Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. In questo saggio mi occupo e cerco di delineare una storia di Tortorella, un piccolo borgo dell’entroterra del Golfo di Policastro.

(Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…) (Archivio digitale Attanasio)

(Fig….) Carta del Cilento (…), di probabile epoca aragonese – particolare dell’entroterra con i casali di Tortorella e di Battaglia
NEL 952, S. SABA, I SARACENI, TORTORA E L’ORIGINE DI TORTORELLA
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, della chiesa più volte restaurata e dell’antica chiesa di S. Vito fuori dell’abitato.”. Ebner, a p. 678, nella nota (20) postillava: “(20) Tancredi, Il Golfo, cit., p. 72 sgg.”. Ebner si riferiva al testo di Luigi Tancredi (….), “Il Golfo di Policastro – Itinerario tra sogno e realtà”, pubblicato nel 1975 (la prima delle sue pubblicazioni). Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(21) Casaletto Spartano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Alcuni studiosi locali sostengono che vi fossero rifugiate alcune famiglie di Tortora, paese del cosentino, per sfuggire alle incursioni ed alle razzie dei pirati saraceni che infestavano, all’epoca, il litorale tirrenico inferiore. Il luogo sarebbe apparso loro naturalmente ben protetto, per cui avrebbero deciso di fermarvisi stabilmente, iniziando una nuova vita (1).”. Il Guzzo, a p. 199, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Fulco, Memorie storiche di Tortora – Napoli – pag. 18”. Si tratta di Amedeo Fulco (….), e del suo “Memorie storiche di Tortora”. Infatti, Amedeo Fulco, nel ….., a pp. 41-42-43, riferendosi a S. Saba di Collesano ed ai Saraceni nel 952, in proposito scriveva che: “Tuttavia maggiori nubi si adensavano sulla Calabria e se n’ebbe sentore nella primavera dell’anno successivo 952, quando l’Emiro musulmano ricomparve scortato da una flotta e sconfisse duramente per terra e per mare i Bizantini dopo lunga e sanguinosa battaglia, conclusasi il 7 maggio, nella quale Malacheno trovò gloriosa morte e Pascalio riuscì a stento a salvarsi. Tutta la Calabria, fino al Crati e al Lao, fu allora preda dei Mulsulmani che saccheggiarono ecc….E fu proprio dal Mercurion che San Saba sotto l’incubo dell’avanzata musulmana che minacciava, ecc…. San Saba dovete giungere con la schiera dei profughi che andava sempre più ingrossandosi lungo la dolorosa peregrinazione, a Scalea, da qui alla marina di Aieta, quindi a Blanda, e, risalendo la valle del fiume Noce, nell’amena contrada di Tortora che dal suo nome fu chiamata San Savo e vi fu eretta una cappella. Niente di più verosimile dunque che una parte dei Blandani, se non la maggior parte di essi, seguissero, atterriti, e sfiduciati come erano, il Santo monaco che si fermò in territorio di Lagonegro, dove fondò un monastero (quod et muris quasi propugnaculis munivit) e che i Balandani si stabilissero quali a Tortorella, quali a Battaglia che sono località prossime al centro lucano di Lagonegro. E’ un’ipotesi plausibile che avvalora come si può notare, la tradizione, la quale, per essere costantemente tramandata di generazione in generazione, deve necessariamente avere un fondo di verità. Altri Blandani, e forse quelli ecc…ecc…”. Dunque, il Fulco fa derivare l’origine di Tortorella, Battaglia e Casaletto dai profughi “Blandani” (la vecchia Tortora) ai tempi delle frequenti e turbolente invasioni dei Saraceni in lotta contro i Bizantini (anno 952 di cui ci parla il Porfirogenito). Il Guzzo, senza alcun fondamento, a p. 200 scriveva che: “Tale tesi, però oltre a non trovare conferma in storici più accreditati, appare poco probabile, trattandosi di ua zona molto lontana dalla terra di provenienza, quando le difficoltà per gli spostamenti erano notevolissimi. E’ più facile supporre, invece, che si sia trattato di una colonia agricolo-pastorale.”. Dunque, il Guzzo, in sostanza prima lo nega e poi la concede. In effetti, la tesi del Fulco era già stata ampiamente affermata da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…”. Riguardo i centri del Mercurion e la tesi del Fulco, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro – lucani”, a p. 44 riferendosi al viaggio di San Nilo, in proposito scriveva che: “Tentiamo ora di rifare, sia pure a grandi linee e per quanto è possibile, l’itinerario che …..Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre strade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non graditi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di Praia a Mare la quale è la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Così dopo aver raggiunto con tutta probabilità raggiunto verso settentrione la zona che rimane tra Lauria e Lagonegro e levante Trecchina e Rivello a ponente, ecc…”. Il Cappelli, a p. 2, nella nota (31) postilava che: “(31) Vedi Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. S. della Grotta a Praia degli Schiavi, etc., Napoli, 1858, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria vera”, n. s. IV (Reggio di Clabria, 1923), p. 104; ecc..”.
Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66 e ss., in proposito scriveva che: “Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè a S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion) di Salerno, (232) chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perché oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio, (233), etc…”. Ebner, a pp. 66, nella nota (232) postilla che: “(232) Codex Criptensis B, beta II, f 175. Anche l’odierna Praia a mare era in mano bizantina. Il Cappelli cit., p. 44 rileva che a Praia era “la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani” che si erano insediati a Saracinello e a Saraceno. Perla biografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, che, a pp. 55-56, in proposito scriveva che: “Nel breve tratto, in cui la Lucania è bagnata dal Tirreno, è ‘Maratea’, che gli storici locali vogliono subentrata a ‘Blanda’, anche se con scarsa attendibilità (14). La sua posizione infatti è tutt’altro che favorevole ad un’ipotesi del genere. Col tempo si è venuta a formare Maratea Inferiore, che oggi porta il nome di ‘Marina di Maratea’, alla quale sono aggregati i due casali di ‘Acquafredda’ e ‘Cersuta’. ‘Tortora’ ed ‘Aieta’ non hanno origine diversa da quella degli altri borghi medievali: furono i Saraceni che, nel secolo IX muovendo dai due emirati di Amantea e di Agropoli, costrinsero gli abitanti di Blanda a rifugiarsi in luogo più interno e sicuro, sulla montagna. Le testimonianze più antiche dell’esistenza di Tortora non vanno oltre il secolo XII. Nel suo territorio sorse più tardi ‘Tortorella’.
NEL 952, S. SABA, I SARACENI, TORTORA E L’ORIGINE DI TORTORELLA
Nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, parlando della Valle del Mingardo e della Valle del Bussento, nel cap. XI a pp……., partendo da Rofrano verso Castelruggiero e del Monte Centaurino, in proposito scriveva che: “…………………”.
Nel 1745, nella sua prima edizione della “Lucania – Discorsi”, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) a p. 436 parlava di Tortorella ed in proposito scriveva che: “Un miglio lontano da Tortorella sono due altri piccioli luoghi, Casaletto, e Battaglia.”.

(Fig…) Antonini Giuseppe, op. cit., p. 436
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, della chiesa più volte restaurata e dell’antica chiesa di S. Vito fuori dell’abitato.”. Ebner, a p. 678, nella nota (20) postillava: “(20) Tancredi, Il Golfo, cit., p. 72 sgg.”. Ebner si riferiva al testo di Luigi Tancredi (….), “Il Golfo di Policastro – Itinerario tra sogno e realtà”, pubblicato nel 1975 (la prima delle sue pubblicazioni). Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(21) Casaletto Spartano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Alcuni studiosi locali sostengono che vi fossero rifugiate alcune famiglie di Tortora, paese del cosentino, per sfuggire alle incursioni ed alle razzie dei pirati saraceni che infestavano, all’epoca, il litorale tirrenico inferiore. Il luogo sarebbe apparso loro naturalmente ben protetto, per cui avrebbero deciso di fermarvisi stabilmente, iniziando una nuova vita (1).”. Il Guzzo, a p. 199, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Fulco, Memorie storiche di Tortora – Napoli – pag. 18”. Si tratta di Amedeo Fulco (….), e del suo “Memorie storiche di Tortora”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Le tradizioni locali sono concordi essere stato un antico paese e dalla sua distruzione essere surti Tortora, Tortorella e Battaglia.”. Dunque, è qui che il Fulco inizia a parlarci dell’antica tradizione tramandata nel tempo che vuole l’origine di Tortorella e Battaglia alla fuga da Tortora. Il Fulco, a p. 40, aggiungeva che: “D’allora la vita e le vicende della città di Blanda restano avvolte nellle tenebre del mistero. Rimane però a Tortora costante la voce della tradizione popolare che, come abbiamo riferito vuole Tortora, Tortorella e Battaglia di origine blandane, e che favoleggia talvolta rifacendosi chissà a quale particolare ondata di pirati saraceni del X o dell’XI secolo sulle coste e nei paraggi, quando narra che Blanda sarebbe stata distrutta da un’invasione di grosse formiche nere che avrebbero reso sul suo territorio impossibile la vita. La tradizione storica comunque ha a nostro avviso un valido fondamento storico che bisogna ricercare negli avvenimenti dei quali furono campo d’azione le nostre contrade, protagonisti i Saraceni e i Greci, e spettatori inermi i nostri antenati. Dobbiamo riportarci, cioè, ai tempi in cui l’Emiro saraceno della Sicilia Al-Hasan attacca i bizantini della Calabria con il pretesto che essi etc…”. Amedeo Fulco, nel ….., a pp. 41-42-43, riferendosi a S. Saba di Collesano ed ai Saraceni nel 952, in proposito scriveva che: “Tuttavia maggiori nubi si adensavano sulla Calabria e se n’ebbe sentore nella primavera dell’anno successivo 952, quando l’Emiro musulmano ricomparve scortato da una flotta e sconfisse duramente per terra e per mare i Bizantini dopo lunga e sanguinosa battaglia, conclusasi il 7 maggio, nella quale Malacheno trovò gloriosa morte e Pascalio riuscì a stento a salvarsi. Tutta la Calabria, fino al Crati e al Lao, fu allora preda dei Mulsulmani che saccheggiarono ecc….E fu proprio dal Mercurion che San Saba sotto l’incubo dell’avanzata musulmana che minacciava, ecc…. San Saba dovete giungere con la schiera dei profughi che andava sempre più ingrossandosi lungo la dolorosa peregrinazione, a Scalea, da qui alla marina di Aieta, quindi a Blanda, e, risalendo la valle del fiume Noce, nell’amena contrada di Tortora che dal suo nome fu chiamata San Savo e vi fu eretta una cappella. Niente di più verosimile dunque che una parte dei Blandani, se non la maggior parte di essi, seguissero, atterriti, e sfiduciati come erano, il Santo monaco che si fermò in territorio di Lagonegro, dove fondò un monastero (quod et muris quasi propugnaculis munivit) e che i Balandani si stabilissero quali a Tortorella, quali a Battaglia che sono località prossime al centro lucano di Lagonegro. E’ un’ièpotesi plausibile che avvalora come si può notare, la tradizione, la quale, per essere costantemente tramandata di generazione in generazione, deve necessariamente avere un fondo di verità. Altri Blandani, e forse quelli ecc…ecc…”. Dunque, il Fulco fa derivare l’origine di Tortorella, Battaglia e Casaletto dai profughi “Blandani” (la vecchia Tortora) ai tempi delle frequenti e turbolente invasioni dei Saraceni in lotta contro i Bizantini (anno 952 di cui ci parla il Porfirogenito). Il Guzzo, senza alcun fondamento, a p. 200 scriveva che: “Tale tesi, però oltre a non trovare conferma in storici più accreditati, appare poco probabile, trattandosi di ua zona molto lontana dalla terra di provenienza, quando le difficoltà per gli spostamenti erano notevolissimi. E’ più facile supporre, invece, che si sia trattato di una colonia agricolo-pastorale.”. Dunque, il Guzzo, in sostanza prima lo nega e poi la concede. In effetti, la tesi del Fulco era già stata ampiamente affermata da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…”. Riguardo i centri del Mercurion e la tesi del Fulco, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro – lucani”, a p. 44 riferendosi al viaggio di San Nilo, in proposito scriveva che: “Tentiamo ora di rifare, sia pure a grandi linee e per quanto è possibile, l’itinerario che …..Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre strade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non graditi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di Praia a Mare la quale è la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Così dopo aver ragginto con tutta probabilità raggiunto verso settentrione la zona che rimane tra Lauria e Lagonegro e levante Trecchina e Rivello a ponente, ecc…”. Il Cappelli, a p. 2, nella nota (31) postilava che: “(31) Vedi Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. S. della Grotta a Praia degli Schiavi, etc., Napoli, 1858, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria vera”, n. s. IV (Reggio di Clabria, 1923), p. 104; ecc..”.
Nel 1021, Guaimario III, Principe longobardo di Salerno concede a Tortorella e i suoi casali, il demaniale con i fiumi e acque
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15, in proposito scriveva che: “Le prime notizie relative a Casaletto sono rintracciabili in un antico manoscritto di memorie demaniali compilato da D. Pasquale Gallotti da Casaletto sulla fine del XVIII secolo e posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, nel quale si legge che il longobardo Guaimario III principe di Salerno, “Nell’anno 1021” concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Ecc…”. Il Montesano scrive che questa notizia su Tortorella ci è pervenuta attraverso un manoscritto compilato sulla fine del XVIII secolo da don Pasquale Gallotti da Casaletto. Egli scrive che queste “memorie demaniali” erano possedute nel 1930, dall’Avv. Nicola La Falce. Dunque, il Montesano riportava la notizia tratta da una Memoria manoscritta del XVIII secolo dove si sosteneva la notizia secondo cui il Principe Longobardo di Salerno Guaimario III, nell’anno 1021, avrebbe concesso all’Università di Tortorella “…e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze.”. Di donazioni e fondazioni da parte del Principe di Salerno, il longobardo Guaimario III si hanno per diversi casi di cui ivi ho scritto dei saggi a cui rimando per ulteriori approfondimenti. Per quanto riguarda la notizia di un principe di Salerno Guaimario III ho già scritto ivi in un altro mio saggio sul monastero di Sant’Angelo a Pitraro a Caselle in Pittari. La notizia era stata data prima da Ottavio Beltrano e poi da Costantino Gatta. La notizia parla sempre di donazioni fatte dal Principe Longobardo Guaimario III e riguardo quella riferita dal Beltrano e poi dal Gatta la fanno risalire all’anno 1106, ma questa che parla dell’anno 1020 mi è nuova. Una notizia che riguarda l’anno 1020 riguarda S. Nilo in quanto pare che un antico codice compilato da S. Nilo nell’antico cenobio di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro fosse proprio dell’anno 1020. Anche di questo ho ivi scritto in un mio saggio sui codici miniati di Scuola Niliana di copisteria. La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9. Su queso antichissimo codice miniato greco forse della scuola di copisteria Niliana di S. Giovanni a Piro, ho ivi scritto un mio saggio a cui rimando per gli oopportuni approfondimenti.
Nel 1065, le migrazioni di famiglie provenienti dalla Calabria Bizantina nelle nostre terre che ripopolarono Morigerati, Battaglia, Vibonati e, forse, Sicilì
Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX: “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è, più o meno che, durante il pontificato di Stefano IX: “Quasi in questo momento Enrico III viene sostituito al posto del defunto padre Enrico, e Alessio succede a Nicheforo, imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo, sconfitto in una grande battaglia, espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina (….), scriveva che ai tempi dell’Imperatore Niceforo Foca e della cacciata dei Bizantini dalla Calabria da parte di Roberto il Guiscardo “espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina, nel 1540 scriveva che dopo la grande battaglia in cui Roberto il Guiscardo sconfisse i Bizantini e riconquistò la Calabria e la Puglia, molte famiglie greche furono espulse dalla Calabria e dalla Puglia. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…”. Dunque, il Laudisio scriveva che in seguito alla caduta della Calabria Bizantina, vinta dal normanno Roberto il Guiscardo, molti monaci italo-greci che vennero a rifugiarsi nei nostri monasteri, si distinguevano: “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Il Laudisio scriveva che quei monaci italo-greci si distinguevano fra quelle famiglie di origine bizantina probabilmente provenienti dalla Calabria bizantina che vennero nelle nostre terre e ivi fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla coltura delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, il Cappelli scriveva chiaramente che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, etc…”, ovvero che, nei borghi di Morigerati, Battaglia, Vibonati e Sicilì, furono costituiti da popolazioni e famiglie calabresi chiamate ed accolte dai monaci italo-greci o basiliani che si erano stabiliti già da tempo nei piccoli monasteri sorti in questi luoghi. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Anche il sacerdote Gaetano Porfirio (…) che, nella sua ‘Diocesi di Policastro’ (…), a p. 538, io credo, riferendosi al periodo storico che precedette la nomina di Pietro Pappacarbone primo vescovo della restaurata sede Paleocastrense, affermava che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie. Non è per tanto da passare sotto silenzio come quivi a questi tempi esstessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, una di S. Pietro e l’altra di Sangiovanbattista, etc…”.

(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx
Dunque, il Porfirio, forse sulla scorta del Laudisio scriveva che in quel periodo storico molte famiglie greche e calabre e pugliesi cacciate da Roberto il Guiscardo emigrarono nelle nostre terre originando alcuni piccoli borghi come Morigerati, Battaglia e Vibonati. Sempre il Porfirio scriveva, forse sulla scorta del Laudisio che queste famiglie Calabresi emigrarono anche a Camerota e a Rivello. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ecc…”. Su quel periodo storico e gli avvenimenti succedutisi ha scritto pure Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “…..la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni ed in proposito scriveva che: “Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a pp. 17-18, in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate…………..Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che alcune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”. Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Come abbiamo visto ‘Casalecti’ nel medioevo era, insieme alla vicina ‘Bactalearum’ (23) (quest’ultima fondata, secondo il vescovo Laudisio, da “venerabili monaci orientali” che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche (24) che, come abbiamo visto, si insediarono nel territorio del sud Italia a partire dal VI secolo d.c. a seguito dell’occupazione bizantina) un casale della Terra di Tortorella.”. Il Montesano (….), a p. 20, nella nota (23) postillava che: “(23) La radice del nome, applicando la teoria portata avanti da Pasquale Natella per toponimi simili come Battipaglia e Vatolla, va ricercata probabilmente nel termine greco “βατος” (rovo). Ad avvalorare tale ipotesi viene in soccorso anche il vescovo Laurdisio, che la ritenne fondata da monaci italo-greci. Inoltre come puntello ulteriore a questa ipotesi interviene il dialetto: infatti nella forma dialettale si conserva la dizione greca della “β“: il nome del paese è, infatti, “Vattaglia” Etimologicamente possiamo quindi affermare che il termine stava ad indicare un’area (dal latino ‘lea’: prato) piena di rovi.”. Montesano, a p 19, nella nota (24) postillava che: “(24) Sinossi della diocesi di Policastro – Nicola Maria Laudisio – ed. di storia e letteratura – 1975, pag. 73.”. Nicola Montesano scriveva che nel medioevo “Casalecti” (Casaletto Spartano) e, “Bactalearum” (Battaglia) erano due casali di Tortorella. Siccome nel medioevo il casale di Battaglia era un casale come Casaletto che dipendeva da Tortorella (scrive il Montesano), egli lega la notizia a quella dell’origine di ‘Battaglia’ citata al Laudisio (….), ovvero un’origine remota dovuta alle persecuzioni di monaci provenienti dall’Oriente sin dal VI sec. d. C. e che, nel X-XI secolo, con i Normanni si ingrandirono grazie alle popolazioni calabresi chiamate dai monaci dei monasteri italo-greci ivi esistenti già da secoli.
Su Morigerati ha scritto Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci greci a permettere la nascita di Morigerati e Battaglia. Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale. Esiste giusto di fronte a Morigerati, sull’altra sponda del Bussentino e affacciantesi sull’intera vallata che porta al monte Bulgheria, il luogo chiamato ‘Romanù’, oggi ‘Romanuro’, che potrebbe indicare un primo agglomerato stretto intorno ad una cappella dei monaci basiliani (vedi capitolo “Introduzione”). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……………..Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”.
A Tortorella è venerato il corpo di S. Felice
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” parlando di Sicilì a p. 611 e s. in proposito scriveva che: “Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””. Infatti il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..’ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”.
Nel 1079, ‘Turturella’ fra le trenta parrocchie nella cosiddetta ‘Bolla di Alfano I’
Dunque, il Montesano scriveva che nel medioevo da Tortorella dipendevano i casali di Casaletto e di Battaglia. Il Montesano scriveva ancora che: “La prima notizia documentata su Tortorella è possibile reperirla nella lettera pastorale dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ (25).”.
La ricostituzione della sede episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), si citavano quelli di: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), Lacumnigrum (Lagonegro), ecc…

(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71 si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 80 e s. parlando della Diocesi di Policastro e di Lagonegro in proposito scriveva che: “II. Lagonegro ha fatto parte sempre della Diocesi di Policastro, e coll’antico nome latino di ‘Lacusniger’ trovasi noverato nella bolla dell’Arcivescovo Alfano di Salerno del 1079, con la quale fu ricostruita la Diocesi Bussentina. In detta bolla, che è ricordata nella Sinossi storica della Diocesi di Policastro (1), questa è circoscritta nei suoi antichi confini più estesi degli attuali, dal Cilento fino al fiume Mercuri in Calabria, e comprendeva molte Città e terre del Salernitano, della Basilicata e della Calabria.”. Dunque, il Pesce (…) ci ricorda che nella bolla di Alfano I, il toponimo di Lagonegro ivi riportato è “Lacusniger“ e non come è scritto in Laudisio (…), nella versione del Visconti, è scritto: “Lacumnigrum” come scrivevano invece il Troccoli e il Tancredi. Carlo Pesce ci cicorda che: “(1) Vedi il libro edito nel 1831 per ordine di Monsignor Laudisio ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica Synopsis’, che dicesi composta dal can. Rossi di Rivello.”. Il can. Rossi di Rivello, secondo ciò che trovo scritto sul testo della ‘Synopsi’ ripubblicato dal Visconti (…) trovo scritto “Lacumnigrum” e non “Lacusniger” come dice il Pesce. Dunque c’è qualcosa che non mi torna. Come mai il Rossi pubblicò “Lacumnigum” ? Sul testo originale e inedito della “Bolla di Alfano I° conservato all’Archivio Arcivescovile della Diocesi di Policastro a Policastro è scritto “Lacunigru”. Anche il manoscritto del Mannelli (…) citò la bolla di Alfano I, ma in esso non si leggono le località. Anche a pp. 128 e 130 il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto “Policastro Bussentino”, riportava la ‘Bolla di Alfano I ma riportava dei toponimi differenti rispetto all’originale inedito concessoci dall’attuale Archivista Don Pietro Scapolatempo (…). Il Cataldo riportava “Lacumnigrum”. Della ‘Bolla di Alfano’ ne parlò anche il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani”, pubblicato nel 1888, a p. 17 ma, la cita trascrivendone l’intitolazione senza trascriverne il testo completo. Il testo completo con i relativi confini della pastorale sono in Pietro Ebner (…), nel suo ‘Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Ebner (…) a p. 92 in proposito scriveva che: “Il testo, così autenticato e che trascrivo tal quale, è solo nell’introvabile saggio ‘Paleocastren dioecesis’ (Napoli 1831) del bussentino vescovo N. M. Laudisi, noto per serietà di studi e qualità umane, ecc…”, riportava “Castellum quod dicitur Mandelmo – Camarota – Arriuso – Caselle – Turturella – Turraca – Portum – Lacumnigrum – Revelia – Triclina – Ulia – Seleuci – Latronicum – Agrimonte – S. Athanasium – Vimanellum – Rotunda – Languenum – Rosolinum – Avena – Regione – Abb. Marcu – Mercuri – Ursimarcu – Didascalea – Castrocucco – Turtura – Laeta Marathia.” che sono le stesse località che trascrive il Laudisio (…) nella sua ‘Synopsi’ che come abbiamo visto fu curata dal sacerdote di Rivello De Rossi. Si è visto come il toponimo di “Lacumnigrum” riportato dal Laudisio non corrisponde al toponimo di “Lacunigru” riportato sull’originale concessoci all’ADP. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano.”. E sin quì concordo con ciò che scriveva il Gentile. Il Gentile però continuando il suo racconto su Morigerati, sempre in riferimento all’asenza del toponimo di Morigerati sulla bolla di ALfano I aggiungeva che: “La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano.”. In sostanza il Gentile sosteneva che siccome il toponimo di Morigerati non figura nelle trenta parrocchie che figurano nella bolla di Alfano I° questa assenza avvalora l’ipotesi ed è una prova che il casale di Morigerati dipendeva da tempo dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, prima antichissimo cenobio basiliano che nel X secolo era diventata una “baronia” che l’Ebner chiamò “ecclesiastica”. Io dico che ciò non è corretto in quanto, se così fosse, non si capisce perchè nella cosiddetta bolla di Alfano I risalente agli anni 1067 (come vuole l’Ebner) e datata 1079, figurasse il centro o il toponimo di “Casella” che invece è stata una delle dipendenze dell’abazia Rofranese. Caselle in Pittari, sotto il toponimo di “Casella” figura sulla bolla di Alfano I ed è stata sempre una delle dipendenze o grangia dell’Abazia di S. Maria di Rofrano. Infatti, l’assenza di alcuni centri o borghi nella lettera pastorale dell’Arcivescovo primate di Salerno Alfano I trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ risulta dubbia e strana. Forse uno o l’unico esemplare del documento che io pubblicai ivi per la prima volta, vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. In esso risulta il nome di Tortorella, di Torraca, di Caselle in Pittari ma non risultano i nomi di altri centri come Sicilì, Morigerati, Battaglia, ecc…

(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio digitale Attanasio)
Anche Biagio Cappelli (…), si chiedeva come mai ma arrivò a dubitare sull’autenticità dell’antica pergamena. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: “mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. Il Cappelli arrivava a questa conclusione dubitando della sua autenticità sulla scorta del Racioppi (…) di cui ho già parlato ivi in un altro mio scritto. L’autenticità dell’antica pergamena è stata riscattata recentemente da Biagio Moliterno (…) ma sui centri mancanti o assenti (che non vi figurano) bisognerebbe indagare ulteriormente. Io credo che il motivo di questa assenza sia dovuta ad un’altra diocesi suffraganea (dipendente) dalla nuova Arcidiocesi di Salerno in quegli anni e cioè alla Diocesi di Marsico e forse di Cassano Jonico. Infatti, come io credo, alcuni centri delle nostre terre come Sicilì e Morigerati, che pure esistevano in quel periodo, non furono elencati tra le trenta parrocchie che dovevano costituire la nuova restaurata diocesi Paleocastrense perchè ricadevano in altre diocesi come si può vedere nell’immagine tratta dal Tancredi (…).

(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)
Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Del resto sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Il Laudisio (…), a p. 72 aggiunge ancora un’altro particolare interessante: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Jonico.”. Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in antichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastro si perdeva nella notte dei tempi. Sempre il Laudisio a tal proposito aggiungeva che: “Vi è un’antica tradizione nel paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, ecc…..Dunque, questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao (37) fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo fu ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: …..”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea. Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59) p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Pietro Ebner (23), sulla scorta di Paolo Diacono (9) e di Goffredo Mataterra (24), parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “.
TORTORELLA NEL ‘CATALOGUS BARONUM’
Nel 1145, SILVESTRO GUARNA, conte di Marsico e ministro di re Guglielmo I di Sicilia, signore di Tortorella
Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: “Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Il testo a cura di padre Tropeano citato da Pietro Ebner è il “Codice Diplomatico Verginiano”. Il padre Placido Mario Tropeano, nei 13 volumi del Codice Diplomatico Verginiano, stampato per i tipi dei Padri Benedettini di Montevergine tra il 1977 e il 2000, ha curato la trascrizione integrale delle prime pergamene, dall’anno 947 al 1210. Questo antichissimo Codice viene conservato presso la Biblioteca Statale del Monastero di Montevergine in Provincia di Avellino. Insieme all’opera di padre Tropeano troviamo i 7 volumi che raccolgono i “Regesti delle pergamene”, dati alle stampe dal padre Giovanni Mongelli tra il 1956 e il 1962, sono considerati all’incirca 6500 documenti sistemati cronologicamente dal 947 al XX secolo. La contea di Marsico fu una contea normanna nel Regno di Sicilia; aveva per capoluogo Marsico, oggi Marsico Nuovo, che si trova nella parte sud-occidentale della attuale Basilicata. Fu elevata a contea da Ruggero II, re di Sicilia nel 1150 in favore di Silvestro, figlio di Goffredo di Ragusa, figlio illegittimo di Ruggero I, Conte di Sicilia. Il Catalogus Baronum, pubblicato il 1168, registra la contea come “comes Silvester de Marsico” che ha in feudo “in demanio Marsicum … Roccettam … et … et Dianum Salam …” in “de Marsico”. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Manfredi re di Sicilia nominò Conte di Marsico, Enrico di Spernaria e poi Riccardo Filangieri. Dopo la caduta del re Manfredi, la contea è stata restituita alla famiglia Sanseverino da Carlo I re di Sicilia. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula ecc…”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che Silvetro conte di Marsico, era il “comandante delle forze” della sua Contea di Marsico che si trovava inserita nella “comestabulia” (distretto) del Principato. Riguardo questo feudatario Normanno, forse di origine Langobarda, ha scritto anche Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando del castrum di Tortorella a p. 20, riferendosi a ciò che è scritto e rilevabile dal ‘Catalogus Baronum’ in proposito scriveva che: “In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; ecc..”. Dunque, il Montesano scriveva che il conte di Marsico e Signore di Diano, Silvestro Guarna era ministro di re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo” e, dice pure che era con lui imparentato. Il Montesano dice pure che Isabella Guarna, figlia del Conte Silvestro Guarna sposò Guglielmo Sanseverino, Barone del Cilento a cui portò la contea di Marsico. Sulla questione ne parlava l’Ebner. Ma la versione di Ebner differisce con quella, più aggiornata, del Montesano. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa etc…’, a p. 636 del vol. I, scriveva che: “Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo?), da cui a Silvestro (II, morto nel 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, morto nel 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo fu spogliato della contea e della signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) di Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo “stato” di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città “stato” di Diano. Beni tutti che vennero avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II) che pare avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ecc..”. Dunque, Pietro Ebner (…), scriveva che Isabella Guarna non era figlia di Silvestro Guarna, come scriveva il Montesano ma, Isabella Guarna era figlia di Guglielmo (III) Guarna di Marsico, fratello di Filippo ed entrambi figli di Silvestro Guarna (II) che lui dice morto nel 1163. Dunque, secondo l’Ebner, dopo la morte del nonno nel 1163, Silvestro Gurna (II), la nipote Isabella Guarna, figlia di Guglielmo (III) Guarna di Marsico, nel 1167 sposò Guglielmo (I) di Sanseverino, figlio di Enrico (I), e gli portò in dote la contea di Marsico e tenne la contea e lo stato di Diano costituito dai casali di Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città “stato” di Diano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando degli Statuti di S. Arsenio, un casale nel Vallo di Diano, a p. 418, vol. II. Ebner scive che a S. Arsenio, un casale del Vallo di Diano “L’arrivo dei monaci nel luogo va collocato nel IX secolo e l’abbandono del cenobio prima del novembre 1136, II, quando il feudatario conte Silvestro Guarna di Marsico (3) donò il casale …, limitatamente al alla giurisdizione civile all’abate cavense Simeone. (4).”. Nella sua nota (3) L’Ebner scriveva che: “(3)…..Gilberti (p. 20), Il Comune di S. Arsenio, Napoli, 1923, rileva da G. Galluppi, Nobiliario della città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 e s., che i conti GUARNA discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (v. Dizionario enciclopedico italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Conversano, dai cui discendenti Sibilla (+1103), che sposò Roberto di Normandia (v. Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo e Goffredo, Silvestro (+ 1163), Guglielmo (+1180) e poi Filippo.”. Di questo documento o pergamena greca del 1136, in cui il conte di Marsico e Signore di Diano Silvestro Guarna donò il casale di S. Arsenio all’Abate cavense Simeone dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. La politica dei Normanni e delle loro munifiche donazioni al monastero di Cava. Ora vediamo la notizia del Montesano secondo cui Silvestro Guarna era ministro del re Guglielmo I di Sicilia detto il ‘Malo’. Forse dopo questa rivolta fu nominato primo ministro Silvestro Guarna ?. E poi in che modo Silvestro Guarna (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) con Guglielmo I di Sicilia ?. Guglielmo I di Sicilia, detto il ‘Malo’ e figlio di Ruggero II d’Altavilla, ebbe come Ministro Maione di Bari il quale si trovò invischiato nella ‘Rivolta del Bonello’. Guglielmo I morì a 46 anni il 7 maggio 1166 e la sua morte fu descritta da Romualdo II Guarna medico e vescovo di Salerno. Romualdo II Guarna fu chiamato alla corte di Palermo per curare il re, suo nipote. Ma nulla potè contro l’ineluttabile fato. Dunque, Guglielmo I di Sicilia era nipote del medico e arcivescovo Salernitano Romualdo II Guarna che fu cronista dell’epoca e che scrisse ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178, poi pubblicato dal Pratilli (…). È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Romualdi II. Archiepiscopi Salernitani, in Giuseppe Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80.Ma se l’Arcivescovo di Salerno Romualdo II Guarna era lo zio di re Guglielmo I di Sicilia, che grado di parentela aveva il conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna con i due personaggi ?.

Nel 1145, ‘Gisulfo de Padule’, vassallo di Silvestro Guarna, conte di Marsico, nel ‘Catalogus Baronum’
Secondo il ‘Catalogus Baronum’, vi è un legame fra il casale di Tortorella, Gisulfo II di Padula, vassallo del conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna. Da Silvestro dipendeva Gisulfo di Padula e da lui dipndevano Tortorella, Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari che però dipendeva anche dall’Abbate di Rofrano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Dunque, l’Ebner collocava questo feudatario Normanno di origine Longobarda, Gisulfo di Padula (“de Palude”) nella Comestabulia (distretto) di Lampo di Fasanella nella contea di Marsico di Silvestro Conte di Marsico. E’ interessante ciò che scriveva Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 20 in proposito scriveva che: “Altre traccie relative al castrum di Tortorella si trovano nel ‘Catalogus Baronum’ (26) databile, in maniera molto approssimata alla metà del secolo XII (27). In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; da tale registro risulta inoltre che titolare del castrum era ‘Gisulfo di Palude’ (titolare anche di quello di Padula), il quale dichiarava di avere a disposizione 8 militi (28), con l’aggiunta di altri 68 militi e 60 inservienti (29). In esso si legge anche che ‘Thaerius de Turturella’, della contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 15 villani con l’aggiunta di un milite (30), mentre ‘Amerinus de Turturella’, sempre della Contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 4 villani (31).”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Venne datato da Bartolomeo Capasso tra il 1154 e il 1169, mentre la Jamison lo data al 1137 e il De Petra tra il 1140 e il 1148. Quest’ultima datazione viene sostenuta anche da Pietro Ebner, che lo data tra il 1144 e il 1148.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Gisulfus de Palude tenet de eodem Comite Paludem, et Turturellam, quae sicut dixet, est feudum VIII militum, et cum augumento ibtulit milites XVIII et servientes LX”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (30) postillava che: “(30) “Thaesarius de Turturella, sicut dixit, tenet villanos XV, & cum augumento obtulit militem I”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (31) postillava che: “(31) “Amerinus de Turturella ten. Vill. IV”.”. Come si è visto precedentemente la notizia di questi militi e feudatari deriva dal ‘Catalogus Baronum’ ed in proposito l’Ebner a p. 236, vol. I scriveva che: “6. Come è noto, il ‘Catalogus baronum’, compilato dai camerari della ‘dohana questorum et bonorum’, per non si sa quale impresa militare, venne datato dal Capasso tra il 1154 e il 1169 (83), dalla Jamison al 1137 e dal De Petra il 1140 e il 1148 (84). Un inedito diploma (a. 1144) di Alfano di ‘Castrimaris’ (Velia), uno dei compilatori del ‘Catalogus’, mi consentì di collocare detta relazione tra il 1144 e il 1148 (85).”. Inoltre l’Ebner a p. 240, in proposito alla Curia della Comestabulia (distretto) di Lampo di Fasanella scriveva che: “…non ritengo attendibile la tesi della Jamison che colloca Corneto del ‘Catalogus’ a Vallo della Lucania (95). Lampo fu signore invece di mezza Fasanella e del vicino Corneto ecc..”. Felice Fusco scriveva che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula e suo fratello Guglielmo: “(Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, The Norman, cit., , p. 109, parr. 599 – 602.”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Felice Fusco (….), sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ e del ‘Commentario’ del Cuozzo, scriveva che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine”. Il Fusco scriveva sulla scorta dell’Ebner e del ‘Catalogus Baronum’ che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Pietro Ebner scriveva che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula e Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. È molto probabile che Lampo sia morto durante la ribellione, perché i suoi feudi entrarono in parte in possesso della Curia regia e in parte furono venduti a “Guillelmus de Palude”. Guglielmo de Palude e suo fratello Gisulfo erano milites di Silvestro, conte di Marsico Nuovo, già signore di Ragusa, e nipote del gran conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1154 furono tra i sottoscrittori di un diploma del conte. Il loro cognomen toponomasticum derivava da Paludis, l’attuale Padula in provincia di Salerno. Guglielmo era già morto nel 1184, quando Tancredi, suo figlio e successore, signore di Fasanella, donò la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Gisulfo teneva padula e Tortorella e da lui dipendeva direttamente Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Caselle in Pittari però dipendeva non solo da milite Ruggiero ma anche dall’Abate della chiesa di Rofrano che a sua volta dipendeva da Gilberto da Laviano. Nel 1984, Errico Cuozzo (…), dopo un certosino lavoro pubblicò il “Commetario” al ‘Catalogus Baronum’, pubblicato nel 1913 dalla Evelyn M. Jamison (…). Il Cuozzo (…), riordinò gli appunti della Jamison conservati a……………e seguendo gli stessi articoli dell’insigne studiosa, commentò i diversi personaggi citati ed elencati nel ‘Catalogo dei Baroni’ per la prima volta pubblicato da Carlo Borrelli (…). Infatti, anche se oggi non si conosce l’esatta datazione del codice manoscritto scoperto dal Borrelli, e soprattutto se ne ipotizza l’uso, ovvero un registro dei feudatari del Regno che fornirono militi per una impresa militare che si pensa fosse la II o la III Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dunque intorno alla metà del secolo XII. In esso vengono elencati i feudatari del Regno e dunque il documento è importantissimo per la storia delle nostre terre. In esso compaiono feudatari di Camerota, di Rofrano, di Cuccaro, di Policastro, di Roccagloriosa, di Torraca. Il Cuozzo (…), a pp. 133-134, ci parla di Florio di Camerota. Il Cuozzo, a p. 394, nell’Indice delle Località, dice che ‘Camerota 454, poi S. Maria di Rofrano 492, poi scrive “Florius de Camerota, feud. di Camerota (Salerno), giustiziere del Principato di Salerno, poi maestro giustiziere in Palermo 439, 454-459, 578, 725, 849, 866.”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162 parlando del n. 599 su “GISULFUS DE PALUDE” del ‘Catalogus Baronum’ lo commenta così: “599 – Gisulfus de Palude, feud. di ‘Silvester de Marsico (597) di Padula, Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servitio’ cf. 600-602.” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità della Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. XV.”.

Il Cuozzo cita il documento conservato nellArchivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e cita Leone Mattei Cerasoli che lo pubblicò come documento n. XV. Il Cuozzo, traeva la notizia del documento n. XV (pubblicato) da Mattei Cerasoli (…), nel suo ‘Tramutola’, in ‘Archivio Storico per la Calabria e Lucania‘, 13 (1943-1944 e l’altro n. 14 del 1945. Il Cuozzo (…), a p. 142, riferisce che nel 1154 Guglielmo di Padula “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello Gisulfo, un diploma di Silvestro, conte di Marsico (infra n° 597) in favore del monastero di Cava (Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. n° XV).”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’ citava Leone Mattei-Cerasoli, archivista dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e (cme scrive a p. XXXVI) si riferiva al testo su ‘Tramutola’ in ‘Archivio Storico Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944), pp. 32-46, 91-118, 201-213; 14 (1945), pp.37-62. Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che “Nel ‘Catàlogus Barònum’ ad ogni modo ‘Casella’ è registrata anche come possedimento di ‘Gisulfus de Padule’, particolare spiegabile solo se si ammette una gradualità cronologica di annotazioni nel registro normanno (105).”. Infatti il Fusco nella sua nota (105) a p. 98 postillava che: : “(105) Infatti nel ‘Catalogus’ l’annotazione relativa a ‘Gisulfus’ (par. 602) si trova molto più avanti di quella relativa al cenobio rofranese (par. 492). Cfr. ad ogno modo B. Capasso, sul Catalogo etc…, p. 21.”. Sempre riguardo a Gisulfo di Padula, il Fusco a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, ‘The Norman etc’, p. 109, parr. 599 – 602.”. Riguardo il feudatario Normanno Gisulfo di Padula, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), del 1653, in cui si parla anche del fratello Guglielmo de Padule (“Guillelmus de Padule”): “Abbas Rofranus”, al p. 492, ripubblicato in seguito dalla Evelin Jamison (…), è scritto: “Guillelmus de Padule emit terram, qua fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Ioczolinus Sancti Felis, quam debet inquirere Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”.”. In questo passo il testo del Borrelli che pubblicava un antico manoscritto del ‘Catalogus Baronum al tempo di re Guglielmo II detto il Buono, è scritto che il fratello di Gisulfo di Padula, Guglielmo di Padula entrambi feudatari di Padula e di Tortorella, dipendevano da Lampo di Fasanella.

(Fig….) Pagina 51, del ‘Catologus Baronum’, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, del Borrelli C., del 1653, in cui si parla di: “Abbas Rofranus”, al p. 492

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.
Nel 1145, Guglielmo di Padula, fratello di Gisulfo I di Padula
Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, ‘The Norman etc’, p. 109, parr. 599 – 602.”. Il Fusco scriveva sulla scorta dell’Ebner e del ‘Catalogus Baronum’ che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Pietro Ebner scriveva che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula e Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. È molto probabile che Lampo sia morto durante la ribellione, perché i suoi feudi entrarono in parte in possesso della Curia regia e in parte furono venduti a “Guillelmus de Palude”. Guglielmo de Palude e suo fratello Gisulfo erano milites di Silvestro, conte di Marsico Nuovo, già signore di Ragusa, e nipote del gran conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1154 furono tra i sottoscrittori di un diploma del conte. Il loro cognomen toponomasticum derivava da Paludis, l’attuale Padula in provincia di Salerno. Riguardo il feudatario Normanno Gisulfo di Padula, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), del 1653, in cui si parla anche del fratello Guglielmo de Padule (“Guillelmus de Padule”): “Abbas Rofranus”, al p. 492, ripubblicato in seguito dalla Evelin Jamison (…), è scritto: “Guillelmus de Padule emit terram, qua fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Iozzolinus Sancti Felis, quam debet inquirere Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”.”. In questo passo il testo del Borrelli che pubblicava un antico manoscritto del ‘Catalogus Baronum’ al tempo di re Guglielmo II detto il Buono, è scritto che il fratello di Gisulfo di Padula, Guglielmo di Padula entrambi feudatari di Padula e di Tortorella, dipendevano da Lampo di Fasanella.

(Fig….) Pagina 51, del ‘Catologus Baronum’, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, del Borrelli C., del 1653, in cui si parla di: “Abbas Rofranus”, al p. 492 a p. 51
Nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’ da Carlo Borrelli (…), nel …….., prima i citare il vescovo di Capaccio, cita il milite “Guillelmus de Palude” ed in proposito al n. 492 è scritto che: “Guillelmus de Palude emit terram, quae fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Ioczolinus Sancti Felis, quam debet inquirete Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162 parlando del n. 599 su “GISULFUS DE PALUDE” del ‘Catalogus Baronum’ lo commenta così: “599 – Gisulfus de Palude, feud. di ‘Silvester de Marsico (597) di Padula, Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servitio’ cf. 600-602.” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità della Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. XV.”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrivendo del n. 599, ovvero di Gisulfo de Palude (di Padula) postillava “Fratello di ‘Guillelmus de Palude’ (infra n° 489)“. Dunque il Cuozzo (…) a p. 162 scriveva che il milite Guglielmo di Padula, fratello di Gisulfo di Padula, nel ‘Catalogus Baronum‘ figurava al n. 489. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a pp. 142-143, scrivendo del n. 489, ovvero di Guglielmo de Palude (di Padula):


Il Cuozzo (…), a p. 142, riferisce che nel 1154 Guglielmo di Padula “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello Gisulfo, un diploma di Silvestro, conte di Marsico (infra n° 597) in favore del monastero di Cava (Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. n° XV).”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’ citava Leone Mattei-Cerasoli, archivista dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e (cme scrive a p. XXXVI) si riferiva al testo su ‘Tramutola’ in ‘Archivio Storico Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944), pp. 32-46, 91-118, 201-213; 14 (1945), pp.37-62. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’, al n. 489 a p. 142, sempre in proposito a Guglielmo di Padula scriveva che: “1184, febbraio: è morto. Suo figlio Tancredi, signore di Fasanella, ecc..”. Guglielmo era già morto nel 1184, quando Tancredi, suo figlio e successore, signore di Fasanella, donò la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Gisulfo teneva padula e Tortorella e da lui dipendeva direttamente Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346).
Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 21, in proposito scriveva che: “….s’allontanano poi da San Lorenzo che vien ceduto all’irpina Santa Maria di Montevergine. Nella documentazione relativa a tale monastero sale in evidenza una poco chiara e controversa situazione di potere e di scontri di competenze in Padula. Difatti Gisulfo Sanseverino, benefattore della Casa benedettina, si dichiara ‘signore’ del paese; tuttavia le sue donazioni all’abate Guglielmo di montevergine richiedono l’avallo di Urso Tassone, signore di Moliterno. Non stupisce che Padula e Moliterno fossero accumunate da un personaggio feudale, tali e tante sono le affinità e contiguità geografiche e di costume. Ma Gisulfo, per dare vigore al suo ‘dominio’ padulese, dovrà quasi certamente far falsificare con notevole cura e abilità alcune carte, al fine di ricostruire le funzioni di ‘seniòres’ di Padula esercitata da propri discendenti.”. Il Tortorella, a p. 80, in proposito scriveva: “.., potremmo supporre qualche rapporto con la Santa Croce di Moliterno già dall’inizio del tredicesimo secolo, o fors’anche prima, con la mediazione di d’Urso Tassone, signore moliternese, il quale vantava diritti pure su Padula (271).”. Tortorella, a p. 93, nella nota (271) postillava: “(271) Cfr. G. Mongelli, op. cit., II, cit., regesti 1337, p. 68, e 1357, p. 73. Nel primo Urso Tassone dona a Montevergine lo ‘Juspatronatus’ che aveva su San Lorenzo e su tutti i suoi beni etc…, nell’altro acconsente, insieme col vescovo di Capaccio Gilberto – che l’anno precedente, nel 1212, aveva concesso a Giovanni ‘de Sanctu Spiritu’, preposto di Montevergine, la chiesa di San Lorenzo coi medesimi diritti coi quali l’avevano data i sacerdoti e i chierici di Sant’Angelo (regesto 1333, p. 67) – , a che Gisulfo, feudadario di Padula, offra a Montevergine la medesima chiesa di San Lorenzo. Il signore di cui si parla doveva essere Gisulfo di Sanseverino (Cfr. A. Marzullo, Montevergine sagro, cit., p. 124: “Della Chiesa, e Monasterio di S. Lorenzo della Padula, donati da Gisolfo Sanseverino, al Monasterio di ontevergine, nell’anno 1213”), esponente della famiglia che nel secolo seguente affermò la sua potenza nella Lucania centroccidentale in modo tanto significativo. Nel 1103 (1101), secondo un documento nella cui datazione il divario di due anni tra anno ‘ab incarnatione’ e l’indicazione non è giustificato neppure dall’adozione dello stile bizantino, Gisulfo e Landolfo sono ‘seniores’ di Padula; nel 1145 troviamo, ancora, soltanto Gisulfo signore padulese (cfr. G. Mongelli, op. cit., I, cit., regesti 104, p. 48, e 281, p. 95). Il sospetto di falso avvertibile nella datazione – le falsificazioni erano un’attività molto perfezionata negli ‘scriptòria’ cavesi e verginiani al tempo di Gisulfo Sanseverino: cfr. C. Carlone, I falsi nell’ordinamento degli archivisti salernitani, cavensi e verginiani del XIII secolo (“Quaderni”), Salerno, Palladio, senza data, che tra i falsi individua etc…., come pure nell’affermazione di Gisulfo d’essere ‘signore’, benchè non possa disporre liberamente dei suoi ‘domini’: sommando gli elementi a disposizione, appare l’intento di costruire un precedente storico – l’avo Gisulfo, longobardo dominatore in età normanna – per legittimare le pretese dei Sanseverino sul feudo padulese.”. Dunque, in sostanza, Tortorella, sulla scorta del Sacco ritiene che questo feudatario longobardo, Gisulfo di Padula, fosse diventato, attraverso una serie di documenti conservati nelle Abbazie di Cava e di Montevergine, un feudatario di origine longobarda, “Gisolfo” poi in seguito, in epoca Normanna, ai tempi di Ruggero Borsa e di Guglielmo I d’Altavilla, “Gisulfo Sanseverino” che giustificherebbe le donazioni e i possessi dei Sanseverino nel Vallo di Diano.
Nel 1145, ‘Thaerius’ e ‘Amerinus’ (‘Armellino’ per Ebner), militi di ‘Turturellam’ nel ‘Catalogus Baronum’
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a p. 20 in proposito scriveva che: “Altre tracce relative al castrum di Tortorella si trovano nel ‘Catalogus Baronum’ (26) databile in maniera molto approssimata alla metà del secolo XII (27). In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; da tale registro risulta inoltre che titolare del castrum era ‘Gisulfo di Palude’ (titolare anche di quello di Padula), il quale dichiarava di avere a disposizione 8 militi (28), con l’aggiunta di altri 68 militi e 60 inservienti (29). Ecc..”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Venne datato da Bartolomeo Capasso tra il 1154 e il 1169, mentre la Jamison lo data al 1137 e il De Petra tra il 1140 e il 1148. Quest’ultima datazione viene sostenuta anche da Pietro Ebner, che lo data tra il 1144 e il 1148.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Gisulfus de Palude tenet de eodem Comite Paludem, et Turturellam, quae sicut dixet, est feudum VIII militum, et cum augumento ibtulit milites XVIII et servientes LX”.”. Infatti, la Evelin Jamison (…), nel suo ‘Additional Work on the Catalogus baronum’, al n. 599, a p. 109 troviamo scritto: “Gisulfus de Palude tenet de eodem Comite Paludem (5) et Turturellam (6) que sicut dixit est feudam octo militum et cum augmento obtulit milites decem et octo et servientes sexaginta (a). Et isti tenent de eo.”. La Jamison (…), nella sua nota (6) a p. 109 in proposito al feudo di ‘Turturellam’ postillava che: “(6) Tortorella Salerno”. Pietro Ebner e il Cuozzo lo conferma scrivevano che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula, oltre Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Infatti, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus Baronum’ a p. 162, in proposito al feudo di Tortorella nel ‘Catalogus’ scriveva che: “599 GISULFUS DE PALUDE, feud. di ‘Silvester comes de Marsico (v. n. 598) di Padula, di Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servizio’ cfr. 600-602” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità di Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, ‘Tramutola’, doc. XV).”. Dunque, su Tortorella solo la notizia che il casale dipendeva dal feudatario Gisulfo di Padula (“Palude” = Padula), vassallo di Silvestro conte di Marsico. Andando però a vedere il ‘Catalogus Baronum’ che parla dei milites che dovevano essere forniti da Policastro troviamo ulteriori notizie su Tortorella “Turturellam”. L’Ebner, nel suo, Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (…), si rileva (Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro: Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani”. Ebner (…), a p. 580 del vol. II parlando di……………., sulla scorta della Evelin Jamison (….), nella sua nota (30) postillava che nel ‘Catalogus Baronum’ si desume che: “‘Catalogus baronum (Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro’: ……’et serviet Florio de Camerota de pheudo quod tenet de eo’; Teri di Tortorella 15 villani, un milite c.s.; ecc….Armelino di Tortorella, 4; ecc…”.

(Fig….) Ebner (…), vol. II, pp. 580
Sempre Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a p. 20 in proposito scriveva che: “Altre tracce relative al castrum di Tortorella si trovano nel ‘Catalogus Baronum’ (26)……..In esso si legge anche che ‘Thaerius de Turturella’, della contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 15 villani con l’aggiunta di un milite (30), mentre ‘Amerinus de Turturella’, sempre della Contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 4 villani (31).”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (30) postillava che: “(30) “Thaesarius de Turturella, sicut dixit, tenet villanos XV, & cum augumento obtulit militem I”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (31) postillava che: “(31) “Amerinus de Turturella ten. Vill. IV”.”. Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1145, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo. Infatti, la Evelin Jamison (…), nel suo ‘Additional Work on the Catalogus baronum’, nella ‘Comestabulia’ (distretto) di Policastro, a pp. 105-106, tra i milites di Policastro troviamo i nn. 579 e 586. A p. 105 troviamo sotto Policastro, il n. 579: “579 Thaerius de Turturella sicut dixit tenet villanos quindecim et cum augmento obtulit militem unum”. Mentre a p. 106, sempre sotto policastro troviamo il n. 586 “Amelinus de Turturella tenet villanos iiij (or)” e poi a fianco è scritto “Bonasera villanos iiij (or)”.


(Fig…..) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “De Policastro”, p. 106 dove parla di militi di Policastro
Infatti, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’ pone il n. 586 “Amelinus de Turturella” al n. 601 di “Gibel de Loria” e il n. 586 di “Thaerius de Turturella” al n. 578 e scrive che: “Absolon” era feudatario di Florio di Camerota. Di Florio di Camerota il Cuozzo al n. 454: “Florius de Camerota” che era collega e si trovava nella “Comestabulia” (distretto) di Lampo di Fasanella. Dunque forse i due militi Thaerius e Amelinus dovevano dipendee da Florio di Camerota o da Gibel de Loria che dipendeva direttamente da Gisulfo di Padula. Infatti Pietro Ebner (…), a p. 580 del vol. II parlando di……………., sulla scorta della Evelin Jamison (….), nella sua nota (30) postillava che: “‘Catalogus baronum (Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro’: ……‘et serviet Florio de Camerota de pheudo quod tenet de eo’; Teri di Tortorella 15 villani, un milite c.s.; ecc….Armelino di Tortorella, 4; ecc…”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. Ecc..”. Dunque il Cuozzo scriveva che Gibel de Loria teneva tre villani in Policastro e diceva di guardare al n. 586 che è il numero che nella Jamison è indicato “Amelinus de Turturella”. Anche il Cuozzo, nel suo ‘Commentario’ al Catalogus a p. 159 per il numero 586 rimanda al n. 601 di Gibel di Lauria. La Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”.
Nel 1127, RUGGERO DELL’ORIA, figlio di Ugone dell’Oria e di Altruda e, la contea dell’Oria
Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall’Almanacco Calabrese del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Normanni….., Ugone dienne signore di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa, Apice, col titolo di conte dell’Oria. E tale Ruggiero il Normanno, trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo. A Ruggiero, seguì UGONE II, poi TOMMASO, col quale si spense il ramo primogenito. Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”. Dunque, il Pepe (….), sulla scorta di Girolamo Sambiase scriveva che dal ramo degli Oria che passò in Calabria, “originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, ecc…”. Dunque, secondo il Pepe, Gibel de Loria era l’ultimo figlio di questo RUGGERO DELL’ORIA, il quale era sposato con la sua moglie chiamata BULFANARIA. Il Pepe prosegue parlando di Gibel di Loria e dei suoi figli, tra cui RICCARDO di Loria che sarà il padre del celebre Ammiraglio. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: ………Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.“. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che: “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un prima momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo che al papa Onorio II, la via diplomatica invece non gli riuscì con Ruggero d’Altavilla, duca di Sicilia. Egli nel 1127 comandò una spedizione in Puglia. Il pontefice avvertì il pericolo: la creazione un regno così forte (e confinante con la Santa Sede) avrebbe potuto obbligare il pontefice a diventare suo vassallo. Il pontefice reagì immediatamente e in luglio formò una lega difensiva con le città pugliesi (accordo di Troja). Infine, in un concilio tenuto verso la fine dell’anno, lanciò la scomunica a Ruggero. Rimase nel Sud della penisola fino al gennaio successivo. Non essendo riuscito a portare dalla propria parte anche le città del beneventano, rientrò a Roma (gennaio 1128). A Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Dunque, stando ai due studiosi, Augurio e Musella, quando, nel 1127, Ruggiero conte dell’Oria si unì a papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, avendo perso la battaglia, “Fu questo il motivo per cui quando papa Onorio II, per la morte del duca Guglielmo il Normanno, si recò a Benevento temendo che il duca di Sicilia Ruggero il Normanno avesse mire espansionistiche sugli stati di Puglia e di Calabria, Ruggiero conte dell’Oria fu tra i confederati del Papa. Per la strepitosa vittoria del duca di Sicilia e la resa dei castelli di Brindisi, Castro e Oria, Ruggiero, oltre ad Oria perse pure le terre di Paduli e Montefusco, restandogli solo Terrarossa e Apice. A seguito di un capovolgimento di alleanze, Ruggiero riottenne la contea di Oria perdendo definitivamente le altre due in quanto acquisite dallo stesso normanno per la loro posizione strategica. Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, accadde che Ruggero dell’Oria, dopo la sconfitta di papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, nel 1127, perse tutti i suoi possedimenti di Oria (forse Lauria), Padula, Montefusco e gli restarono solo quelli di Terrarossa e Apice. Ma, Ruggero dell’Oria, a causa di accordi ed alleanze, riottenne la contea dell’Oria. Rileggendo Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. I due studiosi scrivevano pure che: “Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. I due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. I due studiosi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia d’Italia, Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio. I due studiosi, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”. Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Sul racconto di Girolamo Sambiasi e le origini dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva. La Lamboglia a pp. 33-34, in proposito scriveva che: “Se complicato risulta il quadro dei possedimenti, non è da meno quello delle relazioni parentali riferibili a Ruggero (62). In proposito, ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto Loria’ (63), offrivano sia un albero genealogico, sia una geografia dei possedimenti bell’e definiti. Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65). Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum(…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. Come poi il Gibel sovramenzionato, suffeudatario di Guerriero di Monte Fuscolo (71), potesse essere, per omonimia, identificato con ‘Gibel de Loria’, col quale, propriamente, invece, si avrebbe notizia del ramo dei Lauria, ciò risulta da un’acrobazia delle ‘Memorie’…..Allo stesso modo, per effetto di questa acrobazia, l’Autore delle ‘Memorie’ attribuiva a Gibel de Loria, i possedimenti dell’altro omonimo, in una fusione che prendeva dell’uno e dell’altro e poneva tutto insieme (72), la cui ovvia conseguenza era l’attribuzione di un territorio al ceppo dei Lauria, molto più vasto dell’effettivo. Spiluccando poi dai genealogisti cinque-seicenteschi e dalla platea di Luca Campano (73), l’Autore delle ‘Memorie’ perveniva quindi a parlare del nostro Ruggero, presentandolo come figlio di Riccardo di Lauria, figlio a sua volta di Gibel di Loria, poco, in effetti, curandosi – anche a dispetto della ribadita precisione – del salto di generazione che anche un calcolo approssimativo avrebbe dovuto necessariamente contemplare, escludendo sia a Riccardo, quanto a Gibel, una longevità biblica.”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: “(65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96. (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”.
Nel 1145 ‘Gibel di Loria’ (padre di Riccardo di Lauria e nonno dell’ammiraglio Ruggero di Lauria) vassallo di Gisulfo di Padula
Secondo il ‘Catalogus Baronum’, vi è un legame fra la contea di Lauria e Gisulfo di Padula, vassallo del conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna. Da Silvestro Guarna dipendeva Gisulfo di Padula e da lui dipendevano Tortorella, Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Dunque, il personaggio di cui parlerò è Gibel di Lauria che figura nel ‘Catalogus Baronum’. Il ‘Gibel’ di cui parlano i due studiosi, che volevano fosse il nonno dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, è lo stesso di cui parlava l’Antonini (…), il quale segnalava la citazione nel ‘Catalogus Baronum’ del Borrelli ?. Forse si trattava proprio dello stesso feudatario. (…) Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento‘, parlando di Caselle in Pittari e del ‘Catalogus Baronum’ a p. 99, nella sua nota (108) postillava riguardo ‘Gibel’ di Lauria e, parlando di Gisulfo di Padula scriveva che: “(108) Ivi, p. 109, par. 602 (Ruggiero di Caselle per conto di Gisulfo amministra – come disse – un feudo d’un solo cavaliere e col raddoppiamento potè fornire due). Anche i ‘feuda’ di ‘Sanza’ e di ‘Loria’ erano retti da suffeudatari: rispettivamente da ‘Domina Sanse’ e da ‘Gibel de Loria’ (ivi, par. 600 e 601).”. Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, ‘The Norman etc’, p. 109, parr. 599 – 602.”. Dunque, Felice Fusco scriveva che Gisulfo I di Padula nel 1154 era Signore oltre che di Padula e di Tortorella era Signore delle Terre di Sanza, Lauria e Caselle in Pittari. Il Fusco, scriveva “1154” perchè è in quell’anno che i due fratelli Gisulfo di Padula e Guglielmo di Padula risultano citati in una pergamena di ‘Tramutola’ pubblicata da Leone Mattei Cerasoli (…), come vedremo. Il Fusco, inoltre postillava di Padula e di Tortorella possedute e “avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107)”, dunque sulla scorta di Evelin Jamison (…) che pubblicò il ‘Catalogus Baronum’. Infatti, questi due militi e subfeudatari del Vallo di Diano e del Golfo di Policastro, dipendevano dal conte Silvestro di Marsico e vengono citati sul ‘Catalogus Baronum’. Dunque, secono quanto si rileva dal ‘Catalogus Baronum’, Gibel di Lauria era alle dipendenze di Gisulfo di Padula. Pietro Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”.

(Fig….) Ebner (…), vol. II, pp. 580
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, vol. I a pp. 238-239, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, …..Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. L’Ebner (…), cita due volte Gibel Lorie o Gibel de Loria, citato più volte nel ‘Catalogus baronum‘ pubblicato dalla Evelin Jamison (…) al n. 601. Infatti, nel ‘Catalogus Baronum’, al n. 601, figura “Gibel di Loria”. La notizia del personaggio di Gibel dovrebbe essere ulteriormente indagato sull’antico testo del ‘Catalogus Baronum’ pubblicato per esempio da Carlo Borrelli (…), come il ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, dove per es. a pp. 58-59, per “Policastro” leggiamo “Gibel Loriae villanos III” e, anche a p. 59 per “De Marsico”, sotto “Guglielmo II Rege” leggiamo che: “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulpho sicut dixit feudum II. militem. & cum augumento obtulit milites IV.”, che poi troveremo riportato anche nel testo della Evelin Jamison.


(Fig…) Borrelli Carlo, ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, pp. 58-59
Infatti, la Jamison (…), al n. 601, a p. 109 troviamo scritto: “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulfo sicut dixit feudum (c) (8).” e, nella nota (c) scriveva che: “(c) name of fief om.” e nella nota (8) scriveva: “(8) Loria ‘provides the tenant’s toponymic, but this cannot here indicate the fief, because’ Lauria (Potenza) was in Val Sinni, the discrict of which Gibel was royal justiciar. He is stated ante 586* to have held three villeins in Policastro. Cfr. Commento.”. Nella sua nota (8) la Jemison (…), a p. 109, in proposito scriveva che: “Loria ‘fornisce il toponimo del suo feudatario, ma questo non può qui indicare il feudo, perché’ Lauria (Potenza) era in Val Sinni, il cui discreto Gibel era il giustiziere reale. Viene dichiarato ante 586* per aver tenuto tre villani a Policastro. Cfr. Commento.”. Sempre la Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”.

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.
Pietro Ebner e il Cuozzo lo conferma scrivevano che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula, oltre Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle.

(Fig….) Cuozzo E., op. cit., p. 162
Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = “1144. γιβλλος λωριας”, sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…). Infatti, i due documenti, le due pergamene greche tradotte, trascritte e pubblicate dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II° di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II° di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.







(Fig…) Robinson Gertrude, op. cit., pp. 30 e s.
Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula, Gibel di Lauria, ci vengono incontro i due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria al padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata, ovvero a suo nonno Gibel. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrés en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Essi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che “Gibel dell’Oria o di Lauria”, personaggio citato nel ‘Catalogus Baronum‘, secondo il Cuozzo (…), feudatario che figura al n° 101, ma è errato perchè figura al n° 601, fosse il padre di Riccardo di Lauria di cui parleremo in seguito e dunque nonno dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. Secondo Musella e Augurio, dal ‘Catalogus Baronum’ risulta che Gibel di Lauria avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. Inoltre sempre secondo i due studiosi, Gibel era figlio della seconda moglie di Ruggiero, conte dell’Oria, Bulfanaria che ebbero appunto Roberto e Gibel. Sempre secondo i due studiosi, Gibel ebbe quattro figli: “Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo”. Riccardo il quartogenito fu conte di Lauria. Detto questo, devo aggiungere un’altra notizia riferita dal Mallamaci (…) che parlando di Torraca e di Totorella scriveva che l’ammiraglio Ruggero di Lauria aveva origini nella famiglia Sanseverino. Secondo la ricostruzione dei due studiosi, l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, non ha origini nella famiglia Sanseverino con cui si imparentò essendosi la sorella Ilaria sposata con il figlio del conte di Marsico e dunque non trovo affatto esatto ciò che ha scritto il Mallamaci (…). Devo però aggiungere che ciò che scriveva il Mallamaci fa riflettere sulle origini dei feudatari della Contea di Lauria. Giovan Battista Pacichelli (…), parlando dell’epoca Sveva, con Federico II di Svevia, Caselle in Pittari insieme a Vibonati, Tortorella, Battaglia, doveva partecipare ai lavori di ristrutturazione e di rinforzo della fortezza di Policastro e dipendeva dalla Contea di Lauria che dipendeva da Riccardo di Lauria o Oria, il quale era figlio di Gibel e sarà il padre del noto Ammiraglio Ruggero di Lauria. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Il Campagna, senza dirlo esplicitamente scriveva che tra i feudatari che governarono il feudo di Aieta, dopo gli Scullando’, dopo cioè il 1171 (vedi nota 101 a p. 220), vi furono i “Lauria” o i “Loria”. Orazio Campagna, si riferiva a “Gibel di Loria”, il feudatario vassallo di Gisulfo di Padula e di Silvestro di Marsico, come è confermato nei due documenti pubblicati dalla Robinson (…) che ho citato.
Nel 1144, Riccardo di Lauria, figlio di ‘Gibel de Loria’ e padre di Ruggiero di Lauria
Sulle origini di Riccardo di Lauria ci vengono incontro i due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria al padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata, ovvero a suo nonno Gibel. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono di Riccardo di Lauria che: “Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi.“. I due studiosi però citavano due notizie diverse e differenti fra loro. La prima è quella che il nome di ‘Riccardo di Lauria’ si trovava citato nel ‘Catalogus Baronum’, mentre l’altra si riferisce ad un documento del 1239 tratto dai Registri persi della ‘Cancelleria’ di Federico II di Svevia, pubblicati dallo studioso Huillard-Bréholles (…), notizia riferita dal Racioppi e poi dal Pesce. Ma vediamo la prima notizia secondo cui il milite o feudatario “Riccardo di Lauria” era citato nel “Catalogus Baronum”, di cui ho già parlato quando ho parlato del padre di Riccardo, Gibel di Lauria. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrés en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Essi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che “Gibel dell’Oria o di Lauria”, personaggio citato nel ‘Catalogus Baronum‘, secondo il Cuozzo (…), feudatario che figura al n° 101, ma è errato perchè figura al n° 601, fosse il padre di Riccardo di Lauria di cui parleremo in seguito e dunque nonno dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. Secondo Musella e Augurio, dal ‘Catalogus Baronum’ risulta che Gibel di Lauria avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. Inoltre sempre secondo i due studiosi, Gibel era figlio della seconda moglie di Ruggiero, conte dell’Oria, Bulfanaria che ebbero appunto Roberto e Gibel. Sempre secondo i due studiosi, Gibel ebbe quattro figli: “Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo”. Riccardo il quartogenito fu conte di Lauria. C’è una relazione tra il milite ‘Ghibellus de Loria’ e Riccardo di Lauria ?. Secondo Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento‘, parlando di Caselle in Pittari e del ‘Catalogus Baronum‘ a p. 99, nella sua nota (108) postillava riguardo ‘Gibel’ di Lauria e, parlando di Gisulfo di Padula scriveva che: “(108) Ivi, p. 109, par. 602 (Ruggiero di Caselle per conto di Gisulfo amministra – come disse – un feudo d’un solo cavaliere e col raddoppiamento potè fornire due). Anche i ‘feuda’ di ‘Sanza’ e di ‘Loria’ erano retti da suffeudatari: rispettivamente da ‘Domina Sanse’ e da ‘Gibel de Loria’ (ivi, par. 600 e 601).”. Chi era il Riccardo di Lauria ?. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Ecc..”. Dunque secondo i due studiosi, Riccardo di Lauria fu il quarto figlio di ‘Gibel’. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Dunque, Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, in seconde nozze sposò Isabella (“Donna Bella”) Lancia, la zia di Bianca Lancia, amante ed ultima sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:
- Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
- Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
- una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
- Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.
Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Dunque, l’episodio è tratto dal Pesce (…) che a sua volta si riferiva al Racioppi (….). Il Pesce parlava dei primi feudatari di Lagonegro. Il Pesce scriveva che il padre dell’Ammiaglio Ruggero di Lauria, Riccardo di Lauria, certo “Riccardo de Loria”, o di Lauria, fu pure signore di Lauria, e aggiunge ciò che scriveva su di lui Giacomo Racioppi (…), nel vol. II a p. 179, ovvero che: “scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”,…..(2).”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania’, vol. II, a p. 179, parlando di Ruggero di Lauria scriveva che: “Ma Lauria fu il capo della signoria, che comprendeva i prossimi paesi di Lagonegro, di Castelluccio e Tortora e Aieta, e, probabilmente, Scalea e Rotonda; e Lauria come capo della signoria feudale diè il titolo alla famiglia. Il padre, familiare di re Manfredi, e signore di Lauria (2), morì con lui nella battaglia di Benevento; ecc..”. E’ nella sua nota (2) che il Racioppi postillava la notizia scrivendo che: “(2) E’ detto e scritto ‘Riccardus de Loria’ nel Registro del 1239 di Federico II (in ‘Hist. diplom., etc., di Breholles); e poichè a lui è dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria.”. Dunque, secondo il Racioppi (…) che scriveva sulla scorta dei documenti della ‘Cancelleria’ di Federico II di Svevia pubblicati dal Huillard-Bréholles (…), era era detto “Riccardus de Loria” nel 1239. Ma chi erano questi “prigionieri lombardi dell’Imperatore” di cui uno fu dato in custodia ad un certo “Riccardo di Lauria” ?. A quale episodio dell’epoca Federiciana si riferiva il Racioppi ?. Racioppi si riferiva ad una lettera dell’Imperatore Federico II di Svevia che scrisse nel 1239 e che era contenuta nell’unico ‘Registro’ della ‘Cancelleria’ federiciana salvatosi nell’incendio di San Paolo Belsito vicino Nola nel 1943. Questi documenti furono annotati in un manoscritto anch’esso oggi introvabile “il manoscritto Broccoli” consultato in Inghilterra da Huillard-Bréholles (….) mentre lavorava alla sua ‘Historia diplomatica Friderici secundi’, a cui si riferisce il Racioppi (…). In questa opera vennero pubblicati i documenti della ‘Cancelleria’ federiciana dal 1239-1240, delle lettere dell’Imperatore. La parte rimasta abbracciava sette mesi a cavallo tra l’ultimo scorcio degli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta del Duecento. Sono i mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX, tuttavia ‒ fatta eccezione per l’amara missiva indirizzata nel febbraio 1240 all’arcivescovo di Messina, il quale si era proposto inutilmente come mediatore tra l’imperatore e il pontefice ‒ nelle lettere non appare l’eco di questa vicenda, o almeno non direttamente; indirettamente invece numerose disposizioni rivelano a quale punto di tensione fosse giunto lo scontro tra i due sovrani: ad esempio quelle impartite per punire in maniera esemplare Benevento, l’enclave pontificia dove avevano trovato rifugio i sudditi siciliani partigiani del papa, o anche i ripetuti accenni a indagini e operazioni di controllo volte a intercettare lettere e messaggi diretti alla Curia romana, o i provvedimenti di espulsione ed esproprio con i quali Federico II esercitò una dura repressione nei confronti dei sudditi che avevano aderito alla causa papale. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Parla dell’antica famiglia di Ruggiero di Lauria e cita Carlo Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V. E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. La notizia riportata anche da Ebner e tratta dai registri della Cancelleria Angioina andrebbe ulteriormente indagata e riguarda l’epoca Federiciana della ‘Congiura di Capaccio’ in cui diversi feudatari delle nostre terre patteggiarono contro Federico II di Svevia oppure si riferisce al periodo immediatamente successivo alla presa di potere di Manfredi dopo la morte di Federico II di Svevia. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.“. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona, scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.“. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8, forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro (…), o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicola’. Restando sempre sulla Baronia di Lauria, su Tortorella ed i suoi casali di Vibonati, Casaletto e Battaglia che dipendevano da quella Baronia, lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 21, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini ecc..” ed io dico figlio del “Gibel de Loria” presente nel ‘Catalogus Baronum’. I nomi dei casali di Tortorella (“Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bactorum, Casalecti et Bactalearum‘”, sono ricordati in un documento della ‘Cancelleria’ Federiciana citato da Montesano in un’altra notizia che riguarda un documento del 1239-1240 pubblicato dal Winkelmann (…) e dal Carucci (….). che vedremo appresso. Nicola Montesano ci ricorda che secondo l’abate Giovan Battista Pacichelli (…), nel suo “Il Regno di Napoli in Prospettiva”, la Terra di Tortorella, con i suoi casali di Vibonati, Casaletto e Battaglia, verso il 1250, dipendeva dalla “Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero”. Dunque, secondo il Montesano, il Pacichelli (…) citava Riccardo di Lauria e parlava dei casali che nel 1250 dipendevano dalla “Baronia di Lauria”. Legendo il Pacichelli non ho trovato questa notizia ma mi chiedo sulla base di quale notizia il Pacichelli (….) adduceva che Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia “faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ? Chi era Riccardo di Lauria ? Qual’è il collegamento del feudo di Lauria con Tortorella e gli altri centri di cui ho parlato ?. Il collegamento si trova nel ‘Catalogus Baronum’ compilato intorno al 1144. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando della contea di Lauria, a p. 205 in proposito scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).”. Il Campagna, nella sua nota (29) postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, pag. 222.”. Dunque, il Campagna scriveva sulla scorta del Pesce che a sua volta scriveva sulla scorta del Racioppi e sulla storia di Riccardo di Lauria.
Nella metà del ‘200, Tortorella ed i suoi casali (Casalecti et Bactalearum)
Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15 in proposito scriveva che: “Sempre in questa “Memoria” si ricordano anche i nomi dei casali di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bactorum, Casalecti et Bactalearum’).”. Dunque, il Montesano citava la “Memoria” dove si ricordano i nomi dei casali di Tortorella: “Bactorum, Casalecti et Bactalearum”. A quale “momoria” si riferiva il Montesano ?. Il Montesano, a p. 15, in proposito scriveva che: “Nel 1321 il Re Roberto confirmò lo stesso, e tolse le onze”, così come riportato nell'”In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella” (19), memoria redatta nell’aprile del 1931 da Francesco Polito – De Rosa, cofirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti.”. Il Montesano (…), a p. 16, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e dell ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Covane di Gaetano – Salerno 1931 – Appendice, p. 5.”. Chi era l’autore di questa memoria scritta pubblicata a stampa, chi era Francesco Polito de Rosa, il cui memoriale scrive il Montesano “posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, ecc..” ? Il Montesano a p. 74, in proposito scrive che: “L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, secondo una leggenda che si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ecc..ecc… (108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il Sostituto Procuratore del Re. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi di usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”. Dunque, il Montesano riportava una notizia tratta da una Memoria manoscritta del 1931 e tratta da una causa di limiti intentata dal Comune di Casaletto contro il Comune di Tortorella, dove si leggeva che “si ricordano anche i nomi dei casali di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bactorum, Casalecti et Bactalearum’)”.
Nel 1200, le precettorie del basso Cilento
Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 22, in proposito scriveva che: “Tra le inchieste pervenute c’è fortunatamente anche quella condotta da Stefano arcivescovo di Capua, che reca al suo termine un elenco delle ‘domus seu preceptorie prioratus Capue, nec non membrorum omni dicti prioratus (5). Tra le 100 ‘domus’ menzionate vi erano ….

La Pellettieri, a p. 22, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. l’edizione del testo di M. Salerno, K. Toomaspoeg, L’inchiesta di papa Gregorio XI sugli Ospedalieri, cit.”. Sempre la Pellettieri, a p. 24, in proposito scriveva che: “Della precettoria di Cuccaro si sa che era dedicata a S. Giovanni (16) e tra il 1378-80 fu assegnata a fra Matteo de Cara di Roccagloriosa, insieme alle case di Policastro, Roccagloriosa, Tortorella (17) e Moliterno, che dovevano essere commende di scarso valore, visto che per tutte nel 1378 il precettore versò al Tesoro 13 ducati di ‘responsiones’, e due anni dopo, soltanto per Rocca e per Cuccaro, la somma di 10 ducati, forse perchè le altre si erano ulteriormente impoverite. Riguardo alle altre piccole ‘domus’, si sa che la precettoria di Policastro (18) era intitolata a S. Giovanni, quella di Roccagloriosa (19) a S. Giacomo, e alla morte del Cara furono assegnate nuovamente insieme, con l’esclusione di Tortorella e Moliterno, a fra Antonio di Policastro, con atto del 21 ottobre 1384 (20); oltre a ciò si ha notizia di un precettore di Policastro nel 1424, il napoletano Antonio Casatini (21).”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (16) postillava che: “(16) AOM, Codice 281, c. 52r. Sulla località di Cuccaro si veda L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato, op. cit., vol. IV, pp. 184-189.”. Riguardo la sigla AOM, la Pellettieri nella sua nota (….) postillava che: “National Libray, Malta, AOM, cod. 321.”. Sempre riguardo la sigla ‘AOM’, la Pellettieri, a p. 63 aggiungeva che: “Sui possedimenti di San Mauro la Bruca e Rodio sono stati rinvenuti sinora tre cabrei: uno conservato alla National Library di Malta redatto nel 1626 (con la segnatura di Archivio Ordine di Malta, n. 6159) ecc..”. Dunque la sigla ‘AOM’ significa Archivio Ordine di Malta che si trova alla Valletta. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Sulla località cfr. L. Giustiniani, cit., vol. IX, p. 219.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Su Policastro, cfr. L. Giustiniani, cit., vol. VII, pp. 224-229.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Su Roccagloriosa, L. Giustiniani, cit., vol. VIII, pp. 33-35.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (20) postillava che: “(20) AOM, Codice 321, cc. 201r – 204v; codice 281, c. 52r”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (21) postillava che: “(21) B. del Pozzo, Ruolo Generale, cit., sub anno 1420.”. Riguardo Tortorella, in un blog curato dal Comune di Tortorella, tratto dalla rete, troviamo la Chiesa della Sacra Famiglia, troviamo scritto “Il sacro edificio, semplice nell’armonia delle linee e delle tinte, delle luci e delle ombre, è di epoca molto remota. Già nel XV secolo era aperto al culto e definito Ecclesia et hospitale S. Marie Annunciata (a Porta Suctana). Topograficamente è disposto sul versante Sud-Est dell’abitato, a quota di 550 metri s. l. m. Ubicato lungo le antiche mura di cinta del paese, è prossimo all’entrata detta Porta Suctana, da cui il suo antico nome e quello del quartiere al quale essa appartiene. La Chiesa, di modeste dimensioni, è a pianta rettangolare, ad unica navata con porta principale contrapposta all’abside, porta di servizio laterale, una piccola finestrella verso il mare. Complessivamente la struttura riecheggia lo stile romanico. L’antico portale d’ingresso, in muratura intonacata, non presentava particolari degni di interesse. La copertura era a due falde poggiante su capriate lignee. La disposizione eliotermica dell’edificio, i resti di un affresco monocromo a tinte povere raffigurante il Cristo Redentore, sito nell’abside semicircolare, la povertà costruttiva della struttura e dell’ambiente, privo di qualsiasi elemento di valore artistico-architettonico, confermano l’origine basiliana del tempio. L’indicazione quattrocentesca “Ecclesia et hospitale” lascia presumere che esistesse un piccolo ricovero per anziani ed infermi costituente parte dell’attuale Chiesa.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, nel capitolo “4.3 Le origini”, a p. 132, in proposito cosi scriveva: “Ma anche per i secoli successivi tutto il territorio compreso tra il distretto di Sala Consilina e quello di Padula è interessato dall’esistenza di altre dipendenze degli Ospedalieri. Nel 1722 San Giovanni in Fonte, l’antico battistero di origini paleocristiane, costituiva una commenda dello stesso Ordine, dipendente fino al 1419 dal priorato della S.ma Trinità di Venosa (57).”. La Alaggio, a p. 132, nella nota (57) postillava: “(57) M. Gattini, I Priorati, i Balieggi, le Commende del Sovrano Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, Napoli, 1928, pp. 85 ss. i beni posseduti dalla Commenda di San Giovani iin Fonte, esistita fino al 1722, erano dislocati in varie parti del Vallo di Diano: a padula, Sala, Atena, San Rufo, Diano, Sassano, Monte San Giacomo, oltre che in Calabria, a Tortorella, e a Lagonegro, Policastro e Marsico Vetere.”.

Chiesa della Sacra Famiglia a Tortorella
TORTORELLA ALL’EPOCA DI FEDERICO II DI SVEVIA
Le fonti d’epoca Federiciana
Riguardo al periodo successivo Normanno-Svevo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia etc..’ vol. I a p. 249, in proposito al periodo successivo al ‘Catalogus Baronum’ scriveva che: “Nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da re Carlo, come risulta dai ‘Registri angioini’. Significato è il brano di A. di Costanzo (cit., p. 226) sul ritorno a Napoli di re Ladislao ecc..ecc..”. Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346). Altri documenti della Cancelleria angionina sono stati raccolti nel ‘Liber Inquisitionum Caroli Primi” dove si rielencavano gli stessi feudi e baronie esistenti ai tempi del ‘Catalogus Baronum’, ovvero ai tempi dei due Guglielmi I e II di Sicilia che poi furono donati da Carlo I d’Angiò ai suoi seguaci e tolti ai baroni che patteggiarono per Corradino di Svevia. Dunque, come scrive l’Ebner, riguardo le vicende successive al periodo di stesura del ‘Catalogus’, le stesse Baronie ivi elencate furono avocate al fisco da Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio, per “fellonia” e poi ancora in seguito, le stesse baronie elencate nel ‘Catalogus’ furono elencate in quei feudi che Carlo I d’Angiò restituì ai suoi seguaci dopo la caduta degli ultimi Svevi, di cui peraltro ho ivi scritto in un altro mio saggio. Riguardo le specifiche notizie su Tortorella, Casaletto e policastro nel periodo Federiciano, abbiamo la notizia dei feudatari delle nostre terre a cui Federico II di Svevia tolse le terre e la baronia a causa della loro “fellonia” (tradimento) nella ‘Congiura di Capaccio’ del 1145-1246, ordita già dal 1245 contro Federico II di Svevia e realizzatasi nel 1246 prende il nome dal castello di Capaccio dove convennero infine i cospiratori, all’avvenuta scoperta della congiura e dove se ne consumò l’epilogo nel luglio 1246. Infatti, tra questi feudatari vi sono quelli di Tortorella. Molti dei documenti contenuti nella ‘Cancelleria’ di Federico II di Svevia furono pubblicati nel 1888 da Winkelmann (…), nel suo “Acta Imperii Inedita”, documenti federiciani inediti conservati nei diversi Archivi Italiani e soprattutto non andati persi nel rogo del 1943 dell’Archivio di Stato di Napoli. Molti documenti dell’epoca Federiciana, riguardanti le nostre terre e l’ex Principato Longobardo di Salerno, furono pubblicate da Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, che, nel volume I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), pubblicava molti documenti d’epoca Federiciana. Tuttavia, per citare alcuni documenti d’epoca Federiciana, riguardanti le nostre coste, ho tratto alcune interessanti notizie da Onofrio Pasanisi (…), che nel 1926, pubblicò l’interessante saggio ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’.
Nel 1229, Policastro (forse pure Tortorella e Torraca) è città demaniale dei Ruffo
Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. Il Giustiniani (…), scriveva che “Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. Nel XIII secolo, in seguito alla dominazione Normanna e quella Federiciana, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, che però resterà tale fino all’anno 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo (…). Giovanni Ruffo, diventerà il primo feudatario della zona. Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. Così ricaviamo da una notizia riportata dall’Ebner e relativa ai primi momenti della dominazione angioina, che riferisce di un ordine relativo al “recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro” in favore della Regia Corte, di una somma pertinente alla bagliva della “terra di Policastro”, che l’autore identifica però con la Policastro cilentana (…). L’Ebner, scrive: “Vi è pure un ordine di recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro di VIII once d’oro e XV tarì per la bagliva della terra di Policastro” (…). L’Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”. Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Quindi, secondo i due studiosi (..), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo che diventerà il primo feudatario della zona. Questo significa che nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale. E così era anche il suo porto. Il Giustiniani (…), scriveva che “Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), si dilungano sulle mura e fortificazioni di Policastro, per poi aggiungere: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Secondo i due studiosi (…), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Nel 1211 Federico II,….a quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Il feudo di Policastro fu assegnato a Giovanni Ruffo (a. 1229).”.
Nel 1230-1231, Federico II di Svevia, nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato, come quello di Policastro e tra questi abitanti di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Camerota
I nomi dei casali di Tortorella (“Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bactorum, Casalecti et Bactalearum'”, sono ricordati in un documento della ‘Cancelleria’ Federiciana pubblicato da Winkelmann (…) e poi dal Carucci (…), citato da Nicola Montesano (…). Parlando del Castello e della fortezza di Policastro, Pietro Ebner, a p. 336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del castello di Policastro (32).”. Ebner, a p. 336, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Fidericus (…) Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscoli provisoribus castrorum, li costituisce provisores dei castrorum nostrum di Principato, Terra di Lavoro e Terra Beneventana (…) Castrum Policastri, ecc…”, e faceva riferimento al Carucci, vol. I, p. 89. Devo precisare però che il documento pubblicato a p. 89 del vol. I dal Carucci, riguarda la facenda del medico di Federico II e non dice nulla sui ‘provisores’ nominati per il “Castrum Policastri”. L’Ebner (…), scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 21 in proposito scriveva che: “Durante il periodo di dominazione normanno-sveva un ordine impartito da Federico II obbligava gli abitanti di Tortorella nel ‘iusticiaratu Principatus et Terre Beneventane’ a partecipare ai lavori di restauro del castrum di Policastro: “In primis castrum Pulicastri debet reparari per homines Turturelle et per homines Conse, per homines Turracae, per homines Rustrani, item per homines Brigetti et Tuclani, qui sunt de iusticiaratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per homines Muclarone et per homines tocius baronie Camerate, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est fomiglia ordinata” (32).”. Il Montesano, a p. 21, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Acta Imperii Inedita – Eduard Winkelmann – Innsbruck – 1880, pag. 775.”. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, parlando dell’Imperatore Svevo Federico II e, soprattutto al periodo successivo alla ‘Congiura di Capaccio’ ed alla crudele repressione che ne seguì, in proposito scriveva che: “Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del feudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. Il Winkelmann (…), a p. 775, in proposito a questo documento di cui non riporta data ma lo mette in “STATUTA OFFICIORUM” dove a p. 768 scriveva docum. n. 1005 del 1241-1246, a p. 775 in proposito scriveva che: “Nomina castrorum et domorum imperialis ducatus Amalfie, Principatus et Terre Beneventane et nomina terrarum iusticairatus eiusdem, que sunt deputate ad reparacionem castrorum et domorum imperialum eorundem”:

(Fig…..) Winkelmann (…), Acta Imperii Inedita, op. cit., p. 775, documento di Federico II
Ciò risulta dal Codice Diplomatico Salernitano sotto l’anno 1230-31 (…). Si tratta di un documento tratto dalla Cancelleria Angioina ma riguarda un documento dell’epoca Federiciana, ovvero il documento in Carucci (…) a p. 156, vol. I, LXXVIII, dove il Carucci scrive “1230-31 ?”, Federico II nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato ecc..“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, a p. 537, parlando di Policastro riportava la stessa notizia e in proposito scriveva che: “Un documento di Federico II informa che alle opere dimanutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro,Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (10).“. Ebner (…), a p. 537, vol. I, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Carucci, Codice diplomatico salernitano, cit., p. 89.”.Ma Ebner si sbagliava perchè il Carucci a p. 89 del vol. I, parla della questione della nomina del vescovo a Policastro nel 1211.

(Fig…..) Carucci, op. cit., vol. I, p. 89
Stesso errore fanno i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Nel 1211, ad esempio, per vescovo di Policastro era designato il medico del Re di Sicilia, Giacomo, poi eletto (76); nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (76), postillavano che: “(76) C. Carucci, Codice diplomatico salernitano del sec. XIII, Roma, Fonti per la Storia, ecc.., 1931, vol. I, p. 89.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (77), postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”. Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati‘, pubblicato nel 2001, a p. 52, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, dissertando sui diversi toponimi che Morigerati ha sulla documentazione d’epoca Angioina scriveva che: “Per quello di Policastro tra gli altri paesi, impose i pagamenti anche a “Muchrone”. Ciò risulta dal Codice Diplomatico Salernitano sotto l’anno 1230-31 (6).”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, vol. I, pag. 156, 157, 158. Gli altri paesi che dovevano concorrere alle spese erano: Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Camerota. I provisores erano due: Agneo de Mastuscio e Sanctoni de Montefuscoli.”. Il documento citato dal Gentile (…), nella sua nota (6), a p. 58, riguarda Federico II di Svevia ed è trascritto nel vol. I del Carucci Carlo (…), op. cit., a pp. 156-157-158 e come scrive lo stesso Carucci è tratto dalla Cancelleria Sveva trascritto dal Wilkelmann (…) “Acta Imperii”, n. 758. Il Gentile scriveva in proposito a tale documento pubblicato e tratto dal Carucci (…): “Fra i documenti normanni del 1150 e quelli angioini del 1278, è presente un’altra registrazione con un nome diverso ma similare: ecc..ecc…Per quello di Policastro tra gli altri paesi, impose i pagamenti anche a “Muchrone“. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, egli scriveva dell’Imperatore Federico II. La notizia è tratta dal Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, edito nel 1946, vol. I, ovvero il “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, dove a pp. 156-157, pubblicava il documento del 1230-1231 (?), che fu pubblicato da Winkelmann (…) , in ‘Acta imperiali’, n. 764. Il Winkelmann (…), secondo il Carucci (…), in ‘Acta Imperii ecc..’, al n. 775 e, tratti da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914, pubblicò il documento del 1230-1231, tratto dai Registri della Cancelleria Svevo-Angioina, dove si elencavano i “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione Sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi.”. Secondo il Carucci, questo elenco di castelli e fortezze imperiali appartenenti alla casa regnante dell’Imperatore Federico II di Svevia, nella Provincia di Salerno, all’epoca Angionina di Carlo I e Carlo II, non subì modifiche, ma restò inalterato. Come possiamo leggere dal documento del 1230-1231, pubblicato anche dal Carucci a p. 156-157 del vol. I, nel “Castrum Policastri”, ed al suo castello, vi era addetto il seguente personale: “LXXVIII. – 1230-1231 ?. Federico II nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato, di Terra di Lavoro e della Tera beneventana e dà loro istruzioni circa il numero dei servienti di ciascun castello, circa le paghe da corrispondersi loro, le riparazioni eventuali da farsi, la coltivazione delle terre annesse ecc… Per ogni castello ordina si faccia un inventario di quanto possiede di armi, vettovaglie, animali ecc.., redatto in triplice copia, di cui una resti al castellano, l’altro presso i detti ‘provisores’, e il terzo si mandi alla regia curia.” Il Carucci (…), nella sua nota a tergo del documento postillava che: “Dal Winkelmann. ‘Acta imp.’, n. 764”, ma a p. 764 non pubblica questo documento. Il documento in questione pubblicato dal Winkelmann è a p. 775. Nel documento è scritto: “Fridericus etc. Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscolo, provisoribus etc…”.

(Fig….) Carucci Carlo (…), op. cit., vol. I, p. 156 e s.
Il Carucci (…) a p. 157, aggiunge che: “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione Sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi. (Dal Winkelmann, ‘Acta Imperii’, pag. 775, e da Sthamer Eduard (…), in‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914). Durante i regni di Carlo I e Carlo II d’Angiò lo statuto di essi non subì cambiamenti notevoli e i castelli del Principato insieme con quelli di terra di Lavoro, furono alla dipendenza dello stesso ‘provisor castrorum’.”. Nella parte del documento pubblicata a p. 157 del vol. I dal Carucci, si legge: “Castrum Policastri’ debet reparari per homines Turturelle et per homines Sanse, per homines Turrace, per homines Roffrani; item per homines Brigelli (Rivello ?) et Triclani (Trecchina), qui sunt de iustitieratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per omines Muclarone (Morigerati; nel 1294 Moregeranum) et per homines totius baronie Camerote, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est familia ordinata.”.

(Fig…) 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 di Winkelmann (…) e, in Carucci (..), vol. I, p. 157


(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157
Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Ecc…”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.“. Sempre il Campagna (…), sulla scorta del ‘Codice Diplomatico Salernitano’, del Carucci (…), a p. 266, scriveva che: “Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Dopo la congiura di Capaccio nel 1242, episodio in cui alcuni Baroni del Regno, primi tra questi, al solito, i Sanseverino, decidono di ribellarsi all’Imperatore Federico II di Svevia, che era stato scomunicato dal papa, e dopo il suo epilogo che avvenne a Capaccio in cui tutti i congiurati vennero sterminati, compreso Tommaso e Guglielmo Sanseverino. I guasti del conflitto non rimesero circoscritti alla sola zona di Capaccio, ma incisero fortemente sulle condizioni di vita dell’intero Cilento.
Tancredi di Padula, figlio di Guglielmo di Padula
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia etc..‘ vol. I a p. 249, in proposito al periodo successivo al ‘Catalogus Baronum’ scriveva che: “Nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da re Carlo, come risulta dai ‘Registri angioini’. Significativo è il brano di A. di Costanzo (cit., p. 226) sul ritorno a Napoli di re Ladislao ecc..ecc..”. Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 21 in proposito scriveva che: “Durante il periodo di dominazione normanno-sveva un ordine impartito da Federico II obbligava gli abitanti di Tortorella nel ‘iusticiaratu Principatus et Terre Beneventane’ a partecipare ai lavori di restauro del castrum di Policastro: “In primis castrum Pulicastri debet reparari per homines Turturelle et per homines Conse, per homines Turracae, per homines Rustrani, item per homines Brigetti et Tuclani, qui sunt de iusticiaratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per homines Muclarone et per homines tocius baronie Camerate, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est fomiglia ordinata” (32).”. Il Montesano, a p. 21, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Acta Imperii Inedita – Eduard Winkelmann – Innsbruck – 1880, pag. 775.”.
Nel 1239, Federico II di Svevia conferma i feudi di Ajeta e Tortora a GILBERTO CIFONE
Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, Orazio Campagna scriveva che il feudo di Aieta arrivò ai Loria, dopo gli Scullando, “ai quali era passata da una de Giffone (103).”. Secondo il Campagna, il feudo di Aieta passò ai Loria da una donna appartenente alla famiglia dei “de Giffone”. Chi era questa donna appartanente alla famiglia dei “Giffone”, vecchi feudatari di Aieta, subentrati ai Scullando ?. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei luoghi della Calabria – vol. I da A-B”, a p. 21 alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Dunque, il Valente scriveva che il feudo di Aieta, dagli Scullando passò a GILBERTO GIFFONE, aggiungendo che il feudo di Aieta “una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Il Valente non dice chi fosse questa feudataria dei “GIFFONE”, figlia ed erede di GILBERTO GIFFONE e, che sposò qualche personaggio dei Loria. Chi erano questi feudatari ?. In primo luogo se il feudo arriva a Riccardo di Lauria in epoca Sveva, quale era l’epoca in cui dominavano i “de Cifone”. I Ciffone o Giffone dominavano la valle ed anche il paese di Tortora in epoca Sveva, ma erano feudatari di Tortora e Aieta fin dai tempi Normanni. Nel 1239, il feudo di Tortora fu confermato da Federico II di Svevia a “Gilberto Gifone”. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg., parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del secolo XI il territorio tortorese divenne un feudo dei Normanni, che, appunto, chiamavano ‘Terre’ i loro feudi. Normana era sicuramente la famiglia Cifone, un cui componente, GILIBERTO CIFONE, era signore di Tortora nell’ultimo periodo della dominazione normanna. Il feudo di Tortora doveva essere stato della famiglia Cifone fin dall’inizio della dominazione normanna, se è vero, come sembra che Giliberto avesse ereditato il feudo dagli avi. Dopo Giliberto lo ereditò il figlio RINALDO, che viene citato nei primi documenti feudali (vedi il successivo periodo svevo).”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: “A Tortora il passaggio dei poteri dai Normanni agli Svevi non fu nemmeno avvertito, in quanto i Cifone continuarono a conservare il feudo. Nei documenti feudali infatti risulta che nel 1239 Federico II confermò nel feudo Gilberto Cifone. Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era Rinaldo, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Il Pucci scriveva che i Cifone conservarono il feudo di Ajeta anche in epoca Sveva. Essi dominarono la zona di Tortora e di Ajeta dal periodo Normanno a quello Svevo. Il Pucci (…) cita ancora il Gilberto Cifone a p. 85 scrivendo che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria. Ecc…”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci (…), ci parla di un certo Gilberto Cifone. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora”, ‘Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Per una distrettuazione del territorio in età normanna e poi sveva si rimanda a F. PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, in Storia della Basilicata. 2. Il Medioevo, a cura di C.D. FONSECA, Roma-Bari, Editori Laterza, 2006, pp. 86-124.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “Difatti, l’intero territorio in cui si circoscrivono la nascita ed i possedimenti di Ruggero indicati en passant come ventiquattro castelli dal Muntaner – e segnatamente quello più settentrionale, coincidente, oggi, con il cosiddetto Lagonegrese (59) – sconta lacune documentarie significative soprattutto per quanto riguarda i secoli centrali del Medioevo. Pertanto non stupisce come anche la pregevolissima Storia della Basilicata. 2. L’Età Medievale, pubblicata qualche anno fa dall’editore Laterza e curata da Cosimo Damiano Fonseca, non possa più di tanto indugiare su quelle terre situate a contermine con la Calabria settentrionale e coincidenti, in età normanna, in massima parte con i domini della signoria lucana dei Chiaromonte (60). Queste terre non entrarono a far parte del Catalogus Baronum (61) per il fatto di riferirsi, il Catalogus, solamente al Ducato di Puglia e al Principato di Capua, e le seconde – comprese nel pur longevo distretto di Val Sinni –, in sostanza, al territorio calabrese.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, nelle sue note (59-60-61) postillava che: “(59) Le difficoltà relative a questo territorio tuttavia non concernono solamente il Medioevo. Non meno problematiche sono le indagini in Età Moderna. Cfr., da ultimo, V. CAPODIFERRO, Il Lagonegrese borbonico. Note economiche sulla situazione preunitaria, «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», LXXIV, 2007, Roma, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, pp. 189-229. (60) Sui distretti feudali lucani e della Basilicata, si rimanda ancora a PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, p. 103, ma si veda anche S. POLLASTRI, La féodalité de la région de Matera, pp. 129-158. (61) Catalogus Baronum, a cura di E. JAMISON, Roma, ISIME, 1972 (Fonti per la Storia d’Italia, 101*). Sul Catalogus, oltre allo studio preliminare premesso dalla Jamison, si vedano EAD., Additional Work by E. Jamison on the “Catalogus Baronum”, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoniano (e da ora BISIMEAM)», 83, 1971, pp. 1-63 e Commentario, a cura di E. CUOZZO, Roma, ISIME, 1984 (Fonti per la Storia d’Italia, 101**). Cfr., altresì, E. MAZZARESE FARDELLA, Il contributo di Evelyn Jamison agli studi sui Normanni d’Italia e di Sicilia, «BISIMEAM», 83, 1971, pp. 65-78.”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Sui Cifone di Aieta ha scritto pure Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Sui Cifone di Aieta ha scritto pure Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Infatti, come vedremo innanzi (anno 1239), Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: “Ed infatti, al tempo di Federico II, Tortora era feudo di Giliberto Cifone, a cui fu dato in custodia tramite il giustiziere della Valle del Crati e di Terra di Giordana, ecc…”. Inoltre, sempre dal Fulco (….), apprendiamo che ai tempi di re Carlo I d’Angiò, in una vertenza sorta tra Rinaldo Gifone, figlio di Gilberto e Paliana di Castrocucco, in proposito scriveva che i Gifoni, all’epoca di Corradino di Svevia “I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc…”.
Nel 1239, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano), dopo la Signoria dei Guarna, Tortorella, Casaletto e Battaglia
Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239. Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Il più antico e inedito diploma che ci informa dei feudatari di Diano è del 1195 (21). Con esso il figlio di Goffredo di Hauteville, conte di Capitanata (+ 1101) e fratello del Guiscardo, che aveva assunto il nome del vinto Filippo Guarner, conte di Marsico e signore di Diano, vendette terre demaniali, site nel territorio della città di Diano e propriamente a Valle dei Razzoni, pertinente alla chiesa di S. Marciano (fucina dei falsi documenti, a dire di M. Galante), grancia dell’Abbazia di Cava. Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo ?), da cui a Silvestro (II, + 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, + 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo poi fu spogliato della contea e della Signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ruggiero che era stato investito anche degli altri beni confiscati, avendo imprigionato a Salerno alcuni baroni, temendo di essere incolpato da re Manfredi fuggì presso Carlo d’Angiò che, conquistato il Regno, lo investì anche della baronia di Diano.”. Ebner, a p. 636, nella nota (22) postillava che: “(22) Reg. A., f 125”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Riguardo i Guarna, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), che i conti Guarna discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i Normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Capitanata (a. 1053). Da Goffredo (+ 1163), il secondo Goffredo, conte di Conversano, da cui discendenti Sibilla (+ 1103) che sposò Roberto di Normandia (v. Ebner, Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo o Goffredo, Silvestro (+1163), Guglielmo (+ 1180) e poi Filippo.”. Sempre Ebner (….), a p. 419 parlando di S. Arsenio, in proposito scriveva che: “La giurisdizione criminale, invece, continuò a essere esercitata dai conti Guarna, signori di Diano, da cui dipendeva S. Arsenio. Nel 1054 anche Silvestro (II) Guarna donò il casale di S. Pietro di Tramutola alla Badia. Alla morte di Guglielmo (+1180) successe, nella contea e signoria di Diano, Filippo al quale vennero bloccati i beni per ribellione. La contea di Marsico fu tenuta ‘maritali nomine’ da Guglielmo di Sanseverino che aveva sposato Isabella Guarna di Marsico (sorella di Filippo) prima che la contea fosse devoluta al fisco. Federico II concesse al figliuolo di Guglielmo, Tomaso (I), di comprarla devolvendo però alla R. Corte la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento e versando mille once d’oro. Dopo la ribellione di Tomaso, il figliolo di Ruggero, scampato alla morte e condotto a Lione da papa Innocenzo IV (ne sposò la nipote, figlia del conte Fieschi) (5), riebbe le contee di Marsico e di Sanseverino da re Manfredi. Degli angioini Ruggero (sposò in seconde nozze Teodora, sorella di S. Tommaso d’Acquino) ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”. Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”.
Nel 1250, Tortorella, i suoi casali di Casaletto e Battaglia e la baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria
Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 21 in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Ecc..” ed io dico figlio del “Gibel de Loria” presente nel ‘Catalogus Baronum’. Il Montesano ci ricorda che secondo l’abate Giovan Battista Pacichelli (…), nel suo “Il Regno di Napoli in Prospettiva”, la Terra di Tortorella, con i suoi casali di Vibonati, Casaletto e Battaglia, verso il 1250, dipendeva dalla “Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero”. Dunque, secondo il Montesano, il Pacichelli (…) citava Riccardo di Lauria e parlava dei casali che dipendevano dalla “Baronia di Lauria”. Legendo il Pacichelli non ho trovato questa notizia ma mi chiedo sulla base di quale notizia il Pacichelli (….) adduceva che Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia “faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ? Dunque, secondo il Montesano, il Pacichelli (…) citava Riccardo di Lauria e parlava dei casali che nel 1250 dipendevano dalla “Baronia di Lauria”. Legendo il Pacichelli non ho trovato questa notizia ma mi chiedo sulla base di quale notizia il Pacichelli (….) adduceva che Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia “faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ? Chi era Riccardo di Lauria ? Qual’è il collegamento del feudo di Lauria con Tortorella e gli altri centri di cui ho parlato ?. Il collegamento si trova nel ‘Catalogus Baronum’ compilato intorno al 1144. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando della contea di Lauria, a p. 205 in proposito scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).”. Il Campagna, nella sua nota (29) postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, pag. 222.”. Dunque, il Campagna scriveva sulla scorta del Pesce che a sua volta scriveva sulla scorta del Racioppi e sulla storia di Riccardo di Lauria.
Nel 1250, ROBERTO DI TORTORELLA
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento’ nel vol. II, a p. 678, parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “Il Pacichelli (15) ci informa della vecchia (fuochi 197 = ab. 985) e della nuova (76 = 380) numerazione di Tortorella, università inclusa tra le camere riservate. L’Antonini (II, p. 435) accenna soltanto alla “grossa Terra” di Tortorella. Il Galanti (16) ecc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (15) postillava che: “(15) Pacichelli, I, p. 328”. Io vedo che la “numerazione focatica di Principato Citra” pubblicata dal Pacichelli su Tortorella è nel vol. I, a p. 338 dove è scritto appunto che: “vecchia 197 e 76 nuova”, e secondo il calcolo dell’Ebner doveva essere ai tempi di Pacichelli, 1700, 985 abitanti nella vecchia numerazione e nella nuova 380 abitanti. I dati sulle numerazioni focatiche e sul calcolo derivano dagli studi di Alfonso Silvestri.
RICCARDO DI LAURIA E PALIANA DI CASTROCUCCO
Nel 12……, Riccardo di Lauria al tempo di Federico II di Svevia
Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, il Campagna scriveva che la Terra di Aieta e di Lauria ebbero come signore e feudatario un Riccardo di Lauria. Il Campagna aggiunge pure che dopo la morte di Riccardo di Lauria, il feudo fu ereditato dal figlio che aveva lo stesso nome. Dunque, secondo il Campagna, vi erano due Riccardo di Lauria. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Antica famiglia che trasse il predicato dalla contea di Lauria. “Loria” è forma umanistica dello stesso predicato. La famiglia pare abbia avuto per capostipite un de Clojrat, omonimo d’una Terra di Normandia. Si ignora se fu uno dei quaranta cavalieri venuti nel Mezzogiorno d’Italia al servizio di Guaimario di Salerno o se sia venuto con gli Altavilla. Ebbero feudi che andavano da Lauria a Lagonegro, e, sul Tirreno, lungo le coste della Calabria, della Basilicata e della Campania (C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 21, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.“. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia madre di Manfredi, figlio naturale di Federico II. Dall’unione nacque nel 1250 nel castello di Scalea, Ruggero di Loria. Riccardo, a seguito della parentela acquisita, riottenne la sua baronia e si mostrò degno di fiducia verso la casa sveva per la quale nel 1266 morì gloriosamente a fianco di re Manfredi nella battaglia di Benevento.”.
Nel 12….. (?), Riccardo di Lauria (figlio di Gibel de Loria) si unisce in prime nozze con Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (131) postillava che: “(137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Nell’edizione del 1610 ho trovato che Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Il Campanile scriveva che: “La Casa di Loria, ò vero dell’Oria, le cui armi sono tre fascie d’argento interposte in altre tante azzurre, è una delle più antiche del nostro Regno. Il primo, che di questa famiglia ritroviamo nominato ne’ Regij Archivij è Riccardo Signor di feudi in Basilicata, à cui nell’anno 1239. l’Imperador Federico II. come uno dei Baroni del Regno, comette alcuni Stadici datigli da’ Paduani, e nel medesimo tempo il manda per Vicerè, e Capitano à guerra nella Provincia di Terra di Bari. Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina. Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”.

Dunque, il Campanile scriveva che “Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”, ovvero scriveva che Roberto si sposò in prime nozze con “Paliana di Castrocucco” e da lei ebbe una figlia chiamata “Beatrice” che sposò Riccardo d’Arena, Signore di Arena e di Santa Caterina. Su un blog in rete troviamo scritto che Riccardo (+ ucciso da Jeronimo Sambiase nella battaglia di Benevento 26-2-1266 – Re Manfredi muore nella medesima occasione tra sue braccia), Signore di Lauria dal 1254, Signore di Scalea nel 1266; aveva feudi in Basilicata (1239) e in Calabria, Vicerè e Capitano di guerra in Terra di Bari, Gran Privado del Re Manfredi di Sicilia. 1°) = Paliana di Castrocucco. 2°) = Bella d’Amico, figlia di Guglielmo d’Amico e di Macalda Scaletta Signora di Ficarra (+ all’ospedale di Messina, in miseria), fu la Governante della Regina Costanza d’Aragona e si risposò con Alaimo di Leontina. Rosanna Lamboglia (….) scriveva che i documenti ci riportano a due Riccardo di Lauria e a due matrimoni, con una “Paliana di Castrocucco”. Il primo Riccardo di cui si parla nei documenti è un Riccardo che in età sveva aveva sposato una certa “Paliana Pascale di Castrocucco”. Inoltre, i documenti angioini ci parlano di un “Riccardo di Lauria” che nel 1277 ha sposato una “Paliana o Palliana di Castrocucco”, figlia del Giustiziere di Basiliaca “Podiolo”. Sul “Riccardo di Lauria” d’epoca Sveva, la Lamboglia scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi.”. Dunque, la Lamboglia scrive che questo Riccardo di Lauria visse al tempo di Federico II di Svevia e che ad un certo punto sposò in prime nozze con la nobile Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia che gli portò in dote i feudi di Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra che appartenevano al padre di lei, Podiolo, giustiziere di Basilicata al tempo di Federico II. Dalla prima moglie Palliana di Castrocucco, Riccardo di Lauria ebbe una figlia. Augurio e Musella scrivono che la figlia si chiamava “Beatrice”, mentre su Wikipedia leggiamo che Riccardo ebbe “Costanza di Lauria”. Augurio e Musella (….), a p. 24-25, in proposito scrivevano che: “Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:
- Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
- Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
- una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
- Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.
Nel 12….., Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia (….), a p. 47, nella nota (137) postillava che: “(137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Da Wikipidia leggiamo che Riccardo di Lauria sposò Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo di Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Ecc…”. Nell’edizione del 1610 ho trovato che Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Dunque, il Campanile scriveva che “Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”, ovvero scriveva che Roberto si sposò in prime nozze con “Paliana di Castrocucco” e da lei ebbe una figlia chiamata “Beatrice” che sposò Riccardo d’Arena, Signore di Arena e di Santa Caterina. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta. Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono a lungo la Terra furono i de Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”.
TORTORELLA ALL’EPOCA DI MANFREDI E CORRADINO DI SVEVIA
Nel settembre 1266, Corradino di Svevia a Tortorella e poi sconfitto da Carlo I d’Angiò a Tagliacozzo
La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riportata da alcuni studiosi secondo cui all’epoca della discesa di Corradino di Svevia le galee di Federico Lancia e di Riccardo Filangieri si portarono nel Golfo di Policastro. Di Federico Lancia, ne ha parlato Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, a proposito di una lettera del 1279 di Carlo I d’Angiò che citava la terribile sua repressione dei ribelli di Tortorella che avevano patteggiato con Corradino di Svevia, figlio dell’imperatore Corrado IV. In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 (7). Ebner, in proposito alla citata lettera, postillava nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “Diversamente interessante una lettera di re Carlo I al giustiziere di Principato di Terra Beneventana del 1279 (7) che ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia. Come è noto, chiamato da costoro dopo la morte di re Manfredi (1266), nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, il quale fu accolto trionfalmente a Roma…..Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Ecc…”. Ebner, a p. 676, nella sua nota (7), postillava che il documento è “(7) Reg. 33, f. 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Leggendo i Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri ed in questo caso ricostruiti da Jole Mazzoleni (…), a pp. 141-142 del vol. XX, pubblicati dall’Accademia Pontaniana, a p. 142, la Mazzoleni nella sua nota postillava che il documento era tratto da Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ a p. 7 (trascrizione parziale) ecc…Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, il Minieri-Riccio (…), in proposito scriveva che: “Aprile 4 – Torre di S. Erasmo presso Capua – Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e Terra Beneventana che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino, ed allo approssimarsi che fecero al littorale di Policastro le galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri si portarono tutti ad incontrarli col vessillo imperiale (4) e quindi ricevutili come capitani li condussero nella detta terra di Tortorella affidando nelle loro mani l’amministrazione e il governo di tutto; ed alla venuta di Corradino fecero solenni e pubbliche feste.”. Minieri-Riccio (…), a p….., nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cum vexillo ad Aquilam”. Sempre il Minieri Riccio, a p…., nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. Ang. 1278. B. n. 30, fol. n. 75 t.” e nella nota (3) postillava che: “(3) Ivi fol. 94, il 1°”. Sebbene dell’interessante episodio di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, l’Ebner scrivesse: “Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo”, effettivamente l’episodio non viene registrato negli ‘Annali’ dei diversi studiosi dell’epoca ma bisognerà continuare ad indagare l’interessante notizia.
Manfredi ed i suoi partigiani delle nostre terre dai documenti della Cancelleria Angioina
Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…”. La Pollastri (…), suggerisce pure di vedere S. Pollastri, ‘La noblesse napolitaine sous la dynastie angevine: l’aristocratie des comtes (1265-1435)’, tesi di dottorato Parigi, X- ecc….Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Riguardo il testo citato sia da Ebner (…) e dalla Pollastri (…), il ‘liber donationum etc..’, il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber donationum Caroli Primi’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai possessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche a p. 30 nella sua nota (3). Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.”. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intestazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit., II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoletane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.
Il “Proditores” (ribelle) “Roberti de Turturella proditoris” partigiano di Manfredi di Sicilia
Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores‘ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…“. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò. Fra questi nomi che la Pollastri sulla scorta di Pispisa (…) dice troviamo Giovanni de Pisis di Policastro e Roberto di Tortorella. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind., f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella.
GIOVANNI DA PROCIDA, il ‘proditores‘ (ribelle) e partigiano di Manfredi
Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito scriveva che: “Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8).”. L’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 163 leggiamo altro e invece a p. 153 si trova segnato il documento n. 312 segnalato da Ebner (…). Nel documento n. 312, del Registro XXXVII, a p. 153, leggiamo che: “312. – (Margarite Guarne vidue qd. Matthei de Padula concedit an. provisionem unc XX super bonis Iohannis de Procida proditoris, in excambium castrum Sanse, Turturelle e Casalisnovi, que tenebat pro dotario). (Reg. 1272, XV ind., f. LXXXVIII, t) e, poi postilla: “Fonti: De Lellis, l.c., n. 646.”.
Nell’agosto 1268, alcuni soldati di Tortorella patteggiarono per Corradino di Svevia
Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riportata da alcuni studiosi secondo cui all’epoca della discesa di Corradino di Svevia le galee di Federico Lancia e di Riccardo Filangieri si portarono nel Golfo di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, parlando di Tortorella, citava una notizia su Corradino di Svevia nelle nostre terre a proposito di una lettera del 1279 di Carlo I d’Angiò che citava la terribile sua repressione dei ribelli di Tortorella che avevano patteggiato con Corradino di Svevia, figlio dell’imperatore Corrado IV. In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. La notizia citata dall’Ebner (…), era tratta da una lettera del 1279 di re Carlo I d’Angiò che citava l’episodio in cui Corradino di Svevia, prima di perdere la battaglia di Tagliacozzo e prima della sua cattura e uccisione avvenuta a Napoli ad opera dello stesso Carlo I d’Angiò. La notizia si riferisce ad eventi accaduti prima della battaglia di Tagliacozzo. La battaglia di Tagliacozzo fu una battaglia combattuta nei piani Palentini il 23 agosto 1268 tra i ghibellini sostenitori di Corradino di Svevia e le truppe angioine di Carlo I d’Angiò, di parte guelfa. Dunque la notizia tratta dalla lettera di re Carlo I d’Angiò, riguarda eventi accaduti o nello stesso anno della battaglia (a. 1268) o l’anno precedente (a. 1267). Credo si tratti di un evento antecedente al 23 agosto 1268. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 ed in proposito alla citata lettera, scriveva che: “Diversamente interessante una lettera di re Carlo I al giustiziere di Principato di Terra Beneventana del 1279 (7) che ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia. Come è noto, chiamato da costoro dopo la morte di re Manfredi (1266), nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, il quale fu accolto trionfalmente a Roma…..Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offizza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Ecc…”. Ebner, a p. 676, nella sua nota (7), postillava che il documento è “(7) Reg. 33, f. 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Leggendo i Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Jole Mazzoleni (….) e pubblicati da Riccardo Filangieri (…), vol. XX, a pp. 141-142,

pubblicati dall’Accademia Pontaniana (…), a p. 141, al n. 324, del Registro n…….., la Mazzoleni postillava che il documento era tratto da: “Fonti: Minieri-Riccio, il Regno etc., p. 7 (trascrizione parz.) id.; Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”, dove si legge il seguente testo: “324. – (Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e T. Beneventana, che il milite Roberto de Bertanoni, che il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni de Aldo e Anselino de Offizza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino, ed allo approssimarsi che fecero al littorale di Policastro le galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri si portarono tutti ad incontrarli col vessillo imperiale e quindi ricevutili come capitani li condussero nella detta terra di Tortorella affidando nelle loro mani l’amministrazione e il governo di tutto; ed alla venuta di Corradino fecero solenni e pubbliche feste.”. A p. 142, la Mazzoleni (…) postillava che il documento era tratto da Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ a p. 7 (trascrizione parziale) ecc….Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, il Minieri-Riccio (…), in proposito scriveva che: “Aprile 4 – Torre di S. Erasmo presso Capua – Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e Terra Beneventana che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino, ed allo approssimarsi che fecero al littorale di Policastro le galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri si portarono tutti ad incontrarli col vessillo imperiale (4) e quindi ricevutili come capitani li condussero nella detta terra di Tortorella affidando nelle loro mani l’amministrazione e il governo di tutto; ed alla venuta di Corradino fecero solenni e pubbliche feste.”. Minieri-Riccio (…), a p….., nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cum vexillo ad Aquilam”. Sempre il Minieri Riccio, a p…., nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. Ang. 1278. B. n. 30, fol. n. 75 t.” e nella nota (3) postillava che: “(3) Ivi fol. 94, il 1°”. La Mazzoleni, a p. 142, postillava che il documento angioino oltre che dal Minieri-Riccio era stato tratto anche da: “Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”. Il Minieri-Riccio (…) si riferiva al testo edito nel 1900 di Pietro Braida, La responsabilità di Clemente IV. e di Carlo 1. d’Anjou nella morte di Corradino di Svevia / Pietro Brayda. Sebbene dell’interessante episodio di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, l’Ebner scrivesse: “Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo”, effettivamente l’episodio non viene registrato negli ‘Annali’ dei diversi studiosi dell’epoca ma bisognerà continuare ad indagare l’interessante notizia. Dunque, l’Ebner (…), il Minieri-Riccio (…) e la Mazzoleni, ci ricordano che i ‘proditores’ (ribelli) puniti e segnalati da Carlo I d’Angiò in quanto partigiani di Corradino di Svevia furono i militi: Roberto de Bertanoni, Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Offizza della Terra di Tortorella. Questi militi, secondo Carlo I d’Angiò andarono sulla costa di Policastro per incontrare con il vessillo reale di Corradino le galee di Federico Lancia e Riccardo Filangieri. Riccardo Filangieri Conte di Marsico, fu al fianco della dinastia Sveva, prima con Manfredi e poi con Corradino di Svevia. Stabilitosi in Sicilia dopo i Vespri Siciliani, fu il capostipite del ramo siciliano dei Filangieri. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Manfredi re di Sicilia nominò Conte di Marsico, Riccardo Filangieri. Dopo la caduta del re Manfredi, la contea è stata restituita alla famiglia Sanseverino da Carlo I re di Sicilia. Riccardo Filangieri, conte di Marsico sostenne prima Manfredi e seguì poi Corradino nella sua infelice spedizione (1267–68). Dopo la battaglia di Tagliacozzo ebbe perciò confiscati i feudi e fu costretto alla fuga; scoppiata l’insurrezione del Vespro (1282), si rifugiò in Sicilia, e diede origine al ramo dei Filangieri di Sicilia. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Forse dell’episodio è quello di cui ci parla Michele Amari (…), nel suo ‘La guerra del Vespro Siciliano’, che nella sua ristampa del 1947, a pp. 32-33, del cap. III, troviamo scritto che dopo la sconfitta di Corradino a Tagliacozzo e la sua cattura da parte di Carlo I d’Angiò di cui alcuni partigiani svevi non sapevano, e sebbene non ho trovato un esplicito riferimento ai fatti raccontati dallo stesso re Carlo I d’Angiò nella sua citata lettera, l’Amari in proposito scriveva che: “Dè combattimenti grossi non n’era seguito alcuno fino alla state del sessantotto: le armi s’erano impugnate più volentieri pei misfatti. Ma quando Corradino mosse di Roma verso i confini del Regno (22 luglio) l’armata ghibellina salpò a quella volta dalle foci del fiume Tevere : circa quaranta legni, capitanati da Guido Boccio di Pisa e da Federigo Lancia, vicario di Corradino…..Ignoravano dunque i capi la sconfitta di Corradino, o speravano di ripararla?. Uscì lor incontro da Messina l’armata regia di ventiquattro galee provenzali e sette del paese. I Pisani urtarono di mezzo la fila nemica e la ruppero, sicchè separati i Provenzali dà Messinesi, quelli si rifugiarono con Roberto de Lavena, genovese, e a capo di due giorni, giunti ad Astura, presero l’infelice Corradino…..Ma l’armata pisana, sbarcato ch’ebbe in Milazzo Federico Lancia e il conte Arrigo di Ventimiglia, s’appresentava a Messina in atto ostile e superbo; ecc..ecc…scrive il Neocastro, …..e il trenta settembre era già ritornata a Pisa; mentre rinonando già per ogni luogo la vittoria di re Carlo, il numero dei ribelli scemava ogni dì. S’aggiunga che in Sicilia la parte di Corradino avea troppi capi: Federigo Lancia vicario, Corrado Capece vicario anch’esso, Niccolò Maletta, Corrado Lancia, Arrigo di Ventimiglia e altri nobili, e dè condottieri toscani e Tedeschi, senza contare Don Federigo di Castiglia. Dapprima s’andò d’amore e daccordo, ch’era sola speranza di salute; onde fu eletto capitano Federigo Lancia e continuossi la guerra a nome del novello “re di Sicilia e di Gerusalemme” ecc..ecc..”. Dunque l’Amari scriveva la storia anche sulla scorta del Neocastro e di Saba Malaspina che hanno lasciato delle pagini indelebili di quegli avvenimenti. E’ a questi episodi che forse si riferiva Angelo Bozza (…), allorquando scriveva di Arrigo o Enrico il vecchio Còte di Rivello ai tempi di Corradino di Svevia. Angelo Bozza (…), sulla scorta del Collenuccio e del Summonte, nel vol. I, a p. 367, per l’anno 1266 (dopo la morte di Manfredi) in proposito scriveva che: “Alla fama della venuta di Corradino, molte province del regno, maltrattate da governatori francesi si ribellarono contro Carlo. Capi della ribellione Enrico, vecchio conte di Rivello, ecc…”. Del vecchio Enrico Conte di Rivello, ho già parlato ai tempi di Manfredi e di Corrado IV, padre di Corradino di Svevia. Per la verità ne ha parlato anche l’Antonini (…) che lo chiamò Guglielmo, ribelle di Federico II di Sevia forse ai tempi della ‘Congiura di Capaccio’. Di sicuro posso dire che i fatti raccontati dallo stesso re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, di partigiani della terra di Tortorella sono ascrivibili al periodo in cui questa terra insieme a Torraca, Lagonegro, Rivello, Lauria e Trecchina, facevano parte della Contea di Lauria, dove morto il vecchio conte Riccardo di Lauria, i suoi possedimenti passarono ai suoi due figli, Riccardo e Ruggiero il celebre ammiraglio della casata Aragonese di Pietro III d’Aragona, famglie queste tutte imparentate con i Lancia e Manfredi di Svevia, dunque fedelissimi agli Staufen e alla memoria di Federico II, del quale erano stati per decenni la temibile guardia scelta. Nicolò Jamsilla (…), nella sua ‘Storia di Niccolò Jamsilla, delle Gesta di Federico II Imperatore e dè suoi figli Corrado e Manfredi re di Puglia e di Sicilia (1210-1258)‘, stà in Giuseppe Del Re (…), nel suo vol. II di “Scrittori e scrittori sincroni napoletani a cura di Giuseppe Del Re, etc…” (vedi da p. 100 a p. 200). Poi attacca con Saba Malaspina (…), ovvero con le “Istorie delle cose di Sicilia (1250-1285)” che troviamo da p. 200 del vol. II del testo di Giuseppe Del Re prima citato. Saba Malaspina (…) fa la cronaca continuazione di quella del Jasmilla. Il Racioppi (…) si riferisce al cronista Jamsilla (…), ……..che ci parla dell’assedio di Lucera e di Galvano Lancia, ecc…Il Racioppi (…) continuando il suo racconto scrive: “E non dirò altrimenti come, sparsa la voce della morte di Corradino lontano, Manfredi si proclama re del reame; ecc…”. Il Saba Malaspina (…), nel suo ‘Chronicon‘ sulla casata Sveva che descrive gli anni dal 1250 al 1285, a p. 291 del Giuseppe Del Re (…), op. cit., che lo riporta completamente trascritto e tradotto, in proposito ai fatti accaduti di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettra del 1279, a p. 292 del Libro IV, riferisce che: “Dopo che fu inviato vicario in Sicilia Filippo di Monforte, uomo bellicoso e bello della persona. Il quale colà andando, il conte Federigo Lancia, fratello del fu Galvano, difendea contra i fedeli del re il castel di Sala, che è in Calabria, per sito fortissimo; il qual finalmente asssediato da gran moltitudine di fedeli, il predetto conte venuto con quelli a patti, restituillo ed abbandonò loro, e sano e salvo condotto, secondo il patto, al mare, passò di poi in Romagna.”. Forse l’episodio che ci racconta il Malaspina (…) riguarda gli eventi di cui parlava re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279. Il Malaspina, racconta della presa del Castello del castrum di Sala Consilina allora difeso dal conte Federico Lancia, fratello di Galvano Lancia. Sappiamo che nel 1246, l’Imperatore Federico II di Svevia distrusse la città di Sala Consilina per ritorsione e per vendicarsi contro alcuni che avevano patteggiato contro di lui nella ‘Congiura di Capaccio’. Ma, l’Ebner (…), parlando di Sala Consilina non dice nulla sull’episodio citato nella cronaca del Malaspina. Pietro Ebner (…), a p. 467 del vol. II, op. cit., in proposito scriveva che: “Dopo il 1266 Ruggiero di Sanseverino ebbe confermati i feudi di Atena, di Sala e di Teggiano. Nel 1295 Tommaso (II) di Sanseverino ebbe confermato il feudo di Sala.”. Dunque, l’episodio raccontato da re Carlo dei ribelli di Tortorella, partigiani di Corradino di Svevia, e di Federico Lancia, potrebbe ascriversi alla notizia tratta dal Malaspina ed alla presa di Sala da parte del prode angioino Filippo di Monforte vicario di re Carlo in Sicilia. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano Lancia: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Secondo quanto afferma, forse erroneamente, Bartolomeo da Neocastro in quell’anno il Lancia ottenne da Manfredi incarichi di comando in Calabria e sconfisse alla Corona di Seminara i ribelli messinesi sbarcati sul continente. Nella primavera 1267 Corradino nominò il Lancia vicario in Sicilia. Da quel momento, probabilmente, i due fratelli si divisero i compiti per allestire lo strumento militare destinato alla riconquista del Regno di Sicilia al servizio di Corradino: mentre a Roma Galvano si occupava dell’esercito, il Lancia si dedicava all’approntamento della flotta. La sua presenza è infatti segnalata a Pisa il 16 ag. 1267 e ancora nel maggio 1268, quando giunsero contributi pecuniari senesi e pisani alla causa imperiale. Si provvide così all’allestimento di una grande spedizione navale per recare aiuto a coloro che nel Regno già si erano sollevati contro Carlo d’Angiò. La flotta – composta di 28 galee e 4 saettie, con 6000 uomini e alcuni dei più eminenti esuli del Regno, al comando di Guido Boccia per i Pisani e del Lancia come vicario di Corradino – salpò nel mese di luglio, si soffermò alla foce del Tevere per proteggere la partenza della spedizione terrestre da Roma e proseguì quindi lungo la costa mettendo a sacco Gaeta, Ischia e la costa amalfitana, ma senza destare la sperata insurrezione delle popolazioni locali; ciò avvenne solo in Calabria dove, per l’autorità lì mantenuta dal Lancia, il giudice Carlo a lui fedele fomentò la rivolta a Seminara. I componenti della spedizione ritenevano di essere i precursori di un vittorioso Corradino e ignoravano che invece egli era stato sconfitto a Tagliacozzo. La flotta giunse a Milazzo il 30 agosto e la città fu presa senza difficoltà; in seguito fu attaccata Messina, invano difesa da una squadra navale angioina comandata dal ligure Roberto di Laveno. La flotta pisana fu tuttavia messa in fuga dal popolo messinese mentre giungeva notizia della sconfitta di Corradino e si manifestavano gelosie e rivalità tra il Lancia e Corrado Capece, entrambi convinti di essere capitano e vicario generale in Sicilia. Secondo gli ‘Annali’ genovesi, gli insorti dell’isola avrebbero eletto loro “capitano e signore” il Lancia il quale, per le sue parentele e per il ruolo in precedenza sostenuto, era uno dei grandi del regime svevo, ma forse Corradino aveva inteso preporlo soltanto all’impresa navale; egli poteva nondimeno giovarsi della rete di relazioni a suo tempo stabilita in Calabria e nel Messinese sollecitando alla rivolta i suoi fedeli contro gli Angioini: se Messina non aderì, la rivolta ebbe invece notevole successo negli anni 1268-69 nel Giustizierato di Calabria.
TORTORELLA ALL’EPOCA ANGIOINA
Nel 1269, l’ordine al Giustiziere di Principato d’inviare Nicola di Tortorella di Padula
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento’ nel vol. II, a p. 242, parlando di Padula in proposito scriveva che: “Del 1269 è un ordine al giustiziere di Principato e Terra beneventana d’inviare 40 cavalieri del giustizierato in Romagna, tra essi Nicola di Tortorella di Padula che deve approntare la quinta parte di un milite (6).”. Ebner (…) a p. 242 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Reg. 1269, S, f 53 = vol. IV, p. 39, n. 237.”.
Nel 1269, re Carlo I d’Angiò concede Tortorella, Sanza e Roccagloriosa a ‘Onorato di Moliers’, togliendoli al proditores Roberto di Tortorella
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini e poi tra aragonesi e angioini (metà XIII secolo-inizio XIV secolo), purtroppo scarsamente documentato, Tortorella, con i suoi casali, fu soggetta a diversi passaggi di proprietà. Nel ‘Liber Donationum Caroli Primi’ databile alla seconda metà del XIII secolo (probabilmente 1269) si legge che il Re Carlo I d’Angiò concede il castrum di Tortorella, insieme a quello di Sanza e di Roccagloriosa, a Onorato di Moliers (33).”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominanturvaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind., f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Il milite Roberto di Tortorella, ex partigiano di Manfredi e forse anche di Corradino di Svevia, con Carlo Martello, riscatterà la sua posizione.
Nel 1269, re Carlo concesse Roccagloriosa a Enrico Forniero de Moliers
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a pp. 417-418-419 e s., in proposito scriveva che: “Nello stesso anno re Carlo concede Roccagloriosa a Enrico Forniero de Moliers (16), cui successe Onorato, il quale, oltre ad avere la “previsio” sulla concessione di Roccagloriosa (17), restituì poi alla Curia regia (demanio) il feudo donatogli dal re in cambio del castello di Spigno (giustizierato della Terra di Lavoro e Molise) per sè e per i suoi discendenti (18). Da ciò l’ordine reale di revoca della concessione del castello di Roccagloriosa a Onorato Fornerio (de Moliers) (19).”. Ebner a p. 417, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Reg. 4, f 153 t = Reg. C. Carucci cit., I, p. 281, n. 351 (‘Henrico de Fornerio de Moliers’ concessione di ‘Rocca de Gloriosa (…) Datum in obsidione Lucecerie V juilii, XIII.”. Ebner a p. 417, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Onorato de Moliers, ‘provisio concessione terre Rocce Gloriose’, Reg. 6, f 18 = vol. IV, p. 115, n. 721. Sul mandato di pagamento, v. pure Reg. 13 f 92 = vol. VI, p. 94, n. 379. Reg. 1271 D, f 18 = vol. III, p. 16, n. 99 conferma della concessione a Onorato Moliers de Roccagloriosa; Reg. 1271 d, F. 16 = vol. III, p. 15, n. 90. Provisione a ‘Guidotto de Moliers fratri et procuratori terrarum Honorato (…) pro vassallis suis, quia fuerunt fidelis. Lucera 9 settembre, XIII.”. Ebner a p. 417, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Reg. 6, f 246 t = vol. IV, p. 77, n. 498.”. Ebner a p. 417, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Reg. 13, f 169 t = vol. IV, p. 121, n. 812, Cfr. Reg. 13, f 126 t = vol. VI, p. 79, n. 257.”.
Nel 1269, i fratelli GIACOMO, ROBERTO e RICCARDO DI LAURIA e, lo stato di Laino, in epoca Angioina
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “Tale d’altronde era lo stato di Laino occupata da Giacomo, Roberto e Riccardo di Lauria, i quali ricorrono nel 1269 al re Carlo I d’Angiò perché, avendone espugnato il Castello tenuto dai fautori di Corradino e avendone ottenuto la custodia dal Giustiziere della Valle del Crati con una guarnigione di 25 uomini (che il documento chiama servienti) da quel tempo non avevano mai riscosso il loro soldo. Re Carlo I fa ripondere da Foggia in data 21 luglio ordinando al Giustiziere Matteo di Fasanella di soddisfare il Lauria in ragione d’un’oncia al mese per essi e mezzo augustale per ciascuno per i “servienti” dal giorno in cui fu ad essi affidata la custodia del Castello ribelle di Laino fino al 1° agosto dello stesso anno 1269. Ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Confermerebbe la prima ipotesi – quella cioè che individuerebbe Roberto, Giacomo e Riccardo di Lauria quali zii paterni di Ruggero – un documento angioino del 1306-1307 recante la ‘Forma commissionis officii viceamiracie’, che nell’ultimo capoverso annota: “PRESCRIPTA (sic) forma concessa fuit de novo dom. Riccardo de Lauria patruo dom. Rogerii de Lauria antiquitus tamen predecessoribus fuit in alia forma concessa (….)(123).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (123) postillava che: “(123) RCA, vol. XXXI, p. 71-74, n. 41.”.
GIACOMO DI AIETA E PALLANZA DI CASTROCUCCO
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “I Gifoni, ……., erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti.”. Dunque, Amedeo Fulco ci dice che “Pallanza” era vedova di “Giacomo d’Ageta o di Aieta” che era stato il feudatario di Aieta e Tortora e che il feudo, fu confiscato alla vedova Pallanza per mancanza di discendenti. Sulla “Pallanza di Castrocucco” ha scritto Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: “(137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25.”. Augurio e Musella (….), infatti, a p. 25, in proposito scrivevano che: “Riccardo di Lauria……Fu vicerè nel bare ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Ferleto e Guardiola in Calabria ‘Citra’; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze ecc…”. Augurio e Musella scrivono che il nome di Riccardo di Loria si trova annotato nel ‘Catalogus Baronum’, ma su Paliana Pascale di Castrocucco nessuna postilla.
Nel 1271, RINALDO GIFONE di TORTORA, è citato in giudizio da Pallanza di Castrocucco, vedova di Giacomo di Aieta
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “Rinaldo di Tortora, invece, è citato nell’ottobre del 1271 a comparire davanti alla Gran Corte di Napoli per discolparsi.”. Sulla faccenda, sempre Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “Qui si cela una storia d’intrighi e d’interessi, non sappiamo fino a che punto confessabili, determinati certo da preoccupazioni di carattere politico. I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. ……..poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”. Sempre sui “Gifone di Tortora” e Rinaldo “GIFONE” poi in seguito “cifone” di Tortora, Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a pp. 50-52-52, in proposito scriveva che: “Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore. Ecc…”.
Nel 1272, Carlo I d’Angiò dona i beni del “Proditores”, ribelle, Roberto di Tortorella partigiano di Manfredi di Sicilia
Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…“. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò. Fra questi nomi che la Pollastri sulla scorta di Pispisa (…) dice troviamo Giovanni de Pisis di Policastro e Roberto di Tortorella. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind., f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Tortorella.
Nel 1272, Margherita Guarna vedova di Matteo di Padula, accetta il casale di Tortorella
Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito scriveva che: “Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8).”. L’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 163 leggiamo altro e invece a p. 153 si trova segnato il documento n. 312 segnalato da Ebner (…). Nel documento n. 312, del Registro XXXVII, a p. 153, leggiamo che: “312. – (Margarite Guarne vidue qd. Matthei de Padula concedit an. provisionem unc XX super bonis Iohannis de Procida proditoris, in excambium castrum Sanse, Turturelle e Casalisnovi, que tenebat pro dotario). (Reg. 1272, XV ind., f. LXXXVIII, t) e, poi postilla: “Fonti: De Lellis, l.c., n. 646.”.
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Nel 1272 il feudo di Tortorella veniva affidato a Margherita Guarna, vedova di Matteo di Padula.”.
Nel 1278, Tortorella (ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia) è concessa al milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran)
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente passò per la somma di 40 once d’oro, nelle mani del milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran) in cambio del Casale di Trecase, che si trovava nel Giustizierato di Terra d’Otranto, e di altri beni a Brindisi (34). Dai ‘Registri angioini’ risulta inoltre che, nel 1278, il cavaliere Nasone era anche signore di Battaglia.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni di storia e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 675 parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “I ‘Registri’ angioini ci informano che….Il feudo passò poi al milite Nasone di Galarato o Galenzano (Galeran), il quale aveva restituito alla Curia il casale di Trecase nel giustizierato di Terra d’Otranto e altri beni a Brindisi, ricevendone appunto la terra di Tortorella nel giustizierato di Principato e Terra Beneventana (3). Il feudo era stato concesso al milite Nasone per 40 once d’oro (4). Troviamo ancora notizie di questo cavaliere nel 1278, quando risulta signore anche di Battaglia (5) (vedi) e poi quale custode delle strade di Ascoli in Capitanata (6).”. Ebner, a p. 675, nella nota (3) postillava che: “(3) Reg. 28, ff 69 t e 70 = vol. XIX, p. 46, n. 159.”. Ebner, a p. 675, nella nota (4) postillava che: “(4) Reg. 7, f 102 = vol. II, p. 264, n. 125”. Ebner a p. 675, nella nota (5) postillava che: “(5) Reg. 1278 C, f 135 t = vol. XXI, p. 298, n. 259”. Ebner a p. 675, nella nota (6) postillava che: “(6) Reg. 4, f 111,= vol. II, p. 126, n. 487 (Nasone de Galarato commictitur custodia stratarum Escoli = Ascoli in Capitanata. Su questo Nasone cfr. pure Reg. 4, f 31 = vol. II, p. 56, n. 200 sulla custodia del castello di Pietra Montecorvino (castrum Petre): Foggia VII aprile, XII ind.”.
Nel 1279, re Carlo I d’Angiò in una lettera parla e fa punire i cavalieri ribelli che patteggiarono per Corradino di Svevia
In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 (7). Ebner, in proposito alla citata lettera, postillava nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia.”. Poi l’Ebner, continuando il suo racconto a proposito della lettera di Carlo d’Agiò, scriveva che: “Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Dopo la sconfitta di Corradino, re Carlo ordinò a Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico, di fare arrestare i traditori di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Carlo I d’Angiò, ordinò di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti e dare i loro beni in amministrazione, prima ad un certo Arduino, e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano già impadroniti. Il Re pertanto ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni.”. Pietro Ebner (…) a p. 676, vol. II, nella sua nota (7) riguardo la lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 postillava che: “Reg. 33, f 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Infatti, rileggendo il XX volume della ricostruzione dei Registri tratti dalla Cancelleria angioina di Carlo I d’Angiò, a cura di Jole Mazzoleni, pubblicati dall’Accademia Pontaniana, a pp. 141-142, al n. 324 (anno 1279), la Mazzoleni postillava che il documento era tratto da: “Fonti: Minieri-Riccio, il Regno etc., p. 7 (trascrizione parz.) id.; Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”, dove si legge il seguente testo: “324. – (Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e T. Beneventana, ecc..ecc…Dopo al sconfitta di Corradino ordinò a Ruggero di Sanseverino conte de Marsi di tosto farli arrestare, ma essi si salvarono con la fuga. Di che egli dolente fece diroccare le loro case e svellere le loro vigne e quei suoli e gli altri loro beni diede in amministrazione prima ad un certo Alduino e poi a Giovanni Gallina, i quali, essendosene impadroniti, ordina di rivendicarli.). Dat. ap. Turrim S. Herasmi prope Capuam, IV apr. (1279). (Reg. 33, f. 93).”. A p. 142, la Mazzoleni (…) postillava che il documento era tratto da Minieri-Riccio (…), ‘il Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò etc..’ che a p. 7 iportarta la trascrizione parziale del documento. Rileggendo il Minieri Riccio (…), edizione di Firenze del 1875, a p. 7 per l’anno 1279, il Minieri-Riccio (…), in proposito scriveva che: “Aprile 4 – Torre di S. Erasmo presso Capua – Re Carlo scrive al Giustiziere di Principato e Terra Beneventana ecc..ecc… Che dopo la sconfitta di Corradino egli ordinò a Ruggiero di Sanseverino Conte dè Marsi, di tosto farli arrestare, ma essi si salvarono con la fuga. Di che egli dolente fece diroccare le loro case e svellere le loro vigne e quei suoli e gli altri loro beni diede in amministrazione prima ad un certo Alduino e poi a Giovanni Gallina, i quali, essendosene impadroniti, ordina di rivendicarli (5).”. Minieri-Riccio (…), a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Reg. Ang. 1278-1279, H, n. 33, fol. 93.”che è il documento di cui la Jole Mazzoleni postillava essere stato tratto oltre che dal Minieri-Riccio, anche dal “Ms. in Arch. (not.) e I, fol. 635 (not.) Brayda, ‘Giovanni de Brayda’ etc. p. 60 (not.).”. Infatti, anche Angelo Bozza (…), sulla scorta del Minieri-Riccio (…), nel suo vol. I, a p. 368, per l’anno 1268 (dopo la morte di Corradino di Svevia) in proposito scriveva che: “Carlo I. premia i suoi Baroni, e fra gli altri, investe Guglielmo Visconte milanese del contado di Conza, e fra gli altri investe Simone di Monforte di quello della Padula, Guglielmo Galardo di Molpa e Camerota, Ruggiero da Sanseverino di quelli di Sanseverino e di Marsico.”. Riguardo i militi segnalati e puniti da Carlo I d’Angiò in quanto partigiani di Corradino di Svevia: Roberto de Bertanoni, Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Offizia della Terra di Tortorella. Sebbene dell’interessante episodio di cui parla re Carlo I d’Angiò nella sua lettera del 1279, l’Ebner scrivesse: “Orbene da questa lettera re Carlo evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo”, effettivamente l’episodio non viene registrato negli ‘Annali’ dei diversi studiosi dell’epoca ma bisognerà continuare ad indagare l’interessante notizia.
Il castello di Tortorella
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Ad ogni modo soltanto con gli Angioini (negli anni 1279-1280 Carlo I tassava tutte le ‘Terre’ del Cilento e del Vallo, fra cui ‘Casolla’, per far fronte al pagamento delle milizie)(116), in particolare negli anni della disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302) conbattuta fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia, ‘Casolla’ dovette costituire uno dei ‘castra’ (fortezze) della seconda linea difensiva interna insieme con Torraca, Tortorella, Rocca Gloriosa e Torre Orsaia (117). Le due Valli del Bussento e del Mingardo, infatti, che in ‘Policastrum’ avevano la loro porta d’ingresso, furono costellate di ‘castra’ per la difesa contro la soldataglia degli Almugàveri assoldata dagli Aragonesi (118). E se alla foce del Bussento il ‘castrum Policastri’ era il più difeso anche con il concorso di quelli meglio attrezzati dell’interno (‘castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle….Sanse…Turrace…Rofrani)(119) e dalle sorgenti dei due importanti corsi d’acqua erano attivi quelli di ‘Roffrànum’ (120) e di ‘Sansa’ (121) (che costituivano la terza linea), allora anche il ‘castrum Caselle’ nel medio corso dovette ricoprire qualche importanza e patire le misere condizioni di guerra, tanto da essere esonerato più volte dal pagamento delle imposte: ‘satis est notorium quod ex presentis guerre discrimine pars regni multa dispèndia subiit….dapna pergràvia deploràvit….itaque statuimus terras et loca ipsa eximendas a solutione presentis collecte…Nomina terràrum et locòrum sunt hec: Padula, Sansa, Rufranum, Caselle, Policastrum (122). L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123). In quanto fortezza (‘castrum’), l’abitato doveva contare su d’una solida cinta muraria e su d’un castello turrito che si elevava sulla sommità del poggio (124). Ecc…”. Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (117) postillava che: “(117) F. Fusco, Quando la storia etc., p. 206.”. Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (118) postillava che: “(118) Nel 1284 Carlo I d’Angiò nominò Ruggiero II Sanseverino (figlio di Tommaso), conte di Marsico e barone di Cilento, comandante generale dell operazioni belliche nel ‘Principato’. Insieme col figlio Tommaso II provvide alla costituzione dei ‘castra’ ed alla richiesta al re di esonero dalle tasse per le martoriate popolazioni delle due Valli.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (119) postillava che: “(119)C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, Subiaco, Tipografia dei Monasteri, 1931-1946, I, p. 57. (Il Castello di Policastro deve essere riparato dagli abitanti di Tortorella, Sanza, di Torraca, di Rofrano).”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (120) postillava che: “(120) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc, cit. , p. 169 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (121) postillava che: “(121) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 206 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (122) postillava che: “(122) ASN, Reg. Ang., n. 58, fol. 198. (E’ del tutto noto il fatto che per i guasti della presente guerra parte del Regno ha subito molte perdite, ha patito danni grafissimi….per questo abbiamo deciso che le terre e il luoghi coinvolti siano esentati dal pagamento della tassa attuale…Le terre e i luoghi sono i seguenti: Padula, Sanza, Rofrano, Caselle, Policastro).”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) AA.VV., Storia delle Terre, cit., I, p. 215.”.
Nel 1285, TOMMASO (II) SANSEVERINO, figlio di Ruggero II Sanseverino
Da Wikipedia leggiamo che Tommaso (II) Sanseverino era figlio di Ruggero II Sanseverino e di Teodora d’Aquino, sorella di San Tommaso, nacque nel 1255 circa. Nel 1284 al padre Ruggero II fu affidata da Carlo, principe di Salerno e, a quel tempo, Vicario Generale di suo padre Carlo I d’Angiò, la custodia e la difesa della città di Salerno dai ribelli (durante il periodo dei Vespri Siciliani), mentre Tommaso, che dallo stesso principe venne nominato capitano di guerra, era stato spedito a difendere il litorale che da Salerno va a Policastro. Morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula. Alla morte del padre Ruggero II Sanseverino, nel 1285, gli successe e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro dal 1291, signore di Atena dal 1295, signore di Postiglione dal 1295 (ma rinuncia nel 1298), signore di Sanza dal 1294, signore di San Severino di Camerota, Casal Boni Ripari, Pantoliano, Castelluccio Cosentino, Corbella, Monteforte (di Vallo), Serre e Padula dal 1301, signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Scorto’ il Duca di Calabria per accogliere il nuovo re Roberto di Napoli di ritorno da Avignone (ottobre 1310). Tommaso sentì molto l’influenza del santo zio, Tommaso d’Aquino, che più di una volta aveva soggiornato al castello di Sanseverino ove ebbe una delle sue estasi, infatti si interessò attivamente per la glorificazione dello zio. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Dunque, il Gatta scriveva di Tommaso II Sanseverino. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero Sanseverino e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 135 scriveva che: “Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2). Questi per quanto prode nelle armi era altrettanto pio e devoto. Nella sua vita, che si protrasse durante i regni di Carlo II d’Angiò e parte di quello di Roberto, fece larghe donazioni alle chiese e specialmente a quella di S. Tommaso di Marsico che beneficò con quattro diplomi nel 1295, 1296, 1304, e 1314 (3). Signore anche di Diano ottene dai monaci di Montevergine la concessione di una piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo nella pianura sotto Padula ed ivi edificò lo splendido monumento d’arte che è la Certosa di S. Lorenzo di Padula. In essa volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu posta questa epigrafe: ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico Napoletano”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1).”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305. Ebbe inoltre confermate le baronie di Cilento, Diano, Lauria, S. Angelo a Fasanella e Magliano Vetere. Nel 1395 ebbe infine confermata la baronia di Diano e S. Arsenio. Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Felice Fusco (…), a p. 158, parlando del periodo di re Ladislao, nella sua nota (7) postillava riguardo il casale di Buonabitacolo che fu fondato nel 1333 dal suo figlio terzogenito Guglielmo III Sanseverino: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) ecc…”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “….nel 1294, Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196). La pace di Caltabellotta (1302) chiuse la rovinosa guerra del Vespro e ridiede un pò di tranquillità alle martoriate contrade del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. Le agevolazioni fiscali da parte della Corona per un verso, l’opera benefica di Tommaso II Sanseverino (197) dall’altro permisero una relativa rinascita economica delle varie ‘Terre’. Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc….Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208 riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239. Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Quello di Lurino, ‘Li Lauri’, sorto con l’assenso di re Ladislao d’Angiò-Durazzo, fu portato in dote ai Sanseverino da Margherita di Vlamontone, che nel 1273 andò in sposa a Tommaso Sanseverino, il fondatore della Certosa di Padula. Il ‘castrum Laurini’ era stato concesso al padre di Margherita, Enrico di Valmontone, da Carlo I d’Angiò nel 1271 (cfr. P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Roma, ed. di Storia e Letteratura, 1982, II, p. 81). Tommaso Sanseverino comprò (1294) il ‘castrum Sanse’ da Tommaso Guilberto da Chiusano per 20 once annue (ASN, Reg. Ang., n. 77, fol. 14; F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale, in “Euresis”, VIII, (1992), p. 208). Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.
Nel 6 settembre 1289, Carlo II d’Angiò ordina a Riccardo de Ruggiero e a Riccardo D’Aiello di recarsi al Castello di Tortorella
Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, nella sua nota (…) e, in proposito scriveva che: “È del 1289 un ordine perentorio di Re Carlo II ai salernitani Riccardo de Ruggiero e Riccardo D’Aiello di recarsi immediatamente, sotto pena di confisca dei loro beni, rispettivamente al castello di Tortorella e a quello di Sanza, di cui erano possessori, per custodirli diligentemente “ne gravetur ab hostibus” (9)”. Ancora Ebner, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Forse è a questo “Riccardo de Ruggiero” che si riferiva Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, quando parlando di Tortorella ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1289 le Terre di Tortorella erano invece possedute da Riccardo de Ruggiero. Fu probabilmente in questo periodo che dette Terre di Tortorella entrarono a far parte del feudo di Lauria.”. Dunque, il Montesano riporta la notizia che nel 1289, la terra di Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia appartenevano ad un certo “Riccardo de Ruggero”, mentre Pietro Ebner ci parla di un ordine impartito da re Carlo II d’Angiò in cui si obbligava i “salernitani” “Riccardo de Ruggiero” a recarsi immediatamente “rispettivamente al castello di Tortorella”, “sotto pena di confisca dei loro beni”, “ne gravetur ab hostibus” (9)”. La notizia proviene dai Registri Angioini pubblicati da Carlo Carucci. Ebner, nella nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Dunque, Ebner postillava di Carlo Carucci e del suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII. La notizia è tratta dal vol. II, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII, pag. 204, documento n. 97. Infatti, Carlo Carucci (….), a p. 204 parlando del documento n. 97, in proposito scriveva: “LXXXXVII. 1289, 6 settembre, Napoli. Carlo II ordina a Riccardo de Ruggiero e a Riccardo D’Aiello, salernitani, che, sotto pena della perdita dei loro beni, vogliano immediatamente portarsi l’uno al castello di Tortorella, l’altro a quello di Sansa, di cui sono rispettivamente padroni, e provvedere alla difesa di essi dai nemici.”. Il Carucci, a p. 204 postillava: “Reg. ang. n. 46, fol. 314b.”. Il Carucci riporta il testo del documento: “Riccardo Rogerii, militi, de Salerno. Fidelitati tue, sub pena ammissionis terre, quam tenes a curia nostra….precipimus quatinus, statim visis presentibus, qualibet mora et occasione cessantibus, ad terram tuam Turturelle te personaliter conferas et ipsius terre diligentem custodiam, de gravetur ab hostibus, curaturus (nel testo: moraturus). Data Neapoli, die VI septembris III indictionis. Similes facte sunt Riccardo de Agello, militi, de Salerno, quod conferat se ad terram suam Sanse, de verbo ad verbum, ut supra.”. Chi era questo “Riccardo Ruggerii” ?. Il Carucci scriveva che il documento angioino ci parla di due militi “Salernittani” al servizio di re Carlo II d’Angiò a cui fu ordinato di recarsi immediatamente presso i loro beni, ovvero il castello di Tortorella di cui era padrone. Dunque, nel 1289, il castello di Tortorella apparteneva al milite salernitano Riccardo Rogerio. Questo secondo l’interpretazione dei registri angioini che ne fa il Carucci. Io credo che questo “Riccardo Rogerii, militi, de Salerno”, fosse il Riccardo di Lauria, fratello del grande ammiraglio, Ruggero di Lauria che, nel 1289, insieme a Riccardo d’Ajello, che teneva il castello di Sanza, subivano le pressioni di Carlo II d’Angiò a causa della guerra del Vespro (1282-1302). Riguardo il personaggio Matteo D’Ajello ha scritto Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Negli ultimi anni della guerra i feudatari di ‘Sansa’ si avvicendano celermente, quasi a sottolineare la precarietà e l’instabilità dei tempi e del territorio bussentino. Infatti,, in appena un quarto di secolo, ben cinque Signori vengono menzionati dai ‘Registri Angioini’: nel 1278 Erberto d’Aureliano, che trova tempo e modo di impelagarsi in una contesa per motivi di confine col Signore di Padula Guglielmo di Saccovilla (‘contenncio vertitur inter herbertum de aureliano, tenentem….Terram Sanse et Guillelmum de Sanguenville tenetem terram Padule’)(192), nel 1289 Riccardo d’Aiello, di cui si è detto; nel 1290 Guglielmo Peregrino (193) e Leonardo de Alatri (un capitano degli Almugaveri!)(194) in parti uguali per aver restituito Policastrum al dominio regio (195); nel 1294 Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (192) postillava che: “(192) ASN, Reg. Ang., n. 28, fol. 109; A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, Unione Editrice, 1914-1930 (rist. an. a cura di Vittorio Bracco e Angelina Bracco, Salerno, Boccia, 1982), III, p. 11 6, doc. IX. Per altre notizie su Erberto d’Orléans, che fu tra l’altro anche Signore di ‘Policastrum e di Rocca Gloriosa, cfr., F. Fusco, Universale Capitulum etc., cit., p. 150, n. 21.”. Dunque, il Fusco scriveva che nel 1289 era padrone di Sanza Riccardo d’Aiello e questa notizia era tratta dai Registri Angioini. Felice Fusco, a pp. 206-207, in proposito scriveva che: “Sanza….partecipa – come si è detto – alle operazioni e alla difesa del ‘castrum Policastri’, è strenuamente difeso (nel 1299 Carlo II d’Angiò ordina al milite Riccardo d’Aiello (181) di recarsi subito ‘ad Terram suam Sanse’ per difenderla dagli attacchi nemici)(182), ecc…”. Il Fusco, a p. 206, nella nota (181) postillava che: “(181) Per questo personaggio cfr. F. Fusco, Universale Capitulum etc., cit. p. 149, n. 18.”. Il Fusco si riferiva al suo saggio “Universale Capitulum Terrae Sontiae, ovvero gli Statuti Municipali di Sanza”, Euresis, 1991, Salerno, Boccia. Il Fusco, a p. 206, nella nota (182) postillava che: “(182) ASN, Reg. Ang., n. 46, fol. 134”. Su Leonardo d’Alatro, il Fusco, a p. 208, nella nota (194) postillava che: “(194) Leonardo de Alatro, dopo essere stato capitano degli Almugàveri di ‘Policastrum’, si era convertito alla religione cattolica e alla causa angioina. Nel 1290 il Conte d’Artois gli concesse l’indulto e una rendita annua di 20 once d’oro. Ibidem”.
Nel novembre 1290, Gerolamo, figlio di Guido vende un terreno a Policastro a Roberto di Tortorella
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 677, parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella. Nel Novembre del 1290 (10), Gerolamo figlo di Guido, con il consenso della moglie, vendette un terreno con vigna a Policastro, “ubi Molinelli dicuntur”, per un’oncia d’oro al D.no Roberto di Tortorella.”. Ebner, a p. 677, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III”.
Nel 1290, re Carlo Martello nominò Roberto di Tortorella, capitano di Padula
Il milite Roberto di Tortorella, ex partigiano di Manfredi e forse anche di Corradino di Svevia, con Carlo Martello, riscatterà la sua posizione. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 677, parlando del casale di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Abbadia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella.”. Nel novembre del 1290 (10), Girolamo, figlio di Guido, con il consenso della moglie, vendette un terreno con vigna a Policastro, “ubi Molinelli dicuntur”, per un’oncia d’oro al D.no Roberto di Tortorella.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”.
Nel 2 novembre 1291, Tortorella non è citata nell’ordine di Carlo II d’Angiò
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Durante tutto il XIV secolo l’intero territorio conobbe purtroppo un periodo di crisi e di recessione economica. Tale periodo ebbe probabilmente inizio nel 1282, anno in cui scoppiò la guerra del Vespro che vedeva contrapposti gli Aragonesi e gli Angioini per il dominio del Regno di Sicilia. Il Basso Cilento, sulla linea est-ovest Policastro-Basilicata, fu per diverso tempo campo di battaglia, con gli aragonesi che cercavano di sfondare da sud e gli angioini che, dalle postazioni fortificate di Policastro, Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castel Ruggero, impedivano in quel punto il passaggio ai nemici per la risalita alla penisola. Tortorella, con i suoi casali, come abbiamo visto, faceva parte delle terre di Ruggero di Lauria, ammiraglio della flotta aragonese e quindi probabilmente era un avamposto fortificato delle armate spagnole. A conferma di questo Tortorella, a differenza di ‘Padula, Sanza, Rufranum, Caselle, Sanctus Severinus de Camerota (…) non è menzionata nell’ordine impartito da Carlo II d’Angiò, datato 2 novembre 1291, al giustiziere del Principato circa gli esoneri fiscali alle popolazioni comprese in questa linea difensiva. Ecc…ecc…(p. 26). Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39).”. Nicola Montesano (…), a p. 26, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Gallotti – Polito De Rosa – In difesa della verità storica…pag. 4.”.
Nel 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina Roberto di Tortorella (ex partigiano di Manfredi) difensore e custode di Padula
Pietro Ebner (…), riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Devo però precisare a riguardo che ciò che scrive Ebner nella sua nota (28) non corrisponde alla numerazione del Carucci (…), in quanto guardando il vol. I di Carlo Carucci (…), “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), contenuto nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII,, non corrispondono le nummerazioni, ovvero a p. 221 vi è trascritto un altro documento. Troviamo invece il documento citato dall’Ebner nel Carucci C., op. cit., vol. II, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ , dove a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”. Il Carucci trascrive “Roberto Tortorella” ma si tratta del milite (ex ribelle e partigiano di Manfredi) Roberto di Tortorella. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula.
Nel 1294, Tommaso II Sanseverino comprò alcuni feudi del Vallo di Diano
Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “….nel 1294, Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196). La pace di Caltabellotta (1302) chiuse la rovinosa guerra del Vespro e ridiede un pò di tranquillità alle martoriate contrade del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. Le agevolazioni fiscali da parte della Corona per un verso, l’opera benefica di Tommaso II Sanseverino (197) dall’altro permisero una relativa rinascita economica delle varie ‘Terre’. Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc….Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Tommaso Sanseverino comprò (1294) il ‘castrum Sanse’ da Tommaso Guilberto da Chiusano per 20 once annue (ASN, Reg. Ang., n. 77, fol. 14; F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale, in “Euresis”, VIII, (1992), p. 208). Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.
Nel 1299, Tortorella
Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1299 ‘Turturella’ viene anche citata nell’elenco dei paesi appartenenti al giustizierato del Principato Citra nel documento “attuativo” di divisione del giustizierato di Principato e della Terra Beneventana nei due giustizierati Citra e Ultra (36) a firma del re Carlo II d’Angiò. Tale divisione, resasi necessaria per l’eccessiva ampiezza del giustizierato (comprendeva grossomodo le attuali province di Salerno, Benevento e Avellino) era in realtà avvenuta formalmente già in data 12 giugno 1284 sotto Carlo I d’Angiò, ma evidentemente la ripartizione del territorio tra i due novelli giustizierati non fu facile e le questioni si protrassero a lungo (37).”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (36) postillava che: “(36) La definizione corretta è: ‘Iusticiariatus a serri Montorii citra Salernum e Iusticiariatus a serri Montorii ultra Salernum’.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Archivio Storico per la Provincia di Salerno – Anno VI-I- nuova serie – Tip. F.lli Di Giacomo – 1932, pagg. 90-91.”.
Nel 1301, RICCARDO DE TURTURELLA, milite di Carlo I d’Angiò
Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, alle pp. 178-179 parla di Riccardo di Tortorella: “Affinchè ritornasse in Napoli il surriferito Riccardo Filangieri, denominato de Candita, il medesimo Monarca ebbe cura di spedire in Sicilia nell’anno 1301 Riccardo de Turturella con molti Siciliani, ch’erano stati all’uopo messi in libertà; siccome si desume da un documento seguente:

Nel 1305, Ruggero di Lauria, morte e successione nella Contea di Lauria
Da Wikipedia leggiamo che nel 1279 rimase vedovo di Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia dalla quale aveva avuto un figlio, Ruggiero, e tre figlie, Beatrice, Gioffredina e Ilaria. Si ritirò in Catalogna e morì a Cocentaina, presso Valencia, nel gennaio del 1305. Ruggiero di Lauria, morì nel 19 gennaio 1305 a Cocentaina in Spagna, lasciando eredi i suoi figli. I suoi beni furono ereditati da suo figlio Ruggiero e, alla morte di questi, da Berengario. I due studiosi a p. 21 citano un biografo dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria, il V. Visalli (…), che nel 1900, scrisse ‘Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche’. I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca. Il primo figlio ebbe nome Ruggerione…..Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Esaurina d’Entenca …..ed ebbe Berengario, ecc..ecc..”. Sempre i due studiosi Augurio e Musella, a p. 34, in proposito scrivevano che: “Da Bianca Lancia (errore Margherita) ebbe anche tre figlie femmine che furono sposate con i più importanti esponenti della nobiltà catalana o italiana. La maggiore, Beatrice, sposò Giacomo di Xirica, nipote del re Pietro III, uno dei primi baroni del regno. Pare che questo matrimonio sia stato fortemente voluto dal papa Bonifacio VIII (65) quando questi conferì a Ruggiero di Lauria il feudo di Aci in Sicilia. Di lei si conserva una lettera, datata Valencia 18 gennaio 1305, con la quale chiedeva al re Giacomo II d’Aragona alcune grazie in favore di Saurina d’Entenca, vedova del padre e per il fratello Ruggierone (66). La seconda, Costanza, sposò il nobile don Noto di Moncada mentre l’ultima, Goffredina, il conte di Sanseverino. Secondo il De Lellis quanti titoli e feudi ebbe Ruggiero nel continente, tanti passarono con questo matrimonio in casa Sanseverino. Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Saurina d’Entenca, figlia di Berengario d’Entenca, una delle famiglie più importanti di Aragona e Catalogna. Da questo matrimonio nacquero altri due figli, Carlo, Berengario e Margherita. Quest’ultima sposò in prime nozze Ugo di Chiaromonte, appartenente ad una delle prime famiglie di Sicilia, da cui discese Costanza di Chiaromonte, regina di Napoli. Ad Ugo di Chiaromonte fu affidato dall’Ammiraglio il baliato del figlio minore, Berengario. Dopo la morte di Ugo, Margherita sposò in seconde nozze Bartolomeo di Capua, ecc…ecc…”. I due studiosi, per la ricostruzione delle discendenza di Ruggiero hanno utilizzato la cronologia del Muntaner (…). Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1308, le terre di Lauria passarono ad Enrico Sanseverino, IV conte di Marsico e Gran Connestabile del Regno di Napoli, che sposa la contessa di Lauria Ilaria, figlia del famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria, che conquistò fama e onori durante la guerra del Vespro. Ruggiero, oltre che del titolo di Grande Ammiraglio del Regno d’Aragona e di Sicilia e di signore di Lauria, si fregiò anche dei titoli di signore delle terre di Castelluccio, Lagonegro, Laino, Maratea, Papasidero, Rivello e Rotonda. Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria…..ecc…”.
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Dopo il 1300 passò a far parte, insieme con i casali di Battaglia, Casaletto e Vibonati, della Baronia di Lauria, appartenente al famoso Almirante Ruggiero prima e alla potentissima famiglia Sanseverino poi.”.
Nel 1308, Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia che appartenevano alla Contea di Lauria divengono feudo dei Sanseverino, quando Arrigo Sanseverino sposa Ilaria dell’Oria, figlia dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Dopo il 1300 passò a far parte, insieme con i casali di Battaglia, Casaletto e Vibonati, della Baronia di Lauria, appartenente al famoso Almirante Ruggiero prima e alla potentissima famiglia Sanseverino poi.”.
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Nel 1308, le terre di Lauria passarono ad Enrico Sanseverino, IV conte di Marsico e Gran Connestabile del Regno di Napoli, che sposa la contessa di Lauria Ilaria, figlia del famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria, che conquistò fama e onori durante la guerra del Vespro. Ruggiero, oltre che del titolo di Grande Ammiraglio del Regno d’Aragona e di Sicilia e di signore di Lauria, si fregiò anche dei titoli di signore delle terre di Castelluccio, Lagonegro, Laino, Maratea, Papasidero, Rivello e Rotonda. Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effige della blasonata famiglia del marito. Da questa unione nacquero Tommaso e Ruggero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Aten. Viene nominato dal Re Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori. Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino ecc…”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “….nel 1294, Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196). La pace di Caltabellotta (1302) chiuse la rovinosa guerra del Vespro e ridiede un pò di tranquillità alle martoriate contrade del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. Le agevolazioni fiscali da parte della Corona per un verso, l’opera benefica di Tommaso II Sanseverino (197) dall’altro permisero una relativa rinascita economica delle varie ‘Terre’. Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc….Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”.
Nel 1309, ILARIA DI LAURIA o Maria dell’Oria ed ENRICO II (“Arrigo”) SANSEVERINO successero nella Contea di Lauria
Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc….L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero. Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Dunque, secondo il Mazziotti, Enrico (“Arrigo”) di Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino, morì nel 1336 a Diano dove sono sepolte le sue spoglie. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Lo storico locale di Lagonegro Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a p. 208 scriveva che: “Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio….A Bartolomeo di Lauria successe, nel 1350, l’unica figlia ‘Ilaria’, la quale sposò ‘Arrigo Sanseverino’ ed ereditò pure il feudo di Lagonegro, trasmettendolo al figlio o nipote ‘Gaspare Sanseverino’. Così Lagonegro passò, con la Contea di Lauria, sotto il dominio della potentissima famiglia Sanseverino, la quale possedeva in feudo, per le varie ramificazioni sue, quasi tutta la Basilicata, ed ebbe tanta parte negli avvenimenti che si succedettero per lungo tempo nel Regno.”. Non mi ritorna la cronologia riportate dal Pesce se confrontate con il Mazziotti, che scriveva sulla scorta di una lapide sulla tomba sacello di Enrico Sanseverino a Diano che egli morì nel 1336, mentre il Pesce scriveva addirittura che solo nel 1350 sua moglie “Ilaria di Lauria” (per il Pesce e per altri) o “Maria dell’Oria” per il Mazziotti, avesse ereditato il feudo di Lauria solo nel 1350. Non mi ritorna pure la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, morì nell’anno 1314 e stessa notizia troviamo su un sito web. Non mi ritrovo con quanto scriveva il Pesce sulla successione del feudo di Lauria. Mi chiedo come potevano succedere nei feudi Ilaria di Lauria ed il marito Enrico di Sanseverino nel 1350 se Enrico Saneverino morì nell’anno 1314. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano e di Tommaso II di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del DUca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Da wikipidia, in riferimento a Tommaso II Sanseverino leggiamo che succedette a suo padre, e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro, ecc.., signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, nacque primogenito dalla prima moglie di Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, Margherita di Valmontone di Ariano. In seguito, sempre secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, sposò Ilaria di Lauria, figlia dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria che gli portò in dote 2000 once d’oro, ebbero due figli: Tommaso III Sanseverino e Ruggero Sanseverino. Dunque, secondo gli archivi Angioini, il nesso che legava la famiglia di Ruggiero di Lauria ai Sanseverino fu il matrimonio della figlia Ilaria e Enrico di Sanseverino, figlio di Tommaso di Sanseverino, che in seconde nozze nel 1302 aveva sposato Sveva, Contessa di Tricarico. Il nesso che legava i Sanseverino con i Loria o la famiglia di Ruggiero di Lauria è il matrimonio con Ilaria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), dal matrimonio di Ilaria di Lauria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino, nacque Tommaso III di Sanseverino. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Ebner riguardo il Volpi si riferisce a Giuseppe Volpi (…) e al suo “Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio”, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II, epigrafe a p. 57. Giuseppe Volpi (…), a p. 56 in proposito a Tommaso Sanseverino ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula data nel 1308 ai padri Certosini, riferendosi a quel periodo, scriveva che: “E in vero che piucche molto fioriva in quel secolo la pietà cristiana; imperocchè nello stesso tempo Maria di Loria figliuola dell’Ammiraglio Roggiero, e moglie di Arrigo Sanseverino (b) Contestabile del Regno nato dal suddetto Tommaso, fondò sette Conventi per gli Frati di S. Francesco, e tra questi quello dè Conventuali di Cuccaro, nella cui Sagrestia essendone stata posta la memoria, consumata poi nel tempo, fu rinnovata dal P. Maestro dè Rossi con un’altra iscrizione, con errore da lui intitolata ad Ilaria di Loria, la quale per essere stata sorella (c), e non figliuola dell’Ammiraglio Rogiero, non ebbe alcuna di queste Signorie, che egli le atribuisce, e che furono di Maria per ragion di Arrigo Sanseverino suo marito; onde crediamo, che il P. Maestro ingannato dalla similitudine del nome, posto che la prima lettera di Maria sia stata rosa dal tempo, senz’altra diligenza fare, giudicasse Ilaria la fondatrice. L’iscrizione è la seguente.”.

Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (a) postillava che: “(a) Camillo Tutini nel libro dè Contestabili del Regno”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (b) postillava che: “(b) Filiberto Campanile nella famiglia Sanseverina, Carlo De Lellis nella famiglia Sambiase.”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (c) postillava che: “(c) Registro del Re Roberto degli anni 1326 e 1327, presso Carlo De Lellis al luogo cit.”. Dunque, questo è ciò che scrive il Volpi sulla scorta del De Lellis e del Campanile. Pietro Ebner, scriveva che l’Antonini attibuisce la fondazione del monastero di Cuccaro ad Ilaria di Lauria, figlia dell’ammiraglio Ruggero di Lauria. Giuseppe Antonini (…), a p. 340 della sua “La Lucania”, nel discorso VI, a p. 336, in proposito a Cuccaro scriveva che: “Trovasi in questa terra un ricco Monistero di PP. Francescani, edificato già dalla pietà d’Ilaria di Loria, figlia del famoso Ruggieri, siccome ne faceva fede un’iscrizione posta nel Coro di questa Chiesa, oggi ingratamente tolta via. Ci è chi ha voluto, che quell’Ilariae (I) dovesse leggersi ‘Mariae’, e verrebbe ad esser sorella, non figlia di Ruggieri, quale l’iscrizione la chiamava; oltrechè la medesima da me più volte attentamente letta, a chiari caratteri diceva ‘Ilariae’; nè ci è mancato chi ad altri ancor abbia voluto questa fondazione attribuire, come fu il P. Ridolfo Toffiano’ nella ‘Storia della Religion Serafica al lib. II. dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato, così scrive: ‘Locus Cuccari, quem construxit Magister Antonius piscopus Acernanus. Extant ejus insigna in Choro’. Ma altamente in ‘Toffiani’ s’inganna, perchè in un pilastro superiore del Chiostro, oggi rinnovato, ho io letto il numero dell’anno della fabbrica MCCCXXXIII. quando il Vescovo morì nel MDX. ed oltre a ciò nell’atrio inferiore è dipinto a fresco il ritratto della medesima Ilaria fondatrice. Conservavasi con molta venerazione in una particolar cappella vicino al chiostro un considerabile pezzo del legno della Croce di Cristo nostro Signore, ed altre insigne reliquie ancora.“. L’Antonini (…) a p. 339, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Scipione Ammirato’ nella famiglia di Diano fa menzione di questa Ilaria, e la chiama vedova di Enrico Sanseverino, nipote di Ruggiieri, Conte di Marsico. ‘Filiberto Campanile’ nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”. Dunque, l’Antonini (…), cita Scipione Ammirato (…) che nel suo ‘Delle Famiglie nobili napolitane’, Firenze, 1580-1651, la chiama “vedova di Enrico Sanseverino” e poi cita pure Filiberto Campanile (…) che nel suo ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile’, edito a Napoli il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, scriveva che “nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”.
Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae
Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).“. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studie e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310.”.

Tra il 1308-1310, il ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae
Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.
Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)
- Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
- Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV
Foglio 250 (v)
- Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
- Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV
Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.
Nel 1310, nasce Tommaso III Sanseverino, V conte di Marsico, figlio di Arrigo (Errico) e di Ilaria di Lauria
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina e, riferendosi ad Errico Sanseverino e della sua unione con Ilaria di Lauria, in proposito scriveva che: “Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effige della blasonata famiglia del marito. Da questa unione nacquero Tommaso e Ruggero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori.”. Dunque, Tommaso III Sanseverino nasce dall’unione di Errico Sanseverino e Ilaria di Lauria o dell’Oria, figlia del grande Ammiraglio. Nel 1310 diviene V conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Re Roberto d’Angiò lo nomina Gran Connestabile del Regno di Napoli. Nel 1330, alla morte del padre Errico, i possedimenti paterni cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero Sanseverino. Nel 1340, alla morte della madre, i possedimenti della madre cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero. Tommaso III Sanseverino muore il 27 aprile 1358. Tommaso III Sanseverino muore il 27 aprile 1358. Riguardo la contea di Lauria, le notizie dateci dal Montesano contraddicono altre notizie intorno a Ruggero Berengario di Lauria, di cui parlerò innanzi. Infatti, Tommaso III Sanseverino dividerà i possedimenti paterni nel 1330 e quelli materni (della madre Ilaria), nel 1340. Dunque, secondo alcuni studiosi, Tommaso III Sanseverino diviene conte di Lauria…….Su Tommaso III Sanseverino ha scritto pure Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento” riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc….L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Dunque, Matteo Mazziotti scriveva che Errico Sanseverino, padre di Tommaso III Sanseverino e di Ruggero Sanseverino, morì a soli 21 anni. Dunque, Errico (“Arrigo”) Sanseverino, marito di Ilaria dell’Oria, morì nel 1331. Infatti, il Montesano scrive dei possedimenti paterni passati a Tommaso III nel 1330. Mazziotti, a p. 136, riferendosi al primo figlio di Errico e Ilaria, ovvero a Tommaso III, in proposito dice che: “Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”
Nel 30 gennaio 1314, Tommaso Sanseverino devolve i beni di Tortorella a Silvio Vulcano di Padula
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 677, parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella. Il 30 gennaio 1314 (11), per scadenza, vennero devoluti “in feudum nobile” tutti i beni che erano stati di Giovanni Lombardi di Tortorella, da parte di Tommaso Sanseverino a Silvio Vulcano di Padula.”. Ebner, a p. 677, nella nota (11) postillava che: “(11) I, ABC, LXV 41, 30 gennaio 1314, XII.”.
Nel 1321, GUGLIELMO (III) SANSEVERINO, figlio di Tommaso II e Sveva d’Avezzano successe al padre, nei feudi del Vallo di Diano
Nicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, il Montesano scriveva che Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio, Guglielmo Sanseverino. Dunque, Guglielmo Sanseverino era Conte di Capaccio. Il Montesano scriveva che alla morte di Guglielmo Sanseverino, non avendo figli maschi i suoi possedimenti furono ereditati e divisi tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino. Chi era Guglielmo Sanseverino ?. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208 riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Ecc…”. Dunque, questo Guglielmo Sanseverino era il secondo figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. Guglielmo aveva altri tre fratelli: Giacomo (primogenito), Roberto e Ruggero, oltre ai due fratellastri figli della prima moglie del padre (Margherita di Valmontone): Ruggero ed Enrico. Il Fusco, a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Guglielmo (III) Sanseverino era figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. La madre di Guglielmo III Sanseverino, Sveva d’Avezzano, è stata la seconda moglie di Tommaso II Sanseverino ed era Contessa di Tricarico, figlia di Gismondo di Tricarico e vedova di Filippetto Polliceno. Dunque anch’essa sposata in seconde nozze. Sulla discendenza di Guglielmo (III) Sanseverino, ha scritto Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 che, parlando del casale di Teggiano ci dice dei figli di Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico (quello che fondò la Certosa di Padula) ed in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Ecc…”. Riguardo Guglielmo Sanseverino ne ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “della contea e della Signoria di Diano……Guglielmo (I) Saneverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ecc…”. Ebner prosegue a p. 639 coon Tommaso Sanseverino. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Tommaso Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che nei feudi di Diano ecc… successe Tommaso (III) Sanseverino, figlio di Enrico e Ilaria di Loria. Ebner scrive solo che Guglielmo III Sanseverino fu uno dei figli della seconda moglie di Tommaso II Sanseverino. Dunque, Ebner ci dice di Guglielmo (III) Sanseverino, che era figlio di Tommaso II e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano, contessa di Tricarico e con cui ebbe altri quattro figli: GIACOMO, GUGLIELMO III, ROBERTO III e RUGGERO III. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239……Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.
Nel 1321, re Roberto d’Angiò confermò le concessioni all’Università di Tortorella che nel 1021 fece Guaimario III
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15 in proposito scriveva che secondo un manoscritto: “….il longobardo Guaimario III principe di Salerno, ecc….”Nell’anno 1021″ concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Nel 1321 il Re Roberto confirmò lo stesso, e tolse le onze”, così come riportato nell'”In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella” (19), memoria redatta nell’aprile del 1931 da Francesco Polito – De Rosa, cofirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti. Sempre in questa “Memoria” si ricordano anche i nomi dei casali della Terra di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’).”. Il Montesano (…), a p. 16, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e dell ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Covane di Gaetano – Salerno 1931 – Appendice, p. 5.”. In Appendice però il Montesano riguardo questo testo aggiunge un autore “M. Gallotti” che dovrebbe essere il “confirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti.”. Chi era l’autore di questa memoria scritta pubblicata a stampa, chi era Francesco Polito de Rosa, il cui memoriale scrive il Montesano “posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, ecc..” ? Il Montesano a p. 74, in proposito scrive che: “L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, secondouna leggenda che si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ecc..ecc… (108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il Sostituto Procuratore del Re. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”.
Nel 1330, a soli 21 anni muore Enrico (“Arrigo”) Sanseverino (figlio di Tommaso II) e marito di Maria dell’Oria o Ilaria di Lauria
Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento” riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc…L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso Ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”.Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, nel 1314, morì Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, che era ancora vivo. Il nonno di Tommaso III Sanseverino, Tommaso II Sanseverino alla morte del padre Enrico ra ancora vivo. Infatti, Tommaso II Sanseverino morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula.
Nel 1330, TOMMASO III SANSEVERINO, V Conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento, Lauria, e Diano
In un sito sul web sui Sanseverino leggiamo che Tommaso III (1311 † 1358), figlio di Enrico († 1314) 4° Conte di Marsico, fu il 5° conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Gran Connestabile del Regno di Napoli, sposò nel 1326 in prime nozze Sibilla Pipino, figlia di Nicola Conte di Minervino e nel 1337, in seconde nozze, Margherita de Clignet, figlia ed erede di Giovanni de Clignet, Signore di Caiazzo e di Margherita Stendardo dei Signori di Arienzo e Arpaia. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Enrico Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso Ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Dunque, Matteo Mazziotti scriveva che Errico Sanseverino, padre di Tommaso III Sanseverino e di Ruggero Sanseverino, morì a soli 21 anni. Dunque, Errico (“Arrigo”) Sanseverino, marito di Ilaria dell’Oria, morì nel 1331. Infatti, il Montesano scrive dei possedimenti paterni passati a Tommaso III nel 1330. Mazziotti, a p. 136, riferendosi al primo figlio di Errico e Ilaria, ovvero a Tommaso III, in proposito dice che: “Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Il Mazziotti, parlando di Tommaso (III) di Sanseverino scrive che egli era figlio di Ilaria di Lauria (“Maria dell’Oria”) ed Enrico Sanseverino e fratello di Ruggero, era nato nel 1310 e che nel 27 aprile 1358 morì dopo aver sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 febbraio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Dunque, secondo l’Ebner, Tommaso III Sanseverino era figlio primogenito di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino e di Ilaria di Lauria e nipote del nonno Tommaso II Sanseverino. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè Barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re anche Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori. Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, Tommaso III Sanseverino nasce dall’unione di Errico Sanseverino e Ilaria di Lauria o dell’Oria, figlia del grande Ammiraglio. Nel 1310 diviene V conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Re Roberto d’Angiò lo nomina Gran Connestabile del Regno di Napoli. Nel 1330, alla morte del padre Errico, i possedimenti paterni cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero Sanseverino. Nel 1340, alla morte della madre, i possedimenti della madre cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero. Tommaso III Sanseverino muore il 27 aprile 1358. Secondo l’Ebner, nel 1330, alla morte di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, suo figlio Tommaso III Sanseverino gli successe nei feudi tra cui quello di Teggiano (e di Lauria ?), essendo pure figlio di Ilaria di Lauria. Dopo il primo matrimonio, Tommaso III Sanseverino, sposò Margherita Clignetta di Caiazzo da cui ebbe i due figli Antonio, Francesco poi conte di Lauria e, Luisa. Infatti, Pietro Ebner (…), a p. 639, in proposito scriveva che: “Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa….ecc..ecc..”. Dunque, Ebner dice che alla morte di Tommaso III Sanseverino, figlio di Errico e di Ilaria, gli successero nella contea di Lauria i figli della seconda moglie: Francesco e Luisa. Ebner scrive pure che: “Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 febbraio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner scriveva che morto Tommaso III Sanseverino nel 1358, il 24 febbraio 1359 gli successe il figlio Antonio, V conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca D’Andria. Ebner, vol. II, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”.
Nel 1333, GUGLIELMO (III) SANSEVERINO, figlio di Tommaso II e di Sveva d’Avezzano
Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 203 sg.).”. Ma chi era questo Guglielmo Sanseverino che nel 1333 concesse ai cittadini di Casalnuovo ecc…Si tratta di Guglielmo (III) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. Sulla discendenza di Guglielmo (III) Sanseverino, ha scritto Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 che, parlando del casale di Teggiano ci dice dei figli di Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico (quello che fondò la Certosa di Padula) ed in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Ecc…”. Dunque, Ebner ci dice di Guglielmo (III) Sanseverino, che era figlio di Tommaso II e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano, contessa di Tricarico e con cui ebbe altri quattro figli: GIACOMO, GUGLIELMO, ROBERTO e RUGGERO III. La madre di Guglielmo III Sanseverino, Sveva d’Avezzano, è stata la seconda moglie di Tommaso II Sanseverino ed era Contessa di Tricarico, figlia di Gismondo di Tricarico e vedova di Filippetto Polliceno. Dunque anch’essa sposata in seconde nozze. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Ecc…ecc…E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Dunque, secondo Felice Fusco, Guglielmo (III) Sanseverino era un fratellastro di Giacomo Sanseverino, era figlio di Tommaso II Sanseverino ed era nonno di Ruggero Sanseverino. Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Infatti, poco dopo, nell’anno 1333, re Roberto d’Angiò, concesse il feudo di Policastro ai Grimaldi. Il Camera (…), scriveva “per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico…..ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).”. Dunque, secondo Matteo Camera, Guglielmo III Sanseverino, nel 1333 dovette lasciare il feudo di Policastro che passò alla Curia e poi per decisione di Roberto d’Angiò fu donato ai Grimaldi di Genova. Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Matteo Camera (…), citato da Natella e Peduto (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Da ultimo, re Roberto d’Angiò, nel 1333 concedette in feudo “et ad vitam” la città di Policastro a Gabriele, Antonio, e Princivalle de Grimaldo di Genova, per l’annuo valore di 120 once, tanto per essi che per Luciano de Grimaldo lor nipote (4): ma quegli abitanti ricusarono di prestar loro giuramento di vassallaggio “juramentum assicurationis”, e di pagare i proventi giurisdizionali (5) – Ecco come Roberto accarezzava i Grimaldi di Genova che tenevano per la parte guelfa (v. av. pag. 134.).”. Nicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”.
Nel 1333-1334, Guglielmo III Sanseverino, figlio di Tommaso II e padre di Giacomo, rinuncia a Policastro
Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”.
Nel 1342 muore Guglielmo (III) Saseverino e si apre la successione dei feudi
Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Il Fusco, a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Guglielmo nel 1342, il ‘castrum’ di ‘Sansa’ restò ancora in potere dei Sanseverino col figlio Tommaso e, per successione, pervenne ad Americo Sanseverino, del ramo dei Signori di Padula, Laurino e Capaccio (1433)(202), il quale lo lasciò al figlio Guglielmo che, per aver preso parte alla Congiura dei Baroni etc…”. Dunque, secondo il Fusco, Guglielmo Sanseverino morì nel 1342. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Nicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Secondo il Montesano, il feudo di Tortorella, che apparteneva a Guglielmo Sanseverino, scrive il Montesano,“conte di Capaccio”, “alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”.
Nel …….., Tommaso di Monforte di Laurito, suffeudatario di Torraca
Nel 1348, FRANCESCO SANSEVERINO, conte di Lauria concesse il suffeudo di Torraca a Tommaso di Monforte di Laurito
Verso la fine del ‘300, Torraca e Tortorella facevano parte della vasta contea di Lauria, già da tempo ai Sanseverino, conti di Marsico. Da Wikipedia apprendiamo che Francesco Sanseverino sarà conte di Lauria nel 1386. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Dunque nella cronostassi dei feudatari di Lagonegro, il Pesce scrive che Francesco Sanseverino è feudatario di Lagonegro dal 1414 al 1427. Poi Lagonegro e la contea di Lauria gli viene tolta e la riacquista nuovamente dal 1443 fino al 1455. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca e, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre)…….Biancuccia, vedova di Tommaso di Laurito, vendette a Matteo di Laurito, procuratore di Antonella e Giovannella di Monfortte, la metà del castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8).”. Dunque, Ebner scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito”. Si tratta di “Tommaso di Monforte di Laurito” che ebbe da Francesco Sanseverino il suffeudo di Torraca. Ebner così lo chiama sulla scorta dei documenti pubblicati dalla Mazzoleni. Dunque, secondo alcuni documenti pubblicati dalla Mazzoleni, Torraca apparteneva alla contea di Lauria e passò come suo suffeudo a Tommaso Monforte di Laurito. Infatti, Ebner, nel vol. II, parlando di Torraca, nella nota (8) postillava che: “(8) Mazzoleni cit., p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso.”. Pietro Ebner, a pp. 664-665, in proposito scriveva che: “Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, a richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del ‘quondam’ Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. Dunque, Francesco Sanseverino, conte di Lauria, aveva lasciato in suffeudo a Tommaso Monforte di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante di Torraca, il suffeudo di Torraca, Tortorella ed alcuni beni burgensatici pertinenze di Policastro. Alla morte del “quondam” Tommaso di Monforte di Laurito, passarono alla moglie Biancuccia Mercadante. Dunque, Ebner scriveva che Biancuccia Mercadante aveva il suffeudo di Torraca, Tortorella ed altri beni burgensatici, a suo tempo concessi da Francesco Sanseverino, conte di Lauria al marito di Biancuccia, Tommaso di Monforte di Laurito. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a pp. 102-103, sulla scorta delle pergamene di ‘Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, ……Si oppose Matteo di Laurito, ecc….Tali ragioni, e le opposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento convocato da Carlo III d’Aragona-Durazzo. Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione. Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento once in carlini d’argento con risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11).”. Ebner, a p. 103, nella nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni, cit., pergamene 4-5-6-7”. Era l’epoca di Carlo III d’Aragona-Durazzo. Ebner, continuando il suo racconto sui Monforte e sui Sanseverino e su Laurito, sempre sulla scorta dei documenti pubblicati dalla Mazzoleni, a p. 103, in proposito scriveva che: “Infatti, nel 1438, Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la Concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14).”. Ebner, a p. 103, nella nota (13) postillava che: “(13) Id., pergamena p. 18”. Ebner, a p. 103, nella nota (14) postillava che: “(14) Id., pergamena p. 138”. Ebner, sulla scorta dei documenti pubblicati dalla Mazzoleni scrive che: “Infatti, nel 1438, ecc..”. Era l’epoca di re Ladislao. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 103, scriveva che: “Il 18 novembre 1404 re Ladislao separò (12) il villaggio di Laurito da Cuccaro”, che appartenevano a Francesco Sanseverino, conte di Lauria, conti di Marsico. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 103 scriveva che: “Tale separazione, però, non esentò l’antico suffeudatario dall’obbligo della dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico.”. Su un blog tratto dalla rete leggiamo che “Nel trecento la città, che continuava a crescere in estensione, divenne Contea con i nuovi Signori, i Sanseverino. Ecc….La fase di grande benessere della città subisce un periodo di interruzione partire dal 1487: in quell’anno, infatti, Barnabò San Severino fu uno degli organizzatori della Congiura dei Barboni che, però, fu domata da re Ferdinando, il quale fece catturare ed uccidere tutti coloro che avevano preso parte alla congiura. La contea di Lauria venne confiscata ai Sanseverino cui fu riaffidata solo nel 1516.”. Vediamo ora se Ebner ci dice altre notizie su Francesco Sanseverino ed il suffeudo di Torraca. Ebner parlando di Cuccaro, nel suo vol. I ci dice che ne parla nell’altro suo testo. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 517 ci parla dello “II Stato di Cuccaro”. Ebner, a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. In una pergamena da Napoli del 18 novembre 1404 si legge che re Ladislao separa il casale di Laurito dal distretto di Cuccaro, cui ‘ab antiquis temporibus’ era unito, liberando contestualmente gli uomini del casale dall’obbligo di versare a Cuccaro le prescritte sovvenzioni, collette, ecc…(11). Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ebner a p. 524 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Reg. Ang. VII, ad ann. 1390, f 5”. Ebner a p. 524 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni cit., pergamena n. IV, p. 133.”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”.
Nel 1384, Tommaso IV di Sanseverino, V conte di Marsico successe al padre Antonio
Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Antonio di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Tommaso IV ed in proposito scriveva che: “….nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”.
Nel 1386, Tommaso IV Sanseverino dei Conti di Marsico, signore di Laurino, Padula, Casaletto, Sanza, Buonabitacolo, Caselle ecc..
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Alla fine del XIII secolo Caselle….e nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..ecc…”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che: “Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, p. 82.”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando – come appare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo a dire”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms. Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione cuulturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sansee’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 203 sg.).”.
Nel 1386, TOMMASO IV SANSEVERINO, figlio di Giacomo e padre di Americo
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (130) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitaculum’) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, done il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”.
Nel 4 ottobre 1397, Luigi II d’Aragona assentì e confermò la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Tortorella e del castello che passò nelle mani di Matteo Monforte di Laurito, tutore di Giovannella e Antonello (figli di Biancuccia Mercadante e di Tommaso di Monforte di Laurito)
Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), parlando di Torraca, a p. 664, scriveva che: “Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, su richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. L’Ebner, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 135, riporta il seguente documento: “X. 1397, 4 ottobre, VI, Napoli Luigi II d’A. re a. XIV” ed il testo della Mazzoleni è il seguente: “Luigi II d’A., a richiesta di Matteo di Monforte tutore di Giovannella e Antonello, figli del fu Tommaso di Monforte e di Biancuccia Mercadante, gli concede assenso e conferma per la vendita della metà del castello di Torraca nelle pertinenze di Policastro e Turturella fattagli da Biancuccia che lo teneva in feudo dal conte di Lauria, verso il quale si devono sempre rispettare gli obblighi feudali.”. La Mazzoleni a p. 135 per il documento n. X (pergamena n. 18), postillava che: “Priv. transuntato il 1528, 14 aprile Laurito a richiesta di Ferdinando Monforte (v. n. 24). Perg. n° 18.”.

(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit. p. 135
La notizia, secondo l’Ebner (v. p. 664), si rileva da un documento di Laurito, il transunto della pergamena VIII, di Roccagloriosa, del giudice Guglielmo di Roccagloriosa e del notaio Giovanni Caso. Sempre l’Ebner (…), a p. 664 del vol. II, riferendosi a Biancuccia Mercatante, in proposito scriveva che: “….gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.” e, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner (…), a p. 339, del suo vol. II, di ‘Chiesa, ecc…’, parlando di Policastro, cita Biancuccia Mercadante di Torraca e, scriveva in proposito: “Il 13 ottobre 1397, a Napoli, arbitri il vescovo di Policastro, per Matteo di Monforte di Laurito, e il milite Roberto di Pantaleone, per Antonio Pellegrino di Diano, (secondo) marito di Biancuccia Mercadante (di Torraca), vedova di Tommaso di Monforte ( di Laurito, prima marito), si giunse ad un accordo circa i diritti dei pupilli di Tommaso, rappresentati da Matteo e quelli di Biancuccia rappresentati dal secondo marito (54).”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito”e, poi scrive ancora sempre a p. 102 che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale però lo ricomprò. Si oppose Matteo di Laurito. Il giureconsulto Matteo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione del feudo di Laurito. Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo ricevendone cento once in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Il 18 novembre 1404 re Ladislao separò (12) il villaggio di Laurito da Cuccaro. Tale separazione, però, non esentò l’antico feudatario dall’obbligo della dipendenza dai Sanseverino conti di Marsico. Infatti, nel 1448 Fancesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione ecc..ecc..”. Jole Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, er la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che: “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”. La Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIV – Sorta contea tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.
Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao
Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..“. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò
Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.
Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo
Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].
1414 – GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI
Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.
Nel 1414, re Ladislao I di Durazzo, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.
Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli
Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). opo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria
Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….
Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”.
Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria
Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…, donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.


(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.
Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.
Nel 1430, Benedetto de Principato e Nicola Principato Vescovo di Policastro
Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.
Nel 1483, nel ‘Liber rationum’
Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.
Nel 1487, BERNARDINO SANSEVERINO E LA CONTEA DI LAURIA
Nel 4 luglio 1487, l’uccisione di Bernardino Sanseverino, conte di Lauria e la confisca dei suoi beni
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come il cugino Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487. Si racconta che morì nelle secrete di Castel dell’Ovo di Napoli il giorno di Natale del 1490 e il suo corpo, chiuso in un sacco, fu gettato in mare dai carcerieri.”.
Nel 1487, Ferdinando I d’Aragona confermò gli Statuti alle Università
Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito alla ‘Congiura dei Baroni’ scriveva che: “VI. Ferdinando I d’Aragona confermò nel 1487 gli statuti ed i capitoli della baronia del Cilento già decretati dai suoi predecessori. Da questi capitoli, su cui hanno scritto G.C. Del Mercato e F.A. Ventimiglia, si traggono notizie importanti su l’ordinamento della baronia in quel tempo.”. Anche Felice Fusco (….), nel suo “Caselle etc.”, riguardo gli Statuti concessi alle Università in quel periodo, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Ferdinando I d’Aragona rese il suo Regno un momento importante per le libertà comunali. Il re stesso concesse statuti alle città demaniali e sanzionò con il suo placet quelli concessi dai baroni. In ciò si scorge non solo una tendenza verso una maggiore uniformità nel governo municipale, ma anche la crescita di una aristocrazia urbana favorita dal re come contrappeso alla nobiltà feudale. Lecce offre a questo proposito un esempio molto istruttivo: gli statuti del 1479 stabilivano la parità in Consiglio fra gli artigiani e gli esponenti più alti della società, anche se relegavano i primi nelle cariche municipali minori. La predilezione per la condizione demaniale era talmente consolidata da far affermare all’ambasciatore fiorentino nel novembre 1485 che molte città “desiderano piutosto essere in domanio che sotto Signori per i tristi tractamenti che hanno da loro”. All’interno di queste Comunità urbane gli ebrei in particolare avevano motivo di apprezzare la protezione loro accordata sull’esempio di Alfonso, protezione che li metteva in grado di svolgere una notevole attività come artigiani e piccoli commercianti in Puglia e Calabria.
Nel 1496, i feudi di Caselle e Tortorella e le conseguenze della Congiura dei Baroni
Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anche ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.
Nel 1496, Caselle e Tortorella dopo la Congiura dei Baroni
Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “La Congiura dei Baroni del 1485 sovertì questo stato di cose nei vari feudi Guglielmo (che ormai aveva ereditato tutti i beni paterni) in quanto nei confronti dei ribelli gli Aragonesi non furono meno duri degli Svevi in séguito alla Congiura di Capaccio di quasi due secoli e mezzo prima. Teatro dello scontro ecc….Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi. Alfonso II d’Aragona nel 1494 nominò il ‘milite Valerio de Gizzis’ di Chieti governatore (‘capitàneus) di tutti i feudi (fra cui Casella) appartenuti al Conte di Capaccio (149). Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo. Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Riguardo questa fonte, il Fusco, a p. 103, nella nota (139) postillava che: “(139) Fonti Aragonesi, a cura degli Archivisti Napoletani, Napoli, presso l’Accademia Pontaniana, 1970, VII (il volume VII è curato da Bianca Mazzoleni).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (145) postillava che: “(145) Cfr. nota 131.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (146) postillava che: “(146) Fonti Aragonesi, cit., III, p. 50, nota 116. I ‘de Senis’ governarono anche le Terre di Casalnuovo (Casalbuono) e di Campora.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.
I CARAFA DELLA STADERA
Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che i l’illustrissima e storica famiglia napoletana Carafa discende da altro più antico casato napoletano: i Caracciolo. Il capostipite fu Gregorio di Giovanni Caracciolo vissuto nel XII secolo, detto Carafa perchè ricopriva la carica di concessionario della gabella sul vino chiamata “campione Carafa”. Guerrello Caracciolo detto Carafa, Maresciallo del Regno, fu cavaliere dell’Ordine della Nave. Si divise in due grandi rami detti della Spina e della Stadera; capostipite della famiglia Carafa della Stadera fu Tommaso, figlio di Bartolomeo. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nido e, dopo la soppressione dei sedili (1800) fu iscritta nel Libro d’Oro Napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: barone di: Apricena, Binetto, Bonifati, Campolieto, Capriati, Civita Luparella, Colubrano, Rocca d’Aspro, Rutigliano, Sant’Angelo a Scala, San Mauro, Sessola, Tortorella, Trivigno, Tufara, Vallelonga. marchesi di: Anzi (1576), Baranello (1621), Bitetto (1595), Corato (1727), Montenero (1573), Montesardo, S. Lucido, Tortorella (1710). I Carafa raggiunsero i più alti gradi ecclesiastici nella Chiesa Romana con quindici cardinali e un Papa; Giovan Pietro Carafa (Capriglia 28-6-1476 † Roma, 18-8-1559), figlio di Giovanni Antonio dei conti Carafa e di Vittoria Camponeschi, figlia di Pietro Lalle, ultimo conte di Montorio, feudo in provincia di Teramo, fu eletto Papa il 23 maggio 1555 con il nome di Paolo IV. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Giustiniani (18), ….ci informa ….e del feudatario “Caraffa della Stadera”. Egli ci informa pre delle numerazioni dal 1532 al 1669 (19). Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitisi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carraffa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(20) Tancredi, Il Golfo di Policastro etc..”, p. 72.”. I Carafa o Caraffa sono una nobile e antica famiglia di origine napoletana, discendente dall’ancor più antica famiglia Caracciolo. Divisa in numerosi rami, i cui principali e più importanti sono i Carafa della Spina e i Carafa della Stadera, e decorata dei più alti titoli, raggiunse l’apice della sua potenza con l’elezione al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, papa con il nome di Paolo IV. Capostipite della famiglia Carafa della Spina fu Andrea, familiare della regina Giovanna I d’Angiò, il quale seguì Carlo III di Durazzo nella guerra d’Ungheria. I rappresentanti del Casato ricoprirono le più alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico sino ad arrivare al soglio pontificio. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nilo e, dopo la soppressione dei sedili (1800), fu iscritta nel Libro d’Oro napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: Barone di: Bianco (1629), Carreri (1629), Cerro, Forlì (1629), Petrella, Rionegro (1666), Ripalonga, Roccasicone, Rocchetta, San Nicola di Leporino, Torraca; Conte di: Arpaia (1605), Condojanni (1629), Conte palatino (1622), Cerro, Grotteria (1496), Policastro, Roccella (1522); Marchese di: Brancaleone, Tortorella, Castelvetere (1530) con annesso il Granducato di Spagna di prima classe (1581); Duca di: Bruzzano (1646), Forli (1625), Montenero, Rapolla (1623), Traetto (1712); Principe di: Roccella (1594), Sacro Romano Impero (1563). Riguardo la famiglia dei Carafa, ha scritto il Cataldo (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 42, in proposito scriveva che: “Questa famiglia si divise in vari rami, fra cui i principali: i Carafa della Spina (Principi di Belvedere), della Bilancia (Duchi d’Andria), della Serra, ecc..a Tortorella vi erano i Marchesi dell’altro ramo: (Carafa della Stadera), i cui tenimenti passarono alla famiglia Rocco. Da essi uscirono personaggi illustri: – Giampietro Carafa (1476-1559), che fu papa Paolo IV nel 1555, ecc..”.

Nel 25 ottobre 1498, re Federico I d’Aragona smembrò la Contea di Lauria e diede le Terre di Tortorella, Battaglia e Casaletto a Giovanni Andrea Caracciolo, patrizio Napoletano e maestro d’armi del re Ferdinando I d’Aragona
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Nel 1498, in seguito alla ribellione del Conte di Capaccio, Guglielmo Sanseverino, al re di Napoli Ferdinando I d’Aragona, la famiglia Sanseverino fu privata, tra l’altro, anche del feudo di Tortorella, che fu dato a Giovanni Andrea Caracciolo, maestro d’armi del re (4).”. Il Guzzo, a p. 201, nella nota (4) postillava che: “(4) C. Porzio: La congiura dei Baroni del Regno di Napoli contro Ferdinando I, Napoli, 1964, pag. 76.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, effettuò un vero e proprio smembramento della Contea di Lauria suddividendola in tanti piccoli feudi che furono messi all’asta e ceduti alla nuova nobiltà di toga. Come documentato nei Quinternioni conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Lib. III°, al foglio 169 e Lib VII°, foglio 159, in data 25 ottobre 1498 il re conferì “le Terre di Tortorella con i casali di Libonati, Casaletto e Battaglia” al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, etc…”. Dunque, su concessione di re Federico I d’Aragona, in seguito ai fatti della Congiura de Baroni, il casale di Vibonati, che all’epoca veniva chiamato Libonati, venne devoluto, insieme a Casaletto e Battaglia al patrizio napoletano Giovanni Antonio Caracciolo. Infatti, in seguito alla Congiura dei Baroni, re Federico I d’Aragona, che aveva assediato i Sanseverino a Teggiano, suddivise la Contea di Lauria appartenuta a Bernardino Sanseverino, ultimo conte di Lauria. Sul blog in rete del “Libro d’oro della Nobiltà Mediterranea” è scritto che G7. Giovanni Andrea (+ 1528), Patrizio Napoletano; ebbe le Serre di Tortovilla e Casaletto il 25-10-1498 e la terra di Misuraca il 25-4-1500, compra Scalea il 25-4-1501, Signore di Misuraca, Scalea, Tortorella con i casali di Libonati, della Battaglia e Casaletto; 1° Marchese di Misuraca dal 4-10-1523. = Andreanna, figlia ed erede di Paolo di Caivano Signore di Misuraca. H1. Paolo (+ assassinato nel corso di una ribellione di villici 1528), Patrizio Napoletano. = Donna Caterina Vittoria Acquaviva d’Aragona, figlia di Don Belisario 1° Duca di Nardò e di Sveva Sanseverino dei Principi di Bisignano (+ uccisa col marito 1528) (vedi/see) H2. Porzia (+ post 13-8-1546); 1 a) = 1523 Ferdinando Piscicelli, Patrizio Napoletano; 1 b) = Ferdinando Caracciolo, Patrizio Napoletano (vedi/see). H3. Isabella (+ post 1569), Marchesa di Misuraca e Signora di Scalea a Tortorella. = Don Ferdinando Spinelli 2° Duca di Castrovillari (vedi/see. H4. Aurelia (+ post 1558) = 1525 Francesco de Guevara Signore di Arpaia e Buonalbergo (vedi/see). H5. Antonia (+ post 1566) = Diego Sandoval de Castro. H6. Giulia = Vincenzo Casera.H7. Lucrezia (+ 3-12-1580), monaca dal 6-2-1528, poi Badessa del monastero di Santa Maria Donna Regina a Napoli dal 1-9-1569 al 30-8-1572. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 164, in proposito scriveva che: “Dopo la tragica conclusione della Congiura dei Baroni, nel 1486, i Sanseverino vennero privati dei loro possedimenti e Bonati, che faceva parte del feudo di Tortorella, passò nelle mani di Giovanni Andrea Caracciolo.”.
Nel 25 aprile 1501, Giovanni Andrea Caracciolo acquista le Terre di Scalea
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “….patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, il quale, due anni dopo, il 25 aprile 1500, divenne anche signore della Terra di Misuraca (60), avendo sposato Andreanna, unica figlia ed erede di Paolo di Caivano. Il 25 aprile 1501 compra inoltre le Terre di Scalea, mentre il 4 ottobre 1523 gli viene concessa dal Vicerè la corona di I° Marchese di Misuraca. A partire da questo periodo le notizie rintracciabili all’Archivio di Stato di Napoli relative a Casaletto diventano sempre più numerose (61). nel 1508 il “Magnifico Ioanni Andrea Caraczolo, (viene) tassato in ducati 51.4.19 1.2 per Turturella et Casalecto, comperia per il detto donativo” (62).”. Il Montesano, a p. 41, nella nota (60) postillava che: “(60) Oggi Mesoraca, Comune in Provincia di Crotone”. Il Montesano, a p. 41, nella nota (61) postillava che: “(61) La scarsità di notizie relative al precedente periodo angioino e aragonese è i realtà dovuta principalmente alla distruzione degli archivi storici avvenuti, in parte, con i bombardamenti del Grande Archivio di Napoli etc..”. Il Montesano, a p. 42, nella nota (62) postillava che: “(62) ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Partium, Inventario 1468-1688, vol. 75, 1508, f. 134”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a pp. 147-148, in proposito scriveva che:“In questi anni infelici, tuttavia, un punto di riferimento importante e un elemento di stabilità a Scalea fu rappresentato dalla famiglia Spinelli. Anche questa importante casata calabrese giunse a Scalea ‘maritali nomine’, cioè attraverso un matrimonio. Don Ferdinando Spinelli (morto nel 1547 c.a.), secondo duca di Castrovillari, secondo conte di Cariati, ecc…, sposò in seconde nozze Isabella Caracciolo, figlia ed erede di Giovanni Andrea, primo marchese di Mesoraca, signore di Scalea e Tortorella, e di Andreanna di Caivano, signora di Mesuraca. Con suo figlio, don Troiano I (c.a. 1530-66), secondo marchese di Mesoraca, che nel 1566 ottenne il titolo di principe di Scalea, inizia la serie dei principi. Essi fissarono la propria dimora nel palazzo dove presumibilmente già risiedevano i precedenti signori della città e che ancora oggi porta il nome di Palazzo dei Principi. Nelle sue grandi linee l’edificio, che fu ampliato e abbellito dagli Spinelli, oggi conserva la fisionomia che aveva ricevuto nel Cinquecento.”. Dunque, Giovanni Andrea Caracciolo, marchese di Mesoraca, signore di Scalea e di Tortorella, insieme alla moglie Andreanna di Caivano, ebbero come figli, le figlie Isabella e Porzia. Il Vacchiano ci dice che la figlia Isabella Caracciolo andò sposa a don Ferdinando Spinelli, secondo duca di Castrovillari che la sposò in seconde nozze e da cui si ebbe Troiano II Spinelli. Carmine Manco (…), nella sua “Scalea prima e dopo”, a p. 50, in proposito scriveva che: “Tutte queste terre, che erano infeudate, titolate e che davano il titolo principesco, passarono nel 1556 agli Spinelli. Pertanto gli Spinelli presero il titolo di Principi di Scalea. Il primo Principe di Scalea fu Troiano e il secondo Ferdinando. Sotto il governo di questi vennero portati a termine i lavori di ampliamento della loro dimora, già dei Romano e dei Duchi di Sanseverino, che prese l’aspetto attuale e il nome di “Palazzo dei Principi…..(p. 52). Inoltre i tributi erano pesantissimi. L’amministrazione era confusa. Ogni sorta di abusi era possibile. Anche il napoletano Giovan Andrea Caracciolo che accentrava le cariche di fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea ne commise. In tutto questo caos a Scalea si fece qualcosa. I Palamolla riuscirono ad incrementare l’industria serica. Aumentò il commercio di cui erano mercanti oltre ai Palamolla, Sipio e Andrea Caputo, Antonio Macrino e Matteo Manfredi. Ecc…”. Dunque, in questo breve passo il Manco ci parla di Giovan Andrea Caracciolo che nel frattempo aveva assunto diverse cariche pubbliche del Viceregno spagnolo. Egli ricopriva le carice di “fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea“. A questo proposito il Manco scriveva che il Caracciolo aveva commesso diversi abusi. Infatti, Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Malgrado il possesso delle terre sicuramente il marchese Caracciolo non risiedeva in Tortorella, ma bensì nel palazzo marchesale di Misuraca. Ed è proprio lì che Giovanni Andrea trovò la morte (65); nel 1528 egli, insieme al figlio Paolo e sua moglie Caterina, venne trucidato in piazza a seguito di una rivolta contadina. Grazie all’aiuto di alcuni parenti riuscirono a mettersi in salvo soltanto le figlie che, scampate al massacro, trovarono rifugio a Catanzaro. Qui conobbero il duca di Castrovillari Ferrante Spinelli il quale con le sue truppe era corso in aiuto del vicerè Filiberto di Chalois, intento a contrastare il tentativo di conquista della città da parte delle truppe fracesi e di quelle del Duca di Capaccio. Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, il quale ereditò, nel 1548, il feudo della madre, essendo quello del padre spettante al figlio avuto dal primo matrimonio, il III duca di Castrovillari Don Giovanni Battista II (66).”. Il Montesano, a p. 43, nella nota (65) postillava che: “(65) Racconti calabresi – di Achille Grimaldi – stamperia del Filiberto, Napoli, 1860”. Il Montesano cita il duca Ferrante Spinelli mentre il Vacchiano lo cita come “Ferdinando Spinelli”. Da Wikipedia leggiamo che Mesoraca (IPA: /mezoˈraka/, Misuraca in dialetto mesorachese, Mesoràchion in greco bizantino) è un comune italiano di 5868 abitanti della provincia di Crotone in Calabria. Dal 1292 fu territorio dei Ruffo di Calabria, mentre dal 1523 entrò a far parte del Marchesato di Crotone come possesso dei Caracciolo. Alla famiglia Caracciolo è legato uno degli episodi più noti e cruenti della storia mesorachese: nel 1527 a causa del malcostume del signore e nella messa in pratica del diritto Ius primae noctis, una congiura alimentò una rivolta contadina che causò lo sterminio di parte dei componenti della famiglia ad eccezione delle figlie Isabella e Porzia, che riuscirono a scappare a Catanzaro; la rivolta fu repressa e vendicata dal principe Ferrante Spinelli, il quale sposò la marchesina Isabella Caracciolo per ripristinare il feudo, conservato dalla famiglia Spinelli fino al 1584.
Nel 31 gennaio 1504, dopo la morte di Guglielmo Sanseverino, Roberto (II) Sanseverino
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 677, parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “Come è noto, a seguito dell’armistizio di Lione (31 gennaio 1504) alla Spagna venne assegnato il Regno di Napoli. Roberto Sanseverino, che aveva saputo destreggiarsi tra Francia e Spagna, ebbe per la morte senza eredi di Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, il consenso all’acquisto e alla divisione dei suoi beni con Bernardino Sanseverino di Bisignano, ad evitare una loro dispersione con la vendita pubblica. A Roberto toccarono, con Capaccio, Casalnuovo, Gazanello (?), la Palude (Padula), Lagonegro, Laurino, Magliano, Montesano, Ravello (Rivello), Sassano, Sasso, Tito, Tortorella, Trentinara e Verbicaro (12).”. Ebner, a p. 677, vol. II, nella nota (12) postillava che: “(12) J. Mazzoleni, Regesto delle pergamene di Castelcapuano, cit., p. 79”. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) La reintegra dei beni fu riconfermata ai Sanseverino anche da Ferdinando il Cattolico nel 1506 quando, morto Guglielmo senza eredi, rilevò la Contea di Capaccio e le altre ‘Terre’ Roberto II, figlio di Antonello (un dei maggiori artefici della Congiura de Baroni). Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”.
Nel 1528 muore Giovan Andrea Caracciolo a Mesoraca in una rivolta contadina
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Malgrado il possesso delle terre sicuramente il marchese Caracciolo non risiedeva in Tortorella, ma bensì nel palazzo marchesale di Misuraca. Ed è proprio lì che Giovanni Andrea trovò la morte (65); nel 1528 egli, insieme al figlio Paolo e sua moglie Caterina, venne trucidato in piazza a seguito di una rivolta contadina.”. Il Montesano, a p. 43, nella nota (65) postillava che: “(65) Racconti calabresi – di Achille Grimaldi – stamperia del Filiberto, Napoli, 1860”. Il Montesano cita il duca Ferrante Spinelli mentre il Vacchiano lo cita come “Ferdinando Spinelli”. Da Wikipedia leggiamo che Mesoraca (IPA: /mezoˈraka/, Misuraca in dialetto mesorachese, Mesoràchion in greco bizantino) è un comune italiano di 5868 abitanti della provincia di Crotone in Calabria. Dal 1292 fu territorio dei Ruffo di Calabria, mentre dal 1523 entrò a far parte del Marchesato di Crotone come possesso dei Caracciolo. Alla famiglia Caracciolo è legato uno degli episodi più noti e cruenti della storia mesorachese: nel 1527 a causa del malcostume del signore e nella messa in pratica del diritto Ius primae noctis, una congiura alimentò una rivolta contadina che causò lo sterminio di parte dei componenti della famiglia ad eccezione delle figlie Isabella e Porzia, che riuscirono a scappare a Catanzaro; la rivolta fu repressa e vendicata dal principe Ferrante Spinelli, il quale sposò la marchesina Isabella Caracciolo per ripristinare il feudo, conservato dalla famiglia Spinelli fino al 1584.
Nel ……., Antonio Spinelli, signore dei feudi di Vibonati e Tortorella (?)
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 164, in proposito scriveva che: “A quest’ultimo successe Antonio Spinelli.”. E’ strana la notizia dataci dal Guzzo perchè gli Spinelli entrarono nel feudo di Vibonati solo dopo che Ferdinando, e non Antonio, Spinelli sposò Isabella Caracciolo figlia di Giovan Andrea Caracciolo che nel 1528 sarà ucciso in una rivolta popolare. Secondo il Guzzo, dopo Giovan Andrea Caracciolo fu Antonio Spinelli ad ereditare il feudo di Vibonati che era stato dei Caracciolo. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Spinelli, principe di Scalea (Capua, 23 marzo 1795 – Napoli, 9 aprile 1884), è stato un politico, bibliografo, e archivista italiano, sovrintendente generale degli archivi del Regno delle Due Sicilie e ultimo primo ministro del Regno delle Due Sicilie.
Nel 1529, Isabella Caracciolo ed il Principe Ferdinando Spinelli, signori di Scalea, Vibonati e Tortorella
Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a pp. 147-148, in proposito scriveva che: “In questi anni infelici, tuttavia, un punto di riferimento importante e un elemento di stabilità a Scalea fu rappresentato dalla famiglia Spinelli. Anche questa importante casata calabrese giunse a Scalea ‘maritali nomine’, cioè attraverso un matrimonio. Don Ferdinando Spinelli (morto nel 1547 c.a.), secondo duca di Castrovillari, secondo conte di Cariati, ecc…, sposò in seconde nozze Isabella Caracciolo, figlia ed erede di Giovanni Andrea, primo marchese di Mesoraca, signore di Scalea e Tortorella, e di Andreanna di Caivano, signora di Mesuraca. Con suo figlio, don Troiano I (c.a. 1530-66), secondo marchese di Mesoraca, che nel 1566 ottenne il titolo di principe di Scalea, inizia la serie dei principi. Essi fissarono la propria dimora nel palazzo dove presumibilmente già risiedevano i precedenti signori della città e che ancora oggi porta il nome di Palazzo dei Principi. Nelle sue grandi linee l’edificio, che fu ampliato e abbellito dagli Spinelli, oggi conserva la fisionomia che aveva ricevuto nel Cinquecento.”. Dunque, Giovanni Andrea Caracciolo, marchese di Mesoraca, signore di Scalea e di Tortorella, insieme alla moglie Andreanna di Caivano, ebbero come figli, le figlie Isabella e Porzia. Il Vacchiano ci dice che la figlia Isabella Caracciolo andò sposa a don Ferdinando Spinelli, secondo duca di Castrovillari che la sposò in seconde nozze e da cui si ebbe Troiano II Spinelli. Carmine Manco (…), nella sua “Scalea prima e dopo”, a p. 50, in proposito scriveva che: “Tutte queste terre, che erano infeudate, titolate e che davano il titolo principesco, passarono nel 1556 agli Spinelli. Pertanto gli Spinelli presero il titolo di Principi di Scalea. Il primo Principe di Scalea fu Troiano e il secondo Ferdinando. Sotto il governo di questi vennero portati a termine i lavori di ampliamento della loro dimora, già dei Romano e dei Duchi di Sanseverino, che prese l’aspetto attuale e il nome di “Palazzo dei Principi…..(p. 52). Inoltre i tributi erano pesantissimi. L’amministrazione era confusa. Ogni sorta di abusi era possibile. Anche il napoletano Giovan Andrea Caracciolo che accentrava le cariche di fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea ne commise. In tutto questo caos a Scalea si fece qualcosa. I Palamolla riuscirono ad incrementare l’industria serica. Aumentò il commercio di cui erano mercanti oltre ai Palamolla, Sipio e Andrea Caputo, Antonio Macrino e Matteo Manfredi. Ecc…”. Dunque, in questo breve passo il Manco ci parla di Giovan Andrea Caracciolo che nel frattempo aveva assunto diverse cariche pubbliche del Viceregno spagnolo. Egli ricopriva le carice di “fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea“. A questo proposito il Manco scriveva che il Caracciolo aveva commesso diversi abusi. Infatti, Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Malgrado il possesso delle terre sicuramente il marchese Caracciolo non risiedeva in Tortorella, ma bensì nel palazzo marchesale di Misuraca. Ed è proprio lì che Giovanni Andrea trovò la morte (65); nel 1528 egli, insieme al figlio Paolo e sua moglie Caterina, venne trucidato in piazza a seguito di una rivolta contadina. Grazie all’aiuto di alcuni parenti riuscirono a mettersi in salvo soltanto le figlie che, scampate al massacro, trovarono rifugio a Catanzaro. Qui conobbero il duca di Castrovillari Ferrante Spinelli il quale con le sue truppe era corso in aiuto del vicerè Filiberto di Chalois, intento a contrastare il tentativo di conquista della città da parte delle truppe fracesi e di quelle del Duca di Capaccio. Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, il quale ereditò, nel 1548, il feudo della madre, essendo quello del padre spettante al figlio avuto dal primo matrimonio, il III duca di Castrovillari Don Giovanni Battista II (66).”. Il Montesano, a p. 43, nella nota (65) postillava che: “(65) Racconti calabresi – di Achille Grimaldi – stamperia del Filiberto, Napoli, 1860”. Il Montesano cita il duca Ferrante Spinelli mentre il Vacchiano lo cita come “Ferdinando Spinelli”. Da Wikipedia leggiamo che, nel 1527 a Mesoraca vi fu una rivolta in cui fu ucciso Paolo, fratello di Isabella e porzio Caracciolo, insieme al padre ed alla madre. Isabella e pOrzia si salvarono. La famiglia ad eccezione delle figlie Isabella e Porzia riuscirono a scappare a Catanzaro; la rivolta fu repressa e vendicata dal principe Ferrante Spinelli, il quale sposò la marchesina Isabella Caracciolo per ripristinare il feudo, conservato dalla famiglia Spinelli fino al 1584. Sul blog in rete del “Libro d’oro della Nobiltà Mediterranea” è scritto che H3. Isabella (+ post 1569), Marchesa di Misuraca e Signora di Scalea a Tortorella. = Don Ferdinando Spinelli 2° Duca di Castrovillari (vedi/see). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, etc….”. Dunque, secondo il Mallamaci, la marchesa Isabella Caracciolo, figlia di Giovan Andrea Caracciolo sposò il futuro Principe di Scalea, Ferdinando Spinelli. Dalla loro unione nacque Troiano Spinelli. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Vibonati…. Quest’ultimo Comune fu Feudo dei Caracciolo, etc…”.
Nel 1548, Trojano Spinelli, figlio di Isabella Caracciolo e del principe Ferdinando Spinelli erditò il feudo di Scalea della madre
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, il quale ereditò, nel 1548, il feudo della madre, essendo quello del padre spettante al figlio avuto dal primo matrimonio, il III duca di Castrovillari Don Giovanni Battista II (66).”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Dalla famiglia Caracciolo il feudo passò al marchese di Misuraca, Troiano Spinelli, il quale, nel 1555, lo vendette a Giovanni Antonio Ricca.”. Da Wikipedia leggiamo che da Isabella Caracciolo e Ferrante Spinelli nasce Troiano che subentro’ al padre. È famoso a Mesoraca per aver fondato sul finire del sec. XVI un villaggio nelle campagne della cittadina, Vico Troiano,che successivamente venne saccheggiato e raso al suolo dai turchi. In questo villaggio aveva dimora una ragazza, figlia della nobile famiglia Rossi di Mesoraca, si chiamava Sara e durante le incursioni turche, fu deportata in schiavitu’ insieme ad altre compaesane. Il triste avvenimento si trasformò in felicità nel momento in cui il sultano si innamorò della giovane donna, descritta “bruna, dalle greche forme, di una disumana bellezza”. La ragazza in cambio della sua mano chiese di mantenere il proprio credo religioso e le venne concessa per amore la libertà di culto, diventando sultana di Costantinopoli. Sara Rossi inviò ingenti somme di denaro nella sua terra natìa attraverso un suo cappellano, con la raccomandazione di ingrandire e ristrutturare il convento dei domenicani, tali somme non arriveranno mai a Mesoraca ma furono usate a Napoli per altri lavori.
Nell’11 luglio 1552, domenica, l’incursione turca-ottomana di Dragut Pascià distrusse Vibonati, S. Marina e S. Giovanni a Piro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Il 10 luglio 1552 (era un sabato sera), una flotta di 123 galee gettò le ancora nel porto di Palinuro e propriamente presso la località Oliveto. Il giorno dopo, domenica, verso le 15 i musulmani di Dragut pascià sbarcarono mettendo a ferro e a fuoco Policastro e saccheggiarono, poi distruggendoli, i villaggi di Vibonati, S. Marina, S. Giovanni a Piro, mentre altri si spingevano fino a Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggiero uccidendo e facendo prigionieri gli abitanti (12).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Laudisio cit., p. 22 sg: “……………..”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a pp. 164-165, in proposito scriveva che: “Nel 1552, insieme con Scario, San Giovanni a Piro, Policastro, Santa Marina, Bosco, Torre Orsaia, Roccagloriosa e Sapri, anche Vibonati ebbe a subire il saccheggio e l’incendio ad opera dei Turchi di Dragut Rais Bassà. Fu in occasione di tale funesta incursione che Vibonati perse beni e uomini, dei quali alcuni furono uccisi ed altri condotti schiavi (31).”. Il Guzzo, a p. 165, nella nota (31) postillava che: “(31) N. M. Laudisio: Paleocastren Dioceseos Historica Cronologica Sinopsis Erudita, Napoli, 1831, pag. 44.; G. Volpe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 118”. Il Laudisio ci parla di questa funesta giornata a p. 78, della sua ‘Sinopsi’ (vedi versione a cura del Visconti). Il Laudisio (…), a p. 79, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Veloviores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, ‘in deserto insidiati sunt nobis).” e nella nota (67) postillava che: “(67) Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio, pag. 1, in arch. Matr. Ecclesiae oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Antonini…… Ricorda che per la sua breve distanza dal mare subì le incursioni musulmane nel 1559, orde respinte dai pochi che erano scampati alla peste del 1656. A seguito delle incursioni del 1562, si cinse di mura nel 1565.”. Dragut-Pascià fu un comandante navale ottomano e il successore di Khayr al-Din Barbarossa (che aveva assalito le nostre coste nel 1533). Viceré di Algeri, Signore di Tripoli e di al-Mahdiyya, si fece chiamare Spada vendicatrice dell’Islam e fu spesso lo spietato prota-gonista di credenze popolari, a causa della sua efferatezza. È ricordato anche per essere stato uno dei più grandi ammiragli (in turco Kapudanpasa) di etnia turca al servizio del sultano. La sua flotta ed i suoi uomini, nel 1552, furono gli autori di un’efferata operazio-ne militare incursiva sulle nostre coste. La quarta per la precisione. Questo triste episo- dio della nostra storia è ricordato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831 – 3), così scriveva in proposito: “ …e per la quarta volta nel 1552 dal musulmano Dragut pascià; infatti il 10 luglio 1552, decimo dell’edizione – era un sabato sera – una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel Golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata Oliveto ( e quì sono chiari i riferimenti filo-borbonici del vescovo sanfedista, dello sbarco di Carlo Pisacane). Il giorno dopo, domenica, verso le ore 15, i musulmani sbarcarono più veloci delle aquile e misero a ferro e fuoco Policastro, e contemporaneamente alcuni di essi saccheggiarono e distrussero Vibonati, S. Marina, e S. Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. (66). Quanti furono i morti e quanti i prigionieri! Quante le sciagure! Quanti raccolti furono bruciati nei campi! Il martedì successivo, 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi verso Policastro che pure distrussero, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli (67).” (…).
VIBONATI NON FARA’ PIU’ PARTE DEL FEUDO DI TORTORELLA
Nel 1555, Giovanni Antonio Ricca o Ricco acquistò il feudo di Vibonati da Trojano I Spinelli
Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…) parlando di Sapri, a p. 197, in proposito scriveva che: “L’anno 1555 segna il passaggio di Bonati nelle mani feudali degli Spinelli a quelle di Giovanni Antonio Ricco”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Precedentemente, nel 1555, Trojano aveva già alienato separatamente la Terra di Tortorella a Giovanni Antonio Ricca.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Dalla famiglia Caracciolo il feudo passò al marchese di Misuraca, Troiano Spinelli, il quale, nel 1555, lo vendette a Giovanni Antonio Ricca.”.
Nel 15…, il marchese Trojano Spinelli riacquistò la Terra di Tortorella da Cesare Ricca, figlio di Giovanni Antonio
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Successivamente lo stesso marchese Spinelli la riacquistò dal figlio Cesare Ricca etc…”.
Nel 15…., Scipione Oferio acquistò da Cesare Ricca il feudo di Tortorella (e quindi pure Vibonati)
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Successivamente lo stesso marchese Spinelli la riacquistò dal figlio Cesare Ricca e la rivendette definitivamente a Scipione Oferio per 6.000 ducati.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Da questo poi passò ai Gallotti, poi agli Oferio e quindi al nobile Francesco Alderisio nel 1569.”.
NEL 1562, CASALETTO E BATTAGLIA FURONO STACCATI DAL FEUDO DI TORTORELLA
Nel 1562, Giovanni Antonio Gallotti acquistò le terre di Casaletto e Battaglia da Trojano Spinelli, II marchese di Mesuraca
Da Wikipedia leggiamo che nel 1562 i casali di Casaletto e Battaglia furono venduti da Trojano Spinelli, marchese di Mesoraca, principe di Scalea e signore delle terre di Tortorella, al barone D. Giovanni Antonio Gallotti e quindi staccati dal feudo originario (4). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel 1562 i casali di Casaletto e Battaglia furono venduti dal II marchese di Misuraca, signore delle terre di Scalea (I principe di Scalea dal 12 marzo 1566), di Roccapiemonte, di Palazzi, di Brancaleone Trojano Spinelli al barone D. Giovanni Antonio Gallotti e quindi furono staccati dal feudo originario creando, di conseguenza, un nuovo feudo con autonomia propria. L’atto, insieme alla supplica per il Regio Assenso (67), è conservato all’Archivio di Stato di Napoli, archivio dei Quinternioni, Lib. 128, foglio 136.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “….Giovanni Antonio Ricca. Da questo poi passò ai Gallotti.”.
Nel 1569, Francesco Alderisio acquistò il feudo di Tortorella e conseguentemente anche Vibonati
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Dopo pochi anni, nel 1569, la Terra di Tortorella passò nelle mani di Francesco Alderisio.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Da questo poi passò ai Gallotti, poi agli Oroferio e quindi al nobile Francesco Alderisio nel 1569.”.
Nel 1574 (?), Federico Carafa, 4° conte di Policastro
I Carafa della Spina furono Baroni di Torraca, Conti di Policastro e Roccella nel 1522, Marchesi di Tortorella nel 1530. Da Wikipedia, alla voce “Contea di Policastro” leggiamo che: “Federico Carafa (1574-doppo 1593), 4.° conte di Policastro, etc.”. Dunque, da Wikipedia apprendiamo che Federico Carafa sarà 4° conte di Policastro dal 1574 e morirà dopo l’anno 1593. Riguardo Federico Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “(60)…..Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Ecc.. (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, Ebner scriveva che Federico Carafa era figlio di Giovan Battista Carafa e Giulia Carafa (forse Carafa della Stadera), sorella del Conte di Ruvo. Federico era fratello di Pierantonio Carafa che morì senza eredi e quindi la Contea di Policastro andò a Federico che aveva sposato Giulia Russa. Federico Carafa e Giulia Russa ebbero Lelio Carafa. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’ parlando di Rofrano, nel vol. II, p. 434, nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Giulia Russa (come dice Ebner parlando di Policastro) o Giulia Ruffo (quando parla di Rofrano) ?. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. Evidentemente quella della nota (60) fu un errore materiale. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: “…..lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) riferendosi a Lelio Carafa postillava che: “(60)….Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca.
Fabio Carafa, figlio di Lucrezia Carafa e Giovan Francesco Carafa della Stadera, dei conti di Montecalvo
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella, a p. 45, nella nota (68) postillava che: “(68) Fabio era il quinto dei sette figli di Giovan Francesco Carafa, II Conte di Montecalvo.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (69) postillava che: “(69) Biagio Aldimari – Historia genealogica della famiglia Carafa – stamperia Raillard, Napoli, 1691, pag. 420.”. Dunque, Fabio Carafa, era figlio di Lucrezia Carafa, e di Giovan Francesco Carafa della Stadera, dei conti di Montecalvo. Chi era la madre di Fabio ? Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che Lucrezia Carafa era figlia di Berlingieri feudatario di Novi e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella. Dunque, la nonna di Giovanni Battista Carafa della Stadera fu Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri Carafa e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella. Dei signori di Torella o di Tortorella ?. Sempre dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che Sigismondo Carafa (+ 1526), Signore di Montecalvo, Ginestra, Motta, Volturino, Pietra e Corsano investito il 7-5-1501, 1° Conte di Montecalvo dal 1525, Patrizio Napoletano. Sposa nel 1494 Eleonora di Sangro, figlia di Carlo Signore di Torremaggiore e di Caterina Gaetani dell’Aquila d’Aragona dei Conti di Fondi (+ post 1526) da cui A1. Giovan Francesco (+ Lauro 26-12-1555), 2° Conte di Montecalvo, Signore di Ginestra, Motta, Volturino, Pietra e Corsano dal 1526, Patrizio Napoletano. = Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri Signore di Novi e di Camilla Saraceno dei Signori di Torella. Sempre dal Libro d’Oro leggiamo che il feudo di Campolieto fu acquistato nel 1584 per ducati 14.50 da Fabio Carafa († 1593), conte di Montecalvo, il quale già possedeva i feudi boscosi di Martina e di Scannamatrea. Il figlio primogenito Francesco, sposò in prime nozze Zenobia di Bologna e, in seconde nozze, Girolama Tuttavilla. Il feudo col titolo ducale passò nel 1729 a Scipione di Sangro, figlio di don Fabrizio di Casacalenda.
Nel 1498, Berlingieri Carafa, feudatario di Novi e Camilla Saraceno, dei signori di Tortorella = figlia Lucrezia Carafa
Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che Lucrezia Carafa era figlia di Berlingieri feudatario di Novi e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella. Dunque, la nonna di Giovanni Battista Carafa della Stadera fu Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri Carafa e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 144 parlando delle vendite delle proprietà appartenute ad Antonello de Petruccis, in seguito alle confische per la Congiura dei Baroni, in proposito scriveva che: “Giovanni Carrafa, vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro. Carlo comprò Campora e Antonio Carrafa Castelnuovo. Ferdinando II, figlio di Alfonso II d’Aragona, aveva venduto “al magnifico Berlingieri Carrafa suo maiordomo dilettissimo pro se et suis heredibus in perpetuum per doc. 5 mila di carolenis argenti” le Terre di Gioi e Novi, senza avergliene potuto far tenere il relativo privilegio, a causa della sua repentina morte. Vi provvide (R Q f 64) re Federico, successo al nipote, che nel 1498 (R Q f 35 t) donò Cuccaro e la terra di Magliano al “magnifico Beringario Carrafa, cavaliere seu Capitano, il quale mentre questo Regno era occupato dai Francesi etcc….4. Organizzatore e amministratore sagace, Berlingieri Carrafa, più che per facoltà connessa all’antica baronia, per benevola concessione sovrana riuscì a ricostruire l’antico complesso fondiario nella sua primitiva integrità.”. Sempre Ebner proseguendo il discorso su Berlingieri Carrafa, a pp. 147-148, in proposito scriveva che: “Per effetto del matrimonio di Giulia Carrafa con Camillo Pignatelli, figliuolo di Ettore, conte poi duca di Monteleone (Vibo Valentia)(40), Berlingieri assegnò (a. 1509) all’unica sua erede la dote di diecimile ducati, valore meramente indicativo e non certo reale degli stati di Novi, Gioi, Cuccaro e Magliano con rispettivi casali, etc…Alla sua morte (a. 1513) Giulia ottenne anche il passaggio a suo nome dei casali di Pellare e Cannalonga (Petit. Relev., 2) per cui la baronia, restituita del tutto alla sua primitiva integrità, passò ‘maritali nomine’ al conte Borrello. Alla morte della contessa Giulia (28 dicembre 1538), etc….”. Dunque, riguardo a Berlingieri Carrafa, Ebner ci parla della sua unica erede Giulia, che aveva sposato Ettore Pignatelli e non si parla di Lucrezia Carafa. Inoltre, sul “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che Giovan Francesco Carafa della Stadera, 2° conte di Montecalvo, morto a Lauro nel 1555, era sposo di Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri feudatario di Novi e di Camilla Saraceno dei Signori di Torella non Tortorella. Leggendo il Libro d’Oro etc…, leggiamo che la madre di Lucrezia Carafa era Camilla Saraceno. Ella era una signora di Torella o di Tortorella ?.
Nel 1600, Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa dei conti di Moncalvo
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel 1600 l’unica figlia di Francesco, D. Vittoria Alderisio, sposò il patrizio Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa (68) dei conti di Moncalvo (69), portando il feudo sotto l’egida della potente famiglia Carafa, che governerà Tortorella, ecc..”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (68) postillava che: “(68) Fabio era il quinto dei sette figli di Giovan Francesco Carafa, II Conte di Montecalvo.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (69) postillava che: “(69) Biagio Aldimari – Historia genealogica della famiglia Carafa – stamperia Raillard, Napoli, 1691, pag. 420.”. Dunque, riguardo il feudo di Tortorella, Giovanni Battista Carafa della Stadera era il figlio terzogenito di Fabio Carafa dei conti di Moncalvo. Fabio Carafa della Stadera era il 5° figlio di Giovan Francesco Carafa della Stadera dei conti di Montecalvo. Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che Giovan Francesco Carafa della Stadera, 2° conte di Montecalvo, morto a Lauro nel 1555, era sposo di Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri feudatario di Novi e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella. Dunque, la nonna di Giovanni Battista Carafa della Stadera fu Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri Carafa e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella.
Nel 1600, donna Vittoria Alderisio, signora di Tortorella sposò Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel 1600 l’unica figlia di Francesco, D. Vittoria Alderisio, sposò il patrizio Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa (68) dei conti di Moncalvo (69), portando il feudo sotto l’egida della potente famiglia Carafa, che governerà Tortorella, in maniera a volte dispotica e violenta, fino al 1806. Il titolo di Marchese di Tortorella venne concesso il 20 luglio 1710 a Francesco Carafa (70).”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (68) postillava che: “(68) Fabio era il quinto dei sette figli di Giovan Francesco Carafa, II Conte di Montecalvo.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (69) postillava che: “(69) Biagio Aldimari – Historia genealogica della famiglia Carafa – stamperia Raillard, Napoli, 1691, pag. 420.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (70) postillava che: “(70) Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, pag. 677, vol. II.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1569, Francesco Alderisio Junior cedette il feudo di Tortorella con i relativi casali e castelli alla sua unica figlia Vittoria, andata in sposa a Gian Battista Carafa. In conseguenza di tale matrimonio il feudo di Tortorella e conseguentemente Bonati, furono uniti al feudo di Policastro.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il nipote di questi, Francesco Alderisio junior, cedette tutto alla sua unica figlia Vittoria, andata in sposa, i seguito, al marchese Giovan Battista Carafa Stadera e, in virtù di tale matrimonio, il feudo di Tortorella passò nelle mani di questa potentissima famiglia che la governò ininterrottamente per circa due secoli, fino all’abolizione della feudalità, (2 agosto 1806).(5)”. Il Guzzo, a p. 203, nella nota (5) postillava che: “(5) F. Rinaldi: Dei primi Feudi nell’Italia Meridionale – Napoli – 1886 – pag. 85.”. Nel 1745, nella sua prima edizione della “Lucania – Discorsi”, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) a p. 436 parlava di Tortorella ed in proposito scriveva che: “Un miglio lontano da Tortorella sono due altri piccioli luoghi, Casaletto, e Battaglia.”. Antonini non dice altro.

(Fig…) Antonini Giuseppe, op. cit., p. 436
Nel 1608, dopo il passaggio di Tortorella ai Carafa della Stadera, il feudo viene diviso e a Scipione Gallotta va Battaglia e Mario Gallotta va Casaletto
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Da questo poi passò ai Gallotti, poi agli Oroferio e quindi al nobile Francesco Alderisio nel 1569.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 45, in proposito scriveva che: “Nel 1608 “Scipione Gallotta (viene) tassato in ducati 19.-16 per Casaletto et Battaglia con l’iurisditione delle seconde cause et portolania”. Da questo documento si evince anche che “quale terre sono state divise trà il detto scipione in ducati 12 et detto Mario Gallotta patre di Giovanni Francesco Antonio cioè à detto Scipione ducati 12 et detto Mario ducati 7.-16; la devisione in Quinternionum 35 f. 92″ (71). Il feudo viene dunque diviso tra Scipione, a cui tocca la Terra di Battaglia, e Mario, al quale va quella di Casaletto.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (71) postillava che: “(71) ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Partium – Inventario 1468 – 1688 – vol. 1997, 1615-1618, f. 190t.”.
Nel 1610, la chiesa di “San Giovanni di Marcaneto” a Tortorella
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 677-668, parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Altre notizie si apprendono dal Laudisio (13). Il vescovo Giovanni Antonio Santonio di Taranto, eletto vescovo di Policastro nel 1610, oltre a invocare tre sinodi, ricostruì il seminario in base al decreto Tridentino di Riforma cap. 18, Sess. XXIII, atribuendogli anche il beneficio semplice di S. Giovanni di Marcaneto di Tortorella.”. Ebner (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) Laudisio, cit., p. 98 sg., 81 e 111.”. Infatti, il Laudisio (… v. versione del Visconti), a p. 81, scriveva in proposito del vescovo Santonio di Taranto, vescovo di Policastro: “Fece riattare il seminario costruito dai suoi predecessori in ottemperanza alla prescrizione del Concilio di Trento (decreto di Riforma, cap. 18, sess. XXIII), ma che per tanti anni non aveva funzionato, e in forza del citato decreto attribuì in perpetuo a tale seminario i benefici * semplici di S. Nicola di Marsico Vetere, quelli di S. Giovanni di Marcaneto di Tortorella e quelli di S. Marco di Vibonati.”. Per beneficio (*), si intende il diritto che i vescovi concessero al clero di certe chiese, di trattenere per se alcune rendite. Dunque, secondo il Laudisio (…), a Tortorella vi era la chiesa di San Giovanni di Marcaneto. Sempre l’Ebner (…), a p. 679, parlando della chiesa di Tortorella, scriveva che il 17 settembre 1597, mons. Spinelli, dopo aver ascoltata la messa a Torraca, proseguì e visitò le chiese di Tortorella e, nei verbali della “Visitatio Episcopalis”, si legge: “S. Giovanni “maccaneti”.”. Leggo in un blog, sulla rete che “Fuori abitato erano aperte al culto le cappelle dedicate a San Vito, San Nicola farnetani, Santa Maria dei Martiri, Santa Sofia, San Giacomo della Croce, Santa Maria dell’Annunciazione, San Nicola mazanetese, San Giovanni maccaneti.“, ed ancora pure che “I ruderi della chiesa di San Giovanni di Marcaneto insieme alle suggestive vestigia del campanile si trovano nella contrada San Teodoro, nel Comune di Tortorella”. Dunque, fuori l’abitato di Tortorella, nella contrada San Teodoro, vi era una chiesa o una cappella dedicata a San Giovanni di Marcaneto o di Maccaneti. Cosa significasse il termine “Maccaniti“, non saprei dirlo, certo è che questo toponimo (nome di luogo), o questo termine, è simile al toponimo di Marcaneto a Scario, frazione del Comune di San Giovanni a Piro.
Nel 1632, il vescovo di policastro Urbano Feliceo
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 203, in proposito scriveva che: “Evidentemente a nulla erano servite le dure prese di posizione contro le mire baronali assunte dal vescovo della diocesi bussentina Urbano Feliceo nel Sinodo del 1632 (6).”. Il Guzzo, a p. 203, nella nota (6) postillava che: “(6) F. Faraglia: Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806) – Napoli, 1883, pag. 194 e segg.”.

Nel 1646, la supplica di alcuni cittadini di Tortorella al Vicerè per i soprusi dei Carafa della Stadera
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 203, in proposito scriveva che: “Fu questo il periodo più duro e più fosco della vita della cittadina che fu sottoposta a spietate vessazioni e soprusi di ogni genere. Nel 1646 la terra inviò dal Vicerè di Napoli alcuni suoi deputati per denunciare le malefatte e le angherie del barone Francesco Carafa e dei suoi figli Cesare e Fabio, i quali, fra l’altro, non pagavano da tempo la “buonatenenza”, cioè la tassa sui beni, e da svariati decenni erano debitori all’Università di una somma addirittura superiore al valore del feudo. Il Vicerè inviò a Tortorella l’uditore Medola che incarcerò feudatari e banditi assoldati per compiere le malefatte. Pare, però, che il feudatario e i suoi figli il buio delle prigioni non durasse a lungo.“. Il Guzzo, a p. 203, nella nota (6) postillava che: “(6) F. Faraglia: Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806) – Napoli, 1883, pag. 194 e segg.”. Infatti, il Faraglia (….), nel suo testo “Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806)”, a p. 194, in proposito scriveva che: “l’Università, ……perchè essa, dal 1560, era creditrice del barone di somma tale, che superava di molto il prezzo del feudo, oltre migliaia di ducati, che egli doveva pagare, per le collette sui beni posseduti nella terra (1). Così divenne un’inchiesta contro i baroni, quella che era stata ordinata per le economie delle università.”.

Nel 20 luglio 1710, il re concesse a Francesco Carafa della Stadera il titolo di Marchese di Tortorella
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Il titolo di Marchese di Tortorella venne concesso il 20 luglio 1710 a Francesco Carafa (70).”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (70) postillava che: “(70) Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, pag. 677, vol. II.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 677, in proposito scriveva che: “(70) Il titolo di marchese di Tortorella venne concesso il 20 luglio 1710 ai coniugi Teresa Garofalo e Francesco Carafa (ramo poi estinto). Da Giuseppe Carafa (morto il 15 ottobre 1739) ed Andrea (morto il 14 settembre 1797), da cui a Francesco Maria (6 aprile 1802).”.
Nel 1931, Francesco Polito-de Rosa, Sostituto Procuratore del Re firmò insieme a Mario Gallotti (podestà di Tortorella), la memoria sul comune di Tortorella
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15 in proposito scriveva che secondo un manoscritto: “….il longobardo Guaimario III principe di Salerno, “Nell’anno 1021” concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Nel 1321 il Re Roberto cofirmò lo stesso, e tolse le onze”, così come riportato nell'”In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella” (19), memoria redatta nell’aprile del 1931 da Francesco Polito – De Rosa, cofirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti. Sempre in questa “Memoria” si ricordano anche i nomi dei casali della Terra di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’).”. Il Montesano (…), a p. 16, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e dell ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Covane di Gaetano – Salerno 1931 – Appendice, p. 5.”. In Appendice però il Montesano riguardo questo testo aggiunge un autore “M. Gallotti” che dovrebbe essere il “confirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti.”. Chi era l’autore di questa memoria scritta pubblicata a stampa, chi era Francesco Polito de Rosa, il cui memoriale scrive il Montesano “posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, ecc..” ? Il Montesano a p. 74, in proposito scrive che: “L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, secondo una leggenda che si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ecc..ecc… (108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il sostituto Procuratore del Re ai tempi del processo a Pisacane. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”. Da un articolo apparso su il Mattino, tratto dalla rete, troviamo scritto che: “Il secolo di Donna Maria festa al castello per la baronessa” – Festa il castello. Il piccolo borgo di Battaglia, deliziosa frazione di Casaletto Spartano (nel cuore del Cilento) si prepara a festeggiare «la baronessa». Il suo non è un compleanno come gli altri: Donna Maria Amato Polito compie cento anni. Donna Maria Amato Polito era la moglie dell’avvocato Giosuè, figlio di quel Giuseppe Gallotti che nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. La madre, nonna Menchina (Domenica). Madre di cinque figli, Giuseppe (ex funzionario dell’Enpi), Prosperina e Carla (insegnante di lettere e storia dell’arte) e Mario (architetto), nonna di sette nipoti (uno di loro è sacerdote a Salerno) e dodici pronipoti, vive ancora giornate lunghe e intense passate a ricordare.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.”.
(…) Beltrano Ottavio, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie…, op. cit., p. 292-293.
(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana, ed. Lighnthing Source UK Ltd, 2016 (Archivio Storico Attanasio)
(…) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Il testo a cura di padre Tropeano citato da Pietro Ebner è il “Codice Diplomatico Verginiano”. Il padre Placido Tropeano, nei 13 volumi del Codice Diplomatico Verginiano, stampato per i tipi dei Padri Benedettini di Montevergine tra il 1977 e il 2000, ha curato la trascrizione integrale delle prime pergamene, dall’anno 947 al 1210. Questo antichissimo Codice viene conservato presso la Biblioteca Statale del Monastero di Montevergine in Provincia di Avellino. Insieme all’opera di padre Tropeano troviamo i 7 volumi che raccolgono i “Regesti delle pergamene”, dati alle stampe dal padre Giovanni Mongelli tra il 1956 e il 1962, sono considerati all’incirca 6500 documenti sistemati cronologicamente dal 947 al XX secolo.
(…) Winkelmann Eduard, Acta Imperii Inedita – Innsbruck – 1880 (Archivio digitale Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)
(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996, p. 41; si veda pure dello stesso autore: Fusco F., ‘Quando la Storia tace: dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’ medievale’, stà in ‘Eurosis’, ed. Licelo Classico, Sala Consilina, vol. VIII, 1992, da p. 181 e s. (Archivio Attanasio)
(…) Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027. Nel 1015 Guaimario associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Un altro figlio di Guaimario, Guido, fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore. Il quarto figlio di Guaimario, di nome Pandolfo, divenne invece signore di Capaccio. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. Guaimario è ricordato una prima volta nelle carte emanate dall’attiva cancelleria principesca nel maggio del 1023 (Diplomata…, pp. 62 s.; Pratesi, passim), quando con suo padre sottoscrisse un diploma che sanciva un importante ampliamento non solo dei possedimenti terrieri della mensa archiepiscopale salernitana, ma anche e soprattutto un allargamento dei poteri giurisdizionali del presule locale. Da allora, la “signoria episcopale” salernitana, come è stata giustamente definita da H. Taviani Carozzi (1991, pp. 1020 s., 1024 s.), si sarebbe potuta esplicare anche sui soggetti laici dipendenti dalla chiesa cattedrale. Il diploma, redatto dal notaio Accepto in forma solenne nel palazzo principesco di Salerno, era stato voluto in special modo da Gaitelgrima, fautrice di una politica di avvicinamento della dinastia non solo alla Chiesa, ma anche agli enti monastici. G. e suo padre patrocinarono pertanto la fondazione del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il progetto per l’erezione di quel monastero, avviato in realtà verso il 1011 dall’aristocratico Alferio su un sito inizialmente occupato dall’eremo di Liuzo, già monaco cassinese, era stato in breve abbracciato dai principi di Salerno. La Badia di Cava, che fu dotata da Guimario e dal padre di beni e privilegi di varia natura, divenne in pochi anni di rilevanza europea, non solo per la vita liturgica e culturale della sua comunità monastica, ma anche per la sua ricchezza e la sua potenza. Io credo che la donazione citata dal Beltrano e poi dal Gatta, si inserisca nel vasto programma munifico che i principi Longobardi di Salerno attuarono verso il monastero benedettino della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, attuato proprio in quegli anni. Credo che l’antica donazione del principe Guaimario III, citata dal Gatta (…), fosse una precedente donazione che alcuni principi Longobardi, facevano ai monasteri benedettini ed in particolare mi riferisco ad una donazione fatta nel 1045, attribuita a Guaimario V, comunemente chiamato Guaimario IV.
(…) Lomonaco Vincenzo, ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958

(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio storico Attanasio)

(….) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972, n. 492 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Jamison Evelin M., ‘The Norman Administration of Apulia and Capua, more Especially under Roger II and William I, 1127-1166 ‘, in: Papers of the British School at Rome 6 (1913) 211- 481; Reprint of the Edition 1913, edited by Dione Clementi and Theo Kölzer, Aalen 1987 (Archivio digitale Attanasio).
(…) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio)

(….) Robinson Gertrude M.A., ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss.

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

(…) De Micco Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio e Archivio Diocesano di Policastro). Il De Micco, parlando della donazione del conte Mansone, dice che lo stesso: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”.
(…) Mattei-Cerasoli D. L., La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-78; si veda pure: D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV, a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Attanasio); si veda pure: Mattei Cerasoli, ‘Tramutola’, in ‘Archivio Storico per la Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944 e l’altro n. 14 del 1945; si veda pure: D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV, a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; si veda pure: Leone Mattei-Cerasoli, ‘Tramutola’ in ‘Archivio Storico Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944), pp. 32-46, 91-118, 201-213; 14 (1945), pp.37-62.
(….) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.
(…) Abbate Paolo, 1999, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, Palladio, Salerno
(…) Alessio sac. Francesco, 1984, Il messaggio dei nostri padri, Editore Domenico Torre, Roma.
(…) Berardi Felice, Berardi Gianluca, 2002, I monaci basiliani nel Basso Cilento, (in stampa)
(…) Bracco V., 1983, Il Macellum di Bussento, in “Epigraphica”, XLV
(…) Cataldo sac. Giuseppe, 1973, Notizie storiche su Policastro Bussentino
(…) Cioffi Biagio, Tortorella, in Nel Golfo di Policastro c’è…, E. Capitolino, Photo&Design, Roma
(….) Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora, Libreria Intercontinentale, Napoli
(…) Fusco Felice, 1996, Caselle in Pittari, linee di una storia dalle origini al Settecento, Az. Graf. Cantarella, Sala Consilina (SA); si veda pure: Fusco Felice, 2001, Caselle in Pittari, Economia e Società fra Otto e Novecento, Edizioni Promoedit, Foligno (PG).
(….) Gentile Angelo, 1984, Un paese, una storia: Caselle in Pittari, Poligraf, Salerno
(….) Giustiniani L., Dizionario Storico Geografico
(….) Guzzo Angelo, 1978, Da Velia a Sapri, Arti Grafiche Palombo & Esposito, Cava dei Tirreni (SA)
(…) La Greca Amedeo, 1997, Appunti di Storia del Cilento, Edizioni del Centro Promozione Culturale Per il Cilento, Acciaroli (SA).
(….) Leone Alfonso, 1983, Profili economici della Campania aragonese, Liguori, Napoli
(…) Racioppi Giacomo, 1889, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata per Giacomo Racioppi, tomo 1° e tomo 2°, Ermanno Loescher, Roma (riedizione del 1993, Antonio Capuano Editore)
(…) Tancredi mons. Luigi, 1990, Luci di un’anima, Mons. Enrico Nicodemo, Arcivescovo di Bari, Edizioni Santos Cantelmi, Salerno
(….) Cassese Luigi, 1969, La Provincia di Salerno dalla spedizione di Sapri alla vigilia dell’unificazione, in Scritti di Storia Meridionale , Laterza, Bari.

(…) Palmieri Nicola, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri, Lauria, (PZ), Tipografia editrice F.lli Rossi, ed. 1898 e 1914 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Winkelmann Eduard, Acta Imperii Inedita – Innsbruck – 1880 (Archivio digitale Attanasio)
(….) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana, ed. Lighnthing Source UK Ltd, 2016 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Pacichelli Giovan Battista, Il Regno di Napoli in Prospettiva, Napoli, ed.
(…) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, ed. e-book,
(…) Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Attanasio)
(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, ed. Loesher, 1889 (Archivio Attanasio)

(…) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963 (Archivio Attanasio)
