Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo saggio, cercherò di fare il punto sul toponimo di “S.ta Agata dir.”, citato in una carta d’epoca aragonese e segnato nella medesima dove oggi si trova il piccolo borgo di S. Cristofaro”, frazione attuale del Comune di Ispani.

(Fig….) Veduta satellitale – Google Maps
Pietro Ebner (…), parlando di Capitello, vol. I, p. 625, riferendosi al sacerdote Luigi Tancredi (….), in proposito scriveva che: “assicura che sulla collina Castellaro vi sono ancora i ruderi di un antico castello e afferma di aver consultato nell’ASN una pianta (3) del 1746 dove sono indicati Policastro, il Castellaro, Capitello e Petrasia. Ecc…”. Ebner (…), a p. 625, del suo vol. I, nella sua nota (3), postillava che: “(3) ASN, ‘Sezione piante topografiche’, cart. 32, n. 2.”. La notizia interessante è anche quella riferita da Ebner (…), sempre a p. 625 del vol. I di “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, dove parlando sempre di Capitello (oggi frazione d’Ispani) e riferendosi alla carta in questione citata dal Tancredi (…), nel 1978 scriveva pure che: “Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”. Pietro Ebner (….), a p. 625, nella sua nota (4), postillava “(4) A. Guzzo, cit., p. 245 e s. Cfr. pure M. Vassalluzzo, cit. la torre pare fosse costruita dopo il 1563. Certo è che che nel 1569 ne risulta custode Bernardo Rey.”. La nota (4) che cita Guzzo riguarda però la torre di Capitello, una torre marittima di avvistamento d’epoca vicereale. Ma al nostro discorso questa citazione non serve. Dunque, Pietro Ebner riferiva che nella carta in questione, ovvero la carta illustrata nella Fig….si possono leggere dei toponimi che al momento o nelle mappe più recenti non esistono o non vengono segnati, come ad esempio il toponimo strano di una “S. Agata dir.”, che stà per S. Agara diruta, ovvero un borgo antico che ai tempi risultava diroccato e che veniva chiamato S. Agata. Ebner precisamente, sulla scorta della carta in questione scriveva che: “Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”, ovvero scriveva che, nella carta in questione si possono leggere i seguenti toponimi: “S. Agata dir.”. Ebner, sebbene segnalasse il toponimo di “S. Agata” segnato nella carta in questione, scriveva alcune inesattezze geo-storiche. Infatti, scrivendo Ebner che: “Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Ecc….“, si commettevano alcuni errori. Il primo dei quali è quello secondo cui a mio parere, guardando la carta in questione vediamo che il toponimo di “S.ta Agata dir.” si trova posto esattamente sopra la collina dove si trova segnato il cosiddeto “Castellaro”. Si può vedere un gruppetto di edifici colorati in rosso e la scritta del luogo o toponimo “S. ta Agata dir.“. Dunque, come io vedo il toponimo “S.ta Agata dir.”, non si trova come scrive l’Ebner “Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata”, ma si trova sopra il “Castellaro” e dunque a mio parere il toponimo “S.ta Agata dir.” non corrisponde all’attuale Ispani ma corrisponde all’attuale S. Cristofaro. Ciò che affermo si può vedere guardando l’immagine satellitale illustrata nella Fig….Inoltre, il piccolo borgo di Ispani, attualmente molto più piccolo di S. Cristofaro e, che oggi si trova abbarbicato sulle colline sopra Capitello nella carta in questione non figura ed è questo uno dei motivi per cui io affermo che questa carta corografica nata per le imposizioni fiscali all’epoca Aragonese (secolo XV), non è una carta come scrivono i due studiosi Natella e Peduto del 1600 ma, dunque molto più antica. Infatti, come ritengo all’epoca Aragonese forse il piccolo borgo di Santa Agata doveva essere in parte diroccato ed era l’attuale borgo di S. Cristofaro, mentre il piccolo borgo attuale comune di Ispaniì, di cui oggi Capitello è frazione insieme a S. Cristofaro in epoca aragonese non esisteva affatto. Il piccolo borgo di Ispani sorse dopo le note vicende delle frequenti incursioni saracene da cui poi la costruzione delle Torri marittime di avvistamento in epoca Vicereale. Altra inesattezza di Ebner è quella secondo cui il “Bibone novo” fosse “Bibone nove” e non avesse detto che questo toponimo corrisponde all’attuale Vibonati.

(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…)
La carta che segnalava Tancredi (…) citata pure da Pietro Ebner (…), è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (…), nella Sezione “Manoscritti”: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Questi sono i riferimenti bibliografici della sua collocazione presso l’ASN, non quelli citati da Ebner, sulla scorta di Tancredi e di Guzzo, i quali riportarono la notizia senza mai citarmi. Della carta in questione citata da Tancredi (…) e segnalata da Ebner (….) è di probabile epoca aragonese ed è citata nel lontano 1973 dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous – Policastro”, pubblicato nel lontano 1978. I due studiosi, a p. 486 parlando di Policastro e riferendosi al ‘Castellaro’ di Capitello, scrivono che “Il termine ‘castellaro’ è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Secondo i due studiosi, la carta è del 1600. La carta in questione, era inedita e fu da me pubblicata in un mio scritto a stampa, apparso nel lontano 1987 (1), dieci anni prima che ne parlassero il Tancredi (…), ed il Guzzo (…). Infatti, la carta in questione, dalla postilla impressa sul retro, non è del 1746, ma è del 1756. Ma la sua datazione deve farsi risalire a molti secoli indietro. La carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Devo pure precisare che l’opera di Luigi Tancredi (…) ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che, secondo cui, Pietro Ebner (…), a p. 625, vol. I, segnalava che aveva citato la notizia di questa carta, lo stesso Ebner, sempre nel vol. I, a p. 688, nella sua nota (10), lo segnala come “Il Golfo ecc..”). Infatti, la cosa ci appare strana, in quanto, l’opera di Luigi Tancredi (…), è del 1978, mentre l’opera di Pietro Ebner (…), è del 1982, cioè dell’anno dopo che avevo richiesto ed ottenuto la fotoriproduzione b/n della carta in questione (v. Fig…, che illustra la ricevuta, rilasciatami dall’ASN). A quei tempi, mi sentivo spesso con Luigi Tancredi, al quale feci vedere la carta, e ritengo che Ebner, non avesse visto l’opera del Tancredi, ma che fosse venuto a conoscenza a mezzo del Tancredi stesso di questo importantissimo rinvenimento. Riguardo la carta in questione, la “Carta del Cilento”, d’epoca Aragonese ed il toponimo di S. Agata anche il Guzzo (…) a mio parere errava. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 139 in proposito scriveva che: “In alcune carte geografiche del XVI e XVII secolo, sul posto attualmente occupato da Ispani si trovano indicati abitati che portano, in tempi successivi, nomi diversi: Sant’Agata, Fòrli, Fòruli, Casale delli Spani.”. Come ho avuto modo di spiegare in un altro mio saggio dedicato alla carta in questione, l’unica carta (corografica) che riporta il toponimo di “S. Agata diruta” è quella che ho illustrato in Fig….., la “Carta del Cilento”, di probabile epoca Aragonese. Non esistono carte del secolo XVI e XVII che riportano i toponimi di cui parlava il Guzzo. La notizia riportata dal Guzzo di un “Sant’Agata” è tratta dal testo del sacerdote Luigi Tancredi (…) che, nel lontano 1978 citava la carta in questione avendo letto la stessa citazione su Natella e Peduto che ne parlarono nel 1973 ma non la conoscevano. La carta è stata publlicata dallo scrivente molto più tardi. Al tempo del Guzzo, del Tancredi e prima ancora di Natella e Peduto, la carta in questione si conosceva ma essendo ancora inedita non la sie era vista.Fui io stesso a farla vedere molti anni dopo al Tancredi che però non ebbe il tempo di correggere alcuni errori. Credo che il toponimo “Sant’Agata” non riguardi il piccolo borgo di Ispani ma si riferisca all’originario borgo medioevale di S. Cristoforo. Come ho già scritto, Pietro Ebner (…), a p. 625 del vol. I della sua “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” citava Luigi Tancredi (…) nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, del 1978 citava la carta in questione e segnalava il “Castellaro” di Capitello d’Ispani. Guardando la veduta satellitale del borgo molto più antico di “S. Cristofaro“, oggi sede del Comune di Ispani nonostante sia frazione, possiamo vedere che in questo piccolo borgo non si vedono oggi particolari riferimenti all’area diroccata ne a cappelle intotolate alla Santa Agata. Tuttavia la notizia di una località detta in antichità “S.ta Agata” dovrà essere ulteriormente indagata. Patrono di San Cristoforo è San Cristoforo, festeggiato il 25 luglio; in tale occasione viene effettuata la tradizionale benedizione degli autoveicoli. Viene festeggiato anche San Donato, il 7 agosto, a cui è dedicata una cappella in cima alla collina che sovrasta l’abitato comunale.
Le viste satellitali segnalano alcune contrade e località

(Fig…..) ‘Carta del Cilento’ oggi alla B.N.F. , copia fatta realizzare nel 1756 da Ferdinando Galiani
Nell’indagine geo-storica, guardando le viste satellitali come ad esempio quella di Google maps si possono notare alcune località e contrade dai nomi singolari, forse un tempo antropizzate. Alcune di queste si possono leggere sulla mappa d’epoca Aragonese di cui ho già parlato. Su google maps nei pressi di Policastro Bussentino, oltre al piccolo borgo di S. Marina oggi sede del Municipio, si possono leggere anche i toponimi di: “Lupinata”, “Poria”, “Serriere”, “Divolio”, “Santa Lucia”, “Valle di Natale”, “Spineto” ecc….Confrontando le attuali mappe catastali e le viste satellitali come ad esempio quella di google maps, con le due mappe che ho illustrato in figg….., una dei quali di sicura epoca aragonese, si possono leggere alcuni toponimi diversi ma corrispondenti agli stessi luoghi o contrade. Si vede ad esempio che ad oriente della foce del fiume Bussento vi è scritto il toponimo di “Sirsio” che non corrisponde ad alcun toponimo attuale. Un tempo lì vi era il porto di Policastro. Guardando invece ad occidente della foce del fiume Bussento dove oggi si legge “Torre Oliva”, sulla mappa “Carta del Cilento” si legge “Casale dell’Oliva”, posto un pò più in alto di una torre segnata in rosso e che oggi è detta “Torre dell’Oliva”, una torre rimaneggiata in epooca Vicereale ma già preesistente. Verso la “Contrada” oggi nominata “Lupinata”, sulla mappa, ad oriente del fiume Bussento possiamo leggere i toponimi di “Il Monaco” con segnato un piccolo borgo di case forse corrispondente al piccolo borgo medioevale di “Sicilì”. Un pò più sù possiamo leggere il toponimo di “Casale delli Affliti” che nella “Carta del Cilento”, d’epoca aragonese, molto più antica, a mio avviso originale (Fig….) è segnato “Casale Aflitti”, forse corrispondente all’attuale Caselle in Pittari.
Nel 1400, Policastro, S. Marina, S. Cristofaro e “delli Spani”, “Fòrli” o “Forli” (Ispani)
Riguardo la carta in questione, la “Carta del Cilento”, d’epoca Aragonese ed il toponimo di S. Agata anche il Guzzo (…) a mio parere errava. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 139 in proposito scriveva che: “In alcune carte geografiche del XVI e XVII secolo, sul posto attualmente occupato da Ispani si trovano indicati abitati che portano, in tempi successivi, nomi diversi: Sant’Agata, Fòrli, Fòruli, Casale delli Spani.”. Dunque, secondo Angelo Guzzo (….), sul “sul posto attualmente occupato da Ispani” in alcune carte si trovano indicati toponimi e abitati “che portano, in tempi successivi, nomi diversi: Sant’Agata, Fòrli, Fòruli, Casale delli Spani.”. Il Guzzo a p. 139 in proposito aggiungeva che: “Si ha, perciò, motivo di ritenere che il luogo non fu abitato in modo continuo, ma a diverse riprese abbandonato, quando non serviva più allo scopo per il quale era sorto. Come abitato-rifugio Ispani, infatti, era l’ideale. Quando il pericolo delle incursioni piratesche rallentava, gli abitanti ritornavano alle più comode sedi, vicine alle loro attività lavorative; ecc…Ogni nuova popolazione dava un nome al riappropriato borgo o, piuttosto, un nome veniva dato dagli altri al nuovo abitato, il cui passato era cancellato e dimenticato (3).”. Il Guzzo a p. 139, nella sua nota (3) postillava che: “(3) L. Tancredi – ‘Il Golfo di Policastro’ – Napoli – 1975 – pag. 44.“. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 138 in proposito scriveva che: “Il villaggio fu fondato intorno al 1490 e terminato da una sola generazione di uomini. Sulla collina sovrastante il paese sorgeva, un tempo, una cappella dedicata a San Sebastiano martire.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Capitello, nel suo vol. II, a pp. 66-67 palando di Ispani in proposito scriveva che: “Poche le notizie sul villaggio. Se ne hanno sulle distruzioni subite per le incursoni del Barbarossa e di Dragut rais con la sua forte flotta (123 galee). Il 26 novembre 1557 il casale “delli Spani” fu assalito verso le cinque del mattino. La Real Camera constatò che su un centinaio di abitanti solo 15-20 erano fuggiti alle distruzioni e alle razzie (1). Il villaggio dovette subire gli stessi eventi occorsi a Policastro……Di Ispani sono poche notizie nel Giustiniani (2). Egli colloca il villaggio su una collina con una popolazione di 630 abitanti nei primi dell’800. Nelle numerazioni del Regno compare per la prima volta nel 1595 con fuochi 8 (=ab. 40), poi nel 1614 con fuochi 14 (= ab. 70) e nel 1660 con fuochi 10 (= ab. 50). Il Galanti (3) ha “Spani” con 671 ab. nel 1760. Il Tancredi (4) accenna a locali antichi abitati (Sant’Agata, Fòrli, Casale delli Spani). Dalla mia nota (5) la popolazione dal 1809 al 1871. Chiesa. Il 2 giugno 1765 mons. Pantuliano col seguito visita la chiesa parrocchiale “S. Nicolai Terrae Ispanorum” dove si trova il SS. “ciborio ligneo collocatum”; il fonte battesimale ecc…”. Ebner a p. 66 nella sua nota (1) postillava che: “(1) A.S.N., ‘Consultarum Somma’, vol. 59, f. 3 e vol. 73, f. 108.”. Ebner a p. 66 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giustiniani, op. cit., Napoli, 1802, p. 184.”. Ebner a p. 67 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Galanti, cit., IV, p. 234.”. Ebner a p. 67 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Tancredi, cit., Il Golfo, cit., p. 43.”. Ebner a p. 67 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner, ‘Cilento cit., Tav. I: 1809 (ab. 620), 1816 (ab. 1017), 1861 (ab. 1162), 1871 (ab. 1049), 1881 (ab. 992), 1901 (1009), 1911 (941), 1921 (988), 1948 (1149), 1951 (1160), 1961 (1044), 1971 (1042).”. Rileggendo Lorenzo Giustiniani (…) il suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, edizione del 1804, vol. VII, p. 228, parla di Policastro e dei suoi casali “Sancristofaro” e “delli Spani”. Da Wikipedia leggiamo che per sfuggire alle scorribande dei pirati e alla malaria la popolazione si ritirava periodicamente verso l’entroterra, arrampicandosi lungo le ripide colline ove oggi sorgono gli abitati di Ispani e San Cristoforo. I diversi nomi dati a questi insediamenti nel corso dei secoli (Sant’Agata, Forli, Casale delli Spani) confermano come la popolazione li abitasse solo in situazioni di emergenza, per poi ritornare a vivere sulla costa.
San Cristoforo, Sancristoforo, “San Christopharo”, S. Agata, Sant’Agata
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di S. Cristoforo, nel suo vol. II, a p. 479 in proposito scriveva che: “Sancristofaro, San Cristoforo, Frazione di Ispani (Km. 2). A m. 350 s. m. Ad. 275. L’abitato è più esteso di quello di Ispani, capoluogo di Comune, ma la sede comunale è appunto a S. Cristoforo perchè ubicato tra Capitello e Ispani. Il Tancredi (1) ne da solo qualche cenno. Il Giustiniani (2) lo riporta come casale della città di Policastro (Km. 2), su una collina. Dice dei terreni non molto fertili e dei suoi abitanti (500). Il villaggio è menzionato nel censimento del 1648 (fuochi 34 = ab. 170) e nel 1669 quando risultava ancora dimezato (fuochi 17 = ab. 85) per la peste del 1656. L’Alfano (3) scrive dei suoi 450 abitanti, il Bozza (4) dei suoi 367 abitanti ubicando il villaggi ale falde del monte, presso il mare.”. Ebner a p. 479 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Tancredi Luigi, op. cit., p. 44“. Ebner si riferisce al testo: “Il Golfo di Policastro”. Ebner a p. 479 vol. II, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giustiniani, op. cit., VIII, Napoli, p. 141.”. Ebner a p. 480 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Alfano, op. cit., p. 50″. Ebner a p. 490 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Bozza, op. cit., p. 203.”. Infatti il Bozza, nella sua “Lucania” a p. 203 scriveva l’esatto contrario del Giustiniani. Ritornando alla citazione dell’Ebner su un piccolo borgo chiamato anche “S. Agata”, ho cercato le possibili motivazioni sull’origine del toponimo che troviamo anche sulla “Carta del Cilento” da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli. E’ Pietro Marcellino Di Luccia (….), che cita “Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata”, moglie di Ettore Carafa Conte di Policastro. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, nel suo trattato ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, a p. 8, sulla scorta di Antonio Summonte (….), “Historia della città e del Regno di Napoli”, vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Lo faceva notare Ferdinando Palazzo (….), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia (…), dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro” che, a pp. 114, parlando delle “usurpazioni” dei Conti Carafa della Contea di Policastro in proposito scriveva che: “Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo, a p. 114, nella sua nota (2) postillava a riguardo che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”. Dunque, secondo il Di Luccia (…), sulla scorta di Antonio Summonte (….), il Palazzo ci faceva notare che il Conte di Policastro Ettore Carafa aveva in moglie donna Teresa Farau dei Principi di S. Agata. Ferdinando Palazzo (…), nel suo testo a p. 114 si riferiva al conte di Policastro Ettore Carafa che nel 26 aprile 1668 “su espressa richiesta della Basilica di S. Pietro, con provvedimento espresso dal Delegato Apostolico Marchese Marchione in data 26 aprile 1668 e poi ratificata dal Papa, i poteri del Conte di Policastro venivano riportati nei termni stabiliti dalla predetta “Regia Pragmatica”. Dunque, il toponimo “S. Agata” forse attribuito al casale o piccolo borgo di S. Cristoforo dipendente dal conte di Policastro Ettore Carafa e da sua moglie la Principessa di S. Agata dei Goti, Teresa Farau, doveva essere molto più antico del tempo in cui Ettore Carafa era Conte a Policastro. Di sicuro dunque, il luogo di S. Agata doveva esistere ai tempi di Ettore Carafa, marito di Teresa Farau. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (vedi II edizione), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia, dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre guerriero Don Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo (vedi II edizione), a p. 114, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”.

(Fig….) Pietro Marcellino Di Luccia (…), op. cit., p. 8

Capitello, oggi frazione del Comune di Ispani
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Capitello, nel suo vol. I, a pp. 624-625 parlando di una frazione di Ispani, Capitello, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (1) si limita a fornire solo qualche notizia sul villaggio che dice distante “da Bonati” (Vibonati) due miglia. Segnala, però, che vi erano “molti magazzini per riporvi il sale”, aggiungendo che il luogo era “abitato da pochissimi individui”. Manca nel Galanti. L’Alfano (p. 38) assegna il feudo alla famiglia Carafa, conti di Policastro (v.) che lo possedevano già nel ‘700 (v. a Ispani). L. Tancredi (2) suppone che il villaggio era sorto , con i vicini di S. Cristoforo e S. Marina, a seguito delle incursioni barbaresche e Capitello anche per la malaria del fondo valle. A Capitello risiedevano anche i Conti Carafa, in un palazzo ora adibito ad asilo infantile. Una lapide asportata dal palazzo venne poi murata all’ingresso del giardino (“Non t’alletti, o pirata / il bel terreno / simbol di Carafa / poichè una Spina il guarda / e se impiagò beltà divina / trafigger saprà meglio un mortal seno / 1645″.) Il Tancredi poi assicura che sulla collina Castellaro ecc…..Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, ecc…”.

(Fig….) Portale di ingresso nei giardini del Palazzo Carafa della Spina a Capitello
Nel XVI secolo i Conti Carafa della Spina fuggendo dalla vicina Policastro infestata dalla malaria, si stabilirono nel borgo di Capitello. Del palazzo costruito dai nobili rimangono solo le mura perimetrali delimitanti il giardino, l’arco con il loro simbolo che consentiva il passaggio delle carrozze, una garitta per la guardia armata ed una lapide di marmo. I resti del palazzo, restaurati e ammodernati, ospitano oggi un istituto religioso, un Asilo infantile. Wikipedia nella nota (….) postillava che: “(…) “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II”. Si riferiva a Pietro Ebner. Da Wikipedia leggiamo che il piccolo borgo di Ispani seguì gli stessi eventi occorsi a Policastro. Nel lontano 1978, Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia”, parlando di Policastro riportava interessanti notizie che forse potrebbero riguardare la storia dei due piccoli centri o borghi medioevali sorti sulle colline non distanti. A p. 156 il Guzzo in proposito scriveva che: “Il Silvestri, in un suo studio sul commercio nella provincia di Salerno nella seconda metà del Quattrocento, ha edito alcuni interessanti diplomi, dai quali si può rilevare che il porto di Policastro, in quella epoca, era molto ricettivo e, almeno fino a Neocastro, uno dei pochi adatti per navi di medio tonnellaggio. Uno di questi diplomi assicura che, nel 1485, s’imbarcava, nel porto di Policastro, carne salata proveniente da Amantea, sulla costa calabra, per essere poi scaricata fuori dal territorio del Regno. In altri due documenti, del 1489 e del 1490, si rende noto che merci e vettovaglie varie s’imbarcavano a Policastro, per Tunisi, Algeri, Orano ed altri centri costieri dell’Algeria, della Tunisia e della Libia (31).”. Il Guzzo a p. 156 nella sua nota (31) postillava che: “(31) A. Silvestri – Il commercio a Salerno nella seconda metà del Quattrocento – Salerno 1952 – pagg. 28- 135.”. Tuttavia, le notizie storiche intorno al porto di Policastro dovrebbero essere ulteriormente indagate.
Nel 1534, l’incursione barbaresca del pirata Khair ed Din Barbarossa
Alcune notizie storiche, forse le prime sui due piccoli borghi di San Cristoforo e di Ispani si iniziono ad avere intorno alle incursioni barbaresche del ‘500 che funestarono le nostre coste. Tutti gli autori di cui parlerò accennano e parlano delle tre terribili incursioni di cui essi dicono abbia subito i maggioni danni Policastro Bussentino. Delle tre incursioni che subì la città di Policastro ed i paesi o piccoli borghi posti nel vicino entroterra mi sono occupato in un altro mio saggio dal titolo: Nel 1532, 1544 e 1552, tre terribili incursioni corsare nel Golfo di Policastro”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Ispani, nel suo vol. II, a p. 66 in proposito scriveva che: “Poche le notizie sul villaggio. Se ne hanno sulle distruzioni subite per le incursioni del Barbarossa ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel lontano 1978, nel suo “Policastro Bussentino” a pp. 15-16 parlando di Policastro nel XVI secolo, in proposito scriveva che: “Essa sopravvive fino al XVI secolo, che vide la micidiale guerra fra Carlo V, che era padrone dell’eredità angioina e aragonese da una parte e Francesco I di Francia dall’altra. Carlo V aveva alle sue dipendenze uno dei più grandi ammiragli del suo tempo, il genovese Andrea Doria, discendente della stessa famiglia del distruttore di Policastro “terza”. Francesco I non disponeva di una flotta che potesse misurarsi con le forze di Andrea Doria e si rivolse per aiuto alla principale forza mediterranea, che erano i Turchi. Ammiraglio della flotta turca era Ab-d-el-Kahr, soprannominato il Barbarossa. Si dà notizia che Ab-d-el-Kahr distrusse la città e le cronache del tempo indicano con sgomento la immensa potenza marina che si abbattè sulla città. Policastro “quarta” cadde, fu devastata e portata via quella parte della popolazione che non riuscì a mettersi in salvo.”. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a pp. 138-139 in proposito scriveva che: “Nel 1534, sorpresa dall’assalto dei pirati turchi del famigerato Khair ed Din Barbarossa, la popolazione vi si rifugiò stringendosi tutt’insieme nell’ultimo, disperato tentativo di difesa. Il gruppo di profughi, capeggiato dal nipote del conte Carafa della Spina, signore e padrone del paese, riuscì a respigere l’assalto, ma molti furono i caduti, tra i quali anche il coraggioso rampollo dei feudatari. Tutti furono sepolti sotto il sagrato della chiesa. I pirati, però, erano riusciti a portar via derrate e prigionieri. Il curato del tempo, don Donato Maria Ievola, intervenne presso i Carafa e riuscì ad ottenere per la sfortunata popolazione l’esonero dalle tasse e un cospicuo contributo per ogni famiglia. Ecc…”. Il Guzzo (….), a p. 138, nella sua nota (1) postillava che: “(1) A. Guzzo – ‘Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, Salerno, 1992 – pag. 8”.
Nel lontano 1831, mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis riportò alcune interessanti notizie sui due centri e borghi collinari non distanti da Policastro. Francesco Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII, pubblicato nel 1981, dedicò un intero capitolo all’azione corsara dal titolo: “Cap. II – Le incursioni barbaresche”, vedi da p. 85 e ssg. Sempre il Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII, a p. 88 in proposito citava il Laudisio e scriveva che: “La prima è del vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio e si riferisce a due saccheggi subìti da alcuni paesi costieri della sua diocesi.”. Infatti Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, poi nell’edizione curata in seguito nell’edizione del Visconti (…), raccontava le due incursioni del 1533 e del 1552. Infatti, il triste episodio della nostra storia è narrato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831, a p. 78 (vedi Visconti), parlando di Policastro all’epoca dell’episcopato di Monsignor Massanella, scriveva in proposito: “Nel 1533, per la terza volta, Policastro fu saccheggiata e distrutta dal pirata Ariadeno Barbarossa, e per la quarta volta nel 1552 dal musulmano Dragut pascià; infatti il 10 luglio 1552, decimo dell’edizione – era un sabato sera – una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel Golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata ‘Oliveto'”. Nell’edizione curata dallo studioso Salernitano Gian Galeazzo Visconti (…) che curò la riedizione della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), devo far notare che vi è un errore perchè egli traducendo il Laudisio scriveva “località che è chiamata ‘Oliveto'”. Il Visconti pone la parola o il toponimo “Oliveto” in corsivo proprio perchè non è sicuro. Sempre il Visconti però a p. 23 trascrivendo il testo (mutilo) del Laudisio (….) scrive: “…qui appellatur ‘Oliva’, ecc…”. Infatti, secondo la relazione ex protocollo del notaio Antonio de Onofrio si parlava di spiaggia dell’Oliva, ovvero la spiaggia dell’attuale cimitero di Scario e vicino alla Torre dell’Oliva. Il Visconti traducendo il Laudisio (…) a p. 79 continuando il racconto del Laudisio traduceva che: “Il giorno dopo, domenica, verso le ore 15, i musulmani sbarcarono più veloci delle aquile e misero a ferro e fuoco Policastro, e contemporaneamente alcuni di essi saccheggiarono e distrussero Vibonati, S. Marina, e S. Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. (66). Quanti furono i morti e quanti i prigionieri! Quante le sciagure! Quanti raccolti furono bruciati nei campi! Il martedì successivo, 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi verso Policastro che pure distrussero, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli (67). Come Geremia, chino il volto nel cavo delle mani, pianse sulla sulla sorte di Gerusalemme, così il vescovo pianse sulla città deserta, con l’amarezza nel cuore. E andarono via, e alcuni si rifugiarono a S. Cristoforo, altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio di Civita. Si legge in un antico manoscritto che non soltanto trenta persone rimasero a Policastro. Ma dopo quella rovina nuovi villaggi incominciarono a sorgere dai paesi devastati, così che oggi le località della diocesi sono di numero uguale, anche per quanto riguarda gli abitanti, a quello delle località elencate dall’arcivescovo metropolitano di Salerno nella sua pastorale ecc…”. Il Visconti a p. 23 nel testo manoscritto del Laudisio (….) riporta la nota (66) e postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Velociores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, in ‘deserto insidiati sunt’ nobis).”. Il Laudisio (…), citava il “Thren.”. A cosa si riferiva il Visconti nella sua nota (66) postillando di “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Velociores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, in ‘deserto insidiati sunt’ nobis).”. Non sono riuscito a capire cosa fosse il testo citato dal Laudisio “Thren.”. Non sono riuscito a capire cosa fosse il testo citato dal Laudisio “Thren.”. Dunque, mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua Sinopsi ci parla dei piccoli borghi di San Cristoforo e di Ispani. Dunque, il Laudisio scriveva che i pochi superstiti si rifugiarono nel vicino e piccolo borgo di San Cristoforo ed altri andarono a fondare il “villaggio di Civita”, “sulla cima di un monte”. Nella traduzione del Laudisio che curò il Visconti (…), è scritto “E andarono via, e alcuni si rifugiarono a S. Cristoforo, altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio di Civita.”. E’ interessante far notare che il Visconti nella traduzione del Laudisio scriveva del villaggio di San Cristoforo e poi scriveva pure che: “che altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio di Civita.”. Anche in questo caso credo che il Visconti (…) sia stato tratto in errore nella traduzione del testo del Laudisio perchè il Laudisio (si legge a p. 23) scriveva che: “Et ex eis abierunt alii S. Christopharum, alii Forolorum pagos in alto constituere.”. Il Laudisio parlava di S. Cristoforo e di Fòrli, i due villaggi vicini a S. Marina. Qual’è questo villaggio che il Visconti (…), traducendo il Laudisio chiamava “Civita” ?. E’ interessante questo passaggio del Laudisio. Certo che da Wikipedia leggiamo che: La Civita (A Cìvita in dialetto catanese) è un quartiere della zona sudorientale della città di Catania, facente parte della I Circoscrizione (già I Municipalità, quella del Centro Storico), comprendente anche i quartieri Angeli Custodi, Antico Corso, Fortino, Giudecca, San Berillo e San Cristoforo. Ricordo pure che a Catania c’è la La chiesa della Badia di Sant’Agata è una chiesa di Catania affacciata sulla via Vittorio Emanuele II, nel quartiere Duomo di Catania o Terme Achilliane – Piano di San Filippo. Sempre della traduzione della ‘Sinossi’ (manoscritto) del Laudisio (….) curata da Gian Galeazzo Visconti (…), a p. 79 leggiamo che: “Si legge in un antico manoscritto che non soltanto trenta persone rimasero a Policastro. Ma dopo quella rovina nuovi villaggi incominciarono a sorgere dai paesi devastati, così che oggi le località della diocesi sono di numero uguale, anche per quanto riguarda gli abitanti, a quello delle località elencate dall’arcivescovo metropolitano di Salerno nella sua pastorale, ad eccezione, s’intende dei paesi assegnati alla Diocesi di Cassano Ionico.”. Dunque, secondo il Laudisio, proprio dopo questa ultima incursione “nuovi villaggi incominciarono a sorgere dai paesi devastati”. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), sulla scorta di Nicola Maria Laudisio ci parla dei piccoli casali o borghi di San Cristoforo e di Ispani. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, riferendosi all’incursione più tremenda del 1552 in proposito scriveva che: “Il giorno seguente le acquile affamate di preda assalirono, incendiarono e saccheggiarono non solo Policastro, ma anche S. Marina, Vibonati, S. Giovanni a Piro, Bosco, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, e Castelruggero. – I pochi abitanti scampati colla fuga dalla violenta strage, iniziarono la costruzione dei casali sulle vicine colline. Sorse così S. Cristoforo, detto nei registri parrocchiali “Casale di Policastro”; poi Ispani, detto “Foruli”. Dal 1611, cioè 59 anni dopo l’ultima distruzione di Policastro, le chiese di S. Cristoforo Ecc…”. Il Laudisio parla e cita un antico manoscritto. Credo che il Laudisio (….) si riferisca al manoscritto citato nella sua nota (67, vedi Visconti p. 23) in cui postillava che: “(67) ‘Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio’, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Sul notaio Antonio di Onofrio di Sanza anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (….) ha scritto nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, in proposito scriveva che: “(Laudisio: Synopsis: n. XXXI, in nota “Ex Protocollo Notarii Antonii de Onofrio, pag. I, in Arch. Matr. Eccl. Oppidi Sansii, Caputaq. Dioec.”, a p. 44).”.
Nell’11 luglio 1552, Dragut Pascià distrusse Vibonati, S. Marina e S. Giovanni a Piro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Il 10 luglio 1552 (era un sabato sera), una flotta di 123 galee gettò le ancora nel porto di Palinuro e propriamente presso la località Oliveto. Il giorno dopo, domenica, verso le 15 i musulmani di Dragut pascià sbarcarono mettendo a ferro e a fuoco Policastro e saccheggiarono, poi distruggendoli, i villaggi di Vibonati, S. Marina, S. Giovanni a Piro, mentre altri si spingevano fino a Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggiero uccidendo e facendo prigionieri gli abitanti (12).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Laudisio cit., p. 22 sg: “……………..”. Infatti, il Laudisio ci parla di questa funesta giornata a p. 78, della sua ‘Sinopsi’ (vedi versione a cura del Visconti). Il Laudisio (…), a p. 79, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Veloviores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, ‘in deserto insidiati sunt nobis).” e nella nota (67) postillava che: “(67) Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio, pag. 1, in arch. Matr. Ecclesiae oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Antonini…… Ricorda che per la sua breve distanza dal mare subì le incursioni musulmane nel 1559, orde respinte dai pochi che erano scampati alla peste del 1656. A seguito delle incursioni del 1562, si cinse di mura nel 1565.”.
La relazione del notaio Antonio de Onofrio di Sanza
Ferdinando Palazzo (….), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Dette notizie sono state attinte dal Laudisio ad un potocollo del Notaio D’Onofrio Antonio (15) esistente nell’Archivio parrocchiale della vicina Sanza, nel quale, però, l’impresa viene attribuita al Corsaro turco DRAGUS RAJS. Se non vi è stata confusione di nomi, può anche presumersi che il Dragut e il Dragus ecc…”. Il Palazzo, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Notaio A. D’Onofrio: Protocollo riportato nei ‘Cenni storici sulla Frazione di Scario, (III° parte del presente volume).”.
Un altro autore ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro ed è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 13, nel capitolo “Saccheggio e incendio di Camerota”, in proposito scriveva che: “Del funestissimo avvenimento ci sono pervenute scarse notizie, restano però le testimonianze di tre persone, quella del notaio Antonio de Onofrio da Sanza per Policastro, del notaio Giovanni Greco per Camerota, e del sacerdote D. Tommaso de Leone per Camerota. Ed ecco le testimonianze dei due notai, così, come si rinvengono pubblicate da Graziano Severino di Camerota, e che le trovò annotate in alcuni protocolli. Il Greco riferisce: “Die martii quinta mensis julii, ecc…”. Il Pasanisi (…), continua il suo racconto a p. 14 e 15 ed aggiunge, riguardo il suddetto de Onofrio: Anno 1533 ecc…e anno 1552 ecc….(35).”. Il Pasanisi (…), a p. 14, nella sua nota (35) riguardo la testimonianza del Notaio de Onofrio, in proposito postillava che: “(35) Dalla monografia di GRAZIANO SEVERINO su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Prinicipato Citeriore, vol. V, pag. 36.”. Sempre il Pasanisi (…), a p. 14, continuando il suo racconto su Camerota scrive che: Molti anni più tardi il suddetto sacerdote Leone richiesto, in un processo, per una tentata riduzione al demanio della Terra di Camerota, fece la seguente dichiarazione: “Io don Tommaso de Leone, ecc..eccc., Napoli, li 20 di aprile 1594″ (36). I turchi così si presentarono nel Golfo di Policastro e propriamente nel luogo detto Oliva (odierna Scario) il 9 luglio 1552, di sabato. Il giorno successivo sbarcarono a Policastro, S. Marina, S. Giovanni a Piro, Bosco, Torre Orsaia e Roccagloriosa che misero a sacco. La popolazione fu raggiunta sui monti, e di quella che non potette avere scampo nella fuga, parte fu uccisa e parte catturata. ……….La cifra ufficiale dei mancanti (uccisi o prigionieri) fu, secondo una dichiarazione della Regia Camera, di fuochi 90 (l’unità demografica era costituita dalla famiglia, non dall’individuo). Di questi 90 fuochi, 40 appartenevano a Camerota, 20 a Licusati, e 30 a Lentiscosa (37) ecc….(38). Ecc…(40).”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Dal già Proc. R. Camera della Sommaria – Pandette, ant. n. 1550, vol. 163.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.S.N. Partium della Sommaria, vol. 278, fol. 129 t e vol. 389, foll. 9 e 85.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (38) postillava che: “(38) I dati relativi al numero dei fuochi di Camerota e dei due casali sono stati desunti dal su cit. ‘Dizionario’ del Giustiniani.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Id. Voll. ‘Partium’ su citati.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dal già ‘Processo della R. Camera della Sommaria, n. 550 su cit..”.
Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, in proposito scriveva pure: “Roccagloriosa versava in condizioni miserrime. Aveva subito, l’anno innanzi, con Policastro (2) ‘maximum incendium et riunam’, con la perdita, per Roccagloriosa, di oltre cento cittadini fra uccisi e fatti schiavi.”. Il Pasanisi (…), a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La storia di Policastro e quella dei suoi casali e terre convicine è storia dei saccheggi, incendi, di rovine. A 10 luglio 1552, di domenica (la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), quella di Dragut rais succeduto al Barbarossa nella corsa dei nostri mari. Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”.
Il Porfirio (…) nel suo ‘Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848, a p. 539 così scriveva:

(Fig….) Gaetano Porfirio (…), op. cit., parla della Diocesi di Policastro
Nel 1552, l’incursione di Dragut Rais Pascià
Nel 1973, Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro ‘Pixous – Policastro’, a pp. 515-516, riguardo quel periodo in proposito così scrivevano: “In ordine a tali eventi, e quando già il porto nel pieno del XVI secolo cominciava a perdere d’importanza per il Regno, anche a causa della non rinnovata presenza di mercanti genovesi in città, Policastro dovette sopportare le due ultime distruzioni, che la resero, come molte altre città costiere del Tirreno, rimpicciolita demograficamente ed economicamente: la prima ad opera di Khair-ed-Din, il Barbarossa, nel 1543; la seconda, da parte di Dragut Pascià nel 1552. Quest’ultima fu la più disastrosa perchè i turchi bruciarono tutte le case, con gli arredi, e gli archivi urbani (come quello del Convento di S. Francesco). Uno storico ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: ‘…..quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantum in fretres et conventum, verum etiam in sacras imagines, sacrasque suppellectiles, fuit una cum illis in ingente rogum coniecta’ (82).” che, tradotto dovrebbe corrispondere a: “che (Policastro) turca sta infuriando l’enormità della seconda combustione, non solo sui Fratelli e sull’assemblea ma anche nelle immagini sacre, mobili sacri sono stati gettati insieme a loro in un enorme”. I due studiosi a p. 516, nella nota (82) postillavano che: “(82) p. Padre Raffaele Da Paterno, De alma Principatus Provincia….idest descriptio almae Provinciae Principatus fratrum minorum, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Si noti ecc..”. Nel lontano 1978, Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia”, parlando di Policastro riportava interessanti notizie che forse potrebbero riguardare la storia dei due piccoli centri o borghi medioevali sorti sulle colline non distanti. A p. 180 il Guzzo in proposito scriveva che: “Tali sorti si rinnovarono, con ferocia ancora maggiore, nel luglio del 1552, quando Pascià turco Dragut Rais, sbarcato, con una potente flotta, nel vicino porto dell’Olivo, invase Policastro con la sua sfrenata ciurmaglia e, dopo averne bruciato tutte le case, gli arredi, gli archivi urbani e tutto quanto di sacro esisteva nel convento di San Francesco, scaricò la sua ira sui cittadini inermi che furono parte uccisi e parte condotti schiavi (70). Lo storico Raffaele da Paternò ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: “…..quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantum in fretres et conventum, verum etiam in sacras imagines, sacrasque suppellectiles, fuit una cum illis in ingente rogum coniecta” (71).”. Il Guzzo a p. 180, nella sua nota (70) postillava che: “(70) G. Racioppi – Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata – Roma – 1902 – pag. 321.”. Sempre il Guzzo, a p. 180, nella sua nota (71) postillava che: “(71) R. Da Paternò – De Alma Principatus Provincia – Napoli – 1880 – pag. 44.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel lontano 1978, nel suo “Policastro Bussentino” a pp. 15-16 parlando di Policastro nel XVI secolo, in proposito scriveva che: “Non era ancora terminato il destino della povera Policastro “quarta”, perchè, appena la città si riprese dalla terribile batosta, venne di nuovo la flotta turca, nel 1552, sotto il comando dell’ammiraglio Dragut, successore di Khair. Ecc…Corre l’anno 1552 ed è l’anno in cui scompare Policastro “quarta”. Gli abitanti superstiti sviluppano un villaggio in collina, denominata S. Marina, che è il capoluogo del Comune (1). Policastro non si riebbe più. Il porto fluviale non è usabile per le navio moderne.”. Il Tancredi a p. 16 nella sua nota (1) postillava di aver parlato di S. Marina nel suo libro “Il Golfo di Policastro” del 1975. Dunque, si qui nessuna notizia sui due piccoli borghi di S. Cristofaro e di Ispani. Il Tancredi accennava alle incursioni del secolo XVI e parlava del piccolo borgo di S. Marina che si ripopolò proprio a causa dei funesti effetti e distruzioni che portarono i barbareschi e predoni. Il Guzzo citava Giacomo Racioppi (…) di cui parlerò in seguito e citava anche padre Raffaele da Paternò. Mentre Pietro Ebner citava padre Raffaele da Patierno. Da Paternò o da Patierno ?. Si tratta di un frate francescano dei Minimi Osservanti che nel 1880 scrisse un testo per i tipi di Raffaello Rinaldi e Giuseppe Sellitto pubblicato a Napoli. Si tratta del testo di padre Raffaele Da Paterno (…), ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Dunque, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto, parlando di Policastro scrivono che dell’incursione a Policastro del pirata Dragut Rais Pascià del 1552 ne ha parlato padre Raffaele da Patierno (…) nel suo ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia‘, un testo del 1880 e scrivono che il padre francescano racconta “…..ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: ecc…”. Secondo i due studiosi il padre francescano raccontava che: ‘…..quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantum in fretres et conventum, verum etiam in sacras imagines, sacrasque suppellectiles, fuit una cum illis in ingente rogum coniecta’ (82).” che tradotto dovrebbe significare: “che (Policastro) turca sta infuriando l’enormità della seconda combustione, non solo sui Fratelli e sull’assemblea ma anche nelle immagini sacre, mobili sacri sono stati gettati insieme a loro in un enorme”. Sulla notizia dell’incursione dei turchi di Rais Pascià Dragut nel 1552, il Guzzo citava Giacomo Racioppi (…) e il vol. II di “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata“. Infatti, il Racioppi (….), a p. 321, riferendosi ai tempi del Viceregno Spagnolo in proposito scriveva che: “….il cruccio perpetuo di Turchi e corsari. Pirati in corsa, o Turchi e barbareschi in guerra con la Spagna, piombavano periodicamente a stuoli sulle spiagge del Jonio e del Tirreno; e incendiando le messi, sperperando i colti, struggendo gli opificii, ghermivano a stormi uomini, donne, fanciulli che incontrassero; e traevano schiavi in Levante. Nel 10 luglio del 1552 uno stuolo di vele aombra il golfo di Policastro; scendono i Turchi, e saccheggiano e incendiano Policastro, Bonati, San Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa, Castel Ruggero, poi Camerota e Pisciotta, ed altri paesi sulle coste salernitane, basilicatesi e calabre. A Policastro è fama non sopravanzassero allo sperpero che una trentina di persone appena! (1).”. Il Racioppi a p. 321 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Conf. Antonini, pag. 410: e la ‘Paleocastren Dioeceseos Synopsis’, etc., altrove citata.”. Dunque, il Racioppi citava l’Antonini e citava mons. Nicola Maria Laudisio. Infatti, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione (a. 1745) della “La Lucania – Discorsi”, a p. 418, parlando di Policastro nei “Discorso X” in proposito scriveva che: “Durò in suo splendore, e frequenza di gente la Città fino all’anno MDXLII. allora i Turchi in lega con Franzesi, saccheggiando le marine del Regno, ruinarono, e brugiarono Policastro, e tutti i luoghi d’intorno, anzi ritornatovi ott’anni dopo, finirono di consumare ciò che alla prima rabbia era scappato, senza contarci quello ce avevano fatto nel MDXXXIII (I).”. L’Antonini a p. 418, nella sua nota (I) postillava che: “( I) Oltre di tanti autori contemporanei, e Regnicoli, abbiamo di questa calamità una lettera scritta in quel tempo a Francesco d’Este da Marco Fileto di Campagna, dove si leggono le seguenti parole: “Interim piratae littera Lucaniae vis anierem Alintam Sinus Pestanus, Picentinos agros a Minervite Promontorio per Leucosiam, Brutiosque ad Regium usque piratico depopulantur bello.”. Dunque, Giuseppe Antonini sulla calamità che nel 1552 funestò il nostro Golfo di Policastro cita una lettera di Marco Fileto di Campagna che scrisse a Francesco d’Este. Molto interessante. Chi era Marco Fileto di Campagna (…) ?. In uno scritto di…………….…: “Lettera di Pasquale Magnoni al barone Giuseppe Antonini etc…”, a p. 69, in proposito scrive che: “Anzi voi al fol. 418 nella nota (1) parlando dè Turchi che in lega con i Francesi verso l’anno 1533. predavano i nostri luoghi marittimi, rapportate da una lettera scritta a Francesco d’Este, da Marco Fileto di Campagna, le seguenti parole: ecc..ecc..Ecco il Cilento disegnato dall’autore di questa lettera ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini (….), a p. 418, nella lettera di Marco Fileto di Campagna a Francesco d’Este, si leggono le seguenti parole: “Interim piratae littera Lucaniae vis anierem Alintam Sinus Pestanus, Picentinos agros a Minervite Promontorio per Leucosiam, Brutiosque ad Regium usque piratico depopulantur bello.”. Chi era Marco Fileto o Filetto di Campagna (….) ?. In un scritto si cita Marco Filetto Filioli di Campagna in una corrispondenza con Girolamo Julianis di Eboli. Scrive Vincenzo Tortorella in un suo scritto che: “Ebbene Filioli, vanta di aver posto le mani su un codice antico scritto in caratteri longobardi ecc..”. Marco Fileto o Filetto di Campagna. In un scritto si cita Marco Filetto Filioli di Campagna in una corrispondenza con Girolamo Julianis di Eboli. Un altro autore che ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 12, parlando della Torre di Layola costruita lungo il litorale di Camerota, in proposito scriveva che: “Un marinaio, tale Vincenzo Gambardella riferì, nel 1532, che, sorpreso dai turchi, trovò scampo, con molta gente in detta torre. Lo stesso ebbe a dire il magnifico Mario Galeota, anche di Napoli (31). Presa di mira dai turchi, venne incendiata, una prima volta, nel 1544 dall’armata del Barbarossa, di ritorno dalla distruzione di Policastro, ed una seconda volta, nel 1552, da quella non meno potente di rais Dragut, di ritorno, anche questa, da Policastro. Rifatta, da Don Placido ecc… Breve descrizione del castello abbiamo per questo periodo, prima cioè della sua distruzione, avvenuta nel luglio 1552. Fu fatta in occasione del relevio (tassa di successione feudale) presentato da D. Placido de Sangro per morte del padre Bernardino (32). Come si legge dal documento esso era così costituito ecc…(33).”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) A.S.N. ‘Proc. R. Camera, n. 6514 già cit.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Evidentemente Lucrezia Caracciolo vedova, all’epoca del relevio, di Bernardino.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, in proposito scriveva pure: “Roccagloriosa versava in condizioni miserrime. Aveva subito, l’anno innanzi, con Policastro (2) ‘maximum incendium et riunam’, con la perdita, per Roccagloriosa, di oltre cento cittadini fra uccisi e fatti schiavi.”. Il Pasanisi, a p. 217, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La storia di Policastro e quella dei suoi casali e terre convicine è storia dei saccheggi, incendi, di rovine. Riavutasi dalle devastazioni precedenti, fu nel giugno 1544 (non nel 1542 come affermava Antonini ‘La Lucania, Napoli, 1795, t. I pagg. 417 e 418 e Giustiniani nel suo ‘Dizionario Geografico, Napoli, 1805), con S. Giovanni a Piro, Bosco e casali rasa completamente al suolo dal Barbarossa, che, secondo esposero i cittadini delle suddette terre alla R. Camera, bruciò chiese, abbattè case, tagliò alberi, lasciando al suo passaggio soltanto rovine (‘Partium Somm., vol. 251 fol. 264 v.). Venne perciò esentata dai pagamenti fiscali fino a nuovo ordine. (ivi). A 10 luglio 1552, di domenica (la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), quella di Dragut rais succeduto al Barbarossa nella corsa dei nostri mari. Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”. Sempre il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a pp. 275-276, parlando di una relazione spedita alla Real Camera della Sommaria (un processo) in nota (1): “(1) E’ il processo di Camera in risposta al de Leyna, n. 5603, vol. 491 p.a., completato dai proc. – anch di R. Camera. – n. 1511, vol. 160 sudetto e n. 3749, ol. 315 p.a. Per il memoriale presentato dal de Leyna v. anche ‘Comune Somm. vol. 117, fol. 113.”, egli scriveva che: “, e dal quale attingiamo principalmente le notizie (1).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che:
Nel 26 novembre 1557, la terribile incursione e saccheggio di Dragut Rais Bassà
Il nome di Ispani compare in un documento del periodo vicereale che riguarda un’annotazione della Camera Regia di Napoli sul saccheggio effettuato dal pirata Dragut Pascià. Il corsaro barbaresco, dopo aver saccheggiato la vicina Policastro, incendiò e distrusse il villaggio di Ispani che il 26 novembre 1557 contava cento abitanti; ne sopravvissero soltanto una ventina (….) Nei censimenti del Regno di Napoli Ispani compare nel 1595 con soli 40 abitanti, poi nel 1614 con 70 abitanti e nel 1660 con 50 abitanti. Nel 1790 risultavano invece 671 abitanti (….). Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 138 in proposito scriveva che: “Il 26 novembre 1557, verso le cinque del mattino, il casale “delli Spani” fu nuovamente assalito da pirati musulmani, sbarcati sulla spiaggia di Capitello, e fu quasi completamente distrutto. La Real Camera constatò che, su circa 100 abitanti, solo 20 erano riusciti a sfuggire alla morte o alla deportazione (2).”. Il Guzzo, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A.S.N. – ‘Consultorum Sommaria – Vol. 59, f. 3 – Vol. 73, f. 108.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Ispani, nel suo vol. II, a p. 66 in proposito scriveva che: “Poche le notizie sul villaggio. Se ne hanno sulle distruzioni subite per le incursioni del Barbarossa e di Dragut rais con la sua forte flotta (123 galee). Il 26 novembre 1557 il casale “delli Spani” fu assalito verso le cinque del mattino. La Real Camera constatò che su un centinaio di abitanti solo 15-20 erano fuggiti alle distruzioni e alle razzie (1). Il villaggio dovette seguire gli stessi eventi occorsi a Policastro.”.
Nel 26 novembre 1557 o 1577 (?), la quarta incursione corsara che distruge Forlì (Ispani)
Sempre il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”. Un altra interessante notizia intorno a Policastro dopo l’incursione di Dragut, il Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: “Nella distrutta Policastro, tornarono ancora nel 1577 incendiarono il casale di Ispani.”.
Nel 1562, la ripresa e la costruzione di alcuni centri
Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, a p. 29, riferendosi a ciò che Tommaso Fazello (…), ovvero in seguito ad un’altra distruzione subita da Policastro a causa dei Turchi che per il re di Francia Francesco guerreggiavano contro l’Imperatore di Spagna Carlo V, in proposito scriveva che: “Dopo questa ultima caduta dopo più non risorse, non havendo attentato riedificarla nè quei cittadini che dalle spade turche scapparono nè altri forestieri qualunque sito opportuno ai traffici nè gli allettasse, perchè non vollero esporsi a si manifesto pericolo di restar ogni giorno bersaglio dè nemici di nostra fede.”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”. Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “…..bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ac penè solo aequata est. Civitas illa paucas habet domos, & ab celi inclementiam intra diruta moenia anime fidelium vix triginta numerantur.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “La ripresa avvenne dal 1562, come dovrebbero attestare una iscrizione e la data incise sul capannone della chiesa (90). Gli stessi vescovi, per quasi tre secoli ad iniziare dal 1300, scelsero come dimora Torre Orsaia (91), più sicura contro le incursioni e la malaria.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(90) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Ciò rivela una iscrizione sotto l’arco del campanile di Torre Orsaia.”.
Nel 1570, a Ispani l’erezione della chiesa di San Nicola di Bari
Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 138 in proposito scriveva che: “I superstiti, intorno al 1570, vi eressero una piccola chiesa in onore di San Nicola di Bari, divenuta parrocchiale nel 1597 e retta da un curato in dipendenza della divenuta parrocchiale nel 1597 e retta da un curato in dipendenza della Cattedrale di Policastro.“.
I Carafa della Spina ed i Carafa della Stadera, ‘Forli’ (Ispani), Santa Marina e Capitello

(Fig….) Stemma araldico sul portale di Palazzo Carafa della Spina a Napoli
Lo stemma araldico della nobile famiglia napoletana dei Carafa ramo della Spina si rappresenta con uno scudo e tre fasce orizzonali di colore rosso e bianco attraversate trasversalmente da una spina. Lo scudo è affiancato da due Leoni rampanti che reggono un cerchio. Lo stemma araldico dei Carafa della Spina lo si ritrova sul portale d’ingresso del Palazzo gentilizio dei Carafa della Spina a Napoli, ma anche su una lapide marmorea posta all’interno della Chiesa di S. Croce a S. Marina che riporta la seguente iscrizione: “Hic iacet corpus domini Francisci Carafa, primogenitus domini Fabritii comitis Polichastrensi, aetatis suae annis XXIV”, lapide datata 1685. Sempre nella chiesa di S. Croce a S. Marina è stata rinvenuta un’altra lapide con emblema gentilizio, uno scudo triangolare in campo rosso attraversato da tre bande o fasce colorate colro argento ed una spina trasversale color nero. Un altro stemma araldico ai colori e simile ai primi due dei Carafa della Spina lo ritroviamo all’interno di un edificio a Capitello oggi sede di un Asilo gestito dalle suore Elisabettine. Un tempo l’edificio era il Palazzo Carafa a Capitello che un tempo aveva l’Ingresso dai giardini oggi posti in un giardino comunale lungo la SS. 18 che attraversa il lungomare di Capitello. Nel Palazzo Carafa di Capitello, oggi Asilo infantile, vi era una lapide del 1645 che un tempo fu asportata e murata sul portale di ingresso ai giardini. La lapide ricorda ed ammonisce “Non t’alletti, o pirata / il bel terreno / simbol di Carafa / poichè una Spina il guarda / e se impiagò beltà divina / trafigger saprà meglio un mortal seno / 1645.”.

Ritroviamo lo stemma araldico dei Carafa anche su alcuni diplomi del secolo XVIII come quello che oggi è custodito dalla famiglia Gallotti in Piazza del Plebiscito a Sapri. Infatti pare che la nobile famiglia napoletana dei Carafa si dividesse in due rami: i Carafa della Spina ed i Carafa dei Stadera. Si dicono Carafa della Spina quelli del predicato di Roccella, di Policastro e di Traetto; si dicono Carafa della Stadera quelli del predicato di Andria, di San Lorenzo, di Noja, e di Montecalvo. Grandi furono i meriti dei Carafa.
Nel 16 gennaio 1625, il re concesse ai Carafa della Spina il titolo del ducato di Forlì
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Il feudo era ancora tenuto dalla famiglia Carrafa nel ‘600, quando (16 gennaio 1625) venne concesso a uno di essa il titolo di duca sulla terra di Forlì. Ecc…”.
Nel 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e di Ippolita Carafa, conti di Policastro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Poi il feudo passò alla famiglia Carafa che lo possedeva ancora nel ‘700. Il 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa (v. a Policastro) e della congiunta Ippolita Carafa, quale unica erede ebbe l’intestazione di Policastro, con titolo di conte, Fòrli con titolo di duca (il titolo venne trasferito su Ispani, università autorizzata a denominarsi Fòrli), Libonati, Sapri e Santa Maricina o Santa Marina, insieme con i casali di S. Cristoforo e di Capitello. In seguito Teresa Carafa ebbe intestate anche le giurisdizioni di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il parente Gennaro Carafa, principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Da costei il principe aveva avuto dei maschi, tra cui il primogenito Vincenzo al quale tocarono i feudi della Roccella. Da Teresa Carafa il principe aveva avuto altri maschi, tra cui il primogenito Gerardo che ebbe titolo e feudi di Policastro. A Gerardo seguì Francesco e poi il figlio Nicola e due femmine, Maddalena e Maria Teresa. Nicola, che con decreto ministeriale del 1831 aveva ottenuto il riconoscimento di tutti i titoli e predicati, morì senza eredi. I titoli e i feudi di Policastro (v.), Fòrli (cioè Ispani), Sapri, Vibonati e Pardinola con R. Assensodel 1897 passarono a Maria Severina Longo, figlia di Maddalena Carafa e perciò marchesa di Gagliati e di San Guiliano.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…) parlando di Sapri, a p. 197, in proposito scriveva che: “Vibonati….Nel 1797 si trovava infeudato alla Principessa D. Teresa Carafa di Policastro. Intorno a questo centro, detto anche Bonati o Libonati, sono state fatte numerose polemiche. Molti hanno voluto vedere qui il golfo di Vibona, di cui parla Cicerone nella sesta epistola ad Attico.”.

(Fig…) Patente di Luogotenente del 1773 – Palazzo Gallotti a Sapri – foto Attanasio
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Ispani, nel suo vol. II, a p. 66 in proposito scriveva che: “Certo è che il 3 ottobre 1770 – informa il ‘Cedolario’ – Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e della parente Ippolita Carafa, quale unica erede …….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p….., parlando di Sapri in proposito scriveva che: “…la ‘famiglia Carrafa’, possedeva ancora la Contea di Policastro nel ‘700. Il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unico erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forlì con titolo di duca ( il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forlì), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristofaro e Capitello. Successivamente Teresa ebbe intestate varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il primogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro. A Gerardo successe Francesco ( 1 giugno 1781 – 22 settembre 1846) che dalla moglie Beatrice di Sangro ebbe poi Nicola nato il 21 agosto 1829, il quale con decreto ministeriale il 18 agosto 1831 ottenne il riconoscimento di tutti i titoli e predicati e due femmine, Maddalena che sposò Camillo Severino Longo, marchese di Gagliati e Maria Teresa. Nicola morì il 25 dicembre 1894 senza discendenti, per cui i titoli di conte di Policastro, duca di Forlì ( Ispani detto Forlì) e duca delle Chiuse, con i predicati di Tenerola, Frattapiccola, Sapri, Libonati, passarono per legittima successione alla nipote Maria Severino Longo, marchesa di Gagliati e San Giuliano, figlia di Maddalena Carafa e moglie del nobile Lorenzo Tortora Braida. ” (2). Il 3 ottobre 1770 Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e della parente Ippolita Carafa, quale unica erede ebbe l’intestazione di Policastro, con titolo di conte, Fòrli con titolo di duca (il titolo venne trasferito su Ispani e l’Università fu autorizzata a prendere il nome di Fòrli), insieme con i casali di S. Cristoforo e di Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestate anche le giurisdizioni di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Da questa il principe aveva avuto dei figli maschi, tra cui il primogenito Vincenzo al quale toccarono i feudi della Roccella. Da Teresa Carafa il principe ebbe altri maschi, tra cui Gerardo, il primogenito, che ebbe titoli e feudi di Policastro. A Gerardo successe Francesco che, dalla moglie Beatrice di Sangro, ebbe due femmine, Maddalena e Maria Teresa, e un maschio, Nicola, il quale con decreto ministeriale (1831) ottenne il riconoscimento di titoli e predicati. Nicola morì senza eredi, per cui i titoli di conte di Policastro, duca di Fòrli (Ispani ora detto Forli) e duca della Chiusa, con i predicati di Tenerola, Frattapiccolo (Terra di Lavoro), Sapri, Libonati e Pardinola, con Regio Assenso (1897) passarono alla figlia di Maddalena Carafa, Maria Severina Longo, marchesa di Gagliati e di S. Giuliano, poi moglie del nobile Lorenzo Tortora Braida.

(Fig….) Cartiglio con intestazione dei Titoli di famiglia Carafa – Palazzo Gallotti a Sapri – foto Attanasio
La torre cavallara e di avvistamento vicereale di Capitello
Nel 1815, una carta geografica con San Cristoforo e Forli
Un’altra carta interessante per i due toponimi e luoghi di S. Cristofaro e di Ispani, borgo molto più giovane del primo, è quella del primo quarto di secolo XIX, ovvero delineata nel primo decennio dell’800. Si tratta della carta carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita fino a quando nel lontano 1998 la pubblicai nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 depositato presso il Comune di Sapri.

(Fig…..) carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2.
Come si può vedere nell’immagine illustrata in fig…., tratta dalla carta più grande del Golfo di Policastro, si notano i due toponimi di “S. Christofaro” e di “Forli”. Il toponimo di “S. Christofaro” corrisponde all’attuale borgo di S. Cristofaro frazione del Comune di Ispani ed il toponimo di “Forli”, molto più recente e più piccolo corrisponde all’attuale Ispani.

(Fig…..) Particolare della carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio ‘Sezione Fotoriproduzione’ dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.

(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981
(….) (Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)(1)
(….) Ebner Pietro, Chiesa Baroni e Popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I-II (Archivio Attanasio)

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore: Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991
(…) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (…); degli stessi autori si veda pure: “Nota sul castello di Policastro”, in “Castellum”, Rivista dell’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, Castel S. Angelo, 1970, II° semestre, Luglio Dicembre, p. 120 (Archivio Attanasio); sempre dei due autori si veda: “Il Castello di Capaccio”, in Rassegna Storica Salernitana, anno VI°, 1970 (Archivio Attanasio)

(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Gian Galeazzo Visconti, Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Attanasio)
(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988

(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento”, ed. Palladio, Salerno,
(….) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Salerno, 1992 (Archivio Attanasio)
(….) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII
(…) Giustiniani Lorenzo, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli , tomo II, 1797
(….) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823

(….) Beltrano Ottavio, Breve descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1644 (I° edizione); recentemente Forni ha pubblicato la ristampa anastatica dell’edizione del 1671 forse più attendibile
(….) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)
(….) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….
(….) Cisternino Riccardo, Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806), edizione realizzata da ‘Typos Lissone’, 1978 per l’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, 1977 (Archivio Attanasio); contiene anche un saggio di Vittorio Faglia
(….) Acciarino Mario, Segreteria di Guerra e marina – Ramo Guerra – Inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823, Napoli, Arte Tipografica, 1974 (Archivio Attanasio)
(….) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976
(….) Vassalluzzo Mario, Castelli, torri e borghi della Costa Cilentana, edizioni Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24
(….) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del mezzogiorno e della Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II, Tav. X

(….) Di Luccia Pietro Marcellino, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico Legale ecc… , Roma, 1700 stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Attanasio)
(…) Strutt Arthur John, A pedestrian tour in Calabria & Sicily, 1842; si veda anche ristampa edizione Galzerano con traduzione
(…) Mazzella Napolitano Scipione, Descrizione del Regno di Napoli, ed. Gio. Battista Cappelli, Napoli, 1586 (I° edizione) e 1601, p…

(….) padre Da Paternò Raffaele o padre Raffaele da Paterno, ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, si veda p. 44
(….) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, Loescher, Roma, 1902 (Archivio Attanasio), si veda p. 321
(….) Silvestri Alfonso, Il commercio a Salerno nella seconda metà del Quattrocento – Salerno 1952 – pagg. 28- 135
(…) Severino Graziano, Monografia su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Prinicipato Citeriore, vol. V, pag. 36. Riguardo il Severino (…), citato dal Pasanisi (…), troviamo che nel …..pubblicò una monografia su Camerota, intitolata: “Camerota e suo Circondario etc…”, che poi in seguito fu pubblicata dal Cirelli nel suo vol. V sul Principato Citeriore
(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato, Napoli, 1855, si veda vol. V. Principato Citeriore, pag. 36 (il Guzzo dice a p. 63) (Archivio Storico Attanasio). Filippo Cirelli, nel suo vol. V dedicato al Prinicipato Citeriore, pubblicò “Camerota e suo Circondario etc…” di D. Graziano Severino; “S. Giovanni a Piro” di Vincenzo Sebastiano Petrilli; “Pisciotta” di Leopoldo Pagano, ecc..
(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c)

(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Attanasio)
(…) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.
(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Storico e digitale Attanasio).
(…) Beltrano Ottavio, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania, ed. Loescher, Roma, ristampa anastatica, Roma, 1970 (Archivio Attanasio)
(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.
(…) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, la cui datazione potrebbe risalire a molto prima del ‘600. Scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, credeva che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371 (anno 1601-1700). Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (13). Si veda pure Padiglione C. (14), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (4), op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano I, è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit. (6), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v.
(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848, a p. 538 (Archivio Attanasio)
(….) Tancredi L., Giudice D., Giudice P., Liotti T., Bruno E. (a cura di), Qui è Ispani, ed. 1983, Sapri, Tip. Faracchio (Archivio Attanasio)

sono massimo basilici
non so come contattarla con questo sito web e per questo le scrivo nei commenti del sito
sono interessato ad alcune informazioni della famiglia eboli di cui lei parla in un suo post
è per una ricerca di storia riguardante i ramaioli, altrimenti conosciuti come calderari
le lascio il mio cell
3357511098