Prof. Arch. Francesco Attanasio – Studi su Sapri (SA) e sul 'basso Cilento' – Studi di storia, storiografia, dalle origini, usi e costumi, folklore, dialetto ed altro.
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo saggio, cercherò di fare il punto sul toponimo di “S.ta Agata dir.”, citato in una carta d’epoca aragonese e segnato nella medesima dove oggi si trova il piccolo borgo di S. Cristofaro”, frazione attuale del Comune di Ispani.
(Fig….) Veduta satellitale – Google Maps
Pietro Ebner (…), parlando di Capitello, vol. I, p. 625, riferendosi al sacerdote Luigi Tancredi (….), in proposito scriveva che: “assicura che sulla collina Castellaro vi sono ancora i ruderi di un antico castello e afferma di aver consultato nell’ASN una pianta (3) del 1746 dove sono indicati Policastro, il Castellaro, Capitello e Petrasia. Ecc…”. Ebner (…), a p. 625, del suo vol. I, nella sua nota (3), postillava che: “(3) ASN, ‘Sezione piante topografiche’, cart. 32, n. 2.”. La notizia interessante è anche quella riferita da Ebner (…), sempre a p. 625 del vol. I di “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, dove parlando sempre di Capitello (oggi frazione d’Ispani) e riferendosi alla carta in questione citata dal Tancredi (…), nel 1978 scriveva pure che: “Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”. Pietro Ebner (….), a p. 625, nella sua nota (4), postillava “(4) A. Guzzo, cit., p. 245 e s. Cfr. pure M. Vassalluzzo, cit. la torre pare fosse costruita dopo il 1563. Certo è che che nel 1569 ne risulta custode Bernardo Rey.”. La nota (4) che cita Guzzo riguarda però la torre di Capitello, una torre marittima di avvistamento d’epoca vicereale. Ma al nostro discorso questa citazione non serve. Dunque, Pietro Ebner riferiva che nella carta in questione, ovvero la carta illustrata nella Fig….si possono leggere dei toponimi che al momento o nelle mappe più recenti non esistono o non vengono segnati, come ad esempio il toponimo strano di una “S. Agata dir.”, che stà per S. Agara diruta, ovvero un borgo antico che ai tempi risultava diroccato e che veniva chiamato S. Agata. Ebner precisamente, sulla scorta della carta in questione scriveva che: “Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”, ovvero scriveva che, nella carta in questione si possono leggere i seguenti toponimi: “S. Agata dir.”. Ebner, sebbene segnalasse il toponimo di “S. Agata” segnato nella carta in questione, scriveva alcune inesattezze geo-storiche. Infatti, scrivendo Ebner che: “Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Ecc….“, si commettevano alcuni errori. Il primo dei quali è quello secondo cui a mio parere, guardando la carta in questione vediamo che il toponimo di “S.ta Agata dir.” si trova posto esattamente sopra la collina dove si trova segnato il cosiddeto “Castellaro”. Si può vedere un gruppetto di edifici colorati in rosso e la scritta del luogo o toponimo “S. ta Agata dir.“. Dunque, come io vedo il toponimo “S.ta Agata dir.”, non si trova come scrive l’Ebner “Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata”, ma si trova sopra il “Castellaro” e dunque a mio parere il toponimo “S.ta Agata dir.” non corrisponde all’attuale Ispani ma corrisponde all’attuale S. Cristofaro. Ciò che affermo si può vedere guardando l’immagine satellitale illustrata nella Fig….Inoltre, il piccolo borgo di Ispani, attualmente molto più piccolo di S. Cristofaro e, che oggi si trova abbarbicato sulle colline sopra Capitello nella carta in questione non figura ed è questo uno dei motivi per cui io affermo che questa carta corografica nata per le imposizioni fiscali all’epoca Aragonese (secolo XV), non è una carta come scrivono i due studiosi Natella e Peduto del 1600 ma, dunque molto più antica. Infatti, come ritengo all’epoca Aragonese forse il piccolo borgo di Santa Agata doveva essere in parte diroccato ed era l’attuale borgo di S. Cristofaro, mentre il piccolo borgo attuale comune di Ispaniì, di cui oggi Capitello è frazione insieme a S. Cristofaro in epoca aragonese non esisteva affatto. Il piccolo borgo di Ispani sorse dopo le note vicende delle frequenti incursioni saracene da cui poi la costruzione delle Torri marittime di avvistamento in epoca Vicereale. Altra inesattezza di Ebner è quella secondo cui il “Bibone novo” fosse “Bibone nove” e non avesse detto che questo toponimo corrisponde all’attuale Vibonati.
(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…)
La carta che segnalava Tancredi (…) citata pure da Pietro Ebner (…), è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (…), nella Sezione “Manoscritti”: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Questi sono i riferimenti bibliografici della sua collocazione presso l’ASN, non quelli citati da Ebner, sulla scorta di Tancredi e di Guzzo, i quali riportarono la notizia senza mai citarmi. Della carta in questione citata da Tancredi (…) e segnalata da Ebner (….) è di probabile epoca aragonese ed è citata nel lontano 1973 dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous – Policastro”, pubblicato nel lontano 1978. I due studiosi, a p. 486 parlando di Policastro e riferendosi al ‘Castellaro’ di Capitello, scrivono che “Il termine ‘castellaro’ è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Secondo i due studiosi, la carta è del 1600. La carta in questione, era inedita e fu da me pubblicata in un mio scritto a stampa, apparso nel lontano 1987 (1), dieci anni prima che ne parlassero il Tancredi (…), ed il Guzzo (…). Infatti, la carta in questione, dalla postilla impressa sul retro, non è del 1746, ma è del 1756. Ma la sua datazione deve farsi risalire a molti secoli indietro. La carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno diNapoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, PrincipatoCitra,Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Devo pure precisare che l’opera di Luigi Tancredi (…) ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che, secondo cui, Pietro Ebner (…), a p. 625, vol. I, segnalava che aveva citato la notizia di questa carta, lo stesso Ebner, sempre nel vol. I, a p. 688, nella sua nota (10), lo segnala come “Il Golfo ecc..”). Infatti, la cosa ci appare strana, in quanto, l’opera di Luigi Tancredi (…), è del 1978, mentre l’opera di Pietro Ebner (…), è del 1982, cioè dell’anno dopo che avevo richiesto ed ottenuto la fotoriproduzione b/n della carta in questione (v. Fig…, che illustra la ricevuta, rilasciatami dall’ASN). A quei tempi, mi sentivo spesso con Luigi Tancredi, al quale feci vedere la carta, e ritengo che Ebner, non avesse visto l’opera del Tancredi, ma che fosse venuto a conoscenza a mezzo del Tancredi stesso di questo importantissimo rinvenimento. Riguardo la carta in questione, la “Carta del Cilento”, d’epoca Aragonese ed il toponimo di S. Agata anche il Guzzo (…) a mio parere errava. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 139 in proposito scriveva che: “In alcune carte geografiche del XVI e XVII secolo, sul posto attualmente occupato da Ispani si trovano indicati abitati che portano, in tempi successivi, nomi diversi: Sant’Agata, Fòrli, Fòruli, Casale delli Spani.”.Come ho avuto modo di spiegare in un altro mio saggio dedicato alla carta in questione, l’unica carta (corografica) che riporta il toponimo di “S. Agata diruta” è quella che ho illustrato in Fig….., la “Carta del Cilento”, di probabile epoca Aragonese. Non esistono carte del secolo XVI e XVII che riportano i toponimi di cui parlava il Guzzo. La notizia riportata dal Guzzo di un “Sant’Agata” è tratta dal testo del sacerdote Luigi Tancredi (…) che, nel lontano 1978 citava la carta in questione avendo letto la stessa citazione su Natella e Peduto che ne parlarono nel 1973 ma non la conoscevano. La carta è stata publlicata dallo scrivente molto più tardi. Al tempo del Guzzo, del Tancredi e prima ancora di Natella e Peduto, la carta in questione si conosceva ma essendo ancora inedita non la sie era vista.Fui io stesso a farla vedere molti anni dopo al Tancredi che però non ebbe il tempo di correggere alcuni errori. Credo che il toponimo “Sant’Agata” non riguardi il piccolo borgo di Ispani ma si riferisca all’originario borgo medioevale di S. Cristoforo. Come ho già scritto, Pietro Ebner (…), a p. 625 del vol. I della sua “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” citava Luigi Tancredi (…) nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, del 1978 citava la carta in questione e segnalava il “Castellaro” di Capitello d’Ispani. Guardando la veduta satellitale del borgo molto più antico di “S. Cristofaro“, oggi sede del Comune di Ispani nonostante sia frazione, possiamo vedere che in questo piccolo borgo non si vedono oggi particolari riferimenti all’area diroccata ne a cappelle intotolate alla Santa Agata. Tuttavia la notizia di una località detta in antichità “S.ta Agata” dovrà essere ulteriormente indagata. Patrono di San Cristoforo è San Cristoforo, festeggiato il 25 luglio; in tale occasione viene effettuata la tradizionale benedizione degli autoveicoli. Viene festeggiato anche San Donato, il 7 agosto, a cui è dedicata una cappella in cima alla collina che sovrasta l’abitato comunale.
Le viste satellitali segnalano alcune contrade e località
(Fig…..) ‘Carta del Cilento’ oggi alla B.N.F. , copia fatta realizzare nel 1756 da Ferdinando Galiani
Nell’indagine geo-storica, guardando le viste satellitali come ad esempio quella di Google maps si possono notare alcune località e contrade dai nomi singolari, forse un tempo antropizzate. Alcune di queste si possono leggere sulla mappa d’epoca Aragonese di cui ho già parlato. Su google maps nei pressi di Policastro Bussentino, oltre al piccolo borgo di S. Marina oggi sede del Municipio, si possono leggere anche i toponimi di: “Lupinata”, “Poria”, “Serriere”, “Divolio”, “Santa Lucia”, “Valle di Natale”, “Spineto” ecc….Confrontando le attuali mappe catastali e le viste satellitali come ad esempio quella di google maps, con le due mappe che ho illustrato in figg….., una dei quali di sicura epoca aragonese, si possono leggere alcuni toponimi diversi ma corrispondenti agli stessi luoghi o contrade. Si vede ad esempio che ad oriente della foce del fiume Bussento vi è scritto il toponimo di “Sirsio” che non corrisponde ad alcun toponimo attuale. Un tempo lì vi era il porto di Policastro. Guardando invece ad occidente della foce del fiume Bussento dove oggi si legge “Torre Oliva”, sulla mappa “Carta del Cilento” si legge “Casale dell’Oliva”, posto un pò più in alto di una torre segnata in rosso e che oggi è detta “Torre dell’Oliva”, una torre rimaneggiata in epooca Vicereale ma già preesistente. Verso la “Contrada” oggi nominata “Lupinata”, sulla mappa, ad oriente del fiume Bussento possiamo leggere i toponimi di “Il Monaco” con segnato un piccolo borgo di case forse corrispondente al piccolo borgo medioevale di “Sicilì”. Un pò più sù possiamo leggere il toponimo di “Casale delli Affliti” che nella “Carta del Cilento”, d’epoca aragonese, molto più antica, a mio avviso originale (Fig….) è segnato “Casale Aflitti”, forse corrispondente all’attuale Caselle in Pittari.
Nel 1400, Policastro, S. Marina, S. Cristofaro e “delli Spani”, “Fòrli” o “Forli” (Ispani)
Riguardo la carta in questione, la “Carta del Cilento”, d’epoca Aragonese ed il toponimo di S. Agata anche il Guzzo (…) a mio parere errava. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 139 in proposito scriveva che: “In alcune carte geografiche del XVI e XVII secolo, sul posto attualmente occupato da Ispani si trovano indicati abitati che portano, in tempi successivi, nomi diversi: Sant’Agata, Fòrli, Fòruli, Casale delli Spani.”. Dunque, secondo Angelo Guzzo (….), sul “sul posto attualmente occupato da Ispani” in alcune carte si trovano indicati toponimi e abitati “che portano, in tempi successivi, nomi diversi: Sant’Agata, Fòrli, Fòruli, Casale delli Spani.”. Il Guzzo a p. 139 in proposito aggiungeva che: “Si ha, perciò, motivo di ritenere che il luogo non fu abitato in modo continuo, ma a diverse riprese abbandonato, quando non serviva più allo scopo per il quale era sorto. Come abitato-rifugio Ispani, infatti, era l’ideale. Quando il pericolo delle incursioni piratesche rallentava, gli abitanti ritornavano alle più comode sedi, vicine alle loro attività lavorative; ecc…Ogni nuova popolazione dava un nome al riappropriato borgo o, piuttosto, un nome veniva dato dagli altri al nuovo abitato, il cui passato era cancellato e dimenticato (3).”. Il Guzzo a p. 139, nella sua nota (3) postillava che: “(3) L. Tancredi – ‘Il Golfo di Policastro’ – Napoli – 1975 – pag. 44.“. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 138 in proposito scriveva che: “Il villaggio fu fondato intorno al 1490 e terminato da una sola generazione di uomini. Sulla collina sovrastante il paese sorgeva, un tempo, una cappella dedicata a San Sebastiano martire.”.Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Capitello, nel suo vol. II, a pp. 66-67 palando di Ispani in proposito scriveva che: “Poche le notizie sul villaggio. Se ne hanno sulle distruzioni subite per le incursoni del Barbarossa e di Dragut rais con la sua forte flotta (123 galee). Il 26 novembre 1557 il casale “delli Spani” fu assalito verso le cinque del mattino. La Real Camera constatò che su un centinaio di abitanti solo 15-20 erano fuggiti alle distruzioni e alle razzie (1). Il villaggio dovette subire gli stessi eventi occorsi a Policastro……Di Ispani sono poche notizie nel Giustiniani (2). Egli colloca il villaggio su una collina con una popolazione di 630 abitanti nei primi dell’800. Nelle numerazioni del Regno compare per la prima volta nel 1595 con fuochi 8 (=ab. 40), poi nel 1614 con fuochi 14 (= ab. 70) e nel 1660 con fuochi 10 (= ab. 50). Il Galanti (3) ha “Spani” con 671 ab. nel 1760. Il Tancredi (4) accenna a locali antichi abitati (Sant’Agata, Fòrli, Casale delli Spani). Dalla mia nota (5) la popolazione dal 1809 al 1871. Chiesa. Il 2 giugno 1765 mons. Pantuliano col seguito visita la chiesa parrocchiale “S. Nicolai Terrae Ispanorum” dove si trova il SS. “ciborio ligneo collocatum”; il fonte battesimale ecc…”.Ebner a p. 66 nella sua nota (1) postillava che: “(1) A.S.N., ‘Consultarum Somma’, vol. 59, f. 3 e vol. 73, f. 108.”. Ebner a p. 66 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giustiniani, op. cit., Napoli, 1802, p. 184.”. Ebner a p. 67 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Galanti, cit., IV, p. 234.”. Ebner a p. 67 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Tancredi, cit., Il Golfo, cit., p. 43.”. Ebner a p. 67 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner, ‘Cilento cit., Tav. I: 1809 (ab. 620), 1816 (ab. 1017), 1861 (ab. 1162), 1871 (ab. 1049), 1881 (ab. 992), 1901 (1009), 1911 (941), 1921 (988), 1948 (1149), 1951 (1160), 1961 (1044), 1971 (1042).”. Rileggendo Lorenzo Giustiniani (…) il suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, edizione del 1804, vol. VII, p. 228, parla di Policastro e dei suoi casali “Sancristofaro” e “delli Spani”. Da Wikipedia leggiamo che per sfuggire alle scorribande dei pirati e alla malaria la popolazione si ritirava periodicamente verso l’entroterra, arrampicandosi lungo le ripide colline ove oggi sorgono gli abitati di Ispani e San Cristoforo. I diversi nomi dati a questi insediamenti nel corso dei secoli (Sant’Agata, Forli, Casale delli Spani) confermano come la popolazione li abitasse solo in situazioni di emergenza, per poi ritornare a vivere sulla costa.
San Cristoforo, Sancristoforo, “San Christopharo”, S. Agata, Sant’Agata
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di S. Cristoforo, nel suo vol. II, a p. 479 in proposito scriveva che: “Sancristofaro, San Cristoforo, Frazione di Ispani (Km. 2). A m. 350 s. m. Ad. 275. L’abitato è più esteso di quello di Ispani, capoluogo di Comune, ma la sede comunale è appunto a S. Cristoforo perchè ubicato tra Capitello e Ispani. Il Tancredi (1) ne da solo qualche cenno. Il Giustiniani (2) lo riporta come casale della città di Policastro (Km. 2), su una collina. Dice dei terreni non molto fertili e dei suoi abitanti (500). Il villaggio è menzionato nel censimento del 1648 (fuochi 34 = ab. 170) e nel 1669 quando risultava ancora dimezato (fuochi 17 = ab. 85) per la peste del 1656. L’Alfano (3) scrive dei suoi 450 abitanti, il Bozza (4) dei suoi 367 abitanti ubicando il villaggi ale falde del monte, presso il mare.”. Ebner a p. 479 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Tancredi Luigi, op. cit., p. 44“. Ebner si riferisce al testo: “Il Golfo di Policastro”. Ebner a p. 479 vol. II, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giustiniani, op. cit., VIII, Napoli, p. 141.”. Ebner a p. 480 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Alfano, op. cit., p. 50″. Ebner a p. 490 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Bozza, op. cit., p. 203.”. Infatti il Bozza, nella sua “Lucania” a p. 203 scriveva l’esatto contrario del Giustiniani. Ritornando alla citazione dell’Ebner su un piccolo borgo chiamato anche “S. Agata”, ho cercato le possibili motivazioni sull’origine del toponimo che troviamo anche sulla “Carta del Cilento” da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli. E’ Pietro Marcellino Di Luccia (….), che cita “Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata”, moglie di Ettore Carafa Conte di Policastro. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, nel suo trattato ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, a p. 8, sulla scorta di Antonio Summonte (….), “Historia della città e del Regno di Napoli”, vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Lo faceva notare Ferdinando Palazzo (….), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia (…), dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro” che, a pp. 114, parlando delle “usurpazioni” dei Conti Carafa della Contea di Policastro in proposito scriveva che: “Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo, a p. 114, nella sua nota (2) postillava a riguardo che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”. Dunque, secondo il Di Luccia (…), sulla scorta di Antonio Summonte (….), il Palazzo ci faceva notare che il Conte di Policastro Ettore Carafa aveva in moglie donna Teresa Farau dei Principi di S. Agata. Ferdinando Palazzo (…), nel suo testo a p. 114 si riferiva al conte di Policastro Ettore Carafa che nel 26 aprile 1668“su espressa richiesta della Basilica di S. Pietro, con provvedimento espresso dal Delegato Apostolico Marchese Marchione in data 26 aprile 1668 e poi ratificata dal Papa, i poteri del Conte di Policastro venivano riportati nei termni stabiliti dalla predetta “Regia Pragmatica”.Dunque, il toponimo “S. Agata” forse attribuito al casale o piccolo borgo di S. Cristoforo dipendente dal conte di Policastro Ettore Carafa e da sua moglie la Principessa di S. Agata dei Goti, Teresa Farau, doveva essere molto più antico del tempo in cui Ettore Carafa era Conte a Policastro. Di sicuro dunque, il luogo di S. Agata doveva esistere ai tempi di Ettore Carafa, marito di Teresa Farau. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (vedi II edizione), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia, dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre guerriero Don Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo (vedi II edizione), a p. 114, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”.
(Fig….) Pietro Marcellino Di Luccia (…), op. cit., p. 8
(Fig…) Lorenzo Giustiniani (…), op. cit., p.
Capitello, oggi frazione del Comune di Ispani
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Capitello, nel suo vol. I, a pp. 624-625 parlando di una frazione di Ispani, Capitello, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (1) si limita a fornire solo qualche notizia sul villaggio che dice distante “da Bonati” (Vibonati) due miglia. Segnala, però, che vi erano “molti magazzini per riporvi il sale”, aggiungendo che il luogo era “abitato da pochissimi individui”. Manca nel Galanti. L’Alfano (p. 38) assegna il feudo alla famiglia Carafa, conti di Policastro(v.) che lo possedevano già nel ‘700 (v. a Ispani). L. Tancredi (2)suppone che il villaggio era sorto , con i vicini di S. Cristoforo e S. Marina, a seguito delle incursioni barbaresche e Capitello anche per la malaria del fondo valle. A Capitello risiedevano anche i Conti Carafa, in un palazzo ora adibito ad asilo infantile. Una lapide asportata dal palazzo venne poi murata all’ingresso del giardino (“Non t’alletti, o pirata / il bel terreno / simbol di Carafa / poichè una Spina il guarda / e se impiagò beltà divina / trafigger saprà meglio un mortal seno / 1645″.) Il Tancredi poi assicura che sulla collina Castellaro ecc…..Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, ecc…”.
(Fig….) Portale di ingresso nei giardini del Palazzo Carafa della Spina a Capitello
Nel XVI secolo i Conti Carafa della Spina fuggendo dalla vicina Policastro infestata dalla malaria, si stabilirono nel borgo di Capitello. Del palazzo costruito dai nobili rimangono solo le mura perimetrali delimitanti il giardino, l’arco con il loro simbolo che consentiva il passaggio delle carrozze, una garitta per la guardia armata ed una lapide di marmo. I resti del palazzo, restaurati e ammodernati, ospitano oggi un istituto religioso, un Asilo infantile. Wikipedia nella nota (….) postillava che: “(…) “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II”. Si riferiva a Pietro Ebner. Da Wikipedia leggiamo che il piccolo borgo di Ispani seguì gli stessi eventi occorsi a Policastro. Nel lontano 1978, Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia”, parlando di Policastro riportava interessanti notizie che forse potrebbero riguardare la storia dei due piccoli centri o borghi medioevali sorti sulle colline non distanti. A p. 156 il Guzzo in proposito scriveva che: “Il Silvestri, in un suo studio sul commercio nella provincia di Salerno nella seconda metà del Quattrocento, ha edito alcuni interessanti diplomi, dai quali si può rilevare che il porto di Policastro, in quella epoca, era molto ricettivo e, almeno fino a Neocastro, uno dei pochi adatti per navi di medio tonnellaggio. Uno di questi diplomi assicura che, nel 1485, s’imbarcava, nel porto di Policastro, carne salata proveniente da Amantea, sulla costa calabra, per essere poi scaricata fuori dal territorio del Regno. In altri due documenti, del 1489 e del 1490, si rende noto che merci e vettovaglie varie s’imbarcavano a Policastro, per Tunisi, Algeri, Orano ed altri centri costieri dell’Algeria, della Tunisia e della Libia (31).”. Il Guzzo a p. 156 nella sua nota (31) postillava che: “(31)A. Silvestri – Il commercio a Salerno nella seconda metà del Quattrocento – Salerno 1952 – pagg. 28- 135.”.Tuttavia, le notizie storiche intorno al porto di Policastro dovrebbero essere ulteriormente indagate.
Nel 1534, l’incursione barbaresca del pirata Khair ed Din Barbarossa
Alcune notizie storiche, forse le prime sui due piccoli borghi di San Cristoforo e di Ispani si iniziono ad avere intorno alle incursioni barbaresche del ‘500 che funestarono le nostre coste. Tutti gli autori di cui parlerò accennano e parlano delle tre terribili incursioni di cui essi dicono abbia subito i maggioni danni Policastro Bussentino. Delle tre incursioni che subì la città di Policastro ed i paesi o piccoli borghi posti nel vicino entroterra mi sono occupato in un altro mio saggio dal titolo: Nel 1532, 1544 e 1552, tre terribili incursioni corsare nel Golfo di Policastro”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Ispani, nel suo vol. II, a p. 66 in proposito scriveva che: “Poche le notizie sul villaggio. Se ne hanno sulle distruzioni subite per le incursioni del Barbarossa ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel lontano 1978, nel suo “Policastro Bussentino” a pp. 15-16 parlando di Policastro nel XVI secolo, in proposito scriveva che: “Essa sopravvive fino al XVI secolo, che vide la micidiale guerra fra Carlo V, che era padrone dell’eredità angioina e aragonese da una parte e Francesco I di Francia dall’altra. Carlo V aveva alle sue dipendenze uno dei più grandi ammiragli del suo tempo, il genovese Andrea Doria, discendente della stessa famiglia del distruttore di Policastro “terza”. Francesco I non disponeva di una flotta che potesse misurarsi con le forze di Andrea Doria e si rivolse per aiuto alla principale forza mediterranea, che erano i Turchi. Ammiraglio della flotta turca era Ab-d-el-Kahr, soprannominato il Barbarossa. Si dà notizia che Ab-d-el-Kahr distrusse la città e le cronache del tempo indicano con sgomento la immensa potenza marina che si abbattè sulla città. Policastro “quarta” cadde, fu devastata e portata via quella parte della popolazione che non riuscì a mettersi in salvo.”. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a pp. 138-139 in proposito scriveva che: “Nel 1534, sorpresa dall’assalto dei pirati turchi del famigerato Khair ed Din Barbarossa, la popolazione vi si rifugiò stringendosi tutt’insieme nell’ultimo, disperato tentativo di difesa. Il gruppo di profughi, capeggiato dal nipote del conte Carafa della Spina, signore e padrone del paese, riuscì a respigere l’assalto, ma molti furono i caduti, tra i quali anche il coraggioso rampollo dei feudatari. Tutti furono sepolti sotto il sagrato della chiesa. I pirati, però, erano riusciti a portar via derrate e prigionieri. Il curato del tempo, don Donato Maria Ievola, intervenne presso i Carafa e riuscì ad ottenere per la sfortunata popolazione l’esonero dalle tasse e un cospicuo contributo per ogni famiglia. Ecc…”.Il Guzzo (….), a p. 138, nella sua nota (1) postillava che: “(1) A. Guzzo – ‘Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, Salerno, 1992 – pag. 8”.
Nel lontano 1831, mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis riportò alcune interessanti notizie sui due centri e borghi collinari non distanti da Policastro. Francesco Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII, pubblicato nel 1981, dedicò un intero capitolo all’azione corsara dal titolo: “Cap. II – Le incursioni barbaresche”, vedi da p. 85 e ssg. Sempre il Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII, a p. 88 in proposito citava il Laudisio e scriveva che: “La prima è del vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio e si riferisce a due saccheggi subìti da alcuni paesi costieri della sua diocesi.”. Infatti Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, poi nell’edizione curata in seguito nell’edizione del Visconti (…), raccontava le due incursioni del 1533 e del 1552. Infatti, il triste episodio della nostra storia è narrato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831, a p. 78 (vedi Visconti), parlando di Policastro all’epoca dell’episcopato di Monsignor Massanella, scriveva in proposito: “Nel 1533, per la terza volta, Policastro fu saccheggiata e distrutta dal pirata Ariadeno Barbarossa, e per la quarta volta nel 1552 dal musulmano Dragut pascià; infatti il 10 luglio 1552, decimo dell’edizione – era un sabato sera – una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel Golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata ‘Oliveto'”. Nell’edizione curata dallo studioso Salernitano Gian Galeazzo Visconti (…) che curò la riedizione della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), devo far notare che vi è un errore perchè egli traducendo il Laudisio scriveva “località che è chiamata ‘Oliveto'”. Il Visconti pone la parola o il toponimo “Oliveto” in corsivo proprio perchè non è sicuro. Sempre il Visconti però a p. 23 trascrivendo il testo (mutilo) del Laudisio (….) scrive: “…qui appellatur ‘Oliva’, ecc…”.Infatti, secondo la relazione ex protocollo del notaio Antonio de Onofrio si parlava di spiaggia dell’Oliva, ovvero la spiaggia dell’attuale cimitero di Scario e vicino alla Torre dell’Oliva. Il Visconti traducendo il Laudisio (…) a p. 79 continuando il racconto del Laudisio traduceva che: “Il giorno dopo, domenica, verso le ore 15, i musulmani sbarcarono più veloci delle aquile e misero a ferro e fuoco Policastro, e contemporaneamente alcuni di essi saccheggiarono e distrussero Vibonati, S. Marina, e S. Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. (66). Quanti furono i morti e quanti i prigionieri! Quante le sciagure! Quanti raccolti furono bruciati nei campi! Il martedì successivo, 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi verso Policastro che pure distrussero, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli (67). Come Geremia, chino il volto nel cavo delle mani, pianse sulla sulla sorte di Gerusalemme, così il vescovo pianse sulla città deserta, con l’amarezza nel cuore. E andarono via, e alcuni si rifugiarono a S. Cristoforo, altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio di Civita. Si legge in un antico manoscritto che non soltanto trenta persone rimasero a Policastro. Ma dopo quella rovina nuovi villaggi incominciarono a sorgere dai paesi devastati, così che oggi le località della diocesi sono di numero uguale, anche per quanto riguarda gli abitanti, a quello delle località elencate dall’arcivescovo metropolitano di Salerno nella sua pastorale ecc…”. Il Visconti a p. 23 nel testo manoscritto del Laudisio (….) riporta la nota (66) e postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Velociores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, in ‘deserto insidiati sunt’ nobis).”. Il Laudisio (…), citava il “Thren.”. A cosa si riferiva il Visconti nella sua nota (66) postillando di “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Velociores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, in ‘deserto insidiati sunt’ nobis).”. Non sono riuscito a capire cosa fosse il testo citato dal Laudisio “Thren.”. Non sono riuscito a capire cosa fosse il testo citato dal Laudisio “Thren.”. Dunque, mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua Sinopsi ci parla dei piccoli borghi di San Cristoforo e di Ispani. Dunque, il Laudisio scriveva che i pochi superstiti si rifugiarono nel vicino e piccolo borgo di San Cristoforo ed altri andarono a fondare il “villaggio di Civita”, “sulla cima di un monte”. Nella traduzione del Laudisio che curò il Visconti (…), è scritto “E andarono via, e alcuni si rifugiarono a S. Cristoforo, altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio di Civita.”. E’ interessante far notare che il Visconti nella traduzione del Laudisio scriveva del villaggio di San Cristoforo e poi scriveva pure che: “che altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio di Civita.”. Anche in questo caso credo che il Visconti (…) sia stato tratto in errore nella traduzione del testo del Laudisio perchè il Laudisio (si legge a p. 23) scriveva che: “Et ex eis abierunt alii S. Christopharum, alii Forolorum pagos in alto constituere.”. Il Laudisio parlava di S. Cristoforo e di Fòrli, i due villaggi vicini a S. Marina. Qual’è questo villaggio che il Visconti (…), traducendo il Laudisio chiamava “Civita” ?. E’ interessante questo passaggio del Laudisio. Certo che da Wikipedia leggiamo che: La Civita (A Cìvita in dialetto catanese) è un quartiere della zona sudorientale della città di Catania, facente parte della I Circoscrizione (già I Municipalità, quella del Centro Storico), comprendente anche i quartieri Angeli Custodi, Antico Corso, Fortino, Giudecca, San Berillo e San Cristoforo. Ricordo pure che a Catania c’è la La chiesa della Badia di Sant’Agata è una chiesa di Catania affacciata sulla via Vittorio Emanuele II, nel quartiere Duomo di Catania o Terme Achilliane – Piano di San Filippo. Sempre della traduzione della ‘Sinossi’ (manoscritto) del Laudisio (….) curata da Gian Galeazzo Visconti (…), a p. 79 leggiamo che: “Si legge in un antico manoscritto che non soltanto trenta persone rimasero a Policastro. Ma dopo quella rovina nuovi villaggi incominciarono a sorgere dai paesi devastati, così che oggi le località della diocesi sono di numero uguale, anche per quanto riguarda gli abitanti, a quello delle località elencate dall’arcivescovo metropolitano di Salerno nella sua pastorale, ad eccezione, s’intende dei paesi assegnati alla Diocesi di Cassano Ionico.”. Dunque, secondo il Laudisio, proprio dopo questa ultima incursione “nuovi villaggi incominciarono a sorgere dai paesi devastati”. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), sulla scorta di Nicola Maria Laudisio ci parla dei piccoli casali o borghi di San Cristoforo e di Ispani. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, riferendosi all’incursione più tremenda del 1552 in proposito scriveva che: “Il giorno seguente le acquile affamate di preda assalirono, incendiarono e saccheggiarono non solo Policastro, ma anche S. Marina, Vibonati, S. Giovanni a Piro, Bosco, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, e Castelruggero. – I pochi abitanti scampati colla fuga dalla violenta strage, iniziarono la costruzione dei casali sulle vicine colline. Sorse così S. Cristoforo, detto nei registri parrocchiali “Casale di Policastro”; poi Ispani, detto “Foruli”. Dal 1611, cioè 59 anni dopo l’ultima distruzione di Policastro, le chiese di S. Cristoforo Ecc…”. Il Laudisio parla e cita un antico manoscritto. Credo che il Laudisio (….) si riferisca al manoscritto citato nella sua nota (67, vedi Visconti p. 23) in cui postillava che: “(67) ‘Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio’, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Sul notaio Antonio di Onofrio di Sanza anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (….) ha scritto nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, in proposito scriveva che: “(Laudisio: Synopsis: n. XXXI, in nota “Ex Protocollo Notarii Antonii de Onofrio, pag. I, in Arch. Matr. Eccl. Oppidi Sansii, Caputaq. Dioec.”, a p. 44).”.
Nell’11 luglio 1552, Dragut Pascià distrusse Vibonati, S. Marina e S. Giovanni a Piro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Il 10 luglio 1552 (era un sabato sera), una flotta di 123 galee gettò le ancora nel porto di Palinuro e propriamente presso la località Oliveto. Il giorno dopo, domenica, verso le 15 i musulmani di Dragut pascià sbarcarono mettendo a ferro e a fuoco Policastro e saccheggiarono, poi distruggendoli, i villaggi di Vibonati, S. Marina, S. Giovanni a Piro, mentre altri si spingevano fino a Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggiero uccidendo e facendo prigionieri gli abitanti (12).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Laudisio cit., p. 22 sg: “……………..”. Infatti, il Laudisio ci parla di questa funesta giornata a p. 78, della sua ‘Sinopsi’ (vedi versione a cura del Visconti). Il Laudisio (…), a p. 79, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Veloviores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, ‘in deserto insidiati sunt nobis).” e nella nota (67) postillava che: “(67) Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio, pag. 1, in arch. Matr. Ecclesiae oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Antonini…… Ricorda che per la sua breve distanza dal mare subì le incursioni musulmane nel 1559, orde respinte dai pochi che erano scampati alla peste del 1656. A seguito delle incursioni del 1562, si cinse di mura nel 1565.”.
La relazione del notaio Antonio de Onofrio di Sanza
Ferdinando Palazzo (….), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Dette notizie sono state attinte dal Laudisio ad un potocollo del Notaio D’Onofrio Antonio (15) esistente nell’Archivio parrocchiale della vicina Sanza, nel quale, però, l’impresa viene attribuita al Corsaro turco DRAGUS RAJS. Se non vi è stata confusione di nomi, può anche presumersi che il Dragut e il Dragus ecc…”. Il Palazzo, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Notaio A. D’Onofrio: Protocollo riportato nei ‘Cenni storici sulla Frazione di Scario, (III° parte del presente volume).”.
Un altro autore ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro ed è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 13, nel capitolo “Saccheggio e incendio di Camerota”, in proposito scriveva che: “Del funestissimo avvenimento ci sono pervenute scarse notizie, restano però le testimonianze di tre persone, quella del notaio Antonio de Onofrio da Sanza per Policastro, del notaio Giovanni Greco per Camerota, e del sacerdote D. Tommaso de Leone per Camerota. Ed ecco le testimonianze dei due notai, così, come si rinvengono pubblicate da Graziano Severino di Camerota, e che le trovò annotate in alcuni protocolli. Il Greco riferisce: “Die martii quinta mensis julii, ecc…”. Il Pasanisi (…), continua il suo racconto a p. 14 e 15 ed aggiunge, riguardo il suddetto de Onofrio: Anno 1533 ecc…e anno 1552 ecc….(35).”. Il Pasanisi (…), a p. 14, nella sua nota (35) riguardo la testimonianza del Notaio de Onofrio, in proposito postillava che: “(35) Dalla monografia di GRAZIANO SEVERINO su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Prinicipato Citeriore, vol. V, pag. 36.”. Sempre il Pasanisi (…), a p. 14, continuando il suo racconto su Camerota scrive che: Molti anni più tardi il suddetto sacerdote Leone richiesto, in un processo, per una tentata riduzione al demanio della Terra di Camerota, fece la seguente dichiarazione: “Io don Tommaso de Leone, ecc..eccc., Napoli, li 20 di aprile 1594″ (36). I turchi così si presentarono nel Golfo di Policastro e propriamente nel luogo detto Oliva (odierna Scario) il 9 luglio 1552, di sabato. Il giorno successivo sbarcarono a Policastro, S. Marina, S. Giovanni a Piro, Bosco, Torre Orsaia e Roccagloriosa che misero a sacco. La popolazione fu raggiunta sui monti, e di quella che non potette avere scampo nella fuga, parte fu uccisa e parte catturata. ……….La cifra ufficiale dei mancanti (uccisi o prigionieri) fu, secondo una dichiarazione della Regia Camera, di fuochi 90 (l’unità demografica era costituita dalla famiglia, non dall’individuo). Di questi 90 fuochi, 40 appartenevano a Camerota, 20 a Licusati, e 30 a Lentiscosa (37) ecc….(38). Ecc…(40).”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Dal già Proc. R. Camera della Sommaria – Pandette, ant. n. 1550, vol. 163.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.S.N. Partium della Sommaria, vol. 278, fol. 129 t e vol. 389, foll. 9 e 85.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (38) postillava che: “(38) I dati relativi al numero dei fuochi di Camerota e dei due casali sono stati desunti dal su cit. ‘Dizionario’ del Giustiniani.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Id. Voll. ‘Partium’ su citati.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dal già ‘Processo della R. Camera della Sommaria, n. 550 su cit..”.
Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, in proposito scriveva pure: “Roccagloriosa versava in condizioni miserrime. Aveva subito, l’anno innanzi, con Policastro (2) ‘maximum incendium et riunam’, con la perdita, per Roccagloriosa, di oltre cento cittadini fra uccisi e fatti schiavi.”. Il Pasanisi (…), a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La storia di Policastro e quella dei suoi casali e terre convicine è storia dei saccheggi, incendi, di rovine. A 10 luglio 1552, di domenica (la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), quella di Dragut rais succeduto al Barbarossa nella corsa dei nostri mari. Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”.
Il Porfirio (…) nel suo ‘Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848, a p. 539 così scriveva:
(Fig….) Gaetano Porfirio (…), op. cit., parla della Diocesi di Policastro
Nel 1552, l’incursione di Dragut Rais Pascià
Nel 1973, Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro ‘Pixous – Policastro’, a pp. 515-516, riguardo quel periodo in proposito così scrivevano: “In ordine a tali eventi, e quando già il porto nel pieno del XVI secolo cominciava a perdere d’importanza per il Regno, anche a causa della non rinnovata presenza di mercanti genovesi in città, Policastro dovette sopportare le due ultime distruzioni, che la resero, come molte altre città costiere del Tirreno, rimpicciolita demograficamente ed economicamente: la prima ad opera di Khair-ed-Din, il Barbarossa, nel 1543; la seconda, da parte di Dragut Pascià nel 1552. Quest’ultima fu la più disastrosa perchè i turchi bruciarono tutte le case, con gli arredi, e gli archivi urbani (come quello del Convento di S. Francesco). Uno storico ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: ‘…..quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantum in fretres et conventum, verum etiam in sacras imagines, sacrasque suppellectiles, fuit una cum illis in ingente rogum coniecta’ (82).” che, tradotto dovrebbe corrispondere a: “che (Policastro) turca sta infuriando l’enormità della seconda combustione, non solo sui Fratelli e sull’assemblea ma anche nelle immagini sacre, mobili sacri sono stati gettati insieme a loro in un enorme”. I due studiosi a p. 516, nella nota (82) postillavano che: “(82) p. Padre Raffaele Da Paterno, De alma Principatus Provincia….idest descriptio almae Provinciae Principatus fratrum minorum, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Si noti ecc..”. Nel lontano 1978, Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia”, parlando di Policastro riportava interessanti notizie che forse potrebbero riguardare la storia dei due piccoli centri o borghi medioevali sorti sulle colline non distanti. A p. 180 il Guzzo in proposito scriveva che: “Tali sorti si rinnovarono, con ferocia ancora maggiore, nel luglio del 1552, quando Pascià turco Dragut Rais, sbarcato, con una potente flotta, nel vicino porto dell’Olivo, invase Policastro con la sua sfrenata ciurmaglia e, dopo averne bruciato tutte le case, gli arredi, gli archivi urbani e tutto quanto di sacro esisteva nel convento di San Francesco, scaricò la sua ira sui cittadini inermi che furono parte uccisi e parte condotti schiavi (70). Lo storico Raffaele da Paternò ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: “…..quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantum in fretres et conventum, verum etiam in sacras imagines, sacrasque suppellectiles, fuit una cum illis in ingente rogum coniecta” (71).”. Il Guzzo a p. 180, nella sua nota (70) postillava che: “(70) G. Racioppi – Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata – Roma – 1902 – pag. 321.”. Sempre il Guzzo, a p. 180, nella sua nota (71) postillava che: “(71) R. Da Paternò – De Alma Principatus Provincia – Napoli – 1880 – pag. 44.”.Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel lontano 1978, nel suo “Policastro Bussentino” a pp. 15-16 parlando di Policastro nel XVI secolo, in proposito scriveva che: “Non era ancora terminato il destino della povera Policastro “quarta”, perchè, appena la città si riprese dalla terribile batosta, venne di nuovo la flotta turca, nel 1552, sotto il comando dell’ammiraglio Dragut, successore di Khair. Ecc…Corre l’anno 1552 ed è l’anno in cui scompare Policastro “quarta”. Gli abitanti superstiti sviluppano un villaggio in collina, denominata S. Marina, che è il capoluogo del Comune (1). Policastro non si riebbe più. Il porto fluviale non è usabile per le navio moderne.”. Il Tancredi a p. 16 nella sua nota (1) postillava di aver parlato di S. Marina nel suo libro “Il Golfo di Policastro” del 1975. Dunque, si qui nessuna notizia sui due piccoli borghi di S. Cristofaro e di Ispani. Il Tancredi accennava alle incursioni del secolo XVI e parlava del piccolo borgo di S. Marina che si ripopolò proprio a causa dei funesti effetti e distruzioni che portarono i barbareschi e predoni. Il Guzzo citava Giacomo Racioppi (…) di cui parlerò in seguito e citava anche padre Raffaele da Paternò. Mentre Pietro Ebner citava padre Raffaele da Patierno. Da Paternò o da Patierno ?. Si tratta di un frate francescano dei Minimi Osservanti che nel 1880 scrisse un testo per i tipi di Raffaello Rinaldi e Giuseppe Sellitto pubblicato a Napoli. Si tratta del testo di padre Raffaele Da Paterno (…), ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Dunque, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto, parlando di Policastro scrivono che dell’incursione a Policastro del pirata Dragut Rais Pascià del 1552 ne ha parlato padre Raffaele da Patierno (…) nel suo ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia‘, un testo del 1880 e scrivono che il padre francescano racconta “…..ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: ecc…”. Secondo i due studiosi il padre francescano raccontava che: ‘…..quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantum in fretres et conventum, verum etiam in sacras imagines, sacrasque suppellectiles, fuit una cum illis in ingente rogum coniecta’ (82).” che tradotto dovrebbe significare: “che (Policastro) turca sta infuriando l’enormità della seconda combustione, non solo sui Fratelli e sull’assemblea ma anche nelle immagini sacre, mobili sacri sono stati gettati insieme a loro in un enorme”. Sulla notizia dell’incursione dei turchi di Rais Pascià Dragut nel 1552, il Guzzo citava Giacomo Racioppi (…) e il vol. II di “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata“. Infatti, il Racioppi (….), a p. 321, riferendosi ai tempi del Viceregno Spagnolo in proposito scriveva che: “….il cruccio perpetuo di Turchi e corsari. Pirati in corsa, o Turchi e barbareschi in guerra con la Spagna, piombavano periodicamente a stuoli sulle spiagge del Jonio e del Tirreno; e incendiando le messi, sperperando i colti, struggendo gli opificii, ghermivano a stormi uomini, donne, fanciulli che incontrassero; e traevano schiavi in Levante. Nel 10 luglio del 1552 uno stuolo di vele aombra il golfo di Policastro; scendono i Turchi, e saccheggiano e incendiano Policastro, Bonati, San Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa, Castel Ruggero, poi Camerota e Pisciotta, ed altri paesi sulle coste salernitane, basilicatesi e calabre. A Policastro è fama non sopravanzassero allo sperpero che una trentina di persone appena! (1).”. Il Racioppi a p. 321 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Conf. Antonini, pag. 410: e la ‘Paleocastren Dioeceseos Synopsis’, etc., altrove citata.”.Dunque, il Racioppi citava l’Antonini e citava mons. Nicola Maria Laudisio. Infatti, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione (a. 1745) della “La Lucania – Discorsi”, a p. 418, parlando di Policastro nei “Discorso X” in proposito scriveva che: “Durò in suo splendore, e frequenza di gente la Città fino all’anno MDXLII. allora i Turchi in lega con Franzesi, saccheggiando le marine del Regno, ruinarono, e brugiarono Policastro, e tutti i luoghi d’intorno, anzi ritornatovi ott’anni dopo, finirono di consumare ciò che alla prima rabbia era scappato, senza contarci quello ce avevano fatto nel MDXXXIII (I).”. L’Antonini a p. 418, nella sua nota (I) postillava che: “( I) Oltre di tanti autori contemporanei, e Regnicoli, abbiamo di questa calamità una lettera scritta in quel tempo a Francesco d’Este da Marco Fileto di Campagna, dove si leggono le seguenti parole: “Interim piratae littera Lucaniae vis anierem Alintam Sinus Pestanus, Picentinos agros a Minervite Promontorio per Leucosiam, Brutiosque ad Regium usque piratico depopulantur bello.”. Dunque, Giuseppe Antonini sulla calamità che nel 1552 funestò il nostro Golfo di Policastro cita una lettera di Marco Fileto di Campagna che scrisse a Francesco d’Este. Molto interessante. Chi era Marco Fileto di Campagna (…) ?. In uno scritto di…………….…: “Lettera di Pasquale Magnoni al barone Giuseppe Antonini etc…”, a p. 69, in proposito scrive che: “Anzi voi al fol. 418 nella nota (1) parlando dè Turchi che in lega con i Francesi verso l’anno 1533. predavano i nostri luoghi marittimi, rapportate da una lettera scritta a Francesco d’Este, da Marco Fileto di Campagna, le seguenti parole: ecc..ecc..Ecco il Cilento disegnato dall’autore di questa lettera ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini (….), a p. 418, nella lettera di Marco Fileto di Campagna a Francesco d’Este, si leggono le seguenti parole: “Interim piratae littera Lucaniae vis anierem Alintam Sinus Pestanus, Picentinos agros a Minervite Promontorio per Leucosiam, Brutiosque ad Regium usque piratico depopulantur bello.”. Chi era Marco Fileto o Filetto di Campagna (….) ?. In un scritto si cita Marco Filetto Filioli di Campagna in una corrispondenza con Girolamo Julianis di Eboli. Scrive Vincenzo Tortorella in un suo scritto che: “Ebbene Filioli, vanta di aver posto le mani su un codice antico scritto in caratteri longobardi ecc..”. Marco Fileto o Filetto di Campagna. In un scritto si cita Marco Filetto Filioli di Campagna in una corrispondenza con Girolamo Julianis di Eboli. Un altro autore che ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 12, parlando della Torre di Layola costruita lungo il litorale di Camerota, in proposito scriveva che: “Un marinaio, tale Vincenzo Gambardella riferì, nel 1532, che, sorpreso dai turchi, trovò scampo, con molta gente in detta torre. Lo stesso ebbe a dire il magnifico Mario Galeota, anche di Napoli (31). Presa di mira dai turchi, venne incendiata, una prima volta, nel 1544 dall’armata del Barbarossa, di ritorno dalla distruzione di Policastro, ed una seconda volta, nel 1552, da quella non meno potente di rais Dragut, di ritorno, anche questa, da Policastro. Rifatta, da Don Placido ecc… Breve descrizione del castello abbiamo per questo periodo, prima cioè della sua distruzione, avvenuta nel luglio 1552. Fu fatta in occasione del relevio (tassa di successione feudale) presentato da D. Placido de Sangro per morte del padre Bernardino (32). Come si legge dal documento esso era così costituito ecc…(33).”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) A.S.N. ‘Proc. R. Camera, n. 6514 già cit.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Evidentemente Lucrezia Caracciolo vedova, all’epoca del relevio, di Bernardino.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, in proposito scriveva pure: “Roccagloriosa versava in condizioni miserrime. Aveva subito, l’anno innanzi, con Policastro (2) ‘maximum incendium et riunam’, con la perdita, per Roccagloriosa, di oltre cento cittadini fra uccisi e fatti schiavi.”. Il Pasanisi, a p. 217, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La storia di Policastro e quella dei suoi casali e terre convicine è storia dei saccheggi, incendi, di rovine. Riavutasi dalle devastazioni precedenti, fu nel giugno 1544 (non nel 1542 come affermava Antonini ‘La Lucania, Napoli, 1795, t. I pagg. 417 e 418 e Giustiniani nel suo ‘Dizionario Geografico, Napoli, 1805), con S. Giovanni a Piro, Bosco e casali rasa completamente al suolo dal Barbarossa, che, secondo esposero i cittadini delle suddette terre alla R. Camera, bruciò chiese, abbattè case, tagliò alberi, lasciando al suo passaggio soltanto rovine (‘Partium Somm., vol. 251 fol. 264 v.). Venne perciò esentata dai pagamenti fiscali fino a nuovo ordine. (ivi). A 10 luglio 1552, di domenica (la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), quella di Dragut rais succeduto al Barbarossa nella corsa dei nostri mari. Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”. Sempre il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a pp. 275-276, parlando di una relazione spedita alla Real Camera della Sommaria (un processo) in nota (1): “(1) E’ il processo di Camera in risposta al de Leyna, n. 5603, vol. 491 p.a., completato dai proc. – anch di R. Camera. – n. 1511, vol. 160 sudetto e n. 3749, ol. 315 p.a. Per il memoriale presentato dal de Leyna v. anche ‘Comune Somm. vol. 117, fol. 113.”, egli scriveva che: “, e dal quale attingiamo principalmente le notizie (1).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che:
Nel 26 novembre 1557, la terribile incursione e saccheggio di Dragut Rais Bassà
Il nome di Ispani compare in un documento del periodo vicereale che riguarda un’annotazione della Camera Regia di Napoli sul saccheggio effettuato dal pirata Dragut Pascià. Il corsaro barbaresco, dopo aver saccheggiato la vicina Policastro, incendiò e distrusse il villaggio di Ispani che il 26 novembre 1557 contava cento abitanti; ne sopravvissero soltanto una ventina (….) Nei censimenti del Regno di Napoli Ispani compare nel 1595 con soli 40 abitanti, poi nel 1614 con 70 abitanti e nel 1660 con 50 abitanti. Nel 1790 risultavano invece 671 abitanti (….). Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 138 in proposito scriveva che: “Il 26 novembre 1557, verso le cinque del mattino, il casale “delli Spani” fu nuovamente assalito da pirati musulmani, sbarcati sulla spiaggia di Capitello, e fu quasi completamente distrutto. La Real Camera constatò che, su circa 100 abitanti, solo 20 erano riusciti a sfuggire alla morte o alla deportazione (2).”. Il Guzzo, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A.S.N. – ‘Consultorum Sommaria – Vol. 59, f. 3 – Vol. 73, f. 108.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Ispani, nel suo vol. II, a p. 66 in proposito scriveva che: “Poche le notizie sul villaggio. Se ne hanno sulle distruzioni subite per le incursioni del Barbarossa e di Dragut rais con la sua forte flotta (123 galee). Il 26 novembre 1557 il casale “delli Spani” fu assalito verso le cinque del mattino. La Real Camera constatò che su un centinaio di abitanti solo 15-20 erano fuggiti alle distruzioni e alle razzie (1). Il villaggio dovette seguire gli stessi eventi occorsi a Policastro.”.
Nel 26 novembre 1557 o 1577 (?), la quarta incursione corsara che distruge Forlì (Ispani)
Sempre il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”. Un altra interessante notizia intorno a Policastro dopo l’incursione di Dragut, il Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: “Nella distrutta Policastro, tornarono ancora nel 1577 incendiarono il casale di Ispani.”.
Nel 1562, la ripresa e la costruzione di alcuni centri
Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca,Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana delMannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, a p. 29, riferendosi a ciò che Tommaso Fazello (…), ovvero in seguito ad un’altra distruzione subita da Policastro a causa dei Turchi che per il re di Francia Francesco guerreggiavano contro l’Imperatore di Spagna Carlo V, in proposito scriveva che: “Dopo questa ultima caduta dopo più non risorse, non havendo attentato riedificarla nè quei cittadini che dalle spade turche scapparono nè altri forestieri qualunque sito opportuno ai traffici nè gli allettasse, perchè non vollero esporsi a si manifesto pericolo di restar ogni giorno bersaglio dè nemici di nostra fede.”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”. Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “…..bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ac penè solo aequata est. Civitas illa paucas habet domos, & ab celi inclementiam intra diruta moenia anime fidelium vix triginta numerantur.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “La ripresa avvenne dal 1562, come dovrebbero attestare una iscrizione e la data incise sul capannone della chiesa (90). Gli stessi vescovi, per quasi tre secoli ad iniziare dal 1300, scelsero come dimora Torre Orsaia (91), più sicura contro le incursioni e la malaria.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(90) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Ciò rivela una iscrizione sotto l’arco del campanile di Torre Orsaia.”.
Nel 1570, a Ispani l’erezione della chiesa di San Nicola di Bari
Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 138 in proposito scriveva che: “I superstiti, intorno al 1570, vi eressero una piccola chiesa in onore di San Nicola di Bari, divenuta parrocchiale nel 1597 e retta da un curato in dipendenza della divenuta parrocchiale nel 1597 e retta da un curato in dipendenza della Cattedrale di Policastro.“.
I Carafa della Spina ed i Carafa della Stadera, ‘Forli’ (Ispani), Santa Marina e Capitello
(Fig….) Stemma araldico sul portale di Palazzo Carafa della Spina a Napoli
Lo stemma araldico della nobile famiglia napoletana dei Carafa ramo della Spina si rappresenta con uno scudo e tre fasce orizzonali di colore rosso e bianco attraversate trasversalmente da una spina. Lo scudo è affiancato da due Leoni rampanti che reggono un cerchio. Lo stemma araldico dei Carafa della Spina lo si ritrova sul portale d’ingresso del Palazzo gentilizio dei Carafa della Spina a Napoli, ma anche su una lapide marmorea posta all’interno della Chiesa di S. Croce a S. Marina che riporta la seguente iscrizione: “Hic iacet corpus domini Francisci Carafa, primogenitus domini Fabritii comitis Polichastrensi, aetatis suae annis XXIV”, lapide datata 1685. Sempre nella chiesa di S. Croce a S. Marina è stata rinvenuta un’altra lapide con emblema gentilizio, uno scudo triangolare in campo rosso attraversato da tre bande o fasce colorate colro argento ed una spina trasversale color nero. Un altro stemma araldico ai colori e simile ai primi due dei Carafa della Spina lo ritroviamo all’interno di un edificio a Capitello oggi sede di un Asilo gestito dalle suore Elisabettine. Un tempo l’edificio era il Palazzo Carafa a Capitello che un tempo aveva l’Ingresso dai giardini oggi posti in un giardino comunale lungo la SS. 18 che attraversa il lungomare di Capitello. Nel Palazzo Carafa di Capitello, oggi Asilo infantile, vi era una lapide del 1645 che un tempo fu asportata e murata sul portale di ingresso ai giardini. La lapide ricorda ed ammonisce “Non t’alletti, o pirata / il bel terreno / simbol di Carafa / poichè una Spina il guarda / e se impiagò beltà divina / trafigger saprà meglio un mortal seno / 1645.”.
Ritroviamo lo stemma araldico dei Carafa anche su alcuni diplomi del secolo XVIII come quello che oggi è custodito dalla famiglia Gallotti in Piazza del Plebiscito a Sapri. Infatti pare che la nobile famiglia napoletana dei Carafa si dividesse in due rami: i Carafa della Spina ed i Carafa dei Stadera. Si dicono Carafa della Spina quelli del predicato di Roccella, di Policastro e di Traetto; si dicono Carafa della Stadera quelli del predicato di Andria, di San Lorenzo, di Noja, e di Montecalvo. Grandi furono i meriti dei Carafa.
Nel 16 gennaio 1625, il re concesse ai Carafa della Spina il titolo del ducato di Forlì
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Il feudo era ancora tenuto dalla famiglia Carrafa nel ‘600, quando (16 gennaio 1625) venne concesso a uno di essa il titolo di duca sulla terra di Forlì. Ecc…”.
Nel 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e di Ippolita Carafa, conti di Policastro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Poi il feudo passò alla famiglia Carafa che lo possedeva ancora nel ‘700. Il 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa (v. a Policastro) e della congiunta Ippolita Carafa, quale unica erede ebbe l’intestazione di Policastro, con titolo di conte, Fòrli con titolo di duca (il titolo venne trasferito su Ispani, università autorizzata a denominarsi Fòrli), Libonati, Sapri e Santa Maricina o Santa Marina, insieme con i casali di S. Cristoforo e di Capitello. In seguito Teresa Carafa ebbe intestate anche le giurisdizioni di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il parente Gennaro Carafa, principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Da costei il principe aveva avuto dei maschi, tra cui il primogenito Vincenzo al quale tocarono i feudi della Roccella. Da Teresa Carafa il principe aveva avuto altri maschi, tra cui il primogenito Gerardo che ebbe titolo e feudi di Policastro. A Gerardo seguì Francesco e poi il figlio Nicola e due femmine, Maddalena e Maria Teresa. Nicola, che con decreto ministeriale del 1831 aveva ottenuto il riconoscimento di tutti i titoli e predicati, morì senza eredi. I titoli e i feudi di Policastro (v.), Fòrli (cioè Ispani), Sapri, Vibonati e Pardinola con R. Assensodel 1897 passarono a Maria Severina Longo, figlia di Maddalena Carafa e perciò marchesa di Gagliati e di San Guiliano.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…) parlando di Sapri, a p. 197, in proposito scriveva che: “Vibonati….Nel 1797 si trovava infeudato alla Principessa D. Teresa Carafa di Policastro. Intorno a questo centro, detto anche Bonati o Libonati, sono state fatte numerose polemiche. Molti hanno voluto vedere qui il golfo di Vibona, di cui parla Cicerone nella sesta epistola ad Attico.”.
(Fig…) Patente di Luogotenente del 1773 – Palazzo Gallotti a Sapri – foto Attanasio
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Ispani, nel suo vol. II, a p. 66 in proposito scriveva che: “Certo è che il 3 ottobre 1770 – informa il ‘Cedolario’ – Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e della parente Ippolita Carafa, quale unica erede …….”.Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p….., parlando di Sapri in proposito scriveva che: “…la ‘famiglia Carrafa’, possedeva ancora la Contea di Policastro nel ‘700. Il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unico erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forlì con titolo di duca ( il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forlì), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristofaro e Capitello. Successivamente Teresa ebbe intestate varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il primogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro. A Gerardo successe Francesco ( 1 giugno 1781 – 22 settembre 1846) che dalla moglie Beatrice di Sangro ebbe poi Nicola nato il 21 agosto 1829, il quale con decreto ministeriale il 18 agosto 1831 ottenne il riconoscimento di tutti i titoli e predicati e due femmine, Maddalena che sposò Camillo Severino Longo, marchese di Gagliati e Maria Teresa. Nicola morì il 25 dicembre 1894 senza discendenti, per cui i titoli di conte di Policastro, duca di Forlì ( Ispani detto Forlì) e duca delle Chiuse, con i predicati di Tenerola, Frattapiccola, Sapri, Libonati, passarono per legittima successione alla nipote Maria Severino Longo, marchesa di Gagliati e San Giuliano, figlia di Maddalena Carafa e moglie del nobile Lorenzo Tortora Braida. ” (2). Il 3 ottobre 1770 Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e della parente Ippolita Carafa, quale unica erede ebbe l’intestazione di Policastro, con titolo di conte, Fòrli con titolo di duca (il titolo venne trasferito su Ispani e l’Università fu autorizzata a prendere il nome di Fòrli), insieme con i casali di S. Cristoforo e di Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestate anche le giurisdizioni di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Da questa il principe aveva avuto dei figli maschi, tra cui il primogenito Vincenzo al quale toccarono i feudi della Roccella. Da Teresa Carafa il principe ebbe altri maschi, tra cui Gerardo, il primogenito, che ebbe titoli e feudi di Policastro. A Gerardo successe Francesco che, dalla moglie Beatrice di Sangro, ebbe due femmine, Maddalena e Maria Teresa, e un maschio, Nicola, il quale con decreto ministeriale (1831) ottenne il riconoscimento di titoli e predicati. Nicola morì senza eredi, per cui i titoli di conte di Policastro, duca di Fòrli (Ispani ora detto Forli) e duca della Chiusa, con i predicati di Tenerola, Frattapiccolo (Terra di Lavoro), Sapri, Libonati e Pardinola, con Regio Assenso (1897) passarono alla figlia di Maddalena Carafa, Maria Severina Longo, marchesa di Gagliati e di S. Giuliano, poi moglie del nobile Lorenzo Tortora Braida.
(Fig….) Cartiglio con intestazione dei Titoli di famiglia Carafa – Palazzo Gallotti a Sapri – foto Attanasio
La torre cavallara e di avvistamento vicereale di Capitello
Nel 1815, una carta geografica con San Cristoforo e Forli
Un’altra carta interessante per i due toponimi e luoghi di S. Cristofaro e di Ispani, borgo molto più giovane del primo, è quella del primo quarto di secolo XIX, ovvero delineata nel primo decennio dell’800. Si tratta della carta carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita fino a quando nel lontano 1998 la pubblicai nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 depositato presso il Comune di Sapri.
(Fig…..) carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2.
Come si può vedere nell’immagine illustrata in fig…., tratta dalla carta più grande del Golfo di Policastro, si notano i due toponimi di “S. Christofaro” e di “Forli”. Il toponimo di “S. Christofaro” corrisponde all’attuale borgo di S. Cristofaro frazione del Comune di Ispani ed il toponimo di “Forli”, molto più recente e più piccolo corrisponde all’attuale Ispani.
(Fig…..) Particolare della carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno diNapoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, PrincipatoCitra,Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio ‘Sezione Fotoriproduzione’ dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.
(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981
(….) (Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)(1)
(….) Ebner Pietro, Chiesa Baroni e Popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I-II (Archivio Attanasio)
(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore: Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991
(…) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (…); degli stessi autori si veda pure: “Nota sul castello di Policastro”, in “Castellum”, Rivista dell’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, Castel S. Angelo, 1970, II° semestre, Luglio Dicembre, p. 120 (Archivio Attanasio); sempre dei due autori si veda: “Il Castello di Capaccio”, in Rassegna Storica Salernitana, anno VI°, 1970 (Archivio Attanasio)
(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. (Archivio Attanasio)
(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Gian Galeazzo Visconti, Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Attanasio)
(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988
(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento”, ed. Palladio, Salerno,
(….) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Salerno, 1992 (Archivio Attanasio)
(….) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII
(…) Giustiniani Lorenzo, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli , tomo II, 1797
(….) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823
(….) Beltrano Ottavio, Breve descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1644 (I° edizione); recentemente Forni ha pubblicato la ristampa anastatica dell’edizione del 1671 forse più attendibile
(….) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napolinelsec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)
(….) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….
(….) Cisternino Riccardo, Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806), edizione realizzata da ‘Typos Lissone’, 1978 per l’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, 1977 (Archivio Attanasio); contiene anche un saggio di Vittorio Faglia
(….) Acciarino Mario, Segreteria di Guerra e marina – Ramo Guerra – Inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823, Napoli, Arte Tipografica, 1974 (Archivio Attanasio)
(….) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976
(….) Vassalluzzo Mario, Castelli, torri e borghi della Costa Cilentana, edizioni Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24
(….) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del mezzogiorno edella Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II, Tav. X
(….) Di Luccia Pietro Marcellino, L’Abbadia di S. Giovanni a Pirounita dalla sa: mem:di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico Legale ecc… , Roma, 1700 stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Attanasio)
(…) Strutt Arthur John, A pedestrian tour in Calabria & Sicily, 1842; si veda anche ristampa edizione Galzerano con traduzione
(…) Mazzella Napolitano Scipione, Descrizione del Regno di Napoli, ed. Gio. Battista Cappelli, Napoli, 1586 (I° edizione) e 1601, p…
(….) Bacco Alemanno Enrico, Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…, Napoli, Giacomo Carlino e Costantino Vitale, 1609 (Archivio Attanasio)
(….) padre Da Paternò Raffaele o padre Raffaele da Paterno, ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, si veda p. 44
(….) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, Loescher, Roma, 1902 (Archivio Attanasio), si veda p. 321
(….) Silvestri Alfonso, Il commercio a Salerno nella seconda metà del Quattrocento – Salerno 1952 – pagg. 28- 135
(…) Severino Graziano, Monografia su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Prinicipato Citeriore, vol. V, pag. 36. Riguardo il Severino (…), citato dal Pasanisi (…), troviamo che nel …..pubblicò una monografia su Camerota, intitolata: “Camerota e suo Circondario etc…”, che poi in seguito fu pubblicata dal Cirelli nel suo vol. V sul Principato Citeriore
(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato, Napoli, 1855, si veda vol. V. Principato Citeriore, pag. 36 (il Guzzo dice a p. 63) (Archivio Storico Attanasio). Filippo Cirelli, nel suo vol. V dedicato al Prinicipato Citeriore, pubblicò “Camerota e suo Circondario etc…” di D. Graziano Severino; “S. Giovanni a Piro” di Vincenzo Sebastiano Petrilli; “Pisciotta” di Leopoldo Pagano, ecc..
(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c)
(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Attanasio)
(…) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca,Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana delMannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca,Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana delMannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.
(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Storico e digitale Attanasio).
(…) Beltrano Ottavio, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania, ed. Loescher, Roma, ristampa anastatica, Roma, 1970 (Archivio Attanasio)
(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.
(…) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, la cui datazione potrebbe risalire a molto prima del ‘600. Scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dallastoria lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. GaetaniRocco’ (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, credeva che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371 (anno 1601-1700). Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale diNapoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (13). Si veda pure Padiglione C. (14), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucaniasconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originaleche si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (4), op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano I, è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit. (6), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v.
(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848, a p. 538 (Archivio Attanasio)
(….) Tancredi L., Giudice D., Giudice P., Liotti T., Bruno E. (a cura di), Qui è Ispani, ed. 1983, Sapri, Tip. Faracchio (Archivio Attanasio)
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico restano di estremo interesse. In questo mio saggio vorrei fare il punto di quanto emerso circa il periodo in cui queste terre furono interessate dall’annosa guerra del Vespro, in cui gli eserciti Angionini di Carlo I e poi Carlo II d’Angiò si fronteggiarono con gli eserciti Aragonesi per la conquista del Regno di Napoli. Di quel periodo, il periodo della dominazione Angioina nel Regno di Napoli, sebbene le operazioni militari della guerra del Vespro si siano svolte per gran parte lungo le nostre coste, molti hanno scritto ma con pochi riferimenti alla nostra zona. In particolare, in questo mio saggio, vorrei fare il punto sulle notizie storiche che riguardano le forze Siculo-Aragonesi che intorno all’anno 1282, dalla Sicilia iniziarono una lenta azione di guerriglia e di conquista del Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò. Questo argomento è stato da me trattato più in generale nell’altro mio saggio ivi: “Nel 1266, le guerre del Vespro nel basso Cilento”. In questo saggio mi occupo dei centri del basso Cilento ed in particolare del Golfo di Policastro che all’epoca furono occupate dagli almugaveri di Pietro II d’Aragona prima e di Ruggiero di Lauria e Giacomo II d’Aragona dopo. Nel basso Cilento non si erano ancora del tutto sopite le forti delusioni per l’uccisione di Corradino di Svevia catturato e fatto uccidere da Carlo I d’Angiò.
Fonti
Riguardo le fonti dei Registri Angioini ricostruiti solo recentemente vorrei citare quanto scrive Adele Maresca Campagna (…), nella sua prefazione al testo “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, vol. XXXII. La Campagna a p. “Con questo volume si apprende la ricostruzione dei registri di Carlo II relativi alla III indizione (1289-90), riportati nel vol. XXX, dopo l’inserimento del ‘Formularium Curie Karoli secundi’, edito nel vol. XXXI. Fra i primi atti del re, rientrato a Napoli nel giugno 1289 e finalmente incoronato dal papa …..l’investitura di Carlo Martello, cui viene conferito il titolo di principe di Salerno e l’Onore di Monte Sant’Angelo, la creazione di 300 ecc….Nello stesso tempo il re nomina Roberto conte d’Artois, già “baiulo” nel periodo della sua prigionia, capitano generale del regno: per i meriti acquisiti sui campi di battaglia, “ob peritiam militatem” e per la sua conoscenza di uomini e cose. …..Carlo Martello è pure affiancato da una specie di consiglio di reggenza composto dal Vescovo di Capaccio, vice-cancelliere e guardasigilli, dal marescalco Anselmo di Chevreuse, da Ludovico de Mons, ecc…”. Inoltre, sempre riguardo le fonti storiche per il periodo della guerre del Vespro Sicilano, vi sono alcuni chronicon scritti da cronisti dell’epoca. E’ stato scritto sulla figura di Ruggiero di Lauria, ammiraglio della flotta Siculo-Aragonese di Pietro II d’Aragona prima e di Giacomo II d’Aragona re di Sicilia che ebbero un ruolo fondamentale nei fatti di cui mi occupo in questo mio saggio. I due studiosi Francesco Augurio Francesco e Silvana Musella (…), nella ‘Introduzione’ del loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo‘, pubblicato a Lauria con la prefazione dell’On. Gianni Pittella, in proposito a p. 17 scrivevano che: “Le cronache di autori francesi, catalani e “italiani”, scritte in latino medioevale, catalano volgare, possono essere suddivise in due gruppi, a seconda dell’adesione alla fazione guelfa, stretta attorno alla Chiesa e agli angioini, o a quella ghibellina, di matrice filoimperiale e perciò in naturale sintonia con gli interessi siculo-aragonesi. Al primo gruppo appartiene l’Historia del fiorentino Giovanni Villani (1276-1348) che ricoprì più volte tra il 1316 e il 1328 l’ufficio di priore, per nomina di Carlo I d’Angiò, allora signore di Firenze. Nella sua opera, ripresa in toto dalle cronache di Ricordano e Giacchetto Malaspini, al punto da far parlare il Muratori di plagio, si distinguono nettamente due parti……ecc..ecc…Ancora più schierato sembra essere Saba Malaspina, probabilmente parente dei precedenti Malaspini, del quale sono incerte sia l’origine sia la cronologia. Per sua stessa ammissione fu scrittore pontificio al tempo di papa Martino IV, e decano della chiesa di mileto. La sua cronaca intitolata Rerum Sicularum Historia, databile tra il 1284 e il 1285, riferisce gli eventi compresi tra la morte dell’imperatore Federico II di Svevia e la morte di Carlo I d’Angiò (1285), parteggiando per la fazione guelfa ecc….Di un’altra veridicità sono i cronisti di parte opposta che rappresentano i più autorevoli riferimenti per lo studio del periodo storico in esame. Il messinese Bartolomeo di Nicastro, giurista, magistrato ecc…, nel 1286 ambasciatore di Giacomo II presso papa Onorio IV, ecc…redigere in lingua latina, prima in versi, poi in prosa, l’Historia Sicula, cronaca che riporta gli eventi compresi tra la morte dell’imperatore Federico II e il 1293. Il Nicastro, ecc…Niccolò Speciale, definito dall’Amari “uomo di alto stato e di molte lettere”, ambasciatore nel 1334 di re Federico III d’Aragona presso papa Benedetto XII, è autore anch’egli di una Historia sicula…..Lo stesso metro seguono due altri contemporanei che, pur essendo di origine catalana, furono organici alla storia di Sicilia. Il primo è Raimondo Muntaner, nativo di Peralada (1265 o 1275), milite al servizio di re aragonesi Pietro III, Giacomo II e Federico III, il quale tornato vecchio in patria, si dedicò alla stesura della Cronaca. Ben altra gravità si rileva in Bernardo d’Esclot che, ecc…La sua Cronaca, terminata con la morte di Pietro III nel 1285, è fondamentalmente la prima testimonianza della mira aragonese sul mondo mediterraneo. Ecc…..Per quel che concerne le fonti archivistiche italiane, sono stati consultati i volumi dei registri della cancelleria angioina e i repertori seicenteschi della stessa conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, relativi agli anni di cui non è stata effettuata la ricostruzione dopo la distruzione degli originali avvenuta durante l’ultimo conflitto mondiale. Di pari importanza è da considerar lo studio dei documenti conservati nell’Archivio della Corona d’Aragona, pubblicati in varie raccolte. Tra queste ricordiamo i volumi del Carini, Archivi e biblioteche di Spagna e i documenti diplomatici pubblicati nella collana Documenti per servire alla storia di Sicilia, a cura della Società siciliana per la storia patria., riportati nella bibliografia finale.”.Nei pochi documenti tratti dall’ormai perduta Cancelleria angioina, pubblicati da Michele Amari (…) e poi in seguito da Carlo Carucci, troviamo tracce di questo periodo storico. Michele Amari, utilizza spesso la cronistoria di Bartolomeo da Neocastro (…), i cui fatti narrati nella sua “Historia Sicula” ricorrono spesso nella narrazione dell’Amari. Bartolomeo di Neocastro, o Bartholomaeus de Neocastro è stato un cronista medievale, fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino Historia Sicula. Lo si ritiene nato nella prima metà del Duecento da una famiglia probabilmente originaria di Nicastro e quindi di provenienza calabrese. Si sa che era un giureconsulto messinese, che esercitò inizialmente funzioni giuridiche, prima di assumere incarichi burocratici di primo piano nella corte aragonese: nel 1286, ad esempio, fu inviato da Giacomo II d’Aragona in missione diplomatica presso Onorio IV. Proprio tali notizie rivelano il valore della sua figura come testimone diretto e ravvicinato degli eventi narrati, dei quali fu in qualche caso spettatore dall’interno. Fu autore di una Historia Sicula dal 1250 al 1293, redatta in prosa latina. ll filo narrativo seguito dall’autore prende le mosse dalla morte di Federico II Imperatore (nel 1250) e si spinge fino all’estate del 1293, con la descrizione di un’ambasceria siciliana a Giacomo II d’Aragona, sbarcata a Barcellona il 3 luglio di quell’anno. Dunque, la narrazione del cronista Bartolomeo da Neocastro dovrebbe comprendere anche gli anni del 1287 e 1288 in cui alcuni nostri paesi furono occupati dagli Almugaveri. Molte notizie di quel periodo storico e della guerra del Vespro ci pervengono dalla cronistoria di Bartolomeo di Neocastro. Michele Amari (…) a p. 604 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Tutte queste fazioni con poco divario leggonsi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 82 – Sala Malaspina, cont. p. 415 e 417.”. L’Amari si riferiva al chronicon di Bartolomeo de Neocastro pubblicato integralmente da Giuseppe del Re (…), nel suo Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia’. Le gesta dei due, di Giacomo e di Ruggiero, sono descritti in due cronache. Nella cronaca di Bernardo d’Esclot e la cronaca di Ramon Muntaner, due cronache tradotte e pubblicate da Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Augurio e Musella (…), proseguendo il loro racconto nel capitolo V “Da Malta a Napoli”, a p. 63 in proposito scrivevano che: “Ai primi di giugno del 1284, tirate le ancore e issate le vele, si fece rotta verso Napoli. Ruggiero di Lauria si preparava a combattere una delle più importanti battaglie navali della storia. Lungo la risalita costa costa, l’Ammiraglio non disdegnò di compiere piccole incursioni a terra. Giunto a Scalea, riuscì ad appropriarsi di quattro navi e di alcune tarìde che caricavano legname diretto a Napoli. Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Bernat Desclot (o d’Esclot, italianizzato in Bernardo; … – …) è stato un cronista catalano del XIII secolo. Fu autore dell’importante opera Llibre del rei en Pere e dels seus antecessors passats, in lingua catalana, meglio conosciuta come Crònica de Bernat Desclot, stampata per la prima volta nel 1616 e facente parte del corpus delle quattro Grandi cronache catalane. La sua cronaca incomincia nel 1207 e termina nel 1285, trattenendosi più diffusamente sull’epoca al di Pietro III d’Aragona (1276-1285): discorre, in particolare, sul vespro siciliano (come la cronaca di Ramon Muntaner), delle gloriose imprese dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, della prigionia del principe di Salerno, Carlo lo Zoppo (futuro re Carlo II d’Angiò), figlio di Carlo I d’Angiò.
Nel 14 ottobre 1282, re Carlo I d’Angiò nominò Ruggero Sanseverino, capitano generale nella Basilicata e nel Principato
Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, parlando di Ruggero Sanseverino ai tempi di Carlo I d’Angiò, e sulla scorta del manoscritto di Nicolò Iamsilla (…), a pp. 133-134-135 scriveva che: “….e vi rimase come governatore fino al 14 ottobre 1282, in cui il re lo richiamò per avvalersene quale suo capitan generale nella Basilicata e nel Principato (2). Padre e figlio furono di grande giovamento agli Angioini nelle loro guerre, avendo Carlo II principe di Salerno affidata la custodia di questa città contro i ribelli a Ruggiero, ed al figliuolo di lui Tommaso il littorale da Salerno a Policastro (1, p. 135). Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, ivi, lib. 20°, pag. 134.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico napoletano”.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”. Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a pp. 114-155, in proposito scriveva che:“Carlo I il 3 maggio 1284 affidò a Ruggiero Sanseverino la difesa di Salerno e della costa che si estendeva fra queste città, Agropoli e Castellabate, mentre il figlio di questi, Tommaso, accorreva in difesa di Policastro, poi il 1 agosto il Re nominò Ruggiero comandante generale delle operazioni di guerra nel Principato e diede a Tommaso lo stesso incarico nel giustizierato di Calabria.”.
Nel 28 luglio 1283, Carlo II d’Angiò, principe di Salerno acconsente al trasporto di derrate dal porto di Policastro
Di certo, la stessa notizia degli Almugaveri a Policastro, stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita da Carlo Carucci (…) e, dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque, i due studiosi, Natella e Peduto, sulla scorta del Carucci, riferivano la notizia del momentaneo stanziamento di soldati Almugaveri a Policastro, nell’anno 1287. Vediamo cosa dice il Carucci. Il Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…), a pp. 121, cita un documento del “XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, per mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non richieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrove.”. Il Carucci a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Così scriveva il Carucci (…), a p. 121, del vol. II.
Nel 10 Maggio 1284, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno ordina al giustiziere del Principato di recarsi a Policastro
Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Carlo Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…), a p. 145, pubblica un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Dunque, la notizia riferitaci dal Campagna (…), a p. 260, secondo cui il presidio o il Castello di Policastro, fu occucato dagli Almugaveri, non è la stessa che riporta il Carucci (…), a p. 121 e p. 145, ma è diversa, come abbiamo visto. Infatti, il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”:
Nel 1284, RUGGERO DI LAURIA, ammiraglio della flotta Siculo-Aragonese
Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa la resistenza di alcuni feudatari delle nostre terre che pattegiarono per gli ultimi regnanti della casa Sveva. Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1266. Per la storia delle nostre terre nel periodo della terribile guerra del Vespro, la guera tra gli Angioini e gli Aragonesi, può rivelarsi utile indagare su un personaggio che ebbe un ruolo non secondario in quegli anni: Ruggiero di Lauria. Nel corso dello scoppio degli eventi bellici che determinarono la Guerra dei Vespri Siciliani, la guerra che si tenne verso la fine del XIII secolo tra i francesi Angioini e gli spagnoli Aragonesi del Regno di Sicilia per la conquista del Regno di Napoli, un dei personaggi di maggior rilievo fu proprio Ruggero di Lauria, un uomo delle nostre terre. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà e della nobile famiglia dei de Cloira o Loria, nella sua nota (9) postillava che: “(9) La famiglia aveva tratto il predicato dal feudo di Lauria. Divenne di Loria con l’uso umanistico di latinizzare nomi, cognomi e predicati. Pare che fosse di origine normanna, messasi alle dipendenze del Principato di Salerno. Venne identificata con i De Cloirat di Normandia. Ebbe feudi che andavano da Lagonegro a Lauria, e fin sulle coste del Golfo di Policastro. Il rappresentante più illustre fu Ruggiero di Lauria, 1245-1304, eroico ammiraglio al servizio di Pietro III d’Aragona. Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. La notizia che, nel ‘400, il feudo di Torraca (comprese le terre ed il porto di Sapri), fossero assoggettate alla Baronia di Lauria dei Sanseverino, riguarda anche Tortorella e Casaletto Spartano. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Anche in virtù dei possedimenti terrieri in Calabria, si racconta che Ruggiero fosse in realtà nato nel castello normanno o nel palazzotto d’Episcopio di Scalea, anziché a Lauria, così come risulterebbe anche da un documento in latino conservato, ma mai trovato, negli archivi della Corona d’Aragona (a Barcellona), che lo stesso Ruggiero avrebbe inviato personalmente al re Giacomo II («Así consta de una carta Latina que se conserva en el Archivio Real de la Corona de Aragón, escrita por Roger al Rey Don Jayme II»). Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.“. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc…”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Rugero di Lauria, dicono gli Annali di Aragona nel libro III, Cap. 81, p. 203, venne nella Spagna con D.a Bella sua madre insieme a D.a Costanza presso la quale stava di servizio. Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266). Fu Rugero Ammiraglio valoroso. Ecc…”. Il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri‘, pubblicato nel 1914, a p. 5, parlando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, in proposito scriveva che: “Il Maurolio, scrittore di cose Siciliane, l’appella pur esso Calabrese, ed aggiunge: “Cui galli patrem unterfecerunt.” (1). Ma quello che precisa la patria dell’illustre uomo, facendone di proposito minuta biografia, è lo storico Spaguolo Girolamo Zurita. Questi, nell’opera che ha per titolo: “Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49, che avuto l’incarico Rugero di Lauria di portarsi nella Basilicata per sollevarla contro il dominio di Carlo d’Angiò, ed a prò di Pietro d’Aragona venne anche in Lauria, e giunto in questo paese, dice chiaramente l’autore, d’esser stato dè suoi predecessori, cioè i suoi antenati vi avevano un dominio, un possesso. Ecco le sue testuali parole: “ecc..ecc..”. Sempre il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, scriveva che negli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Rugero di Lauria, dicono gli Annali di Aragona nel libro III, Cap. 81, p. 203, venne nella Spagna con D.a Bella sua madre insieme a D.a Costanza presso la quale stava di servizio. Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266). Fu Rugero Ammiraglio valoroso. Ecc…”. Il sacerdote Nicola Palmieri (…), a p. 10 cita Vincenzo Lomonaco (…), ovvero il suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858. Il Palmieri, a p. 10 in proposito sciveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Se dunque il padre di Ruggiero, che si chiamava Riccardo, aveva il cognome di de Cloira, Ruggiero figlio a Riccardo Barone e giustiziere della Basilicata, doveva avere come al padre il Cognome di de Cloira.”. Il Palmieri (…), a p. 10, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le notizie di cui fa cenno il Sig. Lomonaco furono rilevate dal grande Arch. di Napoli dal suo amico Minieri Riccio, solerte cultore di patria antichità.”. Il testo citato dal Palmieri nella sua nota (1) si riferisce agli Archivi Angioini pubblicati dal Minieri Riccio (…) e poi ricostruiti dalla Jole Mazzoleni (…). Dunque, secondo il Lomonaco (…), dopo la morte di Riccardo di Lauria, nel 12 aprile 1301, i due suoi figli Ruggiero e Riccardo di Lauria, si divisero i beni ed i feudi e a Ruggiero di Lauria, l’ammiraglio, andarono i possedimenti di Lauria. E’ per questo motivo che secondo il Palmieri (…), il predicato di Lauria venne aggiunto al nome di Ruggiero. Dunque, secondo il Palmieri (…), sulla scorta dello Zurita (…), Ruggero di Lauria era figlio di “Donna Bella” (Isabella) Lancia che era al servizio (nutrice) di Costanza di Hoenstaufen. Isabella Lancia, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia. Dall’unione di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero), con Federico II di Svevia, nacque Manfredi di Svevia. Dunque, Ruggiero di Lauria e re Manfredi di Svevia erano cugini. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. Dunque, il nesso che legava la famiglia di Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, ai Lancia, nobile e potente famiglia al servizio della famiglia Sveva. Riccardo di Lauria, sposò in seconde nozze Isabella (“Donna Bella”) Lancia, sorella di Bianca Lancia, che come vedremo sarà l’ultima amante prima e sposa dopo di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacque Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia. E’ per questo motivo che, sebbene a Riccardo di Lauria, in seguito alla ‘Congiura di Capaccio’, Federico II di Svevia aveva tolto i possedimenti di Lauria e in Calabria, poi in seguito furono riacquistati e restituiti per la parentela che Riccardo di Lauria aveva con l’ultima moglie (o solo amante) di Federico II di Svevia. Bianca Lancia era nipote di Isabella (Donna Bella) Lancia, che in seconde nozze aveva sposato Riccardo di Lauria, conte di Lauria e padre di Ruggiero di Lauria. Di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero di Lauria) e sposa di Riccardo di Lauria), il genealogista seicentesco Filadelfo Mugnos e il Pirri, la vorrebbero figlia di Corrado Lancia dei Duchi di Baviera, Conte di Fondi, grande figura della storia medioevale europea e sorella di Galvano Lancia, Signore di Brolo e Barone di Longi, Capostipite di tutti i Lanza di Sicilia. Forse il suo vero nome era Beatrice. Bianca Lancia, o Lanza, meglio Bianca d’Agliano (Arce ?, 1210 circa – poco dopo il 1250 ?), è stata l’ultima moglie dell’imperatore Federico II di Svevia, che egli sposò “in articulo mortis”. Dalla loro relazione nacquero tre figli, tra cui Manfredi. Sono frutto di ipotesi congetturali sia il nome Bianca sia la verosimile appartenenza ai Lancia. A partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero: Costanza (1230-1307) e Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266). Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Infatti, di Manfredi leggiamo su Wikipidia che: “Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia. Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino di Svevia dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258.”. Nel 1266, la dinastia Sveva viveva momenti difficili culminati, due anni più tardi, nella decapitazione del sedicenne sovrano Corradino di Svevia per volontà di Carlo I d’Angiò. Ruggiero si rifugiò a Barcellona con altri esuli siciliani vivendo con la madre Bella alla corte della regina Costanza, consorte dell’infante di Spagna e futuro re d’Aragona Pietro III, nonché figlia di Manfredi e cugina di Corradino. Fu armato cavaliere dall’infante Pietro insieme a Corrado I Lancia, di cui fu compagno di imprese e in seguito cognato. Ruggero servì i re d’Aragona Pietro III e Giacomo I (rispettivamente re di Sicilia coi nomi di Pietro I e Giacomo I) e il re di Sicilia Federico III, riportando numerose vittorie contro le flotte degli Angioini. Nel 1282 fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri Siciliani. Nel 1282 fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri Siciliani. Ruggiero di Lauria (Lauria o Scalea, 17 gennaio 1250 – Cocentaina, 19 gennaio 1305) fu un ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “Quattro anni dopo la strage di Capaccio, nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo. Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figliuolo di lui che lo elevò ai più alti onori. Ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca’: Giannone, lib. 18, pag. 581.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Parte 2°, discorso 3°, pag. 261.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca pub. da Gius. Del Re’, p. 117.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell’”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”.
NEL 1282-84, L’INVASIONE DELLA CALABRIA, BASILICATA E ALCUNI CENTRI DEL BASSO CILENTO
Nel 1282, le forze Siculo-aragonesi di Pietro III d’Aragona e Ruggiero di Lauria contro Carlo I d’Angiò
Quando Pietro III d’Aragona mosse guerra a Carlo I d’Angiò dopo il Vespri Siciliani del 30 marzo 1282 per ottenere il possesso di Napoli e della Sicilia, gli almogàver formarono l’elemento più efficace del suo esercito. La loro disciplina e ferocia, la forza con cui lanciavano i loro giavellotti e la loro attività li rese formidabili contro la cavalleria pesante dell’esercito angioino. Combattevano contro la cavalleria attaccando prima i cavalli invece dei cavalieri. Una volta che il cavaliere era a terra, era una facile vittima per gli almogàver. Con il termine catalano di Almogàver (aragonese: Almogabar, spagnolo: Almogávar, dall’arabo: al-Mugavari) si indica un gruppo di soldati della Corona d’Aragona, famosi durante la reconquista cristiana della Penisola Iberica. In italiano furono variamente chiamati come almogaveri, almogavari, mugaveri, mogaveri o almogravi. In questo particolare periodo storico, gli anni 1286 fino al 1293, si inserisce inoltre un altro personaggio che apparteneva alla casata dei spagnoli Aragonesi di Sicilia. Giacomo d’Aragona, detto il Giusto è stato Re Giacomo II di Aragona, di Valencia e Conte di Barcellona (1291–1327). Dal 1285 al 1296 fu anche re di Sicilia come Giacomo I. Dal 1291 al 1298 governò il regno di Maiorca, mentre fu Re di Sardegna dal 1297 al 1327. Alla morte del padre, nel novembre del 1285, il secondogenito, Giacomo il Giusto gli successe sul trono di Sicilia come Giacomo I, mentre, in quanto figlio maggiore, Alfonso III gli successe sul trono di Aragona e di Valencia e nelle contee catalane. Il regno di Sicilia per la verità si era diviso in due regni, quello di Napoli, sul continente e quello di Sicilia, che poi diverrà di Trinacria, sull’isola, ed era in stato di guerra permanente; Giacomo, raggiunta la Sicilia dove già si trovava la madre, Costanza, che la governava per conto del marito Pietro, aveva ricevuto in aiuto dal fratello, Alfonso, la flotta del Regno di Sicilia, al comando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, per cui aveva la superiorità assoluta in campo marittimo, infatti il 23 giugno del 1287, Lauria aveva sconfitto la flotta napoletana, a Castellammare, impadronendosi di 42 galere, mentre lo stesso giorno Giacomo aveva sventato un attacco contro Augusta. In un altro mio saggio mi sono occupato delle forse Siculo-aragonesi e turbe di Almugaveri che, a soldo di Pietro d’Aragona e poi di Giacomo, occuparono parte della Basilicata e della valle del Tanagro. In particolare si parlava di Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (49), postillava che: “(49) Nel 1289 a Gaeta, tra Carlo II e D. Giacomo d’Aragona fino a Ognissanti del 1291.”. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (50), postillava che: “(50) Comparvero per la prima volta in Aragona nel XIII secolo: soldati di fanteria leggera abilissimi nelle armi da lancio contro la cavalleria. Scorridori (il termine arabo passò poi nella lingia spagnola) feroci lasciarono tristi ricordi nella popolazione del Cilento, dove infierirono a volte con inumana crudeltà. Le compagnie originarie erano costituite da aragonesi, navarresi, majorchini, guasconi, soprattutto da catalani, agli ordini di rispettivi “adil” (= giuda) cui ano sottoposti con ferrea disciplina.”. Pietro Ebner (…), ci raccontava del periodo in cui, quando Pietro III d’Aragona mosse guerra a Carlo I d’Angiò dopo il Vespri Siciliani del 30 marzo 1282 per ottenere il possesso di Napoli e della Sicilia, gli almogàver formarono l’elemento più efficace del suo esercito. La loro disciplina e ferocia, la forza con cui lanciavano i loro giavellotti e la loro attività li rese formidabili contro la cavalleria pesante dell’esercito angioino. Combattevano contro la cavalleria attaccando prima i cavalli invece dei cavalieri. Una volta che il cavaliere era a terra, era una facile vittima per gli almogàver. Con il termine catalano di Almogàver (aragonese: Almogabar, spagnolo: Almogávar, dall’arabo: al-Mugavari) si indica un gruppo di soldati della Corona d’Aragona, famosi durante la reconquista cristiana della Penisola Iberica. In italiano furono variamente chiamati come almogaveri, almogavari, mugaveri, mogaveri o almogravi.
Nel 1283-84, le forze Siculo-aragonesi di Pietro III d’Aragona e Ruggiero di Lauria contro Carlo I d’Angiò
Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a pp. 114-155, in proposito scriveva che:“Carlo I il 3 maggio 1284 affidò a Ruggiero Sanseverino la difesa di Salerno e della costa che si estendeva fra queste città, Agropoli e Castellabate, mentre il figlio di questi, Tommaso, accorreva in difesa di Policastro, poi il 1 agosto il Re nominò Ruggiero comandante generale delle operazioni di guerra nel Principato e diede a Tommaso lo stesso incarico nel giustizierato di Calabria.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate scriveva che: “Da una lettera (12) del 5 settembre del 1283 si apprende che gli almugaveri si erano spinti sino ai confini tra Basilicata e Principato saccheggiando le terre di Riccardo di Chiaromonte. Pertanto il principe Carlo ordinava al giustiziere delle due provincie di raccogliere armati e respingere “infideles Almugavari”.”. Dunque, l’Ebner (…), segnala che secondo i documenti angioini esistenti nell’Archivio di Stato di Napoli, poi andati persi nel rogo del 1943 ma pubblicati da Carlo Carucci (…), ed in particolare secondo la lettera del 5 settembre dell’anno 1283, si apprende che: “….gli almugaveri si erano spinti sino ai confini tra Basilicata e Principato saccheggiando le terre di Riccardo di Chiaromonte.”. Ebner, nel vol. I, a p. 658 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Reg. ang. 45 f 50 t Brindisi = Carucci, II, p. 126, n. 17.”. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II “La guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato” a pp. 125-126, pubblicò il documento n. 17, tratto dalla cancelleria angioina. Il Carucci in proposito a questo documento n. 17, datato 5 settembre 1283 scriveva che: “XVII. 1283, 5 settembre, Brindisi. Il principe Carlo, avendo saputo che gl’infedeli Almugaveri si erano spinti, come predoni, saccheggiando, fino alle terre del nobile Riccardo di Chiaromonte, site fra i confini delle provincie di Basilicata e di Principato, ordina ai giustizieri di quelle due provincie di raccogliere gente armata, a piedi e a cavallo, nelle terre vicine a quelle di detto Riccardo, accorrere personalmente ai luoghi invasi e difenderli con forza ed energia.”. Il Carucci a p. 125, postillava: “Reg, ang. n. 45, fol. 50b.”. Ebner postillava di Carlo Carucci (…) e si riferiva anche ad altri documenti (gli stessi) pubblicati nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano“, pubblicato in A.S.C.L. (….) e, dove a pp. 8-9 pubblicò questo documento citato da Ebner:
Riguardo i guerriglieri Almugaveri, lo storico Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napolinelsec. XVI’, pubblicato nel 1926, sulla scorta di Minieri-Riccio (…) che a p. 12 del suo ‘Diario Angioino’, aveva pubblicato nel 1800 diversi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, a p. 441, cita il documento: del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Il Pasanisi (…), riguardo questo documento si rifaceva anche al testo del De Lellis (…). Nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Ecc..”. Dunque, il Cataldo (…), parlando del castello di Policastro, cita quel periodo storico in cui vie era una furibonda guerra tra la casata francese degli Angiò e gli spagnoli di Pietro d’Aragona per il possesso del Regno di Napoli. I fatti di cui ci occupiamo risalgono al 1287 quando da poco era salito al trono Carlo II° d’Angiò, detto lo Zoppo e, suo figlio primogenito Carlo Martello d’Angiò, era stato nominato Principe di Salerno nel …….che minorenne restò sotto la tutela del conte d’Artois fino alla maggiore età, come scriveva Pietro Ebner (…), nel suo vol. I, a p. 658 del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” : “Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), ecc..”.
Nel giugno del 1284, gli almugaveri di Giacomo II di Aragona (futuro re di Trinacria poi Sicilia) e Ruggiero di Lauria e l’invasione della Calabria, Basilicata e parte del Cilento
Augurio e Musella (…), proseguendo il loro racconto nel capitolo V “Da Malta a Napoli”, a p. 63 in proposito scrivevano che: “Ai primi di giugno del 1284, tirate le ancore e issate le vele, si fece rotta verso Napoli. Ruggiero di Lauria si preparava a combattere una delle più importanti battaglie navali della storia. Lungo la risalita costa costa, l’Ammiraglio non disdegnò di compiere piccole incursioni a terra. Giunto a Scalea, riuscì ad appropriarsi di quattro navi e di alcune tarìde che caricavano legname diretto a Napoli. Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri‘, pubblicato nel 1914, a p. 5, parlando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, in proposito scriveva che: “Il Maurolio, scrittore di cose Siciliane, l’appella pur esso Calabrese, ed aggiunge: “Cui galli patrem unterfecerunt.” (1). Ma quello che precisa la patria dell’illustre uomo, facendone di proposito minuta biografia, è lo storico Spaguolo Girolamo Zurita. Questi, nell’opera che ha per titolo: “Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49, che avuto l’incarico Rugero di Lauria di portarsi nella Basilicata per sollevarla contro il dominio di Carlo d’Angiò, ed a prò di Pietro d’Aragona venne anche in Lauria, e giunto in questo paese, dice chiaramente l’autore, d’esser stato dè suoi predecessori, cioè i suoi antenati vi avevano un dominio, un possesso. Ecco le sue testuali parole: “ecc..ecc..”. Sempre il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, scriveva che negli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Rugero di Lauria, dicono gli Annali di Aragona nel libro III, Cap. 81, p. 203, venne nella Spagna con D.a Bella sua madre insieme a D.a Costanza presso la quale stava di servizio. Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266). Fu Rugero Ammiraglio valoroso. Ecc…”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati‘, pubblicato nel 2001, a pp. 51-52-53, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “….è questo il periodo della cosiddetta Guerra del Vespro, duro per tutto il Regno, durissimo per Morigerati che viene a trovarsi a ridosso della linea di guerra, soggetta ad aggressioni lampo, a violenze di ogni genere, ecc…ecc…E’ questo il periodo che allontana Morigerati dall’abazia italo-greca di Rofrano….Il difensore per eccellenza fu Tommaso Sanseverino, responsabile della costa del Golfo, aiutato dagli abitanti delle campagne che nel luglio del 1283 scesero a difenderla da un attacco (10) dagli Aragonesi via mare. Gli Angioini non contenti del comportamento del capitano di Policastro Oddone di Brindisi, evocano il castello alla Regia Curia (11): questa era responsabile direttamente anche di tutta la costa per la larghezza di un tiro di balestra, cioè una fascia di circa 150 metri. La stessa Curia invia Pietro pilet (4 marzo 1284) Vicario del Principato per meglio vigilare sul castello e terre circostanti, unitamente a 50 stipendiari (truppe pagate) al comando di Rimbaldo de Alemannia, proprio per la presenza di bande nemiche in zona. Nuovo cambio, viene inviato il giudice Taddeo di Firenze, il primo maggio dello stesso anno per vigilare sulle terre prossime a Policastro (12). Accorre anche Tommaso Sanseverino e il 10 maggio altri armati. Si temono soprattutto le bande degli almugaveri, truppe irregolari che gli spagnoli ingaggiavano purchè facevano i lavori più pericolosi; questi ‘guerriglieri’ erano di fede musulmana, il loro obiettivo era la predazione più che l’occupazione vera e propria, essendo abilissimi scorridori. Grazie agli sforzi congiunti queste bande furono, per il momento respinte. Due anni dopo, il 24 maggio 1286 altro responsabile per la zona di Policastro nella persona di Erberto de Aurelianis che poteva prendere possesso anche delle saline, se erano ancora esistenti. Costui era un esperto di difese e lo troviamo signore in altre fortificazioni, a seconda delle esigenze. Ecc..”. Il Gentile (…), a pp. 58-59, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Carucci C., La Guera del Vespro nella frontiera del Principato, Subiaco, 1934, pag. 120. Per Policastro usata come deposito di viveri o armi vedi pag. 121, 249, 291, 304, 330, 331.”. Alla nota del Gentile che trae le notizie dal Carucci, aggiungo che egli si riferiva al vol. II del testo di Carlo Carucci (12), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il Gentile (…), a pp. 58-59, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Cit., pag. 135.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Cit., pag. 145.”. Nella sua nota (10) il Gentile si riferisce al testo di Carlo Carucci (…), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Dunque, il Gentile nella sua nota postillava di Carucci (….), vol. II, pp. 120, 121, 249, 291, 304, 330, 331 e nella sua nota (11) postillava che: “(11) Cit., pag. 135.”. Anche Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “….negli anni della disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302) conbattuta fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia, ‘Casolla’ dovette costituire uno dei ‘castra’ (fortezze) della seconda linea difensiva interna insieme con Torraca, Tortorella, Rocca Gloriosa e Torre Orsaia (117). Le due Valli del Bussento e del Mingardo, infatti, che in ‘Policastrum’ avevano la loro porta d’ingresso, furono costellate di ‘castra’ per la difesa contro la soldataglia degli Almugàveri assoldata dagli Aragonesi (118). E se alla foce del Bussento il ‘castrum Policastri’ era il più difeso anche con il concorso di quelli meglio attrezzati dell’interno (‘castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle….Sanse…Turrace…Rofrani)(119) e dalle sorgenti dei due importanti corsi d’acqua erano attivi quelli di ‘Roffrànum’ (120) e di ‘Sansa’ (121) (che costituivano la terza linea), allora anche il ‘castrum Caselle’ nel medio corso dovette ricoprire qualche importanza e patire le misere condizioni di guerra, tanto da essere esonerato più volte dal pagamento delle imposte: ‘satis est notorium quod ex presentis guerre discrimine pars regni multa dispèndia subiit….dapna pergràvia deploràvit….itaque statuimus terras et loca ipsa eximendas a solutione presentis collecte…Nomina terràrum et locòrum sunt hec: Padula, Sansa, Rufranum, Caselle, Policastrum (122). L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), el suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Carlo Carucci (…), nel lontano 1932, pubblicò un suo interessante saggio dal titolo ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘ (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II, 1932), pp. 1-7, dove egli, oltre a parlarci delle operazioni militari di Carlo II d’Angiò contro gli Aragonesi nella guerra detta del “Vespro Sciliano” fornisce pure una serie di documenti che poi in seguito pubblicherà anche sulla sua opera ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, in tre corposi volumi dove pubblicò moltissimi documenti tratti dagli Archivi Angioini nell’Archivio di Stato di Napoli non ancora distrutti nel rogo di San Paolo Belsito. Carlo Carucci (…), nel 1932, nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II), a pp. 4-5 in proposito scriveva che:“Ora, a tal proposito, molti documenti dell’Archivio di Stato di Napoli ci fan conoscere che, stando ancora a Reggio, Carlo d’Angiò intuì che i Siculi-aragonesi, avrebbero presto invasa la Calabria, ed infatti già delle bande, dette Almugaveri, avevano fatto qua e la degli sbarchi, e mandò ordini precisi a tutte le terre del Principato e della Calabria perchè si mettessero in stato di difesa. I maggiori preparativi egli opportunamente tenne che si dovessero fare……..e sul Golfo di Policastro, donde era possibile risalire a Nord, penetrare nella Basilicata o risalire l’impervio Cilento, ed uscire alla valle pestana. Organizzò quindi in quei due punti importanti linee di difesa. La prima, ….La seconda linea di difesa, sul Golfo di Policastro, fu affidata a Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggiero, conte di Marsico. E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Dunque, anche Carlo Carucci scriveva che “E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”. Carlo Carucci (…), a p. 145, pubblicò un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Di certo, le notizie degli Almugaveri a Policastro, stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro fu riferita da Carlo Carucci (…) e, dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino, a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.“. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque, i due studiosi, Natella e Peduto, sulla scorta del Carucci, riferivano la notizia del momentaneo stanziamento di soldati Almugaveri a Policastro, nell’anno 1287. Carlo Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…), a pp. 121, cita un documento del XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, per mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non richieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrove.”. Il Carucci a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Sempre il Carucci (…), a p. 145, pubblica un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemic e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Pietro Ebner (…), nel suo, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Roma , 1973, a pp. 120-121 e s. parla delle operazioni militari della Guerra del Vespro ed in proposito scriveva che: “La dura dominazione instaurata da Carlo d’Angiò determinò un malcontento che si diffuse ovunque nel regno. La nobiltà siciliana invitò subito Pietro III d’Argona alla cui corte si erano rifugiati Ruggiero di Lauria e il grande medico Giovanni da Procida, ad affrettarsi a liberarla dalla “schiavitù” di Carlo d’Angiò, che aveva tiranneggiato l’Isola, ecc…Sperarono nella libertà la Calabria (42), l’intero Principato con il Cilento, dove non mancarono riflessi della rivolta siciliana con significativi episodi d’incontrollata reazione che la progressiva carenza dell’autorità dello Stato non riuscì più a incanalare e contenere…..Il popolo di Roccagloriosa rifiutò di prestar giuramento al proprio feudatario: il salernitano Giovanni Mansella, che re Carlo aveva voluto podestà di Ascoli e poi capitano di guerra sulla frontiera del Principato (44). Ecc….(p. 120) 4. La guerra divampò per mare e per terra senza tregue, anche durante le trattative (49).”. Pietro Ebner, a p. 119 nella sua nota (42), postillava che: “(42) Pontieri E., Ricerche, p. 176 sgg, v. pure CDS, 20 gennaio 1275.”. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (44), postillava che: “(44) Reg. 59 f IIIa: Carlo II (Aix, 5 maggio 1292) concede a Giovanni Mansella il feudo di Rocca (Gloriosa): CDS, II, 189, v. pure Reg. 59 f 19a, 59 f 80a, 59 f 192a e Reg. 60 f 283: ecc…”. Riguardo i guerriglieri Almugaveri, lo storico Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napolinelsec. XVI’, pubblicato nel 1926, sulla scorta di Minieri-Riccio (…) che nel 1800, a p. 12, del suo ‘Diario Angioino’, aveva pubblicato diversi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, a p. 441, cita il documento: del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Dunque, il Pasanisi (…), riguardo questo documento lo traeva da Minieri-Riccio (…) che a sua volta lo traeva dal De Lellis (…). Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Sappiamo, da alcuni documenti tratti dalla cancelleria Angioina che già nel 1284, gli Almugaveri e le forze Sicili-aragonesi avevano occupato e conquistato Scalea e che Carlo d’Angiò inviò truppe a liberarla. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Pietro Ebner (…), nel suo, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Roma , 1973, a pp. 120-121 e s. parla delle operazioni militari della Guerra del Vespro ed in proposito scriveva che: “4. La guerra divampò per mare e per terra senza tregue, anche durante le trattative (49). L’ultra ventennale lotta angioino-aragonese che, se per un verso logorò le forze angioine per l’altro risultò rovinosa per l’intero territorio del Cilento, soprattutto per la parte meridionale del basso Cilento a contenere l’avanzata dell’esercito assoldato dagli Aragonesi e costituito dai tristemente noti Almugàvari (50), ai quali si erano unite bande siciliane. I condottieri del tempo, resisi conto dell’importanza del Cilento, montagnoso e impervio, con sagace disegno unitario cercarono di creare un valido organismo difensivo che può considerarsi ancora oggi un capolavoro di strategia militare. Ecc..”. Più avanti l’Ebner a p. 123 continua scrivendo che: “Anche per impellenti bisogni venne in gran fretta trasferito materiale bellico dal castello di Melfi a Policastro (60). Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (49), postillava che: “(49) Nel 1289 a Gaeta, tra Carlo II e D. Giacomo d’Aragona fino a Ognissanti del 1291.”. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (50), postillava che: “(50) Comparvero per la prima volta in Aragona nel XIII secolo: soldati di fanteria leggera abilissimi nelle armi da lancio contro la cavalleria. Scorridori (il termine arabo passò poi nella lingia spagnola) feroci lasciarono tristi ricordi nella popolazione del Cilento, dove infierirono a volte con inumana crudeltà. Le compagnie originarie erano costituite da aragonesi, navarresi, majorchini, guasconi, soprattutto da catalani, agli ordini di rispettivi “adil” (= giuda) cui ano sottoposti con ferrea disciplina.”. Pietro Ebner (…), ci raccontava del periodo in cui, quando Pietro III d’Aragona mosse guerra a Carlo I d’Angiò dopo il Vespri Siciliani del 30 marzo 1282 per ottenere il possesso di Napoli e della Sicilia, gli almogàver formarono l’elemento più efficace del suo esercito. La loro disciplina e ferocia, la forza con cui lanciavano i loro giavellotti e la loro attività li rese formidabili contro la cavalleria pesante dell’esercito angioino. Combattevano contro la cavalleria attaccando prima i cavalli invece dei cavalieri. Una volta che il cavaliere era a terra, era una facile vittima per gli almogàver. Con il termine catalano di Almogàver (aragonese: Almogabar, spagnolo: Almogávar, dall’arabo: al-Mugavari) si indica un gruppo di soldati della Corona d’Aragona, famosi durante la reconquista cristiana della Penisola Iberica. In italiano furono variamente chiamati come almogaveri, almogavari, mugaveri, mogaveri o almogravi. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento ecc… Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”ho cercato di approfondire. Il Campagna, riferendoci la notizia citava i riferimenti bibliografici e, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia citata dal Campagna (…) e da Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del “re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari”. Infatti, il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri (…), nel fasc. IV dell’anno I, 1931 a p. 492, riferendosi al periodo in cui Carlo I d’Angiò affronta la campagna contro ……………………..,in proposito scriveva che: “Per lo stesso motivo duecento uomini vengono spediti per ordine del re, dal Giustiziere di Val di Crati e Terra Giordana, Porzio de Blanchefort, ad Amantea, che, avvisata dai nemici, è posta sotto la tutela di Guglielmo Sclavello (2)……A capo della guarnigione di ……Policastro ecc…sono affidate a Bertrando d’Artois (4). Tali disposizioni, prese nel novembre 1282, non furono sole e definitive: ordini e contrordini si susseguono con una celerità, che può essere soltanto spiegata dalle notizie che arrivano a Carlo I, a Reggio, e che divengono più tempestose nl volgere del dicembre. Si assicura, per esempio, che forti contingenti nemici stanno per assalire Scalea e che attraverso le gole di essa, si sarebbero aperto un varco nell’alta Calabria; parecchi fuoriusciti Calabresi che avevano trovato ospitalità presso Pietro d’Aragona, erano stati da questo rimandati nei rispettivi paesi, allo scopo di incitare gli animi e sollevarsi contro gli Angioini, e questi lavoravano ormai non senza frutto (5). Certo era diventata così critica la posizione degli Angioini in Calabria, che ne giunse……”. Il Pontieri, nel suo saggio a p. 492, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri-Riccio, Memorie, p. 13; Id., ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò dal 2 gennaio 1272 al 31 dicembre 1283, pag. 36. Ma i nomi non rispondono sempre esattamente alla lezione del Registro Angioino, da cui sono ricavati.”. Sempre il Pontieri a p. 492, nella sua nota (5) postillava che: “Minieri Riccio, Memorie, p. 15; Id., ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò dal 2 gennaio 1272 al 31 dicembre 1283, pag. 40.”. Domenico Tomacelli (….), nella sua, ‘Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, dal 1250 al 1303 di Domenico Tomacelli duca di Monasterace’, vol. I, sulla scorta del chronicon di Saba Malaspina (…), a pp. 273-274 e s., riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “Sopraggiunto il nuovo anno, gravissime ambasciate toccarono al vicario del d’Angiò, scarseggiando le provvisioni di bocca in terra ferma, si che l’esercito accampato a Nicotera, ebbe molto a patirne, e le terre di Santo Lucido, Scalea, Cetraro e Amantea, mosse dalla fame si dettero alla reina Costanza ed all’infante Giacomo, a patto che fussero provvedute di viveri. Il che, come fu assentito, prestamente dieci galee cariche di grano, ed una forte mano di almugaveri mandaronsi in quelle terre, con la quale cosa si provvide alla fame ed alla sicurtà dei terrazzani.”. Infatti, Michele Amari (…), nel suo ‘La Guerra del Vespro Siciliano, a p. 229 (cap. X)(si veda la ristampa ed. Mazara, 1947, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata) e, nella sua opera del 1851 a p. 220 (cap. X), sulla scorta del Muntaner (…) e del chronicon di Saba Malaspina, riferendosi all’anno 1284 ed alla regina Costanza, che prese a cuore una penuria di viveri in Calabria, in proposito scriveva che: “Mandovvi pertanto con otto gelee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d’un subito si ammezzò, (3) a grande sollievo dei terrazzani.”. L’Amari a p. 220, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Da quaranta a venti tarì la salma, dice il Malaspina.”. Dunque, l’Amari si riferiva al chronicon di Saba Malaspina che troviamo pubblicato nel testo di Giuseppe Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti, Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia, Napoli, 1868, vol. II, che in wikipedia leggiamo: il chronicon di Saba Malaspina in G. Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti, ordinati per serie e pubblicati, vol. II, pp. 387-388, 478. Interessante è ciò che a riguardo scriveva Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Muntaner e di B. d’Esclot (…) e a p. 273 nel suo capitolo CXIII parlando dell’inizio del 1284 e, riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “Quando si fu imbarcato, trovò che v’erano quaranta galee, quattro uscieri e quattro barche armate; si dissero addio e coll’aiuto del Signore partirono. Costeggiando la Calabria, e in sul bel principio toccarono Scalea; trovarono al porto di San Nicola di Scalea, trovarono quattro navi e parecchie teride che caricavano legname per far legna, alberi e antenne da galee e da uscieri per trasportarlo a Napoli. Poi s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Moisè, traducendo il Muntaner proseguendo il suo racconto e riferendosi all’ammiraglio della flotta Siculo-aragonese, Ruggiero di Lauria si portò davanti il porto di Napoli. Dunque, riguardo la notizia di Policastro, a me sembra che il Muntaner (…) sia chiaro. Il Muntaner (…) non cita almugaveri o Matteo Fortuna ma, parlando di Ruggiero di Lauria, che chiama “l’almirante” scriveva che: “s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Moisè (….), nella sua ‘cronaca Catalana’, sulla scorta della cronaca di Ramon Muntaner postillava citando il testo “Cr. Cat. Vol. I”. Il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri‘, pubblicato nel 1914, a p. 5, parlando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, in proposito scriveva che: “Il Maurolio, scrittore di cose Siciliane, l’appella pur esso Calabrese, ed aggiunge: “Cui galli patrem unterfecerunt.” (1). Ma quello che precisa la patria dell’illustre uomo, facendone di proposito minuta biografia, è lo storico Spaguolo Girolamo Zurita. Questi, nell’opera che ha per titolo: “Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49, che avuto l’incarico Rugero di Lauria di portarsi nella Basilicata per sollevarla contro il dominio di Carlo d’Angiò, ed a prò di Pietro d’Aragona venne anche in Lauria, e giunto in questo paese, dice chiaramente l’autore, d’esser stato dè suoi predecessori, cioè i suoi antenati vi avevano un dominio, un possesso. Ecco le sue testuali parole: “ecc..ecc..”. Michele Amari (…), nel 1842 pubblicò, ‘Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII’, dove egli racconta questo periodo storico della guerra del Vespro Siciliano tra la casa d’Angiò e quella degli Aragona. L’Amari scriveva sulla scorta delle due cronache catalane di Ramon Muntaner e quella di Bernardo d’Esclot (…). L’Amari si rifà moltissimo alle notizie tratte dal cronista Bernardo di Neocastro (…). L’Amari, nel suo cap. X, a pp. 122-123 (a. 1283) in proposito scriveva che: “Ebbe in quel verno gran caro di vittuaglie in Italia. Donde Scalea, Santo lucido, Cetraro, Amantea, mosse dalla penuria o dalla mala contentezza (che Scalea, l’anno innanzi era stata la prima in terra ferma a darsi a re Pietro), si proffersero alla regina Costanza, s’ella provvedesse di viveri e difendesse; ecc…” (continua Cap. X, p. 123): “provvedessele di viveri e difendesse; la qual pratica condussero alcuni scaleotti usciti per omicidi e riparati in Sicilia; e volentieri la assentì la regina. Mandovvi pertanto con otto galee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d’un subito si ammezzò (1), a grande sollievo dei terrazzani. Ma gli almugaveri messo piè a terra, diersi a infestare tutto val di Crati e Basilicata: contro i quali movendo il giustiziere di val di Crati con grosse torme di cavalli, aspettatolo a lor uso in una stretta gola, rupperlo di strage, e l’inseguirono infino a un castello del vescovo di Cassano. ove poser l’assedio. Ecc….”. L’Amari (…), a p. 123 nella sua nota (1) postillava che: “Da quaranta a venti tarì, dice Malaspina.”. I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria, nel cap. IV “Da Malta a Napoli”, sulla scorta della cronaca del Muntaner e del Zurita, a p. 60 in proposito scrivevano che: “Nell’autunno del 1283, il principe di Salerno Carlo lo Zoppo, reggente per conto del padre Carlo I d’Angiò, dopo aver affidato il comando delle truppe al conte Roberto d’Artois, lasciò Nicotera e si trasferì a Napoli per riorganizzare l’esercito. In seguito alla sua partenza la situazione in Calabria precipitò sia per il malcontento della popolazione locale sia per una grande carestia che aveva messo in ginocchio quasi tutta la regione. Nella primavera del 1284 le terre di Scalea (già ribellatasi l’anno prima agli angioini e passata cogli Aragonesi), San Lucido, Cetrara e Amantea avevano inviato ambasciatori alla regina Costanza chiedendo derrate alimentari in cambio della loro sottomissione. Prontamente la regina inviò due tarìde cariche di frumento scortate da otto galee armate con un buon numero di almogaveri. Quando il reggente Carlo lo Zoppo seppe che quattro castelli sul mare di notevole importanza strategica erano passati al nemico, spedì millecinquecento cavalieri provenzali e francesi con l’ordine di ripristinare l’autorità. Sbarcati a Scalea, furono subito affrontati in battaglia dagli almogaveri: la maggior parte fu uccisa o catturata.”. Augurio Musella, nella loro nota (16) a p. 60 postillavano che: “(16) B. d’Esclot, op. cit., cap. CXVI”.
Nel …….1284, Pietro III di Aragona manda il conte di Modica, Federico Mosca a conquistare Scalea
Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri, riferendosi a dopo l’occupazione di Scalea, nel 1284, in proposito scriveva che: “Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, ecc…”. Federico Mosca, conte di Modica di origine sveva del XIII secolo. Al servizio del re Pietro III di Aragona, detto il Grande, questi dopo essersi proclamato Re di Sicilia in quanto marito di Costanza di Hohenstaufen, figlia del Re Manfredi, l’11 novembre 1282 lo investì del titolo di Conte di Modica e lo nominò governatore del Val di Noto. L’Aragonese lo inviò in Calbria, dove a capo di una milizia costituita da 600 almogaveri attaccò gli Angioini, e devastò Scalea e il suo circondario, per poi dirigersi verso Reggio (1)(2). Wikipidia nelle sue note (1) e (2) postillava di: (1) Gaetani F. Emanuele, marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, parte II, Lib. IV, Stamperia Santi Apostoli, 1757, p. 4 e nella nota (2) postillava: il chronicon di Saba Malaspina in G. Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti, ordinati per serie e pubblicati, vol. II, pp. 387-388, 478. Il Racioppi, nel suo raconto cita Michele Amari (…) che, nella sua ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’., riferendosi all’anno 1284, vol. II, cap. X, p. 219, in proposito scriveva che:
Nel principio del 1284 o già nel 1283 (secondo alcuni), le forze Siculo-aragonesi conquistano Scalea
Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “La prima terra da loro occupata sul Tirreno fu Scalea al principio del 1284 (1), incitati dai fuoriusciti della terra stessa: e da qui partono inviti e fomiti di sollevamenti all’interno della regione, e da codesti incitamenti e dal mancare dei grani, poichè le navi inimiche intercettavano ogni commercio per mare, si resero al re di Sicilia le prossime terre di S. Lucido, di Cetraro ed Amantea, che ne ebbero vettovaglie e presidii. Da questi punti di passaggio all’interno, frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri sciolti e spediti, si spingono pel paese interno della Valle del Laino o Mércuri e del Noce; e il giustiziere di Val Crati che va loro incontro con squadre di cavalli intoppa in un agguato, e scampa appena; inseguito, e poi stretto da blocco in un castello presso Cassano. Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con altre torme di Almugavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni, e più in là (2) Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumnto per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promesse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182). Ecc..”. Il Racioppi (…), a p. 181, nella sua nota (1) postillava che: “(1) In Amari, Op. cit., secondo l’ultima ediz., cap. X, vol. II, 29.”. Racioppi, a p. 181, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Documento del 2 agosto 1284, in Amari, Op. cit., cap. XI, 229.”. Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Muntaner e di Maresclot e a p. 273 nel suo capitolo CXIII parlando dell’inizio del 1284 e, riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “Quando si fu imbarcato, trovò che v’erano quaranta galee, quattro uscieri e quattro barche armate; si dissero addio e coll’aiuto del Signore partirono. Costeggiando la Calabria, e in sul bel principio toccarono Scalea; trovarono al porto di San Nicola di Scalea, trovarono quattro navi e parecchie teride che caricavano legname per far legna, alberi e antenne da galee e da uscieri per trasportarlo a Napoli. Poi s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Moisè, traducendo il Muntaner proseguendo il suo racconto e riferendosi all’ammiraglio della flotta Siculo-aragonese, Ruggiero di Lauria si portò davanti il porto di Napoli. Dunque, riguardo la notizia di Policastro, a me sembra che il Muntaner (…) sia chiaro. Il Muntaner (…) non cita almugaveri o Matteo Fortuna ma, parlando di Ruggiero di Lauria, che chiama “l’almirante” scriveva che: “s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Muntaner (in Moisè) nella sua ‘cronaca Catalana’ postillava citando il testo “Cr. Cat. Vol. I”. Michele Amari (…), nel 1842 pubblicò, ‘Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII’, dove egli racconta proprio questo periodo storico della guerra del Vespro Siciliano tra la casa d’Angiò e quella degli Aragona. L’Amari scriveva sulla scorta delle due cronache catalane di Ramon Muntaner e quella di Bernardo d’Esclot (…). L’Amari si rifà moltissimo alle notizie tratte dal cronista Bernardo di Neocastro (…). L’Amari, nel suo cap. X, a pp. 122-123 (a. 1283) in proposito scriveva che: “Sopraggiunto in Sicilia il conte di Modica, e con esso pochi cavalli e più feroci frotte di almugaveri, peggior travaglio diè a Basilicata. Prese alcune castella e la terra di san Marco; quivi della chiesa de frà minori fè un ridotto assai forte; mal conci ne rimandò Rizzardo Chiaromonte e altri baroni venuti con maschio valore contr’esso; i quali non furono punto imitati dagli altri feudatari del regno, scontentissimi del governo angioino. Invano di maggio dell’anno seguennte si fè appello alle milizie feudali del reame di Puglia per venire a oste a Scalea, e anco mandovvisi, sotto il comando di Ruggier Sangineto, gente assoldata in Toscana; perchè sempre tennero il fermo i nostri: e patiron provincie correrie, ladronecci, notturni assalti (2); che appena si crederebbe, standovi a manca il campo di Nicotera, a destra la capitale, e per tutto il regno guerriere voci e apparecchi.”. L’Amari a p. 123, nella sua nota (2) postillava che: “(2) D’Esclot, cap. 119. Saba Malaspina, cont., pag. 403, 404. Il primo dice dell’occupazione di quelle quattro terre; il Malaspina della sola Scalea.”. I due appelli al servigio feudale del reame di Puglia si leggono nel diploma del 30 ottobre 1283, nel citato Elenco delle pergamene del real Archivio di Napoli, vol. 1, pag. 257; e nei diplomi del 21 e 31 maggio 1284, ibidem, pag. 266, 268. – Nel r. Archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 81 a. t leggesi un diploma dato di Napoli a 28 aprile 12a Indiz. (1284) per 100 balestrieri e 200 arcieri a piè, venuti poco prima da Firenze, che si mandavano a Ruggiero Sangineto per ingrossar l’oste all’assedio di Scalea. Montaner, cap. 113, nomina alcuna delle terre occupate, e dice del mal contento nel reame di Puglia; ma confonde questa fazione con quella dell’armata che combattè poi nel golfo di Napoli.”. I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria, nel cap. IV “Da Malta a Napoli”, sulla scorta della cronaca del Muntaner e del Zurita, a p. 60 in proposito scrivevano che: “Nell’autunno del 1283, il principe di Salerno Carlo lo Zoppo, reggente per conto del padre Carlo I d’Angiò, dopo aver affidato il comando delle truppe al conte Roberto d’Artois, lasciò Nicotera e si trasferì a Napoli per riorganizzare l’esercito. In seguito alla sua partenza la situazione in Calabria precipitò sia per il malcontento della popolazione locale sia per una grande carestia che aveva messo in ginocchio quasi tutta la regione. Nella primavera del 1284 le terre di Scalea (già ribellatasi l’anno prima agli angioini e passata cogli Aragonesi), San Lucido, Cetrara e Amantea avevano inviato ambasciatori alla regina Costanza chiedendo derrate alimentari in cambio della loro sottomissione. Prontamente la regina inviò due tarìde cariche di frumento scortate da otto galee armate con un buon numero di almogaveri. Quando il reggente Carlo lo Zoppo seppe che quattro castelli sul mare di notevole importanza strategica erano passati al nemico, spedì millecinquecento cavalieri provenzali e francesi con l’ordine di ripristinare l’autorità. Sbarcati a Scalea, furono subito affrontati in battaglia dagli almogaveri: la maggior parte fu uccisa o catturata.”. Augurio Musella, nella loro nota (16) a p. 60 postillavano che: “(16) B. d’Esclot, op. cit., cap. CXVI”. I due studiosi si riferivano al cap. CXVI di B. d’Esclot, una cronaca tradotta e pubblicata da Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Riguardo l’occupazione di Castellabate da parte di Giacomo II di Aragona, Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Infatti, Domenico Tomacelli, nel suo ‘Storia dè Reami di Napoli e Sicilia ecc…’, a p. 229, il Tomacelli non parlava di Castellabate e non si riferiva ai fatti accaduti nell’anno 1286 ma all’anno 1283 e riferiva di Mosca e dei suoi almugaveri in Calabria. Tomacelli a p. 229 in proposito scriveva che: “Libro III. Anno 1283. Il 14 febbraio…..fu a Reggio. Quindi, mentre re Carlo si credea di trionfar dell’avversario, combattendo con armi eguali ed in campo chiuso, costui toglievagli vilmente le terre soggette ridendosene e beffandosene; che non sol Reggio in questa maniera venne in potere all’Aragonese, ma ancora la terra di Scalea e l’altra di Gerace, e sì che quella aperse le porte a Federico Mosca conte di Modica che vi mandò per reggervi giustizia in nome di Pietro, e questa, come vide il naviglio dell’Aragonese, si affretto a chiedere uomini ed armi ecc…”:
Il Tomacelli a p. 229 nella sua nota (9) postillava che:
Nel 2 agosto 1284, Federico Mosca, conte di Modica, reggente a Scalea per conto di Pietro III d’Aragona entra in Basilicata e forse pure Maratea
Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri, riferendosi a dopo l’occupazione di Scalea, nel 1284, in proposito scriveva che: “Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con altre torme di Almugavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni, ecc…”. Federico Mosca, conte di Modica di origine sveva del XIII secolo. Al servizio del re Pietro III di Aragona, detto il Grande, questi dopo essersi proclamato Re di Sicilia in quanto marito di Costanza di Hohenstaufen, figlia del Re Manfredi, l’11 novembre 1282 lo investì del titolo di Conte di Modica e lo nominò governatore del Val di Noto. L’Aragonese lo inviò in Calbria, dove a capo di una milizia costituita da 600 almogaveri attaccò gli Angioini, e devastò Scalea e il suo circondario, per poi dirigersi verso Reggio (1)(2). Wikipidia nelle sue note (1) e (2) postillava di: (1) Gaetani F. Emanuele, marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, parte II, Lib. IV, Stamperia Santi Apostoli, 1757, p. 4 e nella nota (2) postillava: il chronicon di Saba Malaspina in G. Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti, ordinati per serie e pubblicati, vol. II, pp. 387-388, 478. Il Racioppi (…) a p. 182, continuando a discorrere su Matteo Fortuna, sulla scorta dell’Amari, scriveva che: “…..mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182). “Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimasto tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata.”. Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 ecc…”. Il Racioppi, vol. II, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. Domenico Tomacelli (….), nella sua, ‘Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, dal 1250 al 1303 di Domenico Tomacelli duca di Monasterace’, vol. I, sulla scorta del chronicon di Saba Malaspina (…), a pp. 273-274 e s., riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “Indi ad alcun tempo, quegli stessi almugaveri si spinsero fino alla Valle di Crati e alla vicina Basilicata, e comechè non bastavano ad arrestargli i pochi e scarsi armati che ivi aveva mandato il Vicario, si mettevano a recare per ogni dove la desolazione e la morte; quindi, fatti più forti da non pochi cavalli, e da una mano dè loro compagni, che gli menò appresso il conte di Modica, si dettero a travagliar le terre onde passavano di ladronecci, di stupri e di altre contumelie. Riccardo di Claremont, e Ruggier Sangineto, iti, l’un dopo l’altro, a snidar costoro di Basilicata, non riuscirono a cacciarli nè della terra di S. Marco, nè delle altre in chè si erano fortificati; sia che scarse tuttochè vigorosissime genti capitanassero, sia che veramente la gente d’ordinanza malamente potesse combattere contro questi ispidi e sanguinosi almugaveri, il cui mostrarsi e ritrarsi su per colli e balzi, era cosa veramente straodinaria. Nè il vicario fu più felice nell’ottenere soccorsi dà principi stranieri di quello delle sue armi erano stati nel respingere i barbari almugaveri: che, la veneta repubblica, udita la sconfitta subita a Malta, ecc…”. Il Racioppi cita Michele Amari, cap. XI, p. 227, dove l’Amari. Infatti, Michele Amari (…), nel suo ‘La Guerra del Vespro Siciliano, a p. 229 (cap. X)(si veda la ristampa ed. Mazara, 1947, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata) e, nella sua opera del 1851 a p. 220 (cap. X), sulla scorta del Montaner (…) e del chronicon di Saba Malaspina, riferendosi all’anno 1284 ed alla regina Costanza, che prese a cuore una penuria di viveri in Calabria, in proposito scriveva che: “Mandovvi pertanto con otto gelee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d’un subito si ammezzò, (3) a grande sollievo dei terrazzani. Ma gli almugaveri, messo piè a terra, diersi a infestare tutto Val di Crati e Basilicata: contro il quale muovendo il giustiziere di Val di Crati con grosse torme di cavalli, aspettatolo a lor uso in una stretta gola, ruppero con strage, e l’inseguirono infine a un castello del vescovo di Cassano, ove posero l’assedio.“:
Nel 1284, gli almugàvari di Pietro III d’Aragona e Ruggero di Lauria, al comando dell’adil Matteo Fortuna occuparono Scalea e poi Maratea
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continua a parlare degli Almugaveri e scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota. Fermati dalle munite vie interne, tentarono di aggirare gli Angioini per la via costiera, e risalire poi il corso dei fiumi, con la valida protezione della flotta che assaliva e distruggeva casali e torri, i cui prèsidi, a volte, non riuscivano a segnalarne in tempo gli arrivi. Si spinsero così fino a Castellabate (a. 1286), minacciando Salerno. Penetrarono pure in Basilicata, inoltrandosi fino a Taranto e nella Valle del Tanagro occuparono Padula e nella valle del Calore Civita Pantuliano (Castelcivita). Le notizie pervenuteci lasciano supporre che gli Aragonesi tendessero a una guerra di logoramento, cioè alla guerriglia, per la natura del terreno e per il tipo delle milizie impegnate, senza dubbio più portate agli improvvisi colpi di mano e quindi di razzie che al possesso stabile delle località occupate. La ferocia dei mercenari, assetati di sangue, di donne e di preda costrinse il popolo a difendersi. Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (60), postillava che: “(60) Reg. 48 f 185 e 194 t.“. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri (…), nel fasc. IV dell’anno I, 1931 a p……, riferendosi al periodo in cui Carlo I d’Angiò affronta la campagna contro ……………………..,in proposito scriveva che: “…….
Come già ho detto il Racioppi si riferiva a Michele Amari (…) ed al suo ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’. Infatti, Michele Amari, riguardo questi avvenimenti, riferendosi all’anno 1285 (in seguito all’occupazione della Basilicata), vol. II, a pp. 223-224 (Cap. XI), in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno precipitarono peggio le sorti degli Angioini. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, era rimasto impavido tutta la state nelle terre occupate in Basilicata, che non si crederebbe, ma forse Carlo lo spezzò, tutto intento al passaggio in Sicilia. Costui, incoraggiato dagli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte, d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Bracalla, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in Val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; ecc…ecc..”. Il Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. L’Amari, nell’edizione del 1851, scriveva questo passo a p. 248 e a p. 249 (cap. XI) riportava le sue interessanti note al testo:
Biagio Cappelli (…), sulla scorta di altri studiosi come Michele Amari e Giacomo Racioppi (…). Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “….l’anno 1284, bande di Almugaveri guidate da Matteo Fortuna devastarono le terre al confine calabro-lucano occupando inoltre, con improvvisi colpi di mano, Morano, che però insieme a Castrovillari si ribellò ai Catalani il 19 gennaio 1286 (36), e vari altri luoghi: Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro (37) i cui territori confinavano in buona parte con i feudi dei Chiaromonte. I quali feudi sebbene a quest’epoca non comprendessero più tutti i castelli ed i casali elencati in un documento del 1267 (38), pure si estendevano ancora lungo la valle del Sinni; ai confini così del Principato, della Lucania e della Calabria.”. Il Cappelli a p. 390 nella sua nota (37) postillava che: “(37) M. Amari, op. cit., II, Appendici; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, p. 182, vol. II.”. Biagio Cappelli, nella sua nota (37) citava Michele Amari (…), che nel ……scrisse ‘La guerra del Vespro Siciliano’, Milano, 1875. Nella nota (37) il Cappelli citava le “Appendici” del vol. II, dell’Amari (…) ed in particolare le sue “Appendici”. Riguardo invece i confini dei feudi, il Cappelli, citava alcuni documenti pubblicati dal Garufi. Infatti, il Cappelli, nella sua nota (38) a p. 390 postillava che: “(38)G.A. Garufi, Da Genusia romana al Castrum Genusium dei sec. XI-XIII, in A.S.C.L., a. III, pp.34-5, doc. n. 23. Laino infatti già nel 1274 non appare più tra i feudi dei Chiaromonte; cfr.: B. Cappelli, Laino ed i suoi Statuti, in A.S.C.L., a. I., pp. 415-16.”.
Nel 1284, l’adelillo Matteo Fortuna ed i suoi almugàvari occupano Policastro, Camerota e la Basilicata
Lo storico Lagonegrese Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 190, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), parlando delle imprese di Ruggiero di Lauria, scriveva che: “Ammiraglio Ruggero, Conte di Lauria – il quale comandava così superbamente e trionfalmente la flotta Sicula-Catalana ai servizi di Pietro d’Aragona, e del quale dovremo occuparci in seguito nel periodo della dominazine feudale – necessariamente furono nella persecuzione prese di mira le città che dipendevano dal terribile avversario. Questi, non pago delle vittorie riportate sulla flotta napolitana, spinse i conflitti pure i terraferma, e frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri, si spingono nel paese interno della valle del Laino o Mercure e del Noce, secondo che vien riferito dall’Amari nella ‘Storia dei Vespri Siciliani’, il quale soggiunge in ‘Appendice’, documento 34035: “Matteo Fortuna, conduttiero di duemila Amulgavari, impavido era rimasto tutta la stase (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano e poscia Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre in Val Crati e Basilicata” (1).”. Il Pesce (…), a p. 190, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi la Storia del Racioppi – vol. II, p. 182.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “Ma questi nuclei, ce devastavano così i territori della Lucania meridionale, ricevevano nuovi rinforzi dalle altre bande di predoni sbarcate alla Scalea nei primi mesi del 1284 (35) In tale modo gli sforzi fatti dai feudatari delle truppe angioine non valsero a nulla, perchè ancora nei mesi estivi di quell’anno 1284, bande di Almugaveri guidate da Matteo Fortuna devastarono le terre al confine calabro-lucano occupando inoltre, con improvvisi colpi di mano, Morano, che però insieme a Castrovillari si ribellò ai Catalani il 19 gennaio 1286 (36), e vari altri luoghi: Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro (37) i cui territori confinavano in buona parte con i feudi dei Chiaromonte. I quali feudi sebbene a quest’epoca non comprendessero più tutti i castelli ed i casali elencati in un documento del 1267 (38), pure si estendevano ancora lungo la valle del Sinni; ai confini così del Principato, della Lucania e della Calabria.”. Il Cappelli a p. 383 nella sua nota (37) postillava che: “(37) M. Amari, op. cit., II, Appendici; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, p. 182, vol. II.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “La prima terra da loro occupata sul Tirreno fu Scalea al principio del 1284 (1), incitati dai fuoriusciti della terra stessa: e da qui partono inviti e fomiti di sollevamenti all’interno della regione, e da codesti incitamenti e dal mancare dei grani, poichè le navi inimiche intercettavano ogni commercio per mare, si resero al re di Sicilia le prossime terre di S. Lucido, di Cetraro ed Amantea, che ne ebbero vettovaglie e presidii. Da questi punti di passaggio all’interno, frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri sciolti e spediti, si spingono pel paese interno della Valle del Laino o Mércuri e del Noce; e il giustiziere di Val Crati che va loro incontro con squadre di cavalli intoppa in un agguato, e scampa appena; inseguito, e poi stretto da blocco in un castello presso Cassano. Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con alttre torme di Almugavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni, e più in là (2) Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumnto per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promesse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182). “Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimasto tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata.”. Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 si tenne pel re di Sicilia, con un presidio di Almugavari, Castellabate nel Cilento, poi vennero a patti: cessero il castello e restarono, a doppio stipendio, con re Carlo (2); torme di ventura, senza fede, temuti e temibili non meno agli amici che ai nemici.”. Il Racioppi (…), a p. 181, nella sua nota (1) postillava che: “(1) In Amari, Op. cit., secondo l’ultima ediz., cap. X, vol. II, 29.”. . Racioppi, a p. 181, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Documento del 2 agosto 1284, in Amari, Op. cit., cap. XI, 229.”. Infatti, la notizia di Matteo Fortuna (…) la troviamo a p. 229, della ‘La Guerra del Vespro Siciliano, di Michele Amari, ristampa ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, pubblicato nel 1947. Amari (…) a pp. 223-224 (Cap. XI), in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno precipitarono peggio le sorti degli Angioini. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, era rimasto impavido tutta la state nelle terre occupate in Basilicata, che non si crederebbe, ma forse Carlo lo spezzò, tutto intento al passaggio in Sicilia. Costui, incoraggiato dagli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte, d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Bracalla, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in Val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; ecc…ecc..”. Il Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(2) In Amari. Op. cit., – Append., docum. 34 e 35.”. Per la notizia che cita il Racioppi (…), tratta da Michele Amari, dove l’Amari scrive che re Carlo manda a Maratea ecc..ecc.., Michele Amari riporta i riferimenti bibliografici a p. 249 del suo cap. XI del suo ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, IV° edizione, Firenze, Le Monier, 1851, scaricabile da Google libri. In essa l’Amari riporta pure in ‘Appendice’ il documento n. 3435 su Matteo Fortuna e citato dal Pesce (…). Amari (…), in ‘Appendice’ , da pp. 602 a p. 603 riporta il documento n. XXXIV e a p. 604 riporta il documento su Maratea n. XXXV, entrambi tratti dalla Cancelleria Angioina di re Carlo. Il doc. n. 34 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segn. 1299, A, f 43.”, mentre il doc. n. 35 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1299, A f 36 a tergo.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Per questo argomento e questo periodo, i due studiosi citando Carlo Carucci (…) e, scrivono vol. II, pp. 121 e p. 145. Infatti, il Carucci (…), a p. 145, pubblicò il documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, ed in proposito scriveva che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 182 parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1). “Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimasto tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata.”. Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 ecc…”. In questo passaggio, il Racioppi, a p. 182 del vol. II, citava la nota (1) e postillava che: “(1) I documenti dell’archiv. di Napoli onde risultano queste notizie, sono cennati particolarmente in Amari, op. cit., cap. XI, 227.”. Come già ho detto il Racioppi si riferiva a Michele Amari (…) ed al suo ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’. Infatti, Michele Amari, riguardo questi avvenimenti, riferendosi all’anno 1285 (in seguito all’occupazione della Basilicata), vol. II, a pp. 223-224 (Cap. XI), in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno precipitarono peggio le sorti degli Angioini. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, era rimasto impavido tutta la state nelle terre occupate in Basilicata, che non si crederebbe, ma forse Carlo lo spezzò, tutto intento al passaggio in Sicilia. Costui, incoraggiato dagli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte, d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Bracalla, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in Val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; ecc…ecc..”. Il Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. L’Amari, nell’edizione del 1851, scriveva questo passo a p. 248 e a p. 249 (cap. XI) riportava le sue interessanti note al testo:
Michele Amari (…), nel 1842 pubblicò, ‘Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII’, dove egli racconta proprio questo periodo storico della guerra del Vespro Siciliano tra la casa d’Angiò e quella degli Aragona. L’Amari scriveva sulla scorta delle due cronache catalane di Ramon Muntaner e quella di Bernardo d’Esclot (…). L’Amari si rifà moltissimo alle notizie tratte dal cronista Bernardo di Neocastro (…). L’Amari, a p. 141, nel cap. XI e, riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno peggio precipitarono gli eventi. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, impavido era rimasto tutta la state nelle occupate terre di Basilicata; che non si crederebbe, ma forse Carlo per troppa fretta del passaggio in Sicilia, lo spezzò. Costui inanimito agli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montaldo, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; per contrario nei popoli presente l’esempio di Nicotra, vivi gli umori di ribellione; ed invano attorno con molti altri eccitando gli uomini di maggior seguito due frati calabresi della famiglia dei Lattari: talchè tutti alla nuova dominazione si volser gli animi; fecersi occultamente le bandiere con le insegne di Sicilia; e un soffio à Calabresi bastava chiarirsi. Il fè Tropea, mossa da due frati; e Strongoli, Martorano, Nicastro, Mesiano, Squillaci fece omaggio all’infante Giacomo…….Tutte le Calabrie perdevansi se non era pel conte d’Artois. Il quale, ecc…”. E’ interennte ciò che l’Amari a p. 141, nella sua nota (1) postillava: “(1) Tutte queste fazioni con poco divario leggonsi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 82. Ecc..” :
Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Ramon Muntaner (…) e di Bernardo d’Esclot (….) e, a p. 273 nel suo capitolo CXIII parlando dell’inizio del 1284 e, riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “Quando si fu imbarcato, trovò che v’erano quaranta galee, quattro uscieri e quattro barche armate; si dissero addio e coll’aiuto del Signore partirono. Costeggiando la Calabria, e in sul bel principio toccarono Scalea; trovarono al porto di San Nicola di Scalea, trovarono quattro navi e parecchie teride che caricavano legname per far legna, alberi e antenne da galee e da uscieri per trasportarlo a Napoli. Poi s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Moisè, traducendo il Muntaner proseguendo il suo racconto e riferendosi all’ammiraglio della flotta Siculo-aragonese, Ruggiero di Lauria si portò davanti il porto di Napoli. Dunque, riguardo la notizia di Policastro, a me sembra che il Muntaner (…) sia chiaro. Il Muntaner (…) non cita almugaveri o Matteo Fortuna ma, parlando di Ruggiero di Lauria, che chiama “l’almirante” scriveva che: “s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Muntaner nella sua ‘cronaca Catalana’ postillava citando il testo “Cr. Cat. Vol. I”. I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria e, proseguendo il loro racconto nel capitolo V “Da Malta a Napoli”, a p. 63 in proposito scrivevano che: “Ai primi di giugno del 1284, tirate le ancore e issate le vele, si fece rotta verso Napoli. Ruggiero di Lauria si preparava a combattere una delle più importanti battaglie navali della storia. Lungo la risalita costa costa, l’Ammiraglio non disdegnò di compiere piccole incursioni a terra. Giunto a Scalea, riuscì ad appropriarsi di quattro navi e di alcune tarìde che caricavano legname diretto a Napoli. Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Dunque, i due studiosi, riferendosi a Ruggiero di Lauria, concludono scrivendo che: “Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Dunque, anche i due studiosi, sulla scorta delle cronache di Ramon Muntaner (…) e di Bernardo d’Esclot scrivono che Ruggiero di Lauria, diretto con la sua flotta siculo-aragonese a Napoli, distrugge Policastro. I due studiosi si riferivano al cap. CXVI di B. d’Esclot, una cronaca tradotta e pubblicata da Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Pietro Ebner riguardo l’occupazione di Policastro da parte degli Almugàvari. Ebner a p. 123, nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, in proposito scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota.”. Dunque, secondo l’Ebner Policastro fu occupata da Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri a p….., in proposito scriveva che: ………………………….
Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “Ma questi nuclei, che devastavano così i territori della Lucania meridionale, ricevevano nuovi rinforzi dalle altre bande di predoni sbarcate alla Scalea nei primi mesi del 1284 (35). In tale modo gli sforzi fatti dai feudatari delle truppe angioine non valsero a nulla, perchè ancora nei mesi estivi di quell’anno 1284, bande di Almugaveri guidate da Matteo Fortuna devastarono le terre al confine calabro-lucano occupando inoltre, con improvvisi colpi di mano, Morano, che però insieme a Castrovillari si ribellò ai Catalani il 19 gennaio 1286 (36), e vari altri luoghi: Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro (37) i cui territori confinavano in buona parte con i feudi dei Chiaromonte. I quali feudi sebbene a quest’epoca non comprendessero più tutti i castelli ed i casali elencati in un documento del 1267 (38), pure si estendevano ancora lungo la valle del Sinni; ai confini così del Principato, della Lucania e della Calabria.”. Il Cappelli a p. 383 nella sua nota (37) postillava che: “(37) M. Amari, op. cit., II, Appendici; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, p. 182, vol. II.”. Biagio Cappelli (…), postillando di “M. Amari”, si riferiva a Michele Amari (…), ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, IV° edizione, Firenze, Le Monier, 1851. Infatti, l’Amari, nel suo vol. II, nelle sue “Appendici”, riporta alcuni documenti storici che riguardano Matteo Fortuna e la sua invasione. Sono gli stessi documenti che vedremo innanzi che aveva già in precedenza citato Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889. Michele Amari (…), ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, nella sua ‘Appendici’ riporta alcuni documenti che riguardano Matteo Fortuna e l’invasione della Basilicata. L’Amari riporta il documento n. 3435 su Matteo Fortuna citato pure dal Pesce (…). Amari (…), in ‘Appendice’ , da pp. 602 a p. 603 riporta il documento n. XXXIV e a p. 604 riporta il documento su Maratea n. XXXV, entrambi tratti dalla Cancelleria Angioina di re Carlo. Il doc. n. 34 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segn. 1299, A, f 43.”, mentre il doc. n. 35 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1299, A f 36 a tergo.“. Anche Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 190, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), parlando delle imprese di Ruggiero di Lauria, scriveva che: “Ammiraglio Ruggero, Conte di Lauria – il quale comandava così superbamente e trionfalmente la flotta Sicula-Catalana ai servizi di Pietro d’Aragona, e del quale dovremo occuparci in seguito nel periodo della dominazine feudale – necessariamente furono nella persecuzione prese di mira le città che dipendevano dal terribile avversario. Questi, non pago delle vittorie riportate sulla flotta napolitana, spinse i conflitti pure in terraferma, e frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri, si spingono nel paese interno della valle del Laino o Mercure e del Noce, secondo che vien riferito dall’Amari nella ‘Storia dei Vespri Siciliani’, il quale soggiunge in ‘Appendice’, documento 34035: “Matteo Fortuna, conduttiero di duemila Amulgavari, impavido era rimasto tutta la stase (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano e poscia Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre in Val Crati e Basilicata” (1).”. Il Pesce (…), a p. 190, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi la Storia del Racioppi – vol. II, p. 182.”.
Nel 12 aprile 1284, Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo, reggente del Regno, spedì Ruggero di Sangineto a riconquistare Scalea
Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “Ma questi nuclei, ce devastavano così i territori della Lucania meridionale, ricevevano nuovi rinforzi dalle altre bande di predoni sbarcate alla Scalea nei primi mesi del 1284 (35).”. Il Cappelli a p. 389 nella sua nota (35) postillava che: “(35) Amari M., op. cit., vol. I, pag. 273; C. Carucci, op. cit., pag. 10, doc. n. VIII.”. Il documento citato dal Cappelli e pubblicato dal Carucci nel suo saggio……………………..è il documento n. VIII, in cui il principe Carlo Martello ordina che “che l’esercito di Calabria, al comando di Ruggero di Sangineto, si porti a riconquistare la terra di Scalea, di cui i Siculi-aragonesi si erano impadroniti.“. Il documento è datato: “1284, XII, ind. 12 aprile 1284, Napoli. Il documento è riassunto da Minieri-Riccio, loc. cit., tratto dal fol. 91b del reg. ang., n. 49.” :
I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria, nel cap. IV “Da Malta a Napoli”, sulla scorta della cronaca del Muntaner e del Zurita, a p. 60 in proposito scrivevano che: “Quando il reggente Carlo lo Zoppo seppe che quattro castelli sul mare di notevole importanza strategica erano passati al nemico, spedì millecinquecento cavalieri provenzali e francesi con l’ordine di ripristinare l’autorità. Sbarcati a Scalea, furono subito affrontati in battaglia dagli almogaveri: la maggior parte fu uccisa o catturata.”.
Nel 2 maggio 1284, il reggente Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo spedì’ a Maratea Ruggiero di Sangineto per riconquistarla
Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri almugàvari, riferendosi a re Carlo I d’Angiò che cercò di contrastare in tutti i modi l’avanzata delle forze Siculo-aragonesi di Pietro III d’Aragona e di Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “e più in là (2) Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumento per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promesse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182).”.
NEL 1285, CARLO II D’ANGIO’ “LO ZOPPO”
Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo (1254 – Napoli, 5 maggio 1309), figlio di Carlo I d’Angiò, prima re di Sicilia poi di Napoli, e di Beatrice di Provenza, ultimogenita del conte di Provenza, Raimondo Berengario IV, e di Beatrice di Savo, fu re di Napoli dal 1285 alla morte, avvenuta nel 1309. Oltre ad essere sovrano del Regno di Napoli, Carlo II fu principe di Salerno dal 1266, poi conte d’Angiò e del Maine, conte di Provenza e di Forcalquier, principe di Taranto, re d’Albania, principe d’Acaia e re titolare di Gerusalemme.
Nel 1285, muore Ruggero di Sanseverino
Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, parlando di Ruggero Sanseverino ai tempi di Carlo I d’Angiò, e sulla scorta del manoscritto di Nicolò Iamsilla (…), a pp. 133-134-135 scriveva che: “Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, ivi, lib. 20°, pag. 134.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico napoletano”.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”.
Nel 1285, TOMMASO II SANSEVERINO, figlio di Ruggero II Sanseverino
Figlio di Ruggero II Sanseverino e di Teodora d’Aquino, sorella di San Tommaso, nacque nel 1255 circa. Nel 1284 al padre Ruggero II fu affidata da Carlo, principe di Salerno e, a quel tempo, Vicario Generale di suo padre Carlo I d’Angiò, la custodia e la difesa della città di Salerno dai ribelli (durante il periodo dei Vespri Siciliani), mentre Tommaso, che dallo stesso principe venne nominato capitano di guerra, era stato spedito a difendere il litorale che da Salerno va a Policastro. Morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula. Alla morte del padre Ruggero II Sanseverino, nel 1285, gli successe e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro dal 1291, signore di Atena dal 1295, signore di Postiglione dal 1295 (ma rinuncia nel 1298), signore di Sanza dal 1294, signore di San Severino di Camerota, Casal Boni Ripari, Pantoliano, Castelluccio Cosentino, Corbella, Monteforte (di Vallo), Serre e Padula dal 1301, signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Scorto’ il Duca di Calabria per accogliere il nuovo re Roberto di Napoli di ritorno da Avignone (ottobre 1310). Tommaso sentì molto l’influenza del santo zio, Tommaso d’Aquino, che più di una volta aveva soggiornato al castello di Sanseverino ove ebbe una delle sue estasi, infatti si interessò attivamente per la glorificazione dello zio. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero Sanseverino e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 135 scriveva che: “Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2). Questi per quanto prode nelle armi era altrettanto pio e devoto. Nella sua vita, che si protrasse durante i regni di Carlo II d’Angiò e parte di quello di Roberto, fece larghe donazioni alle chiese e specialmente a quella di S. Tommaso di Marsico che beneficò con quattro diplomi nel 1295, 1296, 1304, e 1314 (3). Signore anche di Diano ottene dai monaci di Montevergine la concessione di una piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo nella pianura sotto Padula ed ivi edificò lo splendido monumento d’arte che è la Certosa di S. Lorenzo di Padula. In essa volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu posta questa epigrafe: ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico Napoletano”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1).”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio terzogenito di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305. Ebbe inoltre confermate le baronie di Cilento, Diano, Lauria, S. Angelo a Fasanella e Magliano Vetere. Nel 1395 ebbe infine confermata la baronia di Diano e S. Arsenio. Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del DUca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Felice Fusco (…), a p. 158, parlando del periodo di re Ladislao, nella sua nota (7) postillava riguardo il casale di Buonabitacolo che fu fondato nel 1333 dal suo figlio terzogenito Guglielmo III Sanseverino: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) ecc…”.
Nel 1285, gli Almugàveri conquistano Policastro
Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a p. 155, in proposito scriveva che: “Nel1285 si spensero Carlo I, Ruggiero Sanseverino ed anche Pietro III d’Aragona, lasciando quest’ultimo al primogenito Alfonso III l’Aragona ed al secondogenito Giacomo II la Sicilia. Le truppe spagnole risalirono la Calabria fino a Policastro ed, occupatala, si inoltrarono nelle zone interne del Principato, impadronendosi di Padula e di Civita Pantuliana (oggi Castelcivita), sul fiume Calore. Sulla costa invece avanzarono fino a Castellabate, che nel 1286 fu strappata con un colpo di mano alla poco vigile custodia della Badia di Cava.”.Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, cap. XIV, a p. 183: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. La notizia dell’invasione almugàvari di Policastro nel 1285 riportata dal La Greca fu ricavata da Pietro Ebner (…), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 123 in proposito scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota.”. Dunque, secondo l’Ebner Policastro fu occupata da Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri a p….., in proposito scriveva che: ………………………..
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro è riferita, oltre che da Carlo Carucci (…) anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino) che, però a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che Policastro fosse caduta nell’anno 1287: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”.
Nel 1285, una cruenta battaglia sulla Molpa tra angioini e aragonesi
Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, cap. XIV, a p. 183: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; ecc…”. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. Dunque, l’Ebner non dice nulla riguardo l’occupazione della soldataglia degli Almugaveri. Ma, Amedeo La Greca (…), non riportava in merito alla notizia alcun riferimento bibliografico.
Nel 1286, Giacomo II di Aragona, re di Sicilia, conquistò Castellabate
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 657 parlando del casale di Castellabate, in proposito scriveva che: “Dell’età angioina vi sono altri documenti che ci informano degli eventi occorsi nel territorio, specialmente durante la guerra angioina-aragonese, quando Castellabate venne persino occupata da re Giacomo di Sicilia (a. 1286) che la visitò tre anni dopo. Ecc…”. Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Ramon Muntaner (…) e di Bernardo d’Esclot (….) e, a p. 283, nel suo capitolo CXVI riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “…vano qualche impiego o che presidiavano le castella, e in pochi furono tutti all’ordine e regunati a Messina; e il principe passò in Calabria con mille cavalli bardati e cento armati alla spedita a modo dei giannettarj. V’era eziando un buon nerbo di almogavari e di valletti di masnada. Delle quaranta galee allestite dall’almirante venti erano aperte in poppa, e avevano su quattrocento cavalieri e gran copia di almogavari. Così, colla grazia di Dio, il signor infante don Giacomo per terra e l’almirante per mare, se n’andarono occupando città, borghi, castella ed altri luoghi. Ora che dirò ?…….Fu tanto il coraggio e l’audacia tutta cavalleresca del signor infante don Giacomo che, dal momento in che mostrossi in Calabria fino al suo ritorno in Sicilia, fece la conquista di tutta la Calabria, tranne la sola rocca di Stilo, posta sopra un’alta montagna presso il mare. Oltre la Calabria tolse nel Principato tutta quella provincia che si distende fino a Castello dell’Abbate, alla distanza di trenta miglia da Salerno, e l’isola d’Ischia, come già avete saputo e per giunta quelle di Procida e di Capri; cui bisogna aggiungere dal lato di levante la città di Taranto, tutto il Principato, tutto il capo di Leuca, ecc…”. Poi, il racconto di Moisè (Ramon Muntaner) prosegue parlando nel cap. CXVII, della conquista della città di Gerbe. Amedeo La Greca (…), nel suo Appunti di Storia del Cilento, cap. XIV, a p. 183, riferendosi all’anno 1286 in proposito scriveva che: “….l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. Rileggendo “La Baronia del Cilento” di Matteo Mazziotti (…), nel suo capo IV “Il Castello dell’Abbate”, al punto VI, a pp. 54-55, egli scriveva che: “Una lunga serie di gravi avvenimenti scosse profondamente Castellabate nella guerra protrattasi per parecchi anni tra gli aragonesi e Carlo II d’Angiò. Il suo territorio fu occupato nel 1286 da Giacomo d’Aragona e la stessa fortezza cadde nelle mani di lui che vi si recò di persona nel 1289 (1) e ne conservò il possesso per diversi anni. In tale incontro Castellabate con i suoi casali fu miseramente saccheggiata dagli invasori. L’abate del tempo, Rainaldo, pochi anni dopo, perdurando la guerra, ritenne di non essere in grado di difendere validamente Castellabate e cedette nel 1299 per 10 anni il castello ed il paese a Giovanni di Monforte, conte di Squillace e ciambellano di Re Carlo II, riservandosi soltanto la giurisdizione spirituale (2)……Nello stesso anno le truppe angioine assediarono Catellabate e l’obbligarono a cedere. Innanzi al castello stesso, in data 3 marzo di quell’anno fu stipulata la resa.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che Giacomo II di Aragona, nel 1289 si recò di persona a Castellabate a far visita al suo castello e fortezza. Secondo il Mazziotti (…) che scriveva sulla scorta della cronaca del Jamsilla (…), di cui parlerò in seguito, re Giacomo II di Aragona fece visita a Castellabate nel 1289 dopo essere stato a Scalea e prima di partire definitivamente il 27 del mese per Gaeta. Dunque, il Mazziotti scriveva che Castellabate fu presa da Giacomo II di Aragona nel 1286. Il Mazziotti (…), a p. 55, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nella cronaca di Nicola IAMSILLA si legge: “Il Re facendo visita la terra di Scalea, Castellabate e così le isole di Capri, di Procida e d’Ischia e riposatosi alquanto in Ischia ai 27 giugno partì e l’ultimo del mese fu a Gaeta.”. Sulla cronaca di Nicola IAMSILLA, come lo chiama Matteo Mazziotti, si vedano le mie note bibliografiche. La sua cronaca fu pubblicata per la prima volta dall’Ughelli (…) ma poi in seguito la troviamo anche nel testo di Guiseppe Del Re (…), nel suo ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti, Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia‘, Napoli, 1868. La cronaca di Nicola IAMSILLA o JAMSILLA (…) si intitola ‘Historia Sicula’ che dopo gli anni 1255 è ripresa da un’altro cronicon, quello di Saba Malaspina. Riguardo le notizie riportate dal Mazziotti, come lui stesso scrive a p. 5: “Qualche accenno vi ha pure nell’opera già citata del Lenormant ed in una piccola, ma accurata monografia recente di Giuseppe Volpe di Pollica (1). Due soli lavori hanno importanza per la storia della regione e vengono dalla famiglia Ventimiglia di Vatolla, molto benemerita di questi studi. Francesco Ventimiglia, che pubblicò nel secolo XVIII le memorie del principato di Salerno, scrisse pure un’opera tuttora inedita, ‘Il Cilento illustrato’, ecc…Domenico Ventimiglia, suo degno figliuolo ecc…”. Dunque, il Mazziotti, dopo aver citato la cronaca di Nicola Iasmilla citava anche il testo di Giuseppe Volpe di Pollica, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento nel 1888. Infatti, è proprio da questo testo che il Mazziotti prende le notizie sull’assedio di Castellabate. Il Volpe (…), nell’edizione Ripostes, a p. 60, in proposito scriveva che: “III. Ma infierndo nel 1286 la guerra tra i principi angioini di Napoli e i sovrani aragonesi di Sicilia, non pure i casali suddetti soffrirono gravi danni, ma la stessa Castellabate, la quale veniva ostilmente occupata dalle armi di re Giacomo infino al 1292, saccheggiata indi ridotta a tal punto, che cinque anni dopo contava appena duecentosei famiglie, laddove prima ne numerava ben mille.”. Il Volpe però non riportava nessuna nota bibliografica. Il Volpe scrive che: “….e dai sofferti danni rinfrancatasi Castellabate cò suoi casali, lo stesso re Roberto, nel 1332, ne faceva restituzione a Guizzardo abate cavense (15).”. Il Volpe dunque, riferendosi all’anno 1332 quando Roberto d’Angiò restituisce il casale e la fortezza all’abate della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, a p. 66, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Arch. di Cava, arm. 1, lit. F n. 18.”. Siccome il casale e la fortezza di Castellabate era stata concessa alla Badia di Cava dei Tirreni ho consultato il Guillaume (…) a cui anche il Mazziotti si riferiva. Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877. Siccome il casale e la fortezza di Castellabate era stata concessa alla Badia di Cava dei Tirreni ho consultato il Guillaume (…) a cui anche il Mazziotti si riferiva. Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877. Riguardo l’occupazione di Castellabate, il Guillaume (…) è importante perchè egli scrisse la storia dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che possedette la Baronia di Castellabate occupata in seguito dagli Almugaveri di Giacomo II di Aragona. Infatti il Guillaume (…), parlando dell’Abate Leone II, a pp. 189-190 in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Cava, tutta angioina per sentimento, ebbe, come si può immaginare, molto a soffrire dalle turbative senza sosta rinascenti, che allora agitavano il sud dell’Italia. Innanzitutto, all’epoca della defezione della Sicilia a vantaggio degli Aragonesi (1282) perse tutte le proprietà che teneva in quest’isola, soprattutto a ‘Paternione’ e a ‘Petralia’. Più tardi (1286), Giacomo, figlio di Pietro III d’Aragona che regnava in Sicilia, mentre andava con una flotta numerosa mettere assedio davanti Gaeta, fece una discesa sulle coste della Lucania e ‘Castellabate’, con tutte le sue dipendenze, cadde nelle sue mani (15). Fu a gran pena che la regina Costanza, figlia di Manfredi e madre di Giacomo, ecc…(16). Quando ai possessi di Sicilia, malgrado tutti gli sforzi di Leone, non si riuscì a riaverli.”. Il Guillaume a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Poi sempre il Guillaume (…), a p. 190, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Vedi la Bolla di papa Nicola IV, che nel 1292 conferma questa transazione ecc…De Blasi, ‘Chronicon ecc..’.”. Dunque, il Guillaume citava Domenico Tomacelli (…), ‘Storia del Reame di Napoli’, pubblicato nel ……, la sua p. 231. Infatti, il Tomacelli (…), nel suo vol. II, a pp. 232-233, riferendosi a Ruggiero Sanseverino in proposito scriveva che: “…che con quelle bastavano a ridurre Castellabate e torlo dalle mani di quei bestiali almugaveri che vi si erano afforzati dentro fin dall’anno 1286, ecc…”. Per l’episodio del 1286 a Castellabate ha scritto pure Michele Amari (…), nel suo ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, ed infatti a p. 276, nel cap. XIII riferendosi alle forze Siculo-Aragonesi l’Amari in proposito scriveva che: “Entrando l’ottantasei, Taranto, Castrovillari e Morano, voltavano, sì, a parte angioina per non poter più dè rapaci almugaveri; ma con maggior audacia o disciplina, un’altra banda armata di almugaveri, spintasi in Principato, s’insignorì di Castell’Abate, presso Salerno. Non guarì appresso, Guglielmo Calcerando, che reggea le Calabrie per Giacomo, riprese e riperdè Castrovilla e Morano, e tenne sì viva la guerra, che lo scorcio della state i governanti angioini chiamavan tutte le forse feudali ad osteggiarlo. S’ebbe più avvantaggio a mare. Loria, andato in Catalogna con due galee e toltene seco altre sei dalle catalane, correa depredando le costiere di Provenza; …..Nello stesso tempo, Giacomo allestì due armatette, l’una di dodici galee nel porto di Palermo, capitanata da Bernardo de Sarriano, ….l’altra di venti galee nel porto di Messina, armata forse di Messinesi e di abitatori delle coste Orientali, e le diè a Bernardo Vilaraut. E l’una, a dì otto giugno, fè vela dritto verso il Golfo di Napoli, ove al primo espugnò Capri e Procida, ecc….”. Dunque è in questo passo che l’Amari ci parla della conquista ed occupazione di Castellabate che all’epoca era antica baronia dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Riguardo l’occupazione di Castellabate da parte di Giacomo II di Aragona, Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Infatti, Domenico Tomacelli, nel suo ‘Storia dè Reami di Napoli e Sicilia ecc…’, a p. 229, il Tomacelli non parlava di Castellabate e non si riferiva ai fatti accaduti nell’anno 1286 ma all’anno 1283 e riferiva di Mosca e dei suoi almugaveri in Calabria. Il Guillaume (…), a p. 190, nella sua nota (15), riguardo Castellabate e la sua occupazione postillava anche di: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an..”. Il Guillaume si riferiva all’opera di Antonio Ludovico Muratori (…), Annali d’Italia dal principio dell’era volgare fino al 1749′ e, credo per l’anno 1286 che si trova nel tomo VII. Infatti, nella seconda edizione del Muratori (…), vol. XI, a p. 191, per l’anno 1286 troviamo scritto che: “All’incontro i Catalani presero il Castello dell’Abbate, situato trenta miglia da Salerno, e vi misero presidio. Nella festa della purificazione della Vergine, cioè il 2 di Febbraio, seguì in Palermo la solenne incoronazione del re di Sicilia dell’Infante Don Giacomo, ecc…”.
Nel 1286, Policastro si libera degli almugàvari che l’avevano occupata
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123, dopo aver scritto che nello stesso anno del 1286 gli almugàvari avevano occupato Policastro scriveva pure che: “Policastro approfittò della momentanea assenza degli Aragonesi per uccidere i 24 uomini del presidio di custodia, mettere in fuga gli altri e consegnare poi il castello al re.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.
Nel 1286, Roccagloriosa sventò la consegna del castello agli almugàvari da parte del feudatario Mansella
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continuando il suo racconto sull’invasione degli almugàvari scriveva pure che: “Roccagloriosa, continuamente esposta agli assalti nemici, venne tolta al feudatario Giovanni Mansella perchè il castellano “spiritum diabolice perversionis eversus” aveva deciso (il disegno fu sventato dai cittadini) di consegnare la fortezza agli assediatnti (63).”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.
Nel 1286, Camerota insorse e si liberò degli almugàvari che l’occuparono
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continuando il suo racconto e riferendosi all’anno 1286 scriveva pure che: “Camerota insorse liberandosi dagli oppositori.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.
Nel 1287, Camerota e Policastro vennero occupate dagli Almugaveri ( forse detti “mamelucchi”)
Alla morte del padre, nel novembre del 1285, il secondogenito, Giacomo il Giusto gli successe sul trono di Sicilia come Giacomo I, mentre, in quanto figlio maggiore, Alfonso III gli successe sul trono di Aragona e di Valencia e nelle contee catalane. Il regno di Sicilia per la verità si era diviso in due regni, quello di Napoli, sul continente e quello di Sicilia, che poi diverrà di Trinacria, sull’isola, ed era in stato di guerra permanente; Giacomo, raggiunta la Sicilia dove già si trovava la madre, Costanza, che la governava per conto del marito Pietro, aveva ricevuto in aiuto dal fratello, Alfonso, la flotta del Regno di Sicilia, al comando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, per cui aveva la superiorità assoluta in campo marittimo, infatti il 23 giugno del 1287, Lauria aveva sconfitto la flotta napoletana, a Castellammare, impadronendosi di 42 galere, mentre lo stesso giorno Giacomo aveva sventato un attacco contro Augusta. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate. Ovunque, in vallate e pianure del Cilento vi era guerriglia. Pattuglie di Almugaveri si spinsero fino a Salerno. Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Anche in questo passaggio l’Ebner (…), non cita alcuna fonte bibliografica. Dunque, la notizia che l’assalto di Policastro sia avvenuto nel 1287 è a mio avviso suffragata dalle lettere e diplomi degli anni successivi quando furono apprestati piani di attacco per la riconquista di buona parte di questi centri, soprattutto del centro di Castellabate che resistette fino alla disfatta avvenuta nell’anno 1299 e, di cui parlerò in seguito. Pietro Ebner riporta la notizia dell’occupazione di Agropoli da parte degli Almugaveri nell’anno 1287 e, dice l’Ebner, lo si deduce dalla lettera di re Carlo II d’Angiò che scrisse al milite Raimondo del Balzo (de Baucio). Nella lettera di re Carlo si elencano i ribelli. Pietro Ebner (…) scriveva che: “Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate.”. Le notizie storiche che riguardano l’anno 1287, non sono suffragate da documenti di quell’anno. Infatti, Carlo Carucci (…), a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Pietro Ebner ne parla sempre nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I,a p. 469, parlando di Agropoli, dove dice che: “Poco dopo Agropoli cadeva in mano degli Almugaveri, per cui la rioccupazione dell’abitato e l’assedio del castello caduto prima del maggio 1295. Lo si deduca da una lettera di re Carlo in data 5 di quel mese., al milite Raimondo del Balzo (de Baucio).”. Dunque, in conclusione, ritengo dubbia la notizia dataci da alcuni di un occupazione di Policastro nel 1287. Le notizie che nell’anno 1287 si ripettettero alcune invasioni da parte degli almugaveri delle forze siculo-aragonesi di Giacomo I di Aragona e di Ruggiero di Lauria non sono suffragati da documenti di quell’anno. Rileggendo alcuni testi come quello Camillo Minieri-Riccio (…), Diario angioino dal 4 gennaio 1284 al2 gennaio 1285, parte III, del 1873, che pubblicava gran parte dei documenti tratti dalla Cancelleria angioina conservati nell’Archivio di Stato di Napoli fino al 1943 quando furono dispersi a causa di un maledetto rogo, pare che non vi fossero documenti dell’epoca. Lo stesso Carlo Carucci (….) che nel 1934 ne ripubblicò buona parte nel suo vol. II, salta direttamente all’anno 1289. Credo che i fatti accaduti negli anni intorno al 1287 siano stati desunti dai documenti angioini degli anni successivi al 1288, che analizzerò ora, come ad esempio quello di cui parla Pietro Ebner a p. 658 nella sua nota (13) postillava che: ,“(13) Reg. ang. 54, f 27, 12 maggio 1290, Napoli = Carucci, II, p. 219, n. 119 “. Dunque, in questo caso Ebner postillando del documento angioino si riferiva a Carlo Carucci, vol. II del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Dunque, Ebner nel suo vol. II, p. 219, scrive documento n. 119. Si tratta di questo documento CXIX, del 1290, 12 Maggio, Napoli, in cui “il conte d’Artois dà licenza a Giovanni de Eusebio, abbate Sorrentino, di recarsi in barca, con cinque marinai che la conducano, a Ischia, Capri, Castellabate e, se sarà necessario alla ribelle isola di Sicilia, per ottenere la liberazione del fratello Pietro, ecc…”. Carlo Carucci (…), nel 1932, nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II), a pp. 4-5 in proposito scriveva che:“…..E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Per questo argomento e questo periodo, i due studiosi citando Carlo Carucci (…) e, scrivono vol. II, pp. 121 e p. 145. Infatti, il Carucci (…), a p. 145, pubblicò il documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, ed in proposito scriveva che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Dunque, il Carucci si riferiva ad un’invasione del 1284 non all’anno 1287, infatti, nel documento citato dal Carucci, il documento datato 21 aprile 1284, il principe di Salerno Carlo detto lo Zoppo scrive e ordina al giustiziere del Principato di recarsi a Policastro perchè si era saputo che: “che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato”. Dunque, il 21 aprile 1284 ancora non era certo che gli almugaveri invadessero il Principato ma si sapeva solo che essi avessero occupato Scalea ed alcuni centri della Basilicata. Le notizie di un’invasione del Principato arriveranno più tardi. Carlo Carucci (…), riguardo gli Almugaveri nell’anno 1287, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a p. 183 (vol. II), in proposito a quegli anni scriveva che: “Poco dopo la morte di re Carlo, muore a Perugia Papa Martino IV e gli succede Onorio IV, ecc….Il conte d’Artois e il legato pontificio mettono audacemente piede in Sicilia; il re di Francia, Filippo, con grande esercito, valica i Pirenei e invade, vittorioso, la Catalogna; ……Ma la sagacia del re d’Aragona e il valore di Rugiero di Lauria cambiano improvvisamente il corso delle operazioni guerresche. D. Pietro assale l’esercito francese, che assedia Girona, e lo sconfigge; Ruggiero di Lauria sorprende, presso gli scogli delle Formiche, la flotta francese, la distrugge e sottopone a orribili torture quanti non hanno trovato la morte affogando nelle onde. L’esercito francese, decimato anche dalle malattie e dalle diserzioni, non può resistere alle molestie di D. Pietro e a quelle di Ruggiero di Lauria, che sbarcato a ….”. Nel 1282, Ruggiero di Lauria fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri siciliani. Nella prima delle battaglie navali del golfo di Napoli (5 giugno 1284) si scontrò con la flotta angioina comandata da Carlo II° “lo Zoppo”, fatto prigioniero. Nel 1285 sconfisse angioini e genovesi e, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, anche Filippo III di Francia “l’Ardito” — in guerra da due anni contro la Corona d’Aragona — nella battaglia navale delle Formiche, presso Roses, in Catalogna. Il Carucci traeva da Minieri-Riccio (…). Il Carucci, a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Dunque, il Carucci, parlando del periodo in cui Ruggiero di Lauria cerca in tutti i modi di invadere il Regno di Napoli degli Angiò, scriveva che gli Almugaveri, dopo aver invaso la Basilicata e aver penetrato nella Valle del Tanagro, “occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno“. Così scriveva il Carucci (…), a p. 183, del vol. II. Il Carucci (…), a p. 184, in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula,; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli, ecc…”. La notizia citata da Orazio Campagna (…) e dai due studiosi Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari“. Sempre il Carucci in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Ed intanto giunge in Aragona dalle prigioni di Metagrifone e di Cefalù ed è mandato a Campofranco nei Pirenei il nuovo re di Napoli, Carlo detto lo Zoppo. Il dieci novembre, mentre le popolazioni di Siciliae d’Aragona sono in tripudio per le grandi vittorie riportate in terra di mare, muore a Villafranca Pietro, di appena quarantesei anni…Pel testamento fatto nell’87 e l”instrumentum donacionis’ dell’83 gli succede in Aragona il figlio Alfonso ed in Sicilia Giacomo. Questi è coronato re il 2 febbraio nella cattedrale di Palermo, e, continuando, senza perder tempo, le operazioni guerresche, scaccia dalla Sicilia il cardinale Gherardo e il conte d’Artois; fa saccheggiare le coste tirrene, specialmente quelle del ducato di Amalfi e del Principato ecc….”. Dunque, riepilogando i passaggi storici citati dal Carucci, si parla di Giacomo d’Aragona, detto il Giusto, il quale è stato Re Giacomo II di Aragona. Dal 1285 al 1286 fu anche re di Sicilia come Giacomo I. Dunque, il Carucci si riferiva agli anni tra il 1285 ed il 1286. Riguardo invece l’anno 1287, cioè l’anno in cui molti asseriscono molte notizie di invasioni nel Principato, sempre il Carucci (…), vol. II, a pp. 184-185, in proposito scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli. La popolazione in questa città è in sommossa, onde pare sicuro il dissolvimento del governo angioino. Ma Ruggiero di Lauria non sa profittare della vittoria: senza autorizzazione del suo re concede al conte d’Artois e al legato pontificio una tregua di due anni, riceve una grossa somma e torna in Sicilia, rovinando un’impresa così bene avviata. A Messina, il popolo furibondo ne domanda la morte, ma è salvato da Giovanni da Procida, ecc….Muore in questo stesso anno, 1287, papa Onorio IV e gli succede Niccolò IV; ecc…”. Riguardo la ricostruzione storica degli avvenienti negli anni 1287 e 1288, il Carucci, a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Infatti, il Carucci, nel suo vol. II, a p. 186, continua con un documento del 1289, riportando un documento del 1289 e, saltando i documenti ed il periodo del 1287 e 1288. Mi chiedo se il Carucci, in questo riepilogo storico si riferisse all’anno 1287 o si riferisse ad avvenimenti accaduti nell’anno prima ?. Sicuramente le notizie storiche degli avvenimenti che riguardano l’anno 1287 sono scarsissime e quelle certe risalgono, come vedremo meglio innanzi, agli anni 1290, dal 4 luglio al 4 dicembre 1290 in cui Carlo Martello, nominato vicario dal re Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo che si recò in Francia, inizia a preoccuparsi di riconquistare le posizioni perdute o i centri occupati del Principato, come Padula, Policastro, Sanza ecc…..Infatti, Carlo Carucci, riguardo gli anni successivi, come ad esempio l’anno 1290, in proposito scriveva che: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, non cessano da ambo le parti le rappresaglie e le operazioni guerresche, pur tra continue scambievoli proteste. Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di Pantuliano, oggi Castelcivita, sito in fondo alla valle del Calore, affluente del Sele, e ne scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, e tenta quindi di muovere con l’esercito contro Castellabate. Quest’ultima impresa però lo fallisce.”. Dunque, queste le uniche parole riguardo la conquista di Policastro che in questo passo il Carucci dice ad opera di Carlo Martello negli anni successivi al 1290. Questa è l’unica notizia certa riguardo l’occupazione di Policastro e di Camerota, forse avvenuta nell’anno 1287, da parte degli Almugaveri, perchè sappiamo dai documenti angioini che in seguito, nell’anno 1290, Policastro fu ottenuta da Carlo Martello, vicario nel Principato di Carlo II d’Angiò lo Zoppo, per un tradimento fatto alla guarnigione degli almugaveri che ivi si erano stanziati nel castello. Ma da quale notizia storica gli storici locali desumono che Policastro fu attaccata ed espugnata dagli almugaveri nell’anno 1287 ?. Non saprei dire. Posso solo dire che le cronache di Ramon Muntaner e di d’Esclot ci parlano di quel periodo storico che come scriveva il Carucci, riguardo l’anno 1287 scriveva che: “Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli. La popolazione in questa città è in sommossa, onde pare sicuro il dissolvimento del governo angioino. Ecc..”, ovvero ci parla degli avvenimenti accaduti nel 1287 quando Ruggiero di Lauria si lancia all’assalto di Napoli. Carlo Carucci, parlando del periodo in cui Rugiero di Lauria cerca in tutti i modi di invadere il Regno di Napoli degli Angiò, scriveva che gli Almugaveri, dopo aver invaso la Basilicata e aver penetrato nella Valle del Tanagro, “occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno“. Il Carucci si riferisce a dopo l’anno 1286. Dunque, il Carucci a p. 185 del vol. II, riferendosi a l’anno 1287 scriveva che: “Muore in questo stesso anno, 1287, papa Onorio IV e gli succede Niccolò IV; ecc…”. In Carucci arriviamo al 1290, 5 settembre, quando da Eboli, Carlo Martello accoglie la supplica dei cittadini di Roccagloriosa e gli concede i proventi della loro bagliva che invece potevano utilizzare per la riparazione del castello. La città di Pantuliano venne assediata e riconquistata nel settembre del 1290 e, che il 13 ottobre 1290, la città di Policastro era libera dagli almugaveri e ritornata alla casa d’Angiò. E’ il documento CXLV pubblicato dal Carucci a p. 243, vol. II conservato nei Registri Angioini n. 54, fol. 241a. Di quel periodo e di Ruggiero di Lauria ha scritto Michele Amari (…), il quale, nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a pp. 291-292-293, riferendosi a dopo l’anno 1287, che salta completamente portandosi all’anno 1288-89, in proposito scriveva che: “Carlo II, intanto, passato di Provenza in Italia, fece omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta la parte guelfa d’Italia…….Perchè Giacomo, risolutamente l’assaltò, la primavera dell’ottantanove, intendendo la liberazione dello Zoppo e le successive negoziazioni, tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio, il quindici aprile, con quaranta tra teride e galee, montate da quattrocento cavalli, e dieci migliaia di fanti Messinesi e altri Siciliani; il quindici maggio muove lungo la costiera occidentale di Calabria, avanzandosi ei di terra con le genti, l’ammiraglio con la flotta, ecc…Occuparono Sinopoli, ecc…Arrendeasi indi a’ Siciliani Amantea, ecc…Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza ecc… Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida, che per lui si teneano; soprastette in Ischia ecc..”. Poi a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare. Ricantando le bravate dei baroni di Carlo,…….ecc…, ma il guelfo Villani accetta esser tornato utilissimo quell’accordo al regno di Puglia; e Carlo stesso ecc…dall’esser rimasto Giacomo signore della più parte delle Calabrie, oltre le terre occupate qua e la per altre province; e da altri onorevoli patti ecc..”. L’Amari, a p. 295 scriveva che Giacomo II di Aragona il 7 settembre prese il porto di Messina, “dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare“. Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. In questo passo l’Amari parla del Patto di Gaeta tra Giacono II di Aragona e Carlo II d’Angiò. Dunque, l’Amari scrive Ognissanti del 1291. Di quegli anni e, delle incursioni degli Almugaveri nelle nostre terre nell’anno 1287 ha scritto Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati’, pubblicato nel 2001, a pp. 51-52-53 e, parlando di Morigerati all’epoca Angioina, riferendosi all’anno 1287, in proposito scriveva che: “L’accenno all’esistenza o meno delle saline ci mostra un quadro tragico: se la popolazione abbandona le preziose saline vuol dire che la guerra stava creando danni seri e, infatti, la situazione muta nel 1287 allorchè il baluardo Cilento venne attaccato dagli almugaveri che scendevano dai monti, e via mare con due flotte da 12 e 20 galee, una di queste assale Policastro. L’attacco congiunto ottenne l’effetto voluto: davanti a queste truppe la città cadde e gli abitanti vennero uccisi o fatti prigionieri, pochi si salvarono con la fuga. Per tre anni, le terre del basso Cilento rimasero in potere degli almugaveri con conseguenze facilmente intuibili; sarà Carlo Martello, Vicario del regno, a liberarle nell’anno 1290 con il valido aiuto di Guglielmo Pellegrino (o Peregrino) e Leonardo di Alatri che vennero ricompensati per il loro valore con l’assegnazione del feudo di Sanza in parti uguali (13). Due erano i punti fortificati, essendo praticamente ai confini tra Aragonesi e Francesi: Policastro e Roccagloriosa; dunque Morigerati venne a trovarsi sulla linea di guerra: è questo il periodo di maggiore depauperamento per il terrore delle aggressioni Aragonesi. Viene organizzato anche il reperimento di viveri affinchè gli abitanti non abbandonassero le terre e le difese, non potendo provvedere con la normale semina-raccolto (14). Chi riesce ad uccidere almugaveri viene pagato (15) e vengono organizzate bande di armati per combatterli, quella che agisce nel territorio del Bussento è al comando di Rainaldo di S. Dena che, all’occorrenza, ha il permesso non solo di ritirarsi nel castello, ma di rifornirsi di quanto occorre (16)….Tra il luglio ed agosto del 1296 gli almugaveri attaccano in forze e arrivano a scorazzare fino al fiume Sele, il castello viene colpito il primo agosto….”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 142.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cit., 13 ott. 1290 vendita di frumento, orzo e miglio a Policastro, 25 gennaio 1291 richiesta del re di provvedere di viveri la zona in questione.”. Il Gentile (…), a p. 59, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cit., pag. 149, 16 ottobre 1290.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cit., pag. 291, Trani, 13 gennaio 1292. L’ordine del re pervenne al castelliere di Policastro.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cit., pag. 288, 2 novembre 1291.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Cit., pag. 145.”. Carlo Carucci (…), citato dal Gentile, a p. 120 e 121 riporta i due documenti angioini, il documento XIII a p. 119 del 17 marzo 1283 da Melfi in cui Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo, primogenito del re e principe di Salerno, informa le autorità di avere affidato a Tommaso Sanseverino la difesa del Principato e poi l’altro documento, il n. XV, del 28 luglio 1283, da Nicotera dove Carlo Martello d’Angiò, principe di Salerno “scrive alle persone addette alla custodia del Golfo di Policastro ecc…”. Il Gentile cita sempre il Carucci e cita anche il vol. II, le pp. 249, 291, 304, 330, 331, di cui parlerò innanzi. In questo passo però il Gentile, sebbene io credo faccia riferimento solo al Carucci (…), egli non riporta nessuna nota bibliografica. La notizia del Gentile che scrive: “….la situazione muta nel 1287 allorchè il baluardo Cilento venne attaccato dagli almugaveri che scendevano dai monti, e via mare con due flotte da 12 e 20 galee, una di queste assale Policastro. L’attacco congiunto ottenne l’effetto voluto: davanti a queste truppe la città cadde e gli abitanti vennero uccisi o fatti prigionieri, pochi si salvarono con la fuga.“, ovvero la notizia che nell’anno 1287 gli almugaveri occuparono il baluardo del Cilento. Carucci dice addirittura che le forze siculo-aragonesi vennero via mare con due flotte di galee ed una di queste assalì Policastro, mettendo in fuga quei pochi cittadini rimasti. Credo che il Gentile, come dicevo, avesse preso questa notizia dal Carucci che nel suo vol. II, a pp. 184-185, diceva solo che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, …….occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno.”, senza però documenti a suffragio delle notizie riferite. Infatti il Gentile a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 142.”, riferendosi a p. 142 del vol. II del Carucci che però non parla dell’anno 1287 ma parla dell’anno 1284. Io credo che le notizie riferibili all’anno 1287 siano state desunte dagli avvenimenti e dai documenti degli anni 1289-90. Infatti, il Gentile, proseguendo il suo racconto scriveva pure che: “Per tre anni, le terre del basso Cilento rimasero in potere degli almugaveri con conseguenze facilmente intuibili;…”. Dunque, se gli almugaveri dovettero sloggiare nel 1290 va da se che avendo occupato Policastro ed altri centri per tre anni, essi, erano arrivati nell’anno 1287. Il Gentile ci da la stessa notizia anche per Camerota. Il Gentile (….), a p. 93 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, a p. 93, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e. ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”. Dunque, il Gentile, riferisce che dopo l’occupazione degli Almugaveri nel 1287, Camerota fu liberata nell’anno 1290 da re Carlo Martello che nel frattempo era succeduto a Roberto d’Angiò. Angelo Gentile (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Dunque, il Gentile, ci informa che dopo l’occupazione di Camerota da parte delle forse Siculo-Aragonesi e degli Almugaveri al soldo di Giacomo d’Aragona, Camerota fu liberata dal prinicipe di Salerno Carlo Martello d’Angiò. Infatti, il Gentile riporta una notizia riportata anche da Ebner (…), nel suo vol. I di “Chiesa, popolo e baroni ecc…” che, a p. 583, parlando di Camerota scriveva che: “Il 25 gennaio 1291 Carlo Martello ordinò a G. Bursone, Tommaso Sanseverino e Raimondo di Avella, incaricati delle riscossioni fiscali, ecc….”.
Nel 15 luglio 1287, i patti di tregua della pace di Oleron, non del tutto rispettata
Dopo che un primo accordo, preso ad Oléron, nel 1287, fu bocciato dal Papa Nicola IV, il 27 ottobre 1288 a Canfranc, nel nord dell’Aragona, fu trovato un accordo che mantenendo lo status quo nel regno di Sicilia, prevedeva la liberazione del re di Napoli, Carlo (II) d’Angiò detto lo Zoppo, ancora prigioniero in Aragona, in cambio dei suoi tre figli che dovevano rimanere in ostaggio al suo posto. Dopo che Carlo II venne liberato ed incoronato, Re di Sicilia, dal papa a Rieti, il 19 giugno del 1289, il papa annullò gli impegni presi col Trattato di Canfranc e riprese la guerra in Sicilia contro Giacomo il Giusto. Nell’agosto dello stesso anno, però a causa dei mamelucchi che minacciavano Acri, fu siglata una tregua di due anni. Ritornando alla questione di re Giacomo II di Aragona re di Sicilia, e della guerra che in quegli anni, nonostante una tregua stipulata con gli Angioini, continuò le incursioni e le conquiste sul litorale Tirrenico, Carlo Carucci (…), vol. II, p. 185, nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Interessante è ciò che scrisse Amedeo La Greca (…) sull’argomento , nel suo Appunti di Storia del Cilento, cap. XIV, a p. 183 in proposito scriveva che: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. Per il periodo successivo all’anno 1287, ovvero dopo la stipula della tregua firmata tra gli angioini e gli aragonesi, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Ebner, in sostanza ci racconta che dopo la stipula della tregua (a. 1287), nell’anno 1288 e nell’anno 1288, Carlo Martello, nipote di Carlo I° d’Angiò e che alla sua morte fu messo sotto la tutela del conte d’Artois (Roberto d’Angiò), essendo nel 1285 il principe Carlo imprigionato in Spagna, era stato nominato reggente del Regno di Napoli insieme al cardinale Gerardo di Palma, “con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che Carlo Martello riconquistò diverse posizioni che in precedenza erano state occupate dagli almugaveri. Secondo Ebner che si riferiva agli anni 1288 e 1289, Carlo Martello riconquistò il castello di Pantuliano ed ottenne per tradimento Policastro e Camerota. Solo Castellabate restò, come vedremo sempre nelle salde mani degli almugaveri e delle forze siculo-aragonesi di Ruggiero di Lauria e di re Giacomo II d’Aragona. Per la tregua firmata nel 1287 tra gli Angioini e Ruggero di Lauria hanno scritto i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato a Lauria nel 2000. I due studiosi, a p. 110, in proposito scrivevano che: “Fu così che dopo un primo accordo firmato il 15 luglio 1287 a Oleron in Bearn e non accettato il 27 ottobre del 1288 si giunse al trattato di Campofranco con cui Afonso III s’impegnava a liberare il principe Carlo lo Zoppo in cambio della consegna ecc…”. Dunque, in sostanza, a fronte della liberazione del principe Carlo detto lo Zoppo, figlio di Carlo I d’Angiò e futuro re Carlo II d’Angiò che nel frattempo era rimasto prigioniero degli aragonesi, i due contendenti vennero a patti e stipularono una tregua. Scarlata M. e Sciascia L., nel loro ‘Documenti sulla luogotenenza di federico d’aragona, acta siculo-aragonensia’, a p. 14 scrivevano che: “Dal punto di vista politico il Loria, avversario temibile sui mari, dispone quasi di una totale libertà d’azione tanto da concludere nel 1287 una tregua con l’angioino senza consultare il consiglio del re (28).”. I due autori a p. 14 nella nota (28) postillavano che: “(28) Cod. dipl., I, cit., Prefazione, p. CLXXIV e doc. CLXXXI, p. 421.”. I due autori si riferivano al testo di La Mantia (….), Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia, vol. I (anni 1282-1290), pubblicato a Palermo nel 1917. Il La Mantia, nella sua ‘prefazione’ al vol. I, a pp. CLXXIV in proposito scriveva che: “…; e lo scopo si sarebbe raggiunto se la tregua del Loria con gli Angioini di Napoli nel 1287 non avesse ecc…”. Per quel periodo e per l’anno 1287, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate. Ovunque, in vallate e pianure del Cilento vi era guerriglia. Pattuglie di Almugaveri si spinsero fino a Salerno. Ecc…”. Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, a p. 185, riferendosi a Carlo II d’Angiò e agli anni del 1289-1290 conclude quel periodo con le seguenti frasi: “Torna così in Francia e quindi in Italia, ecc….; a Rieti è coronato re dal papa e il 9 luglio ’89 entra in Napoli. Il papa però non approva il trattato e allora riarde la guerra per terra, specialmente sulla frontiera del Principato, e per mare. Re Giacomo si spinge fino a Gaeta, di cui occupa la rocca, ma ivi poi si trova assediato da truppe accorse da tutte le parti del Regno e, per opera del papa, da varie parti d’Italia. Nè manca, contravvenendo ai patti, di presenziare alle operazioni di assedio Carlo II.”.
Nel mese di Agosto del 1289, la tregua di Gaeta
Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. In questo passo l’Amari parla del Patto di Gaeta tra Giacono II di Aragona e Carlo II d’Angiò. Dunque, l’Amari scrive Ognissanti del 1291. Michele Amari (…), nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a pp. 291-292-293, in proposito scriveva che: “Carlo II, intanto, passato di Provenza in Italia, fece omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta la parte guelfa d’Italia…….Perchè Giacomo, risolutamente l’assaltò, la primavera dell’ottantanove, intendendo la liberazione dello Zoppo e le successive negoziazioni, tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio, il quindici aprile, con quaranta tra teride e galee, montate da quattrocento cavalli, e dieci migliaia di fanti Messinesi e altri Siciliani; il quindici maggio muove lungo la costiera occidentale di Calabria, avanzandosi ei di terra con le genti, l’ammiraglio con la flotta, ecc…Occuparono Sinopoli, ecc…Arrendeasi indi a’ Siciliani Amantea, ecc…Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza ecc… Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida, che per lui si teneano; soprastette in Ischia ecc..”. Poi a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare. Ricantando le bravate dei baroni di Carlo,…….ecc…, ma il guelfo Villani accetta esser tornato utilissimo quell’accordo al regno di Puglia; e Carlo stesso ecc…dall’esser rimasto Giacomo signore della più parte delle Calabrie, oltre le terre occupate qua e la per altre province; e da altri onorevoli patti ecc..”. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato a Lauria nel 2000, a p. 110, riportano la stessa notizia ed in proposito scrivevano che: “Nella stessa primavera del 1289 Giacomo II, ……forte dell’appoggio dei nobili siciliani e dell’invincibile Ruggiero di Lauria, decise di muovere in modo risoluto contro il regno angioino. L’Ammiraglio, ….il 15 aprile con quaranta tra tarìde e galee, quattrocento cavalli, diecimila fanti e tutti nobili messinesi, salpò dal porto di Messina con il re che avrebbe risalito la penisola calabrese via terra con l’esercito, mentre lui con la flotta lo avrebbe protetto dal mare. In poco tempo Giacomo II riconquistò le terre che erano passate con i francesi: Sinopoli ecc….“. Sempre i due studiosi a p. 113 scrivevano che: “Concluso l’assedio di Sangineto, Giacomo II e l’Ammiraglio fecero vela verso il Principato. Dopo aver toccato Scalea, visitarono Castel dell’Abbate, nei pressi di Agropoli, distante trentaquattro miglia da Salerno, e da lì si portarono nelle isole del Golfo di Napoli, Capri, Ischia e Procida già in loro possesso. Il 27 giugno 1289 partirono per Gaeta, dove giunsero l’ultimo giorno del mese.”.
Nel 30 agosto 1289, re Giacomo II e Ruggiero di Lauria rischiarono la flotta a Palinuro
Michele Amari (…), nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare.”. L’Amari, a p. 295 scriveva che Giacomo II di Aragona il 7 settembre prese il porto di Messina, “dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare“. Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato a Lauria nel 2000, a p. 116, dopo aver parlato della tregua stipulata “con il trattato si stabiliva una tregua di due anni,“fino al dì d’Ognissanti del novantuno” in proposito scrivevano che: “Come nei patti i francesi levarono prima il campo. Il 30 agosto Ruggiero di Lauria fece vela verso la Sicilia. Giunto sul far della notte nei pressi di Palinuro fu investito da una grande tempesta di mare. Mentre procedeva innanzi alle altre galee, facendo strada, alcune furono inghiottite dalla forza delle onde. Soltanto il 7 settembre la galea dell’Ammiraglio, che ospitava anche Giacomo II, giunse nel porto di Messina seguita alcuni giorni dopo dai legni superstiti.”. Secondo i due studiosi questa notizia dovrebbe essere tratta dal chronicon di Bartolomeo Nicastro (…), cap. CXII.
Nel 1289, Giacomo II di Aragona, re di Sicilia, si ferma a far visita a Castellabate
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, pp 657-658 che ci parla degli Almugaveri e di Giacomo II d’Aragona nel 1287. Ebner, parlando del casale di Castellabate, in proposito scriveva che: “….Castellabate venne persino occupata da re Giacomo di Sicilia (a. 1286) che la visitò tre anni dopo.”. Rileggendo “La Baronia del Cilento” di Matteo Mazziotti (…), nel suo capo IV “Il Castello dell’Abbate”, al punto VI, a pp. 54-55 egli, parlando di Castellabate e riferendosi a re Giacomo II di Aragona, in proposito aggiungeva che: “……che vi si recò di persona nel 1289 (1) e ne conservò il possesso per diversi anni. In tale incontro Castellabate con i suoi casali fu miseramente saccheggiata dagli invasori. L’abate del tempo, Rainaldo, pochi anni dopo, perdurando la guerra, ritenne di non essere in grado di difendere validamente Castellabate e cedette nel 1299 per 10 anni il castello ed il paese a Giovanni di Monforte, conte di Squillace e ciambellano di Re Carlo II, riservandosi soltanto la giurisdizione spirituale (2)……Nello stesso anno le truppe angioine assediarono Catellabate e l’obbligarono a cedere. Innanzi al castello stesso, in data 3 marzo di quell’anno fu stipulata la resa.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che Giacomo II di Aragona, nel 1289 si recò di persona a Castellabate a far visita al suo castello e fortezza. Secondo il Mazziotti (…) che scriveva sulla scorta della cronaca del Jamsilla (…), di cui parlerò in seguito, re Giacomo II di Aragona fece visita a Castellabate nel 1289 dopo essere stato a Scalea e prima di partire definitivamente il 27 del mese per Gaeta. Il Mazziotti (…), a p. 55, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nella cronaca di Nicola IAMSILLA si legge: “Il Re facendo visita la terra di Scalea, Castellabate e così le isole di Capri, di Procida e d’Ischia e riposatosi alquanto in Ischia ai 27 giugno partì e l’ultimo del mese fu a Gaeta.”. Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877 a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Dunque, il Guillaume citava Domenico Tomacelli (…), ‘Storia del Reame di Napoli’, pubblicato nel ……, la sua p. 231. Infatti, il Tomacelli (…), nel suo vol. II, a pp. 232-233, riferendosi a Ruggiero Sanseverino in proposito scriveva che: “…che con quelle bastavano a ridurre Castellabate e torlo dalle mani di quei bestiali almugaveri che vi si erano afforzati dentro fin dall’anno 1286, ecc…”. Riguardo l’occupazione di Castellabate da parte di Giacomo II di Aragona, Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Il Guillaume (…), a p. 190, nella sua nota (15), riguardo Castellabate e la sua occupazione postillava anche di: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an..”. Il Guillaume si riferiva all’opera di Antonio Ludovico Muratori (…), Annali d’Italia dal principio dell’era volgare fino al 1749′ e, credo per l’anno 1289 che si trova nel tomo VII. Infatti, nella seconda edizione del Muratori (…), vol. XI, a p. 207, per l’anno 1289 troviamo scritto che: “Imbarcatosi di nuovo il Re Giacomo visitò Scalea, il Castello dell’Abbate, e le Isole di Capri, Procida e Ischia, che ubbidivano alla sua Corona, e perciocchè da alcuni della città di Gaeta gli era data speranza, che s’egli fosse venuto gli avrebbero aperte le porte della città.”.
Nel 1290, re Carlo Martello nominò Roberto di Tortorella, capitano di Padula
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 677, parlando del casale di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Abbadia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella.”. Nel novembre del 1290 (10), Girolamo, figlio di Guido, con il consenso della moglie, vendette un terreno con vigna a Policastro, “ubi Molinelli dicuntur”, per un’oncia d’oro al D.no Roberto di Tortorella.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, contenuto nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, contenuto nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”.
Nel 1290, Rainaldo S. Denna e la sua banda autorizzato a combattere ed a contrastare gli attacchi degli almugàvari
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 parlando degli almugàvari di Matteo Fortuna scriveva che: “La ferocia dei mercenari, assetati di sangue, di donne e di preda costrinse il popolo a difendersi. Il notaio Ursone Massa, fuoriuscito da Castellabate, e Rinaldo di S. Denna di Padula costituirono, insieme ad altri e con assenso reale, bande simili a quelle degli Almugàvari, addestrandole alla guerriglia (62).”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a p. 155, in proposito scriveva che: “Le popolazioni inermi furono costrette a subire passivamente le violenze degli Spagnoli e solo in qualche caso si organizzarono in bande armate, quali quelle giudate dal notaio Ursone di Massa, profugo da Castellabate, e Rinaldo di S. Denna, di Padula, che difesero per quel che poterono le contrade facendo ricorso allo stesso sistema della guerriglia.Ecc..”. Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 56 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1291 di Policastro scriveva che: “Chi riesce ad uccidere almugaveri viene pagato (15) e vengono organizzate bande di armati per combatterli, quella che agisce nel territorio del Bussento è al comando di Rainaldo di S. Dena che, all’occorrenza, ha il permesso non solo di ritirarsi nel castello, ma di rifornirsi di quanto occorre (16)…”. Il Gentile (…), a p. 59, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cit., pag. 149, 16 ottobre 1290.”. Il Gentile si riferiva a Carlo Carucci (…), al suo vol. II “La Guerra de Vespro nella frontiera del Principato”, ed al documento pubblicato a p. 149, del 16 ottobre 1290. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cit., pag. 291, Trani, 13 gennaio 1292. L’ordine del re pervenne al castelliere di Policastro.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 244, parlando di Padula, scriveva solo che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso Sanseverino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor ecc….(28). Il conte d’Artois informa Tommaso Sanseverino che Rainaldo di S. Dena gli ha riferito che persone di Padula di cui non conosce i nomi, hanno uccise tre suoi soci e un loro prigioniero rubando anche cose appartenenti alla sua società. Il conte ordina (29) d’indagare e di infliggere punizioni ecc…“. Su questo personaggio Rainaldo di S. Denna o S. Dena, Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 244, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f. 66t = Reg. C, a= vol. I, p. 221, n. 128.” e, a p. 245, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. 56, f 69, Trani, 25 genn. 1292 = vol. II, p. 291, n. 185: “et plurima bona mobilia societatis: una banda, come quella di Ursone Massa di Castellabate che, autorizzate dal governo, avevano impreso a fare la guerriglia per rintuzzare quella degli almugaveri.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (28) si riferiva al Registro Angioino “C”, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli ma poi in seguito andato perso. Ebner postillava: “(28) Reg. 4, f. 66t = Reg. C, a= vol. I, p. 221, n. 128.” e, si riferiva al documento angioino n. 128 contenuto nel vol. I, a pp. 214-215 della II° edizione del “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, a cura di Riccardo Filangieri (…), dove il n. 128 si postilla che: “Fonti: Minieroi-Riccio, ‘Alcuni fatti ecc…’, p. 44 (transun.); Faraglia, Saggio di corografia abbruzzese, in A.S.N., p. 436, ecc..”, dove per “Padula di Principato” erano previste 150 salme. Alcune notizie contenute in due documenti angioini del 1291, riguardano Rainaldo de S. Dena. Pare che questo personaggio di Padula, Rainaldo de S. Dena, capeggiasse una piccola banda che doveva talvolta intervenire contro gli attacchi degli Almugaveri nemici. Pare che a quei tempi, Tommaso Sanseverino che era stato nominato a sovrintendere alle operazioni militari delle forze angioine contro quelle spagnole di Pietro e poi di Giacomo d’Aragona dopo, avesse autorizzato la formazione di bande che operavano nelle nostre terre per creare disturbo agli assalitori ed intervenire in occasione dei numerosi assalti nemici. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Il Carucci (…), scrivendo che “gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula; ecc…”, riporta la stessa notizia che riportava Felice Fusco (…) tratta da Piero Cantalupo (…). Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Dunque, il Fusco si riferiva al testo di Cantalupo, vol. I, p. 215.
Nel 1290, Carlo Martello d’Angiò, figlio primogenito di re Carlo II d’Angiò assale e riconquista le posizioni occupate dagli Almugaveri a Civita Pantuliano, a Capaccio, ad Agropoli, Camerota e Policastro
Pietro Ebner (…) nel suo vol. II parlando di Pantoliano “villaggio scomparso” a p. 273 scriveva solo che: “Si legge ancora nei ‘Registri’ che il 5 settembre 1290 Carlo Martello inviò da Napoli Nicola Verticello in diversi centri del Principato per approntarvi balestrieri da riunire a Eboli per l’assedio di Pantoliano (3).”, e nella sua nota (3) postillava che: “(3) Reg. 54, f 132 = vol. II, , p. 238, n. 138, Eboli, 5 settembre 1290. Salerno, ecc..dovevano approntare i balestrieri per ‘Casale Pantuliani, civitas Pantuliani’.”. Forse notizie più precise riguardo l’occupazione degli Almugaveri a Pantoliano e poi Camerota e Policastro potrebbero essere contenute in questi documenti dell’anno 1290. Angelo Gentile, riferisce che dopo l’occupazione degli Almugaveri nel 1287, Camerota fu liberata nell’anno 1290 da Carlo Martello d’Angiò. Sull’occupazione di Policastro nel 1287, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, riportava alcuni documenti tratti dalla cancelleria angioina ed in particolare a pp. 249, 291, 304, 330, 331. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, parlando del periodo che va dal 4 luglio al 31 dicembre 1290, a p. 229 scriveva questo sunto: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, non cessano da ambo lep arti le rappresaglie e le operazioni guerresche, pur tra continue scambievoli proteste. Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di Pantoliano, oggi Castelcivita, sito in fondo alla valle del Calore, affluente del Sele, e ne scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, e tenta quindi di muovere con l’esercito contro Castellabate. Quest’ultima impresa però gli fallisce.”. Infatti, nelle pagine seguenti alla pagina 229, il Carucci pubblica i documenti che ci dicono degli assedi a Pantuliano, a Camerota e a Policastro. In particolare vediamo il documento n. CXXXVI del 5 settembre 1290, pubblicato dal Carucci a p. 237 e, in cui Carlo Martello d’Angiò accoglie la supplica degli abitanti di Roccagloriosa per le spese del castello ordinando che la bagliva raccolta servisse a questo. Il documento in questione è tratto dalla cancelleria angioina ma il Carucci che non riporta i rferimenti bibliografici. Il documento n. CXXXVIII pubblicato dal Carucci a p. 238 riguarda l’inizio delle operazioni militari che Carlo Martello condurrà per l’assedio di Civita Pantuliano, egli scrive da Eboli nel 5 settembre 1290. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 132a”. Sempre il Carucci pubblica a p. 241 il documento n. CXLII del 20 settembre 1290 in cui Carlo Martello scrive da Pantuliano ai cittadini di Roccagloriosa esonerandoli dal pagamento delle tasse. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 138b.”.
Nell’estate del 1290, Camerota fu liberata dagli Almugaveri
Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Camerota ed a Policastro gli abitanti riuscirono a recuperare la loro libertà insorgendo contro i presìdi aragonesi e trucidandoli.”. Angelo Gentile (…), a p. 93 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”. Dunque, il Gentile, ci informa che dopo l’occupazione di Camerota da parte delle forse Siculo-Aragonesi e degli Almugaveri al soldo di Giacomo d’Aragona, Camerota fu liberata dal principe di Salerno Carlo Martello d’Angiò, Vicario del Regno angiono. Infatti, il Gentile riporta una notizia riportata anche da Ebner (…), nel suo vol. I di “Chiesa, popolo e baroni ecc…” che, a p. 583, parlando di Camerota scriveva che: “Il 25 gennaio 1291 Carlo Martello ordinò a G. Bursone, Tommaso Sanseverino e Raimondo di Avella, incaricati delle riscossioni fiscali, ecc….”. Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse.
Nel 11 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da Matera ai militi del castello di Camerota per consegnarloaTrogisio de Trogisio
Carlo Carucci, a p. 242 pubblica il documento n. CXLIII, del 11 ottobre 1290, in cui Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da matera e: “ordina a Giovanni de Rocco e ai suoi socii di consegnare il castello di S. Severino di Camerota, che tenevano per conto della regia curia, a Trogisio de Trogisio, capitano del Principato, il quale avrà cura di custodirlo con opportuna diligenza. Si recheranno poscia da Rainaldo de Avelia, per avere il premio del servizio prestato.”. Il documento pubblicato dal Carucci è tratto dalla cancelleria angioina: “Reg. ang. n. 54, fol. 147 b.”.
Nel 1290, icittadini di Policastro uccidono 24 almugaveri e liberano la fortezzaoccupata da Leonardo di Alatri
Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Camerota ed a Policastro gli abitanti riuscirono a recuperare la loro libertà insorgendo contro i presìdi aragonesi e trucidandoli.”.Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, parlando del periodo che va dal 4 luglio al 31 dicembre 1290, a p. 229 scriveva questo sunto: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, ecc…….Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di ………scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, eccc….”. Dunque, il Carucci riassume quel momento storico (a. 1290) in cui Carlo Martello d’Angiò, Vicario del Regno e di Carlo II d’Angiò, Re di Napoli, riesce ad impossessarsi di Policastro e di Camerota. Il Carucci però scriveva pure che: “Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota”. Carucci scriveva che Policastro ritornò alla fede Regia dei d’Angiò a causa del tradimento, di un inganno di Carlo Martello. Si, proprio così. Carlo Martello, nel 1290 si impossessa di nuovo di Policastro promettendo a Leonardo di Alatri o di Alatro, capo degli Almugaveri che avevano occupato Policastro nel 1287, il feudo di Sanza. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a pp. 337-338, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno 1290 il re concesse a Guglielmo Pellegrino e a Leonardo di Alatri, in porzioni uguali, il feudo di Sansa in premio per quanto avevano fatto per il ritorno di Policastro in potere sovrano (42). “. Ebner a p. 338 nella sua nota (42) postillava che: “(42) Reg. 54, f 253 = Carucci, cit., II, p. 242.”. Questo documento è stato pubblicato da Carlo Carucci (…), vol. II, p. 242, doc. n. CXLIV del 1290: “Reg. ang. n. 54, fol. 253a.”, di cui il Carucci a p. 242 scriveva che: “Pel cattivo stato di conservazione della pergamena non è possibile un transunto letterale del documento, il quale riguarda la concessione della terra di Sansa a Guglielmo Pellegrino ed a Leonardo de Alatri, in porzioni eguali, in premio della parte da loro avuta nel ritorno di Policastro in potere del sovrano.”. E’ forse questo il documento che dimostra come Policastro fosse stato occupato dagli Almugaveri o comunque dalle forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I° d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. La liberazione dell’avamposto di Policastro e del suo Castello fu assicurato alla casa d’Angiò grazie alla promessa del feudo di Sanza al ribelle “Leonardo de Alatri“ o “ALATRO”, che come ho detto è dimostrato dal documento n. CXLIV del 1290 che è pubblicato dal Carucci nel vol. II a p. 242 e, come dimostra pure il documento n. CXLVIII, pubblicato a p. 246. Ma, il feudo di Sanza verrà tolto a Leonardo de Alatri come dimostra l’altro il documento n. CXLIX, pubblicato a p. 247 ed in cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore ecc..ecc..”.
Nel 16 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte di Artois scrive da Spinazzola per pagare Leonardo di Campagna (o di Alatri) per fargli consegnare il castello di Policastro
Carlo Carucci (…), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, a p. 246 riportava il documento n. CXLVIII del 16 ottobre 1290, da Spinazzola in cui il conte d’Artois (Roberto d’Angiò) “informa Guglielmo Peregrino, capitano di Policastro, che Ugo di Brenne, Tommaso Sanseverino, Rainaldo d’Avella e Giacomo Bursone gli consegneranno 150 once d’oro, perchè compia quanto già a voce gli ha ordinato, e cioè: dia a Leonardo di Campagna (‘negli altri documenti, di ALATRO) quanto ancora gli si deve sulle 30 once promessegli; gli paghi le spese sostenute per sè, pel fratello e i serventi dal sabato, 7 ultimo scorso, fino al giorno in cui consegnerà il castello; paghi i creditori degli Almugaveri uccisi, in occasione della resa, in Policastro, e di quelli che fuggirono; compensi i danni arrecati al giudice Alfano e al notaio Tancredi da Guglielmo di Padula, già castellano di Policastro, il quale li teneva in sospetto di aspirare a tornare alla fede regia. Conservi il resto del danaro per gli stipendi suoi e dei serventi.”. Il Carucci, vol. II, a p. 246 postillava: “Reg. ang. n. 54, fol. 155a”. Sempre il Carucci (….), a p. 247 del vol. II cita un altro documento angioino che riguardava Policastro e gli Almugaveri vinti nel 1290. Deve riferirsi a questa notizia quando Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 56 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1287 di Policastro scriveva che: “sarà Carlo Martello, Vicario del regno, a liberarle nell’anno 1290 con il valido aiuto di Guglielmo Pellegrino (o Peregrino) e Leonardo di Alatri che vennero ricompensati per il loro valore con l’assegnazione del feudo di Sanza in parti uguali (13).“. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 242.”. Sempre Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, a pp. 247 e p. 250 pubblica due documenti tratti dalla cancelleria angiona che riguardano questo personaggio detto in un documento Leonardo di Camapgna e in un altro Leonardo de Alatro o Alatri. Questi due documenti che riguardano Policastro, sono del 1290 ed entrambi sono forse la riprova che a Policastro prima del settembre 1290 vi fossero stati per lungo tempo Almugaveri o forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. Carucci a p. 247 pubblica il documento n. CXLIX del 16 ottobre 1290, in cui il conte d’Artois scrive da Spinazzola e, di cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore, è tornato alla fede della Romana chiesa e del Re, ha innalzato sulle mura il vessillo regio e ha reso il castello. Concede perciò a lui, ai suoi parenti e a quanti furon con lui al servizio dei nemici, completo indulto nelle persone e negli averi, concede gli stipendi che spettavano a lui, al fratello e ai serventi fino al 5 ultimo scorso, dei quali già ha fatto dare un acconto da Guglielmo Peregrino, ivi destinato capitano e castellano, e gli farà pagare le spese fatte fino al giorno della consegna del castello. Ha inoltre dato ordineche nessuno gli dia molestia, sia in Policastro che fuori, e che lui e ai suoi eredi sia corrisposta dalla regia curia un’annua provvigione di 20 once d’oro.”. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 155a.”. Il Carucci, riguardo Leonardo di Alatri pubblica ancora un altro documento a p. 249 il doc. n. CL del 16 ottobre 1290, in cui sempre il conte d’Artois (Roberto d’Angiò) scrive da Spinazzola “informando Leonardo di Alatri d’aver nominato Guglielmo Pellegrino, connestabile di Melfi, castellano e capitano del castello e della terra di Policastro. Gli ordina quindi di consegnargli il castello colle munizioni, le armi, e ogni altra cosa in esso esistenti. Ordina poi al castellano di Melfi di prendere dal castello delle balestre coi rispettivi apparechi e delle casse di quadrelli e farle tenere allo stesso Peregrino e ordina a Ruggiero Costa di fare altrettanto, senza indugio o negligenza, dovendosi presto provvedere di munizioni il castello di Policastro.”. Il Carucci postillava essere il documento tratto da: “Reg. ang. n. 54, fol. 154b.”.
Nel 12 ottobre 1290, il re raccomandava la difesa di Policastroe nominava Guglielmo Pellegrino
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re raccomandava di provvedere alla difesa di Policastro ordinando a Tommaso Sanseverino di corrispondere al capitano Guglielmo Pellegrino 150 once d’oro (40).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (40) postillava che: “(40) Reg. 54, ff 152 e 155.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re ordinava a Guglielmo Pellegrino, “comestabulo di Melfie”, di condurre a Policastro 40 stipendiari a cavallo e 130 a piedi, di cui 30 dovevano rimanere sempre nel castello, come guarnigione. Nello stesso giorno il conte d’Artois comunica a tutti che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici a Policastro aveva levato sul castello il vessillo reale per cui concedeva a lui e ai suoi il più largo indulto (41).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (41) postillava che: “(41) Reg. 54, f 155, v. pure Reg. 54, f 154 ter.”. Infatti, deve riferirsi a questa notizia quando Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia citata da Orazio Campagna (…) e dai due studiosi Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del “re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari“.
Nel 12 ottobre 1290, il re ordinava a Guglielmo Pellegrino
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re ordinava a Guglielmo Pellegrino, “comestabulo di Melfie”, di condurre a Policastro 40 stipendiari a cavallo e 130 a piedi, di cui 30 dovevano rimanere sempre nel castello, come guarnigione. Nello stesso giorno il conte d’Artois comunica a tutti che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici a Policastro aveva levato sul castello il vessillo reale per cui concedeva a lui e ai suoi il più largo indulto (41).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (41) postillava che: “(41) Reg. 54, f 155, v. pure Reg. 54, f 154 ter.”.
Nel 1290, il re concede a Pellegrino e a Alatri i feudi di Policastro e Sansa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a pp. 337-338, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno 1290 il re concesse a Guglielmo Pellegrino e a Leonardo di Alatri, in porzioni uguali, il feudo di Sansa in premio per quanto avevano fatto per il ritorno di Policastro in potere sovrano (42). “. Ebner a p. 338 nella sua nota (42) postillava che: “(42) Reg. 54, f 253 = Carucci, cit., II, p. 242.”. Questo documento è stato pubblicato da Carlo Carucci (…), vol. II, p. 242, doc. n. CXLIV del 1290: “Reg. ang. n. 54, fol. 253a.”, di cui il Carucci a p. 242 scriveva che: “Pel cattivo stato di conservazione della pergamena non è possibile un transunto letterale del documento, il quale riguarda la concessione della terra di Sansa a Guglielmo Pellegrino ed a Leonardo de Alatri, in porzioni eguali, in premio della parte da loro avuta nel ritorno di Policastro in potere del sovrano.”. E’ forse questo il documento che dimostra come Policastro fosse stato occupato dagli Almugaveri o comunque dalle forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I° d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. Credo però che questo documento avrebbe dovuto apparire dal Carucci non posteriore a quello di p. 247 (il documento n. CXLIX), in cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore ecc..ecc..”.
Nel 21 febbraio 1291, Carlo Martello fece liberare l’Abbate del monastero di S. Pietro di Licusati
Angelo Gentile (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a pp. 595-596, riporta un documento simile a quello n. 35 riportato dall’Amari (…) che il Carucci riporta col n. CDXXXV, dove nell’anno 1299, 4 Aprile, Napoli, Castellabate: “Reg. ang., n. 96, fol. 36b. Ed. dall’Amari, op. cit., App. doc. XXXVII.”, in proposito presentava scrivendo che: “Re Carlo II confema parecchi patti stipulati tra Tommaso Sanseverino e gli Almugaveri di Castellabate, i quali, dopo la cessione del fortilizio, erano passati o tornati alla fede regia. Fa i nomi di questi Almugaveri.”.
Nel 1292, Castellabbate venne liberata dall’assedio degli almugaveri di Giacomo II di Aragona
Rileggendo “La Baronia del Cilento” di Matteo Mazziotti (…), nel suo capo IV “Il Castello dell’Abbate”, al punto VI, a pp. 54-55, egli scriveva che: “Una lunga serie di gravi avvenimenti scosse profondamente Castellabate nella guerra protrattasi per parecchi anni tra gli aragonesi e Carlo II d’Angiò. Il suo territorio fu occupato nel 1286 da Giacomo d’Aragona e la stessa fortezza cadde nelle mani di lui che vi si recò di persona nel 1289 (1) e ne conservò il possesso per diversi anni. In tale incontro Castellabate con i suoi casali fu miseramente saccheggiata dagli invasori. L’abate del tempo, Rainaldo, pochi anni dopo, perdurando la guerra, ritenne di non essere in grado di difendere validamente Castellabate e cedette nel 1299 per 10 anni il castello ed il paese a Giovanni di Monforte, conte di Squillace e ciambellano di Re Carlo II, riservandosi soltanto la giurisdizione spirituale (2)……Nello stesso anno le truppe angioine assediarono Catellabate e l’obbligarono a cedere. Innanzi al castello stesso, in data 3 marzo di quell’anno fu stipulata la resa.”. Riguardo le notizie riportate dal Mazziotti, come lui stesso scrive a p. 5: “Qualche accenno vi ha pure nell’opera già citata del Lenormant ed in una piccola, ma accurata monografia recente di Giuseppe Volpe di Pollica (1). Due soli lavori hanno importanza per la storia della regione e vengono dalla famiglia Ventimiglia di Vatolla, molto benemerita di questi studi. Francesco Ventimiglia, che pubblicò nel secolo XVIII le memorie del principato di Salerno, scrisse pure un’opera tuttora inedita, ‘Il Cilento illustrato’, ecc…Domenico Ventimiglia, suo degno figliuolo ecc…”. Dunque, il Mazziotti, dopo aver citato la cronaca di Nicola Iasmilla citava anche il testo di Giuseppe Volpe di Pollica, ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento nel 1888′. Infatti, è proprio da questo testo che il Mazziotti prende le notizie sull’assedio di Castellabate. Il Volpe (…), nell’edizione Ripostes, a p. 60, in proposito scriveva che: “III. Ma infierndo nel 1286 la guerra tra i principi angioini di Napoli e i sovrani aragonesi di Sicilia, non pure i casali suddetti soffrirono gravi danni, ma la stessa Castellabate, la quale veniva ostilmente occupata dalle armi di re Giacomo infino al 1292, saccheggiata indi ridotta a tal punto, che cinque anni dopo contava appena duecentosei famiglie, laddove prima ne numerava ben mille.”. Il Volpe però non riportava nessuna nota bibliografica. Il Volpe scrive che: “….e dai sofferti danni rinfrancatasi Castellabate cò suoi casali, lo stesso re Roberto, nel 1332, ne faceva restituzione a Guizzardo abate cavense (15).”.
Nel 4 aprile 1299, Roberto d’Angiò conferma i patti con gli almugàvari di Castellabate
Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a pp. 595-596, riporta un documento simile a quello n. 35 riportato dall’Amari (…) che il Carucci riporta col n. CDXXXV, dove nell’anno 1299, 4 Aprile Napoli, Castellabate: “Reg. ang., n. 96, fol. 36b. Ed. dall’Amari, op. cit., App. doc. XXXVII.”, in proposito lo presentava scrivendo che: “Re Carlo II confema parecchi patti stipulati tra Tommaso Sanseverino e gli Almugaveri di Castellabate, i quali, dopo la cessione del fortilizio, erano passati o tornati alla fede regia. Fa i nomi di questi Almugaveri.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, vol. II, a p. 182, parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 si tenne pel re di Sicilia, con un presidio di Almugavari, Castellabate nel Cilento, poi vennero a patti: cessero il castello e restarono, a doppio stipendio, con re Carlo (2); torme di ventura, senza fede, temuti e temibili non meno agli amici che ai nemici.”. Il Racioppi, nel suo vol. II, a p. 182, nella sua nota (2) postillava che: “(2) In Amari. Op.cit., – Append., docum. 34 e 35.”. Il Racioppi postillando dell’Amari si riferiva a Michele Amari, ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, IV° edizione, Firenze, Le Monier, 1851 e cita due documenti che l’Amari riporta in “Appendice”, il documento nn. 34 e 35, ovvero due documenti del 1299. L’Amari scrive che re Carlo manda a Maratea ecc..ecc.., l’Amari riporta i riferimenti bibliografici a p. 249 del suo cap. XI e, riporta pure in ‘Appendice’ i documenti n. 34-35 su Matteo Fortuna, citati pure dal Pesce (…). Amari (…), in ‘Appendice’ , da pp. 602 a p. 603 riporta il documento n. XXXIV e a p. 604 riporta il documento su Maratea n. XXXV, entrambi tratti dalla Cancelleria Angioina di re Carlo. Questo che pubblichiamo è il documento n. XXXIV di Carlo II d’Angiò, già pubblicato dall’Amari a p. 602 in Appendice:
Il doc. n. 34 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segn. 1299, A, f 43.”, mentre il doc. n. 35 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1299, A f 36 a tergo.”. Infatti, tutti e due i documenti sono datati all’anno 1299, allorquando questi nostri territori erano passati di nuovo sotto il controllo della casa Angioina, ovvero sotto il controllo di re Carlo II d’Angiò che appunto rilascia diplomi ai paesi ed ai castellani di queste terre.
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continuando il suo racconto sull’invasione delle forze Siculo-aragonesi e della liberazione successiva dei centri occupati da questi scriveva che: “Camerota insorse liberandosi dagli oppositori. Policastro approfittò della momentanea assenza degli Aragonesi per uccidere i 24 uomini del presidio di custodia, mettere in fuga gli altri e consegnare poi il castello al re. A tutto provvedeva Tomaso Sanseverino che riprese anche Agropoli, occupata dal nemico il 1295, al cui castello inviò la moglie a presiedere la sua ricostruzione, dopo lla rinuncia fattane dal vescovo di Capaccio. Malgrado ogni sforzo Federico d’Aragona non riuscì a superare la linea Policastro-Basilicata, conservando invece Castellabate che fu visitata dallo stesso re Giacomo d’Aragona (a. 1289) e tenuta da Apparicio di Villanova con un forte presidio Siciliano, resistendo validamente all’assedio posto da Tommaso Sanseverino. Castellabate cadde solo per trattative approvate da re Carlo II a Napoli il 7 marzo 1299 e 4 aprile dello stesso anno (64).”, e poi a p. 129 continua e scrive che: “Nel 1309 buona parte del Cilento era stata occupata dagli Angioini, ma Castellabate venne restituita all’abbazia di Cava solo nel 1322.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (60), postillava che: “(60) Reg. 48 f 185 e 194 t.“. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.
Ruggiero di Lauria dopo la morte l’elezione di Federico di Aragona a re di Trinacria
Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a pp. 206-207-208 scriveva che: “In seguito, morto Re Pietro, e sorte gravi sciagure fra i figli di lui Giacomo e Federico, Ruggiero parteggiò pel primo, che aveva assunto il trono dello stesso Re Giacomo, (e ciò rileviamo per eliminare ogni traccia di tradimento o fellonia) Ammiraglio della flotta franco-napolitana. Si trovò così egli a prestare l’opera sua a prò degli Angioini contro Federico nominato Re di Trinacria, e lo sconfisse in un combattimento navale al Capo Orlando, onde Re Carlo II d’Angiò – scrive il Giannone nel libro XXI, Cap. III, – “gli restituì non solo tutte le terre antiche sue “Calabria, in Basilicata ed in Principato, ma gliene donò molte “altre”. Fra tali feudi spettanti all’Ammiraglio Ruggiero, vanno ricordati Lauria, Lagonegro, Laino, Castelluccio, Maratea, Rivello, Rotonda, S. Chirico Raparo, Tortora, Tortorella ed altri, come rilevasi da Pietro Vincenti nel ‘Teatro dei Protonotari del Regno’. Così ebbe principio presso di noi, da sì alto personaggio nel 1297 – senza tener conto del periodo anteriore più oscuro ed ignorato – la serie dei Feudatari, e se si tien conto di tanto stipite, ecc..ecc…..”. Il 4 luglio 1299, a capo di un’armata angioina composta di settanta galee — trenta delle quali inviate da Giacomo II dalla Catalogna per far fronte agli impegni presi con il papa Bonifacio VIII quattro anni prima nel Trattato di Anagni — sconfisse i siciliani nella battaglia di Capo d’Orlando. Nello scontro seimila uomini della flotta avversaria morirono o caddero prigionieri, ma Federico sfuggì alla cattura. La storiografia ritiene verosimile che la fuga del sovrano fosse stata permessa o agevolata da Giacomo e dallo stesso Ruggiero che, nonostante fossero suoi nemici in battaglia, conservavano tuttora legami affettivi, sia di parentela che di pregressa fedeltà. Il 14 giugno 1300, nella battaglia di Ponza, Ruggiero sconfisse la flotta di Federico III, catturando il sovrano e Palmiero Abate. Il re riuscì nuovamente a fuggire, mentre Palmiero morì in prigionia. Il 31 agosto 1302, con la pace di Caltabellotta che chiudeva la lunga guerra del Vespro, Ruggiero fece atto di sottomissione a Federico di Sicilia il quale, a seguito di ciò, gli rese i possedimenti confiscati.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(…) Saba Malaspina, La prima edizione del Liber gestorum regum Sicilie, limitata alla parte iniziale dell’opera, fu pubblicata nel 1713 da Étienne Baluze. Successive edizioni, sempre parziali e non di rado inaffidabili, furono curate da Giovanni Battista Caruso (Palermo 1723), Pieter Burmann e Johann George Graeve (Leiden 1723), Ludovico Antonio Muratori (Milano 1726), Rosario Gregorio (Palermo 1792). Nel 1868 Giuseppe Del Re fornì la prima edizione completa della cronaca riunendo la prima parte (1250-76) pubblicata dal Baluze e la seconda (1276-85) pubblicata dal Gregorio e affiancandola con una traduzione in italiano curata da Bruto Fabbricatore (Saba Malaspina, Rerum Sicularum historia, in Cronisti e scrittori sincroni napoletani, a cura di G. Del Re, II, Napoli 1868, pp. 203-408). Nel 1999 l’esigenza più volte rimarcata di un’edizione critica della cronaca malaspiniana è stata soddisfatta con la pubblicazione dell’ottima edizione curata da W. Koller e A. Nitschke, Die Chronikdes Saba Malaspina, in Mon. Germ. Hist., Scriptores, XXXV, Hannover 1999.
(…) Muntaner Ramon, Cronache catalane
(….) Bernat Desclot (o d’Esclot, italianizzato in Bernardo; … – …) è stato un cronista catalano del XIII secolo. Fu autore dell’importante opera Llibre del rei en Pere e dels seus antecessors passats, in lingua catalana, meglio conosciuta come Crònica de Bernat Desclot, stampata per la prima volta nel 1616 e facente parte del corpus delle quattro Grandi cronache catalane. La sua cronaca incomincia nel 1207 e termina nel 1285, trattenendosi più diffusamente sull’epoca al di Pietro III d’Aragona (1276-1285): discorre, in particolare, sul vespro siciliano (come la cronaca di Ramon Muntaner), delle gloriose imprese dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, della prigionia del principe di Salerno Carlo lo Zoppo, figlio di Carlo d’Angiò.
(….) De rebus Regni Siciliae (9 settembre 1282-26 agosto 1283)Documenti inediti estratti dall’Archivio della Corona d’Aragonae pubblicati dalla Sovrintendenza agli Archivi della Sicilia, Palermo, 1882.
(….) Tomacelli Domenico, Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, dal 1250 al 1303 di Domenico Tomacelli duca di Monasterace, Napoli, Tip. Fernandes, 1846 (Archivio Attanasio), vedi vol. I
(…) Carini Isidoro, Gli Archivi e le biblioteche di Spagna, Documenti ed allegati annessi alla Relazione di I. Carini, 2 voll., Palermo, 1884; dello stesso autore si veda pure: Carini Isidoro, De rebus regni Sicilie, a cura di I. Carini (anni 1282-83), Palermo, 1882
(….) Scarlata M. e Sciascia L., Documenti sulla luogotenenza di federico d’aragona, acta siculo-aragonensia, fonti per la storia della sicilia collana diretta da francesco giunta, vol. 2, ed. ilapalma, Renzo Mazzone editore, Palermo, 1978 (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda pure:
(…) Scarlata M., Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo 1972
(…) Giunta F., Giordano N., Scarlata M., Sciascia L., Acta siculo-aragonensia, I, 1 Documenti sulla luogotenenza di Federico d’Aragona a cura di, ed. Società Siciliana per la Storia Patria, Palermo, 1972 (Archivio Attanasio)
(…) La Mantia Giuseppe, Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia, vol. I (anni 1282-1290), Palermo, 1917 (Archivio Attanasio)
(…) Muratori Antonio Ludovico, Annali d’Italia dal principio dell’era volgare fino al 1749′, Napoli, 1753, tomo VII (Archivio Attanasio)
(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, a cura di Raffaele Ferdinando Marino, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fusco Felice, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in “Euresis”, VIII (1992); ‘Capitulationes et Pacta Terrae Rofrani, ovvero gli antichi Statuti municipali di Rofrano, ivi, XI (1995)
(…) Palmieri Nicola, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri, Lauria, (PZ), Tipografia editrice F.lli Rossi, ed. 1898 e 1914 (Archivio Attanasio)
(…) Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora, ed. Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, nuova edizione Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52
(…) Manco Carmine, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969
(…) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, ed. e-book,
(…) Maresca Campagna Adele, “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, vol. XXXII (Archivio Attanasio)
(…) Riccardo Filangieri, Introduzione, in Gli atti perduti della cancelleria angioina transuntati da Carlo De Lellis, pubblicati sotto la direzione di Idem, parte I, vol. I («Regesta chartarum Italiae»), Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1939, pp. VII-LII; Idem, Programma di ricostruzione dell’archivio della Cancelleria Angioina, in «Notizie degli Archivi di Stato», VIII (1948), pp. 36-38; Idem, Prefazione, in I registri della cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di Idem, Napoli, Accademia Pontaniana, 1950, pp. V-XII; Idem, Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane compilati da Carlo De Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII (1927), ora in Idem, Scritti di paleografia e diplomatica, di archivistica e di erudizione, Roma, Ministero dell’interno 1970, pp. 173-200; Jole Mazzoleni, Storia della ricostruzione della cancelleria angioina, Napoli, Accademia Pontaniana, 1987; Stefano Palmieri, Degli archivi napolitani. Storia e tradizione, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 250 sgg.
(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s. (Archivio Storico Attanasio); segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure l’opera di Mazzoleni Jole, ‘Gli atti perduti della cancelleria angioina’, parte I, vol. I, a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1939; si veda pure J. Mazzoleni, ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974, p. 36.
(…) Zurita Girolamo, Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49 (Archivio Attanasio)
(…) Amari Michele, Storia dei Musulmani di Sicilia, II edizione con note di Carlo Alfonso Nallino, Vol. I-II, ed. Romeo Prampolini, Catania, 1933 – XI.; si veda anche vol. I, p. 344 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: La guerra del Vespro Siciliano, Milano, 1875, vol. I-II (Archivio Attanasio); si veda pure: La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Attanasio); si veda pure Amari Michele, La Guerra del Vespro Siciliano, ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, 1947 (Archivio Attanasio)
(…) Amari Michele, Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII, Palermo, tip. Empedocle, 1842 (Archivio Attanasio)
(….) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Roma , 1973, ed. di Sroria e Letteratura (Archivio Attanasio)
(….) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, voll. I-II; si veda pure vol. I; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II; si veda pure dello stesso autore: (Archivio Attanasio)
(…) Minieri-Riccio Camillo, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s. (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore, per il ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, si veda pure: C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181
(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda vol. I, p. 223 e p. 236, dai seguenti titoli: il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), p. 400 e 401 (Archivio Attanasio – copia digitale. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito). Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il vol. III ha il seguente titolo: ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Il vol. IV ha il seguente titolo: ‘Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV’, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.
(…) Summonte G. A., Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli, 1675, tomo II, pp. 294; si veda edizione Gio Jacomo Carlino, Napoli, 1602 (Archivio Attanasio)
(….) Jamsilla Niccolò,
(…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. Stabilimento Cromo-Tipografico Ripamonti e Colombo, Roma, 1904 (Archivio Attanasio)
(…) Volpi Giuseppe, Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II° edizione (Archivio Attanasio)
(2) Natella Paolo Peduto Pasquale, ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M. Firenze, Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s. (Archivio Attanasio)
(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Attanasio)
(…) Scotti…., Syllabus membranorum ad Regiae Siciliae Archivum pertinientium, Napoli, ed. …., 1814, vol. III, p. 3 (Archivio Attanasio)
(…) Del Giudice Giuseppe, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II d’Angiò – dal 1265 al 1309, Napoli, 1863 (Archivio Storico Attanasio), dove il Del Giudice pubblicava il testo dello Scotti e poi dell’Aprea
(…) Lomonaco Vincenzo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, Napoli, ed……, 1858 (Archivio Attanasio)
(…) Pontieri Ernesto, Un Capitano della Guerra del Vespro, stà in ‘ASCL’, I (1931), fasc. III e IV; idem ‘Ricerche sulla crisi della Monarchia siciliana nel secolo XIII’, Napoli, 1958 (Archivio Attanasio)
(….) Augurio Francesco e Musella Silvana, Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo, ed. Associazione Mediterraneo, Lauria, 2000 (Archivio Attanasio)
(…) Visalli V., Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche, Messina, 1900
(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, ed. Loesher, 1889 (Archivio Attanasio), vedi vol. II
(…) Moisè Filippo, in questo testo il Moisè pubblica la traduzione di Raimondo Muntaner, Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot, Firenze, 1844 (Archivio Attanasio)
(…) Fazello Tommaso, ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560, si veda cap. IX (Archivio Attanasio)
(…) Ventimiglia Mariano, Difese storico-diplomatico-legale della giurisdizione civile del monastero di SS. Trinità della Cava nel feudo di Tramutola, Napoli, 1881; dello stesso autore si veda pure: Degli uomini illustri del Real Convento del Carmine Maggiore di Napoli,
(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore: Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame dellaPlatea del 1695 (1)”, p. 73 e s.
(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia, Unione Grafica, Lugio, 1997 (Archivio Attanasio)
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)
(….) Santoro Lucio, Le Torri costiere della Campania, stà in ‘Napoli Nobilissima’, anno 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro Lucio, L’Economia della Provincia di Salerno nell’operadella Camera di Commercio(1862-1962), Salerno, 1966
(…) Santoro Lucio, ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi immagini, 1982 (Archivio Attanasio)
(….) Vassalluzzo Mario, ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975 (Archivio Attanasio)
Moreno Echavarría, José María, Los almogávares, Círculo de Lectores.
Paul N. Morris, We have met devils! The Almogavars of James I and Peter III of Catalonia-Aragon, in Anistoriton, vol. 4, 2000.
(….) Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, ed. Reale Tipografia Pansini, Napoli, 1914 (Archivio Attanasio)
(…) Volpi Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento perl Sac. Giuseppe Volpe, Roma 1888, vedi ed. Ripostes
(….) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Ho scritto era perchè purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzioneangioina”.
(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napolinelsec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)
(…) Ruggiero di Lauria, nella prima delle battaglie navali del golfo di Napoli (5 giugno 1284) si scontrò con la flotta angioina comandata da Carlo II “lo Zoppo”, fatto prigioniero. Nel 1285 sconfisse angioini e genovesi e, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, anche Filippo III di Francia “l’Ardito” — in guerra da due anni contro la Corona d’Aragona — nella battaglia navale delle Formiche, presso Roses, in Catalogna. Nel 1288 Ruggiero sconfisse definitivamente gli angioini benché armato solo di quaranta navi contro le ottanta degli avversari, garantendo così la supremazia della flotta siculo-catalana nel Mediterraneo occidentale. Dopo la seconda vittoria Ruggiero, senza l’autorizzazione del re, vendette una tregua al conte Roberto II d’Artois e al cardinale Gerardo Bianchi da Parma. I siciliani disapprovavano tale tregua perché la ritenevano inutile e dannosa; secondo loro la vittoria, favorita dalla vacanza della Santa Sede, avrebbe scoraggiato definitivamente gli angioini da ulteriori rivendicazioni del loro territorio. Tuttavia i rapporti tra Ruggiero e il giovane sovrano si deteriorarono e, quando il primo passò dalla parte degli angioini, Federico fece espugnare il castello (1297) entro il quale si erano asserragliati i ribelli. Per riuscire nell’impresa il re fece costruire una torre mobile in legno, chiamata cicogna, alta quanto la rupe lavica e dotata di un ponte alla sommità per rendere agevole l’accesso al castello. In seguito Ruggiero si trincerò a Castiglione di Sicilia, suo feudo e residenza estiva, dove fu assediato e quindi sconfitto. Arrestato, fuggì da Palermo e abbandonò la Sicilia insieme alla sua seconda moglie, la nobildonna catalana Saurina d’Entença, che diede a Ruggiero quattro figli, Roberto, Berengario, Carlo e Margherita. I suoi numerosi possedimenti in Sicilia, Calabria e Africa furono subito confiscati da parte di Federico. Il 4 luglio 1299, a capo di un’armata angioina composta di settanta galee — trenta delle quali inviate da Giacomo II dalla Catalogna per far fronte agli impegni presi con il papa Bonifacio VIII quattro anni prima nel Trattato di Anagni — sconfisse i siciliani nella battaglia di Capo d’Orlando. Nello scontro seimila uomini della flotta avversaria morirono o caddero prigionieri, ma Federico sfuggì alla cattura. La storiografia ritiene verosimile che la fuga del sovrano sia stata permessa o agevolata da Giacomo e dallo stesso Ruggiero che, nonostante fossero suoi nemici in battaglia, conservavano tuttora legami affettivi, sia di parentela che di pregressa fedeltà. Il 14 giugno 1300, nella battaglia di Ponza, Ruggiero sconfisse la flotta di Federico III, catturando il sovrano e Palmiero Abate. Il re riuscì nuovamente a fuggire, mentre Palmiero morì in prigionia.
(…) Cantalupo Piero, Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo, ed. Stab. Tip. Guariglia, Agropoli, 1981 (Archivio Attanasio)
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo saggio, cercherò di fare il punto sulle fortificazioni costruite nel basso Cilento. In questo saggio, cercherò di ricostruire la vicenda del “Castellaro”, così detto, oggi nel territorio di Capitello, frazione del Comune di Ispani in Provincia di Salerno. Si tratta di ruderi di una rocca fortificata che si possono scorgere percorrendo in auto la SS. 18 che da Capitello prosegue in direzione di Policastro, poco prima all’altezza del cimitero di Capitello, guardando sulla destra su una collinetta.
La rocca fortificata del ‘Castellaro’ nella frazione di Capitello d’Ispani(SA)
(Fig….) Il “Castellaro” di Capitello di Ispani (SA) – foto Francesco Giudice e Rocco Malatino – ricerca 2021
Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, ed. Tomberli, Napoli, 1745 (I° edizione) ci parla di Policastro e del suo Castello a p. 416 dove scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina, e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso al mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietre di taglio nel MCCCXCIII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, scome dall’Iscrizione, che sta sulla porta di essa. Un miglio fuori le mura, verso levante si trova un avanzo di edifizio romano ecc…”. L’Antonini continua a discorrere sul “Castellaro” di Capitello di cui parlerò in seguito. L’Antonini (…), a p. 416 postillava che: “Molto meno si sa l’antico suo nome, perchè il citato ‘Mario Nigro’ avendo scritto che ‘Juniores Paleocastrum vocant’ scordossi dirci come gli antichi il chiamassero. Vuò ben vedere che l’antico fosse anche ‘Paleocastrum’, voce Greca, che in essa mostra il suo significato fosse di antico Castello, del di cui nome abbiamo anche un altro in Calabria, ed in Cipro una città. ‘Merola’ con un positivo uguale abbaglio dice che: Citra medium Paestani Sinus juxta Palinuri, promontorium, Paleocastrum; e quì è da notarsi altro abbaglio, che prende dicendo che Policastro ‘Castellum est’, quando nelle sue vaste ruine dimostra essere stata non picciola Città.”.
(Fig….) I ruderi della rocca e delle fortificazioni dette il “Castellaro” a Capitello di Ispani – veduta satellitale
La rocca fortificata del ‘Castellaro’in una carta d’epoca aragonese
I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), a p. 486, parlando di Policastro e riferendosi al ‘Castellaro’ di Capitello, scrivono che esso “Il termine ‘castellaro’ è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Secondo i due studiosi, la carta è del 1600. L’immagine che mostriamo è uno stralcio della carta corografica in questione e, riguarda la carta citata dai due studiosi. Non è una carta topografica come vogliono i due studiosi e non è una carta del ‘600. Nella carta inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, tra i centri di Policastro e Capitello, troviamo segnato un toponimo “Castellaro”, con l’immagine di un piccolo casale o guppetto di edifici. Questa carta, a cui ho dedicato ivi un mio saggio, è molto più antica del ‘600. I caratteri utilizzati per la scrittura “gotico minuscola” ed il tipo di impaginazione della stessa, fanno ritenere che la carta in questione fosse molto più antica. Io credo che si tratti di una carta del 1400.
(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…)
In questa carta d’epoca aragonese si vedono chiaramente indicati alcuni toponimi interessanti come ad esempio la “Rocca” (di Policastro dove oggi si possono scorgere i resti del castello di Policastro) ed il “Castellaro” che indica un’altra altura con una rocca fortificata del cosiddetto “Castellaro”, un piccolo gruppetto di edifici colorati in rosso posti tra Capitello e Policastro e poco discosti dalla linea del mare.
La rocca fortificata del ‘Castellaro’, forse d’epoca Longobarda
Riguardo l’epoca di costruzione del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto, risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…) e dunque, volevano che la rocca fortificata del ‘Castellaro’ di Capitello: “E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo“. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), la rocca fortificata del ‘Castellaro’, doveva già esistere prima del 1077, quando le fortificazioni ed i castelli di Policastro sorti all’epoca del Principe Longobardo Gisulfo II passarono a suo cognato Roberto Giuscardo che gli conquistò il Principato Longobardo di Salerno. I due studiosi si rifanno alla narrazione del cronista dell’epoca Amato di Montecassino. I due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto.Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S.Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni, quando Landolfo conservò i propri domini, ma dovette consegnare i castelli più importanti tra cui San Severino. Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Michelangelo Schipa (…), nel cap. 12, del suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240, parlando dell’episodio citato da Ebner (…), sul dente di S. Matteo e, riferendosi a Roberto il Guiscardo e, della conquista di Salerno, dopo il suo assedio, scriveva che: “E maggiore contesa sorse dopo. Pretendeva Roberto che dovessero porsi in sua mano i castelli della valle di S. Severino, di Policastro e del Cilento, tenuti da Landolfo e da Guaimario, fratelli di Gisulfo, poichè diceva spettargli intera la signoria del Principato. E Gisulfo schermivasi, negando che dei castelli si fosse fatta parola allorchè egli si era arreso.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 256, scriveva in proposito che:
I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, e, riferendosi al ‘Castellaro’ di Capitello, frazione del Comune d’Ispani a p. 486, dove, parlando della posizione di Policastro, in proposito scrivono che: “In essa, presa dall’alto del castellaro di Capitello, paese poco distante (11) ci si avvede della situazione topografica del paese ecc…”. I due storici nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto, risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371). Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana! Ecc…).”. Come possiamo leggere, i due studiosi scrivevano del ‘Castellaro’ che: “E’ un castello, in parte diruto, risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII.”, e non dicevano affatto ciò che sostiene il Guzzo (…), ovvero che questo castello diruto fosse fatto costruire nell’anno 1060 da Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero Borsa (d’Apulia), figlio del Guiscardo. I due studiosi, Natella e Peduto (…), ritenevano che sia stato ragionevole identificare il ‘castellaro’ di Capitello con uno dei castelli di Policastro citati da Amato di Montecassino nel suo ‘chronicon’ ‘Storia dei Normanni‘, quando riferiva dei castelli di Policastro che, nell’anno 1077 passarono a Roberto il Guiscardo. I due studiosi (…) che, nel 1973, pubblicarono l’interessante saggio su Policastro, influenzarono il saggio di Tancredi (…), ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che fu dato alle stampe nel 1978, pochi anni dopo e che in copertina pubblicava la stessa identica foto del Golfo di Policastro, pubblicata dai due studiosi nel 1973, a p. 485. Il sacerdote, a quel tempo era bibliotecario della Diocesi e fu uno dei principali collaboratori dei due studiosi Natella e Peduto (…). Policastro, oggi Bussentino, ma un tempo Policastro e prima ancora Buxentum, conquistato nel 1055 o 1065 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello (…). I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 483, ma ne parlano a p. 486, dove, parlando della posizione di Policastro, in proposito scrivono che: “In essa, presa dall’alto del castellaro di Capitello, paese poco distante (11) ci si avvede della situazione topografica del paese ecc…”. I due storici nella loro nota (11), postillavano che: “(11)….Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana! Ecc….”. Io credo che le mura di Policastro, fossero state poderose e possenti già dal dominio dei Principi Longobardi che, dovevano contrastare i continui attacchi dei nemici Bizantini. Così pure lo stesso “Castellaro”, doveva essere una costruzione preesistente al tempo del Guiscardo. Del resto, come abbiamo visto, il cronista dell’epoca Amato di Montecassino e gl istessi versi del poeta Alfano I, Arcivescovo di Salerno, dimostrano che Gisulfo II, creando la Contea di Policastro, nel 1055, aveva donato al fratello Guido, i castelli della Valle di S. Severino. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando delle fortificazioni di Policastro, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); forse era in cattivo stato e, per di più, non ispirava la fiducia del Guiscardo, attaccato com’era alla città, della quale doveva subire le sorti in caso di assedio. Perciò fu costruito, su una collina vicina, presso Capitello d’Ispani, un poderoso castello che dominava dall’alto tutta la contrada ed aveva fortificazioni che spingevano a 300 metri dall’ingresso. Le rovine erano imponenti e facilmente accessibili, hanno il nome di “Castellaro” (60).”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit., p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”.
La cappella comitale del ‘Castellaro’
(Fig….) Il ‘Castellaro’ di Capitello di Ispani (SA) – la “Cappella” così detta nella tradizione orale – foto Carmine Giudice 2021
(Foto n….) Cappella comitale del ‘Castellaro’ – volta a crociera – foto di Francesco Giudice
Roberto il Guiscardo e la nuova Policastro
La rocca fortificata del ‘Castellaro’ forse d’epoca Normanna
Angelo Guzzo (….), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, a pp. 143-144, parlando di Capitello, accenna a questo edificio che si può intravvedere percorrendo la statale che porta a Policastro. Il Guzzo, scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto “Castellaro”, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo, a p. 144, nella sua nota (2), postillava che: “P. Natella – P. Peduto, ‘Pixous-Policastro’, ecc.., op. cit., p. 483 e sgg.”. Come possaimo leggere, i due studiosi scrivevano del ‘Castellaro’ che: “E’ un castello, in parte diruto, risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII.”, e non dicevano affatto ciò che sostiene il Guzzo (…), ovvero che questo castello diruto fosse fatto costruire nell’anno 1060 da Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero Borsa (d’Apulia), figlio del Guiscardo. Il Guzzo (…), parlava sulla scorta dell’Antonini. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – discorsi’, parlando di Policastro e delle sue mura merlate, scriveva in proposito che: “Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando.” :
“Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV., allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel libro 2: ‘Anno vero dominicae Incarnationis MLXV, ‘Policastrum’, ecc..ecc..”. L’Antonini (…), nella parte II, a p. 416, parlando del ‘Castellaro’ di Capitello, postillava che l’aveva citato anche il Merola (…), ma non sul ‘Castellaro’ ma su Policastro. Antonini scrive che nel 1065, Policastro fu distrutta da Roberto il Guiscardo e portò lontanissimo i suoi concittadini. In seguito altri hanno scritto che nel 1065 (?), i cittadini superstiti di Policastro, furono portati dal Guiscardo a Nicotera. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, citando il Mannelli (…), ed il Malaterra (…), volevano che le mura di Policastro (non del ‘Castellaro’), fossero state rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo che, fece in modo che dopo la morte di Roberto, il suo dominio andasse al figlio Ruggero Borsa (Guzzo lo chiama Ruggero d’Apulia). Sia il Mannelli, che il Volpe (…), ritenevano la stessa notizia degna di ogni fondamento in quanto l’Ughelli (…), nel 1659, nella sua ‘ItaliaSacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758, che: “Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”. Dunque, sulla scorta di Goffredo Malaterra (…), l’Ughelli prima e poi tutti gli altri, hanno giustamente scritto che, dopo la distruzione di Policastro nel 1065, da parte di Roberto il Guiscardo, in collera con il cognato Gisulfo II, le sue mura, fossero state ristorate e rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, dopo la morte del Guiscardo, ovvero solo dopo il 1085. Le mura e le possenti fortificazioni di Policastro, importante testa di ponte e di difesa per il Regno per gli eserciti che venivano dalle Calabrie, come del resto gli stessi castelli della Valle di S. Severino e della rocca ‘Cilento’, erano sorte e furono state costruite già da molto tempo.
Dell’antica Cappella del ‘Santo Rosario’, ne parla Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotata dei seguenti beni: un capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (26)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”.
Nel 1229, Federico II di Svevia fece costruire un porto collegato con la rocca del ‘Castellaro’
Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 15, proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 28 scriveva che: “Ben s’accorse Federico dell’importanza strategica del luogo, ma anche dell’insalubrità dell’aria e dell’inusabilità del porto fluviale, ormai molto lontano dalla città (non sappiamo di quanto; oggi la distanza è di circa 4 km.), ed in più richiedeva un enorme e continuo lavoro di manutenzione. Perciò Federico costruì un nuovo porto in riva al mare, dove l’insabbiatura non era da temere; questo porto fu fortificato e connesso al Castellaro con mura. Il luogo era, inoltre, più sano e si trovava a circa 2 km. da Policastro vecchia, in direzione di Capitello. La riva del mare era allora più verso monte, al di là dell’odierna strada statale n. 18. Le fortificazioni sono completamente scomparse e i residui sono coperti di vegetazione. Il Doria ha fatto un lavoro completo. Rimane soltanto la parte superiore d’un acquedotto, che portava acqua dolce alle navi, ed il nome di “Porta di Mare”, che la contrada porta ancora, perchè il luogo era compreso nella cinta fortificata. Un lungo tratto di questa cinta si scoprì e si distrusse, quando fu costruita la ferrovia (1890-95).”. Dunque l’ipotesi suggestiva del Tancredi che voleva che l’antico porto angioino di Policastro dei genovesi fosse nella contrada “Porta di Mare” posta più o meno dove attualmente vi è un campeggio dopo il cimitero di Capitello e vicino ai ruderi del cosiddetto ‘Castellaro’, oggi nel territorio di Capitello nel Comune d’Ispani.
La località “Petrasia” e la Torre della “Petrasia” a Villammare, in una carta d’epoca Aragonese (XV secolo)
Pietro Ebner (…), parlando di Capitello, vol. I, p. 625, segnala che il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, del 1978 (credo che l’Ebner, si riferisca a questo lavoro) “assicura che sulla collina Castellaro vi sono ancora i ruderi di un antico castello e afferma di aver consultato nell’ASN una pianta (3) del 1746 dove sono indicati Policastro, il Castellaro, Capitello e Petrasia. Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”. Ebner (…), a p. 625, del suo vol. I, nella sua nota (3), postillava che: “(3) ASN, ‘Sezione piante topografiche’, cart. 32, n. 2.” e, nella sua nota (4), postillava “(4) A. Guzzo, cit., p. 245 e s. Cfr. pure M. Vassalluzzo, cit. la torre pare fosse costruita dopo il 1563. Certo è che che nel 1569 ne risulta custode Bernardo Rey.”. Ebbene, la carta che segnalava Tancredi (…) ed il Guzzo (…), citata pure da Pietro Ebner (…), è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (…), nella Sezione “Manoscritti”: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Questi sono i riferimenti bibliografici della sua collocazione presso l’ASN, non quelli citati da Ebner, sulla scorta di Tancredi e di Guzzo, i quali, riportarono la notizia senza mai citarmi. La carta in questione, era inedita e fu da me pubblicata in un mio scritto a stampa, apparso nel lontano 1987 (1), dieci anni prima che ne parlassero il Tancredi (…), ed il Guzzo (…). Infatti, la carta in questione, dalla postilla impressa sul retro, non è del 1746, ma è del 1756. Ma la sua datazione deve farsi risalire a molti secoli indietro. La carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno diNapoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, PrincipatoCitra,Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Dobbiamo pure precisare che l’opera di Luigi Tancredi (…) ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che, secondo cui Ebner (…), a p. 625, vol. I, segnalava che aveva citato la notizia di questa carta, lo stesso Ebner, sempre nel vol. I, a p. 688, nella sua nota (10), lo segnala come “Il Golfo ecc..”). Infatti, la cosa ci appare strana, in quanto, l’opera di Luigi Tancredi (…), è del 1978, mentre l’opera di Pietro Ebner (…), è del 1982, cioè dell’anno dopo che avevo richiesto ed ottenuto la fotoriproduzione b/n della carta in questione (v. Fig…, che illustra la ricevuta, rilasciatami dall’ASN). A quei tempi, mi sentivo spesso con Luigi Tancredi, al quale feci vedere la carta, e ritengo che Ebner, non avesse visto l’opera del Tancredi, ma che fosse venuto a conoscenza a mezzo del Tancredi stesso di questo importantissimo rinvenimento.
(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno diNapoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…)
Il monastero di S. Fantino, forse il “Castellaro” di Capitello
Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 36-37, nel capitolo 5, in proposito scriveva che: “Ora il Padre presale scese al vicino cenobio di Castello (I)….”. Il Rocchi a p. 36, nella nota (I) postillava: “(I) Il ‘Cenobio di Castello’ è nominato due volte nella biografia, ed è anche una volta distintamente la città di ‘Castello’ nella cui cinta stava il monastero. Il Minasi (op. cit., annot. 12) e il De Salvo (Palmi, Seminara e Gioia, p. 10) la identificano con la presente ‘Seminara’: e Mons. TACCONE GALLUCCI, Monografie di storia calabrese, p. 139), l’appella “L’antica brezia città di Tauriana” perchè fondata dagli abitanti di Tauriana (Vedi anche nel medesimo autore: Monografia della città e diocesi di Mileto, Napoli, 1881, p. 174).”. Sempre il Rocchi (….), a p. 37, in proposito scriveva pure che: “Intanto non guari dopo questo incidente venne a visitarlo il santissimo Fantino; poichè di sovente essi si ritrovavano insieme, quasi due candelabri per illuminarsi a vicenda: ed anche perchè come Fantino avea con replicate insistenze persuaso Nilo a ricevere da sè settimanalmente il pane (I), così in ricambio questi lo ricompensava con lavori di sue mani (2). Vedutolo pertanto in così fatta tribolazione, non senza molte preghiere lo potè condurre seco con ogni sollecitudine in monastero; dove anche assai pregava Dio per la sua salute…..(p. 38 Rocchi) Ora trovavasi a caso in monastero uno dei fratelli venuto dalle parti di sopra (3), al quale egli portava una speciale affezione per essere cantore assai valente e fornito di bella voce. Etc..”. Il Rocchi a p. 38, nella nota (3) postillava che: “(3) Cioè meridionali più verso Rossano”. Io però dubito che si trovasse li il monastero di S. Fantino. Riguardo il monastero di S. Fantino, nella “Vita di S. Nilo” pubblicata dal Rocchi (…), a pp. 42-43 leggiamo che: “In questa i Padri del monastero di S. Fantino vennero a lui pregandolo di occuparsi di loro, ed eleggere un abate, quel che alla santità sua piacesse di scegliere etc…E tenutogli tutti dietro, terminata che fu la preghiera, Luca, fratello germano del beatissimo Fantino, etc…(I).”. Il Rocchi, a p. 43, nel cap. 6°, nella nota (I) postillava che: “(I) Questo sant’uomo fu quegli che morì in Vallelucio (dove, vedremo in seguito, Nilo uscendo dalle Calabrie riparò coi suoi) il 21 novembre del 991; e che vien detto ‘abate del monasteor del S. P. Zaccaria in Mercurio ?’ (Cd. ms. Cryptofer. B. a. IV). Non si può in tutto assicurare.”. Sempre il Rocchi nella Vita di S. Nilo, a p. 53, in proposito scriveva che: “Venuta in questa la domenica, in cui quelli che stanno nei monasteri, sogliono dare qualche conforto al loro corpo, il Padre preso seco Giorgio lo condusse al monastero cosiddetto del ‘Castellano’, nel quale etc…”. Il capitolo ed i passi citati riguardano la Vita di S. Nilo prima che lasciasse la spelonca e si recasse verso S.Demetrio-Corone dove fondò il monastero di S. Adraino (vedi cap. 7). Dunque, è del tutto plausibile che il biografo di Nilo parlasse di luoghi che non corrispondono affatto a quelli individuati dal Rocchi, dal Minasi e da altri che pensavano più ai luoghi del Mercurion e non al basso Cilento. Stessa cosa dicasi per i luoghi frequentati dal beato Fantino. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52).”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s….Infatti, rileggendo Antonio Rocchi (….) in “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata”, a pp. 42 e ss., nel capitolo 7: “S. Nilo, per le incursioni dei Saraceni, lascia la spelonca, e va con i suoi monaci ad abitare in una sua proprietà dedicata a S. Adriano, ove costituisce per primo abate il b. Proclo da Bisignano.”, nella nota (2) postillava che: “E noi vedremo ciò più avanti; onde anche Nilo fu ostretto prima a trasferirsi in detta regione superiore (nel Rossanese) quinci a passar nella Camapania.”. Ciò che scrive il Cappelli: “La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro”, ci induce a pensare che S. Fantino si sposta nella “Regione superiore”, ovvero la regione dei Principi di Salerno, nel Cilento, nel basso Cilento. Il Cappelli (….), aggiunge pure che nella: “La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”.
Note Bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno diNapoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, PrincipatoCitra,Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio ‘Sezione Fotoriproduzione’ dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.
(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – RegnodiNapoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante edisegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Attanasio)
(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981
(….) Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, edizioni di Storia e letteratura, Roma, 1973
(…) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (…); degli stessi autori si veda pure: “Nota sul castello di Policastro”, in “Castellum”, Rivista dell’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, Castel S. Angelo, 1970, II° semestre, Luglio Dicembre, p. 120 (Archivio Attanasio); sempre dei due autori si veda: “Il Castello di Capaccio”, in Rassegna Storica Salernitana, anno VI°, 1970 (Archivio digitale Attanasio)
(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Attanasio)
(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. (Archivio Attanasio)
(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto donatoci dall’Auore (Archivio Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno; dello stesso autore si veda pure: I relazione storico artistica sulla Cattedrale di Policastro Bussentino, p. 97, Salerno 1973
(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore: Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame dellaPlatea del 1695 (1)”, p. 73 e s.
(….) Vassalluzzo Mario, ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975
(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Attanasio)
(…) Amato di Montecassino, in latino ‘Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La ‘Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…
(…) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371) (Archivio Attanasio). Amato di Montecassino, in latinoAmatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della ‘Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal ‘Chronicon Casinense’ sappiamo che fu l’autore del ‘De Gestis apostolorum Petri et Pauli’ in quattro libri, in versi esametri, e della ‘Historia Normannorum’ in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La ‘Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…
(…) Aimè , ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’,
(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie diPolicastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dalmanoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra.
(….) Hirsch F. Schipa Michelangelo, in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240,
(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887 (Archivio Attanasio)
(…) Ebner Pietro,
(….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dallastoria lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. GaetaniRocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.
(…) Ughelli Ferdinando, ‘ItaliaSacra’, 1659 in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758
(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito. Il vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Sicilianonella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure dello stesso autore: ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II, 1932, pp. 1-7 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Carucci Carlo, Don Ferrante Sanseverino Principe di Salerno, Salerno, Stab. Tip. Nazionale, 1899 (Archivio Attanasio)
(…) Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988 (Archivio Attanasio)
(…) Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sedeepiscopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso (Archivio Attanasio)
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)