Policastro: la Contea, la rocca con il castello e la cappella comitale

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo saggio, cercherò di fare il punto sulle fortificazioni costruite nel basso Cilento. In questo saggio, cercherò di ricostruire la vicenda storica del castello di Policastro.

Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Rivello di Ravaschieri, Lauria del Duca di Cerasano, Lago negro del Regio Fisco (21); Policastro città Marittima di Francesco Carafa col titolo di Conte, che fu distrutta da Barbarossa gran corsaro di Turchi, nella quale non si vede altro che la Cathedrale ristorata (22). “. Bracco, a p. 38, nella nota (22) postillava: “(22) Veramente le aggressioni turche della città – oggi Policastro Bussentino – furono due, e la seconda, capeggiata da Dragut Pascià nel 1552, gettò l’abitato ‘in ingentem rogum’ (cfr. P. Natella – P. Peduto, Pixous-Policastro, in “L’Universo”, LIII, 1973, p. 515 seg.).”. Bracco, a p. 38, nella nota (22) postillava: “(22) Sulla cattedral di Policastro, “un’antica tricora, denunciata chiaramente sia all’esterno…sia all’interno, del tutto rimaneggiato in età barocca ed anche più tardi”, cfr. A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Napoli, ESI, 1967, p. 541 seg.; e inoltre P. Natella – P. Peduto, op. cit., pp. 516-520″. Bracco, a p. 39, nella nota (23) postillava: “(23) “Padovano Guglielmini fu da Rofrano, e per la perizia nella medicina è celebrato da Raimondo Greco, e da altri Autori di questa professione”, scriverà il Volpi (Cronologia, p. 294). E’ il Volpi medesimo che dà qualche notizia su Domenicantonio Altomare, citato dall’Eterni per aver ricordato il Guglielmini. Dalla disposizione cronologica che il Volpi assegna al suo elenco si desume che il medico di Rofrano visse nel Cinquecento.”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro, fu centro indigeno, su cui si stese il controllo greco. Nel sesto secolo a.C. goderono uniti di una propria zecca operante come emanazione di Sibari. La moneta nota, di cui si conoscono alcuni esemplari, è uno statere d’argento incuso, che mostra un cinghiale in corsa, al di sotto del quale è sul dritto la scritta PAL e sul rovescio la leggenda MOL, con evidente riferimento ai due abitati (cfr. P. C. Sestieri, in Greci e Italici in Magna Grecia (Atti del I Convegno di Taranto), Napoli, 1962, pp. 276 seg. e N. F. Parise, in ‘Economia e società della Magna Grecia (Atti del XII Convegno di Taranto), Napoli, 1972, p. 106 e p. 111.). Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato. L’attribuzione, “contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, non ha il sostegno di alcuna citazione classica” (E. Magaldi, Lucania romana, I, Roma, Istituto di Studi Romani, 1947, p. 64 e p. 281); anzi le fonti antiche, che parlano di “agri amoenissimi” (Eutropio, X, 2, 3) e che per giunta son tra loro discordi nell’attribuire la villa alla Campania o alla Lucania, fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione (cfr. V. Bracco, Salerno romana, Salerno, Palladio, 1979, p. 121). “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); il luogo di Molpa, lungo il rofilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e scomparso. Similmente il fiume Melpa pare che sia da identificare nel Lambro (cfr. E. Magaldi, op. cit., p. 31 e p. 36). Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: neabbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102. Leggo poi che nel 1484 “i 6 fuochi di San Serio, già abitanti in Molpa distrutta dai mori e dimoranti in ‘pagliare’, per la loro estrema povertà venivano proposti al re…. per l’esenzione da ogni pagamento” (A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, a cura della Camera di Commercio, Salerno, 1956, p. XII). Quanto alla famiglia Marchese, insignorita su Camerota, su di essa si diffonderà nel Settecento il Gatta (cfr. Gatta, Memorie, pp. 292-294).”.

La rocca fortificata di Policastro in una carta d’epoca aragonese

I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 486 parlando delle fortificazioni di Policastro scrivono che esso “è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Secondo i due studiosi, la carta è del 1600. L’immagine che mostriamo è uno stralcio della carta corografica in questione e, riguarda la carta citata dai due studiosi. Non è una carta topografica, ma essa è conservata nella Sezione delle “Carte Topografiche” del Regno di Napoli nella Biglioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” a Napoli. Questa carta importantissima per la storia dei nostri luoghi non è una carta del ‘600, come vogliono i due studiosi ma essa risale all’epoca Aragonese. Nella carta inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, si possono scorgere alcuni toponimi interessanti come ad esempio quello di “Rocca” che indica la rocca fortificata dove oggi si possono vedere i ruderi del castello di Policastro, poco sopra il borgo medioevale di Policastro. Questa carta, a cui ho dedicato ivi un mio saggio, è molto più antica del ‘600. I caratteri utilizzati per la scrittura “gotico minuscola” ed il tipo di impaginazione della stessa, fanno ritenere che la carta in questione fosse molto più antica. Io credo che si tratti di una carta del 1400 (epoca aragonese).

(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…)

Nel VI secolo d.C., la rocca di Policastro città o castrum fortificato dai Bizantini

Nel lontano 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e, a p. 520, parlando del Castello di Policastro, pubblicarono l’interessante planimetria delle fortificazioni, cinta muraria, porte e castello di Policastro:

(Fig…) Planimetria generale di Policastro con la cinta delle mura fortificate ed il castello tratta da P. Natella e P. Peduto ‘Pixous-Policastro’, p. 517

Già nel 1970 i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono sulla rivista “Castellum” un interessante studio sul castello di Policastro, il primo in assoluto, “Nota sul castello di Policastro”:

(Figg…..) Natella Pasquale, Peduto Paolo, “Nota sul castello di Policastro”, in “Castellum”, Rivista dell’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, Castel S. Angelo, 1970, II semestre, Luglio Dicembre, p. 120 (Archivio Attanasio)

Il castello di Policastro all’epoca Bizantina

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit.,  pag. 520.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando delle fortificazioni di Policastro, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); Ecc…”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit.,  p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 520, parlando del Castello di Policastro, in proposito scrivevano che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d. C. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di essa si può vedere la presenza di un muro di quell’età, preesistente all’altro che nel secolo XIV si eresse all’altro a maggiore rinforzo della primitiva costruzione. Come oggi il castello appare è opera trecentesca.”. Nel 1988, in seguito ad una campagna di scavi a cura della Soprintendenza, la studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), pubblicò Pyxous-Buxentum, ed in proposito scriveva che: “…………….

Nel 884, il generale Bizantino Niceforo Foca e la riconquista dei territori, come PolicastroFilippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  “E, proprio per ovviare ai danni conseguenti alla perdita di Siracusa (878), si concreta di lì a poco in una campagna militare che, al comando del generale Niceforo Foca il Vecchio riconquista Amantea, Tropea e Santa Severina, occupate dai Saraceni, e ripristina l’antica unità politica dei territori lambiti dal Golfo di Taranto, congiungendo la Calabria settentrionale alla Lucania orientale e parte della Puglia, giacché in tali regioni si verifica, in pari tempo, un riflusso dei longobardi (92). Erc…”. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari di Calabria, dove il generale bizantino Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse Policastro (2), tutta la Puglia fino a Manfredonia e la lucania orientale, tra le valli del fiume Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatisi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire un nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani che i Salernitani però, ecc…ecc…“. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano nella Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”

Nel giugno del 915, i Saraceni abbandonarono il ribat (“munita Oppida”) di Camerota e saccheggiarono Policastro

La prima notizia della distruzione di Policastro da parte dei Saraceni, nell’anno 915, ci viene dal barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915…………Cum proinde resciverint ex duedecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu Civitatem sonnolentam (cioè Pesto) capium atque discripiunt, et discedentes, ignem submittunt. Inde coaduvatis fratis de Camerota, eodem filentio discedunt, et Pellicastrum capiunt, et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae consugerunt.”.”. L’Antonini, nella sua nota (2), a pp. 416-417 postillava riportando il brano tratto dal ‘manoscritto’ del Marchese di S. Giovanni, di cui ho parlato in un altro mio saggio. Secondo l’Antonini, il marchese Giovanni Bonito (….), Marchese di Calatrava, in un suo manoscritto, di cui ho già parlato, nel fol. 121, parlando della distruzione di Paestum da parte dei Saraceni, dopo la sconfitta subita sul Garigliano nel 915, riportava la seguente notizia: “Nell’anno 915…………. Come seppero dai dodici Ismaeliti, che si erano precipitati fuori su una piccola barca, la battaglia all’estremità occidentale del fiume Gareliano, temendo di continuare più in l’Agropoli s’impossessano della città, risuonando, e quando se ne vanno, si sottomettono al fuoco. Di là, radunati i fratelli di Camerota, si recano nello stesso silenzio, prendono Pellicastrum e lo depredano; le loro barche, cariche di bottino, si rifugiarono sulle coste dell’Africa.”. Dunque, l’Antonini, riguardo la notizia del saccheggio di Policastro nel 915 dei Saraceni di Agropoli e di Camerota traeva la notizia dal manoscritto del marchese di San Giovanni (….), di cui ho già parlato in precedenza. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “I Longobardi, che estendono l’invasione fino all’Italia meridionale non sono tanto forti da poter sostituire i Bizantini in tutta la penisola, che resta divisa tra gli uni e gli altri. I Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantasette anni: il tempo del malessere. E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano, è orribile, nella lotta organizzata dal pontefice Giovanni X. E prima di far ritorno in Africa, depredano Paestum, Velia, Molpa e Policastro. “Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae” dell’anno 916, saccheggiano Paestum. Dopo Velia, che subirà tante altre piraterie barbaresche, da indurre gli abitanti ad un esodo continuo, anche per l’insicurezza delle coste, l’inefficienza dei porti e l’inquinamento della zona….I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464…….I saccheggi dei Saraceni, quelli del 915 terminano a Policastro Bussentino, con fatti drammatici che vanno oltre il fantastico.”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Sul “manoscritto” del marchese di S. Giovanni ho già scritto ma non è stata approfondita la notizia del Ciociano che riteneva quel passo su Camerota fosse stato tratto dall’Anonimo Salernitano. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..” e, proseguendo il suo racconto scriveva che: “…; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29 di p. 10 versione Visconti). “. Infatti, per l’altra notizia, quella di Niceforo Foca, il Laudisio, a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Card. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25, et disc. 14, n. 21.”. Questi passaggi storici, furono poi in seguito ripetuti dal sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: “I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…).Ma come abbiamo visto la citazione del Cardinale De Luca (….), riguarda l’altro notizia, quella di Niceforo Foca e l’anno 968. La notizia del Laudisio (….), fu tratta dal Volpi (….), che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (….)“. I due studiosi nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (….), nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferita dal sacerdote Giuseppe Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Dopo il Laudisio ed il Volpe, pare che la notizia fosse stata riportata anche dal Giustiniani (….). Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio e riferendosi alla migrazione di monaci dalla Sicilia verso la Calabria e da questa regione a causa delle frequenti scorrerie dei Saraceni a p. 18 in proposito scriveva che: “Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Calabria, nel corso dell’IX secolo furono costretti a spostarsi di nuovo a causa del “…succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “…………………………”.

Nel 929 (X sec. d. C.), Guaimario II e la riconquista dei territori Bizantini come Policastro che fu conquistata e passò ai Longobardi

Nel 929 Guaimario ritirò la propria alleanza con Bisanzio, contro cui mosse guerra in appoggio a Landolfo I di Benevento. In base agli accordi presi, Guaimario e Landolfo attaccarono unitamente la Puglia, le cui conquiste andarono a Landolfo, e la Campania, da cui Guaimario ottenne nuovi territori. Ma l’alleanza fra i due principi si rivelò ben presto un insuccesso, al punto che Landolfo cambiò strategia e chiamò a proprio sostegno il duca Teobaldo di Spoleto. Anche quest’alleanza risultò fallimentare e fu rotta intorno al 930. Guaimario tornò allora dalla parte dei bizantini, persuaso a questo passo dal protospatario Epifanio. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: “Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”. Il Cantalupo, a p. 116, riferendosi al nuovo ed ultimo principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, dopo la morte di Guaimario V, nel 1052, in proposito scriveva che: “Il nuovo principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (5) postillava: “(5) L’identificazione del S. Severino menzionato da AMATO (v. qui p. 123) con S. Severino sul Mingardo (‘Sanctus Severinus de Camerota; a. 1291), piuttosto che con S. Severino Rota, a nord di Salerno, è sostenuta dall’Acocella (Il Cilento…., cit. I, 50) sulla scia del Lenormant. A favore di questa tesi è la maggiore vicinanza del castello del Mingardo alla città di Policastro, che era l’altro feudo di Guido.”. Dunque, da Amato di Montecassino verrebbe la notizia che nel 1052, Gisulfo II confermò al fratello Guido la contea di Policastro che quindi doveva già da tempo essere nei possessi della casa Longobarda. Anche Angelo Gentile, a p. 40, sulla scorta dell’Ebner scriveva che: “Nel 929 i Longobardi riuscirono ad occupare Policastro scacciando definitivamente i soldati di Bisanzio. Nonostante il clima di insicurezza i monaci basiliani cercarono, sempre di diffondere il rito greco ad iniziativa del patriarca Anastasio, su sollecitazione di Niceforo Foca (anno 968), infatti costituì i calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, incentivandolo anche in altri paesi, come ad esempio a Morigerati, Poderia, Roccagloriosa, a Torraca (11) dove esistevano chiese dedicate a S. Sofia e S. Fantino e così a Lentiscosa dove esiste una chiesa magnificamente affrescata, e sfuggita all’attenzione dei più (12), dedicata a S. Maria ad Martires, ecc…”. Il Gentile a p……, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani R., L’antica Bussento oggi Policastro Bussentina e la sede episcopale, Gli studi in Italia, V, p. 366 e segg. ed Ebner P., Economia e Società ecc…”.

Nel 1062, Ruggero I d’Altavilla e Roberto il Guiscardo a DISKALIA (Scalea) la firma del patto per la spartizione dei territori

Carmine Manco (…), nel suo “Scalea prima e dopo -Cenni storici”, a p. 24 scriveva che: “Nel contempo Ruggero e Roberto si riappacificarono e, nel castello di Scalea, firmarono il patto di spartizione della Calabria. In questo periodo la vita di Scalea era condizionata dagli umori e alle imprese di Ruggero e dei suoi successori”. Dunque, da Carmine Manco leggiamo che nel castello di Scalea, fatto ricostruire da Ruggero I d’Altavilla, si stipulò il nuovo patto dai due fratelli rivali ma uniti spesso nella conquista dei territori. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: “Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario ecc…”. Sul sito del FAI leggiamo che il castello di Scalea, noto anche come ruderi del castello normanno, è un rudere di un castello costruito su uno sperone roccioso sul paese di Scalea, risalente al XI o al XII secolo. Rimangono visibili solo i muri perimetrali e una torre. Venne costruito nell’XI secolo come fortezza militare dai Normanni sui resti di una rocca longobarda e restaurato successivamente dagli Svevi, dagli Angioini e poi dagli Aragonesi. Durante la dominazione normanna, al suo interno si incontrarono i fratelli Ruggero e Roberto d’Altavilla per dividersi i territori calabresi. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 170-171, in proposito scriveva che: “L’anno 1062 incominciò bene, ecc…Il duca di Puglia ricominciava a farne delle sue. Sin dal 1058 si era impegnato a dividere in parti uguali le sue conquiste in Calabria con il fratello; da allora in poi però, indispettito per l’influenza sempre maggiore che andava acquistando Ruggero e temendo per la sua stessa posizione, si era rifiutato di mantenere fede alle promesse. Ruggero, per tutto il tempo che era stato impegnato in Sicilia aveva accettato, pur di mala voglia, il denaro che Roberto gli aveva offerto in cambio dei territori che gli sarebbero dovuti spettare, ma ora che si era sposato la situazione era diversa.”. Sempre il Norwich continuando il suo racconto, a p. p. 174, in proposito scriveva che: “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero dopo l’indecoroso alterco tra i fratelli. Sembra che la spartizione sia stata fatta in base ad un accordo per cui ogni città e castello veniva diviso in due zone d’influenza separate, impedendo così alle popolazioni di parteggiare per l’uno o per l’altro, qualora fossero sorte controversie. Tale sistema lascia pensare che la mutua fiducia non poggiava su basi troppo solide; ecc….Una cosa è certa: l’accordo permise a Ruggero di donare a Giuditta il ‘Morgengab’ che le spettava, e e a quelli della sua famiglia i beni terieri che si confacevano alla dignità della loro nuova posizione.”. Dunque, come scriveva il Norwich, con questo accordo  “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: “Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “Intanto, una grande carestia affligge la Calabria: per le gravi difficoltà in cui versano, i calabresi cominciano a non pagare il tributo e a rifiutare il servizio militare mentre a Nicastro giungono a massacrare la guarnigione normanna. Il Guiscardo comprende che il diffondersi della rivolta rischia di vanificare quanto finora conquistato e si riappacifica con il fratello. La Calabria viene divisa in due zone di influenza e la linea di demarcazione è la via istmica che unisce i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace: a nord della stessa è riconosciuto il dominio del Guiscardo ed a sud quello di Ruggero, che pone la sua base operativa a Mileto.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”

Nel 1089, la Contea di policastro, Enrico del Vasto, conte di Policastro, fratello di Adelasia del Vasto sposò Flandina, figlia di Ruggero I. Da Flandina ebbe Simone del Vasto che ereditò la contea di Policastro

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, ci accorgiamo che vi furono diversi “Simone”, conti di Policastro. In questo saggio parlerò del Simone detto Simone del Vasto. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu un antico feudo esistito nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Sempre in Wikipedia leggendo la “cronostassi dei conti di Policastro” ci accorgiamo che vi fu Enrico del Vasto (10??-1137), conte di Paternò e conte di Butera. Dunque, non si conosce l’anno in cui Enrico del Vasto divenne conte di Policastro ma si sa che nell’anno 1137 non fu più conte di Policastro. Sempre da Wikipedia leggiamo che Enrico del Vasto, detto anche Enrico di Lombardia, Enrico di Savona, Enrico Aleramico, Enrico di Paternò, Enrico di Butera, Enrico di Policastro (Piemonte, ante 1079 – Sicilia, 1137), fratello minore di Adelaide del Vasto, fu capo degli Aleramici di Sicilia[2] e conte dei lombardi di Sicilia[3].  Membro dei Del Vasto di discendenza aleramica, Enrico era fratello minore di Adelaide del Vasto, figlio di Manfredi, e nipote di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona, della Liguria Occidentale e di ampi territori del Piemonte meridionale. Scese in Sicilia, dove risulta già personaggio di primo piano della corte normanna nel 1094,[5] dai grandi possedimenti familiari tra Piemonte e Liguria, con molti suoi conterranei della Marca Aleramica, per aiutare il condottiero normanno Ruggero nelle ultime fasi della guerra contro gli arabi per la conquista dell’isola. Questa gente aleramica al seguito di Enrico costituì la prima ondata migratoria di lombardi (in realtà, piemontesi e liguri, e in minor parte lombardi ed emiliani)[6] che ripopolarono alcuni centri della Sicilia occidentale e orientale tra l’XI e il XIII secolo. I normanni incoraggiarono infatti una decisa politica d’immigrazione della loro gentes, francese e dell’Italia settentrionale, anche con la concessione di privilegi. L’obiettivo era quello di rafforzare il “ceppo franco-latino” che in Sicilia e in Calabria era minoranza rispetto ai più numerosi greco-bizantini e arabo-saraceni.[7]In Sicilia scesero anche tre sorelle di Enrico. Adelaide, la più celebre, che sposò il gran conte Ruggero nel 1087 (o nel 1089) e divenne contessa di Sicilia; mentre le altre due sorelle sposarono i figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo. Enrico sposò Flandina, anche lei figlia di Ruggero ma nata dal matrimonio con Giuditta d’Evreux. Flandina era vedova del cavaliere normanno Ugo di Jersey, primo conte di Paternò, e così Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Proprio Paternò divenne il centro dei possedimenti degli Aleramici di Sicilia, un territorio discontinuo che si estendeva a sud in direzione di Catania, a sud ovest comprendeva Piazza Armerina, Aidone, Butera, Mazzarino, a nord ovest si estendeva fino a Nicosia, e a nord si allargava fino a Cerami, Capizzi e Randazzo.[8] Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia. Flandina d’Altavilla (in francese Flandina de Hauteville) (… – …; fl. XII secolo) è stata una nobildonna normanna del XII secolo. Figlia secondogenita del Gran Conte Ruggero e della di lui prima moglie Giuditta d’Evreux, ricevette in dote dal padre le contee di Paternò e Butera[1]. Fu sposata in prime nozze al cavaliere normanno Ugo di Jersey del quale rimase vedova nel 1075 e dalla cui unione nacquero una figlia di nome Maria[2] e tre figli maschi: Manfredo, Giordano e Simone. Nel 1089 si unì in seconde nozze all’aleramico Enrico del Vasto, a seguito dell’aiuto militare offerto da quest’ultimo al padre di lei.

Dal 1092-92 al 1105, Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 436,in proposito scriveva che: “….fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54).”. Pontieri, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Dunque, il Pontieri scriveva che Simone, conte di Policastro era il figlio di Enrico del Vasto o Enrico Paternò-Butera. Pontieri scriveva pure che Simone, conte di Policastro aveva un figlio illegittimo chiamato Ruggero Schiavo. Il Pontieri però parlando di Ruggero I d’Altavilla, scriveva che Simone, conte di Policastro successe al padre nel 1101 dopo la sua morte. Dunque scriveva che Simone, conte di Policastro era figlio naturale di Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Dunque, in questo passaggio, il Pontieri, parlando della reggenza di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I d’Altavilla che morì nel 1101, ci parla di Simone, figlio di Ruggero I d’Altavilla, perchè scrive che: “Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Sulle origini di Simone, figlio di “Adelasia” e di Ruggero I d’Altavilla, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito racconta che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Infatti, il Pontieri postillava che “Adelasia” “….aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); etc…”., aggiungendo che il futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla era l’altro fratello di Simone, conte di Policastro.  Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. In questo passaggio, Pontieri spiega che Simone dovrebbe essere nato da “Adelasia” subito dopo la morte di “Giordano”, altro figlio di Ruggero I d’Altavilla. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, parlando del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, sposo di Adelaide del Vasto, a p. 227, in proposito scriveva che: “Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”. Il primogenito di Ruggero I d’Altavilla fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105) fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Su Simone, la madre Adelaide del Vasto e la sua reggenza ha scritto Ernesto Pontieri. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 440-441, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Lungi dall’avventurarci nell’aggrovigliata questione sul numero e sull’individuazione dei figli, legittimi e naturali, del conte Ruggero, ci limitiamo a notare che egli ebbe due figli aventi lo stesso nome di Goffredo: costume non insolito nelle famiglie normanne, anzi nella stessa famiglia di Tancredi di Hauteville, il padre di Ruggero….Ora il Malaterra, dopo aver ricordato la morte di Giordano, avvenuta nel 1092, testualmente aggiunge…..Ma ecco che, alcuni mesi dopo, Adelasia dava alla luce Simone, salutato dall’esultanza di tutta la corte. Anche il Malaterra mostra di commuoversi davanti al fausto evento e lo celebra inserendo nel ‘De rebus’ un carme, etc…”. Pontieri, a p. 442, in proposito alla nascita di Simone, scriveva che: “La casa del gran conte di Sicilia era dunque pervasa di letizia, perchè Adelasia aveva dato al consorte non solo un figlio maschio, ma anche l’atteso erede. Certo, in un atto della cancelleria del conte Ruggero, consacrante una donazione da lui fatta nel 1094 al monastero di S. Maria “de Rokella apud paleapolim”, in Calabria, il nome di Simone vi è rappresentato come “filius Rogerii comitis et heres”(65).”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”.

Dal 1101 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di Ruggero I d’Altavilla e la contea di Policastro

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, come ha scritto il Pontieri, la corona della contea di Sicilia e di Calabria, dopo la morte di Simone, nel 1105 passò al fratello minore Ruggero chesarà il futuro Ruggero II d’Altavilla. Il Pontieri scrive pure che nel 1105, Ruggero II, sebbene avesse ereditato per successione la corona di Sicilia e Calabria, essendo ancora minorenne non poteva governare. Lo fece la madre Adelasia, ultima moglie di Ruggero I. Adelasia prese la reggenza della contea di Sicilia e di Calabria e la tenne fino all’anno 1112.  Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 168, in proposito scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”.

Dal 1105 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di suo figlio Simone fino alla maggiore età di Ruggero II d’Altavilla

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, Pontieri scriveva che Simone, erede e successore della corona della Contea di Sicilia e di Calabria morì nel 1105 e da allora la corona passò all’altro figlio, Ruggero che, però, essendo minorenne non poteva governare. Fu la madre Adelasia che governò fino alla sua maggiore età. Da Wikipedia leggiamo che   Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero (o Ruggiero) il normanno[2], figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu gran conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri continuava a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Pontieri, a p. 488, in proposito scriveva pure che: “Le donazioni si susseguirono negli anni seguenti fino al termine della reggenza; si trattò ora di concessioni che Adelasia faceva insieme al figlio Simone o, morto costui con l’altro, Ruggero, ora di conferma di precedenti erogazioni (151); una volta venne spedito ordine ai vicecomiti e gajti di Castrogiovanni di proteggere i religiosi di S. Filippo (152); finalmente, nel marzo 1112 – ultima carta della reggente in favore del suo prediletto monastero – Adelasia e Ruggero confermano all’egumeno Gregorio la donazione, già fattagli dal defunto conte Simone, della chiesa di S. Maria della Gullia (153).”. Pontieri, a p. 488, nella nota (151) postillava: “(151) Lo Shalandon, Histoire, cit., vol. I, pp. 357-59, e lo Scaduto, op. cit., p. 111, hanno riassunto queste concessioni, desumendole dai corrispettivi documenti conservatici nei cartari siculo-normanni, ai quali stiamo facendo continuo ricorso.”. Pontieri, a p. 488, nella nota (152) postillava: “(152) Caspar, Regesten, p. 484, n. 7; G. La Mantia, Il primo documento in carta esistente in Sicilia ecc.., cit., oltre il testo greco della carta l’a. dà pure il testo arabo con la traduzione di I. Di Matteo; Collura, Appendice, p. 14, n. 6: il documento appartiene al 1109.”.  

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelasia), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro

Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: “Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317.

La rocca fortificata di Policastro nel ‘Chronicon’ di Amato da Montecassino, forse sorta già in epoca Longobarda

Riguardo l’epoca di costruzione del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…) e dunque, volevano che la rocca fortificata del ‘Castellaro’ di Capitello: E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo”. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), la rocca fortificata del ‘Castellaro’, doveva già esistere prima del 1077, quando le fortificazioni ed i castelli di Policastro sorti all’epoca del Principe Longobardo Gisulfo II passarono a suo cognato Roberto Giuscardo che gli conquistò il Principato Longobardo di Salerno. I due studiosi si rifanno alla narrazione del cronista dell’epoca Amato di Montecassino. I due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto.Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S.Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni, quando Landolfo conservò i propri domini, ma dovette consegnare i castelli più importanti tra cui San Severino. Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Michelangelo Schipa (…), nel cap. 12, del suo  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240, parlando dell’episodio citato da Ebner (…), sul dente di S. Matteo e, riferendosi a Roberto il Guiscardo e, della conquista di Salerno, dopo il suo assedio, scriveva che: “E maggiore contesa sorse dopo. Pretendeva Roberto che dovessero porsi in sua mano i castelli della valle di S. Severino, di Policastro e del Cilento, tenuti da Landolfo e da Guaimario, fratelli di Gisulfo, poichè diceva spettargli intera la signoria del Principato. E Gisulfo schermivasi, negando che dei castelli si fosse fatta parola allorchè egli si era arreso.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 256, scriveva in proposito che:

La rocca fortificata di Policastro ai tempi dei Normanni secondo Goffredo Malaterra

Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, ed. Tomberli, Napoli, 1745 (I edizione) ci parla di Policastro e del suo Castello a p. 416 dove scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina, e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso al mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietre di taglio nel MCCCXCIII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, sccome dall’Iscrizione, che sta sulla porta di essa. Un miglio fuori le mura, verso levante si trova un avanzo di edifizio romano ecc…”. Conquistato nel 1055 o 1065 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo di Policastro fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello (…). Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – discorsi’, parlando di Policastro e delle sue mura merlate, scriveva in proposito che: ……..

L’Antonini (…), a p. 416 postillava che: “Molto meno si sa l’antico suo nome, perchè il citato ‘Mario Nigro’ avendo scritto che ‘Juniores Paleocastrum vocant’ scordossi dirci come gli antichi il chiamassero. Vuò ben vedere che l’antico fosse anche ‘Paleocastrum’, voce Greca, che in essa mostra il suo significato fosse di antico Castello, del di cui nome abbiamo anche un altro in Calabria, ed in Cipro una città. ‘Merola’ con un positivo uguale abbaglio dice che: Citra medium Paestani Sinus juxta Palinuri, promontorium, Paleocastrum; e quì è da notarsi altro abbaglio, che prende dicendo che Policastro ‘Castellum est’, quando nelle sue vaste ruine dimostra essere stata non picciola Città.”. L’Antonini (….), parlando sempre della città di Policastro continuando il suo racconto in proposito scriveva pure che: “Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV., allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel libro 2: ‘Anno vero dominicae Incarnationis MLXV, ‘Policastrum’, ecc..ecc..”Dunque, l’Antonini scriveva della rocca fortificata a Policastro, quella dove oggi si vedono i ruderi del castello e aggiungeva del “Castellaro” oggi nel territorio di Capitello d’Ispani. L’Antonini dunque concludeva che rocca e castellaro facevano parte di un’unica città fortificata: “Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV., allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel libro 2: ‘Anno vero dominicae Incarnationis MLXV, ‘Policastrum’, ecc..ecc..”Antonini voleva che le due distinte rocche fortificate facessero parte di un’unica città fortificata che fu poi in seguito espugnata da Roberto il Giuscardo. L’Antonini (…), nella parte II, a p. 416, parlando di Policastro postillava che l’aveva citato anche il Merola (…). Antonini scrive che nel 1065, Policastro fu distrutta da Roberto il Guiscardo e portò lontanissimo i suoi concittadini. In seguito altri hanno scritto che nel 1065 (?), i cittadini superstiti di Policastro, furono portati dal Guiscardo a Nicotera. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, citando il Mannelli (…), ed il Malaterra (…), volevano che le mura di Policastro fossero state rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo che, fece in modo che dopo la morte di Roberto, il suo dominio andasse al figlio Ruggero Borsa (Guzzo lo chiama Ruggero d’Apulia). Sia il Mannelli, che il Volpe (…), ritenevano la stessa notizia degna di ogni fondamento in quanto l’Ughelli (…), nel 1659, nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758, che: “Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”. Dunque, sulla scorta di Goffredo Malaterra (…), l’Ughelli prima e poi tutti gli altri, hanno giustamente scritto che, dopo la distruzione di Policastro nel 1065, da parte di Roberto il Guiscardo, in collera con il cognato Gisulfo II, le sue mura, fossero state ristorate e rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, dopo la morte del Guiscardo, ovvero solo dopo il 1085. Le mura e le possenti fortificazioni di Policastro, importante testa di ponte e di difesa per il Regno per gli eserciti che venivano dalle Calabrie, come del resto gli stessi castelli della Valle di S. Severino e della rocca ‘Cilento’, erano sorte e furono state costruite già da molto tempo. Noi crediamo che le mura di Policastro, fossero state poderose e possenti già dal dominio dei Principi Longobardi che, dovevano contrastare i continui attacchi dei nemici Bizantini. Così pure lo stesso “Castellaro”, doveva essere una costruzione preesistente al tempo del Guiscardo. Del resto, come abbiamo visto, il cronista dell’epoca Amato di Montecassino e gl istessi versi del poeta Alfano I, Arcivescovo di Salerno, dimostrano che Gisulfo II, creando la Contea di Policastro, nel 1055, aveva donato al fratello Guido, i castelli della Valle di S. Severino. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro riferendosi a dopo la restauratione della nuova sede vescovile, dopo l’anno 1000, a p. 334, aveva scritto che: “La ricostruzione dell’abitato di Policastro fu intensificata ai tempi di Ruggiero (mura, castello e completata nel XIII secolo. Pare che la locale contea fosse stata concessa da re Ruggero al bastardo suo figliolo Simone…..”. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, pubblicato nel 1997, a pp. 143-144, parlando di Capitello (e non di Policastro) in proposito scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto ‘Castellaro’, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo (…), a p. 144, nella sua nota (2), postillava: “(2) Natella-Peduto, op. cit, p. 483 e sgg.”. Riguardo poi al castello, il Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario ecc…”, a p. 132, scriveva che: “Incerto è anche il committente. Potrebbe essere lo stesso Roberto il Guiscardo o anche suo figlio Ruggero Borsa, che gli successe dal 1085 al 1111 e, se si va oltre l’XI secolo, si potrebbe pensare anche a Ruggero II, re di Sicilia, che completò la ricostruzione di Policastro per consegnarla in Contea al figlio naturale Simone.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando del castello di Policastro e dei suoi ruderi posti sulla collina sopra il paese, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); forse era in cattivo stato e, per di più, non ispirava la fiducia del Guiscardo, attaccato com’era alla città, della quale doveva subire le sorti in caso di assedio. Perciò fu costruito, su una collina vicina, presso Capitello d’Ispani, un poderoso castello che dominava dall’alto tutta la contrada ed aveva fortificazioni che spingevano a 300 metri dall’ingresso. Le rovine erano imponenti e facilmente accessibili, hanno il nome di “Castellaro” (60).”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit.,  p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”.

Il ‘castrum’ ed il castello di Policastro ai tempi del re di Sicilia Guglielmo I d’Altavilla

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro dopo la restauratione della nuova sede vescovile, dopo l’anno 1000, a p. 334, in proposito scriveva che: “La ricostruzione dell’abitato di Policastro fu intensificata ai tempi di Ruggiero (mura, castello e completata nel XIII secolo. Pare che la locale contea fosse stata concessa da re Ruggero al bastardo suo figliolo Simone…..Il ‘Catalogus baronum’ ci informa dei cavalieri ed eredi che ai tempi di re Guglielmo possedevano villani a Policastro (30).”. Ebner (…), a p. 335, nella sua nota (30), postillava che:  “(30) ‘Catalogus Baronum’ Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro’, ecc…ecc..”. Sul ‘Catalogus Baronum’, ho dedicato ivi un mio saggio, in cui ho pubblicato alcune pagine tratte dal testo di Evelin Jamison (…). L’Ebner (…), a p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (…).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Sappiamo che nel 1167, durante il Regno di Guglielmo II il Magnifico (1166- 1189), il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale di Policastro. Pietro Ebner (…), parlando di Policastro, a p. 335 del vol. II, scriveva in proposito: “Il ‘Catalogus baronum’ ci informa dei cavalieri ed eredi che ai tempi di re Guglielmo possedevano villani a Policastro (30).”, e poi nella sua nota (30), postillava che:

Ebner, p. 335

(Fig. 14) Ebner (…), p. 335, parla di Policastro, nota (30)

Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1185, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo.

de Policastro

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Evelyn Jamison (…), la pagina che parla di “De Policastro”, n. da 566 a 574 (citati da Ebner, a p. 335, nota (30)), vol. II

Carucci, vol. I, p. 89

(Fig….)

Nel 1144, Gibel di Lauria

I due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. I due studiosi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio. Secondo la nota (22), dei due studiosi, il nome di ‘Gibel’, appare nel ‘Catalogus Baronum’, commentato dal Cuozzo al n. 101, ma non è corretto. Infatti al Mingardo, durante la guerra del Vespro vi fu una tremenda battaglia. Il Gibel di cui parlano i due studiosi, che volevano fosse il nonno dell’ammiraglio, è lo stesso di cui parlava l’Antonini (…), il quale segnalava la citazione nel ‘Catalogus Baronum’ del Borrelli ?. Forse si trattava proprio dello stesso feudatario. I due studiosi dicono essere indicato al n. 101. Infatti, il Cuozzo (…), nel suo commento al ‘Catalogo dei baroni’ scriveva di Gil al n. 101, ma non ho trovato nulla al n. 101. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Ma, scorrendo il ‘Catalogus baronum’, del Cuozzo o della Jamison non ho ritrovato alcun Gilbert al n. 101. Dunque, secondo la ricostruzione dei due studiosi, l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, non ha origini nella famiglia Sanseverino con cui si imparentò essendosi la sorella Ilaria sposata con il figlio del conte di Marsico e dunque non trovo affatto esatto ciò che ha scritto il Mallamaci (…), parlando di Torraca. Tuttavia, sull’influenza che i Sanseverino ebbero nelle nostre terre, non vi sono dubbi ed indagheremo ulteriormente. Riguardo il ‘Gibel de Loria’ presente secondo i due studiosi Augurio e Musella (…), nel ‘Catalogus baronum’ ci viene incontro Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”.

Ebner, p. 335

(Fig…..) Ebner (…), p. 334

Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1185, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo, Gibel Lorie (v. n. 601) 3 vilani. Dunque, l’Ebner (…), cita due volte Gibel Lorie o Gibel de Loria, citato più volte nel ‘Catalogus baronum‘ pubblicato dalla Evelin Jamison (…) al n. 601. Infatti nell’opera pubblicata dalla Jamison (…), al n. 601, a p. 109 troviamo scritto:  “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulfo sicut dixit feudum (c) (8).” e, nella nota (c) scriveva che: “(c) name of fief om.” e nella nota (8) scriveva: “(8) Loria ‘provides the tenant’s  toponymic, but this cannot here indicate the fief, because’ Lauria (Potenza) was in Val Sinni, the discrict of which Gibel was royal justiciar. He is stated  ante 586* to have held three villeins in Policastro. Cfr. Commento.”. Nella sua nota (8) la Evelyn Jamison (…), a p. 109, in proposito scriveva che: Loria ‘fornisce il toponimo del suo feudatario, ma questo non può qui indicare il feudo, perché’ Lauria (Potenza) era in Val Sinni, il cui discreto Gibel era il giustiziere reale. Viene dichiarato ante 586* per aver tenuto tre villani a Policastro. Cfr. Commento.”. Sempre la Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 117, in proposito scriveva che: “3….. Infatti, negli stessi Registri Angioini, e propriamente nell’atto di costituzione del Principato di Salerno, si legge che Carlo d’Angiò nel donare quest’ultimo, insieme alla contea ecc…., oltre Monteforte e Magliano (Francesco di Monteforte), Camerota e Molpa (Egidio di Blemur), Novi (Riccardo di Marzano) e Castelnuovo (Guido di Alemagna)(38).”. Ebner, a p. 117, nella sua nota (38) postillava che: “Reg. ang., VIII, p. 182 n. 464 (=Reg. 1272, XV, Ind. f CXXI), ma v. pure Reg. 1271, A, f. 218 t.”.

Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 37-38, in proposito scriveva che: “2.1 – Legami familiari nel regno normanno-svevo ed angioino. Sembra proprio che un ‘Gibel de Lauria’ ed un ‘Gibellus de Loria’ sia uno dei primi sicuri rappresentanti del ceppo familiare a cui poi il nostro Ruggero sarebbe riconducibile, ma che sia cosa diversa ed azzardata porlo come capostipite (80). Gibel, infatti, è unicamente il primo dei Loria del quale si ha una qualche notizia documentale, sia nel ‘Catalogus Baronum’, sia in due documenti del Monastero di S. Elia ed Anastasio di Carbone (81). Gibel de Loria è poi una figura significativa almeno per la territorialità a cui è legata, nel ‘Catalogus’, il suo nome. Egli è, infatti, individuato come colui che tiene tre villani in Policastro (82) e come colui che ricopre l’incarico di giustiziere regio del distretto di Val Sinni nel 1144 insieme a Roberto di Cles (83), entrambi chiamati a derimere, presso l’abate Ilario, una questione che coinvolge il Monastero di Carbone, minacciato nelle sue proprietà da un non meglio precisato nobile Gillius, signore di Calabria (84). I due sono poi legati al conte di Principato: Roberto di Cles, quale suffeudatario di Lampus de Fasanella (85) e Gibel quale suffeudatario del conte di Marsico (86), mediante ancora il tramite di un Gisulfo de Palude (87). Con Gibel, si delinea, dunque, un primo legame col territorio, secondo il quale, il ceppo familiare dei Loria insisterebbe per un verso con l’area più occidentale che dal Vallo di Diano (Campania) conduce fino almeno a Policastro e, per l’altro, con l’area più centro-meridionale dell’antica Lucania, corrispondente appunto al distretto di Val Sinni.”. La Lamboglia, a p. 37, nella sua nota (80) postillava che: “(80) 

Lamboglia, note a p. 37
Lamboglia, note a p. 38

Dunque, la Lamboglia scriveva che Gibel de Loria, nel 1144 ricopriva la carica di Giustiziere Regio del Distretto Normanno di Val Sinni e che, insieme a Roberto di Cles si recarono dall’abate Ilario dell’Abbazia o Monastero di S. Elia ed Anastasio di Carbone per derimere un controversia sorta tra il Monastero ed un feudatario (non meglio precisato), un certo “Gillius”, signore di Calabria. Il documento fu pubblicato dalla Robinson (….), ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli (…), sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche  “voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: “Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85

Nel 1229, Federico II di Svevia fece costruire un porto collegato con il ‘Castellaro’

Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 15, a p. 28 e s., proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 28 scriveva che: “Ben s’accorse Federico dell’importanza strategica del luogo, ma anche dell’insalubrità dell’aria e dell’inusabilità del porto fluviale, ormai molto lontano dalla città (non sappiamo di quanto; oggi la distanza è di circa 4 km.), ed in più richiedeva un enorme e continuo lavoro di manutenzione. Perciò Federico costruì un nuovo porto in riva al mare, dove l’insabbiatura non era da temere; questo porto fu fortificato e connesso al Castellaro con mura. Il luogo era, inoltre, più sano e si trovava a circa 2 km. da Policastro vecchia, in direzione di Capitello. La riva del mare era allora più verso monte, al di là dell’odierna strada statale n. 18. Le fortificazioni sono completamente scomparse e i residui sono coperti di vegetazione. Il Doria ha fatto un lavoro completo. Rimane soltanto la parte superiore d’un acquedotto, che portava acqua dolce alle navi, ed il nome di “Porta di Mare”, che la contrada porta ancora, perchè il luogo era compreso nella cinta fortificata. Un lungo tratto di questa cinta si scoprì e si distrusse, quando fu costruita la ferrovia (1890-95).”. Dunque l’ipotesi suggestiva del Tancredi che voleva che l’antico porto angioino di Policastro dei genovesi fosse nella contrada “Porta di Mare” posta più o meno dove attualmente vi è un campeggio dopo il cimitero di Capitello e vicino ai ruderi del cosiddetto ‘Castellaro‘, oggi nel territorio di Capitello, frazione del Comune di Ispani e di cui parlerò in un altro mio saggio.

Nel 1240, Federico II di Svevia invita i cittadini di Policastro di presentarsi al suo cospetto a Foggia

Certo è che la notizia citata dallo storico Kantorowicz (…), è più o meno dello stesso anno (a. 1239-1240), dell’altra notizia dataci da Carlo Carucci (…), di una altra carta Federiciana del 1240.  I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, proseguendo il loro interessante racconto citano altre notizie dateci da Ebner (…), ed in proposito a Policastro scrivevano che:  “In altra carta federiciana, del 1240, l’Imperatore in un parlamento a Foggia invitò della Provincia di Salerno i soli rappresentanti di Salerno, Eboli, Amalfi e Policastro (78): è chiaro l’intento politico, originato dalla necessità di avere sotto controllo e ai propri ordini i maggiorenti delle città più qualificate dal punto di vista della sicurezza territoriale).”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”. Pietro Ebner (…), aveva già riportato questa interessante notizia, infatti, a p……., scriveva che: “Per il Parlamento da tenere a Foggia (a. 1240) l’imperatore oltre i rappresentanti di Salerno, Eboli e Amalfi, invitò anche quelli di Policastro.”. Rileva il Carucci (…) che per il parlamento  poi tenuto a Foggia nell’anno 1240 – quindi prima della Congiura di Capaccio – il sovrano invitò insieme ai rappresentanti di Salerno, Eboli e Amalfi, anche quelli di Policastro, il cui castello fu avocato alla curia regia. Come si può leggere nel documento ivi, tratto dal Carucci (…), che lo pubblicò nel 1931, del vol. I, a p. 196: “XCIX. 1240 (a. XX di Federico II imperatore), (XIII, ind.), marzo, Viterbo. Federico II informa, per mezzo del suo ministro Pier delle Vigne, la città di Salerno, che ha piacere di vedere i sudditi fedeli del suo regno ereditario di Sicilia, e che terrà a Foggia un generale parlamento il dì delle Palme, 1° del prossimo Aprile. Invita la città a mandare due suoi rappresentanti che possano vedere “la Serenità del suo volto” e riferire, al ritorno, la sua volontà.”. Il Carucci (…), a p. 196, aggiunge che il documento è tratto dal ‘Regestum Imp. Fr. annorum 1239-1240’ etc. edizioni Carcani:…………….Il Carucci (…), nel suo vol. I, a p. 196, pubblica l’interessante documento del 1240, di cui ci parla l’Ebner (…) e i due studiosi Natella e Peduto (…) e, nella sua nota (1), a p. 197, postillava in proposito: “(1) Le città invitate a quell’importantissimo parlamento furono quarantasei in tutto il Regno, e tra queste, Salerno, Amalfi, Policastro ed Eboli, della Provincia di Salerno.”. Questa notizia dell’anno 1240 e l’altra notizia dataci dallo storico Kantorowicz (…), dell’anno 1239, mi fanno ritenere che il porto di Policastro, demaniale ed importantissimo ai tempi dell’Imperatore Svevo Federico II, sia proporio la baia naturale di Sapri, che poteva accogliere legni di una certa portata, rispetto ad un piccolo porticciolo interratosi nel tempo, quale potrebbe essere stato a Policastro.

Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Nel successivo marzo del 1240, Riccardo di Lauria è di nuovo tra gli ufficiali a cui Federico II fa pervenire la comunicazione, nella quale ingiunge loro di presentarsi al cospetto dell’Imperatore in occasione della sua prossima venuta nel Regno di Sicilia e della convocazione di un’assemblea generale che si terrà a Foggia il giorno della Domenica delle Palme – apud Fogiam in festo Palmarum primo venturo conloquium indixerimus generale (100). Nondimeno, ‘Riccardus de Loria’ sembra essere stato giustiziere di Basilicata solamente al tempo di Federico II (101), poichè dopo il 1240, se ne perdono del tutto le tracce.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (100) postillava che: “(100) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 2, docc. 657-668, pp. 620-622; il nome di Ruggero è nel doc. 660, p. 621. Sulla circostanza della convocazione, si veda A. Caruso, Indagine sulla legislazione di Federico di Svevia per il Regno di Sicilia. Le Leggi pubblicate a Foggia nell’aprile del 1240, in Il “Liber Augustalis” di Federico II di Svevia nella storiografia, Antologia di scritti a cura di A. L. Trombetti Budriesi, Bologna, Pàtron editore, 1987, pp. 145-168. Sulla feudalità del Regno, si rinvia alle note di G. Fasoli, La feudalità siciliana nell’età di Federico II, in Trombetti Budriesi (a cura di), Il “Liber Augustalis” di Federico II di Svevia, pp. 403-421.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (101) postillava che: “(101) FRIEDL, Studien zur Beamtenschraft Kaiser Friedrichs II., p. 312.”.

Nel 1229 (epoca Federicana), Policastro è città demaniale e dei Ruffo

Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. Il Giustiniani (…), scriveva che “Nel 1229, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.. Nel XIII secolo, in seguito alla dominazione Normanna e quella Federiciana, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, che però resterà tale fino all’anno 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo (…). Giovanni Ruffo, diventerà il primo feudatario della zona. Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. Così ricaviamo da una notizia riportata dall’Ebner e relativa ai primi momenti della dominazione angioina, che riferisce di un ordine relativo al “recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro” in favore della Regia Corte, di una somma pertinente alla bagliva della “terra di Policastro”, che l’autore identifica però con la Policastro cilentana (…). L’Ebner, scrive: “Vi è pure un ordine di recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro di VIII once d’oro e XV tarì per la bagliva della terra di Policastro (…). L’Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”.Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Quindi, secondo i due studiosi (..), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo che diventerà il primo feudatario della zona. Questo significa che nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale. E così era anche il suo porto. Il Giustiniani (…), scriveva che Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.. I due studiosi Natella e Peduto (…), si dilungano sulle mura e fortificazioni di Policastro, per poi aggiungere: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Secondo i due studiosi (…), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Nel 1211, ad esempio, per vescovo di Policastro era designato il medico del Re di Sicilia, Giacomo, poi eletto (76); In altra carta federiciana, del 1240, l’Imperatore in un parlamento a Foggia invitò della Provincia di Salerno i soli rappresentanti di Salerno, Eboli, Amalfi e Policastro (78): è chiaro l’intento politico, originato dalla necessità di avere sotto controllo e ai propri ordini i maggiorenti delle città più qualificate dal punto di vista della sicurezza territoriale).“. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (76), postillavano che: “(76) C. Carucci, Codice diplomatico salernitano del sec. XIII, Roma, Fonti per la Storia, ecc.., 1931, vol. I, p. 89.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”.

Nel 1230-31, il Castello di Policastro all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 108, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, riferendosi all’anno 1230-1231 (?), in proposito scriveva che: “Non meraviglia, quindi, se tentò di estromettere i faudatari dai loro castelli costruiti dopo il 1189 nei punti più strategici creando “provisores” (5) e disponendo che alla manutenzione dei castelli medesimi (rifacimenti, ecc..) partecipassero, con i villaggi vicini, anche quelli lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra i castelli elencati, vi è quello di Laurino e quello di Policastro, ecc..”. L’Ebner, a p. 109, scriveva ancora che: “Nei documenti imperiali sono elencate le altre baronie tenute a concorrere alla manutenzione dei vari castelli con riferimento a un solo feudatario, “domini Gisulfi de Magina”, segno evidente di prestigio e di rapporti più autorevoli con l’Imperatore.”. Ebner, a p. 108, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Degli altri castelli ivi elencati (pp. 157-159) è ancora notizia delle baronie tenute a provvedervi: Castrum Policastri: baronie Camerote; Castrum Rocce de Gloriosa: homines tocius baronie Castris Maris – Castllammare della Bruca e cioè Velia -; Castrum Capuacci: baroniam ecc…”.  Scrive Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, parlando di Federico II, scriveva che: “Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del fueudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. Fin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X-XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca (…), scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo…..; nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (77), postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”. Come vedremo, la postilla di Natella e Peduto, nella loro nota (77), si riferisce al vol. I, di Carucci (…), a pp. 156-157-158. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Nel 1211 Federico II,….a quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Il feudo di Policastro fu assegnato a Giovanni Ruffo (a. 1229).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Dopo la congiura di Capaccio nel 1242, episodio in cui alcuni Baroni del Regno, primi tra questi, al solito, i Sanseverino, decidono di ribellarsi all’Imperatore Federico II di Svevia, che era stato scomunicato dal papa, e dopo il suo epilogo che avvenne a Capaccio in cui tutti i congiurati vennero sterminati, compreso Tommaso e Guglielmo Sanseverino.  I guasti del conflitto non rimesero circoscritti alla sola zona di Capaccio, ma incisero fortemente sulle condizioni di vita dell’intero Cilento. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Ritornando a quanto scrive il Campagna “sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79).” e, dove postillava: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Sempre il Campagna (…), sulla scorta del ‘Codice Diplomatico Salernitano’, del Carucci (…), a p. 266, scriveva che: “Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro.”. Pietro Ebner (…), scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). L’Ebner (…) scriveva che: Un documento di Federico II informa che alle opere di manutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro, Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (…).”, di cui si parla nei documenti pubblicati dal Carucci (…). Parlando del Castello e della fortezza di Policastro, Pietro Ebner, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del castello di Policastro (32).”. Ebner, a p. 336, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Fidericus (…) Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscoli provisoribus castrorum, li costituisce provisores dei castrorum nostrum di Principato, Terra di Lavoro e Terra Beneventana (…) Castrum Policastri, ecc…”, e faceva riferimento al Carucci, vol. I, p. 89. Devo precisare però che il documento pubblicato a p. 89 del vol. I dal Carucci, riguarda la facenda del medico di Federico II e non dice nulla sui ‘provisores’ nominati per il “Castrum Policastri”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, a pp. 156-157-158, pubblicava il documento del 1230-1231, citato dai due studiosi Natella e Peduto e da Pietro Ebner (…): “LXXVIII. 1230-1231 (?) Federico II, nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato ecc..”.

Carucci, p. 156

(Fig…) Carucci Carlo, op. cit., vol. I, p. 157 Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii Inedita’ n. 775, (Archivio Attanasio)

Nicola Montesano (…), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, parlando di Tortorella a p. 21 in proposito scriveva che: “Durante il periodo di dominazione normanno-sveva un ordine impartito da Federico II obbligava gli abitanti di Tortorella nel ‘iusticiaratu Principatus et Terre Beneventane’ a partecipare ai lavori di restauro del castrum di Policastro: “In primis castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle et per homines Conse, per homines Turrace, per homines Rustrani, item per homins Brigetti et Tuclani, qui sunt de iusticiaratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per homines Muclarone et per homines tocius baronie Camerate, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est fomiglia ordinata.” (32).”. Il Montesano, a p. 21 nella sua nota (32) postillava che: “(32) Acta Imperii Inedita – Edward Winkelmann – Innsbruck – 1880, pag. 775.”. Dunque, il Montesano pubblica uno stralcio del documento Svevo pubblicato dal Winnkelmann nel 1880. Anche Carlo Carucci (…), nel suo vol. I di ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, di cui il vol. I è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), a p. 157, postillava che: “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi (Dal Winkelmann, Acta Imperii, pag. 775, e da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914.”. :

Carucci, p. 255

(Fig…) Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii Inedita’ n. 775 e in Carucci, vol. I, p. 157 (Archivio Attanasio)

Edvard Winkelmann (…), nel suo ‘Acta Imperii Inedita’, del 1880, a p. 775 pubblica il documento federiciano su Policastro:

Infatti, come scriveva pure Pietro Ebner (…), vol. II , p. 336, nella sua nota (32), postillava che, nel documento vi è scritto che per “Castrum Policastri, debet reparari per homines Turturelle, et per homines Sanse, per homines Turracae, per homines Rofrani item per homines Brighelli (Rivello ?) et Triclani (Trecchina), qui sunt de iustitieriatu Basilicae; item potest reparari per homines Muclarone (Morigerati, nel 1294 Moregerarum) et per homines totius baronie Camerote, que homnes terre sunt vicine Policastro in quo nulla est familia ordinata. Carucci cit. ibidem.”

Carucci, p. 160
Carucci, p. 160, nota (1)

(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157

Il castello ed il castrum di Policastro dopo gli Svevi e con la venuta degli Angioini

Nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e scriveva che: “Morto Federico II a Lucera nel 1250, tramontava per sempre la potenza sveva tanto in germania quanto in Italia. Dopo la breve parentesi del figlio Manfredi, conte di Taranto e re di Sicilia, l’Italia Meridionale passò agli Angioini, grazie all’appoggio di due papi francesi: Urbano IV e Clemente IV. Carlo I d’Angiò, fratello di Luigi IX, Re di Francia, riconosciuti i diritti della Santa Sede ed impegnatosi a non oltrepassare l’Italia centrale, sceso in Italia, nel 1266 fu incoronato Re di Sicilia e, appoggiato dai Guelfi, sconfisse Manfredi a Benevento. Indì punì tutti coloro che avevano parteggiato per gli Svevi, la cui casa si estinse colla morte di Corradino e di Enzo (1268). Ed in questa difficoltà si trovarono diversi Policastresi, come attesta un documento antico in difesa di Nicola De Jannuzzo, assente in occasione della ribellione scoppiata nel paese: “Nicola De Jannuzzo de Policastro provisio quod non molestatur pro ribellione commissa per dictam terram quia ipse absens ab illa fuit” (Regesta Chartarum Italiae: p. 49, anno 1269). Verso la fine del ‘200 la Contea di Policastro passò ai Sanseverino. Questa antica famiglia napoletana fu così chiamata da Torgisio, cavaliere normanno, quando, ecc…., come afferma Giannantonio Summonte (Storia della città e del Regno di Napoli: Tomo I, p. 468). L’origine normanna ecc…ecc…Uno dei numerosi discendenti di questa famiglia fu Giacomo, il quale iniziò nel 1293 la costruzione del CASTELLO di Policastro, dovè dimorò Ruggiero il Normanno, duca di Calabria, Di questo castello medioevale esistono i ruderi; ma ne possiamo ammirare la forma originaria in una tela della Cattedrale. Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Appunto per evitare nuovi danni e difendere il nostro territorio dagli Aragonesi Carlo II d’Angiò fece fortificare tutte le cittadine del regno, fra le quali Policastro.”.

Le fortificazioni e i castelli nel basso Cilento all’epoca di Carlo I d’Angiò

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nel 1269,…vi è pure un ordine di recupero dall’erede del Giudice Ruggiero di Policastro; un ordine di esibizione delle decime al vescovo di Policastro (35); la nomina del bàiulo di Policastro a “prepositus” alla strada che dal ponte sul Sele andava fino a Polla e alla strada che da Policastro andava a San Giovanni a Piro e poi fino a Tropea (36). Nel 1271 è un ordine al milite Alessandro di Policastro di prendere possesso del monastero di Curacio, in territorio di Castelluccio (Calabria ?) che il re gli aveva donato (37). ecc..”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Reg. 10, f. 41 t = vl. VI, p. 132, n. 642”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (36), postillava che: “(36) Reg. 10, f. 115 t e 115 bis = vol. VI, pp. 237-238, n. 1266.”.Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Reg. 1271, A., f. 111 = vol. VII, p. 205, n. 162.”. Riguardo il Castello della Molpa all’epoca Angioina, l’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”.

Nel 1269, re Carlo I d’Angiò, scrive della ribellione di Nicola de Jannuccio di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: Nel 1269 il re ordinava di non molestare Nicola di Giannuzzi (“Jannucio”) di Policastro per la ribellione commessa da quella popolazione, perchè avvenuta in sua assenza (34).”. Pietro Ebner (…), a p. 337, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Reg. 1269, S, f 45 = vol. IV, p. 34, n. 196.”. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, nel suo vol….., a p….., parlando di Policastro scriveva che: “Dai registri Angioini si rileva un’ordinanza di Re Carlo I d’Angiò (Reg. 1269 S, f. 45) che invitava le autorità a non molestare Nicola de Jannuccio (Giannucci), per la ribellione commessa da Policastro perchè questa si era verificata durante la sua assenza. Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì.”. L’Ebner (…), in proposito scriveva che: Dai registri Angioini si rileva un’ordinanza di Re Carlo I d’Angiò (Reg. 1269 S, f. 45) che invitava le autorità a non molestare Nicola de Jannuccio (Giannucci), per la ribellione commessa da Policastro perchè questa si era verificata durante la sua assenza.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, a p. 191, parlando di Policastro, nella sua nota (16) postillava che: “REGESTA CHARTARUM ITALIAE, op. cit., pag. 49. Ecco il testo integrale: “Nicola de Jannuzzo de Policastro provvisio quod non molestur pro ribellione commissa per dictam terram quia ipse absens ab illa fuit” (anno 1269).”. L’opera a cui si riferiva il Vassalluzzo (…), ‘Regesta Chartarum Italiae’, che contiene e cita la notizia sulla ribellione di Nicola Jannuzzo è postillata nella sua nota (5) a p. 152 “Gli atti perduti della cancelleria angioina, parte I, vol. I, a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1939.”. Nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e scriveva che: “Morto Federico II a Lucera nel 1250, tramontava per sempre la potenza sveva tanto in germania quanto in Italia. Dopo la breve parentesi del figlio Manfredi, conte di Taranto e re di Sicilia, l’Italia Meridionale passò agli Angioini, grazie all’appoggio di due papi francesi: Urbano IV e Clemente IV. Carlo I d’Angiò, fratello di Luigi IX, Re di Francia, riconosciuti i diritti della Santa Sede ed impegnatosi a non oltrepassare l’Italia centrale, sceso in Italia, nel 1266 fu incoronato Re di Sicilia e, appoggiato dai Guelfi, sconfisse Manfredi a Benevento. Indì punì tutti coloro che avevano parteggiato per gli Svevi, la cui casa si estinse colla morte di Corradino e di Enzo (1268). Ed in questa difficoltà si trovarono diversi Policastresi, come attesta un documento antico in difesa di Nicola De Jannuzzo, assente in occasione della ribellione scoppiata nel paese: “Nicola De Jannuzzo de Policastro provisio quod non molestatur pro ribellione commissa per dictam terram quia ipse absens ab illa fuit” (Regesta Chartarum Italiae: p. 49, anno 1269).”.

Nel 1269, a Policastro il giudice Ruggiero di Policastro, ordina al vescovo di esibire le decime riscosse

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nel 1269,…vi è pure un ordine di recupero dall’erede del Giudice Ruggiero di Policastro; un ordine di esibizione delle decime al vescovo di Policastro (35); la nomina del bàiulo di Policastro a “prepositus” alla strada che dal ponte sul Sele andava fino a Polla e alla strada che da Policastro andava a San Giovanni a Piro e poi fino a Tropea (36).”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Reg. 10, f. 41 t = vl. VI, p. 132, n. 642”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (36), postillava che: “(36) Reg. 10, f. 115 t e 115 bis = vol. VI, pp. 237-238, n. 1266.”. Sempre l’Ebner (…) scriveva la stessa notizia parlando di S. Giovanni a Piro “Nel Reg. 10, f. 110 t e 115 bis, l’ordinanza che il baiulo di Policastro era “prepositus” alle strade del ponte del Sele a Polla, da Policastro a S. Giovanni a Piro e da Policastro a Tropea. Vi è pure un’ordinanza per la riscossione di 121 oncie per aver occultati 124 fuochi.”.

Nel 28 luglio 1283, Carlo II d’Angiò

Carlo Carucci (…), nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, a p. 4-5, in proposito scriveva che: “E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Il Carucci a pp. 8-7 riporta il documento tratto dagli Archivi Angioini dove in proposito scrive che: “III. 1283, XI ind., 28 luglio Nicotera. Carlo, primogenito del re, principe di Salerno, Vicario del Regno, scrive alle persone addette alla custodia delle coste del Golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi…ecc..”:

(Fig….) Carlo Carucci (…), op. cit., pp. 8-7

Il Carucci (…), riguardo la notizia di cui ho parlato, citava il documento tratto dai Registri Angioini conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, andati persi ma riportati dagli storici. Si tratta del documento “Napoli, Archivio di Stato, reg. ang. n. 46, fol. 105a.”. La stessa notizia Carlo Carucci (…), la pubblica anche nel suo libro, il vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II che, ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Il Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…),  a pp. 121, cita un documento del XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, er mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non richieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrov.”. Il Carucci (…) a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Infatti, la stessa notizia riferita all’epoca della guerra del Vespro, riferita da Carlo Carucci (…) sarà in seguito riferita dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino, a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.“.

Nel 21 aprile 1284, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno ordina al Giustiziere del Principato di recarsi subito a Policastro

Carlo Carucci (…), a p. 145, pubblica un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemic e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”Carlo Carucci (…), pubblica questo documento anche nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, a pp. 10-11, in proposito scriveva che:

Nel 1° maggio 1284, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno manda soldati a Taddeo di Firenze a Policastro

Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Di Luccia, scriveva che: “Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il secolo XIII e, al tempo degli Angioini, raggiunse un’importanza strategica e castrense notevolissima (Di Luccia, p. 8). Nel 1284, troviamo Policastro custodita dal milite e giudice Taddeo di Firenze, affiancato e coadiuvato da 65 soldati armati.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “In due carte quattrocentesche, dell’epoca della guerra del Vespro, si nota l’impotanza che gli Angioini annettevano a Policastro, il cui castello era stato trasferito dal feudatario alla R. Curia. Nel 1284, la città era custodita dal milite Taddeo di Firenze., al quale furono trasferiti altri 65 servienti armati.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”, che si vede ivi illustrato e tratto dal Carucci (…):

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(Figg…..) Carlo Carucci (…), op. cit., pp. 147-148-149-150-151, documenti della Cancelleria Angioina

Nel 1 agosto 1284, Carlo d’Angiò nomina Ruggero Sanseverino, conte di Marsico, capitano generale

Nel 1285, gli Almugàveri conquistano Policastro

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, cap. XIV, a p. 183: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. La notizia dell’invasione almugàvari di Policastro nel 1285 riportata dal La Greca fu ricavata da Pietro Ebner (…), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 123 in proposito scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota.”. Dunque, secondo l’Ebner Policastro fu occupata da Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri a p….., in proposito scriveva che: ………………………..

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro è riferita, oltre che da Carlo Carucci (…) anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino) che, però a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che Policastro fosse caduta nell’anno 1287: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”

Nel 1286, Policastro si libera degli almugàvari che l’avevano occupata

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123, dopo aver scritto che nello stesso anno del 1286 gli almugàvari avevano occupato Policastro scriveva pure che: “Policastro approfittò della momentanea assenza degli Aragonesi per uccidere i 24 uomini del presidio di custodia, mettere in fuga gli altri e consegnare poi il castello al re.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.

Nel 24 marzo 1286, il conte d’Artois Spinazzola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: Il 24 marzo 1286, XIII, il conte d’Artois, da Foggia, informava Tommaso Sanseverino di aver concesso a “Herberto de Aurelianis d’Orleans (…) usque ad beneplacitum regiorum heredum vel nostrum, ipsis et suis heredes (…) possideant” il feudo di Policastro, sito nel Principato, eccetto le locali saline se ve ne sono e la custodia delle terre a un tiro di balestra dal mare (39).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Reg. 53, f 1: “possideant ad opus terram Policastri, sitam in iusticiariatu Principatus (…) expeptis salinis, si que ibidem sunt.”.

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Carucci, p. 182

Nel 1287, Camerota e Policastro vennero occupate dagli Almugaveri ( forse detti “mamelucchi”)

Alla morte del padre, nel novembre del 1285, il secondogenito, Giacomo il Giusto gli successe sul trono di Sicilia come Giacomo I, mentre, in quanto figlio maggiore, Alfonso III gli successe sul trono di Aragona e di Valencia e nelle contee catalane. Il regno di Sicilia per la verità si era diviso in due regni, quello di Napoli, sul continente e quello di Sicilia, che poi diverrà di Trinacria, sull’isola, ed era in stato di guerra permanente; Giacomo, raggiunta la Sicilia dove già si trovava la madre, Costanza, che la governava per conto del marito Pietro, aveva ricevuto in aiuto dal fratello, Alfonso, la flotta del Regno di Sicilia, al comando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, per cui aveva la superiorità assoluta in campo marittimo, infatti il 23 giugno del 1287, Lauria aveva sconfitto la flotta napoletana, a Castellammare, impadronendosi di 42 galere, mentre lo stesso giorno Giacomo aveva sventato un attacco contro Augusta. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate. Ovunque, in vallate e pianure del Cilento vi era guerriglia. Pattuglie di Almugaveri si spinsero fino a Salerno. Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Anche in questo passaggio l’Ebner (…), non cita alcuna fonte bibliografica. Dunque, la notizia che l’assalto di Policastro sia avvenuto nel 1287 è a mio avviso suffragata dalle lettere e diplomi degli anni successivi quando furono apprestati piani di attacco per la riconquista di buona parte di questi centri, soprattutto del centro di Castellabate che resistette fino alla disfatta avvenuta nell’anno 1299 e, di cui parlerò in seguito. Pietro Ebner riporta la notizia dell’occupazione di Agropoli da parte degli Almugaveri nell’anno 1287 e, dice l’Ebner, lo si deduce dalla lettera di re Carlo II d’Angiò che scrisse al milite Raimondo del Balzo (de Baucio). Nella lettera di re Carlo si elencano i ribelli. Pietro Ebner (…) scriveva che: Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate.”. Le notizie storiche che riguardano l’anno 1287, non sono suffragate da documenti di quell’anno. Infatti, Carlo Carucci (…), a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Pietro Ebner ne parla sempre nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I,a p. 469, parlando di Agropoli, dove dice che: “Poco dopo Agropoli cadeva in mano degli Almugaveri, per cui la rioccupazione dell’abitato e l’assedio del castello caduto prima del maggio 1295. Lo si deduca da una lettera di re Carlo in data 5 di quel mese., al milite Raimondo del Balzo (de Baucio).”. Dunque, in conclusione, ritengo dubbia la notizia dataci da alcuni di un occupazione di Policastro nel 1287. Le notizie che nell’anno 1287 si ripettettero alcune invasioni da parte degli almugaveri delle forze siculo-aragonesi di Giacomo I di Aragona e di Ruggiero di Lauria non sono suffragati da documenti di quell’anno. Rileggendo alcuni testi come quello Camillo Minieri-Riccio (…), Diario angioino dal 4 gennaio 1284 al 2 gennaio 1285, parte III, del 1873, che pubblicava gran parte dei documenti tratti dalla Cancelleria angioina conservati nell’Archivio di Stato di Napoli fino al 1943 quando furono dispersi a causa di un maledetto rogo, pare che non vi fossero documenti dell’epoca. Lo stesso Carlo Carucci (….) che nel 1934 ne ripubblicò buona parte nel suo vol. II, salta direttamente all’anno 1289. Credo che i fatti accaduti negli anni intorno al 1287 siano stati desunti dai documenti angioini degli anni successivi al 1288, che analizzerò ora, come ad esempio quello di cui parla Pietro Ebner a p. 658 nella sua nota (13) postillava che: ,“(13) Reg. ang. 54, f 27, 12 maggio 1290, Napoli = Carucci, II, p. 219, n. 119 “. Dunque, in questo caso Ebner postillando del documento angioino si riferiva a Carlo Carucci, vol. II del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Dunque, Ebner nel suo vol. II, p. 219, scrive documento n. 119. Si tratta di questo documento CXIX, del 1290, 12 Maggio, Napoli, in cui “il conte d’Artois dà licenza a Giovanni de Eusebio, abbate Sorrentino, di recarsi in barca, con cinque marinai che la conducano, a Ischia, Capri, Castellabate e, se sarà necessario alla ribelle isola di Sicilia, per ottenere la liberazione del fratello Pietro, ecc…”. Carlo Carucci (…), nel 1932, nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II), a pp. 4-5 in proposito scriveva che: “…..E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Per questo argomento e questo periodo, i due studiosi citando Carlo Carucci (…) e, scrivono vol. II, pp. 121 e p. 145. Infatti, il Carucci (…), a p. 145, pubblicò il documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, ed in proposito scriveva che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Dunque, il Carucci si riferiva ad un’invasione del 1284 non all’anno 1287, infatti, nel documento citato dal Carucci, il documento datato 21 aprile 1284, il principe di Salerno Carlo detto lo Zoppo scrive e ordina al giustiziere del Principato di recarsi a Policastro perchè si era saputo che: “che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato”. Dunque, il 21 aprile 1284 ancora non era certo che gli almugaveri invadessero il Principato ma si sapeva solo che essi avessero occupato Scalea ed alcuni centri della Basilicata. Le notizie di un’invasione del Principato arriveranno più tardi. Carlo Carucci (…), riguardo gli Almugaveri nell’anno 1287, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a p. 183 (vol. II), in proposito a quegli anni scriveva che: Poco dopo la morte di re Carlo, muore a Perugia Papa Martino IV e gli succede Onorio IV, ecc….Il conte d’Artois e il legato pontificio mettono audacemente piede in Sicilia; il re di Francia, Filippo, con grande esercito, valica i Pirenei e invade, vittorioso, la Catalogna; ……Ma la sagacia del re d’Aragona e il valore di Rugiero di Lauria cambiano improvvisamente il corso delle operazioni guerresche. D. Pietro assale l’esercito francese, che assedia Girona, e lo sconfigge; Ruggiero di Lauria sorprende, presso gli scogli delle Formiche, la flotta francese, la distrugge e sottopone a orribili torture quanti non hanno trovato la morte affogando nelle onde. L’esercito francese, decimato anche dalle malattie e dalle diserzioni, non può resistere alle molestie di D. Pietro e a quelle di Ruggiero di Lauria, che sbarcato a ….. Nel 1282, Ruggiero di Lauria fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri siciliani. Nella prima delle battaglie navali del golfo di Napoli (5 giugno 1284) si scontrò con la flotta angioina comandata da Carlo II° “lo Zoppo”, fatto prigioniero. Nel 1285 sconfisse angioini e genovesi e, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, anche Filippo III di Francia “l’Ardito” — in guerra da due anni contro la Corona d’Aragona — nella battaglia navale delle Formiche, presso Roses, in Catalogna. Il Carucci traeva da Minieri-Riccio (…). Il Carucci, a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Dunque, il Carucci, parlando del periodo in cui Ruggiero di Lauria cerca in tutti i modi di invadere il Regno di Napoli degli Angiò, scriveva che gli Almugaveri, dopo aver invaso la Basilicata e aver penetrato nella Valle del Tanagro, occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Così scriveva il Carucci (…), a p. 183, del vol. II. Il Carucci (…), a p. 184, in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula,; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli, ecc…”. La notizia citata da Orazio Campagna (…) e dai due studiosi Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari“. Sempre il Carucci in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Ed intanto giunge in Aragona dalle prigioni di Metagrifone e di Cefalù ed è mandato a Campofranco nei Pirenei il nuovo re di Napoli, Carlo detto lo Zoppo. Il dieci novembre, mentre le popolazioni di Siciliae d’Aragona sono in tripudio per le grandi vittorie riportate in terra di mare, muore a Villafranca Pietro, di appena quarantesei anni…Pel testamento fatto nell’87 e l”instrumentum donacionis’ dell’83 gli succede in Aragona il figlio Alfonso ed in Sicilia Giacomo. Questi è coronato re il 2 febbraio nella cattedrale di Palermo, e, continuando, senza perder tempo, le operazioni guerresche, scaccia dalla Sicilia il cardinale Gherardo e il conte d’Artois; fa saccheggiare le coste tirrene, specialmente quelle del ducato di Amalfi e del Principato ecc….”. Dunque, riepilogando i passaggi storici citati dal Carucci, si parla di Giacomo d’Aragona, detto il Giusto, il quale è stato Re Giacomo II di Aragona. Dal 1285 al 1286 fu anche re di Sicilia come Giacomo I. Dunque, il Carucci si riferiva agli anni tra il 1285 ed il 1286. Riguardo invece l’anno 1287, cioè l’anno in cui molti asseriscono molte notizie di invasioni nel Principato, sempre il Carucci (…), vol. II, a pp. 184-185, in proposito scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli. La popolazione in questa città è in sommossa, onde pare sicuro il dissolvimento del governo angioino. Ma Ruggiero di Lauria non sa profittare della vittoria: senza autorizzazione del suo re concede al conte d’Artois e al legato pontificio una tregua di due anni, riceve una grossa somma e torna in Sicilia, rovinando un’impresa così bene avviata. A Messina, il popolo furibondo ne domanda la morte, ma è salvato da Giovanni da Procida, ecc….Muore in questo stesso anno, 1287, papa Onorio IV e gli succede Niccolò IV; ecc…”. Riguardo la ricostruzione storica degli avvenienti negli anni 1287 e 1288, il Carucci, a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Infatti, il Carucci, nel suo vol. II, a p. 186, continua con un documento del 1289, riportando un documento del 1289 e, saltando i documenti ed il periodo del 1287 e 1288. Mi chiedo se il Carucci, in questo riepilogo storico si riferisse all’anno 1287 o si riferisse ad avvenimenti accaduti nell’anno prima ?. Sicuramente le notizie storiche degli avvenimenti che riguardano l’anno 1287 sono scarsissime e quelle certe risalgono, come vedremo meglio innanzi, agli anni 1290, dal 4 luglio al 4 dicembre 1290 in cui Carlo Martello, nominato vicario dal re Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo che si recò in Francia, inizia a preoccuparsi di riconquistare le posizioni perdute o i centri occupati del Principato, come Padula, Policastro, Sanza ecc…..Infatti, Carlo Carucci, riguardo gli anni successivi, come ad esempio l’anno 1290, in proposito scriveva che: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, non cessano da ambo le parti le rappresaglie e le operazioni guerresche, pur tra continue scambievoli proteste. Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di Pantuliano, oggi Castelcivita, sito in fondo alla valle del Calore, affluente del Sele, e ne scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, e tenta quindi di muovere con l’esercito contro Castellabate. Quest’ultima impresa però lo fallisce.”. Dunque, queste le uniche parole riguardo la conquista di Policastro che in questo passo il Carucci dice ad opera di Carlo Martello negli anni successivi al 1290. Questa è l’unica notizia certa riguardo l’occupazione di Policastro e di Camerota, forse avvenuta nell’anno 1287, da parte degli Almugaveri, perchè sappiamo dai documenti angioini che in seguito, nell’anno 1290, Policastro fu ottenuta da Carlo Martello, vicario nel Principato di Carlo II d’Angiò lo Zoppo, per un tradimento fatto alla guarnigione degli almugaveri che ivi si erano stanziati nel castello. Ma da quale notizia storica gli storici locali desumono che Policastro fu attaccata ed espugnata dagli almugaveri nell’anno 1287 ?. Non saprei dire. Posso solo dire che le cronache di Ramon Muntaner e di d’Esclot ci parlano di quel periodo storico che come scriveva il Carucci, riguardo l’anno 1287 scriveva  che: “Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli. La popolazione in questa città è in sommossa, onde pare sicuro il dissolvimento del governo angioino. Ecc..”, ovvero ci parla degli avvenimenti accaduti nel 1287 quando Ruggiero di Lauria si lancia all’assalto di Napoli. Carlo Carucci, parlando del periodo in cui Rugiero di Lauria cerca in tutti i modi di invadere il Regno di Napoli degli Angiò, scriveva che gli Almugaveri, dopo aver invaso la Basilicata e aver penetrato nella Valle del Tanagro, occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Il Carucci si riferisce a dopo l’anno 1286. Dunque, il Carucci a p. 185 del vol. II, riferendosi a l’anno 1287 scriveva che: “Muore in questo stesso anno, 1287, papa Onorio IV e gli succede Niccolò IV; ecc…”. In Carucci arriviamo al 1290, 5 settembre, quando da Eboli, Carlo Martello accoglie la supplica dei cittadini di Roccagloriosa e gli concede i proventi della loro bagliva che invece potevano utilizzare per la riparazione del castello. La città di Pantuliano venne assediata e riconquistata nel settembre del 1290 e, che il 13 ottobre 1290, la città di Policastro era libera dagli almugaveri e ritornata alla casa d’Angiò. E’ il documento CXLV pubblicato dal Carucci a p. 243, vol. II conservato nei Registri Angioini n. 54, fol. 241a. Di quel periodo e di Ruggiero di Lauria ha scritto Michele Amari (…), il quale, nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a pp. 291-292-293, riferendosi a dopo l’anno 1287, che salta completamente portandosi all’anno 1288-89, in proposito scriveva che: “Carlo II, intanto, passato di Provenza in Italia, fece omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta la parte guelfa d’Italia…….Perchè Giacomo, risolutamente l’assaltò, la primavera dell’ottantanove, intendendo la liberazione dello Zoppo e le successive negoziazioni, tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio, il quindici aprile, con quaranta tra teride e galee, montate da quattrocento cavalli, e dieci migliaia di fanti Messinesi e altri Siciliani; il quindici maggio muove lungo la costiera occidentale di Calabria, avanzandosi ei di terra con le genti, l’ammiraglio con la flotta, ecc…Occuparono Sinopoli, ecc…Arrendeasi indi a’ Siciliani Amantea, ecc…Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza ecc… Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida, che per lui si teneano; soprastette in Ischia ecc..”. Poi a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare. Ricantando le bravate dei baroni di Carlo,…….ecc…, ma il guelfo Villani accetta esser tornato utilissimo quell’accordo al regno di Puglia; e Carlo stesso ecc…dall’esser rimasto Giacomo signore della più parte delle Calabrie, oltre le terre occupate qua e la per altre province; e da altri onorevoli patti ecc..”. L’Amari, a p. 295 scriveva che Giacomo II di Aragona il 7 settembre prese il porto di Messina, “dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare“. Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. In questo passo l’Amari parla del Patto di Gaeta tra Giacono II di Aragona e Carlo II d’Angiò. Dunque, l’Amari scrive Ognissanti del 1291. Di quegli anni e, delle incursioni degli Almugaveri nelle nostre terre nell’anno 1287 ha scritto Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati’, pubblicato nel 2001, a pp. 51-52-53 e, parlando di Morigerati all’epoca Angioina, riferendosi all’anno 1287, in proposito scriveva che: “L’accenno all’esistenza o meno delle saline ci mostra un quadro tragico: se la popolazione abbandona le preziose saline vuol dire che la guerra stava creando danni seri e, infatti, la situazione muta nel 1287 allorchè il baluardo Cilento venne attaccato dagli almugaveri che scendevano dai monti, e via mare con due flotte da 12 e 20 galee, una di queste assale Policastro. L’attacco congiunto ottenne l’effetto voluto: davanti a queste truppe la città cadde e gli abitanti vennero uccisi o fatti prigionieri, pochi si salvarono con la fuga. Per tre anni, le terre del basso Cilento rimasero in potere degli almugaveri con conseguenze facilmente intuibili; sarà Carlo Martello, Vicario del regno, a liberarle nell’anno 1290 con il valido aiuto di Guglielmo Pellegrino (o Peregrino) e Leonardo di Alatri che vennero ricompensati per il loro valore con l’assegnazione del feudo di Sanza in parti uguali (13). Due erano i punti fortificati, essendo praticamente ai confini tra Aragonesi e Francesi: Policastro e Roccagloriosa; dunque Morigerati venne a trovarsi sulla linea di guerra: è questo il periodo di maggiore depauperamento per il terrore delle aggressioni Aragonesi. Viene organizzato anche il reperimento di viveri affinchè gli abitanti non abbandonassero le terre e le difese, non potendo provvedere con la normale semina-raccolto (14). Chi riesce ad uccidere almugaveri viene pagato (15) e vengono organizzate bande di armati per combatterli, quella che agisce nel territorio del Bussento è al comando di Rainaldo di S. Dena che, all’occorrenza, ha il permesso non solo di ritirarsi nel castello, ma di rifornirsi di quanto occorre (16)….Tra il luglio ed agosto del 1296 gli almugaveri attaccano in forze e arrivano a scorazzare fino al fiume Sele, il castello viene colpito il primo agosto….”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 142.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cit., 13 ott. 1290 vendita di frumento, orzo e miglio a Policastro, 25 gennaio 1291 richiesta del re di provvedere di viveri la zona in questione.”. Il Gentile (…), a p. 59, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cit.,  pag. 149, 16 ottobre 1290.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cit., pag. 291, Trani, 13 gennaio 1292. L’ordine del re pervenne al castelliere di Policastro.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cit., pag. 288, 2 novembre 1291.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Cit., pag. 145.”. Carlo Carucci (…), citato dal Gentile, a p. 120 e 121 riporta i due documenti angioini, il documento XIII a p. 119 del 17 marzo 1283 da Melfi in cui Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo, primogenito del re e principe di Salerno, informa le autorità di avere affidato a Tommaso Sanseverino la difesa del Principato e poi l’altro documento, il n. XV, del 28 luglio 1283, da Nicotera dove Carlo Martello d’Angiò, principe di Salerno “scrive alle persone addette alla custodia del Golfo di Policastro ecc…”. Il Gentile cita sempre il Carucci e cita anche il vol. II, le pp. 249, 291, 304, 330, 331, di cui parlerò innanzi. In questo passo però il Gentile, sebbene io credo faccia riferimento solo al Carucci (…), egli non riporta nessuna nota bibliografica. La notizia del Gentile che scrive: “….la situazione muta nel 1287 allorchè il baluardo Cilento venne attaccato dagli almugaveri che scendevano dai monti, e via mare con due flotte da 12 e 20 galee, una di queste assale Policastro. L’attacco congiunto ottenne l’effetto voluto: davanti a queste truppe la città cadde e gli abitanti vennero uccisi o fatti prigionieri, pochi si salvarono con la fuga.“, ovvero la notizia che nell’anno 1287 gli almugaveri occuparono il baluardo del Cilento. Carucci dice addirittura che le forze siculo-aragonesi vennero via mare con due flotte di galee ed una di queste assalì Policastro, mettendo in fuga quei pochi cittadini rimasti. Credo che il Gentile, come dicevo, avesse preso questa notizia dal Carucci che nel suo vol. II, a pp. 184-185, diceva solo che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, …….occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno.”, senza però documenti a suffragio delle notizie riferite. Infatti il Gentile a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 142.”, riferendosi a p. 142 del vol. II del Carucci che però non parla dell’anno 1287 ma parla dell’anno 1284. Io credo che le notizie riferibili all’anno 1287 siano state desunte dagli avvenimenti e dai documenti degli anni 1289-90. Infatti, il Gentile, proseguendo il suo racconto scriveva pure che: “Per tre anni, le terre del basso Cilento rimasero in potere degli almugaveri con conseguenze facilmente intuibili;…”. Dunque, se gli almugaveri dovettero sloggiare nel 1290 va da se che avendo occupato Policastro ed altri centri per tre anni, essi, erano arrivati nell’anno 1287. Il Gentile ci da la stessa notizia anche per Camerota. Il Gentile (….), a p. 93 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, a p. 93, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e. ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”. Dunque, il Gentile, riferisce che dopo l’occupazione degli Almugaveri nel 1287, Camerota fu liberata nell’anno 1290 da re Carlo Martello che nel frattempo era succeduto a Roberto d’Angiò. Angelo Gentile (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Dunque, il Gentile, ci informa che dopo l’occupazione di Camerota da parte delle forse Siculo-Aragonesi e degli Almugaveri al soldo di Giacomo d’Aragona, Camerota fu liberata dal prinicipe di Salerno Carlo Martello d’Angiò. Infatti, il Gentile riporta una notizia riportata anche da Ebner (…), nel suo vol. I di “Chiesa, popolo e baroni ecc…” che, a p. 583, parlando di Camerota scriveva che: “Il 25 gennaio 1291 Carlo Martello ordinò a G. Bursone, Tommaso Sanseverino e Raimondo di Avella, incaricati delle riscossioni fiscali, ecc….”.

Nel 1290, Rainaldo S. Denna e la sua banda autorizzato a combattere ed a contrastare gli attacchi degli almugàvari

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 parlando degli almugàvari di Matteo Fortuna scriveva che: “La ferocia dei mercenari, assetati di sangue, di donne e di preda costrinse il popolo a difendersi. Il notaio Ursone Massa, fuoriuscito da Castellabate, e Rinaldo di S. Denna di Padula costituirono, insieme ad altri e con assenso reale, bande simili a quelle degli Almugàvari, addestrandole alla guerriglia (62).”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 56 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1291 di Policastro scriveva che: Chi riesce ad uccidere almugaveri viene pagato (15) e vengono organizzate bande di armati per combatterli, quella che agisce nel territorio del Bussento è al comando di Rainaldo di S. Dena che, all’occorrenza, ha il permesso non solo di ritirarsi nel castello, ma di rifornirsi di quanto occorre (16)…”. Il Gentile (…), a p. 59, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cit.,  pag. 149, 16 ottobre 1290.”. Il Gentile si riferiva a Carlo Carucci (…), al suo vol. II “La Guerra de Vespro nella frontiera del Principato”, ed al documento pubblicato a p. 149, del 16 ottobre 1290. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cit., pag. 291, Trani, 13 gennaio 1292. L’ordine del re pervenne al castelliere di Policastro.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 244, parlando di Padula, scriveva solo che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso Sanseverino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor ecc….(28). Il conte d’Artois informa Tommaso Sanseverino che Rainaldo di S. Dena gli ha riferito che persone di Padula di cui non conosce i nomi, hanno uccise tre suoi soci e un loro prigioniero rubando anche cose appartenenti alla sua società. Il conte ordina (29) d’indagare e di infliggere punizioni ecc…“. Su questo personaggio Rainaldo di S. Denna o S. Dena, Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 244, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f. 66t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.” e, a p. 245, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. 56, f 69, Trani, 25 genn. 1292 = vol. II, p. 291, n. 185: “et plurima bona mobilia societatis: una banda, come quella di Ursone Massa di Castellabate che, autorizzate dal governo, avevano impreso a fare la guerriglia per rintuzzare quella degli almugaveri.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (28) si riferiva al Registro Angioino “C”, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli ma poi in seguito andato perso. Ebner postillava: “(28) Reg. 4, f. 66t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.” e, si riferiva al documento angioino n. 128 contenuto nel vol. I, a pp. 214-215 della II° edizione del “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, a cura di Riccardo Filangieri (…), dove il n. 128 si postilla che: “Fonti: Minieroi-Riccio, ‘Alcuni fatti ecc…’, p. 44 (transun.); Faraglia, Saggio di corografia abbruzzese, in A.S.N., p. 436, ecc..”, dove per “Padula di Principato” erano previste 150 salme. Alcune notizie contenute in due documenti angioini del 1291, riguardano Rainaldo de S. Dena. Pare che questo personaggio di Padula, Rainaldo de S. Dena, capeggiasse una piccola banda che doveva talvolta intervenire contro gli attacchi degli Almugaveri nemici. Pare che a quei tempi, Tommaso Sanseverino che era stato nominato a sovrintendere alle operazioni militari delle forze angioine contro quelle spagnole di Pietro e poi di Giacomo d’Aragona dopo, avesse autorizzato la formazione di bande che operavano nelle nostre terre per creare disturbo agli assalitori ed intervenire in occasione dei numerosi assalti nemici. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Il Carucci (…), scrivendo che “gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula; ecc…”, riporta la stessa notizia che riportava Felice Fusco (…) tratta da Piero Cantalupo (…). Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Dunque, il Fusco si riferiva al testo di Cantalupo, vol. I, p. 215.

Nel 1290, Carlo Martello d’Angiò, figlio primogenito di re Carlo II° d’Angiò assale e riconquista le posizioni occupate dagli Almugaveri a Civita Pantuliano, a Capaccio, ad Agropoli, Camerota e Policastro

Pietro Ebner (…) nel suo vol. II parlando di Pantoliano “villaggio scomparso” a p. 273 scriveva solo che: “Si legge ancora nei ‘Registri’ che il 5 settembre 1290 Carlo Martello inviò da Napoli Nicola Verticello in diversi centri del Principato per approntarvi balestrieri da riunire a Eboli per l’assedio di Pantoliano (3).”, e nella sua nota (3) postillava che: “(3) Reg. 54, f 132 = vol. II, , p. 238, n. 138, Eboli, 5 settembre 1290. Salerno, ecc..dovevano approntare i balestrieri per ‘Casale Pantuliani, civitas Pantuliani’.”. Forse notizie più precise riguardo l’occupazione degli Almugaveri a Pantoliano e poi Camerota e Policastro potrebbero essere contenute in questi documenti dell’anno 1290. Angelo Gentile, riferisce che dopo l’occupazione degli Almugaveri nel 1287, Camerota fu liberata nell’anno 1290 da Carlo Martello d’Angiò. Sull’occupazione di Policastro nel 1287, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, riportava alcuni documenti tratti dalla cancelleria angioina ed in particolare a pp. 249, 291, 304, 330, 331. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, parlando del periodo che va dal 4 luglio al 31 dicembre 1290, a p. 229 scriveva questo sunto: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, non cessano da ambo lep arti le rappresaglie e le operazioni guerresche, pur tra continue scambievoli proteste. Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di Pantoliano, oggi Castelcivita, sito in fondo alla valle del Calore, affluente del Sele, e ne scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, e tenta quindi di muovere con l’esercito contro Castellabate. Quest’ultima impresa però gli fallisce.”. Infatti, nelle pagine seguenti alla pagina 229, il Carucci pubblica i documenti che ci dicono degli assedi a Pantuliano, a Camerota e a Policastro. In particolare vediamo il documento n. CXXXVI del 5 settembre 1290, pubblicato dal Carucci a p. 237 e, in cui Carlo Martello d’Angiò accoglie la supplica degli abitanti di Roccagloriosa per le spese del castello ordinando che la bagliva raccolta servisse a questo. Il documento in questione è tratto dalla cancelleria angioina ma il Carucci che non riporta i rferimenti bibliografici. Il documento n. CXXXVIII pubblicato dal Carucci a p. 238 riguarda l’inizio delle operazioni militari che Carlo Martello condurrà per l’assedio di Civita Pantuliano, egli scrive da Eboli nel 5 settembre 1290. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 132a”. Sempre il Carucci pubblica a p. 241 il documento n. CXLII del 20 settembre 1290 in cui Carlo Martello scrive da Pantuliano ai cittadini di Roccagloriosa esonerandoli dal pagamento delle tasse. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 138b.”.

Nel 13 ottobre 1290, il conte d’Artois ordinò l’acquisto di derrate alimentari per Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno il conte d’Artois, preoccupato delle condizioni economiche di Policastro, i cui abitanti non avevano  di che nutrirsi, ordinò l’acquisto di frumento, orzo, e miglio per l’ammontare di 180 once d’oro da trasportare e vendere ai locali (43).”. Ebner a p. 338 nella sua nota (43) postillava che:  “(43) Reg. 54, f 241, Napoli = Carucci, op. cit., II, p. 242: “maxima victualilium penuria (…) precimus quatimus illam quantitatem, inter frumentum, ordeum et milium (…) cuius pretium ascendat ad summam unciarum auri centum octuaginta (…) vendenda pro parte curie hominibus dicte terre aliisque fidelibus”.”. Infatti, Carlo Carucci nel suo vol. II pubblicherà questo documento a pp. 243-244 ed in proposito scriveva che: “Il conte d’Artois, considerando che gli abitanti di Policastro, ritornati alla fede regia, versano in estrema penuria di viveri, perchè non avvenga del loro castello qualche disgrazia, ordinano che si acquisti per 180 once d’oro una quantità di frumento, orzo e miglio, si trasporti a quella terra e si venda agli abitanti di essa.“. Il documento è il n. CXLV del 13 ottobre 1290 da Napoli: “Reg. ang. n. 54, fol. 241a.”:

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Nel 16 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da Spinazzola ai cittadini di Policastro

Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 27 e s. scrive in proposito che: “Nel 1210 il conte d’Artois di Spinazzola, in nome del Re, rilascia a Policastro una solenne dichiarazione e promessa: “Le mura e fortificazioni di Policastro non saranno mai distrutte”. Parola di Re Angioino (72).”. Il Tancredi a p. 27, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Carucci Carlo, Codice diplomatico Salernitano del sec. XIII, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1931, I, 189.” Ma la nota del Tancredi è totalmente errata in quanto il Carucci (…), nel suo vol. I, a p. 189, riporta un documento del 1237 di Federico II di Svevia. Infatti credo che la notizia sia da riferirsi ad altro documento. Il 16 ottobre 1290 il Conte d’Artois comunicò all’Università che Policastro sarebbe stata sempre demaniale. Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Carucci (vol. II, pp. 252-253-254), scriveva in proposito: Documento notevolissimo e probante della rilevanza politica raggiunta in quel tempo da Policastro, è quello che porta la data del 16 ottobre 1290, con il quale il conte d’Artois da Spinazzola informava i rappresentanti di Policastro che la loro città sarebbe stata sempre demaniale, sempre fortificata e mai distrutta (Muri civitatis eiusdem propter guerram presentem fortificentur in melius nec occasione aliqua diruatur), parole che poche città meridionali possono vantare a loro fama.”.

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(Fig….) Cancelleria Angioina, documenti pubblicati dal Carucci (…), op. cit., pp. 252-253-254

Nel 1291, il basso Cilento e la riconquista dei territori occupati dagli Almugaveri e dalle forse Siculo-aragonesi

La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. A seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro ed il suo territorio, si trovò al centro degli scontri. Furono proprio il Golfo di Policastro e le nostre coste, teatro dei sanguinosi scontri terrestri e navali per il possesso del Regno di Napoli. Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse.

Nel 11 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da Matera ai militi del castello di Camerota per consegnarlo a Trogisio de Trogisio

Carlo Carucci, a p. 242 pubblica il documento n. CXLIII, del 11 ottobre 1290, in cui Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da matera e: “ordina a Giovanni de Rocco e ai suoi socii di consegnare il castello di S. Severino di Camerota, che tenevano per conto della regia curia, a Trogisio de Trogisio, capitano del Principato, il quale avrà cura di custodirlo con opportuna diligenza. Si recheranno poscia da Rainaldo de Avelia, per avere il premio del servizio prestato.”. Il documento pubblicato dal Carucci è tratto dalla cancelleria angioina: “Reg. ang. n. 54, fol. 147 b.”.

Nel 1290, i cittadini di Policastro uccidono 24 almugaveri e liberano la fortezza occupata da Leonardo di Alatri

Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Camerota ed a Policastro gli abitanti riuscirono a recuperare la loro libertà insorgendo contro i presìdi aragonesi e trucidandoli.”. Dunque, Piero Cantalupo scriveva che i cittadini di Policastro uccisero tutti gli almugaveri che l’avevano occupata. Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, parlando del periodo che va dal 4 luglio al 31 dicembre 1290, a p. 229 scriveva questo sunto: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, ecc…….Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di ………scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, eccc….”. Dunque, il Carucci riassume quel momento storico (a. 1290) in cui Carlo Martello d’Angiò, Vicario del Regno e di Carlo II d’Angiò, Re di Napoli, riesce ad impossessarsi di Policastro e di Camerota. Il Carucci però scriveva pure che: “Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota”. Carucci scriveva che Policastro ritornò alla fede Regia dei d’Angiò a causa del tradimento, di un inganno di Carlo Martello. Si, proprio così. Carlo Martello, nel 1290 si impossessa di nuovo di Policastro promettendo a Leonardo di Alatri o di Alatro, capo degli Almugaveri che avevano occupato Policastro nel 1287, il feudo di Sanza. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a pp. 337-338, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno 1290 il re concesse a Guglielmo Pellegrino e a Leonardo di Alatri, in porzioni uguali, il feudo di Sansa in premio per quanto avevano fatto per il ritorno di Policastro in potere sovrano (42). “. Ebner a p. 338 nella sua nota (42) postillava che:  “(42) Reg. 54, f 253 = Carucci, cit., II, p. 242.”. Questo documento è stato pubblicato da Carlo Carucci (…), vol. II, p. 242, doc. n. CXLIV del 1290: “Reg. ang. n. 54, fol. 253a.”, di cui il Carucci a p. 242 scriveva che: “Pel cattivo stato di conservazione della pergamena non è possibile un transunto letterale del documento, il quale riguarda la concessione della terra di Sansa a Guglielmo Pellegrino ed a Leonardo de Alatri, in porzioni eguali, in premio della parte da loro avuta nel ritorno di Policastro in potere del sovrano.”. E’ forse questo il documento che dimostra come Policastro fosse stato occupato dagli Almugaveri o comunque dalle forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I° d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. La liberazione dell’avamposto di Policastro e del suo Castello fu assicurato alla casa d’Angiò grazie alla promessa del feudo di Sanza al ribelle “Leonardo de Alatri o “ALATRO”, che come ho detto è dimostrato dal documento n. CXLIV del 1290 che è pubblicato dal Carucci nel vol. II a p. 242 e, come dimostra pure il documento n. CXLVIII, pubblicato a p. 246. Ma, il feudo di Sanza verrà tolto a Leonardo de Alatri come dimostra l’altro il documento n. CXLIX, pubblicato a p. 247 ed in cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore ecc..ecc..”.

Nel 16 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte di Artois scrive da Spinazzola per pagare Leonardo di Campagna (o di Alatri) per fargli consegnare il castello di Policastro

Carlo Carucci (…), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, a p. 246 riportava il documento n. CXLVIII del 16 ottobre 1290, da Spinazzola in cui il conte d’Artois (Roberto d’Angiò) “informa Guglielmo Peregrino, capitano di Policastro, che Ugo di Brenne, Tommaso Sanseverino, Rainaldo d’Avella e Giacomo Bursone gli consegneranno 150 once d’oro, perchè compia quanto già a voce gli ha ordinato, e cioè: dia a Leonardo di Campagna (‘negli altri documenti, di ALATRO) quanto ancora gli si deve sulle 30 once promessegli; gli paghi le spese sostenute per sè, pel fratello e i serventi dal sabato, 7 ultimo scorso, fino al giorno in cui consegnerà il castello; paghi i creditori degli Almugaveri uccisi, in occasione della resa, in Policastro, e di quelli che fuggirono; compensi i danni arrecati al giudice Alfano e al notaio Tancredi da Guglielmo di Padula, già castellano di Policastro, il quale li teneva in sospetto di aspirare a tornare alla fede regia. Conservi il resto del danaro per gli stipendi suoi e dei serventi.”. Il Carucci, vol. II, a p. 246 postillava: “Reg. ang. n. 54, fol. 155a”. Sempre il Carucci (….), a p. 247 del vol. II cita un altro documento angioino che riguardava Policastro e gli Almugaveri vinti nel 1290. Deve riferirsi a questa notizia quando Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 56 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1287 di Policastro scriveva che: “sarà Carlo Martello, Vicario del regno, a liberarle nell’anno 1290 con il valido aiuto di Guglielmo Pellegrino (o Peregrino) e Leonardo di Alatri che vennero ricompensati per il loro valore con l’assegnazione del feudo di Sanza in parti uguali (13).“. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 242.”. Sempre Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, a pp. 247 e p. 250 pubblica due documenti tratti dalla cancelleria angiona che riguardano questo personaggio detto in un documento Leonardo di Camapgna e in un altro Leonardo de Alatro o Alatri. Questi due documenti che riguardano Policastro, sono del 1290 ed entrambi sono forse la riprova che a Policastro prima del settembre 1290 vi fossero stati per lungo tempo Almugaveri o forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I° d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. Carucci a p. 247 pubblica il documento n. CXLIX del 16 ottobre 1290, in cui il conte d’Artois scrive da Spinazzola e, di cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore, è tornato alla fede della Romana chiesa e del Re, ha innalzato sulle mura il vessillo regio e ha reso il castello. Concede perciò a lui, ai suoi parenti e a quanti furon con lui al servizio dei nemici, completo indulto nelle persone e negli averi, concede gli stipendi che spettavano a lui, al fratello e ai serventi fino al 5 ultimo scorso, dei quali già ha fatto dare un acconto da Guglielmo Peregrino, ivi destinato capitano e castellano, e gli farà pagare le spese fatte fino al giorno della consegna del castello. Ha inoltre dato ordineche nessuno gli dia molestia, sia in Policastro che fuori, e che lui e ai suoi eredi sia corrisposta dalla regia curia un’annua provvigione di 20 once d’oro.”. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 155a.”. Il Carucci, riguardo Leonardo di Alatri pubblica ancora un altro documento a p. 249 il doc. n. CL del 16 ottobre 1290, in cui sempre il conte d’Artois (Roberto d’Angiò) scrive da Spinazzola “informando Leonardo di Alatri d’aver nominato Guglielmo Pellegrino, connestabile di Melfi, castellano e capitano del castello e della terra di Policastro. Gli ordina quindi di consegnargli il castello colle munizioni, le armi, e ogni altra cosa in esso esistenti. Ordina poi al castellano di Melfi di prendere dal castello delle balestre coi rispettivi apparechi e delle casse di quadrelli e farle tenere allo stesso Peregrino e ordina a Ruggiero Costa di fare altrettanto, senza indugio o negligenza, dovendosi presto provvedere di munizioni il castello di Policastro.”. Il Carucci postillava essere il documento tratto da: “Reg. ang. n. 54, fol. 154b.”.


Nel 12 ottobre 1290, il re raccomandava la difesa di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re raccomandava di provvedere alla difesa di Policastro ordinando a Tommaso Sanseverino di corrispondere al capitano Guglielmo Pellegrino 150 once d’oro (40).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (40) postillava che:  “(40) Reg. 54, ff 152 e 155.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re ordinava a Guglielmo Pellegrino, “comestabulo di Melfie”, di condurre a Policastro 40 stipendiari a cavallo e 130 a piedi, di cui 30 dovevano rimanere sempre nel castello, come guarnigione. Nello stesso giorno il conte d’Artois comunica a tutti che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici a Policastro aveva levato sul castello il vessillo reale per cui concedeva a lui e ai suoi il più largo indulto (41).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (41) postillava che:  “(41) Reg. 54, f 155, v. pure Reg. 54, f 154 ter.”. Infatti, deve riferirsi a questa notizia quando Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia citata da Orazio Campagna (…) e dai due studiosi Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari“.

Nel 12 ottobre 1290, il re ordinava a Guglielmo Pellegrino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re ordinava a Guglielmo Pellegrino, “comestabulo di Melfie”, di condurre a Policastro 40 stipendiari a cavallo e 130 a piedi, di cui 30 dovevano rimanere sempre nel castello, come guarnigione. Nello stesso giorno il conte d’Artois comunica a tutti che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici a Policastro aveva levato sul castello il vessillo reale per cui concedeva a lui e ai suoi il più largo indulto (41).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (41) postillava che:  “(41) Reg. 54, f 155, v. pure Reg. 54, f 154 ter.”.

Nel 1290, il re concede a Pellegrino e a Alatri i feudi di Policastro e Sansa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a pp. 337-338, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno 1290 il re concesse a Guglielmo Pellegrino e a Leonardo di Alatri, in porzioni uguali, il feudo di Sansa in premio per quanto avevano fatto per il ritorno di Policastro in potere sovrano (42). “. Ebner a p. 338 nella sua nota (42) postillava che:  “(42) Reg. 54, f 253 = Carucci, cit., II, p. 242.”. Questo documento è stato pubblicato da Carlo Carucci (…), vol. II, p. 242, doc. n. CXLIV del 1290: “Reg. ang. n. 54, fol. 253a.”, di cui il Carucci a p. 242 scriveva che: “Pel cattivo stato di conservazione della pergamena non è possibile un transunto letterale del documento, il quale riguarda la concessione della terra di Sansa a Guglielmo Pellegrino ed a Leonardo de Alatri, in porzioni eguali, in premio della parte da loro avuta nel ritorno di Policastro in potere del sovrano.”. E’ forse questo il documento che dimostra come Policastro fosse stato occupato dagli Almugaveri o comunque dalle forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I° d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. Credo però che questo documento avrebbe dovuto apparire dal Carucci non posteriore a quello di p. 247 (il documento n. CXLIX), in cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore ecc..ecc..”.

Nel 16 settembre 1291, Ponzio di Boccabianca, castellano del castello di Policastro

Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, vol. II a p. 309, nella sua nota (4) parlando di Policatro, dopo aver scritto: “Divenuta dipopolata essa Città, e distrutta dal ferro e dal fuoco, fu data in quest’anno 1324 dal re Roberto a Bertolomeo Roveto di Genova (4), ecc..ecc…”. Il Camera, a p. 309, nella sua nota (4) postillava in proposito che: “(4) Nel 1291, Policastro, era guardata e difesa da Ponzio di Boccabianca milite, capitano, e castellano di essa Città; il quale teneva alla di lui immediazione una scorta di 24 soldati (‘servientes’).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 420 e s., in proposito scriveva che: Il 16 conferma la nomina dei giudici Nicola di Tranto e Ubolotto del maestro Pietro per il nuovo anno, i quali dovranno prestare il giuramento nelle manii del capitano e castellano “Olivierius de Senes, castellanus Rocce de Gloriose” e a Ponzio castellano di Policastro (33).“. Ebner a p. 420, nella sua nota (33) postillava che:  “(33) Reg. 58, f 199, Napoli 3 novembre 1291.”.

Nel 2 novembre 1291, il principe Carlo Martello d’Angiò esonera i paesi come Policastro

Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 57 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1287 di Policastro scriveva che: “Una volta rioccupato il basso Cilento il principe Carlo esonera tutte le terre poste tra il mare e il fiume Tanagro dal pagare le imposte, essendo state, queste, le più colpite dalla guerra (179, fra le altre Roccagloriosa e Policastro vengono direttamente menzionate, ma la decisione riguardava anche gli altri paesi della zona compresi i feudi di Tommaso Sanseverino e tra essi Policastro e, quindi, Morigerati. Lo stesso succede nel 1292, ecc…”.Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cit., pag. 288, 2 novembre 1291.”. Il Gentile (…), si riferiva a Carlo Carucci (…), al suo vol. II “La Guerra de Vespro nella frontiera del Principato”, ed al documento pubblicato a p. 288 del 2 novembre 1291.

Nel 12 settembre 1292, il principe Carlo


Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 settembre 1292, da S. Erasmo, il principe Carlo concedeva a “Benetenutum de Policastro” 4 once d’oro per aiutarlo a liberare “quorundam filiorum suorum, quos eorumdem hostium carcer includit” (45).”. Ebner a p. 338 nella sua nota (45) postillava che:  “(45) Reg. 62, f 127 t: qui in presentis guerre discrimine ab hostibus damna gravia pertulit.”.

Nel 15 settembre 1292
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 15 settembre 1292 il re accoglieva la supplica “baiulis Policastri” di devolvere le entrate della bagliva per la difesa della città.”.

Nel 1293, Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo, fece rinforzare la Torre Mastra del castello della rocca di Policastro

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, a p. 416, parlando delle mura di Policastro, in proposito scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina; e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso il mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietra di taglio nel MCCCXCIII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, siccome dall’Iscrizione che stà sulla porta di essa.”. Dunque, l’Antonini fa notare che, secondo l’iscrizione scolpita sull’architrave del portale del castello è scritto che Jacopo Trifosano “fecit” nell’anno 1393. Ma, come abbiamo già visto il castello già esisteva al tempo di Carlo II° d’Angiò detto “lo Zoppo”, che nell’anno 1296 lo fece rinforzare. Un altro studioso asserisce che il castello fu costruito nel 1293 da Giacomo Sanseverino. Infatti, nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “Verso la fine del ‘200 la Contea di Policastro passò ai Sanseverino. Questa antica famiglia napoletana fu così chiamata da Torgisio, cavaliere normanno, quando, ecc…., come afferma Giannantonio Summonte (Storia della città e del Regno di Napoli: Tomo I, p. 468). L’origine normanna ecc…ecc…Uno dei numerosi discendenti di questa famiglia fu Giacomo, il quale iniziò nel 1293 la costruzione del CASTELLO di Policastro, dovè dimorò Ruggiero il Normanno, duca di Calabria, di questo castello medioevale esistono i ruderi; ma ne possiamo ammirare la forma originaria in una tela della Cattedrale. Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Ecc…”. Dunque, il Cataldo voleva che Giacomo Sanseverino nell’anno 1293, al tempo di Carlo II° d’Angiò avesse iniziato la costruzione del solido castello di Policastro, ma, sebbene il castello già esisteva all’epoca, nel 1293, tanto che re Carlo II° lo fece rinforzare nel 1296, come risulta da un documento angioino, niente ci dice che fu Giacomo Sanseverino a farlo costruire e solo in seguito (nel 1309) completato. Inoltre, il Cataldo (…), nel trascrivere la traduzione dell’epigrafe scolpita sull’architrave del portale del castello dice essere “Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”, ovvero il Cataldo affermava che, secondo l’epigrafe scolpita, Giacomo Sanseverino fece costruire il castello il 3 luglio dell’anno del Signore 1309. Il Cataldo continuando il suo racconto sul castello scriveva pure che: “La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Appunto per evitare nuovi danni e difendere il nostro territorio dagli Aragonesi Carlo II d’Angiò fece fortificare tutte le cittadine del regno, fra le quali Policastro.”. Sulla questione della datazione della costruzione del castello anche lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Dunque, anche Orazio Campagna (…), rifacendosi all’Azzarà (…) scrive che la costruzione del castello iniziò nel 1293 e terminò nell’anno 1309. Ma, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel vol. II, a p. 345, in proposito scriveva che: L’Antonini accenna ad avanzi di un edifizio romano rilevandolo da un’iscrizione sulla porta della torre ricostruita nel 1393 da Giacomo Sanseverino”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”.  Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. I due studiosi Natella e Peduto, nella loro nota (86) a p. 520 postillavano ancora che: “L’Antonini (‘La Lucania’, I, pp. 415-418) indica che l’anno in questione è il 1393 ma l’iscrizione non parla chiaro in quanto bisognerebbe trovare ‘nonagesimo septimo’, e non ‘nono setimo’. Che il lapicida abbia voluto intendere 1316, oppure che dovendo scrivere 1397 in latino sia ripiegato poi nell’aggettivazione lasciando inalterato il mille e 300, ha poca importanza in quanto il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, e quindi la data del 1397 va accettata per buona, ad onta della cattiva epigrafe. Questa affermazione annulla in parte ogni nostra ipotesi, esposta altrove (cfr. ‘Nota sul castello di Policastro, in “Castellum”, 12, 1970, 2,o sem.). Anche il Tait Ramage (cit.) lesse 1393.”. Dunque, i due studiosi disquisivano sulla data impressa dal lapicida sull’architrave illustrato in fig….. in alto e, affermavano che la data di costruzione del castello, la data del rifacimento per esser precisi era quella del 1397. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, nell’ultimo loro saggio su Policastro “Pixous – Policastro”, si rimangiano ciò che avevano scritto nel loro primo saggio e sulla questione della datazione del castello scrivevano che la data del 1397 andava presa per buona in quanto “……il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, ecc..”.

Nel 1296, Carlo II d’Angiò, detto “lo Zoppo” ordinò la riparazione del castello e della Torre mastra di Policastro

Nel lontano 1973, i due studiosi salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto pubblicarono l’interessantissimo saggio ‘Pixous – Policastro’, sulla rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, a p. 521, parlando della Torre Mastra del Castello di Policastro, nella loro nota (87) postillavano che: “(87) Una torre mastra era già nel 1296 (Carucci C., Codice cit., II, p. 511). Infatti, nel 1934, Carlo Carucci (…), pubblicò una serie di documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, alcuni dei quali oggi andati persi. Il Carucci, nel suo vol. II del suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. II da titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII, a p. 511 pubblicavano l’interessante documento su Policastro con cui re Carlo II d’Angiò, durante la sanguinosa Guerra del Vespro, il 1° Agosto 1296, da Napoli ordinava di pagare gli stipendi al castellano del castello di Policastro e di riparare la “Torre mastra”: (il documento tratto dai Registri Angioini è il n. 64, fol. 142.b).

(Fig…) Carucci Carlo, op. cit., vol. II, p. 511, documento del 1° agosto 1296

Nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “Verso la fine del ‘200 la Contea di Policastro passò ai Sanseverino. Questa antica famiglia napoletana fu così chiamata da Torgisio, cavaliere normanno, quando, ecc…., come afferma Giannantonio Summonte (Storia della città e del Regno di Napoli: Tomo I, p. 468). L’origine normanna ecc…ecc…Uno dei numerosi discendenti di questa famiglia fu Giacomo, il quale iniziò nel 1293 la costruzione del CASTELLO di Policastro, dovè dimorò Ruggiero il Normanno, duca di Calabria, di questo castello medioevale esistono i ruderi; ma ne possiamo ammirare la forma originaria in una tela della Cattedrale. Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Ecc…”. Dunque, il Cataldo voleva che Giacomo Sanseverino nell’anno 1293, al tempo di Carlo II d’Angiò avesse iniziato la costruzione del solido castello di Policastro, ma, sebbene il castello già esisteva all’epoca, nel 1293, tanto che re Carlo II° lo fece rinforzare nel 1296, come risulta da un documento angioino, niente ci dice che fu Giacomo Sanseverino a farlo costruire e solo in seguito (nel 1309) completato. Inoltre, il Cataldo (…), nel trascrivere la traduzione dell’epigrafe scolpita sull’architrave del portale del castello dice essere “Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”, ovvero il Cataldo affermava che, secondo l’epigrafe scolpita, Giacomo Sanseverino fece costruire il castello il 3 luglio dell’anno del Signore 1309. Il Cataldo continuando il suo racconto sul castello scriveva pure che: “La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Appunto per evitare nuovi danni e difendere il nostro territorio dagli Aragonesi Carlo II d’Angiò fece fortificare tutte le cittadine del regno, fra le quali Policastro.”. Sulla questione della datazione della costruzione del castello anche lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”.

Nel 26 aprile 1296, il re da Napoli

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 338 e s., in proposito scriveva che: Il 23 aprile 1296, da Napoli, si ordinò al castellano di Castel Capuano di mandare balestre e quadrelle ai castelli di Policastro e Roccagloriosa (48). Il primo agosto 1296, da Napoli, il re scriveva al giustiziere del Principato di pagare gli stipendi al castellano e ai serventi del castello di Policastro e di provvedere alle necessarie riparazioni della torre maestra.”. Ebner a p. 338, nella sua nota (48) postillava che:  “(48) Reg. 87, f 160.”.

Nell’agosto 1296, Policastro ed il suo castello

Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 57 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1287 di Policastro scriveva che: “….le imposte esatte per migliorare le difese della zona. Le stesse vengono potenziate col cambio del capitano, nella persona di Benedetto de Arrabito e con il raddoppio dei serventi, nonchè più balestre e più frecce. Tra il luglio ed agosto del 1296 gli almugaveri attaccano in forze e arrivano a scorazzare fino al fiume Sele, il castello viene colpito il primo agosto, il territorio abbandonato, per cui re Carlo II esonera gli abitanti dal pagamento delle tasse anche nel 1298 e nel 1300. Solo la pace di Caltabellotta del 31 agosto 1302 mette fine alla guerra del Vespro, ecc…”.

Nel 17 ottobre 1298, Policastro e il re da Napoli

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 339 e s., in proposito scriveva che: “Il 17 ottobre 1298, pure da Napoli, re Carlo II ordinò al giustiziere del Principato di comunicare agli abitanti di Policastro di averli esonerati dal pagamento dei residui delle precedenti tasse e dalla presente generale sovvenzione “pro fidei nostre cultu illibate servando, per depredationibus hostium, multipliciter sustulerunt” (50).”. Ebner a p. 338, nella sua nota (49) postillava che:  “(49) Reg. 64, f 142 t”.

Nel 1300, Policastro

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “La città tuttavia, dovette sopportare altre spoliazioni nel 1300, quando fu occupata da 3 milites e 500 uomini, avversi ai Ruffo, feudatari di Policastro.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554.”.

Nel 3 gennaio 1300, re Carlo II d’Angiò

Pietro Ebner (…), a p. 339, del vol. II, in ‘Chiesa, Baroni etc…’, parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: “Il 3 gennaio 1300, da Napoli, re Carlo ordinò a Landolfo Rumbo di Napoli, “vicario principatus Salerni et eiusdem terre straticoto” di pagare alle persone che invierà Tommaso Sanseverino i “duo mandato nostra pridem direximus” sulle entrate “civitate Salerni” per la custodia “castro S. Severini de Camerota” e per quello di Policastro (51).”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 339, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Reg. 97, f. 126″.

Nel 1305, Tommaso II Sanseverino, acquistò Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305. Ebbe inoltre confermate le baronie di Cilento, Diano, Lauria, S. Angelo a Fasanella e Magliano Vetere.”. Silvia Pellecchi (…), recentemente nel suo “Raccontare l’Archeologia ecc…“, a p. 23 in proposito scriveva che: “Nel 1305, Carlo II d’Angiò concesse il feudo a Tommaso Sanseverino (46), …..”. La Pellecchi, a p. 23, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Reg. 1305, A. 46 in Camera, 1860, p. 118.”. Dunque, la Pellecchi (…), a p. 23, nella sua nota (46) citava Matteo Camera, ovvero si riferiva all’opera di Matteo Camera (…), nel suo vol. II degli “Annali ecc…”, a p. 118 in proposito scriveva che: “Al conte di Marsico Tommaso Sanseverino fu data la città di Policastro ‘de antiquo Reali demanio’, colla condizione “quousque de equivalenti excambio provideatur” (2).” e nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regest. anno 1305, lit. A, fol. 46.”, che è lo stesso documento citato dalla Pellecchi.

Nel 1305-1309 (secondo Silvia Pellecchi) Giacomo Sanseverino, figlio di Tommaso, fece iniziare e completare i lavori del castello di Policastro


(Fig….) Policastro – architrave lapideo scolpito con iscrizione che sormonta il portale della torre mastra del castello – foto Cristian e Lorenzo

Silvia Pellecchi (…), recentemente nel suo “Raccontare l’Archeologia ecc…”, a p. 23 e, riferendosi alla sua nota (47) dove citava Natella e Peduto (pp. 521-524), in proposito scriveva che: “Nel 1305, Carlo II d’Angiò concesse il feudo a Tommaso Sanseverino (46), il figlio del quale, Giacomo, fece iniziare sotto la guida, del maestro Giacomo Trifognano, una serie di lavori sull’area sommitale del castello, con un sostanziale rifacimento e allargamento della cinta esterna e con la costruzione di un palazzo comitale (47). Le opere terminarono nel 1309, come recita l’iscrizione sull’architrave della porta d’accesso alla torre del castello, tutt’oggi visibile. In questi anni la città doveva vivere un momento di grande prosperità, che comportò un notevole incremento delle attività commerciali ecc…”. La Pellecchi, a p. 23, nella sua nota (47) postillava che: “(47) Natella Peduto, 1973, pp. 521-524.”. Come abbiamo letto, l’iscrizione scolpita sulla lapide marmorea dell’architrave che sormonta l’ingresso alla Torre Mastra del Castello, di cui parlerò in seguito, secondo Silvia Pellecchia, è scritto che la costruzione della torre mastra avvenne nel 1305 ed i lavori terminarono nell’anno 1309. La Pellecchi, a p. 23, nella sua nota (47) postillava di Natella e Peduto (…) e si riferiva all’opera “Pixous-Policastro” e a pp. 521-524, dove i due studiosi salernitani parlano del castello di Policastro. La notizia di una costruzione del castello completato nell’anno 1309 è smentita però dagli stessi Natella e Peduto, citati dalla Pellecchi e, anche, dal Carucci (…), il quale, come abbiamo già visto, a p. 511 del vol. II, pubblicava il documento del 1° agosto 1296 in cui re Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo ordinava i lavori di riparazione della Torre Mastra del Castello che peraltro doveva già esistere. I due studiosi Natella e Peduto, nella loro nota (86) a p. 520 postillavano che: “L’Antonini (‘La Lucania’, I, pp. 415-418) indica che l’anno in questione è il 1393 ma l’iscrizione non parla chiaro in quanto bisognerebbe trovare ‘nonagesimo septimo’, e non ‘nono setimo’. Che il lapicida abbia voluto intendere 1316, oppure che dovendo scrivere 1397 in latino sia ripiegato poi nell’aggettivazione lasciando inalterato il mille e 300, ha poca importanza in quanto il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, e quindi la data del 1397 va accettata per buona, ad onta della cattiva epigrafe. Questa affermazione annulla in parte ogni nostra ipotesi, esposta altrove (cfr. ‘Nota sul castello di Policastro, in “Castellum”, 12, 1970, 2,o sem.). Anche il Tait Ramage (cit.) lesse 1393.”. Dunque, i due studiosi disquisivano sulla data impressa dal lapicida sull’architrave illustrato in fig….. in alto e, affermavano che la data di costruzione del castello, la data del rifacimento per esser precisi era quella del 1397. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, nell’ultimo loro saggio su Policastro “Pixous – Policastro”, si rimangiano ciò che avevano scritto nel loro primo saggio e sulla questione della datazione del castello scrivevano che la data del 1397 andava presa per buona in quanto “……il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, ecc..”. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, il committente della torre Maestra e del castello di Policastro, del suo rifacimento, fu Jacopo (Giacomo) Sanseverino, conte di Potenza, figlio di Ugo Sanseverino primo conte potentino e protonotario del Regno nel 1380.

(Fig….) Policastro – architrave lapideo scolpito con iscrizione che sormonta il portale della torre mastra del castello – foto Cristian e Lorenzo

Anzi, se vogliamo stare ad un’altra ricostruzione, quella fatta nel lontano 1973, quando il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” che, riferendosi ai discendenti di Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, in proposito scriveva che: “Uno dei numerosi discendenti di questa famiglia fu Giacomo, il quale iniziò nel 1293 la costruzione del CASTELLO di Policastro, dovè dimorò Ruggiero il Normanno, duca di Calabria, di questo castello medioevale esistono i ruderi; ma ne possiamo ammirare la forma originaria in una tela della Cattedrale. Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Ecc…”. Dunque, il Cataldo voleva che Giacomo Sanseverino nell’anno 1293, al tempo di Carlo II° d’Angiò avesse iniziato la costruzione del solido castello di Policastro, ma, sebbene il castello già esisteva all’epoca, nel 1293, tanto che re Carlo II° lo fece rinforzare nel 1296, come risulta da un documento angioino, niente ci dice che fu Giacomo Sanseverino a farlo costruire e solo in seguito (nel 1309) completato. Inoltre, il Cataldo (…), nel trascrivere la traduzione dell’epigrafe scolpita sull’architrave del portale del castello dice essere “Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”, ovvero il Cataldo affermava che, secondo l’epigrafe scolpita, Giacomo Sanseverino fece costruire il castello il 3 luglio dell’anno del Signore 1309. Il Cataldo continuando il suo racconto sul castello scriveva pure che: “La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Appunto per evitare nuovi danni e difendere il nostro territorio dagli Aragonesi Carlo II d’Angiò fece fortificare tutte le cittadine del regno, fra le quali Policastro.”. Sulla questione della datazione della costruzione del castello anche lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”.

Nel 1314, Nicolò Arabito, milite di Policastro

Matteo Camera (…) nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, parlando dell’anno 1324 e dell’editto di re Roberto d’Angiò per Bartolomeo Roveti, a p. 313, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette di poi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.”.

Nel 31 dicembre 1317, il milite Iacopo Capano a Policastro

Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. III: “Classi e conflitti sociali”, a p. 334, parlando dell’acuirsi di forme “intollerabili” di violenze e soprusi dei feudatari locali, in proposito scriveva che: “A Policastro, Iacopo Capano, milite, scaccia violentemente i portulani, impedisce gli abitanti di fornire loro delle vettovaglie, e non permette che si esigano i diritti di uscita, da quella che egli considera terra assolutamente sua (2)!.”. Il Caggese, a p. 334 del vol. I, nella sua nota (2) postillava che: “(4) Reg. Ang., n. 212, c. 26, 31 dicembre 1317.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dei Capano, affidatari dei Lancia e dei Sanseverino, però si riferisce al 1343 quando con Tommaso II Sanseverino, Giacomo Capano assistettero all’incoronazione di Giovanna I.

Nel 1314 e nel 1317, le tregue firmate tra Roberto d’Angiò e Federico III di Aragona

Federico d’Aragona, conosciuto anche come Federico III di Sicilia, o di Trinacria è stato reggente aragonese in Sicilia dal 1291 al 1295, Re di Sicilia – come Federico III– dal 1296 al 1302 e poi di Re di Trinacria dal 1302 alla sua morte. Appare con il nome di Fridericus (rex) nei documenti in lingua latina, Frederic (el de Sicília) in quelli in catalano, Fridiricu in sciliano, Frederico in aragonese. Non si conosce la data di morte del Doria, da collocarsi tra il 1321 e il 1323. Nel 1321 egli si trovava ancora in Sicilia presso la corte di Federico III, onorato ed investito dal re di numerosi feudi. A significativo che nel 1320 re Federico abbia giustificato nei confronti del fratello Giacomo la sua mancata partecipazione alla campagna aragonese per la conquista della Sardegna con il dovere d’intervenire a Genova nell’interesse.del Doria. La pace di Caltabellotta durò solo una dozzina di anni e, dopo che nel 1313 la guerra tra Angioini e Aragonesi era ripresa, il parlamento siciliano, il 12 giugno 1314, disattendendo l’accordo siglato con la Pace di Caltabellotta, riconosceva il figlio di Federico, Pietro come erede al trono, e quindi, alla sua morte, successore di Federico, e, il 9 agosto, confermava Federico re di Sicilia e non più di Trinacria. Seguirono due anni di guerra, in cui Roberto d’Angiò cercò di conquistare l’isola nel 1314, a cui seguì una tregua di due anni, sino al 1316. Allo scadere della tregua, Roberto attaccò la Sicilia occidentale e si diresse su Palermo, su cui confluiva anche la flotta napoletana. Federico, vedendosi a mal partito, nel 1317, chiese una tregua che gli fu concessa a patto di restituire agli angioini tutte le posizioni che ancora deteneva sul continente (quasi tutte in Calabria); la nuova tregua sarebbe scaduta a Natale del 1320.

Nel 10 setembre 1320-21, Policastro fu distrutta e occupata dalla flotta di Federico d’Aragona al comando del genovese Corrado Doria

Finita la tregua, Federico, nel 1321, inviò una flotta con reparti di cavalleria di fronte a Genova, in aiuto ai ghibellini che combattevano contro la repubblica di Genova, ma Roberto d’Angiò, alleato di Genova, inviò 82 galee che costrinsero la flotta siciliana a ritirarsi e rientrare in Sicilia (passando da Ischia la saccheggiò). Nel settembre dello stesso anno, la flotta siciliana tornò a Genova e coordinando gli attacchi con le truppe dei ghibellini lombardi capitanati da Marco Visconti, riuscì a creare grandi difficoltà per i difensori, senza però riuscire a fare cadere la città. Col cattivo tempo, la flotta, molto danneggiata, dovette rientrare definitivamente in Sicilia. Nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro fu riditrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: “terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit. I Doria (detti anche D’Oria) sono un’antica e nobile famiglia originaria di Genova. Verso la fine del 1297 si recò in Sicilia, dove il re Federico III lo nominò grande ammiraglio, al posto di Ruggiero di Lauria. Come scrissi nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: “Ritroviamo Sapri, nella “carta nautica del Mediterraneo” dell’Atlante Catalano di Carlo V, della prima metà del secolo XIV. (98). E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona  (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit  pariter et homines totaliter spoliavit“.”. Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. III: “Classi e conflitti sociali”, a p. 237 in proposito scriveva che: “Anzi, quando i feudatari fanno il loro dovere, come tra il 1319 e il ’20, nella campagna contro Rieti ed in quella, Federigo d’Aragona, sono generosamente esentati dal pagamento del tributo o della prestazione del servizio miltare (1). Il Duca di Calabria si limita ad ordinare ai portulani del Regno ed ai custodi dei passi montani di vigilare attentamente che ai nemici della Chiesa e del Re non fossero inviate le vettovaglie promesse dai Baroni (2).. Il Caggese, a p. 237 del vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Reg. Ang., n. 221, c. 216-216t, 10 settembre 1320. Rotta la tregua Federico occupò Policastro, dandola alle fiamme, e danneggiò “u terram Iscle“. Il Caggese, a p. 237 del vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(2) Reg. Ang. n. 254, c. 242t, 23 luglio 1324. La lettera del Papa è del 1° giugno.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Nel 1320, a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona Policastro fu ridistrutta, da marinai d’una flotta genovese al comando di Corrado Doria: ‘Terram Policastri expugnavit improbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit’.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Ecc..“. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515, nella loro nota (80) postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Infatti, lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. II, nel cap. III: “Per la conquista della Sicilia”, a p. 190 in proposito scriveva che: “II. – Il 10 agosto 1230, tutti i Baroni e tutte le Università del Regno, obbligati a “dimitio militari servicio supra”, ebbero l’ordine di prepararsi alla guerra e di far buona guardia ai confini essendo virtualmente già rotta la tregua con la Sicilia (3). …i cittadini di Salerno furono invitati ad armarsi come meglio fosse stato loro possibile, per essere pronti a difendere con ogni mezzo la città minacciata (5), in collaborazione con quanti feudatari e uomini d’arme (continua a p. 191) vi si fossero trovati disponibili (1). Il pericolo urgeva; e in realtà la flotta siciliana, dopo aver gravemente danneggiato Policastro (2), aveva attaccata, forse il 10 e l’11 agosto, Ischia assolutamente indifesa distruggendone i pingui vigneti e i frutteti obertosi onde andava superba (3). Ormeggiata poi nelle acque di Ponza, indecisa se andare a dare l’assalto alla capitale o correre a Genova, l’armata facilmente vittoriosa, a cui si erano unite le galee dei Ghibellini genovesi comandate da Gerardo Spinola, ricevevano vettovaglie proprio dai fedelissimi di re Roberto.“. Caggese a p. 191, nella sua nota (2) a proposito dell’assalto a Policastro postillava che:  “(2) Vedi Camera, Annali, vol. II, p. 274 e fonti ivi citate. Vedi più compiutamente, la notizia  in Reg. Ang. n. 234, C 77-77t, 10 settembre 1320: “teram Policastri expugnavit improbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit…”.”. Matteo Camera (…), nel vol. II, a pp. 309-314. Infatti, Matteo Camera (…), a p. 309, in proposito scriveva che: “Oltre a quanto abbiamo dinanzi accennato intorno la città di Policastro, la quale era stata manomessa dai siciliani, e simultaneamente incendiata e agguagliata al suolo dai genovesi (v. av. pag. 274), dobbiamo aggiungere intorno ad essa talune altre peripezie che gli scrittori contemporanei non seppero nè punto nè poco tramandarci. Questa città pingue ed ubertosa dell’antica Lucania, nobile per la sua origine (2), ed a niuu altra seconda nelle sciagure, era stata sempre mantenuta e conservata nel regio demanio.”. Dunque, Matteo Camera (…), a p. 309 dei suoi “Annali”, vol. II, nella sua nota (2) riassume la storia di Policastro e di Bussento. Matteo Camera (…), ci parla della distruzione di Policastro da parte di Corrado Doria a p. 274.  Infatti, il Camera (…), nel suo vol. II, a p. 274, parlando dell’anno 1320, in proposito scriveva che: “Infrattanto Federico, impegnò il famoso Castuccio signore di Lucca, a porsi alla testa di quei fuoriusciti; e quindi fece partire da Sicilia una flotta di quarantadue navi, dirette dall’ammiraglio Corrado Doria di Genova, donde la corsa fu combinata col cammino dell’armata di terra. All’incontro, Roberto, pose in mare cinquanta legni che unì alle galee genovesi, sotto il comando del catalano Raimondo di Cardona, illustre capitano, che subito si condusse in cerca del nemico. L’ammiraglio siciliano scioltosi dal porto di Messina costeggiò dapprima il littorale delle Calabrie, ed a viva forza prese e distrusse la città di Policastro; “dum littora Calabriae excurrit, Policastren evertit” (1). Questa Città, probabilmente surta sulle rovine dell’antica ‘Bussento’ prendendo il nome di PALEOCASTRUM, o di antico castello, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Una tale catastrofe non fu mai rammentata dal nostro topografo Giustiniani (3). Dopo che l’ammiraglio siciliano ebbe distrutta Policastro, ch’ei trovò sguarnita di difensori, rivolse le prore verso Napoli, affin di farsi inseguire dalle galee angioine con maggiore ardore, e così dar tempo a Castruccio di raccogliere i fuoriusciti ghibellini, e di chiudere la piazza di Genova.”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Th. Fazelli ‘de rebus Siculis’, poster decad. lib. IX – Anche il Maurolico scrisse: “Tota classis Genuam versus est navigarsi, Polycastrum in Calabria diripuit – Maurol. Sicanicae hist. lib. V.“. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giustiniani, op. cit., tomo VII, vedi art. Policastro.”. Matteo Camera citava Tommaso Fazello (…), ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, pubblicato a Palermo nel 1560 e poi citava il Maurolico (…), di cui consiglio la lettura di Girolamo Di Marzo Ferro (…), ‘Della Storia di Sicilia dell’abate Maurolico’. Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, a p. 274, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Th. Fazelli ‘de rebus Siculis’, poster decad. lib. IX.”. Lo storico siciliano Tommaso Fazello o Fazzelli (…), nel 1560 pubblicò ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, scritto tutto in latino. Molto più tardi, in seguito, Remigio Fiorentino (…), lo ripubblicò integralmente tradotto in italiano, nel suo “Le due deche dell’Historia di Sicilia del Tomaso Fazello”, pubblicato a Venezia nel 1574. Nella traduzione del Fazello di Remigio Fiorentino (…), a p. 778 nel cap. IX, a p. 778, si legge che: “Nacque intanto in Genova tra i Dorij e i Spinoli, Ghibellini fuoriusciti, e tra i Grimaldi Flischi, e Malucelli, Guelfi che dominavano una gran sedizione: la onde i Guelfi chiamarono in loro aiuto il Re Ruberto, & i Ghibellini si raccomandarono al Re Federigo. Per la qual cosa, Federico l’anno di nostra salute MCCCXX, messa infreme un’armata di quaranta galere, andò alla volta di Genova: ma mentre ch’egli corseggiava per le riviere di Calabria, rovinò il castel di Policastro. Assaltò poi Voltiro, poco lontana da Genova, ecc…ecc…”. Dunque questo scriveva il Fazello secondo Remigio Fiorentino. L’interessante notizia, già in passato era stata accuratamente esaminata dagli studiosi di storia del Regno di Napoli. Infatti, anche il canonico Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, prendendo le mosse dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: “Risorse gloriosa sotto il Regno dei Normanni, ma sotto i Re Angioini soggiacque a nuova disavventura, mentre bollendo le guerre tra i Re di Napoli e Sicilia nel 1320 fu assalita da Federico d’Aragona e diroccata, quando partì da Messina, per andare in aiuto ai Ghibellini di Genova, per quanto notò il Fozzelli. Rifatta di nuovo (dice questo medesimo Autore), ecc…ecc…”. Luca Mannelli, o Mandelli (…), scrisse nei primi anni del ‘600, un prezioso manoscritto intitolato ‘Lucania sconosciuta‘ (…), rimasto inedito, già conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno e, per molti secoli è stato introvabile e, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. In questo nostro studio, pubblichiamo tutto il Capitolo XI del Libro II, ovvero le pagine che ci parlano della storia di Camerota e di Policastro, proponendoci di pubblicare anche le pagine seguenti del manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, che riguardano il territorio fino a oltre Scalea. Luca Mannelli o Mandelli, era un frate Agostiniano (dell’Ordine di S. Agostino). Nella fortuna critica della sua “Lucania sconosciuta” c’è una palese contraddizione: da parte, il Mandelli è utilizzato e citato, dal Seicento in poi, fino ad oggi, dagli storici che si sono occupati del territorio lucano e poi salernitano; dall’altra, nonostante tale persistente ed indiscussa vitalità, la sua opera, tranne appunto la parte che riguarda il Vallo di Diano, è rimasta manoscritta. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini (…) e del Troyli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico sono stati i primi a comporre una storia organica dei nostri territori. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava (…). Il Padiglione (…), nel suo ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati da Carlo Padiglione’, pubblicato nel 1876, a p. 262, leggiamo che:

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(Fig….) Pagina n. 50v, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (…)

Dunque, nel manoscritto del monaco Luca Mannelli o Mandelli (…), si cita lo storico siciliano Fazello (…). Come ho già precedentemente scritto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona  (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit  pariter et homines totaliter spoliavit”, e più tardi, nel 1324, lo stesso Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti” viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi “(99). Sapri, figura anche sul “Portolano del Mediterraneo”, di Guglielmo Soleri, del 1385 circa (fig. 26) (100); ecc…. Riguardo l’episodio del 1320, che riguarda direttamente un distruzione di Policastro è quanto scriveva Rocco Gaetani sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani (…), a p. 29 in proposito scriveva che: “…per quanto notò il Fozzelli. Ecc…”. Il Gaetani (…), sulla scorta del Mannelli (…), a p. 29, citava Tommaso Fazello (….) (il Gaetani lo chiama Fozzelli), che nel 1560 scrisse il suo ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560. Il Fazello (…), nel suo Indice dei nomi e dei luoghi, alla lettera “P”, riporta: “Policastrum a Friderico Rege eversum 520”. Dunque, il Fazello parla di Policastro nell’anno 1320. Tommaso Fazello (…), nella sua opera sulla Sicilia, a p. 520, in proposito a Policastro scriveva che: “Gibellini verò Fredericum evocarunt. Anno itaq; fal. 1320. Fridericus Rex cum quadraginta triremium classe contra Genuam soluit. Sed dum littora Calabrie excurrit, Policastrum oppidum evertit. Deinde oppidum Voltirum ecc…”. Fazello riporta la notizia che nell’anno 1320 re Federico con 40 galee sbarcò a Policastro e la distrusse. Il Gaetani (…), sulla scorta del Mannelli (…), a p. 29, citava Tommaso Fazello (….) (il Gaetani lo chiama Fozzelli), che nel 1560 scrisse il suo ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560. Il Fazello (…), nel suo Indice dei nomi e dei luoghi, alla lettera “P”, riporta: “Policastrum a Friderico Rege eversum 520”.

Fazello, p. 520, estratto sulla distruzione di Policastro.PNG

(Fig….) Fazello Tommaso, op. cit., p…..

Dunque, il Fazello parla di Policastro nell’anno 1320. Alcune di queste carte nautiche in cui figura il porto di Sapri o il piccolo scalo marittimo di Sapri, sono elencate nel prospetto che Roberto Almagià (…), pubblicò nel suo ‘Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali’. Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, ecc…ecc….come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, al tempo degli Angiò. Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…). Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28, riferendosi a Policastro dopo la distruzione subita da Corrado Doria, in proposito scrive che: “16. Il Porto dei Genovesi. Presto si fa distuggere. Ad opera terminata, rimangono cadaveri disseminati, valori patrimoniali distrutti e gente impoverita senza tetto. A questi inconvenienti si poteva passa sopra…; ma era in gioco il trono di Napoli, come pure quello di Sicilia, perchè mancava il punto strategico di appoggio: Policastro. Quattro anni dopo la distruzione, che si era dimostrata indifendibile, ma sul posto della distruzione, che si era dimostrata indifendibile, ma sul posto antico, entro le mura del Guiscardo.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (77) postillava che: “(77) Caggese Romolo, op, cit.”. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 27 e s. scrive in proposito che: “Non passa molto tempo e nel 17 luglio 1320 ‘Federico d’Aragona’ dichiara la guerra e la settimana dopo, il 25 luglio, salpa una potente flotta, composta di 40 galee siciliane e 20 galee genovesi, sotto il controllo del genovese ‘Corrado Doria (73), e si dirige a Policastro per distruggerla. Il porto era punto di appoggio per i rifornimenti angioini; per indebolire le azioni del nemico, bisognava distruggerlo. Il governo di Napoli (Roberto d’Angiò) non si mosse affatto, abbandonando Policastro al suo destino. Dev’essere stato un assedio durante il mese di agosto 1320, perchè in data 10 settembre successivo leggiamo:  “Terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit(74), cioè la città di Policastro fu presa d’assalto, data alle fiamme, distrutta, e la sua popolazione completamente eliminata. Non sappiamo nulla sugli avvenimenti dell’agosto 1320, sulle azioni dei difensori, sulla finale sopraffazione, sull’eccidio e la cacciata degli abitanti, sull’incendio e la distruzione della città. I difensori sono forse periti; comunque non c’è dubbio che Corrado Doria abbia fatto diverse relazioni al suo re e che queste relazioni dovrebbero trovarsi negli archivi aragonesi di Saragozza e di Barcellona (Spagna). A quanto sappiamo, queste relazioni non furono mai cercate, per quanto sarebbero di grande interesse storico, per le ragioni che subito esporremo. Tali relazioni di Doria non sono nè a Saragozza, nè a Barcellona, ma forse a Palermo, sede della corte che avrebbe incaricato Doria.”. Il Tancredi, a p. 27, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Caggese R., Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, I, 1930, pp. 442-443.”. Il Tancredi, a p. 28, nella sua nota (74) postillava che: “(74) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 234, Carta n. 77.”. Dunque, la nota interessante del Tancredi è che in occasione dell’attacco dell’ammiraglio genovese Corrado Doria alla città di Policastro, incaricato da Federico d’Aragona nella lotta per la conquista della Sicilia e del Regno di Napoli, pare che, come scrive il Tancredi, vi fossero delle relazioni scritte a Federico d’Aragona dal Doria che non sono state mai cercate negli archivi della corona a Palermo e forse in seguito portate in Spagna. Scrive il Tancredi (…): “A quanto sappiamo, queste relazioni non furono mai cercate, per quanto sarebbero di grande interesse storico, per le ragioni che subito esporremo. Tali relazioni di Doria non sono nè a Saragozza, nè a Barcellona, ma forse a Palermo, sede della corte che avrebbe incaricato Doria.”. Fatto sta che in quella occasione la città fortificata di Policastro fu lasciata completamente al suo destino da re Roberto d’Angiò e fu incendiata subendo notevoli danni. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), ci parla di questo episodio nel suo Le città sepolte nel Golfo di Policastro, pubblicato nel 1978 e a p. 27, nella sua nota (72) cia il testo di Carlo Carucci (…), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero cita il vol. I dal titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del 1931, dove il Carucci pubblica diversi documenti riguardanti il periodo Angioino ma che arrivano fino al 1300 e non comprendono l’epoca di Re Roberto d’Angiò.

Nell’8 luglio 1324, Roberto d’Angiò concede per 25 anni Policastro al genovese Bartolomeo Roveti

Nel luglio del 1324, re Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti, “viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi (…). I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che, dopo l’anno 1320: “Quattro anni dopo, nel 1324, re Roberto permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia, agli ordini di Bartolomeo Roveti, viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi. Le case furono ricostruite e Policastro ebbe migliore vita, in specie per le entrate della pesca.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554 (forse p. 354). Ecc..“. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515, nella loro nota (80) postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554 (forse p. 354). Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Matteo Camera (…), ci parla della distruzione di Policastro da parte di Corrado Doria a p. 274.  Infatti, il Camera (…), nel suo vol. II, a p. 274, parlando dell’anno 1320, in proposito scriveva che: “…Questa Città, probabilmente surta sulle rovine dell’antica ‘Bussento’ prendendo il nome di PALEOCASTRUM, o di antico castello, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Ecc..”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”. Matteo Camera, in questo caso errava a scrivere “…Questa Città, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Ecc..”, in quanto, sebbene si potesse trattare come scrive il Camera di “filibustieri” (genovesi), nell’anno 1324 non la distrussero ma la colonizzarono ripopolandola su espressa volontà di re Roberto d’Angiò. Infatti il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), a pp. 442-443, vol. I, nel cap. IV: “Autonomie Municipali”, parlando di Roberto d’Angiò, in proposito scrive che: “Ma non mancano casi specialissimi nei quali il Re, per la difesa, economica e militare, insieme, ai luoghi ritenuti utilissimi alle ragioni dello Stato, crea dal nulla una Università, dotandola di privilegi e di facoltà molto feconde. Oltre il caso di Città Reale or ora ricordato, dovuto a preoccupazioni essenzialmente d’indole militare, è degno di particolare rilievo l’atto del 1324 col quale la terra di Policastro, nel Principato Ultra, quasi completamente devastata dalle continue guerre esterne ivi abbattutesi con estrema violenza, veniva rinvigorita di sangue genovese e riformata con ordinamenti di singolare interesse. Presentatosi, dunque, al Re, in Provenza, il cittadino genovese Bartolomeo Roveti, si offrì di ricostruire e ripopolare Policastro, che proprio dai Genovesi, tre anni prima, aveva ricevuto l’ultimo e più fiero colpo, deducendovi una copiosa colonia di suoi concittadini atti a ridare in poco tempo alla terra sventurata l’anica prosperità e l’antico splendore. Il Re accolse benevolmente e concesse, anzitutto, a Bartolomeo Roveti la qualità di Capitano della città a vita e, per ben 25 anni, il mero e misto imperio su i Genovesi non solo ma anche su quanti fossero ivi convenuti d’oltre Regno, riservando al regio Giustiziere del Principato la giurisdizione su gl’indigeni. Alla colonia è riservato l’uso delle consuetudini e delle leggi genovesi, per ciò che riguarda le eventuali liti da definirsi da arbitri, ed è concessa la facoltà di esercitare liberamente, pagati i diritti alla Curia regia, il commercio di spropriazione del frumento e dei cereali tutti, alla sola condizione che all’interno il frumento non costi più di due tarì e dieci grani il tomolo. Tutte le terre e le case di Policastro, appartenenti al demanio o a privati scomparsi o non solleciti di ritornarvi, nel termine massimo di diciotto mesi, sono concessi ai coloni con un censo da regolare in seguito, caso per caso; e, darano alla Curia quella somma che risulterà costituire la media delle entrate dell’ultimo quadriennio. Nessun barone, infine, potrà acquistare o costruire case in Policastro per un ventennio, e quelli che abitano nei dintorni sono tenuti, in caso di guerra, ad accorrere in difesa della città risorta (1). In questi casi quindi, la Università si fonda ‘ex novo’, come si fonda un castello ecc…ecc..”. Il Caggese (…), a p. 443, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Reg. Ang., n. 255, c. 22-23, 8 luglio 1324: “Bartholomeus Roveti de Ianua, constitutus in nostra presentia, dum in Provincie partibus moraremur, obtulit se nobis et efficaciter repromisit refectionem ac populationem facere civitatis eiusdem et in habitationem ipsam viros utique sufficientes et aptos ianuenses adducere in numero copioso”; ecc…”. La notizia è tratta da Matteo Camera (…). Infatti, due studiosi Natella e Peduto (…), citavano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. Infatti, Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 309, parlando della città di Policastro, in proposito scriveva che: “Divenuta dipopolata essa Città, e distrutta dal ferro e dal fuoco, fu data in ques’anno (1324) dal re Roberto d’Angiò a Bartolomeo Roveto di Genova (4) con le seguenti condizioni: Che questi dovesse riedificarvi o ripararvi gli edifizi, e fare riabilitare il paese da una colonia di genovesi, ch’ei comanderebbe a titolo di capitania per la durata di 25 anni, esercitando su di essa il diritto sommo del ‘mero e misto imperio’ tranne però la podestà criminale – Che qualunque questione, litigio o causa che fra quelli nascesse, venisse risoluta secondo le leggi, usi, e consuetudini patrie del Comune di Genova – Che introducendosi in Policastro dè fuoriusciti, si sarebbero consegnati da esso Roveto nelle mani della regia Curia – Che potessero i naturali del luogo liberamente estrarre quivi delle vettovaglie pè luoghi devoti ed amici al sovrano ed alla S. Sede – Che tutte le case e poderi demaniali di Policastro, rimasti abbandonati, divenissero per sempre in proprietà dè nuovi abitatori e loro eredi. Che nessun barone infra la durata di 25 anni potesse quivi acquisire alcun terreno od innalzarvi nuovi edifizii ec. Ma perchè i nostri leggitori abbiano fatto, e faremo, ogni qual volta troveremo qualche lacuna presso gli antichi scrittori delle nostre patrie memorie (1, p. 310): “Robertus etc. Universis presentis indulti seriem inspecturis tam presentibus etc…””. Il Camera, a p. 309, nella sua nota (4) postillava in proposito che: “(4) Nel 1291, Policastro, era guardata e difesa da Ponzio di Boccabianca milite, capitano, e castellano di essa Città; il quale teneva alla di lui immediazione una scorta di 24 soldati (‘servientes’).”. Il Camera (…) pubblica l’intero testo in latino del documento con cui re Roberto d’Angiò concede Policastro al genovese Bartolomeo Roveti. Il Camera, nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 312, alla fine del documento scritto in latino, in proposito scriveva che: “Datum ibidem per manus Bartholomei de Capua militis logothete et prothonotarii regni Sicilie anno Domini MCCCXXIIII nostrorum anno XVI (1).”, e nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. n. 235 fol. 22 apud Reg. Archiv. Neap.”. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28, riferendosi a Policastro dopo la distruzione subita da Corrado Doria, riferendosi al castrum di Policastro, in proposito scrive che: “16. Il Porto dei Genovesi…..Per il ripopolamento sono destinati i ‘Genovesi’ (già in possesso dei larghi privilegi di Napoli) che si sono dimostrati un prezioso aiuto per gli Angioini, grazie all’esperienza di navigatori (76). Che i Genovesi distruggono la città per conto del re Aragonese, e quattro anni dopo la ricostruiscono per conto del re Angioino, non deve meravigliare: gli affari sono affari; i marinai sono soldati, assoldati da chi paga. Le battaglie navali vanno combattute in gran parte da marinai, istruiti nelle repubbliche marinare. Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Il genovese ‘Bartolomeo Roveti’ si presenta al re ed offre di ricostruire e di ripopolare Policastro. Il re lo nomina capitano della città a vita, e, inoltre, gli dà per 25 anni la giurisdizione sui Genovesi e sugli immigrati di Policastro (77). Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (77) postillava che: “(77) Caggese Romolo, op, cit.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”.

Nel 1330, Rinaldo di Sassano cercò di conquistare Policastro

Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: Cinque anni appresso, un certo Rinaldo de Sussano figlio di Pietro, radunata una squadra di fuoriusciti “cum comitiva illicita” fece grandi sforzi per espugnare Policastro e Castelluccio ‘de Alfano’; ma non vi riuscì (3).”. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1330 lit. B. fol. 126 v.”.

Nell’11 luglio 1330, tre ‘milites’ di Rivello occuparono Policastro feudo dei Ruffo di Calabria

Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “Soltanto sei anni dopo, scoppia una faida (1330) contro i ‘Ruffo’, che, nel 1229 erano feudatari di Policastro, ed arrivano tre condottieri (milites) con 500 uomini, che cacciano i funzionari dei Ruffo dalla città (81). E i Ruffo? I Ruffo occupano Gerace, che è dominio regio, e portano via gli abitanti che riducono a servi, perchè hanno bisogno di mano d’opera sui loro territori. E’ un atto di manifesta violazione di un regio dominio, ma i Ruffo dichiareranno più tardi che gli abitanti si sono rifugiati nei loro territori. E chi osa contraddire al potente? Il feudo di Policastro nel 1229 passa a Giovanni Ruffo (famiglia dalla quale discende Paola del Belgio) e nel 1348 alla famiglia genovese dei ‘Grimaldi’ (82), ancora regnante a Monte Carlo.“. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Laudisio, op. cit., p. 36; Ughelli F., Italia Sacra, col. 542.”. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Di Luccia P.M., op. cit., p. 8.”. Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), nel suo vol. II, cap. V., “Il tramonto del Re”, a p. 354, parlando di Policastro, in proposito scriveva che nell’anno 1330: “Ma altre volte non si invocava l’Imperatore e si armavano, ciò non ostante, dei veri eserciti, come, per esempio,  nella selvaggia regione che si stende tra la Basilicata e la Calabria contro i Ruffo di Catanzaro.  Laggiù, a mezzo il 1330, tre ‘milites’ con un esercito di cinquecento uomini occuparono Policastro, feudo dei Ruffo, ne scacciarono i funzionari signorili, e mossero di la alla conquista di Roccabernarda e Misurata, altri feudi del Conte di Catanzaro,  con più numerose schiere e con ardimento reso temerario dalla vittoria (2).”. Il Caggese, a p. 354 nella sua nota (2) postillava che la notizia era tratta da: “(2) Reg. Ang. n. 282, c. 52t – 53, 11 luglio 1330. I tre capi erano “Rogerius de Riveto, Nicolaus natus eius et Jordanus eiusdem cognominis” aiutati da “Fulco et Tancredus, similiter de Riveto”, tutti ‘milites’. Dunque, il Caggese traeva l’interessante notizia dai Registri della Cancelleria Angioina di Roberto d’Angiò: il Reg. Ang. n. 282, c. 52t – 53 dell’11 luglio 1330. Romolo Caggese, forse sulla scorta di Matteo Camera, per l’anno 1330, ci dice che a Policastro si portarono i tre ‘milites’ di Rivello che si opposero con 500 fanti contro lo strapotere dei Ruffo di Catanzaro. I tre militari capi della rivolta che occuparono Policastro erano di Rivello (“Riveto”) ed erano: Ruggiero di Rivello, Nicola e Giordano aiutati da Fulco e Tancredi di Rivello. In proposito ai Ruffo di Calabria ed alla contea di Policastro, essa fin dall’epoca federiciana apparteneva ai Ruffo di Catanzaro. L’Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”. Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. Il Giustiniani (…), scriveva che “Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. Nel XIII secolo, in seguito alla dominazione Normanna e quella Federiciana, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, che però resterà tale fino all’anno 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo (…). Giovanni Ruffo, diventerà il primo feudatario della zona. Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. Così ricaviamo da una notizia riportata dall’Ebner e relativa ai primi momenti della dominazione angioina, che riferisce di un ordine relativo al “recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro” in favore della Regia Corte, di una somma pertinente alla bagliva della “terra di Policastro”, che l’autore identifica però con la Policastro cilentana (…). L’Ebner, scrive: “Vi è pure un ordine di recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro di VIII once d’oro e XV tarì per la bagliva della terra di Policastro (…). L’Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), si dilungano sulle mura e fortificazioni di Policastro, per poi aggiungere: “Passata da demaniale nelle mani feudalidi Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Secondo i due studiosi (…), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixus – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Ecc…”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8“.

Nel 1348, Policastro passò a Gabriele e Luciano Grimaldi

Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, e da questo nell’anno 1348. in Gabriello, e Luciano Grimaldi, e dopo in Gio: Antonio Petrucci ecc…ecc.., come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato, a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro e dei Ruffo di Calabria.

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 344, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Pacichelli (76) riferisce della sua origine e che “in ogni conto fà d’huopo affermare, che fosse una Città (….) dL’ebbero poi i Sanseverini e indi la Reina Giovanna I, la conferì a Gabriele e Luciano Grimaldi” e poi ai Carafa della Spina…..”Il suo Vescovo, che ha titolo di Barone con Vassallaggio, ne’ Casali di Torre Ursara, e Petrafia”.”. Ebner, a p. 344, nella sua nota (76) postillava che: “(76) Pacichelli cit., I, p. 199 e a p. 337 per la popolazione del 1648 (16 fuochi = ab. 80) e del 1669 (10 = 50)”. Infatti, il sacerdote Pacichelli (….), nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “L’ebbero poi i Sanseverini, et indi la Reina Giovanna I. la conferì a Gabriele e Luciano Grimaldi: ma, per munificenza del Reè Ferdinando II. rimane trasmessa ne’ discendenti di D. Gio: Carafa della Spina, etc…”.

Il Giustiniani (…), scriveva che “Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. Antonini, cit., I, p. 415 sgg. Il Gatta;

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixus – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Ecc…”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8“.

Nel 20 agosto 1372, la fine della guerra del Vespro

La fine del conflitto con gli Angioini si ebbe con il Trattato di Avignone che, segnò il distacco definitivo del Regno di Napoli dal Regno di Sicilia. La guerra fra Sicilia e Napoli si sarebbe chiusa solo il 20 agosto 1372 dopo ben novanta anni, con il trattato di Avignone, firmato da Giovanna d’Angiò e Federico IV d’Aragona con l’assenso di papa Gregorio XI, con il riconoscimento formale dei due regni, di Sicilia e di Napoli.

Il castello di Policastro

Qui, sorge il Castello di Policastro eretto dai Bizantini nel XVI secolo, durante il Medioevo subì circa dieci devastazioni e più volte restaurato. Così come appare oggi, è un’opera trecentesca. Infatti, quando il feudo di Policastro passò nelle mani dei Sanseverino, Jacopo, figlio di Ugo Sanseverino, decise di ampliarlo e rafforzarlo. I lavori di ristrutturazione furono affidati al maestro Giacomo Trifosano nel 1393 e terminarono cinque anni dopo. In tempi moderni, il Castello fu interessato dagli scavi archeologici eseguiti nel 1966 dalla Soprintendenza di Napoli. Dallo studio dei ruderi è stato accertato che, oltre alle aule, vi era una “sala portico” che serviva come luogo di ricevimento o per disbrigo di affari amministrativi e la cisterna per la raccolta dell’ acqua piovana. Al terzo piano, esposto verso il mare, vi era un terrazzo raggiungibile da una scala di pietra. Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, ed. Tomberli, Napoli, 1745 (I° edizione) ci parla di Policastro e del suo Castello a p. 416 dove scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina, e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso al mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietre di taglio nel MCCCXCIII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, sccome dall’Iscrizione, che sta sulla porta di essa. Un miglio fuori le mura, verso levante si trova un avanzo di edifizio romano ecc…”.

Nel 1333, GIACOMO SANSEVERINO, figlio di Tommaso II° Sanseverino

Il Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”.

Gatta, Memorie, p. 162

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Ecc…ecc…E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (132) postillava che la notizia era tratta da: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), ecc..”. Devo però precisare che la notizia dataci dal Fusco (…) tratta da probabilmente dal testo di G. Pecori (…), riguardo il nonno – scrive sempre il Fusco – Guglielmo Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino, non mi pare collimi con un’altra interessantissima notizia che proviene da Matteo Camera (…). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “I Sanseverino possedevano ancora il feudo nel 1333 con Giacomo di Sanseverino (27), primogenito di secondo letto di Tommaso, secondo conte di Marsico, per parte di sua madre Sveva Avezzano. Era pure conte di Mileto, barone di Cilento e primo Conte di Tricarico. Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc..Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…..Sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco. Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni e dei titoli al fratello Antonello (sposò Giovannella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi. Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ma vennero poi reintegrati nei loro beni con il privilegio di re Ferrante II del 15 agosto 1486. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Da Tommaso l’unico Giacomo, da cui il progenitore Ruggiero (secondo conte di Tricarico), Venceslao (terzo Conte), Stefano (conte di Matera) e Americo.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di Re Roberto. Il Tutini cit.,  pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”.

Nel 1380 Giacomo (Jacopo) Sanseverino, figlio di Ugo Sanseverino, III conte di Saponara, conte di Potenza e protonotario del Regno di Napoli, al tempo della guerra di successione al trono di Napoli tra gli Angiò e i Durazzo

I due studiosi Natella e Peduto, nella loro nota (86) a p. 520 postillavano ancora che: “L’Antonini (‘La Lucania’, I, pp. 415-418) indica che l’anno in questione è il 1393 ma l’iscrizione non parla chiaro in quanto bisognerebbe trovare ‘nonagesimo septimo’, e non ‘nono setimo’. Che il lapicida abbia voluto intendere 1316, oppure che dovendo scrivere 1397 in latino sia ripiegato poi nell’aggettivazione lasciando inalterato il mille e 300, ha poca importanza in quanto il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, e quindi la data del 1397 va accettata per buona, ad onta della cattiva epigrafe. Questa affermazione annulla in parte ogni nostra ipotesi, esposta altrove (cfr. ‘Nota sul castello di Policastro, in “Castellum”, 12, 1970, 2,o sem.). Anche il Tait Ramage (cit.) lesse 1393.”. Dunque, i due studiosi disquisivano sulla data impressa dal lapicida sull’architrave illustrato in fig….. in alto e, affermavano che la data di costruzione del castello, la data del rifacimento per esser precisi era quella del 1397. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, nell’ultimo loro saggio su Policastro “Pixous – Policastro”, si rimangiano ciò che avevano scritto nel loro primo saggio e sulla questione della datazione del castello scrivevano che la data del 1397 andava presa per buona in quanto “……il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, ecc..”. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, il committente della torre Maestra e del castello di Policastro, del suo rifacimento, fu Jacopo (Giacomo) Sanseverino, conte di Potenza, figlio di Ugo Sanseverino primo conte potentino e protonotario del Regno nel 1380. Nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “Verso la fine del ‘200 la Contea di Policastro passò ai Sanseverino. Questa antica famiglia napoletana fu così chiamata da Torgisio, cavaliere normanno, quando, ecc…., come afferma Giannantonio Summonte (Storia della città e del Regno di Napoli: Tomo I, p. 468). L’origine normanna ecc…ecc…Uno dei numerosi discendenti di questa famiglia fu Giacomo, il quale iniziò nel 1293 la costruzione del CASTELLO di Policastro, dovè dimorò Ruggiero il Normanno, duca di Calabria, di questo castello medioevale esistono i ruderi; ma ne possiamo ammirare la forma originaria in una tela della Cattedrale. Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola , non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Appunto per evitare nuovi danni e difendere il nostro territorio dagli Aragonesi Carlo II d’Angiò fece fortificare tutte le cittadine del regno, fra le quali Policastro.”. Sempre il Cataldo, parlando di Policastro, a pp. 131-132 accenna alla Famiglia dei Sanseverino ed in proposito, sulla scorta di Pietro Summonte (…) scriveva che: “Ab. D. Placido Troyli: Istoria generale del Reame di Napoli: Tomo III, libro VIII, Cap. I., pag. 370, che ci parla dell’invasione dei Saraceni. Poi aggiunge: “l’autore ha raccolto notizie da numerose cronache medievali, come quelle di Giovanni Diacono, Giulio Cesare Capaccio, Angelo delle Noci ecc..), già ampiamente studiate dal nuovo umanista Flavio Biondo da Forlì (1392-1463): Italiae illustratae: 2° – Veronae, 1482. Sempre nella stessa pagina 131 il Cataldo aggiunge che: “B) – idem: Lib. IX, Cap. VI; della Polizia Normanna, e delle loro primarie Contee: “Contea di Sanseverino” (note sulla Famiglia e su Giacomo Sanseverino, fondatore del Castello di Policastro: 1293-1309): – (p. 464 – n. XVI) = “Il primo adunque, che diede il nome alla Gente Sanseverina in Italia ecc…, al rapporto di Giannantonio Summonte, che dice: “Nell’istesso tempo ecc….(Dell’Historia di Napoli: Napoli, 1675, Tomo I, pag. 468). Poi ancora il Cataldo a p. 132 continua scrivendo sui Sanseverino: “..indi (p. 471, n. XXXI): “Di vantaggio debbe avvertirsi, che Giacomo Sanseverino, Primogenito di Tommaso, e fratello di Guglielmo, e di Ruggiero, sposando Margherita di Chiaromonte, ebbe da costei tre figliuoli, Ruggiero, Ugo e Tommaso: dè quali Ruggiero, come si disse, fu Conte di Tricarico, ed Ugo fu Conte di Montescaggioso. Da Ugo poi Conte di Potenza, nacque Giacomo; e da costui il secondo Ugo, che ebbe per moglie Beatrice Zurla, e fu Conte della Saponara”. —Come si vede, Giacomo II dei Sanseverino, figlio del Conte Ugo di Potenza, ebbe anche la Contea di Policastro (non menzionata dal Troyli).”. Dunque, il Cataldo sulla scorta del Troyli e del Summonte chiarisce chi era il feudatario Giacomo II Sanseverino che nell’anno 1293 fece costruire e poi nell’anno 1393 o 1397 fece ristrutturare il castello di Policastro. Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, in proposito scriveva che: “Da Giacomo primo Conte di Tricarico ne sursero molte potentissime Case con titoli e onori grandi; …..gli portò in dote detta Contea (Chiaromonte), colla quale Signora procreò Egli tre Figli Rugiero, Ugo, e Tommaso: ed avendo avuto anch’egli facoltà da Re Roberto, nè cui tempi visse, di dividere i suoi Stati agli dilui Figli; quindi fu che da Rugiero primogenito si diramarono gli Conti di Tricarico, dal cui ceppo poscia ne germogliarono gli Serenissimi Principi di Bisignano. Da Ugo sursero gli Conti di Potenza, e Saponara, e da Tommaso gli Conti di Montescaggioso.”. Dunque, il Gatta (…) si riferiva a Jacopo (Giacomo), figlio di Ugo Sanseverino, conte di Potenza. Giacomo (o Jacopo) Sanseverino era figlio di Ugo Sanseverino, Conte di Potenza e da lui ebbe la Contea di Policastro. Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a p. 176 parlando sempre della famiglia dei Sanseverino ci dice della morte di Ugo Sanseverino, Conte di Potenza al tempo della presa al potere di Ladislao. Infatti il Gatta (…), sulla scorta di Scipione Ammirato e del Summonte (…), descrive quella tragica pagina di storia in cui molti Sanseverino alleati dei d’Angiò furono sterminati. Il Gatta scrive che scamparono dall’ira del re crudele ecc…ma non mi pare vi sia Giacomo (Jacopo) figlio di Ugo.

Nel 1386, Ladislao d’Angiò-Durazzo, re di Napoli

Era il tempo di Ladislao detto Ladislao d’Angiò-Durazzo che fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, all’età di dieci anni, sotto la reggenza della madre, fino al 1414 anno in cui egli morì. Fra i capi del partito angioino filo-francese figuravano alcuni esponenti della famiglia dei Sanseverino e lo stesso Ottone di Brunswick, vedovo della regina Giovanna I. Costituito un consiglio di magistrati che reggesse le sorti del regno in questa fase, i filo-francesi proclamarono re Luigi II d’Angiò, futuro capo del ramo cadetto degli Angioini e figlio di quel Luigi I che la regina Giovanna aveva nominato erede in contrapposizione a Carlo III. Lo scontro assunse presto le proporzioni di una vera e propria guerra. Nel corso del 1387 i sostenitori degli Angioini francesi occuparono Napoli, costringendo la reggente Margherita col piccolo Ladislao e la famiglia a barricarsi in Castel dell’Ovo, dal quale fuggirono alla volta di Gaeta. Luigi d’Angiò poté così impossessarsi del regno, ma domare i baroni ribelli fu un’impresa che lo tenne occupato per anni. Per il re minorenne ed esiliato giunse presto un importante sostegno: nel 1390 saliva al soglio pontificio Bonifacio IX, originario di Casarano, che prese le parti di Ladislao contro il pretendente Luigi. Dunque, è molto probabile che il castello di Policastro fosse stato rinforzato da Giacomo Sanseverino, figlio di Ugo, conte di Potenza, proprio in occasione della guerra che scoppiò tra Luigi d’Angiò ed il piccolo erede al trono Ladislao di Durazzo e la madre Margherita. Solo nel 1399, Ladislao si lanciò alla conquista del trono e riuscì ad occupare Napoli, mentre Luigi era impegnato nella lotta contro i principi pugliesi. Sopraffatto dalla determinazione del giovane Durazzesco, Luigi abbandonò la propria causa e fece ritorno in Francia. Per Ladislao era giunto il momento di imporsi come unico e legittimo sovrano e per ottenere lo scopo non esitò a perseguitare i nemici e stroncare le velleità dei filo-francesi. Spietato nella costruzione del suo potere, il giovane re si dimostrò subito ancora più scaltro e dispotico di suo padre Carlo, che pure aveva seminato terrore e morte nell’imporre il proprio dominio. All’alba del XV secolo, Ladislao I si affermava come capo politico e militare di straordinaria tempra, di indole spregiudicata e di grandi ambizioni. La sua prima preoccupazione fu dunque quella di consolidare il potere monarchico su Napoli a spese dei baroni, obiettivo che non esitò a perseguire commissionando l’assassinio di molti dei suoi rivali. La casata dei Sanseverino, ispiratrice della rivolta filo-francese, fu duramente punita con una sfilza di lutti che ne sfibrarono la capacità sovversiva. Un autore e storico che ci ha parlato della famiglia Sanseverino e delle sue diverse diramazioni è Scipione Ammirato (…), nel suo “Famiglie nobili napoletane” pubblicato nel 1580 ad vocem “della famiglia Sanseverina” a metà del vol. I, p. 99 e s., parte I.

Nel 1393-97 (?), Giacomo (Jacopo) II Sanseverino, figlio di Ugo Sanseverino (Conte di Potenza) fa eseguire un ampliamento del castrum e del castello comitale di Policastro

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, a p. 416, parlando delle mura di Policastro, in proposito scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina; e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso il mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietra di taglio nel MCCCXCIII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, siccome dall’Iscrizione che stà sulla porta di essa.”. Nel lontano 1973, i due studiosi salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto pubblicarono l’interessantissimo saggio ‘Pixous – Policastro’, sulla rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed in proposito scrivevano che: Come oggi appare il castello è opera trecentesca. La cappella di fronte alla torre principale, la stessa torre bugnata datata al 1397 (86), lo confermano.”. I due studiosi a p. 520, nella loro nota (86) postillavano che: “Un arcotrave sull’ingresso ha la seguente iscrizione HOC OPUS FIERI FECIT LO MANIFICO DOMINO JACOBUS / DE SANTO SOVIRINO MILES FILIUS COMITIS POTENTIS / ANO DOMINI MCCC NONO SETIMO…./ M’ JACOBUS TRIFOSANO FECIT HOC.”. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri ecc…”, a p. 187, parlando del castello di Policastro scriveva: “(Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio nell’anno del Signore 1397. M. Giacomo Trifosano lo costruì).”:

(Fig…) Castello di Policastro – antico portale con iscrizione scolpita – foto di Cristian e Lorenzo

Dunque, l’Antonini fa notare che secondo l’iscrizione scolpita sull’architrave del portale del castello è scritto che Jacopo Trifosano “fecit” nell’anno 1393. Ma, come abbiamo già visto il castello già esisteva al tempo di Carlo II° d’Angiò detto “lo zoppo”, che nell’anno 1296 lo fece rinforzare. Un altro studioso, invece asserisce che il castello fu costruito nel 1293 da Giacomo Sanseverino. Infatti, nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “Verso la fine del ‘200 la Contea di Policastro passò ai Sanseverino. Questa antica famiglia napoletana fu così chiamata da Torgisio, cavaliere normanno, quando, ecc…., come afferma Giannantonio Summonte (Storia della città e del Regno di Napoli: Tomo I, p. 468). L’origine normanna ecc…ecc…Uno dei numerosi discendenti di questa famiglia fu Giacomo, il quale iniziò nel 1293 la costruzione del CASTELLO di Policastro, dovè dimorò Ruggiero il Normanno, duca di Calabria, di questo castello medioevale esistono i ruderi; ma ne possiamo ammirare la forma originaria in una tela della Cattedrale. Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Ecc…”. Dunque, il Cataldo voleva che Giacomo Sanseverino nell’anno 1293, al tempo di Carlo II° d’Angiò avesse iniziato la costruzione del solido castello di Policastro, ma, sebbene il castello già esisteva all’epoca, nel 1293, tanto che re Carlo II lo fece rinforzare nel 1296, come risulta da un documento angioino, niente ci dice che fu Giacomo Sanseverino a farlo costruire e solo in seguito (nel 1309) completato. Inoltre, il Cataldo (…), nel trascrivere la traduzione dell’epigrafe scolpita sull’architrave del portale del castello dice essere “Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. Dunque, il Cataldo voleva che la data scolpita sull’architrave del portale del castello si leggesse: “….come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”, ovvero il Cataldo affermava che, secondo l’epigrafe scolpita, Giacomo Sanseverino fece costruire il castello il 3 luglio dell’anno del Signore 1309. Il Cataldo continuando il suo racconto sul castello scriveva pure che: “La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Appunto per evitare nuovi danni e difendere il nostro territorio dagli Aragonesi Carlo II d’Angiò fece fortificare tutte le cittadine del regno, fra le quali Policastro.”. Sulla questione della datazione della costruzione del castello anche lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Dunque, anche Orazio Campagna (…), rifacendosi all’Azzarà (…) scrive che la costruzione del castello iniziò nel 1293 e terminò nell’anno 1309. Ma, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel vol. II, a p. 345, in proposito scriveva che: L’Antonini accenna ad avanzi di un edifizio romano rilevandolo da un’iscrizione sulla porta della torre ricostruita nel 1393 da Giacomo Sanseverino”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”.  Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. I due studiosi Natella e Peduto, nella loro nota (86) a p. 520 postillavano ancora che: “L’Antonini (‘La Lucania’, I, pp. 415-418) indica che l’anno in questione è il 1393 ma l’iscrizione non parla chiaro in quanto bisognerebbe trovare ‘nonagesimo septimo’, e non ‘nono setimo’. Che il lapicida abbia voluto intendere 1316, oppure che dovendo scrivere 1397 in latino sia ripiegato poi nell’aggettivazione lasciando inalterato il mille e 300, ha poca importanza in quanto il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, e quindi la data del 1397 va accettata per buona, ad onta della cattiva epigrafe. Questa affermazione annulla in parte ogni nostra ipotesi, esposta altrove (cfr. ‘Nota sul castello di Policastro, in “Castellum”, 12, 1970, 2,o sem.). Anche il Tait Ramage (cit.) lesse 1393.”. Dunque, i due studiosi disquisivano sulla data impressa dal lapicida sull’architrave illustrato in fig….. in alto e, affermavano che la data di costruzione del castello, la data del rifacimento per esser precisi era quella del 1397. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, nell’ultimo loro saggio su Policastro “Pixous – Policastro”, si rimangiano ciò che avevano scritto nel loro primo saggio e sulla questione della datazione del castello scrivevano che la data del 1397 andava presa per buona in quanto “……il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, ecc..”.

MAESTRO JACOPO (GIACOMO) TRIFOSANO O TRIFOGNANO (?)

Come ho avuto modo di dire, sull’architrave lapideo che sormonta il portale del castello sulla rocca di Policastro vi è scolpita la scritta in cui si legge il nome del probabile autore esecutore del rifacimento del castello. Nel 1973, Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro saggio ‘Pixous – Policastro’, a p. 520, nella loro nota (86) postillavano e riportavano la scritta: “Un arcotrave sull’ingresso ha la seguente iscrizione HOC OPUS FIERI FECIT LO MANIFICO DOMINO JACOBUS / DE SANTO SOVIRINO MILES FILIUS COMITIS POTENTIS / ANO DOMINI MCCC NONO SETIMO…./ M’ JACOBUS TRIFOSANO FECIT HOC.”. Dunque, i due studiosi trascrivono “M’ JACOBUS TRIFOSANO FECIT HOC”. Dunque, i due studiosi scrivono che sull’architrave è scritto Jacobus (Jacopo o Giacomo) Trifosano “fecit”. I due studiosi salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto pubblicarono l’interessantissimo saggio ‘Pixous – Policastro’, sulla rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed in proposito scrivevano che: “Il Sanseverino incaricò il maestro Iacopo Trifosano, di ignota patria, di rifare il tutto. Costrui ridisegnò la cinta esterna, allargandola; dotò il castello di un palazzo comitale degno di questo nome, e rifece completamente la torre principale (87). La planimetria del castello fu da noi eseguita nel 1967, quando da poco erano stati completati gli scavi, che riportarono alla luce ambienti (C nella planimetria del castello) al piano terra accanto alla cappella con le relative due scale adducenti ai piani superiori.”. I due studiosi Natella e Peduto, a p. 521, nella loro nota (87) postillavano che: “(87) Una torre mastra era già nel 1296 (Carucci C., Codice cit., II, p. 511).Dunque, i due studiosi riportano la notizia che Giacomo Sanseverino incaricò il “maestro Iacopo Trifosano, di ignota patria”. Dunque i due studiosi non dicono nulla di più su questo architetto. Riguardo le notizie intorno a questo architetto Maestro Jacopo Trifosano credo che i due studiosi abbiano tratto alcune notizie dai due testi di Arnaldo Venditti (…), Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria, ed. E.S.I., Napoli, 1967, II, pp. 541-542 e, Martelli G., Influssi campani sull’Architettura del secolo XII in Calabria, in “Atti d. VIII, Concesso Naz.le di Storia dell’Architettura”, Roma, 1956, pp. 293-300. Anche Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri ecc…”, a p. 187, parlando del castello di Policastro scriveva: “(Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio nell’anno del Signore 1397. M. Giacomo Trifosano lo costruì).”. Anche il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 30 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. Ma, alcuni studiosi locali come ad esempio il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. Dunque, il Cataldo (…), scriveva che il nome dell’autore del rifacimento del castello di Policastro riportato sull’architrave non fosse come trascrivono i due studiosi Natella e Peduto “JACOBUS TRIFOSANO” ma fosse “JACOBUS TRIFOGNANO”. Sulla questione della datazione del castello e del nome del suo probabile autore o mastro muratore, lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Dunque, anche Orazio Campagna (…), rifacendosi all’Azzarà (…) scrive che la costruzione del castello iniziò nel 1293 e terminò nell’anno 1309 e molto probabilmente fu proprio l’Azzarà (…), nel suo “I Sanseverino nella storia d’Italia” a suggerire il nome di “JACOPO TRIFOGNANO”. Ma chi fosse l’autore del rifacimento del castello di Policastro al momento possiamo solo dire quello che fu scritto dai due studiosi Natella e Peduto, ovvero che: “Il Sanseverino incaricò il maestro Iacopo Trifosano, di ignota patria, di rifare il tutto.”. Dunque, i due studiosi riportano la notizia che Giacomo Sanseverino incaricò il “maestro Iacopo Trifosano, di ignota patria”. Dunque i due studiosi non dicono nulla di più su questo architetto. Marta Del Prete (…), nella sua Tesi di Laurea, Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia, fede e cultura, a p. 33 riportava la scritta scolpita nell’architrave sul portale della Torre Maestra:

Riguardo le notizie intorno a questo architetto Maestro non sappiamo altro se non il suo nome scolpito sull’architrave. Certo, risulta difficile fare delle certe attribuzioni se ancora oggi alcuni autori, sulla base di non so quali riferimenti bibliografici scrivono “Trifognano” invece che “Trifognano”. E’ il caso della studiosa Silvia Pellecchi (…), nel suo ‘Raccontare l’archeologia. Strategie e tecniche per la comunicazione dei risultati delle ricerche archeologiche (a cura di), ed. All’Insegna del Giglio, Sesto Fiorentino, Firenze, 2017 (e-book), dove a p. 23 in proposito scriveva che: “Nel 1305, Carlo II d’Angiò concesse il feudo a Tommaso Sanseverino (46),il figlio del quale, Giacomo, fece iniziare, sotto la guida del maestro Giacomo Trifognano, una serie di lavori sull’area sommitale del castello, con un sostanziale rifacimento e allargamento della cinta esterna e con la costruzione di un palazzo comitale. Le opere terminarono nel 1309, come recita l’iscrizione posta sull’architrave della porta d’accesso della torre al castello, tutt’oggi visibile.”. La Pellecchi (…), a p. 23 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Natella Peduto, 1973, pp. 521-524.” e invece abbiamo visto che i due studiosi scrivevano tutt’altro.

La Torre Maestra del castello di Policastro

(Fig…) Torre mastio o Maestra del castello di Policastro

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “La torre del Castello, esistente ancora oggi nella parte alta, è del 1397 e fu costruita da Giacomo Sanseverino (Tav. VI, fig. 3). Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit.,  pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554.”.

(Fig…) Natella – Peduto, op. cit., p. 517, planimetria del castello

(Fig…) Natella Peduto, op. cit., p. 518 – Sezione della Torre Maestra

La Cappella Comitale del Castello e Palazzo comitale sulla rocca di Policastro

Nel lontano 1973, i due studiosi salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto pubblicarono l’interessantissimo saggio ‘Pixous – Policastro’, sulla rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed in proposito scrivevano che: “Come oggi appare il castello è opera trecentesca. La cappella di fronte alla torre principale, la stessa torre bugnata datata al 1397 (86), lo confermano.”. Il termine “comitale” è un aggettivo di “conte”, dunque, il termine “comitale” è aggiunto ai manufatti della contea. E’ il caso del castello e della cappella comitale del castello della contea di Policastro. Sempre i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 522 in proposito alla cappella comitale del castello diPolicastro scrivevano che: “La cappella copmitale del castello di Policastro era a crociera con colonne poste agli angoli dell’unica aula e della absidiola di fondo. Oggi solo qualche resto di arcata è rimasto a rapprresentarci l’immagine d’una costruzione trecentesca, che in sè concludeva un sistema di vitalità castellana tipico dei ‘potentiores’ feudali del pieno Medioevo campano.”.

Castello di Policastro, resti di una chiesa

(Fig…) Castello di Policastro – resti della Cappella comitale della chiesa del Castello

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(Fig…) Planimetria generale di Policastro con la cinta delle mura fortificate ed il castello tratta da P. Natella e P. Peduto ‘Pixous-Policastro’, p. 517

Nel lontano 1973, i due studiosi salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto pubblicarono l’interessantissimo saggio ‘Pixous – Policastro’, sulla rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed in proposito scrivevano che: ….

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca. Storia di un borgo del Cilento’, a p. 30 in proposito al Castello di Policastro scriveva che:

Nel 1° gennaio 1320, Bartolomeo di Lauria è Conte di Lauria e signore di Lagonegro

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a pp. 206-207-208 scriveva che: “Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio. E’ notevole un diploma di grazie accordato, nel 1° gennaio del 1320, dal detto Bartolomeo in premio della fedeltà e dei servigi ottenuti dall’Unità e dai cittadini di Lagonegro. Assicurano il Falcone ed il Tortorella che dal diploma di grazie, nel quale Bartolomeo si denominava ‘utile signore di Lagonegro’, si conservava originariamente scritto su pergamena, nell’Archivio Comunale, ma esso è andato distrutto.”. Il Pesce a pp. 207-208, riporta l’intera trascrizione del documento o del privilegio di Bartolomeo trascritto dal Tortorella (…). Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

Nel 1414, re Ladislao I di Durazzo, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.

Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”.

Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Dal 1435 al 1432, Renato di Valois-Angiò

Renato di Valois-Angiò, noto come Renato I di Napoli, detto il Buono (Angers, 16 gennaio 1409 – Aix-en-Provence, 10 luglio 1480), fu Duca d’Angiò e Conte di Provenza e di Forcalquier dal 1434, Duca di Bar dal 1430, e Duca di Lorena dal 1431 al 1453 come consorte di Isabella di Lorena. Fu anche Re di Napoli dal 1435 al 1442, anno della sua deposizione e cacciata dal Regno per mano di Alfonso V, re d’Aragona. Fu inoltre Re titolare di Gerusalemme dal 1438, Re titolare d’Aragona (con incluse Sicilia, Sardegna, Maiorca e Corsica) dal 1466, e, dopo la sua deposizione, anche Re titolare di Napoli dal 1442. Suo fratello Luigi III era stato designato come erede del Regno di Napoli dalla regina Giovanna II, ultima degli Angiò-Durazzo; tuttavia questi morì prima della regina, nel 1434, e tutti i titoli passarono a Renato. Fu per questo motivo che Renato divenne il primo, ma anche l’ultimo, re di Napoli della dinastia dei Valois-Angiò.

Il Castello di Policastro all’epoca Aragonese dei Petrucci e della ‘Congiura dei Baroni’

Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. La Congiura dei baroni fu un movimento rivoluzionario che si sviluppò nel XV secolo; nacque principalmente in Basilicata come reazione agli Aragonesi che si erano insediati sul trono del Regno di Napoli. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (87), postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F. A. Vanni, ‘Cronica di Majerà, ms, cit.”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’.

Nel gennaio 1489, Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e figlio di re Ferrante, si reca con l’architetto (maestro) Antonio Fiorentino a far visita a Policastro, le mura, le fortificazioni ed il castello

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 71, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 340, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Va ricordato ce nel tardo ‘400 il castello di Policastro venne ricostruito su disegno di Giuliano Fiorentino.”. Sempre l’Ebner (…), nel suo vol. II, di ‘Chiesa etc…‘, a p. 345, parlando di Policastro e del suo castello segnala che l’Alfano (…), scriveva che: “L’Alfano (81) l’ubica alle falde di una collina con alla sommità un castello mezzo diruto “elevato da Jacopo Sanseverino, figlio de conte di Potenza nel 1393 (…) si crede Bussento, detta Bisso, e Bissunte ecc…”. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…” :

Leostello, p. 195 su Policastro

(Fig…) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. I, pp. 193-194-195

Ebner (…), dice di vedere nel vol. II, quando parlando di Policastro, scrive quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava ecc..ecc..”. Pietro Ebner, nello scrivere “(vedi a Policastro quando si apprende ecc…”, voleva intendere di vedere quando il corte del re arriva a Policastro, episodio descritto nei passi del manoscritto del Laostello di cui parlerò. L’episodio citato da Pietro Ebner e riguardo il Duca di Calabria, il futuro re di Napoli Federico I d’Aragona, sappiamo pure che era l’epoca dei Petrucci, conti di Policastro di cui si parla nello stesso manoscritto. Nel manoscritto del Leostello (…), pubblicato dal Filangieri (…), vol. I, a pp 193-194-195, si parla di Camerota, Pisciotta e Policastro dove il Duca, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona si recò in viaggio per ispezionare le batterie e le fortificazioni dopo la nota ‘Congiura dei Baroni’. Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. Questo manoscritto fu pubblicato proprio da Gaetano Filangieri. Si tratta del manoscritto di Leostello Giampiero Volterrano (…), ‘Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883, vol. I. Il manoscritto di Joampiero Leostello (…), è importante per la datazione di questo pavimento anche perchè a mio avviso oltre a riferire fatti e produzioni dell’epoca Aragonese, trattando del Duca di Calabria, potrebbe rappresentare un anello di congiunzione con il probabile esecutore dell’opera in questione, Dimera di Sapri. Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), da una lista di giorni nefasti per le guerre e la giustizia e da una serie di distici elegiaci in lode del duca, assumono dunque importanza soprattutto come documento sulle abitudini del duca e della corte aragonese, ma anche come prezioso serbatoio di informazioni sull’architettura e sulla storia dell’arte a Napoli. Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883 appaiono quindi come una sorta di cronaca-giornale, nella quale il Leostello aveva l’incarico di riportare tutti i fatti che riguardavano il duca Alfonso almeno per il periodo compreso tra il 22 maggio 1484 e il 6 febbr. 1491. Per far questo, il L. doveva vivere a stretto contatto giornaliero con Alfonso, sentendosi in dovere anzi di segnalare quando le notizie gli venivano di seconda mano. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seguito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso II d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Riguardo questo manoscritto oggi alla Biblioteca Nazionale di Francia, lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino, nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” sulla scorta del Filangieri (…), in proposito a pp. 48-49 scriveva che: “Chi, per primo, ci dà notizie dei prodotti, in questa arte nobilissima, della Patria nostra è il famoso manoscritto “Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria” che faceva parte della Biblioteca Reale Napoletana e che venuto insieme ad altri innumerevoli nelle mani di Carlo VIII fu portato in Francia, ed ora trovasi a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Il manoscritto delle Effemeridi è cartaceo in folio, alto 31 centimetri e largo 21, ed ha 295 carte numerate, scritte in carattre corsivo del XV secolo, ecc….Sembra della stessa mano di chi compose il libro, se non che in certi luoghi è più grande e più tondo e rileva una mano diversa, l’intestazione seguente con la quale comincia il giornale: “Registro dove saranno collocati tucti progressi dell’Illustrissimo et Excellentissimo Signor Duca de Calabria Capitano generale de la Sanctissima et Serenissima Liga: ecc…”. Tramite le Effemeridi, l’opera principale del Leostello (…), si possono ricostruire i suoi movimenti tra il 1484 e il 1491. Il 14 settembre le truppe napoletane tornarono verso il Regno aragonese e impegnarono, una volta penetrate il 1° ottobre negli Abruzzi, i nobili aderenti alla cosiddetta congiura dei baroni (4 ottobre – 26 novembre). Piegata la resistenza, il duca con i suoi entrò trionfalmente, il 26 dicembre, a Napoli. Occasionalmente, in questo periodo, il Leostelo ebbe anche la funzione di maggiordomo del duca, come nel caso della cena che Alfonso offrì agli ambasciatori papali il 10 luglio 1487 nella propria residenza napoletana a Castel Capuano. Il Leostello (…) accompagnò Alfonso in altri numerosi viaggi tra il 2 ott. 1487 e il 21 genn. 1491 (Cilento, Puglia, Calabria, dintorni di Napoli). Dal 22 gennaio il duca risiedette a Napoli presso il re Ferdinando I a Castelnuovo almeno fino al 6 febbr. 1491, data conclusiva nel racconto delle Effemeridi. Dunque, il Leostello parla del viaggio del Duca di Calabria Alfonso II d’Aragona che intraprese nell’anno 1487. Si tratta di Alfonso II d’Aragona. Infatti, come si vede sulla Treccani, il Leostello, dal 1474 sembra non trovarsi più a Volterra. Di certo, come dichiara egli stesso, il 20 ott. 1476 era a Napoli, presso la corte del duca di Calabria, il futuro re di Napoli Alfonso II d’Aragona. Da allora la vita del L. si sarebbe intrecciata con quella del duca. A Napoli infatti ottenne l’incarico di governatore dei paggi della casa del duca con lo stipendio annuo di 36 ducati. E’ lo stesso Duca di Calabria a cui si riferisce il Gaetano Filangieri quando parla delle ristrutturazioni che subì la chiesa di S. Pietro a Majella ?. Alfonso II d’Aragona che visitò Policastro e a cui si riferisce il testo manoscritto delle “Effereidi” del Leostello publicato dal Filangieri è il primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Nel basso Cilento la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò nella famosa congiura dei Baroni (1485). Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata. Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa. Il Laudisio (…) a p….. della sua “Synopsi etc…“, ci dice di Girolamo Almensa che: “XXI. Girolamo Almensa, di Napoli, frate dell’Ordine dei Predicatori, nominato vescovo di Policastro nel 1485.”. Dunque, Girolamo Almensa successe al vescovo Gabriele Altilio. Ebner però scriveva che il vescovo Girolamo Almensa era “suo confessore” di Alfonso d’Aragona ma il Laudisio (…), a p. 77 (vedi Visconti), parlando del Vescovo Gabriele Altilio, in proposito scriveva che egli: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio di Alfonso II d’Aragona, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Le date e la notizia tratta dal Laudisio, cioè la cronostassi che il Laudisio riporta non sempre collima con le notizie storiche. Infatti, riguardo il vescovo Altilio che il Laudisio dice essere stato nominato vescovo di Policastro nel 1471, il sacerdote Giuseppe Cataldo scriveva essere salito alla cattedra vescovile nell’anno 1493 ed è più plausibile come data essendo stato il precettore di Ferrandino. Riguardo al vescovo Almensa di Napoli, che secondo il Laudisio divenne vescovo di Policastro nel 1485, potrebbe trovarsi con la data del documento pubbblicato dal Leostello che riguardava la visita di Alfonso duca di Calabria a Policastro nel 1489. La cronostassi del Laudisio (…), però non si trova con l’altro documento del 1481, di cui ho già parlato e che riguarda il vescovo di Policastro Gabriele Guidano che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire una chiesa a Sapri. Infatti, il Laudisio (…), nella sua cronostassi scrive che il vescovo Gabriele Guidano: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Come può essere possibile che secondo il Laudisio e forse pure per Ladvocat (…), il Guidano viene nominato dopo l’Almensa ovvero nell’anno 1491 se compare sul documento del 1481. Errore di stampa e di trascrizione ?. Del resto vi sono delle diverse conostassi come ad esempio ciò che riferisce lo stesso Cataldo.

Nel 1489, il maestro “Antonio fiorentino della Cava” (pseudonimo di Antonio Marchesi), si trovava a Policastro con il Duca di Calabria Alfonso II d’Aragona che venne ad ispezionare le batterie e le fortificazioni dopo la congiura dei Baroni

Un’altra interessantissima notizia tratta dal manoscritto delle “Effemeridi” di Joampiero Leostello (…), di cui ho già parlato, è quella della presenza a Policastro dell’architetto “maestro Antonio fiorentino” che ivi venne in occasione della visita del Duca di Calabria Alfonso d’Aragona, dopo la congiura dei Baroni che aveva visto sterminare gran parte dei Conti di Policastro, i Petrucci. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 71, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Sempre l’Ebner (…), nel suo vol. II, di ‘Chiesa etc…‘, a p. 345, parlando di Policastro e del suo castello segnala che l’Alfano (…), scriveva che: “L’Alfano (81) l’ubica alle falde di una collina con alla sommità un castello mezzo diruto “elevato da Jacopo Sanseverino, figlio de conte di Potenza nel 1393 (…) si crede Bussento, detta Bisso, e Bissunte ecc…”. Ebner (…), dice di vedere nel vol. II, quando parlando di Policastro, scrive quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava ecc..ecc..”. Pietro Ebner, nello scrivere “(vedi a Policastro quando si apprende ecc…”, voleva intendere di vedere quando il corte del re arriva a Policastro, episodio descritto nei passi del manoscritto del Laostello di cui ho parlato. Innanzitutto l’Ebner si riferiva al testo (vol. I) dell’opera citata di Gaetano Filangieri, Principe di Satriano che pubblicò il manosritto inedito delle “Effemeridi” del Leostello. Il Filangieri parla del viaggio di Alfonso d’Aragona a Policastro a pp. 194-195. Ebner scrive dell’Architetto: “viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”)”.

Leostello, p. 195 su Policastro

(Fig…) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. I, p. 195

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 340, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Va ricordato ce nel tardo ‘400 il castello di Policastro venne ricostruito su disegno di Giuliano Fiorentino.”. Addirittura in questo passaggio l’Ebner, il “maestro Antonio Fiorentino di cava” citato nel manoscritto di Leostello, è da lui chiamato “disegno di Giuliano Fiorentino”. Dunque, Pietro Ebner, riferendosi all’autore della ristrutturazione o ricostruzione del castello di Policastro ai tempi ed in seguito alla “Congiura dei Baroni” e dello sterminio dei Petrucci, conti di Policastro, l’Ebner lo chiama “Giuliano Fiorentino” e non più “maestro Antonio Fiorentino” come scritto negli “Effemeridi” del Leostello. Infatti, questo personaggio, abile architetto di opere militari, fu confuso con Giuliano da Sangallo. Infatti, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro “Pixous – Policastro”, a p. 521, nella loro nota (88) in proposito scrivevano che: “(88) J. Leostello, Effemeridi delle cose, op. cit., I, pag. 194-195; Pane R., Architettura del Rinascimento in Napoli, ivi , 1937, p. 307. Questo maestro Antonio è stato acriticamente scambiato per il Sangallo (cfr. il nostro ‘Castello di Capaccio’, in Rivista di Studi Salernitani, 6, 1970), mentre è nota la sua opera di restauratore delle mura aragonesi di Napoli (cfr. per ultimo M. Tafuri, ‘L’architettura dell’Umanesimo’, Bari, Laterza, 1969, p. 101.).”. Infatti, i due studiosi Natella e Peduto (…), ci parlano di questo autore e maestro di architettura militare nel loro saggio sul “Castello di Capaccio”, op. cit., p. 26 e s.., interessante studio anche per le interessanti note bibliografiche a cui si rimanda. I due studiosi, nel saggio citato a p. 42, nella loro nota (39) parlando del castello di Capaccio all’epoca della Congiura dei Baroni, postillavano che: “(39) E’ un fatto che in provincia di Salerno dopo la distruzione e la progressiva scomparsa dei fortini bastionati del Cilento costiero, può ritrovarsi un solo esempio, per la verità non molto esteso, di opera bastionata, vale a dire la parte Nord Ovest dell’esterno della cortina muraria del castello di Rocca Cilento. Qui è accertato un tardo quattrocentesco Iuliano Fiorentino, maestro di fortezze, già fatto passare per il Sangallo senza che si sia operata una sola ricerca sui disegni Giulianei del Gabinetto delle Stampe degli Uffizi. Ricordiamo in proposito che nella seconda metà del ‘400 a Napoli convenne un numero non indifferente di artisti toscani (architetti, maestri di muro, scarpellini ecc..) e, che negli stessi anni a Napoli operò anche il da Maiano. …..Si noti, infine, che Iuliano Fiorentino operò nella stessa epoca al castello di Policastro (di cui, fra breve, pubblicheremo la storia). e, R. Pane, ‘Architettura del Rinascimento a Napoli’, Napoli, 1937), nel riportare la notizia, non avanzò alcuna iopotesi ricostruttiva su quel nome.”. Addirittura, i due studiosi Natella e Peduto, prima di scrivere il loro saggio su Policastro, lo chiamavano “Iuliano Fiorentino”.

MAESTRO ANTONIO FIORENTINO, IULIANO FIORENTINO (NATELLA-PEDUTO), ANTONIO MARCHESI

Da Wikipedia leggiamo che: Antonio Fiorentino della Cava, pseudonimo di Antonio Marchesi da Settignano (Settignano, 17 maggio 1451 – Firenze, 1º settembre 1522), è stato un architetto e ingegnere italiano, attivo principalmente nel napoletano. Il maestro “Antonio Fiorentino della Cava”, pesudonimo di Antonio Marchesi da Settignano, nacque a Settignano nel 1451, nel 1489 avrebbe avuto 38 anni quando alla stregua di Alfonso d’Aragona lo accompagnò in visita a Policastro. Dalla vicenda del Monastero di Santa Caterina è nato il disguido storiografico nell’attribuzione delle opere del Marchesi ad un certo capomastro di Cava de’ Tirreni che si chiamava Fiorentino. Diffusore di questa errata attribuzione è da accreditare a Bernardo de Dominici, successivamente ripresa da Francesco Milizia. Dalla lettera del Summonte si parla anche di un intervento presso la villa di Poggioreale. Nel 1506 si rese autore degli apparati effimeri per l’ingresso in città di Ferdinando il Cattolico. Infatti, sempre da wikipedia leggiamo che questo personaggio, che pare abbia operato sul castello di Policastro, Pietro Summonte (…), scriveva che: «[…] Conduxe in questa terra alcuni di quelli architetti che più allora erano stimati: Iulian da Maiano, fiorentino, Francesco da Siena [ Francesco di Giorgio Martini ], maestro Antonio fiorentino benché costui fosse più per cose belliche e macchinamenti di fortezze; e sopra tutti ebbe qua il bono e singolare frà Iucundo da Verona […]». Come rilevato dal Summonte nella sua lettera, fece parte di quella folta schiera di artisti e tecnici che arrivarono nella capitale del Regno di Napoli dopo i mutati assetti geopolitici generati dalla Pace di Lodi. L’alleanza che nacque tra la corte medicea di Lorenzo il Magnifico e la corte aragonese e del duca di Calabria Alfonso II° comportò un notevole scambio culturale tra Firenze e Napoli trasformando quest’ultima nella capitale mediterranea del Rinascimento. Dopo la partenza di Francesco di Giorgio fu nominato direttore delle regie opere, dopo la nomina a direttore dei cantieri regi ebbe anche un feudo mentre a Firenze poté edificare una casa propria e a Settignano fu proprietario di tre abitazioni, un frantoio e un podere. Alla fine del XV secolo diresse i lavori della cinta bastionata di Castel Nuovo e della murazione urbana. Dal 1501 al 1514 fu il direttore dei lavori del Convento di Santa Caterina a Formiello, opera eretta su progetto di Francesco di Giorgio Martini e diretta dal Nostro e da Romolo Balsimelli. Nel 1506 si rese autore degli apparati effimeri per l’ingresso in città di Ferdinando il Cattolico. Nel 1517, insieme ad altri esperti di opere militari, fece parte della commissione giudicatrice voluta dal papa Leone X per esaminare il disegno di un baluardo progettato da Antonio da Sangallo il Giovane per la città di Civitavecchia. Nel 1518 ritornò in Toscana come ispettore delle fortezze. Per breve tempo del successivo anno ritornò a Napoli per il baluardo del parco e nel medesimo anno ritornò in patria lavorando alle fortezze di Pisa e Livorno, quest’ultima con Baccio Bigio e Andrea da Fiesole. Nel 1520 ritornò un’ultima volta a Napoli per i cantieri del Castel Nuovo. Morì in Toscana nel 1522. Dalla Treccani on-line leggiamo che Antonio Marchesi: Nel 1489 il Marchesi si trovava nel Regno di Napoli: in quell’anno progettò e diresse i lavori di consolidamento della rocca di Gaeta (Filangieri, 1891, p. 102) e, dal successivo gennaio, intraprese un viaggio al fianco di Alfonso, duca di Calabria, per definire il riassetto delle strutture difensive sulle coste calabresi, dal Tirreno allo Ionio. Il lungo itinerario è riportato nelle Effemeridi di Giampietro Leostello da Volterra, il quale riferisce che il Marchesi era “homo subtile circa de fare forteze e roche” (Id., 1883, p. 195). Il 12 marzo 1497, dopo che Francesco di Giorgio aveva lasciato Napoli, il Marechesi fu nominato dal re Federico d’Aragona direttore delle regie opere, con una provvigione annua di 200 ducati. Aveva una casa in affitto, in attesa che gli venisse concessa un’abitazione dove poter vivere con la moglie Fioretta di Giovanni Cioli e i figli che egli stesso sarebbe andato a prendere a Firenze (Ceci, 1900, p. 84). Di questo maestro toscano che avendo restaurato la chiesa di S. Caterina a Formiello ne ha parlato G. Ceci (…), nel suo saggio ‘Nuovi documenti per la storia delle arti a Napoli durante il Rinascimento‘, in Napoli nobilissima, IX (1900), p. 84; Id., La chiesa e il convento di S. Caterina a Formello, ibid., pp. 69 s..

Nel 1701, Giovan Battista Pacichelli e Policastro nel suo “Il Regno di Napoli in Prospettiva”

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 344, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Pacichelli (76) riferisce della sua origine e che “in ogni conto fà d’huopo affermare, che fosse una Città (….) disfatta da Roberto il Duca di Normandia nel 1065, ma comparve più magnifica per opera del Re Rogerio, che ne investì con il titolo di Contado, il suo Naturale Simeono.”. Ebner, a p. 344, nella sua nota (76) postillava che: “(76) Pacichelli cit., I, p. 199 e a p. 337 per la popolazione del 1648 (16 fuochi = ab. 80) e del 1669 (10 = 50)”. Infatti, il sacerdote Pacichelli (….), nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che:

Nel 1828, il castello di Policastro diroccato e visto dal sacerdote scozzese Craufurd Tait Ramage

Le ultime notizie sul castello di Policastro le ritroviamo in un viaggio “Gran Tour” di un sacerdote scozzese. Infatti, nel 1828, il sacerdote scozzese Craufurd Tait Ramage (…), nel suo scritto “Viaggio nel Regno delle due Sicilie”, avendo visitato anche Policastro così ne parlava: “Mi fu riferito che avrei trovato altre rovine sul monte che sovrasta la città e mi recai ad ispezionarle……Giunti in cima al monte vi trovai le rovine di una fortificazione che un tempo doveva essere stata una potente roccaforte; su un dei portali era incisa la data 1393, ma si dice che si possa fare risalire la costruzione ad un periodo anteriore. Qui le guardie che io avevo seguito, mi lasciarono dicendo che andavano alla ricerca di certi disgraziati ‘carbonari (11), a cui da queste parti, in questi giorni, quasi fossero bestie feroci, stanno dando la caccia. Devi sapere che alcuni anni or sono l’intero paese si trovava in uno stato di insurrezione, che fu poi repressa ad opera di una modesta forza d’occupazione austriaca (12). Ecc…”. Nato in Scozia a Annefield nei pressi di Newhaven, Ramage è stato un Ministro della Chiesa scozzese e cultore delle lettere classiche. È noto in Italia per aver intrapreso un viaggio nel Regno delle Due Sicilie nel 1828, che descrisse nell’opera intitolata “The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions”. In Italia è conosciuto soprattutto per la sua opera intitolata The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions, pubblicata in italiano col titolo Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, in cui Ramage descrive un viaggio a piedi intrapreso a sud di Napoli, tra l’aprile e il giugno 1828, alla ricerca delle “sopravvivenze” linguistiche, archeologiche e culturali greco-latine. In tale viaggio, Ramage parte da Napoli, giunge a Paestum, attraversa il Cilento, da Policastro visita la Calabria tirrenica e ionica, per giungere in Basilicata, scendendo in Puglia a Taranto, dove si imbarca per Gallipoli, passa da Ugento, Salve, i resti di Veretum (Patù), Leuca, Castro, Grotta Zinzulusa, Santa Cesarea Terme, Vaste, Otranto, Lecce, Manduria, Oria, Brindisi, da qui in nave fino a Trani, quindi a Barletta e Canne, Canosa, Venosa, Melfi, Ascoli Satriano, Foggia, Manfredonia, Mattinata, Vieste, Lucera, Volturara, Campobasso, per poi fare ritorno a Napoli. Il resoconto del viaggio di Ramage rappresenta un’importante descrizione socio-culturale delle provincie del Mezzogiorno italiano nell’anno 1828.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio ‘Sezione Fotoriproduzione’ dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Attanasio)

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(…) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (…); degli stessi autori si veda pure: “Nota sul castello di Policastro”, in “Castellum”, Rivista dell’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, Castel S. Angelo, 1970, II° semestre, Luglio Dicembre, p. 120 (Archivio Attanasio); sempre dei due autori si veda: “Il Castello di Capaccio”, in Rassegna Storica Salernitana, anno VI°, 1970 (Archivio digitale Attanasio)

(…) Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988 (Archivio Attanasio)

(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Attanasio)

(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Attanasio)

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(…) Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso.

(…) Caggese Roberto, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, vol. I-II, pp. 442-443; II, p. 191- 554

(…) Hisch F. – Schipa M., La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.

(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, vol. I, p. 121; si veda pure dello stesso autore: Camera Matteo, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314

(…) Orlando G., Storia di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, p. 311

(…) Amari Michele, Storia dei Musulmani di Sicilia, II edizione con note di Carlo Alfonso Nallino, Vol. I-II, ed. Romeo Prampolini, Catania, 1933 – XI.; si veda anche vol. I, p. 344 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: La guerra del Vespro Siciliano, Milano, 1875, vol. I-II (Archivio Attanasio); si veda pure: La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Attanasio); si veda pure Amari Michele, La Guerra del Vespro Siciliano, ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, 1947 (Archivio Attanasio)

(…) Amari Michele – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition (Archivio Attanasio)

(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito. Il vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure dello stesso autore: ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II, 1932, pp. 1-7 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Carucci Carlo, Don Ferrante Sanseverino Principe di Salerno, Salerno, Stab. Tip. Nazionale, 1899 (Archivio Attanasio)

(…) Mazzella Napolitano Scipione, ‘Descrittione del Regno di Napoli’, Napoli, 1568, p. 87

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)

(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativa, ‘Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino’; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(….) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1795, fol. 135, pp. 43

(…) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972 (Archivio Attanasio)

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(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)

(….) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, stà in ‘Archivio Storico per le Province Napoletane’, pubblicato a cura della ‘Società Napoletana di Storia Patria, anno XXXVIII-LXXVII, Napoli, 1959, pp. 109 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)

(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pontieri Ernesto, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, in “Archivio storico per la Calbria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV, pp. 269 e s. e pp. …….(Archivio Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto donatoci dall’Auore (Archivio Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno; dello stesso autore si veda pure: I relazione storico artistica sulla Cattedrale di Policastro
Bussentino
, p. 97, Salerno 1973

(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale (570-1080), Caserta, ed. A. Guida, 1930

(…) R. Perrone-Capano, Sulla presenza degli slavi in Italia, estrat. Atti Acc. Pontaniana, n.s., XII, 1963

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(…) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi,  ed. di storia e letteratura, Roma, 1973, p. 91 (Archivio Attanasio)

(…) Lanzoni Francesco, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

(…) Amari Michele, Storia dei Mussulmani in Sicilia, vol. I, II edizione, p. 187

(…) Bréhier L., Le Mond Byzantin, les Institution de l’Empire byzantin, Paris, 1949

(…) Damiano Domenico, Maratea nella storia e nella luce della fede, ed. Missioni O.M.I. Roma, II edizione, 1965 (?) (Archivio Storico Attanasio)

(…) Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora, ed. Libreria Intercontinentalia, Napoli,  1960, nuova edizione Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52 (Archivio Attanasio)

(…) Fulco Aleardo Dino, Memorie storiche, op. cit; oppure si veda: Blanda, sul Paleocastro di Tortora, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968

(…) Jaffé- Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195)

(….) Sthamer Eduard, Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou, vol. I, II,III, Leipzig, 1914

(…) Winkelmann Eduard, Acta Imperii Inedita Innsbruck – 1880, pag. 775

(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887 (Archivio Attanasio)

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(…) Beguinot Corrado, Il Cilento – problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano (Archivio Attanasio)

(…) Santoro Lucio, Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, III Serie, 1967, vol. VI; dello stesso autore si veda: ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli‘, ed. Rusconi, collana diretta da Carlo Perogalli, Segrate, 1982 (Archivio Attanasio)

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(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) Ebner Pietro, Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più remoti al tramonto della feudalità, in R.S.S., anno 1965, p. 62

(…) Londolini A., Le Repubbliche del mare, Roma, 1963, p. 131

(…) Cusa Salvatore, I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Attanasio)

(….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(…) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Troyli P. Placido, Historia generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, pp. 135-136, p. 186; Tomo II°, p. 53; Tomo VIII, cap. I, p. 370 (Archivio Attanasio)

(…) Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium da Paolo Diacono, sia il nostro Bussento (Archivio Attanasio)

(…) Amato di Montecassino, in latino ‘Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…

(…) Del Buono G. B., Profilo storico del Basso Cilento – Gabriele Altilio da Cuccaro Vetere – Poeta latino, Tip. Luigi Spera, 1983 (Archivio Attanasio)

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania, ed. Loescher, Roma, ristampa anastatica, Roma, 1970 (Archivio Attanasio)

(….) Troyli P. Placido, Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, I° edizione  (il Racioppi, riguardo i castelli sulla spiaggia, lo cita, vol. I, parte I, p. 47, ma io non sono sicuro che si riferisca alla prima edizione)

(….) Pane Roberto, Architettura del Rinascimento a Napoli, ed. E.P.S.A. Editrice Politecnica S.A., , Milano, 1975, vol. II, pp. 306-307

(…) Bologna Ferdinando, Roviale spagnuolo e la pittura italiana del Cinquecento, Napoli, 1959, pp. 76-79

(…) Azzarà G., I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335

(…) Siviero Oreste, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925

(…) Venditti Arnaldo, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria, ed. E.S.I., Napoli, 1967, II, pp. 541-542; si veda dello stesso autore anche ‘Napoli Nobilissima,

(…) Martelli G., Influssi campani sull’Architettura del secolo XII in Calabria, in “Atti d. VIII, Concesso Naz.le di Storia dell’Architettura”, Roma, 1956, pp. 293-300.

(…) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri ecc…, vedi p. 187, ed. Grafica Palumbo, Cava de Tirreni (SA), 1978 (Archivio Attanasio)

(….) Ramage Crawford Tait, Viaggio nel Regno delle due Sicilie, (titolo originale: The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions)(Archivio Attanasio). In Italia è conosciuto soprattutto per la sua opera intitolata The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions, pubblicata in italiano col titolo Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, in cui Ramage descrive un viaggio a piedi intrapreso a sud di Napoli, tra l’aprile e il giugno 1828, alla ricerca delle “sopravvivenze” linguistiche, archeologiche e culturali greco-latine. In tale viaggio, Ramage parte da Napoli, giunge a Paestum, attraversa il Cilento, da Policastro visita la Calabria tirrenica e ionica, per giungere in Basilicata, scendendo in Puglia a Taranto, dove si imbarca per Gallipoli, passa da Ugento, Salve, i resti di Veretum (Patù), Leuca, Castro, Grotta Zinzulusa, Santa Cesarea Terme, Vaste, Otranto, Lecce, Manduria, Oria, Brindisi, da qui in nave fino a Trani, quindi a Barletta e Canne, Canosa, Venosa, Melfi, Ascoli Satriano, Foggia, Manfredonia, Mattinata, Vieste, Lucera, Volturara, Campobasso, per poi fare ritorno a Napoli. Il resoconto del viaggio di Ramage rappresenta un’importante descrizione socio-culturale delle provincie del Mezzogiorno italiano nell’anno 1828. Recentemente nel 2013 per l’edizione Ippogrifo, il libro di Ramage è stato ristampato tradotto in Italiano a cura di Raffaele Riccio e Roberto Ritondale che ha curato l’introduzione; si veda pure la ristampa di Galzerano.

(…) Abbate Francesco, Visibile Latente. Il patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro, ed. Donzelli, Roma, 2004 (Archivio Attanasio). Sebbene molto interessante il testo non dice nulla sul castello di Policastro.

(….) Prignani Giovan Battista, riguardo la citazione di Gaetani (…) delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano (o Prignani), di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi e che furono poi pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’, forse raccolte e pubblicate dal Fortunato nell’inedito ‘Codice diplomatico potentino’,  costituito da 55 documenti che dal 1178, giungono al 1500, forse pubblicati nel testo ‘Badie, Feudi e Baroni della Valle di ..‘, poi in seguito pubblicate dal Pedio (…). Invece forse si tratta di Prignani Giovan Battista (…), ‘Memorie storiche della città di Salerno’, forse un manoscritto.  Manoscritto; 1601-1657 data stimata (codice donato alla Biblioteca Angelica nel 1657). ‘Delle famiglie di Salerno’. Tomo primo (1r). Delle famiglie di Salerno. Tomo secondo (1r del ms. 276); il tomo primo è nel ms. 276. Si veda: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152. G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]. M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]. G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80). In Granito (…), del suo saggio a p. 86, nella sua nota (1) postillava che: : “(1) G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno, manoscritto n. 276, in Biblioteca Angelica di Roma, sul frontespizio leggesi “F. Philippus Vicecomes Episcopus Catanzarij olim Generalis Bibliothecae Angelicae donavit anno 1657.”. La Treccani on-line segnala: Fonti e Bibl.: Arch. segreto Vaticano, Registro Vaticano 42, f. 52; Roma, Bibl. Angelica, cod. 276: G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno normande (ms., 1641), f. 69. Aurelio Musi (…), scrive che questo importante testo del 1600 è conservato presso la Biblioteca Provinciale di Salerno, ms. 19, famiglie 1-103 e presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, Cronache e notizie di famiglie nobili salernitane, ms. X1V-H-22. Sul sito della Biblioteca Angelica di Roma, per il ms. 276, troviamo la seguente Bibliografia: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152; G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “”Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]; M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]; G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]; H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80).

Granito G., op. cit. in BSPS, 84, a. II, n. 1, p. 86
Granito, op. cit. , p. 81.PNG

Infatti Piero Cantalupo (…), nel suo “Il feudo vescovile di Agropoli etc..” che si trova nel “Bollettino storico per la provincia di Salerno e Principato Citra”, anno II, n. 2 (1983), a p. 36 nella sua nota (103), postillava che: “(103) ecc..:

Cantalupo, Archivio Storico ..principato Citra, anno II, n. 2 (1983), nota 103, p. 36,.PNG

(Fig…) Cantalupo Piero, op. cit. in ‘BSPPC’, anno II, n. 2 (1983), p. 36, nota (103)

Dove egli scrive di averli personalmente scoperti nella Biblioteca Angelica di Roma dove essi sono conservati con la collocazione ms. 276 e 277. Il Cantalupo (…), riguardo un documento di Tommaso Sanseverino postillava dei ue testi del Prignano (…), che furono segnalati per la prima volta nel manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (…), da cui ha attinto Rocco Gaetani (…). Il Cantalupo scrive che: “Nei due volumi dell’opera trattò diffusamente, sulla scorta di una precisa documentazione tratta dagli archivi dell’epoca, la storia di 84 famiglie che ebbero feudi e titoli nobiliari soprattutto nel Principato Citra.”.

(…) Pecori G., ‘Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms.’, Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47)

(…) Bruno I., Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino)

(…) Summonte Giovanni Antonio, Historia della città e del Regno di Napoli”, Napoli, 1601 (I° ed.) e 1675, si veda vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, al tempo degli Angiò

(…) Leostello Giampiero Volterrano, Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, vol. I, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883 (Archivio Attanasio). Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), oppure Codice Italiano già 9996

(….) Fusco Fusco, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’,

(…) Del Prete Marta, Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia, fede e cultura, Tesi di Laurea

(…) Reale R., La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires 1944, pp. 48-50 (Archivio Attanasio)

(…) Trinchera Francesco, Codice Aragonese, 1866-74, vol. I, pp. 101-102 (Archivio Attanasio)

(…) Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Tip. stabilimento Pansini, Napoli, 1913, pp. 226-227 (Archivio Attanasio) ci parla del passaggio di Rais Bassà e della distruzione di Policastro.

(…) P. Pietro Antonio di Venezia, Giardino serafico historico fecondo di fiori e frutti di
virtù, di zelo e di santità nelli tre ordini istituiti dal Gran Patriarca de’ poveri, San
Francesco, dove si vagheggia l’origine, il progresso e lo stato di tutta la Minoritica
Religione
, cap. V, p. 489, Venezia 1710

(….) Montefusco Angelina, Chiesa Cattedrale di Policastro, La Cattedrale nella storia e nell’arte, Salerno, 1990, pp. 26-27-28; 30, 35-37

(…) Troyli Placido, Istoria generale del Reame di Napoli: Tomo III, libro VIII, Cap. I., pag. 370

(…) Ammirato Scipione, Famiglie nobili napoletane, Napoli, 1570 ad vocem

(…) Pellecchi Silvia, Raccontare l’archeologia. Strategie e tecniche per la comunicazione dei risultati delle ricerche archeologiche (a cura di), ed. All’Insegna del Giglio, Sesto Fiorentino, Firenze, 2017 (e-book)

(…) Minieri-Riccio Camillo, Diario angioino dal 4 gennaio 1284 al 2 gennaio 1285, Napoli, 1873 (Archivio Attanasio)

(…) Manco C., Scalea prima e dopo, Scalea, 1969 (Archivio Attanasio)

(….) De rebus Regni Siciliae (9 settembre 1282-26 agosto 1283) Documenti inediti estratti dall’Archivio della Corona d’Aragona e pubblicati dalla Sovrintendenza agli Archivi della Sicilia, Palermo, 1882

(…) Scarlata M., Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo 1972

(…) Finke H., Acta aragonensia, Berlino, 1908

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, ed. Loesher, 1889 (Archivio Attanasio)

(….) Augurio Francesco e Musella Silvana, Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo, ed. Associazione Mediterraneo, Lauria, 2000 (Archivio Attanasio)

(…) Del Giudice Giuseppe, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II d’Angiò – dal 1265 al 1309, Napoli, 1863 (Archivio Attanasio), dove il Del Giudice pubblicava il testo dello Scotti e poi dell’Aprea

(…) Caggese Romolo, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, vedi vol. I, pp. 442-443; vedi vol. II, p. 191- 554; (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda: Caggese Roberto, L’Alto Medioevo, ed. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1937 (Archivio Attanasio)

(…) Moscati Roberto, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.

(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, a cura di Raffaele Ferdinando Marino, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996 (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fusco Felice, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in “Euresis”, VIII (1992); ‘Capitulationes et Pacta Terrae Rofrani, ovvero gli antichi Statuti municipali di Rofrano, ivi, XI (1995)

(…) Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Attanasio)

(…) Cantalupo Piero e Amedeo La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II; dello stesso autore si veda pure: Piero Cantalupo (…), nel suo “Il feudo vescovile di Agropoli etc..” che si trova nel “Bollettino storico per la provincia di Salerno e Principato Citra”, anno II, n. 2 (1983), a p. 36 (Archivio Attanasio)

(….) Garufi G.A., Da Genusia romana al Castrum Genusium dei sec. XI-XIII, in A.S.C.L., a. III, pp. 34-5, doc. n. 23

(…) Scarlata Marina, Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo 1972

(…) Muntaner R., Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot, Firenze, 1844 (Archivio Attanasio)

(….) Augurio Francesco e Musella Silvana, Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo, ed. Associazione Mediterraneo, Lauria, 2000 (Archivio Attanasio)

(…) Pontieri Ernesto, Un Capitano della Guerra del Vespro, stà in ‘ASCL’, I; idem ‘Ricerche sulla crisi della Monarchia siciliana nel secolo XIII’, Napoli, 1958

(…) Del Giudice Giuseppe, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II d’Angiò – dal 1265 al 1309, Napoli, 1863 (Archivio Storico Attanasio), dove il Del Giudice pubblicava il testo dello Scotti e poi dell’Aprea

(…) Summonte G. A., Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli, 1675, tomo II, pp. 294; si veda edizione Gio Jacomo Carlino, Napoli, 1602 (Archivio Attanasio)

(…) Zurita Girolamo, Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49 (Archivio Attanasio)

(…) Palmieri Nicola, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri, Lauria, (PZ), Tipografia editrice F.lli Rossi, ed. 1898 e 1914 (Archivio Attanasio)

(….) Muntaner Ramon, Cronica catalana, Texto original j traducion Castellana, ed. A. De Bofarull, Barcellona, 1860

(…) Bartolomeo da Neocastro (…), i cui fatti narrati nella sua “Historia Sicula” ricorrono spesso nella narrazione dell’Amari. Bartolomeo di Neocastro, o Bartholomaeus de Neocastro (Messina, … – 1294 o 1295), è stato un cronista medievale, fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino Historia Sicula. Lo si ritiene nato nella prima metà del Duecento da una famiglia probabilmente originaria di Nicastro e quindi di provenienza calabrese. Si sa che era un giureconsulto messinese, che esercitò inizialmente funzioni giuridiche, prima di assumere incarichi burocratici di primo piano nella corte aragonese: nel 1286, ad esempio, fu inviato da Giacomo II Aragona in missione diplomatica presso Onorio IV. Proprio tali notizie rivelano il valore della sua figura come testimone diretto e ravvicinato degli eventi narrati, dei quali fu in qualche caso spettatore dall’interno. Fu autore di una Historia Sicula dal 1250 al 1293, redatta in prosa latina. ll filo narrativo seguito dall’autore prende le mosse dalla morte di Federico IIimperatore (nel 1250) e si spinge fino all’estate del 1293, con la descrizione di un’ambasceria siciliana a Giacomo II d’Aragona, sbarcata a Barcellona il 3 luglio di quell’anno. Dunque, la narrazione del cronista Bartolomeo da Neocastro dovrebbe comprendere anche gli anni del 1287 e 1288 in cui alcuni nostri paesi furono occupati dagli Almugaveri. Molte notizie di quel periodo storico e della guerra del Vespro ci pervengono dalla cronistoria di Bartolomeo di Neocastro. Michele Amari (…) a p. 604 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Tutte queste fazioni con poco divario leggonsi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 82 – Sala Malaspina, cont. p. 415 e 417.”. L’Amari si riferiva al chronicon di Bartolomeo de Neocastro pubblicato da diversi scrittori come il Carducci ed il Volpicella. Il chronicon di Bartolomeo di Neocastro è stato publbicato integralmente da Giuseppe del Re (…), nel suo Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia.; si veda pure del Del Re Giuseppe, Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti, vol. II, dove a p. 412 riporta l’Historia Sicula di Bartolomeo di Nicastro.

(…) Tomacelli Domenico, Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, vol. II, Napoli, TIp. Fernandes, 1847 (Archivio Attanasio)

(…) Del Re Giuseppe, Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti, Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia, Napoli, 1868, vol. II (Archivio Attanasio)

(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 2001 (Archivio Attanasio)

(…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. Libreria Antiquaria editrice, W. Cesari, Testaferrata, Salerno, 1972 (Archivio Attanasio)

(…) Guillaume Paul, Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877 (Archivio Attanasio); si veda l’edizione a cura di

(…) Niccolò di Jamsilla (Nicolaus de Jamsilla). – A questo personaggio è convenzionalmente attribuita una cronaca, che costituisce una delle fonti più importanti per la storia del Regno di Sicilia all’epoca di Manfredi di Svevia, e alla quale generalmente viene assegnato il titolo Historia de rebus gestis Frederici II imperatoris eiusque filiorum Conradi et Manfredi Apuliae et Siciliae regum, stabilito da Ludovico Antonio Muratori, anche se l’archetipo di tutta la tradizione manoscritta, il ms. Napoli, Bibl. naz., IX C 24, non reca titolo. Riguardo all’attribuzione dell’opera si è avuto un secolare dibattito. Il nome dell’autore fu indicato da Muratori sulla base del manoscritto da lui utilizzato per la sua edizione, ma dubbi sull’identità del cronista furono avanzati già a partire dalla fine del XIX secolo, soprattutto in base alla constatazione che in età sveva il nome Jamsilla non risulta attestato, mentre in età angioina venne in Italia meridionale al seguito di Carlo I una famiglia Joinville. Per questo, innanzitutto Bartolommeo Capasso suppose che quel nome indicasse solo il possessore di un manoscritto della Historia e ipotizzò che il vero autore potesse essere il notaio imperiale Nicola da Rocca. Friederich Wilhelm Schirrmacher propose il nome del notaio Nicola da Brindisi e August Karst, con più acribia, attribuì la cronaca a Goffredo di Cosenza, principalmente perché questi viene più volte menzionato, nella prima parte dell’opera, come presente ai fatti. Tuttavia Michele Fuiano ha obiettato a quest’ultima ipotesi, dimostrando che Goffredo non accompagnò Manfredi nella parte finale del tragitto verso Lucera del 1° novembre 1254. Questa, invece, è descritta fin troppo minuziosamente per non pensare a una partecipazione diretta. Di recente si è tornati sulla questione dell’autore, che comunque dimostra buona cultura retorica, ed è stato riproposto il nome di Nicola da Rocca, almeno per la prima parte dell’opera (o, meglio, della sua fonte diretta), la cui datazione complessiva è stata spostata agli inizi del XIV secolo. Il testo fu pubblicato per la prima volta da Ferdinando Ughelli nel 1662, come opera di un anonimo, col titolo De rebus Frederici imperatoris, Conradi et Manfredi regum eius filiorum. Questa edizione, nel 1723, fu poi riprodotta da Johann Georg Eckhart e, con qualche variante tratta da un codice messinese, da Giambattista Caruso. Muratori, nel 1726, pubblicò il testo nei Rerum Italicarum Scriptores, suddividendolo in due parti ben distinte: la Historia vera e propria, che arrivava fino al 1258, ovvero fino all’incoronazione regia di Manfredi, e un anonimo Supplementum. Questa edizione, sempre divisa in due parti, fu poi riprodotta, nel 1770, nella Raccolta curata da Giovanni Gravier, e, in seguito, nella silloge storiografica, assai diffusa, di Giuseppe Del Re, che separò nettamente le due parti, interponendo tra la Historia e il Supplementum vari altri testi. L’edizione di Muratori ha fuorviato sistematicamente i lettori, inducendoli a ritenere che l’opera fosse di poco successiva al 1258: più precisamente, Enrico Pispisa ha supposto che essa risalisse al 1261-62 e ne ha enfatizzato la funzione di ‘relazione ufficiale’ indirizzata al papato, finalizzata anche all’esaltazione del ruolo ricoperto dalla famiglia Lancia. In realtà, l’opera, comunque mutila, deve essere necessariamente successiva al 1283-85, ovvero al periodo di composizione della Historia di Saba Malaspina, che viene usata come fonte. La Historia presenta una struttura alquanto irregolare, o, comunque, non organicamente equilibrata. È, infatti, possibile riscontrare molteplici partizioni nell’andamento del racconto: la prima sezione narra in maniera piuttosto rapida le vicende che vanno dalla morte di Federico II a quella del figlio Corrado; la seconda, piuttosto lunga e dettagliata, di natura autoptica, è dedicata agli eventi di tutto il 1254, e va dall’assunzione del baliato del Regno da parte di Manfredi fino alla sua fuga in Puglia in seguito all’uccisione di Borrello di Anglona; la terza, anch’essa lunga e dettagliata, pur se con inserzioni su alcune azioni di Manfredi, vede uno spostamento del racconto in Sicilia e Calabria, per seguire i movimenti di Pietro Ruffo, almeno per il periodo fino all’estate del 1255; la quarta, piuttosto breve e desultoria, va dall’estate del 1255 fino all’incoronazione di Manfredi, celebrata a Palermo l’11 agosto 1258; infine, l’ultima è quella che nell’edizione di Muratori, di fatto, è espunta e considerata un Supplementum, in quanto riprende, manipolandolo ampiamente in chiave filomanfrediana o più ampiamente filosveva, il testo della Historia di Saba Malaspina, e arriva, mutila, fino all’autunno del 1267, ovvero agli inizi della discesa di Corradino. L’opera è, dunque, nettamente scomponibile in diverse parti, di cui tre sono le principali: quella che risulta essere la descrizione autoptica delle imprese e dei movimenti di Manfredi fatta da un sostenitore che lo accompagna; quella in cui l’attenzione è concentrata sugli avvenimenti di Sicilia e Calabria connessi con la ribellione di Pietro Ruffo; e quella che, in buona parte, riproduce il secondo, il terzo e l’inizio del quarto libro della Historia di Saba Malaspina. Tale constatazione, corroborata dalla certezza che la terza parte è tratta da un’opera che è pervenuta e che è nota, induce, di conseguenza, a pensare che un anonimo compilatore abbia messo assieme almeno tre diversi testi o fonti, con l’intento di farsi, a sua volta, autore di un’opera storiografica.