati in un documento del 1094, nel quale anno Odobono si associava al conte Ruggero nel far dono di alcune decine di villani alla chiesa arcivescovile di Palermo (26); può dedursene che la loro estensione non fosse modesta e che, data l’ubicazione, fossero anche fertili. Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto i n Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia. Di là dal Faro, ove non sappiamo se si fosse stabilito prima oppure dopo le suaccennate nozze, egli emerse in mezzo a quell’aristograzia cosiddetta ‘lombarda’, che Ruggero I trattò con particolare riguardo, come quella che, costituita da elementi latini di origine italica o franca, gli serviva di sostegno o di contrappeso di fronte agli altri elementi etnici che si trovavano nell’isola. Erano i suoi figli al seguito dello zio Ruggero sotto le mura di Amalfi ? Anche questo ci è ignoto. Sappiamo però che presa la croce si associarono al cugino Boemondo….Celebrando quella gloria, pur nell’enfasi del suo stile, Raul di Caen la riteneva degna della stirpe dei Guiscardi – “Viscardes” – e della stirpe dei Marchesi – “Marchisida” (29).”. Il Pontieri, a p. 376, nella nota (29) postillava che: “(29) Gesta Tancredi principis in expeditione Hierosolimitana, auctore RADULPHO CADOMENSI, in Muratori, RR. II. SS., t. V.,, p. 786; cfr. De Saulcy, op. cit., p. 309-10. Guglielmo cadde nella battaglia di Dorileo: ‘Histoire Anonime, p. 51.”.  Il Pontieri, a p. 374, nella sua nota (25) riferendosi a Tancredi e Guglielmo, figli di Emma, postillava che: “(25) …..Per Anna Commena, ed. Leib, XI, 2, p. 17, egli sarebbe nipote “…………..”, essendo nato – aggiunge l’editore citato – dalla sorella di lui Emma e dal marchese Eude de Bon verso il 1071. L’Anonimo, Histoire, p. 20-21, lo presenta come “Marchisi filius”, e per l’editore di essa, il Bréhier, p. 15, n. 2, egli sarebbe figlio di Emma, sorella del Guiscardo. Altrettanto si ritrova in Guglielmo di Tiro. Anche la Jamison, Some notes, p. 196, rimane incerta. Essendo state tali divergenze accuratamente esaminate dal De Saulcy, rimandiamo alle sue indagini e alle conclusioni che ne ha desunto, ritenendole le più plausibili. Credo opportuno soltanto accennare che, quanto al padre, Otto o Odo Bonus ‘Marchisius’, vedo nel termine “Marchisio” una qualificazione feudale, non un patronimico, com vorrebbe lo CHALANDON, op. cit., vol. II, p. 569: ciò in base ai più recenti accertamenti documentari sui rami siciliano e pugliese della casa marchionale degli Aleramici.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (26) postillava che: “(26) C. A. Garufi, Adelaide nipote di Bonifazio del Vasto, in ‘Rendiconti e memorie della R. Accademia di Acireale’, S. III, vol. IV, (1905), pp. 189-190; Idem, ‘Gli Aleramici e i normanni in Sicilia e nelle Puglie. Documenti e ricerche, in ‘Centenario della nascita di Michele Amari’, Palermo, 1910, vol. I, pp. 48-9, n. 5; Idem, ‘Censimento e catasto amministrativo dei Normanni in Sicilia, etc., dall'”Arch. Stor. Sic.”, N.S., XLIX (1927), p. 22. Nel 1097 un “Odo Marchisius” è ricordato anche in un documento greco edito dal Trinchera, Syllabus graecarum membranarum (Napoli, MDCCCLXV), p. 80, n. LXIV. Vedi inoltre le precisazioni della Jamison, Some notes on the “Anonimi Gesta Francorum etc.”, cit., pp. 195-7.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Malaterra, III, 18, p. 67.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelaide del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme’, in questo volume, nel saggio seguente.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 94, in proposito scriveva che: “…..è certo che Roberto contrasse le prime nozze proprio in questo periodo. La sposa era una certa Alberada, che sembra sia stata la zia di un potente barone della Puglia, Gherardo di Buonalbergo – a quell’epoca Alberada doveva essere poco più che una bambina, perchè la ritroviamo ancora viva settant’anni più tardi, dopo essersi risposata per ben due volte; infatti, nel 1122 fece, una grossa donazione al monastero benedettino di La Cava, vicino a Salerno. Non si sa con esattezza quanti anni avesse quando morì; ma nella chiesa, molto restaurata, dell’Abbazia della SS. Trinità a Venosa si può ancora vedere la sua tomba.”. Dunque, secondo il Norwich, Alberada di Buonalbergo, sposata in prime nozze con Roberto il Guiscardo, era la zia di Gherardo di Buonalbergo, un “potente Barone della Puglia”. Dunque, il personaggio citato nella pergamena del 1097 potrebbe essere un parente di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa.

Nel 1097, Scido (Sapri) in un documento greco d’epoca Normanna

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “3. Normanni di Sicilia alla Crociata“, a p. 375, nella sua nota (26) riferendosi ai genitori di Tancredi, Emma e Odobono Marchisii postillava che: “(26) Nel 1097 un “Odo Marchisius” è ricordato anche in un documento greco edito dal Trinchera, Syllabus graecarum membranarum (Napoli, MDCCCLXV), p. 80, n. LXIV. Vedi inoltre le precisazioni della Jamison, Some notes on the “Anonimi Gesta Francorum etc.”, cit., pp. 195-7.”. Dunque, oltre al Cappelli (…), anche il Pontieri citava l’antico documento greco pubblicato dal Trinchera. Già Giacomo Racioppi (59), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1909, nel suo “Cap. V – Lo stato di Melfi nei secoli XI-XII-XIII”, parlando delle antiche donazioni Normanne alla chiesa in Lucania, a pp. 158-159 (si veda l’edizione ristampata), per la prima volta citava un’interessantissima notizia che riguarda il nostro territorio e che ci riporta indietro di molti secoli nella ricostruzione storiografica delle nostre terre e questa in particolare di Sapri. Il Racioppi (59), a pp. 158-159, in proposito scriveva che: “Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. In questo passo, il Racioppi ci parla di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia (figlio di Roberto il Guiscardo) e fratello di Emma d’Hauteville, figlia di Roberto il Guiscardo. Il Racioppi (…), ci parla del marito di Emma e padre di Tancredi, ovvero ci dice di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, di cui parlerò innanzi. La notizia è intressante sopratutto per ciò che il Racioppi postilla nella sua nota (1), ovvero egli trae la notizia da un’antica pergamena dell’anno 1097, che fu pubblicata nel 1865 da Francesco Trinchera (…), di cui parlerò. Nell’antica pergamena (7) si parla di un Monaco Sergio di Vibonati che doveva costruire la cappella o il monastero di S. Fantino a “Scido”. Il Racioppi (59), a p. 159 (ristampa), nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. 1096 4. – Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80 – Per quella di S. Chirico oltre all’Antonini, Lucan., p. 490), vedi ‘Le notizie del comune di San Chirico Raparo’, in appendice alla ‘Vita di Santa Sinfarosa’ di D. Paolino Durante. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144 – In queste notizie del Durante ecc…”. Stessa notizia, forse sulla scorta del Racioppi (59) è citata da Biagio Cappelli (2), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 323, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (3). L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (3), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7), che tradotto è: Nel mese di Settembre indizione VI. Odo Marchisius, dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”. Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia (…), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio. L’antico documento (7), che pubblichiamo (Figg. 1-2-3), già pubblicato dal Trinchera (3) – non in originale ma trascritto e tradotto dal greco al latino –  andrebbe ulteriormente indagato. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (7), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (3) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Giacomo Racioppi e poi da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (5), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum.

Nel 1097 a ‘Scido’ la chiesetta di ‘Sancti Phantini’ (S. Fantino)

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Le notizie di alcuni possedimenti nel territorio saprese dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro le cui origini – e quindi anche i suoi possedimenti a Sapri – sono molto più antiche di alcuni documenti pubblicati dal Di Luccia (5). Infatti, il Cappelli (2), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, cita un documento di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese. Il Cappelli (2), a p. 323, oltre a citare importanti notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, parlando di S. Nilo e di S. Fantino, trae importanti notizie dal Trinchera (3) che, nel 1865 pubblicava ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, dove si riportano antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il Cappelli (2), sulla scorta del Trinchera (3) a proposito della cappella (e forse della grangia) di S. Fantino – che secondo il Di Luccia (5), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – scriveva: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (20), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (21), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ed all’altra di S. Ciriaca.” (3). Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), postillava che: “(20) P. M. Di luccia, op. cit., pp. 8; 3”, poi nella sua nota (21), postillava che: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80.” e, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc, Neapoli, 1931, pp. 34 e s.; v. in questo volume ‘Il monachesimo basiliano e la grecità medievale etc.”Il Cappelli (2), nella sua nota (21), cita l’interessantissimo ed antico documento (7), pubblicato dal Trinchera (3) e, aggiunge anche la citazione bibliografica che riguarda il personaggio di ‘Odo Marchisii’, citato nell’antico documento del 1097. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), oltre a citare l’antico documento che fu pubblicato dal Trinchera (…), nel 1865 (…), cita anche gli studi di Gertrude Robinson (…), dove dice: “(21) La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the Greek monastery of St. Elias and St. Anastastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone).”. Lo storico Luigi Russo (…), in un suo recente saggio su “Tancredi e i Bizantini”, a proposito della stirpe dei Marchisio, e riferendosi all’autore del maggiore dei cronisti dell’epoca Normanna, Rodolfo Cadomense o di Caen (…), scrive: “Scarsamente interessato alla discendenza paterna del suo signore (il pade Odone Marchisio apparteneva all’aristocrazia subalpina), Rodolfo, concentra invece tutte le sue attenzioni nei riguardi della discendenza normanna rappresentate dal ramo materno con la madre Emma, sorella del Guiscardo. (29).”. Russo (…), dunque, alla sua nota (29), postillava: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Biagio Cappelli (…), parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, cita l’antichissimo documento ma dice solo che: con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..” , e a questo punto ci siamo incuriositi:

Cattura

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Odo Marchisii, p. 82

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Nel 1092, nasce Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio naturale di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”.

Nel 1098, Ruggero I di Sicilia, conte di Calabria e di Sicilia contro Riccardo II Drengot

Indagando sulla figura di Odobono Marchisio ed Emma sua moglie, che nell’antica pergamena del 1097 donavano a Sergio, monaco di “Scido” (Sapri), il privilegio di costruire una cappella di S. Fantino, cerchiamo di capire anche le signorie Normanne che si contendevano o che avevano un ruolo importante nelle terre del basso Cilento. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; etc…”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, ‘Antiquitates Italicae Medii Aevi’, t. V, p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in M.G.H., SS., p. 115; Romualdo Salernitano etc…”. Dunque, in quell’anno, nel 1098, dominava queste terre Ruggero I d’Altavilla, frateloo di Roberto il Guiscardo. Ruggero I era gran Conte di Calabria e di Sicilia e dimorava quasi stabilmente a Mileto in Calabria, dove fu tumulato alla sua morte nel 1101. In seguito la sua morte, nel 1101, resse le sorti del ducato di Sicilia e di Calabria, l’ultima sua consorte Adelasia perchè il figlio, Simone, legittimo successore era minorenne. Ma cosa centra quindi Odone Marchisio o Bonmarquiz con Ruggero I d’Altavilla e soprattutto con l’antica pergamena in cui si parla di “Scido” e della cappella di S. Fantino ?.  Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.

Curiosità

Nel 1960-61, Vincenzo Saletta (….), nel suo “Il Mercurio e il Mercuriano – Problemi di Agiografia bizantina” (estratto dal Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata – vol. XIV-XV), a pp. 62-63 parlando del monastero di S. Nazario e di S. Nilo, in proposito scriveva che: “Si spiega così come mai in epoca niliana si trovi a pochi chilometri dal mare un’organizzazione politico-amministrativa di tipo feudale con Gastaldi e Conti, uno dei quali appare nel Bios del Santo come il tiranno della popolazione abitante attorno al monastero di S. Nazario (66), e si spiega così il pomposo titolo di stratega di Calabria e di Longobardia assunto dai governatori bizantini, a cui corrispondeva soltanto un generico atto di vassallaggio dei superstiti principi longobardi, ed un dominio territoriale che non andava al di là delle città costiere. Dall’esame del ‘Syllabus Membranarum Graecarum’ del Trinchera (Regesta Petri Diaconi), si desume, infatti, che i possedimenti dei principi longobardi erano situati nel tema di Longobardia (Reg. Petri Diaconi, fol. LXVII, n. 149) ed in quello di Calabria (fol. LXV, n. 137) frammisti a quelli bizantini, mentre al foglio LXIX n. 153, per l’anno 956, si legge che Stratega di Calabria e di Langobardia era il patrizio Mariano ed una ‘Membrana Cassinese’ riportata dal Trinchera alla pag. 22, si legge il nome di ‘Leo Spatharocandidatus iudex Langobardiae et Clabriae” (67).”. Questo passaggio del Saletta è interessante perchè citava Francesco Trinchera ed il suo “Syllabus Membranarum Graecarum”. Il Saletta, a p. 62, nella nota (66) postillava che: “(66) Vedi Bios di S. Nilo cap. 9, lett. E. pag. 289. Per il 1097 abbiamo un ‘Codex Membranacaeus’ dell’Archivio Napoletano N. 8 di cui il Trinchera (op. cit. pag. 81) riporta un atto con cui Oddone Marchese Longobardo concede al monaco Sergio la chiesa di S. Fantino di Scido nei pressi del territorio taurianese.”. Sempre il Saletta, a p. 63, nella nota (67) postillava che: “(67) F. Trinchera, Syllabus Membranarum Graecarum, Napoli, 1845”. Il Saletta (….) citava il testo di Francesco Trinchera (…..), “Syllabus Membranarum Graecarum”,  dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo come ad es. il “Registrum Petri Diaconi” di Montecassino. In primo luogo devo subito precisare che il Saletta citando il documento in questione ci parla di una donazione a Scido in Calabria, egli scrive Oddone Marchese Longobardo concede al monaco Sergio la chiesa di S. Fantino di Scido nei pressi del territorio taurianese”, dando al toponimo citato nel documento membranaceo del 1097 il luogo del territorio taurianese in Calabria, ma dall’esame che si è fatto dell’antico documento del 1097 questo luogo corrisponde a Sapri ed ad una grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, di cui parlò anche Biagio Cappelli, come pure ho scritto ivi in un mio saggio. La citazione del Saletta, però è interessante perchè citando l’antico documento membranaceo del 1097 (pubblicato dal Trinchera) ci parla di “Odo Marchese” e scriveva Oddone Marchese Longobardo”. Il Saletta ci parla di patentati Longobardi che, per “l’intesa-politico-militare-amministrativa” che all’epoca i nuovi Bizantini stipularono con la chiesa e con i superstiti principi e conti Longobardi, i “Patrizi”. Recentemente, il Comune di Padula ha curato la ristampa di una tesi di laurea di Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, a p…… cita l’antico documento del 1097 che molti anni fa segnalai ivi in un altro mio saggio. Egli, nel capitolo primo: “Un breve profilo storico”, a p. 20, in proposito scriveva che:  “Tanto più che il Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell”Actus Lucaniae’ o ‘Cilenti’, sede del solo gastaldato longobardo sicuramente presente in terra lucana e delimitato a oriente e mezzogiorno dal corso dell’Alènto, ‘ad duo Flumina’ – , riceveva il controllo giuridico bizantino, dal momento che ancora nel 1097 in una carta greca di Vibonàti, ‘in ambitu civitatis Bonati’, si sottrae alle competenze di ‘stratego’, ‘visconte’ e ‘tumarca’ l’oggetto della donazione contenuta nel documento, secondo la formula della secolare consuetudine notarile, probabilmente ormai ripetuta macchinalmente, μιτε στρατιγος μιτε υισχομης μιτε τουρμαρχης, (non un generale, non un codardo, non un generale), mnhjite stratighòs mnhjite viskòmnhjis mnhjite turmàrkhjis (F. Trinchera, LXIV, pp. 80-81). A Padula, come in tutto il Cilento meridionale e nelle regioni italiane di diretta pertinenza di Bisanzio etc…”. Ecco che il Tortorella cita lo stesso documento membranaceo e greco del 1097 pubblicato da Francesco Trinchera nel suo “Syllabus Membranarum Graecarum” per dire che, il territorio del Cilento, e pertanto anche il contiguo Vallo di Diano – ad esclusione dell”Actus Lucaniae’ o ‘Cilenti’, sede del solo gastaldato longobardo”, riceveva il controllo giuridico bizantino.

Nel 1097, Scido (Sapri) in un documento greco d’epoca Normanna

Dunque, stando a Biagio Cappelli (…), che parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, scriveva sull’antico documento pubblicato dal Trinchera (…): con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..”. Stando all’antico documento (7), datato anno 1097 (XII secolo), pubblicato dal Trinchera (3), il monaco Milano Sergio, abitante in Vibonati, nell’anno 1097, riceveva daOdo Marchisius’, il privilegio – Sigillum factumdi costruire un monastero intorno alle predetta chiesetta campestre dedicata a S. Fantino a Scido’ – e, di cui – il Cappelli (2), dice – rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. L’antica pergamena d’epoca Normanna, manoscritta in greco (7) – stando alla traduzione dal greco al latino che fa il Trinchera (3) (Fig. 2), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. L’antico documento (7) (Fig. 2), parla della Cappella di S. Fantino a ‘Scido’. Secondo l’antica pergamena, nell’anno 1097, il monaco ‘Sergio’, abitante di Vibonati, poteva costruire un monastero intorno ad un’antica cappella dedicata a S. Phantino (S. Fantino), a ‘Scido’. La citazione di un monastero da costruire a ‘Scido’ – il documento chiama il luogo ‘Scido’ – è interessante perchè il toponimo dovrebbe indicare un luogo che, nella tradizione popolare e nella bibliografia antiquaria viene generalmente indicato posto a Sapri. Riguardo al toponimo di ‘Scido‘, citato nell’antica pergamena dell’anno 1079 (7) e, della sua localizzazione a Sapri o vicino il suo antico porto o baia naturale, è interessante notare quale fosse il toponimo di Sapri o del Porto di Sapri, all’epoca Normanna. Se la notizia fosse confermata, secondo l’antico documento membranaceo (7), Sapri, nell’anno 1097, era chiamato con il nome di ‘Scido’.

Scido e S. Phantini.PNG

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Esaminiamo meglio il toponimo (nome di luogo) di ‘Scido‘, citato nell’antico documento del 1097. A quale luogo si riferisce il toponimo ‘Scido’ citato/a nell’antica pergamena greca?. Secondo la traduzione del Cappelli (2), il monaco Sergio, era un abitante di Vibonati e quindi il Cappelli (2), accosta Vibonati (del monaco Sergio), al “templum sanctae patris nostri Phantini de Scido”, citata nella pergamena manoscritta in greco. Secondo il Cappelli (2), l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva una chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, posta in una contrada tra Torraca e Vibonati (Fig. 2). Quindi è lo stesso Cappelli (2), che dal testo in greco dell’antica pergamena del 1097, crede si tratti della cappella dedicata a S. Fantino e sita a ‘Scido’ e, siccome si parla di un monaco ‘Sergio’, abitante di Vibonati, il Cappelli (2), crede si tratti di una cappella (dedicata a S. Fantino), postra nelle campagne tra Torraca (territorio di Sapri) e Vibonati. La ‘Scido’ citata, è sicuramente un luogo vicino Policastro e vicino Vibonati o Bonati. La notizia, andrebbe ulteriormente indagata ma, non ci sono motivi per non ritenere la ‘Scido’ – citata nell’antico documento (7) – non fosse Sapri. Si deve dire che in Calabria, in provincia di Catanzaro, alle propaggini dell’Aspromonte, vi è una località chiamata Scido, ma non crediamo che l’antico documento d’epoca Normanna si riferisca allo Scido in Calabria, in quanto nell’antica pergamena, oltre a Scido, si citava un monaco di Vibone e si citava una cappella di S. Fantino, luoghi e cose che sappiamo essere nella nostra area, dove anche il Cappelli (2), li colloca. Il Cappelli (…), però, oltre ad accennare al personaggio di “Odo Marchisii”, citato nell’antico documento del 1097, pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…), a p. 323, sosteneva che, il monaco Sergio Milano, abitante a Vibonati: “…che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), e fa risalire questa notizia dal Laudisio (…). Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che la notizia della tradizione locale è tratta dal Laudisio (…), op. cit., p. 34. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80.” e, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc, Neapoli, 1931, pp. 34 e s.; v. in questo volume ‘Il monachesimo basiliano e la grecità medievale etc.”. Dunque secondo il Cappelli (…), il Laudisio (…), sosteneva che, il piccolo borgo medievale di Vibonati, era voluto dalla tradizione locale, costituito da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani dei monasteri italo-greci del posto.

Roberto d’Altavilla (detto il Guiscardo) e i suoi figli Emma, Boemondo I e Ruggero Borsa

E’ un’interessantissima notizia che si incrocia con altre nostre recente intuizioni che, meritano ulteriori approfondimenti. La pergamena in questione (Figg. 1-2-3), è datata anno 1097. Nell’area, dominava da poco Roberto il Guiscardo che morì di malattia il 17 luglio nel 1085 durante l’assedio di Cefalonia, dando l’avvio della sua successione ai due fratellastri eredi Boemondo figlio di Alberada di Buonalbergo, prima moglie del Guiscardo e Ruggero Borsa che poi diventerà il successore di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo. L’antica pergamena del 1097 (…), è un privilegio o concessione di un ‘Odo Marchisii’, un nobile personaggio Normanno che come vedremo aveva sposato Emma,  sorella di Boemondo (i due figli di Roberto il Guiscardo avuti con la prima moglie Alberada di Buonalbergo). Dunque, il nobile personaggio normanno citato nell’antica pergamena del 1097, che interessa Sapri, è il genero di Roberto il Guiscardo. Roberto il Guiscardo, nel 1053, ripudierà la prima moglie, la madre di Boemondo, Alberada di Buonalbergo, per sposare la principessa Longobarda Sighelgaita, dalla quale avrà Ruggero Borsa e Guido (nato nel 1061). Abbiamo già visto in altri nostri saggi, ivi pubblicati, come Ruggero Borsa, avrà una notevole influenza sui nostri territori, ma solo dal momento che lui sarà l’effettivo successore di suo padre Roberto. Fino a che il Guiscardo, però, sarà in vita, i suoi primi figli Emma e Boemondo, avranno un ruolo, sia pur secondario ma restavano sempre i suoi primi figli.  Il Normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, aveva sposato in seconde nozze la principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II. Dall’unione con Sighelgaita il Guiscardo ebbe un figlio, Ruggero Borsa (Ruggero I). Alla morte del Guiscardo, nel 1085, sua moglie Sighelgaita, fece di tutto per dare il potere al suo figlio Ruggero Borsa, a danno dell’altro figlio del Guiscardo, Boemondo, nato dalle prime nozze del Guiscardo con Alberada di Buonalbergo. Dalle prime nozze il Guiscardo aveva avuto una figlia,  Emma sposata poi con Odone Marchisio di cui come vedremo in avanti, sarà un personaggio che ricorre spesso in alcuni documenti dell’epoca che riguardano le nostre terre. Nel 1073, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani, ma dopo la morte di suo padre nel 1085, Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto coreggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova ribellione contro il fratellastro. Insomma in quegli anni, il dominio di Ruggero Borsa, non era assoluto e quindi, l’Odo Buonmarquis (cognato di Boemondo), aveva un certo peso.  Ruggero Borsa, vincerà la lotta di successione al padre Guiscardo ma non sarà mai in grado di eguagliare la potenza del fratellastro Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089, Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Non sappiamo se in quegli anni, Ruggero Borsa, che morì a Salerno nell’anno 1111, in che modo abbia influito sulla demaniale Policastro e sulle nostre terre. Dopo l’inizio dell’avventura siciliana, nel 1061, di Ruggero I, le terre del futuro ‘Cilento‘ e della vicina Policastro, passarono sotto la definitiva unificazione di tutto il meridione d’Italia con la Sicilia di Ruggero II d’Altavilla, figlio di Ruggero I. Di quegli anni, e più esattamente nel 1079, il Trinchera (…), pubblicava un’antica pergamena di un privilegio di ‘Odo Bonmarquis’ o ‘Odo Marquiis’, che dimostra come i conti normanni avessero influenza sulle nostre terre. Ma qual’è il collegamento storico dell’antica pergamena (membrana) medievale d’epoca Normanna dell’anno 1097 (…), con i monasteri Calabresi, dove essa era conservata ?. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), sempre nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato: Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio illustrato nell’altra immagine.

Odonis Marchisii, i

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(Fig. 3) L’antica pergamena del 1126 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 128-129.

Il De Blasii, su ‘Oddone Bon Marchisio’

Lo storico De Blasiis (…), nel 1873, nel suo libro ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI’, ci parla di un Tancredi Marchisio e, dei suoi genitori: Emma e di ‘Oddone Bon Marchisio’. De Blasiis (…), parlando della prima Crociata in Terrasanta, scrive: “Fra i più nobili s’unirono a Boemondo suo fratello Guido, Tancredi (1) e Guglielmo suoi cugini figli di Oddone Bon Marchisio;”. Nella nota (1), spiega: “De Meo crede Tancredi nipote di Boemondo, ed il Pirri con più grave errore lo dice figlio del Duca Roberto e di Ala. Chr. Reg. Sic. p. 13. Per testimonianza di Rodolfo Cadomense egli nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Ord. Vit. dice sorella del Guiscardo. Dal titolo di Marchisio argomenta il Muratori che Tancredi fu di stirpe italiana R.I.T.V. p. 282, ed alcuni cronisti gli danno per fratello di Guglielmo. Anon. Gest. Franc. Bald. Hist. Jeros.”. Il Rodolfo Cadomense sarebbe il cronista Raoul Caen (..), di cui parleremo in appresso. Il De Blasiis (29), forse sulla scorta del Trinchera (3), nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato (Figg. 2-3- -4): Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando proprio l’antica pergamena da noi quì riportata (Figg. 2-3, pubblicata dal Trinchera (3)). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.”, riferendosi all’altro antico documento (Fig. 4). Il De Balasiis (29), alla sua nota (2) di p. 54, parla di  “Gerardo Buonalbergo nipote di Sighelgaita, prima moglie di Roberto il Guiscardo.”. In questo caso, crediamo che il De Blasiis, abbia preso un abbaglio in quanto Sighelgaita è stata la seconda moglie del Guiscardo. L’Ebner (…), nel suo “Chiesa, popoli e baroni ecc..”, nel suo vol. II a p. 422 che nel 1305, era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (50). Alla sua nota (50), l’Ebner, scrive che trae la notizia da Mazza A., p. 113.

Odonis Marchisii, i

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1126 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 128-129

Il documento Normanno del 1097 (7), pubblicato dal Trinchera (3).

Dovrà essere ulteriormente indagata l’origine dell’antica pergamena (7) membranacea, manoscritta, d’epoca Normanna, pubblicata dal Trinchera (Figg. 1-2-3) nel 1865 (3). Il Trinchera, pubblicava l’antico documento (7), nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (Fig. 6)(3), dove si riportano gli antichi documenti membranacei dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo – come quello di cui parliamo (7) – che, trae da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8”, conservati all’Archivio di Stato di Napoli. Il documento (7) membranaceo pubblicato dal Trinchera (Figg. 1-2-3) è un’antica pergamena manoscritta medievale (membranaceo), che il Trinchera (3), nella sua nota (3), afferma, provenisse dall'”Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”, contenuta nell’ “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera, ritrovò, ordinò e, pubblicò le antiche carte greche contenute in un armadio della ‘Sezione Diplomatica’, conservate presso l’Archivio di Stato (ex Grande Archivio Regio) di Napoli – di cui egli era Direttore Generale (3). L’antico documento membranaceo, manoscritto in greco e, pubblicato e tradotto in latino dal Trinchera (3),  a p. 80, è il n. LXIV, intitolato: “Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7) (Figg. 1-2-3), è la membrana n. 64 o pagina XVIII, contenuta in un fondo di carte greche, proveniente dalle Carte e diplomi del Monastero di S. Stefano al Bosco”, contenuta nel volume n. 8 e, conservato negli ‘Archivi Napoletani’. Dell’antica pergamena, oggi rimane la sua trascrizione pubblicata dal Trinchera (3), in quanto l’antichissimo fondo di carte greche, secondo Salemme – attuale Direttore dell’Archivio – il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andato distrutto, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera..”. Sull’origine dell’antica pergamena (7), il Trinchera (3) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (7) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, postillava che:

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“Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XCVIII, in qua Sichelgaita vidua dicitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucca edito (3) inter testes ipse Odo se subscribit, ideo nos anco membranam anno 1097, in cuius mense Septembri indictio VI decurrebat, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptione regii diplomatis constat, signandam coniecimus., che tradotto significa: “Membrana LXIV. Per Odones Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – mese di Luglio – Indizione IV” (Fig. 4, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchisia e la vedova di Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del conte Ruggero dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di Settembre, dell’Indizione VI e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. Dunque, il Trinchera (…), nell’Introduzione al suo testo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, che pubblicò nel 1831, commentava il documento n. 64 (LXIV) del 1097 (…) e, citava anche il personaggio di Odo Marchisio, dicendo che esso era menzionato anche nell’altro documento pubblicato a pp. 128-129, il XCVIII, del Luglio 1126, di cui parleremo in seguito. Il Trinchera (…), data il nostro documento LXIV nella VI Indizione del mese di Settembre dell’anno 1097.

Nel 1097, “Scido” (Sapri e non Vibonati), in un documento greco che cita un “Odobono Marchisio”, marito di Emma, forse i genitori di Tancredi d’Altavilla o di Lecce che, nel 1096, si recò insieme a Boemondo alla prima Crociata

Sul personaggio della carta greca del 1097, un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” che qui si riporta:

Cattura

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (….).

dunque, di questo “Odo Marchisio”, che Nel mese di Settembre – indizione VI…….dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”, ha scritto Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1909, nel suo “Cap. V – Lo stato di Melfi nei secoli XI-XII-XIII”, vol. II, a p. 158, parlando di: “Era già vivissima in Occidente l’agitazione dei popoli pel passaggio in Terra Santa a liberare il sepolcro di Cristo da mano dei Turchi, Bandita la Crociata nel 1095 nel Concilio di Clermont dallo stesso Urbano II, scesero l’anno dopo a frotte, a truppe, gli armati e i pellegrini nel ducato di Puglia per imbarcarsi nei porti di Bari, di Trani, di Brindisi, più prossimi alla Dalmazia. Boemondo, che sentiva troppo angusto campo al’ambizione sua il principato di Taranto e che già era esperto della guerra di oltre mare, prende di un tratto la croce, e si dà opera a crearsi un esercito; confortato senza dubbio dal fratello che gli dov’è esser largo di aiuti, perchè l’irrequieto s’allontanasse dalla Puglia. Ben settemila uomini si raccolsero alle sue bandiere, tra Pugliesi, Calabri, Salernitani, Basilicatesi (1); etc…”. Il Racioppi, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Un cronista-poeta delle crociate, Folco Carnotense o di Chartres, contava, con reminescenze dotte dell’antichità: “…etc…”. Ap. Di-Meo, ad ann. 1096.”. Dunque, il Racioppi, parlando della Crociata bandita dai Normanni e da papa Urbano II nel 1095, ci parla di Boemondo d’Altavilla, che con l’aiuto del fratello Ruggero Borsa, al tempo a capo del Ducato di Puglia, sempre a p. 158, aggiunge che: “Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. In questo passo, il Racioppi ci parla di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia (figlio di Roberto il Guiscardo) e fratello di Emma d’Hauteville, figlia di Roberto il Guiscardo. Il Racioppi (…), ci parla del marito di Emma e padre di Tancredi, ovvero ci dice di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, di cui parlerò innanzi. La notizia è intressante sopratutto per ciò che il Racioppi postilla nella sua nota (1), ovvero egli trae la notizia da un’antica pergamena dell’anno 1097, che fu pubblicata nel 1865 da Francesco Trinchera (…), di cui parlerò. Dunque, su Tancredi d’Altavilla, che seguì lo zio Boemondo nella storica Crociata in Terra Santa del1096, il Racioppi scriveva che: Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, in questo passaggio, il Racioppi ci parla di un personaggio Normanno imparentato con la casata di Roberto il Guiscardo. Lo chiama “OTTOBONO MARCHISIO” e scrive che che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi scrive che Ottobono Marchisio (forse il personaggio della carta greca del 1097 sia stato “Signore di Vibonati”. Infatti, il Racioppi scriveva di “…che alcune carte dicono signore di Bonati”. A quali carte si riferiva il Racioppi. Egli si riferiva proprio alle carte da me pubblicate in questo saggio,  “Nel 1097, Scido (Sapri ?) in un documento Normanno”, carte greche che furono pubblicate da Francesco Trinchera prima della loro distruzione nel rogo di S. Paolo Belsito dove furono portate in deposito (sic!), le carte del Grande Archivio di Stato di Napoli, nel 1941, ad opera dei tedeschi ed in seguito nel 1943 a Pizzofalcone. Nell’antica pergamena (7) si parla di un Monaco Sergio di Vibonati che doveva costruire la cappella o il monastero di S. Fantino a “Scido”. Ma come si è visto non si trattava di “Bonati” (odierna Vibonati) ma, si trattava del territorio di Sapri (SA) perchè in questo documento si parla della cappella di S. Fantino che effettivamente si trova tra Sapri e l’attuale Comune di Torraca. Dunque, a mio avviso, il toponimo di cui parla l’antichissimo documento pubblicato dal Trinchera nel 18…., “Scido” è Sapri, non è Vibonati come scriveva il Racioppi e come scrissero altri in seguito. Infatti, Il Racioppi, postillava dell’antica pergamena trascritta e pubblicata dal Trinchera, postillando: “(1)….Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80.”. L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (3), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (7), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (3) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Giacomo Racioppi e poi da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (5), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum. Sulle origini di questo parente di Roberto il Guiscardo, “Odobono Marchisio”, il Racioppi, che tuttavia lo chiamava “Ottobono”, a p. 159, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. 1096 4. – Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80 – Per quella di S. Chirico olte all’Antonini, Lucan., p. 490), vedi ‘Le notizie del comune di San Chirico Raparo’, in appendice alla ‘Vita di Santa Sinfarosa’ di D. Paolino Durante. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144 – In queste notizie del Durante è una carta in cui Marchisio, Emma e il loro figlio Roberto, nel 1080, donano all”Ecclesia S. Aarcangeli de Raparo et tibi abati Nynpho collapsum castellum nominatum Saracenum cum omnib. tenimentis ejus. Tu vero redificabis et relevabis ipsum ad apparitionem (?) et confectionem, et facies habitationes hominum…’ – Pietro Diacono IV-II, che riferisce i nomi dei baroni che seguirono Boemondo, nomina prima ‘Tancredus Marchesii filius…’V. Troyli, Stor. gen. del reame di Napoli, vol. III, p. 440.”. Dunque, il Racioppi postillava del Di Meo (….), ovvero del suo “Ann. dipl. ad ann. 1096 4.”, ovvero l’opera di Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, per l’anno 1096, 4 (nel vol. IX), in proposito scriveva che:

Di Meo, vol. IX, p. 14.PNG

(Fig…) Di Meo (…), vol. IX, p. 14, scrive di Tancredi d’Altavilla e di Oddone Marchisio

Il Di Meo (…), come scrive il Racioppi, in proposito a Tancredi d’Altavilla, riportando i personaggi che si recarono in Crociata in Terrasanta insieme a Boemondo I (d’Antiochia), sulla scorta di Falcone Beneventano (…), scriveva che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’. Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano. Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano. Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”Riguardo a questi passi del Di Meo vedremo più avanti ciò che scriveva in proposito il De Blasi (…), che non concordava sull’origine del padre di Tancredi, ovvero di Odobono Marchisio. Il Di Meo scriveva dell’origine di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo e figlio di Emma che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’.“. Dunque, il Di Meo cita Pietro Diacono (….) ed il suo Chronicon. Molte delle sue opere letterarie ed agiografiche sono conservate nei codici autografi Casinense 361 e 257 (Montecassino, Archivio dell’Abbazia) e nel Casinense 518, il cd. Registrum S. Placidi. La sua nota attività di falsificatore emerge in tre gruppi di opere che possono classificarsi come: Falsificazioni relative a san Placido (testi riguardanti la figura di san Placido, primo discepolo di san Benedetto), Falsificazioni relative a Odone circa san Mauro (le interpolazioni operate sulla Translatio S. Mauri di Odone di Glanfeuil databile all’863 ecc…Il Di Meo cita pure Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano.”. Il Di Meo scriveva pure che: Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano.”. Dunque, secondo il Di Meo, i tre autori vorrebbero che Tancredi d’Altavilla fosse “Tancredi Marchisio” cioè figlio di “Marchisio”. Romualdo Salernitano lo vuole figlio di “Marchisio” e, Muratori, lo vuole figlio di “Odone” o “Ottone Buono Marchese” e di Emma, sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino (e non nipote) di Boemondo d’Altavilla. Il Di Meo diceva pure che Tancredi d’Altavilla era pure: Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”. Il Di Meo, su Tancredi, su Emma (la madre) e su “Odobono Marchisio” (il padre) argomenta anche altre origini di cui parlerò in seguito.  Il Racioppi, nel suo passo, cita anche il Troyli (…), che effettivamente, riguardo l’origine di Tancredi d’Altavilla, fa una buona disamina del caso nel suo vol. III, pp. 439-440 ecc..:

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(Fig….) Troyli (…), vol. III, pp. 439-440

Stessa notizia, forse sulla scorta del Racioppi (….) è citata da Biagio Cappelli (….), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 323, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (….). Il Racioppi (…), ci parla di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, e proprio riguardo questo personaggio, citato nell’antica pergamena (7), il Racioppi ci dice che che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi, sulla scorta di alcuni autori, credeva che “Ottobono Marchisio” fosse Signore di San Chirico Raparo, un paese in Provincia di Potenza, noto in antichità anche per la presenza di un’antichissimo Monastero basiliano poi in seguito divenuto Abbazia Benedettina. Anche l’Antonini credeva che “Odobono Marchisio” fosse un feudatario normanno di S. Chirico Raparo. L’Antonini (…), credeva si trattasse di un feudatario di S. Chirico Raparo. Riguardo ciò che si è scritto intorno alle assonanze di Odobono Marchisio con S. Chirico Raparo, scriverò in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel Discorso II, Parte III, a p. 490, della sua prima edizione (1745), parlando di Castelsaraceno, un borgo in Lucania, vicino Latronico, diceva che: In mezzo a questo posto è Castelsaraceno….una valle con un Monistero di Cappuccini. Fu così detto da i Saraceni (I), che vi si fortificarono, e di quell’opere ancora le reliquie si osservano al di sopra del paese. In effetto nella donazione, che nell’anno del mondo 6594, fanno Manchisio o forse Marchisio (2), ed Emma sua moglie al Monistero di S. Angelo a Raparo, ed all’Abate Ninfo, che in greco si legge, prodotta in varj atti del S. C. di Napoli, trovasi nominato questo Castello diruto, colla facoltà di abitare, perchè allora non ci erano abitatori. ..Il monistero posto sulla Montagna ridotto in Commenda senza monaci, va da un giorno all’altro in rovina……Sei miglia lontano da Castelsaraceno trovasi la grossa terra di Carbone, ….In mezzo a questo è posto Castelsaraceno, …..ebbe una rinomatissima Badia di Basiliani greci, padroni del luogo; delle di cui prerogative e fondazione, una ben scritta storia compose Paolo Emilio Santoro Vescovo d’Urbino.”.

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Antonini, 1745, parte III, p. 490, note

L’Antonini, a p. 490, nella nota (2) postillava: “(2) Alcuni han preteso, che di questi fosse stato figlio Tancredi ricavandole dalle parole di Roberto di Caen, dove dè fatti di questo Principe scrive: “Tancredus clarae stirpis germen clarissimum, parentes eximios Marchisium habuit, et Emmam”; ma gli storici ci dicono, che fosse stato figlio di Ruggiero Normando.”. (Fig…) La nota dell’Antonini (51), a p. 490 che riporta il passo di Rodolfo Cadomense o di Caen sui Marchisio e Tancredi suo figlio. Dunque, questo scrisse l’Antonini (…), su Tancredi (…), figlio di Odo Marchisius e di Emma. Di Odo Marchisius o Odobono Marchisius, si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero sulle gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen (…) o Rodolfo Cadomense; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro (…); di Ugone Falcando (…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). La studiosa Vera Falkenhausen (…), cita questa famiglia nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’ (49), e dice: “In Basilicata, i Normanni favorirono monasteri come S. Angelo di Raparo, fondato dal monaco greco Vitale alla fine del X secolo (55) e beneficiato tra altri da Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (51), e appunto – Carbone. Dalla donazione della chiesa di S. Nicola all’igumeno Biagio nel 1070/1071 risulta che, nonostante i vari danni subiti e in contrasto con le sorti di altri monasteri della regione, S. Anastasio di Carbone era sopravvissuto alla presa di potere dei Normanni. L’Abate greco cercò presto la protezione delle nuove autorità rivolgendosi nel 1074 ad Ugo di Chiaromonte, signore feudale della Basilicata meridionale.”. La Falkenhausen (49), a p. 69, nella sua nota (56), riguardo la notizia della famiglia Marchese, postillava che: “G. Antonini, La Lucania, I Discorsi, Napoli, 1745, p. 490, menziona una donazione dell’anno 6594 (= 1085/1086), ora perduta, con la quale Marchisio ed Emma, offrono “al monistero di S. Angelo a Raparo ed all’Abate Ninfo” il castello distrutto di Castelsaraceno “con la facoltà di farlo abitare, perchè allora non ci erano abitatori”. Scrive sempre la Falkenhausen nella sua nota (56) che: “I due donatori sono probabilmente i genitori dei due cavalieri Tancredi Tancredi e Guglielmi, che nel 1096 accompagnarono Boemondo I in Terra Santa (v. E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto in Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, Ernesto Pontieri ci parla di questo personaggio “Odobono le bon Marquiz”.

Le Grancie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino nel territorio Saprese, oggi Torraca

Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (3), conservato nellArchivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (4), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e che noi quì pubblichiamo alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. La notizia ci arriva da Ebner (…) che scrive in proposito: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Il Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..” . Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la Grancia di San Nicola e la Grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. La notizia di della Grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (…) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del notaio Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese.

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(Fig…..) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

La Cappella di S. Fantino, posta nel territorio Saprese

S. Fantino

Nel documento illustrato nell’immagine sopra, si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag : Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp.e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino’, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università (Comune) di Torraca, che apparteneva ai Baroni Palamolla. Il documento notarile del Magliano (…), fu citato dal Gaetani (…), che in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, pubblicò il contenuto del documento illustrato nelle Figg…. e….: La Venerabile Cappella di Santo Infantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere di ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti, i quattro cantoni et il frontespizio, et anco un arco sopra l’altare medesimo di pietre scalpellate, stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare; la detta cappella era diruta, senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. mo D. Michele Brandaleone alla f.m. di P.P. Innocenzo XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vescovo di Policastro ecc….

S.Fantino2

(Fig….) Particolare di pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) – il documento che descrive la ‘Cappella di S. Fantino’ e “la sua magnificenza ecc..”. 

L’origine della pergamena del 1097

Il Trinchera (…), nella sua ‘Introduzione’, ci dice pure che questo documento del 1097, assomiglia al documento pubblicato a pagina XVIII del testo di Vargas-Macciucca. L’antico documento membranaceo d’epoca Normanna (7), ci parla di un ‘Odo Marchisius’ (Figg. 1-2-3) o ‘Odone Marchisio’. Quì il Trinchera (…), sempre a p. XXV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’, Documenti pag. XVIII.”. Dunque, il Trinchera (…), cita il testo di Francesco Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’. Il Trinchera (…), nella sua nota (3), cita il documento pubblicato a pagina XVIII, del testo di Vargas-Macciucca (44) ‘Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco’, Napoli, stamperia Simoniana, 1765, dove in Appendice, a p. XVIII, riportava questo documento:

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(Fig….) Vargas-Macciucca F. (…), documento a p. XVIII

Dello Studio Legale degli Avvocati ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo “Biografia universale antica e moderna, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Il Capalbi (25), sulla scorta del Tromby (26), scriveva in proposito: “Degli archivi calabresi esistiti già, e che per esplulsione de’ Frati avvenuta in quella provincia…Il primo, e forse il più grandioso e magnifico, per l’antichità, e pel numero delle scritture si fu certamente quello della Certosa di S. Stefano del Bosco.”. Il Trinchera (3), pubblicava a p. 128, anche un’altro documento in cui veniva citato il personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, in un’altra pergamena:  “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig. 4). Il Trinchera (3), riteneva che l’antica pergamena pubblicata a p. 128, sotto il numero XCVIII – anno 1126 – mese di Luglio – Indizione IV”, in cui Sighelgaita ‘marchisia’ e la vedova di Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del conte Ruggero dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di Settembre, dell’Indizione VI e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. Il Trinchera (3), nella sua nota (3), afferma, che l’antichissimo fondo di carte greche da cui è stata tratta quella in questione (Figg. 1-2-3), provenisse dall’“Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”. Pare che l’antica pergamena (7), provenisse da un’antico monastero in Lucania, il monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), le cui carte nel 1809, confluirono nel Monastero di S. Stefano del Bosco in Calabria. Solo con l’Unità d’Italia, queste antiche carte, confluirono nel Grande Archivio di Napoli, che in occasione delle vicende belliche del 1943, andarono distrutte. Il Trinchera (3), per l’origine di questo antichissimo privilegio Normanno, fa riferimento ad una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Dello Studio Legale degli Avvocati ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella causa fiscale in questione, il Vargas-Macciuccea, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (7), pubblicata dal Trinchera (3). L’antica pergamena del 1097, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina in provincia di Vibo Valenzia. Il legame con l’antica pergamena ed il luogo dove essa era conservata, verrà svelato da una citazione della studiosa Gertrude Robinson (citata dal Cappelli nella sua nota (21) a p. 345), nella sua ‘History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone’ (…). La Robinson (…), affermava che “La famiglia Marchese….fu una delle benefattrici del monastero del Carbone” e, questa notizia conferma che l”Odo Marchisius’ – di cui si parla nell’antica pergamena – fosse collegato con l’antico monastero di Carbone in Lucania, in provincia di Potenza (un paese vicino Latronico). Infatti, molte notizie storiche dell’epoca sono state tratte da pergamene d’epoca Normanna, appartenute ad organizzazioni ecclesiastiche di cui tutto il Mezzogiorno dell’epoca era disseminato – Monasteri soppressi molti secoli dopo con la venuta di Giuseppe Bonaparte. Il Cappelli (…), sulla scorta della Robinson (…) e del Rodotà (13), collegava l’antica pergamena Normanna (…), all’antico monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), in quanto, nel luogo soggiornò S. Nilo da Rossano – che in seguito passò a vivere nel monastero basiliano dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Noi crediamo che il legame tra l’antica pergamena d’epoca Normanna e le nostre terre, fosse la presenza di  S. Nilo nelle nostre terre. S. Nilo, fu discepolo di S. Fantino che viveva nel ‘Mercurion’ che, il Cappelli (…), ritiene fosse vissuto nelle nostre terre. Si narra che S. Nilo, si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo, vicino ‘Mercurion’. Quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…). (Fig….) p. 191, tratta dal Libro II, Cap. XI del Rodotà (…). Il Rodotà (…), nella sua nota (2) di p. 190 (vedi immagine), parlando del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), trae alcune notizie dal testo di Apollinare Agreste (48),  ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, dove si parla della storia di S. Basilio e dei monastri Basiliani nell’Italia Meridionale. Infatti il Rodotà scrive alla sua nota (2): “Agresta. Vita di S. Basilio. Bulla Innoc. X. an. 1649”, che fa riferimento alla bolla papale di papa Innocenzo X che dava in commenda alla chiesa di Roma molti di questi monasteri tra cui quello del Carbone. Il Rodotà, ci dice che di questo monastero ne descrisse la storia e dei suoi numerosi privilegi concessi dai Normanni, il Santoro (…), che poi fu tradotto dallo Spena (…). Lo Spena, che ha tradotto il Santoro (…), scrive verso p. 43, che alcuni privilegi del monastero del Carbone, furono ritrovati nel monastero Certosino di S. Lorenzo in Padula, e lui li riporta. Il Rodotà (…) ed il Santoro (…), citano la presenza di S. Nilo di Rossano in questo eremo anichissimo e ne narrano la vita. Noi crediamo che il legame tra l’antica pergamena d’epoca Normanna e le nostre terre, fosse la presenza di  S. Nilo nelle nostre terre. S. Nilo, fu discepolo di S. Fantino che viveva nel ‘Mercurion’ che, il Cappelli (2), ritiene fosse vissuto nelle nostre terre. Si narra che S. Nilo, si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo, vicino ‘Mercurion’. Quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (25) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (26). La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9. Vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola. S. Nilo, in occasione della sua permanenza nel monastero lucano, essendo molto ben voluto dai regnanti Normanni dell’epoca, ricevette numerosi privilegi e diversi ne fece ricevere ai Monasteri basiliani in Calabria, prima che egli passò a vivere – come riteneva il Cappelli (2), nel Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro. E’ proprio la presenza di monaci basiliani e dei Cenobi – molti provenienti dalle Calabrie – che ipotizzano il legame all’antica pergamena (7) ed alle notizie in essa contenute. I forti legami, attestati dai continui lasciti e privilegi, con i Principi Normanni ed alcuni monaci basiliani provenienti dalle Calabrie, in seguito, stabilitisi nelle nostre terre, come S. Nilo da Rossano – forse dovuti alle incombenti minaccie nelle terre Calabre – spiega i due privilegi (Figg. 2-3-4), in cui viene citato il nobile Normanno Oddone Bon Marchise. Infatti, il Rodotà (…), scrive che il Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), porta ancora l’antica denominazione del “Carbone”, e, Roberto il Guiscardo, suo figlio Boemondo, e il re Ruggero, e Riccardo Siniscalco, Albenda sua moglie, lo arricchirono di beni. Il monastero, fu frequentato da S. Nilo di Rossano, dove poi andò a vivere definitivamente. Il Rodotà, scrive che questo monastero fu descritto dal cardinale Paolo Emilio Santoro (…) che, pubblicò diverse bolle e privilegi concessi a questo monastero, nel suo ‘Historia Monasteri Carbonensis ordinis Sanctii Bailii’ (…), che poi fu tradotta e continuata da Marcello Spena (…), nel suo ‘Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio’, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859, che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. Il Cappelli, collega il documento Normanno (7), con S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (7), pubblicato dal Trinchera (…).

Santoro, S. aNASTASI E s.eLIA

Santoro P.E., i benefattori del monastero

Infatti, come vediamo dal Santoro (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone, posto in Lucania, tra Calabria e Basilicata, vicino Latronico, secondo il Santoro (…), vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8

Hugo Marchesius

(Fig….) p. 8 tratta dal Santoro (…), dove si cita ‘Hugo Marchesius’

Il Santoro (…) cita il personaggio Normanno, ‘Hugo Marchesius’, ma egli segnala solo che fu uno dei benefattori del Monastero di S. Anastasio ed Elia del Carbone in Lucania ed oggi in provincia di Potenza. Non si dice l’anno dell’eventuale donazione, e quindi non possiamo dire se l”Hugo Marchesius’ sia collegato con l’Oddonis Marchisii della pergamena del 1097, pubblicata dal Trinchera (…). Ritroviamo un ‘Hugo Marchisius’, al n. 777 del ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185 ai tempi della III Crociata di re Guglielmo II. Il ‘Catalogus’ fu tradotto e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Nel n. 777, del ‘Catalogus baronum’, è scritto: “Manfridus Marchisius filius Hugonis Marchisii (I) et frater eius tenent de eodem Hugone Lupariam (2) ecc..”. Hugonis Marchisii, figura nel ‘Catalogus’ al n. 793 e vi è scritto che egli: “Manfridus Marchisius (7) tenuit de eo Campum de Prada (e), ecc..”. Certo è che questi feudatari Normanni della famiglia dei ‘Marchisio’, appaiono anche nel ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185. Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, ne parla a p. 310, vol. II, alle voci ‘Marchese’ Giambattista, Orazio e Annibale’, tutti sotto il Comune di Camerota. Bozza scrive: “Marchese (Giambattista) della famiglia dei marchesi di Camerota, fu eletto a vescovo di Catanzaro nel corso del 18 secolo; Marchese (Orazio) di Camerota, valente capitano del 16 secolo, ottenne pei suoi servigi in guerra il titolo di Marchese di Camerota; Marchese (Annibale) dei marchesi di Camerota 1685-1753, fu poeta e compose molte opere: Carlo VI il Grande, pema, 4, Napoli 1720 – Polistena. Crispo, tragedie. 12 Venezia 1722 – Tragedie cristiane. 4, Napoli, 1729, vol. 2. – Il Vitichindo poema ecc..”. Sempre il Bozza (…), alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che nel paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasio e S. Elia del Carbone, in Calabria, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8. Il Del Giudice (15), nell’introduzione al suo testo, in cui sono stati raccolti leggi, statuti e privilegi, spiega che “Nella sala diplomatica del grande Archivio di Napoli, veggosi ligate in 347 Volumi tutte le pergamene, che furon rinvenute tra le carte de’ Monasteri soppressi al tempo dell’occupazione militare de’ Francesi; e tra le altre quelle del Monastero di S. Stefano del Bosco.. Si tratta proprio delle carte pubblicate dal Trinchera (3). Il Capalbi (25) a p. 6, fa una breve disamina dei documenti greci conservati nell’antico Monastero e poi riferisce che su di esso ha scritto il Tromby (26) che, ci conferma alcune notizie storiche contenute nelle pergamene greche pubblicate dal Trinchera (3). In particolare, il Tromby (26), nella sua grande opera, pubblicò molte pergamene medievali manoscritte e le stampò – dice il Capalbi – “contro gli avvocati fiscali Vargas Macciucca, e Ferrari,..nelle gravi liti civili, ch’ebbe a sostenere la Certosa medesima.”. Dunque il Tromby (…), pubblicava proprio alcune carte della vertenza fiscale con l’avvocato Vargas Macciucca (o Macciuccea), intentata contro i monaci, di cui parla l’antico documento (7) pubblicato dal Trinchera (3). Il Del Giudice (15), ha spiegato che, le antiche pergamene greche d’epoca Normanna, “furon rinvenute tra le carte de’ Monasteri soppressi al tempo dell’occupazione militare de’ Francesi. Infatti, l’antico Monastero di S. Stefano del Bosco (…), fu soppresso dalle leggi sulla feudalità del 1808 nel decennio francese. Ma, l’origine e la provenienza delle antichissime pergamene greche d’epoca anteriore alla monarchia Normanna, tra cui il documento (7) (Figg. 1-2-3), pubblicato dal Trinchera (3), era si da un antico monastero basiliano ma, non quello di S. Stefano del Bosco in Calabria (diventata poi Certosa di S. Bruno) – dove molti documenti confluirono in seguito alla soppressione dei Monasteri a seguito delle Leggi sulla feudalità nel decennio francese, ma era il Monastero dei SS. Elia e Anastasio a Carbone, un paesino posto tra Latronico (PZ) e San Chirico Raparo su cui ha scritto Paolo Emilio Santoro (…) e poi Marcello Spena (…) che l’ha tradotto dal latino. Le carte di questo antichissimo monastero, confluirono nell’archivio del Monastero di S. Stefano del Bosco in Calabria. Sulla Certosa di S. Bruno, prima Monastero di S. Stefano del Bosco, si veda pure l’inedito ‘Martyrologium Cartusianum singulis mensibus iuxta calendarii formamaccomodatum’, tradito nel ms. cartaceo Brancacciano II C 11 (Biblioteca Nazionale di Napoli), opera di Camillo Tutini (1594-1667), per i tipi di Rubbettino, ristampa anastatica – 2008, opera strettamente connesso al Martirologio della Certosa di Santo Stefano del Bosco. Tutini, è un erudito la cui esperienza personale nella Certosa di San Martino a Napoli, legata a quella di Serra San Bruno in Calabria, dove riposano le spoglie del Santo fondatore, l’avevano spinto ad approfondire la storia di quell’ordine eremitico, del quale sembra aver fatto parte in gioventù, inserendo anche una breve cronaca del monastero calabrese nel ‘Prospectyus historiae ordinis Carthusiani. Additum est Breue chronicon Monasterij S. Stephani de Nemore eiusdem ordinis. Nec non series Carthusiarum per orbem…….Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (12), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio di Carbone. Infatti, il Cappelli (2), nella sua nota (21), sulla scorta del Robinson (12), parlando dell’‘Odo Marchisius‘ – citato nell’antico documento (7) – afferma che: “La famiglia Marchese ….fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Il Robinson (12), ha scritto uno studio sull’antico Monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone. Il Monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone, è citato anche da Rodotà (2),  che, scriveva:S. Elia, nella Diocesi di Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, ne parla anche il Santoro (2), Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859. E’ stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia –  poi soppresso dai francesi nel 1808 (fondato molti secoli prima del Monastero di S. Stefano del Bosco) – le cui antiche pergamene manoscritte – rinvenute dal Trinchera (3),  nell’Archivio di Stato di Napoli (3), confluirono nei fondi dei Monasteri che furono portati alla Certosa di S. Bruno (ex Monastero di S. Stefano del Bosco), nel decennio francese che li aveva soppressi.

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Il Cappelli, collegava l’antico documento Normanno (7), con S. Nilo che abitò nel Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nella Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (7), pubblicato dal Trinchera (3). L’antica pergamena manoscritta in greco e d’epoca Normanna – probabilmente proveniente dalle antiche pergamene del Monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone – si trovava nel carteggio del meno antico Monastero di S. Stefano del Bosco (diventata Certosa di S. Bruno), in quanto, dopo le leggi sull’eversione della Feudalità del 1808, che soppressero anche l’antico Monastero di Carbone in Basilicata, alcune antiche pergamene furono utilizzate dal Tutini e pure dal Tromby (26), per studiarle e preparare la difesa legale nella vertenza (Causa della Serra), sorta tra alcuni ‘maligni Serresi’, nella Causa dell’avvocato Francesco Vargas Macciucca, contro i monaci, ovvero proprio la causa pendente intentata contro i monaci ed il Cenobio da alcuni feudatari che volevano impossessarsi dei beni dei monaci, donati dai Principi Normanni, dice il Capalbi“contro l’avvocato fiscale Vargas Macciucca, e Ferrari,….nelle gravi liti civili, ch’ebbe a sostenere la Certosa medesima.”. Moltissimi dei documenti d’epoca Normanna, molti dei quali erano pergamene membranacee e redatte con scrittura in greco, erano documenti provenienti da monasteri basiliani o di antica fondazione. Molti di questi documenti, come alcuni di quelli che abbiamo citato in quanto riguardano il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, erano privilegi compilati per concessioni fatte al Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), che dopo varie vicissitudini ed anche a seguito alla soppressione dei Monasteri del 1809, confluirono nell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata presso Tuscolo, nel Lazio, che nel 1600, fu commendata dal Cardinale Bessarione, il quale incaricò alcuni suoi collaboratori di redigere quello che oggi viene comunemente chiamato “Regestum Bessariones”, che cita moltissimi di questi antichissimi documenti. Agli inizi del XVIII secolo, Pietro Menniti (…), su incarico del Bessarione, redisse il ‘Chronicon Carbonense’ e il ‘Bullarium Cryptense’, dove vennero trascritti moltissimi dei documenti posseduti dall’Abazia di Grottaferrata, provenienti dal monastero di Carbone (…). La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio in onore di Arnold Ersch (…), scriveva che alla fine del XVII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Scrive sempre il Breccia che il Menniti (…), utilizzò alcuni antichissimi manoscritti greci, provenienti dalla Badia di Grottaferrata a Tuscolo, per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6), dice: la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’”. Riguardo l’opera del Bessarione e del Menniti (…), si veda il testo di  Pera (…) ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’. Per gli antichi documenti del monastero di Carbone (PZ), si vedano pre gli studi  di Enrica Follieri (…). La vecchia parte dei fondi fu pubblicata nel 1928-1930 da Gertrude Robinson (…). Oggi questi documenti, quasi tutti risalenti al XI secolo  (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma) e all’Archivio Segreto Vaticano. Un paio di altri fondi, o conservati in antiche edizioni, in particolare nel libro di Paolo Emilio Santoro (…).

‘Odo Marchisii’, o ‘Odonis Marchisii’ in un documento del 1097 e, in uno del 1126

Odonis Marchisii, i

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1126 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 128-129

Chi è l'”ODO MARCHISIUS, citato nell’antico documento (Fig. 1), pubblicato dal Trinchera (3), o l”Odo Marchese’ (di cui parla il Cappelli) che, nell’anno 1097 – “…concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, la facoltà (il privilegio) di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino a Scido“. L’antica pergamena (7), non parla di ‘Odo Marchese’ – come scrive il Cappelli – ma parla di un ‘ODONIS MARCHISII’. Il Trinchera (3) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (7) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, scrive: Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.“, che tradotto significa: “Per Odonis Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig. 4, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchese e la vedova Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del Conte Ruggerio dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di settembre, del lavoro-6 run e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. L’antico documento membranaceo d’epoca Normanna (7), ci parla di un ‘Odo Marchisius’ (Figg. 1-2-3) o ‘Odone Marchisio’. Il Trinchera (3), pubblicava a pp. 128-129, anche un’altro documento in cui veniva citato il personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, in un’altra pergamena:  XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig. 3-4).

Odonis Marchisii in greco

Odonis Marchisii 1126 in latino

(Fig. 4) Un’altra pergamena d’epoca Normanna, datata 1126, manoscritta in greco, tradotta e pubblicata dal Trinchera (3) a pp. 128-129

Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Pierre Aubè (…), nel suo ‘Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo’,nella ‘Parte Prima’, nello schema “Discendenza di Roberto il Guiscardo”, egli spiega che Roberto il Guiscardo, ebbe dalla prima moglie “Alberada di Buonalbergo”, due figli: la figlia “Emma”, primogenita e “Boemondo I, principe di Aniochia (1098-1111)”. Boemondo I, sposò Costanza, figlia di Filippo I re di Francia da cui ebbe Boemondo II, principe di Antiochia, mentre la sorella Emma, primogenita di Roberto il Guiscardo, sposò “Eude (Oddone), il buon marchese (Odobono Marchisio)”, da cui nacque “Tancredi, principe d’Antiochia (1111-1112)”. Aubè, conferma inoltre la discendenza del Guiscardo con la seconda moglie, la principessa Sichelgaita, figlia di Guaimario IV. Dunque, secondo l’Aubè, la prima figlia di Roberto il Guiscardo era Emma, sorella dunque di Boemondo e sposa a Odobono Marchisio, ovvero il personaggio della pergamena del 1097, dove si cita “Scido”. Aubè dice pochissimo su Odobono Marchisio, di cui non si conosce bene l’origine. Alcuni hanno scritto che Oddone (Otton, Odobonus, Eudes) di Monferrato, detto “Le Bon marquis” (in francese) o il ‘Buon marchese’ (in italiano), tra il 1065 e il 1075, abbia sposato la Emma de Hauteville (d’Altavilla), la figlia primogenita di Roberto il Guiscardo nata dalle nozze con la prima sua moglie (d’Aubrèe) Alberada di Buonalbergo. Questo personaggio del Monferrato, pare sia stato il figlio di Oddone (Otton) 1° degli Aleramici, il primo marchese del Monferrato in Piemonte. Altri addirittura scrivono che l’Odo Marchisii, sposato con Emma, sia stato il signore di S. Chirico Raparo (PZ), in Basilicata. In ogni caso, l’epoca di cui tratta l’antica pergamena del 1097, è quella in cui, dopo la morte del Guiscardo, nel 1085, il fratello di Emma, Boemondo I, non si rassegna molto presto alla successione del fratellastro Ruggero Borsa, che era stato proclamato erede già nel 1073 e con il quale raggiunse un accordo solo nel 1089, grazie alla mediazione di papa Urbano II. Dunque, l’antica pergamena o atto di donazione del 1097, di cui parlo, non riguarda il periodo di co-reggenza di Boemondo I, fratellastro di Ruggero Borsa, divenuto erede del Guiscardo nel 1073, ma ancora piccolo, ma riguarda il periodo in cui i due fratellastri, Boemondo I e Ruggero Borsa, avevano raggiunto un accordo grazie alla mediazione di papa Urbano II, nel 1085 e, dunque essendo la pergamena datata 1097, si tratta del periodo in cui già era avvenuta la spartizione dei territori.  Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Dunque, in questo periodo, anno 1097, in cui a Boemondo, veniva riconosciuto il Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, secondo l’antica pergamena del 1097, la sorella di Boemondo I, Emma d’Hauteville e suo marito Oddone Marchisio, ebbero un ruolo fondamentale sulle nostre terre. Il Marchisio o Odo Marchisius, è citato in un altro interessantissimo documento d’epoca Normanna. Dunque con questo documento, di cui parliamo ora, siamo arrivati a tre documenti che citano questo dignitario Normanno. La studiosa Vera Falkenhausen (…), cita questa famiglia nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’ (49), e dice: “In Basilicata, i Normanni favorirono monasteri come S. Angelo di Raparo, fondato dal monaco greco Vitale alla fine del X secolo (55) e beneficiato tra altri da Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (51), e appunto – Carbone. Dalla donazione della chiesa di S. Nicola all’igumeno Biagio nel 1070/1071 risulta che, nonostante i vari danni subiti e in contrasto con le sorti di altri monasteri della regione, S. Anastasio di Carbone era sopravvissuto alla presa di potere dei Normanni. L’Abate greco cercò presto la protezione delle nuove autorità rivolgendosi nel 1074 ad Ugo di Chiaromonte, signore feudale della Basilicata meridionale.”. La Falkenhausen (49), a p. 69, nella sua nota (56), riguardo la notizia della famiglia Marchese, postillava che: “G. Antonini, La Lucania, I Discorsi, Napoli, 1745, p. 490, menziona una donazione dell’anno 6594 (= 1085/1086), ora perduta, con la quale Marchisio ed Emma, offrono “al monistero di S. Angelo a Raparo ed all’Abate Ninfo” il castello distrutto di Castelsaraceno “con la facoltà di farlo abitare, perchè allora non ci erano abitatori”. Scrive sempre la Falkenhausen nella sua nota (56) che: “I due donatori sono probabilmente i genitori dei due cavalieri Tancredi Tancredi e Guglielmi, che nel 1096 accompagnarono Boemondo I in Terra Santa (v. E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Dunque, la Falkenhausen (49), cita un antica pergamena citata dall’Antonini (51), a p. 490, parte III, della sua prima edizione della ‘Lucania’, che parlando di Castelsaraceno, un borgo in Lucania, vicino Latronico, diceva che:

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Antonini, 1745, parte III, p. 490, note

Dunque, l’antica donazione o privilegio, citata dall’Antonini (51) e, dalla Falkenhausen (49), è dell’anno 6594 che, secondo la studiosa, dovrebbe corrispondere all’anno 1085/1086. In questo altro documento, simile a quello da noi citato, ma molto più tardo, ci conferma la presenza nelle nostre terre della famiglia di “Odobono Marchisius”, come lo chiama la Falkenhausen. La studiosa, sulla scorta di Evelin Jamison (…), che ha pubblicato il ‘Catalogus Baronum’ (…), afferma che Emma, sorella di Roberto il Guiscardo ed Odobono Marchisius, fossero i genitori dei due fratelli Tancredi e Guglielmi, che entrambi seguirono Boemondo I alla prima Crociata in Terra Santa. La studiosa Falkenhausen (…), cita il personaggio Normanno del nostro documento (7) e aggiunge pure chi fosse il padre di Tancredi e di Guglielmo, che si unirono nel 1093 allo zio Boemondo per seguirlo nella prima Crociata. L’Antonini (…), scrive che: “In effetti, nella donazione che nell’anno del mondo 6594, fanno Manchisio o forse Marchisio (2), ed Emma sua moglie, al Monistero di S. Angelo a Raparo, ed all’Abate Ninfo, che in greco si legge, prodota in vari atti della S. C. di Napoli, trovasi nominato questo castello diruto…“. L’Antonini (51), nella sua nota (2) sui ‘Marchisio’, postillava che: “Alcuni han preteso, che di questo fosse stato figlio Tancredi, ricavandolo dalle parole di Roberto di Caen, dove dè fatti di questo Principe scrive:”

Cattura 

(Fig…) La nota dell’Antonini (51), a p. 490 che riporta il passo di Rodolfo Cadomense o di Caen sui Marchisio e Tancredi suo figlio

Dunque, questo scrisse l’Antonini (…), su Tancredi (…), figlio di Odo Marchisius e di Emma. Di Odo Marchisius o Odobono Marchisius, si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero sulle gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen (…) o Rodolfo Cadomense; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro (…); di Ugone Falcando (…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis).

Nel 1089, Odo Marchese o Marchisius sposò Emma d’Altavilla, figlia di Roberto il Guiscardo

Leggendo Wikipedia alla voce “Tancredi di Galilea” apprendiamo che secondo alcuni autori egli fu figlio di Odo Marchese e di Emma d’Altavilla. Di Tancredi scriverò in seguito. Chi erano i due personaggi citati nell’antica pergamena del 1097 pubblicata da Francesco Trinchera ?. Da Wikipedia leggiamo che Oddobuono Marchese ed Emma d’Altavilla, erano i genitori di Tancredi noto come di Galilea. Emma d’Altavilla era sorella di Boemondo I detto d’Antiochia. Entrambi, Emma e Boemondo erano i figli di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo e della prima sua moglie Alberada di Buonalbergo. Dunque, secondo alcuni autori Wikipedia scrive che Oddobuono apparteneva alla famiglia dei Marchese.  Secondo un’altra versione, il padre di Tancredi risulta appartenente invece non alla famiglia Marchese, bensì alla famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato, a sua volta figlio di Teuto di Savona e Berta di Torino. Wikipedia alle note (1-2-3-4) postillava rispettivamente che: “(1-2-3-4. Berardo Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, vol. 6, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1875, p. 108; ^ Biagio Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, così napoletane, come forastiere, Napoli, 1691, p. 376; ^ Catholic Encyclopedia; ^ Ferrante della Marra, p. 225.”. Ferrante della Marra (….), nel suo “Discorsi delle famiglie estinte, forestiere, o non comprese nè Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra”, Napoli, 1641. Secondo la prima versione Oddobuono Marchese era unito in matrimonio Emma d’Altavilla, figlia di Roberto il Guiscardo e sorella di Boemondo. Da Wikipedia, alla voce “Boemondo I d’Antiochia” leggiamo che Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen. Dalla Treccani on-line, alla voce “Emma d’Altavilla”, leggiamo che Emma d’Altavilla, era figlia di Tancredi d’Altavilla, come sembra accertato, e sorella di Roberto il Guiscardo e di Ruggero, raggiunse i fratelli in Italia, quando questi avevano ormai consolidato la loro potenza, intorno al 1080. Secondo alcuni cronisti, Emma sarebbe stata invece una delle figlie del Guiscardo, ma ciò è contraddetto dalle fonti coeve (fra cui particolarmente probante Raoul di Caen, De rebus gestis Tancredi principis, cap. 1, confidente e poeta del figlio dell’Altavilla, Tancredi, principe di Antiochia), che la dicono sorella e non figlia del Guiscardo. Intorno all’anno 1089, quando insieme con le nozze di Ruggero, conte di Sicilia, con Adelaide del Vasto, si contrassero numerosi parentadi fra Normanni e nobili subalpini, Emma d’Altavilla sposò Oddone “Marchisius” o “Bonus Marchisius”, a cui diede almeno due figli, Tancredi, il famoso crociato, e Guglielmo, morto in Terrasanta. Essa era morta parecchi anni prima del 1126, quando una Sichelgaita, vedova di Oddone “Marchisius”, fece una donazione, per sé, per i figli e per la buona memoria del marito (F. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Neapoli 1865, pp. 128 s., p. 98). Per Emma d’Altavilla la Treccani riporta la seguente bibliografia: Radulphi Cadomensis De rebus gestis Tancredi principis, cap. 1, in Recueil des Historiens des Croisades, Historiens Occidentaux, III, Paris 1860, p. 605; R. Jamison, Some notes on the Anonimi Gesta Francorum with special references to the Norman contingent from South Italy and Sicily in the first Cruisade, in Studies in French Language and Mediaeval Literature presented to Professor Mildred K. Pope, Manchester 1939, pp. 193-195. Un’altra notizia interessante è quella tratta sempre da Wikipedia alla voce “Alberada di Buonalbergo”, da cui leggiamo che: Anch’ella di stirpe normanna, sposò il Guiscardo tra il 1051 e il 1052, quando questi era ancora un piccolo nobile dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Era la zia, la sorella del padre, di Gerardo di Buonalbergo, che all’epoca offrì il proprio sostegno all’ascesa di Roberto facendogli dono di duecento cavalieri, che Alberada gli portò in dote al momento del matrimonio. Dall’unione nacquero due figli: – Emma, madre di Tancredi principe di Galilea, sposa di Oddone Bonmarchis (della famiglia dei signori del Monferrato); – Boemondo, primo principe di Taranto e di Antiochia. Sul blog ‘Casalenews’ (un blog del Monferrato) leggiamo che – Diversi testi di storici locali fanno riferimento a un antichissimo documento (pergamena in lingua greca) del Mezzogiorno d’Italia, all’epoca della dominazione normanna (con specifico riferimento a territori campani e calabresi), datato settembre 1097: “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos”, si cita un signore normanno: ‘Odo Marchisius’, che nell’anno 1079 concedeva un privilegio a un monaco di Vibonati per costruire un monastero a Scido (in Aspromonte, provincia di Reggio Calabria). Si tratta del documento ivi da me pubblicato. Il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, ricorrerà spesso su altri documenti dell’epoca ed è sempre citato con il titolo di marchese e donerà terre per costruire monasteri in Calabria e Campania, rivelando pertanto di essere un personaggio di nobile lignaggio e piuttosto benestante e generoso. – La Famiglia Normanna dei Marchisio, secondo alcuni storici locali, aveva in feudo in quell’epoca alcune terre del Cilento (attualmente in Campania ma anticamente era Lucania) che pare disponessero del rango di marchesato, cosa alquanto insolita nei domini normanni che erano prevalentemente contee e ducati, non mi risulta infatti vi fossero nobili “normanni” con l’investitura di marchesi. È molto probabile che il cognome Marchisio loro attribuito derivi dal titolo di marchese e sia stato assunto molto successivamente all’investitura feudale, oppure è stato attribuito impropriamente dagli autori, che avranno confuso il titolo nobiliare col cognome della dinastia, non essendo avvezzi a tale titolo nel Medioevo nel Mezzogiorno d’Italia. Del resto è comune che la storiografia locale pecchi di questi errori, assai diffusi, sia per una certa dose di improvvisazione, e sia perché mancano sufficienti basi storiche agli autori, non potendo oltretutto pretendere che chiunque si accinga a scrivere di cose storiche abbia letto e appreso tutto lo scibile umano inerente precedentemente pubblicato. – Alcuni storici locali nei loro testi sono convinti che Oddone Bonmarchis (il Buon Marchese, a volte denominato Oddone Buon Marchisio), fosse sposo di Emma, figlia primogenita di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo (duca di Puglia e Calabria e Signore di Sicilia) e quindi sorella di Boemondo principe di Taranto, e appartenesse alla nobile famiglia dei signori di Monferrato (altri storici locali si limitano a definirlo di origine e provenienza “piemontese”). Se così stessero le cose sarebbe indubbiamente il padre di Tancredi d’Altavilla. Il un altro blog su “Odo il buon marchese” leggiamo che Odo (o Eudes ) il buon marchese ( sec . XI fl ), a volte chiamato Odobonus, era un nobile normanno o lombardo che governava una regione sconosciuta dell’Italia meridionale. Ha sposato Emma, una figlia di Roberto Guiscard, e hanno avuto almeno tre figli, Tancredi e William, entrambi famosi crociati, e Roberto, oltre a una figlia (nome sconosciuto) che ha sposato Riccardo di Salerno . Odo è conosciuto solo in relazione a sua moglie e ai suoi figli. L’unica fonte per dare al padre di Tancred il nome Odo è Orderico Vitalis, che, come Ralph di Caen, crede che sia un cognato e non genero di Guiscard. In un passaggio scrive che, vedendo la sua fine, “il magnanimo Roberto [Guiscardo], duca, conte, ecc., Chiamò attorno a sé Odo il Buono, il marchese, il [marito] di sua sorella, e altri parenti e nobili”. Quando Orderic in seguito elenca i crociati del 1096, menziona “Tancredi, figlio del marchese Odo il Buono”. La nota erudizione di Orderico, e la sua contemporaneità con Tancredi, rendono la sua testimonianza la migliore disponibile sulla paternità di quest’ultimo. Solo sulla parentela della moglie di Odo, Emma, ​​Orderic sembra sbagliarsi. Poiché Tancredi e suo fratello William erano entrambi giovani al tempo della prima crociata, è improbabile che la loro madre potesse essere una figlia dell’omonimo di Tancredi, Tancredi d’Altavilla . Evelyn Jamison identifica il padre di Tancredi con il margravio Odobonus che assistette a un documento emesso dal conte Ruggero I di Sicilia a Palermo nel 1094 e con l’Odobonus Marchisus che compare in una causa del 1097, ora archiviata ad Agrigento . Un terzo riferimento, a Otone, che comandava una divisione del conte Roger a Taormina nel 1078, potrebbe essere anche al padre di Tancredi. Paulin Paris ha suggerito che il vero nome del padre di Tancred era l’ arabo Maḳrīzī, corrotto in Marchisus. Ha sostenuto che il padre di Tancred era in realtà un arabo dell’Italia meridionale e ha presentato come sua prova la Chanson d’Antioche (c. 1180), che chiama Tancred fils a l’Asacant e fils a l’Amirant (figlio dell’emiro ). Questa teoria non ha un ampio supporto. Jamison suggerisce che Tancred sia così chiamato semplicemente perché conosceva l’arabo. Ci sono molte fonti che identificano il padre di Tancredi come un margravio ( marchio latino o marchisus, da cui marchese ), ma non lo nominano . Il grado di marchese era sconosciuto in Normandia all’epoca e questo suggerisce che Odo fosse italiano, forse siciliano o lombardo, sebbene il titolo fosse più comune nel nord Italia. Alcuni italiani del nord sono noti per essersi stabiliti nel sud con i Normanni. Roberto il Monaco, elencando i crociati che accompagnarono Boemondo, menziona “i principi più nobili, vale a dire Tancredi, suo nipote [cioè, Boemondo] e figlio del marchese …”, confermando il rango di suo padre ma non il suo nome. L’arcivescovo Baldric di Dol registra, con un latino più corretto, che Tancredi era nipote di Robert Guiscard e figlio di un marchese. Chiama anche il fratello di Tancred, William marchese ( marchisus ). Guiberto di Nogent, esprimendo qualche dubbio sul fatto che tutte le sue informazioni siano corrette, dice che Tancredi era il figlio di un certo marchese, che aveva accompagnato lo zio Boemondo nella prima crociata e che suo fratello Guglielmo accompagnava Ugo il Grande. Ci sono altre fonti pertinenti all’identità del padre di Tancred, dal momento che menzionano la sua relazione con Boemondo attraverso la sorella di quest’ultimo Emma. Alberto d’Aix, un contemporaneo, conferma che Tancredi era figlio della sorella di Boemondo, ma non menziona né suo padre né suo fratello. Tuttavia, ricorda che Ruggero da Salerno era un “figlio della sorella di Tancredi”, che doveva quindi essere la moglie di Riccardo di Salerno. Marino Sanuto il Vecchio registra che Tancredi era “il nipote di Boemondo di sua sorella”. Due fonti contraddicono la prima, facendo erroneamente Tancredi un cugino e non un nipote di Boemondo, ma non nominano suo padre. La Gesta Francorum expugnantium Gerusalemme di Fulcher di Chartres lo chiama “cugino di Boemondo” e Jacques de Vitry si riferisce a “Boemondo con suo cugino Tancredi”. Da Wikipedia leggiamo pure che secondo un’altra versione ed altri autori, il padre di Tancredi risulta appartenente invece non alla famiglia Marchese, bensì alla famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato, a sua volta figlio di Teuto di Savona e Berta di Torino. Però Wikipedia postilla del blog del Monferrato “Casalenews”, nel quale è citato solo il documento del 1097 che io ho pubblicato e, non fornisce nessun riferimento bibliografico.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto in Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, Ernesto Pontieri ci parla di questo personaggio “Odobono le bon Marquiz”.

Nel 1096, Tancredi Marchese, detto ‘Tancredi d’Altavilla‘ e noto come ‘Tancredi di Galilea’ e la I Crociata

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi Marchese, detto impropriamente Tancredi d’Altavilla e noto come Tancredi di Galilea per il possesso del principato di Galilea (1072 – Antiochia, 1112), è stato un cavaliere medievale normanno, principe di Galilea e reggente del principato d’Antiochia, noto per essere stato uno dei capi della prima crociata in Terrasanta, nonché uno dei personaggi della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Tancredi era il figlio di Oddobuono Marchese e di Emma d’Altavilla, sorella di Boemondo, principe di Taranto. Secondo un’altra versione, il padre di Tancredi risulta appartenente invece non alla famiglia Marchese, bensì alla famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato, a sua volta figlio di Teuto di Savona e Berta di Torino. Inoltre talvolta il nome del padre viene riportato anche come Eude. Wikipedia alle note (1-2-3-4) postillava rispettivamente che: “(1-2-3-4. Berardo Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, vol. 6, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1875, p. 108; ^ Biagio Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, così napoletane, come forastiere, Napoli, 1691, p. 376; ^ Catholic Encyclopedia; ^ Ferrante della Marra, p. 225.”. Ferrante della Marra (….), ed il suo “Discorsi delle famiglie estinte, forestiere, o non comprese nè Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra”, Napoli, 1641. Nel 1096, ventiquattrenne, si unì allo zio Boemondo e partì alla volta di Costantinopoli insieme agli eserciti della prima crociata in Terrasanta. Giunto nella capitale bizantina, subì forti pressioni (soprattutto dal generale bizantino Giorgio Paleologo) affinché prestasse giuramento di fedeltà all’imperatore Alessio Comneno, con la promessa di rendere al sovrano qualsiasi terra conquistata durante la campagna militare. Tancredi si rifiutò di farlo, sebbene molti altri cavalieri avessero fatto giuramento senza alcuna intenzione di rispettarlo. Nel 1097, prese parte all’assedio di Nicea, ma la città fu conquistata dalle truppe di Alessio a seguito di negoziati segreti con i Turchi Selgiuchidi. L’episodio spinse Tancredi ad una prudente diffidenza verso i Bizantini. Entro la fine dell’anno conquistò Tarso ed altre città della Cilicia e fu testimone dell’assedio di Antiochia del 1098. Di seguito è riportata l’ascendenza di Tancredi di Galilea. La Gesta Tancredi è una biografia di Tancredi scritta in latino da Radulfo di Caen, un normanno che prese parte alla prima crociata in Terrasanta e fu al servizio suo e di Boemondo. Per quanto riguarda gli antenati da parte del padre Oddobuono, per ogni membro il grafico è stato suddiviso in due parti: la riga soprastante riporta gli avi della famiglia Marchese, mentre la riga sottostante quelli della famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato.

Tancredi Marchisio Principe di Galilea

Per capire chi fosse l’Odo Marchisii, citato nelle due pergamene d’epoca Normanna (Figg. 1-2-3-4), abbiamo visto che la sua origine non è conosciuta, ne quella della sua nobile famiglia ma, di lui si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero le gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro; di Ugone Falcando; di Rodolfo Cadomense (Raoul Caen)(…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). Il Caen (…), scrive di Tancredi: Tancrede, un protagonista molto illustre di un’illustrazione illustre, aveva gli autori dei suoi giorni il Marchese e Emma.”, e poi, parlando del padre, Odo Marchese, alla nota scrive: “Le Mar quis Odon ou Guillaume; son nom et ses Etats soint incertaints.” che tradotto significa: “Il Marchese Odon o William, il suo nome ei suoi Stati erano incerti. Quindi, Emma d’Altavilla, primogenita del Guiscardo e Oddone Bonmarchis (Oddone detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato ?). Emma era anche il nome di una sorella di Roberto il Guiscardo, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale cugino di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo nipote. Nel 1096, ventiquattrenne, Tancredi si unì allo zio Boemondo e partì alla volta di Costantinopoli insieme agli eserciti della prima Crociata. Giunto nella capitale bizantina, subì forti pressioni (soprattutto dal generale Bizantino Giorgio Paleologo) affinché prestasse giuramento di fedeltà all’imperatore Alessio I Commeno, con la promessa di rendere al sovrano qualsiasi terra conquistata durante la campagna militare. Tancredi si rifiutò di farlo, sebbene molti altri cavalieri avesero fatto giuramento senza alcuna intenzione di rispettarlo. Instaurato il Regno di Gerusalemme, Tancredi, fu nominato principe di Galilea e quando nel 1100 Boemondo, divenuto nel frattempo Principe di Antiochia, fu fatto prigioniero dai Danishmen didi, Tancredi fu nominato reggente. Durante il suo regno il territorio del Principato si espanse grazie all’annessione di terre sottratte ai Bizantini e a nulla valsero i decennali tentativi di Alessio di riportare queste regioni sotto il proprio controllo. Riguardo Tancredi (nipote del Guiscardo) e suo cugino il Principe d’Antiochia Boemondo I (figlio primogenito del Guiscardo), si veda il testo di  Barile (30) ed il manoscritto del cronista dell’epoca Ordone Vitale (31). Vi sono delle notizie a riguardo citate da Ebner (…), tratte dal ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, in occasione della Crociata di re Guglielmo II detto il Buono, e che sarebbe interessante metterle in relazione alla famiglia Marchese a Camerota e a Tancredi. L’Ebner (…), alle sue note (24) e (25), cita due documenti del 1136, conservati all’Archivio della Badia di Cava dei Tirreni (ABC). Ebner scrive che si tratta di due documenti (I-XXIV-2, agosto a. 1136, XIV, Salerno: nel monastero ‘puellarum sancti georgii’, esistente nella città di Salerno, di cui domna aloara dei gratia venerabilis abbatissa prehest, alla presenza del giudice Oto, la monaca Mabilia, figlia del fu Landolfo, olim domini de Policastro, vendette a Boemondo figlio del fu Erberto detto capo d’Asino (l’abbiamo visto genero di Troisio di S. Severino) unum hominem censilem spettantegli di nome Rocco, con moglie e figli, per 50 tarì salernitani. Grimoaldo notaio.”Infatti, l’Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. Lo storico Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 195, riguardo la famiglia Marchisio di Camerota, scriveva in proposito che: “.., anche mozzando le teste degli sgherri del signore di Camerota…(53).”. Ebner (…), con la  sua nota (53), sulla scorta del Capecelatro (….) e di altri, postillava e parlava della famiglia nobile dei Marchese, di Camerota che si trovarono al centro dei tumulti popolani che sorsero nel Salernitano durante il Viceregno Spagnolo e, scriveva che: “De Turri, ‘Dissid. descrisc. receptaeque Neapol.’, Insulis, 1651, p. 305: “Ducem sane Camerotae, de gente Marchisia, plurima exulum satelitio ferocem circumvenientes populari sui: caesis exulibus quorum capita recisa Neapolim ostentui detulere, ducem ipsum captivum abduxere”. Sulle violenze di Paolo Marchese, “Marchio Camerotae e casalis Lentiscosae e Cusatorum” , v. pure ASN, ‘Collater partium’, vol. 151, ff. 100 e 165; vedi pure Capecelatro, ‘Diario’, cit. I, p. 178 e II p. 42.”. Come abbiamo visto, l’origine della famiglia Marchese di Camerota, non ne parla espressamente l’Ebner ma ne parleranno altri, che ne faranno risalire l’origine al normanno Bonmarchis. Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, del ‘Catalogus’, pubblicato dalla Jamison (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in priposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (7) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella….”. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Poi l’Ebner prosegue il suo racconto sui Florio. L’Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (7), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella…..Grande personaggio del Regno, Florio venne inviato in Inghilterra con i vescovi Elia di Troia e Arnolfo di Capaccio da re Guglielmo il Buono (II, 1166-1188) a re Enrico II per chiedergli la mano della figliuola Giovanna, sorella di Riccardo Cuor di Leone, che accompagnarono in Sicilia nel 1176 (8).”. “8- L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): Interea rex W (ilielmus) consilio Papae Alexandri (III, 1151-1189), Eliam Troianum electum, Arnulphum Caputaquense ecc…”. “Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme.”. Scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…Ebner dice che ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, l’Ebner, scrive Florio è ricordato ancora da Falcando (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”). Il Capecelatro ricorda Guglielmo di Camerota, giustiziere del Principato, ai tempi (a. 1177) di re Guglielmo il Buono, con Luca Guarna.”. La notizia riportata da Ebner, riguarda re Guglielmo II e Camerota è quella secondo cui fallito il progetto di matrimonio di Guglielmo con la principessa bizantina, Maria, figlia dell’imperatore Manuele I Commeno, papa Alessandro III si oppose nel 1173 al matrimonio tra il re normanno e Sofia, figlia di Federico I Barbarossa. Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. Alfano di Camerota (1158 circa – 1182 circa) fu arcivescovo di Capua dal 1158 fino alla sua morte. Amico intimo di papa Alessandro III, ricevette da costui nel 1163 una lettera che lo avvertiva di una congiura contro il re Guglielmo I di Sicilia. Tramite suo nipote Florio di Camerota, Gran Giustiziere del Principato di Salerno, Alfano avvertì il re. Come ambasciatore di re Guglielmo II il Buono, nell’autunno del 1176 si recò in Inghilterra per negoziare il matrimonio di Giovanna, figlia di Enrico II, con Guglielmo II, allo scopo di creare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. Durante il viaggio fu accompagnato da Richard Palmer, arcivescovo inglese di Messina, e il conte Roberto di Caserta. La trattativa ebbe successo e il matrimonio – con la susseguente proclamazione di Giovanna quale regina di Sicilia – ebbe luogo il 18 febbraio 1177 a Palermo. Ma, ritornando a Tancredi, Giosuè Musca (13), a proposito di Odo Marchisio, così scrive: Ainsi Tancredi, principal lietunant, pur suppleant (1101 -1103) et successeur (1104 -1112) de Boemond, est le fils d’Odo Marchisius (Eudes le Bon Marquis) et d’Emma, sceur de Robert Guiscard (Raoul de Caen l’appelle frequembien attestee en Normandie, ecc..”, che tradotto significa: “Così Tancredi, capo tenente, allora soppiantato (1101- 1103) e successore (1104-1106) di Boemondo, è figlio di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) e Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (Raoul de Caen), era figlio di Tancredi (1101-1103) e successore ecc…”. Così, Musca (13), sulla scorta del maestro normanno Rodolfo di Caen (Raoul de Caen) – che visse buona parte della sua vita (a partire dal 1108) in Terrasanta – autore di un’opera storica: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’), parlando di Tancredi Principe di Galilea e, successore del ‘cugino’ (lo zio) Boemondo I d’Altavilla – dice che egli era figlio di Odo Marchisius e di Emma d’Altavilla. Il Caen nel suo celebre scritto sulle gesta in Terrasanta in occasione della prima Crociata, racconta le gesta di Tancredi – condottiero crociato Tancredi Marchisio – figlio di Emma e Bonmarchis e, nipote del defunto Roberto il Guiscardo. Racconta il Caen, che il giovane Tancredi, partecipò alla prima Crociata insieme allo zio Boemondo I d’Antioca (fratello della madre nelle prime nozze del nonno Guiscardo con Alberada. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiamaMarchisio’. Nel Cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, v. A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. L’autore del testo, a p. 48, del Cap. III, poi ci parla invece di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Quì gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. A p. 42, gli autori ci parlano di un Barone di Camerota nel 1136 e, poi citano Florio che figura nel ‘Catalogus Baronum’ (…), compilato nel 1185, epoca della terza Crociata di re Guglielmo II. Secondo, il cronista Rodolfo Cadomense (Roul Caen)(…), il feudatario di Camerota e Licusati doveva chiamarsi ‘Marchisio’, da Bon Marchisii o ‘Bonmarchis’, già esisteva nel 1185, anno della compilazione del nuovo ‘Catalogus baronum’, compilato per la III Crociata di re Guglielmo, ove figurava un ‘Florio di Cameroto’. Quindi nel 1185 ma secondo la citazione dei due autori (…), nel 1136 (circa 50 anni prima), esisteva un feudataro di Camerota chiamato ‘Marchisio’. Dunque, i Florio erano gli eredi dei Marchisio?.

Rodolfo di Caen (…) e le gesta di Tancredi Marchisio figlio di Emma d’Altavilla e di Odo Marchisio

Dal punto di vista bibliografico, il primo a parlare del ‘Marchisio’ è stato Rodolfo di Caen o Rodolfo Cadomense (…) che, scrisse una cronaca dell’epoca sulle gesta di Tancredi nella prima Crociata. La prima biografia di Tancredi, Gesta Tancredi ( Gesta di Tancredi) di Ralph di Caen, lo elogia come “il figlio più famoso di una stirpe famosa, [avendo] genitori scelti, il margravio ed Emma”. Era “davvero il figlio di un padre per niente ignobile”, anche se questo padre rimane senza nome da Ralph e dalla maggior parte degli altri autori. In tutto il Gesta Ralph chiama Tancred Marchisides, usando il suffisso greco -ides, che significa “figlio di”, quindi “figlio del marchese”. Altrove mette insieme Tancredi e Boemondo come Wiscardides (“figli / discendenti di Guiscard”), anche se erroneamente credeva che Emma fosse una sorella e non una figlia di Robert Guiscard. Dà anche a Tancredi un fratello di nome Robert, altrimenti sconosciuto: “i Guiscardidi, Tancredi ei suoi fratelli William e Robert“. Rodolfo di Caen (Raoul de Caen) – che visse buona parte della sua vita (a partire dal 1108) in Terrasanta – autore di un’opera storica: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’), parlando di Tancredi Principe di Galilea e, successore del ‘cugino’ (lo zio) Boemondo I d’Altavilla (l’altro figlio di Emma e di Roberto il Guiscardo), scriveva che Tancredi era figlio di Odo Marchisius e di Emma d’Altavilla. Il Caen nel suo celebre scritto sulle gesta in Terrasanta in occasione della prima Crociata, racconta le gesta di Tancredi. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiamaMarchisio’. Condottiero crociato Tancredi Marchisio – figlio di Emma e Bonmarchis e, nipote del defunto Roberto il Guiscardo. Racconta il Caen, che il giovane Tancredi, partecipò alla prima Crociata insieme allo zio Boemondo I d’Antioca (fratello della madre nelle prime nozze del nonno Guiscardo con Alberada. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (13), lo chiamaMarchisio’. Dopo la morte di Tancredi nel 1112, Radulfo di Caen, redige le sue ‘Gesta Tancredi’ per ricordare le imprese del valoroso nobile normanno, Tancredi d’Altavilla, nipote di Roberto il Guiscardo, cugino di Boemondo e uno degli eroi della Crociata (1095-1099). L’opera fu scritta prima del 1118 ma si ferma bruscamente nel 1105, il resto del documento essendo certamente andato perduto. Questa storia, tutta in lode di Tancredi, non è peraltro meno preziosa per la storia generale della prima spedizione dei crociati in Oriente. Se Radulfo non ha visto tutte le cose che narra, era però quanto meno ben a conoscenza di ciò che raccontava, meglio di ogni altra persona, relativa al periodo 1096-1107. Detta cronaca è stata redatta in capitolo, alcuni dei quali in prosa, altri in versi poetici. Radulfo, in quanto storico, deve essere esaminato con attenzione particolare per chiarire o correggere alcuni punti storici, dal momento che egli differisce nel suo racconto da quelli degli altri autori a lui contemporanei. L’opera ha avuto una vicenda particolarmente sfortunata, sia sotto il profilo della tradizione, che sotto quello della considerazione quale fonte storica. L’unico manoscritto (Bruxelles, KBR, 5373, saec. XII), forse almeno parzialmente autografo, è rimasto sconosciuto per tutto il Medioevo, riemergendo e salvandosi dall’incendio che bruciò l’abbazia di Gembleux nel sec. XVIII. Trattato maldestramente con reagenti chimici, è arrivato fino a noi in uno stato assai scadente. Il fatto che il testo racconti gli eventi dal 1096 al 1106, anni in cui l’autore non era in Terrasanta, lo ha fatto considerare come un esercizio di mera encomiastica (a causa anche della patina retorico-stilistica altissima che lo caratterizza). Una cronaca sulla I Crociata pertanto “inutile”, a fronte di testimonianze dirette come i famosi ‘Gesta Francorum’. Per il manoscritto del Caen, si veda: Radulphi Cadomensis, Tancredus, a cura di E. D’Angelo, 2011, stà in Corpus ‘Christianorum Continuatio Mediaevalis’, oppure si veda il testo di Edmond Martène (53) che scoprì l’antico manoscritto del Caen (…), in un monastero della francia nel 1716 e lo pubblicò nel 1717. Lo storico Giosuè Musca (13), a proposito di Odo Marchisio, così scrive: Ainsi Tancredi, principal lietunant, pur suppleant (1101 -1103) et successeur (1104 -1112) de Boemond, est le fils d’Odo Marchisius (Eudes le Bon Marquis) et d’Emma, sceur de Robert Guiscard (Raoul de Caen l’appelle frequembien attestee en Normandie, ecc..”, che tradotto significa: “Così Tancredi, capo tenente, allora soppiantato (1101- 1103) e successore (1104-1106) di Boemondo, è figlio di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) e Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (Raoul de Caen), era figlio di Tancredi (1101-1103) e successore ecc…”. Lo storico Luigi Russo (…), in un suo saggio su “Tancredi e i Bizantini”, parlando di Tancredi e delle sue gesta in Terra Santa, ci dice del  testo di un antichissimo manoscritto di Roul de Caen (…), ritrovato da Edmondo Martène (…), nel 1716, in un antico monastero francese di “Gesta Tancredi”, e che poi pubblicò nel 1717: “Alberti Aquensis Historia Hierosolymitana, Recueil des historiens des croisades, Historiens occidentaux”, riportava il passo in cui Rodolfo Cadomense (…) o Roul de Caen, ci dice chi fosse Tancredi e suo padre Odo Marchisio.

Russo L.,

Martène E., tomo III, p. ...

(Fig….) Il passo di Rodolfo di Caen (…), sul ‘Odo Marchisio’ padre di Tancredi

Lo storico Luigi Russo (…), in un suo recente saggio su “Tancredi e i Bizantini”, a proposito della stirpe dei Marchisio, e riferendosi all’autore del magiore dei cronisti dell’epoca Normanna, Rodolfo Cadomense o di Caen (…), scrive: “Scarsamente interessato alla discendenza paterna del suo signore (il pade Odone Marchisio apparteneva all’aristocrazia subalpina), Rodolfo, concentra invece tutte le sue attenzioni nei riguardi della discendenza normanna rappresentate dal ramo materno con la madre Emma, sorella del Guiscardo. (29).”. Russo (…), dunque, alla sua nota (29), postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Sempre il Russo, nella sua nota (29), sui genitori di Tancredi, ovvero su Emma d’Altavilla e Odo Marchisio, cita il Manselli, ‘Italia e italiani’, p. 116, e aggiunge: “Si noti che entrambi gli studiosi forniscono il nome di Odobono per il padre di Tancredi invece di Odone (ma lo studioso italiano ha corretto tale svista nella voce da lui stesso curata, ‘Emma d’Altavilla, in Dizionario Biografico degli italiani, II, Roma, 1960, pp. 541-542). Accettiamo invece l’interpretazione fornita dalla studiosa inglese che vede in Emma, la sorella e non la figlia di Roberto il Guiscardo (dunque Tancredi era cugino e non nipote di Boemondo) basandosi sul passo di Rodolfo di Caen quì citato, dove Odone è definito nei confronti del Guiscardo ‘Soriorum suum’.”. Dunque lo storico Russo (…), fa notare come alcuni ritenessero la sposa di Odone Marchisio, sorella del Guiscardo ed altri la ritenessero figlia primogenita. Troviamo un Odonis Marchisii’, anche in un’altra pergamena (Fig….), datata 1126, anche questa pubblicata dal Trinchera (3). Si tratta di un’altra pergamena:  “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig….), dove si citava Sighelgaita Marchisia’, la Principessa Longobarda e poi Normanna, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II che, fu la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antica pergamena viene chiamata ‘Marchisia’. La ‘Sighelgaita’ indicata, era la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antico documento del 1126, si confermava un privilegio ricevuto precedentemente dal Guiscardo. Forse, l’antico documento confermava privilegi del figlio di Sighelgaita e del Guiscardo, Ruggero Borsa che vincerà la lotta di successione al padre Guiscardo. Il nobile personaggio Normanno, Odo Marchese o Odo Marchisii, citato nell’antica pergamena, datata anno 1097 (7), era il marito di Emma d’Altavilla, figlia primogenita di Roberto il Guiscardo, nata dall’unione con Alberada di Buonalbergo. Il Normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (lo scaltro), arrivato in Italia, per rendere servigi ai Principi Longobardi del Ducato di Benevento, sposò tra il 1051 e il 1052, Alberada Buonalbergo che era anch’ella di stirpe normanna. Alberada, sposò il Normanno Roberto d’Altavilla, quando questi era ancora un militare al soldo di chi lo chiamava e, dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Dal matrimonio del Normanno Roberto il Guiscardo e Alberada di Buonalbergo, naquero due figli: Emma e Boemondo (detto Boemondo I, poi Principe d’Antiochia). Emma, figlia primogenita di Roberto d’Altavilla (detto il Guiscardo) e di Alberada Buonalbergo, sposò Oddone di Bonmarchise, da cui ebbe un figlio: Tancredi (detto di Taranto o Principe di Galilea). L'”ODO MARCHISSIUS, citato nell’antica pergamena manoscritta in greco (7), pubblicata dal Trinchera (3), è Oddone Bonmarchis (il Buon Marchese), sposo di Emma, figlia primogenita di Roberto il Guiscardo. Oddone Bonmarchis, della nobile famiglia dei signori di Monferrato, divenne il genero di Roberto d’Altavilla il Normanno (detto il Guiscardo e, Duca di Puglia e di Calabria), sposando la prima figlia Emma, nata dalla prima unione del Guiscardo con la prima moglie Alberada di Buonalbergo. Alberada di Buonalbergo, era anch’ella di stirpe normanna. Guiscardo, l’aveva ripudiata nel 1058, poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni. Alberada – madre di Emma – sua figlia primogenita e, sposa di Oddone Bonmarchise (il Buon Marchese) – fu ripudiata dal Guiscardo che fece annullare le nozze, perché avvenute tra consanguinei e fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone), mentre il Guiscardo si risposerà con la Principessa Longobarda Sighelgaita, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II. Il Cappelli (2), nella sua nota (21) all’antica pergamena (7) (Figg. 1- 2-3), sulla scorta del Musca (13) e del Robinson (12), spiega chi fosse l”Odo Marchisii’, citato nell’antica pergamena (7) e, scrive: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone“. Odo (o Eudes) il buon marchese (XI secolo) era un nobile italo-normanno che governava una regione sconosciuta del sud Italia. Sposò Emma, ​​una figlia di Robert Guiscard, e avevano almeno tre figli, Tancred e William, entrambi famosi crociati, e Robert, oltre a una figlia (nome sconosciuto) che sposò Riccardo di Salerno. Odo è conosciuto solo in relazione a sua moglie e ai suoi figli. Ci sono molte fonti che identificano il padre di Tancred come un margravio (marchio o marchisus, da cui il marchese) – che è sufficiente a confermare che era un italiano – ma non lo nominano. Molti identificano ulteriormente un fratello di nome William che era anche un “figlio del marchese”. Secondo Guglielmo di Tiro, “Tancredi [era] il figlio di Guglielmo il Marchese” (Tancredum Wilhelmi marchisi filium), ma la parola latina filium (figlio) è probabilmente un errore dei copisti successivi dove originariamente leggeva fratrem (fratello). Che Tancredi possedesse un fratello di nome Guglielmo è affermato dalla ‘Gesta Dei per Francos’, che registra un “Guglielmo, figlio del marchese, fratello di Tancredi” (‘Wilhelmus, marchisi filius, frater Tancredi’) tra i seguaci dello zio Boemondo di Taranto , alla prima crociata. In quello stesso documento, Tancredi viene chiamato solo “il figlio del marchese” (marchisi filius). Robert the Monk, elencando i crociati che hanno accompagnato Boemondo, menziona “i principi più nobili, cioè Tancredi, il suo nipote [cioè, il Boemondo] e il figlio del marchese …”. (“nobilissimi principes, Tancredus videlicet nepos suus e marchisi filius”), confermando il rango di suo padre ma non il suo nome. L’arcivescovo Baldric di Dol registra, con un latino più appropriato, che Tancredi era nipote di Roberto Guiscardo e figlio di un marchese (marchionis filius). Chiama anche il fratello di Tancredi, William Marchisus. Guibert di Nogent, esprimendo qualche dubbio sul fatto che abbia tutte le sue informazioni corrette, dice che Tancredi era il figlio di un certo marchese, accompagnato suo zio Boemondo alla prima crociata, e che suo fratello William accompagnava Ugo il Grande (“Tancredum marchionis cuiusdam ex Boemundi , nisi fallor, sorore filium; cuius frater cum Hugone magno praecesserat, cui Guillelmus erat vocabulum”). Ci sono altre fonti pertinenti all’identità del padre di Tancred, dal momento che menzionano la sua relazione con Boemondo attraverso la sorella di quest’ultima, Emma. Alberto di Aix, un contemporaneo, conferma che Tancredi era un figlio della sorella di Boemondo (“Tankradus sororis filius Boemundi”), ma non menziona né suo padre né suo fratello. Tuttavia, fa notare che Ruggero di Salerno era un “figlio della sorella di Tancredi” (“Rotgerum … filium sororis Tankradi”), che quindi doveva essere la moglie di Riccardo di Salerno. Marino Sanuto il Vecchio riporta che Tancredi era il “nipote di sua sorella” di Boemia (ex sorore nepos). Due fonti contraddicono il primo, facendo di Tancred un cugino e non un nipote di Boemondo, ma non nominare suo padre. La Gesta Francorum expugnantium Gerusalemme di Fulcher di Chartres lo chiama “cugino di Boemondo” (“Boiamundi cognatum”) e Jacques de Vitry si riferisce a “Boemia con suo cugino Tancred” (Boamundus cum Tancredo cognato ipsius). [3]. La prima biografia di Tancred, Rodolfo  de Caen in ‘Gesta Tancredi’ (‘Deeds of Tancred’), lo elogia come “il figlio più famoso di un lignaggio famoso, [avendo] genitori scelti il ​​margravio ed Emma” (clarae stirpis germen clarissimum, parentesi eximios marchisum habuit et Emmam” ). Tancredi era “il figlio di un padre non meno ignobile”, anche se questo padre non è stato nominato da Ralph e dalla maggior parte degli altri autori. In tutta la Gesta Ralph chiama ‘Tancred Marchisides’, usando il suffisso greco-ides, che significa “figlio di”, quindi “figlio del marchese”. Altrove riunisce Tancredi e Boemondo come Wiscardides (“figli / discendenti di Guiscard”), anche se crede che Emma sia stata una sorella e non una figlia di Robert Guiscard. Aggiunge anche come fratello, Robert, “i Guiscardidi, Tancredi e suo fratello William e Robert” (‘Wiscardidas, Tancredum et fratres Willelmum Robertumque’). L’unica fonte per dare al padre di Tancredi il nome Odo è Orderico Vitale, che, come Rodolfo di Caen, crede che sia un cognato e non un genero di Guiscardo. In un passo, scrive che, vedendo arrivare la sua fine, “il magnanimo Robert [Guiscard], duca, conte, ecc., Chiamò attorno a sé Odo il Bene, il marchese, [il marito] di sua sorella e altri parenti e nobili. Quando Orderico elenca in seguito i crociati del 1096, menziona “Tancredi, figlio del marchese Odo il Buono” (‘Tancredum, Odonis Boni marchisi filium’). L’erudizione conosciuta di Orderico e la sua contemporaneità con Tancredi rendono la sua testimonianza la migliore disponibile sulla paternità di quest’ultimo. Solo sulla questione della moglie di Odo, Emma, ​​l’Orderico sembra sbagliato. Dal momento che Tancredi e suo fratello William erano entrambi giovani ai tempi della prima crociata, è improbabile che la loro madre potesse essere figlia dell’omonimo Tancredi, Tancredi di Hauteville (d’Altavilla). 

Il Gatta (18), sulla Famiglia Marchese a Camerota

Gatta sulla familgia Marchese.PNG(Fig. 5) Gatta (18), sulla famiglia ‘Marchese’ a Camerota

Una altra interessante notizia che riguarda l”Odo Marchisii’, citato nell’antica pergamena (7), pubblicata dal Trinchera (3), la leggiamo dal Gatta (18) che, nelle sue ‘Memorie ecc..’, a p. 292, forse sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (21), parlando di Camerota, così scriveva: “Questa Terra con titolo di Marchesato, si possiede dalla Famiglia Marchese, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine da’ Principi Normanni, (a), dalla qual generosa prosapia, ne son sorti uomini, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: fra’ militari fu celebre Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella vita militare Astone Marchese, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni; e nei tempi più bassi, sotto l’Austriaco dominio, han fiorito pure nelle armi Domizio, Ottavio, ed Orazio primo Marchese di Camerota.”Poi il Gatta, disserta su un’opera di poesia e la laude al Duca Annibale Marchese, ‘Tragedie Cristiane’ (a). Il Gatta (18), dunque, fornisce delle notizie certe sull’origine dell ‘Odo Marchisii’ e, sulla presenza di questa importante Famiglia Normanna nel ‘basso Cilento’, nel primo decennio dell’anno mille. Nella sua nota (a) al testo, il Gatta (18), scrive che le notizie sono state tratte da: “Nel Registro della Regia Zecca di Napoli” forse i Registri conservati in seguito nell’Archivio Regio di Stato di Napoli e, pubblicati dal Trinchera (3), o forse si riferiva al ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, ai tempi della Crociata di re Guglielmo II detto il Buono. Nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), , alla voce ‘Bonalbergo’, troviamo “Robertus comes de Bono Herbergo, Bonialberghi, 806-807; v. etiam 344-349”. Sempre nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo un “‘Marchisius’, v. Guillelmus; Hugo; Johannes; Manfridus”.  L’altra notizia su Tancredi ‘Marchese’ che si reca alla prima crociata, è dal Gatta tratta (vedi nota (b)) dalla ‘Guerra Santa’, un’opera dell’dell’Arcivescovo di Tiro (28). Il Gatta (18), sulla scorta di un’altro cronista dell’epoca, Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme (28), scrive che Tancredi (Principe di Galilea), era figlio di Giovanni Marchese”. Il Gatta, quindi, lo chiama Giovanni Marchese e non ‘Odo Marchisi’. Il Volpe (16), parlando dell’origine di Camerota, cita le notizie riportate dal Gatta, ma lo confuta e aggiunge che alcuni credevano che essa “essa fosse accresciuta dagli abitatori scampati dalla depredata Melfe”, facendo la similitudine con il promontorio della ‘Molpa’ o ‘Melpe’. In effetti, questa remota ipotesi andrebbe ulteriormente indagata in quanto esiste un collegamento con la città lucana di Melfi, in quanto,  la suocera di Oddone Bonmarchis (o Giovanni Marchisio come lo chiama il Gatta), Alberada di Buonalbergo (nonna di Tancredi), dopo essere stata ripudiata dal Guiscardo, si fece in disparte e, si ritirò sulla rocca di Melfi. E con questa notizia storica, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come Camerota. Infatti, l’Ebner (11), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (15) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. L’Ebner (11), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Nel Catalogus baronum sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. L’Alfano (32), parlando di Licusati, scriveva: “feudo dei marchesi dei Marchese di Camerota.”. 

I Marchisio ed i Florio nei regesti dei documenti della Certosa di Padula (…)

Lo studioso Carmine Carlone (…), pubblicò nel 1969, una serie di documenti provenienti dagli Archivi Cavensi ma appartenenti alla Cerosa di San Lorenzo di Padula, dove si trovano citati i Marchisio ed i Florio. Per lo più documenti di epoca angioina al tempo di Re Roberto d’Angiò o di Luigi II d’Angiò. In questi documenti, vengono citati: 1 – Marchisio di Catania: doc. n. 959, anno 1391, p. 357; 2 –  Marchisio di Caterina: doc. n. 223, anno 1330, p. 95; 3 – Marchisio di Sirange: doc. n. 436, anno 1352, p. 173-174; 4- Marchisio Matteo: doc. n. 302, anno 1339 (1338), p. 124; 5- Marchisio Nicola: doc. n. 559, anno 1362, p. 211.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(2) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5.  Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Riguardo il Monastero di S. Elia, citato dal Robinson (…), abbiamo visto che viene citato in un testo di Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190 (…). Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Il Cappelli, nella la nota (21) dice: Trinchera F. (3), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”.

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(3) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli eccc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

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(4) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 (Archivio Storico Attanasio), si veda pure la ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Gal-zerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880.

(5) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (8) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(6) Natella P. Peduto P., Pixus – Policastro, estratto da ‘Universo’, rivista di I.G.M., Anno  LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512.

(7) (Fig. 1-2-3) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cy-riacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato citato dal Cappelli (2), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (3), pp. 80-81-82. Il Trinchera (3), trae l’antico documento da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera (3), nella sua nota al testo, a p. XXV, parlando del documento ““Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”, e alla nota (3) dice: Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”. L’antico documento membranaceo è scritto in greco ed è stato tradotto in latino dal Trinchera. Riguardo l’origine dell’antica pergamena (membrana), del 1079, pubblicata dal Trinchera (3), si veda lo stesso Trinchera: ‘Archivi Napoletani, relazione per il Ministro della Pubblica Istruzione’, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, pp. 241, Tav. VI, “pergamenne latine de’ monasteri soppressi”, conservati nella Sezione Diplomatica dell’Archivio di Stato di Napoli, all’epoca del Trinchera e pubblicati in 6 vol. in “Regii Neapolitani Archivi monumenta edita ac illustrata 1845-1861”. Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la fotoriproduzione del documento ed abbiamo appreso la triste notizia (sic!) dal dott. Fernando Salemme dell’ASN che ci rispondeva : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”

(8) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Si veda pure: Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 e pure: Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(9) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 73.

(10) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.“, è stato citato da Ebner (11), che lo colloca come ( a. 166 /67); Si veda pure: Keher P.F., Re-gesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372. Il documento, viene citato anche dal Laudisio (9). Nel 1976, lo storico Gian Galeazzo Visconti (9), pubblicò uno studio del Vescovo di Policastro, Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, pubblicato nel 1831. Il Visconti, nella sua pre-fazione alla ‘Sinossi’ del Laudisio, dice che il Laudisio, riferisce di alcune interessanti no-tizie storiche e toponomastiche sulla Diocesi di Buxentum (Policastro) e, aggiunge che il manoscritto del Laudisio (9), contiene la ‘Bolla di Alfano’, datata 1079: “Restaurazione del-la Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.“. Infatti, il Laudisio (9), parlando della Diocesi nella sua ‘Synopsi’, dice: “Non appena il monaco benedettino Pietro Pappacarbone fu consacrato vescovo di Policastro, l’Arcivescovo che lo aveva consacrato si diede subito cura di rendere noto…”.

(11) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, per Camerota si veda, vol. I, pp. 581. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia ‘Marchese’ di Camerota, si veda: vol. I, p. 120; si veda pure dello stesso autore: ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 195. Riguardo la notizia del Malaterra (…), su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(12) Robinson Getrude, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, I. History, Orientalia Christiana, vol. XI.5, num. 44, Rome, 1928. II. Cartulary, Orientalia Christiana, stà in “Orientalia cristiana”, (1929) Roma, vol. XV-2, n. 53, p. 195, e poi anche: II-ii Cartulary, Orientalia Christiana, vol. XIX.1, num. 62, Roma, 1930, è citato dal Cappelli (2), che nella sua nota (21) a p. 345, dice che secondo il Robinson: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Secondo il Cappelli (…) e la Falkenhausen (…), ci parla del Monastero di Carbone e delle donazioni della famiglia ‘Marchese’. Il Cappelli (…), nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Robinson Gertrude  1930: G. Robinson, Some Cave Chapels of Southern Italy, dans Journal of Hellenic Studies, 50-2, 1930, p. 186-209. DOI : 10.2307/626810. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson. Questo grecista britannico ha dato Orientalia Christiana Analecta, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (92) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (93), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. Aggiungiamo che anche i documenti latini del tardo Medioevo (che a volte contengono atti più vecchi inseriti) sono numerosi. I rimproveri che possono essere fatti all’edizione di Gertrude Robinson sono evidenti: questo ellenista non aveva chiaramente ricevuto addestramento in diplomazia o storia; lascia le abbreviazioni non risolte; le sue letture di latino non sono sicure; la sua edizione non soddisfa assolutamente i criteri scientifici del XX secolo; infine, ha preso in considerazione solo gli atti conservati presso l’Archivio Doria Pamphili. Tuttavia, ha avuto il merito di far emergere questa collezione ricca e originale, l’unica veramente bilingue conservata e che consente di utilizzarla entro certi limiti. Gertrude Robinson afferma di aver visto, grazie al Dott. Barletta di San Chirico [Raparo], una platea del monastero di Carbone, quindi in possesso di un avvocato De Nigris, amico di Barletta (94). In Fonseca-Lerra (65), 1994, troviamo la fotografia della prima pagina di una “regia platea” del 1741. Secondo Gertrude Robinson (Robinson 1928-1930, I, 313), negli anni 1540, l’abate commendatario Ferdinando Ruggieri (1540-1542) aveva presentato a Napoli gli atti di Boemondo II, Riccardo il Siniscalco, Alessandro e Riccardo da Chiaromonte, rinvenuti presso la Certosa di Padula e tradotto in latino, su sua richiesta, dai napoletani Giampaolo Vernalione e Vittorio Tarentino.

(13) Giosuè Musca, Mezzogiorno Normanno-Svevo e le Crociate, ed. Dedalo, Hoepli, p. 233

(14) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscar- di ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. 

(15) Del Giudice, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II D’Angiò, collezioni di leggi statuti e privilegi dal 1265 al 1309, raccolti annotati e pubblicati da Del Guidice, Stamperia della R. Università, Napoli, 1863, Vol. I, p. II.

(16) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122; Si veda pure: De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995.

(17) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Co-lumnum) da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli, op. cit. (16), p. 136 nota (c).

(18) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., o- pera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie…, op. cit., p. 292-293.

(19) Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI), stà in Rassegna storica Salernitana, Anno XXIII,  Salerno, 1963, parte II, p. 6.

(20) Troyli Placido Abate, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. 

(21) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano incominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, ‘Padula’, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro – che mi fu donato da Gerardo Ritorto – a p. 520 e 521, nelle sue note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Gaetani Rocco, L’antica Bussento oggi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Na-poli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dello Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sempre il Ludisio, nelle sua nota 36, afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(22) Giustiniani L., Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, p. 226, cita alcune notizie su Policastro tratte dal manoscritto del marchese di S. Giovanni, alla sua nota (4) dice: fol. 121 e, alla nota (5), cita Goffredo Malaterra (14): lib. 2.

(23) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, part. I, p. 139.

(24) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 8.

(25) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(26) Capalbi Vito, Sugli archivi delle due Calabrie ulteriori, rapido cenno, Napoli, Tipografia di Porcelli, 1845, introduzione e p. 6 e s.

(27) Tromby Benedetto, Storia critica cronologica diplomatica del Patriarca di S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano, Napoli, presso Vincenzo Orsino, 1877, Tomo VII.  

(28) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

(29) Riguardo l’origine della famiglia Marchisio, si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Per l’origine dei Marchisio, si veda pure l’opera di Raoul di Caen o Jumiegès. Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana»; si veda pure: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Alfano N.M., op. cit. (32) e Ebner P., op. cit. (11). Per l’origine dei Marchisio, si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di OdoLo storico Luigi Russo (…), dunque, alla sua nota (29), di un suo saggio su Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Odo Marchisio, postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”.

(29) De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli,  ed. A. Dekten, 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

(30) Barile N. L., La figlia del re di Francia e il principe normanno. Il matrimonio di Costanza e Boemondo d’Altavilla, stà in ‘Con animo virile‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 85 e s.

(31) Orderico da Vitale (Ordonis Vitalis), Historia Ecclesiastica.  Orderico Vitale (Atcham, 16 febbraio 1075 – Saint-Evroult, 1142) è stato un monaco cristiano, storico e cronista inglese, tra i più importanti storiografi della sua epoca. La Historia ecclesiastica è la sua opera principale, alla quale ha lavorato dal 1114 al 1142, è composta da 13 libri. Oderici Vitalis o Oderico Vitale, Oderico Vitalis o Oderico Vitale, ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderic Vitalis o Vitale and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995.

(32) Alfano N. M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, ed. Vincenzo Manfredi, 1795, p…

Jamison, Cataloggo dei baroni

(33) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972,  n. 492 (Archivio Storico Attanasio). Lo storico Luigi Russo (…), dunque, alla sua nota (29), di un suo saggio su Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Odo Marchisio, postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. (Archivio Storico Attanasio)

(34) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio).

(35) Poma I., Sulla data della composizione originaria del Catalogus Baronum, Archivio Storico Siciliano XLVII, 1926/27, pp. 233–239.

(36) Raoul di Caen o Jumiegès. Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana». Per l’opera di Caen, si veda: Histoire de Tancrede, par Raoul de Caen, stà in: Guizot M., Collection des memoires relatifs a l’Historire de France – Notice sur Raoul de Caen et Robert Le Moine – Faits et gestes du Prince Tancrede, Paris., ed. Chez J. – L-J. Briere, 1825, p…..Caen è citato da alcuni studiosi tra cui il Musca (…); si veda The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges, Orderic Vitalis and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995. Per il manoscritto del Caen, si veda: Radulphi Cadomensis, Tancredus, a cura di E. D’Angelo, 2011, stà in ‘Corpus Christianorum Continuatio Mediaevalis’, oppure si veda Edmond Martène (…), che nel 1717, pubblicò l’antico manoscritto ritrovato nel 1716, in un antico monastero francese.

(37) Capecelatro F., Diario, I, Napoli, 1850, p….

(38) Lubin A., Abbatiarum Italiae brevis notitia, Roma, 1693, p…..

(39) Pertusi Agostino, Aspetti organizzativi e culturali dell’ambiente monacale greco dell’Italia meridionale, in ‘L’eremitismo in Occidente nei secoli XI e XII’, in Atti della seconda Settimana Internazionale di studio (Mendola 30 Agosto- 6 settembre 1962), Milano, 1963, pp. 383-417.

(40) Rodotà Pietro Pompilio, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763 (Archivio Storico Attanasio), ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”

Santoro P.E.,

(41) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che racconta la storia del Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. E’ molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Interessantissima la ricostruzione storica che fa il Santoro, che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (42), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc..

(42) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”.

(43) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano. che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia, un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e  da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”Il duca TOMMASO Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

Vargas-Macciucca

(44) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

(45) Sulla Certosa di S. Bruno, prima Monastero di S. Stefano del Bosco, si veda pure l’inedito ‘Martyrologium Cartusianum singulis mensibus iuxta calendarii formam accomodatum’, tradito nel ms. cartaceo Brancacciano II C 11 (Biblioteca Nazionale di Napoli), opera di Camillo Tutini (1594-1667) a cura di Pietro De Leo per i tipi di Rubbettino, ristampa anastatica – 2008, opera strettamente connesso al Martirologio della Certosa di Santo Stefano del Bosco. Tutini, è un erudito la cui esperienza personale nella Certosa di San Martino a Napoli, legata a quella di Serra San Bruno in Calabria, dove riposano le spoglie del Santo fondatore, l’avevano spinto ad approfondire la storia di quell’ordine eremitico, del quale sembra aver fatto parte in gioventù, inserendo anche una breve cronaca del monastero calabrese nel ‘Prospectyus historiae ordinis Carthusiani. Additum est Breue chronicon Monasterij S. Stephani de Nemore eiusdem ordinis. Nec non series Carthusiarum per orbem…….Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio di Carbone.

(46) Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo.

(47) Sul Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone in Provincia di Potenza, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8. Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Riguardo questo antichissimo monastero, ha scritto il Rodotà P. P. (40), Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763, ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”Moltissimi dei documenti d’epoca Normanna, molti dei quali erano pergamene membranacee e redatte con scrittura in greco, erano documenti provenienti da monasteri basiliani o di antica fondazione. Molti di questi documenti, come alcuni di quelli che abbiamo citato in quanto riguardano il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, erano privilegi compilati per concessioni fatte al Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), che dopo varie vicissitudini ed anche a seguito alla soppressione dei Monasteri del 1809, confluirono nell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata presso Tuscolo, nel Lazio, che nel 1600, fu commendata dal Cardinale Bessarione, il quale incaricò alcuni suoi collaboratori di redigere quello che oggi viene comunemente chiamato “Regestum Bessariones”, che cita moltissimi di questi antichissimi documenti. Agli inizi del XVIII secolo, Pietro Menniti (…), su incarico del Bessarione, redisse il ‘Chronicon Carbonense’ e il ‘Bullarium Cryptense’, dove vennero trascritti moltissimi dei documenti posseduti dall’Abazia di Grottaferrata, provenienti dal monastero di Carbone (…). La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch (…), scriveva che all’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Scrive sempre il Breccia che il Menniti (…), utilizzò alcuni antichissimi manoscritti greci, provenienti dalla Badia di Grottaferrata a Tuscolo, per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6), dice: la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’”. Riguardo l’opera del Bessarione e del Menniti (…), si veda il testo di  Pera (…) ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’. Per gli antichi documenti del monastero di Carbone (PZ), si vedano pre gli studi  di Enrica Follieri (…). Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot, hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), che: Le monastère grec de St-Élie et St-Anastase de Carbone a été fondé à la fin du Xe siècle lorsque des moines grecs venus de Calabre se sont installés en Basilicate. Le roi Guillaume II fait en 1168 de son abbé l’archimandrite des monastères grecs de Basilicate. L’abbaye décline aux XIIIe et XIVe siècles, perd peu à peu son caractère grec, passe en 1474 sous le régime de la commende. Les abbés commendataires Giulio Antonio Santoro, Paolo Emilio Santoro et Giovanni Battista Pamphili, qui se succèdent de 1570 à 1644, puis l’abbé général des Basiliens Pietro Menniti à la fin du XVIIe siècle ont permis de conserver de nombreux documents, grecs et latins, du XIe siècle au début de l’époque moderne ; ces documents (originaux, copies, traductions) sont aujourd’hui dispersés entre l’Archivio Doria Pamphili (Rome), le fonds Basiliani de l’Archivio Segreto Vaticano, quelques autres fonds, ou conservés dans des éditions anciennes, notamment dans le livre de P. E. Santoro. La partie ancienne du fonds a été publiée en 1928-1930 par Gertrude Robinson, de façon peu satisfaisante ; Walther Holtzmann, puis Gastone Breccia en ont aussi édité des éléments. On se propose de donner une édition scientifique des actes grecs et latins de ce fonds bilingue, le plus important pour l’histoire de la Basilicate médiévale et du monachisme grec en Italie.”.

(48) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681

(49) von Falkenhause Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, ed. Congedo, Università degli Studi della Basilicata, Potenza, 16, Atti e Memorie, ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(50) Antonini Giuseppe, La Lucania, I Discorsi, I° ed. Benedetto Gessari, 1745, parte III, p. 490, si parla di Odo Marchisio e di suo figlio Tancredi.

(51) Russo Luigi, Tancredi e i Bizantini, sui Gesta Tancredi in Hexpeditione Hierosolymitana di Rodolfo di Caen,

(52) Martène Edmond, Gesta Tancredi auctore Radolfo Cadomensi eius familiari, stà in ‘Thsaurus novus anecdotorum’, Tomo III, Paris, 1717, p. 107.

(53) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio). La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77.

(54) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.(Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(55) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(56) Follieri Enrica, ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Archivio Storico Attanasio).

(57) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (…). Questo grecista britannico ha dato ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). 

(58) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou.

(59) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, ed. Loesher, Roma, 1909, si veda ristampa anastatica ed. Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma, 1970 (Archivio Storico Attanasio), vedi pp. 158-159

(…) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, Napoli, 1796

(…) Pietro Diacono (Roma, 1107/1110 – Montecassino, dopo il 1159) è stato un monaco cristiano, scrittore e bibliotecario italiano. La fama di Pietro Diacono dopo la sua morte non si diffuse oltre Montecassino, pur essendo stato egli impegnato in un’attività letteraria notevole sebbene spesso viziata da una fervida e sovrabbondante fantasia. Molte delle sue opere letterarie ed agiografiche sono conservate nei codici autografi Casinense 361 e 257 (Montecassino, Archivio dell’Abbazia) e nel Casinense 518, il cd. Registrum S. Placidi. La sua nota attività di falsificatore emerge in tre gruppi di opere che possono classificarsi come: Falsificazioni relative a san Placido (testi riguardanti la figura di san Placido, primo discepolo di san Benedetto), “Falsificazioni relative a Odone circa s. Mauro” (le interpolazioni operate sulla Translatio S. Mauri di Odone di Glanfeuil databile all’863, e le contraffazioni intorno ad una presunta dipendenza del monastero di Glanfeuil da Montecassino, recepita dall’antipapa Anacleto II nel 1133 e confermata da papa Eugenio III nel 1147); infine le “Falsificazioni relative ad Atina” (Vite di santi e testi storici sulla città del suo esilio). Pietro fu anche autore di trattati esegetici sulla Sacra Scrittura e sulla Regola di s. Benedetto: Scolia in diversis sententiis, Scolia in Quaestionibus Veteris Testamenti, Exortatorium ad monachos, Expositio in Regulam S. Benedicti. Se in quest’ultima opera egli mostra di dipendere abbondantemente da Smaragdo, nell’Exortatorium attinge piuttosto ad Ugo di San Vittore e Ildeberto di Lavardin. Nelle prime due invece la fonte è costituita da una versione latina delle Quaestiones ad Thalassium di Massimo il Confessore. Le due opere fondamentali che testimoniano la dimestichezza di Pietro con le fonti documentarie cassinesi sono: 1) la continuazione della Chronica sacri monasterii casinensis di Leone Ostiense, già proseguita alla morte di quest’ultimo da Guido fino al 1127, e poi dallo stesso Pietro Diacono condotta fino al 1138; 2) il cosiddetto Registrum Petri Diaconi (Reg. 3: Archivio dell’Abbazia di Montecassino), uno dei più famosi cartolari medioevali. Tra i due testi esiste una stretta correlazione nella quale appare come l’autore per la composizione del Registrum in larga parte abbia preso a modello la Chronica (Hoffmann, Chronik, infra). Un omaggio alla storia spirituale e letteraria di Montecassino sono poi rispettivamente l’Ortus et vita iustorum cenobii Casinensis e il Liber illustrium virorum archisterii Casinensis. Un altro profilo dell’attività letteraria di Pietro Diacono, che ne fa quasi un unicum nel panorama culturale del suo tempo e in certa misura un precursore dell’Umanesimo, è quello classicistico. Oltre alla Graphia aureae urbis Romae, la cui paternità gli è stata riconosciuta di recente da Herbert Bloch (Graphia, infra), Pietro Diacono trascrisse diverse opere che ci sono trasmesse grazie all’autografo codice Casinense 361 (il trattato De aquaeductu urbis Romae di Frontino, la sezione topografica su Roma del De lingua latina di Varrone, l’Epitome rei militaris di Vegezio) oppure in una sua copia tardo-quattrocentesca: Napoli, Bibl. Nazionale, IV D 22 bis (l’Itinerarium Antonini Augusti, brani tratti da Firmico Materno, un sunto da Solino, il Liber dignitatum Romani imperii). Egli inoltre, a parte un Liber de locis sanctis (Casin. 361), stando alla sua autobiografia, compose tra l’altro un compendio del De architectura di Vitruvio, lapidari, trattati sulle qualità magiche delle pietre. Ed ancora per volontà dell’abate Senioretto, in collaborazione con l’autore, emendò la “Visione” composta dal monaco cassinese Alberico da Settefrati. Una così abbondante produzione letteraria, nel momento stesso in cui declinava lo splendore irradiatosi da Montecassino quale centro di riforma della Chiesa nella seconda metà del secolo XI, sembra mossa da due obiettivi fondamentali: da una parte la celebrazione dell’abbazia cassinese e dall’altra l’acuto desiderio di tramandare la memoria di sé, della sua versatilità, di quella spiccata autocoscienza del suo ruolo di erede e trasmettitore delle memorie cassinesi, unita ad una quasi, e perciò esorbitante, identificazione con la lunga storia del suo monastero. Nell’insieme la sua figura è rappresentativa di un ancor vivo, seppur declinante, fervore culturale nella Montecassino del XII secolo: lettore vorace, erudito e poligrafo di grande rilievo, non sempre è considerato ugualmente attendibile. Herbert Bloch, uno dei massimi studiosi della storia del monastero cassinese, ha indicato le notizie sulla storia dei vescovi di Atina come un esempio tipico della sua “disinvoltura storiografica” e della sua attitudine a manipolare le fonti.

(…) Durante Paolino, Vita di Santa Sinforosa protettrice di San Chirico Raparo in Lucania, Napoli, 1883, pp. 144, 145 (Archivio Storico Attanasio),  che viene citato in ‘La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini’, in Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978.

Carlo Pisacane a Sapri e l’inizio dell’Unità d’Italia

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(Fig. 1) La statua bronzea  di Carlo Pisacane – opera dello scultore Gaetano Chiaromonte (Foto Archivio Attanasio)

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Lo studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri, oggi conservato negli Archivi del Comune, scrivevo anche sull’epopea dello sfortunato Carlo Pisacane e sulla sua impresa storica da cui è iniziata l’Unità d’Italia. Dello studio, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, oggi, in occasione della rievocazione dello storico sbarco, volentieri pubblico ciò che scrissi nel 1987.

INCIPIT

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a p. 53, in Apendice doc. XXIV, in proposito scriveva che: “Del resto Marsala riabilita Sapri, come Pisacane precorse Garibaldi. – I cui volontari piansero toccando, vincitori la spiaggia di Sapri e la terra di Sanza, che Pisacane ebbe cosparsa di sangue.”. E’ indubbio che l’eroica missione di Carlo Pisacane precorse quella dei “Mille” di Giuseppe Garibaldi. E’ per tale concetto e pensiero che ho deciso di scriverne quale titolo di questo mio saggio che a Sapri iniziò l’Unità d’Italia. Stesso concetto ripeteva il Racioppi che scrisse sulla scorta di documenti inediti e sul testo del Venosta (…). Infatti, il Racioppi, a p. 46, nella nota (1) postillava: “(1) Venosta, Pisacane e compagni, martiri a Sanza, Milano, 1863.”. Da Wikipedia leggo che la spedizione fallita ebbe in effetti il merito di riproporre all’opinione pubblica italiana la “questione napoletana”, la liberazione cioè del Mezzogiorno italiano dal malgoverno borbonico che il politico inglese William Ewart Gladstone definiva «negazione di Dio eretta a sistema di governo». Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, etc…”.

Nell’8 luglio 1848, dopo l’eccidio del Carducci, il colonnello Recco con la nave ‘Tancredi’ da Napoli arriva a Sapri per salvare il prete Peluso ed il 9 luglio 1848 riparte per Napoli col Peluso

Il sacerdote Mario Vassaluzzo (….), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 201 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il cadavere del Carducci fu trascinato nel ripiano detto ‘Jazzine’ e precipitato nel burrone scavato tra le due altissime rocce. Temendo una insurrezione popolare, dietro segnalazione del Peluso, il giorno 8 luglio, il colonnello Recco, proveniente da Napoli, a bordo del “Tancredi”, sbarcò a Sapri. Ma poichè tutto era apparentemente calmo, egli ne partì il giorno 9 in compagnia del Peluso.”. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (….), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (…).

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, etc…”.

Nel 1848, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti. E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”.

L’arciprete di Sapri Don Nicola Timpanelli

E’ noto che la Famiglia Timpanelli, a Sapri, fosse particolarmente impegnata nelle vicende storiche che videro la restaurazione del Regno delle delle due Sicilie e del Monarca Borbonico Ferdinando IV – poi Ferdinando II, dopo il breve decennio Francese di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La Famiglia Timpanelli, particolarmente attiva in quegli anni nella fede anti-borbonica, insieme ad altri liberali di Sapri come i Gallotti, che si opponevano all’altra fazione dei Peluso e del Prete Vincenzo Peluso in particolare che era al contrario convinta filo-borbonica e per la Restaurazione della monarchia nel Regno delle due Sicilie. Sebbene su queste vicende alcuni storici del tempo come il Mazziotti (….) ed il Pesce (….), abbiano contribuito a far luce sugli avvenimenti di quegli anni, che hanno visto in prima fila la cittadinanza di Sapri, partecipe e protagonista delle vicende che poi hanno portato all’Unità d’Italia e, che attraverso l’epopea di Carlo Pisacane l’hanno resa famosa in tutto il mondo, restano poco chiari alcuni aspetti che andrebbero ulteriormente indagati, come ad esempio la vicenda del martirio di Costabile Carducci, di cui il Dr. Vincenzo Timpanelli, nel ricordo del fratello, D. Antonio, arciprete di Sapri, forse contrubuì con le sue memorie alla stesura del libro di Carlo Pesce. Dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. …), sappiamo essere stato Don Antonio Peluso, nato nel 1795, sposato con Rosa Maria Branda e morto nel 28 Agosto 1820, che lasciava orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina.  Don Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio dei sig.ri Vincenzo Peluso ed Anna Brandi. Il documento è di notevole importanza per la storia del nostro paese anche per la descrizione e la citazione di luoghi e di toponimi ancora non del tutto sufficientemente indagati e conosciuti. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig…..) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che, raccontò i fatti accaduti sull’eccidio di Costabile Carducci di cui rimane la memoria nel manoscritto del cav. Carlo Pesce (….), manoscritto olografo di cui posseggo le foto concessimi dagli eredi del canonico Arciprete di Sapri Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig…..). Il Palazzo della Famiglia Timpanelli, oggi Tavernese, di cui si è salvato solo lo splendido portale e, lo stemma araldico (Figg…..), dimora dell’arciprete diacono Don Nicola Timpanelli, della curia di Sapri, ricordato nella lapide marmorea posta all’interno dell’androne della Chiesa Madre di Sapri in Piazza del Plebiscito ( Fig…..). Paolo Emilio Bilotti (13), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli malgrado le difese che lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu mai data tregua per aver tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la messa nella chiesa del Purgatorio. Eppure egli si trovava alla dipendenza della gran corte crim. col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”.

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(Fig…) Stemma lapideo scolpito della famiglia Timpanelli che sormonta un portale in C.so Umberto I a Sapri

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(Fig…..) Portale e stemma araldico del palazzo Timpanelli in C. so Umberto I a Sapri

Nel 28 settembre 1852, a Sapri la visita di re Ferdinando II di Borbone e Francesco suo figlio al prete Peluso, malato che aveva 75 anni

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: “Nell’autunno del 1852 il re Ferdinando II volle visitare la Basilicata e la Calabria. Sbarcato da Napoli il mattino del 28 settembre sul lido di Sapri, nel golfo di Policastro, col figlio quindicenne, Francesco, duca di Calabria, e col fratello, il Conte di Trapani, Aiutante Generale del grado di Brigatiere, visitò e confortò il vecchio D. Vincenzo Peluso nelle sua villa; indi proseguì per Torraca, Casaletto Spartano, Battaglia e Lagonegro. Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il 28 settembre settembre del 1852, Sapri riceveva la visita del Re. Il sovrano accompagnato da un nutrito seguito e scortato da quattro navi, approdò al Fortino, a circa un chilometro dalla cittadina. Ferdinando, saputo della sua infermità, volle far visita al Peluso. Fu l’ultimo saluto col suo fedele collaboratore: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”. Dunque, il sacerdote Mario Vassalluzzo cita il Matteo Mazziotti (….) e cita anche Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18. E’ proprio sulla scorta del De Cesare (….), che lo storico coevo, Giorgio Mallamaci scrivendo la storia di Torraca ci parla dello storico evento distorcendone i fatti. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848”, dopo aver parlato di Costabile Carducci che dice essere stato ucciso “sul Monte Spina” (che non esiste), continuando a parlare di Torraca, a p. 88, riferendosi al re Ferdinando IV di Borbone, “divenuto Ferdinando II, re delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “Il Peluso si ritirò in una casa di campagna a Torraca, dove trascorse in solitudine gli ultimi giorni della sua esistenza, e dove prima di morire ebbe l’onore di essere visitato dal suo amato sovrano. In quell’occasione, Re Ferdinando si imbarcò a Napoli, sulla nave ammiraglia il ‘Fulminante’, scortata dal ‘Guiscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’ e giunse nella rada di Sapri il 28 settembre. la stessa sera raggiunse a piedi Torraca, dove fu accolto dalla popolazione con festose manifestazioni: luminarie, spettacoli, giochi di fuoco e danze. Il re fu ospitato nel castello, dal vecchio marchese Biagio Palamolla. Quest’ultimo, a causa di una grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima dall’incarico di guardia del re con il grado di brigadiere e portastendardo. Il sovrano prima di lasciarlo, gli donò una carrozza in segno di gratitudine e poi conferì all’ospite il titolo di Duca di Torraca. Fu questa la sola volta, in cui Ferdinando di Borbone accettò ospitalità da privati. Re Ferdinando, durante la visita al marchese di Poppano, Biagio Palamolla, saputo che a poca distanza dal castello era in fin di vita il vecchio prete, assassino del Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, con suo figlio, il principe ereditario Francesco, di quindici anni e con il seguito di corte. Si racconta, che il Peluso aveva 75 anni, provato dalla malattia, ed emozionato dall’inaspettata visita, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo spirò. Era il 4 ottobre del 1852.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nell’altro suo libro “Storia della città di Lagonegro”, dove, a p. 373 e ssg. parlando della visita del Re Ferdinando II (già Ferdinando IV): “Nell’autunno del 1852 il Re Ferdinando volle visitare un’altra volta questa parte della Basilicata e le Calabrie, etc…ordinò, partisse per le calabrie. Il movimento delle truppe, oltre 20 mila soldati, ebbe luogo dal 23 al 26 Settembre concentrandosi tutta la colonna in Lagonegro e nei dintorni (1). Tuttavia quasi d’una marcia militare, che i liberali del tempo dissero fatta per intimorire le popolazioni. Il Re,  imbarcatosi la sera del 27 settembre a Napoli, sulla fregata a vapore Fulminante, col figlio allora quindicenne Francesco, Duca di Calabria, e col fratello il Conte di Trapani, sbarcò nel mattino del 28 Settembre nella rada di Sapri. Quivi, avendo appreso che il Prete Vincenzo Peluso, l’esecrando assassino del gran patriota Costabile Carducci, era infermo e presso a morte, volle visitarlo, e recatosi a piedi nella villa, dove il vecchio era accasciato da idropisia e dagli anni, lo confortò e lo esortò a bene sperare nella divina misericordia. Da Sapri, il Re, a cavallo, percorrendo una traccia di rotabile, costruita da un negoziante per lo scarico di legname al porto, passò a Torraca, dove alloggiò e pernottò nel castello medievale, dalle torri merlate, del Marchese di Poppano (Biagio Palamolla), il quale a perpetuo ricordo della visita reale, fece murare sulla facciata del Castello una lapide con lunga ed enfatica iscrizione latina….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, levarono il grido – Italia degli Italiani”. Pesce, a p. 372, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Fine di un Regno’ di Raffaele De Cesare, vol. I, pag. 18, 3° ediz., dove nel vol. III è pure riportata questa narrazione, già da me pubblicata nel giornale il ‘Foglietto’.”. Infatti, Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria, sulla scorta di Carlo Pesce (….), in proposito scriveva che: “Sulla fine di settembre del 1852, il re vole dare….., partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, concentrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro. Il re s’imbarcò la sera del 27 settembre a Napoli sul ‘Fulminante’, insieme col principe ereditario, che contava quindici anni, e col conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe D’Aci, dai brigatieri Ferrari e Del Re, dai colonnelli Nunziante e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Severino, Anziani e De Angelis, dai capitani Grenet, Schumacher e Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Ribera, che era pure del seguito, comandava l’atiglieria; il brigatiere Garofalo era capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come aiutante in campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Murena partirono per posta ed attesero il sovrano a Lagonegro. Il re aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, mentre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo, di cucina in apposito furgone, procedevano il corteo di un giorno. Il ‘Fulminante’, seguito dal ‘Giuscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri. La sera di quel giorno il re dormì a Torraca, facendo la prima tappa, da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla: castello medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese che, per grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima, dalle guardie del Corpo, col grado di brigatiere e portastendardo. Il re, prima di allontanarsi, conferì all’ospite il titolo di duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo, fece cingere con una catena di ferro l’ingresso del castello e murare sulla facciata una lunga lapide latina, della quale ecco la chiusa: ……..Fu quella la sola eccezione che Ferdinando fece al suo proposito di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi, seguito dal figlio e dagli aiutanti, ed esortò quel tristo a sperare nella divina Provvidenza. Il Peluso, accasciato dagli anni e dal male, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo morì (1). Alla Taverna del Fortino trovò una berlina di corte ecc….”. Il De Cesare, a p. 33, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Avv. Carlo Pesce, ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’, Lagonegro, Tipografia Lucana, Matteo Tancredi, 1905. E’ un breve scritto, che si legge con viva commozione. Devo anche al signor Pesce un curioso diario sul passaggio del re da Lagonegro, pubblicato dal giornale ‘il foglietto’ di quella città. (Vedi Parte III, Documenti).”. Dunque, il De Cesare ci parla dell’episodio del passaggio del re a Sapri sulla scorta del libretto dello storico di Lagonegro Carlo Pesce (…), di cui una sola copia si trova nei miei archivi e alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Io posseggo anche copia del manoscritto olografo del Pesce (…) che ho pubblicato in un altro mio saggio. E’ molto probabile che il racconto del Pesce sia stato influenzato da notizie di prima mano di un parente dell’arciprete Timpanelli. Ma il Pesce (….), non scrive ciò che ha scritto il De Cesare e sulla cui scorta ha scritto il Mallamaci. Dunque, il racconto del Mallamaci, cambia anche la data di arrivo di re Ferdinando II a Sapri, ponendola non al 28 settembre 1852 ma al 4 ottobre 1852. Stessa divergenza di date e di notizie ritrovo anche in Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di policastro ecc..”, dove parlando di Torraca a p. 196 in proposito scriveva che: “Il 15 ottobre 1852 Torraca ebbe l’onore di ospitare il re Ferdinando II, il quale, diretto in Calabria, si fermò al castello Palamolla su invito dell’amico barone Biagio. Sul portale del salone principale del maniero dovrebbe ancora far mostra di sè la lapide che ricorda l’avvenimento.”. Il Pesce dunque riporta la data scolpita sulla lapide apposta sulla facciata del Castello di Torraca ed in particolare parlando dell’amico barone Biagio si riferiva al barone Biase Palamolla. Di Biagio Palamolla il Guzzo (…), ne parla a p. 193 ed in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla, Marchese di Poppano, ecc….”In quella occasione e nel corso della visita il re Ferdinando II donò al Peluso morente l’anello di oro col sigillo di casa reale che portava seco, oggi custodito dalla famiglia Martorelli erede Peluso.

Anello di re Ferd

(Fig….) L’anello di oro con sigillo reale di re Ferdinando II di Borbone che donò al prete Vincenzo Peluso (Archivio Attanasio)

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel 1905, nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della Rivoluzione Napoletana del 1848‘, (non quello citato dal De Cesare), Napoli, Stabilimento Tipografico Palazzo della Cassazione, 1895, di cui io posseggo una copia, in proposito a p….. scriveva che:

Pesce, su Peluso e la visita del re

Nel 4 ottobre 1852, a Sapri, a 75 anni, ormai infermo muore il prete Vincenzo Peluso

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”.

Nel 29 settembre, 1852, Ferdinando II, con l’esercito suo al Fortino di Casaletto e a Lagonegro

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 374, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente, il Re, passando per Casaletto Spartano e pel villaggio di Battaglia, raggiunse la strada consolare alla taverna del Fortino, sul monte Cervaro, memorabile nella storia e descritto a pag. 136. Colà attendevano il Re modeste berline di Corte, tirate dai cavalli della posta, ed il numeroso esercito, venuto da Napoli, e disposto lungo la via. Era di scorta al Sovrano un brillante Stato Maggiore, di cui facevano parte i brigadieri De Sangro, Ferrari, Del Re e Roberti, ed i colonnelli Nunziante, Afan De Rivera, De Steiger, Letizia ed altri. Accompagnavano inoltre il Re il Principe d’Aci ed i due Direttori, funzionanti da Ministri, Murena per i lavori pubblici, e Scorza per gli affari ecclesiastici e l’istruzione pubblica, i quali erano partiti da Napoli con la vettura postale ed attesero il Re a Lagonegro (1). Giunse il corteo reale verso le 4 p.m. di quello stesso giorno 29 settembre.”. Sempre il Pesce, a p. 380, in proposito scrriveva che: “In occasione di quel viaggio Ferdinando, per lasciare un attestato di sovrana munificenza alle popolazioni, e con intendimenti strategico-militari, decretò co’ rescritti del 5 Ottobre e del 5 Novembre 1852, la costruzione delle due arterie stradali, la Sapri – Ionio per la valle del Sinni, e l’altra per la Valle dell’Agri, le quali, partendo da Sapri, mettono in comunicazione il golfo di Policastro con quello di Taranto, come s’è discorso a pag. 156.”.

Nel 1848 e 1857, i LIBERALI nel basso Cilento e le loro attività patriottiche prodromiche alla Spedizione

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovena e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “Sapri, naturalmente, non poteva essere assente in questa gara, guardando al futuro con trepidazione e speranza. Attesa la posizione felicissima, sul mare, crocevia di tre regioni, la vigilanza era intensa: i messaggi arrivavano piuttosto tempestivamente. E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”.  Tancredi, per i fatti del Carducci, a p. 118, nella nota (5) citava il testo di Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovena e antica”, a p. 120, in proposito scriveva che: “Non mancavano, poi, i liberali, malgrado l’accurata sorveglianza borbonica, come precedentemente indicato (6).”. Tancredi, a p. 120, nella nota (6) postillava: “(6) Tra i paesi della zona, che parteciparono all’impresa di Pisacane, ricordiamo Scario con alcuni appartenenti alla famiglia Bruno e Santa Marina con membri della famiglia Maccarone: uno di essi, Maccarone Domenico, fu catturato, processato e imprigionato.”. Infatti, riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”.  Il Bilotti, a p……, nell’“Elenco generale dei compromessi disposti per ordine alfabetico dei rispettivi comuni di origine”, a p….., troviamo un “Vallato Carmine di Cuccaro; 241. Lazzaro Luigi di Policastro; Smimmero Luigi di Polla; Tropeano Gaetano di San Pietro di Polla; 285. Maccarone Giovanni di Santa Marina; 299. Tuoti Francesco di Scalea; 327. Raele Raffaele (forse di Lagonegro o di Lauria)”. Dunque, secondo i documenti consultati dal Bilotti, Giovanni Maccarone, era di Santa Marina-Policastro (non di Scario) e vi era anche un altro Maccarone Domenico di Santa Marina-Policastro che fu tradotto a Montesano. Sulla figura del patriota e liberale Mansueto Brandi citato dal Bilotti, ho scritto nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, etc…. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “….unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, etc…”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “….c’era un uomo semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, etc…”. Ancora sui sorvegliati politici del tempo, il Bilotti, nel capitolo IX “Tra Salerno e Gaeta” raccontando dell’arresto di un traditore: “Un traditore fra i cospiratori – Arresto dei fratelli Taiani e sequesto di corripondenze compromettenti – Sospettati rapporti di Nicola Taiani nel distretto di Salerno etc…”, a p. 160 e sgg., in proposito egli scriveva che: “…le autorità giudiziarie non prendevano riposo, massime dopo l’arresto “degli emissari demagogici” Nicola e Salvatore Taiani da Maiori. I due fratelli giravano pel regno il primo coonestando i suoi viaggi col qualificarsi tipografo ambulante etc….Ad entrambi si erano sequestrate etc…a Salvatore varie carte e principalmente “una lettera enigmatica” con firma di un tale Gennaro Siniscalco, etc…Gli si trovò anche una carta di passaggio etc…Si seppe inoltre che il Nicola Taiani era stato più volte in segrete ferenze con D. Giovanni Amatruda da Agerola allora dimorante in domicilio forzoso a Napoli, ma compromesso in politica fin dal 1843. Nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Non si comprende come tali notizie fossero pervenute alla polizia, ma è certo che furono impartiti ordini pressanti ai giudici regi di Torreorsaia, Vibonati e Gioi perchè procedessero ad immediate perquisizioni e nel caso, all’arresto dei ‘pervenuti’, e poi anche ai giudici etc…”. Sempre il Bilotti, a p. 183 scriveva pure che: “Avveniva intanto a Montemurro verso la metà di maggio 1857, l’arresto di tal Vincenzo Gerbasi, soprannominato ‘Fatariello’, che fu uno dei più fidati emissari dei liberali di Padula; etc..”. Dunque, sempre il Bilotti scriveva che dalle carte sequestrate al Taiani di Maiori si seppe che, nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p…., nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sempre il Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. I testi citati sono: P. Russo, Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta, Salerno, Grafespres, 2000.  Inoltre, è citato il testo di Ferruccio Policicchio (….), “Le camicie rosse del Golfo di Policastro” in AA. VV., Garibaldi e garibaldini in Provincia di Salerno,  Salerno, Plectica, 2005.

Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

Nel 1848, nel 1857 e nel 1860, il barone don Giovanni Gallotti di Battaglia (frazione di Casaletto Spartano)

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”.

Casaletto, palazzo Gallotti

(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”.  Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848.

Nel 1857, il barone don Giovanni Gallotti ed il figlio Salvatore, si erano consegnati al giudice di Lagonegro

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, scriveva che i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

Nel 27 giugno, 1852, Vincenzo Peluso, Capourbano di Sapri e nipote del famigerato prete

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Leopoldo Peluso che era capourbano e l’altro, Vincenzo Peluso che era Sindaco di Sapri. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: “….in Sapri, ….Nicotera ed altri pochi si diressero a sorprendere la casa Peluso nella speranza di rinvenire il capo-urbano D. Vincenzo. Costui però si era messo in salvo, fuggendo in Vallo insieme col figlio D. Annibale, capurbano di Ispani. Nicotera uscito col suo seguito di cinque militi dalla casa del capo-urbano, si recò all’abitazione del ricevitore demaniale, D. Giovanni Peluso; ma non riuscì a rinvenire neanche lui e solo s’impossessò di due schioppi e di alquante munizioni, senza chiedere danaro od altro e trattando con rispetto e con maniere gentili la moglie di lui (2). Il Peluso osò poi dichiarare al giudice Fischietti che gli fossero stati tolti ducati 113, ma l’assertiva sua era bugiarda, come posteriormente affermò lo stesso Fischietti (3).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (2) postillava: “(2) Sentenza luglio 1858 – p. 170.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (3) postillava: “(3) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p. 39.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Una perizia fatta eseguire dal giudice Fischietti provò il contrario, come un’altra perizia disposta in Sapri dallo stesso magistrato, provò non veritiera la denunzia del capurbano V. Peluso che pretendeva fosse stato esploso un colpo di fucile contro la porta di casa sua.”.  

Nel 28 giugno, 1852, Leopoldo Peluso, Sindaco di Sapri e nipote del famigerato prete

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”. Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc..”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci.

NEL 1857, CARLO PISACANE E LA SPEDIZIONE DI SAPRI

Carlo Pisacane, duca di San Giovanni (Napoli, 22 agosto 1818 – Sanza, 2 luglio 1857), è stato un rivoluzionario e patriota italiano, di ideologia socialista libertaria e di orientamento federalista d’impronta proudhoniana. Partecipò attivamente all’impresa della Repubblica Romana, assieme a Giuseppe Mazzini, Goffredo Mameli e Giuseppe Garibaldi, ma rimase particolarmente celebre per aver guidato il fallimentare tentativo di rivolta nel Regno delle Due Sicilie nel regno di re Ferdinando II, che ebbe inizio con lo sbarco sulla spiaggia dell’Oliveto, vicino Sapri, quasi di fronte all’attuale Cimitero di Sapri che all’epoca si trovava nel tenimento di Vibonati. Il tentativo di Pisacane diretto a Sapri fu represso nel sangue a Sanza. Il 25 giugno 1857, a Genova, Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a Tunisi. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari. Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici, per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì con Pisacane, i suoi compagni e i detenuti liberati e muniti delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano, anzi furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche avevano per tempo annunziato lo sbarco, descritto come opera di una banda di ergastolani e delinquenti comuni evasi dall’isola di Ponza. Il 1º luglio, a Padula, vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi.

ritratto di Pisacane di Domenico Morelli

(Fig. 3) Ritratto di Carlo Pisacane di Domenico Morelli esposto al Museo del Risorgimento di Roma

Nel 28 giugno 1857 “La spedizione di Sapri” e lo sbarco a Sapri dei “Trecento” di Carlo Pisacane

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Nove anni più tardi, nasce a Genova, in un’ambiente mazziniano, l’idea voluta da Mazzini, Fabbrizi, Fanelli e Nicotera, di una spedizione rivoluzionaria antiborbonica. D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri……Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione bibliografica ma quello che ancora oggi risulta essere lo studio storico più completo ed attendibile è “La Spedizione di Sapri” di Leopoldo Cassese, pubblicato da La Terza (166), basato principalmente sullo studio delle fonti giudiziarie dei processi che in seguito agli avvenimenti i tribunali borbonici intentarono contro i superstiti. Noi riferiremo i fatti svoltisi a Sapri (167). Purtroppo la ‘Spedizione di Sapri’ nacque male, perchè liberando alcuni detenuti politici a Ponza, vennero liberati molti detenuti comuni, per cui si era sparsa la voce che sarebbe sbarcata una banda di delinquenti, consentendo alle autorità di aizzare le umili popolazioni contro Pisacane. Per tal motivo molti si unirono alle truppe Regie quando fu il momento di combattere, attirati anche dalla promessa di ricompense in danaro, che poi effettivamente furono date; alla popolazione di Sanza 2000 ducati e a quella di Torraca 300 ducati poi ridotti a 30 (168).”. Nella mia nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Nella mia nota (166) postillavo che: (166) Cassese L., La Spedizione di Sapri, Bari, La Terza, 1969.”. Nella mia nota (167) postillavo che: (167) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano Cesare, Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, 1977.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Nasce a Genova, in un’ambiente mazziniano, l’idea voluta da Mazzini, Fabbrizi, Fanelli e Nicotera, di una spedizione rivoluzionaria antiborbonica. D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri. Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (….). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione bibliografica ma quello che ancora oggi risulta essere lo studio storico più completo ed attendibile è “La Spedizione di Sapri” di Leopoldo Cassese, pubblicato da La Terza (…), basato principalmente sullo studio delle fonti giudiziarie dei processi (….) che, in seguito agli avvenimenti, i tribunali borbonici intentarono contro i superstiti (….). Purtroppo la ‘Spedizione di Sapri’ nacque male, perchè liberando alcuni detenuti politici a Ponza, vennero liberati molti detenuti comuni, per cui si era sparsa la voce che sarebbe sbarcata una banda di delinquenti, consentendo alle autorità di aizzare le umili popolazioni contro Pisacane. Per tal motivo molti si unirono alle truppe Regie quando fu il momento di combattere, attirati anche dalla promessa di ricompense in danaro, che poi effettivamente furono date; alla popolazione di Sanza 2000 ducati e a quella di Torraca 300 ducati poi ridotti a 30 (….). Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Trecentoventitre de’ relegati salirono a bordo; di altro numero non era capace la nave; e fu forza abbandonarli, dando voce che si tornerebbe a prenderli. Il Cagliari lasciò l’isola la notte del 27. E a bordo di esso Pisacane ordinò gli uomini in tre compagnie, nominò gli uffiziali; diè le istruzioni e le armi; prese gli ultimi concerti.”.

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(Fig. 4) Il piroscafo ‘Cagliari’, utilizzato da Carlo Pisacane per la sua storica impresa 

Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, del 1913, vol. II, a p. 489, si limitò a dire che: “Su questi accordi della provincia di Basilicata faceva assegnamento, e non a caso, il disegno fortunoso di Carlo Pisacane. E interrotti un qualche tempo ai tragici rovesci della sua spedizione di Sapri, non passò guari, e l’indomito amore al libero vivere ne riannodò le filamenta.”. Dunque, non si sprecò molto il Racioppi, anzi per le cose dette per gli avvenimenti al Fortino, che in questo libro non cita affatto, ricevette anche una lettera di doglianze dal generale Giuseppe Garibaldi, (si veda il Bilotti a p……). Giacomo Racioppi, però, scrisse pure “La Spedizione di Carlo Pisacane con documenti inediti per Giacomo Racioppi”, pubblicato a Napoli, nel 1863.

Nel 27 giugno 1857, Sapri, il giorno prima dello sbarco

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – oggi povera borgata surta dove già ‘Scidro’ o ‘Sipro’, città che fu della Magna-Grecia, – e che tornerà nel non lontano avvenire alla grandezza di città, quando un porto sarà scavato nella quiete sue piagge ai commerci di quelle, oggi affatto inapprodabili, coste del Tirreno. La rada, nappo di acque se non amplo, tranquillo, s’ingolfa con purissima linea entro due colli, e di mezzo alla rada un seno entro terra s’incurva, natural porto nell’avvenire, oggi come in tutta quanta la spiaggia disagevole approdo. Gli ultimi poggi dell’Appennino chiudono da presso l’orizzonte di quella rada; dai quali dirompe un torrente, povero di acque, ricco di ghiaie, che di suoi lenti e secolari depositi ha creato il ripiano, ove tra lietissimi ulivi siede Sapri novella; e tra essi serpeggia. Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione.Nell’introdurre l’avvenimento dello storico sbarco a Sapri, il Racioppi ci parla di Sapri, accennando ad alcune notizie di natura storica, ci parla dell’ampiezza e capacità importante della sua baia, porto naturale e luogo di approdo privilegiato che ai suoi tempi era diventato per i commerci marittimi. Il Racioppi ci parla anche del Torrente Brizzi e dei detriti collinari che nei secoli scendendo a valle hanno modificato la linea di costa spostando la spiaggia più verso l’esterno.  Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 continuando il suo racconto scriveva che: “…e non conveniva quindi ritadare la Spedizione, si rinunciò al Cilento e si fissò diffinitivamente Sapri, punto strategico per la vicinanza alla Basilicata, ed opportuno perchè dava facile e diretto accesso al Vallo di Diano dove si aveva ragione di riporre larghe speranze. Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula da Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio etc…”. Michele Lacava (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “Compiuto brillantemente questo audacissimo colpo di mano, si imbarcarono sul Cagliari in numero di 457; così divisi: relegati evasi da ponza 400 (2); equipaggio del Cagliari 32; patrioti congiurati 25. Furono divisi in tre compagnie etc…. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”.  

Nel 27 giugno 1857, a Sapri, il giorno prima dello sbarco dei “Trecento” a Sapri, alcuni erano già fuggiti

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (165).”. Nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo ……..Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa.”. Infatti, il giorno prima dello sbarco, il 28 giugno, alcuni realisti di Sapri, avendo avuto sentore dell’arrivo di Pisacane fuggirono sulle montagne vicine raggiungendo i nascondigli già usati in occasione dei moti del ’48. Dagli atti dei processi emerge che i “trecento” di Pisacane si recarono presso le residenze di Giuseppe Magaldi e del Sindaco di Sapri o Capourbano, Leopoldo Peluso ma essi erano fuggiti. Risultò introvabile anche il nipote del Sindaco, Annibale, che si erano machiati di orrendi delitti nei moti del ’48. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”. Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc..”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 186 continuando il suo racconto scriveva che: Non trovarono che tenebre e solitudine, mentre non pareva che a Sapri non vi dovessero essere dei partigiani della rivoluzione, giacchè otto giorni prima dello sbarco si eran rinvenuti nella marina dei cartelli con la scritta: “Armatevi, chè la rivoluzione è vicina”. Bilotti, a p. 195, in proposito scriveva pure che: “Era invece atteso lo sbarco Murattiano, tanto che all’arrivo di Pisacane qualcuno esclamò: “Viva Murat”, e la voce si dovette subito coprirla col grido: “Viva l’Italia”. E che in favore del Murattismo si fosse fatta discreta propaganda in quei luoghi, si desume dal fatto che nel mese di maggio in sei diversi punti di Sapri si erano rinvenuti cartelli con la scritta: “Muoia il tiranno Ferdinando II. Viva luciano Murat Re di Napoli. Viva il Governo francese”; e nel tempo medesimo si erano vedute girare in Sapri, come in Napoli ed in Salerno, alcune monete di oro e di argento con l’effige del pretendente francese e la leggenda: ‘Lucien Murat, Roi de Naples’ (1).”. Bilotti, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri, – p. 6.”. In quel periodo e nei mesi precedenti furono diversi i segni che misero in allarme le autorità già da molto tempo prima. Infatti, il Bilotti, a p. 48, in proposito scriveva che: “Le preoccupazioni crebbero poi nel febbraio del 1857 in conseguenza dell’arrivo di una fregata inglese denominata “Malacca” della cui venuta nelle acque del golfo salernitano non si conosceva il motivo, e più ancora perchè in data 18 di quel mese l’intendente aveva mandata ai giudici regi, dei circondari posti lungo la intiera costa, la seguente circolare ordinatagli dalla direzione della polizia: “Laddove pervenisse nelle acque del litorale di sua giurisdizione qualche legno inglese etcc…La nave inglese si era fermata presso Pesto, ponendosi in panno alla cappa per mantenersi in pareggi e con una lancia avea messo a terra sei uomini armati di fucile….La preoccupazione era grande etc…E poichè quella fragata aveva tirato molti colpi a palla ed a mitraglia verso mare ed il capitano che era sceso a terra con gli altri armati, interrogato, aveva risposto che “trattavasi di un semplice simulacro di guerra”, le preoccupazioni aumentavano, etc….All’alba del giorno seguente il legno apparve ad Agropoli ed ivi produsse maggiore allarme, perchè lentamente procedendo e poi ritornando lungo le marine del Cilento, pareva cercasse ora e luogo opportuni per operare uno sbarco. Etc…”. Oltre a questi episodi, il Bilotti racconta che la Spedizione di Sapri era già da tempo decisa ed oltre al Pisacane vi doveva partecipare anche Giuseppe Garibaldi. Il Bilotti racconta che fu il Mazzini ad organizzare il tutto e che la prima volta la spedizione che doveva partire il 13 dovette saltare e quei preparativi avevano messo in allarme le autorità borboniche già da diverso tempo. Bilotti, a p. 67 in proposito scriveva: “Il ritiro di Garibaldi, il rifiuto di Cosenz, lo scoraggiamento di Medici che pur accettando di essere il tesoriere del fondo peri 10.000 fucili, etc..”.

Nel 28 giugno 1857, l’arrivo del Cagliari e dei “Trecento” nel mare di fronte la spiaggia del Buondormire vicino Punta Fortino (di fronte l’attuale Ospedale Civile di Sapri)

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “Mentre tutto ciò si disponeva dai capi e dai principali patriotti, il piroscafo prendeva le acque di Sapri e si fermava, per non mettersi in vista, dietro un piccolo promontorio tra quella baia e la spiaggia detta dell’oliveto, sul limite del tenimento di Vibonati, per trattenervisi, come fece, fino all’ora fissata per lo sbarco.”. Michele Lacava (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: Giungono a Sapri alle 8 della sera del 28 giugno, sbarcarono la notte, e la mattina seguente alle ore 8 a. m. abbandonano Sapri e si rivolgono verso Torraca, ove giungono alle ore 10 a. m. etc…”. Il Lacava, a p. 180, nella nota (2) postillava: “(2) il numero esatto deli sbarcati a Sapri varia nei diversi autori che hanno scritto di questa spedizione. Noi abbiamo seguito il Fischietti, che da lo stato nominativo dei seguaci di Pisacane, e che trova conferma in diversi documenti.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 184, in proposito scriveva che: Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, inpiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino.”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri……Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’.”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri).”. Bilotti, proseguendo il suo racconto, a pp. 183-184, in proposito scriveva pure che: “A bordo del “Cagliari” la Spedizione aveva lasciato oltre ai tre rivoltosi feriti, sette passeggeri e parte dell’equipaggio (1), e il legno si era quindi allontanato di nuovo bordeggiando tra il golfo di Policastro e la punta di Licosa (1) per riprendere più tardi la rotta, durante la quale, come sappiamo, cadde in potere delle fragate regie.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (1) postilava: “(1) Atto di accusa, p. 36”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Il giorno dell’arrivo della nave di Pisacane, il regio giudice di Vibonati, Fischetti, era in missione a San Cristofaro, oggi San Cristoforo. Di là si ha una spettacolare visione del Golfo. A Fischetti non interessava la bellezza della veduta, ma una nave che nelle ore pomeridiane doppiava la Punta dei Rinfreschi (limite del Golfo verso tramonto), e andava avanti molto lentamente. Noi sappiamo perchè: non voleva arrivare a Sapri prima del buio.”.

Nel 28 giugno 1857, gaetano Fischetti, giudice regio del mandamento di Vibonati, prima a S. Cristofaro e poi a Sapri, l’arrivo e l’avvistamento della nave ‘Cagliari’ nel golfo di Policastro, che da Ponza trasportava Pisacane ed i suoi Trecento

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “Mentre tutto ciò si disponeva dai capi e dai principali patriotti, il piroscafo prendeva le acque di Sapri e si fermava, per non mettersi in vista, dietro un piccolo promontorio tra quella baia e la spiaggia detta dell’oliveto, sul limite del tenimento di Vibonati, per trattenervisi, come fece, fino all’ora fissata per lo sbarco. I primi a scoprirlo furono un tale Infranzi che suppliva il controlloro del distretto con residenza in Capitello (Ispani) e che si affrettò di spedire avviso al posto doganale perchè stesse in guardia, ed il signor G. Fischietti, giudice regio in Vibonati, il quale per ragioni di servizio si trovava in San Cristofaro in compagnia di tal D. Gennaro Campano. Il Fischietti che già da tempo aveva, come tutti gli altri suoi colleghi, avuto l’ordine di sorvegliare le coste, appena accortosi del legno estero, si fece accompagnare da un capitano mercantile e salì alla sommità del colle S. Cristoforo per distinguere meglio. Riunitisi in Capitello, egli e l’Infranzi, decisero di recarsi subito in Sapri per conoscere meglio da vicino di che si trattasse, e seguiti dal sostituto cancelliere D. Gioacchino Giffoni, dal commesso D. Saverio Cangiano, montarono in una piccola barca. Presso porto di Sapri però si accorsero che il legno estero muoveva loro incontro con l’evidente fine di investirli, sicchè temendo di venir sommersi, volsero la prora verso la riva e a forza di remi raggiunsero presto la spiaggia delle Camerelle, saltando a terra sollecitamente. Il loro sbarco fu salutato da un colpo di boccaccio partito dal vapore il quale per non dare in secco si era avvicinato solo fino a due tiri di pistola dalla spiaggia (1). Da Camarelle l’Infranzi si recò al posto doganale; il giudice Fischietti corse a Sapri, dove gli riuscì di raccogliere subito una trentina di urbani ai quali inculcò di prestare giuramento di fedeltà al Re, e fece coraggio perchè “affrontassero con fierezza i male intenzionati”. Bilotti, a p. 182, nella nota (1) postillava che: “(1) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore gen.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno….Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona.”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li  mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa degli eredi Stoppelli. (169).”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Il giorno dell’arrivo della nave di Pisacane, il regio giudice di Vibonati, Fischetti, era in missione a San Cristofaro, oggi San Cristoforo. Di là si ha una spettacolare visione del Golfo. A Fischetti non interessava la bellezza della veduta, ma una nave che nelle ore pomeridiane doppiava la Punta dei Rinfreschi (limite del Golfo verso tramonto), e andava avanti molto lentamente. Noi sappiamo perchè: non voleva arrivare a Sapri prima del buio. Fischetti vide immediatamente che questa nave non era un peschereccio, né il postale di Scario, ma la nave veniva di proposito, perchè Fischetti aspettava una promozione, e, quindi, occorreva dimostrarsi zelante. (Lo sappiamo dai ricordi che Fischetti pubblicò nel 1877). Egli corse giù alla spiaggia di Capitello, prese una barca della Dogana e seguì la nave. Visto l’approdo e lo sbarco di centinaia di uomini, corse a Sapri, avvertì i cattadini (anzi i sudditi e le autorità), e raccomandò a tutti di ritirarsi a Tortorella, fortezza naturale e facilmente difendibile. Il giorno dopo si vedrà con quale effetto. Sapri apparteneva alla sua giurisdizione.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: “Durante la notte il giudice Fischetti l’aveva preceduto, spargendo le stesse voci, come a Sapri. Poi tornò precipitosamente a Capitello, dove funzionava il telegrafo ottico, e all’alba inviò telegrammi al inistero di Grazia e Giustizia (che non c’entrava ma era utile ai fini della promozione), alla Polizia, all’Intendente della Provincia; oggi l’Intendente si chiama Prefetto, ma i suoi poteri non sono così ampi. Questo posto telegrafico, lo si vede ancora oggi a Capitello. Sopra l’abitato è una torre molto massiccia che gli abitanti chiamano Torre Normanna. Fu costruita mezzo millennio dopo l’occupazione normanna, da Filippo II, Re di Spagna, su piani di suo padre Carlo V, l’imperatore “nel cui regno il sole non tramontava”, e quando finì il pericolo saraceno, abbandonata. Sotto Gioacchino Murat c’era da temere un colpo di mano Inglese e le torri furono alzate e munite di cannoni, per tener la spiaggia sotto controllo. Le segnalazioni erano simboliche, come si usava fra le navi, prima dell’introduzione della telegrafia senza fili. Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a pp. 71-72, in proposito scriveva che: “Quella domenica sera (e la notte e la giornata seguente) la figura centrale della prima fase della spedizione fu il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, il quale vent’anni dopo si improvvisò pure storico scrivendo una memoria (3) sugli eventi. Per primo avvistò il Cagliari dalla collina di San Cristoforo, ne spiò le mosse, corse a Sapri a dare l’allarme e allertò tutti gli urbani che poté per impedire lo sbarco dei ‘rivoltosi (4), inviò messaggi ai capiurbani della zona, si portò (o fuggì ?) a Torraca etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Trecentoventitre de’ relegati salirono a bordo; di altro numero non era capace la nave; e fu forza abbandonarli, dando voce che si tornerebbe a prenderli. Il Cagliari lasciò l’isola la notte del 27. E a bordo di esso Pisacane ordinò gli uomini in tre compagnie, nominò gli uffiziali; diè le istruzioni e le armi; prese gli ultimi concerti. XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – oggi povera borgata surta dove già ‘Scidro’ o ‘Sipro’, città che fu della Magna-Grecia, – e che tornerà nel non lontano avvenire alla grandezza di città, quando un porto sarà scavato nella quete sue piagge ai commerci di quelle, oggi affatto inapprodabili, coste del Tirreno. La rada, nappo di acque se non amplo, tranquillo, s’ingolfa con purissima linea entro due colli, e di mezzo alla rada un seno entro terra s’incurva, natural porto nell’avvenire, oggi come in tutta quanta la spiaggia disagevole approdo. Gli ultimi poggi dell’Appennino chiudono da presso l’orizzonte di quella rada; dai quali dirompe un torrente, povero di acque, ricco di ghiaie, che di suoi lenti e secolari depositi ha creato il ripiano, ove tra lietissimi ulivi siede Sapri novella; e tra essi serpeggia.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 51-52, in proposito scriveva che: “III. Da Sapri a Sanza. Sull’imbrunire del 28 giugno, dopo una giornata di navigazione durante la quale si corse pericolo di incappare nella squadra navale napoletana (1), il Cagliari giunse in vista del golfo di Policastro, la cui punta più avanzata nel mare, verso occidente è il capo di Infreschi. Appena doppiato questo, si presenta una teoria di digradanti colline dalle quali si affacciano S. Giovanni a Piro, Policastro, Ispani con la marina di Capitello, Vibonati e, più a sud, in una breve insenatura, Sapri, che dista dodici miglia circa in linea retta dalla punta degli Infreschi. Una nave che spunti da tale capo cade quindi subito in vista di chi guardi da uno di codesti paesi. Fu perciò facile al regio giudice di Vibonati, Gaetano Fischetti, scorgere il Cagliari dal villaggio di S. Cristofaro presso Ispani, dove si trovava per ragioni di servizio. E poiché la nave bordegiava a rilento, come volesse attendere la notte, il solerte giudice si insospettì, tanto più che l’intendente della provincia, Luigi Ajossa, con la sua lettera riservata del 18 febbraio ’57 lo aveva invitato a vigilare attentamente se qualche legno inglese effettuasse segnalazioni con i paesi rivieraschi. Si aggiunga che un mese prima dell’invasione apparvero sui muri delle abitazioni di Sapri etc…(2).”. Cassese, a p. 51, nella nota (2) postillava: “(2) Gabinetto dell’Intendenza, B., 77, fascicoli intitolati: “Sul voluto arrivo della corvetta inglese Malacca” e “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”; ibid., B. 76: “Voci allarmanti per l’arrivo del figlio di Murat”. Cfr. anche G. Fischetti, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5 sgg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Il Fischetti, dunque, ebbe fondati motivi per mettersi in allarme e per scendere sollecito dai monti di S. Cristofaro giù alla marina di Capitello, dove, appena giunto, ontò insieme ad altri impiegati del posto sulla scorridora doganale e si mise a seguire il Cagliari a rispettosa distanza per spiarne le mosse. Erano le otto di sera quando la nave gettò l’ancora in località detta ‘Spiaggia dell’Oliveto’ in tenimento di Vibonati, distante mezzo miglio circa dal confine del tenimento di Sapri e un miglio e mezzo dall’abitato di quest’ultimo paese (3).”. Cassese, a p. 52, nella nota (3) postillava: “(3) V. in B. 197, vol. I, c. 197, il verbale del sopralluogo effettuato dal procuratore Pacifico insieme con esperti nautici per assodare il punto preciso in cui approdò il Cagliari.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno….Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”.

Nella domenica del 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” secondo la testimonianza dei due domestici di Pisacane, salvatisi, arrestati e resa davanti all’Ajossa 

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, a pp. 204-205, in proposito scriveva che: “Interrogatorio di Antonio Ventorino e Domenico Catapano domestici ed attendenti di Pisacane (1). L’anno 1857 il giorno 4 luglio alle ore 5, ed un quarto p.m. Noi Comm. Luigi de’ Marchesi Aiossa Intendente della Provincia di Principato Citra, assistiti dal Capo del Gabinetto sig. Condò. Essendo arrivati da Sala i due arrestati che facean parte dell’orda sbarcata in Sapri, e volendone ricevere l’interrogatorio, etc…Entrato il primo di essi, …Antonio Venturino figlio della fu Fortuna, e di Padre incerto, di ani 36, nato in Napoli, di professione cocchiere. Come sorvegliato di Polizia, etc…Appartenente alla classe dei cosiddetti Camorristi, fin dal suo primo arrivo a Ponza, etc….(p. 206)….Degli individui della compagnia di punizione che appartenevano la maggior parte degli associati alla banda, è di circa un centinaio per reati Viaggiarono dalle 3 e mezzo della sera di sabato, fino a circa le 23 ore della giornata di domenica, quando arrivarono al paese in cui poi sbarcarono, dalle ore 23 fino ad un’ora di notte il legno bordeggiò nelle vicinanze di Sapri; verso quest’ora cominciò la gente a scendere, e finì il disbarco verso le ore 4 di quella notte. Come furono tutti sbarcati si trattennero per poco nel bosco, e quindi cominciarono a marciare: quelli che erano partiti da Ponza andavano innanzi, i forestieri chiudevan la marcia; serbano tutti un silenzio perchè ciò si era ordinato da’ capi dell’orda. Nel mattino dopo due o tre ore da che il giorno era comparso, entrarono in Sapri, suonarono le campane a gloria, perchè ricorreva la festività de’ SS. Pietro e Paolo. Non incontrarono che pochissima gente, perchè tutti erano fuggiti, e presero un vecchio, e lo volevano uccidere, perchè diceano che era stato l’uccisore di Carducci, ma le preghiere che vennero ad essi dirette, vennero a licenziarlo. Da Sapri andarono ad altro paese di cui si ignora il nome, dove non trovarono che pochissima gente, come nell’altro paese, perchè tutti erano fuggiti; elevavano le grida sediziose, cioè che avevano fatto eziando in Sapri, un’ora, andarono via. Si diressero quindi al fortino; precisamente al luogo ov’è la taverna. In quel punto i Capi comprarono quattro Castrati, e 49 pani, ognuno di un rotolo, e se ne divideva uno fra sette persone. Dal Fortino si avviarono al paese in cui ebbe luogo nel seguente mattino il conflitto; il sedicente Generale, etc…etc…Antonio Ventorino (p. 209)….Interrogatorio Catapano….Nel corso del giorno di Domenica esso era addetto a servire il Capo de’ ribelli sedicente Generale. Ad un’ora e mezzo di notte arrivati a Sapri cominciarono a sbarcare; finito lo sbarco rimasero appiattati in quelle boscaglie, e nel mattino si diressero verso il Pese di Sapri, di là andarono a Torraca, e fu allora che seppero quali erano le vedute de’ ribaldi. I Paesi di Sapri e di Torraca erano deserti, in Sapri i rivoltosi andavano in cerca della famiglia Peluso che volevano ammazzare, ed in Torraca si abbracciarono con un falegname che era un solo che vi si trova nel Paese. Da Torraca si diressero al così detto Fortino, ed ebbero Pane e Carne, ma nella quantità di non eccedere l’importo di un tornese. Mentre erano nel Fortino vi arrivava un Barone che se non erro era di cognome Gugliotti, o Gallotti, accompagnato da un vecchio, e dissero entrambi che si fossero avviati perchè li avrebbero raggiunti. Etc…”. Nell’interrogatorio, il Catapano parlando del Fortino accennava al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti e dei suoi due figli.

Nel 2 luglio 1857 in Sala, l’interrogatorio di Luciano Marino

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a pp. 211-212, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala……Nella sera de’ 28 a circa mezz’ora di notte approdammo in un punto della marina di questa Provincia che intesi chiamarsi Sapri. Ivi sbarcati ci fecero rimanere in quella spiaggia, e Pisacane e Nicotera con una decina di esteri si diressero nel paese dicendo che dovevano avere nelle mani un tal Peluso, che nel 1848 aveva fatto uccidere il noto Carducci, non ché i parenti, cioè un Capo urbano e gli altri impiegati. Ritornati dopo un’ora o più condussero carcerato un vecchio con mustacchi e con un occhio guercio. Portarono un cappotto, e se non erro delle armi che dissero aver preso in un posto Doganale di quelle vicinanze. Nel seguente mattino 29 giugno entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare come sopra giusta gli ordini de’ suddetti Capi, ed obbligammo quella gente di ripetere le grida, ma poco fummo corrisposti. Alcune donne a premura del Generale presentarono del pane, vino e formaggio che fu pagato. Mangiammo e subito si partì per l’altro paese che intesi chiamarsi Torraca. Quivi arrivati verso le ore 17 suonarono le campane a festa e vennero ad incontrarci una decina di galantuomini e Sacerdoti, i quali pieni di giubilo si insignirono di nocche tricolori al petto, come la maggior parte di noi altri andavamo, e gridarono con noi: “Viva l’Italia, Viva la Libertà, Viva la Repubblica”. Fecero delle cortesi esibizioni di viveri e quant’altro il Generale desiderava. Intanto fu somministrato da un un individuo, di anni 32 in 33 statura alta di condizione proprietario, del vino e taralli senz’aver voluto paga perché si mostrava molto confidente del Generale. Dopo circa un’ora di riposo proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sullastrada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore ventidue. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliato ed abbattuto la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che teneva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni, furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala ed altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio, e giunt’in Casalnuovo etc… (p. 215). D. – Essendo sbarcati in Sapri con chi si ebbe abboccamento da’ vostri capi tanto colà, che lungo la linea sino a Padula ? R. – Signore, da’ nostri Capi si diceva sempre che nel mettere piede a Sapri si trovavano pronti armi, munizioni, e più di mille individui che si sarebbero aggregati al nostro partito per promuovere la interna rivoluzione del Regno; che in Padula etc…In Sapri non mi accorsi se alcuno ebbe abboccamento con il Generale o altri Capi. In Torraca vi furono quei pochi come sopra che ci animarono a proseguire il viaggio. Al Fortino venne a conferire col Generale e diede le stesse prevenzioni a noi quel vecchio indicato, e fors’il figlio che io riconobbi perch’era stato con me detenuto nella Vicaria per imputazione politica. In Casalnuovo fummo incoraggiati da uno di Torraca che si spacciava per medicastro, e che aveva medicato la mano del compagno Colacicco. Egli aveva l’età di 34 in 35 anni, di statura piuttosta lata, barba nera, folta. Diceva che era fuggito da Torraca perché i realisti volevano ucciderlo, e che dietro grazia Sovrana si era ritirato e stava in Casalnuovo alla piazza.”.        

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” secondo i foglietti trovati nel portafogli di Pisacane spiegati da Nicotera a Pacifico

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Stranamente il Cassese scrive del Proclama di Pisacane ma non scrive che esso si trovava nel portafogli di Pisacane ritrovato a Padula. Cassese, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti:’ Giunti a Sapri alle 8 di sera. Terminato lo sbarco alle 10. Su di una spiaggia alla destra di Sapri guardando il mare. Quindi si cambiò fronte, e si marciò in Sapri. Bivaccammo la notte innanzi Sapri. Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Cpourbano Pelosi per ammazzarlo. Tutti erano fuggiti, si guadagnarono sette o otto pessimi fucili tolti agli urbani. La mattina alle 4 abbiamo potuto avere dei viveri pagandosi e mangiato un pezzettino di pane ed un poco di formaggio. Alle sette partimmo per Torraca con la certezza che bisognava attaccare.”.

LO SBARCO DEI TRECENTO DI PISACANE: IL LUOGO DELLO SBARCO

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’“Oliveto del Fortino” (l’oliveto antistante la spiaggia del Buondormire, oggi nei pressi del Faro Pisacane non distante dall’Ospedale civile di Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri……Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’.” e poi aggiungevo che: “…..prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino etc…”. Dunque, nella mia Relazione scrivevo che si trattava della “spiaggia dell’oliveto del Fortino”, ovvero la spiaggia antistante l’oliveto in località “Fortino” dove oggi si trova il piazzale parcheggio ed il Faro Pisacane. Scrivevo nella mia relazione che il Giuseppe Gallotti, in assenza del capourbano Vincenzo Peluso che era fuggito, prese il comando di una dozzina di sapresi e li lasciò sulla spiaggia di Sapri per recarsi nella vicina località “Fortino” dove vi era un oliveto e la stradina sterrata che portava a Villammare. Infatti vi sono foto del ‘900 che illustrano la località di S. Croce a Sapri, molto vicina alla località Fortino, dove si vede che tutta la fascia litoranea brullica di maestosi ulivi. Ivi vi era un Oliveto e la zona non era urbanizzata.La spiaggia è ancora detta “spiaggia del Buondormire”. Infatti, vi sono dei documenti che attstano che sul litorale della spiaggia del Buondormire vi era una grande torre detta appunto “Torre del Buondormire”, a cui ho dedicato ivi un mio saggio storico. La torre del Buondormire esisteva ai tempi del barone Antonini che nel 1745 scrisse “La Lucania – Discorsi”. Vi era un posto doganale per il passaggio verso i territori del vicino mandamento di Vibonati e di proprietà della principessa Carafa di Policastro. Nella mia Relazione, continuando il mio racconto scrivevo pure che: I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri.”. Oggi, non molto distante dalla spiaggia detta del Buondormire vi è il ristorante di “Noè a mare”. All’epoca vi era il “posto doganale”, dove infatti si recò il capourbano (elettosi) Giuseppe Gallotti che fu arrestato dai trecento di Pisacane. Al posto doganale della spiaggia del Buondormire ho dedicato u mio saggio. Fu istituito dai francesi di Gioacchino Murat e poi in seguito dai Borbone di Napoli. Infatti, non molto distante sorse un Fortilizio borbonico da cui oggi la località viene detta “località Fortino”. Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “Mentre tutto ciò si disponeva dai capi e dai principali patriotti, il piroscafo prendeva le acque di Sapri e si fermava, per non mettersi in vista, dietro un piccolo promontorio tra quella baia e la spiaggia detta dell’oliveto, sul limite del tenimento di Vibonati, per trattenervisi, come fece, fino all’ora fissata per lo sbarco.” aggiungendo pure che: Gli urbani si recarono all’Oliveto per tenere d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a rasserenarsi, perchè i rivoluzionarii erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un moento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia.”. Inoltre, il Bilotti parlando del posto doganale e degli urbani sapresi che ivi si erano recati (sul posto dello sbarco) e arrestati dai rivoltosi di Pisacane, a p. 184, in proposito aggiunge che: Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, inpiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino.”. Dunque, secondo la versione del Bilotti è chiaro che il punto dello sbarco era “la spiaggia dell’oliveto del Fortino” che non deve essere confusa con la “spiaggia dell’Oliveto”, oggi antistante il cimitero di Sapri. Oggi la “località Fortino” a Sapri, nel Comune di Sapri ancora oggi, è la località dove insiste l’Ospedale civile di Sapri e lì vi è la spiaggia detta del “Buondormire” perchè in epoca antica vi era una torre Angioina o Aragonese oggi scomparsa. Vicinissima la spiaggia del Buondormire, luogo dello sbarco, vicino la “punta del Fortino”, dove oggi è il “Faro Pisacane“, è un luogo non molto distante dalla “spiaggetta del Buondormire” ed è pure un luogo o una rada della costa che non si vede dal paese. Dunque era il luogo ideale per il Cagliari che, così facendo, si avvicinò al paese ma in tutta sicurezza per non essere visti. Il Cagliari, come vedremo, fu avvistato dagli operatori del posto telegrafico dello Scialandro che era situato sul monte Ceraso cioè dall’altra parte della baia di Sapri, all’esatto opposto. Tutte queste piccole ma importanti località, importanti per la storia di Sapri, dovrebbero essere indicate in una apposita segnaletica che io da tempo ho proposto all’Amministrazione di Sapri.

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(Fig…..) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. Il disegno dipinto a colori che rappresenta Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142). Particolare pubblicato da Giulio Schmiedt (…), tratto dal disegno: “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”.

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’“Oliveto del Fortino” (l’oliveto antistante la spiaggia del Buondormire, oggi nei pressi del Faro Pisacane non distante dall’Ospedale civile di Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “…..prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino etc…”. Dunque, nella mia Relazione scrivevo che si trattava della “spiaggia dell’oliveto del Fortino”, ovvero la spiaggia antistante l’oliveto in località “Fortino” dove oggi si trova il piazzale parcheggio ed il Faro Pisacane. Scrivevo nella mia relazione che il Giuseppe Gallotti, in assenza del capourbano Vincenzo Peluso che era fuggito, prese il comando di una dozzina di sapresi e li lasciò sulla spiaggia di Sapri per recarsi nella vicina località “Fortino” dove vi era un oliveto e la stradina sterrata che portava a Villammare. Infatti vi sono foto del ‘900 che illustrano la località di S. Croce a Sapri, molto vicina alla località Fortino, dove si vede che tutta la fascia litoranea brullica di maestosi ulivi. Ivi vi era un Oliveto e la zona non era urbanizzata.La spiaggia è ancora detta “spiaggia del Buondormire”. Infatti, vi sono dei documenti che attstano che sul litorale della spiaggia del Buondormire vi era una grande torre detta appunto “Torre del Buondormire”, a cui ho dedicato ivi un mio saggio storico. La torre del Buondormire esisteva ai tempi del barone Antonini che nel 1745 scrisse “La Lucania – Discorsi”. Vi era un posto doganale per il passaggio verso i territori del vicino mandamento di Vibonati e di proprietà della principessa Carafa di Policastro. Nella mia Relazione, continuando il mio racconto scrivevo pure che: I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri.”. Oggi, non molto distante dalla spiaggia detta del Buondormire vi è il ristorante di “Noè a mare”. All’epoca vi era il “posto doganale”, dove infatti si recò il capourbano (elettosi) Giuseppe Gallotti che fu arrestato dai trecento di Pisacane. Al posto doganale della spiaggia del Buondormire ho dedicato u mio saggio. Fu istituito dai francesi di Gioacchino Murat e poi in seguito dai Borbone di Napoli. Infatti, non molto distante sorse un Fortilizio borbonico da cui oggi la località viene detta “località Fortino”. Bilotti (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a p. 181, in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: “Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto di Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Etc…”. Dunque, anche il Bilotti sostiene che il primo sbarco avenne sulle due spiaggette molto vicine al “Fortino” dell’Oliveto. La località “Fortino” si trovava e si trova ai confini del mandamento di Vibonati, ovvero dove oggi è l’Ospedale Civile di Sapri e la spiaggetta è quella detta del “del Buondormire”, quella che oggi conosciamo vicina al ristorante “Noè a mare”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Nello stesso punto, al Fortino, sbarcò poi il Pisacane il 28 giugno 1857.”.

Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”.  

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’Oliveto (davanti il cimitero di Sapri) ?

Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari (Fig….), gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (di fronte al cimitero di Sapri). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione. Io riferirò i fatti svoltisi dallo sbarco nella vicina spiaggia dell’Oliveto, la notte del 29 a Sapri (….) e la risalita a Torraca. Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischetti (….), che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa dei Stoppelli (la casina bianca di fronte al centro commerciale)(….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri…..Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri).”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li  mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa degli eredi Stoppelli. (169).”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Purtroppo, sebbene su Pisacane vi sia un ampia trattazione anche su wikipedia leggiamo che lo storico sbarco avvenne a Vibonati. Su Wikipedia alla voce “Carlo Pisacane” leggiamo che:  “ma rimase particolarmente celebre per aver guidato il fallimentare tentativo di rivolta nel Regno delle Due Sicilie, che ebbe inizio con lo sbarco a Vibonati diretto verso Sapri ecc…”. L’equivoco è dovuto al semplice fatto che la “spiaggia dell’Oliveto”, luogo dello sbarco dei “Trecento”, oltre a rappresentare un luogo sicuro per i rivoltosi a causa dell’assenza di abitazioni, l’unica abitazione era la “casina bianca” segnalata dal Fanelli al Pisacane e che ancora oggi è ivi, una proprietà indivisa degli eredi Stoppelli, Sapienza ecc…, oggi si trova nel Comune di Vibonati ma all’epoca il grande spiaggione detto dai sapresi dell’Oliveto apparteneva al mandamento giurisdizionale di Vibonati, mandamenti creati da Gioacchino Murat nel 1809 ma, all’epoca il territorio in cui ricadeva la “spiaggia dell’Oliveto”, a parte che era molto distante da Vibonati, ricadeva negli ex territori del barone Palamolla di Torraca e del Principe Carafa di Policastro, territori di Sapri. Infatti, a riprova che la “casina bianca” segnalata dal Fanelli al Pisacane ricade in territorio saprese vi è il fatto che l’attuale Cimitero di Sapri è posto quasi di fronte. Il Cimitero di Sapri sorge con l’Unità d’Italia grazie alla volontà del dott. Nicola Gallotti. Mi chiedo come avrebbe fatto Gallotti a costruire ai primi del novecento il Cimitero di Sapri in un territorio di Vibonati se non perchè questo territorio facesse già parte di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che ecc…”. Vibonati era sede di mandamento ma era pure molto distante. Ritornando mia nota (169) dove postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”, in effetti, Giovanni Nicotera, uno dei pochi superstiti dell’impresa di Pisacane, dopo l’Unità d’Italia diventò Ministro degli Interni e in una visita a Vibonati, ancora sede di mandamento giurisdizionale, ribadì e chiarì dove fosse il luogo preciso dello storico sbarco dei “Trecento”.

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia di Sapri, antistante il “casino bianco” (forse il palazzotto del Peluso, oggi in corso Garibaldi) ?

Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – etc…Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, etc….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ –  come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: etc…”. Dunque, il Racioppi, forse sulla scorta del Venosta (….) scriveva che il luogo dello sbarco non era la spiaggia dell’Oliveto, coe hanno scritto tanti, ma secondo il Racioppi, il luogo dello sbarco dei “Trecento” e di Carlo Pisacane fu davanti la “casina bianca” che egli indica come il palazzotto del prete Peluso, che all’epoca doveva trovarsi molto vicino alla spiaggia di Sapri. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p……, in proposito scriveva che: “Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri….Accosto al torrente prossima al mare, dal lato orientale sorge una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto visto e scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a tale un uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’ partigiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe che il crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno tra quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequieto ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassinii assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci, e l’eseguì poscia, di fredda mano nella prossima Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno dipoi, fu colpito di visita da Re Ferdinando di Borbone; che il raccomandando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazie di regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì; legando l’ombra del nome al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione  volle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte. E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti….”. Ricordiamo che, nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella mia nota (169) io postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. La notizia merita ulteriori approfondimenti. La “casina bianca”, che molti indicarono come quella (attuale proprietà indivisa della famiglia Stoppelli, antistante il centro commerciale di Villammare, lungo la statale SS. 18) e all’epoca quasi vicino al futuro costruendo Cimitero di Sapri (dunque in territorio che apparteneva alla Principessa Carafa di Policastro e che il governo del Regno d’Italia dispose che questo territorio, conteso nel 1600, tra i Carafa e i Palamolla, rientrasse tra i confini del Comune di Vibonati, il quale in seguito cedette al Comune di Sapri, il terreno per costruire il Cimitero. E’ da approfondire la notizia del Racioppi, che sulla scorta del Venosta scriveva che:   “Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva…”, al prete Peluso. La casina del prete Peluso, come scrive il Racioppi era all’epoca il palazzotto che oggi vediamo in Corso Garibaldi a Sapri, ma che all’epoca doveva essere la “casina bianca” accosto al torrente Brizzi, prossima alla spiaggia ed al mare, sul lato orientale di Sapri, isolata e che, nel 1895 venne descritta anche dal Cav. Carlo Pesce (….) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci: ‘Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848′, edito a Napoli, nel 1895 e, di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio, e dove, a p……, in proposito scriveva che: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”. Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura.

il Palazzo Peluso

(Fig….) Particolare del Palazzotto Peluso tratto dallo schizzo del 1817 “Croquì di Sapri

Sapri nel 1819, ten. Blois

(Fig….) Particolare tratto dal disegno del rilievo di Sapri del Ten. Blois del 1819, illustrato nell’immagine della Fig….., “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000. In questo particolare si vede il centro abitato di Sapri come doveva apparire al Genio Militare Borbonico nel 1 gennaio 1819.

Ecco cosa scriveva Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”,riguardo il “casino bianco”, il luogo indicato per lo sbarco. Bilotti,  a p. 185 parlando dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli italiani per essa (4).. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”.  Bilotti, a p. 185, nella nota (4) postillava: “(4) Il governo tenne una lunga corrispondenza per accertare quale fosse il casino bianco dove i ribelli avrebbero dovuto trovare persone note. I casini di quel colore erano tre, e le indagini rimasero quasi infruttuose.”.

Nel 1857, la stazione telegrafica di ‘Scialandro’ sul monte Ceraso a Sapri

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 184, in proposito scriveva che: Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino.”. Il Bilotti (…) sbagliando il cognome dei due “impiegati” chiamati ‘Montesanto’ ma era ‘Montesano’, dico io. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Dunque, sulla scorta della cronaca di Nello Rosselli (…..) scrivevo che  i due impiegati del “telegrafo dello Scialandro”, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano “accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco dove furono scoperti e arrestati dai rivoltosi. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli Nello, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Dunque, la notizia che riportavo sul mio studio era stata tratta dal Daneri (….) che scrisse sulla “Spedizione di Sapri”. In questa notizia si fa cenno ai due fratelli Domenico e Giuseppe Montesano che figurano come “impiegati del telegrafo di Scialandro”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: “Durante la notte il giudice Fischetti l’aveva preceduto, spargendo le stesse voci, come a Sapri. Poi tornò precipitosamente a Capitello, dove funzionava il telegrafo ottico, e all’alba inviò telegrammi al inistero di Grazia e Giustizia (che non c’entrava ma era utile ai fini della promozione), alla Polizia, all’Intendente della Provincia; oggi l’Intendente si chiama Prefetto, ma i suoi poteri non sono così ampi. Questo posto telegrafico, lo si vede ancora oggi a Capitello. Sopra l’abitato è una torre molto massiccia che gli abitanti chiamano Torre Normanna. Fu costruita mezzo millennio dopo l’occupazione normanna, da Filippo II, Re di Spagna, su piani di suo padre Carlo V, l’imperatore “nel cui regno il sole non tramontava”, e quando finì il pericolo saraceno, abbandonata. Sotto Gioacchino Murat c’era da temere un colpo di mano Inglese e le torri furono alzate e munite di cannoni, per tener la spiaggia sotto controllo. Le segnalazioni erano simboliche, come si usava fra le navi, prima dell’introduzione della telegrafia senza fili. Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Dunque, il Tancredi, ci parla del giudice regio Gaetano (che correttamente chiama Fischetti) e del telegrafo ottico installato nella torre Vicereale di Capitello e, da cui il giudice regio Fischetti lanciò i primi messaggi scritti con Tlegrammi alle autorità. Il Tancredi dice pure che nei piani del Pisacane figurava il telegrafo elettrico su fili che esisteva nella zona e che, in seguito al Fortino furono tagliati i fili, ma al teddagliato piano del Pisacane era sfuggito il “telegrafo ottico”, la cui postazione allo Scialandro e a Capitello permisero al giudice regio di avvertire le autorità. Dunque, secondo il Tancredi, lungo il litorale del Salernitano e nel Golfo di Policastro vi erano dei punti con il “telegrafo ottico o telegrafo di Chappe”.  Da Wikipedia leggiamo che Il telegrafo di Chappe (detto anche semaforo di Chappe) fu un sistema di comunicazioni immediate a distanza inventato dai fratelli Chappe in Francia alla fine del XVIII secolo. Si trattava di un sistema “ottico”, con il quale mediante “stazioni” poste lungo una linea e opportunamente distanziate, il messaggio veniva trasmesso da una alla successiva, che lo decifrava e lo ritrasmetteva, fino a giungere al termine di questa “linea” predeterminata. Questo implicava che:

  • le stazioni distassero non oltre l’estensione del campo visivo dell’operatore della stazione (tra i 10 e i 15 km)
  • la trasmissione poteva aver luogo solo se tutti gli operatori erano contemporaneamente presenti sulle rispettive “stazioni” della linea
  • le trasmissioni potevano aver luogo solo durante le ore di visibilità naturale (diurne), sempre che questa fosse sufficiente, lungo tutto il percorso della linea di “stazioni”.

Nel suolo italiano le linee semaforiche di Chappe furono erette per la necessità di Napoleone di comunicare rapidamente coi territori conquistati. il tratto da Milano a Mantova fu sancito con decreto imperiale del 18 giugno 1805, cui seguì un secondo decreto il 13 novembre dello stesso anno per il prolungamento della linea da Milano verso Parigi, sino al confine col Piemonte. Infine, il 1º settembre 1809, il Viceré d’italia Eugenio Napoleone di Francia decretò che la linea telegrafica fosse continuata fino a Venezia. Altre notizie sulla stazione telegrafica dello ‘Scialandro’ esistente a Sapri all’epoca della “Spedizione di Sapri”, stazione probabilmente installata dal governo Borbonico sul Monte Ceraso e, di cui sono stati rinvenuti dei resti, si possono trarre ance dal libretto del giudice Fischetti (….). Il giudice del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni da poco eletto e compagna della Spedizione, Nicotera, a p. 34, in proposito scriveva che: “Erano mal capitati ancora e fatti prigionieri Antonio Perazzo di Vibonati, Domenico e Giuseppe Montesano, come pure Francesco Eboli di Sapri.”. Ricordo che il giudice Fischetti (…), è stato un diretto testimone di quei tragici eventi che hanno segnato la storia di Sapri. Dunque, io credo che la notizia di un telegrafo allo ‘Scialandro’ sia ancora tutta da verificare. Riguardo il posto telegrafico, ricordo che il Pesce (…), sulla base del manoscritto del Timpanelli (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed il dramma d’Aquafredda’, scriveva che il Peluso, trovandosi presso la ‘Rotondella’ ad Acquafreda, fece chiamare dalla vicina “Torre, residenza delle guardie doganali”, ma sappiamo che il Pesce (…), come altri, si rifacevano a ciò che avevano scritto altri confondendo alcune cose. Sarà proprio lui che nel suo ‘Storia della Città di Lagonegro’, edito nel 1905, a p. 382, parlando proprio del telegrafo elettrico ad asta dirà: “E Lagonegro ebbe in quell’anno stesso l’uffizio telegrafico, che fu innaugurato solennemente” e si riferiva al 1857. E poi ancora, il Pesce diceva che: “Per lo innanzi il solo telegrafo ad asta, impiantato su torri lunghesso le coste del mare, era servito per trasmettere le notizie più urgenti, mediante segnali, per conto del governo.”. Dunque non è escluso che a Sapri, come pure a Lagonegro, il Governo Borbonico, dopo l’occupazione del ventennio Napoleonico, abbia deciso di impiantare un telegrafo elettrico ad asta. Di sicuro possiamo dire che nei pressi dello scoglio o della scomparsa Torre costiera detta dello ‘Scialandro’, sul monte Ceraso, vi possa essere stato impiantato un piccolo edificio per il richiamo telegrafico e l’avvistamento. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti.  Il Cassese, a p. 53, scriveva che il Fischetti (…) “corre sul far dell’alba da Vibonati a Capitello e fa trasmettere da quel telegrafo messaggi al Re.”. Dagli atti processuali, si evince che la deposizione del sacerdote di Sapri F.M. Timpanelli, furono confermate alcune circostanze. Recentemente sul monte Ceraso è stato rinvenuto un edificio con una piccola torretta, posto non lontano dal posto o luogo chiamato “Casale del Confine”, ovvero non lontano dal luogo citato nella carta d’epoca Aragonese, una carta inedita e da me scoperta (vedi fig…..). Non posso dire se l’edificio recentemente rinvenuto sulle alture del monte Ceraso, segnalatoci dall’amico Domenico Smaldone, fosse un edificio borbonico che si trovasse sul luogo che esisteva già in epoca aragonese chiamato sulla carta in questione “Casale del Confine”. Recentemente, a seguito del rinvenimento sul monte Ceraso di un piccolo fabbricato, forse d’epoca borbonica,  Angelo Gentile, in un suo saggio “Sapri, torna alla luce l’antica Stazione telerafica ad asta”, apparso a stampa su una rivista locale, scrive che: “Citazioni storiche a seguito dello sbarco di Pisacane, 1857, indicano l’esistenza di una stazione telegrafica a Sapri, detta dello Scialandro. Vengono anche citati i nomi dei fratelli Domenico e Giuseppe Montesano, ecc..ecc..”. Il Gentile (….) avanzava l’ipotesi che la piccola torre annessa a questo piccolo fabbricato recentemente rinvenuto da escursionisti di Sapri sulle falde del monte Ceraso, fosse adibito a posto telegrafico. Riguardo una probabile stazione telegrafica d’epoca borbonica esistente al tempo dei fati di Pisacane, nel 1857, sebbene Leopoldo Cassese (…), traendo le notizie dagli atti processuali (…), allorquando si avvicinò alla rada della ‘Spiaggia dell’Oliveto’ il Cagliari di Carlo Pisacane, esistevano nel Golfo di Policastro, a p. 52, in proposito scrivesse che: “Due telegrafi ad asta erano nel golfo, uno a capo degli Infreschi, ed un altro a Capitello.”, escludendo che vi fossero nel Golfo di Policastro altri telegrafi, ipotesi questa tutta da verificare e del Bilotti (…), del Pifano (…), che scriveva proprio sulla scorta del Bilotti (…). Cesare Pifano (…), a p. 38 del suo ‘Pisacane da Sapri a Sanza’, in proposito scriveva che: “La presenza di una imbarcazione, che, sotto vapore stava approdando nella zona, non era sfuggita ai fratelli Montesano, Domenico e Giuseppe, che espletavano l’ufficio di impiegati telegrafici dello Scialandro.”. Dunque, Pifano (…), senza riferire la fonte bibliografica, sosteneva che vi fosse una stazione telegrafica dello ‘Scialandro’. Notizia peraltro mai confermata dal Pesce (…). Pifano (…), nella sua nota (3), riferiva di una relazione che il ministro degli Interni, divenuto, Nicotera, in una visita a Vibonati, ribadì all’assessore al Comune, Giovannino Vita. La notizia di un posto telegrafico dello ‘Scialandro’, proviene da Paolo Emilio Bilotti (…), che, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, nel 1907, quindi più o meno della stessa epoca in cui scriveva il Pesce (…).

Nel 28 giugno 1857, Francesco Eboli, insieme ai due fratelli Montesano si reca sul luogo dello sbarco dei rivoltosi di Pisacane

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Dunque, sulla scorta della cronaca di Nello Rosselli (…..) scrivevo che  i due impiegati del “telegrafo dello Scialandro”, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano “accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco dove furono scoperti e arrestati dai rivoltosi. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 184, in proposito scriveva che: Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Spinti da zelo o da curiosità, si diressero subito verso il punto di approdo, accompagnati da un tal Francesco Eboli con cui si incontrarono per via; ma trovarono lo sbarco già in gran parte avvenuto. Obbligati a dichiarare la loro qualità, furono arrestati e dovettero seguire i rivoltosi, dalle mani dei quali riuscirono a sfuggire solo a tarda ora, quando la stanchezza ed il sonno ebbero vinti i loro custodi. Fu unico loro pensiero quello di correre al posto telegrafico e mandare le prime segnalazioni. La notte intanto si avanzava. L’Infranzi, il giudice e gli altri che li seguivano, compreso di che si trattava, ripiegarono indietro e si misero in salvo ad un miglio circa da Sapri, dove si divisero quando giunse il Calderaro, malconcio per una caduta, ad annunziare che i ribelli nel numero di circa 500 si disponevano ad invadere Sapri, donde molti cittadini con le rispettive famiglie erano già fuggiti verso i monti. L’Infranzi si recò allora a Capitello richiamandovi anche la forza di Scario, etc…”. Sulla figura di Francesco Eboli ha scritto pure dal libretto del Fischetti (….).  Il giudice del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni da poco eletto e compagna della Spedizione, Nicotera, a p. 34, in proposito scriveva che: “Erano mal capitati ancora e fatti prigionieri Antonio Perazzo di Vibonati, Domenico e Giuseppe Montesano, come pure Francesco Eboli di Sapri.”. Dunque, l’episodio viene riportato anche dal giudice Fischetti (….), che cita Francesco Eboli di Sapri. Perchè i due impiegati del telegrafo dello Scialndro, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano furono accompagnati da Francesco Eboli ? Chi era Francesco Eboli e perchè accompagnò i due sul posto dello sbarco dei rivoltosi di Pisacane ? Quale funzione o carica egli rivestiva ?. Riguardo il Francesco Eboli di Sapri ha scritto anche Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”. Il Cassese (…), che riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”. Dunque, stando al racconto del Cassese (…) agli atti processuali esiste l’interrogatorio di Francesco Eboli di Sapri. Leopoldo Cassese (…) a p. 54, nella sua nota (11) postillava che “(11) …..in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”.

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(Fig. 5) Attanasio Francesco – Punta Fortino a Sapri – Faro Pisacane e spiaggia del Buondormire – disegno matita carboncino su carta – Archivio Attanasio

Il 28 giugno 1857, primo scontro al “posto doganale” di Punta Fortino (attuale faro ‘Pisacane’, di fronte l’Ospedale)

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Ecc…”. Le piccole barche o scialuppe cariche dei rivoltosi, insieme al Pisacane lasciata la nave Cagliari che si trovava al largo e che fu avvistata dal posto telegrafico dello Scialandro posto sul monte Ceraso a Sapri sbarcarono pure verso l’attuale Ospedale Civile di Sapri dove, tra le due spiaggette del Buondormire e quella vicina al ristorante “Noè a mare”, nel luogo dove oggi vi è il “Faro pisacane” ospitavano “il posto doganale” borbonico con un Fortino. Sempre nella mia Relazione (1) scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Riguardo lo sbarco di Pisacane, Michele La Cava (…), citato dal Bilotti (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a p. 181, si limitò a dire che: “Giungono a Sapri alle ore 8 della sera del 28 giugno, sbarcarono la notte, e la mattina seguente alle ore 8 a.m. abbandonarono Sapri e si rivolgono verso Torraca, ove giungono alle ore 10 a.m., ecc…”. Evidente il tentativo da parte del La Cava, di sminuire lo storico sbarco e gli avvenimenti svoltisi proprio nella cittadina che lo accolse, sia pure con pochi onori ma lo accolse. Invece, il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto (sbaglia il cognome che non è Montesanto ma bensì Montesano), impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di ‘spiaggia dell’Oliveto’, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli (mio avo), si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Scrive il Bilotti (…), che: “Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni”. Nel frattempo, a mezzo dei corrieri, il pettinatore Giuseppe Pasquale ed il colono Giovanni Mariosi, di Sapri, ordinava ai capiurbani del circondario di marciare con la metà della guardia su Sapri.

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182 e p. 184, in proposito scriveva che: Gli urbani si recarono all’Oliveto per tenere d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a rasserenarsi, perchè i rivoluzionarii erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un moento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia……Al primo incontro con gli sbarcati gli urbani temendo d’essere accerchiati, si diedero a precipitosa fuga. I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo, nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico. Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto dello Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Spinti da zelo o da curiosità, si diressero subito verso il punto di approdo, accompagnati da un tal Francesco Eboli con cui si incontrarono per via; ma trovarono lo sbarco già in gran parte avvenuto. Obbligati a dichiarare la loro qualità, furono arrestati e dovettero seguire i rivoltosi, dalle mani dei quali riuscirono a sfuggire solo a tarda ora, quando la stanchezza ed il sonno ebbero vinti i loro custodi.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (2) postillava: “(2) Telegramma 1° luglio 1857, dell’intend. al generale Scotti in Nocera.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”.

Nella notte del 28 giugno 1857, il sotto-capo don Giuseppe Gallotti

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono.”. Dunque, scrivevo che del manipolo di urbani che si erano recati da Sapri a punta Fortino dove vi era il posto doganale e dove, presso la vicina spiaggetta del Buondormire era sbarcato il grosso dei “Trecento”, furono accerchiati ed arrestati dai rivoltosi. Solo il sotto capo urbano don Giuseppe Gallotti si salvò insieme ad altri due. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 183-184, in proposito scriveva che: Gli urbani si recarono all’Oliveto per tenere d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a rasserenarsi, perchè i rivoluzionarii erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un momento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia……Al primo incontro con gli sbarcati gli urbani temendo d’essere accerchiati, si diedero a precipitosa fuga. I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo, nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (2) postillava: “(2) Telegramma 1° luglio 1857, dell’intend. al generale Scotti in Nocera.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”. Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: Il sotto-capo D. Giuseppe Gallotti dal canto suo temendo l’incontro coi ribelli, si nascose dietro alcuni scogli e poco dopo si allontanò del tutto, traversando a nuoto un piccolo seno di mare (1).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (1) postillava: “(1) Rapporto 1° agosto 1857 del sottointendente di Sala sulle benemerenze.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici. L’avviso non li aveva raggiunto, ed essi avevano lasciato la città….il giovane Nicotera…..per cercare l’amico Giordano. Non c’era nessuno.”.

NEL 28 GIUGNO 1857, A SAPRI

Nel 28 e 29 giugno 1857 Pisacane ed i “Trecento” arrivano a Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni. Nel frattempo, a mezzo dei corrieri, il pettinatore Giuseppe Pasquale ed il colono Giovanni Mariosi, di Sapri, ordinava ai capiurbani del circondario di marciare con la metà della guardia su Sapri. Ma i due corrieri del Fischietti vennero arrestati dai rivoltosi. Mentre lo sbarco proseguiva nella notte alle undici di sera, a Sapri si diffuse la notizia che circa 500 rivoltosi volessero invadere il paese, il che provocò paura e panico ed indusse a fuggire nelle vicine campagne. Ecc…”.

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(Fig….) Lapide marmorea a ricordo dell’Amore per la Libertà e di Carlo Pisacane

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(Fig….) Monumento commemorativo lo storico sbarco – località S. Croce a Sapri

NEL 28 GIUGNO 1857, A SAPRI

Tra la notte del 28 ed il giorno del 29 giugno 1857 Pisacane è a Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica” assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa. Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane. I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito. Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Ecc…”. Nella mia nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Nella mia nota (166) postillavo che: (166) Cassese L., La Spedizione di Sapri, Bari, La Terza, 1969.”. Nella mia nota (167) postillavo che: (167) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano Cesare, Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, 1977.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ –  come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: non però scorati, occuparono il povero villaggio; e invano tentarono di svolgere nei suoi rari abitatori istinti generosi di patria e di libertà. L’ombra del prete brigante agghiadava tutti i cuori: non uno si unì ad essi. Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 184-185, in proposito scriveva che: L’Infranzi, il giudice e gli altri che li seguivano, compreso di che si trattava, ripiegarono indietro e si misero in salvo ad un miglio circa da Sapri, dove si divisero quando giunse il Calderaro, malconcio per una caduta, ad annunziare che i ribelli nel numero di circa 500 si disponevano ad invadere Sapri, donde molti cittadini con le rispettive famiglie erano già fuggiti verso i monti. L’Infranzi si recò allora a Capitello richiamandovi anche la forza di Scario, etc…. Il Bilotti, a p. 185, in proposito scriveva pure che: “Prima di allontanarsi però avea trasmessi gli ordini ai diversi comuni del circondario perchè le guardie urbane si raccogliessero tutte in un punto; i corrieri poi, e tra essi Giuseppe Pasquale e Giovanni Mariosi, caddero nelle mani dei rivoluzionari, i quali prima del Fischietti ne uscisse avevano effettivamente circondato Sapri piantando nella piazza la bandiera tricolore e proclamando la rivolta (3).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (3) postillava: “(3) Id. id.”. Bilotti, a p. 185, nella nota (3) si riferiva alla nota (2) dove postillava:“(2) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore generale.”. Bilotti, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “L’entrata in Sapri fu delle più sconfortanti; nessuno sulla marina a ricevere i patriotti; nessuna casa aperta; gli uomini atti alle armi tutti fuori dell’abitato, solo donne, vecchi e fanciulli si affacciavano dalle finestre per curiosare. Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli italiani per essa (4). Si tentò di destare sentimenti generosi di patria nei pochi cittadini che si rinvennero sulla piazza, usciti da una prossima osteria, ma non si ebbe risultato; forse il ricordo del feroce prete Peluso li atterriva, forse la paura dell’omonimo e non degenere nipote di lui ne agghiacciava i cuori; ed unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”.  Bilotti, a p. 185, nella nota (4) postillava: “(4) Il governo tenne una lunga corrispondenza per accertare quale fosse il casino bianco dove i ribelli avrebbero dovuto trovare persone note. I casini di quel colore erano tre, e le indagini rimasero quasi infruttuose.”. Bilotti, a pp. 186-187 continuando il suo racconto scriveva che: “La delusione fu quindi immensa per tutti, specialmente perchè non si supponeva che l’azione dei rivoluzionari nulla, proprio nulla avesse fatto in quel comune, il quale essendo destinato allo sbarco, doveva dare il primo buono esempio che sarebbe riuscito di incoraggiamento e di spinta per gli altri a far lo stesso. Non trovarono che tenebre e solitudine, mentre non pareva che a Sapri non vi dovessero essere dei partigiani della rivoluzione, giacchè otto giorni prima dello sbarco si eran rinvenuti nella marina dei cartelli con la scritta: “Armatevi, chè la rivoluzione è vicina”. Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (3) postillava: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli malgrado le difese che di lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu data mai tregua per avere tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la messa nella chiesa del Purgatorio. Eppure egli si trovava alla dipendenza della gran corte crim. col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Bilotti, a pp. 188-189, in proposito scriveva pure che: “Il dado però era tratto e null’altro restava a fare che affidarsi agli eventi ed industriarsi di utilizzarli dominandoli. Cercò quindi di far pubblicare nei comuni più prossimi il seguente proclama: “Cittadini – E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando Secondo etc… – Viva l’Italia (1).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (1) postillava: “(1) Id. Sentenza luglio 1858 – p. 87”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) e mentre un buon numero di militi attendeva al disarmo del posto doganale e degli urbani catturati, Nicotera ed altri pochi si diressero a sorprendere la casa Peluso nella speranza di rinvenire il capo-urbano D. Vincenzo. Costui però si era messo in salvo, fuggendo in Vallo insieme col figlio D. Annibale, capurbano di Ispani. Il sotto-capo D. Giuseppe Gallotti dal canto suo temendo l’incontro coi ribelli, si nascose dietro alcuni scogli e poco dopo si allontanò del tutto, traversando a nuoto un piccolo seno di mare (1). Nicotera uscito col suo seguito di cinque militi dalla casa del capo-urbano, si recò all’abitazione del ricevitore demaniale, D. Giovanni Peluso; ma non riuscì a rinvenire neanche lui e solo s’impossessò di due schioppi e di alquante munizioni, senza chiedere danaro od altro e trattando con rispetto e con maniere gentili la moglie di lui (2). Il Peluso osò poi dichiarare al giudice Fischietti che gli fossero stati tolti ducati 113, ma l’assertiva sua era bugiarda, come posteriormente affermò lo stesso Fischietti (3). Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe de grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (1) postillava: “(1) Rapporto 1° agosto 1857 del sottointendente di Sala sulle benemerenze.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (2) postillava: “(2) Sentenza luglio 1858 – p. 170.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (3) postillava: “(3) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p. 39.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, la truppa di Pisacane marciò attraverso le strade, al grido di Viva l’Italia, ma riscontrò glaciale mutismo. In quei tempi senza luce elettrica, il giorno cominciò al levar del sole. Dopo l’inutile passaggiata per la città, alle ore 7 del mattino, Pisacane si mise in marcia per Torraca.”. Ma come abbiamo e vedremo le cose non stanno proprio così. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”.

Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri si reca nella casa del barone don Giovanni Gallotti in via Nicodemo Giudice dove incontra solo i figli Emanuele, Raffaele ed il sacerdote don Filomeno e Salvatore  

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”.

Casaletto, palazzo Gallotti

(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti

Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque scrivevo che a Sapri, Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Ad esser sincero in questo passaggio non sono stato molto chiaro. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Altre notizie sui Gallotti ci vengono da  Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…..Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Sempre sui Gallotti, il Bilotti ne parla nel capitolo dedicato al Fortino. Il Bilotti, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri cerca di Matteo GIORDANO, sarto di Omignano ed emissario di Michele  MAGNONE

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Intanto il 14 maggio Fanelli era riuscito a riallacciare i rapporti con Michele Magnone, il quale dal carcere di Salerno, per mezzo di un nipote, dirigerà poi le operazioni nel Cilento con grande difficoltà e pericolo, ma con scarso risultato (54). A Genova, la sera del 4 giugno, alla presenza di Mazzini, viene fissata la data della spedizione per il 10 giugno. Si avverte Fanelli, il quale ne dà comunicazione a Magnone. Costui dovrà far trovare a Sapri, all’alba del 13 persona fidatissima (il sarto Matteo Giordano), che si presenterà ai capi appaena sbarcati facendosi riconoscere con la parola d’ordine: “L’Italia per gl’Italiani, e gl’Italiani per essa”; poi, dopo aver spedito messi in Basilicata e a Salerno, farà da guida alle forze rivoluzionarie: Magnone, appena appresa la notizia, invierà corrieri nel Cilento, che faranno insorgere quelle popolazioni (55).”. Purtroppo le cose non andranno così. Cassese, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) De Monte, op. cit., pp. CCIX sgg.”. Cassese, a p. 28, nella nota (55) postilla: “(55) De Monte, op. cit., p. CCX.”. Il testo citato dal Cassese è di Luigi De Monte (….), ed il suo “Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla Spedizione di Sapri accompagnata da etc…”, Napoli, 1877. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Cassese, a p. 199, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 18° vi è la descrizione delle forze del partito e degli ostacoli a doversi superare’….Condizioni generali”,  ( e a p. 200) aggiungeva: “A Sapri. Matteo Giordano, sarto, con altri (scritto nel biglietto di carattere del socio: questa è la persona che desiderate). Italia per gli Italiani, e gl’Italiani per essa. Cercate a Sapri del Barone Gallotti.”. Dunque, secondo il biglietto (il n° 18) ritrovato nel portafogli di Carlo Pisacane a Sanza, si evince che egli doveva incontrare il sarto Matteo Giordano. Perché Pisacane voleva incontrare questa persona ? Chi era Matteo Giordano ?. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Esaurita l’azione in Sapri senza alcun risultato apprezzabile, Pisacane, avendo invano atteso quel Matteo Giordano che avrebbe dovuto incontrare colà, si mosse alla volta di Torraca (20).”. Cassese, a p. 56, nella nota (20) postillava: “(20) Il nome di Giordano fu trovato negli appunti di Pisacane. Questo bravo popolano il mese avanti compì puntualmente il suo dovere; questa volta, non essendo stato avvertito in tempo, rimase inattivo. V. l’incartamento che lo riguarda in B. 197, vol. 11.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Effettuato lo sbarco, due manipoli guidati rispettivamente da Pisacane e da Nicotera entrano in Sapri quando ormai era già sera inoltrata. Pisacane cercò subito colui che doveva essere il suo punto di riferimento così come gli aveva comunicato Fanelli con la lettera (già riportata) del 27 di maggio, il sarto di Omignano Matteo Giordano, ed altri liberali, tra i quali essenzialmente i Gallotti, che si dovevano far conoscere “col motto ‘Italia per gli Italiani, e gli Italiani per essa” (10). Non si trovò né Giordano né Giovanni Gallotti, vecchio liberale tanto attivo nel ’48, probabilmente perchè non informati. Fanelli, nella lettera del 20 maggio a Pisacane, era stato, senza volerlo, giusto profeta: “L’insurrezione giungerà inattesissima, ma desiderata da tutti come la mamma…”(11). In realtà molti non volevano tale “mamma”, per i molteplici motivi che abbiamo già esposto, ed in seguito all’allarme dato dal Fischetti erano fuggiti (12) o si erano barricati in casa.”. Fusco, a p. 288, nella nota (10) postillava: “(10) Cfr. cap. V, n. 36. Negli scritti trovati addosso a Pisacane figurava il nome del sarto di Omignano (ivi, P. s.S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XI).”. Fusco, a p. 288, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. cap. V, n. 35.”. Dunque, Matteo Giordano era il sarto di Omignano, dunque era fiduciario della famiglia patriottica di Magnone., in contatto con il Comitato Napoletano e col Fanelli.

Nel 28 e 29 giugno 1857, Mansueto Brandi medicò Colacicco, uno dei “Trecento” rimasto ferito e si prodrigò tantissimo anche a Torraca e a Casaletto

In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane. I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane……..Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Ecc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “L’entrata in Sapri  fu delle più sconfortanti; nessuno sulla marina a ricevere i patriotti; nessuna casa aperta; etc…ed unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “L’appuntamento con gli amici di Sapri era fallito, ma c’era un uom semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, si dimostra di grande utilità. Corre a Torraca che è in festa per S. Pietro e Paolo, incontra fuggiasschi, paurosi dei “masnadieri”, e li tranquillizza. Calma gli animi allarmati di Torraca ed evita il panico. Quando arrivano gli uomini di Pisacane, ricevono vino, cibi e acclamazioni….ma nessuno li segue. Il sospetto è assopito, ma un fondo di incertezza è rimasto.”.

Nel 29 giugno 1857, Nicotera, con un manipolo di uomini si reca nella casa del realista Giuseppe Magaldi

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente.”. Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”.

Nel 29 giugno 1857, i trecento di Pisacane si recarono a casa dell’arciprete Timpanelli

I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: “A Sapri, ….I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187 continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? etc…”. Bilotti, a p. 186, nella nota (3) postillava: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli….Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”.

Nel 29 giugno 1857, Nicotera si reca nella casa del capo-urbano Vincenzo Peluso

Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica”, assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa. Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri,….Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica” assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) e mentre un buon numero di militi attendeva al disarmo del posto doganale e degli urbani catturati, Nicotera ed altri pochi si diressero a sorprendere la casa Peluso nella speranza di rinvenire il capo-urbano D. Vincenzo. Costui però si era messo in salvo, fuggendo in Vallo insieme col figlio D. Annibale, capurbano di Ispani. Nicotera uscito col suo seguito di cinque militi dalla casa del capo-urbano, si recò all’abitazione del ricevitore demaniale, D. Giovanni Peluso; ma non riuscì a rinvenire neanche lui e solo s’impossessò di due schioppi e di alquante munizioni, senza chiedere danaro od altro e trattando con rispetto e con maniere gentili la moglie di lui (2). Il Peluso osò poi dichiarare al giudice Fischietti che gli fossero stati tolti ducati 113, ma l’assertiva sua era bugiarda, come posteriormente affermò lo stesso Fischietti (3).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (2) postillava: “(2) Sentenza luglio 1858 – p. 170.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (3) postillava: “(3) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p. 39.”.Devo però precisare che il titolo corretto del libretto del Fischetti (….), giudice regio del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti, del 1877 è: “Cenno storico della Invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel circondario con note e osservazioni.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Una perizia fatta eseguire dal giudice Fischietti provò il contrario, come un’altra perizia disposta in Sapri dallo stesso magistrato, provò non veritiera la denunzia del capurbano V. Peluso che pretendeva fosse stato esploso un colpo di fucile contro la porta di casa sua.”.

Nel lunedì, 29 giugno 1857, la decisione di partire presto per Torraca

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “Nulla avendo a sperare in Sapri, la Spedizione, la quale aveva passata la notte sulla spiaggia, pensò di liberare i prigionieri, meno Giuseppe Pasquale, Domenico Menta e Nicola Schettino che trattenne per guide, e decise di partire subito per Torraca.”. Dunque, a Sapri, Pisacane liberò alcuni prigionieri, tra cui Giuseppe Pasquale, Domenico Menta e Nicola Schettino che erano stati fatti prigionieri dalla truppa al posto doganale del Fortino. Sempre il Bilotti continua a scrivere che a Sapri, Pisacane decide di non idugiare e: “E fu bene presa quella decisione, quantunque alcuni proponessero di indugiare in Sapri almeno fino a mezzogiorno, in attesa di quegli aiuti che si sarebbero dovuti trovare all’ora dello sbarco e che forse erano in cammino. Ma aiuti non ne erano e non ne sarebbero andati, e ritardando si sarebbe corso rischio di veder demoralizzata quella massa composta in gran parte da persone che non avevano veduto armi se non in mano ai gendarmi od ai soldati. Nè tardarono a manifestarsi i primi sintomi di pericoloso scoramento, poichè non vedendo in Sapri le promesse forze, disertarono subito, quasi appena sbarcati, quattro uomini della Spedizione, cioè Bartolomeo Sapio da Monteforte, Luigi Diano da Nocera ed altri due che si diressero verso il distretto di Lagonegro dove il giorno seguente caddero in potere della polizia (1).”. Bilotti, a p. 192, nella nota (1) postillava: “(1) Arch. di Salerno – Disb. vol. 10”.

Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Di là passarono nel vicino comune di Tortorella e vi lessero un proclama eccitante alla insurrezione e ripetettero le stesse grida, e poscia proseguendo vittoriosamente per quei vicini villaggi giunsero a Padula nella sera del giorno 30.. Nel suo libretto di lodi a Giovanni Nicotera, il Guglielmini (….), di cui ho pubblicato integralmente le pagine della sua opera in un altro mio saggio, pare che scriva che Pisacane si fermi a Tortorella, dove avrebbe letto il suo ultimo proclama, e non a Torraca. 

NELLA MATTINATA DEL 29 GIUGNO 1857, PISACANE VERSO TORRACA

Nel lunedì, 29 giugno 1857, Pisacane con i suoi trecento, ed altri, si recò a Torraca

Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 192, in proposito scriveva che: “Sul far del giorno si posero quindi in cammino. Apriva la marcia un drappello composto dai tre capi, dagli ‘esteri’ e da una quindicina di soldati, con un tamburo che era stato preso in Ponza; quindi il grosso della Spedizione con in mezzo la bandiera spiegata, e poi una retroguardia di circa altri quindici soldati della compagnia di punizione, come riferì Saverio Nocera, da Castel s. Giorgio, soprannominato ‘Palladoro’ (2). Ai fianchi della colonna piccoli gruppi di tre a cinque individui. Torraca era in festa: i rivoluzionari che vi giunsero alle ore dieci italiane, ossia alle 6 del mattino, mentre si portava in processione la statua di S. Pietro, furono ricevuti da molti giovani ornati di coccarda tricolore, capitanati da Francesco Fiorito e da due armati i quali regalarono del vino a tutti, accompagnandoli nella partenza un’ora dopo, al grido di: “Viva l’Italia, viva la libertà!” (3).”. Bilotti, a p. 192, nella nota (2) postillava: “(2) Pel trasporto dei pochi effetti furono noleggiate due mule di tal Giuseppe Viggiano e le condusse un tal Pasquale Gravina.”. Bilotti, a p. 192, nella nota (3) postillava: “(3) Nota 19 luglio 1857 del maggiore De Liguoro al proc. gen.”. Bilotti, a p. 195, scriveva pure che: “Durante la breve permanenza in Torraca Pisacane licenziò anche Domenico Menta per le preghiere che gli indirizzarono la moglie e la figlia di lui e fece leggere ad alta voce nella piazza il proclama, già precedentemente pervenuto.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a p. 44, in proposito scriveva che: Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca. La stessa sorpesa, la stessa miserabile paura fra quei terrieri. Ma lessero un proclama sulla pubblica via (1); e il grido d’Italia trovò quivi un eco fra quella gente, che prese almeno i colori d’Italia, – fugace dimostrazione di povera gioia, che però nulla, neppure un compagno frutto agli arrivati.”. Racioppi, a p. 44, nella nota (1) postillava: “(1) E’ riferito nell’Atto di accusa….. a p. 37”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno a Torraca ci si accingeva a festeggiare San Pietro, eletto protettore nel 26 aprile del 1776. Nulla faceva supporre, specialmente a coloro dediti al solito lavoro dei campi e lontani dalla politica, che in quella solenne giornata potessero arrivare più di trecento persone tra cui anche due donne. Erano al seguito di un individuo dall’aspetto signorile, il quale si esprimeva correttamente in italiano, ma che si rivolgeva ai torracchesi con inflessione prettamente campana. Nella salita che da Sapri si inerpica fino al piccolo borgo di Torraca, quell’uomo che capeggiava la comitiva, ebbe l’occasione di ammirare il panorama che spaziava sul golfo, reso ancor più bello dalle prime luci del giorno. La splendida vista gli aprì l’animo verso un fiero ottimismo sulla missione che aveva intrapreso. Etc…”. Proseguendo il suo racconto, a p. 90, il Mallamaci scriveva: “Aveva riunito la gente in Piazza dell’Olmo, alla quale lesse il seguente proclama: “Cittadini. E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo. L’odio contro di lui è universalmente inteso. L’esercito è con noi. La capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione etc…ra impossibile pertanto non chiedersi come mai individui come ‘Luigi Lazzaro’ di Policastro, ‘Luigi Smimmero’ e ‘Gaetano Tropeano di Polla, nonché quel tale saprese ‘Samuele Lacorte’, tutti personaggi di pessima nomea, invece di essere rinchiusi nel carcere di Ponza, circolassero liberamente in compagnia di quelle persone. Sicuramente, come asseriva il loro parroco, anche coloro con cui si accompagnavano erano gente della loro stessa risma. Comunque a sostenerli vi era anche la presenza del vescobo Nicola Maria Laudisio, noto per la sua fedeltà borbonica, giunto a Torraca per l’occasione della festività di S. Pietro, il quale dovette nascondersi per motivi di sicurezza. Solo dopo la partenza dei trecento diretti verso il Fortino, poté mostrarsi e celebrare una messa per lo scampato pericolo. Un’altra versione storica riguardante il vescovo Laudisio, è che accolse i rivoltosi con la dovuta diplomazia, e per aggraziarsi la loro simpatia, fece distribuire del buon vino locale e delle belle ciliege. Quest’ultima ipotesi, sicuramente non è tra le più credibili, poiché era nota la sua fama di fedeltà al Re, etc….A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti. Ad un certo Carmine Viggiano vennero sottratte sei piastre e fu proprio la figlia Angela ad indicare al loro capo (Pisacane) chi li aveva derubati. Poiché le monete non furono tutte ritrovate, il Pisacane diede loro la parte mancante. Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile. Oltre al Viggiano e al Tancredi, denunciano furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. Mallamaci, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; ‘Vicenzo Cioffi’, gestore o proprietario della taverna del Fortino ed originario di Tortorella, il quale si prodrigò per fornire le cibarie ai rivoltosi. Il Cioffi, più volte fece sfornare il pane alla propria moglie per sfamare i liberatori. Ai predetti fecero seguito: ‘Michele Albano’, Pasquale e Nicola Bifano, Pasquale Brandi, Francesco Cesarino, Anna e Antonio Falce, Giuseppe Falce, Carmine Falco, Biagio Filizzola, Vincenzo Gallo, l’arciprete Pietro Gravina, Giovanni Lanza di Roccagloriosa, Nicola Mercadante, Vincenzo Mugno, Giuseppe Petrizzo originario di Padula, Raffaele Petrizzo, Carlo Viggiano, Domenico e Pasquale Zipparo. L’accoglienza da parte di costoro fu calorosa e spontanea, qualcuno ha anche gridato “Viva Murat e viva la Repubblica”, però nessuno di questi ebbe il coraggio di seguire i trecento nella loro impresa.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Contrariamente a quanto pretesero di poter affermare i borbonici, nessuna violenza ebbe in animo di commettere la Spedizione e nessun sopruso, se non soltanto quando si trattava di raccogliere armi (1) e qualche indumento; anzi si provò che proprio in Torraca, essendo due dei rivoltosi penetrati nella casa di tal Carmine Viggiano ed avendogli estorte sei monete di carlini dodici, la figlia di lui, Angela Maria, che si presentò a Pisacane per lagnarsene e per indicargli uno dei ladri, riebbe il suo danaro cioè le tre piastre che effettivamente possedeva il milite indicato ed oltre tre che cacciò del suo Pisacane medesimo. Fu simulata quindi la dichiarazione del prete Antonio Flora che denunziava d’aver avuto derubate 40 piastre, mentre gli era stata tolta soltanto poca biancheria, e fu falsa la denunzia del capourbano Luigi Mercadante, il quale assumeva che gli fosse stata forzata la porta di casa. Una perizia fatta eseguire dal giudice Fischietti provò il contrario, come un’altra perizia disposta in Sapri dallo stesso magistrato, provò non veritiera la denunzia del capurbano V. Peluso che pretendeva fosse stato esploso un colpo di fucile contro la porta di casa sua.”.  

Nel 29 giugno 1857, la strada vicinale detta della “Verdesca” percorsa dal Fischetti per salire a Torraca e spiare Pisacane

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(Fig….) Ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”.

Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte  per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato. La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…).

Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fischietti effettivamente avea fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura dell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria per dove avrebbero potuto inseguirlo i ‘male intenzionati’.”.

Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo.

Nel 1857, il vescovo della Diocesi di Policastro, Nicola Maria Laudisio

Nel 29 giugno 1857, a Torraca, il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Il Fischietti fuggito a Torraca, riunisce gli urbani, li fa giurare fedeltà al Re, e avverte il Vescovo sanfedista Laudisio ed alle tre del mattino comunca al sottintendente  del distretto di Sala, Calvosa, dell’avvenuto sbarco. Sempre il Fischietti, ligio al dovere ed agli onori, fa trasmettere dal telegrafo di Capitello, al Re ad altri organi dello Stato, messaggi con richieste di soccorso.”. Intando devo ammettere l’errore perchè scrissi “Fischietti” e non “Fischetti”. Si tratta del giudice regio del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti che, in seguito, nel 1877 scrisse il libretto “Cenno storico della Invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel circondario con note e osservazioni.”. Il Fischetti (….), si era portato di nascosto a Torraca, in parte per spiare le mosse dei “Trecento” che pure, da Sapri si erano diretti a Torraca e, riunisce gli urbani, li fa giurare fedeltà al Re, e avverte il Vescovo sanfedista Nicola Maria Laudisio (…) ed alle tre del mattino comunca al sottintendente  del distretto di Sala, Calvosa, dell’avvenuto sbarco. Sempre il Fischietti, ligio al dovere ed agli onori, fa trasmettere dal telegrafo di Capitello, al Re ad altri organi dello Stato, messaggi con richieste di soccorso. Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fischietti effettivamente avea fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura dell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria per dove avrebbero potuto inseguirlo i ‘male intenzionati’. Giunto a Torraca spedì subito al sottointendente il corriere Pietro Filizzola per annunziare l’avvenuto sbarco e dispose quanto occorreva per raccogliere forse e concentrarle in Tortorella, luogo di facile difesa e di facile offesa, per essere l’abitato posto su di una roccia tagliata a picco e inaccessibile; fece sveliare i cittadini etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, a p. 90, il Mallamaci scriveva: Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 186, in proposito scriveva che: L’Infranzi si recò allora a Capitello richiamandovi anche la forza di Scario, e il giudice Fischietti credette utile di retrocedere sopra Torraca ed altri punti minacciati più da vicino, nel fine di procurar di sostenere lo spirito pubblico, giacchè una gran paura doveva aver invaso tutti, non escluso il vescovo di Policastro monsignor Laudisio (1), che si trovava allora in Torraca (2).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Sulla ragione di temere che aveva monsignor Laudisio vedi l’Appendice.”. Bilotti, a p. 185, nella nota (2) postillava: “(2) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore generale.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fischietti effettivamente avea fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura dell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria per dove avrebbero potuto inseguirlo i ‘male intenzionati’. Giunto a Torraca spedì subito al sottointendente il corriere Pietro Filizzola per annunziare l’avvenuto sbarco e dispose quanto occorreva per raccogliere forse e concentrarle in Tortorella, luogo di facile difesa e di facile offesa, per essere l’abitato posto su di una roccia tagliata a picco e inaccessibile; fece sveliare i cittadini i quali avrebbero potuto, magari con pietre, impedire ai ribelli il passaggio per la via sottostante; prese accordi con monsignor Laudisio perchè con la sua autorità spirituale incoraggiasse il popolo alla resistenza, e partì per Vibonati dove giunse all’alba e donde spedì al sottointendente di Sala, per Francescantonio Sansone, un altro messaggio. Di lì subito alla marina di Capitello..

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(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877

Nel 4 settembre 1860, a Torraca, Garibaldi dormì in casa dell’ABATE DON NICOLA GALLOTTI di Torraca ?

Alcuni storici locali e non hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 223, in “Documenti”, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che pare fosse di proprietà della famiglia Gallotti. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Tresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Anna Sole scriveva che il Bollettino, datato 11 settembre 1860 “…apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane.”, e aggiunge:Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma l’abate (sacerdote) Antonio Gallotti che viveva a Torraca e dove secondo questo Bollettino (notizia di Anna Sole) dimorava e forse risiedeva a Torraca dove aveva una casa, dove pare si fosse fermato Garibaldi. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito.  Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane  “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per riconsegnarla all’Italia.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 22, nelle sue memorie scriveva che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Dunque, sebbene Rustow racconta di essersi avviato in marcia con la sua brigata, da Vibonati di buon mattino, ci testimonia che da Vibonati (?), Garibaldi era già sulla strada per raggiungere il Fortino. Ma, dalla testimonianza di Rustow si evince da dove si partì Garibaldi ?. Rustow (vedi Porro, a p. 19), in proposito scriveva che dopo che la sua colonna si mise in marcia da Sapri: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali e si mise esso stesso alla testa alla colonna.”. Dunque, Rustow racconta che Garibaldi e Cosenz arrivarono verso Villammare e si misero in testa alla colonna. Poi, sempre a p. 19, Rustow racconta che tutti, Garibaldi compreso, andarono a Vibonati. Infatti, a p. 19 scriveva il Porro che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Rustow, però non dice nulla di Garibaldi a Vibonati. Rustow scriveva a p. 20 che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4 ripresimo la marcia.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane etc…”.

Nel 1857, don Pietro Paolo Perazzi (io credo Perazzo), filoborbonco a Torraca, i Perazzo di Vibonati, i Gallotti di Morigerati, i Peluso e i Magaldi a Sapri  

Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Devo però precisare che il Mazziotti, riguardo a Torraca scriveva di una lettera del suo caro amico, don Paolo Perazzi ed a p. 132, in proposito scriveva che: Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. In effetti, Pier Paolo Perazzi di Torraca, era Sindaco di Torraca e si attivò con il Decurionato della ridente cittadina per le truppe Garibaldine di stanza a Sapri. Sulle attività svolte a Torraca in quei frangenti, ed in particolare su alcune notizie su Torraca, provenienti dal Sindaco Pier Paolo Perazzi, il tutto ruota intorno all’alacre attività del giudice di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo che raccolse fondi presso le casse comunali tra cui anche quella di Torraca. I fondi raccolti dal giudice Cajazzo furono devoluti a Magnoni che in seguito li consegnò a Garibaldi. Le notizie che riguardano Torraca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli ma riguardano soprattutto le attività nel periodo successivo al Plebiscito. In quel periodo, tutti i comuni e i decurionati del Circondario di Vallo e di Vibonati si attivarono con la Dittatura di Garibaldi per la restituzione dei fondi spesi nei primi di Settembre per le truppe e non è difficile che molti Sindaci iniziarono a millantare fesserie. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro…etc…Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15). Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente” (10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Sulla figura del sindaco di Torraca, Pietro Paolo Perazzi, che a mio avviso era Perazzo, ha scritto, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 che,  parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”. Su Pietro Paolo Perazzo (….), futuro Sindaco di Torraca, ha scritto Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. La Greca, a p. 204 pubblica la foto della via di Torraca intitolata a Pietro Paolo Perazzo. Sebbene il testo riporti pochissimi, se non niente, documenti che riguardino l’epopea di Garibaldi, a causa della dispersione di documenti del periodo preunitario, merita degli approfondimenti. Su Pietro Paolo Perazzo e la famiglia Perazzo di Torraca, a p. 124, nella nota (222) postilla: “(222) E’ lo stesso al quale è intitolata una delle vie principali di Torraca. Fu costui l’ultimo sindaco di Torraca del periodo borbonico e il primo dopo l’Unità. Era figlio di quel Pietro Paolo, il principale attore della vita economica di Torraca fino agli anni Cinquanta; era infatti il più grosso proprietario di animali vaccini del luogo negli anni Trenta e titolare di una conceria, lo stesso che aveva acquistato le terre dell’ex barone di Policastro nel periodo francese, di cui abbiamo detto all’inizio di questo libro; dal punto di vista politico la famiglia era stata molto “fredda” verso il governo borbonico anche se, per proteggere i suoi interessi, non si era esposta né nei moti del ’28 né in quelli del ’48. Il figlio omonimo, questo in parola, in gioventù era stato un osservato speciale del governo borbonico; infatti da studente universitario nel 1855 dovette avere il benestare delle autorità per poter vivere a Napoli. In una lettera della Polizia napoletana, datata 14 aprile 1855, indirizzata al sottintendente di Sala, troviamo scritto: “La prego manifestarmi se la famiglia del giovane D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca sia conosciuta benemerita e degna di fiducia nel Real Governo sotto il rapporto politico e morale; o se Ella a norma del Real Rescritto di massima in vigore per gli studenti creda di potersi permettere al Sig. Perazzo di soggiornare in Napoli come studente”. E il Sottointendente il 28 aprile ne dava informativa all’Intendente: “Sig. Intendente, la condotta politica, morale e religiosa di D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca è stata sempre buona, né si può fare la minima osservazione etc…., giusta la informazioni accasatesi da questa Sottointendenza fra i quali dal Vescovo di Policastro, egli etc…”. In ASS, Intendenza, Istruzione, B. 1840, fasc. 87.”. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 248 scriveva: “(In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 41) Torraca, 6 agosto 1854: Terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo fu Pietro Paolo, anni 47, negoziante, ducati 136.19, etc..”. Su Pietro Paolo Perazzo ha scritto Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri,  in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: I soldati ebbero dono di ciriege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Sui Perazzo ha scritto anche Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS, Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969.

Nel 29 giugno, 1857, Pisacane, partenza da Torraca ed arrivo al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica.”. Oggi la “Taverna del Fortino”, il fabbricato dove si fermò, prima il Pisacane e poi in seguito Giuseppe Garibaldi è gestito ed è proprietà della famiglia Colombo. Nel 1975, il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “Avanti va la marcia e a notte si arriva a Fortino, dove l’oste ha preparato pane, vino, formaggio e quattro pecore. Si abbatte il palo del telegrafo elettrico e si raccolgono notizie, brutte e belle. Il sacerdote Vincenzo Padula che ha organizzato la sommossa dell’intero Vallo di Diano, è stato arrestato col suo collaboratore, il sacerdote Cardillo.”. Oggi la strada che passa dal Fortino di Cervara (il Fortino frazione del Comune di Casaletto Spartano) è la Strada Provinciale 349. Il “Fortino” cosiddetto è una piccola borgata. Tra le poche case vi è una “Taverna”, da sempre gestita dalle famiglie Cioffi e Colombo. Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. Sul Fortino del Cervaro ha scritto pure Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria. Sulla liberazione di alcuni che il Pisacane fece, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 383, in proposito scriveva pure che: “Vari fuggiaschi furono arrestati qua e là per le campagne e mandati pel processo a Salerno, e tra le molte onoreficenze e pensioni concesse dal Re, va qui ricordata la medaglia d’argento del Real Ordine di Francesco I, conferita al nostro concittadino Agostino Ferraro, detto ‘scellerato’, il quale, trasportato a schiena la corrispondenza postale per Chiaromonte, potè fermare per le campagne, tradurre a Lagonegro e consegnare alle autorità due seguaci di Pisacane, i quali, dopo la sconfitta di Padula, eransi sbandati e dispersi. Questa fu l’unica onoreficenza cavalleresca, che s’ebbe in Lagonegro durante il governo borbonico.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; ‘Vicenzo Cioffi’, gestore o proprietario della taverna del Fortino ed originario di Tortorella, il quale si prodrigò per fornire le cibarie ai rivoltosi. Il Cioffi, più volte fece sfornare il pane alla propria moglie per sfamare i liberatori. Ai predetti fecero seguito: ‘Michele Albano’, Pasquale e Nicola Bifano, Pasquale Brandi, Francesco Cesarino, Anna e Antonio Falce, Giuseppe Falce, Carmine Falco, Biagio Filizzola, Vincenzo Gallo, l’arciprete Pietro Gravina, Giovanni Lanza di Roccagloriosa, Nicola Mercadante, Vincenzo Mugno, Giuseppe Petrizzo originario di Padula, Raffaele Petrizzo, Carlo Viggiano, Domenico e Pasquale Zipparo. L’accoglienza da parte di costoro fu calorosa e spontanea, qualcuno ha anche gridato “Viva Murat e viva la Repubblica”, però nessuno di questi ebbe il coraggio di seguire i trecento nella loro impresa.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) etc…”. Pesce, a p. 398, nella nota (1) postillava: “(1) Nell’opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’ ho discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ed ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in una unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”.”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382.”.

Nel 30 giugno, 1857, Pisacane ed i suoi “Trecento”, al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150). Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua..

Nel 30 giugno, 1857, il maggiore Marulli e le fregate Ettore Fieramosca e Tancredi approdarono nella baia di Sapri

Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica. La nave Cagliari (Fig….), appena doppiato il Capo Palinuro fu catturata e sei compagnie di cacciatori si mettevano in marcia da Salerno alla volta di Sapri. La mattina del 30 a Sapri sbarcarono le truppe provenienti da Gaeta, le stesse che a bordo delle fregate Fieramosca e Tancredi, avevano catturato il Cagliari. Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica. La nave Cagliari, appena doppiato il Capo Palinuro fu catturata e sei compagnie di cacciatori si mettevano in marcia da Salerno alla volta di Sapri. La mattina del 30 a Sapri sbarcarono le truppe provenienti da Gaeta, le stesse che a bordo delle fregate Fieramosca e Tancredi, avevano catturato il Cagliari. Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il giorno 30, a Sapri intanto erano sbarcati dalle fregate Ettore Fieramosca e Tancredi, 600 soldati provenienti da Gaeta, sotto il comando del maggiore Gennaro Marulli e del capitano Giuseppe Musitano, quast’ultimo vecchio amico di Pisacane. Dopo lo sbarco, l’intero battaglione, con il giudice Fisichetti (?) che gli indicava la strada, si avviarono per Torraca, dove vennero accolti festosamente dal vescovo Laudisio con tutto il codazzo del clero e da numerosi notabili.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il Liberale torracchese Mansueto Brandi, che aveva organizzato l’accoglienza a Torraca, si prodrigò anche per partecipare l’arrivo al Fortino e nel Vallo di Diano. Dalla parte avversa tutto era perfettamente organizzato anche per il tempestivo interessamento del giudice Fisichetti (?). Alla guardia urbana di Sapri, Torraca e Sala, raccolta dal giudice di Torchiara, forte di trecento uomini, vi si erano uniti anche duecento gendarmi, tutti schierati nei pressi di Padula per combattere i ribelli.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 230, riferendosi al maggiore De Liguoro, in proposito scriveva che: “Nelle vicinanze dell’abitato apprendeva che i rivoltosi erano passati di lì tranquilli, perchè le regie truppe, giunte a Sapri la sera innanzi, 29 giugno, quantunque sbarcate fin dalle 6 a.m., non erano ancora in vista. Spedì quindi subito senz’armi per la via dei monti e nella direzione di Sapri due urbani pratici dei luoghi etc…”. Bilotti, a p. 231, in proposito scriveva che: “Uno di tali gruppi, oltre a quello disertato subito da Sapri, formato da cinque uomini e caduto nelle mani degli urbani di Vibonati, fu condotto innanzi al contro ammiraglio De Roberti; di un altro, composto da quattro uomini, fu scritto che inseguito dagli urbani di Tortorella, Battaglia e Casaletto, si fosse messo in conflitto e che il suo capo fosse rimasto morto ed i suoi militi caduti prigionieri. La verità intorno a questo gruppo, guidato da tal Vito Jannuzziello da Casalnuovo di Conza (1), fu però falsata dai capiurbani di fede borbonica, sia per acquisirsi merito presso le autorità, sia per evitarsi il pericolo di un processo per assassinio, come era stato per capitare nel 1848 agli uccisori di Costabile Carducci (2)…”. Bilotti, a p. 231, nella nota (1) postillava: “(1) Cap. Vincenzo Cristini – Notamento sommario dei ribelli.”. Bilotti, a p. 233 scriveva ancora: “Le due navi da guerra che erano partite da Mola di Gaeta sotto il controllo dell’ammiraglio Roberti all’una a.m. del giorno 29 e che toccate successivamente le isole di Ventotene e S. Stefano, avevano catturato e rimorchiato il “Cagliari”, giunsero la sera stessa in Sapri; ma i cacciatori non mostrarono alcune premura di eseguire sollecito lo sbarco. Se ne diedero le disposizioni alla mattina seguente e dopo che il giudice Fischietti ebbe provveduto ai mezzi pel trasporto dei bagagli e di due e di due pezzi da campagna, e dopo pure che ebbe offerto il suo cavallo al maggiore Marulli e fatto offrire quello del suo cancelliere all’aiutante maggiore. Per ordine dello stesso Fischietti seguirono i cacciatori alcuni urbani che si erano raccolti ponendo una parodia di quartier generale in S. Giocondo, presso Sapri, cioè a 15 miglia di distanza dal punto in cui si trovavano i rivoltosi e quando già avevano appresa la artenza di questi da Torraca per la direzione del Fortino (1). Il maggiore Marulli si pose sulla via di Torraca, forse senza alcun disegno prestabilito, forse anche col fine di seguire il cammino della Spedizione ed assaltarla alle spalle, mentre i cacciatori partiti da Salerno l’avrebbero aggredita di fronte. In Torraca gli andò incontro monsignor Laudisio vestito di sacri paramenti e processionalmente seguito dal clero: il loro prolungato abbraccio espressione dell’alleanza dei loro padroni, fu salutato da entusiastiche grida di omaggio al re etc…I soldati ebbero dono di ciriege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”.

L’epilogo e la morte di Pisacane

Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula. Pochi si salvarono e Pisacane morì in circostanze poco chiare a Sanza. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula. Pochi si salvarono e Pisacane morì in circostanze poco chiare a Sanza. A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella sta tua bronzea (fig. 57) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Il sacrificio eroico del Pisacane e dei suoi valorosi uomini è ricordato nei commoventi versi della poesia di Luigi Mercantini: “La Spigolatrice di Sapri”, che ancora oggi, conosciuti in tutta la penisola insieme allo storico evento costituiscono l’emblema più usato per indicare Sapri. Oltre ai numerosi componimenti poetici ispirati alla Spedizione di Sapri (170), molti furono gli studiosi che si interessarono a questo triste evento della storia del Risorgimento italiano: tra questi figura anche Pier Paolo Pasolini. (171).”. Nella mia nota (162) postillavo che: (171) Pasolini, Memorie raccolte da suo figlio, le impressioni destate su Pio IX, allora in viaggio nelle Legazioni, dalle notizie della Spedizione di Sapri.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Se qualcuno voglia spiegarmi cosa volese intendere con queste sue parole il Tancredi gliene sarò grato. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il Pisacane, dopo avere appreso la strada per il Fortino, lo stesso giorno del suo arrivo, decise di lasciare il paese per raggiungere la predetta località. Il Liberale torracchese Mansueto Brandi, che aveva organizzato l’accoglienza a Torraca, si prodrigò anche per partecipare l’arrivo al Fortino e nel Vallo di Diano. Dalla parte avversa tutto era perfettamente organizzato anche per il tempestivo interessamento del giudice Fisichetti (?). Alla guardia urbana di Sapri, Torraca e Sala, raccolta dal giudice di Torchiara, forte di trecento uomini, vi si erano uniti anche duecento gendarmi, tutti schierati nei pressi di Padula per combattere i ribelli.”.  

Nel 29 gennaio 1859, il Processo ai rivoltosi superstiti

Alfredo De Crescenzo (….), nel suo saggio “La prima udienza del processo di Sapri”, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, anno III, fasc. IV, a p. 249 e ssg., in proposito scriveva che: “”Di questo importante processo, ebbe un carattere politico, sia per le cause, che lo produssero, sia per gl’imputati che vi furono coinvolti, riportiamo una interessante descrizione dei preparativi e delle precauzioni che la Giustizia prese in questa circostanza, ricavandola dalla medesima Cronaca (1) del Mottola, di cui ho fatto menzione in fascicoli precedenti di questa Rivista. La precisazione e la minuzia dei particolari, nonchè le opinioni e i giudizi del pubblico, cose che non si rintracciano in altri documenti, rendono la narrazione simpatica e interessante.”. 1859 – 29 gennaio, S’è cominciata la causa di quelli che calarono a Sapri per mettere la rivolta, e siccome la sala della Gran Corte Criminale non era capace di contenere 400 circa imputati, così s’è prescelto il locale del Quartiere militare nelle circostanze di S. Domenico. Etc…”. De Crescenzo, a p. 250, nella nota (1) postillava: “(1) G. Mottola, Cronaca (Archivio Privato).”.

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(Fig. 7) Saggio di Alfredo De Crescenzo (21), sul Processo ai rivoltosi superstiti

Nel 1877, la tradica Spedizione di Sapri’ nel racconto di Gaetano Fischetti, giudice del mandamento di Vibonati

Nel 1877, Gaetano Fischetti (…), giudice del mandamento di Vibonati che ebbe un ruolo fondamentale all’epoca della tragica e sfortunata “Spedizione di Sapri” dei “Trecento” di Carlo Pisacane del 28 e 29 giugno 1857 pubblicò il libretto ‘Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli. Pare che il Fischetti avesse pubblicato il suo ricordo di quelle tragiche giornate in cui Carlo Pisacane sbarcò a Sapri sulla spiaggia dell’Oliveto per ingraziarsi l’allora Ministro degli Interni Giovanni Nicotera che si salvò dalla repressione borbonica e che nell’Italia Unitaria fu nominato Ministro.

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(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877.

La contessa Gioconda Walvescky: ‘La signora di Sapri’, romanzo storico di Rocco Baldanza del 1879

Baldanza Rocco, La signora

Baldanza, pp. 238-239

Nel 1879 lo scrittore Rocco Baldanza (…) pubblicò una serie di racconti romanzati sull’epopea Garibaldina e Risorgimentale. Nel volume II della sua trilogia pubblicò a Roma, per i tipi di Adolfo Paolini, il volumetto II° dal titolo ‘La signora di Sapri: storia dei nostri tempi‘. In questo piccolo volumetto il Baldanza racconta della permanenza a Sapri della compagna di Giovan Battista Falcone, che morì a Sanza insieme a Carlo Pisacane. Il Baldanza parla della giovane contessa Gioconda Valvescky o Walvescky figlia di Ignazio Walvescky parente di Napoleone III. La Walvescky, compagna di  Giovan Battista Falcone venne ad abitare a Sapri dove morì di tubercolosi. Spesso si recava al sepolcro di Giovan Battista Falcone e Pisacane a Sanza devolvendo le sue ricchezze ai poveri bambini di Sanza. Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM. Pare che una copia del vol. II sia di proprietà dell’amico Tonino Luppino che lo segnalò per la prima sul blog Golfonetwork su indicazione dell’amico ALfonso Monaco. Bellissimo e commovente il racconto del Baldanza che scrive una pagina di storia del nostro paese, citando personaggi e luoghi dell’epoca postuma a Pisacane.

Nel 4 settembre 1860 viaggiando da Sapri a Vibonati s’imbattè in un manipolo di garibaldini cilentani che dissuasi ad andare a Sapri a incendiare la casa dei Peluso si recarono a Policastro alla casa del Cav. Pecorelli

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito scriveva pure che: “III. Garibaldi….. – s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Sul cav. Pecorelli filoborbonico di Policastro Bussentino (Santa Marina), ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 234, in proposito scriveva che: “I cacciatori quindi recatisi a Tortorella ed ivi raggiunti anche dal cav. Felice Pecorelli con la sua squadriglia, proseguirono per Casaletto dove giunsero nelle ore pomeridiane e si accamparono nel largo detto Campo (2) per passarvi la notte. Il giorno seguente ripresero il cammino per Buonabitacolo.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò  alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri”Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Se qualcuno voglia spiegarmi cosa volese intendere con queste sue parole il Tancredi gliene sarò grato.

Le commemorazioni, gli studi ed i componimenti lirici

Nella mia nota (170) postillavo che: (170) Il Rosselli (Rosselli N., op. cit., p. 361), in proposito così dice: “La Spedizione di Sapri dette luogo a numerosi componimenti poetici, quasi tutti assai scadenti, seppure calorosi ed ispirati. Vanno citati, in ordine di tempo: Mercantini L., La Spigolatrice di Sapri, stampata la prima volta nel Movimento, Genova, 3 Agosto 1857; Ricciardi C., Novissima Verba, Carme ai caduti di Sapri, in La Gazzetta del Popolo, Torino, 29 luglio 1857; Vecchi C. A., Canto funebre, ivi, 17 agosto 1857; Curzio F., L’eroe di Sapri (4 sonetti), 1858, ristampati in Poesie edite ed inedite di F.C., Milano, 1883; Lombardi E., La Spedizione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877; versi di Terzi R., e di Capasso G., sul giornale ‘Masuccio’, Salerno, 2 luglio 1903; Fra gli stranieri che cantarono la spedizione si veggano Swinborne, Song of Italy; Harriet Hamilton-King, The disciples, London, 1873 (vedi il brutto poemetto ‘Nicotera’) Carducci dedica due versi a Pisacane in una delle sue odi barbare (Scoglio di Quarto). E’ noto che anche Victor Hugo tessè l’apologia di Pisacane, dicendolo più grande di Garibaldi nello stesso modo che Brown era da considerarsi più grande di Waschington.”. Oltre ai numerosi componimenti poetici ispirati alla Spedizione di Sapri (9), molti furono gli studiosi che si interessarono a questo triste evento della storia del Risorgimento italiano, tra questi figura anche Giuseppe Pasolini (10) nelle sue ‘Memorie raccolte da suo figlio – 1815-1876′, le impressioni destate su Pio IX, allora in viaggio nelle Legazioni, dalle notizie della Spedizione di Sapri. Nel 1932, Nello Rosselli (10), nel suo ‘Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano’, pubblicato a Torino per Einaudi, a p. 361), in proposito così scriveva: “La Spedizione di Sapri dette luogo a numerosi componimenti poetici, quasi tutti assai scadenti, seppure calorosi ed ispirati”. Vanno citati, in ordine di tempo: Mercantini L., La Spigolatrice di Sapri, stampata la prima volta nel Movimento, Genova, 3 Agosto 1857; Ricciardi C., Novissima Verba, Carme ai caduti di Sapri, in La Gazzetta del Popolo, Torino, 29 luglio 1857; Vecchi C.A., Canto funebre, ivi, 17 agosto 1857; Curzio F., L’eroe di Sapri (4 sonetti), 1858, ristampati in Poesie edite ed inedite di F.C.,  Milano, 1883; Lombardi E., La Spedizione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877; versi di Terzi R., e di Capasso G., sul giornale ‘Masuccio’, Salerno, 2 luglio 1903. Fra gli stranieri che cantarono la spedizione si veggano Swinborne, Song of Italy, Harriet Hamilton-King, The disciples, London, 1873 (vedi il brutto poemetto ‘Nicotera’) Carducci dedica due versi a Pisacane in una delle sue odi barbare (Scoglio di Quarto). E’ noto che anche Victor Hugo tessè l’apologia di Pisacane, dicendolo “più grande di Garibaldi nello stesso modo che Brown era da considerarsi più grande di Waschington.”; Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani- La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.

La poesia ‘La Spigolatrice di Sapri’ di Luigi Mercantini

A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella statua bronzea (Fig….) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Il sacrificio eroico del Pisacane e dei suoi valorosi uomini è ricordato nei commoventi versi della poesia di Luigi Mercantini: “La Spigolatrice di Sapri”, che ancora oggi, conosciuta in tutta la penisola, insieme allo storico evento costituiscono l’emblema più conosciuto per indicare Sapri e la tragica impresa del valoroso Pisacane.

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Il Monumento a Carlo Pisacane a Sapri di Gaetano Chiaromonte

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(Fig. 1) La statua bronzea  di Carlo Pisacane – opera dello scultore Gaetano Chiaromonte (Foto Archivio Attanasio)

Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il monumento. A Sapri, nei giardini del municipio, si trova il monumento a Pisacane, e sulla strada da Caselle a Sanza, un cippo, sul posto dove Pisacane sarebbe caduto. Il monumento a Pisacane porta una dedica fascistoide; inevitabile! In periodo fascista non si potevano erigere monumenti senza tale dedica, come, nel tempo borbonico, non si potevano redigere atti senza inneggiare all’amatissimo sovrano, il che dimostra che la sciocchezza è immortale. E non vediamo nemmeno perchè la scritta si dovrebbe togliere. E’ un documento storico, etc…”.

Nel 5 settembre 1860, a Sala, Garibaldi ordinò di erigere un monumento a Sapri in onore di Carlo Pisacane e dei Trecento

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “…a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una soscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.”. Un garibaldino nel suo diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri “(….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) Bertani e Garibaldi, il 25 settembre assegnarono “una pensione di ducati sessanta al mese vita durante, a contare dal primo ottobre prossimo, a Silvia Pisacane figlia dell’eroico Carlo Pisacane trucidato a Sanza nel luglio 1857 mentre combatteva per la liberazione dei fratelli”.”.

Nel 19 novembre 1935, a Sapri inaugurato il Monumento a Carlo Pisacane di Gaetano Chiaromonte

A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella statua bronzea (Fig….) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Qui di seguito riporto e ripubblico alcune pagine del saggio del saggio di Carlo Carucci (23), dal titolo “Il Monumento a Carlo Pisacane a Sapri” raro ed introvabile ed in mio possesso che il Carucci dedicò al Monumento a Carlo Pisacane, nella Villa Comunale di Sapri (Fig. 1):

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(Fig. 8) Saggio di Carlo Carucci (23), sul Monumento a Carlo Pisacane, nella Villa Comunale di Sapri (Fig. 1) (Archivio Attanasio)

Nel 1877, Andrea Guglielmini

Nel 1877, Andrea Guglielmini (….), pubblicò ‘L’Eroe superstite di Sapri, Schizzi storici per Andrea Guglielmini’,
Salerno, per i tipi dello Stabilimento Tipografico Migliaccio. Anche questo piccolo libretto edito nel 1877 è rarissimo ed in mio possesso. Il libretto del Guglielmini è stato da me ripubblicato ivi nel mio saggio dal titolo “Giovanni Nicotera l’eroe superstite di Sapri” di cui ivi ripropongo la p….

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Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

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(2) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, ed. Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati & C., Milano-Roma, vol. I, 1909. Oggi l’originale in mio possesso.

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(3) Mazziotti Matteo, La Rivolta del Cilento nel 1828, ed. Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati & C., Milano-Roma, vol. I, 1906. Oggi l’originale in mio possesso. (Archivio Attanasio)

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(…) Mazziotti Matteo, ‘Memorie di Carlo De Angelis a cura di Matteo Mazziotti, Roma, Milano, ed. Dante Alighieri di Albrighi e Segati & C., 1908 (Archivio Attanasio);  oppure si veda dello stesso autore ‘Memorie di Carlo De Angelis a cura di Matteo Mazziotti, ristampa ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 1995 (Archivio Attanasio)

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(…) Mazziotti Matteo, Ricordi di famiglia (1780-1860), ed. Società Dante Alighieri di Albrighi e Segati, Milano, 1916 (Archivio Attanasio)

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(4) Timpanelli Vincenzo, manoscritto inedito sulla vicenda dell’uccisione di Costabile Carducci (Archivio digitale Attanasio).

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(5) Pesce Carlo, Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Neapolitana del 1848 – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Neapolitana del 1848, Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione, Napoli, 189 (Archivio Storico Attanasio).

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(6) Pesce Carlo, Appendice alla Storia della Città di Lagonegro, Versi sparsi chiamati a raccolta, Tip. Auleta succ. M. Cantarella, 1939 (Arcivio Attanasio)

Carlo Pesce

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(7) Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Napoli, Reale Stab. Tip. Pansini, 1913 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso esiste la ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (con la prefazione del 1913), ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, p. 398 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(8) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, B.C.M., 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e pp. 51-52 e s; vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; si veda pure nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-IV (Archivio Attanasio); si veda pure Cassese L.,op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77

(9) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento.

(10) Rosselli Nello, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.

(11) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.

(12) Il Rosselli (Rosselli N., op. cit., p. 361), in proposito così scriveva: “La Spedizione di Sapri dette luogo a numerosi componimenti poetici, quasi tutti assai scadenti, seppure calorosi ed ispirati”. Vanno citati, in ordine di tempo: Mercantini L., La Spigolatrice di Sapri, stampata la prima volta nel Movimento, Genova, 3 Agosto 1857; Ricciardi C., Novissima Verba, Carme ai caduti di Sapri, in La Gazzetta del Popolo, Torino, 29 luglio 1857; Vecchi C.A., Canto funebre, ivi, 17 agosto 1857; Curzio F., L’eroe di Sapri (4 sonetti), 1858, ristampati in Poesie edite ed inedite di F.C.,  Milano, 1883; Lombardi E., La Spedizione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877; versi di Terzi R., e di Capasso G., sul giornale ‘Masuccio’, Salerno, 2 luglio 1903; Fra gli stranieri che cantarono la spedizione si veggano Swinborne, Song of Italy, Harriet Hamilton-King, The disciples, London, 1873 (vedi il brutto poemetto ‘Nicotera’) Carducci dedica due versi a Pisacane in una delle sue odi barbare (Scoglio di Quarto). E’ noto che anche Victor Hugo tessè l’apologia di Pisacane, dicendolo più grande di Garibaldi nello stesso modo che Brown era da considerarsi più grande di Waschington.”; Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani- La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.

(13) Pasolini Giuseppe, Memorie raccolte da suo figlio – 1815-1876, le impressioni destate su Pio IX, allora in viaggio nelle Legazioni, dalle notizie della Spedizione di Sapri (Archivio Attanasio)

(14) Pifano Cesare, Pisacane, da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, Casalvelino Scalo (SA), 1977 (Archivio Attanasio)

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(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877.

(16) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.

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(17) Bilotti Paolo Emilio, La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, Stab. Tip. Fratelli Jovane, 1907, p. 195 (Archivio Storico Attanasio).

Racioppi G., La spedizione di Carlo Pisacane

(18) Racioppi Giacomo, La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, con documenti inediti per Giacomo Racioppi, ed. Giuseppe Margheri, 1863, si veda Cap. XIX da p. 43 e s.; si veda pure dello stesso autore: ‘Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermine nel 1860′, Napoli, Tip. di Achille Morelli, 1867.

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(19) Moscati R., Il Mezzogiorno d’Italia nel Risorgimento, ed. G. D’Anna, Messina, 1953

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(20) Petrucci Luigi, Fra gli artigli del falco o la Rivolta in Lucania nel 1828, ed. Casa del Libro, Roma, 1935 (Archivio Attanasio)

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(Fig…) Dott. Nicola Gallotti, Sindaco di Sapri, dipinto olio su tela, propr. Gallotti

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(21) Gallotti Nicola, Sapri nella Storia e nella tradizione popolare – Brevi cenni del Dottor Nicola Gallotti, Napoli, Tipografia Giuseppe Golia, 1899 (Archivio Attanasio). Si veda pure Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891; si veda pure: L’Acqua potabile di Sapri – ricordi per il Dott. Nicola Gallotti, Tip. Francesco Graniti, Napoli.

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(22) De Crescenzo Alfredo, La prima udienza del processo di Sapri, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno III, Fasc. IV-Ottobre-Dicembre, 1935 XIV, pp. 249 e s.

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(…) Pisacane Carlo, Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49 – narrazione di Carlo Pisacane, Genova, ed. Giuseppe Pavesi, 1851 (Archivio Attanasio)

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(23) Pisacane Carlo, Saggi Storici-Politici-Militari sull’Italia, vol. III, Napoli, oppure dello stesso autore si veda: Pisacane C., Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49, Genova, ed. Giuseppe Pavesi, 1851 (Archivio Storico Attanasio).

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(24) Carucci Carlo, Il Monumento a Carlo Pisacane a Sapri, saggio di C.C., stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, diretta da Carlo Carucci, Napoli, Tip. Lorenzo Barca, Anno II, Fasc. IV. Ottobre-Dicembre, 1934, XIII, 1935 – XIII, pp. 283-284 (Archivio Storico Attanasio).

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(25) Settembrini Luigi, Ricordanze della mia vita, con prefazione di Francesco De Sanctis, a cura di Francesco Torraca, Napoli, ed. A. Morano, 1916 (Archivio Attanasio)

Atto Vannucci

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(…) Vannucci Atto, I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848, Memorie raccolte da Atto Vannucci, ed. III, Firenze, Le Monnier, 1860 (Archivio digitale Attanasio); si veda pure dello stesso autore: I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848, Memorie raccolte da Atto Vannucci‘, Milano, ed. Tipografia Bortolotti di Giuseppe Prato, 1887 (Archivio Attanasio)

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(26) Guglielmini Andrea, L’Eroe superstite di Sapri, Schizzi storici per Andrea Guglielmini,
Salerno, Stab. Tip. Migliaccio, 1877 (Archivio Attanasio)

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(27) Pollini Leo, La tragica spedizione di Sapri (1857), ed. A. Mondadori, Verona, 1935 (Archivio Attanasio)

(28) Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891 (Archivio Attanasio)

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(29) Nisco Nicola, Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli, vol. I-II-III, ed. Morano, Napoli, 1889. Originale in mio possesso (Archivio Storico Attanasio)

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(30) Lacava Michele,  Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860, Napoli, , si veda Capo III, ‘Sbarco di Sapri’, da pp. 177 e s.

Baldanza Rocco, La signora

(31) Baldanza Rocco, La signora di Sapri: storia dei nostri tempi, voll. I-II, Roma, ed. Tipografia di Adolfo Paolini, 1879 (Archivio digitale Attanasio). Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM, collocazione RM0255 e IEI02, di cui su concessione della dott.ssa Giudice ho ottenuto parte della copia scansita in digitale. Il testo è conservato anche presso la Biblioteca comunale Labronica Francesco Domenico Guerrazzi. Sezione catalografica e magazzino librario – Livorno – LI

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(…) Venosta Felice, Carlo Pisacane e compagni martiri a Sanza, notizie storiche di Felice Venosta, Milano, 1863, ed. Barbini, Via Larga, 1863

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(…) Bentivegna Francesco, Carlo Pisacane e compagni martiri a Sanza, ed. Carlo Barbiti, via Larga Milano, 1863 (Archivio Attanasio)

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(…) Lombardi Eliodoro, La Spedizione di Sapri, poemetto epico-lirico, Biblioteca Universale n. 123, ed. Sonzogno, Milano, 18…., (Archivio Attanasio), si veda pure  Lombardi E., La Spedizione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877

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(…) Mario Jessie White, In memoria di Giovanni Nicotera per Jessie White Mario, Firenze, Tipografia di G. Barbèra, 1894 (Archivio Attanasio)

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(…) Orlando Ruggero, Pisacane, ed. Ardita, Roma, anno XIII, 1935 (Archivio Attanasio)

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(…) Guida Giuseppe, Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economico-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille, ed. Istituto Meridionale di Cultura, diretto da Gerardo Raffaele Zitarosa, Napoli (Archivio Attanasio)

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

(…) Barra Francesco, ‘Il Principato Citra nel 1806′, in “Fonti e Memorie – Il Principato Citra nell’insurrezione antifrancese dell’estate 1806”, stà in Rassegna Storica del Risorgimento, anno LXXIX, fascicolo II, Aprile-Giugno 1992, ed. Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

(….) Gentile Angelo, “Sapri, torna alla luce l’antica Stazione telerafica ad asta”, apparso a stampa diretta da Angelo Guzzo

(…) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58 (Archivio Attanasio)

(…) Archivio di Stato di Napoli, Sezione militare, pandette Ministero della Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 442, 437, 1960, 2306, 2325, 2364, 2409, che vanno tutti sotto il nome di “Sapri” e “Piazza di Sapri”.

(…) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento

(…) De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli,1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”.

(169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni

(…) Dumas Alexandr, I Borboni di Napoli, Napoli, ed. Mario Miliano, 1870 (Archivio Attanasio).

Nel 1695-96, la ‘Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro ed il suo vasto patrimonio

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(Fig. 1) “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (3).

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Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, ini- ziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informa-zioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche del-l’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta poca memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri, oggi conservato negli Archivi del Comune, scrivevo che, dal XV secolo in poi, le notizie su Sapri si fanno sempre più documentate. I quattro documenti (3-10-17-18)(Figg. 3-24-25), citati in questo studio – il primo del XII secolo (Fig. 24) – e gli altri tre – quasi coevi tra loro – del XVIII secolo – sono le uniche testimonianze in cui – per ragioni strettamente economiche – viene fatta una prima ricostruzione storica dei luoghi e dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e attraverso queste uniche testimonianze – i cui originali pubblichiamo per la prima volta – dal punto di vista bibliografico e storiografico, rappresentano un unicum.

Monte Bulgheria

(Fig….) Il Monte Bulgheria visto da Policastro

Bosco, carta del Cilento

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore Anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…) (Archivio Storico Attanasio)

Incipit

Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in seguito all’incarico datogli dalla Curia Diocesana di Policastro di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere. Si tratta di un documento del 1565, non più esistente ma che è di grande importanza per la storia del nostro territorio in quanto la sua storia è antichissima ed i suoi beni e possedimenti arrivavano fino alla Calabria. Atraverso questi ed altri documenti, non di minore importanza, possiamo tentare la ricostruzione storiografica di altri centri come Torraca, Sapri in Campania, Majerà e Grisolia in Calabria, Trecchina e Rivello in Lucania ed altri ancora. Attraverso questa documentazione manoscritta, ci viene data conferma di alcune notizie storiche intorno ai centri che ho elencato. Si tratta della “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, redatta da Girolamo De Vio nel 1565. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Di questo documento parlerò ivi. Oltre alla “Platea” del 1565, citata, il Di Luccia (…), visionò altri documenti ancora più recenti ma pure interessantissimi come ad esempio un altra platea di beni dell’Abbazia che fu compilata nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano che ivi per la prima volta pubblichiamo alcune pagine originali tratte da un manoscritto conservato presso l’Archivio Vescovile della Diocesi di Policastro.

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Luccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”.

L’Abbazia italo-greca di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro

Recentemente, continuando ad indagare sull’argomento, sulla scorta del Peduto e Natella (16), abbiamo trovato un testo del Porfirio (20) che riporta interessantissime notizie su Policastro e quindi sul nostro territorio. Pietro Ebner (2), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (28))”. I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (16), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (25), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”.  Il Laudisio (7-8), sulla scorta del Malaterra (26) e del Mannelli (22), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (2). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (2), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Natuaralmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou)(27), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (5) e il Palazzo (15): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Un altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Scrive poi in proposito l’Ebner (19): L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (7-8), nella sua ‘Synopsi’ ecc.. , scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio. Il Laudisio (7) che, pur scrivendo una pregevole storia sulla Diocesi, dice pochissimo (riportiamo la traduzione della ‘Synopsi’ scritta in latino che fa il Visconti – 8): “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del pontificato e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa Abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria (8) e, non riporta alcuna nota a riguardo. Dal momento della sua riorganizzazione  – che fece l’umanista Teodoro Gaza –  che, da Cenobio basiliano abbandonato e la formazione degli Statuti con l’Università (aragonese) di S. Giovanni a Piro da parte del Gaza su intercessione del Cardinale Bessarione e, fino al 1587, i Commentatori e Abbati dell’Abbazia di San Giovanni a Piro furono sempre in conflitto con i Carafa ‘della Spina’ e, con i Palamolla di Torraca. Il Palazzo (15), argutamente scriveva: “deve pur trovarsi nell’Archivio della Cappella Sistina, dove, dopo l’avvenuto passaggio della Commenda basiliana a quell’Ente, furono trasportati atti e documenti, come afferma il Di Luccia, il quale, per averlo attestato, dovette prenderne personale cognizione durante la sua lunghissima permanenza a Roma.”.

Le donazioni dei principi Longobardi,  confermate in seguito dai Duchi Normanni

Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, e a pp. 110-111, scriveva che “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbazia di Bosco – come quella basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata da un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, ecc..”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni Longobarde ad alcuni monasteri del basso Cilento, come quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, sono tratte dal Di Luccia (…), che ne scrisse nel suo Trattato a p. 26. Dunque, il Palazzo (…), citava questa interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.” e, il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina.”. Sulla citazione dei beni donati all’Abbazia di Bosco un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571“, citato dal Palazzo (…), il Di Luccia, lo aveva già scritto in un’altra sua pagina del suo ‘Trattato’. Il Di Luccia (…), a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, ipotizzandone l’origine sia della Badia che di alcuni Monasteri sorti all’epoca Longobarda, sulla scorta di Rocco Pirro (che si rifaceva al Baronio ed al Fazello) a all’ Eugenio (…), scriveva che: “Vado però considerando, secondo le notizie anche ricevute, che detto territorio di S. Giovanni fosse stato dato dalla Chiesa al tempo dei Longobardi, i quali per ottenere il perdono dal Signore Iddio delle loro colpe avessero fatto donazione di diversi luoghi alla Chiesa, per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571 poichè dopo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli, fu assalito dalle Nazioni Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè dell’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568 successe al Zio a Narsete suo Capitano, quale havea cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati i Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571 con l’avere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato al tal fine il Reale Dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36 Duchi, ma creato nell’anno 583 Rè Autari figliolo di Clephe questo fino alla Città di Reggio arrivato pose il termine al Regno dei Longobardi, ebbe in donazione dal Duca Zotone di Benevento la Lucania, e la Calabria, e quanto havea in queste provincie acquistato, e diviso il Ducato di Benevento in tre Principati come di Capua, Benevento, e Salerno sotto questo Principato andava il Territorio di S. Giovanni venuto poi per successione in mano di Roggieri Normanno Conte di Sicilia, confermato Rè della Sicilia istessa, Puglia, e Calabria dal Pontefice Innocenzo II dell’anno 1139 come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”.

Di Luccia, p. 11

Dunque, il Di Luccia (…), a pp. 10-11, fa risalire le donazioni Longobarde alla Chiesa del basso Cilento, a: “li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto, il che quando fosse vero conforme e verosimile, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Giovanni, sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571, ecc..”, aggiungendo che dette notizie sono tratte dal come porta l’Eugenio nella descrizione del nostro Regno.”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, ecc.. . La notizia era stata tratta dal Di Luccia (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 45, così scriveva:  “Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, ecc..”. La notizia, era tratta dal Di Luccia (…), che nel 1700, scrisse ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro –  Trattato historico legale’, e che a pp. 10-11, del cap. II, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, ipotizzando l’origine sia della Badia che di alcuni Monasteri sorti all’epoca Longobarda, scriveva che: “Vado però considerando, secondo le notizie anche ricevute, che detto territorio di S. Giovanni fosse stato dato alla Chiesa al tempo dei Longobardi, i quali per ottenere il perdono dal Signore Iddio delle loro colpe avessero fatto donazione di diversi luoghi alla Chiesa, per cui poi si verifica che per la varietà dei Reami si siano perse le notizie e gli strumenti dai quali si potrebbe ottenere la verità dell’accaduto ecc…”. Il Di Luccia, scriveva che: “Dell’anno 750 cacciati li Padri Basiliani quali si trovavano nell’Ordine dall’esecrando Imperatore Copronimo, questi vennero nell’Italia, nella quale nell’anno 827 e 990 perseguitati dai Saraceni, che avevano sorpreso il Regno di Napoli furono di nuovo reintegrati dal valore della Regia Spada Normanna assieme con il Regno, secondo ciò che ne adduce Rocco Pirro nella Sicilia Sacra, perchè sotto l’assistenza del Conte Ruggiero nel Regno istesso furono eretti molti Cenobi, tra quali uno fu il Monastero di S. Giovanni, del quale Monastero benchè io non abbia le notizie in che tempo sia stato fondato, e da chi, tuttavia trovo che questo era annoverato nel numero delli Cenobij esistenti nel Regno assieme con il Monastero di S. Pietro di Camerota come vuole il detto Padre Agresta nel Cap. 5.”.

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Anche Angelo Guzzo, nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, a p. 53 e s., parlando di Bosco, sulla scorta di Palazzo (…), parlando dell’origine della chiesa di S. Nicola di Bosco, scriveva in proposito che: Essa faceva parte di un’importante Abbazia fondata dai monaci basiliani intorno all’anno Mille e dotata di un ingente patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa (1).. Il Guzzo, nella sua nota (1), postillava che la notizia era tratta dal Palazzo (…), p. 18, che, sulla scorta del Di Luccia (…), riferiva delle donazioni dei principi Longobardi ai cenobi basiliani o italo-greci dell’area tra cui quello di San Nicola a Bosco. La notizia delle donazioni Longobarde alla Chiesa locale, citate anche dal Palazzo, dal Cataldo e poi dal Guzzo, si possono ascrivere al Di Luccia (…). Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), ha cercato gli Atti di donazioni con cui i Principi Longobardi del Principato di Salerno, concessero diversi privilegi e donazioni, quelli che il Menniti (…), in seguito chiamerà i “nonnula et monimenta”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio. Il Di Luccia (…), cita Apollinare Agresta (…), che nel 1681, scrisse ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’. Il Di Luccia (…) a p. 10, anche sulla scorta di Rocco Pirro (…), riferendosi alle donazioni dei successivi Normanni, scriveva che: “Poichè sotto l’assistenza del conte Ruggiero, nel Regno stesso, furono eretti molti Cenobi, tra i quali uno fu il Monastero di S. Giovanni, del quale Monastero benchè io non abbia le notizie in che tempo sia stato fondato, e da chi, tuttavia trovo che questo era annoverato nel numero dei Cenobi esistenti nel Regno assieme al Monastero di S. Pietro di Camerota come indica il Padre Agresta nel Cap. 5.”. Il testo di Apollinare Agresta (…), è stato poi in seguito ripreso pari pari dal Rodotà (…): Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia’. Apollinaire Agresta, cita i Monasteri suddetti a p. 351, nel suo Cap. VI. Il Di Luccia (…), forse, ha suffragato la notizia delle donazioni Longobarde ai padri basiliani, sulla scorta del passo dell’Agreste (…), che a p. 342, parlando del Monastero Italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, fondato da S. Nilo, dopo che il santo si fosse fermato proprio nei monasteri fondati prima nella nostra area, scriveva: “Posseggono i nostri Padri nella Campagna Tuscolana dodici miglia distante da Roma, il Sacro Monastero di Grotta ferrata fondato dal nostro Padre S. Nilo di Rossano, venuto dalla Calabria circa l’anno 998 per fuggire l’impero dè Saracini, che scorrevano quelle contrade, commettendo ogni sorte di sceleraggine.”. Il riferimento all’Abazia di Grottaferrata a Rofrano, legatasi poi in seguito a quella di Tuscolo vicino Roma, ci riporta alle numerose donazioni Longobarde poi in seguito confermate dai Principi Normanni, nuovi signori del luogo, come è stato più volte dimostrato da eminenti studiosi. Si veda in proposito il nostro saggio dedicato al ‘Crisobollo’ di re Ruggero. Sarà Carlo Carucci (…), nel suo ‘La Provincia di Salerno ecc..’, nel suo Cap. IX, sulla scorta del Paesano (…), che a p. 176, scrivendo a proposito dei ‘Le Chiese e i Monasteri della Provincia di Salerno. Prime loro dotazioni – Formazione del patrimonio immobiliare delle principali chiese e Abbazie della Provincia. Formazione del patrimonio ecclesiastico nelle terre del Cilento ecc..‘, confermerà alcune cose scritte dal Di Luccia (…). Il Carucci, sulla scorta di Giuseppe Paesano (…), ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, e di Erasmo Gattola (…), a p. 176, nella sua nota (2), postillava: “Paesano, op. cit., I, pp. 33-34.”, nel capitolo “Le chiese e i monasteri nella provincia di Salerno. Prime loro donazioni.”, dedicato a p. 178, scriveva che: “Documenti particolari di dotazioni a chiese della Provincia anteriori al VII secolo non ne restano, ma ciò non dice che prima di quel tempo anche qui come altrove il patrimonio ecclesiastico  non esistesse ancora”. Continua scrivendo che: “Tutte queste chiese ed abbazie, già provvedute di beni dai fondatori, furono da principi protetti e ricolmi di privilegi, e si costituirono in breve un immenso patrimonio immobiliare, preparandosi per tempi assai lontani vere e proprie immunità giurisdizionali. Ed assistiamo ad una vera gara di concessioni e di donazioni, fatte in generale colla formula ‘pro remedium et salbationem animae nostrae’ (1), o coll’altra ‘hanc offeronnipotentis misericordiam pervenire (2). Le donazioni venivan dai principi, da piccoli proprietari, da artigiani, da gente di ogni classe (3). E assieme colle donazioni aumentavano il patrimonio gli acquisti fatti col danaro. E di tali acquisti e donazioni è bene ricordare alcuni per avere un’esatta conoscenza della formazione dell’immenso patrimonio immobiliare delle chiese e dei monasteri.”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Ebner, riguardo la notizia del privilegio di Guaimario V, concesso a S. Bartolomeo, aggiunge nel suo racconto che:Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.e poi alla sua nota (88), scrive: “Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. La studiosa Falcone (…), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, che ereditò dal padre Roberto il Guiscardo parte del Principato Longobardo di Gisulfo II, la Falcone (…), scriveva: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Per la nota (200), della Falcone (…), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e da Caciorgna (…). Lo studioso Gastone Breccia, in un suo pregevole studio sulla Badia di Grottaferrata a Rofrano ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, scriveva in proposito: “Pietro Ebner, che pure ha pubblicato il crisobollo di re Ruggero, non vi dà alcuna importanza, e fa risalire la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata addirittura al 1045 e alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, ecc…”. Della vicenda delle donazioni del Principe Longobardo Guaimario ci siamo già occupati in un nostro saggio ivi. Il Breccia, aggiungeva, riportando un passo dell’Ebner, tratto dalla ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno ecc..’, XII, 2), P. 32: “E’ Proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, ….all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del Monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze.”. Dunque, il Breccia, anche se non era del tutto d’accordo con la tesi sostenuta da Ebner, fa risalire le donazioni ai monasteri del basso Cilento all’epoca Longobarda, a molti anni prima del Crisobollo di re Ruggero, datato all’anno 1131, in piena epoca Normanna. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (…). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe Longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Pietro Ebner (…), nella presentazione al testo di Carmine Troccoli (…), a pp.10-11, scriveva in proposito: “Dei cenobi che hanno costellato il Cilento tutto mappa completa, sebbene molto si apprenda dalle loro pergamene recuperate dai benedettini di Cava che ne occuparono i cenobi abbandonati. Tra essi quello di S. Mango che i benedettini potenziarono quasi a competere con il Cenobio di S. Maria di Pattano, ove si veneravano i sacri resti del taumaturgo igùmeno S. Filadelfo. Da Velia e dal ridente seno naturale di Scario si inoltrarono nel territorio del basso Cilento, altri monaci italo-greci che fondarono cenobi a S. Giovanni a Piro (ab Epiro), poi calogerato come quello di S. Cono di Camerota, a S. Pietro di Licusati, a S. Maria di Centola. Vi sono tracce di altri monaci provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria attraverso gli incerti confini, oltre Policastro, con l’antico gastaldato longobardo di Laino riconquistato dal futuro Imperatore Niceforo Foca. Essi giunsero ‘en tois maresi ton prinkipion’, nella quieta regione dei principi longobardi di Salerno,  – si rileva da un antico sinissario di Grottaferrata.”. Il ‘sinissario’ di Grottaferrata a cui si riferiva Ebner, era il bios o la vita di S. Nilo. Padre Germano Giovannelli (…), ieromonaco basiliano, nel suo ‘Vita di S. Nilo da Rossano’, il bios (la biografia della vita) di San Nilo (…), ripubblicata da padre Rocchi (…), che sulla scorta della biografia del S. Nilo, diceva che: “Egli penetrò in una regione tutta longobarda ma pure ricchissima di eremi e cenobi bizantini.”.

Nel 1466, gli Statuti redatti da Teodoro Gaza

Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano: la “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a piro del 1695-96” (3), citata dal Gaetani (4) e, di cui il Gaetani (…) pubblicò alcuni passi dei documenti ivi contenuti, manoscritti. Riguardo alcuni possedimenti nelle “Località Extra”, come quelli nel “Portus Saprorum” (all’epoca territorio di Torraca), come le Grangie di S. Fantino e quella di S. Nicola a Sapri – citate nell’antico documento notarile del 1695-96 (3)), venivano citate anche in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), segnala che Teodoro Gaza (…), il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (9), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano sepelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Dunque, lo statuto n. 41, parla di un cimitero a S. Fantino. Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Ma si trattava del S. Fantino di cui l’Abbazia possedeva una Grangia a Torraca (o territorio saprese)?. Era il S. Fantino di cui parla il Di Luccia (…) ?. Scrive il Tancredi (…), a p. 60 che Teodoro Gaza “Fu il grande organizzatore del Cenobio Basiliano, in fase di decadenza. Procurò ogni mezzo per ricondurre all’antico splendore. Per regolare la vita dei due enti, dettò i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate….Detti statuti del 7 ottobre 1466, Ind. XI, contenevano 49 articoli con altri 7 aggiunti dagli altri commendatori e una nota notarile, per opportune modifiche agli articoli precedenti. Esaminando questi provvedimenti di natura prettamente economica, ecc…”. Gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e la Baronia ecclesiastica dell’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia (…) – risalgono al 1466 e, lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, attesterebbe che molti beni e proprietà dipendenti ed appartenenti all’antica Abbazia come ad esempio la grangia di S. Fantino nel territorio Saprese esisteva già nel 1466, epoca di fondazione degli Statuti redatti dall’Abbate pro-tempore Teodoro Gaza. Di certo si ha un ulteriore documento dell’epoca degli statuti che confermerebbe una grangia nel territorio saprese.

Nel 1541, “l’apprezzo di Sapri” redatto da Pietro Gaglierano contenuto nella Causa di limiti vertente tra i Palamolla di Torraca ed il Conte di Policastro Carafa della Spina, Atti conservati all’Archivio di Stato di Napoli

Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. La notizia, proviene da Rocco Gaetani (10), che nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, a p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto:  “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1541, presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “.

Nel 1565 (2 ottobre), la “Platea di Beni e di Rendite” compilata da Giacomo De Vio e l’elenco del vasto patrimonio terriero donato nel 501 dai Longobardi alla Chiesa

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc... Infatti, il Di Luccia (…), sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442, che diceva: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”, la cui traduzione è la seguente:  “Oltre all’Abbazia di San Giovanni Piras (Pyrus) Diocesi Polycastren cura che, a causa della debolezza degli abati, vescovi hanno ricevuto dall’Abbazia ecc..ecc..”. Giuseppe Cataldo (…), a p. 44, sulla scorta di ciò che sosteneva il Di Luccia (…), aggiungeva: “Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno della comunità religiosa e dei cittadini del casale di S. Giovanni a Piro, poichè esse, medianti appositi fittatari, erano date ad enfiteusi temporanea, quasi fitto, con diritto di preferenza ai naturali del luogo, che dovevano pagare, invece delle decime, cospicui canoni annuali. Da ciò le cause, dell’impoverimento economico. L’ingerenza dei vescovi e dei conti di Policastro nella predetta Badia “nullius dioceseos” fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in malora.”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, e a pp. 110-111, scriveva che “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbazia di Bosco – come quella basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata da un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, ecc..”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Ferdinando Palazzo (…), sempre a pp. 110-111, riferendosi sempre alla “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, compilata nel 1565 da Giacomo De Vio, nominato Procuratore della Badia, scriveva pure che l’avesse vista e consultata in casa della famiglia CarbonI-Viviani di Bosco: Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina. Con nostro vivo rincrescimento, però, abbiamo dovuto constatare come tale documento – che avrebbe potuto essere l’unico atto probatorio per poter dimostrare i diritti territoriali di questo Comune, di fronte ai Comuni contermini – non può avere alcuna efficacia giuridica perchè manca della firma del compilatore o, comunque, di autentica di pubblico ufficiale, per cui non ha alcun valore probatorio per poter accertare i veri confini territoriali del nostro Comune, l’incertezza dei quali fa sorgere continue e dispendiose controversie, specialmente con Camerota.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni Longobarde ad alcuni monasteri del basso Cilento, come quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, sono tratte dal Di Luccia (…), che ne scrisse nel suo Trattato a p. 26. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva lencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio..”. Dunque, il Palazzo (…), citava questa interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo, nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – Teodoro Gaza (1462-68); Mons. Alfonso D’Aragona (1468-1503); D. Antonio Terracina (1503-20); D. Antonio De Bacio (1520-34); Card. Tommaso De Vio (1534); D. Andrea De Vio (1534-61); D. Girolamo De Vio (1561-87). Un Abate Basiliano di questo Cenobio, NICOLA, fu eletto Vescovo di Policastro nel 1417; gli successe Mons. Nicola Principato nel 1430. Col tempo questa fiorentissima Università andò in decadenza, sia per la diminuzione dei Padri e sia per fattori che resero inconsistente la sua reggenza. Cosa avvenne? Quando l’Abate Nicola, in seguito alla presa di possesso della Diocesi di Policastro, dovette sostituire il nuovo abate infermo, suo successore nella Badia, incominciò pian piano a usurpare i poteri spirituali (giurisdizione), mentre il Conte di Policastro usurpava i poteri temporali. E così fecero pure gli altri vescovi e conti, finchè nel 1574 il Commendatore D. Girolamo De Vio fu costretto ad intentare un guidizio contro D. Giovanni De Scielzo del Monastero di S. Pietro in Carbonaro di Majerà (Cosenza), Diocesi di S. Marco, per la medesima ragione. Questo giudizio fu definito con sentenza di condanna dell’usurpatore, pronunciata dal Rev. D. Raimondo Corso, Referendario di Gregorio XIII, e resa esecutiva in forma pubblica in Lauria dal Notaio Angelo De Juvenibus, fiduciario della Curia Vescovile di Policastro, che ne rilasciava copia il 3 settembre 1574. – Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc…”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, con giurisdizione autonoma spirituale e temporale. Di questa autonomia riferiscono non solo gli atti di ordinaria amministrazione dei Padri, ma soprattutto Mons. Angelo Oliverio, Vescovo di Acerra, quando, ordinando Diacono Antonio Ferrari della terra di S. Giovanni a Piro, con la dicitura ‘NULLIUS DIOCESEOS’ (14), afferma che il territorio Basiliano, cui il Ferrari apparteneva, era fuori di ogni giurisdizione diocesana.”. La notizia era stata tratta dal Di Luccia (…). Il Vescovo di Acerra, Mons. Oliviero, ordinò Antonio Ferrari, diacono della terra di S. Giovanni a Piro, nel…….e, la notizia del documento venne poi riportata dal Di Luccia (…), nel 1700, all’epoca del suo trattato istorico-legale. Il Cataldo (…), a p. 44, ci ricorda che le notizie intorno ai beni e possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, oltre che dal Di Luccia (…) e dal Palazzo (…), sono state tratte anche dalla “Platea di Beni e di Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, di cui, ivi abbiamo pubblicato un nostro studio e le immagini originali. Riguardo la detta ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco, citata dal Di Luccia (…), fatta compilare nel 1565 dal’Abate Commendatario di S. Giovanni a Piro, possiamo citar quella scoperta da Pietro Ebner (…), una ‘Platea dei beni’ del monastero di S. Pietro di Licusati, compilata nel 1480, di cui parleremo in seguito. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Capagna, dunque a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il Di Luccia, a p. 26, parlando del VI Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, Andrea De Vio, scriveva del suo collaboratore Giacomo che:

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Il Di Luccia (…), cita la “Platea”, dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro e dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, compilata nel 1565. Scrive il Di Luccia, riferendosi al monastero di S. Giovanni a Piro, detta “Badia” (Abbazia): “Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2 Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Dunque, secondo il Di Luccia (…), che a p. 26, ci parla di Giacomo De Vio (nipote del Cardinale De Vio), nominato Procuratore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che, il De Vio, il 2 ottobre 1565, compilò una Platea di Beni e di Rendite che appartenevano alle due Abbazie di S. Giovanni a piro e S. Nicola di Bosco. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). . Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna (…), nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Il Capagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza.

Nel 1695-96, la “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal notaio Domenico Magliano

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(Fig. 2) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (3).

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(Fig. 3) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 – Cappelletto storico

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(Fig. 11) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 – Cappelletto storico

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(Fig. 12) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta l’Indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati.

In questo studio, pubblichiamo un interessantissimo documento inedito – le cui immagini originali – sebbene fosse stato più volte citato dagli studiosi – non sono mai state pubblicate. Questo studio, ha il duplice scopo di restituire agli studiosi un documento originale conservato all’Archivio della Diocesi di Policastro ma mai pubblicato e, nel contempo – attraverso questo antico documento testimonianza del nostro passato – vorrebbe restituire un breve tratto della nostra storia. Si tratta, come vedremo di un documento notarile del 1695-96, redatto dal Notaio Domenico Magliano (3) (Fig. 1). Si tratta di un documento citato più volte da alcuni studiosi di storia locale come il Gaetani (4) che, pubblicò uno stralcio trascritto. Il documento (3) in questione “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96 (Fig. 1), redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96. L’antico documento notarile manoscritto su carta vergata, del 1695-96 – di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali che riguardano i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, posseduti nel territorio di Torraca e quindi anche del territorio Saprese – che a quel tempo era sottoposto alla baronia dei Palamolla di Torraca –  è conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (A.D.P.)(3) (Figg. da 1 a s.). Dal punto di vista bibliografico e storiografico, l’antico documento (3), è stato più volte citato dal Gaetani (4). Il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri o ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Tancredi (6), alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. In questo mio saggio pubblico per la prima volta alcune pagine originali tratte dal manoscritto conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, avuto per gentile concessione dal Bibliotecario Don Pietro Scapolatempo. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (4), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il ‘Libro di memorie’ di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc….Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113. Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile, vi furono sempre continui conflitti legali (10-11-12-13).

Nel 1695-96, la “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96

Dopo il Palazzo (15) ed il Cataldo (…), che la citarono, Luigi Tancredi (6), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′, pubblicato nel 1991, nel capitolo “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s., (3), la esaminò, scrivendo nelle sue note: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. PARVULUS DATUS EST NOBIS CUI NOMEN ‘J.H.S.’. Die primo mensis 8bris anni currentis millesimi sexcentesimi nonagesimi quinti in Terra Sancti Joanni ad Pyrum. Constitutis in nostra praesentia praesentibus pro pro testibus RR. D. Francisco Zito, D. Joseph de Lianza Sacerdotibus dictae Terrae, U.J.D. Joanne Antonio Ursaja, et Doctore Physico Joanne Baptista de Alesio, Ill.mus ac Rev.mus D.nus Egidius Surrentino ejusdem Terrae Sancti Joannis ad Pyrum Procurator Generalis, ac ad hoc specialiter deputatus ab Ill.mo et Rev.mo Domino D. Vincenzo Petra Signaturae Justitia SS.mi Domini nostri Papae votans Insignis Cappellae SS.mi Praesepis in Sacrosancta Basilica S. Mariae Majors de Urbe Praepositus, et ab aliis Dominis Cappellanis dictae Venerabilis Cappellae pubblico Procutatoris mandato fierique rogamus manu nostri Simonis de Comitus sub die decima quarta Maij praesentis anni 1695 Romae, cujus tenor talis est, ut videtur.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), a p. 73 del suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’ esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “L’entità dei beni consiste in terreni coltivati da vassalli o custodi. Nel comprensorio di San Giovanni a Piro sono 1444, mentre in altre località sono 261. Sono compresi pure alcuni casalini  o case ed introiti vari (censi in grano, mosto, olio, ecc..). I vassalli sono 482, compreso i membri del Clero, a sè stante, con 13 sacerdoti singolarmente, una Congrega, un Monastero, 14 Cappelle. Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “La Platea manoscritta, comprende n. 170 fogli (= 340 pagine, recto (r.) et verso (v.), complete quasi tutte, formato protocollo. Fu redatta dal Sig. Domenico Magliano Notaio di S. Giovanni a Piro negli anni 1695-96. E’ un libro o Registro di Amministrazione. Inizia con un indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati, procede un cappelletto storico legale di 5 pagine, e segue l’esposizione dei fondi rustici, indicati col termine di generico di beni (bona) e relative rendite (in ducati, carlini, grana e tarì). Alla fine di ogni pagina c’è il risultato complessivo (totale parziale). I beni (bona) sono generalmente indicati secondo il tipo di coltivazione o produzione (vigne, castagneti, oliveti, orti, ecc..); manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari. Semplicemente è indicata la contrada (in loco dicto…) ed i confini con altri beni o poderi (juxta bona…, fine…).”.

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(Fig. 13) I Beni dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro secondo il Tancredi (6).

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(Fig. 16) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 – possedimenti a S. Giovanni a Piro

Nel 1695-96, i possedimenti nelle “Località Extra” dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, citati nella “Platea dei beni e delle rendite etc.” compilata dal notaio Magliano

Da questi tre documenti citati (3-17-18), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Il documento del notaio Magliano (3) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Il documento (3), di cui il Gaetani (4), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (9) e dal Tancredi (6). Il documento (3), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini di alcuni possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, in alcuni paesi della nostra zona – tra cui anche quello Saprese – all’epoca della stesura dell’antico documento, facenti parte della Baronia di Torraca. I beni e possedimenti dell’antica Abbazia basiliana, arrivavano fino in Calabria. Questi beni e possedimenti erano il frutto di donazioni Longobarde e Normanne e quindi erano molto ma molto più antiche dell’epoca di stesura del documento (3) stesso. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, citate dal Di Luccia (5), circa la presenza in altri luoghi di alcuni beni come ad esempio le due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (S. Phantini), nel territorio Saprese e di Torraca (5) – di cui peraltro, abbiamo pubblicato ivi uno studio a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino a Torraca (in realtà era sita nell’attuale territorio saprese), esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (3) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Il Di Luccia (5) scriveva che: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..”. Infatti, dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Il documento (3), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. La notizia ci arriva da Ebner (…) che scrive in proposito: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Il Di Luccia (5), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..” . Il Gaetani (4), a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.” (10). Il Cappelli (…), a p. 313, nelle sue note (55) postillava: “(55) V. il mio saggio, in questo volume, ‘Il Monachesimo basiliano e la grecità medioevale nel mezzogiorno d’Italia’.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci dal Laudisio (…), secondo cui, i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341). La notizia potrebbe essere connessa con quanto asseriva il Cappelli (…) che a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc.. (39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, a pp. 150-151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma:……”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio, e poi aggiunge che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: …..ecc…. (come si può vedere nell’immagine) e: “Altri Monasteri mentovati nella vita di S. Sabba.”, al n. 25, cita il “Monastero de’ Marcari”. Il Martire (…), quando scrive di “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3″, si riferisce a Pietro Marcellino Di Luccia (…), che, nel 1700, scrisse ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’.

martire, p. 150

Martire D., p. 151

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Secondo il Martire (…), Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo cap. III, scrive che tra i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, vi sono alcuni monasteri, chiamate Badie, che furono unite da papa Clemente VIII alla Cappella del Presepe in Roma. Fra queste badie vi erano quelle elencate dal Martire (…), dal n. 18 al n. 31 che è il Monastero di S. Pietro di Camerota, forse il monastero di S. Pietro di Licusati. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse il suo ‘Trattato Istorico-legale ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44.

                                                TORRACA E TERRITORIO SAPRESE

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(Fig. 17) Pag. …. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Torraca

Nel 1689, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in ‘Terra di Torraca’ (territorio di Sapri ?)

La Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (4): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…): “Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”. Il Gaetani (4), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (5) illustrato nell’immagine di Fig. 9 (pag…..), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’ riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, in proposito pubblicava la trascrizione del testo estratto di una o due pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese: “Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni.”. Dunque, il Gaetani (…), a pp. 152-153, scrive che sulla scorta del suo amico Canonico Domenico Menta, cita e si riferisce alla “Platea di Beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, del 1695-96”, redatta dla notaio Domenico Magliano, trascrivendone il testo di alcune pagine: “La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere d’ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tuti i fondamenti; li quattro cantoni, ed il frontespitio, et anco un arco sopra l’altare medesimente di pietre scarpellate, stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare; la detta Cappella era diuta senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. D. D. Michele Brandaleone alla f. m. di P. P. Innocenco XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vesc.vo di Policastro, et incaricato dal suddetto D. Michele, il quale n’ebbe cura, et con l’entrate di detta Cappella rifece le mura, la ricoverse, fece l’astraco Porte et Altare et di più di suo proprio, e per sua divotione ci fece intempiata, valtaltare, carta di gloria et candelieri.”, poi continua la trascrizione del testo che riguarda i confini della Grancia di S. Fantino: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva nel 1695-96. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” come ci dice lo stesso Gaetani (…) e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese.

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(Fig….) Pag…. della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (3) – In questo documento si descrive la Grancia di S. Fantino ed i suoi confini, posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese (Torraca).

Infatti, il Gaetani (4), nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, nel trascrivere il testo di alcune pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese, in proposito trascriveva che: “La Venerabile Cappella di S. Fantino……stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare;…”. Dunque secondo il testo della ‘Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro’, che era stata redatta nel 1695-96, Sapri ed il suo territorio era chiamato: “….che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare;…”. Sapri era detto “la marina e porto di Sapri”, ovvero un piccolo porto che i monaci basiliani usarono per i loro traffici fin dall’antichità.

Lo Statuto n. 41 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro cita le Grancie di S. Nicola e di S. Phantini (S. Fantino) a Sapri

Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano, pubblicato dal Gaetani (4) che riportava uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto (3). La Grancia di S. Fantino – citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (3)), veniva citata in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), afferma sulla scorta del Di Luccia che Teodoro Gaza, il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (9), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano seppelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e l’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia – risalgono al 1466, e lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, se ne deduce che la Grancia di S. Fantino nel territorio saprese era presente nel 1466 – epoca di fondazione degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro – che la possedeva, già molto prima che fosse citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (3). Inoltre, secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Vi era un cimitero a San Fantino? Lo Statuto n. 41 non sembra così strano se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma si trovava proprio sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella’. Fino ai primi dell’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri. In un libretto del 1928 il Magaldi (…), scrive in proposito: “In contrada S. Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, nel 1891, il dott. Gallotti (…), così scriveva: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica…io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che sia distante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposanto di Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria, sulle colline che traguardano il centro abitato. Mia zia Maria, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della ‘Trovatella’.  

                                                                        MARATEA

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(Fig. 18) Pag. 144 s. della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Maratea

                                                                         TYILICUM

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(Fig. 19) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Tyilicum

                                                              MAYERA’ (CALABRIA)

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(Fig. 20) Pag. 139 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Mayerà (Calabria)

I beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro a Majerà in Calabria

Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: ….finchè nel 1574 il Commendatore D. Girolamo De Vio fu costretto ad intentare un guidizio contro D. Giovanni De Scielzo del Monastero di S. Pietro in Carbonaro di Majerà (Cosenza), Diocesi di S. Marco, per la medesima ragione. Questo giudizio fu definito con sentenza di condanna dell’usurpatore, pronunciata dal Rev. D. Raimondo Corso, Referendario di Gregorio XIII, e resa esecutiva in forma pubblica in Lauria dal Notaio Angelo De Juvenibus, fiduciario della Curia Vescovile di Policastro, che ne rilasciava copia il 3 settembre 1574. – Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc…”.

Oreste Campagna, situa il monastero di “S. Pietro di Marcaneto” a Papasidero e a Majerà (Calabria)

Interessante è l’ipotesi di Orazio Campagna (…) che, nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, scriveva che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l'”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”. Lo studioso calabro Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, riferendosi a Majerà e del vicino Casale di S. Maria e il suo territorio, conquistato dai normanni, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Majerà, se si accettua il riferimento, per altro incerto, al monastero melchita di Màkaros, del 1060-1061 (1), è il Diploma del duca Ruggero del luglio 1100, nel quale viene menzionata, fra le altre donazioni al monastero benedettino di S. Maria della Matina, l’”ecclesiam Sancte Marie in territorio castelli quod dicitur Machera. Dal documento si rileva che la chiesa di S. Maria o sopravvisse alle conquiste normanne o fu opera normanna, e, pertanto, dagli stessi messa alle dipendenze di S. Maria della Matina; che doveva disporre di rendite da platee, già monastiche; che il nome ebraico di “Grotta”, M’arà, già del Casale, grecizzato in “Machera” era passato ad indicare il castello e il nucleo che intorno ad esso si andava costruendo. La donazione venne confermata nel maggio del 1114 in un Diploma del duca Guglielmo e in un altro Diploma del Principe Boemondo del 1122. I documenti sono riportati dal Pratesi (16).”. Il Campagna, a p. 16, nella sua nota (16) postillava che: “(16) A. Pratesi, Carte latine, etc., cit., alle pag. 18-19, 23-25, 30-32.”. Sempre il Campagna nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. A S. Pietro marcanito, nella seconda metà del X secolo, un monaco greco, colpito da un fulmine, riebbe la parola, grazie all’intercessione di Saba da Collesano (36). Fu conquistata da Roberto il Guiscardo, difatti, nel 1065, lo stesso la donò, fra le altre conquiste, alla neo-abbazia benedettina di S. Maria della Matina, “…abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito…” (37). E’ ovvio che l’abbazia basiliana di S. Pietro, messa alle dipendenze di S. Maria della Matina, dovette conformarsi al rito latino, o cessare del tutto come istituzione monastica. Era sorta fra i nuclei greci e romani. I resti dell’abbazia, da qualche anno del tutto scomparsi, della chiesetta, nell’ansia del nuovo, è stata completamente deturpata l’antica struttura, evidenziando l’opus mixtun e l’uso del materiale romano sottratto a precedenti costruzioni. L’inventario del 1695-96 eseguito per conto della Cappella romana del S. Presepe, presso S. Maria Maggiore, riporta “una Chiesa con Cortile, et mura di due Cammare seu Celle al p.te dirute, et la d.ta Chiesa che si stà rinnovando è sotto il titolo di S. Pietro a Carbonaro” (38). Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41). Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Negli Inventari del Feudo, fino al 1599, quando dopo la morte di Vittoria di Loria, ne vennero eseguiti due, un per gli eredi Carafa, Giulia e Maria, e l’altro per la figlia di secondo letto, Olivia Bologna, i beni della grancia di S. Pietro erano stati considerati “liberi” (44). Nel 1650 e nel 1695-96 il Capitolo di S. Maria Maggiore, e, nel 1728, Benedetto XIII facevano inventariare i beni del monastero tramite rappresentanti di S. Giovanni a Piro e della Curia vescovile di Policastro. Nel 1724 ne era abate frà Antonio Magurno, forse l’ultimo abate, difati nel 1750 la chiesa era affidata al sacerdote D. Lorenzo Pignata (45). Anche presso questa Abbazia, come presso le altre della costa, vi è il toponimo Foresta, che ricorda antiche donazioni di zona boscosa e coltivata, o meno probabilmene, l’estraneità dei Basiliani, in tempi mutati, e nella lingua e nel rito (46). A sud della Foresta si apre la grotta di S. Angelo: S. Michele, l’Angelo per antonomasia. Presso S. Pietro e S. Anario vi è Prato. Un “locus” dallo stesso nome è più volte menzionato in “Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (47), e, nelle stesse “Carte”, localizzato presso S. Marco Argentano (48). Il nostro, ricco di resti greci e latini, conquistato dal Guiscardo, avrà tratto il nome dalla omonima località argentanese.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (36) postillava che: “(36) E’ detto …………………..presso Oreste Patriarca Hierosolymitanusde Historia et laudibus, etc., op. cit., XXVI, pag. 151.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit., pgg. 5-9.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38)Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” (fol. 139-141, recto et verso), inventario ms. del 1695-96, estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebr monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (44) postillava che: “(44) F.A. Vanni, cit. Non sappiamo quanto sia stata determinante, proprio in quegli anni, la presenza dei Carafa di Policastro, nella terra di Majerà.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (45) postillava che: “(45) F.A. Vanni, cit.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (406postillava che: “(46) Il nome, già usato nella toponomastica normanna, indica un vasto territorio, boschivo e coltivato. Nella Platea dei beni e rendite, etc., la Foresta viene delimitata, e la grancia di S. Pietro disponeva che “dal dì di tutti i Santi insino alla Vigilia di Natale, s’intende chiusa, et chi ci và a pascolare, o dannifica per d.to tempo paga alla d.to Chiesa di pena carlini quindeci per ciaschduna volta…”.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (47) postillava che: “(47)A. Pratesi, cit.”.

Il possedimento di Mayerà secondo la ‘Platea dei beni e rendite ect…’, del 1695-96

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, a p. 115 e s. riportava un estratto della: “Dalla Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, aggiungendo che: “manoscritto del 1695-96, inventario dei beni del monastero di S. Pietro a Carbonara, 1696 (2)”. Il Campagna, a p. 115, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (Salerno), fol. 139-141, recto et verso. Archivista Bibliotecario G. Cataldo.”. Il Campagna, trascriveva un estratto dei fogli n. 139, 140, 141, retro e verso:

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(Fig….) Trascrizione del fol. 130 (vedi Fig. 20) tratto dalla ‘Platea di beni e rendite etc’ del 1695-96 per il possedimento di Mayerà (Calabria) trascrizione pubblicata da Campagna (…), op. cit., p. 115.

Nel 1545-46, la “Platea di Beni e di Rendite del monastero di S. Pietro di Carbonaro a Majerà”, compilata da Sebastiano della Valle

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, parlando del Monastero e dell’Abbazia di S. Giovanni a piro, scriveva in proposito che: Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l’”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”.

                                                            GRISOLIA (CALABRIA)

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(Fig. 21) Pag. 144 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Grisolia

Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p…., ci parla pure di Grisolia e delle sue grangie, appartenute all’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro.

                                                         TRICLINA (TRECCHINA)

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(Fig. 22) Pag. 148 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Trecchina

                                                                          RIVELLO

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(Fig. 23) Pag. 150 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Rivello

                                                                     LENTISCOSA

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(Fig. 24) Pag. 153 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Lentiscosa

                                               LENTISCOSA – AIRA DELL’ABBATE

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(Fig. 25) Pag… della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Lentiscosa e ‘Aria dell’Abbate’

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(Fig. 26) Pag. 157 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Lentiscosa

                                                                          BOSCO

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(Fig. 27) Pag. 158 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco.

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(Fig. 28) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco.

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(Fig. 29) Pag. 159 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco.

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(Fig. 30) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco

                                                   ROCCAGLORIOSA E POLICASTRO

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(Fig. 31) Pag. 169 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Roccagloriosa e Policastro

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(Fig. 32) Pag. 170 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Ultima pagina

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

La storia del territorio attraverso i possedimenti dell’Abbazia basiliana di San Giovanni a Piro

La notizia di alcuni possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a Giovanni a Piro nel territorio Saprese e le sue origini, di cui parleremo – sono molto più antiche del documento (3) del Notaio Domenico Magliano. Il Cappelli (13), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, cita un documento di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio di ciò che già il Di Luccia (5), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino ( o S. Infantino) nel territorio Saprese. Il Cappelli (13), oltre a citare importanti notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, parlando della Grangia di S. Fantino, trae importanti notizie dal Trinchera (14) che nel 1865, pubblicava ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il Cappelli (13), sulla scorta del Trinchera (14) a proposito della Cappella e della Grangia di S. Fantino, che secondo il Di Luccia (3), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (5), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (18), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (7-8), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ed all’altra di S. Ciriaca.” (14-18).

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(Fig. 24) Pag. 81, tratta dal Trinchera (14), il documento dell’anno 1097 (18).

Stando all’antico documento membranaceo del XII secolo (18) (datato anno 1097), pubblicato dal Trinchera (14), un abitante di Vibonati, il monaco Milano Sergio, aveva ricevuto da Odo Marchese, il permesso – Sigillum factum – di costruire un monastero intorno alla chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, di cui, scive il Cappelli (13), rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Il documento: “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (18), pubblicato dal Trinchera (14), è un antichissimo documento manoscritto in greco su pergamena (membrana), datato Settembre 1097 (XII secolo), tratto da antichissimi codici membranacei manoscritti in greco, risalenti a prima dell’anno ‘1000, oggi andati persi o dispersi a causa degli eventi bellici dell’ultima guerra Mondiale, i cui bombardamenti colpirono l’Archivio di Stato di Napoli, dove essi erano conservati e catalogati dallo studioso Francesco Trinchera (14). L’antichissimo documento (18), ci riporta di molti secoli indietro nella ricostruzione storica delle origini delle nostre terre e per la localizzazione di un antica cappella di S. Fantino nel territorio saprese. L’antico documento pubblicato da Trinchera (14), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. Dunque, l’antico documento parla della S. Fantino di Scido. A parte la citazione di ‘Scido’ – il documento chiama il luogo Scido – è interessante perchè il luogo non è Vibonati ma è ‘Scido’,  quindi, probabilmente Sapri. Doveva trattarsi di un luogo vicino a Policastro – quindi Sapri. Le notizie intorno a S. Fantino ed ai possedimenti dell’antichissima Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dopo questo documento si fanno più labili.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(3) (Figg. da n. 1 a n. 22 ecc..) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (4) e dal Cataldo (9). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (3), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (17), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Cataldo (9), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (17). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (17). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Figg. da n. 1 in poi), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig. 1), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese. 

(4) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

Di Luccia

(5) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

Tancredi Luigi

(6) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (3) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio)

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(7) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831 (Archivio Storico Attanasio)

(8) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.

(9) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(10) Gaetani R., op.cit. (4), p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.”. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(11) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O.: “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”.

(12) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op. cit., vol. II, p. 592.

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(13) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 323. Il Cappelli poi nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.M., op. cit., pp. 8; 3. Poi la nota (21): Trinchera F. (14), p. 80; poi la nota (22): Laudisio N.M. (7-8), pp. 34 e s. Si veda pure Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, …

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(14) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino.

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(15) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006, p. 23.

(16) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Firenze, Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512.

(17) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (3) (Figg. 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11 ecc..) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (4), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (4), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (32), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113.

(18) (Fig. 24) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (14), pp. 80-81-82.

(19) Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1979, Tomo II, p. 409.

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(20) Porfirio G., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(21) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(22) (Fig. 25) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (7-8), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

(23) Volpicella Luigi, Notamento delle Opere relative alla Storia ed alla Topografia della Provincia di Basilicata tratto da un lavoro inedito intitolato: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, raccolta e pubblicata nel 1795 da Lorenzo Giustiniani, ed ora corretta, accresciuta ed in miglior ordine disposta ecc..estratto dal Giornale Economico-letterario della Basilicata, nuova serie, anno 1852, fascicolo terzo.

(24) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(25) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377

(26) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, Cap. XXXVII e s.; stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

Liber Visitationis

(27) Laurent M.H. – Guillou G., Le liber ‘visitationis’ d’Athanase ChalkeopoulosContribution a listoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano, 1960.

(28) Cardinal de Luca, Adnotationes ad Concilii Tridentini, Disc. VIII, n. 25 e disc. XIV, n. 21, stà nella nota (21) del Volpe G., op. cit. (23), p. 120 (non sappiamo a quale autore si riferisca, forse a Matteo Egizio, nipote dell’Antonini.

(29) Ronsini Domenicantonio, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stabilimento Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore.

(30) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(31) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(32) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I.

(33) Frecciae Marini, De Subfendis, in de Origine Baronum, Venezia, ed. De Bottis, 1597, 3.28, parla di Abbas Sancti Joannis ad Pirum,

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(…) Cariello Franco, San Giovanni a Piro, Chiese, Cappelle e Confraternite, ed. Tipografia MDD, Sapri, 2010 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

Martire Domenico

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mercati Giovanni, Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p…. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Storico Attanasio)

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)