Dal 1189, le nostre terre al tempo di Tancredi di Lecce, Costanza ed Enrico VI di Svevia

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo saggio mi occupo delle nostre terre dopo la morte di re Guglielmo II il Buono, anno 1189, fino all’ascesa di Federico II di Svevia. In particolare le nostre terre sotto Costanza d’Altavilla e l’Imperatore Enrico VI, le sue lotte con la moglie Costanza, le lotte con Tancredi conte di Lecce, l’ascesa di Guglielmo III, fino alla venuta di Federico II di Svevia. Salerno, le Baronie del basso Cilento e, probabilmente anche la Contea di Policastro furono tutte a favore della fazione che partecipava per Tancredi di Sicilia contro l’Imperatore Enrico VI di Svevia, anche grazie a personaggi Salernitani come Romualdo Guarna, Matteo d’Aiello e Niccolò d’Aiello.  Inoltre furono le esortazioni di Matteo che portarono il papa Clemente III a sostenere la causa del principe normanno contro l’imperatore Enrico VI.

Dopo il 1189, dopo la morte di re Guglielmo II il Buono e l’avvento di Enrico VI di Svevia

Angelo Bozza (…) che, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 362 (vol. II), nella sua ‘Cronologia dei fatti’, per l’anno 11…., in proposito scriveva che: ( a. 1185) Nozze della principessa Costanza figlia postuma del re Ruggiero con Errico figlio dell’imp. Federico Barbarossa.”. Il Cataldo (…), parlando di Policastro, scriveva che: “L’Italia meridionale nel 1186, col matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa (Federico I di Svevia), usciva dal dominio Normanno e passava definitivamente a quello degli Svevi.”. Scrive sempre il Cataldo (…), sulla scorta del Laudisio (…), che: “Policastro restò sempre Contea e i suoi vescovi furono sempre insigniti del titolo baronale: ‘N.N. Episcopus Polycastrensis terrarum Turris Ursajae et Castri Rogerii atque feudis Seleucii utilis Dominus ac Baro’”Infante (…), scriveva che (…), che: intanto nel 1186, l’Italia Meridionale, con il matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio di Barbarossa, non era più soggetta al dominio Normanno ma diventava Sveva. In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale”. Scrivono i due studiosi che: “In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…). Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel 1186, l’Italia Meridionale, con il matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio di Barbarossa (Federico I Hosenstaufen detto il ‘Barbarossa’), non era più soggetta al dominio Normanno ma diventava Sveva. 

Tancredi di Sicilia

Dopo l’anno 1189, Costanza d’Altavilla, figlia di re Ruggero II d’Altavilla, nel 1186, si era sposata con il futuro Imperatore tedesco Enrico VI di Svevia, da cui ebbe Federico II di Svevia. Dopo la morte di re Guglielmo II il Buono, nel 1188-89, si aprì una pericolosa lotta di successione al Regno di Sicilia, in quanto egli non aveva avuto eredi. In quegli anni, nacquero dissidi e lotte furibonde tra Tancredi Conte di Lecce che divenne il VI re di Sicilia e governò a Palermo e la figlia di re Ruggero II, Costanza che ne reclamava giustamente il Regno. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). L’Ebner, si riferiva al Tancredi, conte di Lecce che diventò il IV re della Sicilia. Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia (il figlio maggiore di Ruggero II di Sicilia) e di Emma dei conti di Lecce (figlia di Accardo II), divenne conte di Lecce nel 1149. Nel 1155 cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Tancredi rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono). Tancredi fece prigioniera Giovanna d’Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Angelo Bozza (…), parlando dell’anno 1178, scriveva che: “Guglielmo manda con la flotta il suo ammiraglio Margaritone in Grecia contro l’imperatore Andronico. (a. 1185) Nozze della principessa Costanza figlia postuma del re Ruggiero con Errico figlio dell’imp. Federico Barbarossa. (a. 1186) Guglielmo II invia la flotta in soccorso dei cristiani di Tiro assediati da Saladino, ed ivi unita a quella di Corrado di Monferrato fa sciogliere l’assedio. (a. 1189) Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi. L’Imperatore Errico VI ed il re Tancredi proseguono la guerra nel Regno. Ecc…”. Tancredi di Sicilia, o anche Tancredi di Lecce (Lecce, 1138 circa – 20 febbraio 1194), è stato Conte di Lecce (1149-1154 e 1169-1194) e poi Re di Sicilia (1189-1194). Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia (il figlio maggiore di Ruggero II d’Altavilla) e di Emma dei Conti di Lecce (figlia di Accardo II), divenne conte di Lecce nel 1149. Durante il regno di Guglielmo II, Tancredi fu suddito fedele del cugino e prese parte a numerose azioni belliche alla guida della flotta normanna. Nel 1174 comandò una grande flotta siciliana di 284 navi e 80.000 uomini che il re di Sicilia inviava al porto di Alessandria d’Egitto, col preteso di sostenere i Fatimidi insorti contro il Saldino, ma con la palese intenzione di manifestare la sua potenza sul Mediterraneo; l’insurrezione fatimida tuttavia era stata presto sedata e le ingenti truppe siciliane si ritirarono subito dal porto egiziano per dedicarsi ad azioni di disturbo e di saccheggio sulle coste nordafricane. Nel giugno 1185 Tancredi guidò l’enorme flotta siciliana di 300 navi, con 80.000 uomini sotto il comando di Riccardo di Acerra, che giunse a Durazzo per attaccare al cuore l’impero bizantino. Nel giugno 1186 Tancredi e Margarito da Brindisi guidarono la flotta normanna a Cipro (dove il governatore Isacco Commeno di Cipro si era ribellato a Bisanzio). Quando Guglielmo il Buono morì (1189), non essendovi discendenti diretti, si pose il problema della successione. In punto di morte Guglielmo avrebbe indicato la zia Costanza come erede, e obbligato i cavalieri a giurarle fedeltà, accettando a sorpresa le nozze di questa con Enrico VI di Germania, figlio dello svevo Federico Barbarossa. Costanza era figlia legittima di re Ruggero II d’Altavilla (quindi zia paterna anche di Tancredi), ma allora era molto forte l’opposizione dei cavalieri normanni alla dinastia imperiale sveva in Sicilia, e una parte della corte, sperando anche nell’appoggio papale, simpatizzava per Tancredi, che era riuscito a ottenere una certa stima come comandante militare ed era, per quanto illegittimo, l’ultimo discendente maschio della famiglia Altavilla (dei Normanni). Inoltre, essendo l’imperatore Federico Barbarossa impegnato nella crociata in Terra Santa, Enrico VI e Costanza erano costretti a rimanere nel Regno di Germania, allora in una situazione particolarmente delicata, e a distogliere la loro attenzione dalla Sicilia. In questo contesto, nel novembre 1189, Tancredi fu incoronato a Palermo Re di Sicilia. Papa Clemente III, che non vedeva di buon occhio un unico sovrano della casata Sveva dalla Germania alla Sicilia, approvò e riconobbe l’elezione. Nel 1190, sulla via per la Terra Santa, giunsero nel porto di Messina Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra, e Filippo II Augusto, re di Francia, con i rispettivi eserciti, apparentemente costretti a una sosta forzata da tempeste invernali fuori stagione: qui vollero incontrare l’abate Gioacchino da Fiore per chiedergli l’esito della nuova crociata Crociata. Durante lo stazionamento in Sicilia la conflittualità tra i due re si rianimò poiché Riccardo aveva rotto il fidanzamento con Adele di Francia, sorellastra di Filippo, e si era legato a Berengaria di Navarra. Filippo lasciò Messina non appena poté, il 30 marzo 1191. Invece Riccardo aveva qualcosa da chiarire col re di Sicilia: la sorella Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, era stata rinchiusa da Tancredi nel castello della Zisa, senza che le fosse restituita la dote: Riccardo pertanto chiese a Tancredi la liberazione della sorella e la restituzione di tutta la dote. Tancredi liberò Giovanna e restituì solo una parte della dote, per cui Riccardo, adirato, occupò Messina e fece costruire una torre di legno che fu detta Mata Grifon (Ammazza greci). La città subì un feroce saccheggio da parte degli inglesi e lo stesso ammiraglio Margaritone non fece in tempo ad arrivare in porto con la sua flotta, prima che la sua magnifica casa venisse incendiata insieme a tante altre della città (primavera 1191). Tancredi allora, che pure si era presentato con le sue truppe, preferì l’accordo: consegnò a Giovanna altre 20.000 once d’oro e indennizzò Riccardo con altrettante 20.000 once d’oro, in cambio dell’alleanza contro Enrico VI, il marito di sua zia Costanza, erede di Guglielmo II il Buono. Inoltre era previsto il matrimonio tra una delle figlie di Tancredi e il nipote di Riccardo, Arturo I di Bretagna, in quell’occasione nominato suo erede. La flotta inglese riprese il viaggio verso la Terrasanta solo a maggio. Quando Enrico VI successe nel trono al padre (1191), decise subito di riconquistare il Regno di Sicilia, supportato anche dalla flotta della Repubblica pisana, da sempre fedele all’imperatore. Tuttavia, la flotta siciliana riuscì a battere la flotta pisana; l’esercito di Enrico, anche a causa di una serie di eventi sfortunati (fra tutti una pestilenza), fu decimato. Inoltre, Tancredi riuscì a catturare ed imprigionare a Salerno la zia Costanza, moglie di Enrico. Per il rilascio dell’imperatrice Tancredi pretese che l’imperatore scendesse a patti con un accordo di tregua. Quale gesto di buona volontà, acconsentì a consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione imperiale e l’Imperatrice liberata. Tancredi perse così il prezioso ostaggio, e la tregua non venne stipulata. Tancredi morì di una malattia non meglio precisata nel febbraio del 1194, mentre era impegnato in una campagna nella parte peninsulare del regno per ridurre all’obbedienza i suoi vassalli di fede imperiale. La sua successione fu molto travagliata: il primogenito Ruggero era morto nel 1193 e al suo posto venne designato re di Sicilia il fratello minore Guglielmo III, di nove anni, con la reggenza della madre Sibilla di Medania sino alla maggiore età. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.”. Alla morte di Guglielmo II senza eredi il Regno precipitò nel caos a causa della guerra tra i pretendenti al trono: ovviamente Matteo d’Aiello, anche se già anziano e malato di gotta, si schierò con Tancredi di Lecce. In particolare la propaganda di Matteo contro Ruggero di Andria danneggiò quest’ultimo e assicurò a Tancredi la corona. Inoltre furono le esortazioni di Matteo che portarono il papa Clemente III a sostenere la causa del principe normanno contro l’imperatore Enrico VI. Per questi motivi Tancredi elesse Matteo a cancelliere, il primo dopo la cacciata di Stefano di Perche nel 1168. La salute di Matteo continuò a peggiorare e la morte lo colse nel 1193. Egli lasciò due figli, Riccardo e Niccolò d’Aiello, che ebbero una certa influenza nella vita del regno e continuarono la politica anti-sveva del padre. Niccolò d’Aiello fu arcivescovo di Salerno. Di quel tempo, Nicola Acocella (…), nella sua ‘Salerno Medievale d altri saggi a cura di Antonella Sparano’, edito nel …………., a p. 68, parlando delle fortificazioni a Salerno, in proposito nella sua nota (191) postillava che: “Poco più di un sessantenio più tardi, dal 1191 al 1194, quando la maggioranza dei Salernitani, ligia con l’arcivescovo Niccolò d’Aiello alla causa nazionale di Tancredi  d’Altavilla, dovette sottomettere la lotta contro il partito barnale seguace di Enrico VI, si arroccò saldamente proprio nella ‘Turris Maior’ (Pietro da Eboli, ‘De rebus siculis carmen’, ed. Siragusa, Roma, 1905-6, p. 35 sgg.; ed. Rota, R.I.S. 2, cit.,  XXXI, p. I, pp. 64-68).”. Dunque, Nicola Acocella (…), sulla scorta del ‘Carme’ di Pietro da Eboli, scriveva che a quel tempo, tra il 1191 e il 1194, Salerno e credo pure Policastro e tutto il basso Cilento, patteggiarono per la fazione a favore di Tancredi re di Sicilia, che dovette difendersi dall’assalto dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla per la conquista del Regno di Sicilia. L’Acocella, citava anche Niccolò d’Aiello, Arcivescovo di Salerno, alleato di Tancredi d’Altavilla.  Niccolò d’Aiello (Salerno, … – Salerno, 10 febbraio 1221) arcivescovo di Salerno dal 1181 alla morte. Era il secondogenito del cancelliere del Regno di Sicilia Matteo da Salerno. Fu un consigliere fidato alla corte di Tancredi di Sicilia ed uno degli attori della guerra di successione che contrappose quest’ultimo all’imperatore Enrico VI. Ai tempi in cui Enrico marciava per assediare Napoli nel 1191, le frange dei salernitani fedeli all’imperatore inviarono una lettera al sovrano promettendogli ricovero. L’arcivescovo Niccolò d’Aiello, la cui famiglia era ostile agli Hohenstaufen, dovette allora abbandonare Salerno per Napoli; qui prese il comando per la difesa della città allorché Riccardo di Acerra fu ferito. Insieme all’ammiratus ammiratorum Margarito da Brindisi protessero con successo la città e costrinsero l’imperatore ad abbandonare l’assedio. Tuttavia ciò ebbe poco effetto sugli esiti della guerra. Infatti Enrico fu incoronato il 25 dicembre del 1194 a Palermo ed alla cerimonia furono presenti non solo Niccolò ma anche Riccardo di Acerra, Margarito e la regina Sibilla. Quattro giorni dopo furono tutti arrestati con l’accusa di cospirazione (probabilmente inventata) e trasferiti nelle prigioni tedesche. Qui Niccolò rimase per diversi anni, malgrado le intercessioni di papa Innocenzo III. Bernardo Pio (…), nella sua edizione critica al “Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto” di Alexandri Monachi, edito nel 2001, a p. XII (Prefazione), in proposito scriveva che: “La morte del sovrano Guglielmo II d’Altavilla e la divisione del regno tra i partigiani di Tancredi di Lecce, figlio naturale del duca Ruggero e quindi cugino del sovrano defunto, e quelli di Enrico VI di Hohenstaufen, marito di Costanza d’Altavilla, zia di Guglielmo II, determinò, soprattutto in Abruzzo, una tale situazione di caos che il monastero rischiò di vedersi sottratti i suoi possedimenti principali ad opera di due baroni, Riccardo e Federico di Brittoli, discendenti del fondatore del monastero stesso.”. Bernardo Pio, introducendo il ‘Chronicon’ pocanzi citat, a p. XVI, in proposito a quel travagliato periodo scriveva che: “Questi eventi si svolsero nel pieno della lotta per la successione fra Enrico VI di Svevia e Tancredi d’Altavilla. Dopo un primo momento di sbandamento, Tancredi riuscì a prendere il controllo di tutto il Regno e, verso la fine del 1191, raggiunse l’Abruzzo dove sottomise il conte Rainaldo che era uno dei principali fautori  di Enrico VI e Costanza d’Altavilla.”. Bernardo Pio (…), pubblicò la cura del ‘Chronicon’ attribuito ad un monaco Alessandro (Alexandro Monachi) del Monastero di S. Bartolomeo di Carpineto. Bernardo Pio (…), a p. XVII, in proposito scriveva che: “Il monaco Alessandro, che come abbiamo visto di questa difesa fu uno dei principali artecifi, a raccogliere in un’unica opera tanto le memorie stooriche del monastero quanto gli atti ed i privilegi sui quali si fondavano i diritti patrimoniali e la situazione giurisdizionale dello stesso cenobio.”. Le notizie storice e gli atti e privilegi contenuti in questa interessante cronaca del tempo, è stata utilissima per la ricostruzione storiografica di certi avvenimenti dell’epoca.

Nel 1191, Matteo di Salerno (Matteo d’Aiello), cancelliere del Regno

Matteo è documentato come notaio della cancelleria normanna (notarius domini regis) dal 1154 al 1160. In questo periodo era al seguito di Maione di Bari che reggeva le redini dello stato in vece del poco presente re Guglielmo I. Il suo legame con Maione, anch’egli di origini non nobili, diventò sempre più stretto e l’ammiraglio gli affidò incarichi sempre più importanti: nel 1156 Matteo partecipò alla redazione del trattato di Benevento insieme al vescovo di Salerno Romualdo II Guarna. Maione, inviso alla nobiltà normanna che lo accusava di usurpare il governo del regno, nel 1159 cadde vittima di una congiura capeggiata da Matteo Bonnel; Matteo da Salerno riuscì a sfuggire all’agguato mentre il re Guglielmo venne prima fatto prigioniero e poi reinsediato dal popolo. Il sovrano richiamò a corte Matteo e gli affidò l’incarico di ricompilare alcuni registri (tra cui il ‘Catalogus Baronum’) che erano andati distrutti durante la sommossa. La stima del re per Matteo era tale che il funzionario nel 1166 compare come magister notarius ed in seguito gli fu affidato il governo dello stato insieme a Riccardo Palmer, al vescovo eletto di Siracusa ed al caid Pietro, un musulmano. Alla morte di Guglielmo (1166), secondo le ultime volontà di quest’ultimo, Matteo fece parte (con il gaito Pietro e con il vescovo di Siracusa Riccardo), del consiglio che affiancava la regina Margherita nella conduzione del regno, essendo il figlio Guglielmo non ancora maggiorenne. Tuttavia la regina, diffidando dei feudatari e del consiglio, preferì farsi circondare da alcuni suoi familiari: suo fratello, Enrico, giunse subito dalla Navarra ed ebbe il feudo di Montescaglioso; ma soprattutto suo cugino, Stefano di Perche, fu nominato cancelliere del regno, generando i risentimenti della corte ed in particolare di Matteo che aspirava a quel titolo. Alla fine i favoritismi verso i navarresi e i francesi finirono per infastidire anche la parte musulmana della corte che fino ad allora aveva goduto del favore del re grazie ai propri meriti e alle proprie capacità. Stefano di Perche, avvertendo i pericoli di una congiura, fece arrestare molti dei funzionari della corona tra cui anche Matteo; tuttavia quest’ultimo, dal carcere, riuscì comunque ad organizzare una sommossa che costrinse Stefano di Perche a lasciare la Sicilia nel 1168. Si formò quindi un nuovo gabinetto di dieci familiares regis, ovvero di consiglieri, tra cui figuravano, oltre a Matteo, il navarrese Enrico di Montescaglioso (fratello della regina), Riccardo Palmer, Romualdo Guarna e Gualtiero (a volte, erroneamente detto Offamilio) (precettore del giovane re) che fu eletto arcivescovo di Palermo. Dal dicembre 1169 Matteo compare nei documenti come vicecancelliere. Alla morte di Guglielmo II senza eredi il Regno precipitò nel caos a causa della guerra tra i pretendenti al trono: ovviamente Matteo, anche se già anziano e malato di gotta, si schierò con Tancredi di Lecce. In particolare la propaganda di Matteo contro Ruggero di Andria danneggiò quest’ultimo e assicurò a Tancredi la corona. Inoltre furono le esortazioni di Matteo che portarono il papa Clemente III a sostenere la causa del principe normanno contro l’imperatore Enrico VI. Per questi motivi Tancredi elesse Matteo a cancelliere, il primo dopo la cacciata di Stefano di Perche nel 1168. La salute di Matteo continuò a peggiorare e la morte lo colse nel 1193. Egli lasciò due figli, Riccardo e Niccolò d’Aiello, che ebbero una certa influenza nella vita del regno e continuarono la politica anti-sveva del padre. Niccolò d’Aiello fu arcivescovo di Salerno.

Nel 1177, Giovanni, III Vescovo di Policastro (?) consacrò la chiesa di Casaletto

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 17 in proposito scriveva che: “Accantonando quindi l’ipotesi di una possibile datazione della nascita del paese all’inizio del IX secolo andiamo a prendere in considerazione il primo vero e solido “documento” che ci permette di inserire Casaletto nell’arco temporale della Storia, “depositato” nella chiesa Madre intitolata a San Nicola di Bari. Su una piccola lapide di pietra attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa, contigua al campanile, una scritta in latino ci ricorda che, sotto il vescovo di Policastro Giovanni III, nell’anno 1177, fu consacrata la chiesa: ecc..”.

Nel 1184, Tancredi di Padula ed il fratello Guglielmo, figli di Guglielmo di Padula (fratello di Gisulfo di Padula)

Riguardo al periodo successivo Normanno-Svevo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia etc..‘ vol. I a p. 249, in proposito al periodo successivo al ‘Catalogus Baronum’ scriveva che: “Nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da re Carlo, come risulta dai ‘Registri angioini’. Significato è il brano di A. di Costanzo (cit., p. 226) sul ritorno a Napoli di re Ladislao ecc..ecc... Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’, al n. 489 a p. 142, sempre in proposito a Guglielmo di Padula scriveva che: “1184, febbraio: è morto. Suo figlio Tancredi, signore di Fasanella, “pro remedio anime domini Guillelmi paludis felicis memorie dilectissimi quondam genitoris mei”, dona la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava, alla presenza di su fratello Guglielmo (Cava, perg. I 40). Le vicende successive dei titolari della baronia di Fasanella sono così descritte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I: ecc…”:

Cuozzo, p....Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346). Molti dei documenti contenuti nella ‘Cancelleria’ di Federico II di Svevia furono pubblicati nel 1888 da Winkelmann (…), nel suo “Acta Imperii Inedita”, documenti federiciani inediti conservati nei diversi Archivi Italiani e soprattutto non andati persi nel rogo del 1943 dell’Archivio di Stato di Napoli. Altri documenti della Cancelleria angionina sono stati raccolti nel ‘Liber Inquisitionum Caroli Primi’ dove si rielencavano gli stessi feudi e baronie esistenti ai tempi del ‘Catalogus Baronum’, ovvero ai tempi dei due Guglielmi I e II di Sicilia che poi furono donati da Carlo I d’Angiò ai suoi seguaci e tolti ai baroni che patteggiarono per Corradino di Svevia. Dunque, come scrive l’Ebner, riguardo le vicende successive al periodo di stesura del ‘Catalogus’, le stesse Baronie ivi elencate furono avocate al fisco da Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio, per “fellonia” e poi ancora in seguito, le stesse baronie elencate nel ‘Catalogus’ furono elencate in quei feudi che Carlo I d’Angiò restituì ai suoi seguaci dopo la caduta degli ultimi Svevi, di cui peraltro ho ivi scritto in un altro mio saggio.

Nel 1189, il giustiziere Florio di Camerota, in una vertenza con il collega Luca Guarna

Secondo la Treccani on-line, “Florio di Camerota” è: “Nobile del principato di Salerno ricordato per la prima volta alla metà del sec. XII, fu un tipico esponente della classe dominante del Regno normanno. Pur senza esserne uno dei maggiori baroni, infatti, i suoi possedimenti erano comunque rilevanti: vassallo diretto del re per Camerota, feudo ecc….Segue un periodo, di circa dieci anni, durante il quale non sappiamo più nulla di Florio; soltanto nel 1189 è presente in un documento, anche questo relativo a un procedimento affidatogli da Guglielmo II. Si trattava, in questo caso, di dirimere una controversia, riguardo al possesso di un terreno, sorta tra Gerardo, abitante della città calabrese di Rossano, e Nettario, abate del vicino monastero greco di S. Maria del Patir. Non si hanno ulteriori notizie su Florio, che tuttavia doveva essere ormai in età avanzata, visto che la sua attività di ‘iustitiarius’ durava ormai da ben trentanove anni: la sua morte deve essere quindi avvenuta, con ogni verosimiglianza, negli anni immediatamente successivi al 1189.”. Mario Caravale (…), a p. 267, scriveva che: “Nel 1189 i giustizieri Florio di Camnerata e Luca Guarna stendono per iscritto le consuetudini di Corneto, dietro ordine regio (214).”. Infatti a p. 267, il Caravale, nella sua nota (214), postillava che: “(214) G. Del Giudice, Codice diplomatico, cit. I, Appendice I, pp. LIII-LVIII.”:

Del Giudice, p. LIII, vol. I.PNG

(Fig…) Del Giudice (…), ‘Annali etc’, pp. LIII-LVIII, Appendice, vol. I

Nel 1189, Riccardo Florio di Camerota fornisce soldati a Riccardo Cuor di Leone per la III Crociata in Terra Santa

La notizia secondo cui Florio di Camerota (Riccardo) fornisse soldati a Riccardo Cuor di Leone, nel 1188, in occasione della III Crociata, proviene da Pietro Ebner (…), che a p. 581 del vol. I del suo ‘Chiesa Baroni e Popolo etc’, arlando di Camerota e di Florio di Camerota, in proposito scriveva che: Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme. Ricordo che Riccardo Cuor di Leone (I, 1188-1199) nel recarsi in Terrasanta con ottomila uomini per la Crociata, costrinse Tancredi, conte di Lecce, usurpatore del trono di Sicilia (IV re, 1190-1194) a liberare dalla prigionia la sorella Giovanna (morta 1199), vedova di re Guglielmo, e a pagargli la somma di 40 mila once d’oro (versate solo il terzo).”. Pietro Ebner a p. 581, nella sua nota (8), postillava che:  “(8) L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): ecc…” e poi sempre nella nota (8), riguardo la spedizione in Terrasanta di Riccardo Cuor di Leone, l’Ebner cita “Ruggiero d’Howrdea”, ovvero della sua cronaca di cui parlerò in avanti e cita pure la Cronaca di Ceccano e p. 411, vol. I, dell’Antonini. Dunque la notizia secondo cui Florio di Camerota aveva fornito militi a Riccardo Cuor di Leone nel 1188 in occasione della III Crociata, proviene da Pietro Ebner (…), che ne scrive sulla scorta della ‘Cronache’ di Ruggero d’Howrdea e del Ceccano. Tuttavia l’Ebner (…), cita la ‘Chronaca’ dell’Arcivescovo di Salerno Romualdo Salernitano (Romualdo Guarna) che però racconta l’episodio della liberazione di Giovanna ma non dice nulla riguardo a Florio di Camerota ed alla III Crociata. Stessa cosa diremo per il Ceccano, come vedremo in avanti. In verità, dal punto di vista bibliografico, questa notizia, ancor prima dell’Ebner, proviene dallo storico Angelo Bozza (…) che, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 277 (vol. II), scriveva su Riccardo Florio di Camerota: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Prima che ne scrivesse l’Ebner, la notizia secondo cui Florio di Camerota avesse inviato dei militi a Riccardo I cuor di Leone, nella spedizione del 1188, era stata citata nel 1889, dallo storico lucano Angelo Bozza (…), il quale, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 277, su Riccardo Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo inimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Mi chiedo da quale fonte il Bozza abbia attinto citando la notizia che riguarda la III Crociata di Riccardo Cuor di Leone e lo stesso Ebner (…), forse ha collegato l’episodio raccontato da Romualdo Guarna ?. Infatti, questi fatti risalgono al tempo della III Crociata del 1190 (dopo la morte di re Guglielmo il Buono). In quella occasione, Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra, in cui Riccardo si fece restituire la sorella Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, che era stata rinchiusa da Tancredi nel castello della Zisa. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Angelo Bozza (…), oltre a citare l’episodio di Lagonegro, del 1176, seguendo la sua cronologia dei fatti, si discosta da quanto egli stesso scrive a p. 361, del vol. II, parlando di Riccardo Florio di Camerota: “Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”, almeno io noto delle incongruenze su ciò che egli scriveva nella sua cronologia dei fatti. Il Bozza (…), a p. 362, scriveva che nell’anno 1189 Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.” e invece a p. 277 (vol. II), scriveva su Riccardo Florio di Camerota: “Florio (Riccardo) di Camerota,…..Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”, che riguarda la III Crociata al tempo di Re Riccardo I Cuor di Leone, dove il re d’Inghilterra si recò dopo la morte del padre Enrico II, nell’anno 1189. La notizia non è improbabile in quanto sappiamo che Guglielmo II il Buono, prima di morire, tra il 1188 e il 1189 si era recato in Sicilia per dare aiuto a e Riccardo I Cuor di Leone. In seguito, la notizia dataci da Pietro Ebner, non suffragata da sufficienti prove oggettive e fonti documentarie, viene citata dagli studiosi locali, quali il Guzzo, il La Greca, il Di Mauro, ecc….Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che nel 1188 compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia citata da La Greca (…), probabilmente tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i pesonaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella,  “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Il mio amico Michael Shano, mi dice che la notizia è citata anche nel testo di Giovanni Ciociano (…), nel suo ‘Storie camerotane‘. Gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza Crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. Alessandro Di Mauro (…), a p. 432, riguardo l’anno 1188, scriveva che: “Sessantatrè soldati con trenta inservienti camerotani partecipano alla crociata nella schiera fornita dal Florio a Riccardo Cuor di Leone (Ebner IV 581, Ciociano I 55 e D’Angelo 102).”. Il Di Mauro (…), si riferiva a Ebner (…), in ‘Chiesa, baroni e popoli etc’, a p. 581 del vol. II e a Ciociano (…), in ‘Storie Camerotane’. Ma si è visto la notizia proviene da Pietro Ebner. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Dunque, il Di Mauro (…), riferisce che uno studioso locale, ci parla di alcuni documenti conservati nell’Archivio Vaticano che attesterebbero la notizia secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Il Di Mauro (…), senza peraltro dire chi fosse questo studioso locale, pone la notizia intorno all’anno 1188, epoca della III Crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono e Riccardo Cuor di Leone.

Riccardo I d’Inghilterra detto Cuor di Leone e la III Crociata

Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.. Lo storico Georg Ostrogorsky (…), nel suo ‘Storia dell’Impero Bizantino’, a p. 365-366, cita Riccardo Cuor di Leone e scriveva che: “Il Santo Sepolcro era nuovamente caduto nelle mani degli Infedeli. Salah ad-Din, che dall’Egitto aveva esteso il suo dominio anche sulla Siria, irruppe nel 1187 in Palestina, il 4 luglio inflisse una dura sconfitta all’esercito latino presso Hattin, fece prigioniero il re Guido di Lusignano e il 2 ottobre entrò a Gerusalemme. I più eminenti sovrani dell’Occidente, Federico I Barbarossa. Filippo II Augusto e Riccardo Cuor di Leone, si fecero crociati. (p. 666). La Spedizione dei Re d’Inghilterra e Francia, che avevano scelto la via marittima per la Palestina, non interessò molto l’impero bizantino ecc…Fu soltanto un avvenimento collaterale di questa crociata che interessò da vicino Bisanzio: Riccardo Cuor di Leone occupò Cipro, fece prigioniero il suo sovrano Isacco Commeno e consegnò l’isola prima all’ordine dei Templari e poi (1192) all’ex re di Gerusalemme, Guido di Lusignano. Da allora Cipro restò in possesso degli Occidentali.”. La III Crociata (1189-1192), conosciuta anche come “Crociata dei Re”, fu un tentativo, da parte di vari sovrani europei, di riconquistare Gerusalemme e quanto perduto della Terrasanta al Saladino (Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb). Dopo il fallimento della II Crociata, la dinastia musulmana Zengide, che controllava una Siria unificata, era impegnata in un conflitto con i sovrani fatimidi dell’Egitto. Il condottiero curdo Saladino si scagliò contro gli stati crociati riuscendo a catturare Gerusalemme nel 1187. Spronati dallo zelo religioso, il re Enrico II d’Inghilterra e il re Filippo II di Francia (noto come Filippo Augusto) misero fine al conflitto che li vedeva opposti per impegnarsi a condurre una nuova crociata. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. La morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Anche l’anziano Imperatore Federico Barbarossa rispose alla chiamata alle armi mettendosi alla guida di un possente esercito. Nel luglio del 1190, Riccardo Cuor di Leone riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Il nuovo papa, Gregorio VII, Ildebrando di Soana (…), disse che la caduta di Gerusalemme era da considerare come il castigo di Dio per i peccati dei cristiani in Europa. Si decise dunque di preparare una nuova crociata: Enrico II d’Inghilterra e Filippo di Francia posero fine alla guerra che li vedeva contrapposti ed entrambi imposero sui loro sudditi la Decima per Saladino per finanziare la spedizione. Il solo arcivescovo di Canterbury Baldovino di Exter, attraversando il Galles, riuscì a convincere 3000 uomini a partire alla volta della Terrasanta (come racconta Giraldus Cambresis nel suo “Itinerario”). A Gisors il 22 gennaio 1188 il re di Francia Filippo Augusto e il re Enrico II di Inghilterra con Filippo di Fiandra decidono di partire per la crociata. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. Riccardo cuor di Leone prese la croce già quando era conte di Poitou nel 1187. Il padre di re Riccardo I d’Inghilterra, Enrico II d’Inghilterra  e Filippo II di Francia lo fecero a Gisors il 21 gennaio 1188 dopo aver ricevuto la notizia della caduta di Gerusalemme per mano di Saladino.   Dopo che Riccardo divenne re, lui e Filippo decisero di partire insieme per la III Crociata poiché ognuno di loro temeva che durante la sua assenza l’altro avrebbe potuto usurpare i suoi territori. Nel settembre 1190, sulla via per la Terra Santa, Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone giunsero in Sicilia, dove la sorella di quest’ultimo Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, era rinchiusa nel castello della Ziza, senza che le fosse restituita la dote. Riccardo chiese al nuovo re, Tancredi, la liberazione della sorella e la restituzione di tutta la dote. Tancredi liberò Giovanna e restituì solo una parte della dote, per cui Riccardo, adirato, occupò Messina e fece costruire una torre di legno che fu detta Mata Grifone (Ammazza greci). Tancredi si presentò con le sue truppe, ma preferì l’accordo: consegnò a Giovanna altre 20.000 once d’oro e, in cambio dell’alleanza di Riccardo, lo indennizzò con altrettante 20.000 once d’oro. L’alleanza stipulata era contro l’imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla, zia ed erede di Guglielmo II il Buono. Inoltre, nei termini dell’accordo, era previsto il matrimonio tra una delle figlie di Tancredi di Sicilia e il nipote di Riccardo, Arturo I di Bretagna, in quell’occasione nominato suo erede. Nel marzo 1191 giunsero in Sicilia anche Eleonora d’Aquitania, che rientrò in Inghilterra quasi subito, e Berengaria di Navarra (promessa sposa di Riccardo), che si prese cura di Giovanna. Riccardo e Filippo rimasero in Sicilia ancora per un po’, ma ciò portò ad un inasprimento delle tensioni tra loro e i loro uomini, con il re francese che tramava con Tancredi contro Riccardo. Finalmente i due re decisero a partire una volta che raggiunsero alcuni accordi, tra cui la fine del fidanzamento tra la sorella di Filippo, Alice, e Riccardo. Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e il suo seguito si imbarcarono il 5 giugno, raggiungendo la terraferma nei pressi del castello di Margat, dei cavalieri ospitalieri, in Siria. Nel luglio del 1190 riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Tancredi fece prigioniera Giovanna d’Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. Anche l’anziano Federico Barbarossa rispose alla chiamata alle armi mettendosi alla guida di un possente esercito. Tuttavia Federico affogò mentre tentava di guadare il fiume Goksu, in Asia minore, il 10 giugno 1190 prima di raggiungere la Terra Santa. La sua morte causò un tremendo dolore tra i crociati tedeschi, la cui maggioranza abbandonò l’impresa e fece ritorno nelle proprie terre. La campagna militare portò i crociati a riprendere il controllo di importanti città come Acri e Giaffa e a fermare l’espansione dei musulmani, tuttavia non riuscirono nell’intento di conquistare la città santa di Gerusalemme che era l’obiettivo emotivo e spirituale della spedizione. Già il 7 giugno arrivarono nei pressi di Acri, in quel momento assediata dalle truppe di Guido di Lusignano che, a loro volta, dovevano difendersi dall’assedio degli uomini di Saladino. La situazione era in una fase di stallo, poiché la guarnigione di Acri poteva contare sugli approvvigionamenti che arrivavano dal mare. Giunto nel teatro delle operazioni, non prima di essere riuscito a distruggere una nave piena di rifornimenti per la città [110], Riccardo diede ordine di realizzare diverse petriere in grado di utilizzare le pietre che aveva imbarcato a Messina. Così iniziò un meticoloso sanguinoso assedio a cui i due re, Riccardo e Filippo Augusto, parteciparono personalmente nonostante fossero entrambi malati. La spedizione di Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone raggiunse la Palestina via mare soltanto nella primavera del 1191. Due mesi dopo i crociati conquistarono Acri, dopo un lungo assedio nel corso del quale i cavalieri templari si erano distinti per il grande coraggio. Le forze cristiane guidate da Riccardo batterono a più riprese gli eserciti di Saladino avanzando verso Gerusalemme. Lo schieramento cristiano era, tuttavia, attraversato da grandi divisioni e Riccardo non aveva soldati sufficienti per conquistare Gerusalemme e difenderla. Alessandro Di Meo, nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc...

Le Fonti

Alessandro Di Meo (…), pur sostenendo l’ipotesi del Borrelli della redazione del ‘Catalogo dei Baroni’ al tempo delle Crociate e, per lo scopo di registrare i militi forniti dai vari Baroni e feudatari, non accenna alla III Crociata del 1187 o 1188 di Riccardo Cuor di Leone e dell’aiuto che egli ebbe da Re Guglielmo II di Sicilia, per la costruzione di un contingente di armati per terra e per mare. Devo pure precisare che il cronista dell’epoca al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, l’Arcivescovo di Salerno Romualdo Guarna, il quale visse alla corte di Guglielmo, la sua cronaca fu pubblicata dal Del Re (…), ma fino a p. 71, si occupa delle vicende accadute fino all’anno 1178, e si chiude con l’ultimo episodio che riguarda quell’anno. Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. Dunque Romualdo Guarna, pur parlando in diverse occasioni di Florio di Camerota, non cita la notizia della III Crociata e di Riccardo cuor di Leone, citata dal La Greca. La cronaca di Romualdo Guarna, non può parlarci della III Crociata perchè non arriva a quel periodo. E’ proprio forse in questo periodo o anno (a. 1188) che, re Guglielmo II il Buono, re del Ducato di Puglia e di Sicilia, sollecitato anche dal nuovo papa Gregorio VII, Ildebrando di Soana che vedremo insieme a Pietro di Salerno, che decise di partecipare alla III Crociata fornendo militi agli stati crociati aderendovi pienamente ed è forse riferita a questo periodo la notizia secondo cui i Crociati sostavano nei monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati, per imbarcarsi a porto Infreschi. Gli eventi della Terza Crociata furono narrati da Giraldus Cambresis e dal poeta Ambrogio. La spedizione di Federico I Barbarossa è narrata nella ‘Historia de expeditione Federici’, redatta da un certo Ansbert. Sul versante bizantino è disponibile la Narrazione cronologica di Niceta Coniate, grande logoteta bizantino, che riporta gli eventi tra il 1118 ed il 1206. Un altro autore che ha scritto sulla III Crociata e su Riccardo cuor di Leone è uno scrittore arabo, Gregorio Albufarag (…), di origine ebraica e siriaca. Il nome Gregorio è quello da lui stasso attribuitosi nel passaggio al cristianesimo. Albufarag (…), era detto Bar – Hebreo e scrisse un manoscritto che è stato tradotto da Dell’Orto Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto’, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio). Dell’Orto tradusse dall’arabo (o aramaico) la cronaca di  Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo‘. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo I d’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia. Del periodo di re Guglielmo II il Buono, dalla sua morte avvenuta nel 1189, in poi, ha scritto Riccardo di San Germano nella sua cronaca. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. L’Antonini (…), a p. 411, nella sua nota (2), postillava che: “(2) La ‘Cronaca’ di Ceccano mette quest’imbasciata un anno dopo: “Anno MCLXXVII Rex Gulielmus filiam Regias Angliae in Coniugio recepit mense Decembrit.”. Ma forse fra l’andare, e venire degli Ambasciatori, e ‘l venire della Principessa vi corse questo tempo.”. L‘Ebner (…), scrive in proposito che: “nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. L’Antonini (…), nella sua nota (2), si riferiva alla ‘Cronaca di Fossanova’ di Giovanni Ceccano (…), che fu pubblicata dal Del Re (…), nel suo vol. I. Il Ceccano (…), nella sua cronaca, a p. 518, in proposito traduceva e scriveva che: “1189. Indizione VI. E l’Imperator Federico nella festa di S. Giorgio prese ad andare oltremare a vincere Saladino, il quale aveva occupato e teneva in sua podestà la Terra di Gerusalemme e, camminò per l’Ungheria e la Romania ove commise assai mali. Guglielmo Re di Sicilia si morì nel mese di Novembre senza erede, il che fu grande pericolo.. Il Ceccano in questi passi della sua Cronaca, cita la spedizione del Barbarossa (Federico I) in Terra Santa (la III Crociata) che pone contestualmente allo stesso periodo in cui muore  re Guglielmo II il Buono (a. 1189).  Forse si trattava della spedizione o Crociata in Terra Santa citata dal Di Meo (…), quando nel suo vol. XI, a p. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Dunque per questa spedizione, il Di Meo (…), faceva riferimento alla cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona, che scrisse Chronica Universalis, una storia universale dalla creazione al 1213, ad essa attinse largamente Salimbene de Adam per la sua Chronica e che nel 1203 andò in Oriente al seguito del legato pontificio cardinale Pietro di Capua durante la IV Crociata si trovò a Costantinopoli. Anche un altro autore cita Sicardo vescovo di Cremona e riguardo questi avvenimenti, Isidoro La Lumia (…), nel suo ‘Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono’, pubblicato nel 1867, a pp. 334 e ssg., parlando della caduta di Gerusalemme nelle mani del Saladino e i preparativi per la III Crociata, in proposito scriveva che: “…: allora giungeva a proposito, recando sussidi, la flotta siciliana che spediva Guglielmo. Componevasi di cinquanta galere, con cinquecento cavalieri, trecento fanti, provvisioni in gran copia: (3) comandava l’ammiraglio Margarito da Brindisi, a cui la celebrata perizia nelle cose navali avea meritato il titolo di ‘Nettuno e re del mare’. (4) Margarito, rotta la linea nemica, vettovagliava Tiro e francavala dalla estrema penuria: poi, scorrendo in quelle acque, le spazzava dà legni Egiziani, riapriva libero il passaggio à Crociati che navigavano d’Occidente a soccorso (5).”. Il Lumia (…), a p. 334, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ruggiero di Hoveden, Ann., f. 639.. Sempre il La Lumia (…), a p. 334, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Octoboni Annales, presso Pertz, Monumenta Germaniae Historica Scriptores, tomo XVII, f. 102.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Sicardi Episcopi Cremonensis, Chronicon, f. 608, presso Muratori, Rer. Ital. Scriptores, tomo XVII. Sanudo, loc. cit., parla di 70 galee. Galfredo Vinisalf (l’autore della ‘Historia Hierosolomitana ab anno 1177 ad annum 1190, pubblicata per la prima volta da Borgas, ‘Gesta Dei per Francos’, tomo I) porta le cifre di Sicardo.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (4), postillava che: “(4) “Ut rex maris et a nonnullis alter diceretur Neeptunus”. Vinisalf, ivi f. 1156.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Sicardo, loc. cit.. Vinisalf, loc. cit.”. Dunque il La Lumia (…), a p. 334, cita alcuni cronisi dell’epoca che ci parlarono della spedizione organizzata da re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, in occasione della III Crociata per la presa di Gerusalemme usurpata dal Saladino. Il La Lumia (…), a p. 334, cita Sicardo e poi cita anche Galfredo Vinisalf e dice che egli sarebbe l’autore della ‘Historia Hierosolomitana ab anno 1177 ad annum 1190’, pubblicata per la prima volta da Borgas, ‘Gesta Dei per Francos’, tomo I) che secondo lui riporta le cifre di Sicardo. Riguardo Galfredo Vinisalf, abbamo visto che si trattava del cronista dell’epoca. La cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona “Sicardi Episcopi Cremonensis Chronicon” è stata pubblicata dal Muratori (…), nel suo vol. XVII dei “Rerum Italicarum Scriptores”. Del Sicardo (…), abbiamo il testo pubblicato dal Migne J. P. (…), nel suo Tomo CCVII, del suo “Patrologiae corsus completus”, dove lo pubblica da p. 9 a p. 539. Sicardo (…), nel suo ‘chronicon’, scritto nel XIII secolo, a p. 608, ci parla della spedizione organizzata dal re Guglielmo II di Sicilia. Si veda Sicardi Episcopi (…) (cronaca di Sicardo vescovo di Cremona), p. 519. Il vescovo di Cremona, Sicardo (…), a p. 519, riferendosi all’anno 1188, scriveva nella sua cronaca che: “Eodem anno Saladinus Tripolim accedens, vidensque se nihil proficere posse, in Antiocherum principatum vertit habenas, subjiciens Gabulum, et Laudiciam, Soanam, et Guardiam, Trapessacum, et Guascorum, et alia plura. Postca reversus in Galileam, Belvedere castrum munitissimum, quod, quod fines Jordanis custodiebat, vias Tiberiadis, Neapolim et Nazareth augustabat, per inediam compulit compulit ad deditionem. Ad haec duo comites Guilielmi Siculi regis cum quingentis militibus et quinquaginta galeris, Tyrum applicuerunt. Advenerunt ecc..”, che tradotto dovrebbe essere: “Nello stesso anno, Saladino ha reso Tripolitania fu vicino, e vide che non aveva buon effetto per poter, nel principato di Antiochia, sotto il suo dominio, Gabulum, e il proconsole, Soane, e la Guardia, Trapessacum, e il Guasco, e molte altre cose. In seguito tornò in Galilea, e, più fortemente fortificato del Castello Belvedere, cioè, che le estremità del Giordano, che lo tenne, le vie del mare di Tiberiade, e Nazareth augustabat a Napoli, e costretto dalla fame e li ha costretti alla resa. Il re dei Siculi Guglielmo, e cinquecento cavalieri, compagni di Guglielmo il Per queste due domande, e il cinquantaindietro con caschi, Tiro, che era a riva ecc…”. Il La Lumia (…), cita anche il “Sanudo”. Si tratta di Marin Senudo che scrisse il “Codice Estense”, citato più volte da Sicardo. La Lumia (…), citando il Senudo, postillava che: “Marin Sanuto, Secretorum Fidelium Crucis, libro III, cap. VIII, presso Bongas, Gesta Dei per Francos, tomo II, fol. 193-194”. Marin Sanudo, “il Vecchio”, noto anche come Martin Sanuto detto Torsello, proveniva dai patrizi Sanudo di San Severo. Deluso dalla caduta di San Giovanni d’Acri (1291), tentò di organizzare una crociata e ne riportò il progetto nell’opera Conditiones Terrae sanctae, presentata a papa Clemente V nel 1309. È interessante in quanto contiene una delle più precise descrizioni della Terra Santa dell’epoca, successivamente ampliata nel rifacimento Opus Terrae sanctae, offerto a Giovanni XXII nel 1321. Continuò per diversi anni a proporre le sue idee a papi, sovrani e signori, anche con la diffusione dell’ultima edizione dell’opera, il ‘Liber secretorum fidelium Crucis’, conclusa tra il 1321 e il 1323. Infatti, Marin Senudo (…), nel Libro III, Parte X, a p. 195, del “Gesta Dei per Francos”, di Bungas, nel Cap. I: “Continet succursum Terra Sanctae ab Occiduis regionibus exhibitum, tempore Saladino ecc..”, scriveva in proposito che: “………………………….”. Riguardo la III Crociata, Alessandro Di Meo (…), nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc... Il Di Meo (…), cita l’Anonimo Cassinese. L’Anonimo Cassinese (…), Chronicon Anonymi Casinensis, nunc primum in lucem prodit ex ms. codice Bibliothecae eiusdem monasterii signato num 62. alias 1020, pp. 135-143, si trova in Muratori A.L., ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. V, (vedi indice), da p. 135 e sgg….Il “Chronicon Anonymi Casinensis”, pubblicato dal Muratori nel vol. V è una cronaca del tempo, un manoscritto che parla di una Cronaca del Monastero di Montecassino. I “Chronica sacri monasterii casinensis”, in quattro libri, sono stati redatti a più mani: iniziati dal cardinale Leone Marsicano, detto l’Ostiense, continuati per breve tempo da un monaco di nome Guido, furono condotti a termine dall’archivista cassinese Pietro Diacono. Leone Ostiense scrisse tra il 1098 e il 1100, dal libro I al capitolo 92 del II libro (a. 1057) e ancora tra il 1101 e il 1106 dal capitolo 93 del II libro al capitolo 33 del III (a. 1071 o 1075). Il monaco Guido continuò da Leone fino al 1127. Infine Pietro Diacono riprese dal 1128 alla fine (1139) dal capitolo 25 del III libro al capitolo 130 del IV.

Il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’

(…) ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’ . Il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto‘. Scrive lo scrittore Salvatore Tramontana (…), che, in questa ‘Chronaca’ del tempo, si fa menzione dei fatti storici che riguardano l’Imperatore Enrico VI di Svevia e Tancredi di Lecce: “In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia.” . Su questo manoscritto, lo scrittore Tramontana (… si veda pp. 56 e ssg.), parlando di Tancredi di Lecce, al tempo dell’Imperatore Enrico VI, scriveva che: “Le miniature di Pietro da Eboli e un passo del Chronicon Sancti Bartolomei de Carpineto, farebbero invece pensare ecc.…”. Sul finire del XII secolo, Alessandro, monaco Benedettino del cenobio di San Bartolomeo di Carpineto, ogg in Provincia di Pescara, si accinse a raccogliere in un’opera la storia del suo monastero ed a trascrivere, in forma estesa e abbreviata, i documenti regi, pontifici e privati, che costituivano la base giuridica delle proprietà e delle prerogative del Monastero stesso. Su questo manoscritto, si veda Alexandri Monachi, Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto, a cura di Berardo Pio, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Roma, 2001. Bernardo Pio, nella sua prefazione al testo (…), scriveva che: “L’opera del monaco è costituita da n. 6 libri di cronaca che narrano gli eventi dal 962 al 1194, anno in cui muore Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia) e prende l’avvento l’Imperatore Enrico VI di Svevia. Poiché il 6° libro si conclude con la benedizione pontificia dell’abate Gualtiero di Civitaquana, avvenuta il 28 settembre 1194, è evidente che i sei libri delle chronache furono completati poco dopo tale data. Comunque, la parte narrativa fu sicuramente completata prima del mese di Aprile dell’anno 1195, perché nell’ultimo libro della ‘Chronaca’ non si fa alcun riferimento alla lettera con la quale Enrico VI, imperatore tedesco e re di Sicilia, accordava la sua protezione al monastero (28).”. Bernardo Pio (…), pubblicò la cura del ‘Chronicon’ attribuito ad un monaco Alessandro (Alexandro Monachi) del Monastero di S. Bartolomeo di Carpineto. Bernardo Pio (…), a p. XVII, in proposito scriveva che: “Il monaco Alessandro, che come abbiamo visto di questa difesa fu uno dei principali artecifi, a raccogliere in un’unica opera tanto le memorie stooriche del monastero quanto gli atti ed i privilegi sui quali si fondavano i diritti patrimoniali e la situazione giurisdizionale dello stesso cenobio.”. Le notizie storice e gli atti e privilegi contenuti in questa interessante cronaca del tempo, è stata utilissima per la ricostruzione storiografica di certi avvenimenti dell’epoca.

La ‘Chronaca’ di Riccardo di Hoveden

Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittore inglese del XII secolo. Forse è proprio da questa cronaca del tempo che proviene la notizia dei Crociati che sostavano nel monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enrico II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum. Ruggiero Hovden (…), scrisse “Gesta Henrici II et Gesta Regis Ricardi (1192)”. L’edizione curata da William Stubs dell’Itinerarium (Rolls Series, 1864) apparve prima del ritrovamento del manoscritto del poema di Ambroise. Come ci ha fatto notare Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, nella sua nota (128), parlando di Camerota, in proposito scriveva che: ….in Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.”. Dunque, il Campagna, parlando di Florio di Camerota e di Camerota, citava la Chronica apocrifa detta ‘Gesta Henrici II et Riccardi I’. L’opera di Hoveden “Gesta Regis Henrici Secundi Benedicti Abbatis” è stata proposta nella sua versione integrale tratta da un anico codice Latino, da  “CRONACHE E MEMORIALI DI GRAN BRETAGNA E IRLANDA DURANTE IL MEDIOEVO. PITBLTSIIEI) DALL’AUTOCITÀ DEL TESORO DEL SUO MAESTRO, SOTTO L’UH ^ AZIONE DEL MASTEU Ol ‘THE ROLLS.”, 1867: 

Cattura................

(Fig…) Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’ (come scrive l’Ebner)

La pubblicazione di una edizione della ‘Rerum Britannicarum  Medii Aevi Scriptores’, pubblicata nel 1867, dello ‘Itinerarium Peregrinorum et Gesta Regis Ricardi’, o più brevemente Itinerarium Regis Ricardi, edito da William Subbs (…) che è una narrazione risalente al XII secolo, in prosa latina, della III Crociata del 1189-1192. La prima parte del libro è incentrata sulle conquiste di Saladino e sulle prime fasi della crociata, con una lunga descrizione della spedizione dell’imperatore Federico Barbarossa. Il resto del libro descrive la partecipazione di re Riccardo I d’Inghilterra detto Cuor di Leone alla crociata. In passato è stata attribuita a Goffredo de Vinsauf ed è stata a volte ritenuta il resoconto di un testimone oculare. In realtà sembra sia stata compilata da Riccardo, un canonico della Holy Trinity di Londra (Ricardus, Canonicus Sanctae Trinitatis Londoniensis), sulla base di almeno due memorie contemporanee, oggi perse. La prima parte è a volte chiamata la Continuazione latina di Guglielmo di Tiro’. La seconda parte, in particolare, è strettamente collegata ad un poema in lingua anglo-normanna sullo stesso soggetto, L’Estoire de la Guerre Sainte di Ambroise. Dall’Enciclopedia Britannica apprendiamo che: “Roger of Hoveden, Hoveden scrisse anche Howden, (morto intorno al 1201), cronista inglese e storico dei regni di Enrico II e Riccardo I, il cui rapporto sugli anni 1148-1170 è uno dei pochi resoconti autentici del periodo. Poco si sa sullo sfondo di Roger; probabilmente nacque a Howden, un villaggio nello Yorkshire, e probabilmente frequentò una scuola monastica a Durham, nello Yorkshire. Potrebbe essere stato professore di teologia a Oxford, ma nel 1174 fu assunto da Enrico II, successivamente amministrò la legge forestale e riscosse entrate reali. Dopo la morte del re nel 1189, probabilmente Roger viaggiò con la crociata di Richard in Terra Santa e iniziò la sua narrazione nel viaggio da e verso l’Oriente. Le sue Chronica sono divise in due parti: la prima si basa sulla storia ecclesiastica di Bede e sulla sua continuazione di Simeone e Enrico di Huntingdon (732-1154), e la seconda tratta il periodo dal 1155 al 1201. Questa, la lunga parte della cronaca, è di gran lunga il più importante, essendo basato in gran parte sull’esperienza di Roger; fornisce elaborazioni dettagliate di questioni critiche, in particolare la disputa tra Enrico II e l’arcivescovo Thomas Becket. Le parti che coprono gli anni tra il 1192 e il 1201 sono quasi interamente opera originale di Roger e sono la prova del suo uso accademico di documenti e annali pubblici. Nonostante la sua tendenza a fare affidamento su prove deboli, il suo lavoro è attento, preciso e ben organizzato e il suo approccio ampio lo rende uno degli annali più sofisticati del suo tempo.

Enrico VI di Svevia

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(Fig….) Pietro da Eboli, miniatura che rappresenta l’Imperatore Enrico VI a Salerno

Leone Mattei Cerasoli (…), nel suo ‘La Badia di Cava e i Monasteri greci della Calabria superiore’, in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, anno VII, fasc. I, Roma, 1937, a p. 283, in proposito scriveva che: “Verso questo tempo succedevano ai Normanni gli Hohenstaufen dopo guerre e devastazioni che non avevano nociuto ai possessi Cavensi, sparsi in tante parti del regno. L’abbate Pietro II (1195-1208) aveva però ottenuto nel 1196 dall’imperatore Enrico VI una conferma piena di tutti i privilegi, diritti ed “esenzioni, di cui erano stati larghi per la Badia i monarchi normanni (3), ecc…”. Enrico VI di Hohenstaufen (Nimerga, 1° Novembre 1165 – Messina, 28 settembre 1197) è stato re di Germania (1190-1197), imperatore del Sacro Romano Impero (1191-1197) e re di Sicilia (1194-1197). Quando Enrico VI successe nel trono al padre (1191), decise subito di riconquistare il Regno di Sicilia, supportato anche dalla flotta della Repubblica pisana, da sempre fedele all’imperatore. Tuttavia, la flotta siciliana riuscì a battere la flotta pisana; l’esercito di Enrico, anche a causa di una serie di eventi sfortunati (fra tutti una pestilenza), fu decimato. Inoltre, Tancredi riuscì a catturare ed imprigionare a Salerno la zia Costanza, moglie di Enrico. Per il rilascio dell’imperatrice Tancredi pretese che l’imperatore scendesse a patti con un accordo di tregua. Quale gesto di buona volontà, acconsentì a consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione imperiale e l’Imperatrice liberata. Tancredi perse così il prezioso ostaggio, e la tregua non venne stipulata. Nel febbraio del 1194, Tancredi di Lecce re di Sicilia morì di una malattia non meglio precisata, mentre era impegnato in una campagna nella parte peninsulare del regno per ridurre all’obbedienza i suoi vassalli di fede imperiale. Enrico VI, nel frattempo, col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, sottometteva la Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette, a Troia, il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. Enrico riuscì a salire al trono di Sicilia insieme alla moglie Costanza, con un sanguinoso intervento armato nel dicembre 1194, destituendo il giovane Guglielmo III, ponendo così fine all’esistenza autonoma del Regno di Sicilia. Lo storico Ettore Bruni (…), riguardo l’Imperatore tedesco Enrico VI di Hoenstaufen (della casata Sveva), nella lotta di successione al Regno di Sicilia tra Tancredi d’Altavilla (Tancredi di Lecce), IV re di Sicilia dopo la morte di re Guglielmo II detto il Buono, scriveva che:  “La buona fortuna sembrò inizialmente accompagnare il Regno di Enrico VI (1190-1197), che stabilì la sua sede a Palermo. In pochi anni già era riuscito a vincere gravi opposizioni nell’Italia meridionale e ad aggiungere alle corone di Germania e d’Italia anche quelle del Regno di Puglia e di Sicilia (dove alla morte di Guglielmo II il Buono, nel 1189, erano sorte aspre contese, specialmente in Sicilia, contro i diritti al trono di Enrico VI). Ma in Sicilia dove aveva compiuto tante stragi per assicurarsi il potere, egli perse la vita).”. Riguardo l’epoca Sveva, Lucio Santoro (…), nel suo  Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli, stampato nel 1982, nella sua nota (14) a p. 31, così postillava in proposito che: “14. Dopo la morte di Guglielmo II, l’imperatore Enrico VI venne in Italia per prendere possesso del Regno spettante alla moglie Costanza ed anche per combattere gli oppositori appartenenti all’altro ramo della casa regnante normanna. Le lotte che avvennero nell’Italia meridionale in quel tempo sono documentate dal ‘Carme’ di Pietro da Eboli, che illustrò nel suo poema le varie fasi della guerra, e dall”Epistola’ di Ugo Falcando a Pietro tesoriere della chiesa di Palermo. Cfr. G.B. Siracusa, ‘Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli secondo il cod. 120 della Biblioteca Civica di Berna, Roma, 1906. Le fonti sono ambedue di grandissima importanza, soprattutto come efficace rappresentazione dello stato politico e morale esistente nel regno nell’atto in cui la dinastia normanna si estingueva e quella sveva si apprestava a succederle. Gli eventi del periodo federiciano sono narrati da Riccardo di S. Germano. La sua ‘Cronaca’ è stata pubblicata per la prima volta in F. Ughelli, ‘Italia sacra, Romae 1664, è successivamente, in E. Gattola, ‘Ad historiam Abbatiae cassinensis accessiones, Venetiis 1734, pp. 770 sgg.”Scriveva Infante (…), che: intanto nel 1186, l’Italia Meridionale, con il matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio di Barbarossa, non era più soggetta al dominio Normanno ma diventava Sveva. In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale”. Scrivono i due studiosi che: “In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…)”. Scrive Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, che: “Soprattutto sotto il regno di Costanza d’Altavilla, sposa e vedova di dell’Imperatore Enrico VI, i feudatari normanni avevano usurpato molti titoli e proprietà, specie a danno del demanio regio e della Badia di Cava.”. Il Cataldo (…),  a pp. 29-30, parlando di Policastro, scriveva che: L’Italia meridionale nel 1186, col matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa (Federico I di Svevia), usciva dal dominio Normanno e passava definitivamente a quello degli Svevi.”. Infatti, il Cataldo (…), a p. 19, dice che: “Guglielmo II, non avendo figli, cioè eredi, cedè il trono alla Casa di Svevia in seguito al matrimonio della zia Costanza d’Altavilla con Enrico VI di Hohenstaufen, figlio di Federico Barbarossa (1186), ecc..”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi. L’imp. Errico VI ed il re Tancredi proseguono la guerra nel Regno. Muore il re Tancredi, gli succede il figlio Guglielmo III poi Errico VI. L’imp. (a. 1194) Errico VI sottomette la Puglia e la Sicilia, devasta Salerno, vi fa prigioni Guglielmo III e la madre Sibilla, e regna tirannicamente, primo dei Svevi nel regno di Puglia. Nasce ad Esi nella Marca d’Ancona, Federigo II dall’imp. Costanza. Errico VI se ne torna in Alemagna conducendo seco i prigionieri reali ed il ricchissimo tesoro dè re Normanni nonchè i proventi delle confische (a. 1195). L’imp. Errico ritorna in Sicilia con 60 mila Tedeschi e fa crudelissimo  sterminio dè Normanni; ma i baroni sollevati dall’imp. Costanza fanno strage dè Tedeschi e tengono assediato Errico, il quale venuto a patti si pacifica coll’imperatrice (A. 1195). Muore l’imp. Errico VI gli succede il figlio Federico II di tre anni (a. 1197). Ecc..”. La cronologia dei fatti dopo la morte di re Guglielmo II il Buono nel 1189 e l’ascesa di Costanza d’Altavilla e il marito Enrico VI, primo della dinastia Sveva. Non sappiamo tantissimo delle nostre terre a quell’epoca, ovvero dopo l’anno 1189. Il Di Meo (…), riguardo l’epoca della III Crociata e la figura di re Guglielmo II, cita anche i cronisti Pietro da Eboli che gli dedicò un carme e Riccardo di San Germano (…). Riccardo di San Germano (in latino ‘Richardus o Ryccardus de Sancto Germano; San Germano, ovvero l’odierna Cassino, 1170 circa – 1243) fu un cronista, autore di una ‘Chronica’ dei fatti avvenuti in Italia, ma in particolare nel Regno di Sicilia, tra il 1189 e il 1243. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Per la ‘Chronaca’ di Riccardo di San Germano (…), si veda Ryccardi de Sancto Germano notarii Chronica’, a cura di Carlo Alberto Garufi, Bologna, Nicola Zanichelli, 1937-1938, LIV, 312 p., [4] c. di tav.; facs.; 32 cm; il volume è composto dai fascicoli 296, 301, 317/318; in alcune tirature inizio di stampa 1936, fine 1938, che si trova anche nel “Rerum Italicarum Scriptores”, a cura di Giosue Carducci e Vittorio Fiorini, Tomo VII, ed. Città di Castello, 1916, contenuta anche nell’edizione palatina del Muratori, vol VII. Lo troviamo anche in Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones’, vol. II, Venezia 1734, pp. 766-820. Di quel tempo, Nicola Acocella (…), nella sua ‘Salerno Medievale d altri saggi a cura di Antonella Sparano’, edito nel …………., a p. 68, parlando delle fortificazioni a Salerno, in proposito nella sua nota (191) postillava che: “Poco più di un sessantenio più tardi, dal 1191 al 1194, quando la maggioranza dei Salernitani, ligia con l’arcivescovo Niccolò d’Aiello alla causa nazionale di Tancredi  d’Altavilla, dovette sottomettere la lotta contro il partito barnale seguace di Enrico VI, si arroccò saldamente proprio nella ‘Turris Maior’ (Pietro da Eboli, ‘De rebus siculis carmen’, ed. Siragusa, Roma, 1905-6, p. 35 sgg.; ed. Rota, R.I.S. 2, cit.,  XXXI, p. I, pp. 64-68).. Dunque, Nicola Acocella (…), sulla scorta del ‘Carme’ di Pietro da Eboli, scriveva che a quel tempo, tra il 1191 e il 1194, Salerno e credo pure Policastro e tutto il basso Cilento, patteggiarono per la fazione a favore di Tancredi re di Sicilia, che dovette difendersi dall’assalto dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla per la conquista del Regno di Sicilia. L’Acocella, citava anche Niccolò d’Aiello, Arcivescovo di Salerno, alleato di Tancredi d’Altavilla.  Niccolò d’Aiello (Salerno, … – Salerno, 10 febbraio 1221) arcivescovo di Salerno dal 1181 alla morte. Era il secondogenito del cancelliere del Regno di Sicilia Matteo da Salerno. Fu un consigliere fidato alla corte di Tancredi di Sicilia ed uno degli attori della guerra di successione che contrappose quest’ultimo all’imperatore Enrico VI. Ai tempi in cui Enrico marciava per assediare Napoli nel 1191, le frange dei salernitani fedeli all’imperatore inviarono una lettera al sovrano promettendogli ricovero. L’arcivescovo Niccolò d’Aiello, la cui famiglia era ostile agli Hohenstaufen, dovette allora abbandonare Salerno per Napoli; qui prese il comando per la difesa della città allorché Riccardo di Acerra fu ferito. Insieme all’ammiratus ammiratorum Margarito da Brindisi protessero con successo la città e costrinsero l’imperatore ad abbandonare l’assedio. Tuttavia ciò ebbe poco effetto sugli esiti della guerra. Infatti Enrico fu incoronato il 25 dicembre del 1194 a Palermo ed alla cerimonia furono presenti non solo Niccolò ma anche Riccardo di Acerra, Margarito e la regina Sibilla. Quattro giorni dopo furono tutti arrestati con l’accusa di cospirazione (probabilmente inventata) e trasferiti nelle prigioni tedesche. Qui Niccolò rimase per diversi anni, malgrado le intercessioni di papa Innocenzo III. Enrico, dopo si diresse verso sud per conquistare il regno di Sicilia. In contrasto con i disegni paterni, egli voleva fare del Regno di Sicilia un feudo personale degli Hohenstaufen e con l’assedio di Napoli. Durante questo assedio, Salerno aprì le porte ad Enrico VI, il quale vi lasciò l’imperatrice e consorte Costanza d’Altavilla, poiché la sua inferma salute fosse curata dai famosi medici della città. Tancredi di Lecce, grazie all’abilità del suo ammiraglio Margarito, riuscì anche a catturare e imprigionare Costanza a Salerno. Per il rilascio dell’imperatrice il re normanno Tancredi di Lecce pretese che Enrico VI scendesse a patti con un accordo di tregua. Tancredi, pensò di consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione sveva e l’imperatrice liberata. Lo scrittore Salvatore Tramontana (…), parlando di Tancredi di Lecce, al tempo dell’Imperatore Enrico VI, scriveva che: “Le miniature di Pietro da Eboli e un passo del ‘Chronicon Sancti Bartolomei de Carpineto’, farebbero invece pensare ecc.…” e, postillava nella sua nota (13) sugli “Annales Cassinenses, a cura di G. Pertz, MGH, SS, XIX, Hannover, 1866, p. 314.”. Riguardo il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto’ (…). Gli ‘Annales Cassinenses’ o ‘Chronicon Anonimo Casinensis’, di Domenico Alberico, pubblicato dal Muratori A.L. (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, Tomo V, p. 135 e sgg, è un’opera tra le più importanti della storiografia medievale italiana, la ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Leone Ostiense. Nella sua prima stesura risale agli anni immediatamente successivi al 1099, opera di Leo Marsicanus, noto anche con lo pseudonimo di Leo Ostiense è stato un monaco bibliotecario, cronista e storico dell’Abazia di Montecassino. Di questo ‘Chronicon’ (…), si veda p. 143 del Muratori (…), anni MCXCIII e sgg., nell’immagine ivi:

Muratori, p. 145

(Fig.…) ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Ostiense, tratta da ‘Rerum Italicorum Scriptores’, del Muratori (…), anni MCXCIII, p. 143.

Nel 1194, Enrico VI di Svevia calò di nuovo in Italia e distrusse Napoli e Salerno

Tancredi, grazie all’abilità del suo ammiraglio Margarito, riuscì anche a catturare e imprigionare Costanza a Salerno. Per il rilascio dell’imperatrice il re normanno pretese che Enrico scendesse a patti con un accordo di tregua. Pensò di consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione sveva e l’imperatrice liberata. Nel dicembre del 1193, all’età di 19 anni, morì Ruggero III di Sicilia, amatissimo primogenito del re siciliano Tancredi, che lo aveva da un anno associato al regno come suo futuro erede e gli aveva fatto prendere in sposa la giovane Irene Angelo, figlia dell’imperatore Isacco II Angelo di Costantinopoli. Al suo posto Tancredi designò come futuro re di Sicilia l’altro figlio, il secondogenito Guglielmo III, di soli 9 anni, affidando la reggenza alla moglie Sibilla. Lo stesso Tancredi, che non riuscì a sopportare a lungo il dolore cagionatogli dalla perdita del figlio primogenito, si ammalò e morì poco dopo, il 20 febbraio del 1194 a 55 anni. Liberatosi dei Guelfi e favorito dalle luttuose circostanze, Enrico VI calò nuovamente in Italia quattro mesi dopo, nel giugno del 1194 con un poderose esercito, sicuro questa volta di non incontrare nessuna resistenza nel regno normanno. Col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, l’imperatore sottomise gran parte del regno di Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette a Troia il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. In quella sede l’imperatore nominò Cancelliere del regno di Sicilia e Puglia il vescovo Gualtiero di Pagliara. All’imperatore mancava soltanto la capitale Palermo, su cui marciò e la catturò nel novembre del 1194. Nel frattempo la regina Sibilla era fuggita nel fortissimo castello di Caltabellotta, conducendo con sé il figlio e giovane re Guglielmo III, le tre figlie, la nuora Irene Angelo, l’arcivescovo di Salerno, l’ammiraglio Margarito e tutti i baroni rimasti fedeli alla casa normanna. I due studiosi Crisci e Campagna (…), nella loro “Salerno Sacra”, parlando della storia di Salerno e parlando dell’anno 1194, a p. 570, in proposito scrivevano che: “Nel 1137 è conquistata da Lotario, imperatore di Germania, e nel 1194 è assediata, saccheggiata, orribilmente distrutta in buona parte da Enrico VI, primo re di Sicilia della Casa Sveva, perchè a lui ostile e favorevole a Tancredi. Molti cittadini sono uccisi, altri condotti prigionieri prima a Plaermo, poi in Germania, insieme con l’Arcivescovo Nicola e i suoi fratelli (6). Con ferocia brutale “mulieres omnes  indifferenter prostituit (l’esercito di Enrico VI)” (7).”. In questo breve passo i due studiosi Crisci e Campagna, ci parlano della presa di Salerno da parte di Enrico VI di Svevia che volle punirla in quanto essa patteggiava per l’allora re di Sicilia Tancredi conte di Lecce. I due studiosi (…), a p. 570, nella nota (6), postilavano che: “(6) CD.C., V, 50 in annotazioni”, e poi sempre nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, XI, 77 sg.. La devastazione fu descritta da Pietro da Eboli, l’adulatore di Enrico VI.”. Alessandro Di Meo, nella sua nota (6), citava il “Codex Diplomatico Cavense”, vol. V, Annotazioni. Il Codex Diplomaticus Cavensis, vol. V riguarda gli anni tra il 1018 e il 1034, ed è stato pubblicato a Napoli, nel 1878, dunque la citazione del Di Meo mi pare strana perchè non riguarda l’anno 1134 in cui Salerno fu distrutta da Lotario. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali’, vol. XI, a p. 77, parlando dell’anno 1194, cita la presa di Salerno da parte di Enrico VI di Svevia: 

Di Meo, vol. XI, p. 77.PNG (Fig….) Di Meo (…), vol. XI, p. 77

Il Di Meo (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “Quindi Arrigo passò a Salerno (‘mandando avanti a se in Sicilia la flotta’) a ’17 di Settembre, 4 giorni avanti la festa di S. Matteo, come nota il ‘Cronista Cavese: e la Città fu presa, egli dice, nel giorno stesso, essendone fuggiti molti uomini, e molte donne. ‘Predò la Città’, dice Radolfo; non perdonò alle Chiese entrando con violenza nel Tempio di S. Matteo, lo spogliò di tutto il tesoro; senza distinzione ne uscita tutt’i i cittadini, facendono altri trucidare, altri appiccare, e ( con ferocia brutale) ecc…Qui Roffredo, Abbate Cassinese, che dimentico di Canoni, e dell’onore di Dio, la …di soldato, ottenne la procura della Badia di Venosa, ch’era stata soggetta all’Abbate di Cava. Della presa di Salerno fatta da Arrigo così cantò Pietro di Eboli (‘lib. 2, p. 119 & seq.), ‘Latus in Apuliam ecc..”. In questi passi, il Di Meo (…), parlando della presa di Salerno da parte dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, citava il “Cronista Cavese”, poi cita il Rafolfo e poi cita Pietro da Eboli. I due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro “Pixous – Policastro”, parlando delle fortificazioni a Policasto sorte in origine con Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo, parlando delle saettere di Skenfrith, del 1190 (74), a p. 514, in proposito scrivevano che: “E a questo secolo, tra il primo quarto e la metà del XII, crediamo risalga la sistemazione definitiva delle mura, considerando l’opera di Ruggiero I solo come iniziale, indicativa, se non addirittura progettuale.”.  Della terribile repressione dell’Imperatore Svevo, Enrico VI, ‘Arrigo’ per l’Antonini (…), ha accennato lo scrittore Salvatore Tramontana (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi‘, a p. 58-59, dove ci parla di una terribile repressione verso i ribelli nel Regno di Sicilia (Regno di Napoli), messa in atto da Enrico VI, marito di Costanza d’Altavilla, nell’anno 1197. Scrive il Tramontana (…): “Nel mese di giugno, appena tornato dal Levante, Enrico VI soffocava nel sangue una rivolta con la quale anche Costanza sembra fosse connivente.”. Il passo del Tramontana, non si riferiva alla seconda venuta in Italia (a. 1193) dell’Imperatore Enrico VI di Svevia ma era riferito ad un altro episodio, allorquando cioè Enrico VI dovette combattere contro la sua stessa moglie, Costanza d’Altavilla che era a quel tempo reggente del Regno di Sicilia, essendo morto Guglielmo II d’Altavilla, lasciando il Regno senza eredi e Tancredi di Sicilia. Credo che l’Antonini, (…), citando il passo della ‘Chronaca‘ di Ottone di San Biagio (…), si riferisce all’anno 1193, la notizia storica che coinvolge la città della Molpa e forse pure Policastro e ‘Castello di Mandelmo’ (a Castelluccio di Licusati, situato nel Comune di Camerota (vedi immagine). La notizia è da riferirsi a dopo l’incoronazione d’Imperatore di Enrico VI, avvenuta nel 1191 dopo la morte di suo padre Federico I detto il Barbarossa. Scrive il Tramontana (…), a p. 57 che: “Solo alla morte di Tancredi di Lecce, avvenuta a Palermo il 10 febbraio 1194. In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia.”. Credo che la notizia citata dall’Antonini si riferisca all’anno 1193, ovvero a quando l’Imperatore Enrico VI di Svevia, dopo la morte del padre Federico I detto il Barbarossa, cercò di riprendersi il Regno di Sicilia. L’Antonini (…), ci parla dell’Imperatore  Arrigo”, che, sceso in Italia per la seconda volta, nell’anno 1193, mise a ferro e a fuoco molte città del Mezzogiorno Normanno, tra cui, Salerno, la Molpa e Policastro. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), cita i fatti dell’epoca, sono stati raccolti dal monaco benedettino Ottone di S. Biase (…), o  la ‘Chronaca’ di Ottone da San Biase’, come lo chiama l’Antonini. L’Antonini (…), postillava che la ‘Chronaca’ di Ottone da San Biase era stata pubblicata dal Muratori. Il Di Meo (…), diceva che il Pappebrochio (…), scriveva coll’autorità di Ottone di S. Biase. Dunque, secondo il Di Meo (…), lo storico Pappebrochio (…), scriveva sulla scorta di Otone di S. Biase (…). Daniel Papebroch è stato un gesuita, storico e diplomatista belga, chiamato in Italia Pappebrochio (…). Daniele Papebrochio è uno storico e dotto bollandista che nel ‘600, da cui ha attinto lo stesso Antonini (…), il quale nel 1685 pubblicò i ‘Notamenti’ (o Diurnali) di Matteo Spinelli da Giovinazzo, traducendo i testi napoletani in latino, poi riconosciuti nel 1868 da W. Bernardi come una falsificazione. Il monaco citato dall’Antonini (…), Ottone di San Biagio, continuò la ‘Chronica’ di Ottone di Frisinga. La ‘Chronaca’ di Ottone di Frisinga (…), fu continuata fino all’anno 1210 da Ottone abbate di San Biagio. Su Ottone Abate di San Biagio, ha scritto il Tramontana (…), a p. 59, nel suo  ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., postillava su Ottone di San Biagio, alla sua nota (16), scriveva: “Ottone di San Biagio, Chronica, a cura di A. Hofmeister, MGH, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, Hannover-Leipzig, 1912, c. 45, p. 71.”. Il Muratori (…), ha pubblicato la ‘Chronaca’ di Ottone Abate di San Biagio (…), citato dall’Antonini (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. VI, p. 863 e sgg., di cui quì riportiamo un estratto: 

muratori, p. 863(Fig….) Muratori (…), p. 863, vol. VI

Nel Tomo X della Nuova Enciclopedia popolare del 1848, si scrive di Ottone di San Biagio che egli scrisse una ‘Chronaca’, continuando l’opera di un altro prelato dell’epoca Ottone da Frisinga (…), che scrisse una ‘Chronaca’ sulla vita di Federico I detto il Barbarossa fino all’anno in cui egli morì. Di Ottone di Frisinga (…), meglio conosciuta è l’opera di Ottone ‘Gesta Friderici imperatoris’ (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico I detto il Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. La ‘Chronaca’ su Federico Barbarossa, scritta da Ottone da Frisenga (…), fu poi continuata fino all’anno 1210 da Ottone Abate di San Biagio (…). Nella ‘Chronaca’ di Ottone Abate di San Biagio (…), citato dall’Antonini (…), nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1193), si legge che: “Anno Dominicae Incarnationis MCXCIII. multis de cismarinis regionibus Cruce peregrinationis accepta, ad auxilium transmarinae Ecclesiae accendutur. Eodem anno Henricus Imperator contracto exercitu secunda vice Alpes transcendit, transitaque Italia & Tuscia in Campania arma  convertit. In quo itinere Richardum de Scerre Comitem sibique praesentatum, apud Capua patibulo suspendit ecc…”, la cui traduzione più o meno è la seguente:  Allo stesso tempo, il secondo anno di Enrico Imperatore, assemblato il suo esercito, ha attraversato le Alpi, transitaque in Campania, Italia e Toscana, rivolto le sue braccia. Richard modo visibile in cui il conteggio si presentò con una suspense croce Capua, ecc … “. Continuando il suo racconto, Ottone scriveva: “Deinde omnes civitates Campaniae, Apuliaeque aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit: inter quas praecipuè Salernum, Baletum (82), Barram, multasque alias civitates fortissimas nimia inflammatus ira, pervasa inaestimabili praeda subvertit ecc..”.

Muratori, p. 895Muratori, p. 896,,,

(Fig….) ‘Chronaca’ di Ottone, Abate di San Biagio, Cap. XXXIX, p. 896

La cui traduzione è più o meno la seguente: Successivamente, tutte le città della Campania, e, Puglia, furono messe a ferro e a fuoco, o nella console hanno ricevuto la loro resa: fra i quali siamo principalmente a Salerno, Baletum (82), di carpe, e delle molte altre città del più coraggioso della sua troppo grande un trasporto di rabbia, era stata invasa, distrutto il bottino ha prezzo,…. Il Muratori, nella sua nota (82), postillava che: “C. Ms. Barletum”. Se, come scrive l’Antonini (…), sulla scorta della ‘Chronaca’ di Ottone da San Biagio (…),  restiamo all’anno 1193, si tratta di “Henricus Imperator”, Enrico VI di Svevia. La notizia che riguarda l’anno 1193 in cui vi furono dei flagelli su Policastro da parte dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, citata pure dall’Antonini (…), contenuta nella ‘Chronaca’ di Ottone da San Biagio, di cui abbiamo pubblicato l’estratto in Muratori, è citata anche a p. 50, nel testo di don Carlo Calà (…) del 1660, dal titolo Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’, che, sulla scorta di Carlo Sigonio (…), a p. 49, ci parla della storia degli Svevi e dell’Imperatore di Sicilia Enrico VI, padre dell’Imperatore Federico II di Svevia.

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(Fig….) Pag. 49 tratta da ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’ (…)

Nel testo del 1660, si postillava che: “z nell’anno 1193, riferito da Besoldo, fol. 565.”, riferendosi all’anno 1193, scrivendo che: “E benchè Ottone di S. Biase (z) nabbia scritto che la morte del Conte successe nella seconda venuta d’Enrico in Italia, dicendo: “In Secunda in Italiam prosectione Henricus Imperator Riccardum de Scerre Comitem ditissimum apud Capuam suspendit patibulo capite deorsum verso”; con tutto ciò il certo è, che fu l’ultima venuta ecc….dell”Imperator ipse Alemania’ “. Il testo del 1660, scrive che: “Dicono che l’Imperatore venne con intenzione di sterminare totalmente i seguaci, e dipendenti della Casa dè Normanni, per causa delle cospirazioni fatte in sua assenza…Et nelle Croniche di Fossanova, & Annali d’Arnoldo y si legge, che detto Imperatore pose in ordine un’esercito di 60.000 huomini, col quale venne nel Regno di Napoli (ex Regno di Sicilia), e di quà partì per Sicilia, dove arrivò il 16 Gennaio 1197….

p. 50 della storia degli Svevi e Federico II.JPG

p. 50.JPG

(Fig….) Pag. 50 tratta da Carlo Calà (…) ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’ di don Carlo Calà (…) (Archivio Storico Attanasio)

Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana, pubblicato nel 1852, da pag. 250 e sgg., del vol. II,nel capitolo “Costanza è arrestata dai salernitani e  consegnata a Tancredi”, parla degli avvenimenti che sconvolsero Salerno al tempo di Tancredi di Sicilia e di Enrico VI di Svevia. Il Paesano detesta il ‘Carme’ di Pietro da Eboli con il quale adulava l’Imperatore Enrico VI di Svevia. Di quegli anni e precisamente dell’anno 1195, un’altra notizia ci viene da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popolo etc’, nel vol. I, a p. 417 che, in proposito scriveva: “Nel 1195 Filippo di Marsico, signore di Diano, vendette (146) alla chiesa di S. Marzano di Cava, sita in territorio di Diano, tutte le terre possedute “ubi valle de ruzzuni dicitur” nei pressi di Diano.. Ebner, nella sua nota (146), postillava che: “(146) I, ABC, M 4, novembre a. 1195, XIII, Diano.”. Non abbiamo notizie certe in merito alla situazione nel Golfo di Policastro e delle altre Baronie sorte durante l’epoca dei due re Guglielmi, ma vi sono testimonianze della devastazione che in quell’occasione Enrico VI di Svevia portò alla Molpa di Palinuro. Mattei Cerasoli (…), nel suo ‘La Badia di Cava e i Monasteri greci della Calabria superiore’, in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, anno VII, fasc. I, Roma, 1937, a p. 283, in proposito scriveva che: “Verso questo tempo succedevano ai Normanni gli Hohenstaufen dopo guerre e devastazioni che non avevano nociuto ai possessi Cavensi, sparsi in tante parti del regno. L’abbate Pietro II (1195-1208) aveva però ottenuto nel 1196 dall’imperatore Enrico VI una conferma piena di tutti i privilegi, diritti ed “esenzioni, di cui erano stati larghi per la Badia i monarchi normanni (3), ecc…”. Mattei e Cerasoli, a p. 283, nella nota (3), postillavano a riguardo che: “(3) Vedi edizione di Guillaume, op. cit., App. pag. XXXIX”.

Nel 1193, Enrico VI di Svevia distrusse la Molpa

Il Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di Molpa, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…), scrivendo:  “Nuovo saccheggio Molpa subì nell’anno 1193, quando l’Imperatore Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa e marito di Costanza d’Altavilla, per vincere le gravi opposizioni e i profondi contrasti sorti al momento della sua ascesa al trono in tutta Italia meridionale, dovette operare distruzioni e stragi per assicurarsi il potere (16).”. Il Guzzo postillava alla sua nota (16) che la notizia era tratta da “Ettore Bruni-Signorelli, I fatti e le Idee, 1967, vol. I, p. 67.”. Devo però precisare che la notizia citata dal Guzzo, non è affatto riportata da Ettore Bruni. Il Bruni (…), citato dal Guzzo (…), non dice nulla della notizia riportata dal Guzzo (…): “Nuovo saccheggio Molpa subì nell’anno 1193, quando l’Imperatore Enrico VI,”. La notizia citata dal Guzzo (…), proviene dall’Antonini (…).  Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dall’Antonini (…). L’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 375, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva nei pressi dell’attuale promontorio della Molpa di Palinuro, ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che: “Ma la sua sorte portolla ad esser saccheggiata anche dall’Imperador Arrigo, allora che nel MCXCIII per la seconda volta calò in Italia; e secondo scrive ‘Ottone di S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal sig. Muratori nella sua ‘Scrittori Medii Aevi, molte città del Regno: ‘Aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit, inter quas praecipue Salernum & c.’ ”. Dunque l’Antonini (…), citava il passo tratto dalla cronaca della di Ottone di S. Biase (…).

Antonini, p. 375, parla di Federico Barbarossa

(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da: Parte II, Discorso VII, p. 375.

L’Antonini (…), dunque, sulla scorta della ‘Chronaca’ di Ottone di San Biase che scriveva che: Aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit, inter quas praecipue Salernum & c.”, ovvero che: “Molte città furono distrutte e prese d’assalto, per ricevere la loro resa, le quali innanzitutto Salerno.”. L’Antonini, riguardo la città oggi in ruderi di ‘Molpa’, sosteneva che: “Ma la sua sorte portolla ad esser saccheggiata anche dall’Imperator Arrigo, allora che nel 1193, per la seconda volta calò in Italia;”. L’Antonini (…), sulla scorta di questa ‘Chronaca’ del tempo, il ‘Chronicon’ di Ottone di S. Biase (…), sosteneva che la città della ‘Molpa’, nell’anno 1193, era stata saccheggiata anche dall’Imperatore ‘Arrigo’, quando era sceso per la seconda volta in Italia. L’Antonini si riferiva all’Imperatore Enrico VI di Svevia, figlio di Federico I Barbarossa e marito di Costanza d’Altavilla. L’Antonini (…), citava l’interessante riferimento bibliografico, scrivendo “….e secondo come scrive ‘Ottone da S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal Sig. Muratori fra gli ‘Scrittori Medii Aevi’”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.”.

Nel 1194, Enrico VI di Svevia

Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a p. 74 riferendosi all’Abbazia di Venosa, in proposito scriveva che: Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse la sua autonomia e, nel 1194, fu sottomessa all’autorità di Montecassino dall’Imperatore Enrico VI, che intese punire quei monaci per aver appoggiato il suo rivale, Tancredi di Lecce, nella lotta di successione al trono e premiare, quindi, l’abbazia di Montecassino, a lui fedele. Stessa sorte seguirono anche i benedettini di S. Giovanni, che da quel momento sono indicati nei documenti come benedettini-cassinesi, al pari dei loro colleghi venosini.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, pp. 29 e sgg., inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Autore (Archivio Storico Attanasio)

(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) Ebner Pietro, Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro (Archivio Storico Attanasio).

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74 (Arcivio Storico Attanasio).

(…) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme a una Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae, probabilmente dello stesso autore. Il nome Hugo Falcandus poteva essere letto sul codice da cui Gervasio di Tournay trasse l’editio princeps da lui curata nel 1550: si trattava tuttavia di un manoscritto adespota (senza indicazione dell’autore), di proprietà di Matteo Longuejoue, vescovo di Soissons. Oggi il codice è perduto, e il nome non ricorre né nel testo, né in altre opere dell’epoca. Si può quindi ritenere, secondo l’ipotesi di Enrico Besta, che il nome riportatovi fosse quello di uno dei precedenti proprietari (forse Foucault de Bonneval, predecessore di Mathieu Longuejoue alla diocesi di Soissons). Secondo un’altra ipotesi, potrebbe anche trattarsi di uno pseudonimo usato dal vero autore, o di un nome inventato dallo stesso Tournay che lo pubblicò nel 1550, anche se quest’ultima ipotesi non trova motivazione. La sua cronaca, «Liber De Regno Sicilie», in latino, copre gli anni 11541169. Falcando narrò la storia del Regno normanno di Sicilia, soprattutto sotto il re Guglielmo I di Sicilia detto il Malo (†1166) e dei primi anni del regno di re Guglielmo II il Buono. La narrazione è programmaticamente limitata agli avvenimenti: intrighi e violenze di un mondo curiale palermitano che lasciano un’impressione di malvagità e di corruzione apocalittica, probabilmente al di là della realtà storica. Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137, si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), “visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

(…) Ravegnani Giorgio, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004, p. 204 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Cinnamo Johannis, stà in ‘Corpus scriptorum historiae byzantine’, ed. Bonnae, …………

(…) Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio, III; 13,7

(…) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907, II, p. 307; ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

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(…) La Lumia Isidoro, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251; si veda pure, La Lumia Isidoro, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, Firenze, Le Monnier, 1867.

(…) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Anonimo Cassinese, Chronicon Anonymi Casinensis, nunc primum in lucem prodit ex ms. codice Bibliothecae eiusdem monasterii signato num 62. alias 1020, pp. 135-143. Si trova in Muratori A.L., ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. V, (vedi indice), da p. …..e sgg..

(…) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29-  Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino: Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani)Napoli, vol. I, da p. 1 e sgg. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”

(…) ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’. Riguardo il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto’. Scrive lo scrittore Salvatore Tramontana (…), che, in questa cronaca del tempo, si fa menzione dei fatti storici che riguardano l’Imperatore Enrico IV di Svevia: “In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia. . Su questo manoscritto, si veda Alexandri Monachi, Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto, a cura di Berardo Pio, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Roma, 2001.

(…) Camera Matteo, Annali delle Due Sicilie, 

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(….) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 200 e sgg. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; dello stesso autore si veda: ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi, collana diretta da Carlo Perogalli, Segrate, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Barile N. L., La figlia del re di Francia e il principe normanno. Il matrimonio di Costanza e Boemondo d’Altavilla, stà in ‘Con animo virile‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 85 e s.

(…) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122; si veda pure: De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.

(…) Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio), è una cronaca scritta da questo Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo’. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo Id’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia.

(…) Jean Flori, Riccardo Cuor di Leone. Il re cavaliere, Torino, Einaudi, 2002

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, ed. G. Gesualdi, voll. I (1974), vol. II (1975) (Archivio Storico Attanasio); si trova nella Biblioteca di Laino Borgo

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(….) Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittoe inglese del XII secolo. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enric II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum.

(…) Su Florio di Camerota, la Treccani, cita le seguenti fonti bibliografiche: ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, in ‘Rer. Ital. Script.’, 2 ed., VII, I, pp. 268, 396 s.; ‘Alexandri III Romani Pontificis opera omnia’, in J.P. Migne, Patr. Lat., CC, coll. 332 s.; G. Del Giudice, ‘Cod. diplom. del regno di Carlo I e II d’Angiò’, Napoli 1863, App., I, pp. LIII-LVIII; ‘Gesta regis Henrici secundi Benedictis abbatis’, a cura di W. Stubbs, in Rer. Britanicarum Medii Aevi Script., XLIX, I, London 1867, p. 115; Ugo Falcando, ‘Liber de Regno Siciliae’, a cura di G.B. Siragusa, Roma 1897, in Fonti per la storia d’Italia, XXII, p. 140; F. Schneider, ‘Neue Dokurnente vornehmlkh aus Süditalien, in Quellen und Forschungen aus italien’. Archiven und Bibl., XI (1914), p. 30; ‘Cod. diplom. normanno di Aversa’, a cura di A. Gallo, Napoli 1927, pp. 120 s.; ‘Catalogus Baronum’, a cura di E. Jamison, Roma 1927, in ‘Fonti per la storia d’Italia’, CI, pp. 84 s., 105; A. Di Meo, ‘Annali critico-diplom. del Regno di Napoli’, X, Napoli 1816, p. 827; A. Bozza, La Lucania, Rionero 1888-89, II, p. 277; C.H. Haskins, England and Sicily in the 12th century, in The English historical Review, XXVI (1911), pp. 642, 644, 649; E. Jamison, The Norman administration of Apulia and Capua, in Papers of the British School at Rome, VI (1913), pp. 309 s., 382, 429, 478 s.; L.R. Ménager, Notes et documents sur quelques monastères de Calabre a l’époque normande, in Byzantinische Zeitschrift, L (1957), pp. 342-353; E. Pontieri, ‘Tra i Normanni nell’Italia meridionale’, Napoli 1964, p. 208; M. Caravale, Il regno normanno di Sicilia, Roma 1966, pp. 162, 225, 231, 233, 237, 264, 267, 320, 355; H. Enzensberger, ‘Beiträge zum Kanzlei und Urkundenwesen der normannischen Herrscher Unteritaliens und Siziliens’, Kallniünz in Oberpfalz 1971, pp. 17, 100; ‘Catalogus Baronum’. Commentario, a cura di E. Cuozzo, Roma 1984, in Fonti per la storia d’Italia, CI, t. II, pp. 133 s.

(…) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150

Inveges Agostino

(…) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.

(…) Ceccano Giovanni, ‘chronaca’, citata dall’Antonini a proposito di Florio di Camerota nell’anno MCLXXVII (1177), la troviamo in ‘Cronisti sincroni napoletani’, p. 412, di Giuseppe Del Re (…), nella versione del Volpicella (…) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Pietro da Eboli (in latino Petrus de Ebulo; nato ad Eboli, 1150 e morto intorno al 1220, è stato un poeta e cronista, vissuto a cavallo del XII e XIII e vicino alla corte sveva. Fedele alla politica di Enrico VI, gli dedicò il Liber ad honorem Augusti (noto anche come Carmen de Rebus Siculis o Carmen de motibus Siculis), opera in distici e in tre libri, nella quale celebrò la conquista del Regno di Sicilia, tessendo le lodi dell’Imperatore. Con Pietro da Eboli ha inizio il processo di mitizzazione  della figura di Federico II di Svevia: già Liber ad honorem Augusti, attraverso i ‘presagia’ che scandiscono la nascita dell’erede Hohenstaufen, iniziano a prendere corpo letterario e cronachistico le attese escatologiche che si concentrarono sull’agire storico di Federico II, e ne accompagnarono la figura ben oltre la morte. Nell’opera sembra presente anche un’allusione a un doppio nome ricevuto dello svevo, Federico Ruggero, una circostanza riportata dagli Annali di Montecassino ma negletta in genere dalle altre fonti. Si veda Fulvio Delle Donne, Pietro da Eboli, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, secondo il Cod. 120 della Biblioteca civica di Berna, a cura di G.B. Siragusa. (Fonti per la storia d’Italia; 39), Roma 1906. G.B. Siragusa (…), nel suo Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli nella sua Prefazione a p. IX, in proposito all’antico manoscritto scoperto da Huillard-Bréholles (….), in proposito scriveva che:

Pietro da Eboli, la soria del manoscritto di Pietro da Eboli.PNG

(…) Testa, De vita, et rebus gestis di Guilelmi II, ed. Monregali, 1769

(…) Michaud J.-F., Bibliotheque des Croisades, Paris, ed. J. Ducollet, 1829 ( Archivio Storico Attanasio), che viene più volte citato dal La Lumia (…).

(….) Riccardo di San Germano (in latino ‘Richardus o Ryccardus de Sancto Germano’; San Germano, l’odierna Cassino, 1170 circa – 1243) fu un cronista, autore di una ‘Chronica’ dei fatti avvenuti in Italia, ma in particolare nel Regno di Sicilia, tra il 1189 e il 1243. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicila, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Per la ‘Chronaca’ di Riccardo di San Germano (…), si veda ‘Ryccardi de Sancto Germano notarii Chronica’, a cura di Carlo Alberto Garufi, Bologna, Nicola Zanichelli, 1937-1938, LIV, 312 p., [4] c. di tav.; facs.; 32 cm; il volume è composto dai fascicoli 296, 301, 317/318; in alcune tirature inizio di stampa 1936, fine 1938, che si trova anche nel “Rerum Italicarum Scriptores”, a cura di Giosue Carducci e Vittorio Fiorini, Tomo VII, ed. Città di Castello, 1916, contenuta anche nell’edizione palatina del Muratori, vol VII. Lo troviamo anche in Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones’, vol. II, Venezia 1734, pp. 766-820 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Caravale Mario, Il Regno Normanno di Sicilia, Istituto Storia del Diritto Italiano di Roma, ed. Giuffrè, 1966 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gentile Angelo, ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984

(…) Bozza Angelo, La Lucania – Studi Storico-Archeologici, voll. I-II, Rionero, Tipografia di Torquato Ercolani, 1888 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cammarano Giovanni, Storia di Centola, La Badia di S. Maria, vol. II, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

(…) ‘Ottone da San Biase’, Cronaca, stà in Muratori A.L. (…), Antiquitate Italiae Medii Aevi. In effetti, l’Antonini (…), riporta le notizie sulla Molpa e su Policastro, fornisce anche un interessante riferimento bibliografico, citando e scrivendo “….e secondo come scrive ‘Ottone da S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal Sig. Muratori fra gli ‘Scrittori Medii Aevi’”. A chi si riferiva l’Antonini nel citare la ‘Chronaca’ scritta da un certo Ottone da S. Biase ?.

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Ottone di San Biagio, continuò la ‘Chronica’ di Ottone di Frisinga. Di Ottone di Frisinga, meglio conosciuta è l’opera di Ottone Gesta Friderici imperatoris’ (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico I detto il Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. Le Gesta sono composte da quattro libri, dei quali i primi due furono scritti dallo stesso Ottone. Il secondo libro si apre con l’elezione di Federico I nel 1152, e si sviluppa con la storia, abbastanza dettagliata, dei suoi primi cinque anni di regno, soprattutto per quel che riguarda le vicende in Italia. Da questo punto in poi (1156) il suo lavoro viene proseguito da Ragewin. Il latino di Ottone è eccellente, e nonostante una certa partigianeria a favore della casata Hohenstaufen e alcune piccole inesattezze, le Gesta sono state giustamente descritte come un buon modello di composizione storica. Codesta ‘Chronaca’ fu continuata fino all’anno 1210 da Ottone abbate di San Biagio. Su Ottone Abate di San Biagio, ha scritto il Tramontana (…), a p. 59, nel suo  ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc..,postillava su Ottone di San Biagio, alla sua nota (16), scriveva: “Ottone di San Biagio, Chronica, a cura di A. Hofmeister, MGH, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, Hannover-Leipzig, 1912, c. 45, p. 71.”. Il Di Meo, scriveva che il Pappebrochio, scriveva coll’autorità di Ottone di S. Biase. Nel Tomo X della Nuova Enciclopedia popolare del 1848, si scrive di Toone da San Biase che egli scrisse una ‘Chronaca’, continuando l’opera di un altro prelato dell’epoca Ottone da Frisenga.

Muratori, Rerum ..., vol. VI, p. 861.JPG

Il Muratori in ‘Rerum Italicarum Scriptores, vol. VI, p. 863 e sgg., pubblicava la Chronaca di Ottone Abate di San Biagio, in particolare la notizia citata dall’Antonini è  nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1197). 

(…) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(…) Bruni Ettore, I fatti e le Idee, ed. Signorelli, Milano, 1967, vol. I, p. 67 (Archivio Storico Attanasio)

(…) ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’ . Il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto‘. Scrive lo scrittore Salvatore Tramontana (…), che, in questa ‘Chronaca’ del tempo, si fa menzione dei fatti storici che riguardano l’Imperatore Enrico VI di Svevia e Tancredi di Lecce: “In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia.” . Su questo manoscritto, lo scrittore Tramontana (… si veda pp. 56 e ssg.), parlando di Tancredi di Lecce, al tempo dell’Imperatore Enrico VI, scriveva che: “Le miniature di Pietro da Eboli e un passo del Chronicon Sancti Bartolomei de Carpineto, farebbero invece pensare ecc.…”. Sul finire del XII secolo, Alessandro, monaco Benedettino del cenobio di San Bartolomeo di Carpineto, ogg in Provincia di Pescara, si accinse a raccogliere in un’opera la storia del suo monastero ed a trascrivere, in forma estesa e abbreviata, i documenti regi, pontifici e privati, che costituivano la base giuridica delle proprietà e delle prerogative del Monastero stesso. Su questo manoscritto, si veda Alexandri Monachi, Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto, a cura di Berardo Pio, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Roma, 2001. Bernardo Pio, nella sua prefazione al testo (…), scriveva che: “L’opera del monaco è costituita da n. 6 libri di cronaca che narrano gli eventi dal 962 al 1194, anno in cui muore Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia) e prende l’avvento l’Imperatore Enrico VI di Svevia. Poiché il 6° libro si conclude con la benedizione pontificia dell’abate Gualtiero di Civitaquana, avvenuta il 28 settembre 1194, è evidente che i sei libri delle chronache furono completati poco dopo tale data. Comunque, la parte narrativa fu sicuramente completata prima del mese di Aprile dell’anno 1195, perché nell’ultimo libro della ‘Chronaca’ non si fa alcun riferimento alla lettera con la quale Enrico VI, imperatore tedesco e re di Sicilia, accordava la sua protezione al monastero (28).”.

(…) Calà Carlo (…) ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’, Napoli, 1660, (Archivio Storico Attanasio)  

(…) Sigonii Caroli (Carlo Sigonio), Historiarum de Regno Italiae, (Archivio Storico Attanasio)

(…) Crisci Generoso e Campagna Angelo, Salerno Sacra – Ricerche storiche, ed. della Curia Arcivescovile, Salerno, 1962 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana, Tipografia Migliaccio, Salerno, 1852 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mattei Cerasoli, La Badia di Cava e i Monasteri greci della Calabria superiore, in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, anno VII, fasc. I, Roma, 1937

Rocchi

(…) Rocchi Antonio, De Coenobio Cryptoferratensi, Tuscolo ed. Tipografia Tuscolana, 1893 (Archivio Storico Attanasio)

Guillaume P.,

(….) Guillaume Paul, ‘Hessai historique sur L’Abbaye de Cava’, Cava dei Tirreni nel 1877 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Guillaume Paul, Le navi cavensi nel Mediterraneo durante il Medio Evo, Cava dei Tirreni, 1876

(…) Ruocco Emilia Anna Gemma, ‘L’Abbazia di Cava di Paul Guillaume’,  ed. Palladio, Salerno, 2017 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Codex Diplomaticus Cavensis. Nel 1873 è stato pubblicato il primo volume del Codex diplomaticus Cavensis, un progetto che prevede la pubblicazione integrale del materiale d’archivio. Interrotto nel 1893, con le stampe dell’ottavo volume, il progetto è ripreso circa un secolo dopo, nel 1984, quando ha visto la luce il IX volume, seguito dal X nel 1990. Il periodo cronologico coperto dai primi dieci volumi va dal 792 al 1080. Nel 2015 sono stati pubblicati, dopo quattro anni di lavoro, i volumi XI e XII che corpono il periodo 1081-1090

(…) De Luca Giuseppe, Carte nautiche del Medio Evo disegnate in Italia, Napoli, Stamperia Universitaria, 1866 (Archivio Storico Attanasio), vedi p. 7. Napoli. 1886, 4°

(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli (SA), 2007 (Archivio Storico Attanasio)

Dal 1166 al 1189, Guglielmo II detto il Buono, re di Sicilia, la contea di Policastro e le baronie di Rofrano e Torre Orsaia

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo saggio mi occupo della Contea di Policastro al tempo di re Guglielmo II di Sicilia, detto ‘il Buono’ e, dei fatti accaduti nel 1178 a Lagonegro.

Re Guglielmo II di Sicilia detto ‘il Buono’

Guglielmo II di Sicilia, detto ‘il Buono’ (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte avvenuta nel 1189. Era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Viene ricordato come uno dei monarchi normanni che godé della maggiore popolarità. Durante il suo regno, le nostre terre registrano una famiglia che doveva essere feudataria di Camerota e di Corbella, la famiglia dei Florio. In particolare uno di loro, Riccardo Florio di Camerota, sarà Guistiziere del Regno di Sicilia e di re Guglielmo II. Riguardo la notizia citata da Pietro Ebner (…), secondo cui fallito il progetto di matrimonio di Guglielmo II re di Sicilia con la principessa bizantina, Maria, figlia dell’imperatore Manuele I Commeno, papa Alessandro III si oppose nel 1173 al matrimonio tra il re normanno e Sofia, figlia di Federico I Barbarossa. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. I, a p. 362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che: “Molti abitanti di Lagonegro sono puniti per avere insultati e derubati i Legati dell’imeratore Federico che di là transitavano per recarsi alla corte di Guglielmo. S. Francesco d’Assisi, di passaggio per Agropoli e luoghi vicini, opera molti miracoli. Guglielmo II invia la sua flotta con gran numero d’armati e di viveri in Terra Santa per aiuto dei crociati, sotto il comando di Gualtieri di Moac. Di questa spedizione fan parte i baroni Lucani, annoverati dal Borrelli nel suo catalogo generale come anche nell’altra del 1188.”.

Nel 1142, il santuario ed il cenobio di San Michele Arcangelo a Caselle in Pittari divenne monastero benedettino dopo che era passato all’Abbazia di Cava de Tirreni

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “Mentre Cilento, perduto ormai il suo ruolo di fortezza primaria, a partire dal 1166 era divenuto sede di un governatore dipendente dall’abate di Cava, il quale a sua volta dopo alcuni anni anch’egli spostò la sua residenza a Rocca. A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”.

Nel 1143, Guglielmo, figlio di Simone, conte di Policastro, e di Thomasia

In merito alle connessioni esistenti tra le vicende feudali di Policastro e la discendenza dei conti di Paternò, le cui origini risalivano a quelle lombarde di Enrico, alcune notizie ci provengono attraverso le vicende del giustiziere di Valle Crati Alessandro di Policastro, a cui possono essere riferite quelle di Guglielmo di Policastro, figlio di Simone conte di Paternò. Guglielmo, figlio eufemio (benedetto) del conte Simone e della contessa Thomasia sua moglie, compare nel menzionato atto dell’agosto 1143 quando, assieme a loro, effettuò alcune donazioni al monastero di Santa Maria di Licodia. Atto che fu sottoscritto anche da “Rogerius filius comitis” e da “Manfredus filius comitis”, in qualità di testi. Guglielmo di Policastro risulta menzionato ancora in un atto del 1166, quando sappiamo dell’esistenza di una sua casa (οἴϰου γουλιάλμου παλεουϰάστρου) nella “Galca” (γάλϰας) di Palermo, vicina a quella di altri importanti dignitari della corte. Alessandro di Policastro, figlio di Guglielmo, compare invece per la prima volta, in un atto del giugno 1199, dove troviamo: “domino Alexandro filio Guillelmi regiis justitiariis”. Il giustiziere Alessandro fu un personaggio importante in Calabria durante il dominio svevo e tra i suoi discendenti, ebbe i figli Enrico, Simone e Roberto che fu vescovo di Catanzaro. Oltre a loro, i documenti dei primi anni del Duecento, evidenziano la presenza anche di altri componenti di questa casata, come testimoniano alcuni atti relativi alle abbazie cistercensi di Santa Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo. Salvatore Tramontana (….), nel saggio “Ruggero I d’Altavilla, il Cavaliere, l’Uomo, il Politico”, in “Ruggero I e la provincia Melitana” a cura di Giuseppe Occhiato, a p. 18, in proposito scriveva che: “Ruggero I – che nel 1089 sposava in terze nozze Adelasia del Vasto, figlia del piemontese marchese Aleramico – riusciva a far sposare le figlie, alle quali elargiva consistenti doti, con esponenti delle famiglie principesche più potenti del tempo. Maximilla, per esempio, andava sposa a Coloman, re d’Ungheria, Costanza a Corrado, figlio di Enrico I, imperatore del Sacro Romano Impero, Matilde a Raimondo IV di Saint-Gilles, conte di Tolosa, Flandina al conte Aleramico, fratello di Adelasia, Emma promessa a Filippo I re di Francia, accettava poi di contrarre matrimonio con Guglielmo III, conte di Clermont.”. Da Wikipedia leggiamo che Oltre ad Adelaide, si trasferirono in Sicilia, anche due sorelle, che sposarono due figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo, mentre il fratello Enrico sposò Flandina, figlia di Ruggero e Giuditta d’Evreux, e divenne conte di Paternò e Butera e capo degli Aleramici in Sicilia. Suo figlio Simone, conte di Butera e di Policastro, ebbe un figlio legittimo Manfredo e uno illegittimo, Ruggero, ma la linea maschile del ramo siciliano si estinse nel corso del XII secolo. Manfredo del Vasto, detto anche Manfredi del Vasto o Manfredi di Mazzarino (Sicilia, ante 1143 – Sicilia, 1193), fu barone di Mongiolino, conte di Butera, di Paternò e di Mazzarino. Figlio di Simone del Vasto e nipote di Enrico del Vasto e di Adelaide del Vasto, moglie del Gran Conte Ruggero, alla morte del padre, divenne il capo degli Aleramici di Sicilia e il conte dei Lombardi di Sicilia. Manfredo prese in moglie Beatrice, figlia di Oddone de Arcadio (o di Arcadio).[1] Secondo il Mugnos, Manfredo ebbe un figlio, Giovanni[2], che ne ereditò i feudi e per primo fu chiamato di cognome Mazzarino dal nome del possesso, considerabile così il capostipite dell’omonima famiglia.[3] Come riporta Vito Amico Giovanni si ribellò a re Giacomo II di Aragona che lo privò di tutti i suoi beni, e morì annegato nel 1286 insieme a Gualtieri di Caltagirone, mentre il possedimento di Mazzarino passò nel 1288 al messinese Vitale di Villanova.[1]

Nel 1160, Guglielmo (III), conte del Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Da Roberto conte del Principato discende Guglielmo (II) conte di Principato (1107-1128), discendono Nicola, conte di Principato (1128-1141) e Guglielmo (III), conte di Principato (a. 1160). Da Nicola discendono Enrico, conte di Principato e Gugliemo (IV), conte di Principato (a. 1195).”. Dunque, ora vorrei soffemarmi su Guglielmo (II) d’Altavilla, che secondo i documenti sarebbe stato conte di Principato dal 1107 al 1128. Guglielmo (II) era figlio di Roberto d’Altavilla e nipote di Guglielmo d’Altavilla, conte del Principato da cui discendeva. Piero Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Da Roberto la Contea passò al figlio Guglielmo (II) e poi ai figli di costui: prima Nicola e poi Guglielmo (III)(2). La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), sicchè già nel 1131 il feudo posseduto da Nicola di Principato si era ristretto fra il Tusciano, il Sele, Eboli ed il mare (4). Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, e poi al figlio di questi, Guglielmo (IV), che ne era in possesso nel 1195 (5).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (2) parlando di Guglielmo (II), postillava che: “(2) E’ il Guglielmo della congiura contro Maione, ministro del re Guglielmo I (1154-1166); R. Guarna, op. cit., ad an. 1160”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (3) postillava che: “(3) Il conte Silvestro II di Marsico, come si evince dal Catalogus Baronum (ed. cit., p. 587), possedeva, tra gli altri feudi, Diano (Teggiano), Sala (Sala Consilina), Padula, Sanza e la metà di Magliano. Aveva, inoltre, come suffeudatari: Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi, ed Enrico signore di Monteforte. Quest’ultima circostanza non è stata neppure considerata dall’Ebner nel citato suo lavoro sulla storia di Novi. Feudi minori, quali Altavilla (Silentina), Felitto, Castel S. Lorenzo e Polla, appartenevano a rami cadetti degli Altavilla.”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (4) postillava che: “(4) Si vedano i documenti ABC, G, 7 (a. 1131) e G, 26 (a. 1137).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (5) postillava che: “(5) ABC, L, 38 (a. 1195). Nel 1219 Federico II ricevè in demanio la città di Eboli ed i suoi abitanti (C. Carucci, Codice diplomatico Salernitano del secolo XIII (CDC), Subiaco, 1931, I, p. 122), per cui la CONTEA DI PRINCIPATO cessò di esistere come feudo ed il titolo di Conte di Principato divenne solo onorifico. Il termine PRINCIPATO, intanto, fin dal tempo di Ruggero II (1130-1154) era passato ad indicare tutte le terre che comprendevano le attuali province di Salerno e di Avellino (si veda Catalogus baronum, cit., sotto la rubrica: DE PRINCIPATU), costituendo uno dei “Giustizierati” del Regno di Sicilia, il cui numero variò nel tempo ma che si fissò in quello di 9 sotto Federico II di Svevia. Tale numero si conservò anche nei primi tempi degli Angioini, poi il 19 giugno 1284, il PRINCIPATO fu diviso in due giustizierati: ‘Principatus a Serris Montori citra e Principatus a Serris Montori ultra’. Al tempo di Alfonso I d’Aragona (1442-1458) i giustizierati in numero di 12, furono denominati “Province” ed il Principato CITRA ebbe come capoluogo Salerno, il PRINCIPATO ULTRA Montefusco.”. Su Roberto d’Altavilla, figlio di Guglielmo, conte del Principato ha scritto pure Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del Salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia. Alla congiura partecipò, spintavi da Mario Borrello, la stessa città di Salerno, poi liberata dall’ira del re (l’aveva assediata) da un miracolo di S. Matteo, ricorda Romualdo Guarna, ad ann. 1160. A questo Guglielmo dovè succedere (G 7) Nicola, fratello del precedente, come si apprende dal G 6 (“coram Guilielmo germano meo”). V. in A. Balducci (L’Archivio diocesano di Salerno, I, Salerno, 1959, p. 19) il privilegio dello stesso Nicola, conte del Principato ed erede di Guglielmo Normanno, alla mensa arcivescovile di Salerno nel 1141, marzo Ind. IV, Salerno, di cui è un transunto a p. 21 – 1152 agosto, Salerno _ ; v. pure a p. 139 dove è notizia di 23 testimoni presenti all’atto. Comunque, la terra di Eboli della grande contea si estendeva in quel tempo (diplomi 1128-1137) “a toto fluvoio Tusciano et usque totum fluvium Siler, et usque mare” con sede ad Eboli, come si rileva dal G 7 (“Nicolaus Dei gratia inclinatus comes Principatus, Guglielmi comitis quondam filius – …. – nostri castri Evoli”). Da Nicola, Enrico e poi Guglielmo III si legge in L 38 (a. 1195). Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ma il B 31 è assai chiaro: “Emma de Evuli, filia Joffrit, que pria fuerat uxor Radolfi qui dictus est Trincarote et postmodum uxor fuit Guimundi qui dictus est de Mulsi”. Da segnalare che già nel 1216, la situazione nella “piana di Eboli” era mutata se Costanza, regina di Sicilia e moglie di Federico II, donò (C. Carucci, Codex diplomaticus salernitanum (CDS), I Subiaco, 1931, p. 107, XLIII) alla Chiesa salernitana “decimas platearum et plancarum” di Eboli confermando “omnes usus et bonas consuetudines” in precedenza concessi, v. pure i documenti LX e LX in Carucci cit., privilegi di cui è conferma nel 1221 (LXII Carucci, p. 135).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), che i conti Guarna discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i Normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Capitanata (a. 1053). Da Goffredo (+ 1163), il secondo Goffredo, conte di Conversano, da cui discendenti Sibilla (+ 1103) che sposò Roberto di Normandia (v. Ebner, Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo o Goffredo, Silvestro (+1163), Guglielmo (+ 1180) e poi Filippo.”.

Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.

Nel 1167, all’epoca di re Guglielmo II, il vescovo “Giovanni III” venne eretto il Campanile del Duomo di Policastro

Questo Vescovo è ricordato in una epigrafe (iscrizione scolpita) in una lapide marmorea murata alla base della torre campanaria della Cattedrale di Policastro.

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(Fig….) Policastro Bussentino – Campanile della Cattedrale – lapide marmorea medievale (foto Attanasio)

La lapide ricorda la costruzione del campanile nell’anno 1167. Di questo vescovo si ha per certo solo questa epigrafe che tuttavia resta una testimonianza del passato di non poco conto. L’epigrafe non passò inosservata agli eruditi del passato. La notizia proviene dall’Antonini. Nel 1745, nella sua prima edizione, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 417, parlando di Policastro e della sua Cattedrale in proposito scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto bene ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici. Nel secondo ordine della sua torre, o sia campanile colla sottoposta Iscrizione di carattere Gotico ci mostra l’autore, e ‘l tempo di sua edificazione. TEMPORE MAGNIFICI W. SDI. REGIS IOANNES .III. EPUS DO ET BEATAE M. HOC OPVS FECIT. MCLXXVII. ANNO INCARNATIONIS XPI M. APLI XV. IND. II.”. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Sotto quest’ultimo il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale (1167).. Il Cataldo, sulla scorta del Laudisio (…), scriveva a p. 18 del suo dattiloscritto inedito: “La data di erezione è del 1167, sotto il vescovado di Giovanni, III vescovo di Policastro, e il dominio del re Normanno Guglielmo II il Magnifico, come si legge dalla lapide, ancora esistente, incassata nel parapetto sottostante alla scalea che conduce alla porta laterale della sagrestia.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (4) nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 512, in proposito scrivono che: “Il Duomo di Policastro aggiunto all’antica trichora fu consacrato nell’anno 1079 dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni.”. Dunque, i due studiosi pongono questo “Giovanni”, nel 1172, all’epoca di Guglielmo II d’Altavilla, re di Sicilia e lo pone non III Vescovo della Diocesi di Policastro ma lo pone V vescovo. In seguito alla rinuncia di Pietro Pappacarbone, la chiesa bussentina ebbe vescovi effettivi: troviamo Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto, nel 1120; Goffredo nel 1139 e Giovanni nel 1172 (….). Da Wikipidia, alla voce “cronostassi dei Vescovi di Policastro” leggiamo che al 5° posto risulta “Giovanni”, menzionato dall’anno 1166 (….). In Wikipidia leggiamo che: “Giovanni I † (1166 – 1º agosto 1172 deceduto)(10)”. In Wikipedia alla nota (10) leggiamo che: “(10) I vescovi Pietro, Ottone, Goffredo e Giovanni I sono menzionati da Kehr, Italia pontificia, VIII, p. 371.”. Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla del vescovo Giovanni, che figura dall’anno 1166.

Kehr, Italia pontificia, vol. VIII, p. 371

(Fig….) Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371

Infatti, Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Dunque, il Kehr citava il vescovo Giovanni e scriveva che nel testo: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231)” veniva annotato da C. A. Garufi (vedi fig….) che: “……et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74).”, che tradotto significa: “e il giorno di agosto 1 a. 1172 La morte di Giovanni di Polecastro ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), la cui iscrizione ne conserva la memoria sul campanile della chiesa cattedrale (ed. Laudisio p. 74).”. Dunque, il Kehr rimanda al testo di Carlo Alberto Garufi ed al suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’ :

Garufi, p. 230-231

(Fig…..) Garufi C.A., ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, pp. 230

Riguardo la citazione del Garufi si tratta di Carlo Alberto Garufi (….), ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, stà in‘Fonti per la storia d’Italia’, LVI, anno 1922, p. 231. Il Garufi ci parla del “Diptychon o Liber Vitae (dei secoli XI-XII)”, un antico codice membranaceo conservato nel Capitolo della Cattedrale di S. Matteo a Salerno. Il Garufi (….), nel suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’, a p. 100, in proposito scriveva che: “Luglio 23. X K. A……..A.D.I….MC. nonagesimo .II. .ob. Manso Depositio Iohannis cler. indizione XIIa. magistri (d) et presbiteri”. A p. 104, invece leggiamo: “Agosto I. K. A. Depositio//Malfride Fasanelle a.D.   MCIII – Anni D.  MCXXXIIII. Indictione .XII. depositio domini Iohannis de Guarna Archidiaconus (…) Salernitanus. A. D.  MCLX Floresia ob.    A.D.I.   MCLXIII ob. Iohannes Policastrensis episcopus.”.

Garufi, p. 104-105

(Fig….) Garufi C.A., ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, p. 104-10

Il Garufi (….), nei “Nomi non identificati”, a p. 401 riporta un “Iahannis Policastrensis episcopi. ( + 1172), 104 27.”. Si veda Fig….. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Dunque, il Gams, nella serie dei Vescovi di Policastro si ferma a Guglielmo de Licio per saltare a Giovanni Castellomata. Sul vescovo Giovanni ha scritto Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e seguenti. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Rofrano e delle cause e liti giudiziarie vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Ecc..”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo, nella sua “serie dei Vescovi di Policastro dal XI secolo ad oggi” (pubblicata nella versione del Laudisio a cura del Visconti), scriveva che: “4. OTTONE (OTHO)?, 1120…5. GOFFREDO?, 1139; 6. GIOVANNI III?, 1166…; 7. GIOVANNI IV ?, 1172; 9. GERARDO Arciprete di Saponara – Saponara, 1211-18 ecc..”. Il Cataldo, però, nel 1973, nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 170, nella serie dei Vescovi della Diocesi, dopo Pietro Pappacarbone e Arnaldo pone  “3. Giovanni …….(?)……1166”. Dunque, nell’edizione del Laudisio lo pone 6 vescovo e nel suo inedito lo pone 3 vescovo. Pietro Ebner scriveva che il Laudisio non diceva nulla del vescovo Giovanni ma abbiamo visto che ciò non è vero. Ebner, però cita la “cronostassi dei vescovi” che fece il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo, nella sua cronostassi dei vescovi di policastro pone Giovanni Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172)”. Dunque, il Cataldo ci dice che ritroviamo il III Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro, nel 1166 e poi ancora nel 1176 lo ritroviamo ancora. Il Cataldo, da dove trae la notizia di un vescovo chiamato Giovanni sia nell’anno 1166 e nel 1176 ?. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le Diocesi d’Italia”, nel vol. XX, a pp. 369 e s. ci parla di Policastro e, sulla scorta dellUghelli (….)(nella sua nota (I), ‘Italia Sacra’, tomo VII, pp. 544-553), in proposito scriveva che: “nè, dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo. Nell’anno infatti 1211, si trova, in una lettera di papa Innocenzo III la decisione di una controversia insorta per l’elezione del vescovo, di cui non si sa il nome, tra il capitolo dei canonini che lo avevano eletto, e Federico re di Sicilia, ecc…”. Gaetano Porfirio (….), nel suo “Policastro” (stà in Vincenzo D’Avino (….), ed il suo “Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle Due Sicilie annotate etc…”, a p. 538, dopo aver detto dell’anno 1079 in cui Pietro Pappacarbone lasciò la cattedra vescovile di Policastro, in proposito scriveva che: “Da qui comincia a diradarsi quel buio che ricopre la cronaca della sede di Policastro, ed i nomi de’ vescovi che ne tennero l’indirizzo si veggono ora notati coi rispettivi stemmi nell’aula episcopale (1-2-3-4)…..I vescovi che poscia succedettero al Pappacarbone, per quanto a noi è tornato conoscerne ascendono fino al presente al numero di cinquanta: numero che noi crediamo incompiuto.” ma della serie dei vescovi di Policastro nessun accenno. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, vol. II, a p. 684 (indice) riporta: “Giovanni: vescovo di Paestum, 275, 317; G., vescovo di Paestum, 317; G., vescovo di Paestum, 283, 321; G., vescovo di Capaccio, 120, 279, 281, 326;”.

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La chiesa cattedrale di policastro Bussentino è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il CAMPANILE romanico fu costruito nel 1167 per volere di re Guglielmo II e ampliato nel XIV secolo. Al primo periodo risalgono i primi due ordini di arcate, eretti sulle vestigia di una torre di difesa romana. Nel XIV secolo il Campanile fu completato con altri due ordini di arcate e con la cuspide terminale che in seguito fu distrutta da un fulmine. Sappiamo che nel 1167, durante il Regno di Guglielmo II il Magnifico (1166- 1189), il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale di Policastro. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Sotto quest’ultimo il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale (1167).. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Laudisio (…), a p. 18, in proposito scriveva che: “La data di erezione è del 1167, sotto il vescovado di Giovanni, III vescovo di Policastro, e il dominio del re Normanno Guglielmo II il Magnifico, come si legge dalla lapide, ancora esistente, incassata nel parapetto sottostante alla scalea che conduce alla porta laterale della sagrestia. Detta lapide s’interpreta così: “Nel tempo del Re Guglielmo II il Magnifico, Giovanni III (Vescovo di Policastro) fece fare quest’opera (dedicandola) a Maria nel 1167. Mons. Laudisio ne spiega la dicitura: “Tempore Magnifici W (lielmi) secundi regis Joannes III Episcopus Domino et Beatae Mariae) hoc opus fieri fecit MCLXVII anno Incarnationis Christi m(ense) aprili XV ind (ictione) II.”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del Laudisio scrive che l’anno di erezione del campanile della Catterale di Policastro è del 1167, anno in cui sul Regno di Sicilia dominava Guglielmo II d’Altavilla detto il Buono e re di Sicilia dal 1166.

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(Fig….) Policastro Bussentino – Campanile della Cattedrale – lapide marmorea medievale (foto Attanasio)

Orazio Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ una nota iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.,”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (81), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. Ma la notizia non viene dal Cataldo. La notizia proviene dal Laudisio e prima ancora dall’Ughelli. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”. Il Laudisio, a p. 95, nella sua nota (13) postillava che: “(13) L’iscrizione è posta attualmente sul muro della scala di accesso alla sacrestia della Cattedrale; è mutila e mancano le parole ANNO INCARNATONIS CHRISTI M(ENSE) APRILI XV IND (ICTIONE) II (n.d.t.).”. Nel 2004, Rosanna Romano (….), nel testo “Visibile latente – Il Patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro”, a p. 37, nel suo “La cattedrale di Policastro”, a p. 37, nella sua nota (3) postillava che: “(3) cfr. A. Montefusco, ‘La cattedrale nella storia e nell’arte’, in Chiesa Cattedrale di Policastro, 1990, pp. 25-39”. Sempre la Romano (….), nello stesso testo, a p. 38 in proposito scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana. L’edificio si distribuisce su tre piani ed è caratterizzato da monofore e arcate cieche intrecciate di epoca normanna. Come testimoniano alcune fotografie risalenti a prima dei restauri, si rileva che il campanile conserva due ordini di lesene con archi intrecciati, che ritroviamo nel duomo di Amalfi e di Salerno e ricalcanti motivi di miniature già presenti nel ‘Liber ad honorem Augusti’ di Pietro da Eboli (4). Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Gli altri due ordini furono sovrapposti nel secolo XV. Completava il campanile una cuspide oggi mancante perchè distrutta da un fulmine. Questa vien ben rappresentata nel rilievo in facciata.”. La Romano, a p. 38, nella sua nota (4) postillava: “(4) Ibidem.”. Sempre nello stesso testo, il saggio del sacerdote Giuseppe Cataldo (….) “L’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino”, a p. 52, in proposito è scritto che: “Altri eventi memorabili furono: l’erezione della chiesa paleocristiana ad opera dei Bizantini nel secolo VI (14), oggi visibile nella Cripta; la ricostruzione di Policastro da parte di Ruggero II, duca di Calabria e Puglia (1085-1111)(15) e la successiva elevazione della città a contea, data a Simone il Bastardo nel 1152 (16); la ricostruzione del campanile dell’attuale cattedrale romanico-normanna ad opera di Guglielmo II il Buono e del vescovo Giovanni III nel 1167 (17); i restauri e le innovazioni rinascimentali, ad opera del vescovo Filippo Giacomo (1652-1671)(18).“. Il Cataldo, a p. 52, nella sua nota (17) pstillava che: “(17) Lapide di Policastro (campanile).”.

Nel 1167, la lapide simile nella consacrazione della chiesa di S. Maria de Episcopio di Scalea

Riguardo questo Vescovo, Giovanni III devo citare padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. III, che, a p. 38 parlando della “Cronostassi dei Vescovi etc…”, della Diocesi di Cassano Jonica, in proposito scriveva che: “11) GIOVANNI III (1165-1168) – E’ un altro nome nuovo, che si inserisce nella Cronostassi dei Vescovi di Cassano. Risulta da una lapide marmorea, che ricorda la consacrazione della chiesa di S. Maria de Episcopio di Scalea. Questa, che altra volta era sul muro esterno della suddetta chiesa, è ora adibita in una scala di casa moderna. E così: concepita:

                                                                                                TEM SEMPR MAGNIFICI W. SEDI

                                                                                             REGIS. JOHS. III. EPS. DO. ET BEATE

                                                                                                     M. HOC OPVS FECIT MCLXVII.

Cioè: ‘al tempo del Magnifico Re Guglielmo (il Malo) il Vescovo Giovanni III ha consacrato in onore di Dio e della Beata Vergine Maria MCLXVII’. Quel che c’è da rilevare in questa lapide è che il Vescovo consacrante si qualifica come Giovanni III: il che vuol dire che, tra i suoi predecessori, ce ne sono stati altri due di questo nome. Ciò giustifica, i qualche modo, l’inserzione dei due Prelati di questo nome da noi fatta in precedenza. Si tratta, evidentemente, di semplice supposizione e di nient’altro.”. La notizia di padre Russo è interessante perchè ci dice che nella chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea vi era murata una epigrafe, forse scritta in caratteri gotici, molto simile alla epigrafe che oggi si trova murata su una scaletta adiacente al campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Padre Francesco Russo (….), nel vol. I, a p. 291, in proposito scriveva che: “Scalea ha due chiese di origine medievale: S. Maria de Episcopio e S. Nicola de Platea. ‘S. Maria de Episcopio’ fu costruita o, quanto meno consacrata, nel 1167. E’ andata però soggetta a vari rifacimenti; per cui conserva ben poco della struttura originale. Si è tuttavia salvata l’abside con una magnifica finestra gotica, divisa in due da una colonnina, con trabeazione sormontata da decorazione multilobata, di bellissimo effetto, messa in luce dall’Arch. Gisberto Martelli nel 1950. Notevole anche il campanile, in cui lo stesso Martelli ha scoperto dei conci, con iscrizioni romane del I secolo dell’E. V. L’architettura di questa chiesa, come quella “del presumibile Episcopio con pseudo-loggia normanna”, che vi è adiacente, viene collegata alle correnti artistiche campane del secolo XII-XIII (33).”. Padre Russo, nel vol. I, a p. 291, nella nota (33) postillava: “(33) G. Martelli, Architetture Campane in Calabria, in “Atti del Congresso di Storia dell’Architettura di Caserta”, Roma 1956, pp. 296-300; Martelli, Chiese monumentali di Calabria, in “Calabria nobilissima”, X, 37-88″. La notizia del ritrovamento di alcune epigrafi latine murate sulla chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea, molto simili alle epigrafe di Policastro che annuncia la costruzione del Campanile della Cattedrale, ci vengono confermate da Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, dove, a p. 24 parlando di Ruggero I d’Altavilla, in proposito scriveva che: “Promosse una serie di costruzioni atte a migliorare l’efficienza e l’estetica del paese. Vennero completate, ampliate, abbellite le chiese di S. Maria d’Episcopio e la parte inferiore della chiesa di S. Nicola in Plateis, che prendevano grosso modo l’aspetto di oggi. Venne tra l’altro costruito il papazzo con pseudo loggiato, ancora visibile in via S. Maria, probabilmente sede di pubblici uffici. Venne istituito lo “spedale”, i cui resti sono ancora in via Ospedale. Morto Ruggero i suoi domini, compreso Scalea, andarono a suo figlio Ruggero II, che regnò da Palermo, capitale del nuovo stato formato dai ducati di Puglia, Calabria, Sicilia. Dopo la morte di Ruggero II, a cui succedettero Guglielmo I il Malo e Guglielmo II il Buono.”. Altro autore locale ci parla della chiesa di S. Maria dell’Episcopio. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a p. 70 e ssg., in proposito scriveva che: “Si può supporre, infatti che nella seconda metà del secolo X, cioè dopo la costituzione della diocesi di Cassano, nel sito urbano di Scalea, a poca distanza dal cenobio dei Siracusani, sia sorto un terzo monastero greco, che successivamente diede origine alla chiesa matrice di Santa Maria, detta un tempo “della Scala”, “dell’Ospedale” o “dell’Annunziata”, oggi chiesa parrocchiale con il titolo di Santa Maria ‘de Episcopio’. Al momento, però, il documento più antico sul luogo sacro rimane una bolla dell’antipapa Anacleto II, collocabile fra il 1130 e il 1137, che confermava a Simeone, abbate della S.ma Trinità di Cava ‘apud Scaleam monasterium Sancti Petri et ecclesiam Sanctae Mariae cum hospitali’, mentre la più antica attestazione del titolo ‘de Episcopio’, a quanto ci risulta, risale al 1545. Di conseguenza la chiesa è stata generalmente considerata una nuova fondazione di epoca normanna, sorta cioè per iniziativa dei nuovi conquistatori, che ne avrebbero affidato la costruzione e il possesso all’Ordo Cavensis. Proprio la nascita come monastero, però, lascia perplessi: è davvero sostenibile l’ipotesi che i benedettini abbiano creato ‘ex novo’ la chiesa e l’annesso monastero ? Pare poco verosimile. I Normanni, infatti, secondo una prassi ben documentata, il più delle volte assegnavano ai religiosi latini istituzioni bizantine preesistenti abbandonate dai monaci, di cui si erano impadroniti per diritto di conquista.”.  Amito Vacchiano, a p. 92 ci parlava del palazzo con il pseudo-loggiato. Egli, in proposito scriveva: “All’epoca normanna va ascritto poi un palazzo, i cui resti ormai fatiscenti sono ancora visibli di fronte alla chiesa di Santa Maria ‘de Episcopio’. Caratterizzato da un rustico peseudo-loggiato dai rilievi ad archi intrecciati ricavati con muratura di frammenti laterizi, è un edificio di grande interesse perchè, come afferma Gisberto Martelli, “costituisce la più cospicua testimonianza superstite di architettura ciile normanna in Calabria e forse si tratta del Palazzo Episcopale ricordato nella dedicazione della Chiesa (S. Maria d’Episcopio). Queste strutture non trovano riferimento alcuno in Calabria etc….”.  Barbara Visentin (…..), nel suo “Fondazioni Cavensi nell’Italia Meridionale (secoli XI-XV)”, a p. 336, in proposito scriveva che: “3. Santa Maria. Sanctae Mariae (96). Le vicende della chiesa di Santa Maria di Scalea incrociano quelle della SS. Trinità di Cava in una data imprecisata prima del maggio 1149, quando compare tra i beni confermati al monastero dal pontefice Eugenio III, munita di un ricovero per pellegrini, poveri e sofferenti (97). Nel 1168 però si rintraccia il secondo ed ultimo atto che la menzione, è la bolla di Alessandro III che, nel gennaio di quell’anno, la esenta dalla giurisdizione vescovile (98). Le tracce materiali di questa cappella sembra si possano riconoscere nel cuore del centro antico di Scalea, dove svetta il campanile della cosidetta chiesa di sopra, dedicata a Santa Maria d’Episcopio, il cui nucleo originario risalirebbe addirittura all’VIII secolo. Lungo il lato meridionale della chiesa si conserva un edificio caratterizzato da un elegante loggiato riferibile al XII secolo e, per tradizione, indicato come il “palazzo del Vescovo”. La Visentin, a p. 336, nella nota (97) postillava: “(97) AC, H 7: apud Diascaleam….ecclesiam sanctae Mariae cum ospitali’, edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. XXXII-XXXV; Kehr, IP VII, p. 325, nr. 23”. La Visentin, a p. 336, nella nota (98) postillava che: “(98) Apud Diascoleam…ecclesiam Sanctae Mariae’, la menzione dell’ospedale è scomparsa, cfr. AC, H 50 falso e P. 24: transunto del marzo 1399 – H 51: transunto – I 1: transunto, per la genuinità del testo di questo documento si veda Kehr, IP VIII, p. 326.”.

Dal 1167 al 1168, Guglielmo II d’Altavilla e l’affiliazione Carbonense di alcuni monasteri italo-greci e basiliani

La comunità di Carbone affonda le proprie radici in un passato che risale, grossomodo, all’anno mille. La graduale costituzione dei primi focolai residenziali si registra intorno all’area di quello che ormai è stato ridefinito come “Parco Monastico“. Il documento più antico, ad oggi rinvenuto, circa la presenza del monastero e quindi dei primi insediamenti monastici è dell’anno 1041. I monaci bizantini provenienti dall’Oriente, dopo aver attraversato la Sicilia, incrementarono la loro presenza nelle regioni centro-meridionali fondando numerose comunità giungendo anche a Carbone. E proprio qui edificarono un monastero, intitolato ai Santi Elia ed Anastasio, “unico nel suo genere”: si trattava di un’abbazia che mantenne inalterate le proprie funzioni fino all’anno 1809. Nell’anno 1167 il cenobio carbonese divenne “il baricentro” del sistema basilino dell’intero Mezzogiorno d’Italia: all’abate Bartolomeo venne affidato il controllo materiale e spirituale di tutti i monasteri basiliani situati tra le attuali Puglia e Calabria. Inoltre, da questa data e fino all’anno 1716, il monastero e quindi l’intera comunità di Carbone, risultarono essere ‘nullius diocesis’ (letteralmente: “di nessuna diocesi”) e dipendenti solamente dalla potestà della Santa Sede di Roma. Ulteriore evidenza storica che sottolinea l’assoluta importanza dell’abbazia è costituita dal fatto che nel Seicento ne fu affidata la sua “gestione” al Cardinale Giovan Battista Pamphilj, il quale fu eletto Papa nell’anno 1644 con il nome di Innocenzo X. Pietro Ebner (….), nel suo “Monasteri bizantini nel Cilento – S. Maria di Pattano*”, saggio pubblicato in ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno XXIX-XLIII, 1968-1983, a pp. 175 e sgg, a p. 192 parlando del monastero italo-greco di S. Maria di Pattano in epoca Normanna in proposito scriveva che: “E’ importante far osservare che nel riordinamento dei monasteri italo-greci, re Guglielmo (1167-1168) riunì sotto la giurisdizione dell’archimandrita dei SS. Elia e Anastasio del Carbone tutti i cenobi esistenti tra Salerno, Eboli, Valle del Bradano e Metaponto fino a Trebisacce e Belvedere Marittima. Pertanto, anche S. Maria di Pattano, veniva a trovarsi sotto la giurisdizione di quell’archimandrita.”. Pietro Ebner si riferiva al dominio Normanno sulla regione da parte di Guglielmo II detto il Buono. Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Viene ricordato come uno dei monarchi siciliani che godette di maggiore popolarità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo”  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense. Sull’affiliazione carbonense il Campagna, a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 256, in proposito scriveva che: “I Carbonensi, che avevano ridato impulso al monachesimo greco sulla costa, esercitarono una certa egemonia da Belvedere a S. Giovanni a Piro, fino a quando non furono estromessi dalle organizzazioni religiose della Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore, in Roma. (60).”. Il Campagna a p. 256, nella sua nota (60) postillava che: “(60) L’Archimandritato di Carbone fu a capo di un feudo vastissimo, da Salerno raggiungeva Metaponto, Trebisacce e, sul Tirreno, Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), e Cronicon Carbonense. Insieme col monastero di S. Giovanni a Piro erano unite alla Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore in Roma, molte grangie della costa. Tra noti monasteri e grangie vengono ricordati S. Pietro a Carbonara di Majerà, S. Nicola di Grisolia, il monastero dei Siracusani di Scalea, S. Maria Maggiore di Tortora e Maratea, S. Costantino di Trecchina, S. Nicola di Sapri, S. Fantino di Torraca, S. Benedetto di Policastro, un non identificato monastero di S. Maria delli Piani, i monasteri di S. Pietro e di S. Croce di Camerota e numerose altre istituzioni monastiche, in D. Damiano, op. cit..”. Riguardo l’opera citata dal Campagna del Cronicon Carbonense si tratta dell’opera di Paolo Emilio Santoro (….) e del suo “Historia monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, pubblicato nel 1601. Santoro stilò una Historia monasterii Carbonensis (1601) in cui ricostruì, con tanto di fonti trascritte, il passato del cenobio. Tra i pochi testi citati (p. 14) figura il ‘De antiquitate et situ Calabriae’ di Gabriele Barrius (1571), attribuito a Guglielmo Sirleto; e alla stregua di quel libro l’opera appare come una storia sacra della Calabria e della Lucania a partire dal 10° secolo. I Normanni sono lodati per aver restaurato il cristianesimo in Sicilia e per le crociate; ma alle loro conquiste risaliva il potere di quei «tyrannunculi» (i baroni) che iniziarono a vessare, e vessavano ancora, i monaci e le popolazioni locali (pp. 46-47). La storia del Regno di Napoli fa da sfondo alla narrazione fin dalla lotta tra Federico II e il papato, difensore dell’Italia dalla crudeltà germanica. L’opera fu tradotta e continuata nel 1859 da Marcello Spena (v. nuova ed. di L. Branco, 1998). Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebre monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Dunque, il Campagna, scriveva che molti monasteri italo-greci o basiliani che erano tantissimi sulle nostre terre subirono le sorti di molte istituzioni monastiche che, in seguito al passaggio del potere dai Longobardi ai Normanni, rifiorirono nuovamente grazie all’influenza esercitata su di esse dall’Archimandriato del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Il Campagna nella sua postilla citava i testi ed i documenti trovati e pubblicati da Gertrude Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; “Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; Biagio Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), tutti testi che ho studiato e verificato attentamente. Su questi testi e sul loro contenuto ha pubblicato un interessante studio Gustavo Breccia (….). Il Campagna poi nin particolare sul monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà, a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Il Campagna (….), nella sua “Storia di Majerà” a p. 30 riferendosi al monastero di S. Pietro a’ Carbonara di Majerà aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà  fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Per quanto riguarda gli antichi documenti che riguardano le affiliazioni carbonensi di alcuni monasteri vorrei citare il saggio di Padre Marco Petta. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….), a pp.. 97-98, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Dunque, padre Marco Petta (….) scriveva  Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia.” e aggiungeva che dei 29 manoscritti superstiti dell’Abbazia di Grottaferrata, nel 1700 furono prelevati da Pietro Menniti e fatti portare al Collegio di S. Basilio a Roma (7) che, nel 1786 furono venduti alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)(8). Il Petta (….) scriveva che: “….sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata”. Dunque non sono più quelli che possaimo vedere collegandoci alla BAV Archivio Barberini – Abbadie I e Abbadie II ma sono conservati presso la Biblioteca di Grottaferrata. Il Petta cita il Batiffol (…) che credeva che furono trasferiti a Grottaferrata dal Menniti stesso.

Nel 1170, GUGLIELMO (I) di SANSEVERINO e, la Baronia del Cilento

Guglielmo di Sanseverino era figlio di Enrico I Sanseverino e di Fenicia di Sanseverino avuto in prime nozze. Fenicia Sanseverino poi in seguito sposò Ruggiero conte di Avellino. Da Wikipedia leggiamo che da Enrico (1099c.-1150) discesero: Guglielmo Sanseverino (1144 -1190) che sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro del re Guglielmo I di Sicilia. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, a pp. 118-119-120-121, in proposito scriveva che: “IX. La signoria dei Sanseverino nel Cilento si protrasse lungamente……Morto nel 1154 il re Ruggiero, gli successe il figliuolo Guglielmo che regnò fino all’anno 1166. Sotto di lui avvenne una fiera rivolta di alcuni baroni nelle Puglie e nel Principato alla quale prese parte Ruggiero conte di Avellino che aveva sposato Fenicia di Sanseverino. Costui nel 1162 riuscì a fuggire mentre la contessa Fenicia fu in Avellino presa prigioniera e condotta a Palermo, da dove riuscì a salvarsi dipoi con suo figlio Guglielmo Sanseverino avuto in prime nozze con Arrigo Sanseverino barone del Cilento (3). In tale epoca Guglielmo Sanseverino era già successo a suo padre Arrigo nella contea di Sanseverino e nella baronia del Cilento, feudi che perdette per la fuga dal reame e che vennero dati al cugino Roberto Sanseverino conte di Caserta. Allorchè Guglielmo II soprannominato ‘il buono’, asceso al trono di Napoli, si recò a Palermo nell’anno 1168, Guglielmo Sanseverino che aveva ottenuto per intercessione della regina il permesso di tornare in patria (1) corse colà per impetrare la restituzione dei feudi e l’ottenne nonostante le vive opposizioni del cugino, cui si dettero in compenso altri feudi in Puglia (2). Guglielmo Sanseverino, che tenne per molti anni la baronia del Cilento e la contea di Capaccio conciliandosi il favore del sovrano, il quale lo creò grande giustiziere e comestabile, conservò sempre benevoli rapporti con la badia di Cava. Di buon accordo tra essi nel marzo del 1186 designarono i porti che ciascun di loro possedeva nel Cilento (3) e nell’anno successivo i confini dei vari casali appartenenti all’abate (4). In questo contratto si parla di un piano detto ‘Rocca della Melella’ e di una via che conduce alla Rocca dello stesso Guglielmo, cioè a Rocca Cilento, sede della baronia del Sanseverino. Nel catalogo dei baroni, formato al tempo di Guglielmo il buono, sotto la rubrica “De Principatu” trovasi compreso Guglielmo di San Severino per i suoi feudi di San Severino, di Montorio e del Cilento, per i quali doveva dare 44 militi ed 80 pedoni (5).”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 3°, pag. 69”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 3°, pag. 70”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Anno X, pag. 275. Egli riporta questa notizia dal Falcando.”. Il Mazziotti, a p. 120, nella nota (1) postillava che: “(1) Ivi, pag. 320”. Il Mazziotti, a p. 120, nella nota (2) postillava che: “(2) De Meo, ivi”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (4) postillava che: “(4) Pubblicato dal Ventimiglia, Doc., IX, fol. 32”. Il Mazziotti, a p. 120, nella nota (5) postillava che: “(5) De Meo, Pubblicato dal Borrello nell’opera già citata.”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “….Guglielmo, che tolse Isabella figlia di Silvestro Conte di Marsico, da cui nacque Guiglielmo Secondo che fu anche Signore di Capaccio e di Cilento: ciò costa dalle Vite de’ Beati Abbati del Monistero della SS. Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di Lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivi del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114, nel regnare del Principe Roberto leggesi: ‘Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &c. E in un altro spedito nel 1121 al regnare di Guglielmo: ‘Nos Rogerius de Sancto Severino etc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: La Baronia appare, comunque, saldamente costituita nelle mani del figlio di Enrico, Guglielmo I, signore di Sanseverino e Montoro nonchè barone di Cilento, registrato nel ‘Catalogus baronum’ tra i più grandi feudatari del ducato di Puglia; infatti, oltre ad avere alle sue dipendenze un gran numero di suffeudatari, tra cui Florio di Camerota, Guglielmo di Postiglione, Guido di Trentinara, Alfano di ‘Castello ad Mare (Velia) ed Arrabito di Cuccolo, egli stesso era in grado di fornire al Re, in caso di necessità, ben 48 soldati a cavallo e 80 fanti armati (7), là dove il vescovo di Capaccio per i suoi feudi, tra cui Agropoli, poteva inviare, come vedremo, solo 8 cavalieri e 20 inservienti. Creato dal re Guglielmo II Gran giustiziere e Comestabile, fece redigere in favore della Badia di Cava, in qualità di barone di Cilento, due importantissimi documenti, l’uno nel marzo del 1186, l’altro nel marzo dell’anno successivo. Nel primo riconobbe il possesso di questo monastero sui porti di Puzzillo, S. Maria di Gulia, Oliarola, S. Primo e S. Matteo di Duoflumina (8), nel secondo vennero analiticamente descritti i confini e le tenute di tutte le chiese, i monasteri ed i casali posseduti dalla Badia nell’ambito delle pertinenze della Baronia (‘in pertinentiis Cilenti Baronie’)(1). Stando a quanto può dedursi dal contenuto generale di questi due ultimi documenti, al tempo di Guglielmo I Sanseverino aveva cominciato a qualificarsi, in sostituzione di Castellum Cilenti, quale nuovo capoluogo della Baronia, Rocca (…..via, qua itur ad Roccam ipsius Domini Guilielmi; a. 1187)(2).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Guilellelmus filius Henrici de Sancto Severino dixit, quod demanium eius de Sancto Severino est feudum VIII militum, et de Calendo (sic.!) feudum VI militum. Una de proprio feudo milites XIII et augmentum eius milites XIV. Una militum inter feudum et agmentum milites XXVIII et pedites armati LXXX quos abtulit. Idem Guillelmus dixit, quod Montorium est feudum XIII miltum, et augmentum eius milites XIII. Una inter feulenti, quam et de Montoro milites XXVIII et augmentum eius milites XXVIII. Una inter feudum, et augmentum obtulit milites XLIV et pedites LXXX. (Cat. Baron., cit., p 583). Il testo, oltre all’erronea trascrizione di ‘Calento’ per Cilento, contiene evidenti errori di riporto numerico.”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Senatore, cit., doc. XIX”Il Cantalupo, a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Senatore, cit., doc. XX.”. Il Cantalupo, a p. 131, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ibidem”. Su questo Guglielmo ha scritto pure  Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, pp. 415-416, in proposito scriveva che: “Nel 1170 Guglielmo di Sanseverino donò (136) al monastero un terreno a Montecorice ecc….Il predetto Guglielmo di Sanseverino, nel 1178, concesse (138) al monastero di S. Arcangelo di Perdifumo di prelevare l’acqua per il mulino costruito da quel cenobio nei pressi della chiesa di S. Nicola di Fiumicello. Nel 1183, Tancredi, signore di Fasanella donò (139) ecc…Nello stesso mese ed anno Guglielmo di Sanseverino confermò (140) alla Badia il tenimento di monte Cerullo, sopra il villaggio di S. Magno e altri beni esistenti nel distretto di Cilento……Senza dubbio più importanti i diplomi del 1186 e 1187 di Guglielmo di Sanseverino, Giustiziere e contestabile del regno. Con il primo (144), Guglielmo e la moglie Isabella, figlia del conte Silvestro di Marsico, confermarono alla Badia (abate Benincasa), ricevendone 150 once d’oro, i cinque porti del Cilento con tutte le loro pertinenze. Nell’enumerare le condizioni cui erano tenuti, nei rapporti con la Badia, i loro vassalli e i loro rappresentanti, i coniugi chiarirono che tali famiglie “dent parti infrascripti monasterii salutes et pregerias et alia servitia faciant, sicut facere consueverunt”. Nel riconoscere poi la transazione intervenuta tra il monastero e il loro vassallo Guerrasio, rimisero alla Badia il debito di 80 tarì dati al cenobio da Gualtiero, detto Vulture, e concessero il pascolo nel bosco di Persiceto agli animali del monastero di S. Magno dietro corresponsione annua di ‘salutes’, segnalando essere di proprietà della Badia le chiese di S. Maria de Gulia, S. Primo, S. Matteo ‘ad duo flumina’, S. Magno e Sant’Arcangelo. Con il secondo (145), il medesimo Guglielmo, signore della baronia di Rocca, dietro invito del duca Guglielmo, riconobbe appartenere alla Badia, oltre i cinque porti suddetti e il castello dell’Abate con le loro pertinenze, anche i tenimenti dei monasteri di S, Giovanni di Tresino, di S. Nicola di Serramezzana, di S. Angelo di Montecorice e di S. Magno ecc…Guglielmo riconobbe infine alla Badia i tenimenti delle chiese di S. Primo e di S. Barbara della Bruca.”. Ebner, a p. 415, nella nota (136) postillava che: “(136) I, ABC, I 5, aprile a. 1170, III, Rocca di Cilento”. Ebner, a p. 415, nella nota (138) postillava che: “(138) I, ABC, I 19, gennaio a. 1178, VIII, Salerno”. Ebner, a p. 415, nella nota (139) postillava che: “(139) I, ABC, I 40, febbraio a. 1183, II, Fasanella”. Ebner, a p. 415, nella nota (140) postillava che: “(140) I, ABC, I 41, febbraio a. 1183, II, Sanseverino”. Ebner, a p. 416, nella nota (144) postillava che: “(144) I, ABC, L. 18, marzo a. 1186, IV Salerno: ‘Portum qui dicitur de lo puzzillo, et portum sancte marie de gulia, subtus castellum ipsius monasterii, et portum qui dicitur de oliarula, et portum qui dicitur de sancto primo et portum sancti mathei ad duo flumina’. Il diploma fu pubblicato, con quello del 1187, dal Ventimiglia, cit., rispettivamente a pp. XXXII e XXXVI sgg.”. Ebner, a p. 416, nella nota (145) postillava che: “(145) ABC, L 20, marzo a. 1187, Vedi Salerno.”. Sull’importanza dei territori e della baronia alle dipendenze di Guglielmo I Sanseverino figlio di Enrico, Ebner non è dello stesso avviso del Cantalupo. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 238, nella nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia a Corneto). Aveva Trentinara – due militi – Magliano – uno – e Selofone – uno; vedi pure nn. 462, 487 metà di Fasanella; per i suffeudatari, nn. 488 e 489 – Roberto di Cles – ) dipendeva Guglielmo di Sanseverino (n. 438, figlio di Enrico, che solo per Sanseverino era tenuto a fornire otto cavalieri, per “Calendo feudo sex militum”: vedi allo stesso n. 438, p. 80, la forma ‘Cilenti’) dal quale dipendevano Florio di Camerota e di Corbella, lo stesso Lampo per Corneto, Magliano, Trentinara e metà di Fasanella, Guido di Trentinara (n. 433 – un milite – , n. 444, Asclittino di Sicignano – un milite -, n. 451, Alfano di Velia – per questo feudo tre militi etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 239, in proposito scriveva che: “Tra le notizie tili quelle relative a Calento (Cilento) di cui Guglielmo di Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, il quale era tenuto a fornire per Cilento un solo milite. Un feudo, dunque, relativamente redditizio se pure molto esteso.”. Nicola Acocella (38) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secoli X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1961), a pp. 130-131, nel capitolo “b. la successiva espansione cavense nel Cilento” (che corrisponde allo stesso saggio pubblicato a pp. 486, nel testo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”), in proposito scriveva che: “Nuove forze politiche ed egemoniche si affermavano nella zona. Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse di S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (206). Si puo dire che nei secoli a venire la storia del Cilento e delle nostre terre si identificherà con la storia della Badia di Cava e con quella, nel complesso benefica, dei potenti Sanseverino, i quali crearono il loro bastione nella “Rocca Cilenti”. Nel marzo 1187 fu proprio Guglielmo Sanseverino a riconoscere i confini dei possedimenti che la Badia aveva nell’ambito della laica Baronia del Cilento, ‘in pertinentiis Cilenti Baronie suprascripti domini Guilielmi’: cinque porti sulla costa, il Castello dell’Abate “cum hominibus ibidem habitantibus et habitaturis, et cum omnibus tenimentis et pertinentiis suis”, e finalmente i casali sorti intorno ai vecchi monasteri precavensi (207).”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (206) postillava che: “(206), E. Pontieri, s. v. Cilento, in E.I.; C. Gatta, op. cit., p. 148 sgg., 275 sgg.”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (207) postillava che: “(207) D. Ventimiglia, op. cit., Appendice dè monumenti, p. XXXVI sgg.”. Infatti, Domenico Ventimiglia (…), nell’Appendie del suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate etc…”, a p. XXXVI, pubblicò il documento n° X:

Ventimiglia, doc. X, pag. XXXVI

Nel 1177, a Casaletto, il vescovo di Policastro Giovanni III consacrò la chiesa madre di S. Nicola di Bari

Da Wikipedia leggiamo che il primo documento che può dare una collocazione storiografica al paese è una piccola lapide di pietra con scritta in latino attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa madre di San Nicola, la quale ricorda la consacrazione della chiesa, recante la data del 1177. Il toponimo “Casaletto” deriva, come si può facilmente dedurre, da “casale”. Infatti ‘Casalecti’, nel medioevo, era, insieme a ‘Bactalearum’ (Battaglia) un casale delle terre di Tortorella. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 17-18 in proposito scriveva che: “Accantonando quindi l’ipotesi di una possibile datazione della nascita del paese all’inizio del IX secolo andiamo a prendere in considerazione il primo vero e solido “documento” che ci permette di inserire Casaletto nell’arco temporale della Storia, “depositato” nella chiesa Madre intitolata a San Nicola di Bari. Su una piccola lapide di pietra attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa, contigua al campanile, una scritta in latino ci ricorda che, sotto il vescovo di Policastro Giovanni III, nell’anno 1177, fu consacrata la chiesa: ecc….(riporta l’epigrafe scritta in latino), ecc…”, che come si è detto è posta sul portale della chiesa madre di S. Nicola a Tortorella. Sull’iscrizione (epigrafe), il Montesano aggiungeva che: “I dati sull’epigrafe, probabilmente settecentesca, furono desunti, come anche specificato nella stessa, dal medaglione commemorativo depositato all’interno dell’armadio delle reliquie all’interno della sagrestia. Ecc..”. Dunque, il Montesano riporta la notizia storica su Casaletto tratta da una epigrafe scritta in latino scolpita su una lapide di pietra posta nella chiesa madre parrocchiale di Casaletto, la chiesa di San Nicola di Bari. La notizia storica riguarda la consacrazione della chiesa di San Nicola all’epoca del vescovo di Policastro nell’anno 1177, il vescovo Giovanni III. Su un Vescovo della Diocesi di Policastro chiamato “Giovanni III” vi sono opinioni contrastanti. La lapide di Casaletto si aggiunge ad un’altra notizia che riguarda questo “Giovanni III”, vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro. Infatti, sebbene nelle cronostassi dei presuli di Policastro che fece il vescovo Mons. Nicola Maria Laudisio, vi è una iscrizione (epigrafe) scritta in caratteri gotici scolpiti in una lapide di pietra posta sul Campanile della Cattedrale di Policastro. L’iscrizione ci parla della costruzione del Campanile nell’anno 1166, all’epoca di re Guglielmo II il Buono. Nel 1745, nella sua prima edizione, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 417, parlando di Policastro e della sua Cattedrale in proposito scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto bene ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici. Nel secondo ordine della sua torre, o sia campanile colla sottoposta Iscrizione di carattere Gotico ci mostra l’autore, e ‘l tempo di sua edificazione. TEMPORE MAGNIFICI W. SDI. REGIS IOANNES .III. EPUS DO ET BEATAE M. HOC OPVS FECIT. MCLXXVII. ANNO INCARNATIONIS XPI M. APLI XV. IND. II.”. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”.

Si veda pure (Ughelli, vol. I, p. 1246), ovvero: Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, vol. I, p. 1246; Si veda pure sulla Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro,  Tomo VII, p. 542 e da p. 758 a p. 800 (Policastrensis Episcopi)

Ughelli, vol. VII, p. 560

Ughelli, vol. VII Coleti, p. 561-562

Nel 1170, GUGLIELMO (I) di SANSEVERINO e, la Baronia del Cilento

Guglielmo di Sanseverino era figlio di Enrico I Sanseverino e di Fenicia di Sanseverino avuto in prime nozze. Fenicia Sanseverino poi in seguito sposò Ruggiero conte di Avellino. Da Wikipedia leggiamo che da Enrico (1099c.-1150) discesero: Guglielmo Sanseverino (1144 -1190) che sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro del re Guglielmo I di Sicilia. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, a pp. 118-119-120-121, in proposito scriveva che: “IX. La signoria dei Sanseverino nel Cilento si protrasse lungamente……Morto nel 1154 il re Ruggiero, gli successe il figliuolo Guglielmo che regnò fino all’anno 1166. Sotto di lui avvenne una fiera rivolta di alcuni baroni nelle Puglie e nel Principato alla quale prese parte Ruggiero conte di Avellino che aveva sposato Fenicia di Sanseverino. Costui nel 1162 riuscì a fuggire mentre la contessa Fenicia fu in Avellino presa prigioniera e condotta a Palermo, da dove riuscì a salvarsi dipoi con suo figlio Guglielmo Sanseverino avuto in prime nozze con Arrigo Sanseverino barone del Cilento (3). In tale epoca Guglielmo Sanseverino era già successo a suo padre Arrigo nella contea di Sanseverino e nella baronia del Cilento, feudi che perdette per la fuga dal reame e che vennero dati al cugino Roberto Sanseverino conte di Caserta. Allorchè Guglielmo II soprannominato ‘il buono’, asceso al trono di Napoli, si recò a Palermo nell’anno 1168, Guglielmo Sanseverino che aveva ottenuto per intercessione della regina il permesso di tornare in patria (1) corse colà per impetrare la restituzione dei feudi e l’ottenne nonostante le vive opposizioni del cugino, cui si dettero in compenso altri feudi in Puglia (2). Guglielmo Sanseverino, che tenne per molti anni la baronia del Cilento e la contea di Capaccio conciliandosi il favore del sovrano, il quale lo creò grande giustiziere e comestabile, conservò sempre benevoli rapporti con la badia di Cava. Di buon accordo tra essi nel marzo del 1186 designarono i porti che ciascun di loro possedeva nel Cilento (3) e nell’anno successivo i confini dei vari casali appartenenti all’abate (4). In questo contratto si parla di un piano detto ‘Rocca della Melella’ e di una via che conduce alla Rocca dello stesso Guglielmo, cioè a Rocca Cilento, sede della baronia del Sanseverino. Nel catalogo dei baroni, formato al tempo di Guglielmo il buono, sotto la rubrica “De Principatu” trovasi compreso Guglielmo di San Severino per i suoi feudi di San Severino, di Montorio e del Cilento, per i quali doveva dare 44 militi ed 80 pedoni (5).”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 3°, pag. 69”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 3°, pag. 70”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Anno X, pag. 275. Egli riporta questa notizia dal Falcando.”. Il Mazziotti, a p. 120, nella nota (1) postillava che: “(1) Ivi, pag. 320”. Il Mazziotti, a p. 120, nella nota (2) postillava che: “(2) De Meo, ivi”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (4) postillava che: “(4) Pubblicato dal Ventimiglia, Doc., IX, fol. 32”. Il Mazziotti, a p. 120, nella nota (5) postillava che: “(5) De Meo, Pubblicato dal Borrello nell’opera già citata.”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “….Guglielmo, che tolse Isabella figlia di Silvestro Conte di Marsico, da cui nacque Guiglielmo Secondo che fu anche Signore di Capaccio e di Cilento: ciò costa dalle Vite de’ Beati Abbati del Monistero della SS. Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di Lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivi del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114, nel regnare del Principe Roberto leggesi: ‘Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &c. E in un altro spedito nel 1121 al regnare di Guglielmo: ‘Nos Rogerius de Sancto Severino etc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: La Baronia appare, comunque, saldamente costituita nelle mani del figlio di Enrico, Guglielmo I, signore di Sanseverino e Montoro nonchè barone di Cilento, registrato nel ‘Catalogus baronum’ tra i più grandi feudatari del ducato di Puglia; infatti, oltre ad avere alle sue dipendenze un gran numero di suffeudatari, tra cui Florio di Camerota, Guglielmo di Postiglione, Guido di Trentinara, Alfano di ‘Castello ad Mare (Velia) ed Arrabito di Cuccolo, egli stesso era in grado di fornire al Re, in caso di necessità, ben 48 soldati a cavallo e 80 fanti armati (7), là dove il vescovo di Capaccio per i suoi feudi, tra cui Agropoli, poteva inviare, come vedremo, solo 8 cavalieri e 20 inservienti. Creato dal re Guglielmo II Gran giustiziere e Comestabile, fece redigere in favore della Badia di Cava, in qualità di barone di Cilento, due importantissimi documenti, l’uno nel marzo del 1186, l’altro nel marzo dell’anno successivo. Nel primo riconobbe il possesso di questo monastero sui porti di Puzzillo, S. Maria di Gulia, Oliarola, S. Primo e S. Matteo di Duoflumina (8), nel secondo vennero analiticamente descritti i confini e le tenute di tutte le chiese, i monasteri ed i casali posseduti dalla Badia nell’ambito delle pertinenze della Baronia (‘in pertinentiis Cilenti Baronie’)(1). Stando a quanto può dedursi dal contenuto generale di questi due ultimi documenti, al tempo di Guglielmo I Sanseverino aveva cominciato a qualificarsi, in sostituzione di Castellum Cilenti, quale nuovo capoluogo della Baronia, Rocca (…..via, qua itur ad Roccam ipsius Domini Guilielmi; a. 1187)(2).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Guilellelmus filius Henrici de Sancto Severino dixit, quod demanium eius de Sancto Severino est feudum VIII militum, et de Calendo (sic.!) feudum VI militum. Una de proprio feudo milites XIII et augmentum eius milites XIV. Una militum inter feudum et agmentum milites XXVIII et pedites armati LXXX quos abtulit. Idem Guillelmus dixit, quod Montorium est feudum XIII miltum, et augmentum eius milites XIII. Una inter feulenti, quam et de Montoro milites XXVIII et augmentum eius milites XXVIII. Una inter feudum, et augmentum obtulit milites XLIV et pedites LXXX. (Cat. Baron., cit., p 583). Il testo, oltre all’erronea trascrizione di ‘Calento’ per Cilento, contiene evidenti errori di riporto numerico.”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Senatore, cit., doc. XIX”Il Cantalupo, a p. 131, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Senatore, cit., doc. XX.”. Il Cantalupo, a p. 131, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ibidem”. Su questo Guglielmo ha scritto pure  Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, pp. 415-416, in proposito scriveva che: “Nel 1170 Guglielmo di Sanseverino donò (136) al monastero un terreno a Montecorice ecc….Il predetto Guglielmo di Sanseverino, nel 1178, concesse (138) al monastero di S. Arcangelo di Perdifumo di prelevare l’acqua per il mulino costruito da quel cenobio nei pressi della chiesa di S. Nicola di Fiumicello. Nel 1183, Tancredi, signore di Fasanella donò (139) ecc…Nello stesso mese ed anno Guglielmo di Sanseverino confermò (140) alla Badia il tenimento di monte Cerullo, sopra il villaggio di S. Magno e altri beni esistenti nel distretto di Cilento……Senza dubbio più importanti i diplomi del 1186 e 1187 di Guglielmo di Sanseverino, Giustiziere e contestabile del regno. Con il primo (144), Guglielmo e la moglie Isabella, figlia del conte Silvestro di Marsico, confermarono alla Badia (abate Benincasa), ricevendone 150 once d’oro, i cinque porti del Cilento con tutte le loro pertinenze. Nell’enumerare le condizioni cui erano tenuti, nei rapporti con la Badia, i loro vassalli e i loro rappresentanti, i coniugi chiarirono che tali famiglie “dent parti infrascripti monasterii salutes et pregerias et alia servitia faciant, sicut facere consueverunt”. Nel riconoscere poi la transazione intervenuta tra il monastero e il loro vassallo Guerrasio, rimisero alla Badia il debito di 80 tarì dati al cenobio da Gualtiero, detto Vulture, e concessero il pascolo nel bosco di Persiceto agli animali del monastero di S. Magno dietro corresponsione annua di ‘salutes’, segnalando essere di proprietà della Badia le chiese di S. Maria de Gulia, S. Primo, S. Matteo ‘ad duo flumina’, S. Magno e Sant’Arcangelo. Con il secondo (145), il medesimo Guglielmo, signore della baronia di Rocca, dietro invito del duca Guglielmo, riconobbe appartenere alla Badia, oltre i cinque porti suddetti e il castello dell’Abate con le loro pertinenze, anche i tenimenti dei monasteri di S, Giovanni di Tresino, di S. Nicola di Serramezzana, di S. Angelo di Montecorice e di S. Magno ecc…Guglielmo riconobbe infine alla Badia i tenimenti delle chiese di S. Primo e di S. Barbara della Bruca.”. Ebner, a p. 415, nella nota (136) postillava che: “(136) I, ABC, I 5, aprile a. 1170, III, Rocca di Cilento”. Ebner, a p. 415, nella nota (138) postillava che: “(138) I, ABC, I 19, gennaio a. 1178, VIII, Salerno”. Ebner, a p. 415, nella nota (139) postillava che: “(139) I, ABC, I 40, febbraio a. 1183, II, Fasanella”. Ebner, a p. 415, nella nota (140) postillava che: “(140) I, ABC, I 41, febbraio a. 1183, II, Sanseverino”. Ebner, a p. 416, nella nota (144) postillava che: “(144) I, ABC, L. 18, marzo a. 1186, IV Salerno: ‘Portum qui dicitur de lo puzzillo, et portum sancte marie de gulia, subtus castellum ipsius monasterii, et portum qui dicitur de oliarula, et portum qui dicitur de sancto primo et portum sancti mathei ad duo flumina’. Il diploma fu pubblicato, con quello del 1187, dal Ventimiglia, cit., rispettivamente a pp. XXXII e XXXVI sgg.”. Ebner, a p. 416, nella nota (145) postillava che: “(145) ABC, L 20, marzo a. 1187, Vedi Salerno.”. Sull’importanza dei territori e della baronia alle dipendenze di Guglielmo I Sanseverino figlio di Enrico, Ebner non è dello stesso avviso del Cantalupo. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 238, nella nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia a Corneto). Aveva Trentinara – due militi – Magliano – uno – e Selofone – uno; vedi pure nn. 462, 487 metà di Fasanella; per i suffeudatari, nn. 488 e 489 – Roberto di Cles – ) dipendeva Guglielmo di Sanseverino (n. 438, figlio di Enrico, che solo per Sanseverino era tenuto a fornire otto cavalieri, per “Calendo feudo sex militum”: vedi allo stesso n. 438, p. 80, la forma ‘Cilenti’) dal quale dipendevano Florio di Camerota e di Corbella, lo stesso Lampo per Corneto, Magliano, Trentinara e metà di Fasanella, Guido di Trentinara (n. 433 – un milite – , n. 444, Asclittino di Sicignano – un milite -, n. 451, Alfano di Velia – per questo feudo tre militi etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 239, in proposito scriveva che: “Tra le notizie tili quelle relative a Calento (Cilento) di cui Guglielmo di Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, il quale era tenuto a fornire per Cilento un solo milite. Un feudo, dunque, relativamente redditizio se pure molto esteso.”. Nicola Acocella (38) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secoli X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1961), a pp. 130-131, nel capitolo “b. la successiva espansione cavense nel Cilento” (che corrisponde allo stesso saggio pubblicato a pp. 486, nel testo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”), in proposito scriveva che: “Nuove forse politiche ed egemoniche si affermavano nella zona. Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse di S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (206). Si puo dire che nei secoli a venire la storia del Cilento e delle nostre terre si identificherà con la storia della Badia di Cava e con quella, nel complesso benefica, dei potenti Sanseverino, i quali crearono il loro bastione nella “Rocca Cilenti”. Nel marzo 1187 fu proprio Guglielmo Sanseverino a riconoscere i confini dei possedimenti che la Badia aveva nell’ambito della laica Baronia del Cilento, ‘in pertinentiis Cilenti Baronie suprascripti domini Guilielmi’: cinque porti sulla costa, il Castello dell’Abate “cum hominibus ibidem habitantibus et habitaturis, et cum omnibus tenimentis et pertinentiis suis”, e finalmente i casali sorti intorno ai vecchi monasteri precavensi (207).”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (206) postillava che: “(206), E. Pontieri, s. v. Cilento, in E.I.; C. Gatta, op. cit., p. 148 sgg., 275 sgg.”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (207) postillava che: “(207) D. Ventimiglia, op. cit., Appendice dè monumenti, p. XXXVI sgg.”. Infatti, Domenico Ventimiglia (…), nell’Appendie del suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate etc…”, a p. XXXVI, pubblicò il documento n° X:

Ventimiglia, doc. X, pag. XXXVI

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo ?), da cui a Silvestro (II, + 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, + 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo poi fu spogliato  della contea e della Signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Ecc…”. Ebner, a p. 636, nella nota (22) postillava che: “(22) Reg. A., f 125”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Riguardo i Guarna, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), che i conti Guarna discendevano da Goffredo d’Altavilla, …….ecc….Da Goffredo (+ 1163), il secondo Goffredo, conte di Conversano, da cui discendenti Sibilla (+ 1103) che sposò Roberto di Normandia (v. Ebner, Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo o Goffredo, Silvestro (+1163), Guglielmo (+ 1180) e poi Filippo.”. Sempre Ebner (….), a p. 419 parlando di S. Arsenio, in proposito scriveva che: “Alla morte di Guglielmo (+1180) successe, nella contea e signoria di Diano, Filippo al quale vennero bloccati i beni per ribellione. La contea di Marsico fu tenuta ‘maritali nomine’ da Guglielmo di Sanseverino che aveva sposato Isabella Guarna di Marsico (sorella di Filippo) prima che la contea fosse devoluta al fisco. Ecc…”.

Nel 1177, a Casaletto, il vescovo di Policastro, Giovanni III consacrò la chiesa madre di S. Nicola di Bari

Da Wikipedia leggiamo che il primo documento che può dare una collocazione storiografica al paese è una piccola lapide di pietra con scritta in latino attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa madre di San Nicola, la quale ricorda la consacrazione della chiesa, recante la data del 1177. Il toponimo “Casaletto” deriva, come si può facilmente dedurre, da “casale”. Infatti ‘Casalecti’, nel medioevo, era, insieme a ‘Bactalearum’ (Battaglia) un casale delle terre di Tortorella. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 17-18 in proposito scriveva che: “Accantonando quindi l’ipotesi di una possibile datazione della nascita del paese all’inizio del IX secolo andiamo a prendere in considerazione il primo vero e solido “documento” che ci permette di inserire Casaletto nell’arco temporale della Storia, “depositato” nella chiesa Madre intitolata a San Nicola di Bari. Su una piccola lapide di pietra attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa, contigua al campanile, una scritta in latino ci ricorda che, sotto il vescovo di Policastro Giovanni III, nell’anno 1177, fu consacrata la chiesa: ecc….(riporta l’epigrafe scritta in latino), ecc…”, che come si è detto è posta sul portale della chiesa madre di S. Nicola a Tortorella. Sull’iscrizione (epigrafe), il Montesano aggiungeva che: “I dati sull’epigrafe, probabilmente settecentesca, furono desunti, come anche specificato nella stessa, dal medaglione commemorativo depositato all’interno dell’armadio delle reliquie all’interno della sagrestia. Ecc..”. Dunque, il Montesano riporta la notizia storica su Casaletto tratta da una epigrafe scritta in latino scolpita su una lapide di pietra posta nella chiesa madre parrocchiale di Casaletto, la chiesa di San Nicola di Bari. La notizia storica riguarda la consacrazione della chiesa di San Nicola all’epoca del vescovo di Policastro nell’anno 1177, il vescovo Giovanni III. Su un Vescovo della Diocesi di Policastro chiamato “Giovanni III” vi sono opinioni contrastanti. La lapide di Casaletto si aggiunge ad un’altra notizia che riguarda questo “Giovanni III”, vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro. Infatti, sebbene nelle cronostassi dei presuli di Policastro che fece il vescovo Mons. Nicola Maria Laudisio, vi è una iscrizione (epigrafe) scritta in caratteri gotici scolpiti in una lapide di pietra posta sul Campanile della Cattedrale di Policastro. L’iscrizione ci parla della costruzione del Campanile nell’anno 1166, all’epoca di re Guglielmo II il Buono. Nel 1745, nella sua prima edizione, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 417, parlando di Policastro e della sua Cattedrale in proposito scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto bene ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici. Nel secondo ordine della sua torre, o sia campanile colla sottoposta Iscrizione di carattere Gotico ci mostra l’autore, e ‘l tempo di sua edificazione. TEMPORE MAGNIFICI W. SDI. REGIS IOANNES .III. EPUS DO ET BEATAE M. HOC OPVS FECIT. MCLXXVII. ANNO INCARNATIONIS XPI M. APLI XV. IND. II.”. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”.

Si veda pure (Ughelli, vol. I, p. 1246), ovvero: Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, vol. I, p. 1246; Si veda pure sulla Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro,  Tomo VII, p. 542 e da p. 758 a p. 800 (Policastrensis Episcopi)

Ughelli, vol. VII, p. 560

Ughelli, vol. VII Coleti, p. 561-562

Il ‘castrum’ ed il castello di Policastro ai tempi del re di Sicilia Guglielmo I d’Altavilla

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro dopo la restauratione della nuova sede vescovile, dopo l’anno 1000, a p. 334, in proposito scriveva che: “La ricostruzione dell’abitato di Policastro fu intensificata ai tempi di Ruggiero (mura, castello e completata nel XIII secolo. Pare che la locale contea fosse stata concessa da re Ruggero al bastardo suo figliolo Simone…..Il ‘Catalogus baronum’ ci informa dei cavalieri ed eredi che ai tempi di re Guglielmo possedevano villani a Policastro (30).”. Ebner (…), a p. 335, nella sua nota (30), postillava che:  “(30) ‘Catalogus Baronum’ Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro’, ecc…ecc..”. Sul ‘Catalogus Baronum’, ho dedicato ivi un mio saggio, in cui ho pubblicato alcune pagine tratte dal testo di Evelin Jamison (…). L’Ebner (…), a p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (…).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Sappiamo che nel 1167, durante il Regno di Guglielmo II il Magnifico (1166- 1189), il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale di Policastro. Pietro Ebner (…), parlando di Policastro, a p. 335 del vol. II, scriveva in proposito: “Il ‘Catalogus baronum’ ci informa dei cavalieri ed eredi che ai tempi di re Guglielmo possedevano villani a Policastro (30).”, e poi nella sua nota (30), postillava che:

Ebner, p. 335

(Fig. 14) Ebner (…), p. 335, parla di Policastro, nota (30)

Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1185, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo.

de Policastro

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Evelyn Jamison (…), la pagina che parla di “De Policastro”, n. da 566 a 574 (citati da Ebner, a p. 335, nota (30)), vol. II

Nel 1178, il trattato di Venezia tra re Guglielmo II il Buono e Federico I il Barbarossa, rubato a Lagonegro

Dell’epoca di re Guglielmo II il Buono, delle nostre terre e dell’imperatore tedesco Federico I il ‘Barbarossa’, oltre alla citazione del Cataldo (…), di una distruzione di Policastro nell’anno 1154, ci parla lo storico lagonegrese Giuseppe Pesce (…), in un suo pregevole studio sulla ‘Storia della Città di Lagonegro’, che riferisce un interessante episodio che ci riguarda più da vicino. Il Pesce (…), nel 1913, a p. 200 e sgg., traendo l’interessante notizia da Matteo Camera (…), che a sua volta la traeva dal cronista del tempo Romualdo Guarna Salernitano (…), riferisce un episodio del 1178, al tempo di re Guglielmo II il Buono. Il Pesce (…), nel Cap. III, III, “Gli Ambasciatori di Federico Barbarossa oltraggiati a Lagonegro, narra di una zuffa accaduta a Lagonegro, dove fu rubato il trattato di Venezia stipulato tra il Papa, l’Imperatore Barbarossa ed i Comuni Italiani, dopo la disfatta di Legnano. Il Pesce (…), così scriveva in proposito: “Il fatto è narrato in tutti i suoi particolari dallo storico del tempo Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, il quale visse alla corte di Guglielmo II, detto il Buono, Re di Sicilia, e scrisse in latino la Cronaca di quel Reame, che è stata più volte stampata e della quale si conserva una pregevole copia manoscritta nell’Archivio del Capitolo di Salerno (1). Negli ‘Annali delle due Sicilie’ Matteo Camera, riferendosi alla succitata fonte del Guarna, così narra dell’incidente: “Anno 1178. L’Imperatore Barbarossa spedisce al Re Guglielmo di Sicilia due suoi ambasciatori con lettere, Ugolino Buoniconte e Redelgario suo gran Camerario, onde far ratificare gli articoli della pace stabilita a Venezia. Alla loro partenza il Re di Sicilia, li fece ricondurre ed accompagnare dai suoi scudieri fino ai confini del Regno. Nel giungere a Lagonegro in Basilicata, insurse rissa fra quei contadini con uno degli scudieri, il quale per difendersi si rifugiò nell’ospizio degli ambasciatori; ma i villani, temerariamente assalirono la casa, offesero a colpi di pietra i ministri stranieri, e rotto uno scrigno ne portarono il diploma della pace segnata, e con esso una coppa di argento. Quei personaggi portandosi a Salerno a farne lagnanze all’Ammiraglio Gualtieri Mach ed all’Arcivescovo di quel luogo. All’annuncio di tale audace successo il Re Guglielmo spedì David suo Camerario con lettere ai Giustizieri di Principato, onde procedessero rigorosamente contro i malfattori e complici e che quanti ne prendessero fossero impiccati. L’ordine fu poi eseguito appuntino, e dei rei alcuni furono poi impiccati a Barletta, altri presso Troia, uno a Salerno, l’altro a Capua e due presso San Germano., “ut totus mundus evidenter cognosceret quod Villelmus iustitiae et aequitatis amator sit et si qua maleficia in regno suo fuerint, non vult silentio et impunita transire.”. Così Romualdo Guarna Salernitano, il quale quì finisce la sua cronaca di Sicilia. Da ultimo il Re ordinò che si rifacesse un altro diploma, che poi mandò all’Imperatore per mezzo di Tancredi suo Notaro. E’ risaputo che dopo la disfatta di Legnano del 1176 il Barbarossa si vide costretto a fare la pace coi Comuni Lombardi, e dopo molte negoziazioni, si stabilì a Venezia una tregua di 6 anni tra lui, il Papa e le città lombarde, nella quale venne temporaneamente mantenuto ai Comuni l’esercizio dei diritti regali, ed appunto a questo trattato accenna il Guarna; scaduta poi la tegua, fu concluso nella città di Costanza un trattato di pace nel 1183. Nulla poi vogliamo aggiungere a quanto lasciò scritto sull’oltraggio patito da quegli ambasciatori di Barbarossa, lo storico cesareo della corte di Sicilia, inteso ad annullare il suo Re etc…. Vista la notevole importanza dell’episodio riportato dal Camera (…) prima e dal Pesce (…), in seguito, ecco cosa scriveva Romualdo Guarna, pubblicato dal Del Re (…), vol. I, p. 70:

Del Re, Romualdo Guarna su Lagonegro, p. 70

(Fig…) Del Re (…), vol. I, p. 70, Romualdo Guarna Salernitano (…)

Da Wikipedia leggiamo che nel 1177 fu stipulata la cosiddetta “Pace di Venezia”. Si giunse così alla Pace di Venezia nel luglio del 1177, cui parteciparono papa, imperatore, Romualdo Guarna in rappresentanza del re di Sicilia Guglielmo II il Buono e delegati dei Comuni. Il 23 luglio fu confermata la pace con il papa secondo gli accordi di Anagni, fu concordata una tregua con il re di Sicilia di quindici anni e una, con i Comuni, di sei anni. Federico ed Alessandro alloggiarono presso il centro monastico di San Niccolò al Lido, dove l’imperatore ripudiò l’antipapa Callisto III, ammise i suoi errori e riconobbe come capo della cristianità Alessandro III. Successivamente, in Piazza San Marco, durante una cerimonia solenne, Federico si inginocchiò e baciò la pantofola del pontefice, il quale, aiutatolo ad alzarsi, lo abbracciò paternamente. Inoltre, il papa fu sollevato sulla sella del cavallo mentre l’imperatore compì la cerimonia di reggergli la staffa. Federico rimase in Italia sino alla fine dell’anno; poi nel 1178 tornò in Germania dove risolvette definitivamente i contrasti con i suoi feudatari, in modo particolare con il cugino, Enrico il Leone, reo di non avere sostenuto l’imperatore nel modo adeguato dal punto di vista militare.

I Florio di Camerota, signori di Corbella, al tempo di re Guglielmo I il Malo e re Guglielmo II il Buono

Secondo la Treccani, “Florio di Camerota” è: “Nobile del principato di Salerno ricordato per la prima volta alla metà del sec. XII, fu un tipico esponente della classe dominante del Regno normanno. Pur senza esserne uno dei maggiori baroni, infatti, i suoi possedimenti erano comunque rilevanti: vassallo diretto del re per Camerota, feudo per il quale prestava un servizio ordinario di dodici milites, da lui dipendevano anche, nella stessa zona, vari signori minori. Questi beni lo collocavano in una fascia sociale appena inferiore a quella dei più importanti signori feudali, un ceto che venne utilizzato dai re normanni per creare l’ossatura della loro amministrazione statale; la carriera di Florio è, in questo senso, esemplare. Nel 1150-51 ricopriva la carica di giustiziere nella Curia del principato di Salerno con il collega Lampo di Fasanella (altro rappresentante della media feudalità). Di fronte a loro venne discussa una causa intentata dall’arcivescovo di Salerno contro un signore laico accusato di aver usurpato alcuni beni ecclesiastici: Florio e il suo collega si pronunciarono in favore dell’arcivescovo. La sua attività giudiziaria proseguì negli anni successivi (è nota un’altra sentenza del 1158) per interrompersi soltanto in seguito a un evento sfortunato che lo costrinse ad un breve periodo di esilio dal Regno. Nel 1164, infatti, papa Alessandro III incaricava l’arcivescovo Alfano di Capua (uno dei suoi principali sostenitori nel Mezzogiorno nonché zio di Florio) di avvertire Guglielmo I di Sicilia che la sua vita era minacciata da una congiura di palazzo; l’arcivescovo non si recò personalmente a Palermo, ed inviò invece suo nipote. L’ambasceria costò assai cara a Florio: il re normanno, infatti, non prestò fede a quanto gli venne riferito, e condannò l’inviato del papa e dell’arcivescovo di Capua all’esilio. Florio decise di recarsi a Gerusalemme, certo dopo aver sollecitato lo zio ad adoperarsi presso il pontefice per ottenere il perdono del sovrano. Il 16 febbraio 1165 papa Alessandro III scriveva al re di Francia Luigi VII perché intercedesse in suo favore presso il re di Sicilia; in quest’occasione il papa definiva Florio “unus de maioribus Calabriae [sic!] baronibus”, ma si trattava verosimilmente di un’esagerazione per indurre il sovrano francese a intervenire. Non sappiamo se l’intervento del re di Francia abbia indotto Guglielmo I a tornare sulla sua decisione, o se soltanto la morte di quest’ultimo (maggio 1166) abbia permesso a Florio di rientrare in patria. Nel 1168 troviamo Florio reintegrato nel suo ruolo sociale e giudiziario: nel gennaio di quell’anno, infatti, egli era a Messina tra i componenti del tribunale incaricato di giudicare Riccardo de Mandra, accusato di tradimento; la sua presenza nella Magna Curia fu tuttavia, con ogni probabilità, occasionale e limitata a questo procedimento, e presto Florio dovette tornare a svolgere le sue normali funzioni di giudice locale nel principato di Salerno. Quattro anni più tardi (1172), nell’esercizio di questa funzione con il suo collega Luca Guarna, Florio definiva una lunga lite tra gli uomini di Corleto e i loro signori, spostandosi in vari centri della zona: Larino, Eboli, la stessa Salerno. Nel 1176 Alessandro III e l’arcivescovo Alfano ottennero per lui un incarico diplomatico di prestigio: Florio fu tra gli ambasciatori inviati da Guglielmo II alla corte di Inghilterra per chiedere in sposa Giovanna, la figlia del re Enrico II; probabilmente, sempre con suo zio Alfano. presenziò alle nozze celebrate a Palermo il 18 febbraio 1177. Le ultime informazioni che possediamo sulla vita di Florio ce lo mostrano nuovamente impegnato nel suo ufficio di regius iustitiarius: nel 1177 gli venne affidato dal re Guglielmo l’incarico di perseguire gli assassini dell’abate Matteo del monastero salernitano di S. Benedetto. La sentenza contro i colpevoli venne emessa da Florio, ancora una volta in compagnia di Luca Guarna, l’anno successivo. Segue un periodo, di circa dieci anni, durante il quale non sappiamo più nulla di Florio; soltanto nel 1189 è presente in un documento, anche questo relativo a un procedimento affidatogli da Guglielmo II. Si trattava, in questo caso, di dirimere una controversia, riguardo al possesso di un terreno, sorta tra Gerardo, abitante della città calabrese di Rossano, e Nettario, abate del vicino monastero greco di S. Maria del Patir. Non si hanno ulteriori notizie su Florio, che tuttavia doveva essere ormai in età avanzata, visto che la sua attività di ‘iustitiarius’ durava ormai da ben trentanove anni: la sua morte deve essere quindi avvenuta, con ogni verosimiglianza, negli anni immediatamente successivi al 1189.”. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: “Fu cittadino di Camerota Riccardo Florio Giustiziero di Guglielmo il Buono. Era egli in tanta stima appresso al Re, che questo nell’anno MCLXXVI. mandollo con Elia Vescovo di Troja, e con Arnulfo Vescovo di Capaccio in Inghilterra a chiedere in moglie al Re Enrico, Giovanna di lui figlia. Ci conservò la memoria (I) di quest’uomo ‘Romualdo’ Arcivescovo di Salerno nella sua ‘Cronaca’ colle seguenti parole: ‘Interea Rex W. (Wilielmus) consilio Papae Alexandri Eliam Troianum electum, Arnulphum Caputaquensem Episcopum, & Florium de Camerota Regium Justitiarum ad Regem Henricum Angliam misit, ut ei Joannam minorem filiam siam in uxorem daret’. Fa lo stesso ‘Cronista’ un’altra volta menzione di costui sul fin dell’opera, allor che dovette esaminare la causa degli uccisori dell’Abbate di S. Benedetto di Salerno. ‘Ruggiero d’Hovveden negli annali d’Inghilterra’ chiamalo Conte Florio: “Eodem anno MCLXXVI (2) venerunt in Angliam Nuntii Wilielmi Regis Siciliae, videlicet Episcopus Trojacensis, & electus Capuae (l’ha confuso con ‘Caputaqueq.’) & Comes Florius ad Henricum Regem Angliae, & pertierunt filiam suam donarum in uxorem Wilielmo Regi”. Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. Alfano di Camerota (1158 circa – 1182 circa) fu arcivescovo di Capua dal 1158 fino alla sua morte. Amico intimo di papa Alessandro III, ricevette da costui nel 1163 una lettera che lo avvertiva di una congiura contro il re Guglielmo I di Sicilia. Tramite suo nipote Florio di Camerota, Gran Giustiziere del Principato di Salerno, Alfano avvertì il re. Come ambasciatore di re Guglielmo II il Buono, nell’autunno del 1176 si recò in Inghilterra per negoziare il matrimonio di Giovanna, figlia di Enrico II, con Guglielmo II, allo scopo di creare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. Durante il viaggio fu accompagnato da Richard Palmer, arcivescovo inglese di Messina, e il conte Roberto di Caserta. La trattativa ebbe successo e il matrimonio – con la susseguente proclamazione di Giovanna quale regina di Sicilia – ebbe luogo il 18 febbraio 1177 a Palermo. Dal punto di vista storiografico, sui Florio di Camerota, la prima citazione in assoluto ci proviene da un manoscritto apocrifo, inedito. Il manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…), un monaco che scrisse questo manoscritto di cui una copia era stata rinvenuta dal Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nella sua ‘Lucania sconosciuta’, da cui molto probabilmente il Gatta (…), ha tratto la sua cronaca, ci parla di Camerota e dei Florio. Citato pure dal Laudisio nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”, citava il Mannelli (…), e dall’Antonini (…)

Mannelli, p. 46v.JPG

(Fig…) Ms di Luca Mannelli (…), p. 46v (Archivio Storico Attanasio)

Il Mannelli (…) scrive di Camerota e dei Florio (…), che: “Rese chiara e famosa questa terra al tempo dei Normandi, la famiglia Camerota così detta per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, della quale era quel Florio, che oltre l’essere assai ricco Barone, dice Ugone Falcando, che essendo Giustiziero, fu uno dei Giudici nella causa del Conte Riccardo di Mandra, Conte di Molise, imputato di contro del Gran Cancelliere, e d’altri delitti annoverando i Giudici con questo Ordine.”.

Mannelli, p. 46v.PNG

Poi il Mannelli (…), proseguendo il suo racconto sui Florio di Camerota, a p. 46r del suo Ms, scriveva che:

1-rit[2]

(Fig….) Luca Mannelli (…), ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto, dove si parla di Camerota e dei Florio, p. 46r (Archivio Storico Atanasio)

“So che non mancherà, chi mi censuri, udendo sostenere che costui, non fusse cittadino, ma Signore di Camerota, fondandosi sopra quella opinione, quanto vera in alcuni particolari, tanto falsa in generale che il nominarsi tal’uno di qualche luogo particolare, dinotava essere padrone, ma per convincere con prova manifesta che questo Florio di Camerota, non fusse altrimenti Signore di questa Terra apportaro la numerazione de Baroni fatta a quei tempi, dove ne lui ne altro di tal famiglia si leggesi dominar di Camerota, ma ben altri luoghi. Dicesi dunque in quel Registro ‘Florius tenet Corbella Rendu 11 mil. Pro alio ……………fuit Rogery Russi, qui dictus est Rex, quod domini Rex, ………….obtulit mil. 11 il medesimo come Commendatario di Guglielmo Sanseverino offrì altra quattro soldati. Di un altro si legge ‘Raul. tenet Balius filii Rogery de Camerota tene 11 mil. obtulit mil. IV et pro alio Rendo uniui mility quod Domini Rex ei trudit, obtulit …augumento militi II’ fu Filippo di Camerota, fu parimenti fu Giustiziero Regio insieme con Luca Guarna, pure sotto de’ Re Normandi, come si nota nella cronaca di Romualdo, Regnando i Svevi, si ritrova memoria di Carlo e di Giovani dè Conti di Militello e di Montesarchio, come anco di Filippo erede del già detto Giustiziero. Sotto il Re Carlo I, Nicolò come troppo parziale dei Svevi, fu dichiarato ribelle, e fatto prigione insieme con molti della famiglia Gentile, ed altri. Pochi anni appresso vedesi essere in grazia del Re Errico di Camerota che vedesi annoverato frà feudatari di Principato insieme con Minosa Contessa d’Apice, Ruggiero Silvatico, Giovanni di Montenegro, Goffredo di Lorena, Luterio di Senerchia, Tommaso d’Arrabito, Giovanni Valva, Matteo Buonhomo, Giovanni Granco, ed altri. Ritrovo, che questa famiglia, sino al 1385 fosse della Badia, poichè Giovanni XXI conferì un beneficio a Matteo di Camerota nel secondo anno del pontificato standosi in Avignone, come nella Bulla in cui si legge. Dilectis filis Abbaty Monasteri S. Coni Ecc..”. Il Mandelli enumera altri nobili di Camerota: Filippo, Gistiziero regio, ed un omonimo erede, Carlo e Giovanni, questi ultimi due nipoti del conte di Mileto e Montesarchio. Dunque, nel manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, da cui attinse molte notizie il Gatta (…), si apprende che sui Florio di Camerota aveva scritto Ugo Falcando (…). Il Mannelli (…), nel suo Ms., a p. 46v, parlando di Florio di Camerota, scrive che: “….che oltre l’essere assai ricco Barone, dice Ugone Falcando, ecc..”. Ugo Falcando (…), scrisse, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme a una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Il nome Hugo Falcandus poteva essere letto sul codice da cui Gervasio di Tournay trasse l’editio princeps da lui curata nel 1550: si trattava tuttavia di un manoscritto adespota (senza indicazione dell’autore), di proprietà di Matteo Longuejoue, vescovo di Besta. Oggi il codice è perduto, e il nome non ricorre né nel testo, né in altre opere dell’epoca. Si può quindi ritenere, secondo l’ipotesi di Enrico Besta, che il nome riportatovi fosse quello di uno dei precedenti proprietari (forse Foucault de Bonneval, predecessore di Mathieu Longuejoue alla diocesi di Soissons). Secondo un’altra ipotesi, potrebbe anche trattarsi di uno pseudonimo usato dal vero autore, o di un nome inventato dallo stesso Tournay che lo pubblicò nel 1550, anche se quest’ultima ipotesi non trova motivazione. La sua cronaca, «Liber De Regno Sicilie», in latino, copre gli anni 1154-1169. Falcando narrò la storia del Regno Normanno di Sicilia, soprattutto sotto il re Guglielmo I di Sicilia detto il Malo († 1166) e dei primi anni del regno di re Guglielmo II il Buono. La narrazione è programmaticamente limitata agli avvenimenti: intrighi e violenze di un mondo curiale palermitano che lasciano un’impressione di malvagità e di corruzione apocalittica, probabilmente al di là della realtà storica. Il Mannelli (…), prosegue il suo racconto e inizia a parlare di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (…) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella, era tenuto a fornire due militi e con l’aumento quattro militi per Corbella e due per un altro feudo.“. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Dunque, i Florio erano gli eredi dei Marchisio?. Esiste un collegamento tra la famiglia dei Marchisio, al tempo dei Normanni del Guiscardo ed i Florio di Camerota, che ritroviamo nel 1185, citati nel “Catalogus baronum” ?. L’Ebner, nel suo, Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (…), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella, era tenuto a fornire due militi e con l’aumento quattro militi per Corbella e due per un altro feudo.”.

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(Fig….) Ebner (…), op. cit., p……

Pietro Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto tempo dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Da Costantino Gatta (…), nella sua ‘Lucania illustrata’ e nell’opera postuma scritta dal figlio ‘Mamorie topografico-storico della Provincia di Lucania’ (vedi ristampa di Forni Editore, Bologna), a p. 292, apprendiamo che: “Questa Terra col titolo di Marchesato, si possiede della Famiglia ‘Marchese’, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine dà Principi Normanni, (a) dalla qual generosa prosapia, ne fun sorti uomini valorosi, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: frà militari fu celebre ‘Tancredi’, figlio di Gio: ‘Marchese’, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella virtù militare ‘Astone marchese’, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni. Ecc..”. Dunque il Gatta figlio ed anche il padre Costantino Gatta (…), parlando di Camerota, ed io penso sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (vedi nella nota (a), dove egli postillava (‘Nel Registro della Regia Zecca di Napoli’), citava Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, noto per la partecipazione alla I Crociata in Terra Santa. Credo che il Gatta, si riferisca a Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia, che si imbarcarono con un grande esercito per la conquista di Gerusalemme. Chi fosse il Tancredi che il Gatta chiama Giovanni, ne ho parlato nel mio saggio “I Marchisio e i Florio”, ivi pubblicato. Il Gatta (…), ci dà anche un’altra importante notizia sulla Crociata e di personaggi legati a Camerota, quando nella sua nota (b), postillava che: “(b) L’Arcivescovo di Tiro nella Guerra Sacra”. Il Gatta, nella sua nota (b), si riferiva ad una cronaca del tempo scritta dall’Arcivescovo di Tiro (…). Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…). E’ forse da questa opera, da questo ‘Chronicon’ che proviene la notizia secondo cui i Crociati sostavano al monastero di S. Cono di Camerota e al monastero di S. Pietro di Licusati di Camerota, per poi imbarcarsi per la I Crociata organizzata da Boemondo d’Altavilla e Ruggero Borsa, fratellastri e figli di Roberto il Guiscardo, portando con se anche il nipote Tancredi d’Altavilla? O forse la notizia riguardava un’altra Crociata organizzata anni dopo. Le notizie in merito che ho riferito, fanno riferimento alla III Crociata, al tempo di Re Gulielmo II il Buono e si parla dell’anno 1188. L’altra notizia fa riferimento alla Crociata organizzata da re Riccardo I cuor di Leone. La notizia, invece dei Crociati che sostavano a S. Pietro di Licusati di Camerota e che partivano da porto Infreschi (“Amforisca”), riferita dal La Greca (….), non ci è dato di conoscerne la fonte bibliografica. Come ho già scritto, Guglielmo di Tiro (…), scrisse una cronaca del tempo e si basò molto su un’altra cronaca del tempo scritta da Guglielmo di Aix (…). La ‘Historia rerum in partibus transmarinis gestarum’ è un dettagliato resoconto scritto in latino della storia delle prime crociate e del Regno di Gerusalemme dal 1095 al 1183. Da molti critici, il tono degli scritti viene considerato distorto ed eccessivo, ma le sue cronache sono in realtà ricchissime di notizie anche sull’Ordine dei Cavalieri templari e sulla sua origine. D’altra parte, egli viene considerato come uno dei pochi cronisti del tempo che conosceva approfonditamente il mondo musulmano, i sunniti, le dinastie al potere. Era in stretto contatto con i regnanti di Gerusalemme e partecipò in prima persona a parecchi eventi. La cronistoria si interrompe intorno al 1183, pressappoco l’anno della sua morte. Tuttavia altri cronisti proseguirono la cronaca redigendo altri scritti in antico francese: tra i Continuatori di Guglielmo (come oggi sono noti alla storiografia) spicca Ernoul. A Guglielmo vengono anche attribuiti iGesta orientalum principum’, una storia dell’Impero romano d’Oriente dal 612 al 1182, che ci è pervenuta solo frammentaria. Mario Caravale (…), nel suo ‘Il Regno Normanno di Sicilia’, pubblicato nel 1966, a p. 162, parlando dei Giustizieri del Regno di Sicilia, in proposito scriveva che: “La corte, infatti, riunita per giudicare Riccardo di Mandria presentava tra i suoi componenti “Florius Camerotensis, iudex quoque Tarentinus et Abdenago Hannibalis filius, qui magistri erant iusticiari” (246).”. Il Caravale, a p. 163, nella sua nota (246), postillava che: “(246) Ugo Falcando, ‘Liber de regno Sicilie’, cit. op. p. 140 s.”. Sempre il Caravale, a p. 225, scriveva che: “Sotto Ruggero II troviamo quali giustizieri a Salerno nel 1143 l’arcivescovo della città Guglielmo e lampo di Fasanella (22) e nel 1151 lo stesso Lampo insieme con Florio di Camerata e Guaimario (23).”. Il Caravale, a p. 225, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Originale in Archivio di Cava dei Tirreni XXV, 3, 38, 40, riportato da C.H. Haskins, England and Sicily, p. 643, n. 643, n. 112. la Jamison, The Norman administration, cit., Calendar n. 13, p. 415, corregge in 1143 la data del 1142 fissata dallo Haskins.”. Sempre il Caravale a p. 225, nella sua nota (23), postillava che: “(23) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici, cit., X, p. 168 s. e E. Jamison, The Norman administration, cit., Calendar n. 32, p. 429 e Appendix n. 9, pp. 464-466.”. Sempre il Caravale, a p. 231, in proposito scriveva che: “…e a Salerno nel 1151 Lampo di Fasanella, Florio di Camerota e Guaimario risolvono a favore del vescovo salernitano Guglielmo la causa da lui promossa contro il conte Landolfo per i diritti che quest’ultimo pretendeva di avere sopra alcune chiese del vescovado (56).”. Il Caravale, a p. 231, nella sua nota (56), postillava che: “(56) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici etc, op. cit., X., pp. 168 s. e A. Jamison, The Norman administration, cit.,  Appendix n. 9, pp. 464-466.”. Il Caravale a p. 233, in proposito scriveva che: “Ad una precedente sentenza, invece, fa riferimento il giudizio espresso a Salerno nell’ottobre del 1151 da Lampo di Fasanella, Florio di Camerata e Guaimario: la vertenza in esame era infatti già stata risolta a Terracina, di cui aveva fatto parte lo stesso re Ruggero II e della quale i primi due giustizieri avevano fatto parte. Nel 1151 non si ha, però, il giudizio di appello contro la sentenza del re ecc..”. Sempre il Caravale a p. 237, in proposito scriveva che: “Nel 1151 il camerario Alfano è a Salerno insieme ai giustizieri Lampo di Fasanella e Florio di Cammerata (92) e nel 1152 presso Cava (93).”. Il Caravale, a p. 237, nella sua nota (92), postillava che: “(92) A. Di Meo, Annali etc, op. cit. X, p. 168 e Jamison E., op. cit., Appendix n. 9., pp. 464-466.”. Sempre il Caravale, a p. 238, scriveva che: “Nell’ottobre del 1151 il camerario Alfano insieme (e sullo stesso piano) con i giustizieri Lampo di Fasanella, Florio e Guaimario giudica la sentenza tra l’arcivescovo di Salerno e il conte Landolfo figlio di Ademaro (101). Nel febbraio del 1146 il camerario Atenolfo aveva deciso insieme con i giudici di Salerno la lite tra la chiesa di S. Maria ‘de Domno’ in Salerno e il monastero di S. Maria e S. Benedetto della stessa città.”. Il Caravale, a p. 238, nella sua nota (101), postillava che: “(101) Jamison E., op. cit., Appendix, n. 9, pp. 464-466 (già in Di Meo, op. cit., X, p. 168).”. La Evelyn M. Jamison, nel 1913, pubblicò: ‘The Norman Administration of Apulia and Capua, more Especially under Roger II and William I, 1127-1166, in: Papers of the British School at Rome 6 (1913) 211- 481; Reprint of the Edition 1913, edited by Dione Clementi and Theo Kölzer, Aalen 1987:

Jamison, The norman etc.PNG

(Fig….) Jamison E.M., ‘The norman administration of etc.’

Secondo il Caravale (…), la Jamison (…), nel suo ‘The norman administration etc’, veniva citato Florio di Camerota, a p. 238, nella sua nota (101), postillava che: “(101) Jamison E., op. cit., Appendix, n. 9, pp. 464-466 (già in Di Meo, op. cit., X, p. 168).”, questa postilla ricorre spesso nelle sue note. Il Caravale, a p. 225, nella sua nota (22), postillava che: “(22) la Jamison, The Norman administration, cit., Calendar n. 13, p. 415, corregge in 1143 la data del 1142 fissata dallo Haskins.”. Sempre il Caravale a p. 225, nella sua nota (23), postillava che: “(23) E. Jamison, The Norman administration, cit., Calendar n. 32, p. 429 e Appendix n. 9, pp. 464-466.”. Tuttavia la Jamison (…), non pubblica nulla di nuovo di quano avesse già detto il Di Meo (…). Dunque, nel 1966, lo storico Mario Caravale (…), ha citato più volte Florio di Camerota, basandosi principalmente sul Di Meo (…) e, sui documenti tratti dal ‘Catalogus Baronum’ che pubblicò la storica Evelyn M. Jamison (…). La Jamison (…), nel 1913, pubblicò “The norman administration of Apulia and Capua, more especially under Roger II and William I, 1127-1166.”, di cui in seguito Errico Cuozzo (…), nel 1984 pubblicò il commentario del ‘Catalogus Baronum’

Jamison, Cataloggo dei baroni

(Fig….) Catalogus Baronum, pubblicato da Evelyn M. Jamison nel 1972, ISIPME

Nel 1984, Errico Cuozzo (…), dopo un certosino lavoro pubblicò il “Commetario” al ‘Catalogus Baronum’, pubblicato nel 1913 dalla Evelyn M. Jamison (…). Il Cuozzo (…), riordinò gli appunti della Jamison conservati a……………e seguendo gli stessi articoli dell’insigne studiosa, commentò i diversi personaggi citati ed elencati nel ‘Catalogo dei Baroni’ per la prima volta pubblicato da Carlo Borrelli (…). Infatti, anche se oggi non si conosce l’esatta datazione del codice manoscritto scoperto dal Borrelli, e soprattutto se ne ipotizza l’uso, ovvero un registro dei feudatari del Regno che fornirono militi per una impresa militare che si pensa fosse la II o la III Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dunque intorno alla metà del secolo XII. In esso vengono elencati i feudatari del Regno e dunque il documento è importantissimo per la storia delle nostre terre. In esso compaiono feudatari di Camerota, di Rofrano, di Cuccaro, di Policastro, di Roccagloriosa, di Torraca. Il Cuozzo (…), a pp. 133-134, ci parla di Florio di Camerota. Il Cuozzo, a p. 394, nell’Indice delle Località, dice che ‘Camerota 454, poi S. Maria di Rofrano 492, poi scrive “Florius de Camerota, feud. di Camerota (Salerno), giustiziere del Principato di Salerno, poi maestro giustiziere in Palermo 439, 454-459, 578, 725, 849, 866.”:

Cuozzo, Commentario, p. 133, su Florio.PNG

Cuozzo, Commentario, p. 134, su Florio di Camerota.PNG

(Fig…) Cuozzo Errico, op. cit., pp. 133-134, dove al n. 454 si parla di Florio di Camerota

Nel 1176, Riccardo Florio di Camerota, nipote di Alfano, su incarico da re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono si reca in Inghilterra da re Enrico II

Secondo la Treccani, “Florio di Camerota” è: “Nobile del principato di Salerno ricordato per la prima volta alla metà del sec. XII, fu un tipico esponente della classe dominante del Regno normanno. Pur senza esserne uno dei maggiori baroni, infatti, i suoi possedimenti erano comunque rilevanti: vassallo diretto del re per Camerota, feudo per il quale prestava un servizio ordinario di dodici milites, da lui dipendevano anche, nella stessa zona, vari signori minori. Questi beni lo collocavano in una fascia sociale appena inferiore a quella dei più importanti signori feudali, un ceto che venne utilizzato dai re normanni per creare l’ossatura della loro amministrazione statale; la carriera di Florio è, in questo senso, esemplare. Nel 1150-51 ricopriva la carica di giustiziere nella Curia del principato di Salerno con il collega Lampo di Fasanella (altro rappresentante della media feudalità). Di fronte a loro venne discussa una causa intentata dall’arcivescovo di Salerno contro un signore laico accusato di aver usurpato alcuni beni ecclesiastici: Florio e il suo collega si pronunciarono in favore dell’arcivescovo. La sua attività giudiziaria proseguì negli anni successivi (è nota un’altra sentenza del 1158) per interrompersi soltanto in seguito a un evento sfortunato che lo costrinse ad un breve periodo di esilio dal Regno. Nel 1164, infatti, papa Alessandro III incaricava l’arcivescovo Alfano di Capua (uno dei suoi principali sostenitori nel Mezzogiorno nonché zio di Florio) di avvertire Guglielmo I di Sicilia che la sua vita era minacciata da una congiura di palazzo; l’arcivescovo non si recò personalmente a Palermo, ed inviò invece suo nipote. L’ambasceria costò assai cara a Florio: il re normanno, infatti, non prestò fede a quanto gli venne riferito, e condannò l’inviato del papa e dell’arcivescovo di Capua all’esilio. Florio decise di recarsi a Gerusalemme, certo dopo aver sollecitato lo zio ad adoperarsi presso il pontefice per ottenere il perdono del sovrano. Il 16 febbraio 1165 papa Alessandro III scriveva al re di Francia Luigi VII perché intercedesse in suo favore presso il re di Sicilia; in quest’occasione il papa definiva Florio “unus de maioribus Calabriae [sic!] baronibus”, ma si trattava verosimilmente di un’esagerazione per indurre il sovrano francese a intervenire. Non sappiamo se l’intervento del re di Francia abbia indotto Guglielmo I a tornare sulla sua decisione, o se soltanto la morte di quest’ultimo (maggio 1166) abbia permesso a Florio di rientrare in patria. Nel 1168 troviamo Florio reintegrato nel suo ruolo sociale e giudiziario: nel gennaio di quell’anno, infatti, egli era a Messina tra i componenti del tribunale incaricato di giudicare Riccardo de Mandra, accusato di tradimento; la sua presenza nella Magna Curia fu tuttavia, con ogni probabilità, occasionale e limitata a questo procedimento, e presto Florio dovette tornare a svolgere le sue normali funzioni di giudice locale nel principato di Salerno. Quattro anni più tardi (1172), nell’esercizio di questa funzione con il suo collega Luca Guarna, Florio definiva una lunga lite tra gli uomini di Corleto e i loro signori, spostandosi in vari centri della zona: Larino, Eboli, la stessa Salerno. Nel 1176 Alessandro III e l’arcivescovo Alfano ottennero per lui un incarico diplomatico di prestigio: Florio fu tra gli ambasciatori inviati da Guglielmo II alla corte di Inghilterra per chiedere in sposa Giovanna, la figlia del re Enrico II; probabilmente, sempre con suo zio Alfano. presenziò alle nozze celebrate a Palermo il 18 febbraio 1177. Le ultime informazioni che possediamo sulla vita di Florio ce lo mostrano nuovamente impegnato nel suo ufficio di regius iustitiarius: nel 1177 gli venne affidato dal re Guglielmo l’incarico di perseguire gli assassini dell’abate Matteo del monastero salernitano di S. Benedetto. La sentenza contro i colpevoli venne emessa da Florio, ancora una volta in compagnia di Luca Guarna, l’anno successivo. Segue un periodo, di circa dieci anni, durante il quale non sappiamo più nulla di Florio; soltanto nel 1189 è presente in un documento, anche questo relativo a un procedimento affidatogli da Guglielmo II. Si trattava, in questo caso, di dirimere una controversia, riguardo al possesso di un terreno, sorta tra Gerardo, abitante della città calabrese di Rossano, e Nettario, abate del vicino monastero greco di S. Maria del Patir. Non si hanno ulteriori notizie su Florio, che tuttavia doveva essere ormai in età avanzata, visto che la sua attività di ‘iustitiarius’ durava ormai da ben trentanove anni: la sua morte deve essere quindi avvenuta, con ogni verosimiglianza, negli anni immediatamente successivi al 1189.”. Da Wikipedia leggiamo che: “Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti, entrambi normanni. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro ecc..’, sulla scorta dell’Ebner (…), parlando di Camerota, scriveva in proposito: “Nella seconda metà del XII secolo, si trova menzionato, come cittadino di Camerota, Riccardo Florio, “giustiziero’ di Guglielmo II il Buono, nipote di Ruggero I re di Sicilia. Egli era tenuto in così grande stima dal re, che questi, nell’anno 1176, lo mandò con Elia, vescovo di Troia, e con Arnulfo, vescovo di Capaccio, in Inghilterra, a chiedere in moglie, al re Enrico II, capostipite della famiglia dei Plantageneti, la figlia di questi Giovanna. Il Florio dovette possedere anche diversi feudi in quanto, al tempo della seconda Crociata, contribuì tangibilmente alla formazione dell’esercito per la Terra Santa, con l’offerta di 63 soldati scelti e 50 serventi ai pezzi di artiglieria (8).. Il Guzzo (…), postillava che la notizia era tratta dall’Antonini (…), parte II, p. 412. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. L’Antonini (…), a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, scriveva in proposito che: “Ci conservò la memoria (I) di quest’uomo ‘Romualdo’ Arcivescovo di Salerno nella sua ‘Cronaca’ colle seguenti parole “, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176):

Antonini, p. 412 sui Florio

antonini-p-412-segue.jpg

(Fig…) Antonini (…), Parte II, Discorso X, p. 412-413

L’Antonini (…), a proposito di Florio di Camerota, nella sua nota (I), postillava che: “Trovo in Falcando, e nell’Inveges, ecc..”. L’Antonini si riferiva alle cronache dei due cronisti dell’epoca Ugo Falcando (…), ‘Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli e ad Agostino Inveges (…). L’Antonini (…), a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: ‘Ruggiero d’Hovvedea negli annali d’Inghilterra’ chiamalo Conte Florio: “Eodem anno MCLXXVI (2) venerunt in Angliam Nuntii Wilielmi Regis Siciliae, videlicet Episcopus Trojacensis, & electus Capuae (l’ha confuso con ‘Caputaqueq.’) & Comes Florius ad Henricum Regem Angliae, & pertierunt filiam suam donarum in uxorem Wilielmo Regi”. Antonini (…), chiama il cronista “Ruggiero d’Hovvedea”. Antonini (…) scrive che il cronista inglese “Ruggiero d’Hovvedea” (…), nella sua cronaca racconta che nell’anno 1176, gli emissari di re Guglielmo II di Sicilia si recarono in Inghilterra alla corte di Enrico II per chiedergli la mano di Giovanna sua figlia. Forse è proprio da questa chronaca del tempo che proviene la notizia dei Crociati che sostavano nel monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati. Infatti, Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, nella sua nota (128), parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Catalogus baronum, in “Cronache e scritti sulla dominazione normanna”, Napoli, 1845. Il regio magistrato Floriano da Camerota, nei primi del 1176, fu inviato in Inghilterra con i vescovi di Troia e di Capaccio per chiedere la mano di Giovanna, la figlia decenne di Enrico II, a nome di Guglielmo II di Sicilia. La commissione, alla quale durante il viaggio si era unito l’arcivescovo di Rouen, doveva garantire al Normanno finanche le doti di avvertenza della principessa, e formalizzare le nozze, in Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.”. Dunque, il Campagna, parlando di Florio di Camerota e di Camerota, citava la chronaca apocrifa detta ‘Gesta Henrici II et Riccardi I’. Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittore inglese del XII secolo. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enrico II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum. Ruggiero Hovden (…), scrisse “Gesta Henrici II et Gesta Regis Ricardi (1192)”:

Hoveden, p. 115

Hoveden, p. 116

(Fig….) Hovden, Gesta Henrici, pp. 115-116 e ssg.

L’Antonini (…), a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: ‘Ruggiero d’Hovvedea negli annali d’Inghilterra’ chiamalo Conte Florio: “Eodem anno MCLXXVI (2) venerunt in Angliam Nuntii Wilielmi Regis Siciliae, videlicet Episcopus Trojacensis, & electus Capuae (l’ha confuso con ‘Caputaqueq.’) & Comes Florius ad Henricum Regem Angliae, & pertierunt filiam suam donarum in uxorem Wilielmo Regi”. Antonini (…), chiama il cronista “Ruggiero d’Hovvedea”. “Ruggiero d’Hovvedea” (così lo chiamava Antonini), nella sua cronaca racconta che nell’anno 1176, gli emissari di re Guglielmo II di Sicilia si recarono in Inghilterra alla corte di Enrico II per chiedergli la mano di Giovanna sua figlia. Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a pp. 580-581 parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (7), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella…..Grande personaggio del Regno, Florio venne inviato in Inghilterra con i vescovi Elia di Troia e Arnolfo di Capaccio da re Guglielmo il Buono (II, 1166-1188) a re Enrico II per chiedergli la mano della figliuola Giovanna, sorella di Riccardo Cuor di Leone, che accompagnarono in Sicilia nel 1176 (8).”. “(8) – L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): Interea rex W (ilielmus) consilio Papae Alexandri (III, 1151-1189), Eliam Troianum electum, Arnulphum Caputaquense ecc…”. “Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme.”. Scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. Ebner dice che ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, e scrive che Florio è ricordato ancora da Falcando (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”). Il Capecelatro (…), ricorda “Guglielmo di Camerota, giustiziere del Principato, ai tempi (a. 1177) di re Guglielmo il Buono, con Luca Guarna.”. La notizia citata da Ebner, che riguarda re Guglielmo II, Camerota e Florio è quella secondo cui fallito il progetto di matrimonio di Guglielmo con la principessa bizantina, Maria, figlia dell’imperatore Manuele I Commeno, papa Alessandro III si oppose nel 1173 al matrimonio tra il re normanno e Sofia, figlia di Federico I Barbarossa. Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. Alfano di Camerota (1158 circa – 1182 circa) fu arcivescovo di Capua dal 1158 fino alla sua morte. Amico intimo di papa Alessandro III, ricevette da costui nel 1163 una lettera che lo avvertiva di una congiura contro il re Guglielmo I di Sicilia. Tramite suo nipote Florio di Camerota, Gran Giustiziere del Principato di Salerno, Alfano avvertì il re. Come ambasciatore di re Guglielmo II il Buono, nell’autunno del 1176 si recò in Inghilterra per negoziare il matrimonio di Giovanna, figlia di Enrico II, con Guglielmo II, allo scopo di creare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. Durante il viaggio fu accompagnato da Richard Palmer, arcivescovo inglese di Messina, e il conte Roberto di Caserta. La trattativa ebbe successo e il matrimonio – con la susseguente proclamazione di Giovanna quale regina di Sicilia – ebbe luogo il 18 febbraio 1177 a Palermo.

Nel 1188, Riccardo Florio di Camerota, fornisce militi a Riccardo Cuor di Leone per la III Crociata in Terra Santa (?)

La notizia secondo cui Florio di Camerota (Riccardo) fornisse militi a Riccardo Cuor di Leone, nel 1188, in occasione della III Crociata, proviene da Pietro Ebner (…), che a p. 581 del vol. I del suo ‘Chiesa Baroni e Popolo etc’, arlando di Camerota e di Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “Grande personaggio del Regno, Florio venne inviato in Inghilterra con i vescovi Elia di Troia e Arnolfo di Capaccio da re Guglielmo il Buono (II, 1166-1188) a re Enrico II per chiedergli la mano della figliuola Giovanna, sorella di Riccardo Cuor di Leone, che accompagnarono in Sicilia nel 1176 (8). Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme. Ricordo che Riccardo Cuor di Leone (I, 1188-1199) nel recarsi in Terrasanta con ottomila uomini per la Crociata, costrinse Tancredi, conte di Lecce, usurpatore del trono di Sicilia (IV re, 1190-1194) a liberare dalla prigionia la sorella Giovanna (morta 1199), vedova di re Guglielmo, e a pagargli la somma di 40 mila once d’oro (versate solo il terzo).”. Pietro Ebner a p. 581, nella sua nota (8), postillava che:  “(8) L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): ecc…” e poi sempre nella nota (8), riguardo la spedizione in Terrasanta di Riccardo Cuor di Leone, l’Ebner cita “Ruggiero d’Howrdea”, ovvero della sua cronaca di cui parlerò in avanti e cita pure la Cronaca di Ceccano e p. 411, vol. I, dell’Antonini. Dunque la notizia secondo cui Florio di Camerota aveva fornito militi a Riccardo Cuor di Leone nel 1188 in occasione della III Crociata, proviene da Pietro Ebner (…), che ne scrive sulla scorta della ‘Cronache’ di Ruggero d’Howrdea e del Ceccano. Tuttavia l’Ebner (…), cita la ‘Chronaca’ dell’Arcivescovo di Salerno Romualdo Salernitano (Romualdo Guarna) che però racconta l’episodio della liberazione di Giovanna ma non dice nulla riguardo a Florio di Camerota ed alla III Crociata. Stessa cosa diremo per il Ceccano, come vedremo in avanti. Prima che ne scrivesse l’Ebner, la notizia secondo cui Florio di Camerota avesse inviato dei militi a Riccardo I cuor di Leone, nella spedizione del 1188, era stata citata nel 18…., dallo storico lucano Angelo Bozza (…), il quale, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 277, su Riccardo Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo inimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.. Ma ancor prima che ne avesse scritto il Bozza (…), ne scriveva l’Antonini (…), nella sua “Lucania”, dove a p. 412, II edizione, parlando di Camerota e di Riccardo Florio, scriveva in proposito che: “Fu questo Florio ricco anche di molti feudi, poichè nella famosa spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del P. Borrelli.”. Dunque, la notizia che il feudatario di Camerota e di Corbella Riccardo Florio avesse fornito sodati per la Crociata al tempo di re Guglielmo il Buono proviene dall’Antonini, ma egli non parla della III Crociata (a. 1188) come dice nel 1888 il Bozza (…) e non dice che i soldati forniti da Riccardo Florio siano stati forniti a Riccardo Cuor di Leone. Da quale fonte il Bozza ha attinto citando la notizia che riguarda la III Crociata di Riccardo Cuor di Leone e lo stesso Ebner (…), forse ha collegato l’episodio raccontato da Romualdo Guarna ?. Infatti, Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittore inglese del XII secolo. Forse è proprio da questa cronaca del tempo che proviene la notizia dei Crociati che sostavano nel monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enrico II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum. Ruggiero Hovden (…), scrisse “Gesta Henrici II et Gesta Regis Ricardi (1192)”. L’edizione curata da William Stubs dell’Itinerarium (Rolls Series, 1864) apparve prima del ritrovamento del manoscritto del poema di Ambroise. Come ci ha fatto notare Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, nella sua nota (128), parlando di Camerota, in proposito scriveva che: ….in Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.”. Dunque, il Campagna, parlando di Florio di Camerota e di Camerota, citava la Chronica apocrifa detta ‘Gesta Henrici II et Riccardi I’. L’opera di Hoveden “Gesta Regis Henrici Secundi Benedicti Abbatis” è stata proposta nella sua versione integrale tratta da un anico codice Latino, da  “CRONACHE E MEMORIALI DI GRAN BRETAGNA E IRLANDA DURANTE IL MEDIOEVO. PITBLTSIIEI) DALL’AUTOCITÀ DEL TESORO DEL SUO MAESTRO, SOTTO L’UH ^ AZIONE DEL MASTEU Ol ‘THE ROLLS.”, 1867: 

Cattura................

(Fig…) Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’ (come scrive l’Ebner)

La pubblicazione di una edizione della ‘Rerum Britannicarum  Medii Aevi Scriptores’, pubblicata nel 1867, dello ‘Itinerarium Peregrinorum et Gesta Regis Ricardi’, o più brevemente Itinerarium Regis Ricardi, edito da William Subbs che è una narrazione risalente al XII secolo, in prosa latina, della III Crociata del 1189-1192. La prima parte del libro è incentrata sulle conquiste di Saladino e sulle prime fasi della crociata, con una lunga descrizione della spedizione dell’imperatore Federico Barbarossa. Il resto del libro descrive la partecipazione di re Riccardo I d’Inghilterra detto Cuor di Leone alla crociata. In passato è stata attribuita a Goffredo de Vinsauf ed è stata a volte ritenuta il resoconto di un testimone oculare. In realtà sembra sia stata compilata da Riccardo, un canonico della Holy Trinity di Londra (Ricardus, Canonicus Sanctae Trinitatis Londoniensis), sulla base di almeno due memorie contemporanee, oggi perse. La prima parte è a volte chiamata la Continuazione latina di Guglielmo di Tiro’. La seconda parte, in particolare, è strettamente collegata ad un poema in lingua anglo-normanna sullo stesso soggetto, L’Estoire de la Guerre Sainte di Ambroise. Dall’Enciclopedia Britannica apprendiamo che: “Roger of Hoveden, Hoveden scrisse anche Howden, (morto intorno al 1201), cronista inglese e storico dei regni di Enrico II e Riccardo I, il cui rapporto sugli anni 1148-1170 è uno dei pochi resoconti autentici del periodo. Poco si sa sullo sfondo di Roger; probabilmente nacque a Howden, un villaggio nello Yorkshire, e probabilmente frequentò una scuola monastica a Durham, nello Yorkshire. Potrebbe essere stato professore di teologia a Oxford, ma nel 1174 fu assunto da Enrico II, successivamente amministrò la legge forestale e riscosse entrate reali. Dopo la morte del re nel 1189, probabilmente Roger viaggiò con la crociata di Richard in Terra Santa e iniziò la sua narrazione nel viaggio da e verso l’Oriente. Le sue Chronica sono divise in due parti: la prima si basa sulla storia ecclesiastica di Bede e sulla sua continuazione di Simeone e Enrico di Huntingdon (732-1154), e la seconda tratta il periodo dal 1155 al 1201. Questa, la lunga parte della cronaca, è di gran lunga il più importante, essendo basato in gran parte sull’esperienza di Roger; fornisce elaborazioni dettagliate di questioni critiche, in particolare la disputa tra Enrico II e l’arcivescovo Thomas Becket. Le parti che coprono gli anni tra il 1192 e il 1201 sono quasi interamente opera originale di Roger e sono la prova del suo uso accademico di documenti e annali pubblici. Nonostante la sua tendenza a fare affidamento su prove deboli, il suo lavoro è attento, preciso e ben organizzato e il suo approccio ampio lo rende uno degli annali più sofisticati del suo tempo.. In seguito, la notizia dataci da Pietro Ebner, non suffragata da sufficienti prove oggettive e fonti documentarie, viene citata dagli studiosi locali, quali il Guzzo, il La Greca, il Di Mauro, ecc…. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che nel 1188 compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notiziacitata da La Greca (…), probabilmente tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i pesonaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella,  “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Il mio amico Michael Shano, mi dice che la notizia è citata anche nel testo di Giovanni Ciociano (…), nel suo ‘Storie camerotane‘. Gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza Crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del P. Borrelli.”. Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’ del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…) nel 1600), parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Pietro Ebner e Amedeo La Greca (…), nel testo ‘I temi di Licusati’. In verità, dal punto di vista bibliografico, questa notizia, ancor prima dell’Ebner, proviene dallo storico Angelo Bozza (…) che, nella sua ‘Lucania’, nel 1888, a p. 277 (vol. II), scriveva su Riccardo Florio di Camerota: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Sempre lo storico Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. I, a pp. 361-362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che:  “Guglielmo II invia al re Arrigo d’Inghilterra ambasciatori, Florio da Camerota giustiziere e Vicerè, coi vescovi Elia di Troja ed Arnulfo di Capaccio, a dimandargli la figlia Giovanna sorella di Riccardo Cuor di leone in moglie. Il matrimonio vien conchiuso e la regina è condotta al re di Sicilia.”. Sempre il Bozza, a p. 362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che: “Molti abitanti di Lagonegro sono puniti per avere insultati e derubati i Legati dell’imeratore Federico che di là transitavano per recarsi alla corte di Guglielmo. S. Francesco d’Assisi, di passaggio per Agropoli e luoghi vicini, opera molti miracoli. Guglielmo II invia la sua flotta con gran numero d’armati e di viveri in Terra Santa per aiuto dei crociati, sotto il comando di Gualtieri di Moac. Di questa spedizione fan parte i baroni Lucani, annoverati dal Borrelli nel suo catalogo generale come anche nell’altra del 1188.”. Sempre il Bozza, parlando dell’anno 1178, scriveva che: “Guglielmo manda con la flotta il suo ammiraglio Margaritone in Grecia contro l’imperatore Andronico. ( a. 1185) Nozze della principessa Costanza figlia postuma del re Ruggiero con Errico figlio dell’imp. Federico Barbarossa. (a. 1186) Guglielmo II invia la flotta in soccorso dei cristiani di Tiro assediati da Saladino, ed ivi unita a quella di Corrado di Monferrato fa sciogliere l’assedio. (a. 11899 Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi. L’Imperatore Errico VI ed il re Tancredi proseguono la guerra nel Regno. Ecc…”. Dunque, il Bozza, oltre a citare l’episodio di Lagonegro, del 1176, seguendo la sua cronologia dei fatti, si discosta da quanto egli stesso scrive a p. 361, del vol. II, parlando di Riccardo Florio di Camerota: “Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”, almeno io noto delle incongruenze su ciò che egli scriveva nella sua cronologia dei fatti. Il Bozza (…), a p. 362, scriveva che nell’anno 1189 Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi.” e invece a p. 277 (vol. II), scriveva su Riccardo Florio di Camerota: “Florio (Riccardo) di Camerota,…..Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”, che riguarda la III Crociata al tempo di Re Riccardo I Cuor di Leone, dove il re d’Inghilterra si recò dopo la morte del padre Enrico II, nell’anno 1189. La notizia non è improbabile in quanto sappiamo che Guglielmo II il Buono, prima di morire, tra il 1188 e il 1189 si era recato in Sicilia per dare aiuto a e Riccardo I Cuor di Leone. Alessandro Di Mauro (…), a p. 432, riguardo l’anno 1188, scriveva che: “Sessantatrè soldati con trenta inservienti camerotani partecipano alla crociata nella schiera fornita dal Florio a Riccardo Cuor di Leone (Ebner IV 581, Ciociano I 55 e D’Angelo 102).”. Il Di Mauro (…), si riferiva a Ebner (…), in ‘Chiesa, baroni e popoli etc’, a p. 581 del vol. II e a Ciociano (…), in ‘Storie Camerotane’. Ma si è visto la notizia proviene da Pietro Ebner. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Dunque, il Di Mauro (…), riferisce che uno studioso locale, ci parla di alcuni documenti conservati nell’Archivio Vaticano che attesterebbero la notizia secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Il Di Mauro (…), senza peraltro dire chi fosse questo studioso locale, pone la notizia intorno all’anno 1188, epoca della III Crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono e Riccardo cuor di Leone. Dopo il fallimento della II Crociata, la dinastia musulmana Zengide, che controllava una Siria unificata, era impegnata in un conflitto con i sovrani fatimidi dell’Egitto. Il condottiero curdo Saladino si scagliò contro gli stati crociati riuscendo a catturare Gerusalemme nel 1187. Spronati dallo zelo religioso, il re Enrico II d’Inghilterra e il re Filippo II di Francia (noto come Filippo Augusto) misero fine al conflitto che li vedeva opposti per impegnarsi a condurre una nuova crociata. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). E’ proprio forse in questo periodo o anno (a. 1188) che, re Guglielmo II il Buono, re del Ducato di Puglia e di Sicilia, sollecitato anche dal nuovo papa Gregorio VII, Ildebrando di Soana che vedremo insieme a Pietro di Salerno, che decise di partecipare alla III Crociata fornendo militi agli stati crociati aderendovi pienamente ed è forse riferita a questo periodo la notizia secondo cui i Crociati sostavano nei monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati, per imbarcarsi a porto Infreschi. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. Alessandro Di Meo, nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Alessandro Di Meo (…), pur sostenendo l’ipotesi del Borrelli della redazione del ‘Catalogo dei Baroni’ al tempo delle Crociate e, per lo scopo di registrare i militi forniti dai vari Baroni e feudatari, non accenna alla III Crociata del 1187 o 1188 di Riccardo Cuor di Leone e dell’aiuto che egli ebbe da Re Guglielmo II di Sicilia, per la costruzione di un contingente di armati per terra e per mare. Devo pure precisare che il cronista dell’epoca al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, l’Arcivescovo di Salerno Romualdo Guarna, il quale visse alla corte di Guglielmo, la sua cronaca fu pubblicata dal Del Re (…), ma fino a p. 71, si occupa delle vicende accadute fino all’anno 1178, e si chiude con l’ultimo episodio che riguarda quell’anno. Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. Dunque Romualdo Guarna, pur parlando in diverse occasioni di Florio di Camerota, non cita la notizia della III Crociata e di Riccardo cuor di Leone, citata dal La Greca. La cronaca di Romualdo Guarna, non può parlarci della III Crociata perchè non arriva a quel priodo. L’Antonini (…), a p. 411, nella sua nota (2), postillava che: “(2) La ‘Cronaca’ di Ceccano mette quest’imbasciata un anno dopo: “Anno MCLXXVII Rex Gulielmus filiam Regias Angliae in Coniugio recepit mense Decembrit.”. Ma forse fra l’andare, e venire degli Ambasciatori, e ‘l venire della Principessa vi corse questo tempo.”. L‘Ebner (…), scrive in proposito che: “nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. L’Antonini (…), nella sua nota (2), si riferiva alla ‘Cronaca di Fossanova’ di Giovanni Ceccano (…), che fu pubblicata dal Del Re (…), nel suo vol. I. Il Ceccano (…), nella sua cronaca, a p. 518, in proposito traduceva e scriveva che: “1189. Indizione VI. E l’Imperator Federico nella festa di S. Giorgio prese ad andare oltremare a vincere Saladino, il quale aveva occupato e teneva in sua podestà la Terra di Gerusalemme e, camminò per l’Ungheria e la Romania ove commise assai mali. Guglielmo Re di Sicilia si morì nel mese di Novembre senza erede, il che fu grande pericolo.”. Il Ceccano in questi passi della sua Cronaca, cita la spedizione del Barbarossa (Federico I) in Terra Santa (la III Crociata) ma la pone nell’anno 1189, prima della morte di re Guglielmo II il Buono.  Forse si trattava della spedizione o Crociata in Terra Santa citata dal Di Meo (…), quando nel suo vol. XI, a p. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Dunque per questa spedizione, il Di Meo (…), faceva riferimento alla cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona, che scrisse Chronica Universalis, una storia universale dalla creazione al 1213, ad essa attinse largamente Salimbene de Adam per la sua Chronica e che nel 1203 andò in Oriente al seguito del legato pontificio cardinale Pietro di Capua durante la IV Crociata si trovò a Costantinopoli. Anche un altro autore cita Sicardo vescovo di Cremona e riguardo questi avvenimenti, Isidoro La Lumia (…), nel suo ‘Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono’, pubblicato nel 1867, a pp. 334 e ssg., parlando della caduta di Gerusalemme nelle mani del Saladino e i preparativi per la III Crociata, in proposito scriveva che: “…: allora giungeva a proposito, recando sussidi, la flotta siciliana che spediva Guglielmo. Componevasi di cinquanta galere, con cinquecento cavalieri, trecento fanti, provvisioni in gran copia: (3) comandava l’ammiraglio Margarito da Brindisi, a cui la celebrata perizia nelle cose navali avea meritato il titolo di ‘Nettuno e re del mare’. (4) Margarito, rotta la linea nemica, vettovagliava Tiro e francavala dalla estrema penuria: poi, scorrendo in quelle acque, le spazzava dà legni Egiziani, riapriva libero il passaggio à Crociati che navigavano d’Occidente a soccorso (5).”. Il Lumia (…), a p. 334, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ruggiero di Hoveden, Ann., f. 639.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Octoboni Annales, presso Pertz, Monumenta Germaniae Historica Scriptores, tomo XVII, f. 102.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Sicardi Episcopi Cremonensis, Chronicon, f. 608, presso Muratori, Rer. Ital. Scriptores, tomo XVII. Sanudo, loc. cit., parla di 70 galee. Galfredo Vinisalf (l’autore della ‘Historia Hierosolomitana ab anno 1177 ad annum 1190, pubblicata per la prima volta da Borgas, ‘Gesta Dei per Francos’, tomo I) porta le cifre di Sicardo.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (4), postillava che: “(4) “Ut rex maris et a nonnullis alter diceretur Neeptunus”. Vinisalf, ivi f. 1156.”. Sempre il La Lumia, a p. 334, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Sicardo, loc. cit.. Vinisalf, loc. cit.”. Dunque il La Lumia (…), a p. 334, cita alcuni cronisi dell’epoca che ci parlarono della spedizione organizzata da re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, in occasione della III Crociata per la presa di Gerusalemme usurpata dal Saladino. Il La Lumia (…), a p. 334, cita Sicardo e poi cita anche Galfredo Vinisalf e dice che egli sarebbe l’autore della ‘Historia Hierosolomitana ab anno 1177 ad annum 1190’, pubblicata per la prima volta da Borgas, ‘Gesta Dei per Francos’, tomo I) che secondo lui riporta le cifre di Sicardo. Riguardo Galfredo Vinisalf, abbamo visto che si trattava del cronista dell’epoca. La cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona “Sicardi Episcopi Cremonensis Chronicon” è stata pubblicata dal Muratori (…), nel suo vol. XVII dei “Rerum Italicarum Scriptores”. Del Sicardo (…), abbiamo il testo pubblicato dal Migne J. P. (…), nel suo Tomo CCVII, del suo “Patrologiae corsus completus”, dove lo pubblica da p. 9 a p. 539. Sicardo (…), nel suo ‘chronicon’, scritto nel XIII secolo, a p. 608, ci parla della spedizione organizzata dal re Guglielmo II di Sicilia. Si veda Sicardi Episcopi (…) (cronaca di Sicardo vescovo di Cremona), p. 519. Il vescovo di Cremona, Sicardo (…), a p. 519, riferendosi all’anno 1188, scriveva nella sua cronaca che: “Eodem anno Saladinus Tripolim accedens, vidensque se nihil proficere posse, in Antiocherum principatum vertit habenas, subjiciens Gabulum, et Laudiciam, Soanam, et Guardiam, Trapessacum, et Guascorum, et alia plura. Postca reversus in Galileam, Belvedere castrum munitissimum, quod, quod fines Jordanis custodiebat, vias Tiberiadis, Neapolim et Nazareth augustabat, per inediam compulit compulit ad deditionem. Ad haec duo comites Guilielmi Siculi regis cum quingentis militibus et quinquaginta galeris, Tyrum applicuerunt. Advenerunt ecc..”, che tradotto dovrebbe essere: “Nello stesso anno, Saladino ha reso Tripolitania fu vicino, e vide che non aveva buon effetto per poter, nel principato di Antiochia, sotto il suo dominio, Gabulum, e il proconsole, Soane, e la Guardia, Trapessacum, e il Guasco, e molte altre cose. In seguito tornò in Galilea, e, più fortemente fortificato del Castello Belvedere, cioè, che le estremità del Giordano, che lo tenne, le vie del mare di Tiberiade, e Nazareth augustabat a Napoli, e costretto dalla fame e li ha costretti alla resa. Il re dei Siculi Guglielmo, e cinquecento cavalieri, compagni di Guglielmo il Per queste due domande, e il cinquantaindietro con caschi, Tiro, che era a riva ecc…”. Il La Lumia (…), cita anche il “Sanudo”. Si tratta di Marin Senudo che scrisse il “Codice Estense”, citato più volte da Sicardo. La Lumia (…), citando il Senudo, postillava che: “Marin Sanuto, Secretorum Fidelium Crucis, libro III, cap. VIII, presso Bongas, Gesta Dei per Francos, tomo II, fol. 193-194”. Marin Sanudo, “il Vecchio”, noto anche come Martin Sanuto detto Torsello, proveniva dai patrizi Sanudo di San Severo. Deluso dalla caduta di San Giovanni d’Acri (1291), tentò di organizzare una crociata e ne riportò il progetto nell’opera Conditiones Terrae sanctae, presentata a papa Clemente V nel 1309. È interessante in quanto contiene una delle più precise descrizioni della Terra Santa dell’epoca, successivamente ampliata nel rifacimento Opus Terrae sanctae, offerto a Giovanni XXII nel 1321. Continuò per diversi anni a proporre le sue idee a papi, sovrani e signori, anche con la diffusione dell’ultima edizione dell’opera, il ‘Liber secretorum fidelium Crucis’, conclusa tra il 1321 e il 1323. Infatti, Marin Senudo (…), nel Libro III, Parte X, a p. 195, del “Gesta Dei per Francos”, di Bungas, nel Cap. I: “Continet succursum Terra Sanctae ab Occiduis regionibus exhibitum, tempore Saladino ecc..”, scriveva in proposito che: “………………………….”. Gli eventi della Terza Crociata furono narrati da Giraldus Cambresis e dal poeta Ambrogio. La spedizione di Federico I Barbarossa è narrata nella ‘Historia de expeditione Federici’, redatta da un certo Ansbert. Sul versante bizantino è disponibile la Narrazione cronologica di Niceta Coniate, grande logoteta bizantino, che riporta gli eventi tra il 1118 ed il 1206. Un altro autore che ha scritto sulla III Crociata e su Riccardo cuor di Leone è uno scrittore arabo, Gregorio Albufarag (…), di origine ebraica e siriaca. Il nome Gregorio è quello da lui stasso attribuitosi nel passaggio al cristianesimo. Albufarag (…), era detto Bar – Hebreo e scrisse un manoscritto che è stato tradotto da Dell’Orto ‘Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto’, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio). Dell’Orto tradusse dall’arabo (o aramaico) la cronaca di  Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo‘. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo I d’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia. Del periodo di re Guglielmo II il Buono, dalla sua morte avvenuta nel 1189, in poi, ha scritto Riccardo di San Germano nella sua cronaca. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Il Di Meo (…), riguardo l’epoca della III Crociata e la figura di re Guglielmo II, cita anche i cronisti Pietro da Eboli che gli dedicò un carme e Riccardo di San Germano (…). Riccardo di San Germano (in latino ‘Richardus o Ryccardus de Sancto Germano’; San Germano, ovvero l’odierna Cassino, 1170 circa – 1243) fu un cronista, autore di una ‘Chronica’ dei fatti avvenuti in Italia, ma in particolare nel Regno di Sicilia, tra il 1189 e il 1243. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Per la ‘Chronaca’ di Riccardo di San Germano (…), si veda ‘Ryccardi de Sancto Germano notarii Chronica’, a cura di Carlo Alberto Garufi, Bologna, Nicola Zanichelli, 1937-1938, LIV, 312 p., [4] c. di tav.; facs.; 32 cm; il volume è composto dai fascicoli 296, 301, 317/318; in alcune tirature inizio di stampa 1936, fine 1938, che si trova anche nel “Rerum Italicarum Scriptores”, a cura di Giosue Carducci e Vittorio Fiorini, Tomo VII, ed. Città di Castello, 1916, contenuta anche nell’edizione palatina del Muratori, vol VII. Lo troviamo anche in Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones’, vol. II, Venezia 1734, pp. 766-820 (Archivio Storico Attanasio). La III Crociata (1189-1192), conosciuta anche come “Crociata dei Re”, fu un tentativo, da parte di vari sovrani europei, di riconquistare Gerusalemme e quanto perduto della Terrasanta al Saladino (Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb). Riguardo la III Crociata, Alessandro Di Meo (…), nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Il Di Meo (…), cita l’Anonimo Cassinese. L’Anonimo Cassinese (…), Chronicon Anonymi Casinensis, nunc primum in lucem prodit ex ms. codice Bibliothecae eiusdem monasterii signato num 62. alias 1020, pp. 135-143, si trova in Muratori A.L., ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. V, (vedi indice), da p. 135 e sgg….Il “Chronicon Anonymi Casinensis”, pubblicato dal Muratori nel vol. V è una cronaca del tempo, un manoscritto che parla di una Cronaca del Monastero di Montecassino. I “Chronica sacri monasterii casinensis”, in quattro libri, sono stati redatti a più mani: iniziati dal cardinale Leone Marsicano, detto l’Ostiense, continuati per breve tempo da un monaco di nome Guido, furono condotti a termine dall’archivista cassinese Pietro Diacono. Leone Ostiense scrisse tra il 1098 e il 1100, dal libro I al capitolo 92 del II libro (a. 1057) e ancora tra il 1101 e il 1106 dal capitolo 93 del II libro al capitolo 33 del III (a. 1071 o 1075). Il monaco Guido continuò da Leone fino al 1127. Infine Pietro Diacono riprese dal 1128 alla fine (1139) dal capitolo 25 del III libro al capitolo 130 del IV. Dopo il fallimento della II Crociata, la dinastia musulmana Zengide, che controllava una Siria unificata, era impegnata in un conflitto con i sovrani fatimidi dell’Egitto. Il condottiero curdo Saladino si scagliò contro gli stati crociati riuscendo a catturare Gerusalemme nel 1187. Spronati dallo zelo religioso, il re Enrico II d’Inghilterra e il re Filippo II di Francia (noto come Filippo Augusto) misero fine al conflitto che li vedeva opposti per impegnarsi a condurre una nuova crociata. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Il nuovo papa, Gregorio VII, Ildebrando di Soana (…), disse che la caduta di Gerusalemme era da considerare come il castigo di Dio per i peccati dei cristiani in Europa. Si decise dunque di preparare una nuova crociata: Enrico II d’Inghilterra e Filippo di Francia posero fine alla guerra che li vedeva contrapposti ed entrambi imposero sui loro sudditi la Decima per Saladino per finanziare la spedizione. Il solo arcivescovo di Canterbury Baldovino di Exter, attraversando il Galles, riuscì a convincere 3000 uomini a partire alla volta della Terrasanta (come racconta Giraldus Cambresis nel suo “Itinerario”). A Gisors il 22 gennaio 1188 il re di Francia Filippo Augusto e il re Enrico II di Inghilterra con Filippo di Fiandra decidono di partire per la crociata. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. Riccardo cuor di Leone prese la croce già quando era conte di Poitou nel 1187. Il padre di re Riccardo I d’Inghilterra, Enrico II d’Inghilterra  e Filippo II di Francia lo fecero a Gisors il 21 gennaio 1188 dopo aver ricevuto la notizia della caduta di Gerusalemme per mano di Saladino.   Dopo che Riccardo divenne re, lui e Filippo decisero di partire insieme per la III Crociata poiché ognuno di loro temeva che durante la sua assenza l’altro avrebbe potuto usurpare i suoi territori. Nel settembre 1190, sulla via per la Terra Santa, Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone giunsero in Sicilia, dove la sorella di quest’ultimo Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, era rinchiusa nel castello della Ziza, senza che le fosse restituita la dote. Riccardo chiese al nuovo re, Tancredi, la liberazione della sorella e la restituzione di tutta la dote. Tancredi liberò Giovanna e restituì solo una parte della dote, per cui Riccardo, adirato, occupò Messina e fece costruire una torre di legno che fu detta Mata Grifone (Ammazza greci). Tancredi si presentò con le sue truppe, ma preferì l’accordo: consegnò a Giovanna altre 20.000 once d’oro e, in cambio dell’alleanza di Riccardo, lo indennizzò con altrettante 20.000 once d’oro. L’alleanza stipulata era contro l’imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla, zia ed erede di Guglielmo II il Buono. Inoltre, nei termini dell’accordo, era previsto il matrimonio tra una delle figlie di Tancredi di Sicilia e il nipote di Riccardo, Arturo I di Bretagna, in quell’occasione nominato suo erede. Nel marzo 1191 giunsero in Sicilia anche Eleonora d’Aquitania, che rientrò in Inghilterra quasi subito, e Berengaria di Navarra (promessa sposa di Riccardo), che si prese cura di Giovanna. Riccardo e Filippo rimasero in Sicilia ancora per un po’, ma ciò portò ad un inasprimento delle tensioni tra loro e i loro uomini, con il re francese che tramava con Tancredi contro Riccardo. Finalmente i due re decisero a partire una volta che raggiunsero alcuni accordi, tra cui la fine del fidanzamento tra la sorella di Filippo, Alice, e Riccardo. Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e il suo seguito si imbarcarono il 5 giugno, raggiungendo la terraferma nei pressi del castello di Margat, dei cavalieri ospitalieri, in Siria. Nel luglio del 1190 riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Tancredi fece prigioniera Giovanna d’Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. Anche l’anziano Federico Barbarossa rispose alla chiamata alle armi mettendosi alla guida di un possente esercito. Tuttavia Federico affogò mentre tentava di guadare il fiume Göksu, in Asia minore, il 10 giugno 1190 prima di raggiungere la Terra Santa. La sua morte causò un tremendo dolore tra i crociati tedeschi, la cui maggioranza abbandonò l’impresa e fece ritorno nelle proprie terre. La campagna militare portò i crociati a riprendere il controllo di importanti città come Acri e Giaffa e a fermare l’espansione dei musulmani, tuttavia non riuscirono nell’intento di conquistare la città santa di Gerusalemme che era l’obiettivo emotivo e spirituale della spedizione. Già il 7 giugno arrivarono nei pressi di Acri, in quel momento assediata dalle truppe di Guido di Lusignano che, a loro volta, dovevano difendersi dall’assedio degli uomini di Saladino. La situazione era in una fase di stallo, poiché la guarnigione di Acri poteva contare sugli approvvigionamenti che arrivavano dal mare. Giunto nel teatro delle operazioni, non prima di essere riuscito a distruggere una nave piena di rifornimenti per la città [110], Riccardo diede ordine di realizzare diverse petriere in grado di utilizzare le pietre che aveva imbarcato a Messina. Così iniziò un meticoloso sanguinoso assedio a cui i due re, Riccardo e Filippo Augusto, parteciparono personalmente nonostante fossero entrambi malati. La spedizione di Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone raggiunse la Palestina via mare soltanto nella primavera del 1191. Due mesi dopo i crociati conquistarono Acri, dopo un lungo assedio nel corso del quale i cavalieri templari si erano distinti per il grande coraggio. Le forze cristiane guidate da Riccardo batterono a più riprese gli eserciti di Saladino avanzando verso Gerusalemme. Lo schieramento cristiano era, tuttavia, attraversato da grandi divisioni e Riccardo non aveva soldati sufficienti per conquistare Gerusalemme e difenderla. Lo storico Georg Ostrogorsky (…), nel suo ‘Storia dell’Impero Bizantino’, a p. 365-366 citando Riccardo Cuor di Leone, in proposito scriveva che: “Il Santo Sepolcro era nuovamente caduto nelle mani degli Infedeli. Salah ad-Din, che dall’Egitto aveva esteso il suo dominio anche sulla Siria, irruppe nel 1187 in Palestina, il 4 luglio inflisse una dura sconfitta all’esercito latino presso Hattin, fece prigioniero il re Guido di Lusignano e il 2 ottobre entrò a Gerusalemme. I più eminenti sovrani dell’Occidente, Federico I Barbarossa. Filippo II Augusto e Riccardo Cuor di Leone, si fecero crociati. (p. 666). La Spedizione dei Re d’Inghilterra e Francia, che avevano scelto la via marittima per la Palestina, non interessò molto l’impero bizantino ecc…Fu soltanto un avvenimento collaterale di questa crociata che interessò da vicino Bisanzio: Riccardo Cuor di Leone occupò Cipro, fece prigioniero il suo sovrano Isacco Commeno e consegnò l’isola prima all’ordine dei Templari e poi (1192) all’ex re di Gerusalemme, Guido di Lusignano. Da allora Cipro restò in possesso degli Occidentali.”.

Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. I, a p. 362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che: “Molti abitanti di Lagonegro sono puniti per avere insultati e derubati i Legati dell’imeratore Federico che di là transitavano per recarsi alla corte di Guglielmo. S. Francesco d’Assisi, di passaggio per Agropoli e luoghi vicini, opera molti miracoli. Guglielmo II invia la sua flotta con gran numero d’armati e di viveri in Terra Santa per aiuto dei crociati, sotto il comando di Gualtieri di Moac. Di questa spedizione fan parte i baroni Lucani, annoverati dal Borrelli nel suo catalogo generale come anche nell’altra del 1188.”.

Nel 1188, i Crociati, per la III Crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi per Malta

Recentemente, alcuni studiosi locali, hanno riferito due interessantissime notizie che riguardano i due cenobi e monasteri italo-greci di S. Iconio a Camerota e di S. Pietro di Lucasati, dove secondo la notizia, avrebbero sostato i crociati in partenza per la Terra Santa, per la conquista di Gerusalemme.  Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i  cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che“(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del P. Borrelli.”. Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’) del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…), nel 1600, parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Dunque, l’Antonini (…), ci parla della II Crociata e non della III Crociata a cui partecipò Riccardo I cuor di Leone. Che si sia trattato della II Crociata e non della III Crociata, dove partecipò anche Riccardo I cuor di Leone, riferendosi al catalogo dei Baroni, pubblicato dalla Jamison, lo si rileva anche dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. L’Antonini, cita anche la ‘chronica’ del Falcando (…), Ugo Falcando, di cui parlerò in seguito e cita pure Agostino Inveges (…). Agostino Inveges (…), nel suo  ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651, a p. 457, per l’anno 1188, racconta che: “Adunque il Re entrò in questa S. lega, e si segnò colla croce; e si daim fede alla Cronica di Sicilia, e al Collenucio appo Bardi (I),  egli fu il primo Prencipe, che comparve in difesa di Terra S. poichè scrivono. Guglielmo fatta una grossa armata tenne netto il mare di Giudea di corsari, che lo travagliavano essendo di gran timore à Greci.”. Dunque Agostino Inveges (…), parlando dell’anno 1188, citava il Collenuccio (…) e il Bardi (…), nella sua nota (I) e postillando scriveva che: “(I) Tomo 3, Chronol. f. 346 234 locis cis. 5 6 7 8 in ‘Chron. apud tomo 3 Italia Sacra, col. 953 apud Sigon. loc. cit. apud Cami. Pellegrin. in hist. Longobar. in Ste… in tomo I, Italia Sacra, col. 471 in ‘Annal Anglor.’ apud Baron. to 12. Anno 1189 n. 14 apud Camil. loc. cit. 12 13 14 hist. Sicardi 3 loc. cit. ecc..”. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrivendo sui Florio, in proposito diceva che: “Florio (Riccardo) di Camerota…...Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Dunque anche il Bozza, sosteneva che Florio di Camerota secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, fornì 63 militi per la crociata del 1188, la III Crociata in cui re Guglielmo II il buono intervenne in aiuto di re Riccardo I cuor di Leone per la riconquista di Gerusalemme usurpata da Saladino e non come invece scriveva l’Antonini che si trattava della II Crociata, dove re Riccardo cuor di Leone non centrava nulla. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monasterio si vestì dell’abito dell’Ordine di S. Basilio, dal Bios cit. Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Campagna (…), parlando dell’episodio in cui Florio nel 1177 componeva la commissione che andò in Inghilterra citava anche il vescovo di Capaccio. Vediamo dunque cosa scriveva Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gran Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe, citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”.

Di Meo, su Florio, p. 168.PNG

Di Meo, X, p. 169, a. 1150 sui Florio.PNG

(Fig….) Di Meo A., op. cit., pp. 168-169, vol. X, su Florio di Camerota e Lampo di Fasanella

Forse la notizia intorno i crociati che partivano da porto Infreschi per la I o la II o addirittura per la III Crociata, riguarda le notizie su uno dei primi feudatari di Camerota e Lentiscosa, la famiglia Marchese o Marchisio, feudatari di Camerota citati anche nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato da Evelyn Jamison e di cui ho scritto in un mio saggio ivi: “I Marchisio e i Florio”. Infatti,  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo etc’, nel vol. II, a p. 112, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2)….mentre l’Alfano (3), oltre a dire degli abitanti (829) ricorda anche i feudatari Marchese. Il Giustiniani (4) ubica il villaggio su un colle “non molto lontano dal mare”, attribuendo il casale quale feudo della famiglia Marchese.”. Ebner, a p. 112, vol. II, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Alfano F.M., op. cit., p. 50”, mentre nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, op. cit., V, Napoli, 1802, p. 254.”. Pietro Ebner alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

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(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

Francesco Maria Alfano (…), a p. 121, in proposito a Lentiscosaee a Licusati scriveva che: “‘Lentiscosa’ terra sopra una collina d’aria buona, iocesi di Policastro, un miglio distante dal Mar Tirreno, feudo di Marchese.”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, a pp. 48-49, parlando di Leniscosa, in proposito scriveva che: “Una zona un pò più trafficata era quella di Infreschi e Marcellino: da un’antica donazione per erigere una cappella nella chiesa di Lentiscosa abbiamo notizia della vita che si svolgeva intorno al 1493 ad Infreschi, detta nell’istrumento “a frisco” “juxta viam publicam juxta lictus maris”….da questo documento notarile possaimo arrivar alla spegazione del nome Infreschi, cioè luogo fresco o con acque fresche, infatti vi sono due sorgenti grosse e un numero imprecisato di pozzi sorgivi non solo al porto ma anche all’interno.”. Angelo Gentile, riportando l’interessante notizia su ‘Infreschi’, non cita alcuna fonte bibliografica. Forse si riferiva alla:

Nel 1480, ‘Platea dei beni’ del monastero di S. Pietro di Licusati

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, che riferendosi alla Badia di S. Pietro di Licusati, scriveva che: “Questa, già nel 1480 (6) aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma.”. Si tratta di una ‘Platea dei beni’ del 1480, a cui si rifaceva un’altra ‘Platea dei beni’, scoperta da Pietro Ebner (…), che nel 1979, pubblicava sulla rivista ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’ (…), un suo saggio: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, dove citava e pubblicava per la prima volta una ‘Platea di beni’ del 1613, inedita, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Il documento del 1613, è interessantissimo, perchè si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480. Ebner (…), a p. 118, vol. II, nella sua nota (6), postillava a riguardo che: “(6) Lo si rileva dai ff 183 e 183 t (“confecta in anno 1480″), ecc..”. Mentre, nel suo saggio ‘Dimensione fondiaria di ecc..’, del 1979 e pubblicato da Amedeo La Greca (…), a p. 217, nota (3), Ebner (…), scriveva: “Sull’esistenza sicura del polittico del 1480, v. ad esempio, a f. 183 e a f. 183 t: ‘confecto in anno 1480’ e che non doveva superare di molto i 249 ff. Il numero più alto che, del vecchio inventario, si legge in quello del 1613.”. L’Ebner (…), a proposito del Monastero di Licusati, scriveva che già nel 1480 aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma. Del documento del 1613, scoperto da Ebner (…), parleremo innanzi. Tuttavia Ebner (…), non ha mai pubblicato i fogli originali della ‘Platea’ del 1613, ne quelli della precdente ‘Platea’ del 1480. Il saggio di Ebner (…), è stato ripubblicato recentemente da Amedeo La Greca (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555 e s., parlando del casale di ‘Bosco’, scriveva che: “Ma ben più importante è l’elenco dei diritti feudali all’abbazia di S. Pietro di Licusati, trascritti dall’inventario del 1480 e distinti in capitoli.”:

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(Figg…) Ebner (…), ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, vol. I, pp. 557-558

Giuseppe Maria Galanti (…), nel suo ‘Descrizione Geografica e Politica delle due Sicilie’, a p. 252 del tomo IV, in proposito scriveva di Camerota e di Porto Infreschi. Il Di Mauro (…), a p. 432, riguardo l’anno 1188, scriveva che: “Sessantatrè soldati con trenta inservienti camerotani partecipano alla crociata nella schiera fornita dal Florio a Riccardo Cuor di Leone (Ebner IV 581, Ciociano I 55 e D’Angelo 102). Il Mandelli enumera altri nobili di Camerota: Filippo, Gistiziero regio, ed un omonimo erede, Carlo e Giovanni, questi ultimi due nipoti del conte di Mileto e Montesarchio (Mandelli, 145).”. Il Di Mauro (…), si riferiva a Ebner (…), in ‘Chiesa, baroni e popoli etc’, a p. 581 del vol. II e a Ciociano (…), in ‘Storie Camerotane’.

I Templari, i Crociati e l’Ordine dei cavalieri Ospetalieri

Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Orazio Campagna  (…), riguardo i Crociati, a p. 141, parlando di Majerà e di Scalea, in proposito scriveva che: “Oltre alle due chiese, nella Terra vi era un luogo di ricovero, detto “ospedale”, di cui, all’epoca del Vanni, restava il nome alla via (112). L’”ospedale” di Majerà, come quello di Scalea, fu istituzione assistenziale, collegata all’Ordine degli “Hospitalarii”, sorto per le crociate in Terra Santa (113). La Terra era raggiungibile da Napoli “per la Real Strada di Calabria con galesso, sino a S. Lorenzo della Padula” (114).. Il Campagna (…), a p. 141, nella sua nota (113), postillava che: “(113) In un documento pontificio del 6 maggio 1149, presso l’Archivio della Badia di Cava, è ricordata l’”ecclesiam S. Marie de Hospitali”, “apud Diascaleam”, F. Russo, Regesto Vaticano, cit., Idem, Storia della Diocesi di Cassano, I, Napoli (Laurenziana), 1964. In Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272, si parla di “Templari” e “Hospitalarii”, F. Russo, Regesto Vaticano, etc, cit.”.  Dunque, il Campagna, sulla scorta di Francesco Russo (…), cita i Templari e cita l’Ordine degli Hospitalari, che come vedremo operavano anche nel territorio di Camerota già dai tempi dei Normanni ed in particolare nell’antico monastero di S. Pietro di Licusati. I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I° Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…),parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”.

Nel 1198, il toponimo di “Pittari” su alcuni documenti greci di Aieta

Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in riferimento alla donazione fatta dal Principe longobardo di Salerno Guaimario III°, a pp. 41-42 in proposito ancora aggiungeva che: “Allo stato attuale delle ricerche è possibile operare soltanto un confronto con alcuni dati, davvero sorprendenti, desumibili da una pergamena accolta nel ‘Syllabus’ di Francesco Trinchera (75) e databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76).. Il Fusco (…) si riferiva al testo di Francesco Trinchera (…), Archivista dell’Archivio di Stato di Napoli, che pubblicò diversi documenti greci andati poi distrutti nel rogo della II Guerra mondiale, nel suo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, pugglicato a Napoli nel 1865. Il Trinchera riporta i testi greci con la traduzione in latino e la loro collocazione d’Archivio, aggiungendo talvolta una breve ricerca bibliografica della loro provenienza geo-storica. Il Trinchera pubblica diverse pergamene greche provenienti da Aieta, un piccolo borgo vicino Maratea e Castrocucco. Alcuni di questi documenti sono stati citati anche da Biagio Cappelli (…) e da Leone Mattei-Cerasoli (…). Sul Trinchera (…), i due documenti sono distinti e, l’altro citato dal Cappelli (…), è a p. 250, mentre quello citato dal Fusco è a p. 545. Sono due documenti diversi. Ma vediamo in dettaglio i documenti citati dal Fusco. Il Fusco sul documento scriveva che si trattava di “….databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76).. Il Fusco, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 545.”. Infatti, Francesco Trinchera (…), nell’Appendice al suo ‘Syllabus Graecorum Membranarum etc…’, a p. 545, pubblicava l’antica pergamena non datata, il documento VII:

Trinchera, Aieta, p. 545

(Fig….), Trinchera Francesco (…), ‘Syllabus etc’, p. 545

Il documento pubblicato dal Trinchera (…), in Appendice e a p. 547, e citato dal Fusco (…) riportava a tergo la seguente postilla del Trinchera: “Ex membrana Archivi Neapolitani, n.° 484”. Dunque, il Trinchera (…) pubblica la pergamena greca in questione che non è datata. Il Fusco stesso dice che essa non è datata. Il Fusco (…), nella sua nota (76), a p. 89, postillava che: “(76) La pergamena (in ‘Appendix, Pars àltera, doc. VII), pur priva dell’indicazione dell’anno e dell’indizione, è databile con buona approssimazione, in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5) datate 1198.” E’ proprio a questo altro documento (uno dei due) che il Fusco si riferiva quando nella sua nota (76) postillava che: “(76) ….è databile con buona approssimazione, in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5) datate 1198.”.

Trinchera, p. 328

(Fig…) Trinchera, op. cit, p. 328

Dunque, il Fusco, sulla scorta di questo altro documento di Aieta, scrive che con buona approssimazione anche l’altro (il doc. VII pubblicato dal Trinchera) potrebbe essere un documento del 1198. Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 42 in proposito ancora aggiungeva che: Nella non lontana ‘Terra’ di Aieta (Αετον nelle pergamene), nei pressi di Tortora, il Signore del tempo, Matteo (ματναιοσ………………………………………………….), del fu Riccardo e di Clementa, ‘pro animae salute et vita aeterna’ (……………………………………………..), fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo Michele ‘supra montem’ (…………………………) dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (τον αποριν (77) Πιτταρι ). Dal contesto par di capire che Πιτταρι, come a Caselle, sia un toponimo. L’accostamento, in tutt’e due le ‘Terre’, fra il luogo di culto di San Michele e il toponimo ‘Pittari’ forse costituisce la spia d’un legame che, allo stato della ricerca, non è ancora possibile precisare; d’altro canto anche i due abitati potrebbero risultare accomunati in virtù di tale collegamento.”. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava sull’etimo di Pittari nel documento di Aieta. Il Fusco (…), a p. 89, nella sua nota (77) sul toponimo di “Pittari” postillava che: “(77) …………….(Apòris / apòion): il significato più verosimile è quello di ‘fundus’: “Aetòs (….) matthàios Kyrios cài ecc… pittari = Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna….la chiesa del santo stratega Michele sul monte…il fondo di Pittari”).”. Il Fusco, nota che in questa anticihissima pergamena pubblicata dal Trinchera (…), documento redatto ad Aieta, vi è indicato un “et aporium Pittari finitimum”. Dunque, il Fusco, cita questa antica pergamena non datata ma di sicuro antichissima dove appare il nome dei due toponimi di Aieta e di Caselle. Dunque, analizzando l’antica pergamena, non datata, ma greca essendo stata pubblicata dal Trinchera, e rivedendo ciò che scriveva il Fusco, possiamo trarre alcune notizie utili su Caselle e su Aieta. Il Fusco scriveva che nella lontana terra di Αετος (Aieta) che in greco significa ‘aquila‘, il signore del tempo Matteo del fu Riccardo e di Clementa fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo S. Michele ‘supra montem’ “dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (τον αποριν (77) Πιτταρι )”. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.

Mattei-Cerasoli, p. 177.PNG

Mattei-Cerasoli, ASPC, VIII, p. 178

(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, pp. 177-178

Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 219, in proposito a questa antichissima pergamena conservata negli Archivi della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, pubblicata dall’archivista Leone Mattei-Cerasoli (…) scriveva che: “Il documento mentre ha una certa importanza filologica ecc…ecc…, ci fa conoscere il nome di un altro monastero della regione del Mercurion e ci offre parecchi dati per l’ubicazione precisa di una chiesa posta sulla marina di Aieta. E tutti questi riferimenti topografici penso poter stabilire ancora più precisamente per avere una diretta conoscenza dell’intera zona indicata. Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca avevano derivato la sua arma.”. Dunque, ciò che scrive il Cappelli ha una leggera analogia con quanto sostenuto dal Fusco. Dunque, secondo il Cappelli (…), il Signore di Aieta, Matteo, figlio del defunto Riccardo e di Clementa, che secondo il Fusco e la pergamena citata dal Fusco, fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo S. Michele ‘supra montem’ “dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (tov ……………………….)”, è Matteo Scullando. Il Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 220, in proposito a Matteo Scullando scriveva che: “Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella ecc..ecc…Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in luogo troppo malegevole e battuto dalle tempeste (4).”. Secondo il Cappelli (…), nell’antica pergamena è scritto che Matteo Scullando fece retaurare la chiesa di S. Michele Arcangelo e vi aggiunse uno spizio. Ma il Cappelli (…), non si riferiva ad una chiesa sopra il monte di Caselle ma sopra il monte di Aieta. Secondo il Fusco, Metteo Scullando (che fosse Scullando lo scrive il Cappelli), la chiesa “supra montem” ad Aieta (come vuole il Cappelli), fu dotata di vari “praedia” (fondi) fra cui quello di Pittari. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna…la chiesa del santo stratega Michele sul monte….il fondo di Pittari.”. Il Fusco però non parla di Matteo Scullando, forse non aveva letto il Cappelli. Matteo Scullando era senza dubbio un personaggio Normanno. Su Matteo e gli Scullando, signori di Aieta, il Cappelli (…), a p. 220 scriveva che: “Il monte su cui sorgeva la primitiva Ajeta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia ………………………. appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine Calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a p. 219, parlando dei signori di Aieta, gli “Scullando“, in proposito scriveva che: Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in un luogo troppo malagevole e battuto dalle tempeste (4). Il monte su cui sorgeva la primitiva Aieta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Il Cappelli proseguendo il suo racconto parla della zona di ‘Tremoli’ e dell’omonimo monastero e del monastero di S. Zaccaria. Il Cappelli, a p. 221, aggiunge pure che “La chiesa di S. Zaccaria, cui si riferisce il documento preso in esame, che sorgeva alquanto lontano dal Mercurion dove si trovava anche un’altra chiesa, che neanche può essere la nostra, intitolata ai SS. Elia e Zaccaria che comparisce tra i beni donati nel 1065 da Roberto duca di Calabria e Sicilia alla chiesa di S. Maria della Matina all’atto della sua fondazione (8). Le notizie invece date dal documento e cioè come presso la chiesa che li elevava sotto Aieta e vicino al mare si apriva una grotta, potrebbero a prima vista far supporre che S. Zaccaria si trovasse presso l’abitato di Praia a Mare in vicinanza dell’attuale notissimo Santuario-grotta della Madonna (9) che che molto pobabilmente fu nell’alto medioevo abitato da monaci basiliani.”. Sempre sugli Scullando ad Aieta ha scritto Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Sulla notizia che “Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio”, il Cappelli nella sua nota (4) a p. 224 postillava che: “(4) Lomonaco V., op. cit., p. 11”. L’opera di Vincenzo Lomonaco (…) citata dal Cappelli è: ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958, che a p. 11, e s. non parla del Matteo che restaurò la Chiesa di Aieta aggiungendoci uno spizio ma ciò probabilmento il Cappelli lo scrive traducendo il documento in questione citato dal Fusco. Il Lomonaco però ci parla dei Scullando e del loro simbolo, l’aquila. Il Lomonaco cita Giovanni Fiore e la sua ‘Calabria illustrata’.  

Lomonaco, p. 11

(Fig…) Lomonaco, op. cit., p. 11

Dunque il Cappelli (…) nell’Indice parla di una chiesa di “S. Michele Arcangelo (ch) ad Aieta” e non cita affatto Caselle in Pittari. Il Cappelli però non ha prestato attenzione alla citazione di “Pittari” nel documento citato dal Fusco. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano. ……e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…Interessante a questo proposito è ciò che scriveva Gustavo Breccia (…) che, sulla scorta del Borrelli (…), riteneva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. 

Nel 1191, Niccolò d’Aiello, Arcivescovo di Salerno

Di quel tempo, Nicola Acocella (…), nella sua ‘Salerno Medievale d altri saggi a cura di Antonella Sparano’, edito nel …………., a p. 68, parlando delle fortificazioni a Salerno, in proposito nella sua nota (191) postillava che: “Poco più di un sessantenio più tardi, dal 1191 al 1194, quando la maggioranza dei Salernitani, igia con l’arcivescovo Niccolò d’Aiello alla causa nazionale di Tancredi  d’Altavilla, dovette sottomettere la lotta contro il partito barnale seguacedi Enrico VI, siarroccò saldamente proprio nella ‘Turris Maior’ (Pietro da Eboli, ‘De rebus siculis carmen’, ed. Siragusa, Roma, 1905-6, p. 35 sgg.; ed. Rota, R.I.S. 2, cit.,  XXXI, p. I, pp. 64-68).”. Dunque, Nicola Acocella, sulla scorta del ‘Carme’ di Pietro da Eboli, scriveva che a quel tempo, tra il 1191 e il 1194, Salerno e credo pure Policastro e tutto il basso Cilento, patteggiarono per la fazione a favore di Tancredi re di Sicilia, che dovette difendersi dall’assalto dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla per la conquista del Regno di Sicilia. L’Acocella, citava anche Niccolò d’Aiello, Arcivescovo di Salerno, alleato di Tancredi d’Altavilla.  Niccolò d’Aiello (Salerno, … – Salerno, 10 febbraio 1221) arcivescovo di Salerno dal 1181 alla morte. Era il secondogenito del cancelliere del Regno di Sicilia Matteo da Salerno. Fu un consigliere fidato alla corte di Tancredi di Sicilia ed uno degli attori della guerra di successione che contrappose quest’ultimo all’imperatore Enrico VI. Ai tempi in cui Enrico marciava per assediare Napoli nel 1191, le frange dei salernitani fedeli all’imperatore inviarono una lettera al sovrano promettendogli ricovero. L’arcivescovo Niccolò d’Aiello, la cui famiglia era ostile agli Hohenstaufen, dovette allora abbandonare Salerno per Napoli; qui prese il comando per la difesa della città allorché Riccardo di Acerra fu ferito. Insieme all’ammiratus ammiratorum Margarito da Brindisi protessero con successo la città e costrinsero l’imperatore ad abbandonare l’assedio. Tuttavia ciò ebbe poco effetto sugli esiti della guerra. Infatti Enrico fu incoronato il 25 dicembre del 1194 a Palermo ed alla cerimonia furono presenti non solo Niccolò ma anche Riccardo di Acerra, Margarito e la regina Sibilla. Quattro giorni dopo furono tutti arrestati con l’accusa di cospirazione (probabilmente inventata) e trasferiti nelle prigioni tedesche. Qui Niccolò rimase per diversi anni, malgrado le intercessioni di papa Innocenzo III.

Nel 1195, Guglielmo (IV), conte del Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Da Nicola discendono Enrico, conte di Principato e Gugliemo (IV), conte di Principato (a. 1195).”. Dunque, vorrei soffemarmi su Guglielmo (IV) d’Altavilla, che secondo i documenti sarebbe stato conte di Principato nel 1095 al tempo di re Guglielmo II detto il Buono. Guglielmo (IV) era figlio di Nicola, conte del Principato e discendente di Guglielmo I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Il Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), sicchè già nel 1131 il feudo posseduto da Nicola di Principato si era ristretto fra il Tusciano, il Sele, Eboli ed il mare (4). Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, e poi al figlio di questi, Guglielmo (IV), che ne era in possesso nel 1195 (5).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (3) postillava che: “(3) Il conte Silvestro II di Marsico, come si evince dal Catalogus Baronum (ed. cit., p. 587), possedeva, tra gli altri feudi, Diano (Teggiano), Sala (Sala Consilina), Padula, Sanza e la metà di Magliano. Aveva, inoltre, come suffeudatari: Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi, ed Enrico signore di monteforte. Quest’ultima circostanza non è stata neppure considerata dall’Ebner nel citato suo lavoro sulla storia di Novi. Feudi minori, quali Altavilla (Silentina), Felitto, Castel S. Lorenzo e Polla, appartenevano a rami cadetti degli Altavilla.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia:……Comunque, la terra di Eboli della grande contea si estendeva in quel tempo (diplomi 1128-1137) “a toto fluvoio Tusciano et usque totum fluvium Siler, et usque mare” con sede ad Eboli, come si rileva dal G 7 (“Nicolaus Dei gratia inclinatus comes Principatus, Guglielmi comitis quondam filius – …. – nostri castri Evoli”). Da Nicola, Enrico e poi Guglielmo III si legge in L 38 (a. 1195).”.

Nel 1194, GUGLIELMO II SANSEVERINO e la Baronia del Cilento

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, a pp. 120-121, in proposito scriveva che: I. Guglielmo Sanseverino, che possedette la baronia di Rocca anche nei primi tempi della dominazione sveva, ebbe dalla moglie Isabella Guarna un figlio che prese il nome di Guglielmo II. (1). Costrui salì a grande potenza e ricchezza avendo acquistati molti feudi, tra i quali quello di Ragusa, e come signore di esso fece nel 1194 una largizione al vescovo di Siracusa (2). Godeva anche del titolo di conte del principato di Salerno, come risulta da un’altra donazione che nell’anno successivo fece alla badia di Cava (3). Egli durante la sua vita trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca al figliuolo primogenito Iacopo, ma avendo questi ricusato di seguire l’esercito di Federico II svevo contro i Saraceni, fu dichiarato ribelle, posto in carcere e poi mandato in esilio ove morì senza lasciare prole (1). I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso il quale, dopo averli tenuti per un anno insieme con suo padre Guglielmo, cedè la contea di Capaccio e la baronia del Cilento all’imperatore Federico e ne ebbe in cambio la contea di Marsico.”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Filiberto Campanile – Delle insegne dei nobili, pag. 92 seguito dal Ventimiglia. Difesa dip. pag. 160.”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (2) postillava che: “(2) De Meo, vol. 2°, anno 1194”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (….) postillava che: “(3) Ivi, pag. 95.”. Di Guglielmo I Sanseverino ho gia detto nel saggio che riguarda il periodo di re Guglielmo II detto il buono. Dunque, Matteo Mazziotti racconta che quando prese il potere Federico II di Svevia, nel Principato di Salerno dominava Guglielmo II Sanseverino, figlio di Isabella Guarna e di Guglielmo I Sanseverino. Secondo il Mazziotti, Guglielmo II Sanseverino era molto potente tanto da possedere faudi anche in Sicilia. Guglielmo II Sanseverino era conte del Principato di Salerno. Guglielmo II Sanseverino trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca a Iacopo Sanseverino, suo figlio primogenito. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “….Guglielmo, che tolse Isabella figlia di Silvestro Conte di Marsico, da cui nacque Guiglielmo Secondo che fu anche Signore di Capaccio e di Cilento: ciò costa dalle Vite de’ Beati Abbati del Monistero della SS. Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di Lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivi del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114, nel regnare del Principe Roberto leggesi: ‘Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &c. E in un altro spedito nel 1121 al regnare di Guglielmo: ‘Nos Rogerius de Sancto Severino etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: “Guglielmo Sanseverino donò molti beni ed altri ne riconobbe in proprietà alla Badia cavense (aa. 1183-1187), con la quale definì (a. 1187) i confini delle due baronie, documento sottoscritto oltre che dalla moglie Isabella, anche dal suo primogenito Giacomo.. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Guglielmo I Sanseverino sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro conte di Marsico ed ebbe da lei quattro figli: Iacopo, Guglielmo, Tommaso e Guaimario. Iacopo, che compare sottoscrittore col padre di alcuni documenti nel 1186 e nel 1187, ereditò i feudi paterni ma, essendosi rifiutato di seguire l’imperatore Federico II di Svevia in una spedizione contro gli Arabi, fu dichiarato ribelle, incarcerato e poi mandato in esilio, dove si spense senza lasciare eredi. I suoi feudi, pertanto, passarono al fratello Guglielmo II e, morto questi parimenti  senza prole (1), all’altro fratello, Tommaso I…….Nel 1227, essendo rimasto vacante il feudo di Marsico per essersi spento senza successori il legittimo conte Giacomo, nipote di Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, quest’ultimo cedette a Federico II la signoria di Sanseverino e la baronia di Cilento in cambio di quella contea, aggiungendovi in più mille once d’oro per la permuta (1).”. Cantalupo, a p. 143, nella nota (1) postillava che: “(1) L’ultima notizia riguardante Guglielmo II Sanseverino è del 1195”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, pp. 29 e sgg., inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio).

(3) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.

(4) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(5) Ebner P., op. cit., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro (Archivio Storico Attanasio).

(6) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831 (Archivio Storico Attanasio).

(7) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74 (Arcivio Storico Attanasio).

(8) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(9) Guzzo A., Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Storico Attanasio).

(10) ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’. Citato più volte dall’Antonini (…), che così lo chiama, questo manoscritto è stato scritto da Girolamo Settimo, Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi è il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Secondo l’Antonini (…), parte II, Discorso X della sua ‘Lucania’, a p. 417, scrive sul “Conte Ruggiero di questo nome, legittimo uno e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese di Giarratana’”. Il Cataldo (…), a proposito di Ruggero I d’Altavilla, scriveva a p. 29, del suo, dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche di Policastro Bussentino’, che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Quindi, il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana”, che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Secondo il Cataldo (…), il “manoscritto del Marchese della Giarratana” (come lo appella pure l’Antonini) è stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori, a p. 603 del suo Tomo V del suo  ‘Rerum Italicarum Scriptores – Raccolta degli storici Italiani’, a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, (forse pp. 609–645), si veda nuova edizione, a cura di Giosuè Carducci (vedi immagine).

(11) Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p. 90 (Archivio Storico Attanasio).

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(12) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme a una Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae, probabilmente dello stesso autore. Il nome Hugo Falcandus poteva essere letto sul codice da cui Gervasio di Tournay trasse l’editio princeps da lui curata nel 1550: si trattava tuttavia di un manoscritto adespota (senza indicazione dell’autore), di proprietà di Matteo Longuejoue, vescovo di Soissons. Oggi il codice è perduto, e il nome non ricorre né nel testo, né in altre opere dell’epoca. Si può quindi ritenere, secondo l’ipotesi di Enrico Besta, che il nome riportatovi fosse quello di uno dei precedenti proprietari (forse Foucault de Bonneval, predecessore di Mathieu Longuejoue alla diocesi di Soissons). Secondo un’altra ipotesi, potrebbe anche trattarsi di uno pseudonimo usato dal vero autore, o di un nome inventato dallo stesso Tournay che lo pubblicò nel 1550, anche se quest’ultima ipotesi non trova motivazione. La sua cronaca, «Liber De Regno Sicilie», in latino, copre gli anni 11541169. Falcando narrò la storia del Regno normanno di Sicilia, soprattutto sotto il re Guglielmo I di Sicilia detto il Malo (†1166) e dei primi anni del regno di re Guglielmo II il Buono. La narrazione è programmaticamente limitata agli avvenimenti: intrighi e violenze di un mondo curiale palermitano che lasciano un’impressione di malvagità e di corruzione apocalittica, probabilmente al di là della realtà storica.

(…) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137, si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), “visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

(13) Ravegnani Giorgio, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004, p. 204 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(14) Cinnamo Johannis, stà in ‘Corpus scriptorum historiae byzantine’, ed. Bonnae, …………

(15) Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio, III; 13,7

(16) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907, II, p. 307; ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

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(17) La Lumia Isidoro, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251; si veda pure, La Lumia Isidoro, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, Firenze, Le Monnier, 1867.

(18) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(19) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29-  Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino: Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani)Napoli, vol. I, da p. 1 e sgg. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”

(20) ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’. Riguardo il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto’. Scrive lo scrittore Salvatore Tramontana (…), che, in questa cronaca del tempo, si fa menzione dei fatti storici che riguardano l’Imperatore Enrico IV di Svevia: “In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia. . Su questo manoscritto, si veda Alexandri Monachi, Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto, a cura di Berardo Pio, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Roma, 2001.

(21) Camera Matteo, Annali delle Due Sicilie, 

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(….) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 200 e sgg. (Archivio Storico Attanasio).

(….) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, stà in ‘Archivio Storico per le Province Napoletane’, pubblicato a cura della ‘Società Napoletana di Storia Patria, anno XXXVIII-LXXVII, Napoli, 1959, pp. 109 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; dello stesso autore si veda: ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi, collana diretta da Carlo Perogalli, Segrate, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

Il ‘Catalogus Baronum’

Il ‘Catalogus Baronum’ (Catalogo dei Baroni) è l’elenco di tutti i vassalli e dei relativi possedimenti compilata dai Normanni all’indomani della conquista dell’Italia meridionale. Fu redatto verso la metà del XII secolo dalla Duana Baronum, l’ufficio regio preposto agli affari feudali, che lo mantenne aggiornato per gli anni a venire costituendo il suo principale strumento di lavoro. Secondo alcuni era redatto sul modello della dîwân al-majlis, introdotta in Sicilia dai precedenti governanti Fatimidi per il controllo del trasferimento di proprietà delle terre. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Nel ‘Catalogus baronum’, sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. La duana baronum fu esportata dai Normanni nel resto del regno per affrontare e risolvere l’annoso problema posto dalla scarsa collaborazione offerta dai signorotti locali verso il governo centrale a causa dalla poca conoscenza che il governo aveva delle loro disponibilità. Questo nuovo ufficio, il cui personale era principalmente formato da Saraceni, aveva sede a Salerno, con giurisdizione su tutto il regno eccetto che sulla Calabria e sulla Sicilia (aree più stabili e sotto il diretto controllo regio), occupandosi anche di:

  • gestire le terre regie e le proprietà demaniali
  • autorizzare la vendita delle terre
  • controllare l’operato dei baroni

Per ottemperare a questi compiti, nel Catalogus Baronum furono raccolte informazioni dettagliate sui singoli signori riguardo alle loro disponibilità patrimoniali (castelli, fortezze, terreni) oltre all’entità delle forze in armi e di quelle mobilitabili. Il “Catalogo” quantifica, inoltre, anche quanto ciascuno dei feudatari doveva fornire al re in occasione della sua partecipazione alle crociate o per la difesa del regno dalla minaccia araba. La Duana Baronum grazie al suo “Catalogo” riuscì effettivamente a controllare la periferia ed assicurare stabilità al regno, perché dalla sua istituzione, e per molti anni, scomparvero le rivolte baronali. Si può quindi affermare che la creazione di quest’ufficio rappresentò una delle più importanti tappe per la centralizzazione del sistema amministrativo normanno. Oggi lo studio del Catalogus Baronum risulta preziosissimo per accertare l’identità dei signori, l’estensione delle loro proprietà e, quindi, ricostruire la storia e la toponomastica dei luoghi citati. Il Catalogo venne realizzato da Ruggero II tra il 1150 e il 1152. La redazione del catalogo seguì di pochi anni la convocazione delle Assise di Ariano, con le quali Ruggero stabilì una sorta di nuova costituzione del Regno e nuovi e maggiormente definiti rapporti con i feudatari. Nel corso della rivolta contro Guglielmo I del 1161, il Catalogo venne gettato, insieme a quasi tutti gli altri documenti amministrativi del Regno, nel grande falò acceso nel cortile del palazzo reale, e andò distrutto. Dopo la soppressione della rivolta, il Catalogo venne ricostruito — largamente a memoria, un’impresa titanica — da Matteo d’Aiello; l’opera venne completata nel 1166 sotto Guglielmo II. Rimase poi in uso fino al passaggio del Regno di Sicilia agli Hohenstaufen, nel 1194, per essere poi gradualmente assorbito dall’amministrazione imperiale. Il Catalogus Baronum è il nome collettivo (non originale, ma usato in età moderna) di tre testi presenti nei registri angioini (n. 242 da 1322, fol. 13-63) che contengono dati feudali sul ducato di Puglia e sul principato di Capua. La maggior parte è costituita dal ‘Quaternus magne expeditionis’ (nn. 1-1262), iniziato durante il regno di Ruggero II, negli anni 1150-52, e rivisto nel periodo 1167-68. Secondo Jamison fu preparato in vista della difesa militare (magna expeditio) dall’alleanza greco-tedesca. Gli inserimenti sono in ordine geografico e cominciano con la Terra di Bari indicando se il feudo è stato assegnato direttamente dal re oppure se era di un valvassore, il nome del feudatario, il nome del feudo, la valutazione in unità di soldati (milites) che può fornire e il rendimento totale ‘cum augmento’. Durante la revisione del 1167-68, che riguardò principalmente gli Abruzzi, ma anche in parte la Puglia, furono usati ‘quaterniones curie’. La seconda parte (nn. 1263-1372) è un altro registro normanno, stilato intorno al 1175, contenente i cavalieri di Arce, Sora e ed Aquino. La terza parte è del periodo svevo (circa 1239-40) e contiene i feudatari secolari (Nr. 1373-1427) ed ecclesiastici (nn. 1428-1442) della Capitanata. Il testo presente nel registro angioino è tratto dalla copia sveva. Il manoscritto angioino venne distrutto nel 1943 assieme alla maggior parte dei documenti del Grande Archivio di Napoli (attuale Archivio di Stato di Napoli).

(….) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.

Jamison, Cataloggo dei baroni

(…) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972,  n. 492 “The norman administration of Apulia and Capua, more especially under Roger II and William I, 1127-1166.” (Archivio Storico Attanasio), che si può scaricare sul sito della BEUC. Dello stesso autore si veda Jamiso Evelyn M., Italy mediaeval and modern : a history / by E.M. Jamison, ed. …………...(Archivio Storico Attanasio). Lo storico Luigi Russo (…), dunque, alla sua nota (29), di un suo saggio su Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Odo Marchisio, postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Some notes on the Anonymi gesta francorum with special reference to the norman contingent from south Italy and Sicily in the first crusade / by Evelyn Jamison.

  • The Norman Administration of Apulia and Capua, more Especially under Roger II and William I, 1127-1166 ‘, in: Papers of the British School at Rome 6 (1913) 211- 481; Reprint of the Edition 1913, edited by Dione Clementi and Theo Kölzer, Aalen 1987
  • Studies on the History of Medieval Sicily and South Italy, edited by Dione Clementi. Aalen 1992
  • Admiral Eugenius of Sicily, His Life and Work and the Authorship of the Epistola ad Petrum and the Historia Hugonis Falcandi Siculi, London 1957
  • Judex Tarentinus. Aalen 1992
  • Catalogus Baronum, Rom 1972 (Fonti per la storia d’Italia ; 101)

(…) Cuozzo Errico, Catalogus Baronum – Commentario,  ed. Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1984 (Archivio Storico Attanasio), scaricabile dalla BEUC.

(…) Gli Archivi Angioini, conservati nel ‘Grande Archivio’, oggi Archivio di Stato di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

(…) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in ‘Recueil des historiens des croisades’, tomo IV, Parigi 1879.

(…) Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…).

(…) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(…) Barile N. L., La figlia del re di Francia e il principe normanno. Il matrimonio di Costanza e Boemondo d’Altavilla, stà in ‘Con animo virile‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 85 e s.

(…) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122; si veda pure: De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.

(…) Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio), è una cronaca scritta da questo Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo’. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo Id’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia.

(…) Jean Flori, Riccardo Cuor di Leone. Il re cavaliere, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 978-88-06-16925-1.

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, ed. G.Gesualdi, voll. I (1974), vol. II (1975).

Cattura................

(….) Ruggero di Hoveden (o di Howden; … – 1201) è stato uno scrittoe inglese del XII secolo. Nato a Howden nell’East Riding of Yorkshire, fu al servizio di Enric II d’Inghilterra. Nell’agosto del 1190 partì per la III Crociata da Marsiglia al seguito di Riccardo d’Inghilterra, tornò in patria nel 1192. Tra il 1191 ed il 1192 durante il viaggio di ritorno dalla crociata Ruggero di Hoveden passò per Roma dove fu testimone di alcuni fatti dell’epoca come la distruzione di Tusculum.

(…) Su Florio di Camerota, la Treccani, cita le seguenti fonti bibliografiche: ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, in ‘Rer. Ital. Script.’, 2 ed., VII, I, pp. 268, 396 s.; ‘Alexandri III Romani Pontificis opera omnia’, in J.P. Migne, Patr. Lat., CC, coll. 332 s.; G. Del Giudice, ‘Cod. diplom. del regno di Carlo I e II d’Angiò’, Napoli 1863, App., I, pp. LIII-LVIII; ‘Gesta regis Henrici secundi Benedictis abbatis’, a cura di W. Stubbs, in Rer. Britanicarum Medii Aevi Script., XLIX, I, London 1867, p. 115; Ugo Falcando, ‘Liber de Regno Siciliae’, a cura di G.B. Siragusa, Roma 1897, in Fonti per la storia d’Italia, XXII, p. 140; F. Schneider, ‘Neue Dokurnente vornehmlkh aus Süditalien, in Quellen und Forschungen aus italien’. Archiven und Bibl., XI (1914), p. 30; ‘Cod. diplom. normanno di Aversa’, a cura di A. Gallo, Napoli 1927, pp. 120 s.; ‘Catalogus Baronum’, a cura di E. Jamison, Roma 1927, in ‘Fonti per la storia d’Italia’, CI, pp. 84 s., 105; A. Di Meo, ‘Annali critico-diplom. del Regno di Napoli’, X, Napoli 1816, p. 827; A. Bozza, La Lucania, Rionero 1888-89, II, p. 277; C.H. Haskins, England and Sicily in the 12th century, in The English historical Review, XXVI (1911), pp. 642, 644, 649; E. Jamison, The Norman administration of Apulia and Capua, in Papers of the British School at Rome, VI (1913), pp. 309 s., 382, 429, 478 s.; L.R. Ménager, Notes et documents sur quelques monastères de Calabre a l’époque normande, in Byzantinische Zeitschrift, L (1957), pp. 342-353; E. Pontieri, ‘Tra i Normanni nell’Italia meridionale’, Napoli 1964, p. 208; M. Caravale, Il regno normanno di Sicilia, Roma 1966, pp. 162, 225, 231, 233, 237, 264, 267, 320, 355; H. Enzensberger, ‘Beiträge zum Kanzlei und Urkundenwesen der normannischen Herrscher Unteritaliens und Siziliens’, Kallniünz in Oberpfalz 1971, pp. 17, 100; ‘Catalogus Baronum’. Commentario, a cura di E. Cuozzo, Roma 1984, in Fonti per la storia d’Italia, CI, t. II, pp. 133 s.

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(…) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano incominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, ‘Padula’, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro – che mi fu donato da Gerardo Ritorto – a p. 520 e 521, nelle sue note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘L’antica Bussento oggi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani’, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dello Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sempre il Laudisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (…) (parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135), afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(…) Ceccano Giovanni, ‘chronaca’, citata dall’Antonini a proposito di Florio di Camerota nell’anno MCLXXVII (1177), la troviamo in ‘Cronisti sincroni napoletani’, p. 412, di Giuseppe Del Re (…), nella versione del Volpicella (…) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150

Inveges Agostino

(…) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.

(…) Pietro da Eboli (in latino Petrus de Ebulo; nato ad Eboli, 1150 e morto intorno al 1220, è stato un poeta e cronista, vissuto a cavallo del XII e XIII e vicino alla corte sveva. Fedele alla politica di Enrico VI, gli dedicò il Liber ad honorem Augusti (noto anche come Carmen de Rebus Siculis o Carmen de motibus Siculis), opera in distici e in tre libri, nella quale celebrò la conquista del Regno di Sicilia, tessendo le lodi dell’Imperatore. Con Pietro da Eboli ha inizio il processo di mitizzazione  della figura di Federico II di Svevia: già Liber ad honorem Augusti, attraverso i ‘presagia’ che scandiscono la nascita dell’erede Hohenstaufen, iniziano a prendere corpo letterario e cronachistico le attese escatologiche che si concentrarono sull’agire storico di Federico II, e ne accompagnarono la figura ben oltre la morte. Nell’opera sembra presente anche un’allusione a un doppio nome ricevuto dello svevo, Federico Ruggero, una circostanza riportata dagli Annali di Montecassino ma negletta in genere dalle altre fonti. Si veda Fulvio Delle Donne, Pietro da Eboli, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, secondo il Cod. 120 della Biblioteca civica di Berna, a cura di G.B. Siragusa. (Fonti per la storia d’Italia; 39), Roma 1906. G.B. Siragusa (…), nel suo Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli nella sua Prefazione a p. IX, in proposito all’antico manoscritto scoperto da Huillard-Bréholles (….), in proposito scriveva che:

Pietro da Eboli, la soria del manoscritto di Pietro da Eboli.PNG

(…) Testa, De vita, et rebus gestis di Guilelmi II, ed. Monregali, 1769

(…) Michaud J.-F., Bibliotheque des Croisades, Paris, ed. J. Ducollet, 1829 ( Archivio Storico Attanasio), che viene più volte citato dal La Lumia (…).

(….) Riccardo di San Germano (in latino ‘Richardus o Ryccardus de Sancto Germano’; San Germano, l’odierna Cassino, 1170 circa – 1243) fu un cronista, autore di una ‘Chronica’ dei fatti avvenuti in Italia, ma in particolare nel Regno di Sicilia, tra il 1189 e il 1243. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicila, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Per la ‘Chronaca’ di Riccardo di San Germano (…), si veda ‘Ryccardi de Sancto Germano notarii Chronica’, a cura di Carlo Alberto Garufi, Bologna, Nicola Zanichelli, 1937-1938, LIV, 312 p., [4] c. di tav.; facs.; 32 cm; il volume è composto dai fascicoli 296, 301, 317/318; in alcune tirature inizio di stampa 1936, fine 1938, che si trova anche nel “Rerum Italicarum Scriptores”, a cura di Giosue Carducci e Vittorio Fiorini, Tomo VII, ed. Città di Castello, 1916, contenuta anche nell’edizione palatina del Muratori, vol VII. Lo troviamo anche in Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones’, vol. II, Venezia 1734, pp. 766-820 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Anonimo Cassinese, Chronicon Anonymi Casinensis, nunc primum in lucem prodit ex ms. codice Bibliothecae eiusdem monasterii signato num 62. alias 1020, pp. 135-143. Si trova in Muratori A.L., ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. V, (vedi indice), da p. …..e sgg..

(….) Gentile Angelo, Storie e tradizioni popolari del santuario di Santa Rosalia di Lentiscosa, ed. Poligraf, 1983; si veda pure dello stesso autore: Gentile Angelo, Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati, ed. Palladio 1988; si veda dello stesso autore: Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Caravale Mario, Il Regno Normanno di Sicilia, Istituto Storia del Diritto Italiano di Roma, ed. Giuffrè, 1966 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Bozza Angelo, La Lucania – Studi Storico-Archeologici, voll. I-II, Rionero, Tipografia di Torquato Ercolani, 1888 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, ed. G. Gesualdi, voll. I (1974), vol. II (1975) (Archivio Storico Attanasio); si trova nella Biblioteca di Laino Borgo