Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.
Il Ducato di Puglia e di Calabria
Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi. Nel 1077 la capitale del Ducato, unito al Ducato di Calabria, divenne Salerno. Questo ducato detto di Puglia e Calabria, che comprendeva gran parte del Mezzogiorno continentale, fu annesso nel 1130 al Regno di Sicilia da Ruggero II. Vera von Falkenhausen (…), nel suo ‘I Longobardi Meridionali’, a p. 285, in proposito scriveva che: “Roberto il Giscardo non si tratenne molto a Salerno, ma per il figlio che gli succedette, il duca Ruggero Borsa, da parte materna nipote di Guaimario IV, l’eredità longobarda ebbe grande significato. Salerno fu la residenza principale sua e di suo figlio, il duca Guglielmo. Si sentivano a casa propria nella città, che anche nei decenni successivi non perdette il suo caratere longobardo. Il loro legame con l’antica capitale longobarda, che 300 anni prima Arechi II aveva reso residenza dei principi, si rivela anche nella morte; infatti, mentre Roberto il Guiscardo è sepolto nel monastero di famiglia dei Hauteville, la SS. Trinità di Venosa, i duchi Ruggero Borsa e Guglielmo si fecero inumare in S. Matteo, il duomo di Salerno (3).”. La Falkenhausen (…), a p. 285, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, RIS, VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.”.
Nel 1087, Ruggero I “Gran Conte” di Sicilia, Adelaide del Vasto (“Adelasia”), terza moglie e, la contea di Policastro
Da Wikipidia leggiamo che Adelasia del Vasto, nota anche come Adelaide, Azalaïs o Adelasia Incisa del Vasto (Piemonte, 1074 – Patti, 16 aprile 1118), fu la terza moglie di Ruggero d’Altavilla e la madre di re Ruggero II. Fu reggente della Gran Contea di Sicilia dal 1101 al 1112. Adelasia del Vasto (o Adelaide del Vasto) era figlia dell’aleramico Manfredi (o Manfredo), fratello di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona e della Liguria Occidentale. Adelaide del Vasto ella la moglie di Ruggero I d’Altavilla, il “Gran conte di Sicilia”, era anche la madre del futuro re Ruggero II e di Simone primogenito che morì nel 1105 ed essa dovette reggere il regno di Sicilia fino al 1112, il Del Buono si riferiva a suo nipote Ruggero Borsa che nel frattempo aveva ereditato il Ducato di Puglia e di Calabria, alla morte del padre Roberto il Guiscardo. Nel 1087 Adelasia sposò a Mileto, in Calabria, il gran conte normanno Ruggero I di Sicilia, suggellando così un’alleanza tra aleramici e normanni. Adelasia giunse al porto di Messina in pompa magna su navi da cui sbarcarono dote, scorta e un nutrito seguito di suoi conterranei piemontesi che l’avevano seguita per insediarsi nella parte centro-orientale dell’isola. Fu una prima avanguardia di un flusso migratorio poi massicciamente favorito per decenni fino al XIII secolo, ancora oggi testimoniato dall’esistenza di alcune isole linguistiche alloglotte nel cuore della Sicilia, chiamate colonie lombarde, dove si parla un antico dialetto Gallo-Italico. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla.
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito ad “Adelasia” scriveva che: “….ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28).”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che:“(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, secondo il Pontieri, il Gran Conte Ruggero I di Sicilia sposò “Adelasia” in terze nozze nel 1087.
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “Conte di Sicilia; egli stesso in terze nozze sposa Adelasia della casa degli Aleramici, nipote del famoso marchese d’Italia, Bonifazio del Vasto (cap. 14). Ecc..”.
Lo storico Pierre Aubè (…), parlando di Ruggero Borsa (…), nipote di re Ruggero I e, parlando pure di suo figlio naturale Simone, in proposito scriveva che: “Ruggero non è ancora vecchio, ha raggiunto l’apogeo del suo potere, ma è vedovo. La sua seconda moglie Eremburga, era morta due anni prima, poco dopo la presa di Butera. Lo stesso anno si verifica un sorprendente incrocio matrimoniale. Il Conte di Calabria e Sicilia sposa Adelaide, figlia di Enrico del Vasto, appartenente alla famiglia piemontese degli Aleramici. Di lignaggio originario del vecchio regno longobardo, il marchese viene investito di una delle signorie più notevoli della contea siciliana, situata in posizione strategica fra Paternò, Butera, Cerami e Nicosia. Anche lui vedovo, Enrico convola a nozze con una delle numerose figlie di Ruggero.”. Poi parlando del nipote del Gran Conte Ruggero, Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Più o meno in quel periodo Ruggero Borsa, contrae un matrimonio con Alaina, figlia di Roberto il Frisone, terribile conte di Fiandra.”. Poi parlando di Ruggero I d’Altavilla, lo zio di Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Il matrimonio con Adelaide è alienato da parecchi figli. Innanzitutto Simone, nato verso il 1093, chiamato per natura a succedere al padre. Un altro nato certamente nel 1095, a cui viene imposto il nome paterno di Ruggero.”. Sempre l’Aubè (…), parlando del dopo la morte di re Ruggero I d’Altavilla, scriveva che: “In Sicilia e in Calabria la contessa Adelaide deve assumere i poteri durante la minorità dell’erede naturale, Simone, che resta debitore dell’omaggio a suo cugino, Ruggero Borsa. Il duca, che risiede spesso nella città di Salerno, ereditata dagli avi paterni, non è affatto all’altezza degli eventi ed esercita un potere esile sui beni che detiene in proprio. Il ducato prospera ancora, ma le conquiste hanno divorato somme notevoli. Nel 1101, Ruggero Borsa, offre ancora trecento libbre di incenso e balsamo ecc….Ruggero Borsa, muore il 22 febbraio 1111, più o meno all’età di cinquant’anni. Aveva incontrato l’ultima volta il papa a Benevento l’anno prima. Qualche settimana dopo il novembre dell’anno 1111, scompare in Puglia un eroe di ben altra statura, Boemondo di Taranto.”. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…).
Dal 1085 al 1111, Ruggero I d’Altavilla, ‘Gran Conte’ di Sicilia, dopo la morte di Roberto il Guiscardo ricostruì e curò Policastro
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29 parlando di Policastro ai tempi dei Normanni, in proposito scriveva che: “L’Ughelli ci dà brevi notizie sulla distruzione e la riedificazione di Policastro: “In ora Lucaniae quam Principatum Citra etc….” (Ferdinando Ughellio, Tomo VII/Italia Sacra. Colum. 758; Cfr. P. Troyli: Historia generale del Reame di Napoli, T. I., p. 2^, p. 136, nota (e)……(Cfr. Alessandro Telesino: I, 3). Ecc…”. Infatti, nel 1659, Ferdinando Ughelli (…), nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), vol. VII, a p. 758 (vedi Fig…), scriveva: “In Ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota ferè diruta Policastrum vocatur…….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen reticens à Graeco vocabulo, quali Magnum. Castrum. Ampiam suisse, indicant ejus vestigia, & ruina. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in paedam. Robertus Normannus Dux anno 1065. eam destruxit: quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam, filio suo notho dono dedit.”.

che tradotto significa: “Nella costa lucana, che chiamano principato di Citra, tutto lo stato litoraneo, quasi distrutto, è chiamato Policastrum. Il Castello Gli sono indicate le orme e le rovine del sabato. Perché dopo varie guerre cadde in una peda di varia fortuna. Il duca Roberto il Normanno la distrusse nell’anno 1065. Che Re Ruggero più magnificamente la restaurò, e, adornò del titolo di contea e la diede in dono a suo figlio al figlio bastardo.”. Ferdinando Ughelli (….), dopo aver scritto della distruzione di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo nel 1065, forse sulla scorta di Goffredo Malaterra, cronista del tempo, aggiungeva pure un’altra notizia interessante, ovvero che: “Che Re Ruggero più magnificamente la restaurò, e, adornò del titolo di contea e la diede in dono a suo figlio al figlio bastardo.”. Dunque, l’Ughelli scriveva che in seguito alla distruzione del Guiscardo, che avvenne secondo l’Ughelli nel 1065, Policastro fu ricostruita più solida e bella da “Rogerius Rex”. A quale “Rugerius Rex” si riferiva l’Ughelli ?. A quale Ruggero Re si riferiva l’Ughelli ?. Su questo “Simone” ha scritto il Troyli (….), che, nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorche poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

(Fig…..) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta……Ma ritornando a Policastro, tal fu la cura di Ruggiero in ripararlo, e talmente lo rifece, che trentaquattro anni dopo, cioè nel (I) MXCIX precedente bolla di Pasquale II. Alfano Arcivescovo di Salerno vi fondò, e pose la Cattedra Vescovile da sua Metropoli dipendente e per Vescovo vi fece eleggere Pietro Pappacarbone etcc..”.
Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 (vedi edizione a cura del Visconti), non riferisce nulla di quel periodo se non la questione del vescovo “Arnaldo”. Solo, parlando di Roccagloriosa scriveva su Ruggero Borsa ed in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa…..Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio (…), si riferiva a Ruggero Borsa in quanto parlava del suo fratellastro Boemondo (figlio anch’esso di Roberto il Guiscardo ma nato dalla prima moglie del Guiscardo, Abelarda di Buonalbergo). Dopo il Laudisio (….), anche altri autori hanno scritto della notizia dataci dall’Ughelli. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), e del suo “Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento”, parlando di Policastro, a p. 117, in proposito scriveva che: “Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliolo naturale, con titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Cons. Cardinal de Luca, Adnot. ad Concil. Trident. disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughelli, Italia Sacra, tom. VII, col. 758”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Cons. Op. cit., vol. II, p. 149”. Dunque, il Volpe postillava dell’opera manoscritta del monaco agostiniano Luca Mannelli. Si tratta di un manoscritto inedito, scritto da Luca Mannelli o Mandelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, di cui ivi pubbliciamo la pagina contrassegnata col n. 50 che vediamo illustrata in Fig….. Si tratta del manoscritto “Lucania sconosciuta”, che fu citato anche dal Gaetani (…) che lo ricopiò da Scipione Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nel suo manoscritto “La Lucania sconosciuta”, ne parla nella pagina 50v, del Libro II, del Cap. IX. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29 parlando di Policastro ai tempi dei Normanni, in proposito scriveva che: “Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Angelo Guzzo (…), nel suo “…………………….”, a p. 29, nelle sue note citando il Cataldo (…) e, sulla scorta del De Giorgi (….), scriveva in proposito che: “Ruggero II, figlio di Ruggero I, portò a compimento l’opera di ricostruzione intrapresa dal padre ecc…”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 512-513, in proposito scrivevano che: “Va anche riconfermata la nessuna attendibilità della distruzione di Policastro da parte dei Normanni, se questi poi dovranno di lì a poco rifare il tutto, e dare degna sede non solo ad autorità religiose del rango di Pietro e Alfano, ma alle civili, indispensabili ad un territorio ai confini com’era in quel momento Policastro. Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe è da considerarsi la sua dichiarazione circa le mura della città, che vennero formate sotto Ruggero I (72), rifatte, per meglio dire, nella struttura che è attualmente visibile.”. I due studiosi a p. 513, nella nota (72) postillavano che: “(72) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”. Dunque, i due studiosi, citando Giuseppe Volpe (….) scrivevano che “le mura della città, che vennero formate sotto Ruggero I (72), rifatte, per meglio dire, nella struttura che è attualmente visibile”. E’ molto probabile che Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, in accordo con suo nipote Ruggero Borsa (erede del Ducato di Puglia), fece rifare, restaurare e rinforzare le già possenti mura che cingevano la città fortezza di Policastro, come del resto dimostra il toponimo di origine bizantina “polis-castrum” (città-fortezza). I due studiosi si soffermeranno per diverse pagine a parlare della murazione di Policastro in epoca Normanna. In quel periodo storico, dopo la morte di Roberto il Guiscardo, Conte di Calabria e Duca di Puglia avvenuta nel 1085, Policastro ed il Ducato di Puglia furono ereditati da uno dei due figli di Roberto il Guiscardo: Ruggero detto Borsa, il quale però fu in combutta e disaccordo per diversi anni con suo fratello maggiore Boemondo d’Antiochia. Dopo il 1085, dopo la morte di Roberto il Guiscardo e prima che Ruggero Borsa potesse ereditare il Ducato di Puglia e con esso Policastro, a causa della sua minore età (alla morte del padre non era ancora maggiorenne), vi fu un periodo di reggenza del Ducato da parte della madre, …………………, ultima moglie di Roberto il Guiscardo. Nel frattempo però, il fratello di Roberto il Guiscardo, Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero, il 22 giugno 1101 muore a Mileto in Sicilia. A questo punto bisognerebbe spiegare cosa centri re Ruggero I di Sicilia con il nipote Ruggero Borsa. Cioè ci sarebbe da chiedersi perchè l’Ughelli, che non mette alcun riferimento bibliografico, scrive che dopo la distruzione di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, suo fratello Ruggero I d’Altavilla avrebbe dovuto ricostruirla ?. A spiegarlo vorrei citare il testo di Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 227, in proposito scriveva che: “Scomparso il Guiscardo, l’erede duca Ruggero (cap. 42) non ha l’autorità e la forza occorrenti per reprimere le pretese del fratello Boemondo e i disordini della Puglia. E’ necessità ricorrere all’aiuto del Conte di Sicilia, il più forte ed il più autorevole dei signori normanni sopravvissuti al Guiscardo. Il conte Ruggero interviene e stabilisce la pace fra i due fratellastri (L. IV, cap. 4); nè in seguito egli si astiene dal ridare il suo appoggio al nipote duca Ruggero, ogni qual volta contro di lui insorgono feudatari riottosi, come Mihera e Guglielmo di Grantmesnil (cap. 9, 10, 21), o città insofferenti di freno, quali Cosenza, Rossano, Castrovillari (capp. 17, 22)…..il Duca di Puglia fa allo zio concessioni, che finiscono col rendere quest’ultimo unico signore della contea di Calabria e di Sicilia, annullando praticamente il legame feudale che la rendeva dipendente dal ducato di Puglia. Tutto sommato, nella crisi ininterrotta, che indebolì il ducato di Puglia in seguito alla morte del Guiscardo, il conte Ruggero accoglie in sè i destini della gente Normanna ed è vero sovrano ecc..”. Dunque, Policastro dopo la morte di Roberto il Guiscardo non doveva essere sotto lo stretto controllo di Ruggero Borsa, erede del Ducato di Puglia, dopo la morte del padre Roberto il Guiscardo ma è molto probabile che la notizia di Ughelli avesse dei riferimenti chiari ed inequivocabili allo zio Ruggero I d’Altavilla, Conte di Sicilia e di gran parte della Calabria. Certamente Policastro e con essa Roccagloriosa, dovette rappresentare per il Regno un importante testa di ponte, per cui i Normanni non permisero in questa città nessun tipo di autonomia nemmeno in campo religioso e lo si può vedere anche dagli interventi che ebbe in questa città il grande poeta latino Alfano (….). Più avanti, certa è la notizia del Volpe (….), in merito alla ricostruzione delle mura di Policastro dal 1085 al 1111, e della città, ad opera di Ruggero I d’Altavilla e Conte di Sicilia che la consegnò al figlio Simone con la reggenza della madre Adelasia o Adelaide del Vasto. Non si esclude che tale territorio fosse stato amministrato dal Visconte Boso (Visconte era colui che faceva le veci del Conte). Nello stesso periodo, il vescovo di Policastro, diede facoltà al Visconte Manso o Mausone di Roccagloriosa – figlio di Leone – Conte Normanno – di unire il Cenobio di San Veneranda e quello di San Mercurio di Roccagloriosa affinchè la sua figlia Altrude potesse entrarvi in clausura.
Nel 1097, Odobono buon Marchese,
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto i n Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) E. Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”.
Dal 1092-92 al 1105, Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto
Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 436,in proposito scriveva che: “….fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54).”. Pontieri, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Dunque, il Pontieri scriveva che Simone, conte di Policastro era il figlio di Enrico del Vasto o Enrico Paternò-Butera. Pontieri scriveva pure che Simone, conte di Policastro aveva un figlio illegittimo chiamato Ruggero Schiavo. Il Pontieri però parlando di Ruggero I d’Altavilla, scriveva che Simone, conte di Policastro successe al padre nel 1101 dopo la sua morte. Dunque scriveva che Simone, conte di Policastro era figlio naturale di Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Dunque, in questo passaggio, il Pontieri, parlando della reggenza di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I d’Altavilla che morì nel 1101, ci parla di Simone, figlio di Ruggero I d’Altavilla, perchè scrive che: “Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Sulle origini di Simone, figlio di “Adelasia” e di Ruggero I d’Altavilla, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito racconta che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”. Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Infatti, il Pontieri postillava che “Adelasia” “….aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); etc…”., aggiungendo che il futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla era l’altro fratello di Simone, conte di Policastro. Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. In questo passaggio, Pontieri spiega che Simone dovrebbe essere nato da “Adelasia” subito dopo la morte di “Giordano”, altro figlio di Ruggero I d’Altavilla. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, parlando del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, sposo di Adelaide del Vasto, a p. 227, in proposito scriveva che: “Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”. Il primogenito di Ruggero I d’Altavilla fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105) fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Su Simone, la madre Adelaide del Vasto e la sua reggenza ha scritto Ernesto Pontieri. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 440-441, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Lungi dall’avventurarci nell’aggrovigliata questione sul numero e sull’individuazione dei figli, legittimi e naturali, del conte Ruggero, ci limitiamo a notare che egli ebbe due figli aventi lo stesso nome di Goffredo: costume non insolito nelle famiglie normanne, anzi nella stessa famiglia di Tancredi di Hauteville, il padre di Ruggero….Ora il Malaterra, dopo aver ricordato la morte di Giordano, avvenuta nel 1092, testualmente aggiunge…..Ma ecco che, alcuni mesi dopo, Adelasia dava alla luce Simone, salutato dall’esultanza di tutta la corte. Anche il Malaterra mostra di commuoversi davanti al fausto evento e lo celebra inserendo nel ‘De rebus’ un carme, etc…”. Pontieri, a p. 442, in proposito alla nascita di Simone, scriveva che: “La casa del gran conte di Sicilia era dunque pervasa di letizia, perchè Adelasia aveva dato al consorte non solo un figlio maschio, ma anche l’atteso erede. Certo, in un atto della cancelleria del conte Ruggero, consacrante una donazione da lui fatta nel 1094 al monastero di S. Maria “de Rokella apud paleapolim”, in Calabria, il nome di Simone vi è rappresentato come “filius Rogerii comitis et heres”(65).”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”.
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole: “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo aggiungeva che: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce ‘l disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore. Ecc…”. Ecco ciò che scrive l’Antonini su Simone figlio di Ruggero I d’Altavilla.

(Fig….) Pagine n. 416-417, tratte dalla ‘Lucania’ dell’Antonini (…), Discorso X, parte II
L’Antonini scriveva che “Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta.”. L’Antonini a p. 417 cita l’abbate Ferdinando Ughellio ed a p. 416, nella sua nota (….) postillava che: “(I) L’Abbate Ughellio senz’alcun fondamento, vuole che Policastro sia fatto dalle ruine di Velia, “E cuius ruinis Policastrum exstructum scribant tom. 7, fol. 542.”. Dunque l’Antonini cita il vol. VII e col. 542 dell’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli (edizione Coleti, ovvero la seconda). L’Antonini scriveva che il ‘Conte Ruggieri’ aveva due figli. L’Antonini riferendosi a Policastro scriveva che: “….il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede”, ovvero che il Conte Ruggieri diede Policastro al “a Simone suo figlio bastardo”. Chi era questo “Simone”, figlio “bastardo” di Ruggero ? E chi era questo Ruggero ?. L’Antonini, parlando di “Simone” aggiunge che: “questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole: “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”, ovvero, riferendosi a Ruggero, l’altro figlio di Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia “Perché per lui c’era un solo fratello, il primogenito, di nome Simone, che stava per succedere a suo padre alla morte di suo padre.”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini scrive che nell’abbate Telesino scriveva che: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”, ovvero che: “E avvenne, mentre Simone e sire Ruggero erano giunti all’estremo per la potenza degli dei, Ruggero il più giovane succede all’erede di prendere possesso della contea”. Riguardo “l’Abbate Telesino” scrive anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), che postillava che la notizia tratta dall’Ughelli (…), prima e dell’Antonini dopo, proveniva dal cronista del tempo Alessandro Telesino (…) (“Alessandro Telesino: I, 3″). L’Abbate di Telese è un cronista dell’epoca Normanna chiamato Alessandro Telesino (…). Il cronista dell’epoca Alessandro Telesino (…), citato sia dall’Antonini che dal Cataldo, nel suo Libro I, Cap. III, della ‘Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie’, una biografia accurata di Ruggero II di Sicilia, egli ci parla di Simone fratello di re Ruggero II d’Altavilla e figlio naturale di re Ruggero I d’Altavilla, pubblicata dal Del Re (…). La ‘chronaca’ del Telesino (…), la biografia di re Ruggero II d’Altavilla, scritta da Alessandro di Telese, copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. La ‘chronica’ del Telesino (…) fu pubblicata dal Del Re (…), ivi, ma non nel Cap. III del Libro I come ci dice il Cataldo (…), bensì nel Cap. II, del Libro suo I, che ci parla dell’indole di Ruggero II d’Altavilla. Come si può leggere nell’immagine ivi, il Telesino (…), del suo Cap. II, a p. 90 del Del Re (…), ci parla di ‘Simone‘, figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia e fratello maggiore del futuro re Ruggero II d’Altavilla. L’Abate Telesino (…), non parla di due figli chiamati Simone, uno legittimo e l’altro ‘Bastardo’ come scrive l’Antonini. Il cronista Alessandro di Telese, nel suo Cap. II, parlando dell”Indole di Ruggiero II d’Altavilla’, diceva: “Aveva egli un fratello unico primogenito per nome Simone (che al padre, quando fosse morto, doveva succedere, pigliando il dominio della sua provincia), il quale egli, secondochè è costume dè fanciulli, giocando a danaro provocava a battaglia. Perciocchè questo trastullo più di tutti gli altri gli andava a grado. Combattendo, dunque, l’uno e l’altro ecc..”.


(Fig….) Alessandro Telesino, Libro I, Cap. III, pubblicato in Del Re (…), p. 90
Il Telesino (…), nel suo Cap. II e Cap. III, non dice affatto che re Ruggero I, avesse due figli chiamati Simone, uno legittimo e l’altro ‘Bastardo’, come sosteneva l’Antonini. Il cronista dell’epoca Alessandro Telesino, dice chiaramente di re Ruggero II d’Altavilla: “Aveva egli un fratello unico primogenito per nome Simone (che al padre, quando fosse morto, doveva succedere, pigliando il dominio della sua provincia), ecc..”. Quindi il cronista dell’epoca Alessandro di Telese (…), ci riferisce con le sue parole che, l’altro figlio di Re Ruggero I d’Altavilla (detto il ‘Gran Conte’), fosse chiamato ‘Simonem’ (Simone) “un fratello unico primogenito per nome Simone”, ovvero che, Simone e re Ruggero II di Sicilia, erano entrambi fratelli e figli legittimi di re Ruggero I (il Gran Conte di Sicilia). L’Abate di Telese, citato dall’Antonini, parla di un altro Simone. Il cronista Abate di Telese, parla del Simone, figlio naturale o illegittimo di re Ruggero II, ma ci parla dell’altro Simone, figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla. Il Telesino (…), non parla di un Simone figlio naturale (e ‘Bastardo’, quindi illegittimo) di re Ruggero II d’Altavilla. La notizia, citata dall’Ughelli e poi dall’Antonini, era stata riportata dal ‘Marchese della Giarratana’, che esamineremo.
Dal 1101 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di Ruggero I d’Altavilla e la contea di Policastro
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, come ha scritto il Pontieri, la corona della contea di Sicilia e di Calabria, dopo la morte di Simone, nel 1105 passò al fratello minore Ruggero chesarà il futuro Ruggero II d’Altavilla. Il Pontieri scrive pure che nel 1105, Ruggero II, sebbene avesse ereditato per successione la corona di Sicilia e Calabria, essendo ancora minorenne non poteva governare. Lo fece la madre Adelasia, ultima moglie di Ruggero I. Adelasia prese la reggenza della contea di Sicilia e di Calabria e la tenne fino all’anno 1112. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 168, in proposito scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”.
Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia
Da Wikipidia leggiamo che Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, re Ruggero II confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito.
Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelasia), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro
Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: “Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110). Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317.
Nel 17 febbraio 1100, Arnaldo, II vescovo di Policastro era presente alla cerimonia di donazione della chiesa di S. Maria della Roccella che “Adalatia” (Adelasia, sposa di Ruggero Borsa e madre reggente di Guglielmo II di Puglia nel Ducato di Puglia e di Calabria) fece a Pietro, Vescovo di Squillace
La notizia del vescovo ‘Arnaldo’, successore di Pietro da Salerno, proviene dall’Ughelli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico, è stato il primo che ha citato le prime notizie circa i Vescovi della restaurata Diocesi Policastrense in epoca Normanna. La citazione di questo vescovo “Arnaldo”, riguarda sia Policastro e pure Roccagloriosa, come vedremo in seguito. I primi documenti d’epoca Normanna in cui figura un vescovo “Arnaldo Policastrense”, sono stati pubblicati per la prima volta dall’Ughelli (11), a p. 789 della sua ‘Italia Sacra’. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le Chiese d’Italia”, in proposito scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Forse la donazione riguardava la chiesa di Santa Maria a Roccella Ionica. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542, inizia a parlare dei “Policastrensses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro:

Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII (prima edizione), a p. 789 parlando del secondo vescovo di Policastro, ‘II. Arnaldus’, citava due documenti che lo citavano: “2 ARNALDUS (Arnaldo II) Policastrensis Episcopus testis fuit donaztionis Adalatia comitissa Siciliae & Calabria, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sancta Maria de Roccella cum iuribus & pertinentijs fuis anno ab Incarnatione Domini 1110. 13. Kal. Martij Indictione 6. documentum dadibus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnaldum qui successerit usqui ad Innocentij III. tempora non habemus. Legitur enim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clarum, Populorum, Episcopumque Policastrensem ut benigne Cardinalem Apostolica Sedis Legatum suscipiant, & debitam reverentiam impendant, nomen autem Episcopi in ea non exprimitur.”:

(Fig…..) Pag. 789 dell’Ughelli, Tomo VII, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di Arnaldus, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone
la cui traduzione dovrebbe essere che: “2. Arnaldo II vescovo di Policastro testimone della donazione di Adelasia contessa di Sicilia e Calabria, che ha fatto la chiesa di diritti Squillace Roccella di San Pietro pertinenze proprietà nell’anno del Signore 1110. 13. Id. Pomeriggio di marzo 6. Il documento dadibus i vescovi Squillace. dopo l’Arnaldo, che ha finora avanzato a Innocente III. tempi non erano così, che abbiamo. leggiamo nel dello stesso Pontefice regestro la lettera al popolo hanno la brillante, dei popoli, il vescovo Policastrense in modo che con gentilezza il cardinale, la Sede Apostolica, l’agente dell’impresa, e quali, e danno il dovuto rispetto e la spesa, il nome dei vescovi che vivono al suo interno, non siamo detto.”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, (II edizione, Coleti, 1601), parlando dei “Policastrensi Episcopi”, a pp. 560 e ssg. pubblicò la stessa notizia: “2 ARNALDUS Policastrensis Episcopus testis fuit donationis Adalatiae comitissae Siciliae & Calabriae, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sanctae Maria de Roccella cum juribus et pertinensiis suis anno Incarnatione Domini 11110. 13. Kal.Mart. Inditione 6. Documentum dalbimus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnnaldum qui fuccesserit usque ad Innocentii III. tempora non habemus. Legiturenim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clerum, Populum, Episcopumque Policastrensen ut benigno Cardinalem Apostolicae impedant Sedis Legatum suscipiant. et debitam reverentiam impedant; nomen autem Episcopi in ea non exprimitur.”,

la cui traduzione dovrebbe essere la seguente: “2 ARNALDO, vescovo di Policastro, fu testimone del dono di Adalatia, contessa di Sicilia e Calabria, che fece a Pietro, vescovo di Squillace, della chiesa di S. Maria de Roccella, con i suoi diritti e pertinenze, nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 11110. 13. Kal.Mart. Iscrizione 6. Condivideremo il documento con i Vescovi di Squillace. Dopo Arnaldo, morto fino a Innocenzo III. non abbiamo tempo. Hanno letto nell’albo dello stesso Pontefice una lettera al Clero, al Popolo e al Vescovo di Policastro, perché impediscano gentilmente al Cardinale della Sede Apostolica di riceverla come Ambasciatore. e impediscono la dovuta riverenza; ma in essa non è espresso il nome del vescovo.”.

(Fig…..) Ferdinando Ughelli, “Italia Sacra”, Tomo VII (edizione Coleti), pp. 559-560 e 561-562, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi, di “Arnaldus”, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone e parla della donazione di “Adelasia”.
Ferdinando Ughelli (11), nella sua ‘Italia Sacra’ , a p. 789 (vol. VII, I edizione) parlando dei Vescovi che successero a Pietro Pappacarbone dopo la sua rinunzia citava due documenti d’epoca Normanna di cui ne pubblicava il testo in latino e la loro traduzione. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 560 parlando dei “Policastrenses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro, citava un documento datato 17 febbraio 1110 ed un documento del 13 marzo 1110. Si tratta di una concessione o privilegio o atto di donazione in cui figurava tra i presenti un vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo”. Di questo vescovo, la prima notizia certa risulta proprio da questo documento del 1110. L’Ughelli (11), riportava notizie sui primi vescovi della restaurata Diocesi Policastrense ed in particolare quando parla del successore di Pietro Pappacarbone, il vescovo Arnaldo, trae sue notizie da un antico documento Normanno che sarà poi pubblicato e tradotto dal greco in latino dal Di Meo (17). Il documento datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldus Palecastrensis” (forse il vescovo successore di Pietro Pappacarbone), che risulta testimone ad una donazione Normanna. I due documenti citati dall’Ughelli (11), due donazioni al vescovo di Squillace (in Calabria), da Adelasia, contessa di Sicilia e di Calabria. In una di queste cerimonie è citato testimone il vescovo di Policastro Arnaldo. Nel 1745, la notizia dell’Ughelli fu in seguito ripresa dall’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva che: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato ‘Ughellio’ ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; ecc…”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542 pubblicava una “carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per esser quì trascritta.”. Dunque, l’Antonini parlando di Policastro, cita la carta pubblicata nel 16….da Ferdinando Ughelli. Antonini scriveva che questa antica carta era talmente lunga che non si poteva pubblicare nella sua “La Lucania”. Il sacerdote Rocco Gaetani (2), scriveva: “vedi De Meo, Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327“. In effetti, forse vi è un errore di stampa del breve saggio del Gaetani (libretto introvabile ed in nostro possesso), non si tratta di “De Meo” ma di Alessandro Di Meo (17), che nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’“anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla dell’Ughelli (11) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo. Secondo Alessandro Di meo (17), che li ripubblicò, in “Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327“, nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’“anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, si tratta di due documenti. Il primo documento, di cui parla l’Ughelli, è datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldo paleocastrense” (forse il successore di Pietro Pappacarbone a vescovo di Policastro), che risulta testimone ad una donazione Normanna. Alessandro Di Meo (…), in proposito scriveva che: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, che dice, ‘Pastor es per nos institutus Sc. Dat. Lat. per m. Joannis S.R.E.D.C. ac Bibl. Nonis Aprilis, Ind. III. An.D.Inc.MCX.Pont.D.Pascalis II. an. XI’“, e a p. 165 aggiunge: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis, consigit ut statim post electionem Petri Squillacensis Episcopi, cum in Capella Messanae ad ipsam electionem convenissent Barones, quorum nomina inferius legentur; Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri, ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’ , e i Baroni ‘Roberto Moretto’, Gosberto di Licia, Guglielmo di Altavilla, Tancredi di Siracusa, Goffredo di Ragusa, Roberto Avenelio, Rodolfo di Belcaco, Cristofero Ammirato; e la Carta fu scritta da ‘Buono’ Notajo. Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ co’ suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’, che fu Abbate.”.

(Fig…..) Documento Normanno del 1110, in cui figura Arnaldo, tratto da Di Meo (…), “Annali ecc…”, Tomo IX, pp. 164 e 165 (citato dall’Ughelli, vedi Fig…..)
Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e ssg. scriveva che, l’Ughelli aveva pubblicato due carte. La prima carta pubblicata dall’Ugheli è: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, ecc…”. Il Di Meo scriveva che l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, edizione Coleti (2°) parlando dei “Vescovi di Squillace”, a p. 542 aveva pubblicato la Bolla di Papa Pasquale II del 9 aprile 1110. Il Di Meo, a p. 165 scriveva pure che: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis etcc…”. Il Di Meo scrive che l’Ughelli, cita pure un’altra carta del 13 marzo 1110, riferendosi ad un’altra carta in cui: “Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ coi suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’ che ne fu Abbate.”. Come abbiamo visto, la donazione della chiesa di S. Maria di Roccella viene fatta all’eletto (da poco) “Pietro eletto” oppure “Petri Squillacensis Episcopi”. Come scrive lo stesso Di Meo (….), a p. 164: “ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’”. Dunque, secondo il Di Meo, sulla scorta dell’Ughelli, all’investitura del Vescovo della Diocesi di Squillace “Pietro”, era presente anche il Vescovo di Policastro “Arnaldo”. Dunque, secondo il Di Meo (….), nella seconda carta, quella del 17 febbraio 1110, la carta in cui si approva l’elezione di Pietro a Vescovo di Squillace, sono presenti alcuni personaggi dell’epoca e tra questi vi è il presule “Arnaldo”. Infatti, dopo circa un secolo, nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa Paleocastrense scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro ma attraverso la carta pubblicata dall’Ughelli, quella del 13 marzo 1110, si ha notizia di lui. Dunque, secondo alcuni, “Arnaldo”, potrebbe essere il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Dunque, è molto probabile che sulla base di questa notizia, il nuovo vescovo “Arnaldo” fu il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Cappelletti scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive pure che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al nuovo eletto Vescovo di Squillace “Pietro” la chiesa di santa Maria della Roccella, in Calabria. Dunque, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), proprio sulla scorta dell’Ughelli (11) e del Di Meo (17), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1110, alla donazione che “Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri,..” (come scriveva il Di Meo). Ma chi era questa “Adalasia”, contessa di Sicilia e di Calabria, che, nell’anno 1110 era reggente nel Ducato di Sicilia e di Calabria al posto del figlio Ruggero minorenne ?. L’Ughelli (…), scriveva che Arnaldo, veniva citato in una donazione al vescovo di Roccella, ai tempi di “Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”. “Adalasia” o “Adalatia”, o “Adala” (come la chiama l’Ebner). Si tratta di Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero (detto Borsa) che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato ?. Dunque, “Adala” (come la vuole Pieto Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc..”, a pp. 92-93, nella sua nota (36) postillava che: “A Roberto il Guiscardo, quarto conte ecc…., Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-11119 e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Questa “Adala”, dunque fu la reggente del Ducato di Puglia e di Calabria, per il figlio minorenne Guglielmo II di Puglia. Adala fu l’unica sposa di Ruggero detto Borsa che era a suo volta figlio di Roberto il Guiscardo e di Sichelgaita. Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 92, in proposito scriveva che: “Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino di Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gra Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, Adala resse il Ducato di Puglia e di Calabria, per la minore età del figlio erede Guglielmo II di Puglia, dalla morte del marito Ruggero Borsa. Dalle parole di Ebner si evince il collegamento che facevano alcuni autori tra cui lo stesso Ughelli con il “Simone” di Policastro, di cui parlerò in seguito. Dunque, il documento o atto di donazione del 17 febbraio 1110, riguarda Adele di Fiandra, moglie di Ruggero Borsa e madre reggente del minorenne figlio erede al trono Guglielmo II di Puglia. Alla morte del marito Adelaide governò come reggente per il figlio dal 1111 al 1114 per poi morire un anno dopo nel mese di aprile del 1115. Il Cappelletti (8), nel 1866, forse sulla scorta del Di Meo (17) e dell’Ughelli (11), riporta le stesse notizie sul vescovo Arnaldo. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Forse si tratta dell’edizione Coleti dell’Ughelli, perchè a p. 542 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone. Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, a p. 369, parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Il Cappelletti cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (…), citato in seguito dal Troyli (…) e, poi da Ebner (…). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno: ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (6), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori (6), sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Oppure si tratta di ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I (Ruggero Borsa), e zia di Simone detto il Bastardo (figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla il fratello del Guiscardo), che tuttavia era già morto. Infatti, Simone, a cui gli era stata affidata la contea di Policastro, morì nel 1105 e quindi la donazione avvenuta nel 1111 o 1110, a cui risulta testimone un vescovo Paleocastrense, Arnaldo, fu fatta da Adelasia o Adelaide del Vasto, reggente dopo la morte del marito Ruggero I d’Altavilla, nel 1101.
Nel 1110, Arnaldo, (“Arnaldus Palecastrensis”) II (?) Vescovo della Diocesi di Policastro
Da Wikipidia, alla voce “cronostassi dei Vescovi di Policastro” leggiamo che al 2° posto risulta “Arnaldo”, menzionato nel 1111 (9). Wikipidia, nella nota (9) postillava che: “(9) Data riportata da Kehr; Gams e Tortorella indicano il 1110.” e pure che: “(9) I vescovi Pietro, Ottone, Goffredo e Giovanni I sono menzionati da Kehr, Italia pontificia, VIII, p. 371.”.

Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla del vescovo Arnaldo, che figura nell’anno 1111. Pietro Ebner (…), nel suo…………………………………. in proposito scriveva che: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Sui vescovi (che successero a Pietro da Salerno), che hanno retto la Diocesi di Policastro Bussentino e l’Episcopato Bussentino – nel frattempo diventata ‘Dioceseos Paleocastrenses’, che nell’anno 1079, in cui fu consacrato il primo vescovo Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, dopo la sua definitiva rinunzia, Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni”. In questo saggio parlerò del vescovo ‘Arnaldo’ che figura in alcuni documenti d’epoca Normanna come Vescovo della Diocesi Paleocastrense ricostruita dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone. Dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone a vescovo della rinata Diocesi di Bussento, chiamata con la sua venuta e nomina a presule di quella sede, ‘Paleocastrense’, poco si sa dei suoi successori. Pare che dopo la restaurazione della Diocesi di Policastro, in cui fu elevato a vescovo, Pietro Pappacarbone, il suo successore fu un certo ‘Arnaldo’. I due studiosi Natella e Peduto (4) scrivono che: “Il Duomo di Policastro, aggiunto all’antica trichora, fu consacrato nell’anno 1079 dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni.”. I due studiosi, Natella e Peduto (4), sulle notizie dei vescovi della rinata Diocesi, succedutisi a Pietro Pappacarbone, pare che rimandino alla loro nota (71) che riguarda un testo di Paul Guillaume (56), L’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro’, e scrivono: “(71) La vita di S. Pietro, è opera di Ugone, abate di Venosa, autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140, tradotto in italiano da A. Ridolfi, sul finire del ‘500 ed edito dal Guillaume nel citato anno. ecc..”. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (4). Natella e peduto (…), nella loro nota (71), sulla scorta del Keher (39) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). Pietro Ebner (7), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Tuttavia, i due studiosi Natella e Peduto (…), non hanno dato riferimenti precisi circa la datazione dell’anno 1111, quando scrivevano che dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone “la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111″ ma, citano l’Ebner (…), che nel saggio citato voleva che: “ha datato al 1066-1067 l’arrivo di Pietro in città.”. Dunque, i due studiosi Natella e Peduto (4), ritenevano che il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro fosse Arnaldo, vescovo effettivo nel 1111. I due studiosi (4), proseguendo sulle notizie su Policastro in quegli anni (secolo XI), citano il Volpe (29), con la frase: “Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe (29) è la sua dichiarazione circa le mura della città formate sotto Ruggero II“. Ma il Volpe (29), citando il manoscritto del Mannelli (6) e, sulla scorta del Malaterra (20), non riporta alcuna notizia circa i Vescovi citati dai due studiosi (4). Il Volpe (29), parla solo della consacrazione di Pietro da Salerno. Anche il Vassalluzzo (67), non dice nulla in proposito. Il Guzzo (26), non dice nulla in proposito e riporta la notizia di Policastro al tempo dell’ultimo dei vescovi citati dai due studiosi Natella e Peduto (4), ovvero il vescovo ‘Goffredo’ che resse la Diocesi nell’anno 1139 e ‘Giovanni‘ che resse la Diocesi nell’anno 1172, ma senza dare riferimenti bibliografici. Pietro Ebner, nella sua nota (30) di p. 435, vol. II, della suo ‘Chiesa ecc..’, postillava: “La cronostassi del Laudisio, salta dal 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133, è detto: ‘Ego guido Policastrensis episcopus episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, excomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec cripta frangere vel diminuire voluerant’.”. Il Laudisio (9), nella sua ‘Synopsi’, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), così si esprimeva di quel periodo storico: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110.”. Scrive l’Ebner (7) in proposito che: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno).”. Benchè l’Ebner (…), scrivesse che “(notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110,..)”, non dice nulla su di lui. Secondo il Laudisio (9) e, l’Ebner (7), quindi, all’epoca della conquista Normanna dei nostri territori, dopo la nuova restaurazione della Diocesi Paleocastrense e precisamente nell’anno 1110, figurava un nuovo vescovo che successe al rinunciatario Pietro Pappacarbone, il nuovo vescovo ‘Arnaldo’, che resse la Diocesi di Policastro, mentre i due studiosi Natella e Peduto, scrivono che Arnaldo fu vescovo effettivo di Policastro nel 1111. Il Cappelletti (8), forse sulla scorta dell’Ughelli (11), in un suo studio sulle chiese d’Italia, parlando della chiesa Paleocastrense, dice che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, ecc..ecc..”. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Forse si tratta dell’edizione Coleti dell’Ughelli, perchè a p. 542 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone.
Simone figlio di re Ruggero I d’Altavilla (il ‘Gran Conte’ di Sicilia)
L’opera di ricostruzione di Policastro, fu portata in seguito a compimento dal fratello di Simone, Ruggero II d’Altavilla. Diciamo subito che il Cataldo (…), si sbagliava parlando di Ruggero II. Non si trattava di Ruggero II e nemmeno di Ruggero Borsa, figlio della seconda moglie di Roberto il Guiscardo e di Sichelgaita ma si trattava di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero I d’Altavilla, Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Jarl Rogeirr, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Ruggero I d’Altavilla, morì nell’anno 1101, quindi, nell’anno 1152, non poteva lasciare Policastro a suo figlio Simone. Ma Simone, di cui parlano le cronache e di cui parla il Cataldo e poi il Guzzo, era il figlio primogenito di Ruggero I d’Altavilla, ed era anche fratello del futuro re di Sicilia, il terzo figlio di Ruggero I, Ruggero II d’Altavilla (di cui parla il Cataldo ed il Guzzo). Ruggero II d’Altavilla, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro non a suo figlio primogenito ma a suo fratello. In realtà, accadde che dopo la morte del padre, Ruggero I d’Altavilla, nell’anno 1101, ci fu un lungo periodo di reggenza della loro madre Adelasia (Adelaide del Vasto del ramo degli Aleramici, moglie di re Ruggero I d’Altavilla e madre di Simone e di Ruggero II), che resse le sorti del regno di Sicilia fino alla maggiore età dei due fratelli. Ruggero I, fratello del Guiscardo e primo re di Sicilia, nell’anno 1152, lasciò il Cilento al figlio Simone. Primo Conte di Policastro fu suo figlio Simone. Simone era il primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo). Il suo dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II re di Sicilia. Re Ruggero I, ebbe dalla prima moglie due figli: il primogenito di Ruggero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Non è certo se il suo secondo figlio maschio, Guglielmo, sia nato anch’egli fuori dai matrimoni oppure dalla sua prima o seconda moglie. Re Ruggero I, ebbe dalla terza ed ultima moglie Adelaide del Vasto (Adelasia di Monferrato), alcuni figli, tra cui il primogenito Simone e poi Ruggero che sarà in seguito detto Ruggero II Re di Sicilia. I loro figli quindi furono Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia; Matilde che sposò Rainulfo di Alife; Maximilla (+ post 1137) che sposò Ildebrando Aldobrandeschi; Ruggero (1095 – 1154), futuro Re di Sicilia e successore del padre. Lo Curto (…), sulla scorta del Malaterra (…), scrive che dalla moglie di Ruggero I, Adelaide del Vasto, gli nasceranno Simone nel 1093 e il futuro re di Sicilia Ruggero II nel 1095. Simone era fratello maggiore dell’altro figlio di Ruggero I, Ruggero II Re di Sicilia (nipote del Guiscardo) che unificherà tutto il Regno Normanno e che nel 1152, dichiarerà Policastro Contea e la donerà al suo figlio naturale Simone. Simone, figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla (il Gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo), era nato dalla terza moglie di re Ruggero I, Adelaide (Adelasia) del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia; Ruggero (1095 – 1154), futuro Re di Sicilia e successore del padre. Simone, che le cronache parlano di essere stato insignito del titolo di Conte della Contea di Policastro da suo padre Ruggero I, non poteva essere l’altro Simone di Policastro (di cui accenna dopo l’Antonini), in quanto egli morirà giovanissimo nell’anno 1105, lasciando la madre Adelaide del Vasto reggente del Regno. ‘Simeone’, alla morte del padre re Ruggero I d’Altavilla, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelasia (Adelaide del Vasto), riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Quindi, il Simone di cui parlano le cronache del tempo, fu Comis (Conte) della Contea di Policastro fino all’anno 1105, in cui morì, lasciando il regno di Sicilia nelle mani reggenti della madre Adelasia (Adelaide del Vasto) che lo resse fino alla maggiore età del fratello Ruggero II. Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, Simone, figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla, morì e a soli dieci anni, l’altro suo fratello Ruggero II, divenne conte di Sicilia. Infatti, il figlio di Ruggero I, Simone si ammalò e prese il comando del Regno suo fratello Ruggero II re di Sicilia, nel 1122. Ereditando il Regno del padre, Ruggero II, concesse il feudo o la Baronia di Castel Ruggero ad Arnaldo, secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro, e confermava le vecchie donazioni e privilegi concesse da suo padre Ruggero I, alla chiesa Paleocastrense. Forse proprio nell’anno 1152, Ruggero II d’Altavilla, terzogenito di Ruggero I, ereditando il regno del padre – essendosi ammalato il fratello Simone, confermò le precedenti donazioni e privilegi che il padre Ruggero I aveva fatto nelle nostre terre. In seguito, dopo la sua fortificazione, ‘Castum Rogerii’, si ingrandirà assumendo l’importante ruolo di difesa e di controllo dello stretto passo che attraversa l’antica e preesistente via carovaniera di penetrazione che dal mare, dal Golfo di Policastro, risaliva nell’interno verso il Vallo di Diano. Nel 1152 Policastro era stata dichiarata contea per volere del nipote del Guiscardo, Ruggero II re di Sicilia, terzo figlio di Ruggero I (fratello del Guiscardo) e, fratello di Simone. Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito. Il Matthew (…), scrive che dopo la morte del fratello del Guiscardo, Ruggero I, ci fu un certo disordine e non si sa se la vedova (Adelaide del Vasto o Adelasia di Monferrato) ed i due figli, Simone e Ruggero, succeduti a turno nel titolo, godessero di un rispetto paragonabile; prima almeno che Ruggero II (fratello di Simone), diventasse maggiorenne (anno 1112). Simone, fratello maggiore di Ruggero II d’Altavilla, morì nel 1105 e a soli dieci anni Ruggero divenne Conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Caterina Urso (…), che ci parla della madre dei due figli del Re Ruggero I, Adelaide del Vasto, scriveva in proposito che il Fazello, scriveva: “Morto Ruggiero (…) successe al principato della Puglia, della Calabria, e della Sicilia Simone suo figliolo. Costui, dopo molte sedizioni suscitategli contra da’ Pugliesi e dopo molti gravi pericoli (…) si morì. Successe al principato di Simone, Ruggero suo fratello (39).”. La Urso (…), scriveva che: “alla morte del gran conte, la contessa fu in grado di garantire l’eredità politica ai due suoi figli, Simone, venuto al mondo il 1093, e Ruggero, la cui nascita si può datare al 22 dicembre 1095.” . La Urso (…), poi ci informa della scomparsa degli altri figli di Ruggero I. Secondo le fonti a cui fa riferimento la Urso, non è Simone il figlio illegittimo di Re Ruggero I, ma sono altri figli avuti dalle precedenti nozze e poi in seguito morti, come i figli Goffredo, Giordano e Malgerio. Giordano, della cui morte ne parla anche il Malaterra, era il secondo ed era figlio illegittimo che Ruggero amava di più di ogni altro. Alla morte di Ruggero I, il 22 giugno 1101, prevalsero però nella successione i figli della sua terza ed ultima moglie Adelaide, Simone e Ruggero, che a quei tempi erano ancora molto piccoli per governare. Infatti, la madre (vedova) Adelaide, resse le sorti del Regno di Sicilia per molti anni. Alla morte di Ruggero I, avvenuta a Mileto nel 1101, sua moglie Adelasia di Monferrato riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre i due figli erano ancora in tenera età. Tommaso Fazello, nella sua ‘Storia di Sicilia’, ci parla di questo Simone, fratello maggiore di re Ruggero II, e scriveva a p. 76. Come possiamo vedere nell’immagine, il Fazello (…), scriveva di Simone e di suo fratello minore il futuro re Ruggero II: “Successe nel principato a Simone, Ruggiero suo fratello (e questo fu al tempo, che il papa Pascale II sedeva nella sede romana, che fu l’anno di nostra salute 1102), il quale falsamente è creduto che fosse nipote di Ruggiero Bosso, primo Conte di Sicilia, nato d’un suo fratello. Costui nei primi tempi della sua fanciullezza ecc…”.

(Fig….) Tommaso Fazello (…), pp. 76-77, del Libro VII, Cap. III
Il Fazello, poi nelle sue note ci dà delle informazioni dettagliate di questo Simone figlio del Gran Conte di Sicilia Ruggero I e fratello di Ruggero II:




(Fig….) La Lumia (….), p. 19, sulla morte di Simone e sulla regina Adelaide del Vasto
Il Matthew (…), scrive che dopo la morte del fratello del Guiscardo, Ruggero I, ci fu un certo disordine e non si sa se la vedova (Adelaide del Vasto o Adelasia di Monferrato) ed i due figli, Simone e Ruggero, succeduti a turno nel titolo, godessero di un rispetto paragonabile; prima almeno che Ruggero II (fratello di Simone), diventasse maggiorenne (anno 1112). Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne Conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. L’Ughelli (…), scrive a p. 542: “Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit.“. Il Laudisio, sulla scorta dell’Ughelli (….- vedi la nota (52)), nella sua ‘Synopsi’ (…), riferisce di quel periodo: “Il Re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò a rango di Contea e la donò al suo figlio illegittimo Simone; “. Insomma, la notizia di un Simone, figlio illegittimo di Ruggero ci è data dall’Ughelli (…), anche se dobbiamo aggiungere che rileggendo l’Ughelli (…), non si cita l’anno 1152. Il Cataldo (…), cita il Volpe (…), che però scriveva nel 1888, quindi sulla scorta del Laudisio (…), la cui sua ‘Synopsi’, è del 1831. Il Volpe (…), a p. 117, sulla scorta del Laudisio (…), scriveva: “come giustamente notò il Mannelli (5),….”. Poi il Volpe (…), postillava a riguardo “Op. cit. vol. II, p. 149”. Si tratta di un manoscritto inedito, scritto da Luca Mannelli o Mandelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, di cui ivi pubbliciamo la pagina contrassegnata col n. 50 che vediamo illustrata in Fig….. Si tratta del manoscritto “Lucania sconosciuta”, che fu citato anche dal Gaetani (…) che lo ricopiò da Scipione Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nel suo manoscritto “La Lucania sconosciuta”, ne parla nella pagina 50v, del Libro II, del Cap. IX. Il Volpe (…), sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…): “Re Ruggero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliolo naturale, col titolo di Conte, titolo, come giustamente notò il Mannelli (11), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.“.



(Figg….) Luca Mannelli, ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del sec. XIV. Pagina n. 50 v., tratta dal Libro II, Cap. IX.
Il Mannelli, scriveva di “regnando Ruggiero” e, non specificava quale Ruggero, ma siccome scriveva che: “donata a Simone suo figliuolo naturale col titolo di Conte”, dobbiamo avanzare dei dubbi sull’affermazione contenuta nel suo manoscritto apocrifo, e cioè che se Policastro fu donata ad un Simone ‘figliuolo naturale’ (ciò che alcune cronache riportano come figlio ‘Bastardo’ e quindi non legittimo), non si poteva trattare di re Ruggero I, bensì di re Ruggero II che ebbe un figlio bastardo chiamato Simone. Bisogna pure accennare a ciò che scriveva il Fazello:

(Fig….) Tommaso Fazello (…), pp. 76-77, del Libro VII, Cap. III
che riferendosi all’altro figlio di re Ruggero I, cioè riferendosi a Ruggero II, fratello di Simone, figlio primogenito, scriveva che: “…il quale falsamente è creduto che fosse nipote di Ruggiero Bosso, primo Conte di Sicilia, nato d’un suo fratello.”. Noi crediamo che il Fazello, intendesse che Ruggero II, fosse nipote di Ruggero Borsa, figlio legittimo di Roberto il Guiscardo. Re Ruggero II d’Altavilla, era figlio di re Ruggero I (fratello di Roberto il Guiscardo) e perciò veniva nipote del Guiscardo e quindi era cugino di Ruggero Borsa. Il Guzzo (…), nella sua nota (59), postillava che la notizia era tratta da Giuseppe Volpe (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, che a p. 117, scriveva in proposito: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina ecc..(…). Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala al figlio Simone, suo figlio naturale, col titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (…), che raramente concedevasi, ne s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Il Volpe (…), scriveva dunque che Ruggero I, “donavala al figlio naturale Simone, col titolo di Conte”. Quindi, secondo il Volpe (…), la Contea di Policastro fu donata da re Ruggero I d’Altavilla detto il Gran Conte di Sicilia, a suo figlio Simone che era “suo figlio naturale, col titolo di Conte“. Il passo, fu riportato anche dal Gaetani (…), che sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (…), scriveva: “In processo di tempo sempre Policastro s’andò avvanzando, sicchè regnando Ruggiero vedesi esser città molto considerabile, sendo stata da lui donata a Simone suo figliuolo naturale col titolo di Conte, il quale in quei tempi si concedeva di rado, nè s’imponeva senon sopra città ragguardevoli“. Giuseppe Cataldo (…) nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattiloscritto inedito del 1973, a p. 29, parlando di Policastro, scriveva: “Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo II, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone col titolo di Conte. In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo….L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui ‘De Rogerio’….“. Il Cataldo (…), proseguento il suo racconto, scriveva: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Il Cataldo, però, si sbagliava quando scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603) ecc..”. Il Simone che finì in carcere nel 1155 non era il Simone di cui parliamo in questo nostro saggio e che invece era figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla e di Adelaide del Vasto ma il Cataldo si riferiva invece ad un Simone, fratellastro di re Guglielmo I, di cui abbiamo parlato in un altro nostro saggio, forse proprio il figlio ‘Bastardo’ di re Ruggero II non di re Ruggero I. Il Cataldo (…), infatti, aveva invece ragione quando scriveva che: “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit” che tradotto significa: “Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.“. Infatti, il Cataldo, riferisce che dopo la morte di re Ruggero I, l’altro suo figlio (fratello di Simone e nipote di Roberto il Guiscardo), divenne Conte di Sicilia e di Calabria e, scriveva pure che in quegli anni, 1154, “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana” ( come lo chiama anche l’Antonini), che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Il Manoscritto del Marchese della Giaratana (…), fu citato più volte dall’Antonini (…), che così lo chiama, questo manoscritto è stato scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Riepilogando, ciò che scriveva l’Antonini ed il Cataldo, e quindi ciò che scriveva il ‘Marchese della Giarratana’ (…), re Ruggero I, Conte di Sicilia, ebbe due figli: Simone e Ruggero. Simone morì molto giovane ed invece Ruggero divenne il futuro erede al trono col nome di re Ruggero II. Il Palazzo, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che la riedificazione di Policastro, “avvenuta intorno all’anno 1066 ad opera di Ruggero I il Normanno, Conte di Sicilia.”. Alla notizia, il Guzzo (…), sulla scorta del De Giorgi (34), aggiungeva: “Tale opera di ricostruzione di Policastro distrutta dal Guiscardo, fu portata a termine da Ruggero II, figlio di Ruggero I il Normanno. Ruggero II, duca di Calabria, il quale, nell’anno 1152, dopo avere insignito del titolo di Contea la rinata Policastro, la donava al figlio naturale Simone che ne diventava, in tal modo primo Conte.“. Nel 1997, lo studioso locale Angelo Guzzo, nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, a p. 123-124, parlando di ‘Buxentum’, riporta alcune notizie e, sulla scorta del Cataldo (…) e il De Giorgi (…), così scriveva di Policastro e di quel periodo storico: “Intanto morto Roberto il Guiscardo, nell’anno 1085, durante l’assedio di Cefalonia, era diventato re di Sicilia, suo nipote Ruggero II, figlio di Ruggero I. Questi continuò e portò a perfetto compimento l’opera di ricostruzione di Policastro intrapresa dal padre e, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di Contea, a suo figlio bastardo Simone, che ne divenne così il suo primo Conte (59). In questa stessa occasione, Ruggero II offrì in dono alla sede Vescovile di Policastro insieme con la perpetua investitura baronale, il castello, detto da lui “De Rogerii”, corrispondente all’odierno centro di Castelruggero, distante da Policastro circa 15 chilometri (60).”. Il Guzzo (…), dunque, sulla scorta del Cataldo scrive che: “Ruggero II, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di Contea, a suo figlio bastardo Simone”. Ruggero II, ereditato il regno, confermò le precedenti donazioni del padre Ruggero I, ma ancor prima le aveva confermate sua madre Adelaide del Vasto, dopo la morte del padre di Simone, Ruggero I. Il Guzzo (…), traeva queste notizie e postillava a riguardo nelle sue note (59 e 60), dal G. Volpe (…) e dal Cataldo (…). Il Laudisio (…), nella sua nota (52), di p. 17 di Visconti (…), riportava alcune notizie in merito alle origini di Castel Ruggero e, scriveva in proposito che le notizie erano stata tratte dall’Ughelli (…). Esaminiamo ciò che aveva scritto il Cataldo ed il Guzzo. Forse ciò che scrive l’Ughelli (…), riguardo l’elevazione a Contea della città di Policastro, è avvenuta in occasione della reggenza della madre dei due piccoli figli di Ruggero I, cioè di Adelaide (del Vasto). Il Matthew (…), scrive che dopo la morte del fratello del Guiscardo, Ruggero I, ci fu un certo disordine e non si sa se la vedova (Adelaide del Vasto) ed i due figli, Simone e Ruggero, succeduti a turno nel titolo, godessero di un rispetto paragonabile; prima almeno che Ruggero II (fratello di Simone), diventasse maggiorenne (anno 1112). Le donazioni fatte dal conte Tancredi di Siracusa a quella chiesa nel 1104 non accennano all’autorità del conte Simone. Ancora nel 1120, altri privilegi non accennano a Ruggero II come conte di Sicilia.
Policastro e Castel Ruggero per l’Antonini
L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a p. 415, sulla scorta dell’Ughelli (…), scrive a p. 415 che traendo alcune notizie dall’Ughelli (…), tomo VII, p. 542, alla sua nota (1), scrive:

e, così parla di Policastro e di Ruggero I d’Altavilla, di Simone suo figlio e di Castel Ruggero:

L’Antonini (…), parlando di Policastro e proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell’Abbate Telesino, nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria con le seguenti parole: “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.” Epoco dopo: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce lì disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone, Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo, e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone, tutto il possibil timore. Ma ritornando a Policastro, tal fu la cura di Ruggiero ecc…”,
si riferiva ad un altro Simone Conte di Policastro, vissuto al tempo di re Guglielmo I. Di questo altro Simone, abbiamo parlato in un altro nostro saggio ivi. La notizia tratta dall’Ughelli (…), sulla scorta dei cronisti dell’epoca, è riferita all’anno 1152, qualche anno prima che morisse Ruggero II d’Altavilla e la presa del potere di suo figlio Guglielmo I detto il Malo. L’Antonini, associa il Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo e nemico di Majone, figlio bastardo di Ruggero II d’Altavilla. Le cronache parlano di Simone, figlio di Enrico del Vasto e di Flandina d’Altavilla. Secondo le cronache, la madre di Simone di Policastro era dunque Flandina d’Altavilla che era la figlia primogenita di Ruggero I d’Altavilla, nata dal primo matrimonio con Giuditta d’Evreux e, quindi Flandina era anche la sorellastra di Ruggero II, nato invece dall’unione con la terza moglie Adelaide del Vasto (Adelasia). Adelaide (Adelasia) del Vasto, ‘Adelasia’ (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero I che la sposò nel 1087. Infatti, l’Antonini (…), scriveva di Simone che: “questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito ecc..”. L’Antonini (…), forse sulla scorta del ‘Marchese della Giarratana’ (…), dice chiaramente che Ruggero I d’Altavilla ebbe due figli con lo stesso nome, “legittimo uno e bastardo l’altro”. L’Antonini, si riferiva al Conte Ruggero I cioè Ruggerio I d’Altavilla (fratello del Guiscardo) o si riferiva all’altro suo figlio Ruggero II d’Altavilla, futuro re di Sicilia?. L’Antonini (….), però, subito dopo aggiungeva che: “Del Simone, Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in Falcando nella ‘storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore.”. In questa seconda citazione, noi crediamo che l’Antonini (…), si riferisse invece ad un altro Simone conte di Policastro, ovvero si riferiva al Simone, detto il Connestabile, al tempo di re Guglielmo I detto il Malo, Simone figlio di Enrico del Vasto e di Flandina d’Altavilla. Il Simone Conte di Policastro di cui stiamo parlando in questo nostro saggio è Simone figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla detto il Gran Conte di Sicilia. Simone era fratello dell’altro Ruggero, l’altro figlio di re Ruggero I, cioè re Ruggero II d’Altavilla. Infatti, la chronaca del Telesino (…), Alessandro Telesino (Alexander Telesinus), cronista dell’epoca normanna, che scrisse la ‘Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie’, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente e sarà poi continuata da un’altro cronista dell’epoca, suo contemporaneo: Falcone Beneventano (…), che scrisse ‘Chronicon Beneventanum’, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca, fino all’anno 1144, quindi in un periodo storico che precede quello dei fatti in cui risulta protagonista l’altro Simone Conte di Policastro. Il cronista dell’epoca che ci ha parlato di questo Simone Conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I detto il Malo, in guerra con il cugino re Ruggero II d’Altavilla è Ugo Falcando (37), che scrisse ‘Liber De Regni Sicilie’ o ‘Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137, si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando (…), ci parla di un altro Simone, e riferisce che egli muore nell’anno 1155, quindi presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo e, quindi il Falcando ci parla di un altro Simone che non è quello di cui parliamo in questo nostro saggio. Ma esaminiamo le parole scritte dall’Antonini (…).
Nel 1171, Manso Salernitano e la moglie Guttualda, in un atto di vendita rogato a S. Marco Argentano
Riguardo Manso o Mansone ha scritto anche il sacerdote padre Francesco Russo (….), nel suo “Medici e veterinari Clabresi (sec. VI-XV) – Ricerche storico-bibliografiche”, pubblicato a Napoli, nel 1962 e, dove a p. 110, in proposito scriveva che: “Un ‘Pietro’ medico compare come teste in un documento rogato in S. Marco Argentano nel gennaio del 1171. Si tratta di un atto di vendita fatto da Manso Salernitano – abitante in Cassano – e dalla moglie Guttualda a Domenico, abate cistercense della Sambucina (55).”. Il Russo, a p. 110, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Ivi (A. Pratesi, Carte latine di Abbazie calabresi, Città del Vaticano, 1958), p. 69-71. A voler tenere conto della donazione “ab incarnatione”, l’atto dovrebbe essere del genn. 1172.”.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(2) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.
(3) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).
(4) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.
(5) Troyli, Historia generale del Reame di Napoli, 1747,
(6) Giustiniani L., Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, Tip. Vincenzo Manfredi, 1797
(7) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.
(8) Giannone P., Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, Tomo VI, Libro XVII, per la Congiura di Capaccio, si veda da p. 337 e s., oppure si veda dello stesso autore, Opere comoplete, Tomo IV, p. 87 e s.
(9) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.; Ebner P., op. cit., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro.
(10) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907. Ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.
(11) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.
(11 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.
(12) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.
(13) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001.
(14) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.
(15) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827, (Archivio Storico Attanasio).
(16) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827, (Archivio Storico Attanasio).
(17) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e sgg. (Archivio Storico Attanasio).
(18) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992.
(19) Fazello Tommaso, Storia di Sicilia – Deche due, di Tommaso Falzello, tradotte da Remigio Fiorentino, Palermo presso la Stamperia dè Socii Pedone e Muratori, 1832, del Libro VII, Cap. III, pp. 76 e s.
(20) Caruso G.B., Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia, Stamperia Gramignani, Palermo, I, 1787, vol. I, Libro III, ‘il Regno di Guglielmo I’, p. 119 e s., in particolare p. 123 e p……
(21) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479.
(22) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo X, pp. 274-275 e p. 267 e sgg., si parla di re Guglielmo I e della rivolta e di Simone di Policastro.

(23) La Lumia Isidoro, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251; si veda pure, La Lumia Isidoro, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, Firenze, Le Monnier, 1867, da p. 30 e s.
(24) Amari Michele, La Guerra del Vespro siciliano, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852

(25) ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’. Citato più volte dall’Antonini (…), che così lo chiama, questo manoscritto è stato scritto da Girolamo Settimo, Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi è il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Secondo l’Antonini (…), parte II, Discorso X della sua ‘Lucania’, a p. 417, scrive sul “Conte Ruggiero di questo nome, legittimo uno e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese di Giarratana’”. Il Cataldo (…), a proposito di Ruggero I d’Altavilla, scriveva a p. 29, del suo, dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche di Policastro Bussentino’, che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Quindi, il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana”, che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Secondo il Cataldo (…), il “manoscritto del Marchese della Giarratana” (come lo appella pure l’Antonini) è stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori, a p. 603 del suo Tomo V del suo ‘Rerum Italicarum Scriptores – Raccolta degli storici Italiani’, a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, (forse pp. 609–645), si veda nuova edizione, a cura di Giosuè Carducci (vedi immagine).
(26) Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p. 90.

(27) Ugo Falcando, Liber De Regni Sicilie’ o’Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137, si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), “visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..
(28) Ravegnani Giorgio, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004, p. 204 e s. (Archivio Storico Attanasio).
(29) Summonte A., Istoria della città e del Regno di Napoli, Napoli, 1675, Tomo II, p….
(30) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 117.
(31) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.
(32) Di Stefano Guido, Wolfgang Krönig, Monumenti della Sicilia normanna. Monumenti ed artisti di Sicilia, Edizione II, Flaccovio, Palermo 1979, p. 126; si veda pure dello stesso autore: De Stefano Guido, Monumenti della Sicilia Normanna, a cura di…, ed. Società Italiana per la Storia Patria, Palermo, 1955, p. 96 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Di Stefano G., L’Architettura religiosa in Sicilia nel sec. XIII, stà in ‘Archivio Storico per la Sicilia’, IV, 1938, p. 79.
(33) Garufi C.A., Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, I, Palermo 1910, (scrive il Di Stefano di vedere vol. I, p. 47 sgg.); del Garufi si veda pure: Garufi C.A., Arabi e Italiani nel Millennio, Palermo, 1912; si veda pure: Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973.
(34) Cutolo Alessandro, Re Ladislao D’Angiò Durazzo, Napoli, A. Berisio, 1969, p. 143, n. 86
(35) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).
(36) Di Niscia A., Storia civile e letteraria del Regno di Napoli, ed. …, Napoli, 1846, vol. I, p. 150 e s.

(37) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli Annali di D. Agostino Inveges, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.
(38) Napoli-Signorelli Pietro, Vicenda della coltura delle due Sicilie ecc.., ed. Orsini, Napoli, 1810, p. 388 e s.
(39) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli ‘Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29- Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”.
(40) Cinnamo Johannis, stà in ‘Corpus scriptorum historiae byzantine’, ed. Bonnae, ………….
(41) Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio, III; 13,7 (Archivio Storico Attanasio)
(42) Pietro Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli (…), Venezia, ed. Pasquali G.B., 1756, Tomo II, a p. 173.
(43) Sibilla di Borgogna (1126 – Salerno, 19 settembre 1151), Regina consorte di Sicilia, seconda moglie, dal 1149 al 1150, di re Ruggero II di Sicilia della dinastia degli Altavilla, re di Sicilia. Matilde di Borgogna, nota anche come Sibilla di Borgogna (circa 1064 – dopo il 1087), figlia, sempre secondo Orderico Vitale del conte di Borgogna Guglielmo I. Agli inizi del 1149 si unì in matrimonio con il re Ruggero II di Sicilia, come ci viene confermato sia dalla Cronica di Romualdo Guarna arcivescovo Salernitano, che dagli Romoaldi Annales (rex Rogerius……..Sibiliam sororem ducis Burgundie duxit uxorem) e il 29 agosto 1149 diede alla luce un figlio che fu chiamato Enrico, morto poi giovane. L’anno successivo rimase nuovamente incinta ma partorì un bambino già morto. Sibilla morì a Salerno; (1020-1087) e della terza contessa di Vienne, Stefania (1035 – 1088); la paternità di Ugo ci viene confermata anche dalla Chronica Albrici Monachi Trium Fontium. secondo la Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile (Paris), Tome II, Sibilla morì, per alcune complicazioni post parto, il 19 settembre 1151, l’anno della morte viene confermato anche dagli Annales Casinenses (1151. Obiit Sibilla regina). La regina Sibilla fu sepolta a Cava de’ Tirreni (apud Caveam est sepultam); le spoglie mortali della regina Sibilla furono affidate dal re Ruggero II di Sicilia al benedettino Marino Abate della Badia di Cava. Sibilla fu seppellita dai monaci benedettini presso la grotta di Sant’Alferio in una tomba ricoperta da mosaici. Purtroppo nel secolo XVIII i mosaici andarono in gran parte distrutti. Attualmente nell’abbazia di Cava, della tomba di Sibilla, sono ancora visibili alcuni frammenti musivi, il sarcofago romano riadoperato e la testa marmorea della regina. Il re Ruggero, per disobbligarsi, donò ai monaci dell’abbazia cavense il magnifico ambone musivo che, nonostante sia stato restaurato e in parte rifatto, brilla ancora oggi nella basilica cavense della SS. Trinità.
(44) Pirro Rocco, Sicilia Sacra, Palermo, 1733 (citato dal La Lumia), pp. 390 e 391, e si veda pure dello stesso autore: R. Pirro, Sicilia Sacra, (a cura di A. Mongitore), Palermo 1733, notitia IV, p. 771, col. 2.
(45) Pontieri E., da Adelasia del Vasto, ad vocem, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani.
(46) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).
(47) Del Buono G.B., Profilo storico del Basso Cilento, Stab. Tip. Luigi Spera, 1983, p. 72
(48) Di Niscia A. , Storia civile e letteraria del Regno di Napoli, Napoli, 1846, vol. I, pp….
(49) Ruggero I d’Altavilla, nell’anno 1101, morì e (secondo la bibliografia antiquaria), nell’anno 1152, il figlio Ruggero II d’Altavilla (re di Sicilia), confermò Contea Policastro (che era stata dichiarata tale e donata al primo figlio Simone da Ruggero I d’Altavilla). Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 Febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia, della dinastia degli Altavilla, divenne primo re di Sicilia dal 1130 al 1154. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria, fino al 1130, quando lo scontro venne risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che riuscì a pacificare i due rivali facendoli giungere ad un accordo. Guglielmo abbandonava i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Quindi, dal 1121 al 1130, vi fù un’aspra lotta per i possedimenti lasciati da Ruggero I d’Altavilla, tra i due cugini rivali. Cosa accadde ? Nel 1121, sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria; lo scontro venne risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che riuscì a pacificare i due rivali facendoli giungere ad un accordo. Guglielmo abbandonava i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Ruggero II, già principe di Salerno, si recò a Reggio e venne riconosciuto duca di Calabria e di Puglia, Conte di Sicilia con altri domini su altre città. Ruggero II, ebbe alcuni figli tra cui Guglielmo (ca. 1120 o 1121 – 1166), duca di Puglia e poi Re di Sicilia (1154-1166), detto Guglielmo detto ‘il Malo’. Secondo gli storici, Ruggero II, arrivò a patti con Guglielmo solo nell’anno 1122, ottenendo il dominio esclusivo sulle terre della Calabria e quindi presumibilmente sul ‘basso Cilento’. Guglielmo I, quarto figlio di Ruggero II, fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154, successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Nel 1154, alla morte di Ruggero II d’Altavilla, il quarto figlio Guglielmo, nato il 1120 o 1121, divenne re di Sicilia, ereditando il Regno di Sicilia fondato dal padre Ruggero II. Guglielmo I, detto il Malo. Il Di Niscia (…), scriveva: “A Ruggero successe nel regno il di lui figliuolo Guglielmo I, benchè sin dal 1151 (1), fosse stato in Sicilia coronato, vivente il padre, che lo associò al trono. Egli acquistò presso i siciliani il nome di Guglielmo il malo, per distinguerlo dal buono, che gli successe.”. Re Ruggero II d’Altavilla, Ruggero II di Sicilia, morì nel 1154 e subito dopo gli successe suo figlio Guglielmo, avuto con la prima sua sposa Elvira di Castiglia. Guglielmo, (ca. 1120 o 1121 – 1166), duca di Puglia e poi Re di Sicilia (1154-1166), fu eletto re di Sicilia col nome di Guglielmo I detto il Malo. Quarto figlio di Ruggero II di Sicilia e di Elvira di Castiglia, Guglielmo fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154. Successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Salito al trono di Sicilia, Guglielmo I detto il Malo, dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’impero germanico, portata dall’Imperatore Federico I detto il ‘Barbarossa’, spinto da papa Adriano IV che non vedeva di buon occhio le mire espansionistiche dei Normanni in Sicilia. All’interno dei suoi possedimenti di Sicilia e Calabria e Cilento dovette anche affrontare le insidie dei baroni avversi all’assolutismo stabilito da Ruggero II. Egli dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’impero germanico, portata da Federico II detto il Barbarossa, di quella dell’impero di Bisanzio portata da Manuele I Commeno e da quella del papato retto da Adriano IV.
(50) Falcone Beneventano, fu un importante cronachista per gli anni tra il 1102 ed il 1144 nel Mezzogiorno. La sua opera, il Chronicon Beneventanum, di cui è andato perduto l’inizio e, probabilmente, anche la fine, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca. È abbastanza affidabile in quanto testimone oculare, ma dalla parte dei longobardi e dei beneventani che, da oltre un secolo, avevano visto crescere la potenza dei normanni.
(51) Cusa S., I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Storico Attanasio).
(53) Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.
(54) Il Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum è una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall‘anno 855 al 1102 attribuita a Lupo Protospada: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli ‘Annales Barenses’, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo Sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Il Chronico di Lupo Protospada, fu una delle principali fonti storiografiche che utilizzò il cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano, nella stesura del suo ‘Chronicon sive Annales’. Romualdo Guarna, fu la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata da Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626, e dal Muratori, “Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon“, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, p. 145.
(55) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua “Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in Recueil des historiens des croisades, tomo IV, Parigi 1879;
