Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.

(Fig. 2) Re Ruggero II d’Altavilla, raffigurato in una statua marmorea posta sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli
Nel 1057, Ruggero I d’Altavilla e SCALEA donatagli dal fratello Guglielmo, figlio di Fresenda e conte del Principato
Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Ruggero viene accolto affettuosamente dal fratello Guglielmo, che gli concede il castello di Scalea. Sentendo ciò suo fratello Guglielmo, che era conte di tutto il Principato, gli mandò dei messaggeri invitandolo a venire da lui: gli fece sapere che avrebbe potuto condividere con lui quello che egli aveva e gli assicurò che, eccetto la moglie e ifigli, niente egli voleva possedere che Ruggero non considerasse anche suo. Al suo arrivo costui venne accolto con il dovuto onore. Dopo essere rimasto alquanto con il fratello, infine ricevette da lui un castello in località chiamata Scalea; e quindi, facendo molte incursioni in direzione del Guiscardo, non diede tregua per tutto il territorio. Venutolo a sapere, il Guiscardo mosse l’esercito e si diresse all’assedio del castello di Scalea; devastò anche gli oliveti e vigneti, che si trovavano nei pressi della città. Guglielmo dal canto suo, …..per evitare di subire danni più gravi, e previo anche il parere dei suoi consiglieri, si allontanò da quel posto.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni, riferendosi agli anni 1048-1049-1050 scriveva che: “Fu proprio durante questi anni di guerre e di confusione che Scalea venne occupata dai Normanni, ma non possiamo escludere che precedentemente, forse per breve tempo, fosse stata possesso del principe di Salerno. Comunque stiano le cose, nel 1057, alla morte di Umfredo, quando Roberto il Guiscardo, calpestando i diritti dei figli del defunto, assunse il titolo di conte di Puglia e di Calabria, Scalea non apparteneva direttamente a lui, ma proprio il fratello Guglielmo, conte del Principato. Ciò si desume dal fatto che, forse con l’intenzione di stringere con lui un’alleanza matrimoniale dandogli in moglie una figlia, Guglielmo cedette il castello di Scalea a Ruggiero, uno degli ultimi degli Altavilla a giungere in Italia, ma anche uno dei più capaci e valorosi, tanto che suo fratello Roberto lo aveva voluto al suo fianco nella conquista della Calabria: ma proprio nella spartizione del frutto dei saccheggi Ruggiero, sentendosi trascurato e defraudato della sua parte di bottino e di conquiste, ruppe con il fratello e si rifugiò a Scalea, cedutagli da Guglielmo. Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, ecc..”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, a p. 22, in proposito scriveva che: “I nuovi conquistatori arrivarono nella seconda metà dell’XI secolo: erano i Normanni capeggiati dai fratelli Altavilla. Roberto il Guiscardo e Ruggero, con le loro truppe normanne, avevano da tempo iniziato l’invasione della Calabria. Mentre continuava sistematica e progressiva la conquista della regione, improvvisamente i due fratelli litigarono e si divisero. Roberto andò verso il sud della Calabria, Ruggero si rifugiò a Scalea, già conquistata e donatagli, da suo fratello Guglielmo ‘braccio di Ferro’. Come primo atto di governo a Scalea Ruggero fece abbattere, in cima al paese, la rocca longobarda e nello stesso tempo fece costruire un castello. Fece inoltre rinforzare le mura di difesa e le porte di entrata al paese: a nord la porta Marina e a sud quella ponte. Il castello, costruito rapidamente secondo la tecnica e le esigenze del tempo , comprendeva due torrioni a pianta rettangolare e tre torri d’angolo a pianta cilindrica, oltre al palazzo. Per tutta l’epoca Normanna rappresentò la più importante fortezza militare del golfo di Policastro ed una delle più importanti della Calabria. Ruggero fece di Scalea una fortezza inespugnabile, a cui faceva capo anche la sua flotta, e la base di partenza delle sue azioni per la conquista della Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, detto ‘braccio di Ferro’, nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Interessante è la notizia riportata da Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione Mercuriense” etc…”, a p. 115 parlando di Grisolia scriveva che: “E’ lecito presupporre che il ………………, per sfuggire le incursioni normanne, sappiamo che Ruggero d’Altavilla usò come base operativa il castello di Scalea per la conquista dei casali della costa, abbia abbandonato la grancia di S. Nicola e S. Angelo (11), in posizione vulnerabile, e si sia rifugiato alla “Cupa”, ecc…”. Il Campagna, a p. 115, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Successivamente la grancia dipese dal monastero basiliano di S. Giovanni a piro, in P.M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Sempre il Campagna, a p. 130 riferendosi alle istituzioni monastiche sorte nell’area del “Mercurion” e sulla costa calabra, riferendosi a Majerà scriveva che: “La gente vi trovò protezione e sicurezza, soprattutto dopo la battaglia di Civitate (giugno 1053), e dopo lo scisma della Chiesa d’Oriente (16 luglio 1054), avvenimenti che diedero la sostituzione violenta del potere bizantino col normanno, mentre il rito latino veniva imposto alle abbazie ortodosse. Le più riottose, sottoposte ad azioni belliche del Guiscardo, da S. Marco, e di Ruggero, da Scalea, scomparvero.”. Orazio Campagna, a p. 169 scriveva pure che: “ora territorio di Diamante, ove i Basiliani, nonostante reiterate incursioni saracene, sarebbero rimasti fino al 1059, quando, dopo il concilio di Melfi, fu impresa vana resistere alle razzie del Guiscardo da S. Marco Argentano, alla sanguinosa guerriglia di Ruggero I da Scalea (210).”. Il Campagna, a p. 169, nella nota (210) postillava che: “(210) J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Ed. Mursia, 1974, pag. 92 e sgg. Scalea pag. 135 e sgg.”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “……gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Ecc…”. Dunque, il Colombaro scriveva che ad un certo punto la situazione economica in Calabria era diventata insostenibile che la povera popolazione si ribellò a Ruggero I d’Altavilla. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando i due primi fratelli di Altavilla signoreggiavano e distendevano da Melfi i dominii per le terre di Apulia e Basilicata, Roberto e Ruggiero ultimi venuti erano a far bottino per le Calabrie, sequestrando uomini ed armenti, rubacchiando mercanti in viaggio, sorprendendo terre e castella. Roberto signoreggiava o taglieggiava per la Calabria che diremo cosentina; Ruggiero su quel di Reggio. Gara di ambizione o divisione non ecqua di bottino metteva mal animo tra i due fratelli, che erano in lotte frequenti. Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, se l’ambizione del conte Ruggero non eguaglia la cupidigia smisurata di Roberto il Guiscardo, che spesso suol essere “in omnibus praesumptuosissimus et magnarum rerum audacissimus attentator”, talvolta essa lo costringe – e specialmente nei tempi della grama giovinezza – ad azioni, che gli fanno poco onore. Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, agli inizi del 1058, incollerito, Ruggero abbandonò il fratello Roberto. Uno dei vantaggi che gli derivava dall’essere giunto così in ritardo in Italia era che si trovavano ora saldamente stabiliti molti suoi fratelli, ed egli poteva rivolgersi ora all’uno ora all’altro; accettò pertanto l’invito di Guglielmo conte del Principato che, a soli quattro anni dal suo giungere in Italia, si era reso padrone di quasi tutto il territorio di Salerno a sud della città e che offriva a Ruggero di condividere con lui tutto ciò che possedeva in misura uguale “ad eccezione” come Malaterra ha cura di precisare “della moglie e dei figli”. Fu così che di li a poco Ruggero si trovò installato in un castello sul mare a Scalea, posizione strategica di prim’ordine della quale effettuare lucrose incursioni, specie per razziare cavalli e fare scorrerie nei territori appartenenti al Guiscardo. Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Norwich, a p. 134, nella nota (5) postillava che: “(5) Ruggero viene alle volte soprannominato Bosso; ma questo nome non viene usato di frequente, non è necessario né melodico, quindi può essere ignorato. Tende pure a confonderlo con il nipote: Ruggero Borsa, di cui faremo conoscenza più in là”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 38 e ssg., in proposito scriveva che: “Ruggero porta a termine l’incarico ricevuto e rientra con un bottino abbondante, con il quale tutto l’esercito può trovare ristoro e recuperare le forze. Quando, però, chiede al fratello il denaro con cui pagare i soldati, costui, forse per gelosia per i suoi successi, gli oppone un rifiuto; allora ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo, che lo pone a capo della città di Scalea, da dove inizia a saccheggiare i possedimenti del Guiscardo. Nello stesso periodo continua, però, a comportarsi anche da predone: assalta dei ricchi mercanti amalfitani e con il bottino ricavato arma nuovi soldati e continua le incursioni contro le terre del fratello.”. Qui però il Credidio commette un grave errore scrivendo che Ruggero “ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo”. Guglielmo, conte del Principato, suo fratello perchè figlio di Fresenda non era in Puglia ma si trovava nei suoi possedimenti del Salernitano.
Nel 1062, Ruggero I d’Altavilla e Roberto il Guiscardo a DISKALIA (Scalea) la firma del patto per la spartizione dei territori
Carmine Manco (…), nel suo “Scalea prima e dopo -Cenni storici”, a p. 24 scriveva che: “Nel contempo Ruggero e Roberto si riappacificarono e, nel castello di Scalea, firmarono il patto di spartizione della Calabria. In questo periodo la vita di Scalea era condizionata dagli umori e alle imprese di Ruggero e dei suoi successori”. Dunque, da Carmine Manco leggiamo che nel castello di Scalea, fatto ricostruire da Ruggero I d’Altavilla, si stipulò il nuovo patto dai due fratelli rivali ma uniti spesso nella conquista dei territori. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: “Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario ecc…”. Sul sito del FAI leggiamo che il castello di Scalea, noto anche come ruderi del castello normanno, è un rudere di un castello costruito su uno sperone roccioso sul paese di Scalea, risalente al XI o al XII secolo. Rimangono visibili solo i muri perimetrali e una torre. Venne costruito nell’XI secolo come fortezza militare dai Normanni sui resti di una rocca longobarda e restaurato successivamente dagli Svevi, dagli Angioini e poi dagli Aragonesi. Durante la dominazione normanna, al suo interno si incontrarono i fratelli Ruggero e Roberto d’Altavilla per dividersi i territori calabresi. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 170-171, in proposito scriveva che: “L’anno 1062 incominciò bene, ecc…Il duca di Puglia ricominciava a farne delle sue. Sin dal 1058 si era impegnato a dividere in parti uguali le sue conquiste in Calabria con il fratello; da allora in poi però, indispettito per l’influenza sempre maggiore che andava acquistando Ruggero e temendo per la sua stessa posizione, si era rifiutato di mantenere fede alle promesse. Ruggero, per tutto il tempo che era stato impegnato in Sicilia aveva accettato, pur di mala voglia, il denaro che Roberto gli aveva offerto in cambio dei territori che gli sarebbero dovuti spettare, ma ora che si era sposato la situazione era diversa.”. Sempre il Norwich continuando il suo racconto, a p. p. 174, in proposito scriveva che: “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero dopo l’indecoroso alterco tra i fratelli. Sembra che la spartizione sia stata fatta in base ad un accordo per cui ogni città e castello veniva diviso in due zone d’influenza separate, impedendo così alle popolazioni di parteggiare per l’uno o per l’altro, qualora fossero sorte controversie. Tale sistema lascia pensare che la mutua fiducia non poggiava su basi troppo solide; ecc….Una cosa è certa: l’accordo permise a Ruggero di donare a Giuditta il ‘Morgengab’ che le spettava, e e a quelli della sua famiglia i beni terieri che si confacevano alla dignità della loro nuova posizione.”. Dunque, come scriveva il Norwich, con questo accordo “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: “Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “Intanto, una grande carestia affligge la Calabria: per le gravi difficoltà in cui versano, i calabresi cominciano a non pagare il tributo e a rifiutare il servizio militare mentre a Nicastro giungono a massacrare la guarnigione normanna. Il Guiscardo comprende che il diffondersi della rivolta rischia di vanificare quanto finora conquistato e si riappacifica con il fratello. La Calabria viene divisa in due zone di influenza e la linea di demarcazione è la via istmica che unisce i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace: a nord della stessa è riconosciuto il dominio del Guiscardo ed a sud quello di Ruggero, che pone la sua base operativa a Mileto.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”.
Dal 1085 al 1111, Ruggero Borsa, il cugino Simone di Sicilia e la contea di Policastro
Certamente Policastro e con essa Roccagloriosa, dovette rappresentare per il Regno un importante testa di ponte, per cui i Normanni non permisero in questa città nessun tipo di autonomia nemmeno in campo religioso e lo si può vedere anche dagli interventi che ebbe in questa città il grande poeta latino Alfano (3). Più avanti, certa è la notizia del Volpe (….), in merito alla ricostruzione delle mura di Policastro dal 1085 al 1111, e della città, ad opera di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Giuscardo figlio di Gisulfo che la consegnò al figlio Simone col titolo di Conte e non si esclude che tale territorio fosse stato amministrato dal Visconte Boso (Visconte era colui che faceva le veci del Conte). Nello stesso periodo, il vescovo di Policastro, diede facoltà al Conte Mausone di Roccagloriosa – figlio di Leone – Conte Normanno – di unire il Cenobio di San Veneranda e quello di San Mercurio di Roccagloriosa affinchè la sua figlia Altrude potesse entrarvi in clausura. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nel 1080 Roberto, liberato già dalla scomunica, veniva di nuovo fatto Duca di Puglia e Calabria “per vexillum” e, fatta edificare la Cattedale di Salerno con marmi di paestum quando fu rinvenuto il corpo di S. Matteo Apostolo dall’Arcivescovo Alfano, fece scrivere nella facciata “Robertus Guiscardus Imperator Maximus”. Il papa si riservò la Marca di Fermo e Gisulfo il Principato di Salerno e di Amalfi. Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Dunque, in questo passaggio, il Cataldo scriveva chiaramente che “Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre.”, ovvero il Cataldo scriveva che fu dal 1085 al 1111, che Ruggero ricostruì Policastro. Dunque, in questo breve passaggio il Cataldo si riferiva a Ruggero Borsa che morì nell’anno 1111. Ma, il Cataldo, proseguendo il suo racconto scriveva pure che: “Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”. Dunque, secondo il Cataldo, Ruggero Borsa avrebbe consegnato la ricostruita Policastro a suo figlio “Simone”, con il titolo di Conte. Il Cataldo si riferiva al Simone figlio illegittimo di Ruggero Borsa o si riferiva al figlio illegittimo di re Ruggero II d’Altavilla ?. Il Cataldo, proseguendo ancora il suo racconto scriveva pure che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” ecc…” e poi pure che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, ecc…”. Dunque, il passaggio è molto contraddittorio. Le notizie del Cataldo su Policastro sono tratte dal Laudisio e dall’Ughelli. Il Cataldo (….) subito dopo aggiunge che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc..”. Ferdinando Ughelli (….), nel 1747, nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “In Ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota ferè diruta Policastrum vocatur…….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen reticens à Graeco vocabulo, quali Magnum. Castrum. Ampiam suisse, indicant ejus vestigia, & ruina. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in paedam. Robertus Normannus Dux anno 1065. eam destruxit: quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam, filio suo notho dono dedit.”.

Dunque, stando a ciò che ha scritto l’Ughelli (….), la Contea di Policastro, fu donata da “Rogerius Rex” al figlio suo bastardo, col titolo di Contea. A chi si riferiva l’Ughelli dando la notizia del “Rogerius Rex” ?. Il Laudisio ed il Cataldo citano il Troyli che scrisse su questo “Simone”. Il Troyli (….), nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorchè poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

(Fig. 3) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero
Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti) parlando della Diocesi e riferendosi a Castelruggero, in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; ecc..”. Dunque, il Laudisio si riferiva al Simone ce successe al padre re Ruggero II e non a Ruggero Borsa. Ma, sempre il Laudisio, nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa…Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio, lo chiamava “Ruggero il normanno, figlio di Roberto” (il Guiscardo), dunque, in questo caso il Laudisio si riferiva a Ruggero Borsa in quanto parlava del suo fratellastro Boemondo (figlio anch’esso di Roberto il Guiscardo ma nato dalla prima moglie del Guiscardo, Abelarda di Buonalbergo). Che si trattasse di Ruggero Borsa, lo scrive anche il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento per sac. Giuseppe Volpe”, Roma, 1888, a p. 117, in proposito scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città, intesero a levarvi quel villaggio, che ora ‘Bosco’ si addimanda (22). Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliuolo naturale, con titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Ecco ciò che scriveva il Volpe su Policastro. Il Volpe scriveva che si trattava di Simone figlio naturale di re Ruggero I d’Altavilla. Il Volpe si riferiva a re Ruggero I d’Altavilla, il gran conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo ?. Il Volpe (….), nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughel. Italia Sacra, tom. VII, col. 758”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 149”. Dunque, Ruggero Borsa aveva preso tanto a cuore le sorti della città di Policastro che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Dunque, secondo il sacerdote Giuseppe Volpe, Policastro, nel 1152, fu donata da Ruggero II al figlio Simone. Il Volpe si riferiva all’opera di Luca Mannelli o Mandelli, monaco agostiniano. Ma, il monaco Agostiniano Luca Mandelli (….), o Mannelli, nel suo prezioso manoscritto si riferiva a Ruggero Borsa e ad un Simone figlio di Ruggero Borsa ?. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II). Il Conte Simone, figlio bastardo di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e gran-conte di Sicilia. Il Cataldo scrive pure che in quell’anno (a. 1152), Ruggero Borsa offrì al Vescovo il “Castello” “De Rogerio” (il borgo fortificato di Castelruggero). Infatti, in quegli anni, sotto Ruggero Borsa si costituì la baronia ecclesiastica di Torre Orsaia e Castelruggero. Il Cataldo, scriveva ancora su “Simone” (figlio bastardo di re Ruggero I d’Altavilla), che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. La notizia del “Simone” che finì in carcere è veritiera ma ciò non accadde nel 1155. Questo “Simone” era figlio illegittimo di Ruggero I d’Altavilla ed era fratello di Ruggero II d’Altavilla che salirà al trono di Sicilia nel 1130. Nel 1085, alla morte del padre Roberto il Guiscardo, si aprì la successione al trono di Ruggero Borsa, suo figlio. Giuseppe Cataldo (…) nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattiloscritto inedito del 1973, che a p. 29, parlando di Policastro scriveva che: “Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò aRuggiero II,figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo II, il Ducato di Puglia e di Calabria.”. Non è corretto perchè si trattava di Ruggero I (detto Ruggero Borsa) e non di re Ruggero II. Da Wikipidia leggiamo che Ruggero detto Borsa fu il figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Sua madre fu Sichelgaita di Salerno, una potente principessa guerriera di stirpe longobarda. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre di Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive “…Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.”. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Dopo la morte del padre, Ruggero Borsa si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Dunque, Ruggero Borsa, sarà riconosciuto duca di Puglia e Calabria, a dispetto del fratellastro Boemondo, con l’aiuto dello zio re Ruggero I d’Altavilla, Gran-Conte di Sicilia e padre di Simone. Simone era figlio di Ruggero I d’Altaville e della sua terza moglie, Adelaide del Vasto. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105), fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Infatti, che si trattasse di Ruggero Borsa, la notizia è plausibile, in quanto il “Simone” di cui si parla era figlio della seconda moglie di Ruggero I d’Altavilla, re di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo e dunque zio di Ruggero Borsa. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi solo dopo la reggenza della madre Adelasia del Vasto.
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nel 1080 Roberto, liberato già dalla scomunica, veniva di nuovo fatto Duca di Puglia e Calabria “per vexillum” e, fatta edificare la Cattedale di Salerno con marmi di paestum quando fu rinvenuto il corpo di S. Matteo Apostolo dall’Arcivescovo Alfano, fece scrivere nella facciata “Robertus Guiscardus Imperator Maximus”. Il papa si riservò la Marca di Fermo e Gisulfo il Principato di Salerno e di Amalfi. Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” (corrispondente oggi a CASTELRUGGERO, frazione di Torre Orsaia, in Provincia di Salerno, a 20 km. da Policastro). Ruggiero era già Re di Puglia, Calabria e Sicilia dal 1130, anno di nascita del Regno di Napoli. I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Sotto quest’ultimo il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale (1167). L’Ughelli ci dà brevi notizie sulla distruzione e la riedificazione di Policastro: “In ora Lucaniae quam Principatum Citra etc….” (Ferdinando Ughellio, Tomo VII/Italia Sacra. Colum. 758; Cfr. P. Troyli: Historia generale del Reame di Napoli, T. I., p. 2^, p. 136, nota (e)……(Cfr. Alessandro Telesino: I, 3). Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa. Federico Barbarossa della famiglia degli Hohenstaufen, imperatore dell’Alemagna, successe nel 1152 allo zio Corrado III nella casa di Svevia; sceso in Italia, ispiratosi agli alti ideali di Carlo Magno e di Ottone I, volle restaurare l’autorità imperiale. Incoronato Imperatore il 18 giugno 1155 a Roma da Adriano IV, intensificò la lotta contro ogni forma di indipendenza. Ecc…”.
Nel 1089, la Contea di Policastro, Enrico del Vasto, conte di Policastro, fratello di Adelasia del Vasto sposò Flandina, figlia di Ruggero I. Da Flandina ebbe Simone del Vasto che ereditò la contea di Policastro
Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, ci accorgiamo che vi furono diversi “Simone”, conti di Policastro. In questo saggio parlerò del Simone detto Simone del Vasto. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu un antico feudo esistito nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Sempre in Wikipedia leggendo la “cronostassi dei conti di Policastro” ci accorgiamo che vi fu Enrico del Vasto (10??-1137), conte di Paternò e conte di Butera. Dunque, non si conosce l’anno in cui Enrico del Vasto divenne conte di Policastro ma si sa che nell’anno 1137 non fu più conte di Policastro. Sempre da Wikipedia leggiamo che Enrico del Vasto, detto anche Enrico di Lombardia, Enrico di Savona, Enrico Aleramico, Enrico di Paternò, Enrico di Butera, Enrico di Policastro (Piemonte, ante 1079 – Sicilia, 1137), fratello minore di Adelaide del Vasto, fu capo degli Aleramici di Sicilia[2] e conte dei lombardi di Sicilia[3]. Membro dei Del Vasto di discendenza aleramica, Enrico era fratello minore di Adelaide del Vasto, figlio di Manfredi, e nipote di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona, della Liguria Occidentale e di ampi territori del Piemonte meridionale. Scese in Sicilia, dove risulta già personaggio di primo piano della corte normanna nel 1094,[5] dai grandi possedimenti familiari tra Piemonte e Liguria, con molti suoi conterranei della Marca Aleramica, per aiutare il condottiero normanno Ruggero nelle ultime fasi della guerra contro gli arabi per la conquista dell’isola. Questa gente aleramica al seguito di Enrico costituì la prima ondata migratoria di lombardi (in realtà, piemontesi e liguri, e in minor parte lombardi ed emiliani)[6] che ripopolarono alcuni centri della Sicilia occidentale e orientale tra l’XI e il XIII secolo. I normanni incoraggiarono infatti una decisa politica d’immigrazione della loro gentes, francese e dell’Italia settentrionale, anche con la concessione di privilegi. L’obiettivo era quello di rafforzare il “ceppo franco-latino” che in Sicilia e in Calabria era minoranza rispetto ai più numerosi greco-bizantini e arabo-saraceni.[7]In Sicilia scesero anche tre sorelle di Enrico. Adelaide, la più celebre, che sposò il gran conte Ruggero nel 1087 (o nel 1089) e divenne contessa di Sicilia; mentre le altre due sorelle sposarono i figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo. Enrico sposò Flandina, anche lei figlia di Ruggero ma nata dal matrimonio con Giuditta d’Evreux. Flandina era vedova del cavaliere normanno Ugo di Jersey, primo conte di Paternò, e così Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Proprio Paternò divenne il centro dei possedimenti degli Aleramici di Sicilia, un territorio discontinuo che si estendeva a sud in direzione di Catania, a sud ovest comprendeva Piazza Armerina, Aidone, Butera, Mazzarino, a nord ovest si estendeva fino a Nicosia, e a nord si allargava fino a Cerami, Capizzi e Randazzo.[8] Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia. Flandina d’Altavilla (in francese Flandina de Hauteville) (… – …; fl. XII secolo) è stata una nobildonna normanna del XII secolo. Figlia secondogenita del Gran Conte Ruggero e della di lui prima moglie Giuditta d’Evreux, ricevette in dote dal padre le contee di Paternò e Butera[1]. Fu sposata in prime nozze al cavaliere normanno Ugo di Jersey del quale rimase vedova nel 1075 e dalla cui unione nacquero una figlia di nome Maria[2] e tre figli maschi: Manfredo, Giordano e Simone. Nel 1089 si unì in seconde nozze all’aleramico Enrico del Vasto, a seguito dell’aiuto militare offerto da quest’ultimo al padre di lei. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 428, in proposito scriveva che: “Sappiamo che, oltre alla contessa Adelasia e a suo fratello Enrico, anche due altre sorelle, figli tutti e quattro del marchese Manfredo Incisa del Vasto, si trasferirono in Sicilia. Orbene, questo espatrio collettivo d’un intero gruppo della progenie dei marchesi del Vasto induce a supporre ch’esso fosse in connessione con una crisi, etc…”. Il Pontieri, a p. 429, in proposito scriveva pure che: “D’altra parte Enrico del Vasto, inseritosi nella famiglia di Ruggero d’Hauteville attraverso tali legami di parentela, non tardava a rinvigorirli, sposandone la figlia Flandina (37), che non sappiamo da quale dei due precedenti matrimoni del conte fosse nata. Neanche ci è dato di poter dire in quale anno fosse stato celebrato questo connubio aleramico-d’Hauteville; ci risulta solamente dalla carta già ricordata del 1094 che in questo anno Enrico era in Sicilia e che nel 1097 il nome di lui, insieme etc..”. Il Pontieri, a p. 430 scriveva: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Pontieri, a p. 430, nella nota (39) postillava: “(39) Il Garufi, Le donazioni del conte Enrico di Paternò ecc.., cit., in “Revue de l’Orient latin”, cit., IX (1902), doc. I, ha notato,, in base a questo documento, l’infondatezza della tradizione secondo cui la contea di Butera e Paternò sarebbe stata data dal conte Ruggero a sua figlia Flandina in dote: vedi anche Garufi, Gli Aleramici, p. 50; Idem, Il Tabulario di S. Maria della Valle Giosafat nel tempo normanno ecc.., in “Archivio Storico per la Sicilia orientale”, V (1908), pp. 178 ss., e cfr. Townsend White, Latin monasticism in Norman Sicily, cit., pp. 208-9.”. Tuttavia il Pontieri non chiarisce come sia arrivata la contea di Policastro a Flandina o a Enrico del Vasto, che come abbiamo visto oltre ad essere conte di Paternò-Butera era anche conte di Policastro, contea che in seguito Simone del Vasto erediterà alla sua morte. Sappiamo da Wikipedia che con il matrimonio con Flandina, figlia di Ruggero I d’Hauteville, Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Il Pontieri parla solo dei possedimenti di Butera e di Paternò ma non dice nulla della contea di Policastro. Il Pontieri, a p. 430 scriveva solo in proposito che: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Il Pontieri ipotizzava che le donazioni deli vasti possedimenti Siciliani fossero stati in seguito convalidate dalla sorella Adelasia che, alla morte del marito Ruggero I assunse la reggenza dello Stato che era stato ereditato da Simone primogenito. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 450, in proposito scriveva che: “Naturalmente suo fratello Enrico prese una posizione preminente, non solo perchè era ovvio che così fosse, ma anche perchè egli si presentava come l’esponente più autorevole degli oltremontani che la conquista normanna aveva attirato in Sicilia: certo fu Adelasia, come è stato ricordato, che gli conferì l’investitura feudale delle due importantissime contee di Butera e di Paternò, i cui territori, in tutto o in parte, è probabile costituissero la dote che il conte Ruggero aveva assegnato a sua figlia Flandina allorchè era andata sposa allo stesso Enrico (78).”. Pontieri, a p. 450, nella nota (78) postillava: “(78) Garufi, Gli Aleramici ecc.., p. 50; come marito di Flandina Enrico era l’amministratore dei suoi beni dotali: cfr. Caen, Le régime féodal etc..’, cit., p. 87.”.
Dal 1092-92 al 1105, Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto
Il primogenito di Ruggero I d’Altavilla fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105) fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Su Simone, la madre Adelaide del Vasto e la sua reggenza ha scritto Ernesto Pontieri. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 440-441, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Lungi dall’avventurarci nell’aggrovigliata questione sul numero e sull’individuazione dei figli, legittimi e naturali, del conte Ruggero, ci limitiamo a notare che egli ebbe due figli aventi lo stesso nome di Goffredo: costume non insolito nelle famiglie normanne, anzi nella stessa famiglia di Tancredi di Hauteville, il padre di Ruggero….Ora il Malaterra, dopo aver ricordato la morte di Giordano, avvenuta nel 1092, testualmente aggiunge…..Ma ecco che, alcuni mesi dopo, Adelasia dava alla luce Simone, salutato dall’esultanza di tutta la corte. Anche il Malaterra mostra di commuoversi davanti al fausto evento e lo celebra inserendo nel ‘De rebus’ un carme, etc…”. Pontieri, a p. 442, in proposito alla nascita di Simone, scriveva che: “La casa del gran conte di Sicilia era dunque pervasa di letizia, perchè Adelasia aveva dato al consorte non solo un figlio maschio, ma anche l’atteso erede. Certo, in un atto della cancelleria del conte Ruggero, consacrante una donazione da lui fatta nel 1094 al monastero di S. Maria “de Rokella apud paleapolim”, in Calabria, il nome di Simone vi è rappresentato come “filius Rogerii comitis et heres”(65).”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Il Pontieri parlando di Ruggero I d’Altavilla, scriveva che Simone, conte di Policastro successe al padre nel 1101 dopo la sua morte. Dunque scriveva che Simone, conte di Policastro era figlio naturale di Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Dunque, in questo passaggio, il Pontieri, parlando della reggenza di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I d’Altavilla che morì nel 1101, ci parla di Simone, figlio di Ruggero I d’Altavilla, perchè scrive che: “Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Sulle origini di Simone, figlio di “Adelasia” e di Ruggero I d’Altavilla, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito racconta che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”. Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Infatti, il Pontieri postillava che “Adelasia” “….aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); etc…”., aggiungendo che il futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla era l’altro fratello di Simone, conte di Policastro. Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. In questo passaggio, Pontieri spiega che Simone dovrebbe essere nato da “Adelasia” subito dopo la morte di “Giordano”, altro figlio di Ruggero I d’Altavilla. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, parlando del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, sposo di Adelaide del Vasto, a p. 227, in proposito scriveva che: “Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole: “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo aggiungeva che: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce ‘l disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore. Ecc…”. Ecco ciò che scrive l’Antonini su Simone figlio di Ruggero I d’Altavilla.

(Fig….) Pagine n. 416-417, tratte dalla ‘Lucania’ dell’Antonini (…), Discorso X, parte II
Dal 1101 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di Ruggero I d’Altavilla e la contea di Policastro
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, come ha scritto il Pontieri, la corona della contea di Sicilia e di Calabria, dopo la morte di Simone, nel 1105 passò al fratello minore Ruggero che sarà il futuro Ruggero II d’Altavilla. Il Pontieri scrive pure che nel 1105, Ruggero II, sebbene avesse ereditato per successione la corona di Sicilia e Calabria, essendo ancora minorenne non poteva governare. Lo fece la madre Adelasia, ultima moglie di Ruggero I. Adelasia prese la reggenza della contea di Sicilia e di Calabria e la tenne fino all’anno 1112. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 168, in proposito scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”.
Dal 1105 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di suo figlio Simone fino alla maggiore età di Ruggero II d’Altavilla
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, Pontieri scriveva che Simone, erede e successore della corona della Contea di Sicilia e di Calabria morì nel 1105 e da allora la corona passò all’altro figlio, Ruggero che, però, essendo minorenne non poteva governare. Fu la madre Adelasia che governò fino alla sua maggiore età. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero (o Ruggiero) il normanno[2], figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu gran conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri continuava a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Pontieri, a p. 488, in proposito scriveva pure che: “Le donazioni si susseguirono negli anni seguenti fino al termine della reggenza; si trattò ora di concessioni che Adelasia faceva insieme al figlio Simone o, morto costui con l’altro, Ruggero, ora di conferma di precedenti erogazioni (151); una volta venne spedito ordine ai vicecomiti e gajti di Castrogiovanni di proteggere i religiosi di S. Filippo (152); finalmente, nel marzo 1112 – ultima carta della reggente in favore del suo prediletto monastero – Adelasia e Ruggero confermano all’egumeno Gregorio la donazione, già fattagli dal defunto conte Simone, della chiesa di S. Maria della Gullia (153).”. Pontieri, a p. 488, nella nota (151) postillava: “(151) Lo Shalandon, Histoire, cit., vol. I, pp. 357-59, e lo Scaduto, op. cit., p. 111, hanno riassunto queste concessioni, desumendole dai corrispettivi documenti conservatici nei cartari siculo-normanni, ai quali stiamo facendo continuo ricorso.”. Pontieri, a p. 488, nella nota (152) postillava: “(152) Caspar, Regesten, p. 484, n. 7; G. La Mantia, Il primo documento in carta esistente in Sicilia ecc.., cit., oltre il testo greco della carta l’a. dà pure il testo arabo con la traduzione di I. Di Matteo; Collura, Appendice, p. 14, n. 6: il documento appartiene al 1109.”.
Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelaide o Adala), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro
Ruggero Borsa morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II. Dopo la morte di Ruggero Borsa (Ruggero I di Puglia, figlio di Roberto il Guiscardo), si aprì la successione al Ducato di Puglia con il figlio Guglielmo II di Puglia che però era ancora minorenne e quindi prese la reggenza la madre Adala o Adelaide figlia di Frisone. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: “Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110). Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317. Su questa “Adala” ha scritto Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 416 parlando di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I, nella nota (8) postillava che: “(8)…..Ancora più banale è l’annotatore (Naldi) del ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae regis Libri quattuor’ di Alessandro di Telese, nell’edizione fattane dal De Re (‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti’, vol. I, cit., l. I, c. 3, p. 90, e p. 149, n. 2), là dove, per lumeggiare la persona di “Adelasia”, appena accennata dal cronista, scrisse che fu “figliola di Roberto Marchese delle Fiandre, detto il Frisio, e nipote di Filippo re di Francia e nipote di Bonifacio marchese di Monferrato”. Si dirà, per incidenza, che lo strano abbaglio è avvenuto per la confusione di Adelasia, moglie di Ruggero di Sicilia, con un’altra “Adala” (ricordata dal Malaterra, l. IV, 20, pp. 98-99, e 26, p. 104, con questo nome), la quale, figlia di Roberto il Frisone, fu invece moglie di Ruggero I, duca di Puglia, figlio e successore del Guiscardo.”. Dunque, proprio in questa nota, Pontieri postillava che “Adala” fu la moglie di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e suo successore.
Dal 1114 al 1127, re Guglielmo II di Puglia e la contea di Policastro
Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: “Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner ci parla di tre ‘Ruggero’ ma cita anche “Simone”, fratello del futuro re Ruggero II, ed entrambi figli di Ruggero I di Sicilia, quello che chiama il “Gran Conte”. Dunque, Ebner scrive che Simone, erede primogenito e fratello del futuro Ruggero II d’Altavilla, morì nell’anno 1113. Dunque, se dopo la morte di Roberto il Guiscardo (a. 1085) si aprì la successione fra Ruggero Borsa ed il fratellastro Boemondo, entrambi figli di Roberto il Guiscardo. Dall’altra, dopo la morte, nel 1113 senza eredi di “Guglielmo II di Puglia” (cosiddetto dagli storici moderni), erede e successore di Ruggero Borsa, suo padre e, si aprì la successione con i due fratelli del Regno di Sicilia, i figli di Ruggero I d’Altavilla: Simone ed il futuro Ruggero II d’Altavilla. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Dunque, sia da Ebner che da Wikipidia apprendiamo che Guglielmo II di Puglia, visse dal 1095 al 1127. Infatti, l’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36)…..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, dopo la morte di Ruggero Borsa, il figlio minorenne Guglielmo detto “II di Puglia”, diventò “terzo duca” del Ducato di Puglia e di Calabria, con la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. L’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36) …..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre anche lo stesso carattere debole e inetto: durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta di Giordano conte di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Nel 1114, aveva sposato Guaidalgrima, una figlia del conte Roberto di Alife, ma i due non ebbero figli. Alla sua morte, nel 1127, Guglielmo non aveva eredi legittimi e l’intero Mezzogiorno normanno fu ereditato dal cugino, il Gran Conte Ruggero, futuro Re di Sicilia. Generalmente considerato una figura insignificante dagli storici moderni, Guglielmo fu molto rispettato dai propri contemporanei, fu popolare fra i suoi feudatari e lodato per la sua abilità militare. Nel 1125, appena trentenne si preoccupò di erigere il proprio mausoleo funebre nella cattedrale di Salerno: era un triste presagio, morì due anni dopo. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti) parlando della Diocesi e riferendosi a Castelruggero, in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; ecc..”. Dunque, il Laudisio si riferiva al Simone che successe al padre re Ruggero II e non a Ruggero Borsa. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II). Il Conte Simone, figlio bastardo di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e gran-conte di Sicilia. Il Cataldo scrive pure che in quell’anno (a. 1152), Ruggero Borsa offrì al Vescovo il “Castello” “De Rogerio” (il borgo fortificato di Castelruggero). Infatti, in quegli anni, sotto Ruggero Borsa si costituì la baronia ecclesiastica di Torre Orsaia e Castelruggero. Il Cataldo, scriveva ancora su “Simone” (figlio bastardo di re Ruggero I d’Altavilla), che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. La notizia del “Simone” che finì in carcere è veritiera ma ciò non accadde nel 1155. Questo “Simone” era figlio illegittimo di Ruggero I d’Altavilla ed era fratello di Ruggero II d’Altavilla che salirà al trono di Sicilia nel 1130. Il Cataldo, proseguendo ancora il suo racconto scriveva pure che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” ecc…” e poi pure che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, ecc…”. Dunque, il passaggio è molto contraddittorio. Le notizie del Cataldo su Policastro sono tratte dal Laudisio e dall’Ughelli. Il Cataldo (….) subito dopo aggiunge che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc..”.
Nel 1122, Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia
Da Wikipidia leggiamo che Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, re Ruggero II confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”. Pontieri, a p. 469, nella nota (114) postillava che: “(114) Falcone Beneventano, Chronicon de rebus aetate sua gests’, in Del Re, Cronisti, cit., vol. I, p. 186: “medietatem suam Palermitanae civitatis, et Messanae et totius Calabriae”, d’accordo Romualdi Salernitano, ed. Garufi, p. 213: “mediam civitatem Panormi que ei (‘scil.: Guglielmo I) iure hereditario pertinebat, illi (scil.: Rogerio II) vendidit”.”.
I dissidi col cugino Ruggero II d’Altavilla, futuro re di Sicilia
Guglielmo (Guglielmo II di Puglia, figlio di Ruggero Borsa), ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria; lo scontro venne risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che riuscì a pacificare i due rivali facendoli giungere ad un accordo, secondo cui il conte di Sicilia procurava al cugino uno squadrone di cavalieri con i quali reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano; in cambio, Guglielmo abbandonava i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Ruggero II, già principe di Salerno, si recò a Reggio e venne riconosciuto duca di Calabria e di Puglia, Conte di Sicilia con dominio su Amalfi e Gaeta, su parte di Napoli, su Taranto, Capua e Abruzzi. Guglielmo, incapace di opporsi all’anarchia dei baroni, è in grado di amministrare soltanto i suoi possedimenti diretti, attorno a Salerno. Si trova perfino costretto ad abbandonare la Calabria come i suoi ultimi territori siciliani al cugino, Ruggero II, in cambio del suo aiuto contro il potente Giordano d’Ariano. Alcune città riescono a prendere la loro autonomia comunale (quali Gaeta nel 1123, Napoli intorno al 1129-1130 nel suo ducato rimasto indipendente, Bari o Troia in Puglia). Un ritratto di Guglielmo viene fornito dal cronista Romualdo, arcivescovo di Salerno, che gli era grato per i favori accordati alle istituzioni ecclesiastiche: secondo Romualdo, il duca, nonostante fosse di corporatura gracile, sarebbe stato un forte e audace cavaliere, generoso, affabile, pio e buono con tutti, amatissimo dai suoi uomini, molto impegnato a favore della Chiesa e dei suoi ministri. Precedentemente però il cronista non aveva tralasciato di sottolineare che il duca proprio per il suo carattere fosse disprezzato da alcuni. Ne emerge quindi l’immagine di un personaggio mite, molto legato alla Chiesa, che non riuscì a imporsi sui propri vassalli e a evitare che il Mezzogiorno peninsulare cadesse in uno stato di anarchia, a cui fu posto fine soltanto quando Ruggero II di Sicilia se ne impossessò. La crescente anarchia in Puglia, dovuta alla debolezza di Guglielmo, nell’agosto 1115 dava al papa l’occasione per rinforzare il suo ruolo imponendo a Troia una pace di Dio: i conti Roberto di Loritello e Giordano di Ariano nonché tutti i baroni della Puglia giurarono di osservare questa pace per tre anni, ma l’impegno fu presto disatteso. Le lotte interne nella città di Bari sfociarono nel 1117 nell’uccisione dell’arcivescovo Risone, mentre il signore della città, Grimoaldo Alferanite, si proclamò nel 1118 principe e stipulò alcuni anni più tardi, nel 1122, un trattato con Venezia. L’esiguità del potere esercitato dal duca di Puglia divenne evidente quando, nel 1120, dovette intervenire il papa per costringere Alessandro, conte di Matera, a rimettere in libertà Costanza, la vedova dello zio paterno di Guglielmo, Boemondo (I) di Taranto, principe di Antiochia. Guglielmo intervenne soltanto tardivamente in aiuto di Costanza con una spedizione militare che sembra non aver avuto nessun effetto. In questi anni Guglielmo non era in grado di dare un sostegno al suo signore feudale, il papa, che poté contare soltanto sull’appoggio di Roberto principe di Capua. Guglielmo prestò il giuramento di fedeltà nel 1118 al papa Gelasio II e nel 1120 al suo successore, Callisto II. Quest’ultimo, immediatamente dopo aver concesso l’investitura a Guglielmo, nell’ottobre 1120, si recò a Troia per cercare di imporre una tregua di Dio e poi cercò di ristabilire la pace anche a Bari, dove ottenne la liberazione di Costanza. A Troia il papa aveva costretto Guglielmo a restituire alcune terre al monastero di S. Nicola di Troia. Si tratta di un ulteriore indizio della debolezza di Guglielmo, avvalorato anche dal fatto che una serie di vassalli del duca di Puglia entrarono in un rapporto di diretta dipendenza feudale dal papa. Nel frattempo in Sicilia era succeduto a Ruggero I il figlio Ruggero II, che riuscì ad aumentare il già alto prestigio conquistato dal padre. Nel febbraio 1122 Guglielmo si recò a Messina per chiedere a Ruggero II di aiutarlo contro il conte Giordano di Ariano. Secondo il cronista Falcone di Benevento Guglielmo avrebbe chiesto al conte di Sicilia un sostegno sia in uomini, sia in denaro. Per convincere Ruggero Guglielmo gli avrebbe riferito le minacce e umiliazioni da lui subite per opera di Giordano. Ruggero II non rifiutò l’aiuto a Guglielmo, suo signore feudale oltre che nipote, ma se lo fece ben ricompensare. Mise a disposizione di Guglielmo sei o settecento cavalieri nonché il denaro necessario e ottenne in cambio che il duca, ufficialmente come i suoi predecessori duca di Puglia, Calabria e Sicilia, rinunciasse alla metà di Palermo, Messina e della Calabria, che erano in suo possesso. Di conseguenza, Calabria e Sicilia erano ora per intero nelle mani di Ruggero. Con l’aiuto datogli da Ruggero Guglielmo attaccò subito Giordano strappandogli il castello di Roseto e altri possedimenti, conquistando e saccheggiando il castello di Montegiove per poi assediare il castello di Apice, residenza del conte di Aversa; grazie al sostegno dei Beneventani Guglielmo riuscì poi a espugnarla e a ottenere la sottomissione di Giordano. Successivamente il duca fece riconoscere il suo dominio ad Ariano e in tutta la contea. Poi assediò e conquistò il castello di Montecorvino, vicino Salerno. Infine punì con severità a Montevico l’uccisione di un barone normanno, Guarino di Ollia, da parte dei suoi villani. In queste azioni Guglielmo appare come un energico uomo di azione, ma dal racconto di Falcone (…) si apprende che i suoi successi erano dovuti ai cavalieri messigli a disposizione dal conte di Sicilia. Quando questi se ne tornarono in Sicilia, il duca fu costretto a chiedere aiuto a Giordano (II), dal 1120 principe di Capua, e ai Beneventani. Alla fine del 1122 Guglielmo si recò a Salerno, dove restò fino al giorno della sua morte. Falcone sottolinea al riguardo che il Ducato di Guglielmo conobbe in seguito un periodo di pace e quiete; in verità il duca era riuscito a imporre il suo dominio soltanto in alcune parti della Campania, ma non in Puglia e Basilicata. Questo spiega l’intervento di Ruggero II di Sicilia, il quale nel 1124 fece una spedizione militare a Montescaglioso, ai confini tra Basilicata e Puglia, per impossessarsi dell’eredità della sorella Emma, vedova di Radolfo (Raoul) signore di Montescaglioso, morta intorno al 1120. L’azione di Ruggero ignorava, oltre ai diritti di Guglielmo, anche quelli della già ricordata Costanza, reggente per il figlio Boemondo (II); Costanza nell’aprile 1121 aveva conquistato un castello sul Basento, nel territorio della signoria di Montescaglioso, ufficialmente con l’aiuto di Guglielmo e di Tancredi di Conversano, ma più probabilmente soltanto quest’ultimo era intervenuto con efficacia. Sappiamo poco sugli ultimi anni di Guglielmo. Il giorno della morte indicato da Romualdo Guarna (Romualdo Salernitano) in quello della festa di S. Nazario, cioè il 28 luglio (mentre Falcone lo colloca al 1° agosto) è lo stesso ricordato dai necrologi di S. Matteo di Salerno, di Montecassino e della Ss. Trinità di Venosa. Falcone racconta che la moglie di Guglielmo, alla sua morte, si sarebbe tagliata i capelli e si sarebbe gettata sul cadavere piangendo e gridando disperatamente. Altrettanto dolore avrebbe manifestato la popolazione di Salerno che si recò nel palazzo ducale per piangere il duca sul letto di morte, mentre l’arcivescovo salernitano avrebbe organizzato un funerale particolarmente solenne. Dopo le esequie celebrate nella cattedrale il duca, sempre secondo Falcone, fu sepolto in una tomba preziosamente ornata; Romualdo Guarna parla invece di una sepoltura nella cattedrale nello stesso sacello del padre. Il sarcofago in cui fu inumato G. si è conservato nell’atrio della stessa cattedrale. Si tratta di un sarcofago “di Meleagro” appoggiato alla facciata della chiesa con rielaborazioni medievali sulle facce laterali del coperchio (Herklotz, p. 76). Guglielmo non lasciò figli e, per quanto riguarda la successione nel Ducato, sembra che egli avesse fatto promesse da ogni parte.
IL RACCONTO DI GIOVANNANTONIO SUMMONTE, di ANDREOTTO LORIA e di SAMBIASE
In primo luogo bisogna dire che le notizie e le ricerche genealogiche sulle origini di alcuni personaggi, ed in particolare dei Oria e dei Loria, per tutte le notizie e gli autori che si citeranno dipesero da alcuni scritti del ‘600. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 19-20 scriveva che: “Molte però erano, a proposito del Lauria, le imprecisioni che veicolava questa storiografia e per la quale deponevano a favore le attenuanti che il napoletano Giovan Antonio Summonte (17) evidenziò proprio sul nostro personaggio, ovvero la penuria di notizie che concernevano Ruggero e l’impegno che egli vi aveva nondimeno profuso per rintracciarle (18). A voler infatti prestar fede al Summonte, Ruggero di Lauria – nominato dell’Oria secondo un ricamo ortografico che può ragionevolmente ritenersi una libera, quanto originale iniziativa summontiana (19) – si sarebbe precocemente ribellato a Carlo I d’Angiò, in seguito all’uccisione del padre. Questa ribellione sarebbe altresì da presupporre insieme ad una residenzialità del Lauria nel Regno, poiché successivamente ad essa il Nostro si costituirebbe, per il tramite di Giovanni da Procida, tra gli affiliati di re Pietro, già III d’Aragona, il quale lo investe del ruolo di ammiraglio e lo pone a capo della sua armata (20).”. La Lamboglia, a p. 20, nella nota (18) postillava: “(18) L’opera di revisione e di pesante manipolazione a cui fu indotto il Summonte già pubblicati i primi due tomi, e che non gli valsero né a tutelarlo dalla condanna penale, né a scampare nuove messe all’indice dell’Historia, resero particolarmente complessa la vicenda editoriale di una storia suddivisa in parti – le cui prime due videro la luce a Napoli nel 1601-1602, presso la stamperia di Giovanni Giacomo Carlino e facevano giungere la narrazione fino al 1442; la terza fu stampata postuma, nel 1640, ancora a Napoli, per Domenico Montanaro, e continuava le vicende fino al 1500; quindi, la quarta ed ultima parte fu edita nuovamente per il Montanaro tre anni dopo, e si arrestava al 1582. Qui, come nei luoghi a seguire, si cita tuttavia dall’edizione Dell’Historia della città, e Regno di Napoli di Gio. Antonio Summonte napolitano (…), Seconda editione, In Napoli, a spese di Antonio Bulifon Libraro all’insegna della Sirena, 1675, 4 tomi, t. II, l. III, pp. 294-295.”. Sulle notizie e le ricerche genealogiche dei Loria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Su questo testo “Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?”, i due studiosi citano “per D.A.L., Napoli 1878″. Su questo autore “D.A.L.”, citato da Augurio e Musella, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34 riferendosi a Ruggero dell’Oria scriveva che: “In proposito, ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto Loria’ (63) offrivano sia un albero genealogico, sia una geografia dei possedimenti bell’e definiti.”. La Lamboglia, a p. 33, nella sua nota (63) postillava su questo testo: “(63) Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: La famiglia di Ruggiero Loira è Catalana, Siciliana, o Calabrese? Per D. A. L. [sic], Napoli, Stabilimento Tipografico di S. Marchese, 1878. (64) Sotto l’acronimo “per D. A. L.”, si cela infatti il redattore, ovvero quel Davide Andreotti Loria, già autore di una Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno e di una Storia dei Cosentini, rispettivamente, degli anni 1863 e 1869-74 [cfr. D. ANDREOTTI, Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno, Cosenza, dalla tip. Bruzia, 1863 (poi anche come Cosenza, Tip. Municipale, 1869) e ID., Storia del Cosentini, Napoli, Stabilimento Tip. di S. Marchese, 1869-74, 3 voll., poi in varie riproduzioni fotomeccaniche, tra cui ID., Storia del Cosentini, Cosenza, Editrice Casa del Libro, 1958-1959, 3 voll., e con prefazione di S. DI BELLA, è D. ANDREOTTI, Storia del Cosentini, Cosenza, Pellegrini, 1978, parimenti in 3 voll.] Ulteriore conferma della coincidenza d’identità viene anche da uno stesso stile di scrittura ed una stessa modalità di argomentazione tra alcuni passi del vol. I della Storia ed il testo delle Memorie [cfr. ANDREOTTI, Storia dei Cosentini, vol. 2, p. 3 (qui, citata nell’edizione e ristampa anastatica, Cosenza, Brenner, 1987, 3 voll.).”. Dunque, D.A.L. è un acronimo con cui la Lamboglia ha chiarito essere un testo manoscritto di Andreotto Loria. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. La Lamboglia a pp. 33-34, in proposito scriveva che: “Se complicato risulta il quadro dei possedimenti, non è da meno quello delle relazioni parentali riferibili a Ruggero (62).”. La Lamboglia, a p. 33, nella nota (62) postillava: “(62) Gli studi relativi ai processi di formazione delle genealogie solo da qualche decennio a questa parte hanno cominciato ad interessare alcuni settori della storiografia italiana, per la quale si segnala soprattutto R. BIZZOCCHI, Genealogie impossibili. Scritti di Storia nell’Europa Moderna, Bologna, il Mulino, 1995 (Monografia, 22).”. Sul racconto di Girolamo Sambiasi e le origini dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva.
Nel …….., la longobarda BULFANARIA DE ORIA, seconda moglie di Ruggero dell’Oria e madre di Gibel de Loria
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33, in proposito scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66).”. La Lamboglia scriveva che Ugone Tudextefen, era diventato signore dell’Oria, acquisendone i suoi feudi e territori a seguito del matrimonio con la nobile di origine longobarda Altrude. Altrude e Ugone avranno come figlio Ruggero dell’Oria che sposerà Bulfanaria, anch’essa di origine longobarda. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, secondo i due studiosi, BULFANARIA fu la seconda moglie di Ruggero dell’Oria, da cui ebbe Roberto e Gibel. Francesco Augurio e Silvana Musella (…..), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Dunque, secondo i due studiosi Bulfanaria risulta la madre di Roberto di Lauria o dell’Oria e non di Gibel. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum (…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. In primo luogo faccio notare che qui la Lamboglia scrive “Bulfanaria de Oria”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: “(66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”. Dunque, la Lamboglia scriveva che Bulfanaria era citata al n. 229 del ‘Catalogus Baronum’ dove è scritto che: “229. II. Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68)”, ovvero che è scritto che “Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze” e non madre di Gibel de Loria. La Lamboglia scrive che nel Catalogus Baronum “Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria”. La Lamboglia dubita su queste notizie e opina che: “dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, ecc…”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nella nota (68) postillava che: “(68) Catalogus, p. 56.”. Nel ‘Catalogus Baronum’, al n. 178 “ROBBERTUS MUSTACZE feudatario di Thomasius de Sancto Johanne (n. 176) in castro fraz. Diso. Figlio di Bulfanaria (n. 229)“. Però, sempre nel ‘Catalogus baronum’ al n. 229 scrive che: “229. BULFANARIA mater ROBBERTI DE ORIA feud. in capite de domino Rege in Oria. E’ da identificare nella madre di Robbertus Mustacze (infra n. 178) tenuto alla riparazione del castello di Oria.”.
Nel 1127, il conte normanno RUGGERO CONTE DELL’ORIA, figlio di UGONE e di Altruda e padre di GIBEL DI LORIA
Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “….UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria. E tale Ruggiero il Normanno, trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo. A Ruggiero, seguì UGONE II, poi TOMMASO, col quale si spense il ramo primogenito. Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”. Dunque, il Pepe scriveva che “Ruggero il Normanno” (Ruggero II d’Altavilla) “trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo.”. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Il Pepe scriveva che “Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO”. Dunque, il Pepe scriveva che GIBEL DE LORIA era l’ultimo loro figlio di RUGGERO DELL’ORIA e BULFANARIA. Il Pepe (….), sulla scorta di Girolamo Sambiase scriveva che da GIBEL DE LORIA, figlio di Ruggero dell’ORIA (e di Bulfanaria) si originò il ramo collaterale dei Loria in Calabria. Dunque, secondo il Pepe, Gibel de Loria era l’ultimo figlio di questo RUGGERO DELL’ORIA, il quale era sposato con la sua moglie chiamata BULFANARIA. Il Pepe prosegue parlando di Gibel di Loria e dei suoi figli, tra cui RICCARDO di Loria che sarà il padre del celebre Ammiraglio. I due studiosi Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.“. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Dunque, stando ai due studiosi, Augurio e Musella, quando, nel 1127, Ruggiero conte dell’Oria si unì a papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, avendo perso la battaglia, “Fu questo il motivo per cui quando papa Onorio II, per la morte del duca Guglielmo il Normanno, si recò a Benevento temendo che il duca di Sicilia Ruggero il Normanno avesse mire espansionistiche sugli stati di Puglia e di Calabria, Ruggiero conte dell’Oria fu tra i confederati del Papa. Per la strepitosa vittoria del duca di Sicilia e la resa dei castelli di Brindisi, Castro e Oria, Ruggiero, oltre ad Oria perse pure le terre di Paduli e Montefusco, restandogli solo Terrarossa e Apice. A seguito di un capovolgimento di alleanze, Ruggiero riottenne la contea di Oria perdendo definitivamente le altre due in quanto acquisite dallo stesso normanno per la loro posizione strategica. Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, accadde che Ruggero dell’Oria, dopo la sconfitta di papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, nel 1127, perse tutti i suoi possedimenti di Oria (forse Lauria), Padula, Montefusco e gli restarono solo quelli di Terrarossa e Apice. Ma, Ruggero dell’Oria, a causa di accordi ed alleanze, riottenne la contea dell’Oria. Augurio e Musella scrivevano che RUGGERO CONTE DELL’ORIA ebbe due mogli. Dalla prima moglie di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: “Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius (…) tenet feudum unum (…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: “(66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”.
I feudatari della Contea di Capaccio e la Signoria di Novi
Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), fatta eccezione per il secondo Pandolfo, che in un documento del 1103 è chiamato Signore di Capaccio e è indicato quale parente di Guglielmo di Mannia, il signore di Novi (5). In che consisterebbe questo rapporto di parentela, non è dato sapere, ma, poichè dalla stessa carta risulta che il solo Pandolfo era congiunto del detto Guglielmo e non i fratelli Gregorio e Gisulfo, ivi elencati assieme a lui, se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6). Questo spiegherebbe perchè alla morte di quest’ultimo il feudo di Novi passò al figlio del secondo Pandolfo, anch’egli di nome Guglielmo, che, assunto il cognome ‘de Mannia’, ne divenne III signore, come risulta da un documento del 1134 (7). Il figlio di costui, GISULFO DI MANNIA, IV signore di Novi, menzionato in una carta del 1167 (8), è ricordato anche nel Catalogo dei Baroni, dal quale sappiamo che pssedeva pure il vicino feudo di Gioi e la metà di Magliano oltre ad avere come vassallo Enrico di Monteforte etc…”. Dunque, il Cantalupo, chiarisce scrivendo che il nostro “Gisulfo”, padre di “Guido e Alessandro” dovrebbe essere: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc..”. In questo passaggio il Cantalupo scriveva che Gisulfo, insieme ai fratelli Pandolfo, Gregorio, Guaimario e Todino, era figlio del “primogenito” di Pandolfo I di Capaccio, ovvero di colui che a p. 133 chiama “Guaimario conte di Capaccio”. Dunque, Gisulfo era figlio di Pandolfo (II) di Capaccio ed era nipote di Guaimario di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) Gregorio e Gisulfo sono ricordati nel 1103 (ABC, D 41), il primo anche nel 1104 (ABC, XVII, 103) ed il secondo ancora nel 1134 (ABC, G, 12). Guaimario era monaco a Cava nel 1137 (Guillaume, op. cit., pp. 108-9; da accogliersi la supposizione del Talamo Atenolfi, op. cit., Tav. III, nn. 5 e 20). Todino viene menzionato in un doc. del 1130 per una concessione di beni alla Badia cavense nelle località di Celso e di Novelle (G. Volpe, Notizie Storiche delle antiche città e de’ Principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, p. 86).”.
Nel 1130, re Ruggeo II d’Altavilla, Castel Ruggero e Torre Orsaia
Da Wikipidia leggiamo che Castel Ruggero (scritto anche nella forma Castelruggero) è una frazione di Torre Orsaia, in provincia di Salerno. È stato un comune italiano fino al 1929. La storia del paesino inizia intorno all’anno mille, all’epoca del condottiero normanno Roberto il Guiscardo, quando le incursioni dei pirati, la malaria e la distruzione di Policastro, messa in atto dallo stesso Guiscardo nel 1065, spinsero le popolazioni costiere a spostarsi verso zone più interne del territorio. Venne così a costituirsi un primo centro abitato nella ” Terra Turris Ursajae “. Il luogo su cui attualmente sorge Castel Ruggero, considerato poi di grande importanza strategica dai Longobardi ospitò intorno al 1150 un accampamento delle truppe di Ruggero il Normanno, da cui il nome “Castra Roggerii”. Successivamente prese il nome di Torre Superiore, per distinguerlo da Torre Inferiore, l’attuale Torre Orsaia.

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 417 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Ma ritornando a Policastro, tal fu la cura di Ruggiero in ripararlo, e talmente lo rifece, che trentaquattro anni dopo, cioè nel (I) MXCIX. precedente la bolla di Pasquale II. Alfano Arcivescovo di Salerno vi fondò, e pose la Cattedra Vescovile ecc…”. Dunque, l’Antonini ci parla degli anni intorno al 1099, e ci parla del primo vescovo Pietro Pappacarbone. Dunque, Antonini, sulla scorta forse dell’Ughelli, non si riferisce a Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia e a suo figlio naturale ed illegittimo Simone ma si riferisce a Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo che dominerà sulle nostre terre dall’anno 1085, dopo la morte del padre Roberto e con la madre Sighelgaita. Nel 1831, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo concesse al vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero. Come risulta poi da un antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia. L’abate Troyli, invece, sempre richiamndosi al nome della città, pensa che da quella località presso il loro nome i popoli ursentani, che al tempo di Plinio, nel 72 dopo Cristo, venivano annoverati tra i popoli lucani. (53).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (….) postillava che: “(52) Ughel., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit).”. Il Laudisio, a p. 18, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Plin. lib. 3, cap. 2 (lib. III 11, 98: ecc…; Troyli, Historia Neapolitani, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172 (…)dir si puote che i medesimi (popoli orsetani) si denominarono tali dalla Torre Ursaia, nella parte superiore di Policastro, al fiume Selo più delle altre vicina; terra oggidì popolata ed alla Mensa vescovile appartenente)”. Dunque, il Laudisio scriveva chiaramente che l’origine del toponimo di Castelruggero deriva da re Ruggero II, re di Sicilia che, nell’anno 1052, donò al figlio illegittimo Simone, la elevata contea di Policastro e “nello stesso tempo concesse al vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero”. Dunque, a differenza dell’Antonini, il Laudisio mi sembra più preciso. La notizia è tratta dall’Ughelli che però a mio avviso confonde alcune cose. Dunque, stando a ciò che ha scritto l’Ughelli (….), la Contea di Policastro, fu donata da “Rogerius Rex” al figlio suo bastardo, col titolo di Contea. A chi si riferiva l’Ughelli dando la notizia del “Rogerius Rex” ?. Su questo “Simone” ha scritto il Troyli (….), che, nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorche poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

(Fig…..) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a p. 29 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” (corrispondente oggi a CASTELRUGGERO, frazione di Torre Orsaia, in Provincia di Salerno, a 20 km. da Policastro). Ruggiero era già Re di Puglia, Calabria e Sicilia dal 1130, anno di nascita del Regno di Napoli. I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Ecc..”. Dunque, il sacerdote Giuseppe Cataldo, sulla scorta del Laudisio e dell’Antonini scriveva che nell’anno 1152, Policastro fu elevata a Contea e fu consegnata al conte Simone, erede al trono del padre re Ruggero II d’Altavilla che fu re di Sicilia. Cataldo scriveva che re Ruggero II offrì al Vescovo con perpetua investitura baronale, il castello chiamato da lui “Castello de Rogerio” (Castel Ruggiero), corrispondente all’odierna frazione di Rorre Orsaia di Castelruggero. Evidentemente nell’anno 1152, “Castellum de Rogerius” già esisteva ed aveva origini longobarde. Dunque, secondo il Cataldo, fu dall’anno 1152 che Castel Ruggiero appartenne alla baronia Vescovile di Policastro, che l’Ebner chiamerà “baronia ecclesiastica” di Torre Orsaia che dipenderà dalla mensa Vescovile di Policastro. Pietro Ebner (…), a p. 481, nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “Detta prima Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro.”. Sulle baronie ecclesiastiche (termine dell’Ebner) si è visto che proprio in quel periodo storico, re Ruggero II d’Altavilla, nell’anno 1131, confermava all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, con il cosidetto “Crisobollo”, diverse concessioni di beni e possedimenti alla chiese di Rofrano, S. Giovanni a Piro ecc.., che erano state fatte in precedenza da Ruggero Borsa, il figlio di Roberto il Giuscardo. Re Ruggero II confermava queste concessioni. Si è vista anche la notizia che nel 1130, il conte Normanno di Padula e Roccagloriosa Mansone fa testamento sulle monache del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa e sulla tenuta del Centaurino verso Torre Orsaia. Infatti, il Cataldo (…) proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 29, scriveva pure che: “In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. A questo punto però devo precisare se la notizia riguarda gli anni intorno al 1130, al tempo di re Ruggero II d’Altavilla oppure esse riguardano il breve periodo di dominazione di “Simone”, figlio naturale di re Ruggero II. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “(55) Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando del casale e degli Statuti di Torre Orsaia, in proposito scriveva che: “Detta prima Torre Inferiore mentre la Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro. I vescovi bussentini, per sfuggire al succedersi delle incursioni saraceniche su Policastro, cercarono rifugio all’interno, e cioè a Torre Orsaia.”.
La notizia del 1133 e 1135, tratta dall’Antonini (…), sulla distruzione della ‘Molpa’
Antonini (….), a p. 375, parlando di una città che lui chiama ‘Molpa’, sorta sul promontorio della ‘Molpa’ di Palinuro, di cui oggi restano pochi ruderi. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi.

Il Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo: “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Moltipani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”. Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini”. Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dal Capecelatro (…), che sulla scorta dell’Abate Telesino (…), e di Falcone Beneventano, raccontava questo episodio che in seguito fu citato dall’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 373-374-375. L’Antonini, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva sul promontorio della Molpa di Palinuro (vedi immagine), ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che:

Antonini scriveva che: “Non passarono molti anni che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Falcone Beneventano ne riferisce uno nel MCXXVIII (1128), dopo che dal Papa Onorio ebbe il titolo di Duca; un altro nel MCXXX (1130), o secondo altri nel MCXXIX (1129), all’or che andò per coronarsi in Palermo. Un’altro che due anni dopo, appresso la gran rotta, ch’ ebbe nè piani di Nocera (o nel MCXXXI (1131), quando colle navi cariche di spoglie ebbe a sommergersi: “Audivimus praeterea viginti , & octo navigia auro & argento onerata, & mobilium , quae de Civitatibus expoliaverat , in profundo maris se submersisse (1). Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Alcuni per tradizione dicono che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per l’Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi ecc..(2). L’Antonini (…), alle sue note (1) e (2), postillava: “Capecelatro, sua Storia, part. I, libro I, e l’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, ecc..”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che, sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife. Rainulfo di Alife, detto de Airola, della famiglia Drengot Quarrel, (1093 circa – Troia, 30 aprile 1139), è stato un nobile normanno, conte di Alife, Caiazzo, Sant’Agata de’ Goti, Telese (1115-1139) e, in fasi alterne, di Avellino, Mercogliano, Ariano e Troia, nonché duca di Puglia (1137-1139).

(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da Parte II, Discorso VII, pp. 374-375
Nel 3 maggio 1130, MANSONE, Conte di Roccagloriosa e di Padula, prossimo alla morte fa testamento e unisce i Monasteri di S. Mercurio, S. Leo e S. Veneranda a Roccagloriosa
Sappiamo di un altro documento d’epoca Normanna che riguarda le nostre terre. Uno dei quattro documenti Normanni che conosciamo e che riguardano le nostre zone, è l’Istrumento o Testamento con il quale, il figlio del conte Normanno Leone, il conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda, ecc.. Il documento d’epoca Normanna, datato 3 maggio 1130, riguarda il conte di Roccagloriosa Manso o Mausone o Manzo, figlio del conte Normanno Leone, che nel 1130, prima di morire, fece una donazione al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa. Padre Agatangelo Romaniello (16), parlando della sua Roccagloriosa in un suo pregevole scritto, scriveva in proposito: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Il sacerdote Romaniello ricorda la notizia tratta dal Laudisio (….) del testamento del 1130 del conte normanno Manso. Mons. Nicola Maria Laudisio (9), nella sua ‘Synopsi’, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), riferendosi al vescovo Arnaldo, così si esprimeva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.
Il Laudisio (….), riferisce una notizia tratta dal Sartorio (….), dall’Ughelli (….) e pure dall’Antonini (….). Dal punto di vista strettamente bibliografico, l’antico documento d’epoca Normanna, datato l’anno 1130, apprendiamo dall’Antonini (5) che fu citato dal Santorio (13). In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9).
Il Santorio (13), in ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, nel 1601, scriveva in proposito: “distribuis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelta delegit , dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: ….”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), che, nel 1601, nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, parlando dei Monasteri Basiliani, accennava ai luoghi frequentati da S. Nilo da Rossano, ha citato l’antica donazione Normanna ancora prima che ne parlasse l’Ughelli (11). Il Santorio (13), citava l’antico privilegio concesso al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa dal conte Leone Manso o Mausone o Mansone, signore del luogo e poi ratificato da suo nipote il conte Guidone. Infatti, sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, l’Antonini (5), parlando di di Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: “….che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) ecc..ecc..”.

L’Antonini (5), sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, parlando di un monastero di Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte di Altrude sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. L’Antonini (…) poi, sulla scorta del Santorio (…), in ‘Historia Carbone Monasterii’, fol. 29, riporta nelle sue note (1): “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Poi aggiunge alla nota (2), sulla scorta dell’Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremondo, riporta un passo del testamento del Conte Normanno Leone Manso e riguardo al testamento del conte Manso, nella sua nota (2), scrive: “Con titolo di ‘testamento’ soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. “Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremndo: sicuri ce ne fa ) oltre tanti altri) colle seguenti parole: Solemne bis temperibus, e multis postea sequentibus…”, ovvero che all’epoca, per “testamento” si intendeva una donazione. L’Antonini (5), parlando dell’antico documento, scriveva in proposito: “la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. ecc… (1).” e, nelle sua nota (1), postillava che traeva la notizia dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”.
Pietro Ebner (7), sulla scorta del Ronsini (10), riferiva che in occasione di una delle tante Cause (‘liti’) vertenti tra la Diocesi di Policastro e i diversi feudatari del posto che si erano appropriati dei beni e possedimenti donati dai signori del posto Normanni, ad alcuni monasteri, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano. L’Ebner, ritenendo falso l’antico documento d’epoca Normanna, alla sua nota (29), scriveva: “negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)”, dice che il Vescovo di Policastro, ……………. “esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29).”. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…).”. Secondo il Ronsini (10), il nome di ‘Arnaldo’, “il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…)”. Secondo l’Ebner (7), sulla scorta del Ronsini (10), apprendiamo del vescovo ‘Arnaldo’, contenuto ed appariva nell’anatema dell’Istrumento’ “istrumento”, o “testamento” (come lo chiamava l’Antonini), che in seguito, il 7 aprile 1133, fu ratificato dai Signori del luogo, i Normanni Conte Guido e Alessandro, nipoti di Altruda, figlia del defunto Conte Manso figlio di Leone parente di Roberto il Guiscardo.
Nel 3 maggio 1130, il testamento di Mansone, vice-conte di Roccagloriosa e di Padula, prossimo alla morte. Mansone prima di morire unisce i Monasteri di S. Mercurio, S. Leo e S. Veneranda a Roccagloriosa
Sappiamo di un altro documento d’epoca Normanna che riguarda le nostre terre. Uno dei quattro documenti Normanni che conosciamo e che riguardano le nostre zone, è l’‘Istrumento’ o Testamento con il quale, il figlio del conte Normanno Leone, il conte Manso o Mansone, il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento ed autorizzato dal Vescovo di Policastro Arnaldo unì i tre monasteri in un unico monastero di monache benedettine chiamato di S. Mercurio. All’epoca del vice-conte Mansone, a Roccagloriosa erano attivi tre monasteri, quello di S. Mercurio che il padre, il conte Leone aveva riattivato, e vi erano pure i due monasteri fondati dal padre di Mansone, il conte normanno Leone, che erano i monasteri di S. Leo e quello di S. Veneranda. Alla morte di Mansone, nel 1130, le sue ultime volontà pronunciate in un testamento furono quelle che i due monasteri di S. Leo e di S. Veneranda si riunissero nel Monastero claustrale e femminile di S. Mercurio, dove aveva preso i voti sua figlia Altrude, la quale, per espressa volontà del padre Mansone divenne nel 1130 la prima badessa del monastero di S. Mercurio, ricostituito. Inoltre, come vedremo innanzi, il conte Manso o Mansone, oltre a riunire in un unico Monastero gli altri due, lasciò una dote a detto Monastero di S. Mercurio. Sulla fondazione del nuovo monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, che esisteva già da molti secoli, e la riunione con gli altri due monasteri fondati dal conte normanno Leone, padre del vice-conte Manso o Mansone, ha scritto il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania”, dove a p. 385, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo; sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Dunque, Antonini scriveva che nell’anno 1130, il vice-conte Manso o Mansone, signore di Roccagloriosa fece testamento. L’Antonini (….), a p. 385, nella sua nota (2) postillava che: “Con titolo di ‘testamento’ soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. “Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremndo: sicuri ce ne fa ) oltre tanti altri) colle seguenti parole: Solemne bis temperibus, e multis postea sequentibus…”, ovvero che all’epoca, per “testamento” si intendeva una donazione. Oltre all’Antonini, in seguito sarà Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), a p. 74 (vedi versione curata da Giangaleazzo Visconti) riferendosi al vescovo Arnaldo, così si esprimeva: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Dunque, anche il Laudisio ci parla di questo documento del 1130. Il Laudisio accenna pure al vescovo Arnaldo di cui però non vi è traccia nella cronostassi dei vescovi di Policastro. Dell’autorizzazione concessa al vice-conte Manso, nel 1130, dal vescovo di Policastro “Arnaldo”, di cui si ha notizia dall’anno 1110, parlerò innanzi. Sulla fondazione del nuovo Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (13) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, il Romaniello sosteneva che una copia dall’originale del Testamento del conte Manso o Mansone e della sua ratifica trascritta dal sacerdote don Pantaleo Romaniello si conservavavo presso l’Archivio di Stato di Napoli. Sull’origine della notizia di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece, i Tosone ecc…Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. In questi interessanti passaggi, l’Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie. Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o universita di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Ebner, a p. 435, nella nota (29) postillava che: “(29) Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Il Ronsini (10) che in un suo pregevole scritto, a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro. Inoltre, devo pure precisare che questi documenti e notizie storiche oltre al citato Antonini (….) provengono pure dagli atti di processi e cause pendenti contro la curia di Policastro. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Dalla Relazione anzidetta, traiamo l’immagine della Fig…. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, dice che lo stesso: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”, e poi prosegue nell’immagine di Fig……

(Fig….) Trascrizione della ratifica del Testamento del conte Mansone, datato 7 aprile 1133
Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scriveva a p. 1 che: “In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385). Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”. Al momento conosciamo altri quattro documenti d’epoca Normanna, che riguardano le nostre zone, dominate dai signori Normanni ed il vescovo Arnaldo: 1) la donazione o testamento o Istrumento del Conte Normanno Leone. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenimenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.
Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (29) postillava che: “(29) Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che nel 1133, Guido e Alessandro, nipoti del conte Mansone, forse i nuovi feudatari, confermarono il testamento e le volontà testamentarie volute dal conte Mansone prima di morire nell’anno 1130. Inoltre, Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Arnaldo. Infatti, l’Ebner (….), nella sua nota (29), postillava in proposito: “negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)”. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso.
Nel 7 aprile 1133, Landone di Rocca, fratello di Mansone, Guidone conte di Roccagloriosa e Padula e Alessandro, figli eredi del conte Mansone e Guido, Vescovo di Policastro
Sui feudatari della contea o del feudo di Roccagloriosa che successero al conte Manso o Mansone dopo la sua morte (a. 1130), dovrebbe figurare un certo Landolfo di Rocca che ritroviamo nel “Catalogus Baronum”. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone), che a sua volta ebbe due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Dunque, dal ‘Catalogus Baronum’ si evince che dopo la morte di Manso o Mansone, signore di Roccagloriosa e di Padula, nel 1133, gli successero i due suoi figli (nipoti della sorella Aldrude, badessa del monastero feminile di S. Mercurio), Alessandro e Guidone e, dopo di essi la famiglia Morra. Padre Agatangelo Romaniello (16), parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al testamento di Manso o Mansone, in proposito scriveva che: “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”.L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque il Romaniello scriveva che nell’anno 1133, ai tempi di re Ruggero II d’Altavilla, i signori del luogo (i feudatari di Roccagloriosa) erano Alessandro e Guidone, figli del conte Manso o Mansone, fratello di Aldrude, badessa delmonastero femminile di S. Mercurio. I due fratelli, nel 1133 ratificarono il testamento del padre Manso “per benevolenza verso il vescovo di Policastro Guido”. Il Romaniello, a p….., nella sua nota (65) scrive che copia del documento fu trascritto dal sacerdote Pantaleo Romaniello, suo avo e conservato presso l’Archivio Parrocchiale di Roccagloriosa di cui l’originale esiste presso l’Archivio di Stato di Napoli. La ratifica del testamento di Manso, del 7 aprile 1133 del precedente testamento “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, “fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro,in favore del medesimo monastero di San Mercurio”. Pietro Ebner (7), citava l’antico documento che riteneva però falso. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, a p. 435, anche sulla scorta del Ronsini (….) parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, in proposito scriveva che: “Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che nel 1133, Guido e Alessandro, nipoti del conte Mansone, forse i nuovi feudatari, confermarono il testamento e le volontà testamentarie volute dal conte Mansone prima di morire nell’anno 1130. Ebner, sulla scorta del Ronsini (….) scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o universita di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Inoltre, Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Arnaldo. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Inoltre, devo pure precisare che questi documenti e notizie storiche oltre al citato Antonini (….) provengono pure dagli atti di processi e cause pendenti contro la curia di Policastro. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino), in proposito scriveva che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; ecc..”. Dunque, il 7 aprile 1133, gli eredi maschi del conte Manso o Mansone erano il fratello Landolfo di Rocca (che appare pure sul Catalogus baronum) ed i nipoti Guido e Alessandro. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone,……….E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.
Nel 7 aprile 1133, la ratifica del testamento di Mansone, dei conti Normanni Guido e Alessandro, nipoti di Altruda (figlia di Leone)
L’Antonini (5), nella sua nota (1), di p…., e sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, parlando del testamento o “Istrumento”, “….che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo”, aggiungeva: “Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Padre Romaniello Agatangelo (16), parlando di Roccagloriosa, in proposito al testamento del conte Leone, scriveva: “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. “ (65). L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Sempre l’Agatangelo (16), scriveva in proposito: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava che: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. L’Ebner (7), alla sua nota (29), riguardo questo antico documento ed a una lite sorta tra la Diocesi di Policastro ed i Comuni limitrofi, in cui “Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29).”, postillava: “negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)” . L’Ebner (7), citava l’antico documento che riteneva però falso. L’Ebner, a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, sulla scorta del Ronsini (10), parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (…). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (10, Ronsini, p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29).”, ed aggiunge che poi in seguito “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone lo confermarono”. Ulteriori utili riferimenti storiografici, li ritroviamo nella Relazione di De Micco (18 – Fig. 13), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, di cui parleremo. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, che riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Nella Relazione del De Micco (18 – Fig. 11), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”.

Nel 7 aprile 1133, Guido, vescovo di Policastro (?), appare nell’anatema della ratifica del testamento di Mansone
Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua prima edizione della “La Lucania – Discorsi”, parlando di Roccagloriosa, a pp. 385-386, riferendosi al “testamento” del conte Manso o Mansone del 1130, in proposito scriveva che: “Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; ecc…”. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (16) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, in proposito scriveva che: “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. “ (65). L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, l’Agatangelo scriveva che il testamento di Mansone, visconte di Roccagloriosa, morto nel 1130, nel 7 aprile 1133 fu ratificato dai suoi nipoti ed eredi e scrive pure che sull’anatema dell’atto è scritto “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, sulla scorta del Ronsini (10), scriveva che: “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava dell’anatema contenuto nell’atto di ratifica del testamento che: “(30) Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner, presumento di conoscere l’atto di ratifica postillava che sull’atto vi era scritto che: “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”, che tradotto significa che: “Io sono il vescovo di Polycastro, insieme alla presenza del nostro clero, scomunicamo e anatemiamo tutti coloro che hanno voluto rompere o sminuire questi scritti”. Dunque, riferita la notizia possiamo soffermarci sull’altra notizia che il 7 aprile del 1133, la Diocesi di Policastro era retta dal Vescovo chiamato “Guido”. Chi era questo vescovo di Policastro chiamato Guido ?. In quegli anni (a. 1133), il Regno di Sicilia e dunque pure Policastro era posto sotto la dominazione Normanna di Ruggero II d’Altavilla. Pietro Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Guido. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara.”. Dunque, Ebner, ritenendo falso il documento della ratifica del testamento del conte Manso o Mansone, dice pure che alla ratifica del documento intervenne il vescovo di Policastro “Guido”, di cui egli scrive “apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento”. Dunque, come ci fa notare l’Ebner, nella cronostassi della Diocesi di Policastro stilata dal sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nella “Sinossi etc…” del Laudisio (vedi versione a cura del Visconti): “Serie dei Vescovi di Policastro Bussentino dall’XI secolo ad oggi”, vediamo che nell’anno 1120, troviamo un “4. Ottone (Otho)?. 1120…” e “5. Goffredo?, 1139…”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo, nella sua “serie dei Vescovi di Policastro dal XI secolo ad oggi” (pubblicata nella versione del Laudisio a cura del Visconti), scriveva che: “4. OTTONE (OTHO)?, 1120…5. GOFFREDO?, 1139; 6. GIOVANNI III?, 1166…; 7. GIOVANNI IV ?, 1172; 9. GERARDO Arciprete di Saponara – Saponara, 1211-18 ecc..”. E’ anche per questo motivo che l’Ebner ritiene anche la ratifica del testamento di Mansone un documento falso. Ebner scriveva pure che sia nella cronostassi dei vescovi di Policastro del Laudisio che in quella del Cataldo non vi è traccia di questo vescovo. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Anche Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: “Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Di questi vescovi ho già parlato in altri miei saggi.
Riguardo il testamento di Manso o Mansone, visconte di Roccagloriosa e l’atto o Istrumento di ratifica del 7 aprile 1133, i due documenti sono a noi noti in seguito alle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni, di cui abbiamo accennato furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Pietro Ebner scriveva che dal “Libro delle memorie” di Placido Tosone (vedi nota 28) (che aveva acquistato il feudo di Rofrano ed ereditò alcune liti tra il Comune e la Curia vescovile di Policastro), si apprende che in una lite, un giudizio contro il Vescovo di Policastro, al tempo della lite o del giudizio intentato contro la curia vescovile per il possesso della tenuta del Centaurino, il Vescovo di Policastro mostrò “Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc..”. Infatti, il sacerdote Domenicantonio Ronsini (10), nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone e parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (….) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Nella Relazione del De Micco (…), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro.
Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino), riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.
Le munifiche donazioni dei Normanni alla chiesa di Rofrano e del basso Cilento
Già in precedenza Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato’ e, a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “…..per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto,…ecc…”. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: “Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero.“.
Anche Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, ecc..ecc…(197).”. Enrica Follieri (….), scrive che il contenuto del ‘crisobollo’ è il seguente: “Re Ruggero, stando nel suo palazzo di Palermo, concede a Leonzio, abate di S. Maria di Grottaferrata, che si è presentato da lui per supplicarlo, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro, con tutti i suoi diritti, grange e pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta chiesa dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo.”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta dell’Antonini e Giovanna Falcone, sulla scorta della Follieri (…), riferendosi al diploma del 1131, di re Ruggero II d’Altavilla, detto ‘Crisobollo’, scrivevano che il diploma del 1131, confermava le precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa alla chiesa di Rofrano, anzi la Falcone, delle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrive che: “vi è conferma”, ma senza dare riferimenti bibliografici. Forse la Falcone, intendeva che vi fosse conferma deille donazioni precedenti di Ruggero Borsa, riferendosi alla conferma nel ‘Crisobollo’ del cugino Ruggero II d’Altavilla. Il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, confermava le concessioni fatte precedentemente alla Chiesa di S. Maria di Rofrano, dal cugino Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111) e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). La Follieri (…), sulla scorta dell’Antonini (…), si riferiva alle precedenti donazioni concesse da Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111 e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Purtroppo, le notizie storiche e gli “Istrumenti”, atti di donazione o diplomi, a dimostrazione della fondatezza di tali notizie in tal senso, sono poche e frammentarie e, tale argomento, non solo è stato sottovalutato o solo accennato ma non è stato sufficientemente indagato. Come ho avuto modo di dire, queste donazioni vi furono e risalgono ai principi del Ducato Longobardo di Benevento e del Principato Longobardo di Salerno. Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parlerò, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà, che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. In un altro mio scritto ivi publicato, dicevo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, confermate dal cugino re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, riconosciute all’abbazia di Tuscolo, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero II, Guglielmo I d’Altavilla, con l’atto di donazione del 1181. Tutti i beni della chiesa di Rofrano, Laurito, Caselle e Morigerati, insieme anche ad altri monasteri dell’area appartenenti ai beni dell’Abbazia tuscolana, nel periodo della sua decadenza, furono unite come grangie ed andarono a costituire la “Platea dei beni e delle rendite”, della badia italo-greca di San Pietro al Tomusso di Montesano. Giovanna Falcone, nella sua nota (197), faceva riferimento all’ Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e al Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), riferendosi ad una donazione fata dal prinicipe longobardo Guaimario III, di cui ho già parlato. La Falcone (…), pur ammettendo le precedenti donazioni alla chiesa fatte da Ruggero Borsa, notizia riferitaci dall’Antonini e poi in seguito riportata anche da Ebner, pone dei seri dubbi sulle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrivendo ad esempio che: “Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200). Il primo documento successivo al privilegio in cui risulti il rapporto di dipendenza di Rofrano dall’abbazia di Grottaferrata è un atto giudiziario del 1140, un ricorso presentato dai monaci al papa Innocenzo II contro il conte di Tuscolo Tolomeo II (204). Il documento, detto ‘libello querulo’, presenta una solennità speciale poichè registra la presenza di tutti monaci, non solo i residenti a Grottaferrata ma anche i preposti assegnati ai complessi patrimoniali più cospicui, compreso il preposto di Rofrano, Innocenzo. Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”. Per la nota (200), della Falcone (…), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive: “Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e da Caciorgna (…). Ma chi era Ruggero Borsa, a cui faceva riferimento il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla ?. Ruggero Borsa era il cugino di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero, era figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e di Sichelgaita, principessa longobarda di Salerno, nacque nell’anno 1059, essendo i genitori sposatisi nel 1058. Non si conosce il luogo di nascita di Ruggero Borsa. Ruggero, era il figlio primogenito della coppia, che ebbe altri due figli maschi, Roberto e Guido, e sette figlie femmine.Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella di Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, il Guiscardo ripudiò la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Elena e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi. Dunque, Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, era fratello di Roberto e Guido ed era fratellastro di Elena e Boemondo. Ruggero Borsa, era anche nipote di Ruggero I d’Altavilla (detto il Gran Conte di Sicilia), fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero Borsa (1060/1061 – Salerno, 22 febbraio 1111) è stato un cavaliere normanno. Fu duca di Puglia e Calabria dal 1085 al 1111. Ruggero visse la prima parte della sua vita all’ombra del padre, aiutandolo nella repressione dei conti normanni ribelli e della città restie a tollerare la dominazione normanna: per questo motivo le prime notizie che abbiamo su di lui sono le sue imprese militari. Il primo incarico militare fu l’assedio a Castrovillari, nel 1073, dove si era rifugiato Guglielmo Arenga, ribellatosi con Abelardo, nipote del Guiscardo e cugino di Ruggero, all’autorità ducale. Nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Alla morte del padre, dopo varie vicende, nel 1085, Ruggero Borsa, ereditò dal padre Roberto il Guiscardo parte del Principato Longobardo di Gisulfo II. Figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Sua madre fu Sichelgaita di Salerno, una potente principessa guerriera di stirpe longobarda. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre di Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive: “…Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.“. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Ruggero si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto co-reggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova rivolta e col sostegno di buona parte dei vassalli di Ruggero riuscì a sconfiggere quest’ultimo a Fragneto, riprendendo possesso anche di Taranto. Pur descritto come un guerriero forte e temibile, in grado di espugnare con abili assedi le città di Benevento, Canosa, Capua e Lucera, Ruggero Borsa non fu mai in grado di eguagliare la potenza di Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio.
Lo storico Pierre Aubè (…), parlando di Ruggero Borsa (…), nipote di re Ruggero I e, parlando pure di suo figlio naturale Simone, in proposito scriveva che: “Ruggero non è ancora vecchio, ha raggiunto l’apogeo del suo potere, ma è vedovo. La sua seconda moglie Eremburga, era morta due anni prima, poco dopo la presa di Butera. Lo stesso anno si verifica un sorprendente incrocio matrimoniale. Il Conte di Calabria e Sicilia sposa Adelaide, figlia di Enrico del Vasto, appartenente alla famiglia piemontese degli Aleramici. Di lignaggio originario del vecchio regno longobardo, il marchese viene investito di una delle signorie più notevoli della contea siciliana, situata in posizione strategica fra Paternò, Butera, Cerami e Nicosia. Anche lui vedovo, Enrico convola a nozze con una delle numerose figlie di Ruggero.”. Poi parlando del nipote del Gran Conte Ruggero, Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Più o meno in quel periodo Ruggero Borsa, contrae un matrimonio con Alaina, figlia di Roberto il Frisone, terribile conte di Fiandra.”. Poi parlando di Ruggero I d’Altavilla, lo zio di Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Il matrimonio con Adelaide è alienato da parecchi figli. Innanzitutto Simone, nato verso il 1093, chiamato per natura a succedere al padre. Un altro nato certamente nel 1095, a cui viene imposto il nome paterno di Ruggero.”. Sempre l’Aubè (…), parlando del dopo la morte di re Ruggero I d’Altavilla, scriveva che: “In Sicilia e in Calabria la contessa Adelaide deve assumere i poteri durante la minorità dell’erede naturale, Simone, che resta debitore dell’omaggio a suo cugino, Ruggero Borsa. Il duca, che risiede spesso nella città di Salerno, ereditata dagli avi paterni, non è affatto all’altezza degli eventi ed esercita un potere esile sui beni che detiene in proprio. Il ducato prospera ancora, ma le conquiste hanno divorato somme notevoli. Nel 1101, Ruggero Borsa, offre ancora trecento libbre di incenso e balsamo ecc….Ruggero Borsa, muore il 22 febbraio 1111, più o meno all’età di cinquant’anni. Aveva incontrato l’ultima volta il papa a Benevento l’anno prima. Qualche settimana dopo il novembre dell’anno 1111, scompare in Puglia un eroe di ben altra statura, Boemondo di Taranto.”. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…).
Dopo la sua morte, il dominio fu definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla che diventerà Re di Sicilia. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio.

(Fig…) Diploma di Ruggero Borsa, tratto dal Pratesi (…)
Fra il luglio del 1088 e l’aprile del 1098 ci fu, secondo Chalandon, una rivolta ad Amalfi che vide governare sulla città Gisulfo II. Altro non si conosce, tranne che la città tornò nelle mani del duca. Nell’ aprile del 1090 il duca Ruggero perse sua madre Sichelgaita, sua principale alleata e sostenitrice, e nel novembre successivo morì il principe Giordano. Con la sua morte iniziò la decadenza del suo principato. Alla fine del gennaio del 1091 i capuani insorsero contro i Normanni, cacciando via la vedova e i figli di Giordano. Nella prima metà del 1091 Cosenza si ribellò al duca Ruggero che l’assediò con l’aiuto dello zio e del fratellastro da maggio fino a luglio, mese in cui i Cosentini si arresero. Il granconte Ruggero ebbe per il suo appoggio, a detta di Malaterra, metà della città, ma secondo gli studiosi ebbe invece metà di Palermo. Il duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Nel 1093 il duca Ruggero si ammalò gravemente, a tal punto che si diffuse la falsa notizia che fosse morto. I conti normanni ne approfittarono per ribellarsi: Boemondo né approfittò per prendersi le città calabre. Guglielmo di Grantmesnil, cognato del duca, istigato forse dalla moglie, approfittò della morte del duca per appropriarsi di Rossano e Castrovillari. Entrambi affermarono di voler tutelare l’erede del defunto duca. Ma la rapida reazione del granconte Ruggero, che cacciò Boemondo dalla Calabria, e l’inaspettata guarigione del duca Ruggero, convinsero i conti a tornare all’obbedienza. Boemondo si riconciliò con il fratellastro, mentre Guglielmo di Grantmesnil rifiutò di farlo. Il duca Ruggero, con l’appoggio dello zio e del fratellastro, nel corso del 1094 riuscì a conquistare Rossano e San Marco, isolando il cognato ribelle a Castrovillari. Guglielmo di Grantmesnil non ebbe scelta che sottoporsi ad un arbitrato tenuto dal granconte, che doveva giudicare al sua condotta. Risultato colpevole, andò in esilio con la moglie, mentre tutti i suoi beni gli vennero espropriati. Dunque, il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del normanno Ruggero Borsa dal 1085 al 1111 e dal 1111 al 1187, sotto la dominazione del figlio Guglielmo I d’Altavilla.
Nel 1131, re Ruggero II d’Altavilla, con il “Crisobollo” conferma all’Abate Leonzio (al feudo di Rofrano e Grottaferrata e non al Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa come nel testamento di Mansone) la vasta tenuta del ‘Centaurino’
La vasta tenuta detta di “Cannamaria” (il monte Centaurino) figura nella dote testamentaria che nel 1130, il conte Manso o Mansone dispose il lascito per il rifondato e riunito monastero claustrale di San Mercurio a Roccagloriosa di cui la figlia Altrude divenne Badessa. Il Centaurino figura nel testamento del conte Mansone come bene burgiansatico e allodiale. Questo vasto tenimento, forse era un lascito del conte Normanno Leone e sua moglie Gatullina al figlio erede Mansone. Non si sa. Ma questa vasta tenuta e possedimento feudale viene citato e figura fra i beni che re Ruggiero II d’Altavilla dona all’Abate Leonzio dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, ovvero risulta nel cosidetto “Crisobollo” di Re Ruggero II d’Altavilla. E’ un fatto da verificare e da approfondire come sia accaduto che un bene concesso all’Abbazia Tuscolana, da cui dipendeva quella di Rofrano, possa essere compreso nei beni privati di Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula. Il periodo è più o meno lo stesso. Il bene in questione risulta nella proprietà dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo per concessione di re Ruggero II e risulta pure nella proprietà del monastero di San Mercurio per testamento del conte Mansone. Forse in epoca Normanna, al tempo di re Ruggero II, l’antico Monastero di monaci di San Mercurio a Roccagloriosa dipendesse dal controllo dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che a sua volta dipendeva direttamente dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Con questo antichissimo privilegio, Re Ruggero II di Sicilia confermava le precedenti concessioni fatte all’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (l’odierna Frascati), da cui dipendeva l’antichissima Abbazia di Grottaferrata a Rofrano a cui erano stati concessi detti privilegi. Re Ruggero II, confermava le precedenti donazioni di possedimeni concessi da Ruggero I all’Abbazia di Rofrano. Fra questi posssedimenti vi era una grande tenuta boschiva chiamata il “Centaurino”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p……, in proposito scriveva che: “Pietro Ebner fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino ecc..”. Il Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita le controversie legali sorte dopo la vendita di alcuni beni dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati). Ebner (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, …..all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e del figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto “in Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”honorando religioso domino Leontio abati Dei Genitricis Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Dunque, come scriveva l’Ebner, la vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. Pietro Ebner (7), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”,vol. I, a p. 496 ci parla degli “Statuti di Rofrano” ed a p. 498 pubblica la trascrizione del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggiero”, tratta dal Ronsini (….). Ebner, a p. 496, in proposito scriveva che: “Prime notizie sicure al diploma di re Ruggiero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2).”. Ebner, vol. I, a p. 496, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Ebner si riferiva e parlava dell’antico documento di cui parlava l’Antonini (…) e l’Ebner (7) è chiamato “Crisobollo di Ruggero”. Si tratta di una donazione (diploma come lo chiama l’Ebner o Crisobollo come lo chiama la Follieri), fatta da Ruggero II d’Altavilla il Normanno, figlio di Ruggero I e Re di Sicilia, a Leonzio, forse Abbate dell’Abbazia di Grottaferrata a Rofrano. L’Ebner, poi prosegue e riguardo all’antico documento Normanno del 1131, scriveva che: “Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Abbiamo visto, però che, la vasta tenuta del Centaurino non era solo nei beni della chiesa di Rofrano e poi in seguito dell’Abbazia tuscolana ma faceva parte della disponibilità del conte Mansone. Come scrisse Pietro Ebner (7), il vasto possedimento del Centaurino, in seguito al passaggio del monastero di S. Mercurio al Seminario della Curia Vescovile di Policastro, diventò oggetto di liti pendenti davanti a diverse corti di giustizia. Diverse furono le cause vertenti dal XVIII secolo in poi, tra la Curia ed alcuni Comuni viciniori, per il possesso di alcuni antichissimi possedimenti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e di altre Abbazie e Monasteri dei Comuni vicini. Tutti questi possedimenti e privilegi, tra cui anche quella del ‘Centaurino’, si potevano far ricondurre ai primi titoli concessi dai re Normanni ai monaci di alcune Abbazie e Monasteri sparsi sul nostro territorio, poi in seguito, caduti in disfacimento a causa dell’incuria ma soprattutto a causa dell’usurpazione che ne fecero alcuni baroni ed al trasferimento di questi beni alla Curia Romana. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (Ronsini (…), p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(…).”. Alla sua nota (27), l’Ebner, scrive che: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: “E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Ritornando al diploma del 1131, del re Ruggero II, in cui figurano la vasta tenuta del Centaurino fra le precedenti donazioni confermate da re Ruggero II alla chiesa di Rofrano e di Grottaferrata, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi etc..”, a p. 74 (vedi versione a cura di Visconti), in proposito scriveva che: “Il Re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo, concesse al Vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero. Come risulta poi da un’antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia (53).“. Il Laudisio, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ughell., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit)”. Il Laudisio, nella sua nota (53) citava il Troyli, Historia Neapolitana, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172: “…..”.”. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobari di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Di seguito pubblico la trascrizione del “Crisobollo” tratta dal Ronsini (….), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, Salerno, 1873, p……, dove possiamo leggere che tra le località ed i possedimenti concessi da re Ruggero II d’Altavilla figurava anche la vasta tenuta del monte Centaurino:

Riguardo il possedimento della vasta “tenuta del Centaurino”, recentemente abbiamo rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra il “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il comm. De Micco (….), nella sua Relazione a p. 73, riferendosi alla causa del Comune di Rofrano contro il Seminario di Roccagloriosa, in proposito si chiedeva: “Ed era lecito a lui mettere in dubbio l’autenticità del testamento del Conte Mansone; quando unico suo titolo era uno pseudo documento attribuito a Re Ruggiero, che si dice fatto originariamente in greco e presentato per la traduzione, per la prima volta dopo sette secoli, ignorandosi chi lo avesse custodito per così lungo tempo, e che era contestato e distrutto dal fatto del possesso del Seminario e dalla qualità di colono e lavoratore che aveva l’Abate di Grottaferrata di Rofrano ?.”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 23, in proposito scriveva che: “Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae marie rofrani sitam in partibus policastri” le sue “grantiis villis et pertinentiis”, e cioè i cenobi ecc…, due case a Salerno, il feudo del “Centaurino” posto tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza (35), ecc…”. Il Barra, a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Cfr. Breccia, p. 220“. Il Barra si riferiva a Gustavo Breccia, p. 220 del suo “Il monastero di S. Maria di Rofrano Grangia Criptense, note storiche”, in ‘Bollettino Cryptense.
Nel 1135, Rainulfo di Alife, (detto di Airola), feudatario di Molpa al tempo dello scontro con Ruggero II
Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo di Alife, detto de Airola, della famiglia Drengot Quarrel, (1093 circa – Troia, 30 aprile 1139), è stato un nobile normanno, conte di Alife, Caiazzo, Sant’Agata de’ Goti, Telese (1115-1139) e, in fasi alterne, di Avellino, Mercogliano, Ariano e Troia, nonché duca di Puglia (1137-1139). Era figlio del conte Roberto di Alife e di Gaitelgrima. Investito del titolo di conte sin da 1108, quando era ancora un fanciullo, incontrò papa Callisto II a Benevento nel 1120, fornendo atto di omaggio. Ebbe poi una dura lite col pontefice, risolta con la restituzione del monastero di Sancta Maria in Cingla presso Alife all’abbazia di Montecassino. Nel 1127, auspice il papa Onorio II, si alleò con Roberto II di Capua nel tentativo di contrastare la successione di Ruggero d’Altavilla al ducato di Puglia; questi riuscì a imporsi, ma dovette concedere a Rainulfo il possesso feudale della contea di Ariano. Dopo una breve alleanza con il sovrano, presto tornò ad opporglisi: nel febbraio 1130, alla morte di Onorio II, Rainulfo si schierò con il Papa legittimo Innocenzo II, contro l’antipapa Anacleto II. Ruggero, duca di Puglia e di Calabria e padrone della Sicilia, aveva riconosciuto come valida l’elezione di Anacleto ed ebbe in ricompensa la corona di Sicilia, il 25 dicembre 1130. Ma alcuni nobili feudatari normanni, che già da tempo mordevano il freno, non accettarono il nuovo sovrano e da qui si scatenarono gli eventi che portarono allo scontro militare il 24 luglio 1132 sul fiume Sarno presso Scafati. La battaglia di Scafati dapprima favorevole alle truppe regie, terminò in una disastrosa sconfitta per Ruggero. All’agosto del 1132 si fa risalire, secondo la tradizione, l’arrivo da Roma ad Alife delle reliquie di san Sisto, ottenute da Rainulfo che le aveva chieste al papa (Anacleto II). Nella primavera dell’anno seguente Rainulfo e Roberto si recarono a Roma dove prestarono giuramento a Lotario II, sceso in Italia per farsi incoronare imperatore da Innocenzo II (4 giugno 1133). Mentre i due erano assenti, Ruggero tornò alla riscossa catturando la moglie di Rainulfo (sua sorella Matilda) e il figlioletto: Rainulfo e Roberto dovettero rientrare precipitosamente, ma finirono col capitolare (giugno-luglio 1134). Rainulfo ottenne comunque la restituzione dei familiari. Nel luglio 1135, una nuova rivolta capeggiata da Rainulfo provocò la reazione del re, che entrò in Aversa, Capua e Alife con un esercito guidato dal cancelliere Guarino, costringendo Rainulfo a trovare rifugio in Napoli, unica città a resistere. Nel marzo 1136 Rainulfo e il fratello Riccardo di Rupecanina, con l’appoggio del Papa legittimo Innocenzo II, chiamarono in Italia l’imperatore Lotario. Innocenzo II e Lotario II di Supplinburgo, concentrarono a maggio 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole, assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga, quindi conquistarono la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il Pontefice tenne il Concilio di Melfi V nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I Padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore Lotario II di Supplimburgo delegittimò Ruggero II di Sicilia, della rivale Casata Altavilla, in favore di Rainulfo III di Alife, della Casata Drengot, nuovo Duca di Puglia. Poi a Benevento alla fine dell’estate Innocenzo e Lotario investirono Rainulfo del ducato di Puglia, mentre la contea di Alife passava a Riccardo. Ma, ripartito l’imperatore, Ruggero sbarcava di nuovo a Salerno ai primi di ottobre per ristabilire la sua autorità sulle città ribelli. Una nuova battaglia si svolse il 29 ottobre 1137 presso Rignano Garganico, dove il re, nuovamente sconfitto, perse molti soldati e trovò scampo nella fuga. La controffensiva regia, causò il grave saccheggio di Alife e Telese, ma le principali città della Puglia in mano a Rainulfo (Troia, Melfi, Canosa e Bari), non subirono alcun danno. Il Papa l’8 aprile 1139, scomunicò Ruggero, ma il 30 dello stesso mese Rainulfo morì. Solo con la morte di Rainulfo, forse causata da errori medici, Ruggero poté conquistare l’intera Italia Meridionale. Rainulfo sposò Matilde di Altavilla, figlia di Ruggero I di Sicilia, dalla quale ebbe il figlio Roberto e una figlia, Adelicia Drengot, che sposò Rainaldo dell’Aquila, Conte di Avenel. Da Adelicia Drengot e Rainaldo dell’Aquila nacque Matilde Avenel che sposò il Conte di Butera, Costantino II Paterno. Rainulfo era cognato di Ruggero II d’Altavilla. Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, recentemente Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 22, nella nota (23) postillava che: “(23) Scriveva nel 1781 Lucido Di Stefano, governatore baronale di Centola, che “sebbene il Porto del medesimo (il Mingardo) oggi più non esiste, perchè terrapienato, pure il medesimo era appunto ove da marinai si fa la pesca de’ pesci colle sciabiche nella Molpa” (L. Di Stefano, Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro, Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”, Salerno, 1994, vol. I, p. 173).”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, il suo manoscritto pubblicato recentemente dal Comune di Acquara con testo tradotto e a cura di Barra e Capano e altri, parla della Molpa ed in proposito, nel Libro I, a p. 178, in proposito scriveva (sulla scorta dell’Antonini) che: “Fu poi, come scrive il Sig. Antonini, nel 1113 da’ Saraceni saccheggiata con tutta la Regione di Lucania. Appresso fu nuovamente saccheggiata dal Re Ruggiero in uno de’ suoi viaggi da Sicilia, e smantellate le Mura, che la cingevano, dal che ne venne la totale sua ruina e diserzione, e de’ suoi Casali, a riserba di Pisciotta, come scrive il citato Antonini. Etc…”. Il Di Stefano, che fu governatore di Centola scriveva soprattutto sulla scorta del Vescovo di Capaccio Mons. Nicolai sostenendo la sua tesi che la Molpa in origine fosse “Bussento”, sede Vescovile. Il Di Stefano, a pp. 233-234 discorrendo della Contea di Capaccio al tempo di re Ruggero II scriveva che: “Il Baron Antonini nella par. 2 Disc. 3, pag. 255 not. (1) scrivendo che “a tempo del Re Ruggieri era tenuta Capaccio dal famoso Ranulfo di Alife, ed allorche (erasi egli già a Ruggieri ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: ‘Capacium munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur’, scrive l’Abbate Celesino su’l principio del lib. 3. Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Dunque, il Di Stefano cita alcuni passi dell’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, a p. 255 (I edizione del 1745, mentre nell’edizione del 1795 è a p. 247) parlando di Capaccio, in proposito scriveva che: “Questo luogo, perchè di sua natura forte, sin da tempo de’ Normanni fu sempre da persone di conto (I) posseduto.”. L’Antonini, a p. 255, nella nota (I) postillava che: “(I) A tempo di Re Ruggieri era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: “Capaciam munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur” scrive l’Abate Celesino sul principio del lib. 3.”. L’Antonini, sulla scorta dell’Abate Celesino scriveva che Capaccio, al tempo di re Ruggero II “era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife”. L’Antonini scriveva pure che, al tempo di re Ruggero II e, quando il conte Ranulfo si era già a lui ribellato, intuendo che re Ruggero II venisse a punirlo dalla Sicilia, egli “tornò con il cuore timoroso alla città dove aveva preso il suo viaggio, la città più fortificata”. Il Di Stefano, sempre sulla scorta dell’Antonini scriveva pure che l’Antonini, “Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Questa notizia l’abbiamo analizzata in precedenza. Sempre il Di Stefano ci fa notare che l’Antonini, “nella sua Lettera al Signor Egizzio su la ‘Geografia’ del Sig. Langlet pag. 137, la porta dallo stesso Re bruciata nel 1129.”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, nel suo “Lettera D. Matteo Egizio al Sig. Langlet du Fresnoy o siano osservazioni sulla Geografia etc…”, in “Altra lettera del barone Antonini in risposta del Sig. Matteo Egizio scritta da Parigi a 14 settembre 1739”, a p. 137 riferendosi ad Alife (non alla Molpa), in proposito scriveva che: “…e ‘l Vescovo non vi abita per l’aria malsana. Vuò però ben credere che quando nel MCXXIX fu assediata, e bruciata dal Re Ruggieri, avesse avuto ancora belli edifizj etc…”. Il Di Stefano dissertava e ragionava sulle date ed infatti aggiungeva che: “Da tale autorità mi surge una difficoltà, che se Guaimario suddetto cedé a Sica sua sorella nel 1137 la Contea di Capaccio, come col Pellegrino scrive il Volpe, come poi, secondo l’opinione dell’Abbate Celesino, Rainulfo era Conte di Capaccio nel 1129 o 1133, in tempo che Alife fu incenerita, cioè, otto, o quattro anni prima, che Guaimario si fé Religioso ? e perciò io pensavo, o la destruzione di Alife seguì dopo detto anno del 1137. Di fatto nello scrivere ciò, ho rattrovato nella Storia di Falcone Beneventano, che minutamente, come testimonio di veduta scrisse le guerre da esso Re fatte nel Regno, che Alife fu destrutta nell’anno 1138; onde resta già sciolta la mia difficoltà.”. Pietro Ebner (….) nel vol. I, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 605, dove, parlando della “Capaccio”, in proposito scriveva che: “Nell’età del re Ruggiero pare (19) che fosse signore di Capaccio Rainolfo di Alife. Nel 1132 l’abate Landone della chiesa di S. Nicola (20), costruita a “casa vetere” sotto il vecchio castello e appartenente a Giovanni, figlio di Gregorio, figlio di Pandolfo di Capaccio, dichiarò che la chiesa possedeva un terreno e un fabbricato fuori la città nuova di Capaccio, non molto lontano dalla “porta que dicitur de pagagno” e che per ordine di Giovanni concedeva a tre fratelli.”. Ebner, a p. 605, vol. I, nella nota (19) postillava che: “(19) Antonini, cit., I, p. 247, n. 2”. Il barone Giuseppe Antonini, ripreso più volte dal Di Stefano citava spesso l’“Abate Celesino”. Io credo che vi fosse un errore di stampa perchè l’autore che cita l’Antonini non è “Celesino”, un abate di chissà quale monastero ma si tratta di Alessandro di Telese detto il “Telesino”, o “Alessandro Telesino” (….). E’ molto strano perchè l’Antonini (….), a p. 375, nella nota (I) parla distintamente dellìAbate Telesino e non “Celesino”.

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’
Tuttavia, in Wikipedia leggiamo essere Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136) fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia benedettina del Santissimo Salvatore a Telese, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II. Dunque, il chronicon di Alessandro di Telese (….) è il testo scritto in latino “Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie”, oppure più correttamente il testo “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Gestis Rogerii Siciliae Regis” e “Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium”. Dall’unico manoscritto esistente (Barcellona, Biblioteca Central, cod. 996), una copia redatta a Monte Cassino intorno al 1330 e portata in Spagna al tempo dell’occupazione aragonese, l’antiquario Jerónimo Zurita y Castro trasse la editio princeps nel 1578, priva degli ultimi capitoli (da questa derivano Muratori e Del Re). L’Antonini scriveva che, all’inizio del testo del Libro III egli ci parla di re Ruggero II d’Altavilla e lo scontro con il conte Rainulfo d’Alife. Nel testo “Alessandro di Telese – Ruggero II Re di Sicilia” a cura di Vito Lo Curto (….) pubblicato a Cassino nel 2003, con traduzione e commenti, all’inizio del Libro III. Il Libro III si apre col Cap. I: “Ruggero si ammala. Muore sua moglie Alberia. Essendosi diffusa la falsa notizia della morte del re, il Principe Roberto da Pisa si dirige a Napoli con una schiera di soldati.”. Il cap. II, a p. 143: “Rainulfo, pensando che il re sia morto, cerca di recuperare le terre perdute.”. Dunque, i fatti citati dall’Antonini, narrati da Alessandro di Telese, risalgono a dopo la morte della prima moglie di re Ruggero II d’Altavilla e, subito dopo la conferma a re di Sicilia nel 1130. In particolare l’Antonini, sulla scorta del Telesino scriveva della ribellione del conte Rainulfo e che: “Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II d’Altavilla sposò prima del 1118 Elvira di Castiglia (circa 1100 – 1135). Morta Elvira, solo nel 1149, cioè dopo ben quattordici anni di vedovanza (con la preoccupazione della successione dinastica dopo la morte in successione dei suoi primi tre figli maschi), si unì in matrimonio con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150). Tuttavia, sebbene avessi approfondito le mie ricerche sul nipote del Conte Rainulfo che teneva la fortezza della Molpa al tempo di re Ruggero II d’Altavilla, ancora nulla si sa. Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 97, in proposito scriveva pure che: “….e della città di Benevento che dal Papa si pretendeva, come alla sede Apostolica appartinente, a qual’effetto il Pontefice fé lega con Roberto nuovo Principe di Capoa, e con Rainulfo Conte d’Alife cognato di Ruggiero, del quale ho parlato nel lib. 3 Disc. I chi invasero la Puglia per ordine del Papa, etc…”. Il Di Stefano, nel Libro III parlando della Contea di Capaccio, di Rainulfo di Alife, dei Comite a Capaccio e, sulla scorta di Filiberto Campanile (….), che egli chiama “Il Duca della Guardia”, a pp. 12-13-14, in proposito scriveva che: “Di costui e delle sue prodezze parla lungamente Falcone Beneventano nella ‘Storia del Re Ruggiero’, contro di cui fé cose inaudite chiamandolo però ‘Rainulfo’, ch’era Conte d’Avellino, di Alife, etc. e Principe etc….Aveva Rainulfo in moglie Matilda, sorella dello stesso Re. Venne la nemicizia tra loro, perche avendo Rainulfo un giorno ingiuriata la Contessa sua moglie, ed indi essendo andato a Roma, mandatovi da Ruggiero, questo in tal tempo fattasi venire la medesima col figlio, per vendicarsi, la mandò in Sicilia nel 1132 con detto suo figlio; onde poi cotanto tra loro guerreggiato, che se detto Conte non moriva, difficilmente il Re avrebbe acquistato la Puglia, e l’altre Regioni nostrali. Tolto Salerno al Re dal Som. Pontefice Innocenzo II, e da Lotario Impe., nel 1137 etc…..Morì Rainulfo nella Città di Troja di Puglia nell’anno 1139, e seppellito in quel Duomo etc…Dopo la morte di Rainulfo il Re s’insignorì di tutta la Puglia, del Principato di Capua, e del Ducato di Napoli, etc…”. Dunque, Rainulfo era cognato di re Ruggero II d’Altavilla, in quanto ne aveva sposato la sorella Matilda d’Altavilla, figlia di Ruggero I d’Altavilla di Adelaide del Vasto detta “Adelasia”.
Nel 1135, il conte “Rainulfo” o “Rainolfo”, feudatario della città di Molpa ai tempi di re Ruggero II e suo nipote che la teneva: città e fortezza
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi”, vol. II, Parte II, Discorso VII, nel suo “Discorso VII – Di Palinuro, e della Molpa”, a p. 373-374-375 parlando della Molpa e, dopo aver detto di una donazione ad “Alderuna” del 1119, riferendosi a re Ruggero I d’Altavilla, re di Sicilia, in proposito scriveva che: “Non passarono molti anni etc…”, quindi dopo l’anno 1119, ovvero forse l’anno……, “che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Etc…”. L’Antonini, a p. 374 proseguendo il discorso sui viaggi che re Ruggero I d’Altavilla intraprese per necessità dalla Sicilia per Napoli doveva far sosta alla Molpa “Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Etc…”.

Sempre a p. 374, l’Antonini proseguendo il suo racconto e scriveva che: “Alcuni per tradizione dicono, che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) per vendetta saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi, a Troia, ad Avellino, ad Allife (2), e ad altri luoghi men forti ancora (3); etc…..Questo smantellamento di mura cagionò alla Molpa l’ultima sua ruina; poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori, e quei casali (I), ch’erano dalla città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina, del MCDLXIV pochi abitati ve n’erano.”. Dunque, secondo l’Antonini che riferisce delle notizie storiche sulla Molpa, ai tempi di re Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, nell’anno 1135, il feudatario del luogo “la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: etc…”. Chi era questo feudatario della Molpa nel 1135 ?. L’Antonini scriveva che egli fosse un nipote del conte “Rainulfo” che teneva il luogo per conto di re Ruggero I d’Altavilla. L’Antonini, a p. 374, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Ecco come il Capecelatro, nella sua Storia, part. I, lib. I, il dice: ‘Ed egli imbarcatosi sopra la sua armata, s’avviò per gire in Palermo, ma assalito da fiera tempesta, per lo cammino se gli affogarono in mare ben venti legni carichi di ricche prede, e di prigioni Regnicoli”. Sempre l’Antonini, a p. 374, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, in cui dice: “Rogerius Aliphas redegit in cinerem” ”. L’Antonini si riferiva a re Ruggero I d’Altavilla o si riferiva alle frequenti soste che dovette fare re Ruggero II d’Altavilla, suo figlio ?. Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo: “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Molpitani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”. Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini”. Dunque, il Guzzo ci parla di re Ruggero II d’Altavilla e ci parla dell’anno 1135. Angelo Guzzo, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia” parlando della Molpa, a pp. 70-71 scriveva le stesse notizie. Anche in questo caso, il Guzzo, a p. 71, nella nota (15) postillava che: “(15) “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in G. Antonini – Op. cit., – Vol. I – Disc. VII – pagg. 374-375”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice……etc….e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) e un castello di cui sono visibili i ruderi etc…”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”. Pietro Ebner (….) nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 172 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure…etc…e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).“. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374.”. Dunque, Ebner, a p. 172 scriveva che la popolazione di Molpa “aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo”. Ebner lo chiama “il conte Rainolfo”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’ rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa….la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta a più riprese (680-705-802-828-931-1113), dal normanno Ruggero II, che dopo il naufragio del 1133 tra Lambro e Mingardo subì la predazione di oro e argento dai suoi abitanti; nel 1135 se ne vendicò abbattendo le mura della fortezza, che, posseduta dal Conte Rainulfo, s’era ribellata a Ruggero, e ancora etc…”. Dunque, il Di Mauro scriveva che nel 1135, la città della Molpa “posseduta dal Conte Rainulfo, s’era ribellata a Ruggero”. Dunque, il Di Mauro scriveva che, nel 1135, nella città della Molpa vi fu uno scontro tra gli abitanti della Molpa e della sua fortezza tenuta dal Conte Rainulfo e un esercito di re Ruggero II d’Altavilla che distrusse la fortezza. Alcune notizie storiche sulla Molpa le ritroviamo nel testo di Francesco Cirelli (….), “Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”; sul testo di Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche.”. Il canonico Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, sulla scorta dell’Archivio Cavense (Arca L., n. 23), a pp. 164-165 parlando della Molpa, in proposito leggiamo che: “Secondo il Malaterra, questa città, fondata dai Normanni, verso l’anno 1507 fu abitata da Mercanti (12). L’archeologia, invece, attenendosi ai reperti, parla di città coeva a Palinuro (13). Sappiamo di certo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II d’Altavilla, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave con un tesoro ivi naufragata.“. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella nota (12) postillava che: “(12) Malaterra, lib. I, etc…”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife. Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo: “Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”. Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini”.
Nel 1135, Ruggero II d’Altavilla distrusse e sacchegiò la Molpa
Pietro Ebner (….) nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173, dove, parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).“. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374.”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa….dal normanno Ruggero II, che dopo il naufragio del 1133, tra Lambro e Mingardo subì la predazione di oro e argento dai suoi abitanti; nel 1135 se ne vendicò abbattendo le mura della fortezza, che, posseduta dal conte Ranulfo, s’era ribellata a Ruggero, ecc..”. Infatti, l’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, nella parte II, a p. 375, parlando della Molpa, scrive che i suoi numerosi e sicuri approdi naturali che furono molto utilizzati da Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, nei suoi innumerevoli viaggi da e verso la Sicilia.

L’Antonini (…), a p. 375, parlando di una città che lui chiama ‘Molpa’, sorta sul promontorio della ‘Molpa’ di Palinuro, di cui oggi restano pochi ruderi. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi.

Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo: “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Molpitani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”. Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini”. Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dal Capecelatro (…), che sulla scorta dell’Abate Telesino (…), e di Falcone Beneventano, raccontava questo episodio che in seguito fu citato dall’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 373-374-375. L’Antonini, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva sul promontorio della Molpa di Palinuro (vedi immagine), ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che:

Antonini, scriveva che: “Non passarono molti anni che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Falcone Beneventano ne riferisce uno nel MCXXVIII (1128), dopo che dal Papa Onorio ebbe il titolo di Duca; un altro nel MCXXX (1130), o secondo altri nel MCXXIX (1129), all’or che andò per coronarsi in Palermo. Un’altro che due anni dopo, appresso la gran rotta, ch’ ebbe nè piani di Nocera (o nel MCXXXI (1131), quando colle navi cariche di spoglie ebbe a sommergersi: “Audivimus praeterea viginti , & octo navigia auro & argento onerata, & mobilium , quae de Civitatibus expoliaverat , in profundo maris se submersisse (1). Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Alcuni per tradizione dicono, che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) per vendetta saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per l’Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi ecc..(2). L’Antonini (…), alle sue note (1) e (2), postillava: “Capecelatro, sua Storia, part. I, libro I, e l’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, ecc..”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife.

(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da Parte II, Discorso VII, pp. 374-375
Nel 1137 (?), il privilegio dell’Imperatore tedesco Lotario III al “monastero di S. Arcangelo” di S. Severino o Celle di Bulgheria
L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi Cilento un luogo posto fuor del corso dell’Alento, etc…”. Dunque, l’Antonini citava tre fonti da cui egli dice aver tratto le dette notizie. Antonini cita una carta o un diploma conservato presso l’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni; cita pure Scipione Ammirato ed infine cita l’Abate Gattola (…) che ci parla del privilegio di Lotario III. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura….e, se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. ”. L’Antonini, sempre sul privilegio di Lotario III, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, etc…”. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.

L’Antonini a p. 279 della Parte III (e non IV) parla del miracolo di S. Pietro Pappacarbone e del figlio di Ruggiero Sanseverino, leggenda tratta da un racconto della vita di Pietro Pappacarbone di Ugo da Venosa (…). Dunque, l’Antonini, lega il monastero in questione, di cui dice essere nel luogo vicino “le Celle” con la questione dell’antico privilegio di Lotario III e con la questione che secondo lui ivi è accaduto il mircolo del figlio di Ruggero Sanseverino. A questo punto però mi chiedo se, nonostante l’eventuale abbaglio dell’Antonini zio (Giuseppe), il monastero di Benedettini, eventualmente di S. Arcangelo, posto nel luogo, come voleva l’Antonini, detto le Celle, esisteva o non era mai esistito perchè l’Antonini non l’avesse mai conosciuto ?. L’Antonini a p. 279 dice pure che di questo antico monastero di S. Arcangelo posto nel luogo detto le “Celle” : “se ne fa menzione in un privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Stor. Cassinese. fol. 86’.”. L’Antonini, parlando del Monastero di S. Arcangelo cita l’antico privilegio dell’Imperatore Lotario III che era stato “rapportato” dall’Abate Gattola (…) che lo riportava in ‘La Storia Cassinese‘, fol. 86. Infatti, anche il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ecc..”. Si tratta di Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86. Infatti, Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che: “Il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III.”, poi prosegue e parla di altri monasteri come quello di “S. Pancrazio” etc…Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola (….), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, parlando della storia dei monasteri cassinesi o benedettini, a p. 86, in particolare scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che “il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III”.

(Fig…) Gattola Erasmo (…), op. cit., fol. (pag.) 8
Dell’antico Privilegio dell’Imperatore Lotario III vi è traccia solo nella citazione del Gattola (…) e, nella“carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava”, che vide l’Antonini. Da Wikipedia leggiamo che Lotario II (III), detto anche Lotario di Supplimburgo (in tedesco Lothar von Süpplingenburg) (1075 – Breitenwang, 4 dicembre 1137), è stato Rex Romanorum e d’Italia dal 1125 al 1137 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1133. Innocenzo II e Lotario II di Supplimburgo concentrarono a maggio nel 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e si accamparono per tutto il mese. Mentre l’esercito imperiale giunse fino a Bari, che venne devastata. Poi assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga: il Sovrano aveva compreso che non poteva ostacolare l’esercito imperiale e si era rifugiato in Sicilia. Le forze congiunte, Imperiali e Papaline, quindi conquistano la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il pontefice tenne il concilio di Melfi nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore, delegittimò Ruggero II di Sicilia, della Casata Altavilla, in favore di Rainulfo di Alife, della Casata Drengot, nuovo duca di Puglia. Ma ben presto sorsero contrasti tra Lotario e Innocenzo sul possesso del ducato delle Puglie fino all’elezione congiunta del duca Rainulfo, mentre anche nell’esercito serpeggiava il malcontento. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che di questo monastero si parla in Scipione Ammirato (…), al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che:….L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura …….una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che del Monastero di S. Arcangelo presso il territorio di S. Severino veniva citato nel testo di Scipione Ammirato (….), “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla del “Principio della Famiglia Sanseverino”. Di ciò che scrive Scipione Ammirato (…) parlerò in seguito. Da Wikipedia, alla voce “Ruggero II” leggiamo che contemporaneamente il previsto attacco di Lotario a Ruggero aveva guadagnato l’appoggio di Pisa, Genova e dell’Imperatore d’Oriente Giovanni II Comneno, ciascuno dei quali temeva la crescente potenza del regno normanno. Nel febbraio 1137 Lotario cominciò a spostarsi verso il Sud e fu raggiunto da Rainulfo e dai ribelli. A giugno assalì e prese Bari. Innocenzo II e Lotario concentrarono a maggio 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e assediarono la città di Melfi, costrinsero Ruggero II alla fuga, quindi riuscirono a conquistare la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il Pontefice tenne il Concilio di Melfi V nel castello del Vulture nell’anno 1137: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I Padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’Imperatore Lotario II, delegittimò Ruggero II, in favore di Rainulfo di Alife, della famiglia Drengot, nuovo duca di Puglia. L’Imperatore rientrò in Germania. Ruggero, liberato dal pericolo incombente, riprese terreno, saccheggiò Capua e costrinse Sergio VII ad accettarlo come Signore di Napoli. A Rignano Garganico Rainulfo di nuovo sconfisse il Re, ma nell’aprile del 1139 morì e Ruggero sottomise gli ultimi ribelli.
Nel 1136, all’epoca di re Ruggero II d’Altavilla, re di Sicilia, Gemma vendette un terreno
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a pp. 333-334 parlando di “Policastro Bussentino”, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo, “olim domini de policastro” (24). Nello stesso anno 1136, ma nel mese di marzo, a Policastro, Gemma, figlia del fu Leone, detto Maiozza, insieme al marito Nicola, figlio di Bonifacio, alla presenza del giudice Pietro, “de civitate paleocastro” vendettero al fratello di Gemma, Giovanni, la metà di un castagneto fuori della città di Salerno per 10 soldi di tarì salernitani (25).”. Ebner, a p. 334, nella nota (24) postillava che: “(24) I, ABC, XXIV, 2 agosto a. 1136, XIV, Salerno: nel monastero puellarum sancti georgii, esistente nella città di Salerno, di cui domna aloara dei gratia venerabilis abbatissa prehest, alla presenza del giudice Oto, la monaca Mabilia, figlia del fu Landolfo, olim domini de Policastro, vendette a Boemondo figlio del fu Erberto detto capo d’Asino (l’abbiamo visto genero di Troisio di S. Severino) unum hominem censilem spettantegli di nome Rocco, con moglie e figli, per 50 tarì salernitani. Grimoaldo notaio.”.

(Fig.…) Pietro Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, p. 334
Nel 1136, un “Goffredo”, duca di Camerota che vi acquistò un fondaco
Antonio Caputo (…), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, secondo il Caputo la notizia è contenuta nel documento cavense: “XXIII, 106, a. 1136”. Dunque, il Caputo citava l’antico documento dove si parlava del commercio con i porti del Cilento che dipendevano dall’Abbazia cavense. Il Caputo scriveva che a Camerota, il “primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 parlando dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato direttamente nel ‘Catalogus Baronum (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 582 parlando di “Camerota” in proposito scriveva che: “Il Capecelatro ricorda Guglielmo di Camerota, giustiziere del Principato, ai tempi (a. 1177) di re Guglielmo il Buono, con Luca Guarna.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia.”. Il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che dotava il monastero di S. Pietro di Licusati “quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola, etc…”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, “il duca di Camerota“ dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Sulla figura di questo feudatario vi sono notizie certe dateci da Pietro Ebner (….), che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 736-737 parlando di “Corbella” in proposito scriveva che: “Prima notizia nel ‘Catalogus baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de principatuo’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio 1144 nella restituzione della parte di Cosma, etc….Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acuafredda, Orso, figlio di Martin, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169, Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo etc…”. Ebner, a p. 737, nella nota (6) postillava che: “(69 Catal. baronum, nn. 434, 437, 460, 461.”. Ebner, a p. 737, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Ebner, a p. 737, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XXXIV, 16, 16 marzo a. 1169.”.
Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati
Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.“. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che dotava il monastero di S. Pietro di Licusati “quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola, etc…”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota“ dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: “i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”. Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: “Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, “la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”.
Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, nel 1754 in C.O. Camerota fs 4410 pag. 418 possiede 41 territori, più quattro capitali in prestito; istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop. dal santo siciliano decapitato il 15 giugno del 304/5 sul fiume Sele (Ebner III, 19); altre leggende narrano dei miracoli ed esorcismi operati dal giovane santo (M. Mello, 19/24).”.
Nel 1137, la Contea di Policastro, Simone del Vasto, conte di Policastro, figlio di Enrico del Vasto e di Flandina d’Altavilla
Dall’unione nacque un figlio, Simone. Sempre da Wikipedia leggendo la “cronostassi dei conti di Policastro” ci accorgiamo che vi fu il figlio Simone del Vasto (1137-1156), conte di Paternò e conte di Butera ed in seguito Manfredo del Vasto (1156-1193), conte di Paternò e conte di Butera. Simone, figlio dell’aleramico Enrico del Vasto e di Flandina d’Altavilla, nipote di Adelaide del Vasto e del gran conte normanno Ruggero I d’Altavilla, alla morte del padre, ne ereditò i possedimenti, la contea di Butera e quella di Paternò, che allargò con la contea di Policastro (un territorio tra le attuali Campania, Basilicata e Calabria) e la signoria di Cerami, nell’area centro-meridionale dei monti Nebrodi, nell’attuale Sicilia nord-orientale. Simone ebbe due figli, Manfredo che ereditò i titoli e i possedimenti paterni e Ruggero, figlio illegittimo nato fuori dal matrimonio, come riportato da Ugo Falcando, che fu uno dei capi della rivolta baronale del 1160 contro Guglielmo I di Sicilia. Il figlio illegittimo di Simone del Vasto, ovvero Ruggero era detto “Ruggero Sclavo”. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 436, nel capitolo “2. Adelasia reggente”, in proposito scriveva che: “….fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54).”. Pontieri, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Sulla questione della Contea di Policastro, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente”, a p. 430 riferendosi al padre, Enrico del Vasto scriveva: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Pontieri, a p. 430, nella nota (39) postillava: “(39) Il Garufi, Le donazioni del conte Enrico di Paternò ecc.., cit., in “Revue de l’Orient latin”, cit., IX (1902), doc. I, ha notato,, in base a questo documento, l’infondatezza della tradizione secondo cui la contea di Butera e Paternò sarebbe stata data dal conte Ruggero a sua figlia Flandina in dote: vedi anche Garufi, Gli Aleramici, p. 50; Idem, Il Tabulario di S. Maria della Valle Giosafat nel tempo normanno ecc.., in “Archivio Storico per la Sicilia orientale”, V (1908), pp. 178 ss., e cfr. Townsend White, Latin monasticism in Norman Sicily, cit., pp. 208-9.”. Tuttavia il Pontieri non chiarisce come sia arrivata la contea di Policastro a Flandina o a Enrico del Vasto, che come abbiamo visto oltre ad essere conte di Paternò-Butera era anche conte di Policastro, contea che in seguito Simone del Vasto erediterà alla sua morte. Sappiamo da Wikipedia che con il matrimonio con Flandina, figlia di Ruggero I d’Hauteville, Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Il Pontieri parla solo dei possedimenti di Butera e di Paternò ma non dice nulla della contea di Policastro. Il Pontieri, a p. 430 scriveva solo in proposito che: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Il Pontieri ipotizzava che le donazioni deli vasti possedimenti Siciliani fossero stati in seguito convalidate dalla sorella Adelasia che, alla morte del marito Ruggero I assunse la reggenza dello Stato che era stato ereditato da Simone primogenito.
Nel 1143, Guglielmo, figlio di Simone, conte di Policastro, e di Thomasia
In merito alle connessioni esistenti tra le vicende feudali di Policastro e la discendenza dei conti di Paternò, le cui origini risalivano a quelle lombarde di Enrico, alcune notizie ci provengono attraverso le vicende del giustiziere di Valle Crati Alessandro di Policastro, a cui possono essere riferite quelle di Guglielmo di Policastro, figlio di Simone conte di Paternò. Guglielmo, figlio eufemio (benedetto) del conte Simone e della contessa Thomasia sua moglie, compare nel menzionato atto dell’agosto 1143 quando, assieme a loro, effettuò alcune donazioni al monastero di Santa Maria di Licodia. Atto che fu sottoscritto anche da “Rogerius filius comitis” e da “Manfredus filius comitis”, in qualità di testi. Guglielmo di Policastro risulta menzionato ancora in un atto del 1166, quando sappiamo dell’esistenza di una sua casa (οἴϰου γουλιάλμου παλεουϰάστρου) nella “Galca” (γάλϰας) di Palermo, vicina a quella di altri importanti dignitari della corte. Alessandro di Policastro, figlio di Guglielmo, compare invece per la prima volta, in un atto del giugno 1199, dove troviamo: “domino Alexandro filio Guillelmi regiis justitiariis”. Il giustiziere Alessandro fu un personaggio importante in Calabria durante il dominio svevo e tra i suoi discendenti, ebbe i figli Enrico, Simone e Roberto che fu vescovo di Catanzaro. Oltre a loro, i documenti dei primi anni del Duecento, evidenziano la presenza anche di altri componenti di questa casata, come testimoniano alcuni atti relativi alle abbazie cistercensi di Santa Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo. Salvatore Tramontana (….), nel saggio “Ruggero I d’Altavilla, il Cavaliere, l’Uomo, il Politico”, in “Ruggero I e la provincia Melitana” a cura di Giuseppe Occhiato, a p. 18, in proposito scriveva che: “Ruggero I – che nel 1089 sposava in terze nozze Adelasia del Vasto, figlia del piemontese marchese Aleramico – riusciva a far sposare le figlie, alle quali elargiva consistenti doti, con esponenti delle famiglie principesche più potenti del tempo. Maximilla, per esempio, andava sposa a Coloman, re d’Ungheria, Costanza a Corrado, figlio di Enrico I, imperatore del Sacro Romano Impero, Matilde a Raimondo IV di Saint-Gilles, conte di Tolosa, Flandina al conte Aleramico, fratello di Adelasia, Emma promessa a Filippo I re di Francia, accettava poi di contrarre matrimonio con Guglielmo III, conte di Clermont.”. Da Wikipedia leggiamo che Oltre ad Adelaide, si trasferirono in Sicilia, anche due sorelle, che sposarono due figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo, mentre il fratello Enrico sposò Flandina, figlia di Ruggero e Giuditta d’Evreux, e divenne conte di Paternò e Butera e capo degli Aleramici in Sicilia. Suo figlio Simone, conte di Butera e di Policastro, ebbe un figlio legittimo Manfredo e uno illegittimo, Ruggero, ma la linea maschile del ramo siciliano si estinse nel corso del XII secolo. Manfredo del Vasto, detto anche Manfredi del Vasto o Manfredi di Mazzarino (Sicilia, ante 1143 – Sicilia, 1193), fu barone di Mongiolino, conte di Butera, di Paternò e di Mazzarino. Figlio di Simone del Vasto e nipote di Enrico del Vasto e di Adelaide del Vasto, moglie del Gran Conte Ruggero, alla morte del padre, divenne il capo degli Aleramici di Sicilia e il conte dei Lombardi di Sicilia. Manfredo prese in moglie Beatrice, figlia di Oddone de Arcadio (o di Arcadio).[1] Secondo il Mugnos, Manfredo ebbe un figlio, Giovanni[2], che ne ereditò i feudi e per primo fu chiamato di cognome Mazzarino dal nome del possesso, considerabile così il capostipite dell’omonima famiglia.[3] Come riporta Vito Amico Giovanni si ribellò a re Giacomo II di Aragona che lo privò di tutti i suoi beni, e morì annegato nel 1286 insieme a Gualtieri di Caltagirone, mentre il possedimento di Mazzarino passò nel 1288 al messinese Vitale di Villanova.[1]
Nel 1154, il Libro di re Ruggero e le carte geografiche di el-Idrisi
Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita alcuni toponimi locali tra cui Molpa, Policastro e il porto Sapri. Rileggendo il testo di al-Idrisi, ci siamo accorti che……………….. Il “Libro di Re Ruggero”, è datato dagli studiosi all’anno 1154 e, descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Fu redatto nel 1154, da al-Idrisi, geografo di re Ruggero II d’Altavilla. Secondo i due studiosi Amari e Schiapparelli (….), il geografo arabo al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, scrive della Molpa, forse del suo porto.

(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi
Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Molpa, o un luogo vicino ad esso. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche la Molpa. Secondo i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro “Pyxous-Policastro” (…), che parlando del Volpe (…) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Molpa. Secondo la traduzione del testo in arabo di al-Idrisi, del 1154, i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’,

(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi
Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’, nel 1876-77, a p. 97, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, a p. 97, parlando del ‘3 scompartimento e del V clima’, scrivevano in proposito che: “Da Castellammare a b u l ì a h (6) (Molva) tredici miglia. A quella volta si…” . Michele Amari e Schiapparelli (…), a p. 96, nella loro nota (6) di pag. 96, postillavano che: “(6) A, fùliah. Nel testo a p. 106 abbiamo m u l ì a h che può, levando un sol punto, cambiarsi in m ù l b a h ossia Molva, oggi Casal di Molva. Ivi il fiume Mingardo è chiamato “fiume di Molva”.”.

Amari e Schiapparelli (…), proseguendo il loro racconto a p. 97, scrivevano che: “…dirige il wàdì sant sim.ri (1) (“fiume San Severino”, fiume Mingardo) e là la mette a mare. Da Molva a b.lì qust.rù (Policastro), ecc..”.

(Fig….) Amari e Sciapparelli (…), Note bibliografiche al testo di pag. 96
Amari e Schiapparelli (…), a p. 97, nella loro nota (1), postillavano che: “(1)………………………

(Fig….) Amari e Sciapparelli (…), Note bibliografiche al testo di pag. 97
IL RACCONTO DI GIOVANNANTONIO SUMMONTE, di ANDREOTTO LORIA e di SAMBIASE
In primo luogo bisogna dire che le notizie e le ricerche genealogiche sulle origini di alcuni personaggi, ed in particolare dei Oria e dei Loria, per tutte le notizie e gli autori che si citeranno dipesero da alcuni scritti del ‘600. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 19-20 scriveva che: “Molte però erano, a proposito del Lauria, le imprecisioni che veicolava questa storiografia e per la quale deponevano a favore le attenuanti che il napoletano Giovan Antonio Summonte (17) evidenziò proprio sul nostro personaggio, ovvero la penuria di notizie che concernevano Ruggero e l’impegno che egli vi aveva nondimeno profuso per rintracciarle (18). A voler infatti prestar fede al Summonte, Ruggero di Lauria – nominato dell’Oria secondo un ricamo ortografico che può ragionevolmente ritenersi una libera, quanto originale iniziativa summontiana (19) – si sarebbe precocemente ribellato a Carlo I d’Angiò, in seguito all’uccisione del padre. Questa ribellione sarebbe altresì da presupporre insieme ad una residenzialità del Lauria nel Regno, poiché successivamente ad essa il Nostro si costituirebbe, per il tramite di Giovanni da Procida, tra gli affiliati di re Pietro, già III d’Aragona, il quale lo investe del ruolo di ammiraglio e lo pone a capo della sua armata (20).”. La Lamboglia, a p. 20, nella nota (18) postillava: “(18) L’opera di revisione e di pesante manipolazione a cui fu indotto il Summonte già pubblicati i primi due tomi, e che non gli valsero né a tutelarlo dalla condanna penale, né a scampare nuove messe all’indice dell’Historia, resero particolarmente complessa la vicenda editoriale di una storia suddivisa in parti – le cui prime due videro la luce a Napoli nel 1601-1602, presso la stamperia di Giovanni Giacomo Carlino e facevano giungere la narrazione fino al 1442; la terza fu stampata postuma, nel 1640, ancora a Napoli, per Domenico Montanaro, e continuava le vicende fino al 1500; quindi, la quarta ed ultima parte fu edita nuovamente per il Montanaro tre anni dopo, e si arrestava al 1582. Qui, come nei luoghi a seguire, si cita tuttavia dall’edizione Dell’Historia della città, e Regno di Napoli di Gio. Antonio Summonte napolitano (…), Seconda editione, In Napoli, a spese di Antonio Bulifon Libraro all’insegna della Sirena, 1675, 4 tomi, t. II, l. III, pp. 294-295.”. Sulle notizie e le ricerche genealogiche dei Loria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Su questo testo “Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?”, i due studiosi citano “per D.A.L., Napoli 1878″. Su questo autore “D.A.L.”, citato da Augurio e Musella, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34 riferendosi a Ruggero dell’Oria scriveva che: “In proposito, ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto Loria’ (63) offrivano sia un albero genealogico, sia una geografia dei possedimenti bell’e definiti.”. La Lamboglia, a p. 33, nella sua nota (63) postillava su questo testo: “(63) Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: La famiglia di Ruggiero Loira è Catalana, Siciliana, o Calabrese? Per D. A. L. [sic], Napoli, Stabilimento Tipografico di S. Marchese, 1878. (64) Sotto l’acronimo “per D. A. L.”, si cela infatti il redattore, ovvero quel Davide Andreotti Loria, già autore di una Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno e di una Storia dei Cosentini, rispettivamente, degli anni 1863 e 1869-74 [cfr. D. ANDREOTTI, Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno, Cosenza, dalla tip. Bruzia, 1863 (poi anche come Cosenza, Tip. Municipale, 1869) e ID., Storia del Cosentini, Napoli, Stabilimento Tip. di S. Marchese, 1869-74, 3 voll., poi in varie riproduzioni fotomeccaniche, tra cui ID., Storia del Cosentini, Cosenza, Editrice Casa del Libro, 1958-1959, 3 voll., e con prefazione di S. DI BELLA, è D. ANDREOTTI, Storia del Cosentini, Cosenza, Pellegrini, 1978, parimenti in 3 voll.] Ulteriore conferma della coincidenza d’identità viene anche da uno stesso stile di scrittura ed una stessa modalità di argomentazione tra alcuni passi del vol. I della Storia ed il testo delle Memorie [cfr. ANDREOTTI, Storia dei Cosentini, vol. 2, p. 3 (qui, citata nell’edizione e ristampa anastatica, Cosenza, Brenner, 1987, 3 voll.).”. Dunque, D.A.L. è un acronimo con cui la Lamboglia ha chiarito essere un testo manoscritto di Andreotto Loria. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. La Lamboglia a pp. 33-34, in proposito scriveva che: “Se complicato risulta il quadro dei possedimenti, non è da meno quello delle relazioni parentali riferibili a Ruggero (62).”. La Lamboglia, a p. 33, nella nota (62) postillava: “(62) Gli studi relativi ai processi di formazione delle genealogie solo da qualche decennio a questa parte hanno cominciato ad interessare alcuni settori della storiografia italiana, per la quale si segnala soprattutto R. BIZZOCCHI, Genealogie impossibili. Scritti di Storia nell’Europa Moderna, Bologna, il Mulino, 1995 (Monografia, 22).”. Sul racconto di Girolamo Sambiasi e le origini dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva.
Nel …….., UGONE TIDEXTEFEN e ALTRUDA, genitori di RUGGERO CONTE DELL’ORIA
Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase da regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irrequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.“. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: ………Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.“. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Riguardo UGONE, padre di Ruggero dell’Oria, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che: “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un primo momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo chea Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa Onorio II fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. Ritornando alla genealogia dei ORIA e dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: “Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: “(65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: “(66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”.
Nel …….., la longobarda BULFANARIA DE ORIA, madre di Gibel de Loria
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33, in proposito scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66).”. La Lamboglia scriveva che Ugone Tudextefen, era diventato signore dell’Oria, acquisendone i suoi feudi e territori a seguito del matrimonio con la nobile di origine longobarda Altrude. Altrude e Ugone avranno come figlio Ruggero dell’Oria che sposerà Bulfanaria, anch’essa di origine longobarda. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, secondo i due studiosi, BULFANARIA fu la seconda moglie di Ruggero dell’Oria, da cui ebbe Roberto e Gibel. Francesco Augurio e Silvana Musella (…..), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Dunque, secondo i due studiosi Bulfanaria risulta la madre di Roberto di Lauria o dell’Oria e non di Gibel. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum (…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. In primo luogo faccio notare che qui la Lamboglia scrive “Bulfanaria de Oria”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: “(66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”. Dunque, la Lamboglia scriveva che Bulfanaria era citata al n. 229 del ‘Catalogus Baronum’ dove è scritto che: “229. II. Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68)”, ovvero che è scritto che “Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze” e non madre di Gibel de Loria. La Lamboglia scrive che nel Catalogus Baronum “Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria”. La Lamboglia dubita su queste notizie e opina che: “dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, ecc…”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nella nota (68) postillava che: “(68) Catalogus, p. 56.”.
Nel 1127, il conte normanno RUGGERO conte dell’ORIA, figlio di UGONE e di ALTRUDA, e la moglie longobarda BULFANARIA, genitori di GIBEL DI LORIA
Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “….UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria. E tale Ruggiero il Normanno, trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo. A Ruggiero, seguì UGONE II, poi TOMMASO, col quale si spense il ramo primogenito. Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”. Dunque, il Pepe scriveva che “Ruggero il Normanno” (Ruggero II d’Altavilla) “trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo.”. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Il Pepe scriveva che “Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO”. Dunque, il Pepe scriveva che GIBEL DE LORIA era l’ultimo loro figlio di RUGGERO DELL’ORIA e BULFANARIA. Il Pepe (….), sulla scorta di Girolamo Sambiase scriveva che da GIBEL DE LORIA, figlio di Ruggero dell’ORIA (e di Bulfanaria) si originò il ramo collaterale dei Loria in Calabria. Dunque, secondo il Pepe, Gibel de Loria era l’ultimo figlio di questo RUGGERO DELL’ORIA, il quale era sposato con la sua moglie chiamata BULFANARIA. Il Pepe prosegue parlando di Gibel di Loria e dei suoi figli, tra cui RICCARDO di Loria che sarà il padre del celebre Ammiraglio. I due studiosi Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.“. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, secondo i due studiosi, BULFANARIA fu la seconda moglie di Ruggero dell’Oria, da cui ebbe Roberto e Gibel. Dunque, stando ai due studiosi, Augurio e Musella, quando, nel 1127, Ruggiero conte dell’Oria si unì a papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, avendo perso la battaglia, “Fu questo il motivo per cui quando papa Onorio II, per la morte del duca Guglielmo il Normanno, si recò a Benevento temendo che il duca di Sicilia Ruggero il Normanno avesse mire espansionistiche sugli stati di Puglia e di Calabria, Ruggiero conte dell’Oria fu tra i confederati del Papa. Per la strepitosa vittoria del duca di Sicilia e la resa dei castelli di Brindisi, Castro e Oria, Ruggiero, oltre ad Oria perse pure le terre di Paduli e Montefusco, restandogli solo Terrarossa e Apice. A seguito di un capovolgimento di alleanze, Ruggiero riottenne la contea di Oria perdendo definitivamente le altre due in quanto acquisite dallo stesso normanno per la loro posizione strategica. Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, accadde che Ruggero dell’Oria, dopo la sconfitta di papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, nel 1127, perse tutti i suoi possedimenti di Oria (forse Lauria), Padula, Montefusco e gli restarono solo quelli di Terrarossa e Apice. Ma, Ruggero dell’Oria, a causa di accordi ed alleanze, riottenne la contea dell’Oria. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 scrivevano che RUGGERO CONTE DELL’ORIA ebbe due mogli. Dalla prima moglie di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: “Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. Riguardo le notizie raccolte sulle origini di questo GIBEL DE LORIA e sul padre Ruggero dell’Oria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, ecc….“. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: “(66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52.“.
Nel 1144, GIBEL DE LORIA
Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”.
Francesco Augurio e Silvana Musella (…..), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 scrivevano che RUGGERO CONTE DELL’ORIA ebbe due mogli. Dalla prima moglie di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: “Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. Augurio e Musella, a p. 23 scrivono che: “Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia d’Italia, Roma, 1984, n. 101.”. Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio.Riguardo il GIBEL ed i riferimenti suoi nel Catalogus Baronum, Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”. Riguardo le notizie raccolte sulle origini di questo GIBEL DE LORIA e sul padre Ruggero dell’Oria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum (…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. Come poi il Gibel sovramenzionato, suffeudatario di Guerriero di Monte Fuscolo (71), potesse essere, per omonimia, identificato con ‘Gibel de Loria’, col quale, propriamente, invece, si avrebbe notizia del ramo dei Lauria, ciò risulta da un’acrobazia delle ‘Memorie’…..Allo stesso modo, per effetto di questa acrobazia, l’Autore delle ‘Memorie’ attribuiva a Gibel de Loria, i possedimenti dell’altro omonimo, in una fusione che prendeva dell’uno e dell’altro e poneva tutto insieme (72), la cui ovvia conseguenza era l’attribuzione di un territorio al ceppo dei Lauria, molto più vasto dell’effettivo. Spiluccando poi dai genealogisti cinque-seicenteschi e dalla platea di Luca Campano (73), l’Autore delle ‘Memorie’ perveniva quindi a parlare del nostro Ruggero, presentandolo come figlio di Riccardo di Lauria, figlio a sua volta di Gibel di Loria, poco, in effetti, curandosi – anche a dispetto della ribadita precisione – del salto di generazione che anche un calcolo approssimativo avrebbe dovuto necessariamente contemplare, escludendo sia a Riccardo, quanto a Gibel, una longevità biblica.”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: “(66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177. (71) Catalogus, p. 74. (72) Memorie genealogiche, p. 12: «V. Ultimo figlio di Ruggiero conte dell’Oria è Gibel, di cui è memoria nel citato Catalogo de’ Baroni, del quale si dice: Gibel de Loria sicut dicit Guerrerius tenet feudum I [sic] militis et cum augmento obtulit milites II [sic]. Idem Gibel tenet de eodem Gisulpho sicut dixit feudum II [sic] militum, et cum augmento obtulit milites IV [sic]. Idem Gibel Loriae de Policastro tenet villanos III [sic]. Il primo de’cennati (sic) feudi era in Montefusco – in Paduli il secondo – ed in Policastro il terzo. Ignorasi chi fosse la moglie di Gibel; ma se ne sanno con tutta precisione i figli – e di essi si parlerà nell’altro capitolo». (73) La Platea di Luca arcivescovo di Cosenza (1203-1227), a cura di E. CUOZZO, Avellino, Elio Sellino Editore, 2007. Sull’arcivescovo Luca, originario di Campagna, parte del Lazio meridionale (cfr. La Platea di Luca, p. XLVII) ed appartenente all’ordine cistercense, insignito poi della dignità arcivescovile della diocesi di Cosenza nel 1202 (o agli inizi del 1203) e stante, nella carica, fino al 1227, si veda N. KAMP, Kirche und Monarchie im staufischen Königreich Sizilien. I. Prosopographische Grundlegung: Bistümer und Bischöfe des Königreichs 1194-1166. 2. Apulien und Kalabrien, München, Wilhelm Fink Verlag, 1975, pp. 833-839.”.
Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. I due studiosi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio. Secondo la nota (22), dei due studiosi, il nome di ‘Gibel’, appare nel ‘Catalogus Baronum’, commentato dal Cuozzo al n. 101, ma non è corretto. Infatti al Mingardo, durante la guerra del Vespro vi fu una tremenda battaglia. Il Gibel di cui parlano i due studiosi, che volevano fosse il nonno dell’ammiraglio, è lo stesso di cui parlava l’Antonini (…), il quale segnalava la citazione nel ‘Catalogus Baronum’ del Borrelli ?. Forse si trattava proprio dello stesso feudatario. I due studiosi dicono essere indicato al n. 101. Infatti, il Cuozzo (…), nel suo commento al ‘Catalogo dei baroni’ scriveva di Gil al n. 101, ma non ho trovato nulla al n. 101. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Ma, scorrendo il ‘Catalogus baronum’, del Cuozzo o della Jamison non ho ritrovato alcun Gilbert al n. 101. Dunque, secondo la ricostruzione dei due studiosi, l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, non ha origini nella famiglia Sanseverino con cui si imparentò essendosi la sorella Ilaria sposata con il figlio del conte di Marsico e dunque non trovo affatto esatto ciò che ha scritto il Mallamaci (…), parlando di Torraca. Tuttavia, sull’influenza che i Sanseverino ebbero nelle nostre terre, non vi sono dubbi ed indagheremo ulteriormente. Riguardo il ‘Gibel de Loria’ presente secondo i due studiosi Augurio e Musella (…), nel ‘Catalogus baronum’ ci viene incontro Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”.

(Fig…..) Ebner (…), p. 334
Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1185, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo, Gibel Lorie (v. n. 601) 3 vilani. Dunque, l’Ebner (…), cita due volte Gibel Lorie o Gibel de Loria, citato più volte nel ‘Catalogus baronum‘ pubblicato dalla Evelin Jamison (…) al n. 601. Infatti nell’opera pubblicata dalla Jamison (…), al n. 601, a p. 109 troviamo scritto: “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulfo sicut dixit feudum (c) (8).” e, nella nota (c) scriveva che: “(c) name of fief om.” e nella nota (8) scriveva: “(8) Loria ‘provides the tenant’s toponymic, but this cannot here indicate the fief, because’ Lauria (Potenza) was in Val Sinni, the discrict of which Gibel was royal justiciar. He is stated ante 586* to have held three villeins in Policastro. Cfr. Commento.”. Nella sua nota (8) la Evelyn Jamison (…), a p. 109, in proposito scriveva che: “Loria ‘fornisce il toponimo del suo feudatario, ma questo non può qui indicare il feudo, perché’ Lauria (Potenza) era in Val Sinni, il cui discreto Gibel era il giustiziere reale. Viene dichiarato ante 586* per aver tenuto tre villani a Policastro. Cfr. Commento.”. Sempre la Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 117, in proposito scriveva che: “3….. Infatti, negli stessi Registri Angioini, e propriamente nell’atto di costituzione del Principato di Salerno, si legge che Carlo d’Angiò nel donare quest’ultimo, insieme alla contea ecc…., oltre Monteforte e Magliano (Francesco di Monteforte), Camerota e Molpa (Egidio di Blemur), Novi (Riccardo di Marzano) e Castelnuovo (Guido di Alemagna)(38).”. Ebner, a p. 117, nella sua nota (38) postillava che: “Reg. ang., VIII, p. 182 n. 464 (=Reg. 1272, XV, Ind. f CXXI), ma v. pure Reg. 1271, A, f. 218 t.”. Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 37-38, in proposito scriveva che: “2.1 – Legami familiari nel regno normanno-svevo ed angioino. Sembra proprio che un ‘Gibel de Lauria’ ed un ‘Gibellus de Loria’ sia uno dei primi sicuri rappresentanti del ceppo familiare a cui poi il nostro Ruggero sarebbe riconducibile, ma che sia cosa diversa ed azzardata porlo come capostipite (80). Gibel, infatti, è unicamente il primo dei Loria del quale si ha una qualche notizia documentale, sia nel ‘Catalogus Baronum’, sia in due documenti del Monastero di S. Elia ed Anastasio di Carbone (81). Gibel de Loria è poi una figura significativa almeno per la territorialità a cui è legata, nel ‘Catalogus’, il suo nome. Egli è, infatti, individuato come colui che tiene tre villani in Policastro (82) e come colui che ricopre l’incarico di giustiziere regio del distretto di Val Sinni nel 1144 insieme a Roberto di Cles (83), entrambi chiamati a derimere, presso l’abate Ilario, una questione che coinvolge il Monastero di Carbone, minacciato nelle sue proprietà da un non meglio precisato nobile Gillius, signore di Calabria (84). I due sono poi legati al conte di Principato: Roberto di Cles, quale suffeudatario di Lampus de Fasanella (85) e Gibel quale suffeudatario del conte di Marsico (86), mediante ancora il tramite di un Gisulfo de Palude (87). Con Gibel, si delinea, dunque, un primo legame col territorio, secondo il quale, il ceppo familiare dei Loria insisterebbe per un verso con l’area più occidentale che dal Vallo di Diano (Campania) conduce fino almeno a Policastro e, per l’altro, con l’area più centro-meridionale dell’antica Lucania, corrispondente appunto al distretto di Val Sinni.”. La Lamboglia, a p. 37, nella sua nota (80) postillava che: “(80)


Dunque, la Lamboglia scriveva che Gibel de Loria, nel 1144 ricopriva la carica di Giustiziere Regio del Distretto Normanno di Val Sinni e che, insieme a Roberto di Cles si recarono dall’abate Ilario dell’Abbazia o Monastero di S. Elia ed Anastasio di Carbone per derimere un controversia sorta tra il Monastero ed un feudatario (non meglio precisato), un certo “Gillius”, signore di Calabria. Il documento fu pubblicato dalla Robinson (….), ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli (…), sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche “voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: “Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = “1144. γιβλλος λωριας”, sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…). Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.
Nel 1144, ‘Ghibellus de Loria’, o Gibel padre di Riccardo di Lauria e nonno di Ruggiero di Lauria
Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a “Gil de Blemur” il castello della Molpa. Inoltre, l’Ebner si riferisce ad un Egidio de Blemur, feudatario di Camerota all’epoca Angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272 e dunque non si poteva trattare dello stesso Gil (normanno) di cui parlano i due studiosi Augurio e Musella (…). I due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria al padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata, ovvero a suo nonno Gibel. Essi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelin Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio. Secondo la nota (22), dei due studiosi, il nome di ‘Gibel’, appare nel ‘Catalogus Baronum’, commentato dal Cuozzo al n. 101, ma non è corretto. Infatti al Mingardo, durante la guerra del Vespro vi fu una tremenda battaglia. Il Gibel di cui parlano i due studiosi, che volevano fosse il nonno dell’ammiraglio, è lo stesso di cui parlava l’Antonini (…), il quale segnalava la citazione nel ‘Catalogus Baronum’ del Borrelli ?. Forse si trattava proprio dello stesso feudatario. I due studiosi dicono essere indicato al n. 101. Infatti, il Cuozzo (…), nel suo commento al ‘Catalogo dei baroni’ scriveva di Gil al n. 101, ma non ho trovato nulla al n. 101. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Ma, scorrendo il ‘Catalogus baronum’, del Cuozzo o della Jamison non ho ritrovato alcun Gilbert al n. 101. Dunque, secondo la ricostruzione dei due studiosi, l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, non ha origini nella famiglia Sanseverino con cui si imparentò essendosi la sorella Ilaria sposata con il figlio del conte di Marsico e dunque non trovo affatto esatto ciò che ha scritto il Mallamaci (…), parlando di Torraca. Tuttavia, sull’influenza che i Sanseverino ebbero nelle nostre terre, non vi sono dubbi ed indagheremo ulteriormente. Riguardo il ‘Gibel de Loria’ presente secondo i due studiosi Augurio e Musella (…), nel ‘Catalogus baronum’ ci viene incontro Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”. Dunque, l’Ebner (…), cita due volte Gibel Lorie o Gibel de Loria, citato più volte nel ‘Catalogus baronum‘ pubblicato dalla Evelin Jamison (…) al n. 601. Infatti nell’opera pubblicata dalla Jamison (…), al n. 601, a p. 109 troviamo scritto: “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulfo sicut dixit feudum (c) (8).” e, nella nota (c) scriveva che: “(c) name of fief om.” e nella nota (8) scriveva: “(8) Loria ‘provides the tenant’s toponymic, but this cannot here indicate the fief, because’ Lauria (Potenza) was in Val Sinni, the discrict of which Gibel was royal justiciar. He is stated ante 586* to have held three villeins in Policastro. Cfr. Commento.”. Nella sua nota (8) la Jemison (…), a p. 109, in proposito scriveva che: “Loria ‘fornisce il toponimo del suo feudatario, ma questo non può qui indicare il feudo, perché’ Lauria (Potenza) era in Val Sinni, il cui discreto Gibel era il giustiziere reale. Viene dichiarato ante 586* per aver tenuto tre villani a Policastro. Cfr. Commento.”. Sempre la Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII).”.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(2) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.
(3) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377; parla della Chiesa Paleocastrense.
(4) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp….
(5) Natella P. Peduto P., Pixous – Policastro, estratto da ‘L’Universo’, rivista dell’I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay J. (o Giulio), L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.
(6) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).
(7) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.
(8) Giustiniani L., Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, Tip. Vincenzo Manfredi, 1797
(9) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.
(10) Giannone P., Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, Tomo VI, Libro XVII, per la Congiura di Capaccio, si veda da p. 337 e s., oppure si veda dello stesso autore, Opere comoplete, Tomo IV, p. 87 e s.
(11) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(10) Ebner P., op. cit., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro.
(11) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.
(11 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.
(12) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.
(13) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001.
(14) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.
(15) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827, (Archivio Storico Attanasio).
(16) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827, (Archivio Storico Attanasio).
(17) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e s. (Archivio Storico Attanasio).
(18) J.I.A. Huillard-Breholles, Historia diplomatica Friederici, Parigi, 1852- 1860, VI, pp. 403 e 441; si veda questo testo fondamentale per i documenti Federiciani-Svevi dal 1215 al 1220;
(19) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377.
(20) Capasso B., Historia diplomatica Regni Siciliae, ………………., si veda pure
(21) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992.
(22) Fazello T., Storia di Sicilia, II, 7, 1-3 (per Ruggero I d’Altavilla), pp. 52-55-56.
(23) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.
(24) Campanile Filiberto, Dell’armi ovvero insegne dei nobili, Napoli, stamparia Gramignani, 1680, p….
(25) Caruso G.B., Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia, Stamperia Gramignani, Palermo, I, 1787, parte II, vol. I, p. 122.
(26) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’.
(27) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p.…..
(28) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio).
(29) Pasanisi Onofrio., La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; si veda pure dello stesso autore: Pasanisi O., La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII Secolo, Atti della Reale Società Economica della Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Frat. Jovine, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Pasanisi O., I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, a. III (1935), pp. 34-52.
(30) Silvestri A., ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri A., Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, Fonti II, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989; si veda pure: Silvestri A., La contrastata giurisdizione feudale del Vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, ed. Pietro Laveglia, Salerno, n. 27 (1997)(ritampa) o LVII dalla fondazione, pp. 279 e s. (Archivio Storico Attanasio).
(31) Volpe F., Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981.
(32) Vassalluzzo M., ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975.
(33) Amari M., La Guerra del Vespro siciliano, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852.
(34) Caraci G., Segni e colori degli spazi medievali, Italiani e Catalani nella primitiva cartografia nautica medievale, ed. Diabasis, Reggio Emilia, 1993, p. XIX.
(35) Guzzo A., Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978.

(36) Manoscritto del Marchese della Giaratana. Citato più volte dall’Antonini (…), che così lo chiama, questo manoscritto è stato scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Secondo l’Antonini (…), parte II, Discorso X della sua ‘Lucania’, a p. 417, scrive sul “Conte Ruggiero di questo nome, legittimo uno e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel Manoscritto del Marchese di Giarratana”. Il Cataldo (…), a proposito di Ruggero I d’Altavilla, scriveva a p. 29, del suo, dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche di Policastro Bussentino’, che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Quindi, il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana”, che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Quindi, secondo il Cataldo (16), il “manoscritto del Marchese della Giarratana” (come lo appella pure l’Antonini) è stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori, a p. 603 del suo Tomo V del suo ‘Rerum Italicarum Scriptores – Raccolta degli storici Italiani’, a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, (forse pp. 609–645), si veda nuova edizione, a cura di Giosuè Carducci (vedi immagine).
(37) Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p. 90.
(38) Alessandro Telesino (…), a cui probabilmente si rifà l’Ughelli (…), Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136), fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico dell’epoca Normanna. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Fu scritta su commissione della sorella del sovrano, Matilda, moglie di Rainulfo di Alife, e si tratta senz’altro di propaganda a favore del re normanno, anche se Rainulfo era il peggior nemico di Ruggero. Si abbina bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”, il Muratori, dice di pubblicare nel suo libro IV, il manoscritto del Telesino, le gesta del re Ruggero di Sicilia, a p. 607. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Rebus Gestis Rogerii Siciliae Regis e Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium in: ‘Rerum Italicarum Scriptores’ a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, pp. 609–645. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. “Alexandri Telesini De rebus gestis Rogerii Siciliae regis”, è stato pubblicato in Giuseppe Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, vol. I, Napoli 1845, pp. 82–156. Per Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2 (si dovrebbe trattare del Del Re).

(39) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri.
(40) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479.
(41) Summonte A., Istoria della città e del Regno di Napoli, Napoli, 1675, Tomo II, p….
(42) Troyli, Historia generale del Reame di Napoli, 1747, Tomo I, Part. 2, n. 66, (lo scrive il Ludisio nella sua nota 53 di p. 18 del Visconti (10)), scriveva in proposito: “Ursaia, nella parte superiore di Policastro, al fiume Selo più delle altre vicina; terra oggidì popolata ed alla Mensa vescovile appartenente.”. La Fig. 4, illustra la pagina 136 del testo illustrato ivi.
(43) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 117.
(44) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pixus-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.
(45) Cutolo Alessandro, Re Ladislao D’Angiò Durazzo, Napoli, A. Berisio, 1969, p. 143, n. 86
(46) Ravegnani Giorgio, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004, p. 204 e s. (Archivio Storico Attanasio).
(47) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(48) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(49) Pietro Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli (…), Venezia, ed. Pasquali G.B., 1756, a p. 173.

(50) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli Annali di D. Agostino Inveges, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.
(51) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).
(52) Falcone Beneventano, fu un importante cronachista per gli anni tra il 1102 ed il 1144 nel Mezzogiorno. La sua opera, il Chronicon Beneventanum, di cui è andato perduto l’inizio e, probabilmente, anche la fine, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca. È abbastanza affidabile in quanto testimone oculare, ma dalla parte dei longobardi e dei beneventani che, da oltre un secolo, avevano visto crescere la potenza dei normanni.
(53) Del Buono G.B., Profilo storico del Basso Cilento, Stab. Tip. Luigi Spera, 1983, p. 72
(54) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).
(55) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.