Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico restano di estremo interesse. In questo saggio cerco di fare il punto di quanto emerso circa la presenza di un’antichissima eparchia o turma di Lagonegro, che comprendesse l’area di Lauria, Nemoli, Rivello, Trecchina, Rivello ecc.. fino ad arrivare al Vallo di Diano da un lato e fino al ‘Latinianon’ calabrese.

(Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) (…) (Archivio digitale Attanasio)
Incipit
Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, nel suo cap. 4: “Il ripristino della dominazione imperiale e l’espansione del monachesimo italo-greco”, a pp. 34-35, parlando del Thema longobardo della “Lucania”, prima che diventasse Capepanato Normanno, in proposito scriveva che: “E’, inoltre, probabile che Tursi fosse la capitale del tema, costituito dalle turne di Latinianon, Merkurion e Lagonegro (101).”. Dunque, in questo passo il Bulgarella crede Tursi la capitale del Tema di Lucania che era costituito dalle “turne” del Latinianon, Merkurion e di Lagonegro. Dunque, per il Bulgarella, Labonegro, all’epoca della prima invasione normanna, una delle ‘turne’ che costituiva il grande Tema Longobardo della Lucania. Il Bulgarella (…) a p. 35 nella sua nota (101) postillava che: “(101) A. Guillou, art. cit., p. 140, ritiene possibile che Lagonegro fosse un’eparchia a se stante, però non esclude la possibilità che facesse parte della turna o eparchia del Latinianon.“. Sempre il Bulgarella (…), nel suo saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 39, in proposito a Lagonegro aggiungeva che: “L’Eparchia di Lagonegro – la cui esistenza è tuttavia solo probabile – è intersecata nei suoi centri urbani di Lauria, Lagonegro e Rivello dall’antica via ‘Popilia’ (112).“.

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…)(Archivio digitale Attanasio)

(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio digitale Attanasio)
Lagonegro
Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: “53. Lagonegro. Un tempo fu creduto che l’antico Nerulun fosse a Lagonegro, onde la vecchia opinione che questo nome derivasse direttamente da quello. Ma ragioni di distanze itinerarie sospingendo il posto di Nerulum assai più lontano dall’odierno Lagonegro, è forza ritenere questo nome di origine relativamente moderne. A due miglia, o poco più dal paese è un lago perenne di una ceta estensione: non è impossibile che la zona di terra, su cui ebbe oriine il paese, fosse stata un latifondo, una massa, un dominio feudale, di un gasindo longobardo o franco, o normanno, e che avesse tolto il suo complessivo nome dal lago. Un’antica tradizione paesana ricorderebbe un lago o stagno non lontano dal castello che è a cavaliere della città; e il lago, dalle ombre degli abeti che li circondavano, prendeva la qualifica di nero. Ma la topografia attuale del castello non consente alla tradizione.”. Non si capisce bene se la tradizine si riferisca al Lago Sirino o al Lago Laudemio o al Lago Remmo, non molto distanti dal monteSirino e da Lagonegro. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Da Wikipedia leggiamo che di Lagonegro “….fu scritto: «Quem Nerulum dixere, Lagus post nomine niger | Iamdiu Lucanis, quae sibi fama Liber» (Trad.”Qualcuno parlò di Nerulum, Lago con Nero nel nome. Già da tempo dei Lucani, i quali avevano la fama di essere bagnati dal lago“), ma l’esser colà l’antica Nerula fu contraddetto dai moderni topografi, e la mutazione in Lacus Liber, non fu ritenuto dagli stessi cittadini. Vuolsi invece fosse sorta all’epoca Longobarda ed il nome avesse tolto da un lago o stagno formato dal Tanagro detto pur Negro.” Alcuni topografi non credono che la moderna cittadina di Lagonegro sia effettivamente l’antica Nerulum latina, al contrario, il sito originale di Nerulum potrebbe trovarsi sotto l’odierno comune lucano di Castelluccio Inferiore. Si crede che la città prendesse il nome da un lago formatosi dal fiume Tanagro, e da lì l’insediamento longobardo prese il nome di Lagonegro. Le origini della cittadina sono controverse, dall’ipotesi della città fortificata dell’Impero Romano “Nerulum” alla teoria più accreditata che fa derivare il borgo da un solo insediamento romano denominato Vicus Mendicoleius;[senza fonte] infatti appena fuori del borgo antico c’è una chiesa (detta del Rosario) sorta su un tempio pagano dedicato a Giunone. Tra VII e VIII secolo avvenne l’insediamento di monaci Basiliani di origini bizantine sulla rupe del castello con il nome di Lacus Niger/Lacus Neruli Abitata da questa comunità di monaci, con molto probabilità la chiesa di San Nicola che svetta sul borgo, risalente al IX-X secolo, è opera conseguente allo stabilirsi di tali predicatori. Fu fortificata dai Longobardi di Salerno e in seguito assegnata dai Normanni alla contea di Lauria, per poi divenire feudo di diverse famiglie. Secondo alcuni, il tempio di Giunone sorgeva dove oggi è la chiesa del Rosario. E’ una chiesa “di sostituzione” – cioè costruita sullo stesso sito dove sorgeva un tempio pagano, qui dedicato alla dea Giunone – Inizialmente viene costruita una cappella (1005) dedicata a san Cataldo, all’epoca patrono della città -, in seguito inglobata nella nuova e pi ampia chiesa intitolata alla Madonna del Rosario, edificata dopo il 1572 durante il fervore europeo seguito alla vittoria di Lepanto contro i Turchi. Dalla Treccani on-line leggiamo che Lagonegro è cittadina della Lucania (provincia di Potenza). Il nome sarebbe derivato da Lacus Niger, lago preistorico, o da Nerulum, stazione sulla Via Popilia. Giace in una conca angusta a 666 m. ai piedi del M. Papa (m. 2007). L’antico abitato si stende sui fianchi di un cocuzzolo, su cui è posto un antico castello; la parte recente si stende intorno a una vasta piazza con edifici, tra cui il teatro e il tribunale. Posta in località di scarse risorse montane, sulla Via delle Calabrie, Lagonegro non superò mai i 4000 ab.; nel 1800, ne raggiunse 4300. Nel sec. XIX la popolazione del comune ha subito variazioni considerevoli per l’esodo transoceanico; nel 1921 contava 4424 abitanti (di cui 395 nella cittadina), nel 1931, 4788. Lagonegro vanta alcune industrie: filande, lanifici, tintorie, tipografia. A 8 km. a oriente della cittadina è il laghetto Sirino.
La via Popilia
Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).
Lagonegro per Costantino Gatta e suo figlio Giuseppe
Nel 1743, Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino Gatta (…), pubblicò postumo ‘La Lucania illustrata’ del padre nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania etc..’, per i tipi della Stamperia Muziana. Egli corregge alcuni errori della precedente edizione del padre ed in proposito a Lagonegro a pp. 307-308 scriveva che: “Stà Egli situato quasi nel mezzo dè smisurati Monti ‘Alburno e Sereno’, quello su le sponde del ‘Tanagro’ e ‘Silare’, questo su l’alpestre Valli ove era l’antico ‘Nerulo’ oggi detto ‘Lagonegro’; dè quali alti, precipitosi, aspri e sassosi Monti, e delle loro strabocchevoli Balze, forse favella ‘Livio (a), quando esprime che se Alessandro il Macedone avesse in questi luoghi dirizzato il corso delle sue armi, quivi con perpetua ignominia eclissato avrebbe le sue glorie, per esser quelli luoghi inaccessibili e malgevoli per condurvi uno esercito effeminato e molle, qual fu quello dè Greci sotto la condotta del gran Macedone. Non è però che questo Monte, tuttochè aspro e orrido, esso venga privo di rimarcabili pregi e larghi doni di Natura, perchè ivi nelle di lui ombrose Caverne, e profonde Valli vi albergano perpetuamente le Nevi convertiti in durissimi ghiacci, che nè tempi estivi sovvente hanno l’uso di accrescere le delizie non meno, che di temperare l’arsura non solo nè convicini Paesi, ma anche nella Città stessa di Napoli, colà traghettati per i Porti di ‘Palinuro’. Ivi sono chiarissime e cristalline acque, selve immense di Abeti per soccorso delle Navi, pascoli abbondantissimi per armenti, e da ivi piucchè da altrove si somministrano quasichè in tutte le Officine dell’Italia le preziose e salutifere Erbe medicinali. Su l’erta cima di si smisurato Monte sta eretto il Sacro Tempio, composto di durissimi è quadrati Macigni, in cui Nostra Signora per mezzo della di lei prodigiosa Immagine dispenda à Divoti le sue misericordie: vi è perciò nel 5. Agosto innumerabil concorso di Popoli di varie Contrade di questa Provincia. Ha detto il Santo Tempio, sotto il titolo di ‘S. Maria della Neve’, ricchissimo fondo consistente non solo in numerosissimi armenti, ma in denari contanti e doviziosi poderi. Viene Egli dal Sacro Eremo Uffizio e servito dal Capitolo di detta menzionata Terra, che in detto dì ivi devotamente vi si conduce: e tal ricco patrimonio fedelmente si amministra dal detto Capitolo non solo, ma dalla Università di tal luogo, e le di lui rendite vengono impiegate in opere di pietà, e di misericordia, che si estendono in maritar Zitelle povere, curare Infermi, e sovvenire ad ogni sorta di Bisognosi.”.
L’origine di alcuni centri del basso Cilento che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania come Rivello
Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc..“. Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: “Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“.

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.


(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199
Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”.
ENOTRI
Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significati appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”. Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 274 e ssg., nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale; e di codeste vestigia ci siamo via via occupati di proposito nel corso del nostro lavoro. Qui possiamo che riassumere e coordinare il già detto. Il popolo Illirico che, col nome comprensivo di Iapigio, occupava, intorno al 700 a.C., tutta la regione ad oriente del Bradano ecc…3. Ma ecco che, a sud di Crotone le cose cambiano nuovamente aspetto e si ripete uno stato di fatto quasi identico a quello da noi osservato sulle coste apule e salentine. Dopo la fondazione di Crotone, sembra che i coloni greci non vogliano spingersi più a sud, nel Bruzio. Ecc…Chi era dunque codesti barbari, fieri avversari dei Greci, dai quali del resto profondamente differivano per costumi e per istituzioni ? Le poche fonti che ricordano gli abitanti di quell’estremo lembo della penisola, li chiamano Siculi (Thuc. VI, 2, 4; Polyb., XII 5, 10; Polyaen., XII 6) o Itali, ed ascrivono loro origine enotrica (Ant. apd. Dionys. Halic. I 12); e i moderni studiosi non credono si debba negare del tutto fede a queste notizie, e ammettono in generale che la gente enotrica (di stirpe della Lucania e del Bruzio (Mayer, II 494; Pais, p. 34 sgg.; De Sanctis, I 98. 108) che, oltrepassato lo stretto di Messina, avevano dato anche alla Sicilia la sua popolazione italica (Pais, p. 49. 390; Busolt, I(2) 405; Orsi, Saggi Beloch (Roma 1910), p. 155 sgg.: alquanto diversamente Mayer, Apulien, p. 329 sgg.)(1). Noi per altro, studiando le vestigia che questa gente ha lasciato della sua civiltà fra i coloni greci venuti ad abitare nel Bruzio meridionale, vi abbiamo sorpreso elementi che contrastano notevolmente con quanto conosciamo della cultura degli ario-italici ecc…Di fronte a ciò, non resta che ammettere che le popolazioni enotriche, venute a stabilirsi nell’estremità sud-occidentale dell’Italia, abbiano ivi appreso a praticare istituzioni e costumanze proprie delle genti pre-arie che abitavano quella regione (2). Sulla stirpe di questo popolo pre-italico del Bruzio meridionale è inutile per noi indagare; giacchè la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”.
Nel 560 a.C., il popolo dei SIRINI, la città di SIRINO e Siruci (oggi Seluci), gente dei LUCANI
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: “Di seguito si proporrà un breve excursus sulle città più importanti. Siri La città di Siri sorgeva nella regione nord occidentale dell’arco del golfo di Taranto, tra la foce del fiume omonimo (Sinni) e quella dell’Akiris (attuale Angri), in una vasta e fertile pianura chiamata Siritide, in una posizione favorevole ai rapporti sia con le popolazioni della Lucania sia con quelle dell’area tirrenica. Alcune fonti ne assegnano la fondazione ad un gruppo di profughi di Troia; altre testimonianze indicano come città madre la ionica Colofone, da cui si sarebbe allontanato un gruppo di esuli all’epoca dell’invasione di Gige, re della Lidia (ca. 675 a.C.). In seguito la regione risulta abitata dai Coni, popolazione di stirpe enotrica. I Sirini avanzarono ad ovest lungo la valle del Sinni fino al lago e al monte Sirino, presso Lagonegro; fondarono Siruci, (oggi Seluce frazione di Lauria) e si spinsero sino al mar Tirreno, nel nostro golfo. Pixus, se proprio non fu fondata, fu da essi colonizzata e scelta come scalo marittimo e commerciale. La floridezza e la ricchezza di Siri, suscitarono l’invidia ma, soprattutto, la preoccupazione delle vicine città achee di Metaponto, Sibari e Crotone; queste ultime, infatti, non tardarono a porsi contro di essa e la espugnarono dopo il 550 a.C.”. Nel 1743, Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino Gatta (…), pubblicò postumo ‘La Lucania illustrata’ del padre nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania etc..’, per i tipi della Stamperia Muziana. Egli corregge alcuni errori della precedente edizione del padre ed in proposito a Lagonegro a pp. 307-308 scriveva che: “Stà Egli situato quasi nel mezzo dè smisurati Monti ‘Alburno e Sereno’, quello su le sponde del ‘Tanagro’ e ‘Silare’, questo su l’alpestre Valli ove era l’antico ‘Nerulo’ oggi detto ‘Lagonegro’; dè quali alti, precipitosi, aspri e sassosi Monti, e delle loro strabocchevoli Balze, forse favella ‘Livio (a), quando esprime che se Alessandro il Macedone avesse in questi luoghi dirizzato il corso delle sue armi, quivi con perpetua ignominia eclissato avrebbe le sue glorie, per esser quelli luoghi inaccessibili e malgevoli per condurvi uno esercito effeminato e molle, qual fu quello dè Greci sotto la condotta del gran Macedone.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata…….Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. Etc…”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello…..Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Poco o niente scrive Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove a p. 236 parlando della Sibaritide, di Eraclea dopo la distruzione di Siris, in proposito scriveva che: ‘’Tutto cio ci fa comprendere ciò che dovette essere la Siritide, sia dopo la distruzione di Siris che dopo la fondazione di Eraclea, e qualche problema speifico, come quello della moneta collegata con Pixunte, può trovare migliore inquadramento, e l’altro della popolazione indigena dei Sirini, ricordata da Plinio (N.H., III, 10, 98) e dei vari toponimi affini può suggerirci stimolanti sospetti.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “In prosieguo, nel secolo VIII avanti l’era volgare, quivi approdarono le prime colonie Elleniche, che fondarono fiorenti e rinomate città sulle spiagge del Ionio: Sibari, Turii, Siri, Eraclea, Pandosia e Metaponto; e sulle rive del Tirreno: Posidonia, Velia, Palinuro, Molpa, Pixo e Lao, onde la regione fu denominata nobilmente Magna Grecia…….e ricordare che altri popoli, degni di nota nella storia cittadina, furono i popoli Sirini, o figli dell’antica Siri, la bella città italiota che fior’ alla destra del Sinni fra Novasiri e Rotondella, e che vuolsi fondata da alcuni profughi Troiani. Già s’è riferito nel cap. XV che la città di Siri abbia preso il nome dal fiume Siris o Sinni, e che l’etimologia originaria di questo sia derivata dalla radice snscrita, sar, fluere, scorrere. Quando poi la città di Siri nel secolo V a.C. fu vinta e distrutta dai Tarantini, gli abitatori, cacciati dal loro territorio detto Siritide, furono costretti ad emigrare, e risalendo il corso del fiume Siri, o Sinni, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell”Ellade aveva loro negato…..e dal nome della madre patria furono detti Popoli Sirini, e diedero, alla loro volta, il nome al monte Sirino, attorno a cui avevano preso stanza. D’essi fa pure menzione Plinio noverandoli fra gli undici popoli Lucani. A tal proposito scrive il Corcia nella Storia delle due Sicilie (Vol. III, p. 310): “Poichè di Siri appena rimanevano le rovine ai tempi di Plinio, i Popoli Sirini, di cui parla il geografo e che dal fiume stesso si nominarono, nei primi tempi dell’Impero sono da supporre nella parte superiore del suo corso, dove forse abitarono spicciolati in villaggi, come rimane tuttavia l’antico suo nome al monte Sirino sopra di Lagonegro, nella cui parte orientale ha le fonti”.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che era una città dell’Italia antica, di cui si è argomentato l’esistenza, mettendo in relazione la leggenda ΣΙΡΙΝΟΣ delle monete incuse generalmente attribuite a Siri sullo Ionio (v. siri), con i Sirini, menzionati da Plinio (Nat. hist., iii, 15, 97) fra i popoli della Lucania interna, e col toponimo ancora vivo per tutto il massiccio appenninico, che culmina nel Monte del Papa ed a Lagonegro (Potenza) sulle sue pendici occidentali. Si è proposto di identificarla nei ruderi di un vasto abitato sopra uno sperone roccioso, che dai contrafforti del Sirino si protende nella valle di Lauria presso Rivello e ch’è ancora chiamato “La Città”. Popolata presumibilmente da indigeni, fu in rapporti con Siri per la diretta via del fiume omonimo (oggi Sinni) ed alla caduta di questa (560 a. C. circa) si trovò nel territorio dominato da Sibari. Gli stateri d’argento, emessi nella seconda metà del VI sec. in alleanza con Pixunte (v.), mostrano chiaramente l’influsso sibaritico così nel tipo del toro retrospicente, come nel peso. Questi caratteri achei e quelli cronologici delle monete mal si conciliano con le tradizioni ioniche e con la precoce fine di Siri, la cui distanza ne fa per giunta un’alleata poco probabile di Pixunte. Per la sua posizione sulla principale via (che fu poi la Popilia o l’Annia) verso il settentrione e sulla diramazione verso la vicina baia sul Tirreno, “La Città” dové prosperare fino ad età tarda: lo provano i resti tuttora visibili e, meglio, l’abbondante materiale scoperto e disperso nei secoli scorsi. Statuette di bronzo, difficilmente apprezzabili per la corrosione, e monete si recuperano anche oggi, più spesso trascinati a valle dalle acque. Ma soltanto cauti e metodici scavi potranno accertare se l’ipotesi del nome risponde al vero e restituire i documenti della civiltà fiorita in quest’area. Bibl.: Per l’identificazione di S.: P. Zancani Montuoro, in Arch. Stor. Calabria e Lucania, XVIII, 1949, p. 11 ss. Per le monete: J. Perret, Siris, Parigi 1941, p. 21 ss.; L. Breglia, in Annali Ist. It. Numism., I, 1954, p. i ss. Per i rinvenimenti: G. Antonini, La Lucania, Napoli 1795-77, p. 442; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, p. 372; M. Lacava, Del sito di Blanda, Lao ecc., Napoli 1891, p. 20; Not. Scavi, 1952, p. 50 ss.
La città sepolta di Irie
Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Quando venne poi distrutto Siluci questo castello di Lauro aveva già assunto il nome di Lauria come nota lo stesso storico Placido Troilo, il quale così si esprime: “Essendo stata sopra Lauria la terra di Siruci che in lingua del paese si addimanda presentemente Siluci, questa fu poi distrutta e gli abitanti andarono ad abitare a Lauria. In feudo nobile il luogo si permutò ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.” Troilo Abbate Placido libro 1 pag. 171. Colla distruzione di Seleucio venne dunque d ingrandirsi il territorio di Lauria Superiore il cui abitato era limitato alle antiche case dei cosiddetti Cafari Pinti e di S. Veneranda ed aveva una cinta di mura presso la cui porta trovavasi la chiesetta di S. Giovanni, oltre alla porta di S. Antonio Abate nell’altra cinta dei Cafari Pinti. I cittadini di Lauria Superiore accolsero gli abitanti di Seleucio (corrotto Siluci) e così formarono un sol dialetto. I cittadini di Lauria inferiore oriundi da Blanda ebbero un altro dialetto che anche attualmente porta le desinenze dei verbi simili a quelle di Tortora e di Maratea, paesi che accolsero anche parte dei profughi di Blanda. Lauria dunque fu primariamente detta Laurum oppidum ex lauro arbore, dice un antico manoscritto della storia degli Abati del Sagittario che a tempo del Vescovo Leonasi conservavasi nella curia vescovile di Tursi. Lo conferma la carta geografica dei Longobardi del seolo IX – lo conferma ancora lo stemma di Lauria su cui risalta il verde alloro al quale si accoppia un uccello favoloso, il basilisco, ciò che dimostra che Lauro si chiamò Lauria quando questo lembo dell’antica Lucania aveva perduto il suo nome ed aveva assunto il nome di Basilicata, onde molti paesi adottarono nella regione sullo stemma il basilisco. La leggenda dei capitani greci che avessero fondato Lauria non resiste alla severa critica di un oculato archeologo. Questa leggenda fu inventata di sana pianta da un presunto erudito che trovavasi di passaggio per Lauria interpellato da alcune persone. Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. I figli di Iria (detta in latino Uria) i figli di Blanda e gli abitanti di Seluci, riunitisi in queste balze per difendersi da elementi ostili, edificarono una cappella che dedicarono alla Madonna delle Armi come prima di ingrandirsi col rione inferiore ne avevan costruita un’altra dedicata a S. Maria alla Porta (1). Quest’ultima dimostra infatti che l’antico Lauro incominciava proprio da questa cappella ove era una delle porte delle mura di cinta dell’abitato e che in poco tempo venne accresciuto della grossa borgata di Lauria Inferiore, ciò che non poteva avvenire senza una nuova colonizzazione.”.
Nel 560 a.C., PIXUNTE e SIRIS (?) o la città di SIRINO, la lega Achea e le monete con la leggenda “SIRINO-PIXUS”
Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: “I due termini fondamentali della questione stanno invece nella tradizione letteraria riguardante l’origine della città e nella documentazione delle monete. Devesi, anzi, cominciare dal prendere in esame questo secondo punto, il quale è più interessante in quanto concerne un dato di fatto. Poichè, infatti, stateri d’argento di Siri, di circa l’anno 560 a.C. (4) che portano il nome suo con quello della città di Pixunte, della costa occidentale, non solo sono per ogni rispetto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari, ma hanno in caratteri achei la leggenda Σιρινος, s’è chiesto a ragione come mai ciò avvenisse in una città di stirpe ionica. E la risposta è stata suggerita dalla constatazione che in quel tempo v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento detti incusi, che attesta l’esistenza della cosiddetta lega achea, della quale appunto faceva parte Siri in quanto sarebbe stata di già soggiogata dalla potente Sibari, con questo di più e di singolare che Siri e Pixunte nel seno della lega stessa avevano un’alleanza più stretta e più particolare, del genere di quelle che ci risulta esservi state fra Metaponto e Posidonia, Sibari e Crotone, Crotone e Pandosia, Crotone e Temesa: alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 138, nella nota (4) postillava che: “(4) v. Head (2) p. 83”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Sempre il Ciaceri, a p. 140 aggiungeva che: “E v’è anche da pensare che ad un tentativo di riscossa da parte di Siri, per sottrarsi a codesta forma di egemonia, si dovesse poi l’origine del conflitto con le città achee, le quali avrebbero finito con l’assaltarla e distruggerla. Tutto ciò, infine, varrebbe a spiegare come mai Siri per quanto città ionica avesse monete di tipo e caratteri achei. Nè, d’altra parte il fatto ch’essa era ancora fiorente intorno al 560, come viene attestato dalle monete, e che finiva di esistere prima del 510 a.C., come si deduce dal sapere che intorno a questo anno era distrutta Sibari, etc…”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, in proposito scriveva che: “Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”.

(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”.

(Fig…) Da Romanelli (…), p. 98: statere (moneta del tempo, incusa) di Pyxoes e Sirinos, il bue con le due epigrafi
Riguardo le bellissime monete, tra le poche testimonianze rimasteci di quel tempo, Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 98 (vedi ristampa a cura di La Greca), in proposito scriveva che: “La moneta incusa col tipo del bue rilevato da una parte, e collepigrafe ΓV+ΟΕΜ, cioè ‘Pyxoes’, e dall’altra la cavità del medesimo bue coll’epigrafe retrograda ΜΟΗΞqsΜ, cioè ‘Sirinos’ (vedi Tav. II, n. 6). Si argomenta da queste epigrafi una federazione, che ripassava tra Bussento, e Siri, siccome da un altra moneta si argomenta altra federazione tra Crotone, e Pandosia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi;……Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri citava l’altra opera del Pais ma io possesso la “Storia dell’Italia Antica” del Pais. Infatti, nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, riferendosi alla città greca e Ionica di Sibari in proposito scriveva che: “Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…..Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggi e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo etc…”.
SCIDRO, LAO, PIXUNTE E PESTO ERANO CITTA’ CONQUISTATE DAI LUCANI
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: “La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…). “. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19). “. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”. Parlando del toponimo “Scidro”, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” scriveva che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana….Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…”. Dunque, il Battisti, riguardo il toponimo di “Scidro” scriveva che detto toponimo non solo era “pre-italiano” ma è probabile che il toponimo “Scidros” possa essere un toponimo “traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32) Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Sul periodo pre-lucano vi sono delle evidenze archeologiche ed altro. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), in proposito scriveva che: “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, in proposito scriveva che: “Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); etc…”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a p. 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: “La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Etc…”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….) dice che le piccole città italiote di Pissunte, Scidro e Lao, “da lungo tempo eran state occupate dai Lucani”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Dunque, Pixunte, poi in seguito Bussento, Scidro e Lao erano già città soggette ai Lucani. Da Wikipedia leggiamo che Paestum, fino al 1926 Pesto, è un’antica città della Magna Grecia, chiamata dai Greci Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i Romani, il nome di Paestum. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandone il nome in Paistom. A parte sporadici riferimenti nelle fonti, non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché non dovette trattarsi di una conquista repentina. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio nella non distante Neapolis), dove vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina, fino a prevalere e a sostituirsi nel potere politico della città. Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di vasi dipinti (talora firmati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Pittore di Afrodite), con sepolture copiosamente affrescate e preziosi corredi tombali. Tale ricchezza doveva derivare in larga misura dalla fertilità della piana del Sele, ma anche dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità, parte cospicua di quei commerci instauratisi durante il periodo precedente. Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleuterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche. Breve parentesi fu aperta nel 332 a.C., quando Alessandro il Molosso, re dell’Epiro – giunto in Italia su richiesta di Taranto in difesa contro Bruzi e Lucani – dopo aver riconquistato Eraclea, Thurii, Cosentia, giunse a Paistom. Qui si scontrò con i Lucani, sconfiggendoli e costringendoli a cedergli degli ostaggi. Ma il sogno del Molosso di conquistare l’Italia meridionale ebbe breve durata: la parentesi si chiuse nel 331 a.C., con la sua morte in battaglia presso Pandosia. Paistom ritornò così sotto il dominio lucano.
Nel 317 a.C., Nerulum durante la seconda guerra Sannitica
Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 181 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Era l’anno 317 a.C., ed essendo spirata la tregua di due anni stabilita coi Sanniti e coi loro confederati, i due nuovi Consoli Giunnio Bubulco ed Emilio Bardula si diressero contro la Puglia. Dopo averla domata, Giunnio irruppe nella Lucania, s’impadronì d’Acerenza, o, secondo altri, Florentia, ed, indi, essendo giunto repentinamente l’altro Console Emilio – il quale era rimasto momentaneamente nella Puglia per assicurare i nuovi acquisti – Nerulo fu preso per forza. Quell’impresa è così rapidamente descritta da Tito Livio nel libro IX n. 20 delle Storie: ‘Apulia perdomita – nam Acherontia (altri leggono Ferento) valido oppido, Junius potitus erat – in Lucanos perrectum. Inde, repentino adventu Aemilii Consulis, Nerulum vi captum (1). Se dunque, secondo la narazione Liviana, i due Consoli Romani, dopo avere espugnato quell’altra Città, percorsero per la prima volta trionfalmente buona parte della Lucania, e si diressero ‘viribus anitis contro Nerulo, quasi per ferire nel cuore la forte nazione Lucana, è facile argomentare che Nerulum, vi captum, fosse di considerevole importanza, e, per essere stato espugnato a viva forza dalle legioni romane, sorgesse in sito ben fortificato, come si può supporre sulla rupe di Lagonegro, meglio che negli altri luoghi indicati da coloro, che vorrebbero altrove collocare Nerulo. Anche il Corcia ritiene ciò nl vol. III pag. 71 della Storia: “Poichè, nel 436 di Roma, la città di Nerulo veniva presa con la forza dal Console Emilio Barbula nella seconda guerra Sannitica, non è dubbio che fu una città fortificata, della quale, del resto, non rimase altra ricordanza nella storia”. Ci vuole che siano andati dispersi i libri della seconda Deca di Livio, nei quali si parlava più diffusamente delle cose e delle guerre lucane, poichè, forse, in essi si sarebbero trovate maggiori notizie di Nerulo, il cui nome non appare in quel glorioso periodo storico.”. Il Pesce, a p. 182, nella sua nota (1) postillava: “(1) Il Prof. Ettore Pais, nella sua Storia Critica di Roma durante i primi cinque secoli, vol. I: I opina che l’ignoto Nerulo, espugnato dai Consoli Bubulco e Barbula, sia diverso da Nerulo sulla via Popilia, che egli dice a nord di Turio, i quale era sito nell’opposto versante del Jonio, vicino Sibari. Ma questa congettura non ha fondamento, perchè nessun altro Nerulo esisteva nella Lucania; e non deve far meraviglia se gli eserciti romani, dopo occupata Acerenza o Forenza, percorrendo la via Erculea, che congiungeva quella plaga Venosina col nostro Nerulo, giungessero repentino adventu ad espugnare anche questo.”.
Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ecc..”, a p. 22, in proposito scriveva pure che: “la prima volta che i Lucani sono ricordati con sicurezza durante la guerra è all’a. 317 e non come alleati dei Romani, i quali invece, affermata la loro posizione in Apulia e conquistata Ferento, nel territorio di Venosa al confine lucano, si volsero contro i Lucani impadronendosi della città di Nerulo (1).”. Il Ciaceri, a p. 22, vol. III, nella nota (1) postillava: “(1) Liv. IX 20, 9: Che il Nerulum liviano sia da far corrispondere all’odierna località di Rotonda, nella parte meridionale della Lucania e proprio fra le sorgenti del lao e del Siri (Nissen It. Landesk. II p. 905), non par verosimile.”.
Nel 71 a.C., Spartaco, il passaggio per il Vallo di Diano e la morte presso le sorgenti del fiume Sele secondo Paolo Orosio
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II parlando del casale di “Petina”, a pp. 297-298, in proposito scriveva che: “Sui villaggi della Valle del Tanagro (‘Campus Atìnas’) bisogna sempre far capo a V. Bracco che, nelle numerose sue pubblicazioni, ci offre un quadro quanto mai vivo del territorio (1). Ultimamente ha scritto un saggio proprio su Petina (2) al quale rinvio. In esso non mancano cenni sulla civiltà del Gaudio dei villaggi prossimi a Petina, come non mancano testimonianze dell’età romana: dalla via Popilia, che V. Bracco attribuisce a Tito Annio (3), alla notizia sul passaggio per il Vallo di Spartaco con i suoi (4) e poi di Alarico, Belisario e dei longobardi.”. Ebner, a p. 297, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Bracco, oltre le ‘Inscriptiones’ cit. (III, Civitas vallium Silari et Tanagri’), v. Volcei (Forma Italiae) Firenze 1978 e Polla cit.”. Ebner, a p. 297, nella nota (2) postillava che: “(2) V. Bracco, La storia di Petina, Salerno 1981, pp. 9-103”. Ebner a p. 298, nella nota (3) postillava che: “(3) V. Bracco, Della via Popilia (che non fu mai popilia), “Studi lucani e meridionali”, Galatina, 1977″. Ebner, a p. 298, nella nota (4) postillava che: “(4) Sallustio, Historiae, III, 98”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 183-184 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Pichè Nerulo era posto, come s’è visto innanzi, al punto d’innesto delle due grandi strade consolari – della Popilia od Aquileia, che proveniva dal vallo di Teggiano, e dell’Erculea, che proveniva da Grumentum – divenne il naturale passaggio dei numerosi eserciti romani conquistatori, e delle schiere ribelli e tenaci della propria indipendenza che, dopo lunga agonia, andò inesorabilmente perduta. Furonvi fra quelle schiere le turbe dei gladiatori, che, capitanate dal valoroso Trace Spartaco, dopo aver percorso la Lucania, furono sconfitte e disperse dal Console Licinio Crasso. Raffaele Giovagnoli, nel suo racconto storico su Spartaco (Capo XXI, Spartaco fra i Lucani), riferisce che questi, dopo la terribile sconfitta presso Grumento, alle sponde dell’Agri, – dove perirono 5000 Romani ed 8000 gladiatori, oltre di 1200 prigionieri – fuggendo coi suoi nel paese dei Bruzi per ritentare altra sommossa, si soffermò a Nerulo – che l’autore pure ritiene essere stato dove è Lagonegro – donde proseguì per Lainium (Laino); nè la notizia può saper di romanzo perchè è storicamente accertato il passaggi o la fuga di Spartaco dalla Lucania, dove trovò proseliti e schiavi commilitoni, nei Bruzi, dove morì combattendo valorosamente.”. Da Wikipedia leggiamo che Spartaco (in greco antico: Σπάρτακος, Spártakos; in latino: Spartacus; Sandanski, 109 a.C.circa – Valle del Sele oppure Petelia o Petilia, 71 a.C.) è stato un gladiatore e condottiero trace che capeggiò la rivolta di schiavi nota come terza guerra servile, la più impegnativa di questo tipo che Roma dovette affrontare. Esasperato dalle condizioni inumane che Lentulo riservava a lui e agli altri gladiatori in suo possesso, decise di ribellarsi a questo stato di cose e, nel 73 a.C., scappò dall’anfiteatro in cui era confinato; altri 70 – ma secondo Cicerone (Ad Att. VI, ii, 8) all’inizio i suoi seguaci erano molto meno di 50 – gladiatori lo seguirono, fino al Vesuvio, prima tappa della rivolta spartachista. Sulla strada che portava alla montagna i ribelli si scontrarono con un drappello di soldati della locale guarnigione, che gli erano stati mandati incontro per catturarli. Benché armati di soli attrezzi agricoli, coltelli e spiedi rimediati nella mensa e nella caserma della scuola gladiatoria, Spartaco e i suoi riuscirono ad avere la meglio. Una volta neutralizzato il nemico, i ribelli depredarono dei loro armamenti i cadaveri dei soldati romani caduti e si diressero ai piedi del monte in cerca di un rifugio. Spartaco fu poi eletto a capo del gruppo di ribelli assieme ai galli Enomao e Crixus (detto anche Crisso o Crixio). La battaglia finale che vide la sconfitta e la morte di Spartaco nel 71 a.C. si svolse, secondo Appiano e Plutarco, presso Petelia (forse odierna Strongoli, in provincia di Crotone), nel Bruzio, mentre, secondo lo storico tardo romano Paolo Orosio, nei pressi delle sorgenti del fiume Sele (“ad caput Sylaris fluminis“), site tra i territori di Caposele e Quaglietta, nell’alta valle del Sele (in provincia di Avellino), nell’allora Lucania (14). In Wikipedia alla nota (14) è scritto: “Nel libro di Fabio Cioffi e Alberto Cristofori, Civilta in movimento, si afferma che nell’alta valle del Sele, nella seconda metà del 900, ci sono stati ritrovamenti di armature, loriche e gladii di epoca romana, che potrebbero risalire alla battaglia del 71 a.C.”.
Nel …… d.C., Nerulo e le origini di Cesare Augusto Ottaviano
Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 184-185 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “II. In un’altra contingenza appare nella storia romana il nome di Nerulo. Lo storico latino Svetonio Tranquillo, che scrisse le vite dei dodici Cesari, – Vitae duodecim Caesarum – nella biografia di Cesare Augusto riferisce che Cassio, volendo fare a costui oltraggio, in un’epistola lo avesse qualificato non solo come nipote d’un mugnaio, ma pure d’un banchiere di Nerulo. (Nerulanensis mensarium). Ecco le parole di Svetonio: “Cassius quidam Parmensis quadam epistola non tantu ut pistoris, sed ut nummulari nepotem sic taxat Augustum: Materna tibi farina ex crudissimo Ariciae pistino hanc finxit manibus collybo decoloratis Nerulanensis mensarius”. – cioè: “Cassio Parmense in una sua epistola taccia Augusto non solo come nipote di un mugnaio, ma pure di un banchiere, dicendo: Il banchiere di Nerulo con le mani tinte del sudiciume del rame manda questa lettera formata con la farina materna del rozzo mulino d’Ariccia” (piccola terra della campagna romana). Lo stesso Svetonio crede che questa fosse stata un’infamia lanciata da Cassio ad Augusto, come quella che fu contro lo stesso inferta da Marco Antonio il quale “per avvilire ancora la materna origine di Augusto, osa dire che il suo bisavolo fu Africano e gli rinfaccia ora che fu profumiere ed ora che ei fu mugnaio d’Ariccia”. (1).”. Il Pesce, a p. 185, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi le Vite dei dodici Cesari di C. Svetonio Tranquillo tradotto da F. Paolo del Rosso, Napoli, 1887, pag. 11.”.
Reliquie di santi e di martiri nel basso Cilento
Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: “Oltre le sacre reliquie che in tutta la diocesi sono venerate anche come le insegne della diocesi stessa, a Lagonegro è pure venerata con grande pietà una delle spine della corona di Cristo e preso i frati minori cappuccini di S. Maria degli Angeli il corpo di S. Placido martire; inoltre il sacro corpo di Celestino martire, di cui abbiamo già parlato, è conservato nella chiesa parrocchiale ed è esposto alla venerazione dei fedeli proprio come il corpo del già citato S. Giocondo martire coservato nella cattedrale di Policastro. Ma anche altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Flelice, S. Teodoro e S. Donato.”. Il Laudisio, a p. 45, scriveva pure che: “I corpi di queste sette santi ‘sono sepolti in pace, e i loro nomi vivranno in eterno; agli occhi degli stolti parve che essi morissero, ma essi, sono nella pace'”. Infatti, il Laudisio (v. versione a cura del Visconti), a p. 45, in proposito scriveva che: “Septem corpora Sanctorum ‘in pace sepulta sunt, et vivent nomina eorum in aeternum; visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace (154).”. Il Laudisio, a p. 45, nella nota (154) postillava che: “(154) ‘Sapient.’, 3, 2, 3 (Visi sunt oculis insipientium mori’, et aestimata est afflictio exitus illorum. Et quod a nobis est iter, exterminium; ‘illi autem sunt in pace’.”. Il Laudisio, a p. 45, postillava “Sapient.”. Sui martiri e le reliquie, il Laudisio (….), a p. 100, ci dice che: “Anche a Lauria c’era un’abbazia benedetina, quella di S. Filippo; ma, essendo nei secoli scorsi andato in rovina il monastero, è divenuta di patronato regio sin dal 1400. Ne rimane soltanto la cappella, ma è ora priva di beni, e la reliquia del Santo è stata portata nella chiesa di S. Giacomo della stessa città di Lauria.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie: di S. Nicola nella Chiesa Madre di Rivello, 84; di S. Giocondo nella cattedrale di Policastro, 93, 98; di S. Celestino nella Chiesa madre di Lagonegro, 93, 98; una delle spine della corona di Cristo a Lagonegro, 98; di S. Placido nella Chiesa di S. Maria degli Angeli dei frati Minori Capuccini di Lagonegro, 98; di S. Mansueto nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello, 98; di S. Felice nella Chiesa di Tortorella, 98-99; di S. Teodoro nella chiesa di Sicilì, 99; di S. Donato nella chiesa di Torre Orsaia, 99; di S. Filippo nella chiesa di S. Giacomo a Lauria, 100.”. Infatti, il Laudisio, a p. 93, in proposito scriveva che: “Lo stesso vescovo Ludovici ottenne dalla Santa Sede il santo corpo del martire Giocondo che stava nelle catacombe, ed ora queste sacre reliquie, coperte da una veste mirabilmente ricamata in oro, sono venerate nella Cattedrale. La sedonda domenica dopo Pasqua si celebra la festa di questo santo a cui accorre un gran numero di abitanti dei paesi vicini. Portò con sé da Roma anche un altro corpo di un santo martire, chiuso in una teca munita di sigilli che ne attestavano l’autenticità, e che donò al clero di Lagonegro. Il 26 luglio 1819 nella Chiesa Madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo del reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora pro-vicario generale ed ora degnissimo vicario dell’abbazia nullius* di S. Pietro di Licusati. Nella teca fu trovato ed uffcicialmente riconosciuto il corpo di S. Celestino martire, e a parte, in una ampolla di vetro, rappreso, il suo sacro sangue. Le ossa di questo sacro corpo furono subito offerte alla venerazione dei fedeli e ancora oggi non sono state anatomicamente ricomposte.”. Il Laudisio, a p. 84, in proposito scriveva che: “Sotto l’edificio della Chiesa Madre, di cui abbiamo già fatto cenno, vi è un ipogeo davvero meraviglioso sorretto, con una magnifica realizzazione architettonica, da due ordini di diciotto colonne ciascuno. Nell’ipogeo si innalza un altare consacrato a S. Nicola di Mira, patrono della città, e alla destra dell’altare vi è sulla parete, a testimonianza perenne per i posteri, una lapide, con la data 8 ottobre 1752, che tramanda che in quell’ipogeo parecchie volte è sgorgato da ogni parte quell’umore soprannaturale che ogni giorno sgorga dalle ossa del Santo nella basilica di Bari (6); perciò il clero ed il popolo, dopo aver raccolto il denaro, hanno ornato più splendidamente di prima l’ipogeo che, già da tempo consacrato a S. Nicola strenuo difensore della fede (7), era poi caduto in uno stato di squallore e di abbandono. Questo attesta don Nicola Woli, avvocato del foro ecclesiastico di Napoli e in quel tempo prefetto dell’Urbe. Infine, nell’ipogeo è conservata una reliquia autentica del Santo. Una fonte d’acqua non molto distante oggi comunemente fontana dei Longobardi, mentre un’altra, posta sul declivio su cui s’innalza l’abitato, è invece chiamata da tutti fontana dei Greci in base ad un’antica tradizione. “. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (6) postillava: “(6) E’ un liquido oleoso, detto “manna di S. Nicola”, che quotidianamente emana dalle ossa del Santo conservate nella basilica di Bari (n.d.T.).”. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (7) postillava: “(7) L’Autore allude probabilmente alla leggenda secondo la quae, nel Concilio di Nicea del 325 d.C., S. Nicola avrebbe schiaffeggiato l’eretico Ario (n.d.T.).”.
Nel VII-VIII sec. d.C., i Longobardi a Lagonegro ?
Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: “53. Lagonegro. A due miglia, o poco più dal paese è un lago perenne di una ceta estensione: non è impossibile che la zona di terra, su cui ebbe oriine il paese, fosse stata un latifondo, una massa, un dominio feudale, di un gasindo longobardo o franco, o normanno, e che avesse tolto il suo complessivo nome dal lago. Un’antica tradizione paesana ricorderebbe un lago o stagno non lontano dal castello che è a cavaliere della città; e il lago, dalle ombre degli abeti che li circondavano, prendeva la qualifica di nero. Ma la topografia attuale del castello non consente alla tradizione.”. Non si capisce bene se la tradizine si riferisca al Lago Sirino o al Lago Laudemio o al Lago Remmo, non molto distanti dal monteSirino e da Lagonegro. Da Wikipedial eggiamo che fu fortificata dai Longobardi di Salerno e in seguito assegnata dai Normanni alla contea di Lauria, per poi divenire feudo di diverse famiglie. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello. – Si trova nel m. e anche ‘riballus’ per ‘rivellus, rivulus,’. Ma più probabilmente è derivato da ‘racina’ (fr. rovine), racinello, ravello; e “ravina” è identico a Gravina. I Gravi o Gravine indicano, in certi dialetti, luoghi scoscesi e dirupati; e ‘grava’, medievale, è dal tedesco ‘graven’, ‘fodere’. Mutazione dell’a in i, per distinguerla da Ravello sulla costa di Amalfi. – L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 188-189 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Nessuna traccia troviamo, nella nostra città, del dominio dei Longobardi, i quali in molti paesi ebbero stabile sede ed imperio. Nel vicino Comune di Rivello i Longobardi occuparono la parte superiore attorno al Castello, detto tuttora Motta – nome che nel Medio Evo era dato ad ogni fortezza – mentre contemporaneamente i Greci occupavano il rione inferiore; ed è strano che i due popoli, differenti di razza, d’indole, di tradizioni, di linguaggio e d’istinti, abbiano potuto così vivere a contatto, benchè in continuo antagonismo fra di loro. Colà tutt’ora si conservano queste tradizioni, come permangono i nomi di piazza e di fontana dei Longobardi, nonchè d’altra parte piazza e fontana dei Greci.“. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Secondo il Laudisio, gli abitanti dell’antica città di Velia, posta sul promontorio di Palinuro, a seguito della sua distruzione avvenuta nell’anno 915 ad opera dei Saraceni, si rifugiarono nel castello longobardo di Rivello, dove vi fondarono la nuova Revelia. Il Laudisio (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), credeva l’antica città di Velia, sorta sul promontorio di Palinuro (forse confondendola con l’antica città della Molpa). Secondo il Laudisio (…), dopo la distruzione saracena dell’anno 915 (anno che cita pure il Volpe (…)), gli abitanti superstiti di Velia (Molpa?), si rifugiarono nel castello di Rivello “che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi”. Dunque, secondo il Laudisio, il castello di Rivello, fu fortificato nel VI secolo dai Longobardi al tempo di Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. La notizia di un castello fortificato dai Longobardi nel VI secolo, è di enorme importanza per queste terre. Ricordiamo tutte le notizie che abbiamo intorno al VI secolo e la nascita di alcuni enclavi cattolici, come Paestum, Velia e Buxentum. Dal punto di vista strettamente storiografico, la prima notizia di un’origine Eleatica dell’antica Rivello, non viene solo dal Laudisio (…) che, oltre a trarla dagli antichi documenti esistenti nella stessa sua Diocesi, l’aveva presa da Scipione Mazzella Napolitano e dallo stesso Antonini (…), che parlarono pure della ‘Lucania’. Scipione Mazzella Napolitano (…), ed il suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, edito nel 1601, a p. 124, descriveva del promontorio di Palinuro e poi a p. 130, in proposito alla voce ‘Riviello’, scriveva che: “fuochi 546”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Etc..”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”.
Nel VII-VIII sec. d.C., i Longobardi a Rivello ed il testamento di Bernardo D’Argencia
Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 188-189 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Soggiungerò qui che nella Parrocchia di San Nicola del rione Longobardo conservavasi – a quanto assicura nel suo manoscritto il nostro concittadino Tortorella – l’originale d’un testamento d’un certo Bernardo D’Argencia, ‘vir Longobardus more Longubardorum vivens’. Ciò può ritenersi anche una prova della ‘vexata quaestio’ della consistenza del diritto longobardo e dell’antico diritto romano.”. Da Wikipedia leggiamo che vuolsi invece fosse sorta all’epoca Longobarda ed il nome avesse tolto da un lago o stagno formato dal Tanagro detto pur Negro. Si crede che la città prendesse il nome da un lago formatosi dal fiume Tanagro, e da lì l’insediamento longobardo prese il nome di Lagonegro. Fu fortificata dai Longobardi di Salerno e in seguito assegnata dai Normanni alla contea di Lauria, per poi divenire feudo di diverse famiglie. Da Wikipedia leggiamo che la chiesa di San Nicola si trova nel comune di Lagonegro, in Basilicata, ed è concattedrale della diocesi di Tursi-Lagonegro. La concattedrale di San Nicola è stata edificata tra il IX ed il X secolo, ma è stata ristrutturata numerose volte nel corso del tempo. L’interno dell’edificio è molto ampio e presenta forme irregolari per i vari ampliamenti realizzati. All’interno è conservato un crocifisso di Altobello Persio, una tela con Madonna e sante di Giovanni Bernardino Azzolino e l’altare maggiore che risale al Settecento. Secondo una tradizione nella chiesa sarebbe stata sepolta Lisa del Giocondo, morta a Lagonegro nel 1506.
Nel X e XI secolo, i cenobi ed i monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania
Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne’, pur non citando affatto il monastero grancia dei monaci Basiliani di San Pietro al Tamusso, dipendente dall’Abbazia italo-greca di Rofrano, in proposito scriveva del ‘Mercurion’ a p. 45 scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie nel Principato di Benevento ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro interessantissimo di vita monastica. Qui si stabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una “nuova Tebaide”. Il Mercurion ecc…”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 48 scriveva che: “La regione dell’antico Latinianon può essere riconosciuta nelle attuali borgate della valle del Tanagro: Montesano, S. Pietro, Sassano, Polla, S. Arsenio, S. Rufo con punte a Sant’Angelo a Fasanella, Ottati, Roscigno, Sacco, Castelcivita; per quanto riguarda invece la valle dell’Agri: Brienza, Tito, Marsico Vetere, Laurenziana, Viggiano, Corleto Perticara, Cersosimo, S. Chirico Raparo, Castelsaraceno, Episcopia, Calvello.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “L’esercito di Basilio il Macedone, generale al servizio di Michele terzo l’Ubriaco e futuro imperatore d’Oriente, annientò le bande d’arabi che tenevano la Lucania, conquistando la regione sul finire del nono secolo: alla volontà politica di costui si deve con ogni probabilità anche l’organizzazione urbana del primo abitato di Padula, testimoniata pure dall’ampliamento di San Nicola de Donnis con l’aula ecclesiastica etc….Poi, con la conquista macèdone, si delinea meglio la struttura amministrativa della Lucania bizantina, il cosiddetto ‘thema’ di Lucania: essa fa parte del più ampio organismo politico del Mezzogiorno bizantino, il ‘Catepanato’ d’Italia, e a sua volta s’articola in almeno tre divisioni, corrispondenti pure a unità monastiche (‘eparkhjie’), e definite in termini burocratici ‘turne’, quali sono il ‘Mercurion, il Latinianon, il Lago Negro – l’εν τω Λακκφ Νιγρφ καλουμενφ (e ndò Làkko Nhjighro Kalumnhjèno: ‘nel cosiddetto Lago Negro’) ricordato dal patriarca di Gerusalemme Oreste nella biografia dei Santi Saba, Macario e il loro padre Cristoforo – E il Vallo di Diano, che costituiva per spessore culturale e religioso un’entità monastica considerevole (L. R. Ménager, La “byzantinisation” religeuse de l’Italie méridionale (IX-XII siècles) et la politique des Normands d’Italie, p. 772, nota 4), probabilmente poté esser compreso nel ‘Lago Negro’. Infatti il Tanagro, il corso d’acqua che l’attraversa, e nasce per di più nei monti dell’attuale Lagonegro, nel periodo medievale era denominato per l’appunto ‘il fiume nero’ – ο μαυρος ποταμος, o màvros potamòs (F. Trinchera, CIV, p. 136, e CVIII, p. 143) – Forse le parole ‘Làkkos e Nigros’ intendevano propriamente, che la tradizione diretta poteva essere alquanto alterata nello scritto del presule gerosolimitano, la zona del ‘bacino del Negro’, cioè del Tanàgro: e la si dovrebbe considerare dalla sorgente alla confluenza col Sele, all’inizio della piana di Pesto. All’abitato prossimo alle fonti del Tanàgro sarebbe rimasto l’attributo antonomastico dell’apprezzata e fervente eparchia. Inoltre, se si volesse assegnare al solo attuale Lagonegrese, coi paesi di Rivello, Lauria, Nemoli, Trecchina, tale ampia indicazione geografica, le fondazioni religiose conosciute e documentate del distretto mal potrebbero giustificare la cosa. Che il Vallo e il Cilento meridionale si trovasero al di qua della linea- peraltro alquanto mobile – di confine tra il Principato longobardo di Salerno e il Catepanato vien confermato, inoltre, dall’espansione del monachesimo occidentale, l’Ordo Sancti Benedicti’, che non penetrò minimamente nel territorio attraversato dal Tanàgro se non dopo l’avvento dei Normanni e non prima del 1086, benchè i dinasti salernitani ne avessero favorito in ogni modo la diffusione e con la donazione dell’abate Alferio avessero fondato nel 1025 una Casa benedettina a Mitiliano di Cava, dotata di numerosi domini nell’Actus Cilenti, la quale poi, coi nuovi dominatori, ottenne possedimenti finanche in Calabria e in Lucania.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “1. La Calabria prima della introduzione del feudalesimo. Bizantini e Longobardi nella Regione”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 91 e sgg., in proposito scriveva che: “Allorquando il Ducato beneventano si frazionò nel principato di Salerno e nel principato di Benevento, nell’atto di divisione dell’847 (2), toccarono al primo i possedimenti longobardi di Calabria, delimitati sempre dalla vecchia linea Rossano-Bisignano- Amantea (3); in una parla, il principato di Siconolfo e dei suoi successori, conprese sedici ‘gastaldi’, dei quali quattro in Calabria: Canna, Cassano, Cosenza, Laino. Questa diversità di dominazione ebbe conseuenze molteplici e diverse nelle due parti della Calabria. Nella parte più meridionale di essa e in aree e località sparse della rimanente, l’ellenismo bizantino si venne infiltrando in tutte le manifestazioni di vita: nei costumi, nel rito, nel diritto degli abitanti, lasciando tracce ancora oggi non del tutto cancellate. L’eresia e la persecuzione iconoclastica sottrassero alla dipendenza ed all’autorità della Chiesa di Roma i vescovati di Calabria, come in Puglia e di Sicilia, e li sottomisero al patriarcato di Costantinopoli, che li organizzò in una ‘metropolia’, alla cui testa pose l’arcivescovo di Reggio (4). Riesce oggi malagevole dare un’esatta enumerazione delle diocesi calabresi per le età anteriori al secolo X, malgrado la presenza di cataloghi imperiali patriarcali, le cosiddette ‘diatiposi’: ad ogni modo, è noto che alcune di esse non sfuggirono al vandalismo distruttore delle invasioni musulmane (5). E se l’editto di Leone Isaurico scacciava dai territori dell’impero i monaci basiliani, difensori intrepidi dell’ortodossia, furono le campagne ed i vergini monti della Calabria ad accoglierne non pochi, così come le aree litoranee della Sicilia da Siracusa a Messina etc….Senonchè nel corso del IX secolo, la Sicilia cadde sotto il dominio degli Arabi, e allora i Greci di Sicilia, perseguitati dai nuovi dominatori o non disposti a sottostare al loro intollerante dominio, trovarono asilo, oltre che nel Peloponneso, in Calabria, che divenne “le refuge naturel des chretiens chassés de Sicile”, come scrisse il Batiffol (7). Dopo la caduta di Taormina (nel 902), che segnò per l’Impero bizantino la perdita totale e definitiva dell’isola, troviamo infatti che numerose famiglie di Greci cercano sede e riparo nelle vicine città di Calabria: a Reggio (…………), a Gerace (………………..), a Cosenzia (…………..) etc…Ne sono da dimenticare le colonie, che, a più riprese, gl’imperatori di Costantinopoli dedussero onde ripopolare le terre della Calabria, desolate dalle invasioni dei Saraceni. Basilio I il Macedone, ad esempio, vi trasferì in una sola volta 3000 schiavi affrancati con il danaro tratto dalla pingue eredità della vedova Danielis (9).”.
Nel 871, i Bizantini e Ludovico II conquistano Bari
Nell’871-72, Salerno subì un lungo assedio da parte dei musulmani e malgrado la forte resistenza del principe Guaiferio, la città riuscì a liberarsi solo grazie all’intervento dell’imperatore Ludovico II, che ottenne in ostaggio i figli del principe quale pegno di fedeltà. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che: “Si deve a Basilio I, il fondatore della dinastia macedone, il ripristino della sovranità imperiale su ampie porzioni dell’Italia meridionale, la quale nella prospettiva costantinopolitana riacquista rilevanza strategica man mano che si profila come ineluttabile la conquista aglabita della Sicilia (827-902). Il nuovo processo di espansione prende avvio in seguito alla riconquista di Bari, il cui emirato islamico cade sotto i colpi decisivi della flotta bizantina e delle forze di terra dell’imperatore latino Ludovico II (871)(91). Etc…”. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (91) postillava che: “(91) G. Musca, Ludovico II, Basilio I e la fine dell’emirato di Bari, in Archivio Storico Pugliese, n.s., XIX (1966), pp. 168 ss.; A.A. Vasiliev, Byzance et les Arabes, II, 1 ediz. franc. Bruxelles 1968, p. 14 ss. “. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 44 e ssg., in proposito scriveva che: “Incerto è anche il ruolo da assegnare alle incursioni saracene: sebbene la tradizione storiografica, che risale agli storici eruditi del Settecento, parli di danni gravissimi arrecati dai Saraceni ad ‘Atina, Consilinum e Tegianum’ (4), non sono riuscito a trovare nelle fonti narrative del tempo altro che un accenno indiretto ad un loro passaggio per il Vallo di Diano. Riferisce infatti il ‘Chronicon Salernitanum’ che nell’anno 871 “Agarenorum rex (….), Abdila cum sexaginta duo mila pugnatorum ‘per Calabriam Salernum venit”(5), ma nell’agosto dell’anno seguente, dopo undici mesi di assedio, fu costretto a rinuncare alla conquista della città per l’arrivo dell’Imperatore Ludovico II (6). Etc…..Più valore ha il dato fornitoci da una carta cavense del giugno 1115 che, a proposito della chiesa di S. Maria ‘de Matuniano’ presso Teggiano, dice che essa ‘ab antiquis temporibus destructa fuit a barbaris’ (10), anche se non è da scartare del tutto l’ipotesi che i barbari del nostro documento possano essere i Germani del V-VI secolo (11). Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (5) postillava che: “(5) Ed. Westembergh, Stockolm 1956, cap. 111, p. 124.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (6) postillava che: “(6) “At Agareni mutuentes adventum Francorum, ilico super suum iam dictum regem irruunt, eumque comprehendunt, manusque vinxerunt, et in navem retrudunt, et iter arripiunt. Sed prius enim quam fugam arriperet nefanda genius, huiusmodi signum de celo Redemptor multis ostendit: faculam igneam permaximam prepete cursum in medio navium iecit, quam mox secuta est tempestas, que cunctas liburnas frustatim dirrupit. Alii vero Calabriam aderunt, eamque intra se divisam repperientes, funditus depopularunt”. (ivi, cap. 118, p. 132). In verità il passo è interpretato da A. Di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, IV, Napoli, 1798, p. 258, nel senso che tutti i Saraceni si imbarcano, ma parte annegano e parte approdano in Calabria, il che, tra l’altro, è in contraddizione con quanto è detto nel citato cap. 111 del Chronicon Salernitanum, sulla base del quale lo stesso Di Meo afferma che i Saraceni arrivarono a Salerno risalendo dalla Calabria. Credo invece che il passo in questione vada interpretato nel senso che gli assediati costringono il loro re ad imbarcarsi su una delle navi che evidentemente avevano appoggiato dal mare la marcia dei Saraceni, mentre il grosso dell’esercito, formato secondo il cronista salernitano da ben 62.000 uomini, fa ritorno in Calabria percorrendo l’antica strada Reggio-Capuam, che nel Medioevo, come è noto, fu la strada ppercorsa dai grandi eserciti che si dirigevano verso l’estremo sud della penisola.”. Il Vitolo, a p. 45, nella nota (10) postillava che: “(10) AC XX, 30 (1115, giugno). L’espressione si ritrova anche in AC XX, 28 e 29; si tratta però di due falsi, sui quali si veda C. Carlone, I principi Guaimario e i monaci cavensi nel vallo di Diano, in “Archivi e Cultura”, X (1976), pp. 47-66.”. Il Vitolo, a p. 47, nella nota (11) postillava che: “(11) E’ da tenere presente infatti che nelle fonti documentarie del Salernitano i Saraceni non sono mai chiamati barbari, mentre invece le fonti narrative usano le espressioni: ‘Saraceni, Agareni, Hismaelitae, Poeni, Hispani, Pagani. Per quel che ne so, l’espressione ‘barbari’ è usata soltanto dall’autore della ‘Translatio’ di S. Matteo, il quale riferisce che le reliquie dell’evangelista furono ritrovate nel 954 in una chiesa presso Casalvelino ‘a barbaris destructa’ (G. Talamo Atenolfi, I testi medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100). Come aggettivo riferito ai Saraceni, barbari si ritrova in un documento del febbraio del 882, in cui si parla di un abitante di Nocera che non poteva raggiungere Salerno ‘pro ista generationes barbaras saracenorum, unde in cibitate ista salernitana circumclusi sumus’ (CDC I, 110).”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “L’esercito di Basilio il Macedone, generale al servizio di Michele terzo l’Ubriaco e futuro imperatore d’Oriente, annientò le bande d’arabi che tenevano la Lucania, conquistando la regione sul finire del nono secolo: alla volontà politica di costui si deve con ogni probabilità anche l’organizzazione urbana del primo abitato di Padula, testimoniata pure dall’ampliamento di San Nicola de Donnis con l’aula ecclesiastica etc…”.
Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba e di Lagonegro e localizza il Mercurion
Filippo Bulgarella (…) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di San Saba (…) da Collesano, o Saba il giovane, in proposito scriveva che la maggior parte delle notizie sulla sua vita pervengono dal testo scritto da Oreste, patriarca Gerosolimitano. Chi era questo Oreste ?. Il Bulgarella (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “Soltanto i Santi Saba il Giovane, Macario e Cristoforo, originari di Collesano, ebbero invece un agiografo estraneo agli ambienti greci della Sicilia e dell’Italia meridionale, giacchè le loro Vite furono scritte sul finire del secolo X dal palestinese Oreste, patriarca di Gerusalemme, il quale forse aveva avuto modo di conoscere i suoi personaggi – o almeno il loro corifeo, San Saba – in qualche località della Calabria o delle altre regioni meridionali se non nella stessa Roma (35).”. Il Bulgarella a p. 33 nella sua nota (35) postillava di Oreste e scriveva che: “(35) E’ probabile che Oreste abbia soggiornato in Calabria e vi abbia conosciuto i suoi personaggi (G. Da Cosa Louillet, ‘Sains de Sicile…’, cit., pp. 132 s.).”. Sempre il Bulgarella scrive pure nella sua nota (35) a p. 34, che: “Oreste era cognato del califfo fatimida, ebbe incarichi diplomatici, morì a Costantinopoli e in Occidente fu considerato martire forse perchè confuso col suo predecessore Giovanni o con suo fratello Arsenio, patriarca d’Alessandria d’Egitto. Non è da escludere che Oreste abbia potuto incontrare, o seguire, Saba, in altri luoghi frequentati dall’asceta…..Su Oreste, o Geremia: “Acta Sanctorum”, Mai, tomo III, Parisiis et Romae 1866, p. XLIII ecc..”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il Bios di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152).

Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si “localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89, parlando di Lagonegro e di S. Macario, in proposito scriveva che: “In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, ecc…(1)…..Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle ecc…”. Sebbene il Pesce (…) a p. 89, nella sua nota (1) postillasse che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma,”, si riferiva al codice Vaticano Greco 2072, pubblicato dal Cozza-Luzi (…) che nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. Infatti, il volume fu pubblicato anche da Paolo Emilio Santorio (…), nel 1601, nel suo ‘Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, citato pure dall’Antonini (…) che a p. …., , parlando di S. Nilo, nella sua nota (1) postillava: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’. Proprio su questo antichissimo codice greco, ha scritto pure Carlo Pesce (…), forse sulla scorta del manoscritto di Alessandro Falcone (…). Questo codice Vaticano Greco fu citato anche da Cassiodore (…), nel suo “Magni Aurelii Cassiodori Senatoris etc..”, opera omnia dove è scritto: “ ínquir Paulus fflmilius Santorius in historia Monasterii Carbonensis pag. x4 “. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Fonti e Bibl.: Vita S. Lucae Abbatis, in Acta Sanctorum, Oct. VI, Abbatia Tongerloensis 1794, coll. 337-341; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste Patriarcha Hierosolymitano, a cura di I. Cozza-Luzi, Romae 1893. J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380; G. Da Costa-Louillet, Saints de Sicile et d’Italie méridionale aux VIIIe. IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-1960), pp. 130-142; V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; S. Caruso, Sulla tradizione manoscritta della vita di S. Saba il giovane di Oreste di Gerusalemme, in Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, XXVIII (1974), pp. 103-107; G. Mongelli, Saba da Collesano, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1990, p. 531 (da usare con cautela); S. Caruso, Sicilia e Calabria nell’agiografia storica italogreca, in Calabria Cristiana: società, religione e cultura nel territorio della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, I, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1999, pp. 563-604; L. Canetti, Giovanni XVI, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 590-595; M. Falla Castelfranchi, I ritratti dei monaci italo-greci nella pittura bizantina dell’Italia meridionale, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, 2002, vol. 39, pp. 145-155; E. Tounta, Saints, rulers and communities in Southern Italy: the Vitae of the italo-greek saints (Tenth to Eleventh centuries) and their audiences, in Journal of medieval history, XLII (2016), 4, pp. 429-455.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”.
Nel IX sec., una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) (‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) racconta di S. Saba a Palinuro, dell’incontro con Pietro e localizza il Mercurion
Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, nel vol. I, a pp. 66-67-68, in proposito scriveva che: “Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in un altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion’) di Salerno (232), chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perchè oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio (233), ci informa anche che il cenobio di S. Nazario, come molti di quelli sparsi nell’antica chora di Velia, erano stati fondati da religiosi del Mercurion e non da queli del Latinianon (234), come dimostrano alcuni toponimi viventi (235) che ricordano il maestro di S. Nilo, S. Fantino.”. Ebner, a p. 66, nella nota (232) postillava: “(232) Codex Criptensis B, II, f. 175….Per la bibliografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Ebner, a p. 67, nella nota (233) postillava: “(233) ….Del resto lo stresso Cappelli (cit., p. 229) riporta dalla ‘Historia et laudes….’ cit., del patriarca di Gerusalemme Oreste, la descrizione del “Mercurion come solitaria provincia monastica incuneata tra i confini di Calabria e Longobardia, al limite cioè dell’impero bizantino e del principato di Salerno al controllo dei quali così sfuggiva, come all’altro del vescovato di Cassano alla Jonio”, provincia, però, sempre sottoposta a Bisanzio, come mostra il ‘Bios’ di S. Nilo, I, 5. Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro che Oreste ubica “nei territori della Lucania”, ubicazione possibile se nel Lucania si vede il gastaldato. Il Cappelli, p. 278, ammette che il Mercurion e il Latinianon erano stati riconquistati da Niceforo Foca.”. Ebner, a p. 67, nella nota (234) postillava che: “(234) Sede del gastaldato omonimo ancora nel 950/1, come vorrebbe il ‘Chronicon salern., ma bizantino con Niceforo Foca. Cfr. il documento del 1041 che il Cappelli, p. 258, riprende da Robinson. Ma già nel 968 era stato sottoposto dal patriarca di Costantinopoli Poliento alla chiesa metropolitana di Otranto.”. Ebner, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Bios ci parla pure della via percorsa e del tempo impiegato da Nicola per giungere a S. Nazario (236), cioè una buona giornata di cammino seguendo la linea costiera.”. Ebner, a p. 68, nella nota (236) postillava: “(236) Odierna frazione del comune di S. Mauro la Bruca (Salerno). Sul tempo impiegato vedi Bios, I, 6.”. Dunque, Ebner scriveva che il casale di S. Nazario è una frazione dell’odierno Comune di S. Mauro la Bruca nel basso Cilento, o Cilento maridionale. Dunque, Ebner scriveva che: “Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro etc…” ma, cita la pagina sbagliata, perchè il Cappelli non ne parla a p. 356 ma a pp. 255-256. Infatti, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 255 e ssg., in proposito scriveva che: “Ormai bisogna però completamente e definitivamente rigettare questa interpretazione sia per Mercurion che per Lucania. La denominazione del primo deriva infatti da quella di un fiume e di un omonimo castello di Mercurium del quale si hanno notizie fino alla prima fase angioina rimanendone scarsi avanzi ed una chiesetta bizantina abbastanza ben conservata che dominano la confluenza del fiume Argentino con il Mercure-Lao (2), quasi ai confini attuali della Calabria settentrionale. A sua volta della seconda è stato riconosciuto il formidabile sito nei cospicui resti di una imprendibile fortezza che corona la sommità del monte Stella nel Cilento (3).”. Sempre il Cappelli, a p. 256 scriveva che: “Ai documenti però raccolti e conosciuti in base ai quali si era creduto che il territorio che nel medioevo prendeva da questo abitato la denominazione di Lucania fosse limitato al comprensorio sito tra i fiumi Sele ed Alento (4), posso ora aggiungere una preziosa testimonianza che ne allarga di molto i limiti e che ci viene offerta dall’agiografia di S. Saba di Collesano, redatta in greco nei primissimi anni del secolo XI dal patriarca Oreste di Costantinopoli (5). Il quale per la sua precisa informazione geografica e topografica dimostra di aver conosciuto di persona almeno una parte dei luoghi di cui parla per avere forse seguito il beato, di cui narra la storia, in qualche sua peregriazione. In questo testo infatti viene espressamente e chiaramente ricordato un luogo marittimo detto Palinodion, dove il beato Saba, che allora vi dimorava, ricevette la visita del suo amico Pietro giuntovi per via di mare da Amalfi; luogo indicato come sito, in perfetto accordo con l’espressione sempre usata nei predetti documenti, “nei territori della Lucania”. Nessun dubbio mi rimane infatti che la località Palinodion corrisponda al suggestivo azzurro capo argentato di olivi di Palinuro. In questo modo la regione che nel medioeso prendeva il nome dalla fortezza di Lucania doveva estendersi nel medioevo sulle coste tirreniche almeno fino al monte Bulgheria se non ancora più a mezzogiorno (6).”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (1) postillava: “(1) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia, auctore ORESTE patriarca Hierosolimitani (…edidit et adnotationibus illustrant I. Cozza-Luzi), Romae, MDCCCXCIII, p. 138, n. 0.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (2) postillava: “(2) V. in questo volume: Voci del Mercurion e Il Mercurion. E’ strano come assai di recente A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi proenienti dall’archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 1971, Città del Vaticano, 1958, p. 528, erroneamente situi Mercurion “nella valle del Crati”. Ivi ancora a pag. 484: la località Caricchio non si trova sita nel territorio di Morano Calabro, bensì in quello di Mormanno.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (3) postillava: “(3) V. Panebianco, A proposito della capitale della confederazione Lucana, in Rassegna Storica Salernitana”, VI (1945), pp. 108 ss.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (5) postillava: “(5) Historia etc…, op. cit., p. 0”.
Origini dei cenobi e monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania (ai confini Calabro-Lucani)

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco. L’Italia annessa al codice greco ‘Conventi Soppressi 626′, conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana e Palatina di Firenze (Archivio digitale Attanasio)
Il Monachesimo italo-greco o basiliano
Queste terre rivestono un’importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…). La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9; vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola (…). Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, anche nelle grotte e nei cenobi (…). Una grotta di natura carsica detta di S. Michele si trova presso Caselle in Pittari. Un’altra grotta, anch’essa detta di S. Michele, si trova a Sicilì a 10 Km. da Caselle in Pittari. Ancora oggi si può vedere il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro. Il Tancredi (…), riporta in proposito un passo del saggio di Biagio Cappelli (…), che nel 1957, scriveva: “Nel 570 i Longobardi, chiedendo il perdono a Dio delle loro colpe, avevano donato alla Chiesa il territorio di S. Giovanni; qui i monaci Basiliani scelsero la zona del Cesareto per coltivarla, incrementando gli armenti e assicurando, così, al Cenobio una notevole risorsa economica, costituendo esso un vero Baronato, investito di poteri feudali. A tal fine sembra che siano stati individuati sul posto i coloni di Roccagloriosa e di Celle di Bulgheria, che precedevano la comunità bizantina e che, poi rimasti a S. Giovanni a Piro, avrebbero formato il primo nucleo di abitanti ecc..”. Pietro Ebner (…), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricordal’immigrazione bulgara in Italia del 667 (43))”. Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno (…). Il Gaetani (…), ricorda come esistessero nella Diocesi di Policastro, a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia (…). Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (…), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (4).”. Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537 parlando della chiesa di Policastro in proposito scriveva che: “…imperatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo, acerrimi distruttori di sacre immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, delle quali non ultima al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime Chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò e nonostante la fondazione di due abbazie, addimandata una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (‘ab Epiro’), levatevi dà Calogeri orientali, quivi dalla persecuzione cacciati, pure la Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua sede di Roma (3). Ma non ebbero qui termine i duri travagli in che traboccò l’infelice regione lucana. Leone detto il sapiente (a. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore patriarca Anastasio consumato, e fece che le Chiese strappate alla divozione di Roma alla costantinopolitana sede fossero in perpetuo soggette. Ecc..”.

(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx
Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Anastasii Bibliotecarii in papa Paulo, apud Bernino, historia haer., tomo 2, seculo 8, pag. 399 (…), ovvero “Anastasi Bibliotecario” che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del 1709, tomo II, secolo VIII, p. 399, storia di “papa Paolo I°”, si veda p. 188 e s. (si veda p. 191). Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: “In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc..”. Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”.
La ‘Valle del Diavolo’, il monte ‘Cellerano’, il promontorio della Molpa, il capo Spartivento a Palinuro ed il suo entroterra
Franesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: “Santo taumaturgo, S. Nicodemo esercitò il suo carisma anche a favore delle vittime delle scorrerie saracene, ecc…Cappelli sottolinea che la ‘Vita’ di S. Nicodemo, come pure quella di S. Saba, specifica che il luogo dove egli si era stabilito era una zona che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata al culto degli dei infernali. L’agiografo infatti narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con le forme più varie, mostruose e allettanti. Il riferimento sarebbe in questo caso al culto di Palinuro e alla grotta delle Ossa, perchè per le sue tremende tempeste il Capo “ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva” (3). La localizzazione dell’eremitaggio di S. Nicodemo si rende a questo punto possibile e verosimile poco più a valle dell’antica area culturale dedicata a Palinuro sulla collina di S. Paolo, posta in posizione elevata, visibile dal mare, e della quale abbiamo già fatto cenno. Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo bizantino del Mercurion e del Cilento, e precisamente il tratto che corre dalla foce del Mercure-Lao a sud, a quella del Solofrone a nord, ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato i suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta di Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39). Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musumane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare. Questo capo, dove per i frequenti fortunali si è localizzato il leggendario naufragio del timoniere della nave di Enea e contro le cui rocce si infrangeva, per ricordare un caso, una una buona parte della flotta di Ottaviano che nel 36 a. C. navigava verso la Sicilia contro Sesto Pompeo (43), ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva. Alle quali venivano riferite, come ancora oggi si ritiene dai naturali del luogo, le molte ossa umane e di animali ammucchiate in una prossima grotta che invece appartengono all’età della pietra. Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Filgenzio: e cioè che il personaggio di Plalinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47). Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia. Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48). Nessun dubbio che questa corrisponde al suggestivo capo azzurro argentato di enormi olivi di Palinuro, se si considera che essa si trovava in un paese latino, ed infatti faceva parte del principato longobardo di Salerno, e se si tiene conto di un elemento di linguistico. E cioè che le due località della Calabria hanno un nome consimile al luogo ricordato dal biografo di S. Saba: il monte Planuda in territorio di Orsomarso e la contrada Palinuro nel comune di Colosimi. Ora, il nome ecc…Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’; Virgilio (…) e la sua ‘Eneide’; Licofrone (…); Alexandra (…) e la sua……………..e G. Alessio (…). Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Velleii Paterculi, ‘Historiae’, II, 78.”. Riguardo il testo citato si tratta di Velleio Pacercolo (…) e il suo ‘Historiae’. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Fulgentii, ‘De continentia Vergiliana: vedi il passo che ci interessa in D. Comparetti, ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, (s.d.), I, p. 136 n. 3.”. Riguardo il testo citato si tratta di Fabio Planciade Fulgenzio (Fulgentii), e del suo ‘De continentia Vergiliana’, ed il passo di D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo ai testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia…………, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (49) postillava che: “(49) P. Zancani-Montuoro, op. cit., p. 16, n. 1”. Riguardo il testo citato si tratta di P. Zancani Montuoro (…) e del suo ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in ‘Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.’, XVIII, (1949). Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (50) postillava che: “(50)G. Rohlfs, ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle- Milano, 1932, ss. I, introd., p. 34.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s..
Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 189-190 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Sonosi pure rinvenute, scolpite rozzamente su pietra, varie iscrizioni di carattere greco, che fanno ritenere che i Greci abbiano avuto stanza in Lagonegro come in molti altri luoghi della regione. Questi popoli non s’hanno da confondere con gli antichi Elleni delle fiorenti città della Magna Grecia; essi furono dei Greci Bizantini, venuti per lo più in abiti di frati dall’Oriente donde emigrarono, principalmente dopo le persecuzioni iconoclaste del secolo VIII, e continuarono a parlare e a scrivere la lingua greca in mezzo a popolazioni che parlavano l’italico od il basso latino. Gli storici patrii surriferiti riportano qualche breve iscrizione greca, desunta qua e là da antiche lapidi, che sono andate disperse. In una lapide ‘affissa nel frontespizio dell’Ospedale di S. Maria delle Grazie’ – che fu diroccato dal terremoto del 1836 – il Falcone riferisce che era scolpita una strana epigrafe, che da alcuni ‘virtuosi’ era ritenuta di ‘caratteri negromantici (?) usati per rendere oscura l’èra’, ma che dallo stesso Mons. Falcone fu interpretata per greco latina così: ‘Crux Iusu – λυσον την δουλην χριστου libera servam Christi’. “.
Nel 952, l’invasione araba della Sicilia, S. Cristoforo, S. Saba, S. Macario, la migrazione di monaci in Calabria e nel Cilento e la fondazione di monasteri
Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, … – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo. Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell’827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo. Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte]. Per quanto riguarda l’onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l’intero territorio dell’Italia meridionale rimasero possedimenti dell’Impero d’oriente fino alla conquista normanna. San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d’accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile. Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d’Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – Nacque probabilmente nei primi due decenni del X secolo da Cristoforo e da Kale, a Collesano, in provincia di Palermo. Rispetto alle condizioni sociali della famiglia dalle fonti si desume solo che il padre Cristoforo non era indigente e possedeva dei terreni. Fu educato da maestri locali, che lo istruirono in materia di religione. In data non precisabile, ma quando Saba e suo fratello Macario erano ancora molto giovani, il padre decise di farsi monaco presso il monastero di S. Filippo di Agira (in provincia di Enna), il più importante centro di spiritualità italo-greca in Sicilia (Historia et laudes…, a cura di I. Cozza-Luzi, 1893, pp. 7, 73; anche per le notizie successive sulla vita di Saba la fonte principale è la sua agiografia). La fama della santità di Cristoforo, mandato dall’egumeno Niceforo a restaurare l’eremo di S. Michele in Ktisma, spinse numerose persone a dedicarsi alla vita monastica, tra cui i suoi due figli Saba e Macario, che si fecero tonsurare anch’essi presso S. Filippo (la madre Kale più tardi fondò un cenobio femminile). Le straordinarie virtù del giovane Saba furono presto notate da Niceforo, il quale lo pose presto a capo della comunità di S. Michele di Ktisma al posto del padre. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). In data non precisabile Cristoforo decise di partire per un pellegrinaggio a Roma e Saba si trovò alla guida di questa rete di istituzioni religiose. Si recò poi a sua volta a visitare le tombe degli apostoli quando il padre tornò in Italia meridionale e in seguito si ritirò in una cella presso S. Lorenzo sul Sinni.”. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 47 scriveva che: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Etc…”. Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48, in proposito scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie del principato di Benevento, ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro intensissimo di vita monastica. Qui si sabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una nuova “Tebaide”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 43, in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali. Una di esse fa capo e muove dalla Terra d’Otranto. L’altra che si avvia dal mare di Reggio giunta che è ad ingrossare le schiere dei penitenti già stanziati nel Mercurion (26), si irradia di qui ancora in due direzioni. La prima va verso levante nella regione del Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Vulture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste joniche; la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Etc…”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, pp. 14-82”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. Etc…”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Un’ulteriore scorreria saracena nel 951-952, legata alla disastrosa campagna in Calabria del patrizio Malakeinos, costrinse Saba a muoversi nuovamente verso nord, questa volta nella regione del Latiniano in Lucania. Anche qui il religioso si dedicò alla rifondazione di un monastero presso un’antica cappella dedicata a s. Lorenzo nelle vicinanze del fiume Sinni, la cui guida affidò in seguito al fratello Macario per alternare periodi di eremitismo a periodi di vita comunitaria. Tale alternanza, tipica di questa fase del monachesimo greco in Italia meridionale, caratterizzò tutto il resto dell’esperienza religiosa di Saba fino alla sua morte.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba.”. Riguardo la fuga di alcuni monaci dalla Sicilia, ha scritto Paolo Lamma (….), citato dal Bulgarella a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, …..Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, etc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Anche l’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: “Anche il Monachesimo – che ebbe sempre in Lagonegro fede e favore vi si stabilì in tempi remotissimi; e già nello stesso Cap. IX abbiamo discorso dei ‘Frati Solitari’ e di S. Macario Abate, i quali, secondo appare da un Codice della Biblioteca Vaticana che noi non abbiamo potuto consultare, cacciati dalla Sicilia dai Saraceni, verso la fine del secolo VIII ed i principi del IX, si spinsero fino a Lagonegro, dove fondarono un monastero, che vuolsi essere quello di S. Maria degli Angeli, etc…”. Sulla questione delle date di arrivo di questi monaci che il Pesce chiama “Solitari”, il Pesce, sulla scorta del Falcone, cita il Ciccone (…). Sulla cronologia proposta dal Ciccone (…), però, faccio notare che su wikipedia, alla voce ‘S. Macario’ leggiamo che: “Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte].”. Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Don Francesco Ciccone, Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra San Macario Abate e novena, 1907. Don Ciccone, nativo di Teora, era Arciprete curato di Santa Maria della Misericordia in Oliveto Citra. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: “In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, vissuto tra la fine dell’8° ed i principi del 9° secolo, appartenne ad un ordine monastico detto dei ‘Solitari, i quali, cacciati dalla Sicilia, loro culla, dai Saraceni, chiesero ricovero e passarono nel continente presso Reggio. “Ma i Saraceni – scrive l’agiografo – si spingono fin nella media Italia, ed i perseguitati Solitari fuggono di nuovo e fissano la loro dimora a Lagonegro, dove fondano un bel monastero, del quale, dopo la morte di S. Cristoforo, diviene capo S. Saba. In tale tempo, sedatisi alquanto gli Ismaeliti, i buoni Monaci ebbero un pò di tregua, ed il nuovo Monastero potè accogliere tanti e tanti uomini desiderosi d’abbandonare le terrene vanità per consacrarsi alla vita contemplativa. Di S. Saba ha intanto necessità di recarsi a Roma, e S. Macario viene nominato Superiore della cenobitica famiglia….Ma non andò a lungo e gli Ismaeliti continuarono a infestare quei luoghi della bassa Italia, e, spingendosi fino a Lagonegro, costrinsero quegli abitanti a fuggire atterriti. Obbligati a fuggire pur essi i poveri perseguitati Solitari trovarono ospitalità in quel di Salerno, nè lo scrittore precisa il luogo” (1). Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle – il Monastero fondato nel 9° secolo in Lagonegro dai Solitari deve appunto essere quello della Madonna degli Angeli, il quale così avrebbe origine antichissima. Certo s’è pure che nel mille vi presero stanza i Padri Benedettini sotto il titolo di S. Gerolamo, quando il succedersi dei barbari invasori, le incessanti persecuzioni e l’insidie dei tempi insicuri spingevano i più deboli, dall’animo mite ed ascetico, ad appartarsi dal mondo e porsi, fra i cilicii e le pertinenze, in più diretta comunicazione con la Divinità.”. In questi passi il Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Il Pesce, in questo suo scritto si riferisce pure al manoscritto di Falcone (…). Si tratta di un manoscritto in lingua latina che recentemente Carlo Calza (…), ne ha curato l’edizione per i tipi di Zaccara. Si tratta del manoscritto di Alessandro Falcone (…) e del suo ‘Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta del dottore Alessandro Falcone’.
Nel 952, l’invasione araba della Sicilia, S. Cristoforo, S. Saba, S. Macario e la fondazione di monasteri nel basso Cilento
Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, … – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo. Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell’827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo. Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte]. Per quanto riguarda l’onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l’intero territorio dell’Italia meridionale rimasero possedimenti dell’Impero d’oriente fino alla conquista normanna. San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d’accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile. Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d’Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – Nacque probabilmente nei primi due decenni del X secolo da Cristoforo e da Kale, a Collesano, in provincia di Palermo. Rispetto alle condizioni sociali della famiglia dalle fonti si desume solo che il padre Cristoforo non era indigente e possedeva dei terreni. Fu educato da maestri locali, che lo istruirono in materia di religione. In data non precisabile, ma quando Saba e suo fratello Macario erano ancora molto giovani, il padre decise di farsi monaco presso il monastero di S. Filippo di Agira (in provincia di Enna), il più importante centro di spiritualità italo-greca in Sicilia (Historia et laudes…, a cura di I. Cozza-Luzi, 1893, pp. 7, 73; anche per le notizie successive sulla vita di Saba la fonte principale è la sua agiografia). La fama della santità di Cristoforo, mandato dall’egumeno Niceforo a restaurare l’eremo di S. Michele in Ktisma, spinse numerose persone a dedicarsi alla vita monastica, tra cui i suoi due figli Saba e Macario, che si fecero tonsurare anch’essi presso S. Filippo (la madre Kale più tardi fondò un cenobio femminile). Le straordinarie virtù del giovane Saba furono presto notate da Niceforo, il quale lo pose presto a capo della comunità di S. Michele di Ktisma al posto del padre. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). In data non precisabile Cristoforo decise di partire per un pellegrinaggio a Roma e Saba si trovò alla guida di questa rete di istituzioni religiose. Si recò poi a sua volta a visitare le tombe degli apostoli quando il padre tornò in Italia meridionale e in seguito si ritirò in una cella presso S. Lorenzo sul Sinni.”. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 47 scriveva che: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion aveva portato tutto un corredo di norme e di insegnamenti derivati dalla riforma di S. Teodoro Studita. Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano.Per opera di S. Saba nacque pure l’istituzione delle confederazioni monastiche. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Da Wikipedia leggiamo che: “Alla morte di Cristoforo, Saba gli succedette alla guida del monastero, tuttavia passava in eremitaggio cinque giorni alla settimana, lasciando a dirigere Macario (che ufficialmente era l’economo); intorno al 982 si recò in pellegrinaggio a Roma accompagnato da un altro monaco di nome Niceta, e fondò il monastero di San Filippo a Lagonegro. Nel 984 assistette Luca di Demenna negli ultimi giorni di vita ad Armento, seppellendone poi anche il corpo”. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48, in proposito scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie del principato di Benevento, ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro intensissimo di vita monastica. Qui si sabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una nuova “Tebaide”. Il Mercurion non era isolato; esso anzi era circondato da altre zone in cui la vita monastica aveva raggiunto una notevole diffusione, e che erano in stretti rapporti con il Mercurion stesso, come vedremo, anche nel campo diciplinare, quali ad esempio i territori di Latiniano (107) e di Lagonegro. In tutta questa zona la diffusione del monachesimo era stata accompagnata da una parallela diffusione di altre forme di dialetti locali (108), l’architettura religiosa e la pittura, i cui modesti, sparsi documenti, mostrano come la tradizione artistica di questi paesi risentisse direttamente l’inflenza calabrese, e , tramite questa, della grande arte orientale (109). In questa regione dunque si stabilirono Cristoforo, Saba e Macario, e la loro prima sede fu una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele, che fu il centro della laura abitata dai monaci che avevano accompagnato Cristoforo (110), e che quest’ultimo continuò a governare. Ecc…”. Il Borsari (…) a p. 47, nella sua nota (105) postillava che: “(105) S. G. Mercati, S. Mercurio e il Mercurion, in ‘Archivio storico per le Calabrie e la Lucania, VII (1937), pp. 295-296. Si veda anche l’etimologia, in verità alquanto macchinosa, proposta da Cappelli, ‘Il Mercurion’, in ‘Il monachesimo basiliano, cit., pp. 232-233.”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(107) La regione del Latiniano dovrebbe identificarsi con la zona attraversata dal medio corso del Sinni. Cfr. Ménager, La “byzantinisation”, cit. pp. 765-766, n. 3 e Cappelli, ‘Alla ricerca di Latinianon’, in ‘Il monachesimo basiliano, cit., pp. 253-274.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Rohlfs, ‘Scavi linguisici, cit., pp. 60-66.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (109) postillava che: “(109) Cappelli, ‘Il Mercurion’, cit., pp. 238-246.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(110) ‘Vita Christophori et Macarii, v. X, p. 83: segue trascrizione del testo greco del Luzzi.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 43, in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali. Una di esse fa capo e muove dalla Terra d’Otranto. L’altra che si avvia dal mare di Reggio giunta che è ad ingrossare le schiere dei penitenti già stanziati nel Mercurion (26), si irradia di qui ancora in due direzioni. La prima va verso levante nella regione del Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Vulture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste joniche; la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Come meta del viaggio del nuovo asceta sono però da escludere il focolare di pietà di Latiniano e quelli siti intorno ai monti Raparo e Vulture. Sia perchè posti sotto l’effettivo dominio dei Bizantini, il cui thema di Longobardia per quanto indeciso giunge appunto fino a quest’ultima montagna (28), sia perchè ubicati in luoghi assai interni e lontani dal mare come invece postula la biografia di S. Nilo. Poichè per quest’ultimo motivo è anche da non tenere conto del centro di Lagonegro, la indagine circa l’ubicazione del cenobio di S. Nazario, anche da questo punto di vista, è da limitarsi unicamente alla regione ascetica del Cilento che è compresa nel principato di Salerno.”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, pp. 14-82”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (27) postillava che: “(27) Il focolare ascetico di Latiniano e quelli di Lagonegro e del Cilento sono documentati da: Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, cit., passim. e specialmente p. 92; ecc….Vedi in questo volume il saggio ‘I monaci basiliani del Mercurion e di Latinianon e la riforma studitana‘.”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Per il Caffi, il Cappelli intendeva: Caffi A., ‘Santi e guerrieri di Bisanzo nell’Italia meridionale’. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (28) postillava che: “(28) A. Caffi, op. cit., p. 279.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. S. Fantino ed altri fratelli continuando le antiche relazioni tra i due centri ascetici si trasferirono nella regione sul Golfo di Policastro (23); S. Saba con i suoi monaci e la sua famiglia, tra cui il padre S. Cristoforo ed il fratello S. Macario, si avviarono verso una zona che non sembra abbia prima di essi avuto rapporti con il Mercurion. Infatti risalendo il corso del Mercure-Lao e discendendo quindi nell’alta valle del Sinni penetrarono nella regione del Latinianon (24).”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Vita di S. Nilo etc., cit., p. 42; per le relazioni del mercurion con la “regione dei principi” o con “le parti di sopra” o con “la regione superiore” che indicano sempre il Cilento meridionale, vedi ‘Vita di S. Nilo etc.’, pp. 8; 18; 42 e il mio scritto ‘S. Nilo, S. Fantino, S. Nicodemo’, in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (24) postillava che: “(24) Historia et laudes SS. Saba et Macarii etc., op. cit., pp. 17 s. e in questo volume: ‘Alla ricerca del Latinianon’.”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di “Santa Maria dei Martiri a Lentiscosa”, non dice nulla sull’antico Monastero di S. Cono di Camerota, ma a p. 278, ci parla di “Caritone (Iconio, III secolo; Betlemme, 350”: A lui si attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche che passarono nel ‘Typicon’, ossia nel formulario di San Sabae del monastero costantinopolitano di Stoudion, anche ad opera di Sant’Eutimio il Grande, di San Teodosio il Cenobriarca. Da giovane, sotto l’Imperatore Aureliano, ecc..ecc..”.

(Fig….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…)(Archivio digitale Attanasio)
Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, citato da Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, nel suo cap. 4: “E’, inoltre, probabile che Tursi fosse la capitale del tema, costituito dalle turne di Latinianon, Merkurion e Lagonegro (101).”. Dunque, in questo passo il Bulgarella crede Tursi la capitale del Tema di Lucania che era costituito dalle “turne” del Latinianon, Merkurion e di Lagonegro. Dunque, per il Bulgarella, Labonegro, all’epoca della prima invasione normanna, una delle ‘turne’ che costituiva il grande Tema Longobardo della Lucania. Il Bulgarella (…) a p. 35 nella sua nota (101) postillava che: “(101) La configurazione geografica, la capitale, il numero ed il nome delle turne sono quelli supposti da Andrè Guillou, La Lucanie byzantine cit., p. 119. Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – e ‘passim, A. Guillou, art. cit., p. 140, ritiene possibile che Lagonegro fosse un’eparchia a se stante, però non esclude la possibilità che facesse parte della turna o eparchia del Latinianon.”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si “localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Un’ulteriore scorreria saracena nel 951-952, legata alla disastrosa campagna in Calabria del patrizio Malakeinos, costrinse Saba a muoversi nuovamente verso nord, questa volta nella regione del Latiniano in Lucania. Anche qui il religioso si dedicò alla rifondazione di un monastero presso un’antica cappella dedicata a s. Lorenzo nelle vicinanze del fiume Sinni, la cui guida affidò in seguito al fratello Macario per alternare periodi di eremitismo a periodi di vita comunitaria. Tale alternanza, tipica di questa fase del monachesimo greco in Italia meridionale, caratterizzò tutto il resto dell’esperienza religiosa di Saba fino alla sua morte.”. Su S. Saba ed i suoi monasteri nel Lagonegrese ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. I, pp. 150-151 e s.. Il Martire (…) a p. 313 parla di “38. S. Saba di Colassai” (terra di Collesano, dice a p. 322) e s., in proposito scriveva che: “Succeduta la morte del figlio di detto sacerdote, Saba risuscitollo con ungerlo dell’olio delle lampadi di quell’Oratorio. Trattennesi ivi per qualche tempo in servizio di quei monaci; morti i quali, passò ad abitare nel paese di Lagonegro (15), là dove edificò un Oratorio in onor di S. Filippo Apostolo.”. Il Martire a pp. 324-325, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Lagonegro – E’ terra della Lucania, chiamata un tempo Nerula”.

(Fig….) Martire Domenico (…), ‘Calabria sacra e profana’, p. 319
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, il culto dell’Arcangelo Michele, praticato nella “Regione mercuriense”, era noto oltre i confini della stessa. Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, che, seguiti da altri profughi, costruirono alcune celle per i monaci. Sorgeva, così, il cenobio basiliano di S. Michele, che fu ben presto abbandonato per essere stato edificato vicino al mare, per cui esposto al pericolo delle incursioni saracene. Fin dalla fondazione vi accorse un gran numero di monaci, tanto che Cristoforo fu costretto, ma soprattuto per il terrore delle incursioni, a rifugiarsi in un luogo inaccessibile, lungo il Lao, ed edificarvi un altro cenobio. Fu costruito presso Papasidero, ripristinando una chiesetta diruta, nota per il culto che quelle genti vi professavano a S. Stefano protomartire (23). Il martirologio fu tantaparte del monachesimo orientale! Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pesante richiesta di soccorso, a causa d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio del Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che altri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27). Intorno al 940, Nicola da Rossano, abbandonata la famiglia, si era rifugiato “ai monasteri che erano intorno al Mercurio” (28). Da monaco, prese il nome di Nilo, come l’omonimo Sinaita. L’immediata ingiunzione del “governatore di tutta la regione” (29) agli igumeni di non tonsurare il neofito rivela l’egemonia bizantina in atto su gran parte del territorio longobardo. Difatti, la riscossa imperiale che, aveva avuto inizio con la dinastia macedone di fine secolo IX, si era esaurita solo nella seconda metà del X. Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30). Tuttavia, nonostante la situazione fluttuante ed incerta alle frange del Principato, il potere del basileus non doveva comprendere la Lucania centro-occidentale (31), se Nilo fece perdere le sue tracce, rifugiandosi nel monastero di S. Nazario, presso Celle di Bulgheria, territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno. Come si vede, caratteristica peculiare del monachesimo basiliano furono i buoni rapporti con le Eparchie, anche se poste in terrotorio diverso per potere politico. Dopo un triennio di permanenza fra la comunità del monastero eparchico o dell’igumeno Fantino, Nilo, intorno al 943-944, si ritirò a vita eremitica nella spelonca di S. Michele Arcangelo e, successivamente, in altra “piccola caverna, che egli di propria mano si era scavata” (33). Vi dimorò per un decennio, modellandosi alla santità con l’ascesi e la rigida osservanza di pratiche religiose, come “i molti digiuni”, le veglie, le prostazioni, i maltrattamenti innumerevoli” (34). La permanenza nella grotta di S. Michele Arcangelo costituì per Nilo l’ingresso alla santità; l’ingresso fra i grandi della Chiesa. Vi trasorreva le giornate lavorando e pregando con ritmo intensissimo. “Dallo spuntare del giorno – come dice il Bios (35) – sino all’ora di terza (le nove) scriveva con carattere corsivo, minuto e compatto usando una scrittura sua particolare, riempendo un quaderno al giorno, per adempire il divino precetto di lavorare” (36), ecc..”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Cozza-Luzi, op. cit.; Martire D., La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 308; S. Napolitano, Ricordi dell’asetismo bizantino in Papasidero, estratto da “BBGG”, n.s., vol. XXX, (1976), p. 119″. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Sebbene le genti vivessero sotto l’incubo delle incursioni, la costa annoverava le città di Yele, Cirella, Blanda, Buxentum, che non potevano essere del tutto spopolate.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani, Napoli, 1963”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (28), postillava che: “(28) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (29), postillava che: “(29) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (30), postillava che: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicephore Phocas, Pais, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc, Paris, 1904.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (31), postillava che: “(31) Attualmente, gran parte compresa nella provincia di Salerno”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (32), postillava che: “(32) G. Giovanelli, op. cit., Idem, Il monastero di S. Nazario ed il Baronato di Rofrano, in “BBGG”, III, (1949); B. Cappelli, I basiliani nel Cilento superiore, in “BBGG”, XVI (1962).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (33), postillava che: “(33) La grotta di S. Michele Arcangelo va ubicata fra i “Casalini di Santo Michele”, sullo sperone roccioso alla destra del fiume Abatemarco. Era difficilmente reperibile. Il Santo “passava ccc…(G. Giovanelli). Sarà stata una grotta-rifugio e dei primi cristiani della vicinissima Polis, e della diaspora monastica orientale del VII secolo. Vi si praticava, certamente, il culto antichissimo e popolare di S. Michele, se nell’Arcangelo trassero il toponimo Serra Bonangelo e Sant’Angelo, se una bellissima grotta, sulla destra del Corvino, ecc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (34), postillava che: “(34) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(35) Idem, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 88, in proposito a S. Fantino scrivevava che: “Si allontanò ancora per trasferirsi, ammalato, nel monastero del “beato Fantino” (42), quando un tumore lo aggredì “negli organi vocali, così da renderlo completamente afono” (43). Nello stesso monastero si recava per festeggiare con la comunità monastica alcune ricorrenze liturgiche. Riceveva, ogni settimana, il pane del “grande Fantino”, pane che spesso sostituiva con legumi cotti, carrube (44), bacche di mirto e di corbezzoli. Ripagava il dono del pane “con il lavoro delle sue mani, i libri trascritti da lui (45). I pochi resti manoscritti vengono considerati dalla Congregazione dei Riti come “reliquie Venerande”. Con le pratiche religiose e con l’ascetismo avviò alla santità, nella stessa spelonca, i primi discepoli, Stefano e Giorgio. Sarebbe stata, quella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto” (46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tante che “il grande Fantino” andava predigendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e istrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili” (47).”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (42), postillava che: “(42) Non è facile ubicare il monastero eparchico o del “beato Fantino”. Resti antichissimi, precedenti quelli del nucleo e della torretta in cima al colle, affiorano sul costone, ad occidente. Poichè il Bìos dice che Nilo, ammalato, vedeva passare davanti alla cella un frate che andava a pescare, è opinabile che sorgesse ad occidente della fortezza, da dove si può scorgere un tatto del Lao, particolarmente pescoso.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (43), postillava che: “(43) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op, cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (44), postillava che: “(44) Nei pressi di Abatemarco, una contrada conserva il toponimo di “Carruba”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (45), postillava che: “(45) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Idem, op. cit.”.
Nel 952, un’eparchia o la ‘turma’ di Lagonegro, il monastero di S. Filippo (per il Borsari) e della Madonna degli Angeli (per il Falcone e per il Pesce)

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio)
Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che: “Vi sono attualmente in tutta la diocesi soltanto cinque conventi. Quello dei Cappuccini di Lagonegro, come già si è detto in precedenza, è stato soppresso, ma, sempre a Lagonegro, ve ne è un altro dello stesso Ordine.”. Da Wikipedia, in riferimento a S. Saba leggiamo che: “Alla morte di Cristoforo, Saba gli succedette alla guida del monastero, tuttavia passava in eremitaggio cinque giorni alla settimana, lasciando a dirigere Macario (che ufficialmente era l’economo); intorno al 982 si recò in pellegrinaggio a Roma accompagnato da un altro monaco di nome Niceta, e fondò il monastero di San Filippo a Lagonegro. Nel 984 assistette Luca di Demenna negli ultimi giorni di vita ad Armento, seppellendone poi anche il corpo“. Filippo Bulgarella (…) a p. 35 nella sua nota (101) postillava che: “(101) La configurazione geografica, la capitale, il numero ed il nome delle turne sono quelli supposti da Andrè Guillou, La Lucanie byzantine cit., p. 119. Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – e ‘passim, A. Guillou, art. cit., p. 140, ritiene possibile che Lagonegro fosse un’eparchia a se stante, però non esclude la possibilità che facesse parte della turna o eparchia del Latinianon. Vera Von Falkenhausen, op. cit., p. 72, ritiene che i confini meridionali del tema fossero spinti fin dentro il Val di Crati, comprendendo anche Cassano, da lei considerata probabile capitale del tema. Venturino Panebianco, Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania in ‘Rivista storica calabrese’, n.s. I (1980), pp. 189-193, in part. p. 192, avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano.”. Dunque, il Bulgarella citava Venturino Panebianco (…), il quale, nel suo ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’, a p. 189 e s. ci parla dei themi della Lucania e di Lagonegro. Venturino Panebianco a p……, in proposito scriveva che: “…………
Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 49, riferendosi a Cristoforo che morì nella regione o eparchia monastica detta del ‘Latinianon’, in proposito scriveva che: “Lì Cristoforo morì, affidando definitivamente la guida dei suoi monaci a Saba, e poco dopo fu seguito nella tomba dalla moglie Calì. La vita di Saba fu molto avventurosa di quella di Cristoforo: i suoi viaggi furono più numerosi, e più del padre egli entrò in relazione con i personaggi maggiormente autorevoli della sua età. Già mentre si trovava nel monastero di S. Michele Arcangelo, al Mercurion, egli aveva compiuto l’abituale pellegrinaggio a Roma, e successivamente l’altro pellegrinaggio allora altrettanto diffuso, a Gerusalemme ed ai luoghi santi; ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, il culto dell’Arcangelo Michele, praticato nella “Regione mercuriense”, era noto oltre i confini della stessa. Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, che, seguiti da altri profughi, costruirono alcune celle per i monaci. Sorgeva, così, il cenobio basiliano di S. Michele, che fu ben presto abbandonato per essere stato edificato vicino al mare, per cui esposto al pericolo delle incursioni saracene. Fin dalla fondazione vi accorse un gran numero di monaci, tanto che Cristoforo fu costretto, ma soprattuto per il terrore delle incursioni, a rifugiarsi in un luogo inaccessibile, lungo il Lao, ed edificarvi un altro cenobio. Fu costruito presso Papasidero, ripristinando una chiesetta diruta, nota per il culto che quelle genti vi professavano a S. Stefano protomartire (23). Il martirologio fu tanta parte del monachsimo orientale! Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pesante richiesta di soccorso, a causa d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio del Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che latri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Cozza-Luzi, op. cit.; Martire D., La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 308; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estratto da “BBGG”, n.s., vol. XXX, (1976), p. 119″. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Sebbene le genti vivessero sotto l’incubo delle incursioni, la costa annoverava le città di Yele, Cirella, Blanda, Buxentum, che non potevano essere del tutto spopolate.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani, Napoli, 1963”. Dunque, riguardo l’ubicazione di questi monasteri, Domenico Martire (…), che elencava anche quello “dei Marcari”, che io credo debba trattarsi del monastero di S. Pietro di Marcaneto a Scario, diceva essere commemorato nella ‘Vita di San Saba’, l’opera agiografica della vita del Santo di cui abbiamo già parlato. L’accostamento del Monastero di San Pietro di Marcaneto, che fa il Cappelli (…), risulta essere molto credibile, rispetto ad altre congetture, credendo che esso fosse da localizzare nell’area vicino ai due Monasteri detti dei ‘Taorminesi’ e dei ‘Siracusani’, citati entrambi i monasteri citati nell’opera agiografica di S. Saba da Collesano, in quanto, se facciamo riferimento ad un altro monastero sorto ed esistente nell’area, secondo la ‘Vita del Santo’, il monastero di ‘Kyr-Macaros’, citato in un atto di donazione dell’anno ……., e pubblicato dal Guillou (…). Giovanni Russo (…), recentemente, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion’, a p. 95, scriveva che: “Congiungendo i vari elementi di cui sino ad ora ho parlato, si potrebbe pensare all’Historia et laudes SS. Sabae et Macarii (144), nella quale si narra di un oratorio intitolato proprio a San Filippo, sebbene esso venga dislocato nella regione di Lagonegro, nei pressi del quale doveva trovarsi anche un monastero denominato Kyr Makaros. Di questo monastero parla anche l’atto di donazione del monaco Sofronio e fra i testimoni in calce al documento compare il nome di Nikon, catigumeno di Kir Makaros (145).”. Dunque, il Russo, sulla scorta del Cappelli e del Guillou (…), nella sua nota (145), postillava che: “(145) A. Guillou, op. cit., p. 60”. Dunque, le ipotesi che avanzava il Cappelli, circa la localizzazione in questo territorio di alcuni monasteri italo-greci o basiliani, di chiara fondazione pre-benedettina, cioè sorti prima dell’anno mille, e poi in seguito scomparsi, fossero da localizzarsi proprio nel nostro territorio del basso Cilento e non nella Calabria, dove, a differenza di ciò che credono alcuni – alcuni monaci da quì trasferitisi, andarono a fondare il nucleo fondande di alcuni monasteri italo-greci e poi benedettini in epoca Normanna in Calabria. Le ipotesi del Cappelli, sono state poi in seguito avvalate dalle carte latine e quelle più antiche di atti e donazioni ritrovate nell’Archivio Aldobrandini, che furono pubblicate dal Pratesi (…) e poi dal Guillou (…). Una di queste carte greche è proprio l’atto di donazione del monaco Sofronio dove fra i testimoni presenti alla cerimonia e firmatari del documento vi è il catigumeno (abbate) Nikon del monastero di Kyr-Macarios che il Cappelli, riteneva fondato dal fratello di S. Saba, S. Macario. Vera Von Falkenhausen (…), nel suo saggio “Il Monastero dei SS. Anastasio ed Elia di Carbone in epoca bizantina e normanna” (…), che stà ‘Il Monastero di Elia di Carbone e il suo territorio dal medioevo all’età moderna’, op. cit., in a p. 62 (…), scrive in proposito agli insediamenti basiliani nella nostra regione che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”. Vera Von Falkenhausen (…), a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Historia et laudes’, cit., pp. 14, 17, 21, s., 24, 27-29, 35, 39 s.; A. Guillou, La Lucanie byzantine. Etude de gregraphie historique, “Byzantion”, XXXV, (1965), pp. 119-149 ristampa in: id., Studieson Byzantine Italy, London 1970, X; E. Follieri, La vita di S. Fantino il Giovane. Introduzione, testo greco, traduzione, commentario e indici (Subsidia hagiographica, LXXVII), Bruxelles 1993, pp. 61-63.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p….., in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali………la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27)…….. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (27) postillava che: “(27) Il focolare ascetico di Latiniano e quelli di Lagonegro e del Cilento sono documentati da: Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, cit., passim. e specialmente p. 92; ecc..Vedi in questo volume il saggio ‘I monaci basiliani del Mercurion e di Latinianon e la riforma studitana‘.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 235 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p….., in proposito scriveva che: “Ma torno torno la zona così circoscritta vi erano ancora altre propaggini ascetiche non propriamente dipendenti, ma più o meno ad esa legate da eguali interessi di edificazione religiosa: quelle cioè di monte Mula, di Latiniano nell’alta valle del Sinni, di Lagonegro e di Aieta (50), sì che una indagine sul Mercurion deve anche tenere conto di queste latre regioni che hanno con esso vibrato all’unisono.”. Il Cappelli a p. 235 nella sua nota (50) postillava che: “(50) B. Cappelli, L’arte medievale in Calabria, cit., p. 286; lo stesso, ‘Recensione alla Guida d’Italia etc., cit. in A.S.C.L., VII, 1938, pp. 406 e ss.; lo stesso, ‘Una carta di Aieta etc.’, cit., lo stesso, ‘Aieta’, in “Brutium”, XII, 1942, n. 3; lo stesso: S. Basilio de Craterete etc. e ‘Alla ricerca di Latinianon’ in questo volume.”. Biagio Cappelli (…), a p. 238, ancora scriveva che: “E’ da ritenere che invece S. Saba fosse più imbevuto di idee occidentali e per i vari viaggi compiuti nei territori longobardi dove furono assai richieste ed apprezzate la sua saggezza e la sua esperienza, e per il suo stesso peregrinare per i diversi monasteri bizantini, che a lui facevano capo, siti, o quasi, in terra latina: nella regione di Latiniano, ai margini del Cilento e a Lagonegro (62).”. Il Cappelli a p. 235 nella sua nota (62) postillava che: “(62) “(5) ‘Historia et laudes’, cit., pp. 39, 46, 92 e passim; ‘S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo, I Basiliani del Mercurion e di Latinianon e l’influenza studitana’ e ‘Alla ricerca di Latiniano’, in questo volume.”. Biagio Cappelli (…), p. 265, in proposito scriveva che: “Dall’altra parte la posizione geografica di Episcopia, ce nel secolo X divenne il centro dell’espansione monastica nel territorio di Latinianon, risponde perfettamente ad un’altra notizia, anch’essa offerta dalle predette agiografie, la quale postula la continuità dell’eparchia ascetica di Latiniano con le altre del Mercurion, da cui S. Saba con i suoi monaci proveniva, e di Lagonegro, che gli stessi influenzarono, poichè tutti i cenobi siti in queste tre zone si trovano sottoposti alla autorità morale di S. Saba e dei suoi successori (41).”. Il Cappelli a p. 265 nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Historia et laudes’, cit., p. 92 e passim.”. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 49 parlando della regione del ‘Mercurion’ e di S. Saba da Collesano, figlio di Cristoforo, in proposito scriveva che: “Dopo la morte dei suoi genitori decise di allontanarsi da Latiniano, e, in cerca di solitudine, si ritirò in un oratorio dedicato a S. Filippo, a Lagonegro.”. Dunque, il Borsari (…), forse sulla scorta del testo di Salvatore Oreste (…), pubblicato dal Cozza-Luzi (…), voleva che S. Saba, dopo la morte dei suoi genitori, del padre Cristoforo e della madre Calì, si allontanò nella regione o eparchia del Latiniano e “si ritirò in un oratorio dedicato a S. Filippo, a Lagonegro.”. Anche l’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: “Anche il Monachesimo – che ebbe sempre in Lagonegro fede e favore vi si stabilì in tempi remotissimi; e già nello stesso Cap. IX abbiamo discorso dei ‘Frati Solitari’ e di S. Macario Abate, i quali, secondo appare da un Codice della Biblioteca Vaticana che noi non abbiamo potuto consultare, cacciati dalla Sicilia dai Saraceni, verso la fine del secolo VIII ed i principi del IX, si spinsero fino a Lagonegro, dove fondarono un monastero, che vuolsi essere quello di S. Maria degli Angeli, il quale fu poi occupato, verso il mille, dai Frati Benedettini alla dipendenza della Badia di Cava, e poi nel 1588 dai Cappuccini, che tuttora vi hanno sede. A quanto si conosce, fu sempre in vigore nella nostra Chiesa il rito latino, e neppure sotto la dominazione bizantina si potè introdurre il rito greco, che nel vicino Comune di Rivello fu adottato fino al 1572 nella Chiesa di S. Maria del Poggio, dove tuttora si trovano parecchie lapidi e pergamene con iscrizioni greche.”. In questo passo dunque, il Pesce (…), storico locale, sulla scorta del manoscritto dell’erudito locale e sacerdote Alessandro Falcone, riteneva che il monastero fondato da S. Saba, dopo la morte del padre Cristoforo o fondato dal padre stesso Cristoforo da Collesano, fosse il monastero di “a Lagonegro, dove fondarono un monastero, che vuolsi essere quello di S. Maria degli Angeli, il quale fu poi occupato, verso il mille, dai Frati Benedettini alla dipendenza della Badia di Cava, e poi nel 1588 dai Cappuccini, che tuttora vi hanno sede.”. Sulla questione delle date di arrivo di questi monaci che il Pesce chiama “Solitari”, il Pesce, sulla scorta del Falcone, cita il Ciccone (…). Sulla cronologia proposta dal Ciccone (…), però, faccio notare che su wikipedia, alla voce ‘S. Macario’ leggiamo che: “Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte].”. Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Don Francesco Ciccone, Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra San Macario Abate e novena, 1907. Don Ciccone, nativo di Teora, era Arciprete curato di Santa Maria della Misericordia in Oliveto Citra. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: “Lagonegro era sede di due Conventi di Padri Cappuccini, l’uno detto di S. Francesco, posto su d’un colle ameno già detto Ovidiano dal nome d’una cospicua famiglia estinta, ad ovest dello abitato, l’altro detto di S. Maria degli Angeli a circa 3 chilometri verso sud-ovest dietro il Monteiatile. Il primo, fondato nella metà del secolo XVII, è ridotto a caserma pei soldati di guarnigione; l’altro, acquistato all’asta pubblica dagli stessi monaci coll’annesso podere, è da essi occupato tuttora. In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, vissuto tra la fine dell’8° ed i principi del 9° secolo, appartenne ad un ordine monastico detto dei ‘Solitari, i quali, cacciati dalla Sicilia, loro culla, dai Saraceni, chiesero ricovero e passarono nel continente presso Reggio. “Ma i Saraceni – scrive l’agiografo – si spingono fin nella media Italia, ed i perseguitati Solitari fuggono di nuovo e fissano la loro dimora a Lagonegro, dove fondano un bel monastero, del quale, dopo la morte di S. Cristoforo, diviene capo S. Saba. In tale tempo, sedatisi alquanto gli Ismaeliti, i buoni Monaci ebbero un pò di tregua, ed il nuovo Monastero potè accogliere tanti e tanti uomini desiderosi d’abbandonare le terrene vanità per consacrarsi alla vita contemplativa. Di S. Saba ha intanto necessità di recarsi a Roma, e S. Macario viene nominato Superiore della cenobitica famiglia….Ma non andò a lungo e gli Ismaeliti continuarono a infestare quei luoghi della bassa Italia, e, spingendosi fino a Lagonegro, costrinsero quegli abitanti a fuggire atterriti. Obbligati a fuggire pur essi i poveri perseguitati Solitari trovarono ospitalità in quel di Salerno, nè lo scrittore precisa il luogo” (1). Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle – il Monastero fondato nel 9° secolo in Lagonegro dai Solitari deve appunto essere quello della Madonna degli Angeli, il quale così avrebbe origine antichissima. Certo s’è pure che nel mille vi presero stanza i Padri Benedettini sotto il titolo di S. Gerolamo, quando il succedersi dei barbari invasori, le incessanti persecuzioni e l’insidie dei tempi insicuri spingevano i più deboli, dall’animo mite ed ascetico, ad appartarsi dal mondo e porsi, fra i cilicii e le pertinenze, in più diretta comunicazione con la Divinità. Così quei primi anacoreti, Solitari o Benedettini, vissero e morirono colà in anguste celle, e quando, per mancanza di sufficienti rendite, abbandonarono l’edifizio, questo, nel 1558, fu occupato ed ampliato dai Frati Cappuccini. Riferisce il Falcone che in un muro del Coro furono ritrovati ‘gli Statuti della regola benedettina, scritti a mano con caratteri longobardi’, e conservati fino ai tempi suoi, e nella Chiesa antichissimi scheletri di Frati Benedettini, che furono indi murati dietro l’altare maggiore. Ecc..”. In questi passi il Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Don Francesco Ciccone (…), Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra San Macario Abate e novena, 1907. Don Ciccone, nativo di Teora, era Arciprete curato di Santa Maria della Misericordia in Oliveto Citra. Inoltre, il Pesce, in questo suo scritto si riferisce pure al manoscritto di Falcone (…). Si tratta di un manoscritto in lingua latina che recentemente Carlo Calza (…), ne ha curato l’edizione per i tipi di Zaccara. Si tratta del manoscritto di Alessandro Falcone (…) e del suo ‘Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta del dottore Alessandro Falcone’. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48 parlando della regione del ‘Mercurion’, accenna all’altra regione monastica o eparchia di Lagonegro e, in proposito scriveva che: “Il Mercurion non era isolato; esso anzi era circondato da altre zone in cui la vita monastica aveva raggiunto una notevole diffusione, e che erano in stretti rapporti con il Mercurion stesso, come vedremo, anche nel campo diciplinare, quali ad esempio i territori di Latiniano (107) e di Lagonegro……..In questa regione dunque si stabilirono Cristoforo, Saba e Macario, e la loro prima sede fu una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele, che fu il centro della laura abitata dai monaci che avevano accompagnato Cristoforo (110), e che quest’ultimo continuò a governare. Ecc…”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(107) La regione del Latiniano dovrebbe identificarsi con la zona attraversata dal medio corso del Sinni. Cfr. Ménager, La “byzantinisation”, cit. pp. 765-766, n. 3 e Cappelli, ‘Alla ricerca di Latinianon’, in ‘Il monachesimo basiliano, cit., pp. 253-274.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Rohlfs, ‘Scavi linguisici, cit., pp. 60-66.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (109) postillava che: “(109) Cappelli, ‘Il Mercurion’, cit., pp. 238-246.”. Il Borsari (…) a p. 48, nella sua nota (107) postillava che: “(110) ‘Vita Christophori et Macarii, v. X, p. 83: segue trascrizione del testo greco del Luzzi.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, citato da Giovanna Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, nel suo cap. 4: “Il ripristino della dominazione imperiale e l’espansione del monachesimo italo-greco”, a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “Andrè Guillou ha supposto che l’istituzione del tema di Lucania sia avenuta nella seconda metà del secolo X – attorno al 975 – e contestualmente alla aggregazione dei temi meridionali in una superiore unità amministrativa, il catepanato (98). Bisogna, però, tener presente che la sua esistenza è attestata soltanto da un documento del novembre 1042, contemporaneo alle prime fasi della conquista normanna (99). E, secondo Vera von Falkenhausen, l’istituzione sarebbe di poco precedente a tale data (1031-1043)(100). In ogni caso, il tema comprendeva la parte orientale della regione. E’ presumibile che il Basento lo separasse dal tema di Longobardia, ad ovest il Tanagro costituisse il naturale confine con il Vallo di Diano e la Lucania longobarda-salernitana, e a sud il Lao ed il Sinni lo separassero dal tema di Calabria. E’, inoltre, probabile che Tursi fosse la capitale del tema, costituito dalle turne di Latinianon, Merkurion e Lagonegro (101).“. Dunque, in questo passo il Bulgarella crede Tursi la capitale del Tema di Lucania che era costituito dalle “turne” del Latinianon, Merkurion e di Lagonegro. Dunque, per il Bulgarella, Labonegro, all’epoca della prima invasione normanna, una delle ‘turne’ che costituiva il grande Tema Longobardo della Lucania. Il Bulgarella (…) a p. 35 nella sua nota (101) postillava che: “(101) La configurazione geografica, la capitale, il numero ed il nome delle turne sono quelli supposti da Andrè Guillou, La Lucanie byzantine cit., p. 119. Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – e ‘passim, A. Guillou, art. cit., p. 140, ritiene possibile che Lagonegro fosse un’eparchia a se stante, però non esclude la possibilità che facesse parte della turna o eparchia del Latinianon. Vera Von Falkenhausen, op. cit., p. 72, ritiene che i confini meridionali del tema fossero spinti fin dentro il Val di Crati, comprendendo anche Cassano, da lei considerata probabile capitale del tema. Venturino Panebianco, Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania in ‘Rivista storica calabrese’, n.s. I (1980), pp. 189-193, in part. p. 192, avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano.”. Sempre il Bulgarella (…), nel suo saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 39, in proposito a Lagonegro aggiungeva che: “L’Eparchia di Lagonegro – la cui esistenza è tuttavia solo probabile – è intersecata nei suoi centri urbani di Lauria, Lagonegro e Rivello dall’antica via ‘Popilia’ (112). Il Latinianon corrisponde alle Valli dell’Agri e del Sinni, fiumi che pare fossero navigabili in età medievale (113). Peraltro, quest’ultima eparchia, già gastaldato longobardo, prendeva il nome dall’omonima città che è stata localizzata nei pressi di Polla (114).“. In questo passo, il Bulgarella, riguardo l’eparchia o la turna di Lagonegro mi sembra esprimersi esplicitamente. Il Bulgarella (…), a p. 39, nella sua nota (112) postillava che: “(112) A. Guillou, La Lucanie byzantine, cit., p. 140.”. Il Bulgarella (…), a p. 39, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Ivi, p. 138. In generale, sulla viabilità in età bizantina: A. Pertusi, Bisanzio e l’irradiazione della civiltà nell’Alto Medioevo, Settimane di studio del centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, XI, Spoleto, 1964, pp. 91-2, in part. p. 92, ove sottolinea che le antiche vie romane, in particolare la ‘Traiana’, l’Appia, la ‘Popilia’ e la ‘Latina’ “saranno le grandi direttrici lungo le quali si muoveranno i monaci italo-greci nei secoli IX-XI”.”. Il Bulgarella (…), a p. 39, nella sua nota (114) postillava che: “(114) A. Guillou, La Lucanie byzantine cit., p. 136 n. 4; Giliberti, L’ubicazione del Gastaldato di Latiniano, in Miscellanea in onore di M. Schipa, Napoli, 1925, pp. 4, 5-10.”. Bulgarella (…) nelle sue note postillava di Andrè Guillou (…) ed al sua ‘La Lucanie byzantine. Etude de géographie historique, in ‘Byzantion’ vol. XXXV, n° 1 (1965). La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. La Falcone (…) nella sua nota (197) citava il testo di Filippo Bulgarella (…). Il Bulgarella (…) scrisse pure il saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, da p. 13 a p. 43 che è stato pubblicato nel del testo a cura di Nicola Cilento (…) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, 1982. Il Bulgarella (…) cita anche Venturino Panebianco (…), e il suo saggio: ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’ che, scriveva il Bulgarella “avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…..Tra il Cilento e la Lucania si localizza invece la grangia di San Pietro in territorio di Rivello (oggi in provincia di Potenza), mentre nella Calabria settentrionale è Scalea con la chiesa di San Nicola di Siracusa (oggi in provincia di Cosenza).”. Sulla eparchia presente a Rivello sin dai primi anni del X secolo, ho parlato in un altro mio saggio ivi. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 256, riferisce un’interessante notizia e, scriveva in proposito che: “Per i consueti pellegrinaggi presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, una prassi per il basiliano, igumeni e monaci dell’archimandritato carbonense si imbarcavano dal porto di Maratea o da quello di Sapri (61).”. Il Campagna (…), nella sua nota (61), a p. 256, postillava che: “(61) J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit; G. Giovannelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. E’ una notizia che ci lascia un pò perplessi ma estremamente interessante. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”.
Nel 981-982, S. Saba, nel viaggio per raggiungere l’Imperatore Ottone II a Roma per conto del catepano bizantino di Puglia, Romano fu attaccato dai Saraceni e dovette rifugiarsi ad Amalfi
Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – In seguito Saba compì altri viaggi, motivati però da missioni diplomatiche o da nuove scorrerie arabe che lo costrinsero a cercare rifugio a settentrione. In corrispondenza della spedizione antisaracena di Ottone II (981-82), per es., il catepano d’Italia Romano, la cui identificazione risulta dubbia (Falkenhausen, 1967; trad. it. 1978, pp. 86, 188), chiese al monaco di intercedere presso l’imperatore per scongiurare una sua invasione in Calabria, che sarebbe stata motivata da sommosse delle popolazioni latinofone del Catepanato contro il governo bizantino. Tale missione diplomatica sarebbe databile alla prima metà del 981. Durante il viaggio il monaco fu però costretto dagli attacchi dei saraceni a rifugiarsi ad Amalfi, dove fondò un eremitaggio. Dovette tornare in Calabria per prendersi cura degli anziani genitori, ma, una volta spirati questi ultimi, riprese le sue peregrinazioni che lo condussero a Lagonegro, località in cui costituì un monastero dedicato all’apostolo Filippo. Successivamente ulteriori attacchi lo spinsero a trasferirsi nel territorio di Salerno, dove con i suoi discepoli diede vita a un’altra comunità religiosa. Saba si trovò così a gestire una rete di monasteri diffusi tra Calabria, Basilicata e Campania. Mantenne inoltre relazioni con altre figure oggetto di venerazione nel mondo italo-greco: nel 984 assistette, per esempio, al trapasso di s. Luca di Demenna (Vita S. Lucae Abbatis, 1794, col. 341). Oltre a ciò egli si trovò di nuovo, alla fine della sua vita, a svolgere un ruolo nelle vicende politiche dell’Italia meridionale alla fine del X secolo.”.
Nel 981-982, il viaggio di S. Saba da Ottone II a Roma per conto di Romano, catepano del tema bizantino di Puglia
Pare che Romano successe nel 985 al Catepano Calociro Calofinas che era stato impiccato. Secondo il ‘Codice diplomatico barese – Lupo, 56′, Romano è nominato catapano d’Italia tra l’autunno 984 e la primavera dell’anno successivo durante il regno dell’Impero Bizantino di Basilio II. Per Lupo si intente Lupo Protospada (…). Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – In seguito Saba compì altri viaggi, motivati però da missioni diplomatiche o da nuove scorrerie arabe che lo costrinsero a cercare rifugio a settentrione. In corrispondenza della spedizione antisaracena di Ottone II (981-82), per es., il catepano d’Italia Romano, la cui identificazione risulta dubbia (Falkenhausen, 1967; trad. it. 1978, pp. 86, 188), chiese al monaco di intercedere presso l’imperatore per scongiurare una sua invasione in Calabria, che sarebbe stata motivata da sommosse delle popolazioni latinofone del Catepanato contro il governo bizantino. Tale missione diplomatica sarebbe databile alla prima metà del 981. Durante il viaggio il monaco fu però costretto dagli attacchi dei saraceni a rifugiarsi ad Amalfi, dove fondò un eremitaggio. Dovette tornare in Calabria per prendersi cura degli anziani genitori, ma, una volta spirati questi ultimi, riprese le sue peregrinazioni che lo condussero a Lagonegro, località in cui costituì un monastero dedicato all’apostolo Filippo. Successivamente ulteriori attacchi lo spinsero a trasferirsi nel territorio di Salerno, dove con i suoi discepoli diede vita a un’altra comunità religiosa. Saba si trovò così a gestire una rete di monasteri diffusi tra Calabria, Basilicata e Campania. Mantenne inoltre relazioni con altre figure oggetto di venerazione nel mondo italo-greco: nel 984 assistette, per esempio, al trapasso di s. Luca di Demenna (Vita S. Lucae Abbatis, 1794, col. 341). Oltre a ciò egli si trovò di nuovo, alla fine della sua vita, a svolgere un ruolo nelle vicende politiche dell’Italia meridionale alla fine del X secolo.”. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 49, riferendosi a Cristoforo che morì nella regione o eparchia monastica detta del ‘Latinianon’, in proposito scriveva che: “La vita di Saba fu molto avventurosa di quella di Cristoforo: i suoi viaggi furono più numerosi, e più del padre egli entrò in relazione con i personaggi maggiormente autorevoli della sua età. Già mentre si trovava nel monastero di S. Michele Arcangelo, al Mercurion, egli aveva compiuto l’abituale pellegrinaggio a Roma, e successivamente l’altro pellegrinaggio allora altrettanto diffuso, a Gerusalemme ed ai luoghi santi; un successivo viaggio a Roma egli dovette compiere, verso il 982, inviatovi dal catepano Romano (112), perchè trattasse la pace con Ottone II, ma l’intervento dei Musulmani gli impedì di compiere la sua missione, ed egli dovette ritirarsi in una spelonca presso Amalfi, ad Atrani (113). Dopo la morte dei suoi genitori decise di allontanarsi da Latiniano, e, in cerca di solitudine, si ritirò in un oratorio dedicato a S. Filippo, a Lagonegro. Ma qui accadde quanto era già accaduto, all’estremità opposta della Calabria, ad Elia lo Speleota; la fama della sua virtù fece accorrere presso di lui molti monaci, per cui intorno a S. Filippo si formò un monastero, che accolse ben presto sessanta religiosi.”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (112) postillava che: “(112) Romano è indicato nel testo (‘Vita Sabae, v. XXII, p. 37) ecc..”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Il testo edito ha: il testo in greco ecc..che il Cozza-Luzi traduce: “Beatus autem Sabas, ad Amalphim secedens, in abdito specu, hominum rebus sublimior, queti sacrae vacabat” (‘Vita Sabae’, v. XXII, p. 38.”. Infatti anche la studiosa Vera Von Falkenhausen (…), nel suo saggio contenuto in “Calabria Bizantina’, aspetti sociali ed economici’ ed. Parallelo 38, a p. 54, in proposito scriveva che: “La Vita di San Saba racconta che il Santo, sfuggendo i Saraceni, affidò il tesoro del suo monastero a un amico di Amalfi (74).”. La Falkenhausen (…) a p. 54 nella sua nota (74) postillava che: “(74) ‘Historia et laudes S. Sabae et Macarii etc, op. cit., c. 36, p. 50.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 86, parlando di S. Saba, in proposito scriveva che: “Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che gli altri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (27).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.“. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, minacciato da una ribellione delle popolazioni che si rivolgevano per aiuto al ‘rex’, non sa ricorrere a miglior partito che all’intervento del santo monaco, il quale, per la fama della sua virtù, è in grado di recarsi a Roma e di compiere la sua missione di pace, mentre gli agareni minacciavano l’intera Calabria. Non importa molto se il nome del patrizio non è esatto e se invece che di Romano si debba parlare di Delfino Caloceos, quello che importa è che, nell’imminenza della spedizione di Ottone II, un monaco greco potesse presentarsi come mediatore tra il patrizio ‘basileus’ e lo sposo di Teofano, che, proprio alla vigilia della spedizione nell’Italia meridionale, aveva insistito nell’adoperare il titolo di ‘imperator Romanorum Augustus’. Lo si chiama ‘rex’ in questo testo greco, con un rigorismo forse superiore alle stesse fonti ufficiali, ma non si esita ad andare da lui e a intrattenere con la sua corte relazioni cordiali e amichevoli, ecc..”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Il Bulgarella a p. 40 parla degli inizi del X secolo quando Sant’Elia di Enna, a causa dell’espugnazione aglabita di Taormina e dell’intera Sicilia dap arte degli Arabi fu costretto a lasciare la Sicilia e si rifugiò ad Amalfi. Filippo Bulgarella (…), anche nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’ ha scritto di questo evento. Il Bulgarella a pp. 38-39 scriveva che: “Perciò non sorprende affatto che, in quelle circostanze, gli interlocutori della corte ottoniana siano stati personaggi di grande rilievo, come San Saba e San Nilo, San Gregorio di Cassano e Giovanni Filogato. Se è vero, infatti che nel 981 il catepano Romano, se non lo stesso ‘basileus’, inviò a San Saba in missione diplomatica a Roma perchè dissuadesse Ottone II dall’imminente spedizione nell’Italia meridionale e lo convincesse a rispettare la pace con Bisanzio, vuol dire che il vecchio asceta siculo-greco vantava al suo attivo un tale prestigio o relazioni così influenti all’interno della stessa corte sassone da potervi trovare facilmente credito e svolgere quindi opera di mediazione tra i due Imperi (41).”. Il Bulgarella a p. 39, nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ediz. a cura di G. Cozza-Luzi, Romae, 1893, c. 22, pp. 37 s. Cfr. J. Gay, ‘L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, cit., pp. 326 ss.; V. Von Falkenhausen, ‘La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo’, traduzione italiana, Bari, 1978, pp. 86, 183.”.
Nel 990, l’altro viaggio di S. Saba di Collesano a Roma da Ottone II per conto di Giovanni I Principe di Salerno e del duca Mansone di Amalfi
Il periodo preducale ebbe termine nel 954, quando Mastalo II s’intitolò duca al raggiungimento della maggiore età, ma morì nel 958. Il nuovo duca, Sergio I, fondò quindi una nuova dinastia, destinata a regnare ininterrottamente per i successivi 115 anni, tranne nel periodo 1039–1052, quando il Principe di Salerno conquistò il Ducato di Amalfi. Nel 991 Mansone I d’Amalfi dovette fronteggiare l’attacco di una flotta di Saraceni di Sicilia nel golfo di Napoli e Salerno. Lo racconta una fonte agiografica su s. Costanzo di Capri. Il duca offrì ai Saraceni terreni e doni, ma non poté evitare il saccheggio della costa. Probabilmente allora cadde prigioniero dei Saraceni con il figlio Giovanni (I) e il nipote Sergio (III), come emerge da un documento amalfitano del 1009. La cattura del duca potrebbe però essere avvenuta anche più tardi, forse nel 999, quando i Saraceni assediarono Salerno. Gli Amalfitani non furono in grado di vincere contro i Saraceni, sconfitti invece dai Pisani nella battaglia navale del 1005 presso Messina. L’incursione dei Saraceni di Sicilia non procurò tuttavia danni sostanziali al commercio degli Amalfitani con gli Arabi. Filippo Bulgarella (…), anche nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di S. Saba e della sua notevole influenza alla corte Sassone di Ottone II e di sua madre Teofano, ha scritto di questo evento. Il Bulgarella a pp. 38-39 scriveva che: “…..vuol dire che il vecchio asceta siculo-greco vantava al suo attivo un tale prestigio o relazioni così influenti all’interno della stessa corte sassone da potervi trovare facilmente credito e svolgere quindi opera di mediazione tra i due Imperi (41). Prova ne sia che il mancato compimento della missione non precluse affatto le sue vie di accesso a quella corte, a cui infatti si rivolse circa dieci anni dopo (990), nel corso di due nuove ambascerie a Roma per conto del principe Giovanni di Salerno e del duca Mansone di Amalfi, ottenendo la liberazione dei loro figli, tenuti in ostaggio dai tedeschi, grazie alla benevolenza di Teofano nei suoi confronti ed ai buoni uffici del vescovo Giovanni, il potente ministro identificabile con Giovanni Filogato (42).”. Il Bulgarella a p. 39, nella sua nota (42) postillava che: “(42) ‘Historia et laudes et SS. Sabae et Macarii’, ediz. cit., cc. 46 ss. pp. 63 ss. Cfr. J.B. Pitra, Analecta sacra’, I, Paris, 1876, pp. 306 ss.; U. Schwarz, ‘Amalfi nell’alto medioevo’, traduzione italiana , Salerno-Roma 1980 (Quaderni del Centro di cultura e storia amalfitana, 1), p. 80.“. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemm (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di ecc…Lo si chiama ‘rex’ in questo testo greco, con un rigorismo forse superiore alle stesse fonti ufficiali, ma non si esita ad andare da lui e a intrattenere con la sua corte relazioni cordiali e amichevoli, come attesta in un altro punto la vita di s. Saba, quando parla di un secondo intervento del santo presso Ottone per salvare il figlio del principe di Salerno, che era ostaggio dell’imperatore diffidente verso l’atteggiamento di Mansone di Amalfi, che aveva conquistato lo stato di Salerno (283). E’ interessante anche notare come l’azione di questi abati e organizzatori di una fiorente vita monastica in tutte le sue forme,, si sposti verso Amalfi, Salerno e Roma. Aveva cominciato Elia da Enna, rifugiato ad Amalfi mentre cadeva Taormina, riprende s. Saba questa tendenza che sarà compiuta con s. Nilo da Rossano. Di questa mirabile vita, forse la testimonianza più alta della grecità italiana del secolo X, vogliamo accennare qui alcuni spunti sulla consapevolezza del significato dei due imperi, nella loro sostanziale parità (284). Ecc..“. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (283) postillava che: “(283)Vita, cit., 22. un cenno a Ottone II col titolo di ‘basileus’ è nel codice parigino supplementare 920, a. 6490.”. Il Lamma (…), a p. 249, nella sua nota (284) postillava che: “(284) Per il ‘Bios’ di s. Nilo si veda l’ed. in P. G., 120.”. Riguardo ciò che postillava il Bulgarella, ovvero a U. Schawarz (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. II, a p. 132, nella sua nota (185) postillava che: “A proposito delle pergamene Amalfitane va segnalato che, …..cfr. M. Camera (‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, II, Salerno, 1876, 1881, p. 80) e riedito da U. Schwarz (‘Alle origini della nobiltà amalfitana’, Atti “Amalfi nel Medioevo”, Salerno 1977, pp. 369 e 375). Cfr. pure il documento del 977 (‘Codice diplomatico amalfitano’ , I, doc. X, p. 16), ecc…”. Dunque questa notizia è tratta anche dal Camera (…) che fu ripubblicato da Ulrich Schwarz (…).
Da Wikipedia, riferendosi a S. Saba dopo il 984, dopo aver liberato Armento leggiamo che: “In seguito si trasferì ancora, vivendo da solo in una grotta nei dintorni di Salerno. In questo periodo il figlio di Giovanni I, principe di Salerno, era ostaggio presso la corte dell’imperatore Ottone II; cedendo alle preghiere di Giovanni e di suo padre Mansone, Saba si recò nuovamente a Roma come ambasciatore ottenendo, anche grazie all’intercessione dell’imperatrice Teofano, la sua liberazione.”. Giovanni I (… – 1007) è stato un principe longobardo, di Salerno (981 – 983) e duca di Amalfi (1004 – 1007). Figlio di Mansone I, fu da questi associato al trono del Principato di Salerno, ma il loro governo fu molto impopolare. Padre e figlio furono spodestati da una rivolta popolare che portò al potere Giovanni II. Alla morte del padre ereditò il ducato di Amalfi, sul quale regnò appena tre anni. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba. Il quale lascia l’asceterio di Lagonegro per recarsi a Roma in missione diplomatica presso Ottone II per conto del principe di Salerno e del patrizio di Amalfi. Ma è soprattutto con S. Nilo di Rossano (X sec.) ecc..ecc..”. Il Bulgarella (…) a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Purtoppo il Bulgarella in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma si riferisce a “Oriente e Occidente” del 1968 e non quella che ho io del 1966 pubblicata a Padova. Il Bulgarella (…) si sa che San Saba partì da Lagonegro e si recò in missione dall’Imperatore Ottone II a Roma per conto del Principe di Salerno. Dalla Treccani on-line, in riferimento a S. Saba da Collesano leggiamo ancora che: “Saba da Collesano, santo. – Quando era ormai in età avanzata, infatti, sia il principe di Salerno sia il duca di Amalfi Mansone chiesero la sua intercessione presso la corte di Ottone III e di sua madre Teofano per ottenere la liberazione dei loro figli, presi in ostaggio da Ottone II durante la precedente campagna. A questo scopo Saba si recò due volte a Roma, dove il giovane imperatore si era trasferito, per conto dei due regnanti, conseguendo in ambedue i casi la liberazione degli ostaggi, grazie all’aiuto del vescovo di Piacenza Giovanni Filagato, anch’egli di origine italogreca (Canetti, 2000). Nel corso della seconda missione, tuttavia, Saba morì a Roma, nel monastero di S. Cesario. Attorno alle sue spoglie si produssero numerosi miracoli e la stessa imperatrice Teofano si recò a venerarle. La data del suo trapasso deve essere fissata a giovedì 6 febbraio 991 (Caruso, 1999, p. 573)”. Qui wikipedia cita Canetti edito nel 2000 (…). Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 49, riferendosi a Cristoforo che morì nella regione o eparchia monastica detta del ‘Latinianon’, in proposito scriveva che: “Come già nel 982, anche negli ultimi anni della sua vita Saba dovette recarsi a Roma per ottenere dall’Imperatore Ottone III (114) prima la liberazione del figlio del principe di Salerno, che era tenuto come ostaggio da Ottone, poi quella del figlio del patrizio di Amalfi; e in quest’ultimo viaggio morì a Roma, nel monastero di S. Cesario (115), lasciando il governo dei monasteri da lui fondati al fratello Macario, che gli sopravvisse di dieci anni, e che, quando morì a Salerno (116), nominò igumeno Luca.”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (114) postillava che: “(114) In verità la ‘Vita Sabae’, v. XLVI, p. 63, confonde Ottone III con Ottone II, ma si tratta di una confusione facilmente spiegabile. Del resto la citazione, della narrazione di questo episodio, del vescovo Giovanni Piacenza, il futuro antipapa Giovanni XVI (v. XLVIII, p. 66), elimina ogni dubbio.”. Il Borsari a p. 49, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Sul monastero greco di S. Cesario cgr. F. Dvornick, Les légendes de Costantin et éthode vues de Byzance, ecc.., Praga, 1933, p. 287.”. Il Borsari a p. 50, nella sua nota (116) postillava che: “(116) Il nome di Salerno si ricava dal moneo di Macario, edito in Cozza-Luzi, op. cit., pp. 97-106: segue testo in greco tratto da Cozza-Luzi.”. Mansone I (… – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV. Nel 991 Mansone dovette fronteggiare l’attacco di una flotta di Saraceni di Sicilia nel golfo di Napoli e Salerno. Lo racconta una fonte agiografica su s. Costanzo di Capri. Il duca offrì ai Saraceni terreni e doni, ma non poté evitare il saccheggio della costa. Probabilmente allora cadde prigioniero dei Saraceni con il figlio Giovanni (I) e il nipote Sergio (III), come emerge da un documento amalfitano del 1009. La cattura del duca potrebbe però essere avvenuta anche più tardi, forse nel 999, quando i Saraceni assediarono Salerno. Gli Amalfitani non furono in grado di vincere contro i Saraceni, sconfitti invece dai Pisani nella battaglia navale del 1005 presso Messina. L’incursione dei Saraceni di Sicilia non procurò tuttavia danni sostanziali al commercio degli Amalfitani con gli Arabi. Si veda Vera von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo’, Bari 1978, pp. 37 s., oppure V. von Falkenhausen, Il Ducato di Amalfi e gli Amalfitani fra Bizantini e Normanni, in Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello Stato medievale amalfitano. Atti del Congresso… 1981, Amalfi 1986, p. 18. Su San Saba e la notizia di un viaggio a Roma dall’Imperatore Ottone II e sua madre Teofano ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. II, a pp. 320-321 parla di “38. S. Saba di Colassai” e s., in proposito scriveva che: “E perchè nuovamente ritornarono i Saraceni a devastare i paesi della nostra Calabria, S. Saba con i suoi monaci partitosi, andò a ritirarsi in una Spelonca vicino Salerno (21). Quivi unitosi il grido della sua venuta, corsero tutte quelle genti, ch’eran da varie infermità e dagli spiriti maligni vessate, e ne otennero le grazie conformi ai loro bisogni. Fra gli altri vi capitò il Principe di Salerno (22) a pregarlo che si compiacesse andare in Roma dal Re dei Latini, che più anni tenuto avea il suo figlio prigione per ostaggio. E mosso a pietà di lui, vi andò e ottenne la grazia. Ritrovandosi dello stesso modo in mani del detto Re dei Latini il figlio del Patrizio d’Amalfi (23), fu nuovamente il Santo pregato e ripregato ad ottenere la grazia della scarcerazione. Partito poi per Roma giunse al Monastero di S. Cesario (24). Recatosi dal Vescovo Giovanni (25), costui ottenne dal detto Re il giovinetto dal Patrizio desiderato.”. Il Martire (…) a pp. 324-325, nella sua nota (22) postillava che: “(22) ‘Il Principe di Salerno’ – Chi fosse costui potrassi raccapezzare dal catalogo dei Principi di detta città appo Engenio, fol. 46. E si congettura che fosse un tal Giovanni, che governò dall’anno 984 al 993, là dove fa menzione di aver ricuperato lo Stato. E nella venuta degli Imperatori Ottone II. e III. nel Regno contro i Greci e i Saraceni, sarà facile che avessero contro i Principi di Salerno e anche di Amalfi proceduto a qualche fatto.”. Dunque, il Martire, sulla scorta di Cesare d’Engenio Caracciolo (…..), nel suo “Descrizione del Regno di Napoli”, scrive il Martire, quando parla nel ‘Catalogo’ dei Principi di Salerno, pag. 46.

Il Martire (…..), sulla scorta del d’Engenio Caracciolo (…..) dice che ivi congettura che fosse Giovanni I, Principe Longobardo di Salerno. E’ interessante ciò che scriveva Angelo Bozza (…) nella sua “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, dove, sulla scorta di Pietro Giannone (….), ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 968-971 scriveva che: “Ottone I fa per parecchi anni 968-971 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 87, nella sua nota (69) postillava in proposito che: “(69) I Guaimario ressero il Principato di Salerno dall’880 (con Guaimario I) al 1077 (con Gisulfo II). Guaimario III (IV nella serie cronologica ma III per gli storici antichi se solo si tiene conto che il vero Guaimario III premorì al padre Guaimario II), figlio del conte di palazzo Giovanni di Lamberto, cominciò a governare nel 989 col padre prima (sino al 999), coi figli Giovanni (avuto dalla prima moglie, Porpora, e morto nel 1018) e Guaimario V (ma IV, avuto dalla seconda moglie, Guaitelgrima) poi, sino alla morte sopraggiunta nel 1027. Cfr. A. Carucci, ‘Opulenta Salernum’, Salerno, Boccia, 1990, p. 115.”. Dunque il Fusco si riferiva la testo di Arturo Carucci (…), ‘Opulenta Salernum’, pubblicata nel 1990 per i tipi di Boccia.
Il Martire, nella sua nota (23) postillava del Patrizio di Amalfi, Manso o Mansone. Il Martire nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Patrizio di Amalfi’. – Il detto Engenio, fol. 54, parlando di Mansone III dice che tenuto avesse il Ducato anni sedici dopo l’anno 976; e che fosse reintegrato talora nello Stato, e lasciato avesse per Patrizio Imperiale Giovanni II detto Perrella, suo figlio. E così credesi che lui fosse allora Patrizio d’Amalfi, se pure non fosse stato Sergio VII, predecessore di detto Mansone.”.

(Fig…) Cesare D’Engenio Caracciolo, op. cit., p. 54
Il Martire (…), nella sua nota (26) postillava e citava l’opera di Rocco Pirro (…) che nella sua ‘Sicilia Sacra etc…‘, nel 1733, tomo I del suo “Notiziae Siciliensium Ecclesiarum Abbate Netino D. Roccho Pirro Auctore”, e il Martire dice, tomo I, fol. (pag.) 108, nota ai 5 di dicembre 884, quando il Pirro parla della Chiesa di Catania. Infatti il Pirro (…) a pp……in proposito scriveva che: “………………………….
Nel 12 luglio 982, la battaglia di Ottone II contro i Saraceni d’Africa e di Spagna
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni di Sicilia si spinsero nel territorio dei principi longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di Lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.“. Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a pp. 78-79, in proposito scriveva che: “Dal 975 al 981, Abu el Kàsem organizzò numerose incursioni dalla Sicilia, che estese financo in territorio longobardo. Per questo motivo (ma pare che abbia anche influito la rivolta di città e castelli bizantini contro lo stratega Romano) i principi longobardi chiesero l’aiuto di Ottone II. L’imperatore sassone fu sconfitto dai Saraceni di Abu el Kasem presso capo Stilo (94), il 12 luglio 982. Oltre al tentativo di Ottone II, i cui ideali di paladino antisaraceno sono discutibili,…etc…”. Il Campagna, a p. 79, nella nota (94) postillava: “(94) Il “Cocynthum promontorium” di Plinio (N.H., III, 10), presso cui scorre lo Stilaro. Nella battaglia del 12 luglio 982, Abul el Kàsem, successo nell’emirato di Palermo al fratello Ahmed (970), morì trafitto sul campo, dopo aver combattuto eroicamente. Sull’ubicazione della battaglia, Stilo o Capo Colonne (presso il tempio di Hera Lacinia), non si è raggiunta la certezza storica, per la vaga interpretazione di …………..(Aschlumberg e Gay)…..F. Gabrieli, Gli Arabi, Firenze, 1957; Anonimo Salernitano, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. I.; D. Leuzzi, La Calabria e i Musulmani, in “CL”, a. XIV, n. 3-4; F. Gabrieli, I Saraceni in Calabria, in “AC”, Roma. 1959, XXIV, 337-360″. Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tempo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-871 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificatareggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”.
Nel 1018, Melo di Bari, Osmondo Drengot ed i primi Normanni arrivati nell’Italia Meridionale
Le principali fonti storiche sulla vita e le imprese di Osmondo sono le opere degli storici Amato di Montecassino e Guglielmo di Apulia, suoi contemporanei. Osmondo era appartenente alla famiglia Drengot Quarrell, originaria di Villaines-la-Carelle, una località vicino Alençon, nella Bassa Normandia. Aveva quattro fratelli: Rainulfo, Asclettino, Gilberto e Rodolfo. Osmondo aveva ucciso una persona vicina al duca Riccardo II di Normandia, Guglielmo Repostel, che s’era pubblicamente vantato d’aver stuprato una giovane parente di Osmondo; con l’accusa di tale assassinio, Osmondo fu bandito dal regno. Così lui e tutti i suoi fratelli si accompagnarono a una masnada di 250 guerrieri (composta da altri esiliati, militari senza terra e avventurieri simili) in un pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo sul Gargano, al santuario dell’arcangelo-soldato Michele (1017). Alcune fonti affermano che i guerrieri normanni fecero una tappa anche a Roma per incontrare papa Benedetto VIII. Le fonti divergono sul capo della compagnia di ventura: Orderico Vitale e Guglielmo di Jumièges dicono che fosse proprio Osmondo. Per Rodolfo il Glabro era Rodolfo. Leone Ostiense, Amato di Montecassino e Ademaro di Chabannes nominano invece Gilberto Buatère: infatti la maggior parte delle cronache dell’Italia meridionale indicano in Gilberto il capo normanno nella battaglia di Canne (1º ottobre 1018). In Puglia i normanni guidati dai Drengot cominciarono ad offrire la loro protezione, dietro pagamento di un compenso, ai pellegrini diretti al santuario, in modo da metterli al riparo dalle scorrerie degli altri predoni, facendosi presto conoscere per la loro valentia nelle armi. Fu così che si unirono alle forze di Melo di Bari, il quale, dopo la fallita rivolta antibizantina del 1009-1011, cercava quel sostegno militare che scarseggiava tra i longobardi e che l’imperatore Enrico II gli aveva negato. Ma la battaglia combattuta a Canne (1º ottobre 1018) fu per gli insorti un vero disastro: le truppe furono decimate dai bizantini di Basilio Boioannes e lo stesso Osmondo, con Gilberto, caddero in battaglia . I superstiti della banda trovarono comunque rifugio ad Ariano, sull’Appennino campano, sede di un’importante contea longobarda; qui, nel giro di qualche anno, riuscirono a usurpare il potere, tanto che la contea normanna di Ariano venne formalmente riconosciuta dall’imperatore Enrico II di Franconia già nel 1022.[1] Successivamente Rainulfo Drengot sarebbe emerso come capo indiscusso delle rimanenti milizie normanne che, a loro volta, dalla Puglia dovettero ritirarsi in Campania. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.“. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “…..la saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna.“. Infatti, con la benedizione di papa Benedetto VIII, Melo nel 1015 si recò in Germania dall’imperatore Enrico II per chiedere aiuto. L’imperatore lo accolse tra i suoi vassalli e lo nominò Duca di Puglia, tuttavia non gli fornì alcun aiuto militare. Melo allora ritornò in Italia, si procurò il rinnovato appoggio dei principi longobardi e delle città dissidenti e assoldò alcuni cavalieri mercenari normanni, guidati da Gilbert Buatère, che fecero così la loro comparsa sulla scena politica italiana.
Nel 1017, HUGONE TUDEXTIFEN e ALTRUDA, genitori di Ruggero dell’Oria
Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.“. Dunque, Ugone Tudextefen venne in Italia insieme alla stirpe dei Drengot e si unì ai Bizantini di Melo di Bari per la conquista del Ducato di Puglia. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irrequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.“. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: “Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: “(65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: “(66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”. Dunque, da alcuni studi risulta che Ugone di Tudextefen si sposò con la longobarda principessa Altrude e, secondo Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “….divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.“. I due ebbero per figlio Ruggiero (dell’Oria) che visse al tempo al tempo di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero dell’Oria era figlio di UGONE e di sua moglie “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque Ruggero dell’Oria, il quale si sposò con BULFANARIA. Nel …….., la longobarda BULFANARIA DE ORIA, seconda moglie di Ruggero dell’Oria e madre di Gibel de Loria … Dunque, Ruggiero (dell’Oria), per poi arrivare al celebre ammiraglio Ruggero di Lauria.
Il rito greco a Lagonegro e resti nelle sue Chiese
Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: “A quanto si conosce, fu sempre in vigore nella nostra Chiesa il rito latino, e neppure sotto la dominazione bizantina si potè introdurre il rito greco, che nel vicino Comune di Rivello fu adottato fino al 1572 nella Chiesa di S. Maria del Poggio, dove tuttora si trovano parecchie lapidi e pergamene con iscrizioni greche.”. La stessa notizia è riferita da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, che p. 332 che, diceva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: “Lagonegro…. Riferisce il Falcone che in un muro del Coro furono ritrovati ‘gli Statuti della regola benedettina, scritti a mano con caratteri longobardi’, e conservati fino ai tempi suoi, e nella Chiesa antichissimi scheletri di Frati Benedettini, che furono indi murati dietro l’altare maggiore. Ecc..”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 244 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 244, in proposito scriveva che: “Mentre sono poi da citare….., nonchè i rozzi resti di un protiro con leoni stilofori, colonne e capitelli in una cappella di Lagonegro.”. Sempre il Cappelli a p. 245 scriveva che: “…e in una base di croce lapidea nella piazza grande di Lagonegro.”. Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc….Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che alcune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Volpe (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”.
Nel 1079, ‘Lacumnigrum’ o ‘Lacusniger’ tra le trenta parrocchie nella ‘Bolla di Alfano I’
La ricostituzione della sede episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), si citavano quelli di: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), Lacumnigrum (Lagonegro), ecc…

(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71 si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 80 e s. parlando della Diocesi di Policastro e di Lagonegro in proposito scriveva che: “II. Lagonegro ha fatto parte sempre della Diocesi di Policastro, e coll’antico nome latino di ‘Lacusniger’ trovasi noverato nella bolla dell’Arcivescovo Alfano di Salerno del 1079, con la quale fu ricostruita la Diocesi Bussentina. In detta bolla, che è ricordata nella Sinossi storica della Diocesi di Policastro (1), questa è circoscritta nei suoi antichi confini più estesi degli attuali, dal Cilento fino al fiume Mercuri in Calabria, e comprendeva molte Città e terre del Salernitano, della Basilicata e della Calabria.”. Dunque, il Pesce (…) ci ricorda che nella bolla di Alfano I, il toponimo di Lagonegro ivi riportato è “Lacusniger“ e non come è scritto in Laudisio (…), nella versione del Visconti, è scritto: “Lacumnigrum” come scrivevano invece il Troccoli e il Tancredi. Carlo Pesce ci cicorda che: “(1) Vedi il libro edito nel 1831 per ordine di Monsignor Laudisio ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica Synopsis’, che dicesi composta dal can. Rossi di Rivello.”. Il can. Rossi di Rivello, secondo ciò che trovo scritto sul testo della ‘Synopsi’ ripubblicato dal Visconti (…) trovo scritto “Lacumnigrum” e non “Lacusniger” come dice il Pesce. Dunque c’è qualcosa che non mi torna. Come mai il Rossi pubblicò “Lacumnigum” ? Sul testo originale e inedito della “Bolla di Alfano I conservato all’Archivio Arcivescovile della Diocesi di Policastro a Policastro è scritto “Lacunigru“. Anche il manoscritto del Mannelli (…) citò la bolla di Alfano I ma in esso non si leggono le località. Anche a pp. 128 e 130 il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto “Policastro Bussentino”, riportava la ‘Bolla di Alfano I ma riportava dei toponimi differenti rispetto all’originale inedito concessoci dall’attuale Archivista Don Pietro Scapolatempo (…). Il Cataldo riportava “Lacumnigrum”. Della ‘Bolla di Alfano’ ne parlò anche il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani”, pubblicato nel 1888, a p. 17 ma, la cita trascrivendone l’intitolazione senza trascriverne il testo completo. Il testo completo con i relativi confini della pastorale sono in Pietro Ebner (…), nel suo ‘Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Ebner (…) a p. 92 in proposito scriveva che: “Il testo, così autenticato e che trascrivo tal quale, è solo nell’introvabile saggio ‘Paleocastren dioecesis’ (Napoli 1831) del bussentino vescovo N. M. Laudisi, noto per serietà di studi e qualità umane, ecc…”, riportava “Castellum quod dicitur Mandelmo – Camarota – Arriuso – Caselle – Turturella – Turraca – Portum – Lacumnigrum – Revelia – Triclina – Ulia – Seleuci – Latronicum – Agrimonte – S. Athanasium – Vimanellum – Rotunda – Languenum – Rosolinum – Avena – Regione – Abb. Marcu – Mercuri – Ursimarcu – Didascalea – Castrocucco – Turtura – Laeta Marathia.” che sono le stesse località che trascrive il Laudisio (…) nella sua ‘Synopsi’ che come abbiamo visto fu curata dal sacerdote di Rivello De Rossi. Si è visto come il toponimo di “Lacumnigrum” riportato dal Laudisio non corrisponde al toponimo di “Lacunigru” riportato sull’originale concessoci all’ADP. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano.”. E sin quì concordo con ciò che scriveva il Gentile. Il Gentile però continuando il suo racconto su Morigerati, sempre in riferimento all’asenza del toponimo di Morigerati sulla bolla di ALfano I° aggiungeva che: “La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano.”. In sostanza il Gentile sosteneva che siccome il toponimo di Morigerati non figura nelle trenta parrocchie che figurano nella bolla di Alfano I questa assenza avvalora l’ipotesi ed è una prova che il casale di Morigerati dipendeva da tempo dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, prima antichissimo cenobio basiliano che nel X secolo era diventata una “baronia” che l’Ebner chiamò “ecclesiastica”. Io dico che ciò non è corretto in quanto, se così fosse, non si capisce perchè nella cosiddetta bolla di Alfano I risalente agli anni 1067 (come vuole l’Ebner) e datata 1079, figurasse il centro o il toponimo di “Casella” che invece è stata una delle dipendenze dell’abazia Rofranese. Caselle in Pittari, sotto il toponimo di “Casella” figura sulla bolla di Alfano I ed è stata sempre una delle dipendenze o grangia dell’Abazia di S. Maria di Rofrano. Infatti, l’assenza di alcuni centri o borghi nella lettera pastorale dell’Arcivescovo primate di Salerno Alfano I trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ risulta dubbia e strana. Forse uno o l’unico esemplare del documento che io pubblicai ivi per la prima volta, vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. In esso risulta il nome di Tortorella, di Torraca, di Caselle in Pittari ma non risultano i nomi di altri centri come Sicilì, Morigerati, Battaglia, ecc…

(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Storico e digitale Attanasio)
Anche Biagio Cappelli (…), si chiedeva come mai ma arrivò a dubitare sull’autenticità dell’antica pergamena. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: “mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. Il Cappelli arrivava a questa conclusione dubitando della sua autenticità sulla scorta del Racioppi (…) di cui ho già parlato ivi in un altro mio scritto. L’autenticità dell’antica pergamena è stata riscattata recentemente da Biagio Moliterno (…) ma sui centri mancanti o assenti (che non vi figurano) bisognerebbe indagare ulteriormente. Io credo che il motivo di questa assenza sia dovuta ad un’altra diocesi suffraganea (dipendente) dalla nuova Arcidiocesi di Salerno in quegli anni e cioè alla Diocesi di Marsico e forse di Cassano Jonico. Infatti, come io credo, alcuni centri delle nostre terre come Sicilì e Morigerati, che pure esistevano in quel periodo, non furono elencati tra le trenta parrocchie che dovevano costituire la nuova restaurata diocesi Paleocastrense perchè ricadevano in altre diocesi come si può vedere nell’immagine tratta dal Tancredi (…).

(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)
Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Del resto sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Il Laudisio (…), a p. 72 aggiunge ancora un’altro particolare interessante: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Jonico.”. Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in atichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Sempre il Laudisio a tal proposito aggiungeva che: “Vi è un’antica tradizione nel paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, ecc…..Dunque, questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao (37) fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo fu ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: …..”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea. Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59) p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Pietro Ebner (23), sulla scorta di Paolo Diacono (9) e di Goffredo Mataterra (24), parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “.
Nel 1144, Roberto di Lagonegro in una carta greca del monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ) pubblicato da Gertrude Robinson
Sugli Scullando, signori di Aieta, il Cappelli (…), a p. 220, parlando dei feudatari di Aieta e, riferendosi a Goffredo, feudatario di Aieta scriveva che: “A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli, sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.“. Dunque a proposito del Roberto di Aieta, che il Cappelli dice forse avere assunto il Cognome di Scullando, il Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…). Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche “voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: “Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ),, ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = “1144. γιβλλος λωριας”, sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…). Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II° di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II° di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.







(Fig…) Robinson G., op. cit., pp. 30 e s.
Dunque, in questo documento greco del 1144, proveniente da Carbone, insieme a Roberto di Lagonegro e Genete di Torraca, figurava anche Roberto Scullando. Ma chi era questo Roberto Scullando di Aieta che figura in un documento del 1144 ?. Il Cappelli, parlando dei feudatari di Aieta, riferendosi a Goffredo dice che: (riferendosi all’abitato di Aieta): “e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque, il Cappelli scrive che da questa pergamena greca del 1144, in cui figurava anche “Gibel de Loria“, e “Roberto Scullando di Aieta” che il Cappelli dice “quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando”, dunque il Cappelli dice essere quel Roberto, figliastro di Normanno o forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che “in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque Roberto Scullando come è scritto pure nel documento citato dal Cappelli. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.
Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. I, a p. 362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che: “Molti abitanti di Lagonegro sono puniti per avere insultati e derubati i Legati dell’imeratore Federico che di là transitavano per recarsi alla corte di Guglielmo. S. Francesco d’Assisi, di passaggio per Agropoli e luoghi vicini, opera molti miracoli. Guglielmo II invia la sua flotta con gran numero d’armati e di viveri in Terra Santa per aiuto dei crociati, sotto il comando di Gualtieri di Moac. Di questa spedizione fan parte i baroni Lucani, annoverati dal Borrelli nel suo catalogo generale come anche nell’altra del 1188.”.
Nel 1178 rubato a Lagonegro il trattato di Venezia tra re Guglielmo II il Buono e Federico I il Barbarossa
Dell’epoca di re Guglielmo II il Buono, delle nostre terre e dell’imperatore tedesco Federico I il ‘Barbarossa’, oltre alla citazione del Cataldo (…), di una distruzione di Policastro nell’anno 1154, ci parla lo storico lagonegrese Giuseppe Pesce (…), in un suo pregevole studio sulla ‘Storia della Città di Lagonegro’, che riferisce un interessante episodio che ci riguarda più da vicino. Il Pesce (…), nel 1913, a p. 200 e sgg., traendo l’interessante notizia da Matteo Camera (…), che a sua volta la traeva dal cronista del tempo Romualdo Guarna Salernitano (…), riferisce un episodio del 1178, al tempo di re Guglielmo II il Buono. Il Pesce (…), nel Cap. III, III, “Gli Ambasciatori di Federico Barbarossa oltraggiati a Lagonegro“, narra di una zuffa accaduta a Lagonegro, dove fu rubato il trattato di Venezia stipulato tra il Papa, l’Imperatore Barbarossa ed i Comuni Italiani, dopo la disfatta di Legnano. Il Pesce (…), così scriveva in proposito: “Il fatto è narrato in tutti i suoi particolari dallo storico del tempo Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, il quale visse alla corte di Guglielmo II, detto il Buono, Re di Sicilia, e scrisse in latino la Cronaca di quel Reame, che è stata più volte stampata e della quale si conserva una pregevole copia manoscritta nell’Archivio del Capitolo di Salerno (1). Negli ‘Annali delle due Sicilie’ Matteo Camera, riferendosi alla succitata fonte del Guarna, così narra dell’incidente: “Anno 1178. L’Imperatore Barbarossa spedisce al Re Guglielmo di Sicilia due suoi ambasciatori con lettere, Ugolino Buoniconte e Redelgario suo gran Camerario, onde far ratificare gli articoli della pace stabilita a Venezia. Alla loro partenza il Re di Sicilia, li fece ricondurre ed accompagnare dai suoi scudieri fino ai confini del Regno. Nel giungere a Lagonegro in Basilicata, insurse rissa fra quei contadini con uno degli scudieri, il quale per difendersi si rifugiò nell’ospizio degli ambasciatori; ma i villani, temerariamente assalirono la casa, offesero a colpi di pietra i ministri stranieri, e rotto uno scrigno ne portarono il diploma della pace segnata, e con esso una coppa di argento. Quei personaggi portandosi a Salerno a farne lagnanze all’Ammiraglio Gualtieri Mach ed all’Arcivescovo di quel luogo. All’annuncio di tale audace successo il Re Guglielmo spedì David suo Camerario con lettere ai Giustizieri di Principato, onde procedessero rigorosamente contro i malfattori e complici e che quanti ne prendessero fossero impiccati. L’ordine fu poi eseguito appuntino, e dei rei alcuni furono poi impiccati a Barletta, altri presso Troia, uno a Salerno, l’altro a Capua e due presso San Germano., “ut totus mundus evidenter cognosceret quod Villelmus iustitiae et aequitatis amator sit et si qua maleficia in regno suo fuerint, non vult silentio et impunita transire.”. Così Romualdo Guarna Salernitano, il quale quì finisce la sua cronaca di Sicilia. Da ultimo il Re ordinò che si rifacesse un altro diploma, che poi mandò all’Imperatore per mezzo di Tancredi suo Notaro. E’ risaputo che dopo la disfatta di Legnano del 1176 il Barbarossa si vide costretto a fare la pace coi Comuni Lombardi, e dopo molte negoziazioni, si stabilì a Venezia una tregua di 6 anni tra lui, il Papa e le città lombarde, nella quale venne temporaneamente mantenuto ai Comuni l’esercizio dei diritti regali, ed appunto a questo trattato accenna il Guarna; scaduta poi la tegua, fu concluso nella città di Costanza un trattato di pace nel 1183. Nulla poi vogliamo aggiungere a quanto lasciò scritto sull’oltraggio patito da quegli ambasciatori di Barbarossa, lo storico cesareo della corte di Sicilia, inteso ad annullare il suo Re etc…”. Vista la notevole importanza dell’episodio riportato dal Camera (…) prima e dal Pesce (…), in seguito, ecco cosa scriveva Romualdo Guarna, pubblicato dal Del Re (…), vol. I, p. 70:

(Fig…) Del Re (…), vol. I, p. 70, Romualdo Guarna Salernitano (…)
Da Wikipedia leggiamo che nel 1177 fu stipulata la cosiddetta “Pace di Venezia”. Si giunse così alla Pace di Venezia nel luglio del 1177, cui parteciparono papa, imperatore, Romualdo Guarna in rappresentanza del re di Sicilia Guglielmo II il Buono e delegati dei Comuni. Il 23 luglio fu confermata la pace con il papa secondo gli accordi di Anagni, fu concordata una tregua con il re di Sicilia di quindici anni e una, con i Comuni, di sei anni. Federico ed Alessandro alloggiarono presso il centro monastico di San Niccolò al Lido, dove l’imperatore ripudiò l’antipapa Callisto III, ammise i suoi errori e riconobbe come capo della cristianità Alessandro III. Successivamente, in Piazza San Marco, durante una cerimonia solenne, Federico si inginocchiò e baciò la pantofola del pontefice, il quale, aiutatolo ad alzarsi, lo abbracciò paternamente. Inoltre, il papa fu sollevato sulla sella del cavallo mentre l’imperatore compì la cerimonia di reggergli la staffa. Federico rimase in Italia sino alla fine dell’anno; poi nel 1178 tornò in Germania dove risolvette definitivamente i contrasti con i suoi feudatari, in modo particolare con il cugino, Enrico il Leone, reo di non avere sostenuto l’imperatore nel modo adeguato dal punto di vista militare.
Nel 1232, la concessione di Federico II al Monastero di SS. Elia di Carbone
Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 263 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad ogni modo non vi è alcun dubbio che il fiume attualmente denominato Sinni, che nasce dai monti del Lagonegrese, corrisponda a quello dell’agografia di S. Saba. Poichè se il classico nome di questo fiume, assai importante nell’antichità e nel medioevo per la sua navigabilità (28), tanto da obbligare il monastero del Carbone a tenervi una chiatta da trasbordo (29), etc…”. Il Cappelli, a p. 273, nella nota (29) postillava: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 142.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Il fiume Sinni era conosciuto dagli antichi col nome di Siris, che vuolsi originato dalla radice sanscrita ‘sar’, che significa ‘fluere’, scorrere, (1) e pare che abbia dato il nome alla città di ‘Siri’, che sorgeva presso le sue foci, onde lo storico greco Ateneo lasciò scritto: ‘dicta est autem Siris, ut Archilocus auctor est, a flumine’, e ciò par vero per ragione etimologica (2). Il geografo Strabone descrive il Sinni, come navigabile al par dell’Agri: ‘duo amnes sunt navigabiles, Aciris et Siris’; ma ciò non pare verosimile perchè il letto del Sinni, come quello dell’Agri, è estesissimo, e le sponde dell’uno e dell’altro sono lontane fra di loro, in molte parti, anche di qualche chilometro, etc…on sufragano l’asserzione di Strabone. Nè vale in contrario il decreto di Federico II, col quale, si concedeva, nel 1232, al rinomato Monastero Basiliano di S. Elia di Carbone, fra gli altri privilegi, la facoltà di tenere nel Sinni una barca capace di 10 cavalli. Avendo consultato quel documento, riportato da Paolo Emilio Santoro nella ‘Storia del Monastero di Carbone’, ho potuto rilevare che quella barca serviva ‘citra et trans flumen’, era, cioè, una specie di chiatta, pel passaggio del fiume, il quale scorreva assai più gonfio. Quello che è certo si è che deliziose ed amene erano le sponde del Siris, descritte da Ateneo, il quale riporta da Archiloco i seguenti versi: “Nullius amoenus locus est, nec optabilis. Nec amabilis ut is, quem Siris amnis circumfluit”.”. Il Pesce, si riferiva al testo di Paolo Emilio Santorio (…), del 1601, e del suo ‘Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’.
Nel 1237, la battaglia di Cortenuova
Wikipedia leggiamo che l’Imperatore Federico in effetti non era mai venuto meno ai suoi propositi di sottomettere l’Italia all’impero germanico, favorendo l’instaurarsi di signorie ghibelline a lui amiche (la più potente fu quella dei Da Romano che governava su Padova, Vicenza, Verona e Treviso). Il 27 novembre 1237 Federico colse una notevole vittoria sulla Lega Lombarda a Cortenuova, conquistando il Carroccio, che inviò in omaggio al papa. Dopo questa sconfitta, la Lega Lombarda si sciolse; Lodi, Novara, Vercelli, Chieri e Savona si sottomisero al potere imperiale, mentre Amedeo IV di Savoia e Bonifacio II del Monferrato riconfermarono la loro adesione alla causa ghibellina: Federico II era all’apice della sua potenza in Italia. Milano, che, erroneamente, non fu assediata da Federico II (la città era ora molto debole dal punto di vista militare), si offrì di firmare una pace, ma le eccessive pretese dell’imperatore spinsero i milanesi a una nuova resistenza. Fu così che l’imperatore non sfruttò il grande successo di Cortenuova: infatti non riuscì più a entrare nella città lombarda e anche l’assedio di Brescia fu tolto nel 1238.
Nel 1239, Federico II e i prigionieri Lombardi furono affidati ai Baroni e feudatari
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: “Giustiziere della valle del Crati era Tolomeo di Castiglione, il quale agì in conformità di un editto del grande Imperatore, così formulato: “Cum quosdam de Mediolano. Che vuol dire pressapoco: “Poichè abbiamo condotti nel regno degli uomini d’armi di Milano, di Piacenza e di Como destinati alla prigionia; e poichè vogliamo che alcuni di essi siano tenuti prigionieri da Baroni della tua giurisdizione a noi fedeli, ti ordiniamo di ricevere i prigionieri che ti sono stati assegnati e di affidarli, secondo l’elenco che ti accludiamo sigillato dei prigionieri e dei Baroni ai quali debbono essere affidati, ai Baroni stessi. Avvertili rigorosamente da parte nostra che facciamo custodire i prigionieri con ogni cura e che provvedano al loro vitto durante la prigionia. Fai fare pubblici elenchi della loro assegnazione, tenendone uno presso di te, e mandandone uno alla nostra Curia. Ordina pure che, nella tua giurisdizione, un uomo fidato ogni mese li vada ad ispezionare, rendendosi conto di come sono tenuti e se viene ad essi somministrato il vitto necessario. ‘Pisa, Dicembre 1239”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: “Ed ancora un documento federiciano di appena qualche giorno prima annovera Riccardo tra i trentadue feudatari del giustizierato di Basilicata ai quali vengono affidati gli ostaggi lombardi (97), presi in consegna, su mandato dell’Imperatore dal giustiziere di Capitanata Riccardo di Montefuscolo (98) con l’incarico di tradurli via mare nel Regno e, qui, poi smistarli tra i vari giustizieri a cui erano stati destinati (99).”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (97) postillava che: “(97) Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, vol. 1, doc. 335, pp. 323-350; il nome del Lauria è a p. 350. Il documento, però, eragià in J.A. HUILLARD-BREHOLLES, Historia Diplomatica Friderici II, Paris, 1852-1861, 6 voll., 12 tomi, vol. V, tomo 1, pp. 617-619. Circa la natura del documento, si leggano le note esplicative della C. Carbonetti-Vanditelli, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ , vol. 1, pp. 324-328.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (98) postillava che: “(98) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 1, doc. 317, pp. 317-318.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (98) postillava che: “(99) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 1, docc. 328-333, pp. 320-323″.
Nel 1239, Federico II di Svevia affida a Riccardo di Lauria i prigionieri Lombardi
I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono di Riccardo di Lauria che: “Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi.“. I due studiosi però non davano alcun riferimento bibliografico dell’interessante notizia dell’epoca Federiciana. I due studiosi parlando di Riccardo di Lauria, spesso si riferivano all’epoca di re Manfredi ed allo Zurita (…). Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Dunque, l’episodio è tratto dal Pesce (…) che a sua volta si riferiva al Racioppi (….). Il Pesce parlava dei primi feudatari di Lagonegro. Il Pesce scriveva che il padre dell’Ammiaglio Ruggero di Lauria, Riccardo di Lauria, certo “Riccardo de Loria”, o di Lauria, fu pure signore di Lauria, e aggiunge ciò che scriveva su di lui Giacomo Racioppi (…), nel vol. II a p. 179, ovvero che: “scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”,…..(2).”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania’, vol. II, a p. 179, parlando di Ruggero di Lauria scriveva che: “Ma Lauria fu il capo della signoria, che comprendeva i prossimi paesi di Lagonegro, di Castelluccio e Tortora e Aieta, e, probabilmente, Scalea e Rotonda; e Lauria come capo della signoria feudale diè il titolo alla famiglia. Il padre, familiare di re Manfredi, e signore di Lauria (2), morì con lui nella battaglia di Benevento; ecc..”. E’ nella sua nota (2) che il Racioppi postillava la notizia scrivendo che: “(2) E’ detto e scritto ‘Riccardus de loria’ nel Registro del 1239 di Federico II (in ‘Hist. diplom., etc., di Breholles); e poichè a lui è dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria.”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: “Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ed infatti, al tempo di Federico II, Tortora era feudo di Giliberto Cifone, a cui fu dato in custodia tramite il giustiziere della Valle del Crati e di Terra di Giordana, l’uomo d’armi piacentino Palmerio di Montedomini fatto prigioniero nella guerra di lombardia, come ad Enrico di Papasidero fu dato Pietro de Conio, pure di Piacenza; a Pietro di Trecchina, Borgognone Laccetti, a Guglielmo di Sanguineto, i milanesi Antelmo di Pizzobonelli e Morando Mariglione ed a Riccardo di Lauria, Sisto di Pizzobonelli, pure milanese. Ecc..”.
Nel 1269, i fratelli GIACOMO, ROBERTO e RICCARDO DI LAURIA e, lo stato di Laino, in epoca Angioina
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “Tale d’altronde era lo stato di Laino occupata da Giacomo, Roberto e Riccardo di Lauria, i quali ricorrono nel 1269 al re Carlo I d’Angiò perché, avendone espugnato il Castello tenuto dai fautori di Corradino e avendone ottenuto la custodia dal Giustiziere della Valle del Crati con una guarnigione di 25 uomini (che il documento chiama servienti) da quel tempo non avevano mai riscosso il loro soldo. Re Carlo I fa ripondere da Foggia in data 21 luglio ordinando al Giustiziere Matteo di Fasanella di soddisfare il Lauria in ragione d’un’oncia al mese per essi e mezzo augustale per ciascuno per i “servienti” dal giorno in cui fu ad essi affidata la custodia del Castello ribelle di Laino fino al 1° agosto dello stesso anno 1269. Ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Confermerebbe la prima ipotesi – quella cioè che individuerebbe Roberto, Giacomo e Riccardo di Lauria quali zii paterni di Ruggero – un documento angioino del 1306-1307 recante la ‘Forma commissionis officii viceamiracie’, che nell’ultimo capoverso annota: “PRESCRIPTA (sic) forma concessa fuit de novo dom. Riccardo de Lauria patruo dom. Rogerii de Lauria antiquitus tamen predecessoribus fuit in alia forma concessa (….)(123).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (123) postillava che: “(123) RCA, vol. XXXI, p. 71-74, n. 41.”.
GIACOMO DI AIETA E PALLANZA DI CASTROCUCCO
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “I Gifoni, ……., erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti.”. Dunque, Amedeo Fulco ci dice che “Pallanza” era vedova di “Giacomo d’Ageta o di Aieta” che era stato il feudatario di Aieta e Tortora e che il feudo, fu confiscato alla vedova Pallanza per mancanza di discendenti. Sulla “Pallanza di Castrocucco” ha scritto Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: “(137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25.”. Augurio e Musella (….), infatti, a p. 25, in proposito scrivevano che: “Riccardo di Lauria……Fu vicerè nel bare ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Ferleto e Guardiola in Calabria ‘Citra’; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze ecc…”. Augurio e Musella scrivono che il nome di Riccardo di Loria si trova annotato nel ‘Catalogus Baronum’, ma su Paliana Pascale di Castrocucco nessuna postilla. Riguardo il “Giacomo” ha scritto Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Il Campanile scriveva che: “Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Dunque, secondo Filiberto Campanile, questo “Giacomo”, cugino di Ruggero di Lauria, era il padre di Roberto di Lauria, che gli lasciò in dote alcuni feudi della Basilicata e della Calabria. Il Fulco ci parla di un “Giacomo di Ajeta o d’Ageta” che io credo sia lo stesso “Giacomo di Luria o Loria”. Egli, come abbiamo visto dal Fulco, sposò la nobile “Pallanza” di Castrocucco.
Nel 1277, PALLANZA o PALIANA DI CASTROCUCCO e RICCARDO DI LAURIA si uniscono in matrimonio
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ecc…”. Dunque, sulla “Pallanza di Castrocucco”, Rosanna Lamboglia (….), in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. La Lamboglia scrive che dalla documentazione d’epoca angioina troviamo nel 1277 un Riccardo di Lauria sposato con “una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. Ovvero i Registri angioini attestano che Riccardo di Lauria, nel 1277 sposò “Palearia de Castrocucco”, che evidentemente è la stessa di cui parla il Fulco, dove scrive che ella ricorse davanti ai giudici della corte di re Carlo II d’Angiò. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480”. La Lamboglia, nella sua nota si riferiva ai Registri della Cancelleria Angioina che saranno pubblicati dal Filangieri. Dunque, questo feudatario “RINALDO GIFFONE” era il padre dell’altra Paliana di Castrocucco che si sposerà con il Riccardo di Lauria d’epoca Angioina e fratello del grande ammiraglio Ruggero di Lauria. Riguardo i possedimenti che si portarono ai Loria e che erano amministrati dai Giffone, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25 riferendosi però all’altro Riccardo di Lauria, padre dell’altro Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria, ed al primo matrimonio con l’altra Paliana di Castrocucco scrivevano che: “Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra.“. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava e scriveva che queste notizie provengono anche da: “(137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25.”.
Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae
Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).“. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studie e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310.”.

Tra il 1308-1310, il ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae
Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.
Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)
- Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
- Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV
Foglio 250 (v)
- Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
- Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV
Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studi e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”.
Nel 1300, le terre di Lauria, Lagonegro
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 46, in proposito scriveva che: “Quanto al valore economico delle terre, antichi possedimenti dei Lauria (126) e la causa della confisca, il Giustiziere nulla dice di sapere a riguardo. Su di esse vengono solo ribadite le prerogative curiali e la giurisdizione dei Loria (127). Ma che di queste terre vi fosse un sistema di insuffeudazione sembra più che certo, sia per quanto si diceva a proposito della designazione a cavaliere di Giacomo di Lauria alcune righe addietro, sia per ciò che si evincerebbe da un altro diploma angioino perduto e transumato dal De Lellis (128), nel quale si inviava al gistiziere di Val di Crati e di Terra Giordana, tra il 1278 ed il 1279, l’ordine di definire il confine delle terre sul versante meridionale del Giustizierato di Basilicata, evidentemente per il sorgere di controversie tra i vari piccoli feudatari, ivi titolari (129).”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (126) postillava che: “(126) dalla Cedola ‘Taxationis generalis subventionis in Iustitieratus Basilicate’ (sic) e relativa ancora al 1277, si apprende che la terra di Lagonegro deve per 120 fuochi 30 once, quella di Lauria deve per 241 fuochi 40 once, 8 tarì e 8 grani, in RCA, vol. XXIII, p. 310-314, n. 400. Sul confronto dei fuochi per ciascuno altro centro menzionato, si deduce per le terre di Lagonegro un popolamento medio e per Lauria un popolamento medio-alto. Su questi temi già il G. Racioppi, Geografia e demografia della Provincia di Basilicata nei secoli XIII e XIV, Archivio Storico per le Province Napoletane, XV, 1890, pp. 565-582 e S.N. Cianci, I Campi pubblici in alcuni castelli del Medioevo in Basilicata. Studi giuridico-feudale con documenti, Napoli, Tip. R. Pesole, 1891. Relativamente, invece, alle modalità di esazione dei vari distretti le indagini propografiche sono tuttora in corso; nondimeno, per i primi risultati si vedano S. Morelli, Giustizieri e distretti, le indagini propografiche sono tuttora in corso; nondimeno, per i primi risultati, si vedano S. MORELLI, Giustizieri e distretti fiscali nel Regno di Sicilia durante la prima età angioina, in Medioevo Mezzogiorno Mediterraneo. Studi in onore di M. Del Treppo, a cura di G. ROSSETTI e G. VITOLO, 2 voll, vol. 2, Napoli, Liguori Editore, 2000, vol. 1, pp. 301-323, segnatamente, pp. 303-312.”. Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.
Nel 1° gennaio 1320, Bartolomeo di Lauria è Conte di Lauria e signore di Lagonegro
Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a pp. 206-207-208 scriveva che: “Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio. E’ notevole un diploma di grazie accordato, nel 1° gennaio del 1320, dal detto Bartolomeo in premio della fedeltà e dei servigi ottenuti dall’Unità e dai cittadini di Lagonegro. Assicurano il Falcone ed il Tortorella che dal diploma di grazie, nel quale Bartolomeo si denominava ‘utile signore di Lagonegro’, si conservava originariamente scritto su pergamena, nell’Archivio Comunale, ma esso è andato distrutto.”. Il Pesce a pp. 207-208, riporta l’intera trascrizione del docuumento o del privilegio di Bartolomeo trascritto dal Tortorella (…). Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.
Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao
Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..“. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.
Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò
Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.
Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo
Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].
1414 – GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI
Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.
Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli
Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). opo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”.
Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria
Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….
Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”.
Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria
Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…, donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.


(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.
Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.
Nel 1430, Benedetto de Principato e Nicola Principato Vescovo di Policastro
Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.
Nel 1463, Lagonegro feudo di Venceslao Saneverino
Da Wikipedia leggiamo che nel periodo feudale, la cosiddetta “terra” di Lagonegro fece parte, della contea di Lauria. Passò successivamente nel 1463 a Vinceslao Sanseverino, dodicesimo conte di Lauria. Non avendo figli maschi ammogliò sua figlia Luisia con Barnaba Sanseverino, fratello di Roberto principe di Salerno, dandole in dote il suffeudo di Lauria consistente in Lauria, Ursomarso, Layno, Castelluccio, Trecchina e cedette le sue ragioni sopra Torturella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Bervicaro. Di Venceslao Sanseverino e di Barnaba ho scritto in un altromio saggio.
Nel 1483, nel ‘Liber rationum’
Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.
Nell’11 agosto 1498, re Ferrante donò la terra a Gaspare Saragusio in seguito alla ribellione di Guglielmo Sanseverino
Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, l’avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Nel dì 11 agosto del 1498 il Re Ferrante donò la detta terra a Gaspare Saragusio, devoluto per ribellione di Guglielmo Sanseverino (Quint. 9 folio 153), la di cui figlia Giovanna la vendè poi a Giovan Vincenzo Caraffa (Quint. 17 fol. 38). Nel 1548 esso Caraffa la vendè a Giovan Giacomo Cosso col patto di retrovenderla. Ecc..”. Da Wikipedia leggiamo che l’11 agosto del 1498 il re Federico donò Lagonegro a Gaspare Saragusio, devoluta per ribellione di Guglielmo Sanseverino, la di cui figlia Giovanna la vendé poi a Vincenzo Carafa. Nel 1548 il Carafa la vendé a Giacomo Cossa col patto di retrovenderla. Nel 1550 il Vincenzo Carafa cedé il dritto di ricomprarla per ducati 6000 a Luigi Carafa, il quale, acquistò poi per ducati 20.000. I cittadini però come già menzionato precedentemente dal 1551 al 1649 dopo una lunga opera legale la ricomprarono per ben due volte divenendo così città demaniale.
Nel 1571, Mons. Ferdinando Spinelli, Vescovo della Diocesi di Policastro
Ecco cosa scrisse su Mons. Ferdinando Spinelli, Vescovo della Diocesi di Policastro il Vescovo Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, che leggiamo nell’edizione a cura di Gian Galeazzo Visconti (…), a pp. 79-80, in proposito scriveva che: “XXXIII. Ferdinando Spinelli, di Napoli, nominato Vescovo nel 1572. Egli ordinò ai monaci greci che risiedevano nella diocesi di adottare, entro il termine di un anno, il rito latino nella celebrazione della Messa (3) nella recitazione del Breviario (4) e in tutti gli uffici religiosi, secondo le disposizioni del pontefice S. Pio V, sotto pena di incorrere nelle sanzioni previste. Tuttavia questi monaci greci, benchè abbiano accettato il rito latino, versano ancora oggi le prestazioni della Mensa vescovile secondo il costume greco, e in memoria del rito greco, ogni anno, nel giorno dell’Epifania del Signore benedicono in alcuni paesi le case con l’acqua santa, come fanno i sacerdoti di rito latino il sabato santo. Inoltre a Camerota la festa di S. Daniele profeta, a cui la parrocchia greca era già consacrata, si celebra secondo il calendario dei Greci il 17 dicembre, ed ora l’uso di celebrare la festa in tale giorno si è esteso a tutta la diocesi; invece, secondo il calendario romano dovrebbe essere celebrata il 21 luglio.”. Il Laudisio proseguendo a p. 80 ci parla del Cardinale Filippo Spinelli che sarà vescovo di Policastro dopo Ferdinando e che fu trasferito poi alla Diocesi di Aversa. Riguardo il vescovo Ferdinando Spinelli, il Laudisio a p. 80 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il Raele (Raffaele Raele, ‘La città di Lagonegro nella sua vita religiosa’, Buenos Aires, 1944, p. 49, nota 1) riporta questo curioso episodio del vescovo Ferdinando Spinelli: “Nel 1580, non trovandosi chi volesse andar vescovo a Policastro per le ‘soverchierie’ che voleva usare il Conte del luogo su quella Chiesa, il Pontefice Gregorio XIII vi destinò Ferdinando Spinelli Napoletano, ‘Vi si portò costui per mare, e sbarcato in quella spiaggia, gli si fece all’incontro il Capitolo, Clero e lo stesso Conte. Si fecero dei complimenti, ed il Vescovo, che cingeva la spada e nel petto li pendeva la Croce, disse al Conte che avesse egli prescelto o la Croce o la spada, o la pace o la guerra, perchè lui veniva determinato per l’una e per l’altra. Il Conte, che vide in tale disposizione il Vescovo, prescelse la pace, depose l’albagia e visse col Vescovo in perfetta armonia’ (Falcone iunior).”. Il Laudisio nella sua versione originale dell’opera (vedi nota (80) del Visconti di p. 24) postillava che: “(80) Baronio, not. ad Mart. hac die.”. Si riferiva al tsto del Baronio (…) ovvero al suo………………………….. Nella sua nota (5) a p. 80 il Visconti si riferiva al testo di Raffaele Raele (….), “‘La città di Lagonegro nella sua vita religiosa’, Buenos Aires, 1944, p. 49, nota 1)” che traeva alcune notizie sulla Diocesi di Policastro ai tempi del vescovo Spinelli da cui dipendeva Lagonegro e Lauria dal testo manoscritto di Falcone Junior (….). Il manoscritto di Falcone iunior è stato di recente ristampato dal Comune di Lagonegro sulla scorta del manoscritto conservato al Comune. Si tratta del testo di “Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta dal dottore Alessandro Falcone”, trascritto dal manoscritto da Carlo Calza. Il testo fu più volte citato anche da Carlo Pesce (…), nel suo ‘La Storia della città di Lagonegro”. Il Laudisio postillava “(80) Baronio, not. ad Mart. hac die.”, ovvero note al Martirologio del Baronio, ovvero l’opera ‘Martyrologium Romanum, cum Notationibus Caesaris Baronii’. Dopo l’approvazione ecclesiastica definitiva del suo ordine il 15 luglio 1575, elesse a sua residenza la chiesa di Santa Maria in Vallicella, dove si dedicò alla redazione delle sue opere: la revisione del Martirologio Romano, incarico che gli era stato affidato da papa Gregorio XIII e dal cardinale Guglielmo Sirleto, che completò nel 1589 e che venne pubblicata col titolo Martyrologium Romanum, cum Notationibus Caesaris Baronii; e soprattutto gli Annales Ecclesiastici. Ne curò la redazione fino alla morte, arrivando a pubblicarne il dodicesimo volume: gli Annales rappresentano una delle prime vere e proprie opere di storia ecclesiastica in campo cattolico, basata su un’attenta e critica analisi delle fonti documentarie. Da Wikipedia leggiamo che Lagonegro, nel 1551, grazie all’opera di Paolo Marsicano riuscì a liberarsi definitivamente del potere feudale annettendosi al Demanio Regio cambiando temporaneamente il nome in Lacus Liber. In precedenza la città per tre volte si era annessa al Demanio Regio, ma solo per brevi periodi, prima che i regnanti la cedessero a feudatari. Nel 1649, la città di Lagonegro fu messa all’asta e costretta per la seconda volta a versare una somma rilevante al fisco regio per mantenere il privilegio di città demaniale. Con precisione nel basso medioevo, il borgo è citato col suo attuale nome che pare derivi dalle scure acque di un lago appenninico situato nei dintorni e poi scomparso[senza fonte] viene fortificato appunto nel IX-X secolo da mura e torri di cui ancora restano visibili talune tracce. Di queste opere è molto suggestiva la porta di ingresso al borgo denominata: “Porta di Ferro” la cui parte in pietra è stata rifatta nel 1552, al di sopra della porta c’è lo stemma della città post-feudale: S. Michele Arcangelo che uccide il drago.
Dal 1587 al 15…, il Vescovo di Policastro Mons. Ferdinando Spinelli amministrerà per conto della Santa Sede i Beni e delle Rendite della ex Commenda Basiliana di S. Giovanni a Piro e di altre grange da esso dipendenti
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Dunque, l’Ebner (….), sulla scorta del Palazzo citava il “Trattato” Di Lùccia (…) dove sono trascritti diversi documenti relativi al Cenobio Basiliano (ex Commenda) di S. Giovanni a Piro e della sua giurisdizione spirituale “usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Pietro Ebner si riferiva al “Trattato” di Pietro Marcellino Di Lùccia (….) ed al suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato a Roma nel 1700. Infatti, Ferdinando Palazzo (….), nel suo “IL “Cenobio” basiliano di S. Giovanni a Piro“, nel suo cap. IV ci parla del passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (Anno 1587), a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Passata la Commenda Basiliana alla dipendenza della Cappella Sistina (o del SS. Presepe), la Santa Sede avrebbe dovuto inviare sul posto un Vicario per l’amministrazione dell’Abbadia; invece, incaricò all’uopo il Vescovo di Policastro ponendo, così – come dice il Di Lùccia – “la spada in mano all’inimico, donde poi è venuta la totale perdita della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra”, ……mentre la Sede Vescovile di Policastro era occupata da Monsignor Ferdinando Spinelli, il quale, in conformità di precedenti intercorsi accordi, assumeva l’amministrazione del “Cenobio” Basiliano, ormai decaduto da ogni sua attività. Così il vasto territorio della Commenda e quello dell’annesso “Casale”, il cui perimetro complessivo – a quanto afferma il Di Lùccia – misurava ben “quindici miglia” divenne difatto un vero feudo diocesano, con evidenti manifestazioni di indebiti arricchimenti e con oppressioni di ogni genere, degne del più oscuro medioevo. Ecc…Le terre concesse dai Longobardi ecc…ecc…Data la chiarezza dei Documenti riportati dal Di Lùccia nel suo “Trattato”, non potremmo attribuire direttamente al Vescovo di Policastro, Monsigor Ferdinando Spinelli (o Ferrante) Spinelli la responsabilità dei rilevanti o deprecati abusi. Riteniamo, piuttosto, che lo stesso dovette dare segno di estrema debolezza nei confronti dei suoi “affittatori”, i quali, agendo in suo nome, non osservavano, nell’esercizio del proprio mandato, ecc…ecc…”. Proseguendo il Palazzo trascrive e cita la lettera del 25 settembre 1587 che monsignor Spinelli scriveva al Cardinale Mont’Alto ecc…Riguardo il vescovo Ferdinando Spinelli, il Palazzo a p. 90 nella sua nota (7) postillava che: “(7) Si fa presente che, mentre nel “Trattato” del Di Luccia si parla del Vescovo “Ferrante Spinello o Spinelli”, nella Sala degli Stemmi del Palazzo Vescovile di Policastro si trova “Ferdinando Spinelli”. Sempre il Palazzo a p. 94 scriveva che: “Intanto, dopo il passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina, le cose si andarono sempre più aggravando, anche nel campo della giurisdizione giudiziaria penale, la quale veniva usurpata dal Conte di Policastro, che amministrava la giustizia a mezzo di luogotenenti poco scrupolosi e capaci di ogni sorta di vessazione.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – millennio della fondazione etc…”, a pp. 68-69 nel capitolo “III Periodo – Dal passaggio della Commenda Basiliana alla Cappella Sistina (1587) al giudizio contro il Vescovo e il Conte di Policastro”, sulla scorta del Palazzo, in proposito scriveva che: “Trasferito il Cenobio di S. Basilio di S. Giovanni a piro alla Cappella Sistina, il Papa Sisto V, invece di inviare sul posto un Vicario per curare l’amministrazione, ne incaricò il Vescovo di Policastro. Di qui la perdita della giurisdizione, prevista dai cittadini di detta terra….. Ecc…Quando, il 1° novembre 1587, la Commenda Basiliana passò alla Cappella Sistina on atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, il Vescovo di Policastro, Mons. Ferdinando Spinelli, prese accordi già fissati in precedenza ed amministrò il Cenobio, ormai decaduto da ogni attività. Così il vasto territorio della Badia e l’annesso Casale di S. Giovanni a Piro divenne vero “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti. Ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. ”.
Nel 1700 a Lagonegro, l’Abbazia benedettina di S. Filippo
Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Il Martire (…), dopo aver parlato dei Monasteri soggetti al monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), citava ben due monasteri a Rivello: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata da Re Roggieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano. 11- Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma. ecc…..Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta basilica, cioè: 24. Monastero di S. Filippo a Lagonegro.”.


(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151
Nel 1517, FERDINANDO (FERRANTE) SANSEVERINO, PRINCIPE DI SALERNO
Il principe Ferrante Sanseverino, anche noto come Ferdinando Sanseverino (Napoli, 18 gennaio 1507 – Orange, 1568), appartenente alla nobile famiglia Sanseverino, fu l’ultimo “principe di Salerno”. Era figlio di Roberto II Sanseverino e di Marina d’Aragona di Villahermosa, ed era nipote di re Ferdinando il Cattolico. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, in proposito scriveva che: “Ai primi del 1507 nacque a Roberto (II) Sanseverino l’erede che, in omaggio allo zio re di Spagna, venne chiamato Ferrante.”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni Carrafa e Carlo V nel 1523. Scrive ancora il Mazziotti (…) a p. 164, cap. 7, che: “I. Roberto Sanseverino, due anni dopo ottenuta la sua reintegra nei beni, morì nel 1508 in Agropoli ed il suo corpo fu trasportato con grande solennità e sepolto a Salerno (1). Dalle sue nozze con Maria d’Aragona era nato un anno prima, nel 18 gennaio 1507, un figlio cui fu dato, in omaggio dello zio re di Spagna, il nome di Ferdinando. Stante la tenera età la madre assunse il governo del principato, ed infatti in un diploma del 1509 è detto: “Maria de Aragonia Principissa Salerni, mater, balia, et tutrix illustrissimi Ferdinandi Sanseverini principis Salerni”. Essa, ancora assai giovane, per volere del re andò ben presto sposa a Giacomo Appiano signore di Piombino, ed il fanciullo fu affidato alle cure di Bernardo Villamarino conte di Capaccio e grande ammirante del Regno, e di sua moglie Isabella de Cardona sorella di Raimondo vicerè di Napoli.”. Scrive ancora il Mazziotti (…) a p. 164, cap. 7, che: “Dalle sue nozze con Maria d’Aragona era nato un anno prima, nel 18 gennaio 1507, un figlio cui fu dato, in omaggio dello zio re di Spagna, il nome di Ferdinando.”. Sempre il Mazziotti, a p. 166 in proposito scriveva che: “Investito nel 1517 dei beni paterni ecc..”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni Carrafa e Carlo V nel 1523. Il Mazziotti, racconta delle diverse vicissitudini che dovette sopportare Ferrante Sanseverino, l’ultimo della casata a causa dell’inimicizia sorta con il Vicerè Spagnolo Don Pedro di Toledo che era succeduto al Cardinale Colonna. Nel 1553 si mise in urto politicamente col governo spagnolo nel Regno di Napoli – perché contrario all’introduzione dell’inquisizione spagnola – e finì in disgrazia, rifugiandosi in esilio in Francia, fino alla morte. Perse così il suo palazzo a Napoli (trasformato nella Chiesa del Gesù Nuovo), e i suoi possedimenti a Salerno, che furono confiscati, come pure il titolo di principe di Salerno, che non venne più attribuito: la città iniziò un periodo di decadenza, terminato solo nel XVIII secolo con la fine del dominio spagnolo. A Salerno inoltre ebbe come residenza il castello di Arechi (ospitandovi anche Carlo V), dove si attorniò di artisti, uomini di cultura e intellettuali come il filosofo Agostino Nifo, Scipione Capece e Bernardo Tasso, il padre di Torquato Tasso. Durante il suo principato, Salerno tornò per alcuni decenni ad essere una delle principali città del meridione, riesumando parzialmente gli antichi splendori dei suoi principi longobardi e normanni. Questa sua munificenza e cultura lo mise al livello dei grandi principi rinascimentali e tuttavia era molto popolare presso il popolo napoletano, che lo inviò a Carlo V per protestare contro l’Inquisizione dell’impero spagnolo; tuttavia, questa sua posizione gli procurò l’avversità del viceré spagnolo Pietro di Toledo, costringendolo all’esilio in Francia sotto la protezione di Enrico II, mentre i suoi feudi vennero confiscati dalla Spagna. Morì in Francia, solo e abbandonato, a 61 anni. Il Mazziotti (…), a p. 166, racconta che: “Investito nel 1517 dei beni paterni si trovò a capo di una grande fortuna ed il più potente barone del regno. Oltre numerosi feudi in Basilicata, possedeva la città di Salerno, i feudi di Sanseverino, Agropoli, Castellabate, Rocca, Lustra con la sua selva, S. Giorgio, Polla, Atena, Diano (Teggiano), Sala e Laurino. A questi beni e ad altri in Sicilia si aggiunge la contea di Capaccio arrecatagli in dote da Isabella di Villamarina. Nel suo palazzo di Salerno, ecc..ecc… Quando, nel 1525, si dovette provvedere alla difesa dei confini del regno il principe di Salerno in pochi giorni fu in grado di dare “1200 fanti, 60 uomini d’arme con quattro cavalli ciascuno, tutti nobili e suoi feudatari e 100 cavalleggri con una spesa di 30 mila scudi” (1).”. Il Mazziotti a p. 167, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. 5°, libro 10, pag. 334; Campanile, citato dalla Cosentino.”. Riguardo la citazione del Mazziotti del Campanile egli si riferiva all’opera di Filiberto Campanile, ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX.
L’Imperatore Carlo V e la bella Isabella Villamarino
Carlo V d’Asburgo è stato Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico dal 1519, Re di Spagna (Castiglia e Aragona) dal 1516, e Principe dei Paesi Bassi come Duca di Borgogna dal 1506. A capo della Casa d’Asburgo (o Casata d’Austria) durante la prima metà del ‘500, fu sovrano di un “impero sul quale non tramontava mai il sole” che comprendeva in Europa i Paesi Bassi, la Spagna e il sud Italia aragonese, i territori austriaci, la Germania e il nord Italia Imperiale, nonché le colonie castigliane e tedesche nelle Americhe. Il Mazziotti (…) riguardo il possibile legame su ciò che io credo si trattasse proprio della bella Isabella la Monna Lisa dipinta dal celebre Leonardo, in proposito scriveva che: “Qualche anno dopo, verso la fine del 1535, l’imperatore Carlo V reduce da una spedizione a Tunisi, ecc…Passato di poi nel 25 novembre in Napoli vi fu ricevuto con grandissima solennità dal popolo e dai nobili con a capo i Sanseverino eletto sindaco della città. La dimora del potente imperatore fu una continua serie di feste, in casa Sanseverino nella quale la gentile Isabella brillava per la vetustà della persona e la grazia di conversare. Carlo V restò ammaliato dalle attrattive della nobile dama, e gli storici ed i cronisti del tempo narrano molti piacevoli aneddoti (2) i quali fanno supporre che ella non restasse indifferente verso l’imperatore.”. Dunque, secondo quanto riferisce Matteo Mazziotti, Isabella e la sua bellezza dovettero farsi conoscere dall’Imperatore di Spagna Carlo V nell’anno 1535 e dunque, Leonardo Da Vinci, morto nel 1519 non poteva essere a conoscenza di questa bella donna. Ma noi abbiamo certezza che questa opera fosse proprio di Leonardo Da Vinci ?. La bella Isabella Villamarino dei Conti di Capaccio che dopo la morte del marito era caduta in disgrazia, piena di debiti si era recata da Carlo V a madrid a chiedere protezione, scriveva che: “La triste novella della sua morte fu accolta con grande dolore in Napoli, in Salerno ed in tutti ifeudi della nobile gentildonna, di cui tutti ricordavano le grazie del volto, l’amabilità dell’animo e i larghi benefizi.”. Dunque, oltre al fatto che il marito di Isabella, Ferrante, fuggi in Francia ed oltra alla circostanza che Isabella d’Aragona moglie di Roberto d’Angiò non centrasse nulla con Lagonegro mentre come abbiamo visto vi sono dei documenti che coinvolgono direttamente la contessa di Capaccio nelle questioni di Lagonegro, documenti citati dal Pesce e nei manoscritti del Falcone e di Tortorella vi è pure, a mio avviso, la notizia tratta dal Mazziotti (…), circa la bellezza di Isabella che incantò lo stesso Imperatore Carlo V, quando venne in Italia, di cui alcuni storici scrivono essere stata la aua amante. Il Mazziotti, racconta della sfortunata donna, moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo principe di Salerno caduto in disgrazia a causa dell’odio del vicerè spagnolo che lo perseguitò. Su donna Isabella moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo della nobile famiglia, ha scritto anche Carlo Pesce, sulla scorta del Racioppi (…) e due scrittori locali, il Alessandro Falcone (…) ed il Tortorella (…) che scrissero due manoscritti inediti. Il manoscritto del Falcone fu pubblicato recentemente in una edizione di Zaccara. Carlo Pesce riferendosi alla successione del Saragusio e della figlia Giovanna, nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “Così è riportata negli Atti del Grande Archivio di Napoli la serie dei Feudatari di Lagonegro; tuttavia è duopo far osservare – secondo quanto riferisce il Tortorella – che in un istrumento rogato nel 1515 dal Notar Nicola De Pierri e dal Giudice a contratti Ruggiero Grisolia, per la revisione di certi confini tra le Unità di Lagonegro, Montesano e Tortorella – interviene un certo ‘Francesco Celso’, il quale si asserisce utile padrone di Lagonegro. Inoltre, in un altro istrumento in pergamena, rogato dal Notar Berardino Rossano nel 14 Gennaio 1518 – secondo riferisce il Falcone – interviene il Magnifico ‘Francesco De Munchis’ – ed anche questi s’asserisce utile padrone di Lagonegro – insieme con Donna Isabella (3) di Cordova, Contessa di Capaccio, per dirimere un’altra controversia insorta tra le Unità di Lagonegro e di Lauria per un territorio alla contrada Serra della Giumenta, e per ratificare e confermare altro istrumento stipulato nell’anno antecedente dal Notar d’Itri di Napoli. Potrebbero forse essere questi due signori Celso e De Munchis essere successivi mariti di Giovanna Saragusio, ma null’altro c’è dato conoscere su ciò. Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’, di Lorenzo Giustiniani, il quale nel vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 ecc…ecc..”.
Nel 1515, un certo Francesco Celso, interviene in una causa di confini a Lagonegro
Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Così è riportata negli Atti del Grande Archivio di Napoli la serie dei Feudatari di Lagonegro; tuttavia è duopo far osservare – secondo quanto riferisce il Tortorella – che in un istrumento rogato nel 1515 dal Notar Nicola De Pierri e dal Giudice a contratti Ruggiero Grisolia, per la revisione di certi confini tra le Unità di Lagonegro, Montesano e Tortorella – interviene un certo ‘Francesco Celso’, il quale si asserisce utile padrone di Lagonegro. Inoltre, in un altro istrumento in pergamena, rogato dal Notar Berardino Rossano nel 14 Gennaio 1518 – secondo riferisce il Falcone – interviene il Magnifico ‘Francesco De Munchis’ – ed anche questi s’asserisce utile padrone di Lagonegro – insieme con Donna Isabella (3) di Cordova, Contessa di Capaccio, per dirimere un’altra controversia insorta tra le Unità di Lagonegro e di Lauria per un territorio alla contrada Serra della Giumenta, e per ratificare e confermare altro istrumento stipulato nell’anno antecedente dal Notar d’Itri di Napoli. Potrebbero forse essere questi due signori Celso e De Munchis essere successivi mariti di Giovanna Saragusio, ma null’altro c’è dato conoscere su ciò. Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’, di Lorenzo Giustiniani, il quale nel vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 ecc…ecc..”.
Nel 1518, Giovanna figlia di Saragusio successe al padre nel feudo di Lagonegro che rivendè a Gian Vincenzo Caraffa
Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Al Saragusio successe, per mancanza di figli maschi, nel 1518, nel feudo di Lagonegro, la figlia ‘Giovanna’, la quale, nell’anno stesso, lo vendè, col regio assenso, a ‘Gian Vincenzo Caraffa’ della nobile famiglia Napolitana del prezzo di ducati 6000 (2).”. Il Pesce a p. 221 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi nel Grande Archivio. Quint. XVII, f. 38.”. Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Così è riportata negli Atti del Grande Archivio di Napoli la serie dei Feudatari di Lagonegro; tuttavia è duopo far osservare – secondo quanto riferisce il Tortorella – che in un istrumento rogato nel 1515 dal Notar Nicola De Pierri e dal Giudice a contratti Ruggiero Grisolia, per la revisione di certi confini tra le Unità di Lagonegro, Montesano e Tortorella – interviene un certo ‘Francesco Celso’, il quale si asserisce utile padrone di Lagonegro. Inoltre, in un altro istrumento in pergamena, rogato dal Notar Berardino Rossano nel 14 Gennaio 1518 – secondo riferisce il Falcone – interviene il Magnifico ‘Francesco De Munchis’ – ed anche questi s’asserisce utile padrone di Lagonegro – insieme con Donna Isabella (3) di Cordova, Contessa di Capaccio, per dirimere un’altra controversia insorta tra le Unità di Lagonegro e di Lauria per un territorio alla contrada Serra della Giumenta, e per ratificare e confermare altro istrumento stipulato nell’anno antecedente dal Notar d’Itri di Napoli. Potrebbero forse essere questi due signori Celso e De Munchis essere successivi mariti di Giovanna Saragusio, ma null’altro c’è dato conoscere su ciò. Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’, di Lorenzo Giustiniani, il quale nel vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 ecc…ecc..”.
Nel 1552, a Ferrante Sanseverino vengono tolti tutti i suoi feudi
Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 8, a p. 176 in proposito al Periodo del Viceregno Spagnolo, riferendosi alla consorte di Ferrante Sanseverino, ultimo dei Sanseverino, la bella Isabella Villamarino dei Conti di Capaccio che dopo la morte del marito era caduta in disgrazia, piena di debiti si era recata da Carlo V a Madrid a chiedere protezione, scriveva che: “Una sentenza del Consiglio di Stato del 1552, cioè quasi subito la partenza del principe da Napoli, lo aveva condannato a morte come ribelle, confiscando a benefizio dell’aerario i suoi vasti possedimenti. Il magnifico palazzo in Napoli, ecc…La Baronia del Cilento, che da secoli costituiva una sola università fu divisa in un gran numero di feudi, che vennero, al pari di tutti i possedimenti dei Sanseverino, esposti in vendita. Il castello di Agropoli nell’11 febbraio del 1552 restò aggiudicato ecc…Così, con la nobile famiglia dei Sanseverino, finì miseramente, dopo circa cinque secoli di vita, l’antica baronia di Rocca ecc..”. Nel documento ivi tratto dal Carucci (…), si espone l’unica vendita e riscatto dell’Università appartenuta ai Sanseverino, Marsico. In esso si vende la terra di Lauria, Agropoli, Polla, Sala, Diano (Teggiano) ecc..

(Fig…) Documento dell’Archivio di Simancas, tratto dal Carucci C., op. cit., p. 43 in Appendice
Nel 1553, ISABELLA VILLAMARINO dopo la morte del marito cadde in disgrazia
Il Mazziotti, racconta della sfortunata donna, moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo principe di Salerno caduto in disgrazia a causa dell’odio del vicerè spagnolo che lo perseguitò. Su donna Isabella moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo della nobile famiglia, ha scritto anche Carlo Pesce, sulla scorta del Racioppi (…) e due scrittori locali, il Alessandro Falcone (…) ed il Tortorella (…) che scrissero due manoscritti inediti. Il manoscritto del Falcone fu pubblicato recentemente in una edizione di Zaccara. Il Pesce (…), a p. 221, nella sua nota (3) postillava di Donna Isabella “di Cordoba” e si riferiva a Isabella Villamarino, la moglie dell’infelice Ferrante Sanseverino a cui furono tolti tutti i numerosi feudi e beni del marito dal Vicerè spagnolo. Il Pesce postilava che: “(3) A proposito di ‘Donna Isabella’ corrono ancora nel nostro popolo i seguenti versi, che han fatto ritenere che ella fosse stata moglie del nostro Feudatario espulso: “Num mi chiamati cchiù Ronna Sabella, Chiamatimi Sabella a svinturata, Ch’aggiu perduti trentasei castella. La puglia e tutta la Basilicata.”. Ma quei versi sono ripetuti in molti luoghi, ed il Racioppi (Op. cit. Vol. II, p. 394) ritiene che la Donna Sabella, così miseramente travagliata dalla fortuna, fosse la Regina Isabella d’Aragona, moglie di Renato d’Angiò, che, vinta da Alfonso I, perdè tutto e si ritrasse in esilio.”. Dunque, il Pesce (…), riportando le strofe della nota novella cantata in diversi luoghi del Cilento si riferiva, sulla scorta del Racioppi alla Regina Isabella d’Aragona moglie di Roberto d’Angiò che perse il Reame di Napoli conquistato da Alfonso I d’Aragona. Io invece credo si tratti di due prestanome di Ferrante di Sanseverino, marito di Isabella di Villamarino e contessa di Capaccio che insieme al marito caddero in disgrazia a causa delle continue controversie sorte proprio in quegli anni con il Vicerè Spagnolo don Parafan De Ribera. La Villamarino era la principessa di Salerno, coltissima, bellissima e ricchissima, oggi definita “la principessa del Rinascimento”. Isabella, da poco aveva perso tutti i suoi beni per ribellione toltigli dal Vicerè Spagnolo e di cui ha scritto il Mazziotti (…). Dunque, il Pesce (….) citava il Racioppi (…) ed in proposito nella sua nota (3) postillava che: “(3) …..Ma quei versi sono ripetuti in molti luoghi, ed il Racioppi (Op. cit. Vol. II, p. 394) ritiene che la Donna Sabella, così miseramente travagliata dalla fortuna, fosse la Regina Isabella d’Aragona, moglie di Renato d’Angiò, che, vinta da Alfonso I, perdè tutto e si ritrasse in esilio.”. Infatti Giacomo Racioppi (…), nel suo vol. II del Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania’, nel 1889, a p. 394, riferendosi alla novella su scritta nella sua nota (1) a p. 393 postillava che: “(1) Sarebbero è forse un’eccezione i quattro versi canticchiati in Basilicata, in terra di Otranto, in Napoli e in molte parti d’Italia, che comnciano “Non mi chiamate cchiu Donna Sabella, ecc..” che per l’accenno, nel quarto verso, alla Basilicata, potrebbero essere nati piuttosto qui che altrove? Qui, per vero, si ripetono in modo proverbiale anche oggi: ma io dubito che sia canto indigeno e proprio della provincia. Esso è riferito nella raccolta Casetti-Imbriani (vol. II, pag. 428). – Si è disputato chi fosse la Donna Sabella così miseramente travagliata dalla fortuna: ed oggi parrebbe accertato che quei versi si riferiscano alla Regina Isabella di Lorena, moglie a Renato d’Angiò, la quale dal 1435 al 1438 tenne testa nel Regno, virilmente guerreggiando, contro Alfonso di Aragona che infine vinse (v. a pag. 192); ed ella perdè tutto, e si ritrasse in esilio. I quattro versi si trovano già riferiti in un mss. anteriore al 1438 – Vedi nell”Archivio storico delle provincie Napoletane, Napoli, 1888, a pagine 623 e 624.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 8, a p. 176 in proposito al Periodo del Viceregno Spagnolo, riferendosi alla consorte di Ferrante Sanseverino, ultimo dei Sanseverino, la bella Isabella Villamarino dei Conti di Capaccio che dopo la morte del marito era caduta in disgrazia, piena di debiti si era recata da Carlo V a madrid a chiedere protezione, dove morì, scriveva che: “La triste novella della sua morte fu accolta con grande dolore in Napoli, in Salerno ed in tutti i feudi della nobile gentildonna, di cui tutti ricordavano le grazie del volto, l’amabilità dell’animo e i larghi benefizi. Ecc…L’immeritata ed improvvisa sventura di una donna, un tempo circondata da tanta magnificenza e tanto splendore, colpì vivamente la fantasia popolare. Ed ancora, a distanza di tre secoli e mezzo da quelli avvenimenti, si sente nelle campagne del Salernitano e sui monti del Vallo di Teggiano e del Cilento cantare malinconicamente questi versi in dialetto napoletano:
«Nun m’ chiamate cchiù Donna Sabella
chiamatemi Sabella ‘a sventurata
aggio perdut’ trentasei castella
‘a chiana ‘e Puglia e ‘a Basilicata
aggio perdut’ ‘a Salierno bella
ch’era ‘o spass r’ ‘a disgraziata
‘a sera m’imbarcaj int’ ‘a varchetella,
e ‘a mattina m’ truvai ‘negata.»
Il Mazziotti (…) a p. 177 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Questa canzone, con lievi varianti, si canta anche in altre provincie italiane specialmente del mezzodì. L’Imbriani, che la pubblicò per il primo, ritiene che si riferisse ad Isabella d’Aragona, moglie di Galeazzo Sforza, il Minieri Riccio invece a Isabella Villamarina. Il D’Ancona (‘Farfulla della Domenica’, 29 gennaio 1888) è venuto a scoprire che si riferisce a Isabella di Lorena moglie di Renato d’Angiò e che fu stampata nel 1483 nel libro di Sabatino degli Arienti “Ginevra delle chiare donne”. Invece di Salerno nella canzone si parla di Capua. A chiunque si sia riferito originariamente, certo è per le mortificazioni introdottevi e specialmente per l’accenno a Salerno, che si riferisce attualmente dal nostro popolo alla disgraziata Villamarina.”.
Nel 1831, a Lagonegro secondo il Laudisio
Nicola Maria Laudisio, a p. 99 (vedi edizione Visconti) scriveva che: “Vi sono attualmente in tutta la diocesi soltanto cinque conventi. Quello dei Cappuccini di Lagonegro, come già si è detto in precedenza, è stato soppresso, ma, sempre a Lagonegro, ve ne è un altro dello stesso Ordine. A Rivello vi è quello dei Minori Osservanti di S. Antonio di Padova, e a Battaglia quello di S. Maria delle Grazie. Quest’ultimo convento era stato soppresso, ma è stato di nuovo ricostruito grazie allo zelo pastorale dell’attuale vescovo che ha paternamente restituito al convento l’edificio, ecc…”.
Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Rivello di Ravaschieri, Lauria del Duca di Cerasano, Lago negro del Regio Fisco (21); etc…”. Bracco, a p. 38, nella nota (21) postillava: “(21) Rivello, Lauria, Lagonegro. Pareva che, centrato il discorso su Diano, l’autore dovesse poi volgere intorno lo sguardo, lasciandolo trascorrere sui paesi che fanno corona, nella promessa descrizione della Valle. Etc..”.
Note bibliografiche:
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.”.
(…) (Figg….) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932 (Archivio digitale Attanasio)
(…) (Figg….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (Archivio digitale Attanasio)
(…) Ciccone Pier Francesco da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate’, Roma, 1908
(…) Falcone Alessandro, ‘Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta del dottore Alessandro Falcone’, si veda ristampa anastatica a cura di Carlo Calza, ed. Zaccara, Lagonegro, 2013 (Archivio Attanasio)
(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio digitale Attanasio)
(…) Bulgarella Filippo, ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, citato dalla Falcone a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, da p. 13 e s. (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda pure (la Falcone (…), a p. 151 nella sua nota (197) postillava che: “Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Si veda pure dello stesso autore: Bulgarella F., Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, che stà in stà in ‘AA.VV., ‘Fatti, Patrimoni e uomini intorno all’Abbazia di S. Nilo nel medioevo’, Atti del I° colloquio internazionale (Grottaferrata, 26-28 aprile 1985), ed. Grottaferrata, Grottaferrata, 1988 (Archivio Attanasio), da p. 19 s.
(…) Schwarz Ulrich, ‘Amalfi nell’alto medioevo’, traduzione italiana , Salerno-Roma 1980 (Quaderni del Centro di cultura e storia amalfitana, 1), p. 80; Ulrich Schwarz, Amalfi nell’alto Medioevo, Salerno-Roma 1980, Amalfi 1985 e 2002, pp. 148 (parziale traduzione italiana, a cura di G. Vitolo, del vol. Amalfi im frűhen Mittelalter (9.-11. Jahrhundert). Untersuchungen zur Amalfi taner Überlieferung, Tübingen, Niemeyer 1978
(…) Panebianco Venturino, Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania, in ‘Rivista storica calabrese’, n.s. I (1980), pp. 189-193, in part. p. 192, avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano (Archivio Attanasio)
(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.
(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

(…) Curzio Nicola, Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, (cap. XIV, p. 29; si veda pure dello stesso autore: ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, Lauria, Tip. Editrice Francesco Rossi & figli, 1934 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Guillou Andrè, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; si veda pure: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89) (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Guillou Andrè, La Lucanie byzantine. Etude de géographie historique, in ‘Byzantion’ vol. XXXV, n° 1 (1965), pp. 119-149, in part. p. 133.

(…) Borsari Silvano, Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanna, a cura di Biagio Cappelli, Arti Grafiche A. Chicca, 1963, stà in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, nella sede dell’Istituto, a. 32, fasc. 3-4; dello stesso autore si veda pure: (…) Borsari Silvano, Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, Napoli, 1963, ed. Istituto Italiano per gli Studi Storici (Archivio Attanasio)
(…) Vera Von Falkenhausen, Il Monastero dei SS. Anastasio ed Elia di Carbone in epoca bizantina e normanna’, che stà ‘Il Monastero di Elia di Carbone e il suo territorio dal medioevo all’età moderna’, op. cit., in a p. 62 (Archivio Attanasio); si veda pure: V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; si veda pure dello stesso autore: Vera Von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo, traduzione italiana, Bari, 1978, pp. 161 ss.
(…) Pertusi Agostino, IL “thema” di Calabria: Sua formazzione, lotte per la sopravivenza. Società a clero di fronte a Bisanzio e a Roma, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974; si veda pure dello stesso autore: Pertusi Agostino, Bisanzio e l’irradiazione della civiltà nell’Alto Medioevo, Settimane di studio del centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, XI, Spoleto, 1964, pp. 91-2

(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253 (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.
(…) Giannini Paolo Arch., Il Monachesimo basiliano in Italia, stà in ‘AA.VV., Fatti, Patrimoni e uomini intorno all’Abbazia di S. Nilo nel medioevo’, Atti del I° colloquio internazionale (Grottaferrata, 26-28 aprile 1985), ed. Grottaferrata, Grottaferrata, 1988 (Archivio Attanasio)
(…) Santorio Paolo Emilio, ‘Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, Roma, 1601, foll. 29-30. L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.
(….) Pirro Rocco, Notiziae Siciliensium Ecclesiarum Abbate Netino D. Roccho Pirro Auctore, Palermo, ed. Mongitore, 1733, vedi vol. I (Archivio digitale Attanasio)

(…) Giovanelli Germano (Ieromano), ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955)

(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio storico Attanasio)
(…) Lamma Paolo, Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà, ed. Antenore, Padova, 1966, si veda il saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secolii IX e X’, pp. 332-4 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Lamma Paolo ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Filippo Bulgarella scriveva che questo testo è in “Oriente e occidente”, del 1968.

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Troccoli Carmine, Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Attanasio)
(…) Mazza Antonio, Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681 (Archivio Attanasio)
(…) Minisci Teodoro, Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio), dello stsso autore si veda pure: Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955 (Archivio Attanasio)
(…) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Attanasio)

(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963 (Archivio Attanasio)
(….) Rocchi Antonio, De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Ronsini Domenicantonio, ‘Cenni storici sul Comune di Rofrano, edito recentemente da Arnaldo Forni Editore (ristampa) (Archivio Storico Attanasio)
(…) Mercati Giuseppe, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, stà in ‘Studi e Testi’ 68, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s. (Archivio Attanasio)
(…) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996; si veda pure: Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; si veda pure: Rohlfs G., Colonie galloitaliche sul Golfo di Policastro (Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro (Lukanien), in Zeitschrift fur Romanische Philologie, 61, 1941, pp. 79-113, stà in Rohlfs G., Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina (LE), 1988, ristampa anastatica, pp. 39 e s.

(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in Follieri E., ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Attanasio)

(…) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio)
(…) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, “Pietro Ebner – Studi sul Cilento”, vol. II, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli (SA), 1990 ristampato nel 1999 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).
(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas (Archivio Storico Attanasio)

(…) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913 (Archivio Attanasio), vedi ristampa anastatica ed. Neograf, Diamante.
(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.
(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).
(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, si veda p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola ecc…(Archivio Storico Attanasio)
(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.
(…) Abbate Paolo, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, ed. ……., ……………, 1999; si veda un estratto sul Cenobio di S. Giovanni a Piro, pubblicato da Fariello (…)(Archivio Storico Attanasio)
(…) Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Sirleti (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177 (vedi nota (51), di Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’.
(…) Cappelletti Giuseppe, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp…….
(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.
(…) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978 (Archivio Storico Attanasio)
(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV, a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio)
(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone, Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Alaggio Rosanna, La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Lasco Giuseppina, I Santi monaci basiliani in Lucania, ed. et cetera Libri, Brienza (PZ), 2016 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale, 570-1080, ed. Guida, Napoli (Archivio Storico Attanasio)
(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743
(…) Beltrano Ottavio, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848, a p. 538 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Martire Domenico, La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150-151 e s.

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore: Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.
(…) Baumund P.M., Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385
(…) Lenormant Francois, La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant, Vol. I, Cosenza, ed. ‘Casa del Libro’, dott. Gustavo Brenner, 1961 (citato da Gay J., op. cit., a p. 270, si veda p. 308 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Amari Michele, Storia dei musulmani di Sicilia, Firenze, Felice Le Monnier, 1854, Vol. I, pp. 440-1
(…) Schlumberger G., L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Um Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicèphore Phocas, Paris, 1890
(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968 (Archivio Storico Attanasio)
(…) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978
(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c)
(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, ‘Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.
(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479
(…) D’Engenio Caracciolo Cesare, ‘Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, ed. Beltrano, (Archivio digitale Attanasio)
(…) Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027. Nel 1015 Guaimario associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Un altro figlio di Guaimario, Guido, fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore. Il quarto figlio di Guaimario, di nome Pandolfo, divenne invece signore di Capaccio. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. Guaimario è ricordato una prima volta nelle carte emanate dall’attiva cancelleria principesca nel maggio del 1023 (Diplomata…, pp. 62 s.; Pratesi, passim), quando con suo padre sottoscrisse un diploma che sanciva un importante ampliamento non solo dei possedimenti terrieri della mensa archiepiscopale salernitana, ma anche e soprattutto un allargamento dei poteri giurisdizionali del presule locale. Da allora, la “signoria episcopale” salernitana, come è stata giustamente definita da H. Taviani Carozzi (1991, pp. 1020 s., 1024 s.), si sarebbe potuta esplicare anche sui soggetti laici dipendenti dalla chiesa cattedrale. Il diploma, redatto dal notaio Accepto in forma solenne nel palazzo principesco di Salerno, era stato voluto in special modo da Gaitelgrima, fautrice di una politica di avvicinamento della dinastia non solo alla Chiesa, ma anche agli enti monastici. G. e suo padre patrocinarono pertanto la fondazione del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il progetto per l’erezione di quel monastero, avviato in realtà verso il 1011 dall’aristocratico Alferio su un sito inizialmente occupato dall’eremo di Liuzo, già monaco cassinese, era stato in breve abbracciato dai principi di Salerno. La Badia di Cava, che fu dotata da Guimario e dal padre di beni e privilegi di varia natura, divenne in pochi anni di rilevanza europea, non solo per la vita liturgica e culturale della sua comunità monastica, ma anche per la sua ricchezza e la sua potenza. Io credo che la donazione citata dal Beltrano e poi dal Gatta, si inserisca nel vasto programma munifico che i principi Longobardi di Salerno attuarono verso il monastero benedettino della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, attuato proprio in quegli anni. Credo che l’antica donazione del principe Guaimario III, citata dal Gatta (…), fosse una precedente donazione che alcuni principi Longobardi, facevano ai monasteri benedettini ed in particolare mi riferisco ad una donazione fatta nel 1045, attribuita a Guaimario V, comunemente chiamato Guaimario IV.
(…) Scaduto M., Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947

(…) Robinson Gertrude, ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930 (Archivio digitale Attanasio)
(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)
(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.
