Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo saggio, cercherò di fare il punto sulle fortificazioni costruite nel basso Cilento. In questo saggio, citerò le scarne e disaggregate notizie storiche sulle fortezze, i castelli e le strutture difensive, sorte nelle diverse epoche, sin dalle origini, sulle nostre terre.

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco.

(Fig….) L’Italia annessa al Codice greco Vaticano Urbinate greco 83 – particolare delle nostre coste e dei toponimi citati
I ‘Kastron’ bizantini nelle nostre terre
Il termine, a volte toponimo ‘kastrum’, in greco bizantino vuol significare ‘Fortezza’. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), parlando di Policastro, a p. 187, scriveva in proposito che: “Alcuni vogliono derivare il nome della città medievale, Policastro, da Castore e Polluce; altri dalla catena dei castelli che cingevano la città; altri invece, forse più semplicisticamente, da una etimologia che pensiamo non possa essere accolta ‘Polis’, (città) e ‘castrum’ (fortezza) = città-fortezza) per il fatto che il termine ‘Polis’ si trova sempre posposto al primo nome. Nè si può ricorrere all’ipotesi di molte fortezze, perchè è stato archeologicamente accertato che i castelli di epoca greca, romana e medievale sono sorti sempre sulla base della vecchia fortificazione risalente ad epoca Italica. Perciò noi, seguendo una ipotesi più probabile, perchè basata su elementi archeologici e sull’aleternanza vocalica, riteniamo che Policastro debba derivarsi da ‘palaion’ = antico, e ‘castron’ = castello. Quindi, ‘Policastro’ = antica fortezza.“. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “intorno a un castello fu costruito il nucleo bizantino di Castrocucco. A parte l’etimo, che come abbiamo visto, è un composto, dal bizantino “Kastron” e dall’arcaico “Cucco”, l’agglomerato-fortezza è di epoca medievale (4)…..L’agglomerato fuori le mura fu di chiara estrazione bizantina, forse databile al periodo della riconquista, tra la fine del IX secolo e i primi del X.”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Da “Caico”, il fiume microasiatico sulle rive è posta, alla confluenza col Mysius, la città di Pergamo.”.
Le origini di alcuni centri del basso Cilento dopo la sconfitta dei Goti
Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una Cronistoria allegata), il Troyli afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa (…). A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda ‘Bussento‘ (Buxentum – ovvero l’attuale Policastro): nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (2-3). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene – quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro, ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (Epistulae, II, 29) la mancanza di titolare della sede bussentina. Pertanto si può ritenere che la datazione della Cattedrale di Policastro si può collocare intorno al VI secolo d.C. (…), epoca di costruzione delle maggiori trichorae del mondo cristiano. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (…), infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (…). Dice il Barni in proposito (…): “Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi (590-604) in una lettera del 592, al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel IX secolo, come ricordano il Cappelletti (…) ed il Cappelli (…) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (…) affidandole al Vescovo Felice di Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno, vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…), su cui bisognerà indagare ulteriormente. Agropoli fu un’antica sede vescovile della Lucania. Tuttavia se ne conosce l’esistenza solo per una lettera di Papa San Gregorio Magno (Gregorio I) scritta attorno al 592 al vescovo Felice, al quale comanda la visita apostolica delle vicine diocesi, rimaste senza pastore, di Velia, di Blanda e di Bussento (…). Alcuni autori, tra cui Lanzoni (…) e Duchesne (…), ipotizzano che il Felice di cui parla papa Gregorio Magno sia in realtà un vescovo di Paestum (…) che, a causa dell’invasione dei Longobardi, che ha reso orfane le sedi menzionate dal pontefice, si sia rifugiato ad Agropoli, fortezza bizantina. Aggiunge Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» (…). A questo periodo si riferisce una notizia non molto attendibile (…). Gli Agareni (Saraceni), – che si erano stabiliti ad Agropoli già dall’anno 882, creandone un loro spalto fortificato – attaccarono Bussento – per la seconda volta nella sua storia – incendiandola e distruggendola, nell’anno 915 (…). In proposito il Natella e Peduto scrivevano che: “…la notizia va destituita da ogni fondamento” (…). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X secolo questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio (…) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel VI sec. d. C., quando iniziarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa San Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (forse il Vescovo di Paestum) (…). L’ Acocella (…), parlando del Cilento, affermava: “La Velia ecclesia era già, nell’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti ecc…”, e riferiva che la notizia era tratta dalla lettera di Papa San Gregorio Magno al Vescovo Felice di Agropoli (…). Nella sua lettera, il Papa San Gregorio Magno, nell’anno 592, scrive al Vescovo di Agropoli Felice, già Vescovo di Paestum (territorio Velino, forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata), nella quale, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (il Vescovo Felice di Paestum (forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata) (7). Il Barni (…), parlando dei Longobardi in un suo studio, pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Duchesne (…), che riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), Buxentum (che riteneva essere l’odierna Policastro Bussentino), e Blanda (che riteneva essere la città lucana presso l’odierna Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J. , 969, 1015, 1017). Al tempo di S. Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia ( Ep., IX, 209, luglio 599). Dopo di lui non si trovano tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa confida al vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura di quel che rimane del loro personale. Lo stesso vescovo di Paestum viene qualificato come episcopus de Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarò costretto a trasferirsi all’interno, a Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (8-14). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno.
Nel 604 d.C., Giorgio di Cipro, geografo ed il suo Descriptio Orbis Romani
Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 19, in proposito scriveva che: “Già nella ‘Descriptio Orbis Romani’, che Giorgio Cipro compose intorno al 604, essa dové esser compresa nell’Επαρχια Καλαβριας (Eparkhjia Kalavrias: la ‘Provincia di Calabria’), etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Giorgio Ciprio[1], anche conosciuto come Giorgio di Cipro, (in greco antico: Γεώργιος Κύπριος?, Geṓrgios Kýprios; in latino Georgius Cyprius; Lapithos, … – …; fl. VII secolo) è stato un geografo bizantino degli inizi del VII secolo. Non si sa molto sulla sua della vita, salvo che nacque a Lapithos, nell’isola di Cipro. È conosciuto per la sua Descriptio Orbis Romani ( “Descrizione del mondo romano”), redatta nel decennio 600-610 d.C.[2][3]. Scritta in greco, elenca le città, villaggi, fortezze e divisioni amministrative dell’Impero Romano d’Oriente. L’elenco inizia con l’Italia e si muove in senso antiorario lungo il Mediterraneo, l’Africa, l’Egitto e l’Oriente. La lista sopravvissuta è evidentemente incompleta, come suggerito dall’assenza dei Balcani[4]. La Descriptio sopravvisse solo in una raccolta, probabilmente del IX secolo, insieme ad altre opere, come la Notitia Episcopatuum. È possibile che il compilatore, probabilmente l’armeno Basilio di Ialimbana, abbia alterato in parte il testo originale[4]. Di Giorgio Cipro, Silvio Giuseppe Mercati dice nella Treccani on-line che compose circa l’anno 604 una Descriptio orbis Romani (ed. H. Gelzer, Lipsia 1890), la quale fu più tardi combinata con una descrizione delle diocesi soggette al patriarcato di Costantinopoli. Benché ci sia pervenuta in cattivo stato, la compilazione è importante, perché è l’unica descrizione delle prefetture dell’Italia e dell’Africa al tempo dei Longobardi, e per alcune città è l’unica testimonianza della signoria bizantina.
Nel VI-VII sec. d. C., i Bizantini, dopo la sconfitta dei Goti costruirono la chiesa ‘trichora martyrium’ corrispondente all’abside del duomo di Policastro

(Fig….) Abside trilobata (trichora) della Cattedrale di Policastro Bussentino
A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. Etc…La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, etc…”. In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni. “. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense”, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (4) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente, ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nella zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado. Etc..”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII n. 3 – 1973.”. Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p. 15, in proposito scriveva che: “Le fonti ricordano che nel 592 la città era rimasta priva del vescovo (28). La situazione non dovette, però, protrarsi a lungo se già nel 649, un vescovo di Policastro, Sabazio, è attestato tra i partecipanti al concilio Lateranense (29). Al periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. risale, forse, l’impianto di un fortilizio sulla sommità del colle, cui vengono ipoteticamente riferiti i resti di una muratura – poi inglobata nelle strutture del castello – datata sulla base del rinvenimento di una seriedi monete neo-greche (30). Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (31) postillava che: “(30) Panebianco 1964, p. 364. Cfr. Natella, Peduto 1973, pp. 494 e 520.” e nella nota (31) postillava: “(31) Ibid., p. 508.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Dunque, la Pellecchi riferendosi al VII secolo d. C. scriveva che: “Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32).”. Dunque, la Pellecchi citava Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 508, in proposito scrivevano che: “La datazione della Cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ del mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. Infatti, i due autori, a p. 508, nella nota (59) postilleranno che: “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”. Dunque, sulla scorta della lettera di papa San Gregorio Magno al Vescovo pestano Felice del 601 (VII sec. d.C.), di cui abbiamo ampiamente detto in altri saggi, i due autori fanno rialire la costruzione della ‘trichorae’ (chiesa con sottostante cripta che ritroviamo costruita alla fine del decumano maggiore (attuale via Vescovado) e, quindi costruzione avvenuta evidentemente dopo il 601 d.C…E’ probabile che l’attuale cripta era l’antica “domus ecclesiae” del VII secolo d.C. e che in seguito, nel VII sec. d.C. è stata costruita la trichora, corrispondente nell’impianto all’attuale presbiterio rialzato per la presenza della cripta. Sul macellum di Buxentum scrisse Vittorio Bracco (…..), nel suo “Il macellum di Buxentum”, in ‘Epigraphica’, XLV, 1983, PP. 109-115. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum approfondì mirabilmente sul ‘kastra’ bizantino di Policastro. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). La Trillmich, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI sec. d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco di Παλλιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio sul punto più elevato della collina – cui si è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961- 62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di ‘trichora’ (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (10) postillava che: “(10) Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in gli ‘Studi in Italia. Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 386.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (11) postillava che: “(11) Natella Peduto, op. cit., p. 494 e 520.”. Riguardo la nota (11) su Venturino Panebianco, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 494, in proposito scrivevano che: “Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebiaco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; delle fosse escavate al di sotto e ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla luce le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibile alla prima occupazione neo-greca.”. I due autori, a p. 507, nella nota (57) postillava che: “(57) Cfr. rispettivamente V. Panebianco, Policastro di S. Marina, in “Apollo” (Salerno), III-IV, 1963-1964, pp. 191-192; id. Policastro di S. Marina, Saggi esplorativi, in “Bolettino d’arte d. Ministero d. P. I.”, s. IV, XLIX, 1964, IV, p. 364 (rifer. in “Fasti Archeologici”, XVIII-XIX, 1968, p. 517″. La Trillmich, a p. 704, nella nota (12) postillava che: “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo, si vedano oltre a Natella-Peduto, p. 508, I. G. Kalby, Contributi e note su nuova documentazioni paleocristiane nella Camapnia meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 252 e A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 494 in proposito scrivevano che: “….com’è riscontrabile nella planimetria storica, al retro della trichora. Quest’ultima, infine, espressione della fase tardo-romana della città, venne a chiudere il decumano massimo solo quando i bizantini del VI secolo d.C. pensarono di ricondurre Buxentum al primitivo ruolo di città fortificata, rinforzando le mura e iniziando un castello sul monte che fin dalla toponomastica (o Παλνιοκαστ ρον), doveva ricordare una funzione vitale, anche ai fini della sicurezza religiosa, per l’intera zona del golfo tirrenico. La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. I due autori, a p. 516, in proposito scriveva pure che: “Duomo di Policastro. Si è accennato alle vicende del contesto urbano, e come in esso la primitiva sede ecclesiastica fosse stata creata sulla linea del decumano maggiore. Il dato protobizantino del duomo di Policastro risulta dal presbiterio sollevato che un dì, alla fine del VI sec., doveva rappresentare, insieme con una elementare aula, sull’esempio di simili risultati architettonici campani (Cimitile), la sola costruzione culturale del complesso oggi visibile. Il presbiterio è, infatti, una ‘trichora martyrium’, che si presenta all’interno con una larga cupola il cui estradosso è nascosto da un cubo poggiante sui pennacchi delle ‘chorae’.”. Quello che, a mio parere, non viene detto in questi scritti, che la forma della ‘trichora’, ovvero tre lobi, tre chore, molto probabilmente doveva essere quadrilobata cioè con un impianto a croce greca, e così rimase fino all’epoca della latinizazzione in cui l’impianto si allungò in facciata aggiungendo tre navate, una centrale più larga e le altre due più strette. Natella e Peduto, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavi a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica.”. I due autori, a p. 520, in proposito scrivono pure che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d.C.. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato, non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di esso si può vedere la presenza di un muro di quella età.”. Orazio Campagna, a p. 257, ancora scriveva che: “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous, con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che: “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Orazio Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: “nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64), faceva citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”.
Il ‘kastron’ bizantino di Policastro

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 484, in proposito scrivevano che: “….produsse via via l’impaludamento del territorio, causa della formazione della medievale Policastro, almeno a quanto ipotizza uno studioso (7).”. Natella e Peduto, nella nota (7) si riferivano al Racioppi (…), a p. 524. Dunque, secondo il Racioppi (…), in seguito alla formazione della pianura alluvionale ed il suo progressivo impaludamento, nacque la nuova città medievale di Policastro. In seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Infatti, il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: “Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla sottoscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Il Racioppi (…), a p. 524, si riferiva al ‘castrum’ medievale e bizantino ?. Il Racioppi (…), ne scrive nel suo vol. II e non nel vol. I, come postillava Natella. Il Racioppi, a p. 523, in proposito scriveva che: “Gli eruditi ricordano che Stefano Bizantino la disse città della Enotria: il che sarà vero, se vuolsi intendere di città fondata sul territorio che fu degli Enotri, come accadde per Elea,; ma non sarebbe, se si intendesse come di città fondata e denominata da genti enotrie; per le quali non è punto stabilito che parlassero in greco. Era città sede di vescovi nel secolo VI. Poi scomparve, non altrimenti che le altre greche città di queste spiaggie. L’aere pestifero del suo fiume che impadula al versarsi del mare, costrinse senza dubbio gli abitanti della città a mutare di posto; e si trasferirono al luogo ov’era un’antica arce (‘paleo-castrum’) forse della stessa città; onde dall’antico castello ebbe origine il moderno nome di Policastro (1). Ma è probabile che un gruppo del popolo stesso ebbe a trasferirsi al di là del promontorio di Palinuro, dove diedero origine alle prime sedi del ‘piccolo Pixo, o ‘Pixoctum’ che è il paese odierno di Pisciotta.”. Il Racioppi (…), vol. II, p. 524, nella sua nota (1), postillava che: (1) Corcia, op. cit., III, 64.”. Dunque il Racioppi, sulla scorta di Nicola Corcia, riteneva che l’impaludamento del fiume Bussento e la malaria, fossero la causa principale della nascita del nuovo centro Bizantino di ‘Paleo-castrum’, che sorse spostata di posto, rispetto all’antica città di Pixo. Il Racioppi, scrive pure che il nuovo e attuale nome di “Policastro”, abbia avuto origine dal suo “antico Castello”. Infatti, Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che:


(Figg….) Corcia Nicola (…), p. 64
Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum, approfondì mirabilmente sul ‘kastrum’ bizantino. Secondo la studiosa, in epoca Bizantina, in base a notizie fornite da Stefano di Bisanzio, si sa che il centro rimase attivo anche in epoca bizantina: alla dominazione di Bisanzio si deve il nome di Palaiokastron, e la fortificazione sommitale che residuano tutt’oggi nel castello medievale. Fu dagli inizi del VI secolo sede vescovile. Nel VII secolo fu sede di un castello bizantino e prese il nome di Policastro (Πολύκαστρον in greco bizantino). Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, ecc..’, parlando di Policastro, a p. 256, in proposito scriveva che: “Policastro, sulla sinistra del Bussento, fu nota città magno-greca e romana (62), anche se il primo agglomerato, edificato nei pressi d’una fonte, ebbe origini pre-elleniche.”. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Infatti, il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: “Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria. Il Campagna, a p. 257, ancora scriveva che: “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous, con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che: “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Ritornando alla notizia riferitaci dal Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: “nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64), faceva citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”.

(Fig….) Lanzoni (…), p. 323
Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Andrebbe pure, ulteriormente indagata la notizia secondo cui, nell’anno 823, un egumeno chiamato ‘Aliprando de Bussentio’ che in quell’anno fu sollevato dalla carica di Abbate dell’Abbazia di Cava de Tirreni. La citazione è del sacerdote e storico di Torraca, Rocco Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Da Clara Bencivenga Trillmich (…), e dal suo ‘Pyxous-Buxentum’, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988, sappiamo che il centro storico della medievale ‘Policastrum’, insiste infatti, in maniera visibile, su più antiche emergenze in opera pseudo-poligonale, oggi conservate per un’altezza variabile da circa 3 a circa 6 m., e in epoca Bizantina, in base a notizie fornite da Stefano di Bisanzio (…), si sa che il centro rimase attivo anche in epoca bizantina: alla dominazione di Bisanzio si deve il nome di ‘Palaiokastron’, e la fortificazione sommitale che residuano tutt’oggi nel castello medievale. Entrata a far parte nell’839 del Principato Longobardo di Salerno, nel 915 la cittadina subì il saccheggio portato dai pirati saraceni alle comunità costiere del Golfo di Policastro. Conquistato nel 1055 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello. Al Guiscardo si deve, inoltre, la costruzione della navata centrale della Cattedrale, poi più volte ampliata nel corso dei secoli. Il Campanile, in particolare, fu edificato nel 1167.
Nel 640-649 (?) (VII sec. d.C.), la bizantina Policastro e la sua probabile prima distruzione da parte dei Longobardi
Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che: “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, che vedremo. Da una qualche parte avevo erroneamente scritto che il Duchesne (si veda Barni a pp. 383-384) in proposito alla Regione III scriveva che: “Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (….).”, ma forse non si tratta di Duchesne ma si tratta di Natella e Peduto. In seguito vedremo ciò che scrisse Mons. Duchesne (….), trascritto nel testo di Gianluigi Barni. Sull’affermazione che: “…ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII, ecc..”, che leggo da qualche parte dei miei scritti aver copiato dal Duchesne, ma ciò non è così, è interessante la notizia secondo cui Policastro o l’antica Buxentum avesse subito una prima distruzione nell’anno 640, forse ad opera dei primi Longobardi che cercarono di impossessarsi di un territorio ancora controllato dai Bizantini. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: “…..che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno’”. Dunque, in questo passaggio, l’Ebner ricorda che dopo la lettera di papa Gregorio Magno, Policastro avrebbe avuto un ultimo vescovo nell’anno 640: il vescovo Sabbazio. E’ forse da questo fatto che i due studiosi Natella e Peduto ci dicono che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che: “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, ma come vedremo Giuseppe Volpe, riferendosi al manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), no dice nulla dell’eventuale distruzione di Policastro nell’anno 640. Insomma, si fa ritenere che una probabile prima distruzione di Policastro sia avvenuta nell’anno 640 in quanto l’ultimo Vescovo di Policastro di cui siamo a conoscenza (prima della restaurazione della rinata Diocesi), sia Sabbazio. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “……nel 649 al concilio romano,……..A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, il Vescovo di ‘Buxentum’, “Sabbazio”, partecipò e figura al Concilio dei Vescovi Romani del 649. La figura di Sabbazio l’analizzeremo in seguito. Il Duchesne (….), scrive pure che “nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, dopo il 679, ed in particolare dopo l’anno 649, con Sabbazio non si sa più nulla di Policastro, forse ancora chiamata Buxentum. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…“. Dunque, il Mannelli nel suo manoscritto inedito arriva all’anno 1079 quando dice che Policastro, col suo nuovo nome e già in mano ai Normanni fu elevata a Diocesi per la seconda volta. Dunque, è proprio questo il passaggio a cui si riferiva il Volpe (…). Il Mannelli attribuisce ai Vandali d’Africa, “anzi della vicina Sicilia che avevano occupata”, le frequenti incursioni sulle nostre coste del Tirreno e del mare Ionio, e dice pure “e, particolarmente la città marittima di Buxento”. Forse si riferiva ai Vandali d’Africa di Genserico ma se così fosse non si tratta dell’anno 640, ma ciò accadde al tempo di Genserico ovvero verso il VI secolo. Tuttavia il Mannelli scrive: “Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi;”. Dunque, il Mannelli scrive che Buxentum (ancora non era Policastro) fu di sicuro distrutta dai Saraceni d’Africa ma non sa dire quando questo avvenne. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, proseguendo il suo racconto sui Bizantini e Longobardi, a p. 39 scriveva che: “I rappresentanti dell’Imperatore d’Oriente rimasero ancora per anni nel Golfo di Policastro anche dopo la venuta di Arechi (640) che tolse loro i territori da Agropoli in su. Mentre Salerno risorgeva per opera di Arechi II che la fortificava e l’abbelliva il territorio del Golfo veniva ancora tormentato, questa volta, dalle reiterate incursioni dei Saraceni.”.
Nel 641 d.C. (VII sec. d.C.), l’Imperatore Eraclio divise l’Impero bizantino in ‘themata’
Nel 641, la perdita delle province meridionali in favore degli Arabi, rese più forte l’ortodossia nelle province rimanenti. Eraclio divise l’impero in un sistema di province militari chiamate themata per fronteggiare gli assalti permanenti, con la vita urbana che declinava al di fuori della capitale, mentre Costantinopoli continuava a crescere consolidando la sua posizione di città più grande (e civilizzata) del mondo. I tentativi arabi di conquistare Costantinopoli fallirono di fronte alla superiorità della marina bizantina e al suo monopolio di una tuttora misteriosa arma incendiaria, il fuoco greco. Dopo aver respinto gli iniziali assalti arabi, l’Impero iniziò un progressivo e parziale recupero delle sue posizioni. Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“.
Il kastron bizantino di Agropoli
Nel 544, Belisario fa rinforzare il castello-presidio di Agropoli, nascita del Kastron bizantino di Agropoli
Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino: Akropolis”, a pp. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “Giustiniano fu costretto a mandare nuovamente in Italia Belisario; questi sbarcò a Ravenna nel 544 e, l’anno successivo, inviò verso il centro della Penisola il grosso delle truppe ad incontrare quelle nuove che gli erano state spedite da Costantinopoli, per costituire un grosso fronte contro Totila, che minacciava Roma; egli stesso navigava continuamente dall’una all’altra fortezza marittima, seguendo e coordinando le operazioni. Intanto le nuove milizie bizantine, sbarcate a Reggio, risalivano il Meridione per via terra, attraverso il Bruzio e la Lucania, mentre la flotta che le seguiva per le vettovaglie si teneva il più possibile sotto costa. Allora le zone tirreniche della Lucania furono liberate dai Goti e, sembra, riconquistata Molpe; poi Belisario provvide a far fortificare il promontorio posto nell’arco meridionale del golfo di Salerno. Evidentemente fu la contingente necessità di un ancoragio per la flotta, che in quel frangente appoggiava le truppe terrestri operanti in Lucania, a mostrare allo stratego la vitale necessità di avere un approdo sicuro e protetto sul versante tirrenico di questa regione, prima di dirigere le operazioni verso Salerno e Napoli, ancora nelle mani dei Goti. Pertanto una guarnigione, che poi dovette essere permanente a protezione dello scalo marittimo, si occupò di creare nel luogo, servendosi della mano d’opera locale, delle strutture difensive, che fecero del nucleo abitato originario un ‘Kàstron’, cioè una cittadella, a cui fu dato l’eloquente nome di AKROPOLIS, città posta in alto (1), in evidente contrapposizione al vicino e sottostante abitato costiero, le cui visibili rovine erano rimaste abbandonate alle alluvioni del fiume, che iniziava ad inghiottirle (2), ma che ancora in quel tempo, e probabilmente anche nel corso del secolo successivo, servivano come luogo di sepoltura. Un’indagine analitica sulle fortificazioni di Agropoli è ancora di là da venire, ma la caratteristica pianta triangolare del Castello (foto 33) ci fornisce una valida indicazione circa l’esistenza di un originario impianto fortificato bizantino al di sotto delle evidenti e totali ristrutturazioni di età angioino-aragonese.”. Il Cantalupo, a p. 58, nella nota (1) postillava che: “(1) Sul significato del termine v. n. 1, p. 56. Non abbiamo del toponimo coeve trascrizioni bizantine, ma solo quella latina del 592 (v. p. 64), nella quale troviamo la forma ‘Acropolis’, quale si conserverà nel corso dei secoli VII ed VIII, per poi assumere, sotto l’influsso della lingua parlata, già nel IX secolo, la forma definitiva: Agropoli.”. Il Cantalupo, a p. 58, nella nota (2) postillava che: “(2) Ancora in epoca recente erano visibili nei pressi dell’attuale via Montessori delle rovine antichissime, dette popolarmente ‘casa delle Fate’ (v. n. 1, p. 33).”. Il Cantalupo, a p. 58, nella nota (3) postillava che: “(3) Un sommario esame delle parti residue delle mura che cingevano il borgo antico, non ha individuati, specie nel settore sud-est, il meglio conservato, elementi riferibili ad epoca anteriore ai secoli XI-XII (ampliamento o totale rifacimento delle cortine murarie in tele periodo ?). Quanto al Castello, gl integrali rifacimenti di epoca angioino-aragonese non permettono l’individuazione di fasi più antiche; le strutture superiori dell’edificio mostrano sporadici reimpieghi di materiali laterizi di età romana. Sulla presenza di blocchi di travertino pestano riutilizzati e sulla probabile distruzione di un edificio greco preesistente nel sito, v. pp. 24 sgg.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 69, in proposito scriveva che: “Analogamente Agropoli, nel Cilento settentrionale, è considerata in “finibus Graecorum”, punto di sbarco delle armate di Belisario e di Narsete, dove “due messi inviati da Bisanzio al principe Arechi” dovevano dimorare prima di continuare il cammino verso Salerno, come ricorda papa Adriano in una lettera a re Carlo (cfr. P. Ebner, Economia e Società nel Cilento meridevale, cit., II, cit., p. 3).”.

(Fig…..) Castello di Agropoli
Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 77, aveva già scritto che “già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86).”. Il Campagna, scriveva che verso la metà dell’800, ad Agropoli, era sorto uno stanziamento fortificato di Saraceni, diventato forse un piccolo emirato. Sull’emirato arabo di Agropoli e sui Saraceni nel Cilento, ho scritto, un altro mio saggio. Gli Arabi del resto, erano molto vicini, in quanto installati sulla sponda africana del Mediterraneo. ‘Ifriqiya’ (cioè l’Africa del Nord) ha ormai il volto musulmano, ed è governata da emiri locali in pratica autonomi come in Spagna. La Sicilia è inoltre bersaglio molto interessante, in quanto, sottraendo ai Bizantini le basi navali dislocate sulla costa meridionale dell’isola, gli Arabi avrebbero il pieno controllo sul traffico navale nel Mediterraneo centro-occidentale. Nell’827 d.C. i Califfi Aghlabidi (Abbasidi) di Kairuan, odierna Tunisia, iniziarono la conquista della Sicilia. La successiva invasione dei Saraceni, nell’Italia peninsulare, fu agevolata dalla sete di potere e di denaro dei signorotti locali.
L’influenza araba nel nostro territorio
Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), sulla scorta di Amari (….), in proposito scriveva che: “Ma se i Musulmani portarono all’Italia meridionale tanto danno e produssero tra la popolazione non meno spavento, è pure innegabile ed incontestabile la loro influenza positiva sulla civiltà delle nostre zone. Ancora oggi, infatti, negli usi e nel linguaggio in modo particolare, esistono tra noi residui di civiltà araba.”. La notevole influenza araba per le popolazioni locali dell’epoca, si può desumere dalla presenza di alcuni usi e termini dialettali. Infatti, ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, l’esistenza di residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 28, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Diamo qui di seguito un saggio dei termini arabi ancora in uso nel Cilento: ‘Tumminu’(tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’(camicia), ‘sceddecare’(il battere le ali della gallina), ‘catu’(secchio), ‘alliffato’( attillato), ‘scimmuzzo’ ( tuffo nell’acqua del mare)“. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 28-29-30-31, in proposito scriveva che: “Con il passare del tempo, i Saraceni ebbero tanta influenza tra noi che, nelle zone controllate dalla loro potenza, arrivarono persino a coniare monete, alcune d’oro ed altre d’argento, con la loro impronta; monete che resistettero sul mercato fino alla morte di re Manfredi. Gli stessi re normanni si servirono di codeste monete, lasciando da una parte il nome del re e dell’altra motti arabici (2). Vero è che la loro opera di razzia fu richiesta, talvolta, dagli stessi governanti, come si verificò quando la romana Napoli li chiamò contro i Longobardi al tempo di Sicardo, principe di Benevento (3). La minaccia dei barbareschi aveva posto le popolazioni delle nostre contrade cilentane sotto il continuo incubo, ragion per cui esse avvertirono il bisogno di difendersi per mezzo di fortificazioni. “Sorsero così – scrive il Cilento – torri e castelli, quei castelli medievali che la trasfigurazione romantica innalzò a lieto ritrovo di cavalieri e di trovatori, ma che nella miseria di questi tempi furono soltanto nude e grigie fortezze, triste rifugio di rozzi uomini armati”. Ma se i musulmani portarono all’Italia meridionale tanto danno e produssero tra la popolazione non meno spavento, è pure innegabile ed incontestabile la loro influenza positiva sulla civiltà delle nostre zone. Ancora oggi, infatti, negli usi e nel linguaggio in modo particolare, esistono tra noi residui di civiltà araba (4). D’apprincipio, la loro era stata una difesa affidata all’iniziativa privata, e perciò stesso approssimativa; ma con l’avvento dei Longobardi, dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi e degli Spagnoli, nel territorio da essi conquistato, si portò avanti un organico e ben definito piano di protezione contro il pericolo dei predoni. I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7). Cacciati di quì (da Licosa) i sacceggiatori ripararono in Agropoli, luogo assai idoneo e per posizione naturale e per strategia. Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8). Da Agropoli, i Saraceni, in continuo contatto con i fratelli stazionanti in Sicilia ed in Africa, si studiarono di impadronirsi per sempre del Principato di Salerno e l’occasione venne loro offerta dalle continue discordie esistenti tra i principi Longobardi di Capua, di Salerno e di Benevento. Si mossero così con il piano di occupare ed espugnare i nostri castelli ed in parte riuscirono nel loro intento (9). Nell’anno 909, altri Saraceni si trovano in Agropoli, la gran parte dei quali si era unita al gruppo di Ibraim-ibn-Abmed, provenienti dalla Calabria. I restanti saranno i pochi superstiti assoldati dalla Repubblica napoletana (10). Quando nell’anno 1016, assediarono ancora una volta Salerno, i Saraceni scesero anche ad Agropoli e a Capaccio (11)”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Paruta F., Sicilia illustrata, pp. 155-156. Cilento N., I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, in “Archivio Storico Napoletano”, n.s. XXXVIII (1958), pp. 109 sgg.”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Pontieri E., Il Principato Longobardo di Salerno – il problema saracenico – in “Rivista di Studi Salernitani”, I, Salerno, 1968, pp. 77-79.”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (3) postillava che: “(3) HIRSCH F., – SCHIPA M., La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno – Ristampa con introd. e bibliografia a cuura di Acocella Nicola, Roma, 1968, pagg. 100, 109, e 141.”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Amari M., op. cit., Vol. III, pag. 886 e sgg. Orlando G., Storia di Nocera dè Pagani, vol. I, Napoli, 1884, pag. 311 e sg. Ecc…”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7) postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit. pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del naviglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo,, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ebner P., Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più remoti al tramonto della feudalità, in R.S.S., anno 1965, p. 62; Cfr. pure Londolini A., Le Repubbliche del mare, Roma, 1963, p. 131.”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Amari M., op. cit., vol. I., p. 344.”. Il Vassalluzzo per l’opera di Amari si riferiva a: Michele Amari (…), ‘Storia dei Mussulmani in Sicilia’, vol. I, II edizione, p. 187, mentre il Vassalluzzo, postillava per p. 344, del vol. I, di Amari. Riguardo invece la citazione di Nicola Cilento (…), si ci riferiva all’opera: ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, p. 184. Sulla scorta del ‘Chronicon Salernitanum’, un antico manoscritto apocrifo (…), che fu pubblicato nel 1600 dal Pratilli (…), sappiamo che a Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885, all’anno 898 (si veda cap. 151, 547 e Amari M., op. cit. (…), vol. I, p. 463 e 464), nell’anno 1001 (si veda Hirsch-Schipa, op. cit., p. 180), mentre il Pertz (…), scrive nell’anno 1016. Anche Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 20 e s.
Bizantini e Longobardi
E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Sulla metà del IX secolo – quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge, autonomo, il Principato di Salerno – la zona maritima della della bassa Italia e molti centri restarono sotto l’egida dell’Impero Bizantino, mentre l’interno fu dominato e controllato dai Longobardi, meno che l’estrema penisola della Calabria di oggi (l’antico Bruzio) che restarono bizantini. In un primo momento troviamo Policastro che appartiene al ducato di Benevento (Radelchi) e si delimita il nuovo Principato di Salerno mediante l’indicazione dei Castaldati che giacevano ai confini del nuovo Principato. Infatti Policastro, dall’839 al 1076, fu assegnato al Principe Siginulfo. Pertanto ancora dubbio è il confine con il territorio bizantino. Dobbiamo tener presente che queste terre sono ancora confinanti con la Calabria occidentale – che a quell’epoca appartennero all’Impero di Bisanzio – pertanto, volendo accreditare l’ipotesi secondo cui il fiume Alento fu il confine tra il Castaldato di Lucania e quello di Laino ( in Calabria), dobbiamo ritenere che questo territorio – anche in epoca più tarda – cioè quando i Longobardi si impossessarono dell’intera Italia Meridionale – non doveva essere controllato direttamente dai Longobardi. Il loro dominio durò oltre cinque secoli, ed a testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi dialettali il cui etimo è chiaramente di derivazione longobarda. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobari, furono i principali protagonisti. Il Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nelle grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Secondo la Descriptio orbis romani di Giorgio Cipro, opera geografica redatta all’inizio del VII secolo, suddivideva in cinque province o “eparchie”: quella di “Calabria”, comprendente i possedimenti bizantini nel Cilento, in Lucania e nel resto dell’Apulia. Secondo Kazhdan (…), Giorgio Ciprio (greco: Γεώργιος Κύπριος, latinizzato come Georgius Cyprius; Lapithos, … – …) è stato un geografo bizantino degli inizi del VII secolo……Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, ecc..’, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “Iniziata da Leone, il Filosofo, fu proseguita dai suoi successori, che sottomisero al basileus la Calabria fino a Taranto e la Lucania orientale fino al Sinni e al Bradano, anzi il generale Niceforo Foca aveva sottomesso, anche se per poco, i Longobardi del Beneventano (6). Fu nel Golfo di Policastro, fra frange incerte del Thema di Calabria ed i particolarismi longobardi campani, che si ebbe la sostituzione dei gastaldi coi tumarchi o, più spesso, la tacita convivenza fra loro con l’applicazione d’un diritto misto (7).”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (6), postillava che: “(6) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, op. cit.; J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (7), postillava che: “(7) J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904, op. cit.; L. Bréhier, Le Mond Byzantin, les Institution de l’Empire byzantin, Paris, 1949.”. Ricordiamo tutte le notizie che abbiamo intorno al VI secolo e la nascita di alcuni enclavi cattolici, come Paestum, Velia e Buxentum. Come andrebbero ulteriormente indagate le origini delle incursioni barbaresche o saracene sulle nostre plaghe e la notizia secondo cui i bizantini, nel VIII secolo, si mossero contro le armate franche di Carlo Magno che invece cercava di conquistare il Regno longobardo in Italia. Nell’anno ‘788 sbarcarono in Calabria un buon esercito proveniente dai temi bizantini orientali al quale furono aggiunti alcuni reparti dello stratego di Sicilia. Nell’esercito bizantino, erano il Sacellario e logoteta Giovanni e Adelchi in persona (ellenicamente Teodoto, transfugo alla corte bizantina). Ma l’esercito greco-bizantino non riuscì a risalire a Benevento perchè fu affrontato in una tremenda battaglia al Vallo di Diano verso Sala Consilina dai Franchi di Carlo Magno, ed i longobardi coalizzati e alleati dei Franchi per la conquista del Principato di Benevento di Arechi che nel frattempo era da poco morto. L’esercito greco-bizantino fu sconfitto in maniera irrimediabile e disastrosa perdendo lo stesso suo comandante Giovanni che cadde in battaglia. Verso la fine dell’anno ‘787 (…) (nel IX sec.), il porto naturale di Sapri, fu teatro delle operazioni militari sorte a causa dei continui dissidi sorti tra le corti carolingia e quella bizantina. La notizia ci è data in un libro dello scrittore Gianni Granzotto (…). Il Granzotto, afferma che verso la fine dell’anno ‘787 (…), il porto e la baia naturale di Sapri, furono scelte dalla flotta bizantina per attendere il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (…). Gianni Granzotto (…), racconta che, verso la fine dell’anno ‘787 (…) le truppe bizantine dell’Imperatrice (reggente) di Bisanzio, Irene d’Atene: “Al Vallo di Diano, verso Sala Consilina, le truppe bizantine vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fu mozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” (…). Il Granzotto (…), si riferisce ad una battaglia, combattuta nel Vallo di Diano tra le truppe della Imperatrice (reggente) di Bisanzio Irene d’Atene, contro le armate di Carlo Magno. Secondo il Granzotto, la flotta bizantina ancorata nella baia e nel porto naturale di Sapri, attendeva l’esercito bizantino ed il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (…). Andrebbe pure ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo introvabile libretto ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “.., ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nell’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”.
Il kastron bizantino di Molpa

(Fig…) La collina della Molpa, si staglia nel meraviglioso panorama costiero nel Comune di Camerota
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. A partire da questo anno e fino al 1268 fu sotto la giurisdizione degli Svevi, a cui succedettero gli Angioini fino al 1435. Gli Angioini potenziarono ulteriormente le fortificazioni che formava con i castelli di Palinuro e di San Severino una cinta difensiva che si rivelò di importanza vitale nella guerra contro gli Aragonesi. Le difese però non resistettero all’invasione dei pirati Saraceni, noti come Corsari d’Africa, che all’alba dell’11 giugno 1464 la rasero al suolo, facendo schiava la sua gente (coloro che riuscirono a fuggire trovarono rifugiò nell’entroterra ed in particolare a Centola ed a Pisciotta) e decretando per sempre la fine dell’abitato di Molpa. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 90, parlando di “20 – Melphes fluvius” (fiume Melpi, fiume Lambro), in proposito scriveva che: “Nasce questo fiume da una montagna due miglia al di là da ‘Cuccaro’, detto ‘Lagorosso’, …., donde il fiume con altre termine fu detto ancora ‘Rubicante’. Quindi ingrossato da altre acque si scarica in un piccolo seno, che anche di Molpa ritiene il nome. Qui nè passati tempi sopra un’erta collina si alzò una città collo stesso nome, di cui restano molti avanzi. Varie notizie ne leggiamo negli autori, e nelle cronicche dè bassi tempi, e specialmente in Malaterra, e, nell’Anonimo Salernitano. L’Antonini ha preteso provare che qui nei prischi tempi fosse qui situato ‘Bussento’, cambiato poi in Molpa, o Melope, ma quanto sia errata questa opinione sarà nel seguente articolo discusso.”. Dunque per il Romanelli, si riferiva a questa città di Molpa, la città sorta sorta un’erta collina nel mezzo del seno del fiume Lambro, allora detto Melphes e poi Rubicante, quando cita due episodi raccontati dal cronista normanno Goffredo Malaterra e dal cronista detto Anonimo Salernitano. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421);…. Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”, di cui parleremo in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: “donde dii esso sorge un’altra rupe, o sia eminenza, la quale da tre parti inaccessibile, solamente dalla banda di tramontana vi si può montare, e con difficoltà ancora, ed ha sulla cima un falso piano non molto ampio; sulla fine del quale trovasi una piccola sorgiva di acqua dolce, la quale se fosse ben tenuta, potrebbe per numero di gente bastare. Quì era fabbricata la Città, e l’immensa quantità di grossi mattoni, onde quel piano è coverto, colle vestigia di antiche fabbriche, fa vedere, che tutto era abitazione; solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto. Come non aveva il luogo da tre parti bisogno alcuno di mura, per essere straripevoli, ed inaccessibili, così solamente da tramontana si trovano le muraglie di antichissima fabbrica da parte di in parte guaste, ed interrotte. Il sito non può esser ne più bello, nè di migliore aria, perchè da ogni parte ventilato; e sebbene abbia da oriente il fiume Mengardo, e da occidente il Melpi; essendo però ambedue di correnti limpide acque, non potranno mai fare il luogo malsano. A mezzogiorno tiene, come una deliziosissima conca, il ià descritto seno, e da tramontana gode, la veduta di lontane montagne; eppure con tutto ciò non si è trovato dopo l’ultima sua desolazione, chi si fusse arrisciato ad abitarla, per lo già sperimentato pericolo delli corsari. Dopo i primi tempi, fu la Città chiamata Malfa, Melfa, Melpi, e fino (I) Melope; oggi ritiene solamente quello di Molpa.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Nicola Corcia (…), a p. 59, in proposito scriveva che: “Delle vicende di questa città nè tempi posteriori tornerà altrove il discorso; ora dico soltanto che nel fondo del seno che dalla città stessa prese il nome di ‘Molpa’, sorge un’altra rupe, appena accessibile all’oriente, che in sulla cima ha un falso piano, sul quale la città era posta. Ivi se ne veggono i pochi ruderi con gli avanzi di un portico, del quale si chiusero poi gli archi per farne un recinto che dicesi il ‘Castello’. Essendo il luogo, naturalmente fortificato, soltanto dalla parte di tramontana era difeso da muraglie di antichissima costruzione, che in parte or si veggono abbattute ed interrotte (2). Dopo il fiume Melpi e all’occidente del castello della Molpa, più copioso di acque mette foce nel mare a non molta distanza il ‘Mingardo’.”. Il Corcia (…), nel suo vol. III, a p. 59, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini, op. cit., t. I, p. 366.”. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche. I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”.
Nel 476, il Castello della Molpa, presidio e fortezza dei Goti di Bultino detto Totila

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure che di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) e un castello di cui sono visibili i ruderi e del quale è notizia nei ‘Registri angioini’. Infatti, nel 1269 re Carlo I ordinò di avocare alla regia Curia il castello della Molpa, con Camerota e S. Severino, tenuti dal milite Guglielmo Gagliardi (17). Ecc…”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’A. (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Maugerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ……………”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, scriveva che: “Castello della molpa: sul colle omonimo a est del fiume Lambro.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: “solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che: “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline ecc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’.
Il kastron di Cuccaro vetere
Il Kastron di Caselle in Pittari
Il kastron di Arce Gloriosa
Il kastron bizantino di Castrocucco

(Fig…) Castello di Castrocucco di Maratea (PZ)
Da Wikipedia leggiamo che Niceforo Foca, detto anche Niceforo Foca il vecchio o Niceforo Foca patrizio; in greco: Νικηφόρος Φωκάς (Kappadokia, 830 circa – Bisanzio, 896 circa), è stato un condottiero bizantino, capostipite della famiglia Foca, a cui appartenne anche l’imperatore bizantino Niceforo II Foca (X secolo). Nobile armeno fu patrizio e domestikos tou scholai (Domestico delle Scholae) bizantino. Nell’885 fu inviato dall’imperatore Basilio I, su richiesta del papa Giovanni VIII, a difendere i temi bizantini della thema di Calabria e della Puglia dai Saraceni. Nel biennio 885-886 rioccupò Bari e Taranto in Puglia, Santa Severina, Tropea e Amantea in Calabria, respingendo gli invasori saraceni in Sicilia e nelle altre terre di origine; non riuscì invece la riconquista della Sicilia. Niceforo Foca conquistò inoltre anche i territori longobardi della Calabria e della Basilicata (il principato di Salerno e il ducato di Benevento divennero vassalli dell’Impero bizantino), portando così a termine la riunificazione di quasi tutta l’Italia meridionale sotto la sovranità di Bisanzio. Il generale si preoccupò di rafforzare la difesa dei territori dai Saraceni, invitando le popolazioni a stabilirsi in kastellion, borghi posti nelle alture più facilmente difendibili grazie alla configurazione naturale del terreno, secondo il motto “Ascendant ad montes” (traducibile con “Si stabiliscano sui monti”). Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando delle coste longobarde nell’antica Lucania, a p. 245, ci parla dei ruderi di un antico castello a Castrocucco di Maratea e in proposito scriveva che: “Da nuclei di marinai, stabili a “Sicca”, e da profughi dalla città sul “Palestro”, espugnata, probabilmente, da invasori longobardi, seguiti da altrettanto feroci incursioni saracene, intorno a un castello fu costruito il nucleo bizantino di Castrocucco. A parte l’etimo, che come abbiamo visto, è un composto, dal bizantino “Kastron” e dall’arcaico “Cucco”, l’agglomerato-fortezza è di epoca medievale (4). A prima vista, i ruderi di Castrocucco evidenziano insediamenti avvenuti in due fasi diverse, anche se, cronologicamente vicine. In un primo tempo avvenne l’incastellamento, forse parte di un arimanno e del suo sparuto esercito, in “fara”. Tutto il complesso difensivo fu chiuso da mura con feritoie. Il piccolo agglomerato extra moenia è di epoca posteriore, edificato da “confugientes” della piana, insicura ed esposta a continue incursioni, sia saracene, sia di predoni slavi (5). E nuclei saraceni e schiavoni furono stabili da S. Nicola al Noce. L’agglomerato fuori le mura fu di chiara estrazione bizantina, forse databile al periodo della riconquista, tra la fine del IX secolo e i primi del X……Tuttavia, le notizie su Castrocucco sono tarde e frammentarie (8). Sappiamo che nel 1079, la piccola chiesa parrocchiale era alle dipendenze dell’episcopato di Policastro, latinizzata (9).”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Da “Caico”, il fiume microasiatico sulle rive è posta, alla confluenza col Mysius, la città di Pergamo.”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Soprattutto intorno al 930, in G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930; R. Perrone-Capano, Sulla presenza degli slavi in Italia, estrat. Atti Acc. Pontaniana, n.s., XII, 1963; P. Ebner, Storia di un feudo, etc., op. cit., p. 91.”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Quanto resta nell’ASN e ciò che hanno scritto D. Damiano, Maratea nella storia e nella luce, etc, Sapri, 1965; Fulco, Memorie storiche, op. cit.”. Riguardo la nota (8) e Fulco, il Campagna si riferiva a Fulco A., Memorie storiche di Tortora, Ed. Intercontinentalia, Napoli. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Da documenti manoscritti presso la Curia vescovile di Policastro, Arch. cit.”. Riguardo l’ultima nota (9), il Campagna, fa riferimento alla cosiddetta “Bolla di Alfano I”, un antichissimo documento del 1079, di cui ho parlato ivi in un altro mio saggio, dove nell’elenco delle 30 parrocchie appartanente alla ricostuita Diocesi Paleocastrense, figurava anche Castrocucco. Di Castrocucco ha parlato Mons. Damiano (…), nel suo ‘Maratea nella storia e nella luce’, etc, Sapri, 1965, in proposito scriveva che: “…………………”. Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a p. 20 parlando della ‘Bolla di Alfano I’ del 1079, nella sua nota (62) postillava che: “(62) ‘Castru Cuccu’ in ‘a’, ‘Castrocucco in ‘b’, ‘Castrocucco’ in ‘l’, ‘Castrucuccu’ in ‘v’. Il centro ubicato in territorio di Maratea, presso la foce del fiume omonimo, fu abbandonato nel corso del XVI secolo.”.
Il Campagna, riguardo Castrocucco citava Pietro Ebner. L’Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 , riferendosi a Pietro da Salerno, Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: “Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (Paolo Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini (31).”. La notizia di profughi e Slavi assoldati da Roberto il Guiscardo per la conquista delle Calabrie va ulteriormente approfondita ed indagata. Su Castrocucco ha scritto pure Biagio Cappelli (…), nel suo Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 212-213, dove parlava anche di Aita, riferendosi a certe chiese o monasteri basiliani sorti in quell’area.
I Saraceni, flagello delle nostre coste

(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86), postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza Saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Dunque, il Campagna (…), scriveva che la causa degli stanziamenti Saraceni sulle nostre coste, fu dovuto allo sfaldamento del Ducato Longobardo di Benevento, allora retto da Radelchi di Benevento che dovette combattere contro le mire di potere di Siconolfo. Infatti, il Campagna, sulla scorta di Pochettino (…), scrive che Radelchi di Benevento, nell’anno 841, “per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta.”. Già nell’anno 836 il Console di Napoli Andrea, chiamò i Saraceni Abbasidi per difendersi da Sicone, Principe Longobardo di Benevento. In cambio dell’aiuto Andrea concesse ai Saraceni di fortificare un ribat a Punta Licosa. Il Console di Napoli passerà alla storia, per essere stato il primo ad ingaggiare truppe mercenarie musulmane nel Meridione Italico nell’Età Medievale. Sullo scacchiere geo–politico dell‘Italia Centro-Meridionale, formato dall’attuale Campania, Lazio e Molise, ai primi del IX secolo d.C. si muovevano: L’Impero Carolingio di Carlo I Magno; il neo Stato Pontificio; l’Impero Bizantino (Impero Romano d’Oriente) attestato nei suoi avamposti nella Calabria Meridionale, nel Ducato di Napoli e nel ‘kastron’ di Agropoli; i Longobardi alleati dei Beneventani, Salernitani e Capuani; la Repubblica Marinara di Amalfi e le città marittime di Gaeta e Sorrento, senza una specifica alleanza, giacché trafficavano con tutti, anche con i Saraceni. In questo caos, fatto di intrecci politici, di interessi personali e di impure alleanze, fu facile per i Saraceni creare numerose cellule islamiche sul nostro territorio, per poi lanciare lo Jihad finale a Roma, capitale della Cristianità. Lo sbarco avviene a Mazara del Vallo, al comando della spedizione vi è Assad Ibn al-Firat che punta su Siracusa, la capitale, che però resiste. Cade Girgenti (Agrigento) e dopo un anno di lotta si arrende Palermo, che diventerà capitale. Siamo nell’831. Successive sono la resa di Messina, Modica, Ragusa, passano dieci anni prima che si arrenda Castrogiovanni e venti prima che si arrenda Siracusa. Nell’882 i Bizantini furono cacciati dai Saraceni, i quali costruirono un ribàt (nuova fortificazione): da qui partivano gli attacchi ai paesi vicini fino a Salerno. In seguito all’affermarsi della conquista Carolingia sui territori dell’Esarcato Bizantino d’Italia, e dunque anche su quelli della costa Calabra, nell’VIII secolo, quelli che un tempo erano stati dei ‘kastron‘ bizantini, piccoli agglomerati fortificati, si andarono sempre di più fortificando anche a causa delle continue scorribande barbaresche di arabi Saraceni. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 77, continuando il suo racconto, scriveva pure che: “Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90). Già nell’831, con l’avvenuta conquista del porto di Palermo, venivano ad essere facilitate le incursioni sulle coste del continente. A nulla valsero l’impegno di Ludovico II, lo sforzo di papa Giovanni VIII per la realizzazione di una lega antisaracena: le coste, soprattutto, venivano flagellate ad ondate da incursioni islamiche, ora di Sicilia, ora d’africa, avvantaggiate dagli stanziamenti fortificati, installati sullo stesso continente (91).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Dunque, Orazio Campagna, sulla scorta di Pochettino (…) e di Michelangelo Schipa (…), afferma che nella metà dell’800 (IX secolo), le nostre terre, diventarono teatro delle peggiori sciagure dovute alla presenza di popolazioni bulgare, e soprattutto musulmane. Nuclei di popolazioni Saracene, si erano stanziati ad “Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86)“. Infatti, il Campagna, cita il generale Niceforo Foca e nella sua nota (86), postillava in proposito che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza Saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Secondo il Campagna (…), che scriveva sulla scorta del Pochettino (…), sempre nella metà dell’800, i Saraceni, “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi”, “ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, anche sulla scorta di Michele Amari (…), riteneva che dopo l’anno 831, in cui fu conquisato dagli Arabi, il porto di Palermo “le coste, soprattutto, venivano flagellate ad ondate da incursioni islamiche, ora di Sicilia, ora d’africa, avvantaggiate dagli stanziamenti fortificati, installati sullo stesso continente (91).“. Il Campagna, sempre a p. 77, aveva già scritto che “già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86).”. Dunque, secondo il Campagna ed il Pochettino, l’antica città di Bussento, fu distrutta dai Saraceni nell’anno 850-851. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania”, a p. 412 parlando di Camerota, in proposito alle incursioni dei Saraceni, in proposito scriveva che:

(Fig….) Antonini (…), p. 412
L’Antonini (…), a p. 412, parlando di Camerota scriveva di alcune notizie circa i Saraceni e citava il “Manoscritto del Marchese di S. Giò: Bonito, oggi del Sig. Principe di Casapesella”. L’Antonini si riferiva al manoscritto di Marcello Bonito o Bonita o Bonitto che nel 1600, pubblicò il testo: “Terra tremante, o vero, continuazione dei terremoti dalla creazione del etc.”, un’operetta sulla terra tremante a Napoli.
Nel 845, i Saraceni furono snidati a Punta Licosa
Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 30, in proposito scriveva che: “Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7). Cacciati di quì (da Licosa) i sacceggiatori ripararono in Agropoli, luogo assai idoneo e per posizione naturale e per strategia. Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8).”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7) postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit. pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del naviglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo,, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno, ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.

(Fig….) Isolotto di Licosa
Fortezze e Castelli all’epoca Longobarda (VIII-IX-X secolo)
Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 236, così scriveva che: “Se è vero che i “Kastra” avevano sostituito, soprattutto nelle istituzioni, le colonie, e che la lunga guerra gotica aveva reso la vita delle comunità asfittica, il totale sovvertimento si ebbe sulle coste con l’avvento dei Longobardi (162). Il “castello” diivenne come una micro-città con ordinamenti e rapporti nuovi. Originariamente costruito su un colle, non tutti i castelli ressero alle fresche e virulente forze saracene che venivano dal mare, per cui di molti resta il solo toponimo di “Castiglione” ed un pugno di rovine. Le continue minacce saracene spinsero l’arimanno a costruire nuove fortezze su speroni rocciosi, inaccessibili, spesso preclusi alla vista dal mare. I rapporti della nuova signoria fondiaria o patrimoniale del castello con i coloni, e con la superiore Longobardia beneventana, dopo l’840 scissaa nei principati di Benevento (163), di Salerno e nella contea di Capua, venivano regolati “Jure Langobardorum (163).”. Il Campagna (…), a p. 236, nella sua nota (162), postillava che: “(162) ………”. Il Campagna (…), a p. 236, nella sua nota (162), postillava che: “(163) Vigeva il diritto patrimoniale successorio, preferibilmente della primogenitura maschile. A differenza del feudaisesimo jure rancorum, non era richiesto il contratto vassallatico a un semplice giuramento.”. Il Campagna, a p. 237, continuava a scrivere sui catelli: “Dopo la riconquista greca, fine del IX secolo, la rivalutazione giuridico-amministativa del “Kastron” non annullò, sulle coste occidentali della Calabria Settentrionale, tutte le prerogative del castello: il signore continuò ad esercitare i poteri curtensi nei riguardi dei soli Longobardi (166), a godere del diritto successorio o di alienazione della proprietà fondiaria. Col ritorno dei Bizantini e il sopraggiungere dei Melchiti dalla Sicilia, si ebbe la rinascita dei monasteri basiliani, soprattutto nell’Eparchia mercuriana.”. Il Campagna, a p. 237, nella sua nota (166), postillava a riguardo che: “(166) N. Cilento, Italia Meridionale Longobarda, Napoli, 1966. Nella prima metà del XIV secolo, nel Prinicpato di Salerno vigeva il diritto romano e Longobardo”. Poi il Campagna, postillava anche del “Gay J., op. cit., e Hirsch, Il Ducato di Benevento, Roma, 1969.”. Castelli e fortificazioni, in epoca Longobarda, si consolidarono anche nell’immediato retroterra in alcuni centri come Rivello, Lagonegro e Lauria, nel Vallo di Diano a Teggiano. Sulla fascia costiera, troviamo i sistemi difensivi della Molpa, Policastro (‘Polis Castrum’ = Città fortificata), fino a spingersi verso i centri dell’attuale Basilicata con Castrocucco e poi Tortora e Scalea. Il Campagna, sulla scorta del Pochettino (…), nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Nel 1975, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel capitolo da lui dedicato alle “Fortificazioni e loro scopo”, sulla scorta di Nicola Cilento (…), credeva che le fortificazioni costruite sulle nostre terre, fossero il frutto della “minaccia dei barbareshi che aveva posto le popolazioni delle nostre contrade cilentane sotto continuo incubo, ragion per cui esse avvertirono il bisogno di difendersi per mezzo di fortificazioni. Sorsero così – scrive il Cilento – torri e castelli, quei castelli medievali che la trasfigurazione romantica innalzò a lieto ritrovo di cavalieri e di trovatori, ma che nella miseria di quei tempi furono soltanto nude e grigie fortezze, triste rifugio di rozzi uomini armati”.”. Pur concordando in parte a queste affermazioni, ritengo che nel basso Cilento, fortezze e castelli, non siano nati solo a causa della piaga dei saraceni, che pure vi è stata. Non è facile però, documentare e ricostruire la storia delle fortificazioni sorte sul territorio del baso Cilento in epoche anteriori a quella bizantino-Longobarda. Castelli, fortificazioni e rocche fortificate, sorsero ovunque sul nostro territorio ed ancora se ne vedono le vestigia: Cuccaro, Molpa, Camerota, San Severino di Centola, Roccagloriosa, Castel Ruggero, Policastro, il ‘Castellaro’ a Capitello, già all’epoca dell’invasione di Belisario, facevano parte di un organico, anche se per taluni aspetti, frammentario, sistema difensivo. L’indagine geo-storica sulle antichissime fortezze costruite sul nostro territorio, si può condurre anche attraverso la scarna documentazione testuale, come il ‘Libro di Re Ruggero’, scritto dal cartografo arabo el-Idrisi, nel 1154 ed il ‘Catalogus Baronum’ scritto sempre all’epoca di Guglielmo I d’Altavilla, re del Regno di Sicilia. L’indagine geo-storica, si può condurre anche attraveroso la ricca documentazione cartografica, di cui però, le più antiche mappe o carte portolaniche conosciute risalgono ai primi anni del XIII secolo, come la ‘Carta Pisana’ ed il ‘Compasso da Navigare’, dove, i centri citati, i cui toponimi figurano scritti in greco o in arabo. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.“. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Mons. Nicola Maria Laudisio (6), sulla scorta di Pietro Giannone (64), riferendosi alle città di Velia e di Rivello, cita alcune notizie riguardo la dominazione bizantina e poi Longobarda e, in proposito scriveva che: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati.”. Secondo il Laudisio, gli abitanti dell’antica città di Velia, posta sul promontorio di Palinuro e distrutta nel 915, si rifugiarono in un antichissimo castello longobardo a Rivello e quì vi fondarono la nuova Revelia. Il Laudisio (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), credeva l’antica città di Velia, sorta sul promontorio di Palinuro (forse confondendola con l’antica città della Molpa). Secondo il Laudisio (…), dopo la distruzione saracena dell’anno 915 (anno che cita pure il Volpe (…)), gli abitanti superstiti di Velia (Molpa?), si rifugiarono nel castello di Rivello “che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi”. Dunque, secondo il Laudisio, il castello di Rivello, fu fortificato nel VI secolo dai Longobardi al tempo di Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. La notizia di un castello fortificato dai Longobardi nel VI secolo, è di enorme importanza per queste terre.
Il castello Normanno e poi Angioino di Caselle in Pittari
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Ad ogni modo soltanto con gli Angioini (negli anni 1279-1280 Carlo I tassava tutte le ‘Terre’ del Cilento e del Vallo, fra cui ‘Casolla’, per far fronte al pagamento delle milizie)(116), in particolare negli anni della disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302) conbattuta fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia, ‘Casolla’ dovette costituire uno dei ‘castra’ (fortezze) della seconda linea difensiva interna insieme con Torraca, Tortorella, Rocca Gloriosa e Torre Orsaia (117). Le due Valli del Bussento e del Mingardo, infatti, che in ‘Policastrum’ avevano la loro porta d’ingresso, furono costellate di ‘castra’ per la difesa contro la soldataglia degli Almugàveri assoldata dagli Aragonesi (118). E se alla foce del Bussento il ‘castrum Policastri’ era il più difeso anche con il concorso di quelli meglio attrezzati dell’interno (‘castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle….Sanse…Turrace…Rofrani)(119) e dalle sorgenti dei due importanti corsi d’acqua erano attivi quelli di ‘Roffrànum’ (120) e di ‘Sansa’ (121) (che costituivano la terza linea), allora anche il ‘castrum Caselle’ nel medio corso dovette ricoprire qualche importanza e patire le misere condizioni di guerra, tanto da essere esonerato più volte dal pagamento delle imposte: ‘satis est notorium quod ex presentis guerre discrimine pars regni multa dispèndia subiit….dapna pergràvia deploràvit….itaque statuimus terras et loca ipsa eximendas a solutione presentis collecte…Nomina terràrum et locòrum sunt hec: Padula, Sansa, Rufranum, Caselle, Policastrum (122). L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123). In quanto fortezza (‘castrum’), l’abitato doveva contare su d’una solida cinta muraria e su d’un castello turrito che si elevava sulla sommità del poggio (124). Delle mura, innalzate sulla nuda roccia e interrotte soltanto dalle porte d’accesso al ‘castrum’, non v’è traccia; del castello invece ancora sfida il tempo e le intemperie una torre cilindrica (125) in parte diruta, forse l’antico ‘maschio’ della fabbrica difensiva. Elevato probabilmente in epoca normanna e ampliato in quella sveva, soltanto con gli Angioini il castello dovette assumere l’aspetto di vera e propria fortificazione in concomitanza con la funesta guerra del Vespro. In via Indipendenza, nella parte orientale dell’abitato, si aprono nella muraglia ampie cavità denominate ‘u Carcere’, probabilmente gli antichi punti delle prigioni del castello. Alla fine del XIII secolo Caselle entrò a far parte ufficialmente del ‘Principato Citra’ con le assegnazioni di Carlo II lo Zoppo (126)”.

(Fig…) Caselle in Pittari – torre medievale
Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (117) postillava che: “(117) F. Fusco, Quando la storia etc., p. 206.”. Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (118) postillava che: “(118)Nel 1284 Carlo I d’Angiò nominò Ruggiero II Sanseverino (figlio di Tommaso), conte di Marsico e barone di Cilento, comandante generale dell operazioni belliche nel ‘Principato’. Insieme col figlio Tommaso II provvide alla costituzione dei ‘castra’ ed alla richiesta al re di esonero dalle tasse per le martoriate popolazioni delle due Valli.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (119) postillava che: “(119)C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, Subiaco, Tipografia dei Monasteri, 1931-1946, I, p. 57. (Il Castello di Policastro deve essere riparato dagli abitanti di Tortorella, Sanza, di Torraca, di Rofrano).”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (120) postillava che: “(120) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc, cit. , p. 169 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (121) postillava che: “(121) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 206 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (122) postillava che: “(122) ASN, Reg. Ang., n. 58, fol. 198. (E’ del tutto noto il fatto che per i guasti della presente guerra parte del Regno ha subito molte perdite, ha patito danni grafissimi….per questo abbiamo deciso che le terre e il luoghi coinvolti siano esentati dal pagamento della tassa attuale…Le terre e i luoghi sono i seguenti: Padula, Sanza, Rofrano, Caselle, Policastro).”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123)AA.VV., Storia delle Terre, cit., I, p. 215.”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (124) postillava che: “(124)Ancra oggi la parte più elevata dell’abitato è detta ‘o Castiedo (il Castello). Il Castello raffigurato sullo stemma comunale è quello marchionale (non l’antico) turrito e merlato alla guelfa (su antiche carte dell’Archivio Diocesano di Policastro è riprodotto anche un altro stemma, ma più antico, costituito da una plama e dall’effige di San Michele.”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (125) postillava che: “(125) Alta 13 m., è l’unico indizio che farebbe pensare ad una fabbrica angioina: “Le torri cilindriche sono una caratteristica ed una costante negli interventi architettonici angioini” (A. La Greca, I beni culturali etc., p. 43). Torri cilindriche “angioine” sopravvivono ancora a Padula (torri di casa Tepedino, in via Nicotera, e di casa Marsicovetere in Piazza Trieste e Trento: cfr. AA.VV., Padula – Prima e durante la Certosa – I luoghi, i monumenti e le vicende della sua storia, a cura dell’Associazione Amici del Càssaro, Lagonegro, Grafiche Zaccara, 1995, p. 38 e 120), a Castelcivita, a Capaccio Vecchia, a Velia (cfr. A. D’Angelo, Velia e il Cilento – il Cilento sulle orme degli Eleati percorrendo gli scavi di Velia, Ascea, Marina, Paolino Editore, 1991, p. 109): sono costruzioni possenti, altre, con scarpinata di sostegno alla base, coronate di beccatelli. Cfr. P. Peduto, Archeologia medievale in Campania, in AA.VV., Cultura materiale, arte e territorio in Campania, a cura della ‘Voce della Campania’, Napoli, 1978 – 9, pp. 247-262.”.
Il Castello di Camerota
Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, in proposito scriveva che: “Contro le invasioni degli Almugaveri erano state rinforzate le torri intorno a Camerota e ripristinato il castello di S. Severino (130).”. Il Campagna, nella sua nota (130), postillava che: “(130) C. Carucci, La provincia di Salerno dai tempi ecc…, op. cit., Salerno, 1923; M. Vassalluzzo, Castelli, torri e borghi della costa cilentana, op. cit., Il castello di S. Severino fu posto alle dipendenze di Tommaso Sanseverino. Da Alfonso I d’Aragona, Teano 20 luglio 1436, fu investito del feudo Giovanni Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino principi di Salerno, in “SM”, a. VI (1973), fasc. IV, pag. 326.”.

(Fig…) Castello di Camerota
Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, scriveva che: “Castello della molpa: sul colle omonimo a est del fiume Lambro.“. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: “solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che: “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline ecc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”.

(Fig…) Borgo di S. Severino di Centola – resti della parte absidale della chiesa

(Fig…) Borgo e Castello di S. Severino di Centola

(Fig…) Antonini (…), pp…

(Fig…) Gola della Dragara o detta del ‘Diavolo’, nei pressi di S. Severino di Centola

(Fig….) Castel Mandelmo a Licusati
Il Campanile di Policastro all’epoca bizantina
Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).“. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig….).

(Fig….) Policastro – campanile della Cattedrale prima del restauro

(Fig…) Policastro Bussentino – Torre campanaria dopo il restauro
Il Castello di Policastro all’epoca bizantina
Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).“. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit., pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 520, parlando del Castello di Policastro, in proposito scrivevano che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d. C. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di essa si può vedere la presenza di un muro di quell’età, preesistente all’altro che nel secolo XIV si eresse all’altro a maggiore rinforzo della primitiva costruzione. Come oggi il castello appare è opera trecentesca.”.


(Fig…) Castello di Policastro – antico portale
Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, pubblicato nel 1997, a p. 131, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del 500, in seguito alla sconfitta gota, i Bizantini, occupata la romana Bussento e cambiatone il nome in Policastro, costruirono, oltre al castello, una piccola aula triabsidata chiamata “Trichora martirum” per la celebrazione de riti funerari. Tale edificio, la cui forma è perfettamente visibile sia dall’interno che dall’esterno dell’attuale presbiterio, può essere sen’altro considerato come iniziale costruzione della cattedrale, della cattedrale e ascriversi alla fine del VI secolo o all’inizio di quello successivo. La “Trichora” fu costruita sul luogo dell’antico foro romano e venne a chiudere il decumano maggiore, corrispondente pressappoco all’attuale via Vescovado.”.

(Fig…) Castello di Policastro- resti della Cappella comitale della chiesa del Castello
Nel 884, il generale Bizantino Niceforo Foca e la riconquista dei territori, come Policastro
Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari di Calabria, dove il generale bizantino Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse Policastro (2), tutta la Puglia fino a Manfredonia e la lucania orientale, tra le valli del fiume Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatisi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire un nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani che i Salernitani però, ecc…ecc…“. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano nella Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”.
Il Castello di Policastro all’epoca Normanna
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro dopo la restauratione della nuova sede vescovile, dopo l’anno 1000, a p. 334, in proposito scriveva che: “La ricostruzione dell’abitato di Policastro fu intensificata ai tempi di Ruggiero (mura, castello e completata nel XIII secolo. Pare che la locale contea fosse stata concessa da re Ruggero al bastardo suo figliolo Simone…..“. Riguardo poi al castello, il Guzzo, a p. 132, scriveva che: “Incerto è anche il committente. Potrebbe essere lo stesso Roberto il Guiscardo o anche suo figlio Ruggero Borsa, che gli successe dal 1085 al 1111 e, se si va oltre l’XI secolo, si potrebbe pensare anche a Ruggero II, re di Sicilia, che completò la ricostruzione di Policastro per consegnarla in Contea al figlio naturale Simone.”.
Il “Castellaro” di Capitello d’Ispani


Conquistato nel 1055 o 1065 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo di Policastro fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello (…). Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – discorsi’, parlando di Policastro e delle sue mura merlate, scriveva in proposito che: “Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando.”. Il Guzzo (….), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, a pp. 143-144, parlando di Capitello, accenna a questo edificio che si può intravvedere percorrendo la statale che porta a Policastro. Il Guzzo, scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto “Castellaro”, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo, a p. 144, nella sua nota (2), postillava che: “P. Natella – P. Peduto, ‘Pixous-Policastro’, ecc.., op. cit., p. 483 e sgg.”. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 483, ma ne parlano a p. 486, dove, parlando della posizione di Policastro, in proposito scrivono che: “In essa, presa dall’alto del castellaro di Capitello, paese poco distante (11) ci si avvede della situazione topografica del paese ecc…”. I due storici nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto, risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371). Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana! Il termine ‘castellaro’, raro in Italia meridionale, è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. I due studiosi, Natella e Peduto (…), ritenevano che sia stato ragionevole identificare il ‘castellaro’ di Capitello con uno dei castelli di Policastro citati da Amato di Montecassino nel suo ‘Chronicon’ Storia dei Normanni, quando riferiva dei castelli di Policastro che nell’anno 1077 passarono a Roberto il Guiscardo. I due studiosi (…) che, nel 1973, pubblicarono l’interessante saggio su Policastro, influenzarono il saggio di Tancredi (…), ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che fu dato alle stampe nel 1978, pochi anni dopo e che in copertina pubblicava la stessa identica foto del Golfo di Policastro, pubblicata dai due studiosi nel 1973, a p. 485. Il sacerdote, a quel tempo era bibliotecario della Diocesi e fu uno dei principali collaboratori dei due studiosi Natella e Peduto (…). I due studiosi, a p. 486, parlando del Castellaro di Capitello, scrivono che esso “è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Secondo i due studiosi, la carta è del 1600. L’immagine che mostriamo è uno stralcio della carta corografica in questione e, riguarda la carta citata dai due studiosi. Non è una carta topografica come vogliono i due studiosi e non è una carta del ‘600. Nella carta inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, tra i centri di Policastro e Capitello, troviamo segnato un toponimo “Castellaro”, con l’immagine di un piccolo casale o guppetto di edifici. Questa carta, a cui ho dedicato ivi un mio saggio, è molto più antica del ‘600. I caratteri utilizzati per la scrittura “gotico minuscola” ed il tipo di impaginazione della stessa, fanno ritenere che la carta in questione fosse molto più antica. Io credo che si tratti di una carta del 1400.

(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…).
I due studiosi (…), parlando del ‘castellaro’ di Capitello, scrivevano che: “Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana!”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, a p. 416, parlando delle mura di Policastro, in proposito scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina; e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso il mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietra di taglio nel MCCCXCII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, siccome dall’Iscrizione che stà sulla porta di essa.”.

(Fig…) Castello di Policastro – antico portale
“Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV., allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel libro 2: ‘Anno vero dominicae Incarnationis MLXV, ‘Policastrum’, ecc..ecc..”. L’Antonini (…), nella parte II, a p. 416, parlando del ‘Castellaro’ di Capitello, postillava che l’aveva citato anche il Merola (…), ma non sul ‘Castellaro’ ma su Policastro. Antonini scrive che nel 1065, Policastro fu distrutta da Roberto il Guiscardo e portò lontanissimo i suoi concittadini. In seguito altri hanno scritto che nel 1065 (?), i cittadini superstiti di Policastro, furono portati dal Guiscardo a Nicotera. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, citando il Mannelli (…), ed il Malaterra (…), volevano che le mura di Policastro (non del ‘Castellaro’), fossero state rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo che, fece in modo che dopo la morte di Roberto, il suo dominio andasse al figlio Ruggero Borsa (Guzzo lo chiama Ruggero d’Apulia). Sia il Mannelli, che il Volpe (…), ritenevano la stessa notizia degna di ogni fondamento in quanto l’Ughelli (…), nel 1659, nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758, che: “Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”. Dunque, sulla scorta di Goffredo Malaterra (…), l’Ughelli prima e poi tutti gli altri, hanno giustamente scritto che, dopo la distruzione di Policastro nel 1065, da parte di Roberto il Guiscardo, in collera con il cognato Gisulfo II, le sue mura, fossero state ristorate e rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, dopo la morte del Guiscardo, ovvero solo dopo il 1085. Le mura e le possenti fortificazioni di Policastro, importante testa di ponte e di difesa per il Regno per gli eserciti che venivano dalle Calabrie, come del resto gli stessi castelli della Valle di S. Severino e della rocca ‘Cilento’, erano sorte e furono state costruite già da molto tempo. Noi crediamo che le mura di Policastro, fossero state poderose e possenti già dal dominio dei Principi Longobardi che, dovevano contrastare i continui attacchi dei nemici Bizantini. Così pure lo stesso “Castellaro”, doveva essere una costruzione preesistente al tempo del Guiscardo. Del resto, come abbiamo visto, il cronista dell’epoca Amato di Montecassino e gl istessi versi del poeta Alfano I, Arcivescovo di Salerno, dimostrano che Gisulfo II, creando la Contea di Policastro, nel 1055, aveva donato al fratello Guido, i castelli della Valle di S. Severino. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando delle fortificazioni di Policastro, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); forse era in cattivo stato e, per di più, non ispirava la fiducia del Guiscardo, attaccato com’era alla città, della quale doveva subire le sorti in caso di assedio. Perciò fu costruito, su una collina vicina, presso Capitello d’Ispani, un poderoso castello che dominava dall’alto tutta la contrada ed aveva fortificazioni che spingevano a 300 metri dall’ingresso. Le rovine erano imponenti e facilmente accessibili, hanno il nome di “Castellaro” (60).”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit., p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, pubblicato nel 1997, a pp. 143-144, in proposito scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto ‘Castellaro’, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo (…), a p. 144, nella sua nota (2), postillava: “(2) Natella-Peduto, op. cit, p. 483 e sgg.”. Ma come abbiamo già visto, i due studiosi scrivevano che: “E’ un castello, in parte diruto, risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII.”, e non dicevano affatto ciò che sostiene il Guzzo (…), ovvero che questo castello diruto fosse fatto costruire nell’anno 1060 da Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero Borsa (d’Apulia), figlio del Guiscardo. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 15, a p. 28 e s., proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 28 scriveva che: “Ben s’accorse Federico dell’importanza strategica del luogo, ma anche dell’insalubrità dell’aria e dell’inusabilità del porto fluviale, ormai molto lontano dalla città (non sappiamo di quanto; oggi la distanza è di circa 4 km.), ed in più richiedeva un enorme e continuo lavoro di manutenzione. Perciò Federico costruì un nuovo porto in riva al mare, dove l’insabbiatura non era da temere; questo porto fu fortificato e connesso al Castellaro con mura. Il luogo era, inoltre, più sano e si trovava a circa 2 km. da Policastro vecchia, in direzione di Capitello. La riva del mare era allora più verso monte, al di là dell’odierna strada statale n. 18. Le fortificazioni sono completamente scomparse e i residui sono coperti di vegetazione. Il Doria ha fatto un lavoro completo. Rimane soltanto la parte superiore d’un acquedotto, che portava acqua dolce alle navi, ed il nome di “Porta di Mare”, che la contrada porta ancora, perchè il luogo era compreso nella cinta fortificata. Un lungo tratto di questa cinta si scoprì e si distrusse, quando fu costruita la ferrovia (1890-95).”. Dunque l’ipotesi suggestiva del Tancredi che voleva che l’antico porto angioino di Policastro dei genovesi fosse nella contrada “Porta di Mare” posta più o meno dove attualmente vi è un campeggio dopo il cimitero di Capitello e vicino ai ruderi del cosiddetto Castellaro di Capitello.
Il ‘Castellaro’ di Capitello, nel ‘Chronicon’ di Amato da Montecassino
Riguardo l’epoca di costruzione del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto, risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…). Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della ‘Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal ‘Chronicon Casinense’ sappiamo che fu l’autore del ‘De Gestis apostolorum Petri et Pauli’ in quattro libri, in versi esametri, e della ‘Historia Normannorum’ in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La ‘Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…Dunque, i due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum’, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Ho una nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘Chronicon di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto.Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino), e non si parla di castelli, come dicono i due studiosi. La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S.Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni, quando Landolfo conservò i propri domini, ma dovette consegnare i castelli più importanti tra cui San Severino. Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Michelangelo Schipa (…), nel cap. 12, del suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240, parlando dell’episodio citato da Ebner (…), sul dente di S. Matteo e, riferendosi a Roberto il Guiscardo e, della conquista di Salerno, dopo il suo assedio, scriveva che: “E maggiore contesa sorse dopo. Pretendeva Roberto che dovessero porsi in sua mano i castelli della valle di S. Severino, di Policastro e del Cilento, tenuti da Landolfo e da Guaimario, fratelli di Gisulfo, poichè diceva spettargli intera la signoria del Principato. E Gisulfo schermivasi, negando che dei castelli si fosse fatta parola allorchè egli si era arreso.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 256, scriveva in proposito che:

Nel 1116, ‘Sarolo di Cambarota’ (Camerota) presente alla stipula di un atto per Guglielmo conte del Principato
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 461 parlando del casale di Agropoli, in proposito scriveva che: “Il Di Meo afferma (39) che ad anno 1116 Guglielmo, conte del Principato, figlio del fu Roberto, “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali confermò, e seco giurò lo stesso anche Giovanni di S. Paolo (40), che in nome di esso conte Guglielmo comandava nel castello di Agropoli”. Ebner, a p. 461, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Di Meo cit., IX, Napoli, 1804, p. 50. Il documento fu redatto a Salerno nel palazzo della Chiesa di S. Massimo da Giovanni, notaio ed avvocato, presenti Guglielmo, vescovo di Troya, Roberto principe di Capua, Pietro giudice, Joel comestabulo del duca principe Guglielmo, Roberto Signa di Eboli, Giordano di Corneto, Sarolo di Cambarota, Ruggiero, figlio di Arnolfo di Gualcano, Pietro che dicesi di Sarno, e Bernardo, figlio del qu. Alferio. . D. Inc. MCXVI, mense Aprilis, IX Ind.”. Dunque, Ebner citava un documento del 1116, pubblicato da Alessandro Di Meo (….), nel 1804, nei suoi “Annali etc..”, ove figura un certo “Sarolo di Cambarota”.

Scrive il Di Meo che: “Si ha quivi ancora che ‘Guglielmo’ Conte del Principato, figlio del qu. Roberto Conte del Principato, si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali conferma, e seco giurò anche …….Fu scritto in Salerno nel Palazzo della Chiesa di S. Massimo da ‘Giovanni’ Notajo, ed Avvocato, presenti…….Sarolo di Cambarota. Ecc..”. Il Di Meo scriveva che il documento fu redatto a Salerno e Sarolo fu presente alla stipula dell’atto. Chi fosse questo ‘Sarolo di Gambarota’ non ci è dato sapere ma il suo nome accompagnato a Gambarota fa pensare ad un militare o funzionario di Camerota. Ma ritorniamo alla notizia fornitaci da Ebner ed al documento del Di Meo (….), dell’anno 1116, in cui figura “Sarolus de Cammarota”. Chi era “Sarolus de Cammarota” ?. Il Di Meo scriveva che il Conte Guglielmo di Principato, figlio di Roberto del Principato “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi“, ovvero si obbligò a difendere i beni ed i possedimenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni che da essa dipendevano sul suo territorio di Agropoli. Alla stipula dell’atto di non aggressione era presente anche Sarolo di Camerota, insieme al fiore degli esponenti del vertice dell’aristocrazia civile, militare ed ecclesiastica del Ducato Longobardo di Salerno al tempo dei primi Normanni. Secondo Shano, che scrive sulla scorta del Lorè (….), “troviamo il nome di Sarolo insieme con tre altri baroni che meritavano di essere identificati come testimoni in questa solenne assemblea.”. Riguardo il documento del 1116, in cui figura Sarolo di Camerota, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali del Regno di Napoli”, vol. IX, p. 50, in proposito scriveva che: Di questo personaggio ha scritto Michael Shano in un suo saggio apparso sulla rete. Shano scrive che il documento è citato in Vito Lorè, “Monasteri, Principi, Aristocrazie. La Trinita di Cava nei secoli XI e XII”, Spoleto, 2008 pp. 92-93. Il documento e redatto integralmente in Graham Loud, “The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era”, in AngloNorman Studies, IX. Proceedings of the Battle Conference, 1986, ed. R. Allen Brown. Woodbridge-Totowas, 1987, Appendix III (1116, April) pp. 176-177. Ristampa in G. Loud, Conquerors and Churchmen in Norman Italy, 1999. Ebner a p. 461, proseguendo il suo racconto sul documento scriveva che: “Il contesto implicherebbe una concessione feudale avvalorata da due inediti documenti cavensi (41). Nel 1135 un omonimo milite è menzionato inun documento rogato a S. Arcangelo etc..“. Ebner a p. 462, nella sua nota (41) postillava che: “(41) I, ABC, XXIII, 99, luglio a. 1135, XIII, Sant’Arcangelo: “essem ego Johannem etc…”.”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria etc….”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1116 – Nell’indice dei luoghi di culto del Giustiniani risulta un ‘Sarolo di Cambarota (Cataldo 1).”. Il Di Mauro citava l’indice dei luoghi di culto del Giustiniani e citava il Cataldo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Ricerche storiche sulle antichità di Camerota” – Policastro, 1981/81 – inedito presso l’autore defunto. Ebner, a p. 461, nella nota (40) postillava che: “(40) Su Guglielmo di S. Paolo, v. Ebner, Economia e società, I, p. 227. A una concessione feudale pare credesse anche il Mazziotti che ne accenna (p. 31) senza citarne la fonte.”. Infatti, Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a pp. 30-31, in proposito scrivev che: “Il vescovo (di Capaccio) non restò tranquillo a lungo nei suoi possessi, poichè nell’anno 1116 il Castello di Agropoli era tenuto da un tale Giovanni di San Paolo in nome di Guglielmo conte del Principato.”. Pietro Ebner, nel suo “Economia e Società etc…”, a p. 227, vol. I, in proposito scriveva che: “La Chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo-barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54).”. Ebner, a p. 227, nella nota (54) postillava: “(54) Nel Breve chronicon monasterii cavensi’ la notizia ad a. 1092 della concessione alla Badia di Cava del dominio feudale del Cilento: Serenissimo Dux Rogerius (….) etc…”. Ebner, a p. 227 scriveva pure: “Ho mostrato altrove (53) come la vastità del territorio avesse già indotto Guglielmo d’Altavilla a scindere in feudi la contea. Etc…Più tardi il feudo di Agropoli fu concesso dai discendenti di Guglielmo a Giovanni di S. Paolo, poi passato alla diocesi di Capaccio.”.
Il ‘castrum’ ed il castello di Policastro ai tempi di re di Sicilia Guglielmo I d’Altavilla
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro dopo la restauratione della nuova sede vescovile, dopo l’anno 1000, a p. 334, in proposito scriveva che: “La ricostruzione dell’abitato di Policastro fu intensificata ai tempi di Ruggiero (mura, castello e completata nel XIII secolo. Pare che la locale contea fosse stata concessa da re Ruggero al bastardo suo figliolo Simone…..Il ‘Catalogus baronum’ ci informa dei cavalieri ed eredi che ai tempi di re Guglielmo possedevano villani a Policastro (30).”. Ebner (…), a p. 335, nella sua nota (30), postillava che: “(30) ‘Catalogus Baronum’ Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro’, ecc…ecc..”. Sul ‘Catalogus Baronum’, ho dedicato ivi un mio saggio, in cui ho pubblicato alcune pagine tratte dal testo di Evelin Jamison (…). L’Ebner (…), a p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (…).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Sappiamo che nel 1167, durante il Regno di Guglielmo II il Magnifico (1166- 1189), il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale di Policastro. Pietro Ebner (…), parlando di Policastro, a p. 335 del vol. II, scriveva in proposito: “Il ‘Catalogus baronum’ ci informa dei cavalieri ed eredi che ai tempi di re Guglielmo possedevano villani a Policastro (30).”, e poi nella sua nota (30), postillava che:

(Fig. 14) Ebner (…), p. 335, parla di Policastro, nota (30)
Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1185, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo.

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Evelyn Jamison (…), la pagina che parla di “De Policastro”, n. da 566 a 574 (citati da Ebner, a p. 335, nota (30)), vol. II.

(Fig….)
L’epoca Sveva
Riguardo l’epoca Sveva e dell’Imperatore Federico II di Svevia, Lucio Santoro (…), nel suo Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli, stampato nel 1982, nella sua nota (14) a p. 31, così postillava in proposito che: “14. Dopo la morte di Guglielmo II, l’imperatore Enrico VI venne in Italia per prendere possesso del Regno spettante alla moglie Costanza ed anche per combattere gli oppositori appartenenti all’altro ramo della casa regnante normanna. Le lotte che avvennero nell’Italia meridionale in quel tempo sono documentate dal ‘Carme’ di Pietro da Eboli, che illustrò nel suo poema le varie fasi della guerra, e dall”Epistola’ di Ugo Falcando a Pietro tesoriere della chiesa di Palermo. Cfr. G.B. Siracusa, ‘Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli secondo il cod. 120 della Biblioteca Civica di Berna, Roma, 1906. Le fonti sono ambedue di grandissima importanza, soprattutto come efficace rappresentazione dello stato politico e morale esistente nel regno nell’atto in cui la dinastia normanna si estingueva e quella sveva si apprestava a succederle. Gli eventi del periodo federiciano sono narrati da Riccardo di S. Germano. La sua ‘Cronaca’ è stata pubblicata per la prima volta in F. Ughelli, ‘Italia sacra, Romae 1664, è successivamente, in E. Gattola, ‘Ad historiam Abbatiae cassinensis accessiones, Venetiis 1734, pp. 770 sgg.”.
Federico II di Svevia, i Baroni ed il sequestro di molti castelli
Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Federico quindi accettò l’omaggio dei baroni di minor conto, servendosi subito di loro per comandare ai conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di Sanseverino, Riccardo d’Ajello, Riccardo da Celano e da alcuni altri, di consegnare, in base alla legge sui privilegi e ad altri provvedimenti che sarebbero stati promulgati subito dopo l’incoronazione, certi castelli che essi possedevano. La cosa più importante in quel momento per Federico, era di possedere piazzaforti nel regno. Fu un vantaggio che i baroni fossero presenti alla cerimonia e potessero constatare l’intesa esistente fra lui e il papa: intimoriti obbedirono ai suoi ordini. Del resto Federico, nel togliere, non badava alle persone ma all’importanza delle cose: in base alla legge sui privilegi, il fedele e devoto abate di Montecassino, presente all’incoronazione, dovette rinunciare non solo a certe rendite ecc…(p. 105) L’occasione si presentò subito dopo la campagna del Molise, quando i conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di San Severino e alcuni altri furono chiamati a partecipare alla guerra contro i saraceni: si presentarono con pochissimi uomini, o addirittura soli – e Federico senza por tempo in mezzo li fece prigionieri, e ne incamerò i beni. Dietro preghiera del papa, li mise poi in libertà, ma li bandì dal paese. (Come già il conte del Molise, presero rifugio a Roma).”.
Nel 1227, Federico II di Svevia cedè la baronia di Cilento (Sanseverino e Rocca) a Guglielmo Villano
Nel……, Tommaso Sanseverino ed il padre Guglielmo II Sanseverino cedettero la contea di Capaccio e la Baronia del Cilento a Federico II di Svevia, in cambio della Contea di Marsico. Scrive sempre il Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: “L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, mentre affidava ai singoli feudatari la cura dei castelli in loro possesso, si preoccupò anche di far riparere e consolidare le fortezze imperiali, quelle cioè amministrate e dirette in proprio dalla Regia Curia, intervenendo in maniera specifica nei loro riguardi (2). Quanto al castello di Capaccio, che era tra quelli di proprietà della Corona, in considerazione dell’enorme importanza che esso rivestiva entro il sistema difensivo stabilito dagli Svevi a protezione delle terre di Principato, unite allora in un solo Giustizierato con quelle beneventane, l’Imperatore nel 1230/31 vincolò un notevole numero di vassalli all’obbligo di fornire la mano d’opera necessaria alle sue eventuali riparazioni (3). La disposizione interessava gli uomini della baronia di Fasanella, le abbazie di S. Benedetto di Salerno etc..”. Cantalupo, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Federico si interessò particolarmente delle fortificazioni di Laurino (Castrum Laurini), Policastro (Castrum Policastri) e Rocca Gloriosa (Castrum Rocce de Gloriose), indicando anche coloro che erano tenuti a provvedervi (CDS, cit., I, pp. 157-159).”. Il Cantalupo si riferiva al testo di Carlo Carucci (….), “Codice diplomatico Salernitano”, vol. I, pp. 157-159.

(Fig…) 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 di Winkelmann (…) e, in Carucci (..), vol. I, p. 157
Nel 1229 (epoca Federicana), Policastro è città demaniale e dei Ruffo
Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. Il Giustiniani (…), scriveva che “Nel 1229, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.“. Nel XIII secolo, in seguito alla dominazione Normanna e quella Federiciana, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, che però resterà tale fino all’anno 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo (…). Giovanni Ruffo, diventerà il primo feudatario della zona. Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. Così ricaviamo da una notizia riportata dall’Ebner e relativa ai primi momenti della dominazione angioina, che riferisce di un ordine relativo al “recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro” in favore della Regia Corte, di una somma pertinente alla bagliva della “terra di Policastro”, che l’autore identifica però con la Policastro cilentana (…). L’Ebner, scrive: “Vi è pure un ordine di recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro di VIII once d’oro e XV tarì per la bagliva della terra di Policastro” (…). L’Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”. Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Quindi, secondo i due studiosi (..), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo che diventerà il primo feudatario della zona. Questo significa che nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale. E così era anche il suo porto. Il Giustiniani (…), scriveva che “Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.“. I due studiosi Natella e Peduto (…), si dilungano sulle mura e fortificazioni di Policastro, per poi aggiungere: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Secondo i due studiosi (…), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Nel 1211, ad esempio, per vescovo di Policastro era designato il medico del Re di Sicilia, Giacomo, poi eletto (76); In altra carta federiciana, del 1240, l’Imperatore in un parlamento a Foggia invitò della Provincia di Salerno i soli rappresentanti di Salerno, Eboli, Amalfi e Policastro (78): è chiaro l’intento politico, originato dalla necessità di avere sotto controllo e ai propri ordini i maggiorenti delle città più qualificate dal punto di vista della sicurezza territoriale).“. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (76), postillavano che: “(76) C. Carucci, Codice diplomatico salernitano del sec. XIII, Roma, Fonti per la Storia, ecc.., 1931, vol. I, p. 89.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”.
Nel 1230-31, il Castello di Policastro all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 108, riferendosi all’Imperatore Svevo Federico II, riferendosi all’anno 1230-1231 (?), in proposito scriveva che: “Non meraviglia, quindi, se tentò di estromettere i faudatari dai loro castelli costruiti dopo il 1189 nei punti più strategici creando “provisores” (5) e disponendo che alla manutenzione dei castelli medesimi (rifacimenti, ecc..) partecipassero, con i villaggi vicini, anche quelli lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra i castelli elencati, vi è quello di Laurino e quello di Policastro, ecc..”. L’Ebner, a p. 109, scriveva ancora che: “Nei documenti imperiali sono elencate le altre baronie tenute a concorrere alla manutenzione dei vari castelli con riferimento a un solo feudatario, “domini Gisulfi de Magina”, segno evidente di prestigio e di rapporti più autorevoli con l’Imperatore.”. Ebner, a p. 108, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Degli altri castelli ivi elencati (pp. 157-159) è ancora notizia delle baronie tenute a provvedervi: Castrum Policastri: baronie Camerote; Castrum Rocce de Gloriosa: homines tocius baronie Castris Maris – Castllammare della Bruca e cioè Velia -; Castrum Capuacci: baroniam ecc…”. Scrive Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, parlando di Federico II, scriveva che: “Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del fueudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. Fin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X-XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse.

(Fig. 3) Torre Angioina a Velia
Nel 1240, Policastro viene invitata da Federico II di Svevia a Foggia
I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo.”. I due studiosi proseguendo il loro interessante racconto citano altre notizie dateci da Ebner (…), ed in proposito a Policastro scrivevano che: “In altra carta federiciana, del 1240, l’Imperatore in un parlamento a Foggia invitò della Provincia di Salerno i soli rappresentanti di Salerno, Eboli, Amalfi e Policastro (78): è chiaro l’intento politico, originato dalla necessità di avere sotto controllo e ai propri ordini i maggiorenti delle città più qualificate dal punto di vista della sicurezza territoriale).”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”. Pietro Ebner (…), aveva già riportato questa interessante notizia, infatti, a p……., scriveva che: “Per il Parlamento da tenere a Foggia (a. 1240) l’imperatore oltre i rappresentanti di Salerno, Eboli e Amalfi, invitò anche quelli di Policastro.”. Rileva il Carucci (…) che per il parlamento poi tenuto a Foggia nell’anno 1240 – quindi prima della Congiura di Capaccio – il sovrano invitò insieme ai rappresentanti di Salerno, Eboli e Amalfi, anche quelli di Policastro, il cui castello fu avocato alla curia regia. Come si può leggere nel documento ivi, tratto dal Carucci (…), che lo pubblicò nel 1931, a p. 196: “XCIX. 1240 (a. XX di Federico II imperatore), (XIII, ind.), marzo, Viterbo. Federico II informa, per mezzo del suo ministro Pier delle Vigne, la città di Salerno, che ha piacere di vedere i sudditi fedeli del suo regno ereditario di Sicilia, e che terrà a Foggia un generale parlamento il dì delle Palme, 1° del rossimo Aprile. Invita la città a mandare due suoi rappresentanti che possano vedere “la Serenità del suo volto” e riferire, al ritorno, la sua volontà.”. Il Carucci (…), a p. 196, aggiunge che il documento è tratto dal ‘Regestum Imp. Fr. annorum 1239-1240’ etc. edizione Carcani. Il documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, p. 196 e nota (1) a p. 197. Il Carucci (…), nel suo vol. I, a p. 196, pubblica l’interessante documento del 1240, di cui ci parla l’Ebner (…) e i due studiosi Natella e Peduto (…) e, nella sua nota (1), a p. 197, postillava in proposito: “(1) Le città invitate a quell’importantissimo parlamento furono quarantasei in tutto il Regno, e tra queste, Salerno, Amalfi, Policastro ed Eboli, della Provincia di Salerno.”. Questa notizia dell’anno 1240 e l’altra notizia dataci dallo storico Kantorowicz (…), dell’anno 1239, mi fanno ritenere che il porto di Policastro, demaniale ed importantissimo ai tempi dell’Imperatore Svevo Federico II, sia proporio la baia naturale di Sapri, che poteva accogliere legni di una certa portata, rispetto ad un piccolo porticciolo interratosi nel tempo, quale potrebbe essere stato a Policastro.
Il castello di Policastro all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia
I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo…..; nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).“. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (77), postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”. Come vedremo, la postilla di Natella e Peduto, nella loro nota (77), si riferisce al vol. I, di Carucci (…), a pp. 156-157-158. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Nel 1211 Federico II,….a quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Il feudo di Policastro fu assegnato a Giovanni Ruffo (a. 1229).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Dopo la congiura di Capaccio nel 1242, episodio in cui alcuni Baroni del Regno, primi tra questi, al solito, i Sanseverino, decidono di ribellarsi all’Imperatore Federico II di Svevia, che era stato scomunicato dal papa, e dopo il suo epilogo che avvenne a Capaccio in cui tutti i congiurati vennero sterminati, compreso Tommaso e Guglielmo Sanseverino. I guasti del conflitto non rimesero circoscritti alla sola zona di Capaccio, ma incisero fortemente sulle condizioni di vita dell’intero Cilento. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).“. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Ritornando a quanto scrive il Campagna “sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79).” e, dove postillava: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Sempre il Campagna (…), sulla scorta del ‘Codice Diplomatico Salernitano’, del Carucci (…), a p. 266, scriveva che: “Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro.“. Pietro Ebner (…), scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). L’Ebner (…) scriveva che: “Un documento di Federico II informa che alle opere di manutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro, Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (…).”, di cui si parla nei documenti pubblicati dal Carucci (…). Parlando del Castello e della fortezza di Policastro, Pietro Ebner, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del castello di Policastro (32).”. Ebner, a p. 336, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Fidericus (…) Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscoli provisoribus castrorum, li costituisce provisores dei castrorum nostrum di Principato, Terra di Lavoro e Terra Beneventana (…) Castrum Policastri, ecc…”, e faceva riferimento al Carucci, vol. I, p. 89. Devo precisare però che il documento pubblicato a p. 89 del vol. I dal Carucci, riguarda la facenda del medico di Federico II e non dice nulla sui ‘provisores’ nominati per il “Castrum Policastri”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, a pp. 156-157-158, pubblicava il documento del 1230-1231, citato dai due studiosi Natella e Peduto e da Pietro Ebner (…): “LXXVIII. 1230-1231 (?) Federico II, nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato ecc..”.

(Fig…) Carucci Carlo, op. cit., vol. I, p. 157Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775, (Archivio Attanasio)
Il Carucci (…), sempre nel suo vol. I, a p. 157, postillava che: “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi (Dal Winkelmann, Acta Imperii, pag. 775, e da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914.”. :

(Fig…) Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 e in Carucci, vol. I, p. 157 (Archivio Attanasio)
Infatti, come scriveva pure Pietro Ebner (…), vol. II , p. 336, nella sua nota (32), postillava che, nel documento vi è scritto che per “Castrum Policastri, debet reparari per homines Turturelle, et per homines Sanse, per homines Turracae, per homines Rofrani item per homines Brighelli (Rivello ?) et Triclani (Trecchina), qui sunt de iustitieriatu Basilicae; item potest reparari per homines Muclarone (Morigerati, nel 1294 Moregerarum) et per homines totius baronie Camerote, que homnes terre sunt vicine Policastro in quo nulla est familia ordinata. Carucci cit. ibidem.”.


(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157
Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ una nota iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.,”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (81), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig….).

(Fig…) Policastro Bussentino – Torri e mura

(Fig…) Policastro Bussentino – Torre delle mura


(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157
Policastro all’epoca Angioina-Aragonese, durante la guerra del Vespro
Carlo I d’Angiò (Parigi, 21 marzo 1226 – Foggia, 7 gennaio 1285), figlio del re di Francia, Luigi VIII il Leone e di Bianca di Castiglia, fu re di Sicilia dal 1266 fino alla sua cacciata dall’isola nel 1282 in seguito ai Vespri Siciliani. Continuò a regnare sui territori peninsulari del Regno, con capitale Napoli, con il titolo di re di Napoli, fino alla sua morte, avvenuta nel 1285. Soprattutto dopo la sua cacciata dalla Sicilia, Carlo I d’Angiò, che regnava sul Regno di Napoli, con capitale Napoli, dovette affrontare le continue scorribande Aragonesi. Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Sotto i Sanseverino, di nuovo il Cilento ebbe di nuovo una relativa crescita demografica ed economica. Anche Policastro ricevè attenzioni dal nuovo feudatario e dalla corte Angioina e con esso anche il territorio di Sapri, dove era il porto. Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 103 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il territorio di Lentiscosa….Più che l’attuale paese, era conosciuto e frequentato il suo porto alla cui guardia, in epoca angioina, fu eretta una torre, detta Anforisca, alla cui cura erano tenuti sia gli abitanti della baronia di Camerota che di S. Giovanni a Piro (1279). Nelle carte Vaticane e in documenti notarili della stessa epoca il nome era ‘Lanfrasca’ e a Fisco, da cui poi in epoca successiva Rinfreschi, Linfreschi e oggi Infreschi. Ecc…”. Sempre il Gentile (…), a p. 93, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e. ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. A seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro ed il suo territorio, si trovò al centro degli scontri. Furono proprio il Golfo di Policastro e le nostre coste, teatro dei sanguinosi scontri terrestri e navali per il possesso del Regno di Napoli. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “La torre del Castello, esistente ancora oggi nella parte alta, è del 1397 e fu costruita da Giacomo Sanseverino (Tav. VI, fig. 3). Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit., pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino, in seguito vedremo ciò che hanno scritto. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nel 1269,…vi è pure un ordine di recupero dall’erede del Giudice Ruggiero di Policastro; un ordine di esibizione delle decime al vescovo di Policastro (35); la nomina del bàiulo di Policastro a “prepositus” alla strada che dal ponte sul Sele andava fino a Polla e alla strada che da Policastro andava a San Giovanni a Piro e poi fino a Tropea (36). Nel 1271 è un ordine al milite Alessandro di Policastro di prendere possesso del monastero di Curacio, in territorio di Castelluccio (Calabria ?) che il re gli aveva donato (37). ecc..”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Reg. 10, f. 41 t = vl. VI, p. 132, n. 642”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (36), postillava che: “(36) Reg. 10, f. 115 t e 115 bis = vol. VI, pp. 237-238, n. 1266.”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Reg. 1271, A., f. 111 = vol. VII, p. 205, n. 162.”. Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Riguardo il Castello della Molpa all’epoca Angioina, l’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Indagando ulteriormente sulla notizia dataci dal Campagna (…), secondo cui a Policastro, vi fossero stanziati definitivamente nuclei di Saraceni, in qualità di predoni mercenari, non sono riuscito a scovare l’origine o la fonte bibliografica della sua interessantissima citazione. Il Campagna, citava la notizia dopo aver parlato delle invasioni vandaliche ai tempi della guerra Gota e poi, prosegue con quelle dei Saraceni che subì la vecchia Policastro. Non mi risulta che la stessa, interessantissima notizia sia stata citata nel ‘Chronicon’ manoscritto del Mannelli (…), a cui ho dedicato ivi un mio saggio. Invece, sulla notizia tratta sempre dal Campagna (…) che, a p. 260, scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”, ho cercato di approfondire. Il Campagna, riferendoci la notizia citava i riferimenti bibliografici e, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia, secondo cui, durante la guerra del Vespro, degli Almugaveri, si stanziarono a Policastro, forse fu tratta dal Perito (…), che parlava della ‘Congiura dei Baroni’ al tempo di re Ferrante d’Aragona. Di certo, la stessa notizia degli Almugaveri a Policastro, stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita da Carlo Carucci (…) e, dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino, a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.“. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque, i due studiosi, Natella e Peduto, sulla scorta del Carucci, riferivano la notizia del momentaneo stanziamento di soldati Almugaveri a Policastro, nell’anno 1287. Vediamo cosa dice il Carucci. Il Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…), a pp. 121, cita un documento del XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro caichi ni porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, er mare in piccole barche, a Nicotera per ibisogni dell’esercito. Non richieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrov.”. Il Carucci a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Sempre il Carucci (…), a p. 145, pubblica un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemic e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Dunque, la notizia riferitaci dal Campagna (…), a p. 260, secondo cui il presidio o il Castello di Policastro, fu occucato dagli Almugaveri, non è la stessa che riporta il Carucci (…), a p. 121 e p. 145, ma è diversa, come abbiamo visto. Infatti, il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia citata dal Campagna (…) e da Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fa più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari”. Così scriveva il Carucci (…), a p. 183, del vol. II. Il Carucci (…), a p. 184, in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula,; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli, ecc…”. Ecco la notizia, tratta dal Carucci da Minieri-Riccio. Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Sempre l’Ebner (…), a p. 339, parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: “Il 3 gennaio 1300, da Napoli, re Carlo ordinò a Landolfo Rumbo di Napoli, “vicario principatus Salerni et eiusdem terre straticoto” di pagare alle persone che invierà Tommaso Sanseverino i “duo mandato nostra pridem direximus” sulle entrate “civitate Salerni” per la custodia “castro S. Severini de Camerota” e per quello di Policastro (51). L’11 maggio 1300, il re esonerò gli abitanti dei castelli di Sanseverino, S. Severino di Camerota, Policastro, Cilento e casali, Monteforte e Magliano dal pagamento delle tasse, dato che Tommaso Sanseverino era in Sicilia col duca di Calabria e che il figlio Ruggiero era stato fatto prigioniero con Filippo, Principe di Taranto (52). Nel 1305, venne concessa a Tommaso Sanseverino la città di Policastro “de antiquo reali demanio” con la condizione “quosque de equivalenti excambio provideatur” (53).”. Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Di Luccia, scriveva che: “Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il secolo XIII e, al tempo degli Angioini, raggiunse un’importanza strategica e castrense notevolissima (Di Luccia, p. 8). Nel 1284, troviamo Policastro custodita dal milite e giudice Taddeo di Firenze, affiancato e coadiuvato da 65 soldati armati.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “In due carte quattrocentesche, dell’epoca della guerra del Vespro, si nota l’impotanza che gli Angioini annettevano a Policastro, il cui castello era stato trasferito dal feudatario alla R. Curia. Nel 1284, la città era custodita dal milite Taddeo di Firenze., al quale furono trasferiti altri 65 servienti armati.“. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”, ma dell’interessante notizia delle due carte quattrocentesche, non vi è traccia. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “La torre del Castello, esistente ancora oggi nella parte alta, è del 1397 e fu costruita da Giacomo Sanseverino (Tav. VI, fig. 3).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit., pag. 520.”.





(Figg…..) Policastro all’epoca Angioina, tratta dal Carucci (3), pp. 147-148-149-150-151
Il 16 ottobre 1290 il Conte d’Artois comunicò all’Università che Policastro sarebbe stata sempre demaniale. Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Carucci (vol. II, pp. 252-253-254), scriveva in proposito: “Documento notevolissimo e probante della rilevanza politica raggiunta in quel tempo da Policastro, è quello che porta la data del 16 ottobre 1290, con il quale il conte d’Artois da Spinazzola informava i rappresentanti di Policastro che la loro città sarebbe stata sempre demaniale, sempre fortificata e mai distrutta (Muri civitatis eiusdem propter guerram presentem fortificentur in melius nec occasione aliqua diruatur), parole che poche città meridionali possono vantare a loro fama.”.



(Fig….) Alcuni documenti della Cancelleria Angioina, pubblicati dal Carucci (…)
Nel 1269, i fratelli GIACOMO, ROBERTO e RICCARDO DI LAURIA e, lo stato di Laino, in epoca Angioina
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “Tale d’altronde era lo stato di Laino occupata da Giacomo, Roberto e Riccardo di Lauria, i quali ricorrono nel 1269 al re Carlo I d’Angiò perché, avendone espugnato il Castello tenuto dai fautori di Corradino e avendone ottenuto la custodia dal Giustiziere della Valle del Crati con una guarnigione di 25 uomini (che il documento chiama servienti) da quel tempo non avevano mai riscosso il loro soldo. Re Carlo I fa ripondere da Foggia in data 21 luglio ordinando al Giustiziere Matteo di Fasanella di soddisfare il Lauria in ragione d’un’oncia al mese per essi e mezzo augustale per ciascuno per i “servienti” dal giorno in cui fu ad essi affidata la custodia del Castello ribelle di Laino fino al 1° agosto dello stesso anno 1269. Ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Confermerebbe la prima ipotesi – quella cioè che individuerebbe Roberto, Giacomo e Riccardo di Lauria quali zii paterni di Ruggero – un documento angioino del 1306-1307 recante la ‘Forma commissionis officii viceamiracie’, che nell’ultimo capoverso annota: “PRESCRIPTA (sic) forma concessa fuit de novo dom. Riccardo de Lauria patruo dom. Rogerii de Lauria antiquitus tamen predecessoribus fuit in alia forma concessa (….)(123).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (123) postillava che: “(123) RCA, vol. XXXI, p. 71-74, n. 41.”.
Nel 1293, Giacomo (Jacopo) figlio di Ugo Sanseverino fa rinforzare il castello di Policastro
Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), parlando del ‘Castellaro’ di Capitello, scrivevano che: “Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana!”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, a p. 416, parlando delle mura di Policastro, in proposito scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina; e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso il mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietra di taglio nel MCCCXCII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, siccome dall’Iscrizione che stà sulla porta di essa.”.

(Fig…) Castello di Policastro – antico portale

(Fig…) Torre mastio del castello di Policastro

(Fig…) Castello di Policastro – resti della Cappella comitale della chiesa del Castello
Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “La torre del Castello, esistente ancora oggi nella parte alta, è del 1397 e fu costruita da Giacomo Sanseverino (Tav. VI, fig. 3). Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit., pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554.”.

(Fig…) Planimetria generale di Policastro con la cinta delle mura fortificate ed il castello tratta da P. Natella e P. Peduto ‘Pixous-Policastro’, p….
Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 30 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”.
Un castello a Maratea
Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania, nel vol. II, a p. 321, dopo aver parlato dell’incursione Turca nel Golfo di Policastro, in proposito scriveva che: “Castelli sulle spiaggie della Basilicata non erano, se non uno a Maratea, ma tredici torri sui due mari (2); ecc..”. Il Racioppi (…), a p. 321 (ristampa), nella sua nota (2), postillava che: “(2) In Troyli, Stor. gen. vol. I, parte I, p. 47.”. Credo che il Racioppi, si riferisca alla prima edizione del Troyli, quella del 1748. Infatti, il Troyli (…), nella sua prima edizione del 1748, riportava nell’Indice generale il “Capitolo III – Delle Fortezze, Torri, e Porti, che’l nostro Regno guarniscono fol. 44.”. Infatti, il Troyli, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Le Fortezze poi nel nostro Regno (lasciate quelle di Napoli, dalle quali favelleremo a parte nel Tomo IV. al Capo 3, del Libro 2) si dividono in Città, e Castella; delle quali alcune Fortezze di Mare, altre di Terra sono. Le Cittadi (ch ‘Piazze d’Armi anche s’appellano:) quattro sono: colla Linee di ‘Mignano’, da Spaguoli alla venuta dei Tedeschi nell’anno 1707. disegnare; da quelli nell’anno 1734. rifatte, poscia dal regnante Monarca ‘Carlo di Borbone’, vieppiù fortificate ecc..”. Il Troyli, continuando la sua dissertazione sulle ‘Cittadi’, citando anche Scipione Mazzella Napolitano (…), non cita mai porti e Città (Cittadi), cittadine fortificate delle nostre terre. Il Troyli, scriveva nel 1748 e dunque l’unica città fortificata del Golfo di Policastro, Policastro Bussentino, non aveva da tempo il rango di fortificazione regia.
Le fortificazioni e i castelli nel basso Cilento all’epoca della Guerra del Vespro
Riguardo la Guerra del Vespro, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, a p. 18, in proposito scriveva che: “L’aspetto che più ci interessa del conflitto siciliano è costituito dall’invasione dei Siculo-Aragonesi in Calabria e la resistenza che vi si oppose la casa angioina sulla frontiera del Principato 836). Il massiccio montuoso del Cilento, infatti, costituiva un ostacolo insormontabile e l’esercito napoletano vi si attestò, avvantaggiandosi delle favorevoli condizioni naturali nonchè della perizia di uno dei suoi comandanti, Tommaso Sanseverino conte di Marsico. Questi potè contrastare l’invasore mercè le valide opere difensive costituite dai preesistenti castelli della zona, che occupavano importanti strategiche dominanti il territorio. La validità del sistema difensivo non cessò neanche quando i Siciliani riuscirono ad occupare le importanti posizioni di Policastro, Castellabate, Castelcivita e Padula, tanto è vero che, malgrado fossero giunti fino a Salerno, non riuscirono mai a sconfiggere l’esercito del Sanseverino, che impedì ogni ulteriore progresso; posizione di rilievo ebbero dunque i castelli cilentani. Nella zona, che all’epoca dei Longobardi era divisa in tre castaldati (37), furono costruite, sin da quel tempo, importantissime opere di fortificazione in luoghi opportuni, quasi sempre in alto sulla cima dei monti o su rupi, opportune allo sbocco di una valle sul mare o nel piano. Si era costituita, nel tempo, una serie organica di fortificazioni, rispondente ad un piano prestabilito e saggiamente attuato in modo da costuire, da questo lato, una valida difesa di tutto il Principato. Nell’attuare la difesa contro gli invasori fu fortificata, per prima, Policastro, a difesa della valle del Bussento e per impedire l’approdo delle navi provenienti dalla Sicilia; furono anche aggiunte altre opere sussidiarie a Capitello e a Santa Marina (sulla destra), oltre quelle di Bosco, ed ai piedi del monte Bulgheria (a sinistra). Alle spalle di questa prima linea difensiva ne fu apprestata un’altra a Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castel Ruggiero; dato però che questa linea presentava un punto debole nelle valli del Lambro e del Mingardo, venne fortificato l’antico castello di Molpa, che dominava sia il mare che le due valli. Furono anche munite Castelluccio e San Severino, che si avvantaggiarono del terreno scosceso della zona. Sempre sul mare, poi, fu fortificato il Castellammare della Bruca ecc..ecc..”.
Nel 1289, Carlo II d’Angiò ordina per Tortorella
In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 (7). Ebner, in proposito alla citata lettera, postillava nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia.”. Poi l’Ebner, continuando il suo racconto a proposito della lettera di Carlo d’Agiò, scriveva che: “È del 1289 un ordine perentorio di Re Carlo II ai salernitani Riccardo de Ruggiero e Riccardo D’Aiello di recarsi immediatamente, sotto pena di confisca dei loro beni, rispettivamente al castello di Tortorella e a quello di Sanza, di cui erano possessori, per custodirli diligentemente “ne gravetur ab hostibus” (9)”. Ebner, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Infatti, Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 10 in proposito scriveva che: “Nel basso Cilento fanno parte del primo gruppo, quello dei ‘castra’ Tortorella (11), Caselle (12), Torraca, Morigerati, Sanza, mentre Casaletto, Battaglia, Vibonati (13), Sicilì sono annoverabili nell’elenco dei ‘casales’. Il Montesano (…), a p. 11, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Nel 1289 re Carlo II ordinava a Riccardo de Ruggiero, in quanto possessore, di recarsi immediatamente, pena la confisca dei beni, al castello di Tortorella, per custodirlo diligentemente.”.
Il castello di Tortorella
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Ad ogni modo soltanto con gli Angioini (negli anni 1279-1280 Carlo I tassava tutte le ‘Terre’ del Cilento e del Vallo, fra cui ‘Casolla’, per far fronte al pagamento delle milizie)(116), in particolare negli anni della disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302) conbattuta fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia, ‘Casolla’ dovette costituire uno dei ‘castra’ (fortezze) della seconda linea difensiva interna insieme con Torraca, Tortorella, Rocca Gloriosa e Torre Orsaia (117). Le due Valli del Bussento e del Mingardo, infatti, che in ‘Policastrum’ avevano la loro porta d’ingresso, furono costellate di ‘castra’ per la difesa contro la soldataglia degli Almugàveri assoldata dagli Aragonesi (118). E se alla foce del Bussento il ‘castrum Policastri’ era il più difeso anche con il concorso di quelli meglio attrezzati dell’interno (‘castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle….Sanse…Turrace…Rofrani)(119) e dalle sorgenti dei due importanti corsi d’acqua erano attivi quelli di ‘Roffrànum’ (120) e di ‘Sansa’ (121) (che costituivano la terza linea), allora anche il ‘castrum Caselle’ nel medio corso dovette ricoprire qualche importanza e patire le misere condizioni di guerra, tanto da essere esonerato più volte dal pagamento delle imposte: ‘satis est notorium quod ex presentis guerre discrimine pars regni multa dispèndia subiit….dapna pergràvia deploràvit….itaque statuimus terras et loca ipsa eximendas a solutione presentis collecte…Nomina terràrum et locòrum sunt hec: Padula, Sansa, Rufranum, Caselle, Policastrum (122). L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123). In quanto fortezza (‘castrum’), l’abitato doveva contare su d’una solida cinta muraria e su d’un castello turrito che si elevava sulla sommità del poggio (124). Ecc…”. Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (117) postillava che: “(117) F. Fusco, Quando la storia etc., p. 206.”. Felice Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (118) postillava che: “(118) Nel 1284 Carlo I d’Angiò nominò Ruggiero II Sanseverino (figlio di Tommaso), conte di Marsico e barone di Cilento, comandante generale dell operazioni belliche nel ‘Principato’. Insieme col figlio Tommaso II provvide alla costituzione dei ‘castra’ ed alla richiesta al re di esonero dalle tasse per le martoriate popolazioni delle due Valli.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (119) postillava che: “(119)C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, Subiaco, Tipografia dei Monasteri, 1931-1946, I, p. 57. (Il Castello di Policastro deve essere riparato dagli abitanti di Tortorella, Sanza, di Torraca, di Rofrano).”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (120) postillava che: “(120) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc, cit. , p. 169 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (121) postillava che: “(121) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 206 seg.”. Il Fusco (…), a p. 100, nella sua nota (122) postillava che: “(122) ASN, Reg. Ang., n. 58, fol. 198. (E’ del tutto noto il fatto che per i guasti della presente guerra parte del Regno ha subito molte perdite, ha patito danni grafissimi….per questo abbiamo deciso che le terre e il luoghi coinvolti siano esentati dal pagamento della tassa attuale…Le terre e i luoghi sono i seguenti: Padula, Sanza, Rofrano, Caselle, Policastro).”. Il Fusco (…), a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) AA.VV., Storia delle Terre, cit., I, p. 215.”.
Nel ……., il re Carlo II d’Angiò esenta il casale di S. Giovanni a Piro dal pagamento della tassa per la riparazione del castello di Roccagloriosa
E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo. La notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”.
Il Castello di Policastro all’epoca Aragonese dei Petrucci e della ‘Congiura dei Baroni’
Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. La Congiura dei baroni fu un movimento rivoluzionario che si sviluppò nel XV secolo; nacque principalmente in Basilicata come reazione agli Aragonesi che si erano insediati sul trono del Regno di Napoli. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (87), postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F. A. Vanni, ‘Cronica di Majerà, ms, cit.”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’.
Nel 1489, Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e figlio di re Ferrante, si reca a Policastro con l’architetto Giuliano Fiorentino ed è ricevuto dal vescovo Almensa
Riguardo il Duca di Calabria, il futuro re di Napoli Federico I d’Aragona, sappiamo pure che era l’epoca dei Petrucci, conti di Policastro di cui si parla nello stesso manoscritto. Nel manoscritto del Leostello (…), pubblicato dal Filangieri (…), vol. I, a pp 193-194-195, si parla di Camerota, Pisciotta e Policastro dove il Duca, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona si recò in viaggio per ispezionare le batterie e le fortificazioni dopo la nota ‘Congiura dei Baroni’. Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. Questo manoscritto fu pubblicato proprio da Gaetano Filangieri. Si tratta del manoscritto di Leostello Giampiero Volterrano (…), ‘Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883, vol. I. Il manoscritto di Joampiero Leostello (…), è importante per la datazione di questo pavimento anche perchè a mio avviso oltre a riferire fatti e produzioni dell’epoca Aragonese, trattando del Duca di Calabria, potrebbe rappresentare un anello di congiunzione con il probabile esecutore dell’opera in questione, Dimera di Sapri. Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), da una lista di giorni nefasti per le guerre e la giustizia e da una serie di distici elegiaci in lode del duca, assumono dunque importanza soprattutto come documento sulle abitudini del duca e della corte aragonese, ma anche come prezioso serbatoio di informazioni sull’architettura e sulla storia dell’arte a Napoli. Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883 appaiono quindi come una sorta di cronaca-giornale, nella quale il Leostello aveva l’incarico di riportare tutti i fatti che riguardavano il duca Alfonso almeno per il periodo compreso tra il 22 maggio 1484 e il 6 febbr. 1491. Per far questo, il L. doveva vivere a stretto contatto giornaliero con Alfonso, sentendosi in dovere anzi di segnalare quando le notizie gli venivano di seconda mano. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seguito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso II d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Riguardo questo manoscritto oggi alla Biblioteca Nazionale di Francia, lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino, nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” sulla scorta del Filangieri (…), in proposito a pp. 48-49 scriveva che: “Chi, per primo, ci dà notizie dei prodotti, in questa arte nobilissima, della Patria nostra è il famoso manoscritto “Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria” che faceva parte della Biblioteca Reale Napoletana e che venuto insieme ad altri innumerevoli nelle mani di Carlo VIII fu portato in Francia, ed ora trovasi a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Il manoscritto delle Effemeridi è cartaceo in folio, alto 31 centimetri e largo 21, ed ha 295 carte numerate, scritte in carattre corsivo del XV secolo, ecc….Sembra della stessa mano di chi compose il libro, se non che in certi luoghi è più grande e più tondo e rileva una mano diversa, l’intestazione seguente con la quale comincia il giornale: “Registro dove saranno collocati tucti progressi dell’Illustrissimo et Excellentissimo Signor Duca de Calabria Capitano generale de la Sanctissima et Serenissima Liga: ecc…”. Tramite le Effemeridi, l’opera principale del Leostello (…), si possono ricostruire i suoi movimenti tra il 1484 e il 1491. Il 14 settembre le truppe napoletane tornarono verso il Regno aragonese e impegnarono, una volta penetrate il 1° ottobre negli Abruzzi, i nobili aderenti alla cosiddetta congiura dei baroni (4 ottobre – 26 novembre). Piegata la resistenza, il duca con i suoi entrò trionfalmente, il 26 dicembre, a Napoli. Occasionalmente, in questo periodo, il L. ebbe anche la funzione di maggiordomo del duca, come nel caso della cena che Alfonso offrì agli ambasciatori papali il 10 luglio 1487 nella propria residenza napoletana a Castel Capuano. Il Leostello (…) accompagnò Alfonso in altri numerosi viaggi tra il 2 ott. 1487 e il 21 genn. 1491 (Cilento, Puglia, Calabria, dintorni di Napoli). Dal 22 gennaio il duca risiedette a Napoli presso il re Ferdinando I a Castelnuovo almeno fino al 6 febbr. 1491, data conclusiva nel racconto delle Effemeridi. Dunque, il Leostello parla del viaggio del Duca di Calabria Alfonso II d’Aragona che intraprese nell’anno 1487. Si tratta di Alfonso II d’Aragona. Infatti, come si vede sulla Treccani, il Leostello, dal 1474 sembra non trovarsi più a Volterra. Di certo, come dichiara egli stesso, il 20 ott. 1476 era a Napoli, presso la corte del duca di Calabria, il futuro re di Napoli Alfonso II d’Aragona. Da allora la vita del L. si sarebbe intrecciata con quella del duca. A Napoli infatti ottenne l’incarico di governatore dei paggi della casa del duca con lo stipendio annuo di 36 ducati. E’ lo stesso Duca di Calabria a cui si riferisce il Gaetano Filangieri quando parla delle ristrutturazioni che subì la chiesa di S. Pietro a Majella ?. Alfonso II d’Aragona che visitò Policastro e a cui si riferisce il testo manoscritto delle “Effereidi” del Leostello publicato dal Filangieri è il primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Nel basso Cilento la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò nella famosa congiura dei Baroni (1485). Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata. Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme. Infatti, della notizia ci parlava Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”.



(Fig…) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. I, pp. 193-194-195
Questo documento parla pure di Policastro e di Maratea. Inoltre Ebner (…), dice di vedere nel vol. II, quando parlando di Policastro, scrive “quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 340, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Va ricordato ce nel tardo ‘400 il castello di Policastro venne ricostruito su disegno di Giuliano Fiorentino.”. Sempre l’Ebner (…), nel suo vol. II, di ‘Chiesa etc…‘, a p. 345, parlando di Policastro e del suo castello segnala che l’Alfano (…), scriveva che: “L’Alfano (81) l’ubica alle falde di una collina con alla sommità un castello mezzo diruto “elevato da Jacopo Sanseverino, figlio de conte di Potenza nel 1393 (…) si crede Bussento, detta Bisso, e Bissunte ecc…”. Il Laudisio (…) a p….. della sua “Synopsi etc…“, ci dice di Girolamo Almensa che: “XXI. Girolamo Almensa, di Napoli, frate dell’Ordine dei Predicatori, nominato vescovo di Policastro nel 1485.”. Dunque, Girolamo Almensa successe al vescovo Gabriele Altilio. Ebner però scriveva che il vescovo Girolamo Almensa era “suo confessore” di Alfonso d’Aragona ma il Laudisio (…), a p. 77 (vedi Visconti), parlando del Vescovo Gabriele Altilio, in proposito scriveva che egli: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio di Alfonso II d’Aragona, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Le date e la notizia tratta dal Laudisio, cioè la cronostassi che il Laudisio riporta non sempre collima con le notizie storiche. Infatti, riguardo il vescovo Altilio che il Laudisio dice essere stato nominato vescovo di Policastro nel 1471, il sacerdote Giuseppe Cataldo scriveva essere salito alla cattedra vescovile nell’anno 1493 ed è più plausibile come data essendo stato il precettore di Ferrandino. Riguardo al vescovo Almensa di Napoli, che secondo il Laudisio divenne vescovo di Policastro nel 1485, potrebbe trovarsi con la data del documento pubbblicato dal Leostello che riguardava la visita di Alfonso duca di Calabria a Policastro nel 1489. La cronostassi del Laudisio (…), però non si trova con l’altro documento del 1481, di cui ho già parlato e che riguarda il vescovo di Policastro Gabriele Guidano che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire una chiesa a Sapri. Infatti, il Laudisio (…), nella sua cronostassi scrive che il vescovo Gabriele Guidano: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Come può essere possibile che secondo il Laudisio e forse pure per Ladvocat (…), il Guidano viene nominato dopo l’Almensa ovvero nell’anno 1491 se compare sul documento del 1481. Errore di stampa e di trascrizione ?. Del resto vi sono delle diverse conostassi come ad esempio ciò che riferisce lo stesso Cataldo.
Il maestro “Antonio fiorentino di Cava” (pseudonimo di Antonio Marchesi), nel 1489 si trovava a Policastro con il Duca di Calabria Alfonso d’Aragona che venne ad ispezionare le batterie e le fortificazioni dopo la congiura dei Baroni
Un’altra interessantissima notizia tratta dal manoscritto delle “Effemeridi” di Joampiero Leostello (…), di cui ho già detto, è quella della presenza a Policastro dell’architetto “Antonio Fiorentino” che ivi venne in occasione della visita del Duca di Calabria Alfonso d’Aragona, dopo la congiura dei Baroni che aveva visto sterminare gran parte dei Conti di Policastro, i Petrucci. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Innanzitutto l’Ebner si riferiva al testo (vol. I) dell’opera citata di Gaetano Filangieri, Principe di Satriano che pubblicò il manosritto inedito delle “Effemeridi” del Leostello. Il Filangieri parla del viaggio di Alfonso d’Aragona a Policastro a pp. 194-195. Ebner scrive dell’Architetto: “viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”)”.

(Fig…) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. I, p. 195
Di questo personaggio ch pare abbia operato sul castello di Policastro, Pietro Summonte (…), scriveva che: «[…] Conduxe in questa terra alcuni di quelli architetti che più allora erano stimati: Iulian da Maiano, fiorentino, Francesco da Siena [ Francesco di Giorgio Martini ], maestro Antonio fiorentino benché costui fosse più per cose belliche e macchinamenti di fortezze; e sopra tutti ebbe qua il bono e singolare frà Iucundo da Verona […]». Da Wikipedia leggiamo che: Antonio Fiorentino della Cava, pseudonimo di Antonio Marchesi da Settignano (Settignano, 17 maggio 1451 – Firenze, 1º settembre 1522), è stato un architetto e ingegnere italiano, attivo principalmente nel napoletano. Devo però far notare che se il maestro “Antonio Fiorentino della Cava”, pesudonimo di Antonio Marchesi da Settignano, era nato a Settignano nel 1451, nel 1489 avrebbe avuto 38 anni quando alla stregua di Alfonso d’Aragona lo accompagnò in visita a Policastro. Come rilevato dal Summonte nella sua lettera, fece parte di quella folta schiera di artisti e tecnici che arrivarono nella capitale del Regno di Napoli dopo i mutati assetti geopolitici generati dalla Pace di Lodi. L’alleanza che nacque tra la corte medicea di Lorenzo il Magnifico e la corte aragonese e del duca di Calabria Alfonso II comportò un notevole scambio culturale tra Firenze e Napoli trasformando quest’ultima nella capitale mediterranea del Rinascimento. Dopo la partenza di Francesco di Giorgio fu nominato direttore delle regie opere, dopo la nomina a direttore dei cantieri regi ebbe anche un feudo mentre a Firenze poté edificare una casa propria e a Settignano fu proprietario di tre abitazioni, un frantoio e un podere. Alla fine del XV secolo diresse i lavori della cinta bastionata di Castel Nuovo e della murazione urbana. Dal 1501 al 1514 fu il direttore dei lavori del Convento di Santa Caterina a Formiello, opera eretta su progetto di Francesco di Giorgio Martini e diretta dal Nostro e da Romolo Balsimelli. Dalla vicenda del Monastero di Santa Caterina è nato il disguido storiografico nell’attribuzione delle opere del Marchesi ad un certo capomastro di Cava de’ Tirreni che si chiamava Fiorentino. Diffusore di questa errata attribuzione è da accreditare a Bernardo de Dominici, successivamente ripresa da Francesco Milizia. Dalla lettera del Summonte si parla anche di un intervento presso la villa di Poggioreale. Nel 1506 si rese autore degli apparati effimeri per l’ingresso in città di Ferdinando il Cattolico. Nel 1517, insieme ad altri esperti di opere militari, fece parte della commissione giudicatrice voluta dal papa Leone X per esaminare il disegno di un baluardo progettato da Antonio da Sangallo il Giovane per la città di Civitavecchia. Nel 1518 ritornò in Toscana come ispettore delle fortezze. Per breve tempo del successivo anno ritornò a Napoli per il baluardo del parco e nel medesimo anno ritornò in patria lavorando alle fortezze di Pisa e Livorno, quest’ultima con Baccio Bigio e Andrea da Fiesole. Nel 1520 ritornò un’ultima volta a Napoli per i cantieri del Castel Nuovo. Morì in Toscana nel 1522.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio ‘Sezione Fotoriproduzione’ dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.
(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Attanasio)

(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981
(…) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (…).
(…) Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988
(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso.
(…) Hisch F. – Schipa M., La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno, ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.
(…) Camera M., Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, vol. I, p. 121.
(…) Orlando G., Soria di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, p. 311.
(…) Amari M., Storia dei Musulmani di Sicilia, II edizione con note di Carlo Alfonso Nallino, Vol. I-II, ed. Romeo Prampolini, Catania, 1933 – XI.; si veda anche vol. I, p. 344 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition (Archivio Storico Attanasio).
(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.
(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.
(…) Mazzella Napolitano Scipione, ‘Descrittione del Regno di Napoli’, Napoli, 1568, p. 87

(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio)
(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativa, ‘Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino’; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.
(….) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1795, fol. 135, pp. 43
(…) Caffaro Antonio, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni disegni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro.
(…) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Attanasio)
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, stà in ‘Archivio Storico per le Province Napoletane’, pubblicato a cura della ‘Società Napoletana di Storia Patria, anno XXXVIII-LXXVII, Napoli, 1959, pp. 109 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)
(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Pontieri E., op. cit., 54
(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.
(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale (570-1080), Caserta, ed. A. Guida, 1930
(…) R. Perrone-Capano, Sulla presenza degli slavi in Italia, estrat. Atti Acc. Pontaniana, n.s., XII, 1963

(…) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, ed. di storia e letteratura, Roma, 1973, p. 91 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253 (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254
(…) Amari Michele, Storia dei Mussulmani in Sicilia, vol. I, II edizione, p. 187
(…) Bréhier L., Le Mond Byzantin, les Institution de l’Empire byzantin, Paris, 1949
(…) Damiano Domenico, Maratea nella storia e nella luce della fede, ed. Missioni O.M.I. Roma, II edizione, 1965 (?) (Archivio Storico Attanasio)
(…) Fulco A., Memorie storiche di Tortora, Ed. Intercontinentalia, Napoli
(…) Fulco Aleardo Dino, Memorie storiche, op. cit; oppure si veda: Blanda, sul Paleocastro di Tortora, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968
(…) Jaffé- Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195)
(….) Sthamer Eduard, Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou, vol. I, II,III, Leipzig, 1914
(…) Winkelmann, Acta Imperii,

(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Granzotto Gianni, Carlo Magno, ed. Mondadori, Milano,

(…) Beguinot Corrado, Il Cilento – problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano,
(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; dello stesso autore si veda: ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi, collana diretta da Carlo Perogalli, Segrate, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(…) Ebner P., Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più remoti al tramonto della feudalità, in R.S.S., anno 1965, p. 62
(…) Londolini A., Le Repubbliche del mare, Roma, 1963, p. 131
(…) Cusa S., I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.
(…) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra.

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore: Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.
(…) Troyli P.Placido, Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento. Si veda pure: Attanasio F., Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà in ” I Corsivi”, n. 12, 1978. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135.
(…) Amato di Montecassino, in latino ‘Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno[1]. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058[2]. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La ‘Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…
(…) Del Buono G. B., Profilo storico del Basso Cilento – Gabriele Altilio da Cuccaro Vetere – Poeta latino, Tip. Luigi Spera, 1983 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania, ed. Loescher, Roma, ristampa anastatica, Roma, 1970 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Troyli P.Placido, Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, I° edizione (il Racioppi, riguardo i castelli sulla spiaggia, lo cita, vol. I, parte I, p. 47, ma io non sono sicuro che si riferisca alla prima edizione)












































































